I MAGNIFICI “MINORI” DELLA PINACOTECA AMBROSIANA

LOREDANA FABBRI

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ingresso

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                                                                                          “[D]alla gioventù in poi, nel corso di tanti anni,

                                                                                            mi sembra di aver saputo che avrei condotto due esistenze…

                                                                                            Una lungo la via della contemplazione, rivolta allo studio,

                                                                                            l’altra rivolta all’azione e alle opere esteriori,

                                                                                            legata alla mia posizione e funzione [pubblica]…

                                                                                                     Ho sempre cercato di mantenere l’equilibrio fra queste due esistenze,

                                                                                            in modo che nessuna delle due sopraffacesse l’altra o la soffocasse”.

                                                                                                                                  Federico Borromeo,

                                                                                              (Pro suis studiis, Ms. Ambr. G 310 inf.,                                                                                                                       n. 8, 1628, foll. 243v-244r.)

PREMESSA

Questo lavoro, che riprende il modello del mio precedente intitolato “ La figura della Madonna nella collezione di Federico Borromeo”, anche se non ha la pretesa di essere esaustivo sia sotto il profilo artistico sia sotto quello storico-biografico, né è vincolato da obiettivi eccessivamente tecnici ed accademici, vuole aiutare il visitatore a compiere una visita più completa e dettagliata della  Pinacoteca Ambrosiana, poiché spesso accade che lo spettatore, attratto dai capolavori dei grandi artisti come Leonardo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Brueghel, Luini ed altri, “trascuri” di soffermarsi con attenzione su altre opere di pittori meno conosciuti o perlomeno che non hanno avuto la grande fama di altri, ma che sono molto interessanti sia per le loro opere e sia per il periodo in cui sono stati attivi. Cominciando dalla prima Sala cercheremo di descrivere alcuni dipinti e, quando possibile, una breve biografia dei relativi autori: alcuni di essi sono molto conosciuti dagli addetti ai lavori, ma non sempre lo sono per coloro esperti in altri campi del sapere, quindi lo scopo di questo lavoro vorrebbe essere quello di far soffermare il visitatore anche davanti a queste opere, che, oltre al loro significato, racchiudono arte e fascino.

Anche questa “guida”, come già la precedente, ha la peculiarità di non essere corredata dalle foto delle opere descritte, perché concepita come una “visita guidata” e, nonostante la struttura, non è e non vuole essere un catalogo, ma vuole, come già detto “accompagnare” il pubblico in uno specifico percorso all’interno di quello molto più ampio che il visitatore può effettuare nella Pinacoteca Ambrosiana. Il percorso da noi seguito è quello che realmente possiamo percorrere e che è descritto in “ M. Navoni-A. Rocca, La Pinacoteca Ambrosiana. Prefazione di Franco Buzzi, De Agostini, Novara 2015.

L’epoca dei due Borromeo fu una delle più importanti e significativa della storia non solo di Milano, ma della Lombardia e della cristianità: Carlo (2 ottobre 1538/3 novembre 1584) fu l’artefice della terza e ultima fase del Concilio di Trento e della Riforma e Controriforma cattolica, Federico (18 agosto 1564/21 settembre 1631), pur cercando di imitare il modello del grande cugino nel governo della Chiesa, si dedicò molto anche all’arte e alla cultura in generale,[1] divenendo un considerevole collezionista e un magnifico mecenate.

Federico Borromeo nacque a Milano nel 1564 da Giulio Cesare Borromeo e Margherita Trivulzio appartenenti a famiglie tra le più antiche della nobiltà milanese, dopo la morte del padre nel 1572, il cugino Carlo divenne suo tutore e cominciò a predisporre la carriera ecclesiastica del suo protetto, la sua educazione fu da aristocratico e umanista e grande fu l’influenza che ebbe su Federico, di cui diventò un modello, principio costante di stimoli e ispirazioni.

Dopo la morte del cugino, Federico, sotto la guida e i consigli del Vescovo di Vercelli, si trasferì a Roma nell’autunno del 1586, dove alloggiò nel palazzo del Cardinale Marco Sittico Altemps e fu subito nominato da papa Sisto V Cameriere segreto, per elevarlo poi al cardinalato l’anno successivo. Borromeo ebbe singolare rinomanza come membro della Congregazione dei Riti, suddivisa in quindici congregazioni, che avevano la competenza di assistere il Papa nel governo della Chiesa e nell’amministrazione dei domini temporali a lui soggetti, fissava le norme di tutti i rituali e le cerimonie del cattolicesimo ed era considerata una delle cariche più prestigiose.[2]

Di carattere timido ed introverso, tendeva a passare molto tempo in solitudine immerso nella preghiera e negli studi, durante questo periodo romano arrivò a padroneggiare la lingua greca, la caldaica e la siriaca, cercò di evitare gli intrighi e le manovre politiche di corte, preferendo dedicarsi a problemi di natura religiosa e spirituale: frequentò famosi studiosi come Giovanni Botero, Fulvio Orsini, Cesare Baronio, Ulisse Aldrovandi, ma soprattutto subì profondamente l’influsso di Filippo Neri, il quale divenne non solo il suo confessore ma anche suo maestro spirituale e quando Borromeo fu eletto cardinale, nel 1587, continuò la sua vita di studi e di preghiera sotto la direzione di Filippo Neri, il quale fu anche guida nella sua attività e nelle sue decisioni.[3] Federico continuò ad ispirarsi al modello del cugino soprattutto per problemi politici e di amministrazione ecclesiastica, ma a livello personale e spirituale, pare abbia trovato più consono il temperamento mite e comprensivo di Filippo Neri di quello più rigido del cugino.[4] Da una frase di un’opera di Federico, ormai anziano, possiamo capire la conflittualità che le due personalità, Carlo Borromeo e Filippo Neri, crearono nell’interiorità di Federico per il quale rappresentarono i due cardini fondamenti su cui basare le sue scelte di uomo e di ecclesiastico: <<[D]alla gioventù in poi, nel corso di tanti anni, mi sembra di avere saputo che avrei condotto due esistenze… Una lungo la via della contemplazione, rivolta allo studio, l’altra rivolta all’azione e alle opere esteriori, legata alla mia posizione e funzione [pubblica]… Ho sempre cercato di mantenere l’equilibrio fra queste due esistenze, in modo che nessuna delle due sopraffacesse l’altra o la soffocasse>>.[5]

Durante il soggiorno romano nacque nel Borromeo un grande interesse per l’archeologia cristiana, interesse coltivato già da Carlo soprattutto per il culto delle reliquie e per le pratiche religiose dei primi cristiani, anche Filippo Neri si interessò di studi paleocristiani e per ripristinare quella fede, quell’amore e quella semplicità propri dei primi cristiani, il futuro santo fondò la Congregazione dell’Oratorio (1575), caldeggiando la pubblicazione di studi eruditi sulle origini della Chiesa.[6] <<La necessità di convincere gli eretici – inizialmente i centuriatori di Magdeburgo – della purezza e autorevolezza della posizione della Chiesa di Roma aveva favorito la nascita di un nuovo metodo di indagine storica. Al tempo di Federico, i riformatori esploravano catacombe paleocristiane ed esaminavano basiliche, opere d’arte e documenti scritti con crescente sistematicità, considerando manufatti, immagini e testi alla stregua di indizi che, confermandosi a vicenda, davano solidità alle fondamenta del cattolicesimo. Ben conoscendo l’interesse di Carlo per l’archeologia cristiana, Federico naturalmente non trascurò di farsi guidare dal Neri e dal Baronio alla scoperta di catacombe e antiche basiliche. In breve tempo il giovane cardinale cominciò a curiosare per proprio conto, trasformandosi in un prete archeologo in piena confidenza coi nuovi metodi di ricerca>>.[7] Anche Alfonso Chacón gli fece da guida e maestro,[8] infatti fu del Domenicano l’idea di riprodurre le pitture paleocristiane in disegni che Federico fece poi copiare e che ancora oggi si conservano all’Ambrosiana.[9]

Grazie alla sua amicizia con il Cardinale Francesco Maria del Monte e soprattutto con il marchese Vincenzo Giustiniani, uno dei più grandi collezionisti romani, Federico fu introdotto nell’ambiente molto ristretto dei più esperti collezionisti ed amatori d’arte non solo del mondo romano ma italiano ed europeo, venendo a contatto diretto con vari artisti tra i quali Caravaggio e Giovan Battista Crespi. La nomina, nel 1593, di Cardinale protettore dell’Accademia di San Luca, appena fondata da Federico Zuccari,[10] segnò il suo ingresso ufficiale nel mondo artistico della Roma dei tempi ed anche i suoi rapporti con molti pittori facenti parte dell’ambiente e l’idea dell’Ambrosiana nacque proprio a Roma, dove Federico ebbe modo di stare a contatto con uomini di grande cultura (Baronio, Orsini, Maffei, Strozzi, Marco Welser e Giusto Lipsio furono suoi amici) e capire quanto essa incidesse nella civiltà cristiana per la difesa dell’ortodossia cattolica, infatti ebbe molti incarichi consoni alla sua vocazione di erudito più che impegni di politica ecclesiastica.[11] A Roma, quindi, nonostante lo scrupolo con cui svolgeva le questioni della Curia, riuscì a prendere parte al mondo artistico della città con una concreta conoscenza della pittura e della scultura, in particolare di quella dell’antichità classica e del Rinascimento, oltre che all’iconografia paleocristiana e la dimostrazione l’abbiamo nei suoi scritti, in particolare il “De Pictura sacra” e il “Msaeum”.[12]

Nell’aprile del 1597, Borromeo, dopo nove anni che si trovava a Roma, venne eletto Arcivescovo di Milano da Sisto V, carica a cui si oppose con una certa resistenza sia per le difficoltà obiettive che sapeva di trovare a Milano, sia per il “rilassamento” del clero dopo la morte di Carlo e durante l’episcopato del successore Gaspare Visconti, a tutto questo si univa il ricordo del modello di santità e lo zelo pastorale del cugino che avevano lasciato un’impronta difficilmente ripetibile; solo l’insistenza di Filippo Neri riuscì a persuaderlo ad accettare tale incarico che ricoprì per trentasei anni, ispirandosi, sin dall’inizio, al  modello di governo di Carlo.[13] Ma dopo soli venti mesi di episcopato, si assentò di nuovo da Milano a causa di controversie giurisdizionali con il Governo spagnolo: Federico volle recarsi a Roma per seguire personalmente la sua causa, dove rimase per altri quattro anni. Tornò definitivamente a Milano nel 1601.[14]

Federico Borromeo aveva trentasette anni e le maggiori aspirazioni dell’età giovanile potevano considerarsi realizzate: il desiderio di una vita ritirata e meditativa, il grande amore per l’arte, l’interesse per le scienze umane e naturali, usate anche come mezzi per la difesa dell’ortodossia cattolica, l’orientamento nei problemi politici ed amministrativi basato sul modello del cugino Carlo, di cui voleva esserne continuatore.

Fin dall’inizio del suo arcivescovato si impegnò ad applicare concretamente le disposizioni emanate dal Concilio di Trento: incaricò i vescovi della promozione e supervisione delle attività riformatrice delle proprie diocesi, applicazione dei decreti sulla condotta del clero, già emanati da Carlo, dispose il controllo dei modelli educativi nei seminari istituiti dal cugino, ordinò che le confraternite laiche si attenessero agli insegnamenti del catechismo stabiliti da Carlo, fondò istituzioni educative varie, finanziò il Collegio Elvetico di Milano, fondato per formare sacerdoti incaricati di combattere l’eresia nei Cantoni svizzeri. Sempre seguendo l’esempio del cugino, rimise in vigore le visite pastorali, con lo scopo di valutare la veridicità delle riforme diocesane predisposte da Carlo, ma usando metodi meno rigidi e mostrandosi più indulgente e tollerante di quest’ultimo. L’atteggiamento accomodante di Federico mostra ciò che il Cardinale si era proposto: fare dell’arte un mezzo di riforma, dando un tocco personale al suo episcopato.[15] In Federico la cosiddetta Controriforma è profondamente diversa che in Carlo, non soltanto per la differenza cronologica, ma dobbiamo considerare soprattutto che Carlo è un giurista e come tale è tutto proteso verso il riformismo e il contro riformismo cattolico; Federico non ha fatto studi giuridici, ma teologici, è incline alla solitudine, all’arte, alla poesia, alla contemplazione, senza tuttavia tralasciare quell’attivismo che la sua coscienza e il suo ruolo gli imponevano.

Il rapporto di Federico con Giovan Battista Crespi, detto il Cerano (1573-1632), conosciuto durante il soggiorno romano, continuò anche quando, nel 1601, entrambi tornarono a Milano e l’artista fu chiamato per l’esecuzione di alcune pitture nel palazzo milanese di Renato Borromeo, fratello del Cardinale e nel 1608 l’Arcivescovo commissionò al Cerano il disegno per la statua di San Carlo in Arona, l’artista, insieme con Morazzone e Giulio Cesare Procaccini furono le personalità emergenti dell’ambiente artistico milanese, che, dopo il grande successo di pittori come Ambrogio Figino, Giuseppe Meda, Antonio e Vincenzo Campi, caratterizzarono il ritorno a Milano di Borromeo. La formazione artistica del Cerano era avvenuta in un clima di accesa e drammatica religiosità originata dal primo Borromeo, e Federico, memore del santo cugino, non poteva non dare credibilità ad artisti in grado, come i suddetti tre maestri, detti anche “federiciani” non solo per la cronologia, di formulare la nuova iconografia carliana, i quali proponevano, anche se in modo personale, una visione piuttosto esacerbata di motivi tardo manieristici, attenuata da elementi di verità quotidiana, inseriti in un gioco di tenebre-luce, impregnato di simboli: risposta caratteristica della pittura milanese al recupero delle immagini sacre proposto dal Concilio di Trento.[16] A Milano il Cardinale poté avvalersi di due valenti collaboratori esperti d’arte per la formazione della sua raccolta: Girolamo Borsieri e Alessandro Mazenta, i quali, oltre a procurare a Federico dipinti, in qualità di esperti, fornirono anche utili consigli in materia di quadri e disegni, certamente non furono i soli informatori e consulenti  del Borromeo, che disponeva di agenti in varie città.

I gravi contrasti religiosi, scaturiti dalla Riforma di Lutero nel 1517 e che avevano spezzato l’Europa a metà: la parte settentrionale protestante, quella meridionale cattolica, costrinsero la Chiesa di Roma a rivedere le proprie strutture e la propria condotta, convocando, nel 1545, il Concilio di Trento anche per cercare di ricostruire un’intesa tra cattolici e protestanti, ma la situazione si aggravò ulteriormente alla fine del Concilio (1563), che, però divenne il centro della nuova ideologia della Chiesa di Roma, la quale dava una risposta alla Riforma protestante.[17]

Il Cinquecento fu, dunque, un secolo drammatico, in cui si assistette alla mutazione dei valori religiosi, politici, filosofici, scientifici e artistici, dai quali scaturiranno le idee su cui si fonderà la struttura culturale dell’Europa moderna. L’arte non è più osservazione e riproduzione dell’ordine del creato, ma ansiosa ricerca della propria natura, della ragion d’essere e dei propri fini: non ha più senso rappresentare nell’arte la forma dell’universo se questa è sconosciuta ed oggetto d’indagine, come non ha senso contemplare l’armonia del creato se Dio non si trova là, ma nell’interiorità dell’anima che combatte per la propria salvezza.[18]

Il Seicento, di conseguenza, è il secolo delle crisi e delle contraddizioni, l’uomo, dopo i profondi rivolgimenti del Cinquecento, non presenta un’unità spirituale, politica, religiosa e sociale, ma è tormentato da molteplici e incongruenti richieste, da passioni e stimoli che ne frantumano la vita nei più opposti atteggiamenti, ciò nonostante l’essere umano cerca un ordine, un’unità ed un equilibrio, quando non ci riesce cede alla sensazione, all’istinto. Nell’ambito filosofico si dibatte tra empirismo e razionalismo, tra meccanicismo e finalismo; in quello scientifico tra Tolomeo e Copernico, tra Aristotele e Galilei, tra il principio di autorità e lo sperimentalismo. In campo artistico prevale il Barocco, emblema della crisi di sensibilità e trionfo dell’irrazionale, una rivoluzione culturale in nome dell’ideologia cattolica.[19] L’Italia divenne un luogo sempre meno adatto all’esercizio di un’attività del pensiero, un esempio di ciò è la letteratura, che, data la stretta sorveglianza della Chiesa di Roma, preferì evitare contenuti molto impegnativi, filosofici e religiosi, rivolgendo la propria attenzione su oggetti concreti, quotidiani anche se insignificanti, l’importante era che lo scrittore offrisse un’immagine che destasse meraviglia.

Nell’ultima fase del Concilio tridentino viene affrontato il problema della rappresentazione pittorica della divinità e si studiano i canoni secondo i quali avrebbe dovuto essere affrontata e valutata. Nella XXV e ultima sessione del Concilio vengono redatti i nuovi canoni concernenti la pittura sacra, a cui la Chiesa vuole dedicare una cura particolare per farne uno strumento di propaganda delle dottrine controriformiste. La Chiesa di Roma contrappose la teatralità e il fasto della liturgia post-tridentina al raccoglimento austero della religiosità protestante: gli edifici di culto, le celebrazioni di messe solenni, le processioni erano strumenti di sicuro effetto propagandistico. Le arti figurative divennero un mezzo per diffondere tra il popolo i contenuti dell’ortodossia cattolica. Le scene iconografiche di pittori e scultori cominciarono a passare al setaccio dei teologi: la rappresentazione di scene bibliche o di vite di santi doveva seguire fedelmente le Sacre Scritture, e, allo stesso tempo, apparire efficace e comprensibile a tutti. Particolarmente indicate a questo scopo furono le raffigurazioni del martirio dei santi, spesso rese con toni patetici. I colori divennero più scuri, l’atmosfera tetra e buia, squarciata da lame di luce.

Il 3 dicembre 1563, nella sessione XXV del Concilio di Trento, fu promulgato il decreto:  “Della Invocazione, della Venerazione e delle Reliquie dei Santi e delle sacri Immagini”, con il quale la Chiesa romana onorava l’uso delle immagini sacre, la cui legittimità era stata fortemente criticata dalla Riforma protestante. Rifacendosi alla tradizione, il decreto esaltava la funzione didattica delle immagini e stabiliva dei principi generali riguardanti le caratteristiche delle rappresentazioni da situare negli edifici di culto. Venne istituito un organo di controllo per le opere di destinazione pubblica e saranno i Vescovi a giudicarne l’idoneità, in casi dubbi si ricorrerà al giudizio del Santo Uffizio, i prelati sentendosi investiti da una grande responsabilità, reagiranno con comportamenti che oscilleranno da una forte rigidità ad aperture critiche ed intelligenti.[20]

La Controriforma stabilì una radicale svolta, che riuscì ad influenzare l’arte oltre le indicazioni precettistiche stabilite dal Concilio. I riformati accusavano la Chiesa di Roma di avere smarrito il senso di umiltà e povertà della Chiesa delle origini, per il potere, la ricchezza e i piaceri terreni e tutto ciò era innegabile, ma il risultato dei provvedimenti presi dalla Curia romana fu quello di instaurare un’atmosfera di grande severità soprattutto applicata verso gli altri, infatti la risposta della Controriforma fu l’intolleranza, la paura: non era raro poter essere imprigionati, torturati e condannati a morte solo per reati d’opinione, bastava avere idee diverse da quelle ritenute ortodosse per incorrere in simili pene, emblema di tutto questo sono Giordano Bruno e Galileo Galilei.[21]

La Chiesa romana, cui si deve sempre un rapporto fruttuoso con l’arte, aveva il monopolio sulla produzione artistica ed era stata sempre tollerante verso la creatività degli artisti, anche durante l’Umanesimo, quando con il ritorno al mondo classico l’arte trascese l’ortodossia religiosa. L’improvviso atteggiamento intollerante assunto dalla Chiesa influenzò l’arte in modo profondo, ciò si ebbe anche perché gli artisti di quell’epoca erano ancora al servizio delle classi dominanti, cioè della Chiesa e delle famiglie aristocratiche, quindi si dovettero adeguare rapidamente ai nuovi decreti. Il nudo, soprattutto femminile, e i soggetti mitologici non scomparvero, ma si cercò di fare del primo raffigurazioni castigate e meno dissolute, dei secondi opere laiche per la committenza privata.[22]

Lo spirito del Rinascimento si è esaurito dopo il Concilio di Trento, ma nelle pittura permane il manierismo, che verrà superato solo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento con le opere di Annibale Caracci, Caravaggio e Pieter Paul Rubens, che cercano di coniugare la grande pittura del Cinquecento con l’armonia e la proporzione dell’idealismo e lo studio della realtà del realismo. Con il XVII secolo si aprì dunque un periodo d’intensa sperimentazione, che confluì nell’elaborazione del nuovo linguaggio barocco.[23]

La nuova poetica barocca abbandonò l’idea dell’arte come imitazione della natura, mirando all’illusione, la finzione, l’artificio, facendo dell’arte una seconda realtà, esaltando i valori emotivi e psicologici dell’opera d’arte. Questa scelta formale si adattava perfettamente alle nuove funzioni sociali dell’arte e particolarmente alle esigenze della Chiesa post-tridentina, che, con un linguaggio coinvolgente e illusionistico, riusciva a raggiungere un vastissimo pubblico, stimolandolo esortandolo ad una devota e ossequiosa partecipazione.

Nel giugno 1601, Federico torna stabilmente a Milano e nello stesso anno inizia a inviare persone di sua fiducia in vari luoghi, per cercare ed acquistare codici e libri: nel 1603 comincia la costruzione dell’edificio per la Biblioteca. Il Cardinale aveva acquistato tre piccole case appartenenti agli Oblati di San Sepolcro, che poi fece abbattere per ottenere lo spazio destinato al nuovo edificio, affidandone il progetto a Francesco Richino e a Lelio Buzzi. Non trascurando le responsabilità pastorali e di governo che pongono il nuovo Prelato di fronte a problemi concreti, come la necessità di contenere la pressione della Riforma protestante e il dilagare dei suoi culti, la minaccia dei Turchi per l’Europa cattolica, ma anche i rapporti problematici di Federico con le autorità civili spagnole. Tutto questo contribuisce a convincere il Borromeo del bisogno di un profondo rinnovamento, che dia al Cattolicesimo la possibilità di dialogo agli uomini ed essere punto di riferimento per la società, in quanto fondato su una Verità che vincola al bene: la Biblioteca Ambrosiana non dovrà rappresentare solo un luogo di custodia di libri, ma un centro, aperto a tutti, un luogo di studi e un laboratorio di ricerca.[24] E’ con questo spirito federiciano che nasce la Biblioteca Ambrosiana, aperta al pubblico il 7 dicembre 1609, festa di Sant’Ambrogio, con una cerimonia solenne, dotata di libri a stampa e manoscritti acquistati con le proprie rendite e le proprie energie, poiché il Cardinale ne fece uno degli impegni fondamentali della sua attività di uomo e di ecclesiastico.[25] E’ noto che queste raccolte continuarono ad ampliarsi anche dopo la sua morte e che anche attualmente fanno della Biblioteca Ambrosiana, uno dei più importanti centri mondiali della cultura umanistica.

Secondo la “Costitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae” questa istituzione doveva essere uno strumento per risollevare la cultura, dopo la decadenza delle Università e delle Accademie di tipo tradizionale, ma anche e soprattutto una cultura alla portata di tutti e per tutti. Federico creò anche un Collegio trilingue per diffondere tra i giovani la conoscenza delle lingue antiche ed anche della lingua italiana.[26]

Alcuni anni più tardi, il 28 aprile 1618, alla Biblioteca Federico affiancò la Pinacoteca, donando ad essa la sua “quadreria” e la sua vasta raccolta d’arte figurativa, che andarono a costituire il nucleo più significativo della Pinacoteca: i dipinti e i disegni prediletti di Federico erano quelli attribuiti ai maestri del Cinquecento, ai leonardeschi lombardi e ai contemporanei italiani e fiamminghi. Il Cardinale completava in tal modo il grandioso progetto iniziato nel 1607 con la creazione della Biblioteca Ambrosiana, ovviamente in conformità del Concilio tridentino e con le nuove esigenze dell’arte sacra. Il Guenzati, biografo di Federico Borromeo, ci informa ampiamente e dettagliatamente, anche se in modo piuttosto enfatico, su tutto questo: <<Non s’appagò l’animo grande del Cardinale Federigo d’aver rimesse col Collegio Ambrosiano le lettere più fiorite e d’aver aperta nella Libraria una pubblica scuola di tutte le scienze al mondo, anzi che l’amore della pubblica felicità e della gloria della patria architettò nella di lui vastissima mente nuovi disegni a far rifiorire nella Lombardia tutte le arti liberali per eguagliare anche in questo la città di Milano all’antica Atene e a Roma moderna. […] Propose dunque di dar lustro ai tempij con darlo pria a queste arti nobilissime (Pittura, ed Scultura ed Architettura) e con aprir loro il vero campo acciocché al riflesso di perfettissimi originali riacquistassero l’offuscato splendore, e aguzzatisi li pennelli e scarpelli, ravvivassero su le tele, ne’ marmi e su le carte lo spirito del gran maestro Leonardo da Vinci. […] Che però nell’anno 1622 congregati nel Palazzo Arcivescovile tutti li più celebri pittori, scultori e architetti milanesi alla presenza d’Alessandro Mazenta Arcidiacono, di Giulio Cesare Visconte Primicerio e d’Antonio Olgiato Bibliotecario istituì il Cardinale la triplice Accademia. Ma perché la sola natura non poteva essere perfetta maestra dell’arte, procacciò dall’arte medesima nuovi ammaestramenti il Cardinale col rintracciarne a gran prezzo modelli di statue lavorate da scarpelli ingegnosi e originali perfettissimi de’ più rinomati Apelli acciocché, coll’imitazione di essi, arrivassero al sommo della perfezione. […] Così si formò il bel teatro in cui i capi della repubblica pittoresca abbero il loro nicchio, come il Tiziano, il Giorgione, Leonardo da Vinci, il Sordo, Andrea del Sarto, Alberto Durero, il Luino, Raffaelle d’Urbino e della scuola, il Caietano, l’un e l’altro Bassano, Paris Bordone, lo Schiavone, il Correggio, l’Uglone, Guido Reni, Giulio Romano, il Palma, il Barocci, Calisto da Lodi, il Mantegna, il Tempesta, il Rubens, e Fede Galizia, il Vanstunmich, il Rathnamer, Giulio Campi, il Perugino, il Civoli, il Caraccio, il Cerano, il Morazzone, il Figino, il Bramantino, Luca d’Olanda, Pietro da Cortona.

