PERCHE’ SONO EBREO ? UNA SERATA ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA EBRAICA

TALAMONA 27 gennaio 2014 Giornata della Memoria

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Proposte di libri, letture commentate e un dibattito sulla falsariga dei simposi degli antichi greci. Questi gli ingredienti con cui, questa sera a partire dalle ore 20.30, la biblioteca e i suoi volontari hanno voluto commemorare, per il secondo anno consecutivo, la giornata della memoria, istituita a partire dal 2000 per ricordare i crimini perpetrati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale in Germania e nei Paesi da essi via via occupati nel corso del conflitto. Crimini perpetrati soprattutto contro gli Ebrei, ma non solo. Crimini riguardo ai quali ogni anno in questa data vengono proposti film, documentari e a volte anche dibattiti televisivi con testimonianze dirette fatte di parole e immagini cruente che fotografano l’orrore allo stato puro. Crimini riguardo ai quali sono stati scritti e continuano ad essere scritti molti libri. Essendo la biblioteca fatta soprattutto di libri, non si poteva certo organizzare una serata prescindendo da essi ed è dunque attorno ai libri che ha ruotato un po’ tutto, a partire dai libri sull’argomento che la biblioteca custodisce e che sono stati pazientemente ricercati e messi a disposizione questa sera e a partire da un libro in particolare PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter di cui questa sera sono stati letti dei brani (gli interventi preparati da Stefano Ciaponi sono stati letti da Sonia Sassella, Luca Della Fonte e Germano). Una scelta dettata da lunghe e profonde riflessioni che partono da una domanda che sempre ricorre quando si tratta di presentare questi argomenti. In che modo è più corretto parlarne? Come si può fare in modo che un argomento tanto complesso possa essere ben compreso da tutti senza incorrere nel rischio di una sua banalizzazione? “Il primo passo” ha affermato l’assessore alla cultura Simona Duca nel corso della sua presentazione “potrebbe consistere nell’andare oltre il limitarsi a chiedersi che cosa è successo poiché dopo molti anni di commemorazione della giornata della memoria questa domanda ha avuto già le sue risposte esaustive. Da questa domanda bisognerebbe partire per porsene delle altre. Perché è successo? Come è potuto accadere? Per colpa di chi? E sono proprio queste domande che stasera ci devono guidare mentre andiamo a tirar fuori dalle pagine dei libri i personaggi e le storie che hanno vissuto. E’ in particolar modo alla domanda per colpa di chi che bisogna porre una speciale attenzione in quanto non è più possibile credere, come si è creduto per troppo tempo, che la situazione tedesca ed anche europea tra gli anni Trenta e Quaranta (della quale la Shoah rappresenta la punta di un iceberg) sia opera del delirio di un pazzo o di un gruppo di pazzi o anche della follia collettiva di un intera nazione, una nazione che a ben guardare settant’anni fa aveva uno dei più elevati tassi di alfabetizzazione al Mondo. Quando si pensa a chi abbia dato inizio a tutto cio bisogna pensare che Hitler non ha e non avrebbe mai potuto fare tutto da solo e che coloro che hanno contribuito a creare il nazifascismo, che hanno diffuso le teorie sulla razza e che hanno pianificato a tavolino con lucida freddezza lo sterminio di tante persone erano ingegneri, medici, scienziati, persone colte e, seppur a modo loro, anche intelligenti che sapevano perfettamente cio che facevano, che hanno scelto di farlo consapevolmente. Se follia c’è stata è stata una follia lucida nel contesto di un Paese uscito praticamente rovinato dal primo conflitto mondiale che cerca di risollevarsi e vuole a tutti i costi trovare un colpevole cui imputare la sua terribile situazione. Nel corso della Storia i colpevoli per antonomasia, a prescindere dalla colpa attribuita, sono sempre stati gli Ebrei, sin dal Medioevo e anche prima se pensiamo che anche la Bibbia reca testimonianza di persecuzioni al popolo ebraico fatto schiavo in Egitto, deportato in Mesopotamia da Nabucodonosor. L’Olocausto in questo senso è stato il più recente su una lista di soprusi e quello forse meglio pianificato, l’intelligenza al servizio del male. L’intelligenza degli architetti che hanno costruito le strutture, degli ingegneri che hanno realizzato i forni, dei chimici che hanno messo a punto il gas tossico, veloce ed economico che permettesse di portare avanti lo sterminio come una qualsiasi catena di montaggio industriale. L’intelligenza degli psicologi che usavano la loro capacità di manipolare la mente anziché a scopo di cura a scopo distruttivo. Il tutto realizzato quasi come un business plain avente la morte come obiettivo da raggiungere efficacemente e con poco dispendio di risorse all’interno di un regime totalitario. Ci vogliono solo tre ingredienti per creare e sviluppare un regime totalitario: la violenza, la capacità di manipolare l’informazione e la capacità di agire sulla mente delle persone soprattutto le più giovani sovvertendo i valori e scambiando il giusto con l’ingiusto”. Il libro che è stato letto dopo la presentazione dell’assessore alla cultura, PERCHE’ SONO EBREO però non parla di tutto questo. Il concetto fondamentale sul quale i volontari della biblioteca hanno ragionato nel preparare questa serata è stato il seguente: tutti bene o male sappiamo come gli Ebrei sono sempre stati vittime della storia e vittime di eventi negativi dei quali spesso venivano considerati, ovviamente a torto, fautori, ma che cosa sappiamo degli Ebrei, della loro cultura tra i fondamenti della nostra stessa civiltà? È giusto parlare degli Ebrei solo in relazione alle loro sofferenze, alle segregazioni (che non furono affatto un’invenzione nazista in quanto il primo ghetto lo si trova a Venezia nel 1516) alle discriminazioni subite spesso senza che i persecutori conoscessero davvero i loro “nemici”? La civiltà ebraica si è costituita all’incirca nello stesso periodo in cui si sono costituite tutte le altre civiltà conosciute (Egizi, Assiro-Babilonesi eccetera) ma mentre queste civiltà sono pian piano scomparse gli Ebrei sono con noi ancora oggi con la loro cultura intatta da circa cinquemila anni (non è un caso se gli Ebrei contano gli anni in modo diverso e se per loro quest’anno siamo nel 5000 e qualcosa proprio perché la loro storia dura da così tanto tempo) una cultura che questa sera il numeroso pubblico accorso ha cominciato a conoscere attraverso la voce di Marek Halter che nel suo libro (uscito per la prima volta in Francia nel 1999) racconta la sua vita (con l’intento di spiegare il dramma della Shoah ai suoi tre figliocci), la ricerca della sua identità, del suo essere ebreo. Un percorso che dunque non è stato posto come accademico, ma che si snoda attraverso la memoria, un concetto molto caro alla cultura ebraica e cui lo stesso Halter cerca di accostarsi non in maniera negativa, ma cercandone il significato universale. Memoria come trasmissione di tutti gli eventi positivi e negativi e del sapere.  Memoria come motore principale di qualunque cultura. Un percorso che per Marek Halter comincia a Varsavia, la sua città natale che egli ha dovuto abbandonare all’età di cinque anni in seguito all’occupazione nazista vagando con la famiglia per tutta Europa (a nove anni lo troviamo in Uzbekistan a vivere di espedienti per necessità con una banda di teppisti che lo rispettano per la sua fama di racconta storie che si è costruito leggendo molto nonostante tutto) fino ad approdare nell’immediato dopoguerra in Francia dove ha cominciato ad interrogarsi, anche con l’aiuto di filosofi, sul significato dell’essere Ebreo, una domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita e che lo ha portato a sviscerare la millenaria cultura ebraica. Una cultura basata sulla sapienza orale che coesiste fianco a fianco con la sua trasmissione scritta (nel Talmud). Una cultura che porta gli Ebrei a dialogare alla pari con Dio fino a poterlo sfidare e lottare con lui al punto da impedire loro di concepire il cristiano concetto di peccato sostituendolo con quello di disobbedienza. Una cultura dove importanza fondamentale rivestono l’insegnamento, la trasmissione puntuale e precisa delle conoscenze acquisite altrettanto precisamente e puntualmente, la parola, una cultura dove i libri sono oggetti di culto aventi pari dignità con gli uomini al punto che se un libro si consumava eccessivamente veniva sepolto con un rituale esattamente come una persona. Una cultura da cui Gesù stesso (che non dimentichiamolo era a tutti gli effetti un Ebreo) ha preso spunto per elaborare i suoi messaggi di pace, amore, fratellanza (che, ricordiamo anche questo, non ebbero mai alcun intento dichiarato di fondare una nuova religione). Una cultura che è alla base della nostra stessa identità culturale europea. Una cultura i cui seguaci chiamano se stessi Popolo del Libro, di tutti i libri, ma di un libro in particolare, la Bibbia, che Halter definisce il libro più conosciuto al Mondo ma nel contempo quello letto peggio, un libro che mette in luce in primo luogo la natura umana, la sua aspirazione al bene, ma nel contempo la capacità quasi innata di commettere il male, un libro che spiega l’esistenza del male e delle leggi che possono fungere da antidoto al male. Una cultura che non si può ridurre ad una semplice religione perché se così fosse per salvarsi dai nazisti agli Ebrei sarebbe bastato convertirsi o fingere di farlo (come avvenne per esempio nella Spagna dei re cattolici Ferdinando e Isabella) e invece i nazisti non risparmiarono nemmeno Ebrei che si erano convertiti ad altri credo. Una cultura che apre un vasto Mondo insospettabile Una cultura e un’identità che altri scrittori Ebrei (e anche non) hanno provato a tracciare. Dopo l’appassionante lettura commentata del libro PERCHE’ SONO EBREO la parola è nuovamente passata a Simona Duca che ha proposto alcuni passaggi de IL SISTEMA PERIODICO di Primo Levi nonché alcune riflessioni che hanno dato inizio a un dibattito stimolante. Con Primo Levi si è potuto apprendere che essere Ebreo in Italia a quell’epoca equivaleva ad essere emarginato, ad essere promosso con lode ma sempre con la postilla EBREO scritta sulla pagella, significa essere mandato in una cava d’amianto nonostante la laurea con lode in chimica, significa arrivare ad essere pian piano demoliti come esseri umani essere ridotti a vivere come bestie a tirar fuori il peggio di sé per riuscire ad avere poco meno dell’indispensabile minimo sindacale. A questo punto è venuto il momento del dibattito da cui sono emersi spunti interessanti. Abbiamo ad esempio scoperto come il desiderio degli Ebrei di riavere finalmente la loro patria abbia influenzato gli equilibri geopolitici europei tra le due guerre. Abbiamo scoperto come un chimico Ebreo abbia inventato un esplosivo alternativo alla dinamite da vendere agli inglesi in cambio della promessa di vincere la guerra e prodigarsi poi nella creazione dello Stato d’Israele. Abbiamo scoperto come l’economia in qualche modo si ritrova sempre alla base di ogni ideologia. Ci siamo chiesti se Ebrei si nasce o se si può anche diventare e abbiamo scoperto che solo recentemente gli Ebrei accolgono chi non è Ebreo di nascita all’interno della loro comunità se si converte al loro credo, ma in realtà anche la Bibbia riporta testimonianze di conversioni. Più di tutto ci siamo scoperti particolarmente coinvolti nello scoprire le sfumature della cultura ebraica e le riflessioni che da essa possono scaturire. Per questo motivo Simona Duca ha annunciato che il gruppo dei volontari sta preparando una serie di serate di approfondimento religioso ancora tutte da definire per poter continuare il discorso che questa sera è stato avviato con tanto successo. Appuntamento alla prossima puntata dunque e naturalmente tra un anno per una nuova commemorazione.

Antonella Alemanni

 

Biblioteca di Talamona, 27 gennaio 2014

Giornata della Memoria

Un’introduzione all’ebraismo a partire dal libro” Perché sono ebreo “di Marek Halter (in corsivo i brani tratti dal libro )

 

 

 

Introduzione

Come tutti ormai sanno fin dalle scuole elementari, il ventisette gennaio di ogni anno ricorre la Giornata della Memoria. Come quasi tutti sanno, la memoria che tale ricorrenza ci richiama è quella delle vittime del nazifascismo, fra le quali al popolo ebraico spetta il triste primato per numero di vittime e persecuzioni subite. Ciò che forse non tutti sanno è che cosa sia il popolo ebraico.

