I TRE MONOTEISMI TRA FEDE E CULTURA

TALAMONA 28 marzo e 4 aprile 2014 religioni a confronto

 

 

monoteismi

DUE INCONTRI PER CONOSCERE E COMPARARE LE TRE PRINCIPALI RELIGIONI DEL MONDO

Alla fine della serata dedicata alla giornata della memoria e all’approfondimento della cultura e dell’identità ebraica i volontari della biblioteca di Talamona avevano congedato il pubblico con una promessa. Altre serate sarebbero state dedicate a questi argomenti a veri e propri approfondimenti sulle religioni. Questo perché già durante la serata del 27 gennaio si erano venuti a creare diversi spunti di riflessione, ma anche perché già durante la passata stagione culturale era emerso che tra gli argomenti che la gente avrebbe voluto vedere trattati nel corso di serate alla Casa Uboldi c’era proprio la religione. Saputo ciò come poter concretizzare questa cosa, come organizzare le serate? Da quel 27 gennaio e per i due mesi successivi è cominciato dunque per i volontari un grande lavoro di ricerca. Ricerca di informazioni, di libri che trattassero le grandi religioni in modo esaustivo che andassero oltre a ciò che tutti bene o male conoscono. Ricerca anche di un metodo. Come mettere insieme tutte queste informazioni? Quante serate fare? Una sola? Due? Tre? Dedicare ad ogni religione una serata unica oppure impostare il discorso in modo comparativo? A quali religioni dare spazio? Alle tre principali o anche a quelle meno diffuse, meno conosciute? E chi avrebbe dovuto trasmettere le informazioni al pubblico? A sistemare una volta per tutte queste questioni ingarbugliate è intervenuto l’assessore alla cultura Simona Duca, la quale ha pensato di chiedere la consulenza di un’insegnante di religione, Alberta Balitro, che da quel momento si è occupata di tutto e ha organizzato le serate così come poi si sono effettivamente svolte. Due serate dedicate alle tre più importanti religioni monoteiste per conoscere i legami che intercorrono tra loro, le analogie, le differenze, la ricerca di un dialogo possibile e le ragioni degli odi e delle spaccature tra tre culti che in fin dei conti, sebbene in modi diversi riconoscono lo stesso Dio. Due serate che per me sono state un po’ come una rimpatriata essendo stata la professoressa Balitro mia insegnante alla scuola professionale.

La prima serata ha avuto luogo venerdì 28 marzo 2014 alle ore 20.45. Nel corso di circa due ore, partendo da dove eravamo rimasti nel corso della serata del 27 gennaio, è stata fatta un’analisi approfondita dell’ebraismo e del cristianesimo indagando le caratteristiche delle due fedi e i rapporti tra esse nel corso della storia. Un analisi raccontata al pubblico con l’aiuto di una presentazione fotografica.