Mosse pure con stimoli d’oro il pennello mirabile di Bruguel sino a pagarsi le gemme dipinte al prezzo delle vere, onde fe’ que’ sforzi dell’arte cui ora anche di perfettamente copiare diffidano li pittori. Pregiasi perciò la Galeria Ambrosiana di racchiudere in ventisette pezzetti di quadri di questo gran pittore un impareggiabile tesoro mentre il mondo tutto appena ne vanta tant’altri della stessa mano, oltre che per li soli quattro elementi che sono li veri originali, come attestano le lettere. […] Volle ancora che tutti gli altri pittori di que’ tempi tributassero li più preziosi sudori a questa Galeria, come Paolo Brillo ne’ paesi e altri imitatori dello suaccennato Bruguel, il Marchesino e il Dezio nelle miniature, il Caravaggio nella frutta e tant’altri in perfettissimi ritratti. Raccolse ancora fasci di disegni originali de’ primi pittori e carte storiate, con sottilissime impressioni da primi inventori fiamminghi acciocché fosse tanto provvista la pittura de’ suoi esemplari, quanto la sapienza de’ suoi volumi>>.[27]

La produzione letteraria di Federico Borromeo, oltre alle opere pastorali e spirituali, è imponente e si trova tutta presso la Biblioteca Ambrosiana, è molto eterogenea per genere, stile e lingua, ma certamente molto importante poiché permette di delineare un vasto e dettagliato quadro della cultura post-tridentina italiana. Tra le opere da lui scritte, alcune ci mostrano un universo in cui si svolgono fenomeni soprannaturali, attraverso le presenze angeliche, le unioni mistiche e gli inganni dei demoni: una cosmogonia animata dal soprannaturale in contrasto con la visione aristotelico-razionalista, che portò Federico a prendere posizioni nei casi di stregoneria e di monache visionarie, visione ben diversa da quella del suo vecchio padre spirituale San Filippo Neri, il quale era molto diffidente su tali argomenti.[28] Molto importanti ai fini di questo lavoro sono il “De Pictura sacra” e il “Musaeum” pubblicati rispettivamente nel 1624 e nel 1625, ossia dopo alcuni anni dalla donazione della sua collezione personale alla Pinacoteca Ambrosiana (1618), in cui troviamo i commenti di Federico sul ruolo dell’arte nelle pratiche devozionali, egli attribuiva all’arte sacra tre compiti diversi: devozionale, didattico e documentario. <<Per esempio, spiegava l’autore, le immagini sacre avrebbero potuto essere utilizzate , come all’inizio del cristianesimo, per suscitare in chi le guardava il rimorso per i peccati commessi; poi per insegnare i sacri misteri alla parte incolta della popolazione; infine, per tramandare con rispetto della verità storica l’aspetto dei santi riproducendo, mentre erano ancora vivi, la loro fisionomia, il loro modo di vestire e altri particolari interessanti; anche questo, secondo il Borromeo, per rafforzare l’autorità della fede>>.[29]

Nell’introduzione dell’opera “De Pictura Sacra”, troviamo un preambolo di Federico alle “Leges Observandae in Academia”: <<Nell’istituire la Scuola o Accademia di pittura, scultura e architettura non ci mosse alcun motivo umano, ma fu intenzione dell’animo nostro di preparare gli artisti ai lavori del divin culto e di rendere alquanto migliori in questo campo quelle arti. E’ infatti abbastanza noto che molti pittori, scultori e architetti, poiché non hanno fatto strada o nei precetti o nella pietà che dovrebbero apportare nella produzione di tali opere sacre, spesso mancano gravemente e dipingono i divini misteri e i fatti umani, o progettano i templi sacri e le abitazioni degli uomini senz’alcuna distinzione del sacro e del profano, ed hanno più riguardo alle comuni regole dell’arte che alla pietà e alla santità dei luoghi, dei tempi e delle cose stesse. Per la qual cosa noi vogliamo che sia regola della nostra Accademia che, oltre all’arte della pittura e della scultura, vi sia qualche docente che insegni i doveri delle virtù cristiane e che, all’udire di frequente simili ragionamenti, gli artisti siano formati anche alla pietà e religione. Converrà che essi conoscano bene i misteri della nostra sacrosanta Fede, la cui conoscenza invero contribuisce non poco alla perfezione delle arti. Poiché, come sarebbe assurdo pubblicare libri infarciti di errori e che tendessero a corrompere i costumi, e converrebbe anzi distruggere libri di tal genere; così nella composizione di immagini e di edifici bisogna badare che nulla rimanga di cui gli animi dei mortali siano indotti al male e all’errore>>.[30]

Lo scopo dell’opera è quello esposto dal Cardinale: attenersi a quanto indicato dal Concilio tridentino, secondo cui i Vescovi dovevano insegnare la religiosità non solo con le parole, ma anche con la pittura, insomma l’arte al servizio della fede. Per Federico, quindi, l’arte cristiana riformata era un grosso contributo al rinnovamento della Chiesa di Roma e rappresentava anche uno strumento per la salvezza delle anime. Se la Creazione era opera di Dio per l’umanità, si rendeva necessaria una grande varietà di dipinti d’ispirazione religiosa, che esprimessero la realtà metafisica, quindi non solo i soggetti tradizionali dell’arte sacra, ma anche i paesaggi, le nature morte. L’arte, secondo il Borromeo, per essere incisiva doveva possedere la caratteristica della naturalezza, quindi per essere naturale un’opera doveva esprimere la realtà e il significato metafisico del soggetto raffigurato, ossia doveva essere una rappresentazione non sublimata, perché ciò era tollerabile o addirittura gradito solo nelle immagini della divinità. L’arte doveva descrivere effigiare solamente la verità cristiana, e Federico, nel “De Pictura Sacra”, si occupò anche del contenuto delle opere e dell’ortodossia iconografica, riconoscendo che la licenza artistica era tollerabile, purché non mettesse a repentaglio la veridicità, ma arricchisse la naturalezza e l’effetto emotivo.[31]

Il “Musaem”, stampato nel 1625, un anno dopo il “De Pictura Sacra”, non ebbe grande successo né alla sua pubblicazione né in seguito, forse anche a causa della sua limitatissima tiratura, anche se è di grande interesse per capire i gusti e le capacità critiche di Federico, non solo ma rappresenta la prima descrizione delle opere dell’Ambrosiana dal suo stesso fondatore. All’inizio del testo, Federico spiega le ragioni che l’hanno portato a scrivere quest’opera: <<Qualche tempo fa mi trovavo ad ammirare alcuni quadri, modelli e statue che avevo fatto sistemare qualche tempo prima in un’ala della Biblioteca Ambrosiana fatta erigere a questo specifico scopo, quando mi si avvicinarono due persone del mio seguito appassionate d’arte; i due, con una sorta di sospiro, mi fanno: “Non sarebbe un bel lavoro, un lavoro di gran gusto, descrivere con cura in un testo tutte queste testimonianze di arte straordinaria che vediamo raccolte in questa sede?”>>.[32] Lo scopo didattico dell’opera è indiscutibile: è ideata ad utilità degli allievi dell’Accademia, in un passo del testo, parlando di alcune riproduzioni fatte eseguire da Antonio Mariani, copiandole da originali di Raffaello troviamo: <<Se gli allievi vorranno imitarli con cura, sarà esattamente come se avessero davanti agli occhi le opere dello stesso Raffaello. Se però nello studio e specificatamente in questa imitazione saranno troppo pigri, attribuiscano a sé stessi tale colpa>>.[33] Oltre lo scopo didattico sentiamo anche un grande senso di soddisfazione che il Presule ha verso se stesso per essere riuscito a mettere insieme una tale collezione, anche se, non di rado, ad altissimo prezzo, ma già nel “De Pictura Sacra” scrive dell’enorme quantità di opere antiche andate perdute e si compiace con Plinio (Naturalis Historia) per aver tramandato la loro esistenza, infatti l’influenza pliniana è fondamentale in Borromeo, il quale elogia la pratica ecfrastica poiché: <<Eppure, in ogni caso, questa rovina è risarcita dall’impegno degli scrittori e una così penosa perdita è sanata dalla penna, di modo che straordinari capolavori periti tanto tempo fa sono ancora vivi sotto i nostri occhi e non si possono ritenere ancora scomparsi. Questo dimostra l’abilità con cui sono riusciti gli scrittori a restituire uno per uno i contorni e i tratti, dando vita a un’entusiasmante gara tra la penna e il pennello e lo scalpello, con risultati tanto fortunati da lasciare il dubbio a quale dei due contendenti debba essere aggiudicata la vittoria>>.[34] Federico, quindi, non ha incertezze ad acquistare copie di capolavori, ma sostiene energicamente l’esecuzione di repliche, ovviamente quando gli originali si trovano in condizioni conservative rovinate da far pensare ad un incipiente disfacimento, tutto questo, secondo Borromeo, è una specie di dovere morale verso i posteri. Come già aveva scritto nel “De Pictura Sacra”, ribadisce il criterio tridentino del rispetto della verità storica e i divieti che rivolge agli artisti sono soprattutto in funzione della difesa delle immagini sacre dalle critiche di idolatria e falsità protestanti.[35]

<<Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del Borromeo sulla coltura pubblica: sarebbe facile dimostrare in due frasi, al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon niente; cercare e spiegare, fino a un certo segno, quali siano stati veramente, sarebbe cosa di molta fatica, di poco costrutto, e fuor di tempo. Ma pensate che generoso, che giudizioso, che benevolo, che perseverante amatore del miglioramento umano, devess’essere colui che volle una tal cosa, la volle in quella maniera,e l’eseguì, in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa…>>.[36] Con queste parole Alessandro Manzoni cerca di illustrare la funzione istituzionale dell’Ambrosiana nell’ambito socio-culturale milanese, evidenziando la grandezza della beneficenza verso i cittadini e a favore della cultura pubblica, come del resto lo fu anche la fondazione dell’Accademia del Disegno nel 1620, ossia l’Accademia di pittura, scultura e architettura, nella quale convocò i migliori artisti milanesi presieduti da Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, e dai maestri Giovan Andrea Biffi (scultura), Carlo Buzzi e Fabio Mangone (architettura). Questa istituzione fu concepita da Federico non tanto in funzione della Pinacoteca, quanto come scuola per i giovani artisti: <<Per nessun altra ragione fu fondata la presente Accademia di Pittura, Scultura e Architettura, se non per aiutare gli artisti a realizzare opere per il culto divino, migliori di quelle che si fanno attualmente>>.[37]

Nel 1613 il Cardinale, tramite Ludovico Carracci e Galeazzo Paleotti, nipote dell’Arcivescovo di Bologna, chiede e riceve le regole dell’Accademia di questa città, il suo intento era quello di fondare un’Accademia che fosse scuola di pittura, scultura e architettura, ma anche una scuola che  sostenesse le riforme circa l’applicazione dell’arte alle espressioni del culto divino imposte dai decreti del Concili tridentino. Per edificare tale istituzione, che doveva essere annessa all’edificio della Biblioteca Ambrosiana, ma indipendente come Istituto, occorreva spazio, quindi Federico offrì alle Scuole fondate da Stefano Taverna una sua casa molto ampia ubicata in via Santa Maria Fulcorina, in cambio delle loro aule e delle abitazioni degli insegnanti, che fece abbattere per costruire due grandi saloni sotto la direzione dell’architetto Fabio Mangone. I lavori, cominciati nel 1611 furono terminati nel 1620, anno in cui il Presule aveva già fatto stampare le regole per la nuova Accademia: “Leges observandae in Academia quae de graphide erit”, l’apertura ufficiale fu con l’atto notarile completato e redatto il 25 giugno 1621 nel Palazzo Arcivescovile di Milano, alla presenza del Cardinale, del Rev. S.V.D.D. Alessandro Mazenta, Arcidiacono della Metropolitana, e del M.R.G.B. Riboldo, Rettore del Seminario di Milano.[38] All’inizio l’Accademia fu molto fiorente, poi l’epidemia della peste influì molto sullo sviluppo dell’istituzione, dopo la morte del Borromeo (1631) decadde e rimase chiusa per circa quarant’anni, riaperta nel 1699, cessò di esistere nel 1776, dopo un secolo di vita debole e fittizia: venne sostituita dall’Accademia di Belle Arti fondata dal Governo austriaco nel nel Palazzo di Brera, lasciato da poco dai Gesuiti.[39]

Una delle regole dell’Accademia affermava il diritto di ogni allievo di poter esaminare e copiare direttamente le opere conservate in Ambrosiana, ciò fa capire quanto fosse importante per il Cardinale lo studio e l’imitazione di opere famose. La natura prettamente religiosa dell’Accademia si rispecchiava anche nel programma didattico: il Prefetto doveva assistere a tutte le lezioni e alle esercitazioni degli studenti presenziava con un altro funzionario dell’Istituzione. Era proibito agli insegnanti laici di criticare con commenti personali le tesi esposte durante le lezioni, probabilmente potevano esprimere le loro critiche in sede privata. Le lezioni dovevano essere chiare e semplici, senza sfoggio di retorica, per facilitare l’apprendimento degli studenti; gli insegnanti dovevano evidenziare l’importanza della pittura di storie religiose, il rispetto della verità storica, la dignità, infine insegnare a realizzare immagini sia sacre che profane in modo onesto.[40]

Federico Borromeo, verso il 1630, scriveva negli “Additamenta alle Constitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae”: <<La città di Milano ha sempre avuto due cose: la prima è stata l’opulentia, cagionata dalla grassezza del suo paese. La seconda è stata una certa magnanimità et liberalità, in abbracciare et fondare luoghi et istituti, così sacri come profani, per la pubblica utilità. Però io mi persuado che facilmente seguirò quello che ora dirò: è che avendo retto e fondato il Collegio Ambrosiano et dedicato la Libraria alla pubblica utilità et al servitio di Dio con gran spesa, non ho tuttavia potuto operare tanto nell’una e nell’altra cosa per la conditione dei tempi, che i redditi della Libraria et Collegio non siano rimasti alquanto deboli. Perciò esortiamo e preghiamo così i Dottori, come i Conservatori, che vogliono, con alcune genti pie et amatrici di lettere, persuaderli che, non avendo figli o parenti strettamente seco congiunti, a tener memoria dei loro testamenti di questa opera la cui utilità sarà perpetua et gloria di Dio grandissima et cosa tanto cara  alle esterne nazioni, non solo a Italia>>.[41]

La prolusione pronunciata recentemente dal Professor Alessandro Zuccari in occasione del Dies Academicus del 21-23 novembre 2018, il cui tema era “1618-2018 La donazione della raccolta d’arte di Federico Borromeo all’Ambrosiana: confronti e prospettive”, ci danno un sintetico, ma efficiente “ritratto” della personalità del Cardinale: <<Federico Borromeo, durante la sua feconda attività pastorale e culturale, ebbe sempre come riferimento soprattutto tre città. Oltre alla sua Milano, trascorse molto tempo della sua giovinezza a Roma, “gran teatro del mondo”, dove ebbe una formazione spirituale e intellettuale tra l’Oratorio di san Filippo Neri e la Curia pontificia. Dove frequentò ed ebbe per amici, nonostante il suo carattere schivo, i migliori ingegni del tempo: fu molto amico di Cesare Baronio, il quale influì molto nella sua formazione.

Le esperienze, le relazioni, gli studi e le riflessioni artistiche, di cui aveva fatto tesoro durante il soggiorno a Roma, furono molto importanti per le scelte da lui operate come Arcivescovo di Milano: molte di quelle esperienze furono determinanti nella creazione della sua collezione d’arte, nella fondazione dell’Accademia Ambrosiana, i cui progetti erano già stati concepiti proprio nel periodo romano e soprattutto nella sua idea di riforma tridentina delle arti. Federico Borromeo aveva, contemporaneamente, come ideale la città di Gerusalemme, vista come modello della vita cristiana e come rappresentazione della città celeste, che possiamo vedere nel suo amore ed interesse per l’archeologia cristiana e nell’interesse per alcuni temi figurativi, come i paesaggi degli amici Brill e Brueghel e le nature morte, ne è un esempio la canestra del Caravaggio, non è certo un caso che quest’opera si trovi all’Ambrosiana, perché Federico Borromeo amava molto la natura morta e di questo ne è testimonianza anche il vaso di fiori di Brueghel che possiamo vedere in questa Pinacoteca>>.[42]

Il grande amore di Federico per l’arte, che fece di lui un raffinatissimo collezionista, si può capire attraverso queste sue parole: <<Ho fatto decorare la mia stanza con quadri, badando che fossero della migliore qualità; non ve n’è uno che sia volgare, o dozzinale. E il piacere che provo contemplando queste vedute dipinte mi è sempre parso non minore di quello [che danno] gli spazi aperti [della natura]… Al loro posto, quando non sono alla nostra portata, i quadri racchiudono in piccole superfici lo spazio della terra e del cielo, e possiamo vagabondare, e compiere lunghi viaggi [con la mente] restando seduti nella nostra stanza…>>.[43]

Federico Borromeo muore il 21 settembre 1631 all’età di sessantasette anni, dopo essere stato Arcivescovo di Milano per trentasei anni e viene sepolto nella Cattedrale davanti all’altare della Madonna dell’Albero, la lapide reca queste semplici parole:<< FEDERICVS BORROMEVS CARD ET ARCHIEP MEDIOLANI SVB PRAESIDIO ALTISSIMAE VIRGINIS HIC QVIESCIT DECESSIT ANNO M DCXXXI XI CAL. OCTOBRIS>>. L’orazione funebre fu pronunciata da Paolo Arese, teologo, filosofo, molto noto come oratore e predicatore e dal 1620 Vescovo di Tortona, con nomina di papa Paolo V.[44]

SALA 1

Entrando nella Sala 1, troviamo, l’inizio del percorso espositivo, due ritratti di artisti anonimi di Federico Borromeo, entrambe le opere risalgono alla prima metà del XVII secolo.

Scheda n. 1

Pittore lombardo

Prima metà del XVII secolo

RITRATTO DEL CARDINALE FEDERICO BORROMEO

Inv. 552 (Sala 1)

Olio su tela ovale; 105 x 78 cm.

 

Scheda n. 2

Anonimo

RITRATTO DEL CARDINALE FEDERICO BORROMEO

Inv. 1925 (Sala1)

Olio su tela, 60×50 cm.

Donazione Margherita Beer

Sia nel dipinto di forma ovale che nell’altro, il Presule è rappresentato in età matura e in veste cardinalizia, nel primo ha la mano alzata in gesto benedicente. In questi due non mirabili ritratti emerge il profilo umano del Cardinale, insito nello sguardo penetrante, ma soprattutto rivelano l’umiltà di Federico nella rinuncia di avvalersi di insigni pittori per commissionare un suo ritratto. Gli sfondi sono molto scuri, conformi all’estetica controriformistica.

 

Scheda n. 3

Pittore lombardo (?)

TESTA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Inv. 85 (Sala 1)

Tempera e olio su tavola; 42 x 35 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo

Datazione: primo decennio del secolo XVI

Il dipinto fu attribuito, in passato, ad Antonio Solario, detto lo Zingaro, originario di Solario ed operante alla fine del secolo XV e nei primi anni del successivo, le sue opere risentirono della pittura lombarda di matrice bramantesca, la tempera fu datata 1508. In seguito gli esperti hanno attribuito l’opera ad un pittore lombardo sconosciuto. Iconograficamente il soggetto pittorico era molto frequente in Lombardia.

Il Vangelo di Marco ci narra che Giovanni Battista fu fatto arrestare da Erode, accusato di un amore incestuoso e adultero dal predicatore: sia l’incesto che l’adulterio erano contrari alla Legge di Mosè. Ma, temendo molto il Battista, Erode rifiuta la richiesta della moglie Erodiade che lo voleva far giustiziare, quindi, la donna convinse la figlia Salomè, di cui Erode era innamorato, a ballare per il patrigno la famosa “danza dei sette veli” e a chiedergli come ricompensa la testa di Giovanni Battista su un piatto. La figura di Salomè appare in tutte le iconografie medievali, perché lei rappresenta lo strumento del martirio e quindi della santità di Giovanni. Anche in seguito questa storia diverrà per secoli un mito affrontato in ogni campo, oltre che nella pittura, da molti artisti: Oscar Wilde nel teatro, Richard Strauss nella musica etc. Il dipinto non appare nel primo Codicillo testamentario di Federico del 15 settembre 1607, mentre in quello del primo aprile 1611 troviamo: <<Una Testa de San Giovanni Battista in tavola di legno di lunghezza di due palmi, e mezzo>>.[45] Una spiegazione di poco più dettagliata la troviamo nell’Atto di donazione: <<Una testa di Gio. Batt. in un piatto, di mano d’un Antico Pittore, alta nove once, larga sette senza cornici>>.[46] Ciò fa pensare che il Borromeo sia venuto in possesso di tale opera nell’arco di tempo che intercorre tra le due date. Molte le ipotesi di attribuzione, ma nessuna certa. Interessante notare come il volto ed i capelli siano avvolti nella semioscurità, lo squarcio del collo reso con una striscia purpurea. Da evidenziare anche il bacile su cui poggia la testa, rappresentato con perizia ed attenzione alla resa di lavoro e di materia, bellissimo il rialzo di luce sull’orlo.

 

Scheda n. 4

Girolamo Marchesi da Cotignola

RISURREZIONE DI CRISTO

Inv. 854 (Sala1)

Tempera e olio su tavola; 64 x 51,5 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo

Girolamo Marchesi nacque a Cotignola (Romagna) da Antonio, in data sconosciuta, forse nel 1480 circa. Della sua formazione artistica non abbiamo notizie certe, ma gli esperti sono concordi che sia avvenuta presso la bottega di Francesco e Bernardino Zaganelli sempre a Cotignola, in seguito allo scioglimento della bottega, Girolamo forse seguì Bernardino a Ravenna, con il quale collaborò a importanti lavori. Tra i maggiori committenti dell’artista troviamo la famiglia Sforza, la quale gli affidò anche la decorazione della sala dei Putti della rocca di Gradara. Il 3 dicembre 1513 Girolamo si trova a Rimini dove firma un contratto di commissione per la decorazione della cappella maggiore di Santa Colomba (cattedrale distrutta dal terremoto del 1672), ma gli affreschi non furono graditi dai committenti che fecero causa al pittore e con un lodo arbitrale del 27 febbraio 1516 tale causa si concluse a sfavore del Marchesi, il quale ricevette una cifra minore di quella pattuita. Nello stile di Gerolamo si nota una svolta raffaellesca a partire dal 1522 circa, quando dipinge lo “Sposalizio della Vergine” per l’altare maggiore di San Giuseppe fuori Porta Saragozza a Bologna, che attualmente si trova nella Pinacoteca Nazionale di questa città. Dopo un breve soggiorno a Roma e a Napoli, il 15 ottobre 1525, l’artista si trova nuovamente a Bologna, dove riscute compensi dai frati Olivetani per le sue prestazioni, a questo periodo appartengono opere i cui esiti rappresentano il culmine della maturazione di sperimentalismo manieristico conseguito dal Marchesi. Gli ultimi riferimenti circa l’attività dell’artista risalgono agli anni successivi al 1530, con gli ultimi versamenti degli Olivetani di Bologna. Sembra sia morto a Roma all’età di sessantanove anni.[47]

Il dipinto fa parte della donazione del Cardinale Federico ed è così descritta nell’Atto di donazione del 1618: <<Una Resurrtezione di N. S. con diversi atti dei Giudei, d’Autore Antico, alta un braccio, e larga dieci once, senza cornice>>.[48] I soldati, raffigurati con abiti romani anziché ebraici, hanno atteggiamenti diversi che denotano le loro emozioni di fronte ad un evento straordinario come la Resurrezione di Cristo, il quale appare in tutta la sua maestà, con lo stendardo bianco con la croce rossa, caratteristica quattrocentesca, simbolo del trionfo sul peccato e sulla morte.

 

 

SALA 2

 Passando nella Sala 2 troviamo una tempera su tela, della fine del secolo XV rappresentante San Bernardino, San Bonaventura e San Cristoforo, l’autore, sconosciuto, sembra sia un pittore veneto attivo a Verona tra il XV e il XVI secolo, molte sono state le supposizioni degli studiosi sul nome del pittore, tuttavia non hanno dato risultati certi, da alcuni è stato identificato come “Maestro della Libreria Sagramoso”.

 

Scheda n. 5

Pittore veneto

Fine XV secolo

SAN BERNARDINO, SAN BONAVENTURA E SAN CRISTOFORO

Inv. 1166 (Sala 2)

Tempera su tela, 146,5×96,5 cm.

Donazione: Attilio Brivio, 1959

Nell’opera, rappresentante i tre santi, sono evidenziati i loro elementi distintivi: a sinistra troviamo San Bernardino, con vesti francescane, il quale tiene in una mano un libro aperto su cui si può leggere un famoso passo latino tratto dalla “Lettera di San Paolo Apostolo ai Colossesi”: <<Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio, pensate alle cose di lassù non a quelle della terra>>. Con l’altra mano benedice. Sopra la testa del Santo il suo emblema: YHS, il nome di Gesù abbreviato inserito in un sole raggiante, che faceva incidere su tavolette di legno, che dava a baciare al pubblico al termine delle prediche; fu accusato di idolatria e di eresia specialmente per quanto riguarda la devozione al Nome di Gesù espresso nel famoso trigramma.

Al centro vediamo San Bonaventura in abiti pontificali, con in una mano un libro, metafora della sua attività di teologo presso l’Università di Parigi, nell’altra tiene il “Lignum Vitae”, opera meditativa del Santo, interpretata iconograficamente in un albero con dodici rami simboleggianti la meditazione di Bonaventura sulla vita,passione e glorificazione di Cristo; sull’albero è fissato il Crocifisso, simbolo della trasformazione del “lignum” in sorgente di vita.

Sulla destra è raffigurato San Cristoforo (in greco Cristoforo significa: colui che porta Cristo), che la tradizione vuole avesse trasportato Gesù sulle sue spalle, traghettandolo da una riva all’altra di un fiume, senza sapere chi fosse in realtà, molto venerato durante il Medioevo, divenne il protettore dei pellegrini. I Santo è rappresentato con la sua iconografia tradizionale: i piedi dentro un corso d’acqua, in mano un vistoso bastone da pellegrino e sulle spalle Gesù fanciullo, che nella sua mano, in quanto figlio di Dio, regge il mondo. L’opera fu donata alla Pinacoteca Ambrosiana da Attilio Brivio nel 1959. Il formato e il supporto dell’opera farebbero pensare all’anta destra di un organo, la posizione di primo piano dei santi Bernardino e Bonaventura fanno supporre una probabile provenienza dall’ambito francescano.[49]

 

Scheda n. 6

Pittore lombardo

Attivo nel 1490-1495 circa

MADONNA CON IL BAMBINO E DEVOTI SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA E SAN GIOVANNI BATTISTA SAN PIETRO E SAN FILIPPO BENIZZI

Inv. 18 (Sala 2)

Tempera su tavola, 147×66 cm.; 115×42 cm.

Donazione: Massimiliano Mainoni d’Intignano, 1884

Un trittico rappresentante una Madonna con il Bambino e devoti Santa Caterina d’Alessandria a San Giovanni Battista, San Pietro e San Filippo Benizzi, è una tempera su tavola, la cui parte centrale misura 147×66 cm., le tavole ai lati 115×42 cm. e in origine costituivano un singolo trittico. Nella tavola centrale è raffigurata la Vergine in trono con il Bambino in braccio, il cui gesto protettivo della mano destra ricorda la celeberrima “Vergine delle Rocce” di Leonardo, ai suoi piedi due figure oranti: un uomo con un berretto in mano e una donna (i donatori?), la figura femminile inginocchiata ha un abito monacale identificabile in quello del del Terz’Ordine o delle monache dei Servi di Maria, mentre il soggetto maschile alla destra della Madonna sembra indossare abiti laici. Nella tavola di sinistra possiamo vedere Santa Caterina d’Alessandria, martire vissuta a cavallo tra il III e IV secolo, con il capo cinto da una corona per indicare le sue nobili origini, al suo fianco è raffigurato San Giovanni, con in mano la croce, simbolo del suo ruolo di precursore che anticipa la venuta e la morte di Cristo. Sulla tavola di destra è raffigurato San Pietro apostolo, con le chiavi in mano e, in abito da servita, Filippo Benizzi, vissuto nel III secolo, con il suoi attributi iconografici in mano: il giglio e il libro.[50]

 

Scheda n. 7

Pittore toscano

Seconda metà del XV secolo

COMPIANTO SU CRISTO

Inv. 825 (Sala 2)

Tempera su tavola, 133×120 cm.

Donazione: Attilio Brivio, 1959

La tavola è una tempera su tavola della seconda metà del XV secolo, eseguita da un pittore toscano attivo in Firenze negli ultimi anni del Quattrocento e probabile seguace di Botticelli. Il dipinto, intitolato “Compianto su Cristo”, ha tutte le caratteristiche della classica “Pietà”: la Madonna addolorata sorregge Cristo morto come fosse un bambino, sulla sinistra è raffigurato un giovane San Giovanni, che sorregge la testa di Gesù, mentre dalla parte opposta Maria Maddalena, con i lunghi capelli sciolti sulle spalle, è rappresentata nell’atto di baciare i piedi di Cristo. Alle spalle della Vergine sono raffigurati Nicodemo, una delle pie donne e Giuseppe d’Arimatea: il primo tiene in mano il martello e la tenaglia e il secondo i chiodi, infatti, secondo il Vangelo di Giovanni, levarono Gesù dalla croce e lo deposero nel sepolcro. Mentre la donna, che, secondo il racconto evangelico, insieme ad altre aveva assistito alla morte di Gesù, potrebbe essere Maria, madre di Giacomo o Maria Salome. Sullo sfondo possiamo vedere una città cinta di mura presso un fiume, con torri rotonde, una delle quali è sovrastata da un camino fumante e nell’angolo superiore destro, in un’anacronistica spelonca, è raffigurato San Girolamo orante davanti al Crocifisso e ai suoi piedi il cappello da cardinale, uno dei suoi emblemi iconografici. Si tratta di una “Pietà” non di un “Lamento”, perché mostra la Madonna Addolorata che tiene in grembo Cristo morto come se fosse un bambino.[51]

 

Scheda n. 8

Giovanni di Francesco

Firenze? Arezzo? 1412/28 circa – post 1458/59

SANT’ANTONIO ABATE

Inv. 345 (Sala 2)

Tempera su tavola; 117 x 40 cm.