Quest’anno, dunque, a fianco delle doverose commemorazioni, si è pensato di offrire una breve introduzione all’ebraismo, una cultura che, per quanto sia tra i fondamenti della nostra stessa civiltà, rimane sostanzialmente sconosciuta. Lo si farà senza pretese storiche o teoriche o religiose, né pretendendo di essere esaustivi, ma semplicemente prendendo le mosse da un libro di Marek Halter, Perché sono ebreo, recentemente apparso tra i titoli a catalogo nella nostra biblioteca.

La tentazione di parlare del popolo ebraico attraverso la storia delle sue persecuzioni è forte: oltre alle più recenti e note, va ricordato che il popolo ebraico fu spesso oggetto di vessazioni più o meno sistematiche. Alcune di esse sono narrate già dal testo biblico: basti pensare alla schiavitù in Egitto o alla cattività babilonese; altre sono posteriori, e vanno dal medioevo all’Ottocento, ben prima cioè del nazismo, che del resto non fece che intercettare un antisemitismo diffuso. Su tutte valga la constatazione che il primo ghetto non fu invenzione nazista, ma veneziana, dell’anno 1516.

Se si vuole ottemperare al dovere della memoria è utile tener presente che essa, come si vedrà, è un elemento centrale della cultura ebraica. Al contempo è però necessario fare una considerazione, che già da sola fa comprendere come la memoria di cui si parla nella tradizione ebraica non sia soltanto quella delle persecuzioni, bensì quella dell’identità; e questa non può essere definita solamente per contrarietà.

L’autore  insiste spesso su questo punto:

La memoria, lo sappiamo tutti, non serve a ricordare solamente le tragedie. Eppure, dai tempi dell’ultima guerra, la parola memoria è divenuta soltanto sinonimo di Shoah, Olocausto. Ed è comprensibile, poiché rappresenta il riferimento più significativo del ventesimo secolo.

Tuttavia, […] fra le motivazioni che mi hanno spinto a diventare ebreo, non compare la Shoah, nonostante abbia rappresentato lo sfondo terrificante della mia infanzia, nonostante il fatto che la realtà non offrisse altro orizzonte possibile prima che io raggiungessi l’età adulta.

[…]

Non è per fedeltà ai morti che mi dichiaro ebreo, ma per la memoria che condivido con loro.

Abbiamo dunque voluto soffermarci su questa memoria primaria, più ancora che su quella a cui ci obbliga la storia; e ciò anche in riferimento a un dato che non smette di apparire, in tutta la sua drammaticità, sorprendente: il segno più nero della barbarie nazista, di cui mezza Europa fu complice, fu tracciato sul libro della storia senza che neppure si sapesse cosa fosse veramente un ebreo – e, del resto, non molti di noi oggi potrebbero dire di saperlo, con tutto che con gli ebrei abbiamo in comune il libro su cui riposa la nostra cultura, ossia la Bibbia.

Conoscere la cultura ebraica non sarebbe probabilmente servito a cambiare il corso degli eventi, e certo non servirà a comprendere fino in fondo le ragioni di una persecuzione che ha avuto nel nazifascismo il suo esito più nefando; ma, d’altra parte, forse mai nulla riuscirà a farlo. Quel che invece è certo è che, come lo stesso Halter ribadisce più volte nel suo libro, l’identità del popolo ebraico non è determinata dalle persecuzioni che esso ha subito.

L’intento della serata sarà dunque quello di restituire, nel nostro piccolo, una parte di questa identità che troppo spesso è nota solo in quanto calpestata.

 L’autore e l’opera

Il testo che stasera presentiamo, Perché sono ebreo, è apparso per la prima volta in Francia nel 1999. L’intento dichiarato dell’autore è quello di spiegare l’ebraismo ai suoi tre figliocci. Si tratta dunque un testo pensato per un pubblico di ragazzi, e di conseguenza, almeno nella forma espositiva, risulta di facile lettura. Esso affronta le principali tematiche dell’ebraismo in agili capitoli tematici, nei quali l’autore fa confluire la sua personale vicenda di uomo alla sua rivendicata formazione di ebreo. Il volume è inoltre corredato di un pratico glossario nel quale sono raccolti e spiegati i termini principali della tradizione ebraica.

Marek Halter, classe 1936, nei primi anni della sua infanzia ha vissuto l’occupazione nazista di Varsavia. Fuggito all’età di cinque anni dalla città natale, ha intrapreso con la famiglia una serie di peregrinazioni attraverso l’Europa che infine lo portano, nell’immediato dopoguerra, in Francia. Qui, adolescente, inizia a riflettere sul senso della sua identità, interrogando sé e gli altri (compreso il filosofo Jean-Paul Sartre, come si narra in un episodio del libro) su cosa significhi essere ebreo. Questa interrogazione, lungi dall’offrire risposte semplici o consolazioni, lo ha accompagnato per tutta la vita.

 

 

Perché sono ebreo

 

 La domanda di fondo che dà origine all’intero discorso è molto semplice: Che cosa significa essere ebrei? La risposta, tuttavia, è tutt’altro che scontata, tant’è vero che, come ricorda l’autore:

Nel corso della mia esistenza ho imparato e constatato più volte che dichiararsi ebrei non significa necessariamente sapere cosa sia l’ebraismo o perché vi si aderisca.

La questione appare dunque intricata fin da subito, e anche laddove ci si aspetterebbe di trovare delle risposte, esse sono perlopiù contraddittorie.

Talmente contraddittorie che nei primi anni di vita dello Stato di Israele, la Knesset, il parlamento israeliano, ha rinunciato definitivamente ad aprire un dibattito per definire e istituire l’identità ebraica.

Non c’è dunque da meravigliarsi se l’ebraismo, per quanto sia sempre stato assai diffuso in tutta Europa e sia parte integrante della nostra civiltà (basti pensare che la Bibbia degli ebrei non è altro che quello che noi chiamiamo Antico Testamento), resta uno sconosciuto.

L’unico modo per addentrarsi in questa selva è quello di seguire la via aperta dal piccolo Marek, cinque anni, ebreo del ghetto di Varsavia.

Un giorno il nonno Abraham, da dietro la sua barba bianca, gli legge una sentenza del Talmud, ossia il libro che raccoglie il sapere orale della tradizione ebraica:

«Dio creò solo Adamo, i cui discendenti popolano tutta la terra, per insegnarci come colui che salva un solo essere umano salva il mondo intero, e colui che partecipa alla perdita di un solo essere è simile a colui che perde l’intera umanità

Queste parole si imprimono nella mente del piccolo Marek, che da quel giorno, nonostante i pericoli a cui questa scelta lo sottoporrà, rivendicherà la propria identità di ebreo ed intraprenderà un cammino alla scoperta delle proprie radici.

A nove anni Marek è nell’allora provincia sovietica dell’Uzbekistan. È dovuto fuggire fino in quella remota regione per scampare alle persecuzioni naziste. Egli è dovuto fuggire perché è diverso, ossia ebreo. Ciò che tuttavia il piccolo Marek comprende fin da subito è che la sua identità non potrà mai essere definita dalla semplice differenza con gli altri: essa ha infatti una specificità che deve essere ricercata altrove.

Sono tempi duri. La sorella minore di Marek, Berenice, muore di stenti, e anche i genitori rischiano di fare la stessa fine. Così il ragazzo decide di prendere in mano la situazione: per sopravvivere si dà ai piccoli furti, guadagnandosi presto la fama di teppista.

Si unisce così a una banda di ragazzini che, come lui, vivono di espedienti. Essendo il più piccolo, per essere accettato deve ritagliarsi un ruolo.

Quella sera, […] per evitare di farmi pestare, mi misi a raccontare I tre moschettieri. All’alba, mi ero guadagnato  una certa reputazione. Divenni […] Marek il raccontastorie.

Marek è l’unico ebreo della banda, ma nonostante questo isolamento dalla comunità dei suo avi, riesce comunque a ricavare dall’esperienza del gruppo dei preziosi insegnamenti sulla sua cultura:

Grazie alla loro compagnia, scoprii quindi inconsciamente il fondamento stesso del pensiero ebraico: il potere prestigioso della parola.

Ma scopre anche qualcosa che solo in futuro, da adulto, confermerà appieno le sue prime impressioni di bambino:

[…] Scoprii anche che cosa significasse l’assenza della parola.

I miei compagni risolvevano spesso i loro litigi a pugni o a coltellate. […] I combattimenti seguivano un preciso rituale. Dapprima, i ragazzi si studiavano da lontano, come i galli. Si sfidavano con lo sguardo, con i gesti, poi prendevano a insultarsi, a parlare, a discutere. E come sempre accadeva, chi si trovava a corto di argomentazioni colpiva per primo. Così, nel modo più prosaico e pragmatico, scoprii un altro elemento fondamentale della tradizione ebraica: la certezza che la violenza inizia dove finisce la parola.

Ecco dunque il primo risultato del giovane Marek: se la violenza da cui era fuggito non era bastata a definire l’ebraismo, ora l’ebraismo era riuscito a definire la violenza.

Frattanto, Marek legge molti libri: gli sono necessari, se vuole avere storie da raccontare alla banda. Ed è così che incontra anche il libro dei libri, la Bibbia. Ma il primo incontro col testo sacro darà un esito ben diverso dall’aspettativa.

 Il mio primo incontro con la Bibbia fu scioccante. In realtà, a una prima lettura rimasi sconcertato. Pensavo di trovare storie di angeli, come in tutti i libri religiosi. Scoprii una storia «colma di rumore e di furore». Gli uomini si uccidono fra loro. Le figlie seducono i padri. Un fratello ne uccide un altro. […] Una simile violenza mi turbò.

In effetti la Bibbia è una lettura che rivela molte sorprese. Halter lo definisce «il libro più conosciuto al mondo» e al contempo «il libro letto peggio» – quando almeno sia letto.

Quanti di noi, in piena onestà, possono dire di aver letto la Bibbia? Eppure è il libro che definisce almeno una buona metà della nostra identità culturale. E da qui in avanti inizierebbero le sorprese anche per il lettore cristiano: si scopre infatti che le parole di Cristo stesso (il quale, d’altra parte, storicamente altro non fu se non un ebreo) erano perlopiù citazioni letterali dell’Antico Testamento, comune tanto a noi quanto agli ebrei:

Molti pensano che l’Antico Testamento sia una sorta di catalogo dei princìpi di giustizia e di vendetta. Sono sicuro che anche voi […] credete che la celebre esortazione: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», provenga dal Nuovo Testamento.  Eppure, è una delle frasi fondamentali della Bibbia! È contenuta nella Torah, e in particolare nel Levitico. […]

Dice il Levitico: «Il forestiero dimorante presso di voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati  forestieri nel paese d’Egitto». Questa norma di solidarietà, fondamento di qualsiasi relazione umana e alla quale ancora oggi si fa spesso riferimento (segno che è rispettata pochissimo) divenne, oltre tremila anni fa, una delle prime leggi dell’ebraismo.

Ecco dunque che, rilettura dopo rilettura, il Marek bambino cede il passo all’adulto, che a poco a poco si avvicinerà  sempre più al vero significato della Bibbia:

Solo molto tempo dopo ho colto la vera grandezza di questo libro, insita giustamente nelle verità che rivela. Meglio di tutte le testimonianze sulle immense atrocità commesse dagli uomini nel ventesimo secolo, ancora più efficace delle immagini di guerre sanguinose combattute quotidianamente contro i nostri simili e trasmesse quotidianamente dalle televisioni, la Bibbia rispecchia, con una brutalità senza filtro, noi stessi e ciò di cui siamo capaci.

E ciò di cui siamo capaci è fare il male.

 Così si spiega l’apparente crudezza della Bibbia. Ma non è questa, naturalmente, a determinarne la grandezza. Per non dire degli innumerevoli interrogativi generati da una tale implacabilità narrativa: ad esempio, perché Dio permette il male?