L’ebraismo è la più antica delle religioni monoteiste rivelate. In realtà esistono altre testimonianze di antichi culti monoteistici (pensiamo all’ epoca di Amarna nell’antico Egitto quando il faraone Akenaton introdusse il culto del disco solare Aton da venerare come unico dio o al caso precedente all’ebraismo dello zoroastrismo dal nome del profeta Zoroastro che diffuse il culto tra i persiani, il culto del fuoco sacro attribuito all’unico dio Ahura Mazda) ma l’ebraismo è il solo ad avere la caratteristica di essere stato un culto rivelato, cioè un culto di un essere superiore che si toglie il velo e si mostra agli uomini, un culto pertanto non dovuto ad interpretazioni umane della natura che ci circonda, da un tentativo di spiegare fenomeni che apparivano inspiegabili, come è il caso invece di tutte le religioni che all’ebraismo erano precedenti o contemporanee in tempi remoti, ma il culto di un Dio che parla agli uomini e interagisce con loro. Un culto che è nato quando Dio ha parlato ad Abramo, un sumero di Ur (una delle più antiche città conosciute) e gli ha promesso una ricca discendenza in una terra nuova verso cui lo ha indirizzato. Ed è in questo modo che nacque il popolo ebraico e che nacque anche il primo e più importante dei tre monoteismi del Mondo, il più importante perché, pur essendo così antico e nonostante il popolo ebraico abbia avuto una storia travagliata fatta di dominazioni straniere, esili, schiavitù, diaspore eccetera, esso, a differenza di altri culti coevi, è sopravvissuto intatto fino a noi, pressoché inalterato nel tempo. Il popolo ebraico è forse l’unico popolo che ha saputo traghettare intatta nel corso dei secoli la propria cultura sin dai suoi albori, quando nacque da una costola del popolo sumero, la più antica civiltà conosciuta (anche se tra gli storici cominciano ad essere dei dubbi a riguardo). Ribadiamo di nuovo che Abramo, prima di incontrare Dio era un sumero a tutti gli effetti che venerava gli dei sumeri e tale sarebbe rimasto se Dio non gli avesse parlato. A riprova di ciò pensiamo anche solo al fatto che la testimonianza più antica del diluvio universale non è quella contenuta nella Bibbia bensì quella contenuta nell’epopea di Gilgamesh, il principale poema epico sumero (che equivale all’Iliade e all’Odissea dei Greci e all’Eneide dei Romani). Il popolo ebraico ha mantenuto nel tempo non solo la sua cultura, ma più in generale anche la sua identità, la sua alleanza con Dio (perciò si chiama anche popolo eletto o popolo prescelto o popolo dell’alleanza) cominciata con Abramo, il primo di una serie di patriarchi ricordati nelle scritture che hanno udito e seguito la voce di Dio. Dopo Abramo troviamo suo figlio Isacco e dopo di lui suo figlio Giacobbe che venne soprannominato da Dio Israele e da allora il popolo ebraico, sviluppatosi a partire dalle 12 tribù ciascuna fondata da un figlio di Giacobbe, si identifica come popolo di Israele. Dopo Giacobbe abbiamo un altro patriarca, Mosè, che libera gli ebrei dalla schiavitù in Egitto e successivamente l’epoca dei profeti e dei re, gli unti del signore per mano dei profeti stessi. Queste vicende non sono soltanto la radice dell’ebraismo, ma anche degli altri due monoteismi importanti: cristianesimo prima e islamismo poi. Tutti e tre i monoteismi si identificano come le tre religioni di Abramo perché tutte hanno e riconoscono in Abramo la propria origine. La religione ebraica è conosciuta anche come giudaismo. Gli ebrei sono stati definiti con il termina giudei al ritorno in patria dopo la cattività babilonese ed anche nel 1948 quando venne fondato lo stato di Israele e molti ebrei dispersi nel Mondo, soprattutto in Europa, vi si stabilirono. Ma chi è un ebreo? Ebreo è colui che nasce da madre ebrea (la madre è un riferimento più certo del padre), ma anche colui che segue la legge di Dio che compie i riti, che vive mettendo in pratica i principi fondamentali, che applica lo shemah Israel un versetto contenuto nel sesto capitolo del Deuteronomio, una preghiera che l’ebreo recita tre volte al giorno quotidianamente per tutta la vita anche in punto di morte. Come ogni culto anche quello ebraico ha i suoi simboli. Un simbolo ebraico è la menorah, il candelabro a sette bracci, uno per ogni giorno della creazione più quello centrale che rappresenta il sabato, il giorno in cui Dio riposò. Ed è per commemorare questo che gli ebrei, a partire dal venerdì dopo il tramonto fino a sabato dopo il tramonto, osservano lo shabbat, un giorno dedicato solo alla preghiera, un giorno durante il quale ogni altra attività viene sospesa persino la visita ai morti. Nelle scritture vi è testimonianza di questo quando si racconta del corpo di Cristo tolto dalla croce e deposto frettolosamente nel sepolcro proprio perché di li a poco sarebbe cominciato lo shabbat. Nelle scritture vi è anche testimonianza della costruzione della prima menorah da un unico blocco d’oro come racconta il capitolo 25 dell’Esodo. Un altro simbolo dell’ebraismo è la stella di David composta da due triangoli sovrapposti: uno col vertice rivolto verso l’alto rappresenta l’elemento femminile, l’acqua mentre l’altro, rivolto verso il basso, rappresenta l’elemento maschile il fuoco. La stella di David veniva usata nel Medioevo e in epoca nazista per identificare ed isolare le comunità ebraiche nelle città ed è più un simbolo storico che religioso, un po’ come la croce cristiana, un simbolo preso dalla Storia, inizialmente simbolo di morte in quanto la modalità preferita dai Romani per le esecuzioni capitali, specie dei malfattori, trasfigurata dalla fede in simbolo d’amore perché il palo verticale della croce rappresenta l’elevazione verso l’alto e dunque verso Dio mentre il palo orizzontale è l’abbraccio che accoglie tutti. Infine vi è anche lo shoffar, un corno di montone. Come ogni culto (eccettuate le religioni primitive naturali) anche l’ebraismo ha un testo sacro che ne raccoglie i precetti. Gli ebrei e i cristiani si identificano entrambi con la Bibbia, termine che indica insieme di tanti libri. La Bibbia ebraica, composta da 39 libri, è quella che i cristiani identificano come l’Antico Testamento ed è divisa in tre gruppi: la Torah cioè la legge (che i cristiani chiamano Pentateuco) sono i primi cinque libri della Bibbia cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, poi ci sono i Lebim e i Ketubim.  