Donazione Attilio Brivio, 1959

Datazione: 1455 – 1459

Le notizie biografiche su questo pittore sono molto nebulose, anche perché alla metà del XV secolo operavano a Firenze diversi artisti chiamati Giovanni di Francesco. Lo storico d’Arte Gaetano Milanesi identifica Giovanni da Rovezzano, citato da Vasari (1568) come allievo e seguace di Andrea del Castagno, con Giovanni di Francesco del Cervelliera, miniatore, morto nel 1459 e nel commentario alla vita del Vasari, dedicata a Filippo Lippi, affermava che Giovanni di Francesco da Rovezzano fu lo stesso pittore allievo di Lippi, con il quale ebbe una grave controversia di natura finanziaria nel 1450. Più tardi (1962), Mirella Levi D’Ancona sostiene che il pittore e il miniatore sono due persone diverse: Giovanni da Rovezzano nacque, secondo la studiosa, a Verrazzano nell’Aretino, nel 1412, poiché in un documento dichiarava di avere ventitré anni nel 1435 e risulta registrato tra i medici e gli speziali nel 1428; mentre Giovanni di Francesco del Cervelliera, attivo nella stessa chiesa in Santa Maria degli Angeli e negli stessi anni di Giovanni di Francesco, risulta iscritto all’arte nel 1442. Secondo Luciano Bellosi (1990) Giovanni di Francesco nacque nel 1428 circa e nel 1451 prestava la sua opera presso la suddetta chiesa, dove anche il padre aveva lavorato. Sembra sia morto nel 1458 circa e le sue spoglie tumulate nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze.[52] Altri esperti dissentono dai dati sopra esposti. Tra le numerose e celebri opere (Trittico Carrand, Museo del Bargello, Firenze; Adorazione dei Magi, Museo Montpellier; le predelle del Louvre e di Casa Buonarroti etc.) di Giovanni di Francesco si annovera anche il Sant’Antonio Abate della Pinacoteca Ambrosiana, che originariamente faceva parte di un trittico ricostruito da Roberto Longhi nel 1928, formato dalla tavola centrale dalla “Madonna Contini Bonacossi” e da quelle laterali con il Sant’Antonio dell’Ambrosiana e San Giacomo (Lione, Musée des beaux-arts). Il trittico fu definito dal Longhi “il risultato più alto e più maturo” della carriera del pittore, per la sua capacità di aver saputo sintetizzare la solennità propria dello stile di Piero della Francesca con il vigore di Andrea del Castagno. La figura del santo richiama gli sviluppi pittorici nord italiani e caratteri affini a Donatello (si veda il San Marco donatelliano in Orsanmichele).[53]

Nello scomparto laterale del trittico, Sant’Antonio Abate si staglia monumentale sul fondo oro, davanti ad una bassa balaustra marmorea; La rotazione leggera del busto origina un delicato movimento rotatorio attorno all’asse rappresentato dal bastone del santo a forma di T (tau), che simboleggia la vita eremitica. La luce colpisce la figura ieratica del padre del monachesimo cristiano da sinistra, trattenendosi sulla tunica di velluto nera, che appare riflessa di blu e grigio e proietta le ombre sul pavimento marmoreo, dove la posizione dei piedi del santo accentuano il movimento del corpo. I tratti del volto e l’arricciarsi della barba e dei capelli sono resi con fitte e piccole pennellate. La “pittura di luce”, nata verso la metà del Quattrocento a Firenze e in seguito portata al successo da Piero della Francesca, fu appresa dall’artista da Domenico Veneziano, approda in questa tempera ad una resa quasi metallica, con assoluta nitidezza plastica e cromatica, sfruttando gli effetti di luce e l’evocazione del colore.

 

 

SALA 3

 Scheda n. 9

Pseudo-Francesco Napoletano

Attivo a Milano tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo ?

MADONNA CHE ALLATTA IL BAMBINO

Inv. 1000 (Sala 3)

Tempera e olio su tavola, 81×61 cm.

Passando nella Sala 3 troviamo un soggetto molto frequente nell’esposizione della Pinacoteca: una “Madonna che allatta il Bambino”, si tratta di un dipinto a tempera e olio su tavola, attribuito in passato ad un pittore sconosciuto facente parte dell’ambito di Bernardino de’ Conti, ritrattista molto ricercato nel primo decennio del secolo XVI, in seguito la critica  lo ha attribuito allo Pseudo-Francesco Napoletano, di cui non abbiamo notizie certe, fu presumibilmente attivo a Milano tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. L’opera è molto interessante perché presenta la coesistenza di componenti leonardesche come la rupe alla destra della Vergine, derivata dalla “Vergine delle Rocce” di Leonardo, con le caratteristiche della pittura lombarda (Bergognone, Zenale) e l’influsso del Bramantino (panneggio della Madonna).

 

SALA 4

 Scheda n. 10

Pittore fiammingo

Seconda metà del XVI secolo

RITRATTO DI FRATE

Inv. 440 (Sala 4)

Olio su tavola, 29,5×19 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Mentre il visitatore sta ammirando le grandi opere presenti nella sala 4, ad un certo punto si sente osservato e scrutato da uno sguardo vigoroso e irresistibile: è quello di un dipinto catalogato come “Ritratto di frate”, che fa parte delle opere donate da Federico Borromeo e da lui descritto nell’Atto di donazione come <<Un Ritratto che rappresenta un frate fatto da Tiziano alto mezzo braccio e largo quattro once con cornici nere profilate d’oro>>,[54] l’antica attribuzione a Tiziano forse è dovuta alla vivacità espressiva e al luminismo caldo. In seguito, gli esperti, dopo avere azzardato vari nomi di artisti, hanno attribuito l’opera ad un anonimo pittore fiammingo. Il volto, affiorante dal buio, è leggermente inclinato verso sinistra, ma ciò che colpisce maggiormente è lo sguardo intenso rivolto verso lo spettatore.

 

SALA 5

 Scheda n. 11

Pittore fiammingo

Prima metà del XVI secolo

LAVANDA DEI PIEDI

Inv. 107 (Sala 5)

Tempera su tavola, 94×117 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Proseguendo nel percorso e arrivando alla Sala 5, lo spettatore può ammirare un’opera intitolata “Lavanda dei piedi” eseguita da un pittore fiammingo: il dipinto, donazione del Cardinale Federico Borromeo, risale alla prima metà del XVI secolo, è un olio su tavola. Si tratta di un dipinto piuttosto singolare, sia per la contestualizzazione sia per la dinamicità dei personaggi: Cristo lava i piedi ai suoi discepoli in una grande sala, in cui viene anche allestito il banchetto pasquale, le figure trasmettono un forte dinamismo a causa del loro atteggiamento.

Gesù vestito di bianco è inginocchiato davanti a San Pietro, cui sta lavando i piedi, gli altri apostoli, divisi in due gruppi, sono raffigurati con abiti dai colori rosso, ocra, grigio, turchese, che risaltano brillantemente nel contesto rigoroso e li stanno guardando. Alcuni di loro sono seduti accanto a Cristo, altri tre sulla sinistra sono hanno da un lato un servitore con un piatto e una brocca, che si distingue dai soggetti sacri perché non ha l’aureola, ma porta un berretto. Gli apostoli mostrano espressioni di stupore, mentre un quarto, vestito di rosso, si prepara alla lavanda tagliandosi le unghie dei piedi con un paio di grosse forbici. Sulla parte destra, un poco in disparte si trova Giuda, che si sta togliendo una calza e volge la schiena a Gesù, con il capo leggermente chino ha un atteggiamento criptico come chi si sente colpevole o nasconde qualcosa. Sullo sfondo, a destra, si apre una porta da cui escono i servitori che portano le vivande per il banchetto pasquale e il cartiglio sopra la porta richiama l’ambiente storico dell’evento. Sempre sullo sfondo appaiono statue e bassorilievi che conferiscono al dipinto una nota classicheggiante: La statua a destra rappresenta Giuditta esibisce la testa di Oloferne, ai piedi della statua possiamo leggere la scritta “VERITAS” (la sola leggibile), è probalile che anche le altre due statue raffigurino altre virtù. I bassorilievi che sovrastano le statue, ci presentano scene bibliche non chiaramente identificabili, forse raffigurano il sacrificio di Isacco, Mosè che riceve le Tavole della Legge e per ultimo l’esposizione di queste. L’opera, nel suo insieme, riesce a trasmettere la scena della lavanda dei piedi in modo reale, grazie non solo alla dinamicità dei personaggi ma anche alle loro espressioni molto naturali. Difficile l’attribuzione della paternità: sembra che l’opera sia stata menzionata in una lettera scritta da Venezia nel 1612 al Cardinale, in cui si parla di tre dipinti acquistati nella suddetta città e spediti a Milano, tra questi uno, attribuito a Raffaello o a Perino del Vaga sembra corrispondere a quest’opera, perché nell’Atto di donazione  un dipinto con lo stesso soggetto viene attribuito a Perino: <<Il lavamento de i piedi fatto dal Signore agli Apostoli, con cornice dorata a fogliami, largo braccia due e mezzo et alto uno e mezzo. E si crede che questo quadro sia di mano di Perino del Vago>>.[55] Discordi i pareri degli studiosi.[56]

Nella stessa Sala si può ammirare un’altra opera che fece parte della collezione privata di Federico Borromeo e che non si può considerare eseguita da un artista minore, poiché attribuita ad uno dei fratelli Campi, famiglia di pittori celebri di Cremona. Il dipinto, molto importante affettivamente per Federico, reca in basso un’iscrizione che ricorda come San Carlo sia morto tenendo gli occhi fissi su quest’immagine, Federico, che riesce ad acquistarlo nel 1588 circa, ossia quattro anni dopo la morte di Carlo, così lo descrive nell’Atto di donazione: <<Un Christo che ora nell’Horto, con cornici di noce con profili d’oro, largo un braccio e mezzo, alto due. Questo quadro non per la finezza del lavoro, ma perché in esso tenendo gli occhi fissi S. Carlo rendè l’anima a Dio, si è conservato e si è consegnato con gli altri>>.[57] L’opera, quindi, non fu comprata dal Cardinale per il suo pregio artistico, ma per la devozione che aveva verso la memoria del cugino Carlo, infatti anche nel Codicillo del 15 settembre 1607 troviamo: <<Un quadro largo un braccio, et un quarto, alto uno et mezo, con cornici profilate d’oro dove è un Christo che ora nell’horto con un Angelo, et i tre discepolinche lo accompagnano; et questo è sol di pregio per la cagione, che si vede descritta nel medesimo quadro>>.[58]

Sia Carlo che Federico furono entrambi grandi appassionati dell’arte, anche se in modo molto dissimile, che riflette le diverse personalità: per il primo l’arte era concepita attraverso la liturgia e la devozione; il secondo, come già visto anche dai suoi scritti, finalizzato altresì a comparire raffinato e colto conoscitore e collezionista.

Scheda n. 12

Giulio o Antonio Campi (Cremona, 1502 circa-1572/ 1525 circa-1587)

Inv. 112 (Sala 5)

ORAZIONE NELL’ORTO

Olio su tela; 95 x 73 cm.

Donazione Cardinale Federico Borromeo, 1618

In passato il dipinto è stato ritenuto opera di Giulio Campi, oggi i critici lo attribuiscono al fratello Antonio per la corrispondenza fra il volto di Cristo e quelli ugualmente macilenti delle figure nella sua “Pietà” affrescata in San Vittore a Meda.

Nel XVI secolo Cremona è un vivace centro culturale, in cui confluisce la sperimentazione pittorica lombarda con elementi di quella emiliana e veneta. E’ in questo clima che opera la scuola pittorica dei tre fratelli Campi: Giulio, Antonio, pittori ed architetti e Vincenzo. I fratelli Campi ebbero un ruolo importante nella ricerca artistica che dal manierismo romano ed emiliano segna il passaggio ad una visione naturalistica moderna, basata soprattutto sullo spazio prospettico, sugli effetti della luce, precedendo di poco l’interpretazione caravaggesca. Gli studi sulla luce e sull’illusionismo prospettico non sono esenti dalla pittura fiamminga.

Del maggiore dei fratelli, Giulio, non conosciamo la data di nascita, che certamente risale ai primissimi anni del Cinquecento (1502?), fu il capostipite di questa dinastia di pittori, realizzò pale d’altare e affreschi, con uno stile che denota grande apertura verso le ricerche artistiche contemporanee, le cui soluzioni vennero poi interpretate e sviluppate ulteriormente dal fratello Antonio. Giulio morì a Cremona nel 1572.[59] Antonio, secondo figlio di Galeazzo Campi, oltre che pittore ed architetto, fu anche scultore e storiografo, sconosciuta la data di nascita; si formò nella bottega del fratello Giulio e certi sono da ritenere gli studi umanistici frequentati, la collaborazione col fratello maggiore è confermata dalla presenza comune negli affreschi del palazzo di Torre Pallavicina e nella chiesa delle SS. Pelagia e Margherita. Nel 1563 fu incaricato di allestire gli archi trionfali e gli apparati decorativi a Cremona, in occasione del passaggio per questa città dei principi Rodolfo ed Ernesto d’Asburgo; l’anno successivo fu chiamato a Milano per affrescare la chiesa di San Paolo, fondata nel 1549 e, secondo il Vasari, avrebbe lavorato ancora a fianco di Giulio; nel 1564 è documentato negli Annali, insieme con i fratelli, della Fabbrica del Duomo di Milano. Nel 1569 Antonio risulta operoso in Lodi, dove esegue gli affreschi nel coro della cattedrale (distrutti nel 1764). Il Campi godeva ormai di grande prestigio, tanto che, infierendo la carestia, i decurioni di Lodi lo inviarono a Milano per la richiesta del grano, che riuscì ad ottenerne 200 moggia da Danese Filodoni. Le sue opere giovanili sono influenzate dallo stile del fratello Giulio, non senza evidenti apporti di cultura mantovana e parmense e risultati affini a quelli dei romanisti nordici, in seguito questo eclettismo si orienterà sugli artisti bresciani, sviluppandone particolarmente le tendenze luministiche e cromatiche (v. la “Pietà” del Duomo di Cremona 1566 e la “Decollazione del Battista” in San Sigismondo 1567), a questo periodo risale la produzione più vigorosa e anticipatrice della pittura di Caravaggio. Nel 1571 il Campi presentò al Consiglio di Cremona una mappa, da lui realizzata, della città e dei suoi territori: per questa sua opera fu esentato da ogni tributo come atto di riconoscenza, disegnò anche la pianta della città ed entrambe, incise in dimensioni ridotte, furono inserite in “Cremona fedelissima”. Oltre che come cosmografo, Antonio si cimentò anche come storiografo: scrisse una storia di Cremona, pubblicata nel 1585, arricchita da numerose incisioni, dedicata a Filippo II di Spagna, intitolata “Cremona fedelissima città et nobilissima colonia de’ Romani…”; un libro sulle opere d’arte e uno sugli artisti di Cremona. Nel 1574, quando Enrico III di Francia passò per questa città, Antonio gli fece dono di un dipinto su lavagna con “Cristo in croce” e nel 1583 papa Gregorio XIII lo nominò Cavaliere aurato dell’abito di Cristo per il suo lavoro di architetto prestato presso la Santa Sede (v anche palazzo Vidoni a Cremona e palazzo Pallavicini a Torre Pallavicina). Antonio Campi morì nel 1587 e fu sepolto nella chiesa dei SS. Nazaro e Celso in Cremona. Il dipinto più antico di questo artista è datato 1546 (“Sacra Famiglia con s. Gerolamo e un committente”), quello più tardo risale al 1586, si tratta della “Circoncisione”, che attualmente si trova in S. Francesco da Paola a Napoli, tra queste due opere ce ne sono moltissime sparse in Italia e nei musei europei.[60]

L’invenzione compositiva, di quest’opera, sembra ispirata, oltre che in parte all’”Orazione dell’orto” del Correggio, soprattutto all’analogo soggetto eseguito da Giovan Paolo Lomazzo, conservato anch’esso all’Ambrosiana, eseguito secondo similari suggestioni luministiche di notturno e con le figure degli apostoli semisommersi dall’oscurità. Nel presente dipinto vengono, tuttavia, esibiti tratti di più crudo realismo nella figura dell’apostolo disteso in primo piano (Pietro), in particolare nel volto dai tratti grossolani e nelle mani nodose, elementi che farebbero propendere a favore di Antonio Campi, gli altri due (Giacomo e Giovanni) appena emergono dall’oscurità. Analoga asprezza si riscontra nel volto emaciato e sofferente di Cristo, contrapposto all’angelo dalle sembianze vagamente raffaellesche. I frequenti rapporti dei fratelli Campi con Carlo Borromeo, testimoniati dalle fonti, rendono difficoltosa la paternità dell’opera: la sua grande drammaticità e la forte valenza pietistica, anche se probabilmente richieste dal committente, sembrano rientrare più nello stile di Antonio che in quello di Giulio. In basso è possibile leggere un’importante iscrizione in latino: <<S. CAROLUS MENTIS CORPORISQ. OCULOS IN HAC TABELLA DEFIXOS HABENS ANIMAM DEO REDDIDIT. San Carlo, avendo gli occhi della mente e del cuore fissi su questa tavola, rese l’anima a Dio>>, fatta aggiungere dal cardinal Federico per ricordare quanto testimoniato da Carlo Bescapè, segretario del Santo, in una lettera dell’ 8 novembre 1584: “A piè del letto (Carlo) fece porre un quadro dove era dipinto il Salvatore, orando in agonia”. Dopo la morte di San Carlo, il quadro fu devoluto, come da suo testamento, all’Ospedale Maggiore e poi acquistato da Federico Borromeo, quindi donato dallo stesso all’Ambrosiana nel 1618, non tanto per la sua importanza artistica quanto per la sua valenza storica.

 

 SALA 8

Scheda n. 13

Andries Daneels (Anversa, attivo tra il 1580 e il 1602)

Frans Francken il Giovane (Anversa, 1581-1642)

MADONNA CON BAMBINO IN GHIRLANDA DI FIORI

Inv. 57 (Sala 8)

Olio su tavola, 65×52 cm.

Donazione: Giovanni Edoardo de Pecis, 1827

Il visitatore potrà soffermarsi davanti ad un dipinto di una “Madonna con Bambino in ghirlanda di fiori”: durante il secolo XVII nei Paesi Bassi, il genere floreale nella pittura simboleggiava implicitamente il messaggio morale della “Vanitas” ed anche il concetto di caducità insito nella bellezza di un fiore, infatti spesso venivano raffigurati nella stessa opera fiori di stagioni diverse per dimostrare che tali dipinti non erano oggettivi ma comprendevano un evidente messaggio morale. Madonne col Bambino circondate da ghirlande di fiori sono un tema che nell’Europa del Seicento ebbe grande fortuna grazie alle opere di pittori fiamminghi come Brueghel il Vecchio, Rubens e Antoon van Dyck, questo genere contraddistinse anche la città di Genova del tempo, che, sulla scia dei rapporti commerciali, ebbe contatti con l’arte delle Fiandre. A Milano la tendenza per questo genere nacque per i contatti commerciali con Genova, ma soprattutto grazie al Cardinale Borromeo e al suo interesse per la pittura dell’amico Jan Brueghel. Il genere pittorico delle Madonne inghirlandate, in cui l’unione di tema naturale e immagine sacra riusciva a esprimere con estrema efficacia la bontà divina, secondo la concezione devozionale dell’arte di Borromeo. Il Cardinale era in possesso di tre quadri di questo tipo: oltre al presente, il secondo ancora di Brueghel e di un collaboratore non individuato, attualmente al Museo del Louvre e databile al 1617 circa; il terzo, del 1621, sempre di Brueghel e di Pieter Paul Rubens, al presente al Museo del Prado. Il dipinto si può definire un quadro in un quadro: i fiori danno l’impressione allo spettatore di essere collocati sulla parete in cui è appeso il dipinto interno alla ghirlanda, assumendo l’effetto di un tromp l’oeil.[61]

L’opera fu dipinta da due pittori: il soggetto religioso è attribuibile a Frans Francken il Giovane, la ricca ghirlanda a Andries Daneels, entrambi di Anversa.

Andries Daneels nacque ad Anversa nel 1580 circa, poche le notizie sulla sua vita: nel 1599 risulta iscritto alla Corporazione di San Luca della stessa città, come allievo di Pieter Brueghel il Giovane, nel 1602 è annotato come maestro della Gilda. Le sue opere, non molto conosciute, hanno per soggetto nature morte, fiori in vasi sfavillanti e ghirlande di fiori, la composizione, il colore e l’illuminazione richiamano molto lo stile di Jan Brueghel il Vecchio, in genere mostrano una ghirlanda di fiori attorno a un’immagine o un ritratto devozionale. Questo genere è stato ispirato dal culto della venerazione a Maria, i dipinti a ghirlanda erano di solito collaborazioni tra pittori di nature morte e pittori di figure. Daneels, insieme a Frans Francken sviluppò ulteriormente il genere delle pitture di ghirlande, creando forme particolari, tra cui ghirlande intorno a medaglioni con le decine del Rosario.[62]

Frans Francken nacque ad Anversa nel 1581, fu allievo del padre e nel 1605 entrò nella Gilda dei Pittori, di cui divenne anche Presidente. Inizialmente dipinse nello stile del padre, strettamente legato alla Scuola fiamminga, in seguito ampliò la gamma dei soggetti con paesaggi, scene di genere, immagini storiche, in piccoli formati con colori più chiari e vivaci. Lavorò in collaborazione con altri artisti, inserendo nelle loro opere le figure nei loro paesaggi e interni. Numerose le sue piccole opere esposte in molti Musei e Gallerie europee. Morì ad Anversa nel 1642.[63]

La Madonna è posta al centro di una ghirlanda, dove non appaiono i soliti insetti come farfalle o formiche, con in braccio il Bambino, che alza teneramente protende la manina verso il volto della Madre, attorno alla Madonna sono raffigurate piccole teste di angeli appena visibili. I fiori si presentano molto più “freddi” rispetto a quelli del dipinto di Brueghel e Van Balen presente in Ambrosiana e i colori risultano più opachi, anche se il soggetto è simile, inoltre i fiori sono dipinti nel dipinto, diversamente nell’altra opera citata, in cui la Madonna è dipinta su un pannello aggiunto, mentre questo lavoro è realizzato su un’omogenea tavola di legno.[64]

 

Scheda n. 14

Josse Lieferinxe?

Provenza, documentato dal 1493 al 1505

ECCE HOMO

Inv. 807 (Sala 8)

Tempera su tela; 199 x 136 cm.

Non è conosciuta né la data né per quali vie questa grande tela sia giunta in Ambrosiana, l’attribuzione a Josse Lieferinxe (pittore francese, documentato dal 1493 al 1505, noto anche come “Maestro di San Sebastiano”, appartenente alla Scuola provenzale del XV secolo) fu data dalla studiosa francese Dominique Thiébaut, ma molti particolari e dubbi lasciano aperta la questione della paternità.[65]

L’opera rappresenta brutalmente il momento in cui Pilato mostra Gesù alla folla, il Prefetto della Giudea è riconoscibile per le ricche vesti color porpora, trattenute da una cintura con borchie d’oro, che sostiene una spada dall’impugnatura d’oro e una borsa ornata da nappe, il capo è coperto da un turbante rosato. Cristo ha un’espressione docile, arrendevole, con la corona di grosse spine che lacerano la carne ed è semiavvolto in un mantello nero, diversamente dai Vangeli che parlano di un manto rosso. Dalla parte opposta a Pilato vediamo la folla dei popolani e della classe dirigente ebraica, con atteggiamenti infervorati e scomposti. La scena è ambientata in una piazza e sullo sfondo di un’architettura appena accennata, sono visibili dei palazzi. Ogni figura è colta in un gesto significativo, che crea un’atmosfera di ansia e orrore mentre Gesù è il mite agnello condotto al macello (Is 53,7). Pilato, secondo il Vangelo di Giovanni, dopo avere fatto flagellare il Cristo, lo presenta alla folla dicendo: “Ecce Homo” e la folla risponde urlando: “Crucifige, crucifige eum” . Il dipinto è databile alla fine del XV o inizio del XVI secolo.[66]

 

SALA 10

 In questa Sala, un dipinto di notevoli dimensioni attira l’attenzione del visitatore, è il “martirio di San Sebastiano”, soggetto che ha ispirato moltissimi artisti, ognuno,ovviamente, con un apporto artistico diverso.

Scheda n. 15

Pittore veneto-emiliano (Quarto decennio del XVI secolo)

MARTIRIO DI SAN SEBASTIANO

Inv. 790 (Sala 10)

Olio su tela; 150×101 cm.

Donazione: Giovanni Edoardo de Pecis, 1828

La grande tela raffigura San Sebastiano legato ad una colonna, in piedi su un cornicione, con il piede destro sollevato su un frammento di cornice, il quale subisce il supplizio con un’espressione serena, mentre dalla sinistra un angelo sta per consegnargli la corona del martirio. Secondo la tradizione San Sebastiano (Narbona, 256-Roma288 o 304) fu un alto ufficiale dell’esercito imperiale romano, che, per aver sostenuto la fede cristiana, subì un doppio martirio: condannato ad essere trafitto dalle frecce e abbandonato alle bestie selvatiche, sopravvisse miracolosamente grazie alle cure di una pia matrona, che l’aveva trovato ancora vivo quando era andata a recuperare le spoglie per dare loro cristiana sepoltura. L’imperatore Diocleziano diede ordine che fosse flagellato a morte e, per essere sicuro che questa volta i Cristiani non s’impadronissero del suo corpo, lo fece gettare nella Cloaca Massima. Alle spalle del Santo si vede un gruppetto di uomini armati, alla cui testa è un nobile a cavallo in armatura. L’interesse del visitatore viene però colpito alacremente dalla composizione del dipinto e l’attenzione si sposta dal soggetto in primo piano allo sfondo su cui possiamo vedere i principali monumenti della Roma imperiale: sulla destra si può distinguere l’Arco di Costantino, dietro il quale si individuano i resti delle arcate dell’”Acqua Claudia” e in angolo il Settizonio, l’imponente ninfeo di Settimio Severo, con colonnati a più piani. A sinistra si eleva il Colosseo e un mausoleo rotondo e prima dei colli romani è raffigurata la chiesa di San Sebastiano sulla via Appia. La presenza di numerose piccole figure, distribuite sulle rovine o presso i monumenti, rende tutta la scena vivificata. Molte le supposizioni intorno alla paternità dell’opera, che, tuttavia, rimangono incerte.[67]

 

Scheda n. 16

Pittore veneto

Secondo decennio del secolo XVI

SOLDATI IN UN PAESAGGIO

Inv. 621 (Sala 10)

Tempera su tavola, 65×76 cm.

Donazione: Attilio Brivio, 1959

 

In passato il dipinto fu attribuito a Giorgione, in seguito considerato opera della cerchia giorgionesca o di un allievo che ha eseguito il lavoro sotto la diretta supervisione del maestro. Il primo piano ci mostra due soldati con i loro palafrenieri seduti in un prato ed immersi in una profonda meditazione che sembra distoglierli da pensieri di combattimento; in secondo piano vediamo altri soldati, tra cui uno a cavallo, intenti nelle loro manovre. Nello sfondo una città munita di torri sorta ai piedi di un monte: tutta la scena è ambientata in un contesto campestre. <<Il senso del rilievo, della forma, si riduce man mano che la lontananza aumenta. I volumi perdono peso e spessore e la visione “si scarica di potenziale tattile, sostituendo con una equivalente carica cromatica” (Coletti, Giorgione, Milano 1955, p. 10). Una visione insomma che, abbandonata la precisione disegnativa, assume il colore quale elemento costruttivo, in linea con le più recenti innovazioni allora diffuse dal maestro di Castelfranco>>.[68]

 

SALA 13

Scheda n. 17

Ambito di Salvator Rosa

Seconda metà del XVII secolo

ALLEGORIA DELLA CADUCITA’

Inv. 145 (Sala 13)

Olio su tela, 70×48 cm.

Questa piccola tela, di autore ignoto, ci presenta in primo piano, al centro, una figura maschile con la testa coperta da un cappuccio e vestita con una toga di foggia antica, che lascia scoperta la spalla destra, tiene le gambe accavallate e il mento sorretto dalla mano destra come se stesse meditando. Il personaggio, solo, è circondato da un’ambientazione tetra e desolata: in basso sulla sinistra si vedono delle ossa umane, a destra, sotto un frammento di marmo rappresentante un cavallo, possiamo vedere un teschio di animale. Sullo sfondo, sotto un cielo nuvoloso al crepuscolo, un’urna cineraria e una colonna spezzata ribadiscono il senso della morte in modo inquietante, le erme funebri  e il tronco dell’albero secco rafforzano il concetto funereo.[69]

“Vanitas vanitatum et omnia vanitas”(Ecclesiaste 1, 2; 12, 8): gli oggetti simbolici che vediamo nel dipinto sono un’allusione alla precarietà dell’esistenza, al trascorrere inesorabile del tempo, alla natura effimera dei beni mondani, si può dire un’iconografia con finalità moraleggianti, un invito a lasciare gli appagamenti e le ambizioni per dedicarsi alla salvezza eterna, ma durante il Seicento barocco, tali concetti assumeranno peculiarità ambivalenti, sempre atti a cantare la caducità della vita, ma allo stesso tempo, visto la precarietà della vita stessa, esortano a saper godere dei beni che la vita ci offre giorno per giorno, riassumendo l’ideale di Orazio (Odi, I, 11, 8), di origine stoico-epicurea, di una vita goduta nel bene che essa ci dà. Discordi i pareri della critica sulla paternità dell’opera.

 

ATRIO DI PASSAGGIO

Scheda n. 18

Pitttore lombardo-piemontese (secondo quarto del XVII secolo)

RITRATTO MASCHILE

Inv. 216 (Atrio di passaggio)

Olio su tela; 88×62 cm.