La Bibbia racconta la Storia, una Storia che per gli ebrei deve essere esemplare e didascalica. E lo è. Esemplare perché racconta l’evoluzione degli uomini creati «a immagine di Dio». Didascalica perché mette in luce gli sforzi e gli errori di questi stessi uomini. Raffigurando un movimento costante, una storia in continua evoluzione, la Bibbia è fonte infinita di speranza, persegue il tempo del bene che è sempre raggiungibile.  Nulla è mai precluso.

Procedendo nella lettura della Bibbia, ossia ripercorrendo le vicende storiche del popolo ebraico, ogni cosa si illumina, e si arrivano a comprendere due cose: la prima è che, se la Bibbia rivela il male connaturato nell’uomo, essa rappresenta anche l’antidoto a questo male;  e la seconda è che il popolo ebraico non è soltanto un popolo fra i tanti, ma assurge a simbolo dell’intera umanità. Ciò che, ancora una volta, conferma il Marek ormai adulto nella sua scelta di bambino.

L’antidoto al male che sembra senza risposta ha un nome: Legge.

La Legge nomina il male, lo rende visibile, e al contempo indica la via sempre percorribile del bene: «Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te».

[…]

In questo modo, la Bibbia imprime nel cuore dell’uomo la dimensione etica del bene per raggiungere, come dice il Talmud, il suo fine ultimo: dare agli uomini la capacità di vincere il male, di cui essi sono al contempo gli agenti, gli esecutori e le vittime.

La Legge è contenuta nei primi cinque libri della Bibbia, ossia la Torah (termine ebraico che significa appunto “Legge”). Tuttavia, essa non si apprende sotto forma di sterili regolamenti e prescrizioni, ma si desume dalle vicende terrene di uomini esemplari. Esemplari sì, ma tutt’altro che perfetti:

 La Bibbia non cerca di nascondere i difetti degli uomini, al contrario. Non dimenticate, Adamo era un po’ vigliacco, Caino completamente irresponsabile, Noè un debole, Giacobbe ha partecipato a un’azione fraudolenta contro il fratello Esaù. E persino il più grande, il re Davide, ha commesso atti imperdonabili, fra cui far uccidere il marito di una donna di cui si era infatuato.

Nonostante ciò è dalle vicende di questi uomini, i quali, pur camminando nella Legge, sovente la infrangono, che si desume il senso di questa legge; ed esso non può prescindere dalla libertà dell’uomo, e quindi anche dalla sua disobbedienza, e addirittura dalla possibilità per l’uomo di ingaggiare un testa a testa con Dio.

 Nell’ebraismo, a differenza che nel cristianesimo, gli uomini con le loro debolezze e i loro errori non commettono peccato, ma disobbediscono. Per i redattori della Bibbia, il concetto è chiaro: l’uomo ha la possibilità di sfidare Dio.

Del resto, il popolo di Israele porta impresso nel suo stesso nome questa idea di lotta con Dio. Nel libro della Genesi, in uno dei passi più suggestivi e insieme più oscuri della Bibbia, si narra di come Giacobbe abbia avuto un combattimento con l’Angelo del Signore, al termine del quale l’Angelo, non vinto ma neppure vincitore, pone al patriarca il nome di Israele, che in ebraico significa appunto: “Colui che lotta con Dio”.

In seguito, il Talmud dirà che la Legge aveva preceduto Dio. Di conseguenza, l’uomo può sfidare il Signore, e viceversa, perché esistono norme e princìpi al di sopra di entrambi.

Un’obbedienza, dunque, che non è né scontata né frutto di cieca sottomissione, bensì il risultato di un percorso dove non è negata la libertà, e al termine del quale per l’uomo si apre «l’alleanza con Dio». La conseguenza di questo modo di intendere la Legge è che, se da una parte essa può essere rifiutata, anche a discapito dell’uomo, dall’altra, una volta accettata, non può mai essere una mera conformazione allo stato di cose o una convenienza, ma è ogni volta il risultato di una scelta che investe l’intera vita di una persona.

Sarà per questo che, millecinquecento anni dopo la Legge dettata da Mosè, Cristo, da ebreo, si scaglierà contro i farisei, ossia contro coloro che della legge intendevano soltanto la lettera e non lo spirito: coloro che «dicono e non fanno.»

Tra le figure di rilievo che si incontrano nella Bibbia, una in particolare assume un’importanza notevole per la definizione della cultura ebraica: Esdra, un uomo che, secondo il Talmud, «avrebbe meritato di ricevere la Legge, se Mosè non l’avesse preceduto.»

 L’ebraismo considera fondamentale la trasmissione della conoscenza e della saggezza insegnate all’uomo in epoca biblica. Di generazione in generazione, il dovere di insegnare costituisce parte integrante dell’identità ebraica e al contempo, rianimando l’insegnamento originario della saggezza e del bene, diventa strumento di lotta contro il male. Esdra fu il primo a cogliere l’importanza dell’insegnamento e  della trasmissione […].

Esdra vive in un periodo storico drammatico, tanto drammatico da rischiare di determinare la scomparsa del popolo ebraico. Nel 579 a.C., dopo che Nabucodonosor invade la Giudea, gli ebrei vengono deportati in Babilonia. Quando infine la cattività babilonese ha termine, coloro che ritornano alla terra dei padri non trovano altro che distruzione: il tempio di Gerusalemme è stato raso al suolo, e la decadenza della civiltà ha reso gli ebrei dimentichi della Legge. Qui subentra l’azione riformatrice del sacerdote Esdra, deciso a non lasciare che la memoria di un popolo si disperda.

Esdra affianca [al culto all’interno del tempio] un secondo rituale che può essere officiato in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: la lettura pubblica e obbligatoria, per ciascuna comunità, del Libro di Mosè.

Una disposizione apparentemente banale che sconvolge la storia ebraica e presenta nuove modalità rituali che arriveranno fino ai giorni nostri. Il culto sacrificale, antico retaggio di pratiche idolatre, viene definitivamente cancellato dalla conoscenza e dal rispetto dei testi sacri, che trasformano un intero popolo in lettori e letterati. I sacerdoti non sono più i custodi esclusivi della Legge. Gli ebrei, nella loro globalità, diventano il popolo del Libro.

È nel peculiare rapporto con la pagina scritta, che da qui in avanti definirà la cultura ebraica, che quella stessa cultura ha potuto salvarsi allora, ai tempi di Esdra, e poi:

Con il ripetersi di esìli sempre più lontani dalla terra di Israele, gli ebrei, in mancanza di campi da zappare, decisero di coltivare la lingua. Ogni parola divenne un grano da seminare, ogni testo un giardino da arare.

[…]

Dietro ogni libro vi è un nome, una persona. Quindi, distruggere un libro equivale a distruggere una vita umana. Per tale motivo, gli ebrei conservano anche i libri consumati dal tempo, corrosi dall’umidità o disseccati. Quando un testo diventa davvero inutilizzabile, viene sepolto recitando una preghiera proprio come per un essere umano. 

 Il libro, tuttavia, resta pur sempre un mezzo: il fine ultimo di questo imprescindibile strumento è, più ancora della conservazione della memoria, la sua trasmissione.

Il trattato dei padri dice: «Mosè ha ricevuto la Legge sul Sinai e l’ha trasmessa a Giosuè. E Giosuè agli anziani. E gli anziani ai profeti. E i profeti l’hanno trasmessa ai membri della Grande Assemblea che hanno detto tre cose: ‘Siate cauti nei vostri giudizi, istruite numerosi discepoli e costruite una siepe intorno alla Legge’».

La genialità di Esdra […] e di coloro che hanno seguito il suo esempio è stata capire che non era sufficiente racchiudere la saggezza ultima nei libri. Certo, occorre studiare, ma nello stesso tempo e con altrettanta tenacia, bisogna trasmettere.

Ebbene, per trasmettere occorre rimanere in relazione continua con il sapere. L’assiduità dello studio diventa in sé un mezzo di trasmissione. «Un uomo», dice il Talmud, «deve sempre studiare, anche se dimentica ciò che legge, anche se non capisce…» In altre parole, chi trasmette apprende, e chi apprende trasmette. Sono due azioni imprescindibili che formano il popolo del Libro, il popolo delle domande e della memoria, il popolo della Legge e delle risposte.

[…]

E allora […] ogni ebreo diventa un libro.

Ancora duemilatrecento anni dopo Esdra, la storia confermerà nel modo più duro che l’importanza attribuita al libro dalla tradizione ebraica non è casuale:

L’amore per i testi genera l’amore per il sapere, la memoria, il pensiero e infine per la libertà. La Storia non ha mancato occasione per ricordarcelo. Quando un governo combatte i libri, mette a repentaglio la libertà e l’essenza stessa dell’uomo.

Nel 1938, dopo la notte dei cristalli a Berlino, durante la quale i nazisti diedero fuoco a migliaia di libri ebraici o influenzati dall’ebraismo, Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, decide di lasciare Vienna per rifugiarsi in Gran Bretagna. Una folla di giornalisti lo aspetta a Victoria Station, a Londra. Alla domanda: «I tedeschi bruciano i vostri libri. Che cosa faranno ancora?» Lui risponde: «Dopo i libri, bruceranno le persone.»

Fin qui abbiamo avuto modo di apprezzare, tramite alcuni esempi, la sapienza di un popolo; tuttavia non abbiamo ancora risposto alla domanda di partenza: Che cosa significa essere ebrei?  A questo punto l’autore ci accompagna in un percorso dove si enumerano e si spiegano le principali usanze del popolo ebraico: le celebrazioni, i passaggi rituali, gli aspetti della vita quotidiana. Si comprende così che anche quegli aspetti dell’ebraismo che sembrano avere un aspetto meramente esteriore hanno in realtà un profondo significato che li lega alla memoria tramandata nelle Scritture. Vengono poi introdotti gli altri testi che, accanto alla Bibbia, contengono il patrimonio di questo popolo, come il Talmud e la Cabala. Quindi si procede a dare una serie di definizioni a vari termini che spesso ingenerano confusione: ad esempio, si dice quali differenze sussistano fra i termini israeliano e israelita, o tra giudeo ed ebreo. Tutto questo si trova nel libro presentato, e lasciamo a quanti di voi lo desiderassero la possibilità di cercare tali definizioni tra le sue pagine.  Dopo aver fornito le dovute spiegazioni, però, è l’autore stesso a ritenere necessario fare un passo indietro:

[…] Non ho la pretesa di tracciare un ritratto esaustivo di noi ebrei. Una tale ambizione sarebbe folle e persino impropria. E anche voler descrivere l’ebraismo a grandi linee è un’impresa destinata al fallimento. Da secoli, numerosi teologi e filosofi, ebrei e non, si sono cimentati in una simile avventura con rara ostinazione. Tuttavia, nessuno è mai riuscito a dare una definizione dell’ebraismo.

Ciò che mi sorprende non è tanto il fallimento quanto la volontà di riuscire a tutti i costi. Certo, è comprensibile che un’antichissima civiltà come quella ebraica desti grande interesse a livello teologico, storico, antropologico, archeologico, sociologico e persino linguistico. Ma l’idea di ingabbiare un pensiero, una cultura, un popolo vivente e poliedrico dentro definizioni che si presumono irrevocabili mi sembrava alquanto malsana.

Forse perché chi cercò di «ingabbiare» questo popolo dentro maldestre definizioni con deviate pretese scientifiche poi tentò anche, fuor di metafora, di ingabbiare e quindi cancellare per sempre la memoria dei suoi rappresentanti. Ma, come sappiamo, anche quell’aberrante tentativo è fallito.

 

Stefano Ciaponi

 

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LA STATUA DI ZEUS

Disse, e con le nere sopracciglia il Cronide accennò; le chiome ambrosie del sire si scompigliarono sul capo immortale: scosse tutto l’Olimpo“.                       

                                                                                                       Strabone,Geografia,libro VIII 3,30

Una statua romana di "Zeus Olimpio", marmo (restaurata), probabile copia della colossale statua di Fidia, San Pietroburgo, Ermitage.