Gli ebrei non hanno smesso di scrivere i testi sacri, oggi come in antichità, su rotoli dapprima custoditi nell’Arca dell’Alleanza e attualmente nelle sinagoghe dove vanno consultati con una bacchetta perché non possono essere toccati da dito d’uomo. Oltre all’inviolabilità dei testi si riscontra, nell’ebraismo, l’inviolabilità del nome di Dio che l’uomo non può pronunciare e compare scritto nella Torah sottoforma di tetragramma sacro, composto solo da consonanti impronunciabili. Gli ebrei si riferiscono a Dio come Adonai (che corrisponde al nostro Signore) oppure come Eloim (che corrisponde al nostro Dio). In seguito gli studiosi dell’università di Tiberiade coniarono il famoso termine Javeh aggiungendo al tetragramma sacro le vocali della parola Adonai. Questi principi di inviolabilità valgono per tutti anche per i rabbini che nella religione ebraica sono le figure di riferimento e sono molto di più dell’equivalente dei sacerdoti cristiani. I rabbini sono i maestri, sono coloro che insegnano, che custodiscono e trasmettono la cultura, i principi, le tradizioni, sono guide, non solo spirituali, ma anche materiali perché si occupano anche delle questioni giuridiche e sociali e più in generale di tutti i servizi per la comunità, di provvedere a tutti i bisogni. In questo senso anche le sinagoghe (diventate il luogo della preghiera dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d. C.) sono ben più che semplici luoghi di culto; esse sono anche luoghi di ritrovo dove si tengono lezioni e dove hanno sede gli uffici che si occupano delle questioni giuridiche e sociali e dei servizi alla comunità. I rabbini hanno un abbigliamento caratteristico che li contraddistingue perlomeno nelle occasioni ufficiali: uno scialle chiamato tallit da indossare in preghiera (grande per le preghiere solenni, pubbliche e ufficiali, più piccolo per le preghiere quotidiane private) e un cappellino tondo chiamato kippah che tutti gli uomini, ebrei e non, devono portare quando entrano in sinagoga per una questione di rispetto dei rituali ebrei che prevede che gli uomini non entrino in sinagoga a testa nuda. Le donne invece non indossano ornamenti particolari quando vanno in sinagoga o pregano. Da notare il confronto col cristianesimo che ha sempre previsto che gli uomini al contrario si dovessero togliere il cappello accedendo ai luoghi di culto, mentre le donne fino a non molti anni fa dovevano portare, a partire dalla pubertà, veli di diverso colore a seconda se erano nubili, sposate o vedove. Ognuno mostra il rispetto dei propri luoghi di culto in modo diverso è importante che ciascuno conosca i propri e anche quelli degli altri per poter convivere pacificamente. Un altro simbolo molto importante per il culto ebraico è la mesusah una sorta di bastoncino che riporta lo shemah Israel e che viene posto sugli stipiti delle porte perché gli ebrei devono sempre avere presente che esiste un unico Dio da portare sempre dentro di se, ecco perché i ragazzi più giovani quando praticano i riti e le preghiere indossano i tefilin cioè degli astucci che contengono degli estratti della Torah, fissati alla fronte e al braccio sinistro con delle fibbie, per portare sempre con sé la parola di Dio, imprimerla nel cuore, nella mente e diffonderla, questa parola sacra che, sebbene ovviamente sia diffusa anche su libri stampati, nella sinagoga si trova solo su rotoli custoditi in una teca all’ingresso circondata da lumi sempre accesi, un po’ come i lumi nelle nostre chiese. Non deve stupire che molti culti ebraici e cristiani si assomiglino. Il cristianesimo nacque infatti in seno all’ebraismo, non si può parlare di uno dei due culti prescindendo dall’altro. Gesù stesso è sempre stato un ebreo a tutti gli effetti e non ha mai dichiarato di voler fondare un culto nuovo, ma si è limitato a proporre alcuni miglioramenti alla legge di Mosè che tutti gli ebrei di allora seguivano, Gesù compreso. Abbiamo detto prima che le sinagoghe hanno assunto un ruolo importante come luoghi di culto dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. In realtà il tempio non è andato distrutto completamente, ma ne sopravvive una parte, il muro del pianto che sorge nei pressi della moschea di Omar un importante luogo di culto musulmano (perché, sottolineiamo, i tre monoteismi, oltre ad avere un’unica origine in Abramo e a venerare il medesimo Dio, sebbene con delle differenze, hanno in comune anche la città santa di Gerusalemme, sebbene solo gli ebrei e i cristiani la considerano la città santa in assoluto mentre per i musulmani prima vengono La Mecca e Medina). Gli ebrei pregano al muro del pianto. Tra un mattone e l’altro del muro infilano dei fogli con scritte preghiere di vario genere che due volte all’anno vengono raccolte da degli addetti e sepolte in terra. Durante la preghiera al muro gli ebrei sono divisi in settori diversi per gli uomini e per le donne, divisi proprio da un separé proprio come vuole la tradizione dell’ebraismo ortodosso sebbene alcune donne si stiano ribellando a questo: è sorto proprio un movimento chiamato le donne del muro, che si presentano vestite con gli ornamenti maschili nel settore degli uomini e vengono arrestate perché i più tradizionalisti le considerano un’ offesa alla parola di Dio. Bisogna dire che l’ebraismo nel corso dei secoli ha perso un po’ della sua rigidità. Nel XIX secolo in Germania è nata una corrente riformata che, transitata negli Stati Uniti, ha dato vita ad un mix originale di ebraismo e cristianesimo, un culto ebraico che riposa la domenica anziché il sabato e riconosce Gesù come Messia unto pur continuando ad attendere l’arrivo di un altro Messia. Ma ebrei si nasce o si diventa? Questa domanda già emersa durante la serata del 27 gennaio è ricomparsa questa sera. È possibile convertirsi al culto ebraico ed essere comunque considerati ebrei pur non essendolo di sangue? Basta osservare i riti o sono necessarie