Verso la metà del Novecento, questo dipinto fu attribuito a Tanzio da Varallo, manierista legato alla tradizione lombarda, non esente da influssi caravaggeschi, considerato tra i migliori interpreti di quel rinnovamento artistico in Piemonte e in Lombardia, espressione, in diversi modi, della spiritualità di Carlo Borromeo e dell’Arte della Controriforma. Tale paternità però non è stata avvalorata da elementi oggettivi, ma senza dubbio si tratta di un’opera di un valente ritrattista: da notare la considerevole qualità espressiva del soggetto raffigurato, il quale dall’abbigliamento potrebbe essere contraddistinto come un religioso. L’uomo è ritratto a mezza figura, internamente ad una cornice di marmo, dalla veste austera e scura fuoriesce il colletto e il polsino bianco della camicia, il capo è coperto da una papalina dello stesso colore dell’abito, nella mano destra regge un breviario? Ma ciò che colpisce maggiormente è lo sguardo penetrante, messo in evidenza dallo squarcio di luce proveniente da sinistra, sguardo che insieme alle rughe profonde ed ai capelli bianchi gli conferisce un’espressione severa e nel contempo carica di esperienza.[70]

 

Scheda n. 19

Pittore milanese

1600 circa

RITRATTO DI GENTILDONNA

Inv. 1321 (Atrio di passaggio)

Olio su tela; 70×50 cm.

Quest’opera ci propone una figura femminile colta leggermente di tre quarti, con lo sguardo rivolto verso l’osservatore. La gentildonna, il cui volto è incorniciato da un grande colletto bianco a lattuga ricamato, porta una sopraveste nera ornata da bottoni e bordature dorate, indossa un corpino dello stesso colore e una camicia bianca: un abbigliamento che segue attentamente la moda spagnoleggiante in uso tra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo, in mano tiene un fazzoletto bianco. L’eleganza ricercata degli abiti è favorita anche dai monili che adornano i capelli, il petto e il polso della gentildonna, la quale, in passato, fu individuata come Anna Borromeo Colonna, cugina di San Carlo, menzionato tra le opere facenti parte della Donazione del 1618: <<Il Ritratto della Signora Anna Borromea Colonna, sorella di S. Carlo, alto braccia due e once quattro, e largo uno e once dieci>>.[71] Attualmente questa identificazione completamente priva di riscontri oggettivi è stata rifiutata dalla critica, anche le dimensioni del dipinto appartenente al Cardinale Federico non coincidono con l’opera suddetta (circa 140×110 la prima, 70×50 la sopradetta ), come anche l’ipotesi avanzata di appartenenza al bibliofilo e uomo politico milanese Pietro Custodi, appare priva di fondamenta, poiché nei documenti relativi alla donazione di Custodi alla Pinacoteca, non si rilevano dati oggettivi per l’identificazione del suddetto dipinto.[72] Il volto della donna è contraddistinto da un forte naturalismo, l’incarnato è reso con impasti luminosi e rosati, che richiamano vagamente un’impronta caravaggesca.[73]

 

SALA 21

Scheda n. 20

Maestro delle Mezze Figure Femminili

Attivo nel 1520-1540 circa

Inv. 48 (Sala 21)

MARIA MADDALENA

Tempera su tavola, 55×42 cm.

Varie sono le opere attribuite al Maestro delle Mezze Figure Femminili, ma vani i tentativi di identificazione dell’artista, probabilmente fu attivo ad Anversa tra il 1520 e il 1530, dove, forse, aveva ultimato un periodo di apprendistato nella bottega di Joachim Patinier (Dinant 1483-Anversa 1524), pittore fiammingo specializzato in soggetti storici, ma soprattutto in paesaggi (fu tra i primi artisti a rappresentare le vedute, ispirandosi alla Scuola danubiana o Donauschule, movimento artistico nato nei primi anni del Cinquecento, di cui Albrecht Dürer contribuì in modo decisivo alla sua nascita). Il nome, convenzionale, ha origine dai soggetti rappresentati nelle sue opere: figure femminili, intente a leggere, scrivere o suonare strumenti musicali, da sole o in gruppi, generalmente effigiate a mezza figura, spesso sedute con lo sguardo abbassato verso l’oggetto da cui sono interessate. La tipologia femminile è abbastanza abituale: i capelli raccolti, spesso coperti da un velo, l’ovale perfetto, gli abiti, in velluto, secondo la moda rinascimentale.

Questo dipinto ci mostra Santa Maria Maddalena, con vesti contemporanee all’artista ed altre particolarità che danno all’opera un carattere profano. La Santa è riconoscibile solo per il suo attributo iconografico, il prezioso vaso di unguento, che apre con gesto garbato e leggero., lo sfondo è uniformemente scuro. Secondo la tradizione era tra coloro che accompagnarono Gesù nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, Maria Maddalena rimase presente anche alla morte e alla deposizione di Gesù nel sepolcro e il giorno di Pasqua andò alla tomba con il vaso degli unguenti per ungere la salma: <<Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro>> (Giovanni 20,1), <<Maria Maddalena andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che aveva detto>>. ( Giovanni 20,18). In tal modo la Santa diviene la prima testimone della Resurrezione di Cristo.

 

Scheda n. 22

Maestro dell’Altare Tucher?

XV secolo

MADONNA COL BAMBINO

Inv. 19 (Sala 21)

Tempera su tavola; 38 x 28 cm.

Su un ricco sfondo rosso damascato, la Vergine è presentata a mezza figura, è incoronata e vestita sontuosamente: il capo è adornato da un prezioso diadema di perle che sostituisce il velo, come pregiato è il gioiello d’argento con una pietra rossa incastonata al centro che chiude il manto, su cui ricadono i lunghi capelli ricciuti. La Madonna ha in braccio il Bambino nudo, che tiene nella mano destra quattro ciliegie, simbolo della futura Passione. Gesù guarda la Madre con amorevole intensità e la vicinanza dei loro volti che teneramente unisce guancia contro guancia, esprime il profondo legame tra Madre e Figlio. L’attribuzione del dipinto al Maestro dell’Altare di Tucher (pittore anonimo tedesco, attivo a Norimberga tra il 1440 e il 1450 circa) non sembra molto attendibile, ma più attendibile sembra la provenienza boema assegnabile tra il 1460 e il 1480.[74]

 

Scheda n. 23 (Sala 21)

Pittore tedesco

Metà del XVI secolo

RITRATTO MASCHILE

Inv. 50 (Sala 21)

Olio su tavola; 71 x 51 cm.

Donazione: Giovanni Edoardo de Pecis, 1827

Il dipinto è stato attribuito a diversi artisti: nell’inventario della Pinacoteca del 1830 fu descritto come un <<ritratto di un gentiluomo inglese, vestito di nero guarnito di pelliccia, dipinto in tavola di quasi mezza figura, di grandezza naturale con mani; il fondo e la veduta di una città, lago e monti in lontananza di Giovanni Holbein, nativo di Basilea>>,[75] paternità che fu mantenuta anche nelle successive guide della Pinacoteca, ma nel 1907 Ratti, nella sua guida, l’attribuisce ad “ignoto tedesco”, nel 1925 Röttger avanza l’ipotesi che l’autore sia Hans Mielich, ipotesi mantenuta fino al 1997, anche se con molti dubbi, infine anche quest’ultima attribuzione non sembra essere più sostenibile, ma ad un pittore attivo nella Germania meridionale, attento alla lezione di Mielich.

La figura che vediamo nella tavola è appoggiata ad una balaustra, sulla quale è visibile uno stemma araldico con un elmo da torneo con piume di struzzo, sempre in basso a sinistra, a fianco dello stemma, notiamo un’iscrizione: “ANNO MDXLVIII. AETATIS SVE XXXIII sullo sfondo un paesaggio in cui le architetture sono appena accennate, che insieme alla luce diffusa lo fa sembrare irreale, fiabesco. L’attenzione dello spettatore è più attratta dall’elegante abbigliamento: il cappello, la pesante catena con il pendente, gli anelli, più di quanto lo sia dalla figura stessa che risulta ferma e senza caratterizzazione psicologica.[76]

 

Scheda n. 24 (Sala 21)

Pittore tedesco

Metà del XVI secolo

RITRATTO MASCHILE

Inv. 51 (Sala 21)

Olio su tavola; 71 x 51 cm.

Donazione: Giovanni Edoardo de Pecis, 1827

Anche questo dipinto è entrato in Pinacoteca con la donazione del conte de Pecis era descritto nell’Inventario del 1830 come un <<ritratto di gentiluomo inglese con un bicchieri di vino in mano, vestito di nero , guarnito di pelliccia, e fondo di paese, di Giovanni Holbein, in tavola>>.[77] L’iter per l’attribuzione della paternità è lo stesso della tavola precedente con le stesse ipotesi. L’uomo raffigurato è elegantemente vestito e nella mano destra regge un bicchiere, alle sue spalle un cartiglio sull’albero a sinistra reca la seguente scritta:”ANNO M.D.XLVIII AETATIS SVEXLII”, nell’anello che porta nella mano sinistra si può distinguere una “W” bianca su fondo verde. L’opera è ricca di dettagli sia nell’abbigliamento, sia nel paesaggio e nonostante i due dipinti siano sempre stati considerati corrispondenti, sembrerebbero invece attribuibili a due artisti diversi, per la maggiore qualità del presente ed anche dalla resa dei particolari: il personaggio di questo ritratto ha uno sguardo più vigoroso rispetto al dipinto precedente, inoltre dall’espressione del viso percepiamo un atteggiamento più fiero e quasi distaccato, che attrae il visitatore. L’uccellino sull’albero e lo sfondo paesaggistico dettagliato rendono il dipinto più armonioso ed equilibrato del primo.[78]

I due particolari sul lato destro sono ripresi da un’opera attribuita in un primo tempo a Hans Holbein, successivamente a Hans Muelich, ma anche questa paternità è stata messa in discussione, per cui alcuni critici preferiscono parlare più genericamente di “pittore tedesco”. Il dipinto rappresenta il ritratto di un uomo vestito in modo raffinato ed elegante con un bicchiere di cristallo tenuto tra il pollice e l’indice. La scritta affissa all’albero ci informa che il dipinto è stato eseguito nel 1548 e il gentiluomo ritratto ha 42 anni; molto ricchi i dettagli sia nell’abbigliamento sia nella resa paesaggistica.

 

Scheda n. 25 (Sala 21)

Monogrammista HL

Metà del XVI secolo

RITRATTO DI PELLEGRINO

Inv. 49 (Sala 21)

Olio su tavola, 60×44 cm.

Il dipinto è menzionato nell’Inventario della Pinacoteca Ambrosiana del 1685, sul retro vi è una data (1542) e la seguente iscrizione: <<Era del s. don Federico Crivelli qual morite a li 30 aprile 1589 e i suoi agenti l’ano donato a me prete Battista Rubenino>>.[79] La tavola è opera del Monogrammista HL, come si evince dal monogramma “HLF” su una delle conchiglie poste sulla veste dell’austero uomo del ritratto, che in passato è stato ritenuto un ritratto di Sant’Ignazio di Loyola, come denoterebbero la mantella nera decorata di conchiglie e il rosario sul braccio destro, ma attualmente la critica individua nel soggetto la figura di un pellegrino. L’uomo è ritratto a mezza figura, leggermente di tre quarti, il suo sguardo intenso e penetrante è rivolto allo spettatore, la luce, scaturita da sinistra, gli diffonde sul capo un’aura luminosa.[80]

 

SCALA ROSSA

 Scheda n. 26

Pittore fiammingo

Seconda metà del XVII secolo

VECCHIA FILATRICE CON POLLAME

Inv. 137 (Scala Rossa)

Olio su tela, 132×180 cm.

Donazione: Maria de Pecis Parravicini, 1830

Terminiamo questo exursus con un dipinto di un pittore fiammingo, attivo nella metà del XVII secolo, donato alla Pinacoteca da Maria de Pecis Parravicini nel 1830. Si tratta di un’opera intitolata “Vecchia filatrice con pollame”. Questa tela fu attribuita a Peter Philip Roos da Tivoli (1657-17069, pittore tedesco, che si stabilì a Tivoli, da qui il nomignolo Rosa da Tivoli, le cui opere rappresentano, nella maggior parte, animali domestici. In seguito venne scoperto il monogramma V.H., attualmente poco leggibile, infine è stato riconosciuto il carattere fiammingo dell’artista indicando il XVII secolo come datazione generica del dipinto, e appartenente all’ambito di Bernhard Keilhau, detto Monsù Bernardo (1624-1687), pittore danese attivo in Italia, ma sembra che l’anonimo pittore non sia esente dall’influenza del pittore fiammingo Michael Sweerts (1618-1664), il quale ha raffigurato soggetti simili. Sulla scena, in primo piano a sinistra, spiccano vari animali da cortile, al centro una chioccia battagliera difende la sua covata, appena nata da un tacchino, un pulcino sta uscendo dal guscio e due uova sono ancora intere, sulla sponda dello stagno, davanti alla grossa cesta, un anatroccolo assalta aggredisce un pulcino, un altro nuota tranquillo nell’acquitrino, vicino ad un’altra gallina, un gallo ed un altro tacchino sembrano slanciarsi verso il gatto accovacciato sul muretto. Su tutta questa vivace scena domina la figura di una anziana signora, vestita con abiti semplici, la quale tiene nella mano sinistra un fuso e una pannocchia, nella destra, appoggiata aperta sul grembo, un pulcino che becca alcuni chicchi di grano, ma lo sguardo della donna è rivolto alla gallina combattiva. Nella parte inferiore destra possiamo vedere una lepre accovacciata e sullo sfondo altri volatili si posano su uno stagno, che fa parte di un parco in cui si vede un’architettura ed una fontana zampillante che danno al parco un certo tono di nobile eleganza, che sembra contrastare con le umili vesti della donna, la cui espressione pacata e quasi divertita e la cui compostezza non fanno pensare ad un’anziana contadina, ma ad una signora con delle vesti rustiche.[81]

NOTE

1 Per una biografia ampia e dettagliata si veda Biagio Guenzati, Vita di Federico Borromeo, a cura di Marina Bonomelli, Biblioteca Ambrosiana. Classe di Studi Borromaici, Bulzoni Editore, Roma 2010. Per una sommaria biografia di Federico Borromeo si veda: L. Fabbri, La figura della Madonna nella collezione di Federico Borromeo, in https://itesoriallafinedellarcobaleno.com/2017/11/06/la-figura-della-madonna-nella-collezione-di-federico-borromeo/. Nel presente lavoro cercheremo di evidenziare la personalità di questo grande e complesso personaggio.

2 Durante il periodo in cui Borromeo fece parte della Congregazione fu revisionata la “Vulgata” e allestita l’”Editio romana” contenente i vari atti dei concili ecumenici, Federico prese parte anche alla “Vulgata clementina”, così chiamata da papa Clemente VIII, a fianco di autorevoli studiosi, tra cui anche Roberto Bellarmino, celeberrimo teologo gesuita. Cfr. P. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana: arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Vita e Pensiero, Milano 1997, p. 19.

3 Ibid.

4 Si narra che Filippo raccontò, sul letto di morte, a Federico che gli portava il Viatico, una sua esperienza che non aveva mai detto a nessuno: quando ancora non era sacerdote, perche si riteneva indegno, stava pregando nelle catacombe di San Sebastiano e chiedeva al Signore di concedergli il dono dello Spirito Santo, ebbe un’esperienza mistica che lo cambiò nel corpo e nell’anima, il turgore che gli venne nel petto dopo quel giorno era dovuto ad un eccezionale ingrossamento del cuore, come poi confermò l’Archiatra che eseguì l’autopsia sul corpo di Filippo, che narrò a Federico: “…pregavo di avere Spirito e una fiamma di fuoco penetrò in me attraverso la bocca e mi entrò nel cuore e mi buttò a terra, ed io rimasi a terra e dicevo al Signore, basta Signore, non ne posso più, basta… Cfr. Pippo Bono, in  http://pietroepaolo.org/conferenze.html

5 B.A., G 310 inf., F. Borromeo, Pro suis Studiis, cc. 243v.e r. ; Cfr. P. Jones, Federico Borromeo  e l’Am,brosiana: arte e riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Milano 1997 (ed. or. Cambridge Mass. 1993, p. 15.

6 Cfr. P. Jones, Federico Borromeo… cit., p. 21.

7 Ibid.

8 Alfonso Chacón nacque a Baeza nella provincia di Jaén in Andalusia, dopo la prima formazione culturale, nel 1548 professò i voti, quindi si trasferì nel convento di Santa Catalina di Jaén per studiare teologia, in seguito si trasferì a Siviglia dove si fermò per quattordici anni, addottorandosi in teologia nella categoria di “Maestro en Artes”. Nel 1566 fu chiamato a Roma da Pio V come Penitenziere minore della Basilica di San Pietro per la lingua spagnola; scrisse due opere che furono duramente criticate da Melchor Cano, da Baronio che le giudicò prive di prove documentarie e del Cardinale Bellarmino che definì la seconda addirittura “fabulosa”. Numerose furono le opere successive ma l’ambito di studio più fertile fu quello dell’antiquaria e dell’archeologia cristiana. Morì a Roma il 14 febbraio 1599. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/alonso-chacon_(Dizionario-Biografico)/

9 Cfr. B.A., Ms F 227-229 inf. “Imagini ossia copie di pitture sacre e simboliche esistenti in Roma”.

10 Cfr. G. Gabrielli, Federico Borromeo a Roma, in “Archivio della Società romana di Storia Patria, LVI-LVII (1933-1934), p. 157 e segg.

11 Cfr. P. Jones, Federico Borromeo… cit., p. 19.

12 Ibid., p. 22

13 Cfr. C. Marcora, Un diario sulla morte dell’Arcivescovo Gaspare Visconti e sulla nomina del Cardinale Federico, in “Memorie Storiche della Diocesi di Milano”, II 1955, p. 135 e segg.

14 Gravi contese tra Arcivescovo e Governo civile c’erano state anche durante l’episcopato di Carlo, che furono in parte “superate”, specialmente negli ultimi anni del governo del primo Borromeo grazie alla sua forte personalità; Federico non aveva ereditato dal cugino la grande capacità politica, quindi non fu capace di trovare un accordo di fatto e si lasciò trascinare dalle manovre diplomatiche e dal formalismo giuridico. Ci furono innumerevoli riunioni della commissione cardinalizia e lunghissime discussioni, finalmente, nel 1615, venne sottoscritta dal Borromeo e dal nuovo governatore di Milano Pedro de Toledo Osorio la “Concordia iurisdictionalis inter forum ecclesiasticum et forum saeculare Mediolani”, ratificata poi da papa Paolo V e da Filippo III nel 1617 e pubblicata nel 1618 a Milano. Con questo atto la Chiesa milanese acquista ampli poteri giurisdizionali. Queste controversie giurisdizionali ebbero un costo molto elevato: le spese sostenute dalla sola parte ecclesiastica ammontarono a 105.000 scudi, oltre al danno che la diocesi subì per la lunga assenza dell’Arcivescovo, della paralisi della vita ecclesiastica e dal sovvertimento dei valori che essa subì. Cfr. L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello Stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino, Milano 1941, p. 318 e segg.; L. Fabbri, La figura… cit.,

15 La Diocesi di Milano comprendeva allora 750 parrocchie e 1779 tra chiese, oratori e cappelle, che non sempre erano situate in luoghi di facile accessibilità, nonostante ciò Federico, nel corso del suo episcopato, riuscì a visitarle personalmente tutte e molte più di una volta. Cfr. P. Jones, Federico Borromeo… cit., p. 25.

16 Cfr. A. Falchetti a cura di, La Pinacoteca Ambrosiana. Catalogo a cura di Antonia Falchetti – Saggi di Angelo Paredi, Gian Alberto dell’Acqua. Lamberto Vitali – Neri Pozza Editore, Vicenza 1969, p. 13 e segg.; G. A. Dell’Acqua, Storia dell’Ambrosiana, II Seicento, Cariplo, Milano 1992, p. 297 e segg.; [81] Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacoteca Ambrosiana, Tomo I, Mondadori Electa 2010, p. 15 e segg.

17 Cfr. L. Fabbri, L’Universo in una stanza: Manfredo Settala e l’Ambrosiana, in “https://itesoriallafinedellarcobaleno.com/2018/04/17/luniverso-in-una-stanza-manfredo-settala-e-lambrosiana/

18 Ibid.

19 Ibid.

20 Riportiamo il testo: “Il santo sinodo comanda a tutti i vescovi e a quelli che hanno l’ufficio e l’incarico di insegnare, che – conforme all’uso della chiesa cattolica e apostolica, tramando fin dai primi tempi della religione cristiana, al consenso dei santi padri e ai decreti dei sacri concili, – prima di tutto istruiscano diligentemente i fedeli sull’intercessione dei santi, sulla loro invocazione, sull’onore dovuto alle reliquie, e sull’uso legittimo delle immagini, insegnando che i santi, regnando con Cristo, offrono a Dio le loro orazioni per gli uomini; che è cosa buona ed utile invocarli supplichevolmente e ricorrere alle loro orazioni, alla loro potenza e al loro aiuto, per impetrare da Dio i benefici, per mezzo del suo figlio Gesù Cristo, nostro signore, che è l’unico redentore e salvatore nostro; e che quelli, i quali affermano che i santi – che godono in cielo l’eterna felicità – non devono invocarsi o che essi non pregano per gli uomini o che l’invocarli, perché preghino anche per ciascuno di noi, debba dirsi idolatria, o che ciò è in disaccordo con la parola di Dio e si oppone all’onore del solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo (450); o che è sciocco rivolgere le nostre suppliche con la voce o con la mente a quelli che regnano nel cielo, pensano empiamente.

Insegnino ancora diligentemente che i santi corpi dei martiri e degli altri che vivono con Cristo – un tempo membra vive di Cristi stesso e tempio dello Spirito santo (406) -, e che da lui saranno risuscitati per la vita eterna e glorificati, devono essere venerati dai fedeli, quei corpi, cioè, per mezzo dei quali vengono concessi da Dio agli uomini molto benefici. Perciò quelli che affermano che alle reliquie dei santi non si debba alcuna venerazione ed alcun onore; che esse ed altri resti sacri inutilmente vengono onorati dai fedeli; o che invano si frequentano i luoghi della loro memoria per ottenere il loro aiuto, sono assolutamente da condannarsi, come già da tempo la chiesa li ha condannati e li condanna ancora.

Inoltre le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e degli altri santi devono essere tenute e conservate nelle chiese; ad esse si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione: non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtù, per cui debbano essere venerate; o perché si debba chiedere ad esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, come un tempo facevano i pagani, che riponevano la loro speranza negli idoli (407), ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano. Attraverso le immagini, dunque, che noi baciamo e dinanzi alle quali ci scopriamo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, di cui esse mostrano la somiglianza. Cosa già sancita dai decreti dei concili – specie da quelli del secondo concilio di Nicea – contro gli avversari delle sacre immagini (408).

Questo, poi, cerchino di insegnare diligentemente i vescovi: che attraverso la storia dei misteri della nostra redenzione, espressa con le pitture e con altre immagini, il popolo viene istruito e confermato nel ricordare gli articoli di fede e nella loro assidua meditazione. Ed inoltre, che da tutte le sacre immagini si trae grande frutto, non solo perché vengono ricordati al popolo i benefici e i doni che gli sono stati fatti da Cristo, ma anche perché nei santi sono posti sotto gli occhi dei fedeli le meraviglie e gli esempi salutari di Dio, così che ne ringrazino Dio, cerchino di regolare la loro vita e i loro costumi secondo l’imitazione dei santi, siano spinti ad adorare ed amare Dio e ad esercitare la pietà. Se qualcuno insegnerà o crederà il contrario di questi decreti, sia anatema.

Se poi, contro queste sante e salutari pratiche, fossero invalsi degli abusi, il santo sinodo desidera ardentemente che essi siano sanz’altro tolti di mezzo. Pertanto non sia esposta nessuna immagine che esprima false dottrine e sia per i semplici occasione di pericolosi errori.

Se avverrà che qualche volta debbano rappresentarsi e raffigurarsi le storie e i racconti della sacra scrittura – questo infatti giova al popolo, poco istruito – si insegni ad esso che non per questo viene raffigurata la divinità, quasi che essa possa esser vista con questi occhi corporei o possa esprimersi con colori ed immagini.

Nella invocazione dei santi, inoltre, nella venerazione delle reliquie e nell’uso sacro delle immagini sia bandita ogni superstizione, sia eliminata ogni turpe ricerca di denaro e sia evitata ogni licenza, in modo da non dipingere o adornare le immagini con procace bellezza. Così pure, i fedeli non approfittino delle celebrazioni dei santi e della visita alle reliquie per darsi all’abuso del mangiare e del bere, quasi che le feste dei santi debbano celebrarsi col lusso e la morale. Da ultimo, in queste cose sia usata dai vescovi tanta diligenza e tanta cura, che niente appaia disordinato, niente fuori posto e rumoroso, niente profano, niente meno onesto: alla casa di Dio, infatti, si addice la santità (409).

E perché queste disposizioni vengano osservate più fedelmente, questo santo sinodo stabilisce che non è lecito a nessuno porre o far porre un’immagine inconsueta in un luogo o in una chiesa, per quanto esente, se non è stata prima approvata dal vescovo; né ammettere nuoivi miracoli, o accogliere nuove reliquie, se non dopo il giudizio e l’approvazione dello stesso vescovo. Questi, poi, non appena sia venuto a sapere qualche cosa su qualcuno di questi fatti, consultati i teologi ed altre persone pie, faccia quello che crederà conforme alla verità e alla pietà. Se infine si presentasse qualche abuso dubbio o difficile da estirpare o se sorgesse addirittura qualche questione di una certa gravità intorno a questi problemi, il vescovo, prima di decidere aspetti l’opinione del metropolita e dei vescovi della regione nel concilio provinciale. Comunque, le cose siano fatte in modo tale, da non stabilire nulla di nuovo o di inconsueto nella chiesa, senza aver prima consultato il santissimo pontefice romano”.

21 Cfr. F. Morante, Corso di Storia dell’Arte. L’età della Controriforma, www.francescomorante.it/cap_IV/IV.1.htm

22 Ibid.

23 Ibid.

24 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo I, Mondadori Electa S.p.A., Milano 2005, p. 15 e segg.; La Pinacoteca Ambrosiana – Catalogo a cura di Antonia Falchetti – Saggi di Angelo Paredi, Gian Alberto Dell’Acqua, Lamberto Vitali – Neri Pozza Editore, Vicenza 1969, p. 11 e segg.

25 Al momento dell’inaugurazione la Biblioteca contava 12.000 manoscritti e 30.000 opere a stampa. Tra il 1611 e il 1620 la Biblioteca viene ingrandita, su progetto di Fabio Mangone, incorporando altri edifici (Scuole Taverna che si spostano in via Santa Maria fulcorina, di fronte al Luogo Pio dell’Umiltà) e con la costruzione della Galleria delle statue e dei quadri, nasce il primo nucleo della Pinacoteca.Cfr.www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm; Per un’idea della cerimonia d’apertura della Biblioteca Ambrosiana, riportiamo le parole del Paredi: “Per l’apertura dell’Ambrosiana il card. Federico volle predisporre una celebrazione solenne e festosa. Qualcuno ritiene che nel voler fondare con tanta munificenza la sua libreria il card. Borromeo abbia voluto anche colmare una lacuna incresciosa per la sua città. Di fatti mentre Roma e Firenze e Venezia e Urbino e Cesena vantavano biblioteche ormai celebri, a Milano invece non c’era nulla o quasi. La grande libreria che i Visconti e gli Sforza avevano raccolto nel castello di Pavia, alla caduta di Lodovico il Moro nel 1499 era purtroppo emigrata in Francia. Forse anche per queste ragioni il card. Federico all’inaugurazione dell’Ambrosiana nel pomeriggio del 7 dicembre 1609, festa di sant’Ambrogio, invitò tanta gente come a una festa della città intera. Intervennero in tutta pompa alla funzione il senato, le magistrature, i dottori collegiati, tutti i primari della cittadinanza e del clero, con tale calca di gente che più non capiva non solo nella chiesa di san Sepolcro, in cui si celebrava la cerimonia, ma pure nella piazza e nelle vie che fiancheggiavano l’edificio”. A. Paredi, Storia dell’Ambrosiana, Neri Pozza Editore, Milano 1981, p. 16.

La documentazione relativa all’attività pastorale di Federico Borromeo è conservata presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Milano.

26 Nel febbraio 1603 gli Oblati di San Sepolcro rivolgono una supplica al Tribunale di Provvisione per ottenere alcune modifiche della piazza, finalizzate alla costruzione della Libreria, ossia la futura Biblioteca Ambrosiana, i cui primi disegni per la costruzione di un modello in legno furono eseguiti da Lelio Buzzi, il quale poi, l’anno successivo, abbandonerà l’incarico a causa di contrasti sorti sul progetto. I lavori iniziarono a giugno nell’area di tre case acquistate dal Cardinale. Cfr. http://www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

27 B. Guenzati, Vita di Federigo Borromeo, a cura di Marina Bonomelli, Ambrosiana-Bulzoni, Città di Castello 2010, pp. 216-218.