Una statua romana di “Zeus Olimpio”, marmo (restaurata), probabile copia della colossale statua di Fidia, San Pietroburgo, Ermitage.

La statua di Zeus,crisoelefantina(realizzata in oro),opera dello scultore e architetto Fidia si trovava a Olimpia un importante centro amministrativo e religioso della Grecia occidentale,dove si tenevano regolarmente celebrazioni in onore del dio Zeus che comprendevano anche competizioni atletiche.

Realizzata nel 436 a.C.,collocata nella navata centrale del Tempio di Zeus,oggi distrutta a causa di un incendio, venne considerata una delle sette meraviglie del mondo antico.

Ricostruzione della sistemazione della statua nel tempio

Ricostruzione della sistemazione della statua nel tempio

Dopo aver dimostrato la sua bravura inaugurando l‘Atena Parthènos, collocata all’interno del Partenone,i sacerdoti del tempio scelsero di affidarli anche la realizzazione della statua del Dio Zeus.

L’opera rimase nel santuario per oltre 800 anni suscitando stupore e meraviglia nei fedeli.Secondo lo storico romano Svetonio perfino l’imperatore Caligola,durante il suo regno (37-41) cercò con tutti i mezzi possibili di portare la statua a Roma.

Uno storico bizantino dell’ XI secolo Cedreno lasciò scritto che all’inizio del V secolo la statua entrò a far parte della collezione di opere d’arte pagana dell’ alto funzionario Lauso,fino all’incendio del 475 che distrusse l’intera collezione.

Fino al 1955-56 gli unici documenti rimasti relativi alla statua di Zeus consistevano in alcune monete romane e gemme incise.

Moneta romana raffigurante Zeus,Firenze,Museo Archeologico

Moneta romana raffigurante Zeus,Firenze,Museo Archeologico

In quegli anni nei pressi del luogo considerato la Bottega di Fidia, furono scoperte le matrici in terracotta usate per la lavorazione del manto.

La Bottega di Fidia

La Bottega di Fidia

Della statua non rimangono copie nonostante la sua importanza nel mondo antico;tuttavia l’opera risulta ampiamente, dettagliatamente descritta da autori del mondo greco e latino.Secondo le numerose descrizioni proveniente da scrittori classici, la scultura superava i 12 metri di altezza con un basamento di più di 6 metri per 10.La monumentalità era accentuata dalla sua altezza rispetto alla dimensione del tempio,tanto che Strabone ebbe a scrivere che “se il Dio si fosse alzato in piedi, avrebbe scoperchiato il tempio“.

Ricostruzione fantastica della statua di Zeus in una stampa del XVI secolo

Ricostruzione fantastica della statua di Zeus in una stampa del XVI secolo

Un’altra descrizione dettagliata di questa scultura ci viene anche dallo scrittore geografo greco antico di origine asiatica Pausania il Perigeta(II secolo d.C.):Zeus reggeva sulla mano destra una Nike( personificazione della vittoria),mentre nella sinistra teneva uno scettro su cui poggiava l’aquila d’oro,simbolo della divinità.

zeus

Matilde Cucchi e Marta Francesca Spini

( studentesse, scuola secondaria di primo grado)

IL PAESE DEI PRESEPI

CRONISTORIA DI UNA TRADIZIONE DIVENUTA ORMAI IMPRESCINDIBILE

Il presepe. Dai tempi del primo presepe vivente allestito da San Francesco di ritorno dalla Terrasanta, presidiata dai saraceni e dunque interdetta ai cristiani, la tradizione di mettere in scena la natività del Salvatore è divenuta la più caratteristica per onorare il Natale. A partire dal 1988, ininterrottamente, per ben un quarto di secolo, con costanza, passione, impegno, tempo, denaro, tra mille difficoltà ma sempre con lo stesso entusiasmo, anche Talamona contribuisce a dare qualche sfumatura in più a questa tradizione secolare. Ciascuna contrada, mettendo in campo i propri volontari, da una sua interpretazione personale della rappresentazione dell’evento fondamentale della cristianità. Chi si mantiene sul classico rappresentando i luoghi originali con le case bianche dal tetto piatto, la sabbia, i viandanti coi dromedari, gli asini e i cavalli. Chi vira questa classicità al nostro ambiente montano rappresentando pastori, case e luoghi che somigliano alla nostra gente, alle nostre case, ai nostri luoghi, reinventandoli in modo immaginario oppure riproducendo perfettamente luoghi reali in particolar modo Talamona com’era una volta in modo da coniugare la tradizione religiosa ad una sorta di memoria storica locale. Chi crea rappresentazioni statiche e chi le integra con effetti luminosi oppure meccanici in modo da stupire l’osservatore. E chi di anno in anno propone soluzioni di volta in volta inedite ed originali ognuno seguendo la sua ispirazione e la sua fantasia e utilizzando i materiali più diversi. Per qualche anno per esempio in località Ca di Rish un presepe è stato allestito sulle fronde di un albero mentre un altro in via San Giorgio presso una casa privata è stato creato con delle ombre su di un panno ed infine un presepe molto bello con sagome colorate di cartone, è stato allestito per qualche anno nei pressi della cascata in località Civasca, un anno in particolare fece particolarmente effetto per via della cascata ghiacciata. Di volta in volta si sono creati presepi di stoffa, con la frutta secca, le pannocchie, i ricci delle castagne eccetera. Persino i pompieri per tre anni di fila hanno adibito a presepe un loro mezzo per aderire a questa manifestazione. Con gli anni c’è chi si è mantenuto sempre costante nella sua adesione, come i volontari della via Erbosta e quelli di Case Giovanni, e chi ha aderito solo per qualche edizione poi ha smesso, chi ha smesso poi ha ripreso, chi ha cambiato posto. Solo un anno ha visto registrarsi un calo d’entusiasmo con la realizzazione di soli 14 presepi mentre di solito ci si è sempre mantenuti su una media di venti fino ad arrivare ai 24 della scorsa edizione e ai 21 di questa. E pensare che tutto era partito senza troppo slancio i primi anni, su iniziativa di un eterogeneo gruppo di persone. Da una parte tutti coloro che ruotavano intorno alla Pro Loco che proprio in quegli stessi anni andava costituendosi e dall’altra da un gruppo formato dal comune e dai commercianti che indirono il primo Natale talamonese con tutta una serie di manifestazioni, tra cui appunto anche i presepi, per ragioni di solidarietà, per comprare cioè un pullmino all’oratorio. Negli anni immediatamente successivi si pensò di trasformare la manifestazione in una sorta di concorso con una giuria esterna a Talamona convocata da Savina Maggi, coinvolta in questa tradizione, che si è poi evoluta negli anni,sin dai suoi esordi, sia in veste di membro della Pro Loco (quest’anno presidente) sia come amministratore negli anni in cui è stata assessore in Comune, una giuria che votava ogni anno il presepe più bello. Dopo pochi anni i volontari hanno espresso parere contrario al fatto di gareggiare tra loro e la cosa non si è più fatta. È rimasta la volontà di creare i presepi ognuno secondo il proprio sentire, si è intensificata sempre di più nel tempo l’accoglienza verso i visitatori che sono circa 7-8 mila ogni anno e che vengono anche da fuori provincia organizzando pullman appositamente, ricompensati poi con dolci, vin brulé, sconti nei ristoranti, ma soprattutto con le emozioni e con le atmosfere particolari che i presepi sanno dare e che chi li realizza sa abilmente accentuare attraverso sottofondi musicali, luci soffuse e attraverso la scelta del luogo dove il presepe viene allestito, ad ulteriore riprova di come i presepi siano una vera e propria arte nonché un mezzo per difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura in un mondo di culture che sempre più si incontrano, si mescolano e talvolta si scontrano, una tradizione che vuole rappresentare la pace e la fratellanza tra i popoli, una tradizione che altri comuni della provincia come Morbegno e la Val Tartano stanno provando a mettere in scena da alcuni anni e attorno alla quale si sono sviluppate tante altre iniziative come le vetrine decorate, i mercatini, le letterine a babbo Natale, le Befane, i concerti della filarmonica, i tornei di beneficienza, le lotterie eccetera. Una tradizione che riunisce più generazioni e che si trasmette attraverso le generazioni perché solo se i giovani raccoglieranno con lo stesso entusiasmo il testimone dei veterani (alcuni dei quali attualmente purtroppo non ci sono più) questa cosa potrà avere un futuro, solo se l’impegno e la volontà non verranno mai a mancare nonostante la crisi e le difficoltà che possono verificarsi e ovviamente se non verrà mai a mancare l’affetto e la partecipazione popolare.Per ragioni d’età io sono tra quelli che non possono dire di aver conosciuto Talamona senza la tradizione annuale dei presepi. Ho cominciato ad interessarmene quando ero molto piccola, perché ai presepi si dedicavano i temi natalizi alle scuole elementari e perché in quegli anni anche la mia contrada allestiva un presepe e io dovevo compiere solo pochi passi per andarlo a vedere. È stato quello il primo presepe che vidi. Era il 1996 e il presepe stava davanti casa di un mio coetaneo Bruno Tirinzoni credo che lo avesse realizzato suo padre. Ricordo che, come continuano ad essere tuttora molti presepi, era molto curato nei dettagli. Era costruito con paglia legno e granturco e oltre alla capanna della natività contava cinque case che parevano istantanee su un altro mondo come se da un momento all’altro come per magia dovessero prendere vita, una sensazione che tutti i presepi, nel corso del tempo hanno sempre saputo trasmettere più o meno efficacemente alcuni più di altri. Una di queste case mi aveva colpita particolarmente perché aveva la scala esterna e il terrazzo. Uno dei primi giri completi dei presepi che mi ricordo di aver fatto è stato nel 2001. Quell’anno presi pure la navetta per la prima volta. Fino al 2005 sono andata piuttosto regolarmente per poi diradare le visite fino a quest’anno. Per essere sicura di fare un bel giro e di vedere tutto per bene ho dedicato ben tre giornate ai presepi spostandomi sempre a piedi e camminando anche per viuzze che, nonostante sia nata e vissuta sempre qui, non avevo mai percorso. È incredibile. Si sogna di conoscere il mondo, ci si ritrova spesso a fantasticare di luoghi molto lontani e poi si scopre di non conoscere poi così bene neppure i luoghi in cui si è nati. Molte zone di Talamona danno la sensazione di tornare indietro di almeno due secoli perché l’urbanistica non è mai cambiata. Ci sono ancora gli acciottolati, i viottoli angusti, le panche di pietra dove ai vecchi piace sedere d’estate a prendere aria fresca e chiacchierare, ci sono ancora le vecchie case fatiscenti in muratura a secco, le vecchie stalle testimoni ormai muti di vite amene, un contatto diretto col passato che in molte grandi città non viene percepito nella vita di ogni giorno. Molte di queste vestigia vengono utilizzate per allestirvi i presepi ed è facile accorgersene perché nei pressi di un presepe l’aria è impregnata dell’odore del vin brulé. Ciascun presepe un’opera d’arte, una storia che parla al cuore di ognuno a seconda della sua personale sensibilità. Lascerò or dunque che siano loro a parlare anche con l’aiuto dei volontari che si impegnano ogni anno per realizzarli.

Presepe 1 al Tempietto degli alpini

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Presente nella rassegna dei presepi dal 2000 a fasi alterne il gruppo degli alpini sceglie di allestire presepi di volta in volta ispirati alle tematiche della natura e ai fatti di cronaca salienti di ogni anno. Personalmente ricordo un anno (ma non l’anno preciso) in cui vidi un presepe del gruppo che parlava proprio di loro, in cui gli alpini si erano rappresentati come i personaggi del racconto della natività. Realizzato sempre prevalentemente all’interno del tempietto vero e proprio, quest’anno si è deciso invece di utilizzare un piccolo rilievo esterno per creare un presepe ispirato alla natività classica ma fatto in modo che ci si potesse camminare dentro diventando parte della storia, una prerogativa che finora è sempre stata del presepe sul fiume di case Giovanni.