tutte le caratteristiche, anche quelle etniche per circoscrivere l’identità ebraica? La conversione ad un culto non è mai facile. Bisogna osservare i riti con molta più rigidità quando si è convertiti rispetto a quando si osserva la stessa religione di quando si è nati. Un cristiano che vuole convertirsi, o semplicemente non vuole più avere nulla a che fare con la religione, dovrà annullare i sacramenti che ha ricevuto soprattutto il battesimo, dovrà fare richiesta di essere cancellato dai registri parrocchiali e dovrà attendere che la sua richiesta venga esaminata. Bisogna dire inoltre che per molto tempo (e ancora oggi tra le frange più estremiste) gli ebrei non si sono visti semplicemente come un insieme di persone accomunate da un credo, ma, come appunto abbiamo detto, come un vero e proprio popolo, addirittura il popolo eletto di Dio che non poteva accettare mescolanze con altri popoli se voleva conservare intatta la propria purezza di sangue soprattutto visti i continui spostamenti cui era costretto da altri popoli come gli Egizi, i Babilonesi, i Romani che ne sfruttavano le capacità (la loro cultura e la ricchezza mentale era tutto ciò che non veniva mai a mancare durante gli spostamenti ed era importante per conservare l’identità di popolo) per farli lavorare, per costruire i monumenti o maneggiare il denaro. In questo l’ebraismo si distingue nettamente dagli altri due monoteismi i quali hanno il principio del proselitismo, il compito cioè di convertire più persone possibile a quella che ciascuno dei due considera la vera fede. Ben poche distinzioni invece (almeno nei secoli passati) per quanto riguarda il trattamento che i retaggi, prima culturali che religiosi, riservano alle donne nell’ambito di ogni culto in posizione inferiore, subordinata e separata dall’uomo, sebbene poi uomini e donne sono comunque destinati ad incontrarsi in certi ambiti per diventare una cosa sola, il tutto però in maniera rigidamente disciplinata. L’uomo ha sempre avuto questo rapporto ambiguo con la donna, desiderata e disprezzata allo stesso tempo, vista come impura, empia, tentatrice, veicolo dell’uomo verso il peccato e la religione non fa altro che esprimere in qualche modo tali atavismi sebbene col tempo ridimensionati. Gesù in questo è stato rivoluzionario, parlava alle donne, agli ultimi e si contrapponeva all’ebraismo ortodosso perché non metteva al primo posto la purezza di sangue, ma affermava invece che la sua famiglia era costituita da tutti coloro che ascoltavano la sua parola e seguivano i suoi insegnamenti. Col tempo, anche a prescindere da Gesù, l’ebraismo ha adattato l’interpretazione delle scritture anche in base ai mutamenti delle varie epoche. Tali mutamenti li troviamo nel Talmud, un altro testo fondamentale dell’ebraismo che contiene le trascrizioni delle interpretazioni orali della Torah ad opera dei vari maestri che succeduti nel corso dei secoli. Una corrispondenza di cio nel cristianesimo è la cosiddetta esegesi delle scritture. Una caratteristica importante dell’ebraismo è il dialogo diretto con Dio senza intermediari umani come nel caso della confessione cattolica, un dialogo diretto che molte altre fedi professano come il cristianesimo protestante. Mentre infatti l’ebraismo si distingue al suo interno per il fatto di avere correnti più aperte, moderne e moderate ed altre più rigide e tradizionaliste, il cristianesimo è suddiviso in almeno quattro tipi di fedi (ortodossi, protestanti, cattolici e anglicani) che si sono formate nel corso di ben precise vicende storiche e che non riconoscono tutte esattamente gli stessi principi e nemmeno gli stessi sacramenti. La confessione è appunto un sacramento solo cattolico ed anche la venerazione dei santi nel cattolicesimo è più sviluppata che in altre confessioni cristiane dove viene praticata solo in parte oppure per niente. Il fatto che per i cristiani delle origini e per i cattolici poi non fosse previsto il fatto di poter interagire direttamente con Dio ha portato a secoli di oscurantismo. Gli uomini di Chiesa studiavano le scritture e le conoscevano a memoria ma rigorosamente in latino e sempre rigorosamente in latino e in toni solenni dispensavano le messe, le prediche i riti e questo ha fatto si che per molto tempo la popolazione vivesse in stato di ignoranza, di paura e sottomissione, preda di superstizioni e incapace di pensare con la propria testa al di la di quello che veniva detto. È soltanto quando Martin Lutero tradusse la Bibbia in tedesco che la gente, perlomeno quella che viveva nei paesi di lingua tedesca e abbracciò il protestantesimo, cominciò a capirne di più. Per i cattolici il momento di una maggiore apertura e modernità venne col concilio vaticano secondo. Come ogni culto anche l’ebraismo ha le sue feste in parte coincidenti con quelle cristiane. Entrambi festeggiano la pasqua e la considerano la festa più importante sebbene attribuendole significati diversi. Per gli ebrei la pasqua ricorda la schiavitù in Egitto e la successiva liberazione mentre per i cristiani ricorda la resurrezione di Gesù. Ci sono dei paralleli anche nei cibi che ebrei e cristiani consumano il giorno di pasqua. Entrambi mangiano l’agnello. Per gli ebrei l’agnello ricorda la notte della decima piaga d’Egitto che prevedeva lo sterminio dei primogeniti. Per essere riconosciuti e dunque risparmiati dall’angelo sterminatore gli ebrei sacrificarono un agnello e col suo sangue segnarono gli stipiti delle porte delle loro case. Ogni anno a pasqua gli ebrei devono consumare un agnello intero per ciascuna famiglia o eventualmente più famiglie messe insieme. Per i cristiani invece l’agnello sacrificale è Gesù che visse la passione per la redenzione dei peccati dell’umanità. Entrambi consumano uova simbolo di vita. Quelle degli ebrei sono sode, quelle dei cristiani di cioccolato. Gli ebrei inoltre consumano pane azzimo ed erbe amare a ricordo della durezza della schiavitù e un impasto di mandorle e fichi secchi a ricordo dei mattoni fabbricati in Egitto. Durante la cena della pasqua ebraica è tradizione che il membro più piccolo di ciascuna famiglia chieda spiegazione di questi cibi e di