28 Cfr. L. Fabbri, La figura… cit. I processi alle streghe furono molto numerosi durante il suo episcopato e dal 1599 al 1631 furono nove i roghi di rei di stregoneria, numerosi furono anche i casi di monache estatiche da lui dirette spiritualmente. Tutti argomenti noti e non pertinenti in questa sede. Per queste opere di Borromeo si vedano i lavori curati da Francesco di Ciaccia: Parallela cosmographica de sede et apparitionibus daemonum. Liber unus/ Fedrico Borromeo. Bulzoni, Roma 2006; De cognitionibus quas habent demone liber unus/Federico Borromeo, Ambrosiana – Bulzoni, Milano 2009; Manifestazioni demoniache/ Federico Borromeo, Terziaria, Milano 2001.

29 P. M. Jones, Federico Borromeo… cit., p. 28.

30 F. Borromeo, De Pictura Sacra, testo e versioni a cura di Carlo Castiglioni, introduzione di Giorgio Nicodemi, Milano 1932; F. Borromeo, De Pictura Sacra libri duo, Milano 1624, F. Borromeo, Della pittura sacra libri due, a cura di B. Agosti, Scuola Normale Superiore, Pisa 1994.

31 Settecento, in “AA.VV. Musei e Gallerie di Milano di Milano. Pinacoteca Ambrosiana, Mondadori Electa, Milano 2005, Tomo I, Introduzione, p. 20 e segg.

32 F. Borromeo, Musaeum, a cura di P. Cigada, Claudio Gallone editore, Milano 1997, p. 3.

33 Ibid. p. 5.

34 Ibid.

35 Cfr. AA. VV., Storia dell’Ambrosiana… cit., p. 326.

36 A. Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XXII.

37 Leges observandae. Pp. 1-2 anche in forma (Ms. Ambr. P 239 sup. foll. 3r-14r. Questa è la citazione della Jones, ma io non le vedo dove lei indica)

38 B. A., Ms. P 239 sup. c. 4r.-6r. Riportiamo parte del documento: “…vocatorum , et rogatorum, asserens quasdam aedes et loca proprijs impensis adornasse prope aedificium Biblithecae Ambrosianae per eum auctoritate Apostolica in Civitate Mediolani iuxta ecclesiam Sancti Sepulchri constructa, ad hoc ut in ipis Accademia erigetur ex peritioribus Architectis, Pittoribusque, et Sculptoribus […] sed in unaquaque imagine corporis habitus status et ornatus ad prothotypi dignitatem, et sanctitatem apte, et decore exprimatur, undetam in spectantium animis mirum in modum pietas axcitari solet, et ardens studium inflamari ad egregia Cristianae religionis facinora imitanda, quae litterarum ignaris ac rudioribus in picturis vel imaginibus legenda, et templanda exibetur. Tam auctoritate sua ordinaria, quam vigore sacri Concilij Tridentini, aliasqueomnibus melioribus modo, iure, via, causa, et forma, quibus melius, et validius fieri potuit et potest…”

39 Cfr. L. Beltrami, La Biblioteca Ambrosiana. Cenni storici e descrittivi con numerose tavole incise in legno di Ambrogio Centenari, Milano 1895, pp. 13-15; G. Galbiati, Itinerario per il visitatore della Biblioteca Ambrosiana della Pinacoteca e dei monumenti annessi, Biblioteca Ambrosiana, Milano 1951, p. 41; A Paredi, Storia dell’Ambrosiana, Neri Pozza Editore, Milano 1981, pp. 17-18.

40 Cfr. P. M. Jones, Federico Borromeo… cit., p 41 e segg.

41 AA. VV., Storia dell’Ambrosiana. Il Seicento, Cariplo, Milano 1992, prefazione.

42 Riportiamo solo la parte centrale della prolusione del Professor Zuccari e non con le stesse sue parole, anche se simili, ma con appunti da noi presi, in quanto presenti all’evento.

43 B. A., F. Borromeo, Pro suis studiis, Ms. G 310 inf., n. 8, c. 252r-253r.

44 Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-arese_(Dizionario-Biografico)/

45 B. A., S.P.II 262, n. 7 e non 5 come erroneamente scrivono P.M. Jones e A. Rovetta  nelle opere citate.

46 A.S.M., Fondo Notarile, Cancelleria Arcivescovile, Filza n. 138, atto n. 39, Atto di donazione all’Ambrosiana della collezione del Cardinale Federico Borromeo, f. 1. Si veda anche B. A., S. P. II 262, fasc. n. 14, dove sono conservate due copie dell’Atto di Donazione: una con data del 28 aprile 1618, la seconda porta la data del 19 settembre 1905.

47 Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/girolamo-marchrsi_(Dizionario-Biografico)/

48 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.

49 Cfr., AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo I, p. 187.

50 Ibid., p. 323.

51 Ibid., p. 177.

52 Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-di-francesco-di-giovanni-del-cervelliera_(Dizionario –Biografico)/

53 Ibid.

54 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2 e 3.

55 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 4.

56 Cfr. P. M. Jones, Federico Borromeo… cit, p. 343; AA.VV., Musei e Gallerie … cit., p. 315 e segg.

57 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.

58 B. A., Ms. S.P.II 262, fasc. n. 5.

59 Cfr. G. Bora, I Campi. Cultura artistica cremonese del Cinquecento, a cura di M. Gregori, Milano 1985, pp. 127-144.

60 Ibid., pp. 181-196; http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-campi_(Dizionario-Biografico)/

61 Cfr. L. Fabbri, La figura della Madonna… cit.

62 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo II, Milano 2006, pp.140-141.

63 Cfr. https://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/frans_francken.htm#ARTICOLO

64 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo II, pp. 140-141.

65 Ibid., Tomo I, pp. 311.

66 Ibid., Tomo I, pp. 310-312.

67 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo I, p. 352 e segg.

68 AA.VV., Mesei e Gallerie di Milano… cit., Tomo I, pp. 348-350.

69 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo III, Milano 2007, p. 205-206.

70 Ibid., pp. 259-260.

71 A.S.M., Atto di donazione…cit., f. 3.

72 Cfr. M. Navoni, L’attività artistico-culturale e i rapporti con la città, in “Storia dell’Ambrosiana. L’Ottocento, Milano 2001, pp. 250-251.

73 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo II, pp.319-320.

74 Ibid. Tomo I, pp. 312-313.

75 B. A., Ms. A 357 inf., foll. 92-99.

76 Cfr. AA. VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo II, pp.324-325.

77 B. A., Ms. A 357 inf, foll. 92-99.

78 Ibid., pp. 325-326.

79 B. A., Ms. S.Q.+.II.35.

80 Cfr. B. A., Ms. R 180 inf. (S. Q. +. II. 35), B. Guenzati, Biblioteca Ambrosiana: inventario delle scritture in genere, pitture sculture, medaglie, argenti, legnami e altri mobili (eccettuatine i libri), 1685; AA. VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo I, pp.219-220.

81 Cfr. AA. VV., Musei e Gallerie di Milano… cit., Tomo III, pp. 138-139.

 

LA FIGURA DELLA MADONNA NELLA COLLEZIONE DI FEDERICO BORROMEO

di LOREDANA FABBRI

PREMESSA

Lo scopo di questo lavoro è di “accompagnare” il visitatore in un percorso particolare: la figura della Madonna nei dipinti attualmente esposti nella Pinacoteca Ambrosiana e provenienti dalla collezione privata del Cardinale Federico Borromeo, il quale ne fece dono all’Ambrosiana nel 1618. La descrizione dei quadri, non certamente esaustiva, preceduta da una sommaria biografia dell’autore, è stata realizzata in modo semplice, evitando condizionamenti strettamente tecnici ed accademici, per poter dare un aiuto ai visitatori ad ammirare la bellezza delle opere ed a comprendere il “linguaggio” simbolico dell’iconografia cristiana. Questa “guida” ha una sua peculiarità: non è corredata dalle foto delle opere descritte, perché è stata concepita come una “visita guidata” e, nonostante la struttura, non è e non vuole essere un catalogo, ma vuole, come già detto “accompagnare” il pubblico in uno specifico percorso all’interno di quello molto più ampio che il visitatore può effettuare nella Pinacoteca Ambrosiana.

 

La bibliografia su Federico Borromeo è vastissima, anche se molti scritti su di lui hanno un carattere prevalentemente celebrativo e agiografico: “Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu uno degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grand’opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidirsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume. […]In Federigo arcivescovo appare uno studio singolare e continuo di non prender per sé, delle ricchezze, del tempo, delle cure, di tutto sé stesso insomma, se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva, come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio dé poveri: come poi intendesse in fatti una tal massima, si veda da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo mantenimento e quello della sua seritù; e dettogli che seicento scudi (scudo si chiamava allora quella moneta d’oro che, rimanendo sempre dello stesso peso o titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di quel patrimonio. Del suo poi era così scarso e sottile misuratore a sé stesso, che badava di non mettere un vestito, prima che fosse logoro affatto: unendo però, come fu notato da scrittori contemporanei, al genio della semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili in fatti, in quell’età sudicia e sfarzosa. Similmente, affinché nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa frugale, li assegnò a un ospizio […]. Cure, che potrebbero forse indur concetto d’una virtù gretta, misera, angustiosa, di una mente impaniata nelle minuzie, e incapace di disegni elevati; se non fosse in piedi questa biblioteca ambrosiana, che Federigo ideò con sì animosa lautezza, ed eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornir la quale di libri e di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che poté avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati, e quattordicimila manoscritti. Alla biblioteca unì un collegio di dottori (furon nove, e pensionati da lui fin che visse; dopo, non bastando a quella spesa l’entrate ordinarie, furon ristretti a due); […] v’unì un collegio da lui detto trilingue, per lo studio delle lingue greca, latina e italiana; un collegio d’alunni, che venissero istruiti in quelle facoltà e lingue, per insegnarle un giorno; v’unì una stamperia di lingue orientali, dell’ebraica cioè, della caldea, dell’arabica, della persiana, dell’armena; Una galleria di quadri, una di statue, e una scuola delle tre principali arti del disegno”.[1] Per Manzoni, il Cardinale doveva essere il modello delle virtù che si devono associare ad un’autorità religiosa, trascendendo dai dati storici e dandoci di Federico Borromeo un ritratto idealizzato di uomo avviato alla santità attraverso l’esercizio delle sue virtù, l’antitesi ad una società sfarzosa e “marcia” in cui doveva vivere: una biografia che si può definire una pagina di forte sapore agiografico, [2]

La figura del Cardinale è molto complessa e scrivere su di lui significa implicare molti fenomeni: religiosi, storici, sociali, di costume, culturali, poiché la sua importanza non si limita a quella che fu la sua attività in relazione alle arti, che è l’aspetto che in questa sede interessa maggiormente, quindi per ciò che riguarda la sua vita accenneremo solo  alle tappe più significative.

Federico Borromeo nacque a Milano il 18 agosto 1564 da Giulio Cesare, fratello del padre di San Carlo e da Margherita Trivulsio, mostrò presto interesse e inclinazione per gli studi e fu in questo assecondato dal cugino Carlo che lo inviò, quattordicenne, a Bologna presso il Cardinale Paleotti, Vescovo di quella città e una delle figure più autorevoli della Controriforma, (anche per quanto riguarda i suoi riflessi nell’arte, autore del “Discorso intorno le immagini sacre e profane” 1582), ma lo richiamò presso di sé dopo poco più di un anno, essendosi delineata nel giovane Federico una vocazione religiosa, nel 1580 gli fece vestire l’abito ecclestico e lo mandò a Pavia a completare la sua educazione, dove conseguì, nel 1585, la laurea in Teologia. Nel 1584 la morte del cugino determinò una svolta nella sua vita; i parenti e i molti prelati legati alla memoria di Carlo cominciarono ad adoperarsi perché Federico si trasferisse a Roma, per farsi conoscere ed apprezzare dal neoeletto papa Sisto V. Anche quando fu eletto cardinale, nel 1587, continuò la sua vita di studi e di preghiera sotto la direzione di San Filippo Neri, il quale divenne, dopo Carlo, il suo secondo maestro spirituale, maestro di vita e guida nella sua attività e nelle sue decisioni. Ebbe molti incarichi consoni alla sua vocazione di erudito più che impegni di politica ecclesiastica, sempre a Roma fece parte di un mondo erudito che lo collegava a studiosi italiani ed europei (Baronio, Orsini, Maffei, Strozzi, Marco Welser e Giusto Lipsio furono suoi amici), e nel 1593 divenne Cardinale protettore dell’Accademia di San Luca, appena fondata da Federico Zuccari.[3] Nell’aprile del 1595 Clemente VIII nominò Federico Arcivescovo di Milano, carica a cui si oppose con una certa resistenza sia per le difficoltà obiettive che sapeva di trovare a Milano, sia per il “rilassamento” del clero dopo la morte di Carlo e durante l’episcopato del successore Gaspare Visconti, a tutto questo si univa il ricordo del modello di santità e lo zelo pastorale del cugino che avevano lasciato un’impronta difficilmente ripetibile; solo l’insistenza di San Filippo Neri riuscì a persuaderlo ad accettare tale incarico che ricoprì per trentasei anni, ispirandosi, sin dall’inizio, al  modello di governo di Carlo.[4] Dopo poco più di un anno di episcopato, si assentò da Milano a causa di controversie giurisdizionali con il Governo spagnolo: Federico volle recarsi a Roma per seguire personalmente la sua causa, tornò a Milano nel 1601.[5]

La sua produzione letteraria, oltre alle opere pastorali e spirituali, è imponente e si trovano tutte presso la Biblioteca Ambrosiana, da lui fondata nel 1607 e aperta al pubblico l’8 dicembre 1609, dotata di libri a stampa e manoscritti acquistati con le proprie rendite e le proprie energie, poiché il Cardinale ne fece uno degli impegni fondamentali della sua attività di uomo e di ecclesiastico.[6] E’ noto che queste raccolte continuarono ad ampliarsi anche dopo la sua morte e che anche attualmente fanno della biblioteca Ambrosiana, uno dei più importanti centri mondiali della cultura umanistica.

Secondo la “Costitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianae” questa istituzione doveva essere uno strumento per risollevare la cultura, dopo la decadenza delle università e delle accademie di tipo tradizionale, ma anche e soprattutto una cultura alla portata di tutti e per tutti. Creò un Collegio trilingue per diffondere tra i giovani la conoscenza delle lingue antiche ed anche della lingua italiana.[7]

Alcuni anni più tardi, alla Biblioteca Federico affiancò la Pinacoteca (29 aprile 1618), donando ad essa la sua “quadreria” e la sua vasta raccolta d’arte figurativa, che andarono a costituire il nucleo più significativo della Pinacoteca: i dipinti e i disegni prediletti di Federico erano quelli attribuiti ai maestri del Cinquecento, ai leonardeschi lombardi e ai contemporanei italiani e fiamminghi. Il Cardinale completava in tal modo il grandioso progetto iniziato nel 1607 con la creazione della Biblioteca Ambrosiana, vera e propria custode di scienza e cultura nel cuore di Milano, ovviamente in conformità del Concilio tridentino e con le nuove esigenze dell’arte sacra. <<Non s’appagò l’animo grande del Cardinale Federigo d’aver rimesse col Collegio Ambrosiano le lettere più fiorite e d’aver aperta nella Libraria una pubblica scuola di tutte le scienze al mondo […] architettò nella di lui vastissima mente nuovi disegni a far rifiorire nella Lombardia tutte le arti liberali per eguagliare anche in questo la città di Milano all’antica Atene e a Roma moderna. […]  Così si formò il bel teatro in cui i capi della repubblica pittorica ebbero il loro nicchio, come il Tiziano, il Giorgione, Leonardo da Vinci, il Sordo, Andrea del Sarto, Alberto Durero, il Luino, Raffaele d’Urbino e della scuola, il Caietano, l’un e l’altro Bassano, Paris Bordone, Calisto da Lodi., il Mantegna, il Tempesta, il Rubens e Fede Galizia, il Vaanstunmich, il Rathnamer, Giulio Campi, il Perugino, il Civoli, il Caraccio, il Cerano, il Morazzone, il Figino, il Bramantino, Luca d’Olanda, Pietro da Cortona. Mosse pure con stimoli d’oro il pennello mirabile del Brueghel sino a pagarsi le gemme dipinte al prezzo delle vere, onde fe’ que’ sforzi dell’arte cui ora anche di perfettamente copiare diffidano li pittori. Pregiasi perciò la Galeria Ambrosiana di racchiudere in ventisette pezzetti di quadri di questo gran pittore un impareggiabile tesoro mentre il mondo tutto appena ne vanta tant’altri della stessa mano, oltre che per li solo quattro elementi che sono li veri originali, come attestano le lettere…>>.[8] Borromeo si avvalse anche di molte altre opere di numerosi artisti famosi dei suoi tempi, tra i quali Paul Bril e Caravaggio; non trascurando la scultura.[9]

La cosiddetta Controriforma ebbe sulle arti conseguenze analoghe a quelle sugli altri rami della cultura e del pensiero, che svilupparono una tendenza ad opporsi a tutte le conquiste dell’Umanesimo rinascimentale  e soprattutto al razionalismo individuale, per retrocedere ad uno stato di cose feudale e medievale e a quel predominio ecclesiastico proprio del Medioevo, le opere degli artisti furono sotto il controllo della Chiesa. Diversamente dall’epoca rinascimentale, dopo il Concilio di Trento, i manieristi preferirono soggetti che potevano mettere in evidenza gli aspetti teologici o sovrannaturali. La figura della Madonna divenne il simbolo della lotta antiprotestante, il suo culto comportò la fondazione di numerosi santuari dedicati alla Vergine, specialmente alla Vergine del Rosario, la quale ebbe grande incremento dopo la battaglia di Lepanto nel 1571 ed anche l’Assunta ebbe una notevole fortuna iconografica.

Secondo San Carlo Borromeo niente doveva essere in discordia con le Sacre Scritture o con la tradizione della Chiesa.[10]

Federico cerca di imitare in tutto il governo pastorale del cugino Carlo e dopo la canonizzazione di quest’ultimo, nel 1610, l’imitazione è elevata a devozione, a preghiera d’intercessione, ne è testimonianza l’imponente statua del cugino fatta erigere da Federico ad Arona, su modello del Colosso di Rodi e disegnata dal Cerano.[11]

Tra le numerose opere da lui scritte, alcune ci mostrano un universo in cui si svolgono fenomeni soprannaturali, attraverso le presenze angeliche, le unioni mistiche e gli inganni dei demoni: una cosmogonia animata dal soprannaturale in contrasto con la visione aristotelica-razionalista, che portò Federico a prendere posizioni nei casi di stregoneria e di monache visionarie, visione ben diversa da quella del suo vecchio padre spirituale San Filippo Neri, il quale era molto diffidente su tali argomenti.[12]

L’interesse per l’arte fu sempre vivo nel Borromeo, infatti non si fermò alla donazione della sua raccolta, ma, due anni dopo, nel 1620, fondò l’Accademia di pittura, scultura e architettura, nella quale convocò i migliori artisti milanesi presieduti da Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, e dai maestri Giovan Andrea Biffi (scultura), Carlo Buzzi e Fabio Mangone (architettura). Questa istituzione fu concepita da Federico non tanto in funzione della Pinacoteca, quanto come scuola per i giovani artisti. Compose un trattato: “De pictura sacra” e un inventario delle opere donate alla Pinacoteca intitolato “Musaeum Biblithecae Ambrosianae”.

La carestia del 1628-1629 e la peste del 1630 sono avvenimenti troppo noti anche per le polemiche suscitate dal comportamento del Cardinale: esaltato da alcuni, criticato da altri, ma da quanto risulta dalla documentazione sappiamo che donò con grande generosità gran parte delle rendite ecclesiastiche e le somme di denaro destinate in precedenza al mecenatismo. Durante l’epidemia della peste organizzò forme di assistenza spirituale e materiale ai malati, avvalendosi dell’aiuto sia del clero secolare che regolare e della continua presenza personale nelle zone più colpite della città e nel lazzaretto, condividendo prima, con la classe dirigente milanese, le incertezze sulla contagiosità della malattia, poi la credulità nei cosiddetti untori, anche se con riserva come scrive nel trattato “De pestilentia”. La peste fu vista dal Borromeo come un flagello di Dio, come un castigo per i peccati e la corruzione del mondo.[13]

Federico Borromeo morì dopo una breve malattia il 21 settembre 1631, mentre era intento alla ricostruzione della vita ecclesiastica di Milano: il morbo aveva ucciso due terzi del clero secolare della città. Come scriverà il suo biografo Rivola, Federico muore tenendo nella mano destra il Crocefisso e nella sinistra la penna, come simboli della sua instancabile attività di religioso e di uomo di cultura. Venne sepolto in Duomo, presso l’altare della Madonna dell’Albero.[14]

Tra i numerosi scritti di Federico, molto importanti ai fini di questo lavoro sono il “De Pictura sacra” e il “Musaeum” pubblicati rispettivamente nel 1624 e nel 1625, quindi quando il Borromeo scrive questi testi, le opere non gli appartengono più da alcuni anni, infatti la donazione alla Pinacoteca Ambrosiana risale al 1618.

Nell’introduzione dell’opera “De Pictura Sacra”, pubblicata nel 1624, troviamo un preambolo di Federico alle “Leges Observandae in Academia”: <<Nell’istituire la Scuola o Accademia di pittura, scultura e architettura non ci mosse alcun motivo umano, ma fu intenzione dell’animo nostro di preparare gli artisti ai lavori del divin culto e di rendere alquanto migliori in questo campo quelle arti. E’ infatti abbastanza noto che molti pittori, scultori e architetti, poiché non hanno fatto strada o nei precetti o nella pietà che dovrebbero apportare nella produzione di tali opere sacre, spesso mancano gravemente e dipingono i divini misteri e i fatti umani, o progettano i templi sacri e le abitazioni degli uomini senz’alcuna distinzione del sacro e del profano, ed hanno più riguardo alle comuni regole dell’arte che alla pietà e alla santità dei luoghi, dei tempi e delle cose stesse. Per la qual cosa noi vogliamo che sia regola della nostra Accademia che, oltre all’arte della pittura e della scultura, vi sia qualche docente che insegni i doveri delle virtù cristiane e che, all’udire di frequente simili ragionamenti, gli artisti siano formati anche alla pietà e religione. Converrà che essi conoscano bene i misteri della nostra sacrosanta Fede, la cui conoscenza invero contribuisce non poco alla perfezione delle arti. Poiché, come sarebbe assurdo pubblicare libri infarciti di errori e che tendessero a corrompere i costumi, e converrebbe anzi distruggere libri di tal genere; così nella composizione di immagini e di edifici bisogna badare che nulla rimanga di cui gli animi dei mortali siano indotti al male e all’errore>>.

Nel Capitolo V il Cardinale spiega come dovrebbe essere l’immagine della Madonna: <<Bisognerebbe conservare i simboli e i misteri che si usano a raffigurare la Vergine Santissima, e la sua persona dev’essere effigiata con quanto più si possa immaginare di maestà e decoro. Badino i pittori di non fare anche in ciò qualcosa contro il decoro e la verità della storia. Alcune scritture infatti tramandarono a proposito della Vergine Deipara cose che sono tutt’altro da approvare, e sbaglierebbe chi, volendo dipingere la sua nascita, si attenesse al racconto, abbastanza diffuso, che ne fa l’opuscolo sulla Natività della Beata Vergine indirizzato a Cromazio e a Eliodoro. Anche nel dipingere la sua morte bisogna evitare la puerilità di qualche racconto, al quale non pochi vedo che prestan fede, e piuttosto conviene seguire la testimonianza di Dionigi Areopagita, il quale racconta che a quel santo decesso erano presenti, oltre gli altri, San Giacomo, cugino del Signore, San Pietro, Timoteo e lo stesso Dionigi.>>.[15] <<Alcuni furono a buon diritto incerti sul modo in cui rappresentare il mistero della concezione della Vergine. Noi pensiamo che si possa dipingere una bambina ravvolta nei suoi panni, adagiata in mezzo ad una grande luce, e attorno a quella luce Angeli maggiori e minori; la stessa personcina e gli Angeli vorremmo alquanto velati e fra i celestiali splendori apparire le tre divine Persone, esse pure leggermente adombrate. Soltanto a questo modo riteniamo che si possa ritrarre questo sublime mistero, che non cade sotto gli occhi degli uomini né rientra nell’arte dei pittori, ma viene intravisto sotto le allusioni degli scrittori e grazie all’intelligenza degli osservatori>>.

<<Non si deve poi rappresentare la Deipara svenuta ai piedi della croce, perché ciò è contrario alla storia e all’autorità dei Padri […] i quali tutti esaltavano la fortezza della Santissima Vergine, che dicono essere stata ammirabile specialmente durante la passione del Figlio>>.

<<Che l’immagine della Santissima Vergine somigliasse a quella di Divin Volto è pure confermato da Niceforo, e perciò i pittori devono sforzarsi di avvicinarsi il più possibile a quel modello […] E perché i pittori con più esattezza ritraggano al naturale l’immagine della Beata Vergine, proporrò l’esemplare che lo stesso Niceforo ci ha lasciato: “I costumi, le forme e la misura della sua persona, come dice Epifanio, erano i seguenti. In ogni cosa appariva onesta e grave, parlava poco e solo il necessario, attenta ad ascoltare, affabile assai, prestava a tutti l’onore e la venerazione conveniente, era di giusta statura benché vi sia chi dica essere stata alquanto più alta della media. Con tutti gli uomini teneva una dignitosa libertà di parola, senza riso, senza eccitazione e soprattutto senza ira. Per colorito, tendeva a quello del frumento, capigliatura bionda, occhi penetranti con le pupille chiare e quasi del colore dell’oliva. Le sopracciglia incurvate e di un bel nero, il naso un po’ lungo, le labbra tonde e soffuse della soavità delle parole; la faccia non rotonda né angolosa ma alquanto allungata, come piuttosto lunghe erano mani e dita. Era infine schiva di ogni fasto, semplice dal volto aperto, senz’alcuna mollezza ma di umiltà eccelsa, contenta delle vesti di color naturale e dalle sue stesse mani preparate, come si vede ancor oggi nel santo velo del suo capo. Per dirlo in una parola, tutto in lei mostrava una grazia celestiale>>. Nel VI capitolo, intitolato “Del nudo”, Federico sostiene: <<… appare ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante nell’atto di poppare così da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine, mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e modestia>>.

Il “Musaem” non ebbe grande successo né alla sua pubblicazione né nelle riedizioni successive, anche se è di grande interesse per capire i gusti e le capacità critiche di Federico. L’idea di scrivere questo testo gli deriva da un suggerimento di alcune persone appartenenti al suo seguito e appassionate d’arte, le quali, osservando dei quadri e delle statue che il Cardinale aveva fatto sistemare in un’ala della Biblioteca, lo esortano a scrivere un testo in cui descrivere accuratamente tutte le opere raccolte in tale sede: è lo stesso Borromeo che racconta questo aneddoto all’inizio del “Musaeum”.[16]  (p. 3) Lo scopo didattico dell’opera è icastico (indiscutibile): è ideata ad utilità degli allievi dell’Accademia, in un passo del testo, parlando di alcune riproduzioni fatte eseguire da Antonio Mariani, copiandole da originali di Raffaello troviamo: <<Se gli allievi vorranno imitarli con cura, sarà esattamente come se avessero davanti agli occhi le opere dello stesso Raffaello. Se però nello studio e specificatamente in questa imitazione saranno troppo pigri, attribuiscano a sé stessi tale colpa>>.[17]

La prima opera in cui troviamo raffigurata la Madonna si trova nella Sala 1, in cui sono esposti una parte dei dipinti facenti parte della Collezione del Cardinale Federico Borromeo.

Scheda n. 1

Bernardino Luini

Dumenza?, 1480 circa – Milano 1532

SANTA FAMIGLIA CON SANT’ANNA E SAN GIOVANNI

Inv. 92 (Sala 1)

Tempera e olio su tavola; 118 x 92 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

 

Federico descrive così questo dipinto nell’Atto di donazione del 1618: <<Una Madonna con Sant’Anna, Nostro Signore e San Giovanni piccoli con San Giosefo di mano di Bernardino Luino, alta due braccia, e larga un’e mezzo, con cornice dorata, quadro principale>>.[18] Dipinta probabilmente intorno al 1530, era tra le preferite del Cardinale, e lui stesso indicava come modello per questa tavola il cartone di Leonardo attualmente conservato alla National Gallery di Londra, a cui Luini aggiunse San Giuseppe alla sinistra della Madonna.