Presepe 2 località Sassella

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Presente nella rassegna per il secondo anno consecutivo questo presepe è nato da un’idea di un giovane mio coetaneo Gianpaolo Luzzi che negli anni precedenti lo allestiva all’oratorio ma da quest’anno ha pensato di  allestirlo in una baita per creare l’atmosfera del pellegrinaggio, il pellegrinaggio nei luoghi santi. Questo presepe infatti si può raggiungere solo attraverso sentieri montani che i volontari badano a tenere costantemente  puliti ed agibili fornendo anche lanterne per le ore più buie, sentieri che conducono in un luogo ameno con una splendida vista su tutta la vallata sottostante e punteggiato di vecchie stalle (oltre a quella che ospita il presepe) che si sta pensando di ristrutturare. Cio che cambia rispetto all’allestimento dello scorso anno è il fatto di aver utilizzato tutto lo spazio disponibile e di aver riprodotto una cascata che scorre nelle vicinanze. Le statuine che animano questa piccola stanza con il racconto della natività sono statuine storiche: sono infatti quelle del primo presepe di case Giovanni che non era ancora quello classico sul fiume, ma era stato allestito in un prato nelle vicinanze. L’idea dei presepi nacque proprio così quasi per caso. Qualcuno quell’anno decise di realizzare il suo presepe fuori casa e così si è deciso che ogni contrada avrebbe allestito il suo. Quest’anno il presepe della località Sassella si erge a pretesto per raccontare un evento molto importante: la giornata mondiale della gioventù organizzata da papa Francesco a Rio de Janeiro cui ha partecipato il giovane ideatore di questo presepe con sua sorella Sabrina (che si è prestata per raccontarmi tutto). Questa esperienza ha fatto scoprire loro il valore della testimonianza di fede, un valore che i presepi possono contribuire a veicolare.

Presepe 3 a case Giovanni

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Se non altro perché è uno dei due presepi che in venticinque anni di manifestazione non è mai mancato questo presepe si può considerare il classico, il simbolo del paese dei presepi, quello che più attrae ed incuriosisce per il fatto di essere un presepe costruito quasi a grandezza naturale sul torrente Roncaiola, animato da congegni meccanici a rappresentazione della vita di una volta, degli antichi mestieri, un presepe dentro cui ci si può immergere attraverso cui si può passeggiare osservando da vicino le case particolareggiate e tutti gli edifici che ricreano perfettamente un piccolo villaggio montano. Una magia che per essere creata e per funzionare sempre bene ha bisogno di tempo e pazienza di fantasia per far si che dei semplici pezzi di legno possano essere trasformati in personaggi ognuno con una storia. Un’idea quella di far sentire i visitatori parte del presepe che fin da subito si è rivelata vincente. Il bello di questo presepe è che appena si giunge in visita c’è la possibilità di ammirarlo nel suo insieme, ma poi ci si avvicina e lo si visita come se fosse un centro abitato vivo. L’idea di animarlo è venuta col tempo, si sono trovati dei meccanici disponibili a creare e a far funzionare i congegni necessari. Lo spazio occupato sul fiume non è sempre della medesima estensione. Quest’anno è stato particolarmente studiato in modo da consentire ai visitatori di fotografarlo nel suo insieme dal ponte. Mi ricordo di un anno in cui lo vidi ricoperto dalla neve e mi fece particolarmente effetto. Nessun presepe è mai stato ne sarà mai decorato con neve vera su un fiume vero. Ogni anno questo presepe, pur rimanendo sostanzialmente fedele a se stesso, cerca di portare elementi di novità. Se quest’anno nella capanna della natività troviamo un giro di angeli in una edizione passata è capitato di trovare le foto di tutti i presepi. Nessuna statua è mai realizzata e disposta a caso. l’intento è quello di rappresentare un nucleo familiare per ogni casa, una vera e propria istantanea di vita di una volta.

Presepe 4 in via Sassella

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Presente nella rassegna dal 2003 in dieci anni si sono realizzati vari allestimenti. Di fronte rispetto a dove si trova ora, poco più lontano, ma sempre in esterna con la necessità di ricoprirlo con una tettoia. Quest’anno si è scelto di collocare il presepe all’interno di questa stalla per creare un ambiente caratteristico perché è proprio in una stalla che si svolge la storia originale della natività ed è ora sempre una mangiatoia che ne ospita una originale versione ambientata in un paese che somiglia più a quello delle nostre valli che ai luoghi originari, un paese riprodotto nei minimi dettagli mettendo insieme luoghi reali e immaginari a seconda di come ispira la fantasia.

Presepe 5 a ca’ Perlini

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Presenti nella rassegna da cinque anni sempre nello stesso luogo i volontari di Ca’ Perlini propongono ogni anno presepi completamente diversi dagli anni precedenti. Ogni anno smontano e rimontano il tutto ripartendo completamente da zero.Quest’anno chi è giunto in visita ha potuto osservare un presepe che stupisce per i suoi dettagli minuziosi nonostante la scala ridotta e per la presenza di una teleferica animata. Perfetto amalgama tra luoghi reali e dell’immaginario un altro elemento degno di nota è la presenza del Colosseo di Roma al posto della classica capanna della natività qui collocata per sfatare il mito secondo il quale il Colosseo sarebbe stato teatro dei supplizi dei primi cristiani.

Presepe 6 in via Spini

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Presenti nella rassegna da più di dieci anni, nel corso del tempo, i volontari della via Spini hanno utilizzato, per allestire il loro presepe, tutte le stalle disponibili nei dintorni, stabilendosi poi in questa che ha accolto quest’anno i visitatori da una decina d’anni. I volontari mettono un grande impegno nella realizzazione del loro presepe. Già nel mese di ottobre cominciano ad ideare il progetto e ad allestirlo. Nel corso degli anni si sono alternati presepi di varia fattura da quelli fatti col legno a presepi realizzati con la sabbia volti a ricreare i luoghi originali del racconto della natività eccetera. Una nota positiva è la totale partecipazione di tutti gli abitanti della via. Chi non partecipa direttamente all’allestimento del presepe fa a turno per accogliere i visitatori. Quest’anno, in occasione del venticinquesimo anniversario, si è pensato di allestire un presepe simile al presepe delle origini fatto col muschio, il primo presepe allestito da questa contrada.

Presepe 7 di Ca’ di Sarac

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Presente da circa cinque-sei anni questo presepe si caratterizza per il fatto di essere un’iniziativa portata avanti da giovani che hanno coinvolto le loro famiglie e non come di solito succede per altri presepi un passaggio di testimone tra la vecchia guardia e i giovani. Un presepe cui ogni anno, senza cambi radicali, si cerca di portare elementi di novità per non annoiare chi arriva in visita e che viene accolto con entusiasmo da questo gruppo di giovani con la stessa passione che dedicano nel creare un presepe ricco di dettagli e animato da effetti luminosi e meccanici dati da tutta una serie di ingranaggi nascosti sotto il presepe vero e proprio come nei capolavori dei maestri orologiai. Un entusiasmo che è un peccato lasciar scemare senza porre in controparte una migliore valorizzazione visto e considerato il fatto che tutti, amministratori e popolo, dichiarano di tenere molto a questa iniziativa. Dentro un edificio di pietre in muratura a secco si giunge a cospetto di un borgo incantato i cui dettagli, presi da alcuni luoghi reali, sono stati abilmente reinventati per creare un borgo realistico, ma al tempo stesso sospeso nel tempo, reso ancor più incantato dalla neve riprodotta col cotone e dagli effetti luminosi che rappresentano l’alternarsi del giorno e della notte. Elemento di novità nel panorama dei presepi è la presenza di una pista da sci e di una funivia.

Presepe 8 di case Barri

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Attivo da venticinque anni in modo non continuativo per molti anni è stato allestito vicino al ristorante che da sulla statale ogni anno in modo diverso senza uno specifico progetto, ma con un occhio di riguardo alla nostra terra e alle nostre tradizioni. Da due anni a questa parte i volontari di case Barri hanno trovato un allestimento più caratteristico in una stalla dove ancora fino a pochi anni fa venivano custodite le mucche, un allestimento ritenuto a ragione più caratteristico per la sacra rappresentazione col muschio i ciuffi d’abete e le classiche statue di ceramica.

Presepe 9 del Gruppo della Gioia

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Presenti nella rassegna dal 2001 i volontari del gruppo della gioia, attivo dal 1998 nel prestare assistenza alle categorie sociali più bisognosi, nel corso degli anni ha alternato varie sedi che hanno fatto da cornice all’allestimento del presepe. Dapprima la sede del gruppo anziani poi la casa arcobaleno in via Valenti e poi la nuova sede sopra la palestra comunale. Uno dei primi presepi realizzati da questo gruppo è stato particolarmente originale perché conteneva i soprannomi di tutti i volontari. Di anno in anno per realizzare il presepe ci si trova tutti insieme e si mettono a confronto varie idee.Il presepe di quest’anno qualcuno lo giudica il migliore di tutti quelli realizzati dal gruppo sinora ed è nato dall’idea della madre di un ragazzo diversamente abile che è anche catechista con l’idea di coinvolgere i bambini che frequentano il catechismo e ispirandosi alla natura. I materiali di realizzazione sono infatti naturali, offerti spontaneamente dalla natura, come ricci di castagne e legno. I bambini si sono divertiti a raccoglierli e a realizzare ciascuno la propria statua personale intenta nello svolgere un compito specifico e che ciascun bambino ha potuto personalizzare aggiungendo il proprio nome con una stellina. È proprio il massimo coinvolgimento dei bambini la nota di merito di questo presepe.

Presepe 10 al bar La Terrazza.

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Presente a Talamona da quando la cooperativa CONAD si è trasferita nella sua sede attuale, il bar LA TERRAZZA nel corso degli anni ha spesso cambiato nome e gestione ma ha sempre proposto il suo presepe in uno stile classico, piccolo col muschio incorniciato da una sorta di tettoia di aghi di abete rosso. Quest’anno invece si è voluti puntare sull’originalità ed effettivamente il presepe proposto si candida ad essere uno dei più originali dell’ intera manifestazione

Presepe 11 della Sciaresola

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Un presepe a conduzione familiare da parte della stessa famiglia che manda avanti l’agriturismo Sciaresola e che ha partecipato ogni anno tranne uno, quando cioè e stato aperto l’agriturismo nella sede attualee anche il presepe si è spostato dalla sede di Via Valenti all’attuale. Ogni anno viene proposto un tema diverso, anche a seconda dei temi dell’annata, con uno stile originale ed estroso per un risultato che vuole essere semplice e significativo al tempo stesso. Un anno per esempio è stato proposto il presepe del contadino, mentre un altro anno il presepe dedicato alla famiglia con la foto della famiglia Sassella al posto di un presepe vero e proprio. Quest’anno abbiamo il presepe alla rovescia a simbolleggiare il mondo sempre più privato di valori e di punti di riferimento, dove tutto sembra andare appunto alla rovescia tranne la famiglia e la casa del Signore.

Presepe 12 di via Mazzoni

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Per tutti gli anni Novanta questo presepe è stato allestito sotto un portico nelle vicinanze della sede attuale presso un cortile esterno ed era un gruppo diverso da quello attuale ad occuparsene, un gruppo che non ha più potuto seguire la cosa a causa di varie problematiche personali e familiari. Dal 1995 al 2008 dunque questo presepe non è più stato fatto finchè poi, appunto nel 2008 il gruppo attuale se ne è interessato e il presepe ha cominciato ad essere allestito nella sede attuale ogni anno con tematiche diverse ma sempre inerenti alla montagna alle sue attività alla vita quotidiana. Una volta una vigna, un’altra volta gli alpeggi dove si produce il formaggio, un’altra volta ancora i campi coltivati, lo scorso anno la riproduzione della piazza di Talamona e quest’anno la riproduzione di un borgo di alta montagna. Elemento costante e di originalità di questo presepe è l’effetto luminoso che alterna il giorno e la notte riproducendo perfettamente il tramonto il cielo stellato e una nuova alba.

Presepe 13 della località Civasca

 

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Nella sede attuale, una piccola casetta di via Civasca, questo presepe si trova per il secondo anno consecutivo e rispetto all’ edizione dello scorso anno non ci sono differenze sostanziali. Due anni fa invece il presepe era stato realizzato in vetro presso l’attuale sede del bar PANCAFFE’.