questi riti e che il più anziano gli risponda raccontandogli tutta la storia. Un’altra festa comune è la pentecoste che per gli ebrei ricorda il momento in cui Mosè ricevette le tavole della legge, mentre per i cristiani ricorda la discesa dello spirito santo sugli apostoli che cominciarono poi la loro predicazione in giro per il Mondo. in entrambi i casi la pentecoste cade cinquanta giorni dopo la pasqua. Gli ebrei inoltre celebrano la festa delle capanne. A ricordo dei quarant’anni passati a vagare nel deserto gli ebrei costruiscono delle capanne fuori casa e vi si stabiliscono per una settimana a ricordo delle condizioni precarie in cui vissero i loro antenati. Questa festa può trovare una corrispondenza con quella cristiana del ringraziamento quando nel periodo autunnale era tradizione (e in alcune parrocchie lo è tutt’ora) portare in chiesa i frutti della terra come dono di ringraziamento a Dio. Poi ci sono l’anno nuovo festeggiato dagli ebrei suonando lo shoffar e che per i cristiani non corrisponde propriamente al Capodanno che segna la fine dell’anno solare, ma all’avvento che segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, il giorno della riconciliazione con Dio e dell’espiazione che prevede venticinque ore di digiuno e che nel cristianesimo trova dei riscontri col mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, la hanukkah la festa della luce durante la quale gli ebrei accendono le candele e che corrisponde al nostro Natale con gli addobbi e le luminarie e la purim, il carnevale che, esattamente come quello cristiano, prevede divertimento abbuffate e mascherate prima della penitenza che prepara alla pasqua.  Come ogni culto anche l’ebraismo ha i suoi riti che accompagnano l’individuo nel corso di tutte le fasi importanti dell’esistenza. In ambito cristiano tali riti corrispondono ai sette sacramenti con le dovute differenze. Il primo rito della vita di un ebreo è la circoncisione. Otto giorni dopo la nascita i bambini maschi ebrei vengono circoncisi mentre le bambine ricevono una piccola benedizione in sinagoga. Questo è in qualche modo il corrispondente ebraico del nostro battesimo. Esiste anche una sorta di equivalente ebraico per la nostra cresima ed è il bar-miz-va cioè il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno del maschio ebreo che, come in una sorta di rito di iniziazione, va nella sinagoga e legge la torah per la prima volta facendo in questo modo l’ingresso nella comunità degli adulti e adottando anche l’abbigliamento e gli ornamenti degli adulti durante i riti e le preghiere da quel momento in poi. Anche per le bambine è previsto un rituale analogo chiamato però bat-miz-va ed esiste solo nell’ebraismo riformato non in quello ortodosso. Crescendo arriva poi il momento del fidanzamento, con la consegna di un anello alla donna da parte dell’uomo, insieme con una promessa d’amore e di impegno ufficiale davanti alla comunità e a Dio e dopo il fidanzamento il matrimonio celebrato indifferentemente in sinagoga o in casa propria purché sotto un baldacchino, officiato dal rabbino e durante il quale lo sposo rompe un bicchiere in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. È tradizione per gli ebrei, anche in momenti di festa, riservare sempre un ricordo a un qualche momento doloroso della loro storia. Ad un certo punto arriva anche il momento della morte. Chi ne è in grado prima di morire recita lo shemah Israel oppure viene letto dai familiari poi c’è il rituale della sepoltura e i parenti si lacerano le vesti. Questo nel rituale ortodosso (oggi non ci si lacera comunque proprio le vesti bensì degli stracci) a simboleggiare un legame affettivo che si lacera e viene a mancare. Gli ebrei ortodossi proibiscono la cremazione mentre i riformati no. Sulle tombe dei morti non si portano fiori, ma pietruzze. Una peculiarità che appartiene al culto ebraico e non a quello cristiano consiste nelle restrizioni alimentari. Per gli ebrei alcuni cibi sono impuri e non si possono mangiare come prescritto in un passo del Deuteronomio. Gli ebrei non possono mangiano carne di maiale (cosa che hanno in comune coi musulmani) non mangiano volatili ad eccezione di quelli domestici, ne pesci ad eccezione di quelli con le squame, mangiano carne macellata soltanto da un macellaio ebreo privo di difetti fisici che taglia di netto la gola dell’animale e toglie tutto il sangue (che non può essere consumato perché considerato in qualche modo sede della vita) e non la cucinano mai abbinata al latte e ai suoi derivati. Gesù con le sue predicazioni tra le altre cose rivoluzionerà anche questa concezione, dirà che non è impuro cio che entra nella bocca dell’uomo ma cio che ne esce. Ecco perché i cristiani non hanno restrizioni alimentari. Cristiani ed ebrei per molti secoli sono riusciti ad avere solo conflitti e nessun dialogo nessuna apertura tra loro. I cristiani non perdonavano agli ebrei il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia figlio di Dio, la sua morte, il mancato riconoscimento del nuovo testamento e, in tempi antichi, il fatto di manipolare il denaro, inizialmente associato dai cristiani al demonio (finchè anche loro poi hanno dovuto usarlo). Gli ebrei sono stati incolpati di ogni sciagura. Della peste nera nel Trecento, del disastro economico in Germania negli anni Trenta e così via. Bisognerà attendere il concilio vaticano secondo indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI per una prima apertura. Paolo VI scriverà addirittura un’enciclica che libererà gli ebrei da ogni accusa mossa loro in passato e prima di lui Giovanni XXIII ha modificato la liturgia del venerdì santo che prevedeva la frase “preghiamo per i perfidi ebrei”, frase che è stata tolta. Nel 1986 papa Giovanni Paolo II ha incontrato il rabbino capo Elio Toaff è entrato in sinagoga e ha chiamato gli ebrei fratelli maggiori e successivamente si recato in Israele a pregare di fronte al muro del pianto cosa che ha fatto anche Benedetto XVI  e che ha in programma anche papa Francesco. Il tutto per costruire insieme un cammino di pace che gli ebrei attendono da secoli, ma che per loro non è ancora giunta.