Bernardino Luini (Bernardino de Scapis), figlio di Giovanni Donato, nacque a Dumenza (Varese), nel 1480-82 circa, ma non sappiamo se fosse figlio della prima o della seconda moglie del padre. Forse è nel 1500 che il pittore andò a Milano, in quanto è menzionato per la prima volta come figlio ed erede di Giovanni in un documento del 1501, sempre nello stesso anno compare in un contesto di pittori lombardi come teste ad un atto e risulta residente a Milano nella parrocchia di San Carpofaro, presso Porta Cumana. Non è chiara la sua formazione artistica, ma si presume che sia avvenuta presso artisti varesini, poiché quando arriva a Milano aveva quasi venti anni, è probabile anche che sia continuata con maestri operanti in questa città. Intorno al secondo decennio del XVI secolo, sposò Margherita de Lomatio, dalla quale ebbe quattro figli, di cui due pittori. Sembra che il Luini abbia compiuto un ipotetico viaggio a Roma per studiare la “maniera moderna”; il Vasari lo descrive come un pittore molto delicato, che <<valse ancora nel fare ad olio così bene come a fresco e fu persona molto cortese e servente de l’arte sua, per il che giustamente se li convengono quelle lodi che merita qualunche artefice che, con l’ornamento della cortesia, fa così risplendere l’opere della sua vita come quelle della arte>>.[19] Forse fu proprio questo giudizio che dette origine alla definizione “Il Raffaello di Lombardia”, come venne chiamato in seguito. Tra il 1504 e il 1507 pare che l’artista abbia trascorso questo periodo a Treviso, dove ebbe legami con scultori lombardi operanti in questa città, assimilando influenze locali. Nel 1509 circa Luini torna a Milano e si mette in contatto con i nuovi maestri “moderni”: Zenale, Bramantino e con la committenza aristocratica milanese, alcune opere di questo periodo appaiono fortemente influenzate dal Bramantino, la cui fama si era consolidata con l’assenza di Leonardo dalla città. A partire da questi anni si susseguirono le commissioni al Luini da parte dei monasteri: è un periodo molto fecondo ed una agiatezza ormai acquisita, che segnerà il culmine della sua maturità artistica. Bernardino, nella sua amplissima produzione, si misurò anche nella pittura di devozione privata, come attesta il cospicuo numero di opere di piccolo formato presenti nelle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo ed anche se i modelli rimangono di derivazione leonardesca, seppe però trasformare l’ineguagliabile stile di Leonardo in immagini di vera umanità. La morte dovette avvenire prima del mese di luglio del 1532, come si può evincere da un documento in cui viene dato il saldo di lire 100 al figlio per gli affreschi eseguiti dal Luini a Lugano.[20]

L’opera, registrata per la prima volta nel Codicillo del 15 settembre 1607 ad aggiunta del testamento stilato da Federico nel 1599, fa ipotizzare che sia entrata in possesso del Cardinale nell’arco di tempo che intercorre tra le due date.[21] Copia su tavola di un cartone leonardesco, che divenne una delle preferite del Cardinale e che fece collocare in posizione dominante nella collezione ambrosiana. Luini varia, ache se di poco, le misure del cartone di Leonardo (da 141,5 x 104 a 118 x 192), perdendo però la stupenda torsione di Maria sulle ginocchia di Sant’Anna e il gioco dei piedi nudi di entrambe su un piano di pietre che richiama la “Vergine delle rocce” di Leonardo. Inserisce la figura di San Giuseppe calvo, con barba e bastone; Sant’Anna, Maria e Gesù procedono uno dall’altro, raffiguranti tre generazioni sovrapposte, che ripropongono uno schema iconografico femminile usato nelle Trinità medievali, in cui lo svolgersi teologico va dal Padre al Figlio per mezzo dello Spirito, che viene richiamato dall’indice di Sant’Anna puntato verso il cielo e da quella mano si diffonde una luce, grazie alle tecniche leonardesche dello sfumato apprese dal Luini, che si riflette sui volti dei personaggi, diventando in tal modo il centro  dove gli sguardi si incrociano. Maria e Anna costituiscono un tutt’uno, da cui Gesù si protende benedicendo Giovanni, che con la sua veste corta, rispetto alle nudità di Gesù, indica un’età maggiore e l’inizio della sua missione; dietro Giovanni, appoggiato al bastone vediamo Giuseppe, testimone silenzioso, il quale protegge e custodisce la Sacra Famiglia.[22] Nel “De pictura sacra” Federico sostiene che lo scopo principale delle opere a soggetto religioso sia quello di suscitare devozione e questo capolavoro è particolarmente conforme agli ideali iconografici ed estetici del Borromeo.

Negli ultimi anni, il dipinto è stato oggetto di opinioni divergenti sull’attribuzione della paternità, ma nulla toglie alla bellezza armoniosa e alla classica composizione dei personaggi emergenti dal buio del fondo.

 

Scheda n.2

Tiziano (Tiziano Vecellio)

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

ADORAZIONE DEI MAGI

Inv. 202 (Sala1)

Olio su tela; 120 x 223 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1559-1560

 

Della vita di Tiziano sappiamo quasi tutto: la sola data importante non nota è quella di nascita, che si può comunque fissare tra il 1488 e il 1490 a Pieve di Cadore; si dice che l’artista, inorgoglito del ruolo di “grande vecchio”della pittura veneta traeva in inganno i contemporanei, dichiarando un’età molto superiore a quella reale. A nove anni lascia Pieve di Cadore per Venezia e, durante il primo decennio del Cinquecento, in un momento di cambiamenti fondamentali per l’arte veneta, Tiziano compie le tappe di un apprendistato completo e progressivo: all’inizio presso Sebastiano Zuccato, mosaicista, da cui apprese il senso del colore come materia; poi con Gentile Bellini, dove acquisisce una certa attitudine al ritratto e la capacità di pensare in grande; infine presso Giovanni Bellini, fratello di Gentile, dove completa la sua formazione accogliendo il concetto del “tonalismo”, consistente nell’abbandono progressivo del disegno per stendere direttamente i colori sul quadro, per ottenere effetti di luce naturale sui paesaggi e nelle figure, questa nuova tecnica iniziata con il Bellini, fu sviluppata da Giorgione e dallo stesso Tiziano. Nel 1508 inizia la collaborazione con il Giorgione, immedesimandosi nel suo mondo poetico e impadronendosi della tecnica del ritratto gigionesco, con figure a mezzo busto, dipinte con pazienti e minute pennellate, che rendono dettagliati i lineamenti e l’abbigliamento. Giorgione muore di peste nel 1510, Tiziano ha così l’opportunità di diventare il punto di riferimento dell’arte veneziana e nel 1513 riceve il primo incarico ufficiale per Palazzo Ducale, lavora per privati, patrizi veneziani e mercanti nordici, dichiarando trionfalmente l’uso caldo e vibrante del tonalismo: Tiziano si può considerare ormai l’artista più importante di Venezia e quando, nel 1516, muore Giovanni Bellini, prende il suo posto come pittore ufficiale della Repubblica veneta. Dal 1518 al 1521Vecellio si occupa della decorazione del “camerino” di Alfonso d’Este, duca di Ferrara, il quale è il primo signore non veneziano a commissionargli importanti lavori: la sua poliedricità gli permette di reinventare soggetti pagani rivelando un gusto classico carico di sensualità, l’artista deve barcamenarsi tra le corti di Ferrara e Mantova, poiché Federico II Gonzaga lo vuole alla sua corte seducendolo con allettanti prospettive economiche, inviti e doni. Nel 1528 Tiziano entra in contatto con Michelangelo e con l’Imperatore Carlo V, divenendo in breve il pittore preferiti del sovrano e per oltre quarant’anni Vecellio terrà un ottimo rapporto con la corte spagnola, inviando a Madrid molte opere. Ormai Tiziano è molto famoso, è il pittore della natura, in grado di far vivere ogni suo soggetto: è in questo periodo che arrivano a Venezia alcuni artisti “manieristi”, i quali concepiscono l’opera d’arte in modo molto diverso da quelli veneziani, Tiziano cerca di trovare un’intesa tra  la propria percettibilità per il colore e lo studio grafico dei manieristi, basato sull’imitazione dell’antico e sul rapporto con Michelangelo e Raffaello, questi esperienze manieristiche sono rivolte soprattutto ai grandi dipinti a soggetto religioso, invece nei ritratti non solo conserva la sua peculiarità, ma operai primi tentativi di una particolare stesura del colore che diverrà la sua nuova particolarità. Tra il 1545 e il 1546 Tiziano sarà ospite presso papa Paolo III Farnese ed entrerà in contatto con i capolavori dell’antichità classica e del Rinascimento romano, confrontando il proprio stile con quello di Michelangelo. Durante gli anni Sessanta, il Maestro affida sempre più spesso alla sua bottega l’esecuzione delle riproduzioni di originali celeberrimi, oggetto di grande richiesta dei mercanti d’arte e collezionisti, mentre lui si dedica ai propri interessi commerciali, tornando spesso nel Cadore. I dipinti di questi anni ci mostrano una stesura più densa, pastosa, ricca: i colori non evidenziano più le luminose trasparenze delle opere giovanili, con soggetti che spesso trasmettono un angoscioso pathos. Fino alla fine Tiziano creò capolavori su capolavori, tanto da non poter distinguere l’apice della sua attività, perché essa è tutta una serie di culmini. La peste uccide Tiziano il 27 agosto 1576, il figlio Pomponio dilapiderà l’ingente patrimonio del pittore più ricco della storia in soli cinque anni.[23]

Secondo quanto lasciano intuire le iniziali presenti in ogni angolo (H di Henri intrecciata con la D di Diane) della cornice originale del dipinto, intagliata dal famoso intagliatore Flaminio Boulenger, il quadro fu commissionato dal Cardinale Ippolito d’Este per donarlo a Enrico II re di Francia e a Diana Poitiers, sua amante, ma sia per i ritardi nella consegna da parte di Tiziano sia per l’improvvisa morte del re di Francia (1559), l’opera non andò mai in Francia e fu destinata da Ippolito alla cappella del palazzo di Monte Giordano a Roma. Morto il cardinale Ippolito nel 1572, il dipinto fu acquistato da San Carlo Borromeo e poi lasciato in eredità all’Ospedale Maggiore di Milano. Intorno al 1588 fu comprato da Federico Borromeo, il quale nel suo “Musaeum” definì il dipinto in ragione de <<…la moltitudine delle cose che contiene […] una scuola per i pittori, perché ne possono trarre, come dal corno di Amaltea, molti insegnamenti>>.[24]  Nel Codicillo del 15 settembre 1607 il dipinto è posto come primo dell’elenco dei quadri donati dal Cardinale all’Ambrosiana: “Un quadro di lunghezza di tré braccia et mezzo et due di altezza con cornicioni dorati di mano di Tiziano, dentro vi l’Adorazione dei Magi con dodici figure humane in circa et intorno a quattrro cavalli”.[25] In realtà le figure umane sono quindici, senza contare il corteo sullo sfondo, che segue la via indicata dalla stella e i cavalli sono sei. La composizione dell’opera è divisa in due parti dal sostegno della capanna e caratterizzata dallo sviluppo orizzontale, all’interno l’epifania, con la Madonna che porge il Bambino ai Magi e questi, in adorazione, offrono al Salvatore oro, incenso e mirra; sullo sfondo di un paesaggio collinare. Sotto la luce rosata del cielo i Magi giungono dall’Oriente per adorare il Messia “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo, Mt. 2,2”. Da destra un gruppo di figure si avvicina lentamente verso la scena principale, ambientata sotto un’umile capanna, dove possiamo vedere la Madonna vestita di rosso con un bellissimo manto azzurro cupo sopra una base di legno, la quale mostra ai Magi il Bambino Gesù completamente nudo, di fianco, all’estremo margine sinistro, si trova Giuseppe assorto in meditazione. Ai piedi della capanna vediamo un cagnolino con la zampa posteriore sollevata, emerso dopo un restauro, coperto in passato perché ritenuto scandaloso da un austero cortigiano del Cardinale Ippolito. Il cavallo che sfrega il muso sulla zampa, che secondo l’opinione di Federico “caccia via una mosca che ivi lo punge”, sembra replicare, con il suo inchino, il gesto di umiltà del suo padrone davanti al Salvatore.[26] Questo capolavoro ci mostra la tecnica corsiva tipica dello stile maturo di Tiziano, di cui la critica sembra avere individuato una replica del dipinto dell’Escorial: altre due versioni autografe si trovano nel Museo del Prado di Madrid e nel Museum of Art di Cleveland. L’episodio dei Magi fu fonte d’ispirazione per molti artisti rinascimentali, ma l’opera di Tiziano, con la ricchezza dei particolari e lo splendore dei colori, ci fa condividere ed “entrare” nella scena narrata nell’Evangelo.[27]

Scheda n. 3

Tiziano (Tiziano Vecellio)

Pieve di Cadore, 1489/1490 – Venezia, 1576

LA MADDALENA

Inv. 208 (Sala1)

Olio su tela; 96 x 74 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1540 c.

 

Per una sommaria biografia di Tiziano si veda la scheda n. 2.

La tela non rappresenta la figura della Madonna, come farebbe supporre il titolo del presente lavoro, ma rappresenta Santa Maria Maddalena, personaggio molto caro a Federico Borromeo, il quale lodava Tiziano per aver saputo conservare l’onestà del soggetto nonostante la nudità rappresentata. La santa è raffigura come l’immagine di vero amore verso Cristo e di sincera penitenza, infatti possiamo notare in questo dipinto i tre elementi caratteristici che una rappresentazione classica della Maddalena doveva contenere: estetico, penitenziale ed estatico; il primo rappresentato dalla bellezza femminile, il secondo dall’austerità dello scenario, il terzo è reso dal volto rapito nell’estasi della penitente.

L’arte, per Federico Borromeo, doveva comunicare non solo pensieri, ma anche intense emozioni e la “Maddalena” di Tiziano doveva commuovere, rallegrare e confortare chi la guardava quanto la “Madonna della ghirlanda” di Brueghel e di Rubens, anche se nel “De Pictura sacra”non ammette nessun tipo di nudità: <<Un requisito necessario del Bello, di cui sopra parlammo, è l’evitare ogni nudo che non sia strettamente richiesto dalla verità del mistero o che possa offendere la delicatezza d’animo e scemare la devozione degli osservatori. E da parte mia non ho mai potuto capacitarmi dell’artificio pittorico di rappresentare uomini o anche donne nude, dal momento che né gli uni né le altre vediamo girare in tal costume per le vie e per le piazze, e se anche qualcuno ciò vedesse , gli riuscirebbe certo sgradevole e ributtante. E non è poi cosa nuova il rivestire e velare le nudità, poiché già l’antica pittura dei Romani usava questa pratica, disdegnando il malvezzo dei Greci, che si compiacevano di figure ignude.[…] Quindi appare ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante nell’atto di poppare così da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine, mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e modestia>>.[28] L’opera era già in possesso del Cardinale Federico dal 1607, comprata da una vedova che chiedeva trecento scudi, ma il Cardinale volle pagare settecento scudi, valutando tale cifra giusta per un dipinto di Tiziano. In epoche successive gli esperti classificarono la tela sotto la dicitura “Bottega di Tiziano” e ritenuta replica del dipinto autografo conservato presso la Galleria Palatina di Firenze, fino a quando da un restauro e ripulitura dell’opera (2008) è ricomparsa la scritta in stampatello  “Titianus fecit” accanto al piccolo vaso d’alabastro contenente l’unguento con cui Maddalena, unse Gesù prima della morte, vaso reso invisibile dalla patina del tempo, che con la sua mancanza aveva fatto dubitare gli studiosi sull’autenticità dell’opera. La conferma dell’autenticità del dipinto è data anche dalla scoperta di un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana del 1685 (redatto dal sacerdote Biagio Guenzati, dottore dell’Ambrosiana), in cui viene riferito l’episodio dell’acquisto della Maddalena “di mano di Tiziano”.

Scheda n.4

Pitati Bonifacio de’, detto Bonifacio Veronese

Verona 1487 circa – Venezia 1553

SACRA FAMIGLIA CON SAN GIOVANNINO, TOBIOLO E L’ARCANGELO RAFFAELE

Inv. 205 (Sala 1)

Olio su tela; 152 x 116 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1525 c.

 

Bonifacio de’ Pitati, detto Bonifacio Veronese nacque a Verona nel 1487 circa, il padre era “armiger”, ossia uomo d’armi di rango non elevato. Le scarse notizie rendono difficoltose l’individuazione della data, le circostanze del trasferimento della famiglia a Venezia e il percorso formativo del pittore. Sembra che Bonifacio abbia trascorso un periodo di apprendistato nella bottega di Jacopo Palma il Vecchio, divenendo, in seguito, suo collaboratore. A partire dal 1520 circa comincia la produzione di quadri di devozione privata, con evidenti caratteri autonomi, anche se l’ascendente palmesco è sempre presente. Le opere sono caratterizzate da paesaggi d’ispirazione nordica, contrapponendo alla negatività del mondo la positività del “locus amoenus” popolato da presenze divine. Nel 1528 muore Palma il Vecchio e con lui scompare una delle più importanti botteghe di Venezia, Bonifacio completò alcune opere del maestro rimaste incompiute, questa fu una buona occasione per Pitati, il quale ebbe l’opportunità di avere nuove committenze, infatti venne scelto per il completamento del palazzo dei Camerlenghi eretto sulle rovine dell’incendio del 1514, il palazzo era stato voluto dal doge Gritti per accogliere tutte le magistrature finanziarie della Repubblica. Al tempo era pittore ufficiale della Serenissima Tiziano ed è probabile che la scelta sia caduta su Bonifacio per la sua affidabilità professionale, per la lunga esperienza presso Palma il Vecchio ed anche per i suoi compensi decisamente contenuti. E’ questo il periodo in cui l’artista consolidò la propria posizione nella corporazione (fraglia) dei pittori: il suo nome compare nelle liste dei maestri d’arte nel 1530, l’anno successivo, con nomina della corporazione, compare con Tiziano e Lorenzo Lotto nel gruppo dei “dodici aggiunti”per la gestione di un lascito del pittore Vincenzo Catena. Nel 1531, Lotto stabilisce, per testamento, che le opere incompiute fossero portate a termine dal Pitati, risale a questi anni un chiaro avvicinamento a temi tipicamente lotteschi. Nel giro di pochi anni raggiunse una buona posizione economica che seppe amministrare con molta oculatezza; riuscì ad ottenere alcune importanti commissioni ecclesiastiche, integrati con la produzione di dipinti di destinazione privata. Dopo il 1548 la sua attività ebbe un drastico ridimensionamento; morì a Venezia nel 1553.[29]

La Santa Famiglia con San Giovanni, Tobia e l’arcangelo Raffaele fu dipinta tra il 1525 e il 1527, quando entrò a far parte della collezione, l’opera fu attribuita a Tiziano, poi a Giorgione, attualmente è attribuita a Bonifacio Veronese. La Madonna, con uno sguardo molto tenero, porge a San Giuseppe un frutto per ristorarlo, mentre lui regge in braccio il Bambino, accarezzandogli amorevolmente un piedino. Davanti alla Madonna possiamo vedere San Giovanni, Precursore del Messia, vestito con la pelle di cammello, che lascia scoperta gran parte del piccolo corpo, nella mano sinistra tiene la croce di canne e nella destra il cartiglio con la scritta: “Ecce Agnus Dei”, A destra del quadro troviamo l’Arcangelo Raffaele e Tobia, quest’ultimo, seguito dal suo cane, regge con la mano un pesce, da cui, secondo quanto narrato nel Libro di Tobia, estrasse il fiele per curare suo padre dalla cecità. Sullo sfondo possiamo vedere un paesaggio agreste, nella cui vegetazione spicca un albero di fico, che occasionalmente può apparire in alternativa del melo come albero della conoscenza. Sul lato sinistro, sempre sullo sfondo, si può vedere una città edificata sulla cima di una collina, su quello destro un paesaggio declinante verso il mare. Il dipinto non solo è considerato tra i più grandi capolavori del pittore, ma anche di tutta la pittura veneziana post giorgionesca.

Scheda n.5

Tiziano (Tiziano Vecellio) copia da

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNI E SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA

Inv. 801 (Sala 4)

Olio su tela; 70 x 105 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: metà secolo XVI

 

Per una sommaria biografia di Tiziano si veda la scheda n. 2.

Questo dipinto venne attribuito dal Cardinale Federico a Tiziano, ma, in seguito, i critici lo hanno giudicato opera del fratello, Francesco Vecellio, seguace e stretto collaboratore del più famoso dei Vecellio, o, in modo più generico, alla scuola del grande Tiziano.

La scena che si presenta è molto equilibrata: la Madonna, avvolta in un manto che le copre anche la testa, tiene in braccio il Bambino nudo nell’atto di dare una croce a Santa Caterina d’Alessandria, che indossa una veste molto sontuosa. La Santa è una martire del IV secolo, ma qualche critico ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi di Sant’Elena, madre di Costantino imperatore, anche se il cardinale Borromeo parla della Santa suddetta. Nell’angolo inferiore sinistro possiamo vedere il piccolo San Giovanni, il quale porta sul braccio destro il cartiglio, sul cui leggiamo, in caratteri gotici, le parole “Ecce Agnus”, ossia l’inizio della frase con la quale San Giovanni rivelò l’identità di Gesù. Gli artisti rinascimentali danno grande importanza al tema dell’infanzia di Cristo, poiché. anche da fanciullo, Gesù è consapevole della propria missione salvifica, che gli artisti non mancano di rappresentare simbolicamente. Sullo sfondo a destra domina la raffigurazione del Colosseo.

Scheda n. 6

Jacopo Bassano (Jacopo da Ponte)

Bassano del Grappa, 1510 circa – Vicenza, 1592

RIPOSO DURANTE LA FUGA IN EGITTO

Inv. 207 (Sala 4)

Olio su tela; 118 x 158 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1547 circa

 

Jacopo dal Ponte, detto Bassano nacque nel 1510 circa da Francesco il Vecchio e da Lucia Pizzardini a Bassano del Grappa. Inizialmente fu addestrato dal padre, modesto pittore provinciale, nella sua bottega, in seguito si trasferì a Venezia, dove passò un periodo come socio nella bottega di Bonifazio de’ Pitati. Tornato in patria riprese il lavoro nella bottega del padre e dei fratelli, dove assunse, progressivamente, un ruolo di primo piano non disdegnando, tuttavia, di eseguire decorazioni per feste, pitture per mobili e armature, ceri pasquali, stendardi processionali ed anche disegni per figure di marzapane, attività che i fratelli continuarono dopo la morte del padre, pur dipingendo anche quadri, alcuni dei quali firmati col nome di Jacopo. La scarsa documentazione non permette di conoscere possibili viaggi del Bassano, il quale ampliò il suo repertorio formale e di soggetti tramite una vasta raccolta di stampe, dalla quale prendeva spunti per figure singole, scenari e numerosi dettagli che componeva e ricomponeva fino ad una completa personalizzazione: i grandi pittori del suo tempo (Tiziano, Durer, Cransich, Girolamo da Carpi, Parmigianino) erano una fonte non usuale per un pittore artigiano di provincia e questa vastità di materiale giocò un ruolo molto importante nella sua autoeducazione e nella ricerca di vie personali di espressione. Nel 1541 Bassano fu esentato da tutte le tasse in considerazione dell’eccellenza della sua arte. Jacopo Bassano fu manierista? E’ indubbio che a Venezia vide queste novità e nel periodo che va dal 1538 al 1545 le sue opere non ne sono indenni, ma il suo approccio fu sempre fortemente individuale, molto personale e sempre condizionato dal naturalismo di ciò che lo circondava. Al tempo, Jacopo era quasi sconosciuto a Venezia e forse il suo isolamento e la sua sensibilità pittorica lo trattennero dal seguire la corrente, che abbandonò gradatamente dopo il 1545. I conflitti tra cattolici e protestanti durante la Riforma, turbarono molto Jacopo, il quale sembra, ma non è provato, accettasse idee protestanti, tanto che fu costretto ad abbandonare Bassano e rifugiarsi ad Enego nei Sette Comuni, certamente fu tormentato da sentimenti contrastanti consistenti alcuni nel sostenere i principi della Controriforma, altri nel considerare il testo biblico come unica fonte autorevole per raffigurare temi religiosi, tutto ciò fu all’origine del suo naturalismo immediato e antiretorico. Bassano raggiunge il culmine della sua fama quando, intorno alla metà del secolo, le commissioni da parte dei laici e degli ecclesiastici aumentarono al punto che nella bottega di famiglia ebbero bisogno di aiuti.[30]

Chiaramente in contatto con le correnti artistiche veneziane (Tintoretto, Schiavone e soprattutto Tiziano), che ispirarono all’artista il tono crepuscolare, l’illuminazione aspra, la pennellata sciolta e virtuosistica di questo periodo.

Jacopo sposò Elisabetta Mezzari: dal matrimonio nacquero diversi figli, tra cui Francesco il Giovane, il quale collaborò molto con il padre e nel 1576 circa padre e figlio fissarono un modello prestabilito di pitture “di genere” a soggetto biblico, dipingendo tele di formato medio ( circa 90×123 cm.) con entrambe le firme, destinate al grande mercato attraverso la produzione di repliche dello studio, tali opere furono riprodotte dai figli e da altri pittori fino al XVII secolo inoltrato e di alcuni soggetti furono fatte più di cinquanta versioni per ciascuno, la prima e più fortunata serie fu quella con le “Stagioni” (Vienna, Kunshistorisches Museum). Questa collaborazione continuò anche quando Francesco si trasferì a Venezia, aprendo in questa città una specie di filiale della bottega, Jacopo aiutava il figlio prediletto con consigli e con bozzetti per importanti commissioni. Già ottantenne ottenne la commissione che aveva sempre aspettato: “L’Adorazione dei pastori” per San Giorgio Maggiore. Nel suo testamento, redatto nel 1592, assegnò parte dei beni a due figli, meno dotati come pittori, e una parte al figlio Leandro, suo collaboratore dopo il trasferimento a Venezia di Francesco e che aveva raggiunto il successo nella stessa città; non menziona Francesco, il quale, oppresso da demenza paranoica, si era ferito mortalmente gettandosi da una finestra del suo studio. Jacopo Bassano morì il 13 febbraio 1592, tre giorni dopo la dettatura del testamento.[31]

La tela fu acquistata a Venezia nel 1612 dall’arciprete del Duomo di Milano Alessandro Mazenta Rusca, che lo acquistò nel novembre 1612 sul mercato antiquario veneziano, insieme ad altre due opere e lo donò al Cardinale Federico. Lontano dal mondo visionario e dalle improvvise sciabolate di luce del Tintoretto, Jacopo rende vivo con un raffinato linguaggio paesano la monumentalità statica di esempi precedenti, che sono alla base della costruzione ancorata a una forte solidità formale (strettamente piramidali nelle figure centrali). La visione trasmette un senso di dolcezza e serenità verso gli uomini e il creato, alla cui base sta il fatto evangelico.

Bassano dà all’opera un moderato movimento a vortice intorno al gruppo centrale di Maria col Bambino, che avvia l’avvolgimento di tutte le figure: sulla sinistra, San Giuseppe e il pastore costituiscono una specie di piramide a base allargata e le altre due figure contribuiscono nell’accerchiamento del gruppo. Gli interstizi del quadro sono riempiti da particolari bucolici: pecore, cani, rendendo l’opera colma, ma quello che più colpisce è l’uso della luce che è come rugiada che rinfresca, dando al dipinto un aspetto serico e rorido. Complessivamente la scena è animata da un grande dinamismo: la cestina con le fasce è di un realismo apodittico, come anche le due figure che sembrano trattenere l’asino e il pastore in ginocchio sulla sinistra. Dinamica è pure la triangolazione che Bassano crea tra gli sguardi della Madonna che guarda Giuseppe, il quale contempla il Bambino che gioca con il velo mosso dal vento della Madre. Quello che distingue il Bassano dalla rappresentazione manieristica è proprio questo movimento compositivo che si realizza in una consistenza plastica e non solo in atteggiamenti: il senso della realtà lo tiene legato all’immagine senza  farla sfumare nella mera finzione, il realismo di Jacopo è basato sull’esperienza concreta del vivere e si esprime attraverso un pacato naturalismo che rifugge da ogni retorica. Il dipinto risulta perfettamente equilibrato, di elevato dinamismo e impatto visivo.

Scheda n.7

Tiziano (Tiziano Vecellio) copia da

Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia 1518

MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNI BATTISTA E SANTA CECILIA

Inv. 200 (Sala 4)

Olio su tela; 72 x 105 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: metà secolo XVI (1540-1560)

 

Per una breve biografia di Tiziano Vecellio si veda la scheda n. 2.