Presepe 14 dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”

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Questo è uno dei pochi presepi presso cui non ci sono persone che accolgono i visitatori. Personalmente ricordo la partecipazione dell’istituto comprensivo dai primi anni Duemila, ma in una sede diversa vicino al fioraio Barlascini, dall’altro lato della strada. Ricordo ogni anno presepi molto colorati realizzati soprattutto con carta e stoffa non molto grandi. Da quando è stata ristrutturata la Casa Uboldi ed è stata scelta come sede della nuova biblioteca la collaborazione tra quest’ultima e l’istituto scolastico si è intensificata attraverso la promozione di varie attività e laboratori e spostando anche il presepe proposto dalle scuole nella sede della casa Uboldi, un presepe realizzato attraverso pannelli che nelle edizioni precedenti venivano applicati alle vetrate mentre quest’anno sono stati appesi alla parete e mescolati nell’allestimento della mostra sul volontariato e del mercatino dei libri a favore del GFB ONLUS.Un elemento di novità di quest’anno è stato anche il piccolo presepe di Santiago di Compostela proposto dal signor Walter Orioli che proprio col racconto del suo pellegrinaggio ha aperto la nuova stagione culturale alla Casa Uboldi.

I presepi al museo etnografico nei sotterranei della chiesa. Quella dei presepi è una tradizione talmente radicata che ad un certo punto si è sentito il bisogno di prendere quelli più belli e di riprodurli esattamente nel piccolo museo etnografico di Talamona che si trova nei sotterranei della chiesa parrocchiale e che è stato creato col contributo di tutti i talamonesi, una sorta di museo della nostra memoria, della nostra cultura, delle nostre usanze, della nostra identità, un contesto di cui, da molti anni a questa parte, fanno parte anche i presepi. Tutto è cominciato nel 2009 quando anche il gruppo anziani ha deciso di realizzare il suo presepe e ha deciso di realizzarlo proprio presso il museo integrando l’accoglienza ai visitatori con vere e proprie dimostrazioni di antichi mestieri. Quel presepe non è più stato tolto e anche le successive edizioni hanno pian piano preso il loro posto accanto a quella prima insieme con i presepi più significativi di tutte le altre contrade.

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Una delle edizioni del presepe dell’associazione Amici degli Anziani

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Riproduzione della via Mazzoni in un presepe dello scorso anno (2012)

Presepe 16 Scuola per l’infanzia statale

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Quest’anno anche la scuola per l’infanzia statale ha voluto allestire qui il suo presepe realizzato con la stoffa. Elemento di originalità è stato il fatto di aver creato ciascuna statuina con un bigliettino dove i bambini hanno scritto i loro pensieri, i loro desideri, i propositi per l’anno nuovo e quant’altro.

Presepe 17 della fondazione Scuola per l’infanzia

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Un altro presepe che si presenta da se e che vista l’agevole collocazione ho potuto visitare praticamente tutti gli anni senza riscontrare troppi cambiamenti di sorta. Un presepe essenziale che non è stato tutti gli anni sempre di uguali dimensioni e che per almeno un anno è stato fatto con pannelli colorati, ma che sa trasmettere lo spirito del Natale e la gioia che esso infonde sui bambini.

Presepe 18 dell’Oratorio

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Da alcuni anni l’oratorio partecipa alla manifestazione dei presepi. Quale iniziativa meglio di questa può essere in grado di far avvicinare i ragazzi a queste tematiche? Ogni anno almeno un presepe cerca di proporre l’ambientazione originale della natività. Quest’anno lo ha fatto questo presepe per l’allestimento del quale don Stefano ha messo a disposizione il suo garage e i suoi ragazzi come comitato d’accoglienza.

Presepe 19 nel cortile degli Spinetti.

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Questo è un altro dei pochi presepi caratterizzato dal fatto di non aver mai avuto un comitato d’accoglienza e dall’essenzialità delle idee. Addirittura nel 2005 questa contrada ideò il presepe che non c’è. In una nicchia incorniciata di aghi di abete rosso campeggiava una scritta in elegante corsivo che diceva IL VERO PRESEPE E’ NEL CUORE DEI CREDENTI. Un’idea minimalista che scatenò non poche polemiche, ma che personalmente credo andasse apprezzata per il suo messaggio. Anche quest’anno senza arrivare ad eccessi minimalisti si può comunque notare l’essenzialità estrema della rappresentazione.

Presepe 20 di via Erbosta

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Questo è l’altro presepe, insieme a quello di case Giovanni che in venticinque anni non ha mai saltato un’edizione. Fedele nella locazione, fedele nella rappresentazione, sempre di ambiente montano col muschio e le statuine di ceramica con qualche piccolissima variazione da un anno all’altro. Da 25 anni a questa parte sono sempre le stesse persone che si occupano del presepe perché non c’è stato un ricambio generazionale.Quest’anno i volontari della via Erbosta si sono impegnati a ricreare perfettamente Talamona e i suoi dintorni fino agli alpeggi così come apparivano circa 50-60 anni fa quando in cima al paese c’era una centralina alimentata con una turbina che a sua volta alimentava i mulini e le segherie che sorgevano ed esercitavano le loro attività lungo un torrentello che attraversava l’intero paese. Il tutto riprodotto perfettamente in scala.

Presepe 21 dell’asilo nido

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Un presepe che è una costante da diversi anni a questa parte più o meno da quando l’asilo nido è stato costituito e che ha sempre avuto come tematica principale la fantasia dei bambini di saper vedere di tutto in ogni cosa.Non si è in grado di comprendere questo presepe se non lo si guarda con gli occhi di un bambino. Un adulto non riuscirà mai a collegare questi oggetti a dei personaggi non solo di un presepe, ma di una qualunque rappresentazione mentre un bambino non guarda mai le cose per come sono ma le trasfigura nel suo immaginario.

Presepe fuori concorso

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Anche al punto informazioni della Pro Loco in piazza viene allestito un piccolo presepe alla finestra che però non fa parte della manifestazione vera e propria. E con quest’ultimo presepe considerando anche quello vivente della via Cerri che da luogo ogni anno ad una vera e propria processione siamo giunti alla fine di questo viaggio, un viaggio nella memoria e nelle emozioni, un viaggio dove molti dettagli sfumano lungo il cammino, ma ciò che non si perde mai ed anzi rimane intatta è la passione, quella passione che, si spera, possa consentire di continuare questo viaggio per moltissimo tempo ancora.

Antonella Alemanni

TRADIZIONI TALAMONESI

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 LA LATTERIA  CENTRO DI VITA SOCIALE

                                                                               Guido Combi (GISM)

A Talamona di latterie sociali ce n’erano tre, ora ne è rimasta una sola: la latteria Coseggio. Le altre due, quella di via Cerri e la Valenti, la più antica, prima una, poi l’altra hanno cessato la loro attività.

I piccoli allevatori sono diminuiti di numero, fino quasi a sparire. Sono sorte, invece, poche grandi aziende di allevamento e questo fenomeno ha segnato la sorte delle latterie sociali.

Eppure queste latterie hanno svolto una funzione molto importante nella nostra società talamonese fino a non molto tempo fa.

Sono nate, appunto, come latterie sociali, mentre in altri paesi valtellinesi erano sorte latterie turnarie che avevano una struttura organizzativa diversa: Quando? Perché? Chi le ha fatte nascere? Qual era l’ambiente sociale in cui sono sorte? Come erano strutturate?  Che tipo di statuto hanno adottato ciascuna di esse? Quali erano i poteri dell’ assemblea dei soci e del consiglio? Quando si riunivano? Quanti erano i soci di ciascuna? Quanto latte lavoravano?…e si potrebbe continuare con i quesiti.

Mi sembrano domande interessanti che giro agli studenti dell’Istituto comprensivo, perché possano indagare, alla ricerca di documenti che le latterie conservano e di testimonianze dirette da parte di vecchi soci, di una parte  sicuramente importante di vita e di storia economico-sociale  del nostro paese.

Essendo stata la componente contadina di primaria importanza nella realtà talamonese e non solo, fino verso la fine del secolo scorso, anche l’allevamento delle mucche, di solito da una a  quattro/cinque, per ogni nucleo familiare, secondo la composizione e secondo l’estensione dei terreni a prato posseduti, salvo poche aziende con numeri maggiori, era importante.

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In moltissime famiglie di coltivatori diretti, la consistenza della stalla, ha influito sulla  strutturazione e sui rapporti all’interno della singola famiglia e sul suo tenore di vita, evitando a volte l’emigrazione della nostra gente. Ricordo che eravamo ancora nel periodo della famiglia patriarcale, nel mondo contadino.

Qui, come si sarà capito, non intendo affrontare il tema dal punto di vista storico-sociale, come ho già spiegato, ma, sulla base dei ricordi, ricostruire la vita che si svolgeva attorno  e dentro  una latteria, anche  per la  conoscenza diretta che ho avuto, ricoprendo l’incarico di segretario della Latteria Valenti  per due  anni sociali  dal 1959 al 1961.

Bacini di utenza

Come sappiamo, le latterie erano tre, ciascuna con un bacino di utenza territorialmente abbastanza vasto.

Sulla latteria Cerri gravitavano le contrade Barri, Cerri, Serterio, Cà di Feree. Alcuni contadini di Case Barri avevano le mucche alla Torraccia, sul confine col Comune di Forcola, e da lì portavano il latte ogni giorno.

La latteria Coseggio era il punto di conferimento delle contrade Ursìn, Cusécc suro e sut, Ca di Giuàn , Saràc, Batirìn, Culumbìn, Perlìn, Mariöi, Munt Mars. Alcuni avevano le mucche, in certi periodi,  in Ciif e in Sasélo. C’erano anche soci di Cà di Gado e Cà di Ferèe. Il latte veniva portato anche da Cà di Risc e da Cà dul Màrtul, nel periodo autunnale e primaverile, quando le mucche vi venivano portate per il pascolo e il consumo de fieno.

La latteria Valenti, la più grossa, serviva i soci di via Mazzoni, Via Valenti, Via Torre, Ranciga fino a Cà la  Vulp, la zona della Piazza, i Tarabìn, cioè via Erbosta.

Se si pensa ai tanti soci che conferivano il latte, mattino e sera, da Ottobre a Maggio, è facile immaginare come le strade di Talamona, allora libere dalle auto, selciate col “grisc”, fossero percorse da moltissime persone dirette verso i tre punti di raccolta del latte. I recipienti usati era vari: i “brentéi”, “i baldi” (i secchi per i non talamonesi), “el segi”, a volte due, portate “cul bàgiul” quando il latte era tanto. Poi c’erano molte persone, in prevalenza  ragazzi, che, di solito alla sera, pochi al mattino, si recavano alla latteria a comperare il latte fresco appena munto, o il burro fresco.

Luogo di ritrovo

La sera, soprattutto, al mattina andavano tutti di fretta perché c’erano ancora i lavori della stalla da fare, la latteria era un punto  di aggregazione, di incontro di amici, di scambio di notizie, di esperienze, di battute, di complimenti alle ragazze e anche di “filarini”, lontano dal controllo dei genitori.

Io abitavo di fronte al mulino Manzoni e vedevo passare questa processione tutte le sere davanti a casa mia.

Da ragazzino, andavo a prendere il latte alla latteria Coseggio, che è a due passi e, fuori, nel cortile o sulla strada, appoggiati al muro di cinta, sostavano sempre  parecchi giovanotti, in  camicia, con le maniche rivoltate, col secchio vuoto infilato nell’ avambraccio o appoggiato sul muretto o col “brentél”  vuoto sulle spalle. Il gruppo variava sempre, perché c’erano quelli arrivati prima che tornavano a casa per gli ultimi lavori nella stalla  i quali erano sostituiti da nuovi arrivati appena appena usciti dalla latteria. Quelli che arrivavano col carico del latte entravano rapidi nel locale di conferimento, per fare in fretta e fermarsi dopo con gli amici per rilassarsi  un momento. Era un via vai continuo.