Si è conclusa in questo modo la prima parte del cammino alla scoperta dei tre monoteismi.

 

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La seconda serata si è svolta il 4 aprile alla stessa ora e con le stesse modalità. In questa serata partendo dal cristianesimo e viste già le sue radici ben piantate nell’ebraismo, si indagano i rapporti con l’islam.

La parola islam pronunciata in arabo con l’accento lungo sulla a significa sottomissione a Dio. Tra le religioni monoteiste rivelate è la più recente e pone principalmente l’attenzione su due realtà: l’uomo e Dio due realtà distinte, ma allo stesso tempo accomunate dai riti, dalle leggi sociali, dalle leggi del popolo. L’islam non è solo una religione, ma anche una comunità, l’hunnà, con una storia vastissima, una cultura, un’arte, trasmessa nel corso dell’espansione di questa comunità religiosa lungo tutto il bacino del mediterraneo e verso l’estremo oriente. Come ogni culto anche l’islam ha i suoi simboli. Il simbolo certamente più conosciuto è la mezzaluna con la stella che compare anche su molte bandiere di stati musulmani e che non nasce inizialmente come simbolo religioso perché l’islam in origine non aveva simboli particolari. Questo simbolo è preislamico cioè precedente alla sua diffusione e si riferisce ad un fatto storico. Quando Filippo II  di Macedonia invade la città di Bisanzio organizza un attacco notturno sotto le mura col favore delle tenebre quando ad un certo punto il vento disperde le nubi, in cielo compare una falce di luna che schiarisce il cielo permettendo alle guardie delle mura di vedere gli assedianti, dare l’allarme e costringerli al ritiro. In seguito a cio la falce di luna comincia a diventare il tema portante di molti manufatti come simbolo di salvezza. Nel mondo arabo inoltre la parola che indica la mezzaluna ha anche un riferimento numerico, ha lo stesso simbolo numerico della parola Allah pertanto la mezzaluna rappresenta Allah e la stella a cinque punte di conseguenza rappresenta Maometto, il profeta di Allah che sta ai suoi piedi. Oltre a questo simbolo i musulmani ne hanno altri due riprodotti su amuleti che portano al collo o al polso oppure tengono in casa per tenere lontane le malattie, le sventure, la malasorte eccetera. Uno dei due simboli si chiama la mano di Fatima cioè la figlia del profeta Maometto che vide un giorno suo marito in compagnia di una concubina, immerse la mano in una pentola di acqua bollente, ma non sentì dolore e questo per i musulmani è sintomo di forte autocontrollo. Le cinque dita della mano di Fatima rappresentano i cinque pilastri dell’islam. Anche gli ebrei hanno un amuleto simile, ma lo chiamano la mano di Miriam le cui cinque dita rappresentano i cinque libri della Torah. L’altro simbolo-amuleto è l’occhio di Allah molto diffuso in Marocco e spesso sovrapposto alla mano di Fatima. La penisola araba è il cuore dell’islam, il suo luogo di origine nonché di nascita del profeta Maometto (cioè colui che è lodato, questo il significato del nome) in povertà e rimasto presto orfano accudito da uno zio che lo avvia alla professione del carovaniere. Tutti a quel tempo e in quel luogo erano nomadi, commerciavano e si spostavano su carovane fermandosi solo di quando in quando presso oasi o santuari. Tali comunità veneravano molti dei associati agli elementi della natura, si muovevano seguendo le stelle. Tra le comunità che vivevano nella penisola araba a quel tempo c’erano però anche comunità cristiane ed ebraiche. Le prime avevano scarsa cultura e scarsa pratica di commercio. Le seconde disponevano di eccellenti risorse intellettuali, le uniche cose che potevano portare con se nel corso di esili e peregrinazioni per potersi di volta in volta adattare a terre nuove. Maometto nel corso dei suoi viaggi incontra queste comunità e comincia a riflettere sul dio unico che premia i buoni e punisce i malvagi. Seguendo l’esempio degli eremiti cristiani va in ritiro spirituale nelle caverne e li, durante le sue meditazioni, riceve anche le rivelazioni dell’angelo Gibril (Gabriele) che lo esorta a diffondere la fede che ha appreso in tutto il mondo ed egli lo farà e non sarà solo. Viaggiando Maometto ha trovato anche una compagna di quindici anni più vecchia di lui, la vedova Kadija, che lo sosterrà e lo seguirà nel corso delle sue predicazioni insieme con il cugino Alì e il commerciante Abubacr, che ne diverrà il successore. Ecco come nasce e si diffonde l’islam, una dottrina che crede negli angeli, nei demoni, nei jin (spiriti che appaiono e che possono essere sia buoni che cattivi), una dottrina che però teme fortemente la tentazione dell’idolatria e infatti vieta le rappresentazioni sacre, vieta di rappresentare le persone, la venerazione deve essere riservata solo al dio unico come recita anche il primo dei cinque pilastri della religione islamica cui si faceva poc’anzi riferimento: non vi è altro dio all’infuori di Allah e di Maometto suo profeta, un principio che richiama allo shemah Israel degli ebrei e al credo cristiano, un principio che non impedisce comunque ai musulmani di riconoscere anche dei profeti precedenti a Maometto che compaiono anche nella Torah ebraica e nella nostra Bibbia. Anche i musulmani parlano di Abramo, di Ismaele (anzi dicono di essere la discendenza di Ismaele, la discendenza promessa da Abramo quando lo ha allontanato insieme alla madre dopo la nascita di Isacco che Abramo ha avuto da sua moglie), di Isacco, di Giacobbe, di Salomone e di Gesù cui essi non attribuiscono lo status di figlio di Dio bensì quello di grande profeta che ha compiuto il disegno di Dio aprendo poi la strada a Maometto come ultimo e definitivo profeta. Il secondo pilastro è la preghiera cinque volte al giorno secondo un rituale ben preciso. Col viso sempre rivolto verso La Mecca (la città santa dove Maometto è nato) sopra una stuoia, un tappeto, un cartone o un pezzo di stoffa, ma mai a diretto contatto con la terra impura e seguendo una precisa gestualità: prima in piedi poi in ginocchio, poi sdraiati con la fronte, i piedi e le ginocchia al contatto col supporto ad indicare come l’uomo cerchi l’elevazione verso Dio, ma nello stesso tempo si prostra ai suoi piedi, si umilia di fronte ad esso. È il muezzin a richiamare alla preghiera cinque volte al giorno dall’alto del minareto le torri che circondano la moschea e sono un po’ l’equivalente dei campanili cristiani che attraverso il suono delle campane richiama alle funzioni. Il terzo pilastro è il ramadan, il mese del digiuno. Per un mese intero dall’alba al tramonto ogni giorno non si beve, non si mangia, non si fuma, non ci si lava, non ci si profuma e ci si astiene dai rapporti sessuali. A