Questo dipinto è così descritto da Federico Borromeo nel Codicillo del 1607: “Un altro quadro parimente di Titiano, dentro vi quattro figure dal mezzo in su cioè una Nostra donna col bambino nudo in grembo, un San Giovanni Battista et una Santa Cecilia con cornici nere, et toccate con fili d’oro lungo un braccio e tré quarti alto un braccio et un quarto”.[32] Nell’Atto di donazione del 1618 troviamo: <<Una Beata Vergine, con Bambino nudo in grembo, San Giovanni Battista, e Santa Cecilia, parimenti di Tiziano, con cornici nere, e toccate con fogliami, e fili d’oro, lunga un braccio e tre quarti, et alto un braccio e sette oncie>>.[33] Nel “Musaeum” l’opera che può essere identificata con quella suddetta è descritta così: “Ugualmente di Tiziano è una Vergine col Bambino e Santa Caterina alla sua sinistra, in atto di fanciulla, con fattezze tenerissime espresse”.[34] Se questa descrizione si riferisce allo stesso dipinto, il Cardinale fa un errore sul nome della Santa. Quest’opera, risalente alla metà del secolo XVI, è stata eseguita da un allievo di Tiziano, anche se il Borromeo l’attribuisce a Tiziano stesso, da notare San Giovanni Battista è rappresentato anacronisticamente come adulto con la croce in mano, ma dal Vangelo sappiamo che Giovanni era nato solo sei mesi prima di Gesù. Riconoscibile dall’organo che tiene in mano è Santa Cecilia, la quale essendo patrona della musica sacra l’organo è il suo classico segno iconografico.

Scheda n.8

Agostino Carracci, ambito di

Bologna, 1567 – Parma 1602

MADONNA INCORONATA

Inv. 758 (Sala 5)

Olio su tela; 155 x 130 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1601 circa

Agostino Carracci nacque a Bologna nel 1557, il padre Antonio fu un sarto di origine cremonese, fratello maggiore di Annibale e cugino di Ludovico. Iniziò precocemente la carriera di incisore, si formò nell’ambiente tardo-manieristico bolognese, dove frequentò le botteghe di Prospero Fontana, Bartolomeo Passarotti e di Domenico Tibaldi, nel 1582, dopo essere stato per breve tempo a Roma l’anno prima, si trovava a Venezia, dove entrò in stretti rapporti con il Veronese e il Tintoretto, l’anno successivo fu a Milano, nel 1583 circa, tornò a Bologna e nel 1588-89 fu di nuovo a Venezia dove gli nacque un figlio naturale, Antonio, di cui sembra che Tintoretto fosse stato il padrino. Nel decennio tra il 1580 e il 1590, nonostante l’attività principale del Carraccio fosse quella di fare riproduzioni a incisione, eseguì molti dipinti con evidente influenza dell’arte veneziana e vasto fu il campo dei suoi interessi, che spaziarono da quelli letterari e musicali allo sviluppo della caricatura come genere, dalla matematica alla retorica e alla poesia, nell’ambito dell’incisione mise a punto una tecnica che ebbe molta influenza su quest’arte fino al XX secolo. Morì il 23 febbraio 1602 e fu sepolto nel Duomo di Parma.[35]

Il dipinto, raffigurante l’incoronazione della Vergine, è una copia di un particolare dell’affresco del catino absidale della chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma, eseguito dal Correggio e rimosso prima del crollo della chiesa del 1587, ordinato da Federico Borromeo dopo il 1601, anno in cui il Cardinale ritorna a Milano. Nell’Atto di donazione del 1618 troviamo: <<Una Madonna con le mani in croce in atto di esser coronata, dal mezzo in su più grande del naturale copiata dal Caracciolo Bolognese, da quella del Correggio, che già si vedeva in Parma in una Tribuna, alta tre braccia e larga due e mezzo, senza cornici>>.[36] Quello che Federico scrive nel “Musaeum” è ancora più dettagliato: “Fu opera del Correggio una Vergine coronata di stelle tiene gli occhi fissi al cielo e vi ascende. Ho detto “fu”, perché avendola egli dipinta su un muro di Parma, ora è quasi scomparsa e sarà fra breve perduta, se non si dirà conservata da questa nostra copia. Noi almeno teniamo nel conto dello stesso modello, dal quale lo ricavò uno dei fratelli Carracci, pittori tanto valenti”. Il Cardinale commissionò questa copia nel 1601, dopo il suo ritorno a Milano e certamente si rivolse ad Agostino, il quale, in quel periodo, era attivo alla corte dei Farnese e lo stesso Cardinale dette grande valore all’opera, considerandola non minore rispetto all’originale.[37] Sempre nel “Musaeum” Federico scrive: <<Vorrei anzitutto far presente che fin troppo instabili sono le umane cose e che in troppo breve istante si corrompono tutte e si dissolvono. Per questo sarebbe stato auspicabile, a vantaggio di tutti gli uomini, che, come ci sono giunte le trascrizioni degli antichi libri, così ci fossero potute pervenire anche le copie dei quadri celebri e che il diligente lavoro degli antenati consentisse la trasmissione di tali opere alle età successive>>.[38] Questo passo ci fa comprendere quanto fossero importanti le copie di capolavori artistici che il tempo stava distruggendo: l’esecuzione di tali repliche erano strumento fondamentale per la trasmissione ai posteri di opere dei grandi maestri.

Scheda n.9

Federico Barocci, detto il Fiori replica di

Urbino, 1535 – Urbino 1612

PRESEPE

Inv. 153 (Sala 6)

Olio su tavola; (olio su tela per Lombardia beni culturali)135,4 x 110 cm. (106 x134 per Lombardia beni culturali)

Donazione: Legato Cardinale Federico Borromeo, 1631

Datazione: post 1598

Federico Barocci, detto il Fiori, nacque ad Urbino nel 1535 discendente da famiglia di artisti, suo nonno, milanese, fu scultore e lavorò alla decorazione del Palazzo ducale di questa città, il padre fu valente incisore di gemme e abile orologiaio: da lui Federico apprese i primi rudimenti del disegno, nel 1549 fu mandato a Pesaro dallo zio Bartolomeo Genga, architetto del duca Della Rovere, dove, oltre lo studio, ebbe occasione di osservare accuratamente le opere di Tiziano ed altri artisti veneti, che facevano parte della collezione del duca Guidobaldo II. Dopo il suo ritorno ad Urbino, si trasferì a Roma, dove proseguì i suoi studi facendo copie e disegni, distinguendosi dagli altri allievi per la sua bravura. Nel 1557 tornò ad Urbino, poi fu di nuovo a Roma, dove ebbe importanti commissioni, ma dovette interrompere la sua carriera a causa di una grave malattia intestinale: correva voce che fosse stato avvelenato da colleghi invidiosi della sua bravura; i medici lo giudicarono inguaribile e gli consigliarono di tornare nella sua città, dove il clima era migliore, infatti il Barocci, ad eccezione di brevi assenze, non si allontanò più da Urbino, ciò causò l’isolamento dalla grande arte romana. Continuò il suo lavoro e nonostante la sua salute precaria riuscì ad eseguire il grande numero di commissioni che riceveva. Influenzato forse dalle prediche di Filippo Neri, il quale cerca un collegamento tra il regno spirituale e la vita della gente comune, nel 1566 il pittore entra a far parte dell’Ordine laico dei Cappuccini ed abbraccia i principi della Controriforma in materia di arte religiosa redatti durante il Concilio di Trento. Nel 1572 ebbe l’incarico di ritrarre il principe Francesco Maria II Della Rovere, per celebrarne il ritorno dalla battaglia di Lepanto: fu l’inizio di un legame professionale e personale tra il pittore e il principe che durò per il resto della loro vita. L’ultimo decennio del secolo XVI fu un periodo molto produttivo per l’artista e le sue opere si trovano nei grandi musei europei, compresa una “Natività” (1597 circa) eseguita per il duca Francesco Maria, che si trova al Prado di Madrid. Nel 1606 circa Federico Barocci fu colpito da una febbre che non lo abbandonò più, debilitando ulteriormente le sue condizioni fisiche, tuttavia continuò il suo lavoro anche se molto lentamente, si dice che non avesse mai terminato entro il tempo stabilito una commissione, ma ciò non era dovuto solo alla sua salute, ma anche ad un metodo di lavoro molto complesso che comportava numerosissimi disegni e studi preparatori, oltre ad una complicata tecnica di verniciatura. Morì ad Urbino il 30 settembre 1612. Nonostante fosse un uomo molto infelice e sofferente, le sue opere, con i colori lieti, le immagini serene, ottimistiche, non riflettono mai le sue pene fisiche o le angosce psicologiche. Il suo carattere difficile, scontroso, malinconico e irascibile gli impedì di abitare al palazzo ducale, dove stette solo per un breve periodo cedendo alle insistenze del Duca. Lo stile elegante fa del Barocci un importante esponente del Manierismo italiano e dell’Arte della Controriforma, anticipando i modi del Barocco: le sue opere sono piene di figure rappresentate in energica azione e se le figure dei manieristi hanno spesso atteggiamenti eccessivi e innaturali deformazioni, le sue figure sono sempre rispondenti alla struttura organica e la loro espressione conforme alla situazione psicologica. Contrariamente agli spazi disordinati dei manieristi, Federico preferiva una visuale pittorica limitata, che da un primo piano ristretto sale prontamente in alto, tutto ciò calcolato matematicamente e proporzionato a contenere le figure e i loro movimenti. Con la pittura di maniera Barocci condivideva anche l’arbitraria manipolazione del colore, anche se l’artista usava tutti i colori (primari, secondari e intermedi) in gradazione molto satura senza servirsi delle linee di contorno, per le ombre usava il colore complementare dell’oggetto che le proiettava, con l’esito che le zone d’ombra si presentano come spazi continui di colore ondeggiante, a differenza dei pittori manieristi, i quali usavano, in grande maggioranza, colori intermedi, delimitati da linee di contorno più marcate e per le ombre lo stesso colore dell’oggetto in un tono più tetro e fuligginoso. Molto importante la mole dei suoi disegni, paragonabile dal punto di vista quantitativo solo a quella di Leonardo, da cui si evince la grande abilità dell’artista e l’accuratezza dello studio della forma esterna della composizione, nonché la sua grande sensibilità per il colore, usando la carta del colore che avrebbe avuto la forma nel quadro per studiare le luci e le ombre e spesso si avvaleva di gessi di vari colori su carta neutra per lo studio dei colori degli oggetti.[39]

Quest’opera fu molto amata da Federico Borromeo, tanto che entrò a far parte della collezione della Pinacoteca Ambrosiana solo dopo la scomparsa del Cardinale (1631): è possibile che l’abbia tenuta nel suo studio presso il Palazzo Arcivescovile fino alla morte. Con il Codicillo del 1607 Borromeo lasciava al suo esecutore testamentario una “…tabule Christi Domini Nativitatem a Federico Barotio depictam continentis”, estromettendola in tal modo dalla prima donazione all’Ambrosiana del 1618.[40] Un quadro identico si trova al Museo del Prado di Madrid, fu commissionato da Francesco Maria II Della Rovere, duca d’Urbino nel 1605 per donarlo alla regina di Spagna Margherita d’Austria, che, probabilmente è la versione originale vista dal Borromeo: il dipinto milanese è oggi definito una “replica autografa”.[41] Questo bellissimo dipinto prende vita dalla luce che illumina tutta la stalla, richiamando alla memoria quel passo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,9), in cui si dice: <<Venne al mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo>>. Nel quadro manca qualsiasi fonte di luce naturale o artificiale, poiché la luce irraggia dal volto di Gesù Bambino, deposto in una mangiatoia, sul quale vegliano il bue e l’asino e la cui testa è adagiata su un guanciale bianco, il manto blu di Maria avvolge il Bambino. Il dipinto è investito da una luce diagonale che colpisce Maria, che con un atteggiamento di delicato ed affettuoso sentimento contempla il Figlio, ossia il mistero dell’Incarnazione: Dio che si fa uomo. Giuseppe emerge dalla penombra e indica ai pastori, sulla soglia della stalla, il Bambino Gesù. Il pittore accosta un linguaggio personale con lo stile veneziano definito “naturalismo mistico, la sua tendenza alla finzione è bilanciata equilibrata da una grande sensibilità nel gestire la luce, creando un’atmosfera poetica.

Scheda n.10

Il Sordo

Secondo quarto del XVI secolo

MADONNA ADDOLORATA

Inv. 1193 (Sala 6)

Olio su tavola: 46 x 31

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: ?

La mancanza di documentazione impedisce una biografia di questo pittore, il cui nome ricorre frequentemente nelle fonti milanesi. Nel 1666 viene menzionato in un’ opera della collezione del canonico Manfredo Settala,[42] mentre alcuni dipinti del Sordo sono menzionati dal Biffi e dal Lattuada: il primo ricorda alcune opere in contrada Larga, il secondo cita un quadro grande con la Madonna presso l’oratorio di Sant’Ambrosiano agli Scolari (oggi non più esistente). Bona Castellotti menziona sette dipinti del Sordo nella collezione Visconti; inoltre sia nell’Atto di donazione di Federico Borromeo dell’anno 1618 sia negli inventari dell’Ambrosiana sono citati, oltre quelli di seguito descritti, altre opere dello stesso artista. Attribuito al Sordo e proveniente dalla collezione Monti proviene anche il “Cristo alla colonna”, attualmente presso la quadreria dell’Arcivescovado di Milano, questo dipinto insieme con il “Cristo coronato di spine” e la “Madonna addolorata” della Pinacoteca Ambrosiana sono le sole testimonianze rimaste di questo pittore.[43]

<<Una testa di Cristo, et un’altra della Madonna appassionati di mano del Sordo, d’altezza di nove once l’una e larghe sei, senza cornice>>.[44] E’ così che Fedrico  Borromeo, nell’Atto di donazione, attribuisce questi due dipinti al Sordo, nome di un pittore che ricorre frequentemente nelle fonti milanesi e negli inventari dell’Ambrosiana sono citati altri due dipinti eseguiti dallo stesso pittore: una “Pietà” e una “Madonna col Bambino, San Giovannino e l’angelo”.[45] Queste due opere insieme con il “Cristo alla colonna”, che si trova nella quadreria dell’Arcivescovado di Milano,[46] sono le sole testimonianze dei dipinti del Sordo citato nelle fonti milanesi, in cui possiamo notare un’influenza del Sodoma, ma soprattutto risentono della lezione di Leonardo come gran parte della pittura lombarda del Cinquecento.[47]

La Tavola è parallela a quella del “Cristo coronato di spine” ed entrambe mostrano uno sfondo scuro dal quale affiorano intensi e drammatici i due volti simbolici della fede cristiana, perfettamente in linea con la spiritualità formalizzata nel Concilio di Trento. Il volto di Maria è rigato dalle lacrime e soffuso da una tristezza dolente, mente quello di Cristo è solcato dal sangue che scende dalle ferite procurate dalla corona di spine.

Scheda n.11

Jan Brueghel, Girolamo Marchesini

Bruxelles, 1568 – Anversa, 1625; Milano, prima metà del secolo XVII

ACQUASANTIERA

Inv. 271 (Sala 7)

Argento sbalzato; 47 x 38 cm

Smalti su avorio; 7 x 5 cm

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: prima metà del secolo XVII

Jan Brueghel il Vecchio, discendente da una famiglia di pittori da generazioni, nacque a Bruxelles nel 1568, il padre Pieter fu uno dei più illustri pittori del Cinquecento, morì quando Jan era molto piccolo: le opere del padre furono per lui un modello. Frequentò la scuola di Anversa e studiò la pittura ad acquerello con la nonna materna Mayken Verhulst. Il suo primo viaggio in Italia risale al 1589 e nel 1595 fu al servizio del Cardinale Federico Borromeo, il quale fu il suo più importante mecenate: alla fine del Cinquecento, quando Borromeo iniziò la sua collezione di opere d’arte, i suoi acquisti furono rivolti quasi esclusivamente a paesaggi e poiché questi erano i soggetti preferiti dei pittori fiamminghi, il Cardinale si rivolse ai suoi amici Jan Brueghel e Paul Bril.[48] Dal 1610 è operante alla corte di Bruxelles; per la sua bravura nel dipingere velluti e fiori, l’artista viene soprannominato Brueghel Velluto, per la resa coloristica vellutata dei suoi dipinti floreali e Brueghel Fiore e proprio per questa sua straordinaria abilità viene chiamato per dipingere fiori nelle opere di altri artisti, come le ghirlande intorno alle Madonne di Peter Paul Rubens. Nel 1603 muore Isabella, moglie del pittore, lasciandolo con due figli, due anni dopo Brueghel si sposa di nuovo con Catharine van Marienberghe con la quale avrà altri otto figli. L’artista morì ad Anversa nel 1625 di colera, quando era al culmine della sua fama, il suo stile, che aveva preso dal padre, fu continuato dai suoi figli (Jan Brueghel il Giovane e Ambrosius Brueghel) e dai nipoti fino al XVIII secolo.[49]

Girolamo Marchesini, miniaturista operante a Milano nella prima metà del secolo XVII, della cui opera il Cardinale si avvalse spesso, anche se molti lavori sono andati perduti. Federico Borromeo palrla di lui nel “Musaeum”, lo loda come autore raffinato della miniatura e che “soggiornò a lungo in casa nostra”.[50]

Nell’Atto di donazione del 28 aprile 1618, Federico Borromeo non menziona l’acquasantiera come un unicum, ma cita le sei miniature incorniciate in argento, di cui quattro di Jan Brueghel e due di Girolamo Marchesini, << Una Testa di Maria Vergine miniata dal detto Girolamo Marchesini in un’ovato di larghezza meno di quattro dita legato in argento. Una Testa di un Salvatore piccola, la quale viene da Giulio Clovio, miniata da Girolamo Marchrsini miniatore>>,[51] mentre nel “Musaeum”parla delle miniature come già assemblate in una specie di scrigno, che non sembra essere l’acquasantiera, probabilmente creata più tardi, anche se sempre nel secolo XVII. L’acquasantiera, d’argento sbalzato, accoglie sei miniature disposte a fiore: quattro piccoli ovali dipinti con estrema accuratezza da Jan Brueghel, che rappresentano l’Inverno con processione del Santissimo Sacramento, fatta aggiungere dal Borromeo; Gesù che porta la Croce e in mezzo alla folla incontra le pie donne, la Crocifissione e la Tempesta, che stupiscono per l’ampiezza delle scene e per i numerosi dettagli, così sono descritte dal Cardinale nell’Atto di donazione: <<Un’ovato di larghezza meno di quattro dita dov’è un Inverno con una processione del S. Sacramento, legato in argento di mano di Brueghel. Un altro ovato della medesima grandezza e della medesima mano di una Tempesta di mare, con la Santissima Vergine Maria circondata da splendori, ornato parimenti d’argento. Nostro Signore che porta la croce con molte altre figure, fatto da Giovanni Brueghel, in un ovato d’avorio, lungo quattro dita. Un Crocifisso con molte figure dell’istesso Brueghel in un ovato d’avorio dell’istessa misura>>.[52] Nella processione è raffigurato un villaggio fiammingo in inverno, sul fiume ghiacciato vediamo alcuni pattinatori e sullo sfondo la processione sta avanzando sulla riva del fiume coperta di neve. Nel secondo “ovato” descritto, la Madonna appare durante una violenta tempesta, sotto di Lei possiamo scorgere due navi in pericolo e i marinai che cercano la salvezza in piccole imbarcazioni. Nella terza miniatura Cristo incontra le pie donne e Veronica, la folla seguita dai soldati; nello sfondo è rappresentata la città di Gerusalemme circondata da un ampio paesaggio. I due profili sacri sono opera di Girolamo Marchesini su originali di Giulio Clovio per il volto del Redentore e di Bernardino Luini per il volto della Vergine.[53] L’acquasantiera non è un’opera di collaborazione, poiché le sei miniature furono acquistate separatamente tra il 1607 e il 1618.

Scheda n.12

Jan Brueghel, Bruxelles, 1568 – Anversa, 1625; Hendrick van Balen, Anversa, 1575 – 1632

VERGINE COL BAMBINO IN UNA GHIRLANDA DI FIORI

Inv. 71 (Sala 7)

Olio su tavola e rame; 27 x 22 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: 1608 circa

Per una sommaria biografia di Jan Brueghel si veda la sceda n. 10

Hendrick van Balen nacque ad Anversa nel 1575, da Willem e Machteld van Alten, sembra sia stato allievo di Adam van Noort, nel 1592 viene citato come maestro, nel 1609-10 decano della gilda dei pittori e nel 1613, dopo un viaggio a Roma e il ritorno ad Anversa, fu decano della “Confrérie des Romanistes”. Nel 1605 sposò Margriet Briers, dalla quale ebbe undici figli, tre dei quali furono pittori. Molte delle sue opere sono collaborazioni con altri artisti, soprattutto con Jan Brueghela cui fece sfondi e ornamenti in molti suoi dipinti. La sua specializzazione erano i soggetti mitologici e allegoriche di piccole dimensioni, dipinti su rame e su legno, che includevano spesso figure nude in una scena mitologica o religiosa, in un ambiente idilliaco. Negli ultimi anni della sua carriera fu molto influenzato da Antoon van Dyck: il ritratto suo e quello della moglie, che adornano la sua tomba sono forse opera di van Dyck. Le sue opere si trovano sparse in molte gallerie europee. Morì nella stessa città in cui era nato nel 1632

Durante il secolo XVII nei Paesi Bassi, il genere floreale nella pittura simboleggiava implicitamente il messaggio morale della “Vanitas” ed anche il concetto di caducità insito nella bellezza di un fiore, infatti spesso venivano raffigurati nella stessa opera fiori di stagioni diverse per dimostrare che tali dipinti non erano oggettivi ma comprendevano un evidente messaggio morale. Madonne col Bambino circondate da ghirlande di fiori sono un tema che nell’Europa del Seicento ebbe grande fortuna grazie alle opere di pittori fiamminghi come Brueghel il Vecchio, Rubens e Antoon van Dyck, questo genere contraddistinse anche la città di Genova del tempo, che, sulla scia dei rapporti commerciali, ebbe contatti con l’arte delle Fiandre. A Milano la tendenza per questo genere nacque per i contatti commerciali con Genova, ma soprattutto grazie al Cardinale Borromeo e al suo interesse per la pittura dell’amico Jan Brueghel, Questo dipinto venne realizzato su diretta commissione di Federico ed è molto importante in quanto si tratta della prima versione  di una composizione ideata da Brueghel. La Madonna col Bambino è attribuita ad Hendrick van Balen, nella ricca ghirlanda di fiori si distinguono camelie, mughetti, ciclamini, roselline e tanti altri tipi di fiori, oltre a frutti come fragole e ribes e qualche insetto, tra cui una farfalla e un grillo, la ghirlanda è il simbolo di tutta la natura, che il mistero dell’Incarnazione , manifesto dal Bambino in braccio della Vergine, ha riportato al suo originario splendore. Il genere pittorico delle Madonne inghirlandate, in cui l’unione di tema naturale e immagine sacra riusciva a esprimere con estrema efficacia la bontà divina, secondo la concezione devozionale dell’arte di Borromeo. Il Cardinale era in possesso di tre quadri di questo tipo: oltre al presente, il secondo ancora di Brueghel e di un collaboratore non individuato, attualmente al Museo del Louvre e databile al 1617 circa; il terzo, del 1621, sempre di Brueghel e di Pieter Paul Rubens, al presente al Museo del Prado. Quest’opera non  solo fu il primo dipinto di questo genere, ma addirittura sembra sia stata la prima della pittura fiamminga in generale, così viene descritta da Borromeo nell’Atto di donazione: <<Una Madonna col fanciullino in braccio in un ovato, con una corona d’intorno di vari fiori di mano del medesimo Brueghel, di larghezza di quattro once; e cinque e mezzo d’altezza, con cornice e con coperta miniata d’oro>>.[54] La lettera di Brueghel al Borromeo del febbraio 1608 ci informa che verso la fine del 1607, l’arcivescovo rimandò il quadro a B., con la richiesta di aggiungere un paesaggio a mo’ di sfondo delle sacre figure: <<Non mancho d industriarme intorno al quadretto del compertemento delli fiori: nel quale secondo l’ordine di V.S.Ill. ma accomodero dentro una Madona con paisetto. Spero et credo che, si alcuna opera mia habbia piaceuto a V.S.Ill. o dato gusto, che questa habbiada suportare tutte…>>.[55] Il dipinto si può definire un quadro in un quadro: i fiori danno l’impressione allo spettatore di essere collocati sulla parete in cui è appeso il dipinto interno alla ghirlanda, assumendo l’effetto di un tromp l’oeil.

Scheda n.13

Andrea Schiavone (Andrea Meldolla)

Zara, 1510/1515 circa – Venezia, 1563

ADORAZIONE DEI MAGI

Inv. 198 (Sala 1)

Olio su tela; 185 x 222 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: circa metà del XVI secolo

Andrea Meldolla, detto lo Schiavone, nacque a Zara negli anni 1510/1515, da genitori originari di Meldola, vicino a Forlì, infatti il padre Simone ricoprì in quegli anni la carica di Conestabile della Serenissima nella città dalmata, il soprannome di Schiavone viene dato ad Andrea proprio per la sua provenienza: in dialetto veneto significa “slavo”. Le scarse notizie biografiche non permettono né la ricostruzione della formazione dell’artista né il suo arrivo in Italia, anche se le sue opere giovanili portano ad escludere un apprendistato nella città di nascita, ma a collocare la produzione di Mendolla tra l’arte veneziana e la cultura figurativa manierista dell’Italia del centro. E’ stato ipotizzato che il pittore si sia trasferito a Venezia nella seconda metà del quarto decennio del XVI secolo e che abbia trascorso un periodo nella bottega di Bonifacio de’ Pitati (v. scheda n.4), ma più probabile sembra un periodo di discepolato presso il Parmigianino (Francesco Mazzolla), la cui influenza domina in tutte le opere dello Schiavone, è comunque certo il suo grande impegno nello studio delle opere del presunto maestro, forse da autodidatta. L’opera di pittura più antica documentata dalle fonti (oggi perduta) fu commissionata a Mendolla da Vasari nel 1540 per farne dono a Ottaviano de’ Medici. Fu a lungo impegnato nell’ambito della grafica, tanto da essere considerato tra i più importanti incisori del Cinquecento veneziano. La pittura rapida e abbreviata dell’artista esemplifica emblematicamente quella tecnica “di tocco” che fece scalpore nel contesto lagunare della metà del Cinquecento, per cui gli vennero mosse aspre critiche da parte di prestigiosi commentatori come Pietro Aretino e Paolo Pini, i quali disapprovarono l’eccesso di rapidità e sinteticità d’esecuzione ed anche la mancanza di compiutezza. Schiavone raggiunse la punta più alta della sua fama quando, nel 1557, ricevette il saldo della sua opera più importante: i tre tondi per la decorazione del soffitto della sala della Libreria Marciana di Venezia, la cui realizzazione architettonica era stata da poco ultimata sotto la responsabilità di Iacopo Sansovino. Accanto alle numerose commissioni pubbliche, si moltiplicarono anche quelle private, in cui prevaleva il tema mitologico, concepite per un raffinato collezionismo, ma è soprattutto in varie tele di soggetto sacro, che la produzione tarda di Mendolla raggiungerà i vertici più alti. Andrea Schiavone morì a Venezia il 1° dicembre 1563.[56]

Non abbiamo notizie sulla committenza del dipinto, da una lettera datata 23 novembre 1612, scritta da Alessandro Mazenta Rusco da Venezia, antecedente l’acquisizione da parte del Cardinale, veniamo a conoscenza che lo scrivente informa Borromeo che entro due giorni gli avrebbe inviato anche un quadro di Andrea Schiavone.[57] Nell’Atto di donazione viene così descritto: <<Un’adorazione dei Magi, alta braccia tre, larga quattro, di Andrea Schiavone Discepolo di Titiano>>.[58]L’opera, uno dei capolavori dell’artista, è considerata come un ottimo esempio della pittura di maniera: la composizione pittorica è molto animata, quasi roteante secondo il movimento a spirale della colonna tortile e in ogni forma è applicata la figura serpentinata manierista, nel re che si inginocchia ai piedi del Bambino, nell’altro mago che si inchina e porge un piatto con un vaso decorato, nel san Giuseppe che contrappone il movimento delle braccia allo scatto del volto e infine nel gruppo dei cavalieri che affollano la destra della composizione; anche la Madonna col Bambino in braccio presentano entrambi queste caratteristiche della rappresentazione di un ideale di bellezza attraverso una distorsione delle proporzioni. Il dipinto è volutamente sbilanciato a sinistra, dove la Sacra famiglia è messa in evidenza dalla grande colonna tortile, che sembra non avere fine, arrestato orizzontalmente dall’angelo che reca una corona onoraria. In questo “elegantissimo presepio”, come è stato definito il quadro, sul fulcro compositivo del Bambino convergono tutte le figure in una cascata disordinata, che danno un tocco di dinamismo combinato con uno sfolgorante andamento cromatico, denso di  accensioni, dissonanze e cangiatismi, che richiama il Parmigianino.