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Appena entrati ci si trovava in un locale piuttosto grande che fungeva da ricevitoria e vendita del latte e poi, al mattino presto,  serviva anche per la lavorazione del latte, essendo dotato di un grande focolare per la caldaia dove il bianco prodotto veniva scaldato, cagliato e trasformato in ottime forme di formaggio semigrasso. Al mattino, i soci   che arrivavano, siccome il casaro aveva già finito di cagliare, e aveva tolto la  “culdèro dal fugulaar”,  si fermavano volentieri vicino al fuoco a scaldarsi, anche perché, ai piedi, portavano i “sciapèi” e, con la neve, i “sciapèei feràa”,  o i “tumùn” (sorta di scarponi con la suola in legno e la tomaia in cuoio, fatti artigianalmente che qualcuno si faceva da sé), con le calze di lana fatte in casa, belle grosse, pochi i fortunati che avevano gli scarponi di cuoio.

La caldaia in rame, di dimensioni notevoli, conteneva  parecchi quintali di latte, fino a 12-15 quella più grande,  ed era  sostenuta dalla “masno”: un palo verticale girevole con un braccio che la sosteneva,  per cui  poteva essere messa sul fuoco, e tolta, senza sforzo da parte del casaro: semplicemente  facendola girare sui perni.

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Il casaro era il re della latteria.

Tutto il lavoro era svolto da lui e solo nella latteria Valenti aveva un aiutante. Veniva nominato ogni anno in base a una valutazione, da parte del consiglio della latteria, basata su vari elementi, non tanto di tipo economico (lo stipendio richiesto) quanto sull’abilità, l’affidabilità e la bravura nella produzione del formaggio. Erano perciò una garanzia determinante i risultati che aveva ottenuto nella sua carriera casearia precedente, anche in altre latterie, e la diretta conoscenza personale e soprattutto la fiducia che riscuoteva tra i consiglieri, che solito erano persone molto esperte che godevano la piena fiducia dei soci.

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Alla sera, nel locale descritto, il casaro riceveva il latte dei soci in grandi “baldi” di alluminio su uno dei quali veniva posto un grande  colo in rame, con un buco in mezzo, dove veniva inserito un riccio di castagno, o due, che trattenevano le impurità del latte facendo da filtro. I ricci furono in seguito sostituiti da una fitta retina.  Quando un secchio era pieno, il casaro lo portava in un locale adiacente e lo versava dentro una conca.

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Appena il socio aveva versato il proprio latte, il casaro lo pesava su una stadera appesa al muro e lo registrava. Il latte veniva versato in un altro secchio e su quello rimasto vuoto veniva posto il colo, pronto per il prossimo socio.

La quantità di ciascuno veniva segnata ogni giorno  su due libretti appositi che portavano il numero assegnato a ciascuno: uno rimaneva in latteria e il secondo al socio.

C’erano anche due scaffali  idonei a contenere i libretti, con stretti scomparti verticali pure numerati, uno dei quali era posto sopra il tavolo del casaro e l’altro all’entrata. Lì infatti era lasciato il proprio libretto dai soci che non volevano portalo a casa per non perderlo o rovinarlo. Era anche un dimostrazione di fiducia generale.

I soci rimanevano sempre all’esterno di una specie di recinto formato da secchi, oltre il quale il casaro serviva anche coloro che comperavano il latte con le misure in alluminio o in ferro da un quarto, da un mezzo e da un litro. Gli acquirenti portavano tutti il “sidelìn” più o meno grande, con o senza coperchio. Quest’ultimo dipendeva dalla distanza dalla casa alla latteria, per evitare di versare il latte con movimenti bruschi o inciampando o scivolando sulla neve, essendo di solito i ragazzi che erano incaricati dalle famiglie di questo servizio.

Ogni tanto, a sorpresa, c’erano i controlli sul latte. Alcuni funzionari dell’Ispettorato dell’agricoltura si sedevano ad un tavolino appartato, durante il conferimento e prelevavano dal latte di ciascun socio una piccola quantità, la  mettevano in una provetta  per controllare, con appositi strumenti, la densità e altre caratteristiche.

Ricordo che di solito era sempre tutto regolare, salvo una volta in cui il ragazzotto incaricato dalla famiglia del trasporto del latte, lungo la strada, si era fermato alla fontana e aveva aggiunto un po’ d’acqua per aumentarne la quantità. Ovviamente gli strumenti avevano rilevato l’irregolarità.

Dopo che era stata riferita la marachella al padre, lascio al lettore immaginare le conseguenze.

Le conche

Il secondo locale importante era quello delle conche. Ampio, aveva una struttura muraria della larghezza di circa un metro, alta poco meno, che girava attorno alle pareti, addossata su uno o due lati.

Il ripiano superiore era incavato per contenere le conche in fila una vicina all’altra. In questo spazio, una specie di largo canale, veniva fatta scorrere continuamente l’acqua   nella quale le conche erano immerse.

Il latte veniva versato in questi recipienti  del diametro da 80 a 100 cm, alti  attorno ai  20  cm, in modo che si allargasse, ottenendo una notevole superficie superiore.

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La spannatura

L’acqua fresca che lambiva le conche favoriva la risalita in superficie dei grassi che formano la panna e il casaro, il giorno, dopo con la “spanarölo”, un “ciapel” molto sottile, largo e pochissimo fondo, oppure una specie di “cazzarölo” sfiorando la superficie, prelevava la panna che metteva nella zangola (ul penacc) che si trovava nel locale attiguo dove veniva fatto girare per fare il burro.

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Il latte rimasto, dopo la spannatura, veniva versato nella caldaia (la culdéro), vi veniva versato caglio e poi scaldato per ricavarne il formaggio.  Rimaneva  quindi il siero (ul lazerùn), che i soci portavano a casa per nutrire i vitelli e i maiali, dopo che il casaro con la “pato” aveva tolto “ul cüc” e posto nella “fasèro”, con un peso sopra.

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“Ul dì de pago

I prodotti della latteria erano sostanzialmente tre: il formaggio, il burro e il siero. Il formaggio ogni mese, in proporzione alla quantità di latte portato, veniva assegnato a ciascun socio, assieme al burro e a una  somma in denaro.

Il denaro era il frutto della vendita ai clienti del latte e del burro. I soci tenevano molto alle loro forme di formaggio pregiato e di solito le ritiravano tutte. Quelle non ritirate venivano vendute dalla latteria e il socio riceveva il valore corrispondente in denaro.

Ogni mese  il segretario calcolava il valore del latte al litro con una semplice operazione. La somma mensile di denaro incassata veniva divisa per il totale dei litri di latte conferiti, che veniva desunto sommando i dati dei libretti di  di ciascun socio di quel mese.

Il Consiglio della latteria  si riuniva  una volta al mese e verificava e ratificava i calcoli del segretario. Quindi ogni mese, un pomeriggio, c’era “ul dì de pago” e i soci si recavano alla latteria per ritirare la loro parte di prodotti e di denaro.

 La tradizione di “casér” talamonesi

Il casaro, essendo l’unico dipendente, non aveva il tempo materiale per fare anche altri prodotto come la ricotta o altri tipi di formaggio.  C’era poi anche un problema di mentalità e di affezione ai prodotti genuini da parte dei soci. Infatti la tradizione dei casari talamonesi e la qualità del formaggio delle nostre latterie erano, e sono, meritatamente famose in tutta la Valtellina e la Valchiavenna.

I nostri casari venivano chiamati a lavorare in tutta la provincia.

Come si vede, era una lavorazione molto tradizionale, che si tramandava nel tempo, come lo erano i recipienti. L’unica macchina, se così si può chiamare, era la zangola che nella latteria Coseggio era fatta girare idraulicamente prima che fosse istallato un motore elettrico.

A fianco della latteria infatti passava “ul fiüm”, la cui acqua  faceva girare una ruota a pale che trasmetteva il movimento all’interno. Era praticamente una piccola ruota da mulino. L’acqua della  “roggia” (così è chiamata negli Statuti)  serviva anche, con una apposita deviazione, il locale delle conche per tenere fresco il latte.

La pulizia

Una caratteristica essenziale dei vari recipienti e attrezzi era la grande pulizia. Par evitare che i prodotti facilmente deperibili, come il latte, la panna e il burro andassero a male, tutti   “i vasèi” (recipienti) usati dovevano essere lavati con l’acqua bollente, subito dopo l’uso. Dovevano essere “sbruiàa”, trattati  con acqua “sbruiènto”, come si dice in talamun.

La “caséro”

Nella latteria c’era poi il locale casera dove, su apposite scaffalature, erano poste le forme di formaggio, che, stagionate, andavano dai 5/6 chili di peso ai 10.

Quelle fresche dentro  “el fasèri” venivano salate in presenza di umidità e, una volta raggiunta una certa maturazione, tolte e messe a stagionare. Per una giusta maturazione in modo uniforme, il formaggio doveva  essere pulito periodicamente, cioè “raspato” e le forme voltate ogni settimana. Queste cure davano prodotti di ottima qualità, apprezzati ovunque.

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Il casaro, per questa operazione, si recava in latteria al pomeriggio. Noi ragazzi che abitavamo vicino, quando vedevamo il portone aperto, andavamo a trovarlo mentre lavorava e lui ci dava “la raspo” da mangiare  con “el guarduli”, cioè quelle escrescenze esterne alla superficie della forma che venivano tagliate.  Così la “furmagio” risultava più regolare e poteva essere pulita meglio.

I cambiamenti nella società talamonese

Queste note, desunte da ricordi, in cui qualcuno forse può ritrovarsi, vogliono essere uno spaccato di vita talamonese: quella che ruotava intorno alle latterie  verso la metà del secolo scorso e negli anni precedenti. Il progredire della società ha provocato grandi cambiamenti anche, e forse soprattutto, nella vita contadina, facendo scomparire i piccoli allevatori. La mucca, che è sempre stata un supporto e un bene prezioso, che serviva a mantenere la famiglia, ha perso valore,  sostituita da altri tipi di lavoro più redditizi. In questo modo sono stati abbandonati anche molti lavori legati all’allevamento e all’agricoltura. E su questo tema il discorso potrebbe essere molto lungo, ma non è questo né il luogo né il momento per approfondirlo.

Oggi i piccoli allevatori sono pochissimi e questo ha provocato la chiusura della latterie sociali, sorte per sostenerli.

Quindi non ci resta che  richiamare alla memoria questi avvenimenti, per non dimenticarli,  perchè fanno parte del nostro vissuto comunitario  venendo noi da quel tipo di organizzazione sociale. Queste sono le nostre radici e per ricordarle dobbiamo scrivere  di loro, metterle nero su bianco, anche per tramandare ciò che i nostri vecchi hanno saputo costruire.

Nel nostro caso, le latterie sociali, che hanno dato fama al nostro paese  e hanno creato benessere per i soci e per “i talamun”, in tempi più duri di quelli odierni.