partire dalla pubertà (per le ragazze dal menarca cioè la prima mestruazione) tutti osservano il ramadan ad eccezione delle persone molto vecchie, i malati, le donne incinte o che allattano e quelle col ciclo solo nella settimana in cui sono impure che devono poi recuperare in seguito. Il quarto pilastro è l’elemosina obbligatoria per aiutare poveri e bisognosi, soprattutto vedove ed orfani, ma anche per le spese delle moschee. Il quinto e ultimo pilastro prevede il pellegrinaggio a La Mecca, obbligatorio almeno una volta nella vita. Una volta giunti, vestiti tutti con abiti bianchi senza cuciture a sottolineare l’uguaglianza, bisogna fare sette giri intorno alla Kaaba, una pietra nera che troneggia al centro della piazza principale della città , la piazza con la moschea. Questa reliquia è l’unica risalente all’epoca e ai culti preislamici che Maometto nel corso del suo cammino di predicazione non ha distrutto, ma assimilato. Secondo la leggenda è un meteorite nero a causa dei peccati dell’uomo perché l’islam non ha trovato ancora abbastanza diffusione nel mondo. Quando tutti diventeranno retti musulmani, secondo la leggenda, la pietra diverrà bianca. Anche le donne si recano in pellegrinaggio, ma accompagnate da un maschio della famiglia che fa da tutore e che può essere il padre, il marito o un fratello. Le donne non sono considerate esseri autonomi e sono generalmente ritenute inferiori. Nel mondo arabo in questo senso non si registrano troppe aperture. Durante i pellegrinaggi molta gente si accalca tutta in una volta specie nei periodi prestabiliti dal calendario islamico. Molte persone vengono schiacciate e altre muoiono negli accampamenti improvvisati da fornelletti e fuochi accesi per scaldarsi perché non hanno trovato posto negli alberghi. Durante i culti, i pellegrinaggi, le preghiere, i non musulmani non possono accedere ai luoghi preposti e anche in periodi, diciamo più neutri devono chiedere permessi. I musulmani sono molto più restrittivi rispetto a ebrei e cristiani per quanto riguarda l’accesso ai luoghi sacri. Anche i musulmani hanno il loro testo sacro, il Corano, però riconoscono anche la Torah, i salmi e i vangeli nonché la Sunnà, raccolta di detti, racconti e leggi della giurisprudenza islamica. Il Corano contiene la parola di Allah, da sempre esistente, increata, chiamata la madre del libro. Per vent’anni è stata trasmessa a Maometto da Gibril ma egli non l’ha scritta così come non ha mai messo per iscritto la Sunnà limitandosi a raccoglierne i contenuti. Sono stati i discepoli a scrivere tutto inizialmente su pietre, pelli di animali e scapole di cervo.  Hanno trascritto il Corano e anche la Sunnà che viene interpretata dagli Ulema, dei saggi, i giudici. A loro vengono poste tutte le questioni che possono interessare la comunità ed essi, leggendo e interpretando la Sunnà, emettono un verdetto definitivo. Per quanto riguarda il Corano è composto da 114 sure (capitoli) per un totale di 6633 versetti. Ogni casa contiene una copia del Corano in un angolo appositamente preposto e spesso avvolta in un foulard di seta. Il giorno che i musulmani dedicano al riposo e alla preghiera è il venerdì. I musulmani pensano che quando verrà il momento di incontrare l’Altissimo i primi ad andargli incontro saranno proprio loro seguiti dagli ebrei e dai cristiani. Ecco perché il loro giorno di preghiera viene prima rispetto a quelli delle altre due religioni. Il venerdì si va nella moschea a pregare tutti insieme spalla contro spalla su un pavimento pieno di tappeti. Ma la moschea non è soltanto luogo di culto, di preghiera o di riflessione personale come può essere la chiesa per noi. La moschea è anche scuola coranica, luogo di ritrovo, di ristoro dove si va anche a mangiare, dove si incontra il medico e l’imam che ogni venerdì sceglie, legge e commenta un brano del Corano facendo anche degli interventi sociali e politici messaggi a volte sbagliati che possono portare al compimento di atti terroristici, motivo per cui gli imam vengono controllati dai servizi segreti. Prima di accedere alla moschea bisogna fare le abluzioni all’ingresso o anche a casa, pulirsi accuratamente per purificare tutte quelle parti del corpo che possono costituire veicolo di peccato. Alla moschea poi si accede senza scarpe e questo vale per chiunque accede anche non musulmani. Persino papa Benedetto XVI si tolse le scarpe. Ma che cos’è il peccato per i musulmani? Come per tutti i culti peccato è fondamentalmente non seguire ciò che dio ha prescritto e dunque nel caso specifico non seguire il corano, non seguire i pilastri, non andare in moschea il venerdì, non credere, non attenersi ai precetti. Loro hanno un’idea netta di bene e male di Paradiso e Inferno dove i malvagi vengono portati a cospetto di Satana che i musulmani credono un angelo caduto perché non si è voluto inginocchiare a cospetto di Abramo. Per i musulmani non esiste la bestemmia, prerogativa dei cattolici. I musulmani immigrati nel nostro Paese si sentono in diritto di bestemmiare il nostro Dio perché sentono che noi italiani, che dovremmo credere e rispettare la nostra fede, come i musulmani rispettano la loro, non lo facciamo. Loro credono anche che la donna nasca senza l’anima per questo è inferiore e necessita di sottostare all’autorità dell’uomo. La salvezza della donna risiede totalmente nelle mani di Allah pertanto la donna deve fare ancora più attenzione rispetto all’uomo nel comportarsi bene. Occorre fare una distinzione però tra i Paesi eccessivamente rigidi e fondamentalisti e quelli che permettono una maggiore influenza della cultura occidentale. Nei Paesi fondamentalisti le donne devono coprirsi a partire dalla pubertà, dal menarca. In realtà il Corano dice che devono coprirsi solo all’interno dei luoghi di culto, ma poi l’uomo ha voluto dire la sua assimilando il corpo femminile ad uno strumento di tentazione che trascina l’uomo verso il peccato e il desiderio carnale così nel mondo islamico si vedono spesso donne coperte. Si va da quelle che coprono i capelli a quelle che lasciano scoperti solo gli occhi o solo la faccia a chi copre tutto come in Afghanistan dove alle donne è proibito, pena la flagellazione, leggere, scrivere, farsi una cultura propria. I talebani afghani affermano di applicare la sharia cioè la legge islamica contenuta nella Sunnà, una legge che vale sia in ambito civile che religioso due ambiti che nel contesto islamico non sono separati, una legge che prevede anche la lapidazione degli adulteri (una legge che anche gli ebrei avevano come testimoniano i vangeli che raccontano di Gesù che difende l’adultera dicendo “chi è senza peccato scagli per primo la pietra conto di lei”) con