Scheda n.14

Vespino (Andrea Bianchi)

Milano, prima metà del secolo XVII

VERGINE DELLE ROCCE

Inv. 1174

Olio su tavola 193 x 119 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: secondo decennio del secolo XVII post 1611

Andrea Bianchi, detto il Vespino o il Copista, fu attivo a Milano verso la fine del Cinquecento e il primo trentennio del secolo successivo. Sconosciute restano la sua vita e la preparazione artistica: dalla testimonianza di Federico Borromeo e da un’opera del Borsieri che riprende tale testimonianza veniamo a conoscenza che il Vespino, su incarico del Cardinale, fece la copia del “Cenacolo” di Leonardo, quella della “Vergine delle rocce”, ora alla Natinal Gallery di Londra, la “Sant’Anna con la Madonna e Gesù Bambino” dal famoso cartone; una “Madonna e Santa Elisabetta”, una “Sacra Famiglia” e il gruppo delle tre Marie della “Crocifissione”, copiate dal Luini; del Parmigianino riprodusse un ritratto di giovane: Borromeo giudicò tali copie “fatte con diligenza”. Dagli scritti di Federico sappiamo quanto per lui fosse importante la copia di un’opera famosa sia come esercitazione dell’artista, ma soprattutto perché restasse di esse documentazione certa, quando si temeva che l’originale potesse essere perduto, tutto ciò è dimostrato nella copia del “Cenacolo”, in cui il Cardinale fece scrivere: “Reliquiae Coenaculi fuggente hac tabula exceptae sunt ut conservaretur Leonardi opus” ( Le immagini originali del Cenacolo, perlomeno quelle che restano, stanno scomparendo; questa copia è stata fatta perché l’opera di Leonardo possa essere in qualche modo conservata). Oltre a queste celeberrime copie, Borromeo commissionò al Vespino una parte delle effigi di uomini celebri, per decorare i ballatoi della Sala federiciana e della Sala Fagnani, le opere furono eseguite su esempi presi nella maggior parte dei casi nel Museo Giovio di Como, all’esecuzione di questo enorme lavoro (90 tele nella prima sala, 83 nella seconda) furono chiamati anche Antonio Mariani e Giuseppe Franchi. [59]

La “Vergine delle rocce”, prima commissione certa ricevuta da Leonardo al suo arrivo a Milano, è un’opera duplicata dallo stesso maestro con alcune varianti e se pure dipinti a Milano, oggi si trovano al Louvre di Parigi e alla National Gallery di Londra. La copia della “Vergine delle rocce”, eseguita dal Vespino,

è molto fedele alla versione che si trovava nella cappella dell’Immacolata Concezione del Convento di San Francesco Grande, vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio, ora nella National Gallery di Londra, tale copia è molto interessante per il fatto che non compaiono né le aureole della Vergine, del Bambino e di San Givannino né il bastone con la croce tra le mani del piccolo Battista, questo prova che nemmeno Leonardo aveva previsto questi elementi nella sua versione di Londra, ma che furono aggiunti per motivi devozionali in un secondo tempo: non prima della metà del XVII secolo. La lettura di questo quadro, come anche degli originali, è molto complessa: la grotta, dove è ambientata la scena, riporta al mistero del grembo materno destinato ad accogliere il Figlio di Dio, i massi intorno alla Madonna rievocano il “Cantico dei Cantici”in cui si parla della donna amata come di una colomba nascosta tra le rocce: la Vergine è chiamata per essere Madre di Dio e che stende la sua mano come a protezione di Colui che darà la vita per la salvezza dell’umanità.[60]

Scheda n.15

Vespino (Andrea Bianchi)

Milano, prima metà del secolo XVII

MADONNA CON SAT’ANNA E GESU’ BAMBINO CHE SCHERZA CON L’AGNELLO

Inv. 819 (Aula Leonardi)

Olio su tela; 142 x 109 cm.

Donazione: Cardinale Federico Borromeo, 1618

Datazione: secondo decennio del secolo XVII

Per una sommaria biografia di Andrea Bianchi, detto il Vespino si veda la scheda n. 14

La copia della “Madonna con Sant’Anna e Cristo Bambino che scherza con l’Agnello” fu presa dal Vespino direttamente da un disegno di Leonrdo, forse il cartone di Esterhazy, che allora si trovava a Milano, oggi presso il Szépmüvészeti Museum di Budapest, infatti Borromeo così la descrive nell’Atto di donazione: <<Una Madonna con S. Anna e Christo Bambino che scherza con l’Agnello, dipinta da Ms. Andrea Bianchi detto il Vespino, non copiandola da altro quadro simile dipinto, ma solo imitandola dal Cartone di Leonardo. E’ senza cornice, et alta braccia due e mezzo, e larga due>>.[61] L’abilità del Vespino si può notare proprio nella perfetta adesione all’originale, anche se l’espressione dei volti e la gradazione cromatica evidenziano il divario temporale tra l’esecuzione dell’originale e la copia. Lo sfondo di questo dipinto ha tonalità cromatiche scure, caratteristiche dello stile del Vespino e della pittura dell’epoca, ma la singolarità della copia consiste nella collocazione dello scenario: un paesaggio con un centro abitato anziché uno sfondo naturalistico, come nell’originale.

 

 

MADONNE NOTE

1 A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXII.

2 Ibid.

3 Cfr. G. Gabrielli, Federico Borromeo a Roma, in “Archivio della Società romana di Storia Patria, LVI-LVII (1933-1934), p. 157 e segg.

4 Cfr. C. Marcora, Un diario sulla morte dell’Arcivescovo Gaspare Visconti e sulla nomina del Cardinale Federico, in “Memorie Storiche della Diocesi di Milano”, II 1955, p. 135 e segg.

5 Gravi contese tra arcivescovo e governo civile c’erano state anche durante l’episcopato di Carlo, ma furono superate negli ultimi anni dell’episcopato di Carlo grazie alla sua forte personalità; Federico non aveva ereditato dal cugino la grande capacità politica, quindi non fu capace di trovare un accordo di fatto e si lasciò trascinare dalle manovre diplomatiche e dal formalismo giuridico. Ci furono innumerevoli riunioni della commissione cardinalizia e lunghissime discussioni, finalmente, nel 1615, venne sottoscritta dal Borromeo e dal nuovo governatore di Milano Pedro de Toledo Osorio la “Concordia iurisdictionalis inter forum ecclesiasticum et forum saeculare Mediolani”, ratificata poi da papa Paolo V e da Filippo III nel 1617 e pubblicata nel 1618 a Milano. Con questo atto la Chiesa milanese acquista ampli poteri giurisdizionali. Queste controversie giurisdizionali ebbero un costo molto elevato: le spese sostenute dalla sola parte ecclesiastica ammontarono a 105.000 scudi, oltre al danno che la diocesi subì per la lunga assenza dell’Arcivescovo, della paralisi della vita ecclesiastica e dal sovvertimento dei valori che essa subì. Cfr. L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello Stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino, Milano 1941, p. 318 e segg.

6 Al momento dell’inaugurazione la Biblioteca contava 12.000 manoscritti e 30.000 opere a stampa. Tra il 1611 e il 1620 la Biblioteca viene ingrandita, su progetto di Fabio Mangone, incorporando altri edifici (Scuole Taverna che si spostano in via Santa Maria fulcorina, di fronte al Luogo Pio dell’Umiltà) e con la costruzione della Galleria delle statue e dei quadri, nasce il primo nucleo della Pinacoteca.Cfr.www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

La documentazione relativa all’attività pastorale di Federico Borromeo è conservata presso l’Archivo della Curia Arcivescovile di Milano.

7 Nel febbraio 1603 gli Oblati di San Sepolcro rivolgono una supplica al Tribunale di Provvisione per ottenere alcune modifiche della piazza, finalizzate alla costruzione della Libreria, ossia la futura Biblioteca Ambrosiana, i cui primi disegni per la costruzione di un modello in legno furono eseguiti da Lelio Buzzi, il quale poi, l’anno successivo, abbandonerà l’incarico a causa di contrasti sorti sul progetto. I lavori iniziarono a giugno nell’area di tre case acquistate dal Cardinale. Cfr. www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

8 B. Guenzati, Vita di Fedrigo Borromeo, a cura di Marina Bonomelli, Ambrosiana – Bulzoni, Milano 2010, p. 216-218.

9 Cfr. Ibid., p. 218.

10 Cfr. C. Borromeo, Instructiones Fabricae et Supellectilis Ecclesiasticae, Milano 1577, 1.I, cap. 17.

11 La statua detta San Carlone fatta costruire ad Arona nel 1624 da Federico, è alta 23 metri.

12 I processi alle streghe furono molto numerosi durante il suo episcopato e dal 1599 al 1631 furono nove i roghi di rei di stregoneria, numerosi furono anche i casi di monache estatiche da lui dirette spiritualmente. Tutti argomenti noti e non pertinenti in questa sede. Per questie opere di Borromeo si vedano i lavori curati da Francesco di Ciaccia: Parallela cosmographica de sede et apparitionibus daemonum. Liber unus/ Fedrico Borromeo. Bulzoni, Roma 2006; De cognitionibus quas habent demone liber unus/Federico Borromeo, Ambrosiana – Bulzoni, Milano 2009; Manifestazioni demoniache/ Federico Borromeo, Terziaria, Milano 2001.

13 Pur riconoscendo l’efficienza delle norme per l’igiene e l’isolamento, indisse preghiere pubbliche e la famosa processione dell’11 giugno, che riunì una gran folla dietro il corpo di San Carlo, con le disastrose conseguenze nei giorni successivi di un’esacerbazione della peste.

14 Cfr. www.storiadimilano.it/repertori/cronologia_federigo/cronologia_federigo.htm

15 Cfr. F. Borromeo, Musaeum, a cura di P. Cigada, Claudio Gallone editore, Milano 1997. Pseudo Dionigi Areopagita, De Divinis Nominibus, c. 3. Federico cade in errore, poiché Dionigi non solo non fu testimone, ma si tratta di un personaggio d’invenzione risalente al secolo VI, al cui nome sono attribuiti scritti di contenuto dottrinale, affine al neoplatonismo.

16 F. Borromeo, Musaeum cit., p. 3.

17 Ibid. p. 51.

18 A.S.M., Fondo Notarile, Cancelleria Arcivescovile, Filza n. 138, atto n. 39, Atto di donazione all’Ambrosiana della collezione del Cardinale Federico Borromeo, f. 3.

19 G. Vasari, Le vite (1550), a cura di L. Bellosi-A. Rossi-G. Previtali, II, Torino 1991, p. 680. Nella seconda edizione delle “Vite” (1568) Vasari parlerà del Luini in modo molto più semplice.

20 Cfr., L. Beltrami, Luini: 1512-1532: materiale di studio, Milano, Tip. U. Allegretti, 1911, p. 473.

21 Cfr. B. A., Codicillo del 15 settembre 1607 al testamento di Federico Borromeo, Ms. S.P.II 262, n. 5; AA.VV., Pinacoteca ambrosiana, Mondadori Electa S.P.A., Milano 2005, Tomo I, p. 162.

22 Cfr. www.alfredotradigo.it/articoli14/04-14-1.htm; L. Beltrami, Luini, Milano 1911.

23 Cfr. C. Fabbro, Tiziano. La vita e le opere, Pieve di Cadore, 1968; C. Gibellini, a cura di, Tiziano, I Classici dell’Arte, Milano, Rizzoli, 2003; S. Zuffi, Tiziano, Mondadori Arte, Milano 2008; F. Accordini, Vita dell’insigne pittore Tiziano Vecellio già scritta da anonimo autore, riprodotta con lettere di Tiziano sulle nozze Mila-Lagnoli, Venezia 1809; A. Venturi, Tiziano, in “Storia dell’arte italiana, IX, iii, Milano 1928, pp. 183-186.

24 Cfr. www.memofonte.it/contenuti-rivista-n.2/occhipinti-la-dispersione-6.html

25 Cfr. B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., n. 5; AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 280.

26 Cfr. AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 284.

27 Cfr. http://www.restituzioni.com/opere/adorazione-dei-magi-5/

28 F. Borromeo, “De Pictura sacra”, cap. VI, Del nudo.

29 Cfr. www.treccani.it/enciclopedia/pitati-bonifacio-detto-bonifacio-veronese_(Dizionario Biografico; G. Ludwig, Bonifazio di Pitati da Verona, eine archivalische Untersuchung, I-II, in “Jahrbuch der Koniglich Preussischen Kunstsammlungen, XXII (1901), p. 61 e segg.; C. Ridolfi, Le meraviglie dell’arte (1648), a cura di D. von Halden, I, Berlino 1914, pp.284-295.

30 Cfr. E. Arslan, I Bassano, Milano 1960, pp. 153-160; G.B. Verci, Notizie intorno alla vita, e alle opere de’ pittori, scultori, e intagliatori della Città di Bassano, Venezia 1775, pp. 39-153; A. Venturi, Storia dell’Arte italiana, IX, 4, Milano 1929, p. 1113 e seg.

31 Cfr. F. Signori, Il testamento di J. Bassano, in “Arte venera”, XXXIII (1979), pp. 161-164.

32 B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., n. 5

33 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.

34 AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo I, p. 287.

35 Per la biografia di Agostino Carracci si veda: Stephen E. Ostrow, Agostino Carracci, Thesis (Ph. D.) New York University, New York, 1966; D. Posner, Carracci Agostino, in “Dizionario biografico degli italiani, v. 20, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1977.

36 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 3.

37 Cfr. AA.VV., Pinacoteca ambrosiana… cit., Tomo II, pp. 110-112.

38 F. Borromeo, Musaeum… cit., pp. 19-21.

39 Cfr. G.P. Bellori, Le vite dei pittori, scultori ed architetti moderni 1614-21, Roma 1931 (ed. fac-simile), pp. 165-196; A. Venturi, Storia dell’Arte italiana, IX, 7, Milano1934, pp. 879-953.

40 B. A., Codicillo del 15 settembre 1607… cit., f. 3r.

41 Cfr. www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0030-00022/

42 P.M. Terzago, Museo, o Galleria adunata dal sapere e dallo studio del Sig. Canonico Manfredo Settalo, Tortona 1666, p. 250.

43 Cfr. G. Biffi, Pitture, scolture et ordini dell’architettura, 1704-1705, a cura di M. Bona Castellotti, Firenze 1990, p. 67; S. Lattuada, Descrizione di Milano, Milano 17317, I, p. 158, II p. 92; . M. Bona Castellotti a cura di, La quadreria dell’Arcivescovado, Milano 1999, p. 88 e seg.

44 A.S.M., Atto di donazione… cit., f.2

45 Cfr. M. Rossi – A. Rovetta a cura di, La Pinacoteca Ambrosiana, Milano 1997, p. 115.

46 Cfr. M. Bona Castellotti a cura di, La quadreria… cit., p. 88 e seg.

47 Ibid.

48 Cfr. F. Borromeo, Musaeum, p.2; P.M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana: arte e Riforma cattolica nel secolo a Milano, p. Vita e Pensiero, Milano 1997, p 65.

49 Cfr. F. Crucy, Les Brueghel, Parigi 1928; www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/brueghel_jan_older.htm

50 Cfr. http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0150-00023/

51 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 2.52.

52 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 5)53.

53 Cfr. www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/L0150-00023/

54 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 6.

55 P. M. Jones, Federico Borromeo e l’Ambrosiana: arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Vita e Pensiero, Milano 1997, p. 72.

56 Cfr. P. Rossi, A. Schiavone e l’introduzione del Parmigianino a Venezia, in “Cultura e società del Rinascimento tra riforme e manierismi, Venezia 1984, p. 189 e segg.; http://wwwtreccani.it/enciclopedia/meldolla-andrea-detto-lo-schiavone_(Dizionario –Biografico)/

57 Cfr. B. A., Ms. G 211 inf., n. 121; AA.VV.,  La Pinacoteca… cit., p. 268.

58 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 3.

59 Cfr. G. Borsieri, Il supplim. Della nobiltà di Milano del Morigia, Milano 1619, p. 65; C. Bianconi, Nuova guida di Milano, Milano 1787, p. 93; G. Galbiati, Itinerario dell’Ambrosiana, Milano 1951, ad indicem.

60Cfr.stefanofugazzi.wordpress.com/2014/02/26/la-vergine-delle-rocce-di-leonardo-due-versioni-e-molte-copie/;http://www.chiesa di milano.it/senza-categoria/la-vergine-delle-rocce-di-leonardodue-versioni-e-molte-copie-32281.html

61 A.S.M., Atto di donazione… cit., f. 1.

 

 

 

 

 

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INTRODUZIONE STORICA .FEDERICO BORROMEO E LA BIBLIOTECA AMBROSIANA

“Ci siamo abbattuti in un personaggio,
il nome e la memoria del quale, affacciandosi,
in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida
commozione di riverenza, e con un senso giocondo
di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore,
dopo la contemplazione d’una molteplice
e fastidiosa perversità! Intorno a questo personaggio
bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole:
chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia
d’andare avanti nella storia, salti addirittura
al capitolo seguente…”

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La Biblioteca Ambrosiana (ed. 1840)

L’8 dicembre 1609, la Città di Milano assistette ammirata alla cerimonia di inaugurazione della Biblioteca Ambrosiana, prediletta creatura dell’amatissimo cardinale Federico Borromeo. Dal Palazzo arcivescovile, il cardinale giunse nel primo pomeriggio alla Chiesa di S. Sepolcro, accompagnato da un corteo di dignitari ecclesiastici e civili e da due ali di folla. Accolto da musica e cori si sedette al centro della chiesa, avendo ai lati il Gran Cancelliere spagnolo don Diego Salazar e il Presidente del Senato di Milano Giacomo Mainoldi Gallarati. Luigi Bossi, il canonico teologo del Capitolo metropolitano, pronunciò la prolusione che descriveva la fondazione della Biblioteca, avvenuta due anni prima, e la creazione del Collegio dei Dottori. Dalla Chiesa di San Sepolcro, il corteo delle autorità, fra squilli di tromba e sotto un padiglione di tessuto che copriva l’intero percorso, giunse  davanti alla porta dell’Ambrosiana, che fu spalancata perché potesse il cardinale entrare per primo. E fu lo stesso Federico a fare da guida fra i tesori della imponente collezione della Biblioteca, mostrandone con orgoglio la immensa ricchezza. Le ombre della sera calavano su una Milano ormai invernale, quando il cardinale uscì dalla Biblioteca per rientrare nel Palazzo Arcivescovile.

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G. C. Procaccini, Federico Borromeo

La Biblioteca destò da quel momento l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori che giungevano a Milano: nel 1623, Galileo inviava al cardinal Federico una copia del suo Saggiatore, nella speranza che esso potesse entrare a far parte dell’«eroica et immortale libreria»; nel 1662 il Principe di Condé si lasciava sfuggire un lapidario «très belle» d’ammirazione; Montesquieu osservava nel 1728 che la Biblioteca era «extrêmement bien tenue; on y voit qu’il a eu des bibliothécaires  savants»; Girolamo Tiraboschi scrisse sul finire del XVII secolo che «la Biblioteca Ambrosiana offerse gran pascolo alla dotta curiosità e alla maraviglia. Infatti l’erezione di essa è una delle cose memorabili di quel secolo e può bastare essa sola a rendere immortale il nome del cardinale Federigo Borromeo, che ne fu il fondatore»; e, senza dimenticare le parole di John Evelyn («imponente»), Gilbert Burnet («molto signorile»), Gabriel Naudé («straordinaria»), celeberrime restano quelle di Alessandro Manzoni (I Promessi Sposi, cap. XXII): «Federigo ideò questa Biblioteca Ambrosiana con sì animosa lautezza, e la eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornire la quale di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che poté avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati e quattordicimila manoscritti».

Milano, dunque, a partire dal 1609 possiede la seconda biblioteca aperta al pubblico in Europa, essendo stata preceduta nel 1602 solo dalla Bodleian Library di Oxford. Concepita come una biblioteca “generale”, volta allo studio di tutte le scienze che compongono il sapere universale, dalla classicità greco-latina alla letteratura cristiana, dalla teologia alla filosofia dalla linguistica al diritto e alla musica, dall’Occidente all’Oriente, dall’Antichità al Medioevo e al Rinascimento, l’Ambrosiana aveva quasi le caratteristiche di una università degli studi, allora assente a Milano. Si trattava di una struttura organica, equilibrata e del tutto all’avanguardia per lo spirito del tempo.

Per la costruzione e l’arricchimento del patrimonio codicologico e librario della Biblioteca, Federico organizzò, già a partire dal 1601, una vera e propria campagna di acquisti, sguinzagliando i suoi agenti ai quattro angoli del mondo occidentale, uomini che misero a disposizione laboriosità, scienza e spesso anche arditezza veramente non comuni. L’idea era di costituire un centro culturalmente attivo, palestra di studi al servizio e in difesa del cattolicesimo e luogo di raccolta dei più importanti testi del pensiero occidentale e orientale, arabo e persiano, ebraico, bizantino, copto, armeno, classico greco e latino e perfino cinese.

La multiculturalità del progetto federiciano era tesa non tanto e non solo alla conservazione dei documenti, quanto al loro studio e alla ricerca di un possibile dialogo e convivenza delle diverse culture, senza rinunciare alla identità cristiana di cui Federico era vivo e fervido interprete. In altre parole, il lavoro intellettuale fioriva dalla raccolta e dalla cura del patrimonio librario e non si esauriva in esso, e anzi, l’accumulo del “tesoro” non era destinato ad accrescere il prestigio di chi materialmente lo possedeva e tutelava, ma alla sua trasformazione in sapere vivo.

In questa linea va interpretata anche la creazione della Pinacoteca: il 28 aprile 1618, infatti, Federico Borromeo donava la sua collezione di quadri disegni e stampe a quella che nel 1620 sarebbe diventata la Pinacoteca Ambrosiana, dallo stesso cardinale successivamente arricchita con capolavori come la Canestra di frutta del Caravaggio, l’Adorazione dei Magi di Tiziano, il Musico di Leonardo, il cartone della Scuola di Atene di Raffaelo, numerosi dipinti di scuola leonardesca e dei fiamminghi, in particolare di Jan Brueghel, e migliaia di disegni. Anche la Pinacoteca rispondeva all’idea federiciana di elaborazione e di trasmissione del sapere, un sapere che doveva essere non solo documentato ma diventare vivo, farsi ricerca e trasmissione: essa divenne non solo un’esposizione ma uno strumento didattico, per quell’Accademia del disegno, articolata nei corsi di pittura, scultura e architettura, che nata assieme all’idea della Pinacoteca, sopravvisse fino al suo trasferimento tardo settecentesco a Brera.

Oltre a una necessaria ed esaltante celebrazione dei tesori della Biblioteca e della Pinacoteca, l’Ambrosiana è stata, è e deve rimanere sorgente di ricerca, di dialogo, di conoscenza, di approfondimento, di civiltà, di cultura e di spiritualità, sempre nella linea di quel motto che Manzoni pone a ideale sigillo dell’opera di Federico Borromeo: “L’intento continuo nella ricerca e nell’esercizio del meglio”.

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Biblioteca Ambrosiana, oggi 

Bibliografia di riferimento

  • Ferro, Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano agli inizi del Seicento, Roma, Bulzoni, 2007
  • Milano atelier culturale della Controriforma, a cura di D. Zardin e M.L. Frosio, «Studia Borromaica», 21, 2007
  • Borromeo, Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum, introduzione e cura di F. di Ciaccia, Roma, Bulzoni, 2006
  • Cultura e spiritualità borromaica tra Cinque e Seicento, a cura di F. Buzzi e M.L. Frosio, «Studia borromaica», 20, 2006
  • Carlo e Federico: la luce dei Borromeo nella Milano spagnola, a cura di P. Biscottini, Milano, Museo Diocesano, 2005.
  • Federico Borromeo fondatore dell’Ambrosiana, a cura di F. Buzzi e R. Ferro, «Studia borromaica», 19, 2005
  • Bonomelli, Cartai, tipografi e incisori delle opere di Federico Borromeo, Roma, Bulzoni, 2004
  • Federico Borromeo principe e mecenate, a cura di C. Mozzarelli, «Studia borromaica», 18, 2004
  • Borromeo, Semina rerum, sive De Philosophia Christiana, introduzione e cura di C. Continisio, Roma, Bulzoni, 2004
  • Federico Borromeo vescovo, a cura di D. Zardin, «Studia borromaica», 17, 2003
  • Federico Borromeo. Uomo di cultura e spiritualità, a cura di S. Burgio e L. Ceriotti, «Studia borromaica», 16, 2002
  • Federico Borromeo. Fonti e storiografia, a cura di M. Marcocchi e C. Pasini, «Studia borromaica», 15, 2001
  • Cultura politica e società a Mialno tra Cinque e Seicento, a cura di F: Buzzi e C. Continisio, «Studia Borromaica», 14, 2000
  • Cultura e religione nella Milano del Seicento. Le metamorfosi della tradizione «borromaica» nel secolo barocco, a cura di A. Cascetta e D. Zardin, «Studia Borromaica», 13, 1999
  • Agosti, Collezionismo e archeologia cristiana nel Seicento: Federico Borromeo e il Medioevo artistico tra Roma e Milano, Milano, Jaca Book, 1995
  • Besozzi, I testamenti di Federico Borromeo, NED, 1993
  • Jones, Federico Borromeo and the Ambrosiana. Art, Patronage and Reform in Seventeenth-century Milan, Cambridge, Cambridge University Press, 1993
  • Storia dell’Ambrosiana, 4 voll., Milano, Cariplo, 1992-2002
  • Marcora, Catalogo dei manoscritti del card. Federico Borromeo nella Biblioteca Ambrosiana, Milano, Biblioteca Ambrosiana, 1988
  • Aimi, V. De Michele, A. Morandotti (a cura di), Septalianum Musaeum. Una collezione scientifica nella Milano del Seicento [Catalogo della Mostra. Museo civico di storia naturale di Milano], Firenze, Giunti-Marzocco, 1984
  • Prodi, Borromeo, Federico, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 13, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1971, pp. 35-37
  • Martini, ‘I tre libri delle laudi divine’ di Federico Borromeo. Ricerca storico-stilistica, Padova, Antenore, 1975
  • L. Gengaro, G. Villa Guglielmetti (a cura di), Inventario dei codici decorati e miniati (secc. VII-XIII) della Biblioteca Ambrosiana, Firenze,Olschki, 1968
  • Prodi, Nel IV centenario della nascita di Federico Borromeo. Note biografiche e bibliografiche, in “Convivium”, XXXIII (1965), pp. 337-359

Leonardo da Vinci e il Codice Atlantico

Vi sveliamo il vero Leonardo da Vinci

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Il Codice Atlantico abbraccia l’intera vita intellettuale dell’artista, per un periodo di oltre quarant’anni, dal 1478 al 1519.
In esso si trovano i contributi di questo “homo sanza lettere” dedicati alla meccanica, alla matematica, all’astronomia, alla botanica, alla geografia, alla anatomia e alla fisica: i primi studi per il rinnovamento urbanistico di Milano, il tardo progetto di un nuovo palazzo Medici a Firenze, schizzi e bozzetti per opere artistiche, come l’Adorazione dei Magi, la Leda, la Battaglia di Anghiari, e persino l’ideazione di automi. Dopo un storia avventurosa e tormentata, dall’ultimo restauro avvenuto nel 1968 ad opera del laboratorio di Grottaferrata, il Codice Atlantico riposa nella Sala del Tesoro della Biblioteca Ambrosiana.

VIAGGIO TRA LE MERAVIGLIE DELL’AMBROSIANA

VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA DI MILANO

Breve percorso tra le sale e le opere.
Per un’idea delle meraviglie qui custodite.

È la prima collezione privata aperta al pubblico all’inizio del XVII secolo.
Sono opere uniche tra le più importanti dell’umanità: e fra esse:
Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci
La canestra di frutta di Caravaggio
Il grande cartone della Scuola di Atene di Raffaello Dove si trova?
In Italia, a Milano, nel centro esatto della città, già stabilito dagli antichi romani sorge la Veneranda Biblioteca Ambrosiana. L’edifico, nei vari strati, va dall’epoca preromana alla ricostruzione del dopoguerra. Chi l’ha fondata?
Federico Borromeo (1564-1632), cardinale di Milano, cugino di san Carlo.
Il Cardinal Federigo, reso celeberrimo da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, invia i suoi collaboratori in tutte le terre di antica tradizione (il medio e l’estremo Oriente), allora tanto importanti quanto sconosciute, a cercare le opere (codici, pergamene, pitture, oggetti) artistiche più rare e preziose da portare a Milano e da mettere a disposizione dell’Occidente.
Nel 1609, la sua collezione è tra le maggiori e più ricche d’Europa e la apre al pubblico, mostrando i suoi tesori.

https://www.youtube.com/watch?v=YxE2QpNx0fA

 

CATALOGO STAMPATI LEONARDO DA VINCI BIBLIOTECA AMBROSIANA

L’ampia antologia qui proposta permette di avere una prima panoramica sufficiente a comprendere la raccolta più monumentale della scienza e della tecnica della cultura occidentale.

È possibile scorrere circa 440 pagine del Codice Atlantico di Leonardo (su un totale di 1119).

NB.
Si ricorda che i diritti di riproduzione per ogni forma di editing appartengono alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana.

Stampati1.: Fortezze, bastioni e cannoni / Pietro Marani con Anna Malipiero

Novara : Istituto geografico de Agostini, 2009

Fa parte di: Codex Atlanticus

Stampati1.: Fortezze, bastioni e cannoni / Pietro Marani con Anna Malipiero

Novara : Istituto geografico de Agostini, 2009

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