Lascio quindi ai nostri giovani, se lo vorranno, il  compito di approfondire il tema “latterie talamonesi”.

ndr (Tutte le fotografie inserite nell’articolo sono puramente a scopo figurativo, non si riferiscono a personaggi di Talamona)

CENERENTOLA , UNA FIABA IN TEATRO

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TALAMONA 25 gennaio 2014 spettacolo al teatro dell’oratorio

La storia la conosciamo tutti, avendoci fatto sognare da bambini. Una ragazza, orfana di madre, si ritrova presto orfana anche di padre e in balia della donna che nel frattempo quest’ultimo ha sposato e delle sue figlie viziate, egoiste e malvagie che la riducono ad uno stato di servitù fino al provvidenziale ballo e all’incontro con il principe. Una storia della quale esistono più versioni. In alcune il padre di Cenerentola non muore ma si fa complice più o meno consapevole delle cattiverie della matrigna e delle sorellastre. Una storia di cui si è appropriato il cinema (d’animazione e non) il teatro dell’opera, il balletto classico, il teatro classico. Una storia che ha dato luogo a diverse rivisitazioni (cinematografiche) in chiave moderna è che è stata presentata, con manzoniani stratagemmi, anche come vera (esemplare da questo punto di vista la pellicola del 1998 intitolata LEGGENDA DI UN AMORE CINDERELLA con Drew Barrymore nella parte della protagonista e Leonardo Da Vinci al posto della fata madrina, pellicola in cui la storia viene raccontata, con non poche licenze, ambientandola in Francia nel XVI secolo, durante il regno di Francesco I). Questa sera alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio la compagnia Buglio in Monte ha voluto offrire un’ulteriore sfumatura a questa fiaba immortale raccontandola attraverso il teatro dialettale. Uno spettacolo a scopo benefico a favore del gruppo della gioia attivo da molti anni nel campo del volontariato sociale a favore di bambini diversamente abili ed anziani. Uno spettacolo che ha richiesto molto impegno e una lunga preparazione. Uno spettacolo che è un mix tra una commedia dialettale (recitata in parte in dialetto e in parte anche in italiano soprattutto per quanto riguarda le parti cantate) e un musical coloratissimo e vivacissimo che comprende anche un coro sotto il palco come nel teatro greco, ma nel contempo elementi assolutamente moderni come l’iterazione degli attori col pubblico che in questo modo diventano parte integrante della scena. Uno spettacolo all’interno del quale, oltre ai classici personaggi della fiaba ne troviamo altri singolari (la marchesa di Case Barri, il conte di Casa Giovanni, la nobile di Ursin eccetera tutti invitati al ballo del re). Uno spettacolo ricco delle più varie citazioni musicali (dalle canzoni dello zecchino d’oro alle arie della AIDA passando per NEL BLU DIPINTO DI BLU di Domenico Modugno, la colonna sonora di BALLA COI LUPI e LA MARCIA DI RADEZKY). Uno spettacolo che ha saputo divertire grandi e piccini stemperando l’atmosfera fiabesca con non poche sfumature comiche fino all’immancabile lieto fine.

Antonella Alemanni

QUANDO NON C’ERA LA LAVATRICE

Lavandaie al lavoro

Lavandaie al lavoro

SAPONE, DETERSIVI E LAVAGGI CON METODI ARTIGIANALI

Quando non c’era la lavatrice i panni venivano lavati nelle fontane o nei lavatoi comuni dove si recavano cioè più donne ognuna portando con se i propri panni e dove il tempo fra un lavaggio e l’altro passava chiacchierando. Dato che non si disponeva degli odierni detersivi per smacchiare il bucato (lenzuola, indumenti, biancheria) si usava la cenere che rimaneva come residuo dopo la combustione del legno nei focolari e che veniva macerata in bacinelle di acqua calda dopo averla separata, con l’ausilio di un setaccio, dal carbone di legna. Si sciacquava quindi il bucato nelle fontane e nei lavatoi poi li si immergeva nella cenere e poi si risciacquava di nuovo per togliere i residui e poi si metteva il tutto ad asciugare.

 

 

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Le coperte venivano sottoposte ad un trattamento diverso. Le si immergeva in acqua più volte strofinando ogni volta le macchie abbondantemente.

I panni più piccoli venivano lavati in casa con sapone artigianale. Li si insaponava e li si lasciava al sole.

 

 

M° Lorenzo Vigna, detto  "Il Maggiora", Lavandaie al Naviglio, acquerello

 Lorenzo Vigna, detto “Il Maggiora”, Lavandaie al Naviglio,
acquerello

 

Il sapone veniva fabbricato utilizzando le interiora e le ossa degli animali di casa (soprattutto del maiale) quando morivano oppure venivano uccisi per consumarne la carne. Le interiora e le ossa venivano messe in infusione nell’acqua fredda con la soda caustica fino ad ottenere una poltiglia che veniva fatta bollire per 2-3 minuti finchè assumeva una consistenza gelatinosa. Il tutto veniva poi messo in uno stampo e lasciato indurire al sole fino a che non assumeva una colorazione color caffelatte o marrone a seconda del tempo più o meno prolungato dell’esposizione. Le forme di sapone venivano tagliate con grossi coltelli. Il sapone così prodotto veniva usato sia per il bucato che per l’igiene personale. A volte veniva aromatizzato aggiungendo alla poltiglia erbe aromatiche olio e glicerina.

 

 

Antonella Alemanni

SUONATE PER LE FESTE

TALAMONA 7 dicembre 2013 concerto della filarmonica presso la palestra comunale

DUE BANDE UNITE IN UN UNICO CONCERTO PER SALUTARE INSIEME L’ARRIVO DEL NATALE

Quest’anno, per il tradizionale concerto d’inverno,alla palestra comunale alle ore 21, la filarmonica di Talamona ha voluto fare le cose in grande invitando ad allietare la serata degli affezionati talamonesi anche un’altra banda, il corpo musicale Giuseppe Verdi proveniente dalla provincia di Como precisamente da Anzano del Parco, e dividendo dunque il concerto letteralmente in due parti. Il corpo musicale Giuseppe Verdi è stato creato nel 1922 e inizialmente intitolato ad un’antica famiglia di Anzano: gli Ortelli.  Nel 1970, la denominazione venne mutata e la banda prese il nome di “Giuseppe Verdi”, con regolare statuto. I 90 anni di attività, di crescita e di soddisfazione sono segno non solo della passione per il suono, ma anche di impegno civile e sociale. Suonare nella Banda è un momento di forte aggregazione che favorisce lo scambio di opinioni, di idee e di conoscenze, perché ancora oggi la Banda sotto la passione per la musica riunisce diverse generazioni, uomini e donne, ragazze e ragazzi di diverse età. Dal 2009 i ragazzi provenienti dalle scuole primarie di Anzano e dintorni si sono costituiti in una banda giovanile che può contare anche su una scuola estiva di formazione musicale. Ma è soltanto nel corso della seconda parte della serata che il pubblico ha potuto conoscere bene gli ospiti. Come vogliono le regole della buona educazione, il compito di iniziare il concerto è spettato ai padroni di casa che, sotto l’egida del maestro Pietro Boiani, hanno proposto quattro brani magistralmente eseguiti ed efficacemente presentati. Il primo brano si intitola NOBLES OF MYSTIC SHIRE ed è una marcia del compositore americano John Philip Sousa il quale, dopo essere stato violinista nell’orchestra di Offembach, in turneè negli USA dal 1876 al 1877 divenne direttore d’orchestra della marina americana. Questo suo nuovo incarico lo portò a dedicare gran parte delle sue composizioni al genere della marcia (tra le sue più famose THE STARS AND STRIPES FOREVER, THE WASHINGTON POST e HAND ACROSS THE SEA) fino a diventare il re indiscusso di questo genere che ben si presta all’esecuzione anche da parte degli organi bandistici grazie ai raffinati arrangiamenti di Frederick Fennel. Il brano eseguito questa sera è stato composto da Sousa nel 1923 ed è caratterizzato da un forte stile orientale e dal fatto che è l’unico tra i 120 brani composti in tutto da Sousa ad avvalersi anche dell’arpa. Il secondo brano è stato PRIMA SUITE IN MIb di Gustav Holt, compositore inglese vissuto tra il 1874 e il 1934 e che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica per fiati. Con questo brano, composto nel 1909, ha sancito la strumentazione che le bande avrebbero usato da allora sino ai giorni nostri. Stranamente mai eseguito fino al 1920 è un brano che si caratterizza per eleganza e fascino pur mantenendo una grande semplicità e trasparenza. I temi utilizzati, sempre identificabili, vengono proposti in diverse forme utilizzando tutti i colori che l’organico di una banda può offrire. In particolare questa sera la banda ha proposto il primo movimento di questo brano, la Ciaccona. Il terzo brano è stato BROOKSHIRE SUITE  di James Barnes, un altro compositore che molto sta lasciando alla musica per banda. Questo suo brano in particolare si caratterizza per lo stile complessivo perfettamente adatto agli strumenti a fiato, scandito da tre movimenti in tre diversi stili. Il primo è quello denominato fanfara e marcia e introduce il brano con carattere marziale, facilmente accostabile allo stile delle formazioni bandistiche. Il secondo denominato piccola canzone jazz avvicina in maniera elegante la banda allo stile swing. Il terzo tempo, denominato fuga propone appunto la forma tipica della fuga, con un tema introdotto dalla sezione delle trombe e ripreso in seguito come imitazione dalle altre sezioni. L’ultimo brano proposto dalla filarmonica di Talamona è stato HOLLYWOOD MILESTONES un coktail di colonne sonore famose di altrettanti famosi film (per citare solo alcuni titoli LO SQUALO, RITORNO AL FUTURO, LA BELLA E LA BESTIA, MOMENTI DI GLORIA, FORREST GUMP, ET, INDIANA JONES, STAR TREK, APOLLO 13, LOVE STORY). A questo punto il testimone è passato al corpo musicale Giuseppe Verdi diretto, dal 2008, da Chiara Tagliabue, impegnatissima anche nel tenere corsi di formazione per insegnare ai bambini di classe terza e quarta elementare di Anzano a suonare il flauto (un corso che si concluderà con un’esibizione dei bambini il prossimo sabato il 14 dicembre) che questa sera ha proposto altri quattro  brani suonati altrettanto magnificamente, ma con una certa carenza per quanto riguarda le presentazioni, un modo invece utile secondo me per entrare in modo più approfondito nel vasto mondo della musica. Il primo si intitola HIGHLAND CATHEDRAL di Michael Korb arrangiata da Siegfried Rundel.  Il secondo brano si intitola CHORAL AND ROCK OUT un brano melodico composto da due tempi del compositore olandese Henk Van Lijnshooten meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ted Huggens che si ispira, nel comporre questa armonia, ai motivi della musica classica. Il terzo brano si intitola CONTEST MUSIC di Lorenzo Pusceddu, originario, come si può intuire, della Sardegna, direttore della banda della sua città che ha al suo attivo più di trecento brani e tiene corsi formativi per giovani musicisti. Il brano eseguito questa sera è articolato in tre variegati momenti che lo rendono adatto come brano da concorso. Il quarto e ultimo brano previsto in programma si intitola JESUS CHRIST SUPERSTAR composto da Andy Lloyd Webber ed è ispirato alle vicende dell’ultima settimana di Gesù alla passione alla morte, alla resurrezione. Abbinata ai testi di Tim Rice quest’opera ha come punto di forza l’originalità di essere narrata dal punto di vista di Giuda Iscariota e di proporre una sorta di confronto ideologico tra i due personaggi principali. Al termine dell’esecuzione di questo brano la banda di Anzano ha voluto ringraziare la nostra filarmonica e il nostro comune per averla ospitata il sindaco di Anzano Rinaldo Meroni e la presidentessa Giovanna Marchetti. Un momento di scambio di piccoli regali, ma anche di impressioni e di emozioni relative a questa serata con interventi anche del presidente della nostra filarmonica Stefano Cerri e del maestro Pietro Boiani, interventi volti a sottolineare la positività di questa serata e il ruolo molto importante che la musica può avere nella formazione dei giovani. Prima di concludere la serata c’è stato il tempo per l’esecuzione, da parte del corpo musicale Giuseppe Verdi di altri due brani. Il primo THE STAR WARS SAGA altro non è che la famosa colonna sonora dei film altrettanto famosi di George Lucas. Le musiche sono state composte da John Williams e sono state presentate questa sera con l’arrangiamento di Mike ? . Si tratta di un miscuglio dei vari brani delle varie puntate della saga. Il secondo brano invece si intitola WHITE CHRISMAS uno dei brani natalizi più famosi che non poteva certo mancare in occasione di un concerto organizzato in prossimità delle feste natalizie. Il brano è stato scritto da Irving Berling e ne sono circolate nel corso del tempo diverse versioni e traduzioni tra cui l’italiana BIANCO NATALE. Il suo autore quando la compose si convinse da subito di aver scritto la sua migliore canzone. L’incisione più famosa del brano è quella di Bing Crosby del 1942 che nel 1943 si classificò come migliore canzone di un disco che risulta ancora oggi il più venduto nella storia della musica e che dal 1942 ad oggi non è mai uscito di produzione. E con questo ultimo brano si è concluso questo ricchissimo e variegato doppio concerto che ha sicuramente regalato al pubblico accorso una serata indimenticabile.

Antonella Alemanni