due pesi e due misure. Sia uomini che donne sono prigionieri in una buca, ma l’uomo emerge dalla terra più che la donna e riesce più facilmente a scappare. Se durante la lapidazione si riesce a scappare la gente vede in questo un intervento di Allah e tutto viene sospeso. Per la donna questo intervento può risiedere solo nella speranza di essere ferita dai sassi e non uccisa. Ma come dicevamo, esistono anche Paesi più aperti dove sorgono movimenti femministi che si ergono contro questi principi islamici che sono a sfavore delle donne e dove portare il velo o meno diventa una libera scelta diventa espressione della propria fede del fatto di praticarla. Capita dunque di vedere nelle medesime città donne occidentalizzate accanto a donne tradizionali che non sempre sono così perché obbligate dai padri i quali al contrario a volte confidano nel buon senso delle loro figlie più che nelle restrizioni. L’islam sembra dunque un mondo che si fonda moltissimo sulle contraddizioni e questo è tanto più chiaro se si osservano i riti musulmani che, come nel caso di tutte le altre religioni, accompagnano l’individuo dalla nascita alla morte. Quando nasce un bambino si recita una preghiera al suo orecchio destro e una al suo orecchio sinistro gli si da un bel nome e lo si deve dare al feto anche in caso di aborto. Per un maschio si fa una grande festa e si uccidono due pecore. La femmina non viene festeggiata e per lei si uccide una pecora sola. I musulmani dunque sottolineano sin da principio la loro idea di superiorità del maschio poi però arriva il momento del matrimonio ed emergono molte contraddizioni: per principio il matrimonio deve essere espressione di amore reciproco, per principio religioso proprio, ma poi la donna è di fatto una proprietà del marito sottomessa a lui e il trattamento che riceverà sta tutto nella lungimiranza del maschio nella sua scelta di essere aperto o tradizionalista. Secondo il principio religioso un padre non può obbligare la figlia a restare nubile a sposarsi non può sceglierle il marito, ma a conti fatti questi principi non sono osservati in tutti i Paesi musulmani allo stesso modo. Inoltre mentre la donna deve essere fedele al marito e non avere altri uomini, l’uomo non ha un vero e proprio obbligo di fedeltà e può avere sino a quattro mogli, anche se poi dovrebbe trattarle tutte allo stesso modo senza trascurarne nessuna. Il matrimonio musulmano non prevede la parità tra i coniugi anzi nel mondo musulmano i figli appartengono solo al padre. Ecco perché un uomo musulmano può sposare donne ebree o cristiane (chiamate le agenti del libro per sottolineare origini religiose comuni) ma non può accadere il contrario. Dopo la nascita e il matrimonio arriva il momento della morte. Anche al defunto si recitano preghiere in particolar modo la professione di fede, si lava il corpo lo si avvolge in un sudario e lo si seppellisce nelle terra rivolto verso La Mecca e quando si trovano in un Paese straniero i musulmani o cercano di far rimpatriare la salma nella terra d’origine o comunque rifiutano di essere seppelliti accanto a non musulmani. In qualche modo questa maggiore chiusura e ostinazione a mantenersi separati da altre fedi, a voler convertire tutti per forza più di quanto facessero i cristiani secoli fa è un tratto che colpisce della religione musulmana, un tratto che fa riflettere, un tratto che rende più difficili i rapporti tra cristiani e musulmani che non tra cristiani ed ebrei. Tra tutti e tre i monoteismi le ragioni di dissapore molto spesso vanno ben oltre le ragioni di fede, non si tratta soltanto di dire che si venera lo stesso Dio ma con forme e rituali diversi altrimenti non si sarebbe dovuto aspettare il secolo scorso per cominciare a vedere segni di apertura, volontà di dialogo interreligioso addirittura universale come l’incontro ecumenico di Assisi che vide la partecipazione di tutte le ramificazioni dei tre monoteismi, ma anche delle religioni orientali e animiste tribali di varie popolazioni sparse per il Mondo come i nativi americani. Le ragioni dei dissapori hanno molto più spesso una radice culturale si ritrovano nella Storia. Ad oggi musulmani ed ebrei si contendono il territorio dello stato d’Israele. Secoli fa la missione divina delle crociate di liberare il santo sepolcro dagli infedeli nascondeva anche l’intento di aprirsi nuovamente le rotte commerciali che i turchi avevano chiuso. In secoli più recenti oggetto d’interesse era il petrolio e in mezzo a tutto ciò troviamo pregiudizi culturali dovuti appunto all’ignoranza che porta a chiudersi in se stessi. Ecco perché al cristiano il musulmano appare violento e retrogrado anche per la questione della guerra santa (che ha la sua origine nell’episodio storico della cacciata di Maometto da La Mecca in seguito al quale si è rifugiato a Medina. A La Mecca nessuno voleva ascoltare Maometto, la nuova fede avrebbe provocato crisi all’economia basata sul commercio degli idoli pagani mentre invece Medina accolse Maometto perché rivale di La Mecca e quando Maometto ricevette dall’angelo Gabriele l’esortazione a diffondere la fede con ogni mezzo, anche con la guerra, Medina combatté con Maometto contro La Mecca) mentre agli occhi del musulmano l’occidente è il male, è corrotto, è vizioso. Due punti nevralgici della questione riguardano la posizione della donna che nell’occidente ha conquistato dopo secoli e secoli maggiore libertà e l’educazione religiosa dei bambini all’interno della famiglia che i cristiani col tempo hanno perso e invece le altre fedi hanno mantenuto. Questi sono spunti da cui dovrebbe partire un dialogo che abbia come obiettivo l’incontro pacifico tra quelle che in fin dei conti sono le tre religioni dell’unico Dio.

Ed è con questo augurio di pace dialogo e fratellanza futura che si è conclusa questa sera l’ultima serata (per ora) dedicata alla cultura religiosa. Perché per essere fratelli bisogna amarsi almeno un po’ ma si può amare e dunque non temere solo ciò che si conosce.

Antonella Alemanni

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2 pensieri su “I TRE MONOTEISMI TRA FEDE E CULTURA

  1. due interessanti serate condotte in maniera egregia dalla Prof.ssa Balitro, che con
    professionalità, garbo e coinvolgimento ha tradotto in semplicità
    anche gli aspetti più ostici delle tre religioni
    mantenendone inalterati fondamenti e peculiarità.
    GRAZIE, spero in una continuazione e in una sempe maggiore partecipazione a questi momenti di vera cultura e condivisione.
    Bastano anche 2 ore ogni tanto per allargare i nostri orizzonti e cercare di rendere migliore la nostra convivenza.

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