THOMAS BECKET

G.  A B R A M – C O R N E R

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Era il 1155 quando Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra, discendente da Guglielmo il Conquistatore, nominò Thomas Becket suo cancelliere, la più alta carica dello stato dopo quella del re.

Thomas era nato nel 1118 a Londra, figlio di mercanti, e dopo aver studiato ad Oxford, Londra e Parigi, aveva raggiunto grande fama di giurista e magistrato e nell’assumere la nuova carica, manifestò un’assoluta devozione agli interessi della corona.

Sir Thomas Becket

Sir Thomas Becket

Ora accadde che nel 1161 morì l’Arcivescovo di Canterbury, ed Enrico pensò di elevare a questa importantissima carica il suo fidato cancelliere, allo scopo non troppo nascosto di esercitare un controllo sugli uomini della Chiesa, che già in passato gli avevano dato notevoli preoccupazioni, esercitando costoro una giurisprudenza canonica indipendente e parallela a quella laica, sottraendo al re potere e prestigio. 

Thomas Becket divenuto Arcivescovo di Canterbury e nuovo Primate d’Inghilterra, dopo aver consegnato al re il sigillo di stato, indispensabile per la convalida di un qualsiasi documento e simbolo della totale fiducia di cui godeva presso il sovrano, dichiarò che da quel momento egli avrebbe difeso unicamente gli interessi della Chiesa, in ogni caso e a qualsiasi prezzo.

Forse Enrico non era un gran conoscitore di uomini, forse sopravvalutava il debito di riconoscenza che Becket avrebbe dovuto nutrire verso di lui, sta di fatto che gli attriti fra l’Arcivescovo e il sovrano iniziarono subito. Infatti accadde che Becket, invocando il privilegio che gli usi e la tradizione riconoscevano agli ecclesiastici, sottrasse al tribunale civile un prete colpevole di omicidio, giudicandolo secondo il diritto canonico. Il re reagì a quella che lui riteneva una provocazione, facendo approvare da nobili e prelati conniventi un documento: gli Statuti di Clarendon, in cui veniva sancita la supremazia del potere civile del re sul clero cattolico.

Ora avvenne che l’Arcivescovo di Canterbury sottoscrisse il documento, manifestando di accettare la nuova “Costituzione”, ma allorché il Papa Alessandro III la condannò apertamente, Becket, in obbedienza a Roma si sentì in dovere di ritrattare la propria approvazione, e questo fu percepito dal re come un tradimento.

Da tutto ciò derivò una lunga contesa, un braccio di ferro fra potere laico e religioso che costrinse Becket alla fuga dall’Inghilterra ed al suo successivo ritorno attraverso la mediazione del re di Francia.

Ma tutto questo era solo il primo atto della tragedia che si compì allorché l’Arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, rientrato nella pienezza dei suoi poteri, lanciò la scomunica contro i vescovi che si erano schierati a suo tempo col re, a danno della Chiesa, sicuramente su pressione della curia romana, la quale era ben lontana dall’aver compreso la reale situazione politica inglese e che pensava di imporre le proprie condizioni col solo peso della sua autorità.

Ormai fra il re e l’Arcivescovo si era scavato un solco profondo di disgusto, incomprensione ed odio, e la molla della congiura che sarebbe stata fatale a Becket, furono le parole di Enrico pronunciate in un momento di sconforto:”sono ben disgraziato, se fra tanta gente che io mantengo non ve n’è una che sappia vendicarmi degli affronti che ogni giorno ricevo da un miserabile prete”. Non era né un mandato, né un invito ad uccidere, bensì un amaro sfogo, ma ci fu chi lo raccolse e lo mise in atto.

Era il terzo giorno dopo Natale dell’anno 1170 quando quattro nobili: Reginaldo Fitzurse, Guglielmo Tracy, Ugo de Morville e Riccardo Brito uccisero a colpi di spada Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury durante gli uffici funebri, sui gradini dell’altare, senza che alcuno corresse in soccorso dell’Arcivescovo.

Il dramma di Becket destò orrore in tutta Europa, sia per la modalità sacrilega del delitto, sia per l’autorità di cui godeva il prelato, e l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio gravò a lungo su Enrico II, anche se nessuna prova concreta della sua connivenza coi congiurati venne mai alla luce.

Questo fatto di sangue, come tutti i delitti politici, fu inutile e dannoso per entrambe le parti, per la Chiesa che perse un uomo di grande valore, e per la monarchia che vide di molto scemare il suo prestigio ed autorità.

Enrico tentò di riparare al danno, non si sa se con sincero rimorso e pentimento, con comportamenti distensivi, digiuni e perfino infliggendosi castighi corporali, che però mai cancellarono il sospetto della colpa.

La tragedia ispirò poeti come Thomas Eliot, e musicisti come Ildebrando Pizzetti, che fecero di Becket il simbolo della resistenza cattolica all’assolutismo politico delle monarchie nascenti.

Molti si chiederanno come potesse un laico come Becket diventare Arcivescovo di Canterbury. Ebbene quando la necessità politica lo esigeva, la carriera ecclesiastica poteva diventare fulminea, e nessuno stava a cavillare sull’autenticità della vocazione, né sull’intensità della fede, né sulle qualità morali del soggetto.

AFORISMA. Solo i deboli di intelletto ricorrono alla forza per far valere le loro verità.

G. Abram, “Il trionfo di Kaino“, Ediz. El Tiburòn, Sondrio, luglio 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

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L’ANELLO DEL VESCOVO

        G.  A B R A M – C O R N E R

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Tutti sanno che gli artisti appartengono alla scheletrica e famigerata categoria dei creativi. I creativi sono quelli che producono pensiero autonomo, idee innovative, inventano cose strane e compiono gesti dissacranti, altri invece riciclano con abilità e destrezza cose vecchie e stantie realizzando opere grottesche di sapore schizofrenico fino ad ottenere un grande successo di pubblico e di critica. Quasi tutti gli artisti hanno di sé un concetto sterminato nel senso che nutrono un’ autostima esagerata, a volte fino al delirio. De Chirico aveva di sé una considerazione così imponente da firmare le sue opere con l’appellativo stentoreo di “Pictor Maximus”, il maggiore fra tutti i pittori e quindi si ritraeva abbellendosi in maniera inquietante…in verità De Chirico era un buon pittore, senza essere il massimo, ma allo stesso tempo era tirchio come uno scozzese e vanaglorioso oltre ogni limite.

Molti artisti hanno ricevuto da Dio o dalla Natura oltre al dono della creatività un tarlo velenoso che li scaglia nella paranoia più inquietante consistente in quel malanno pernicioso che è l’ansia da riconoscimento, il desiderio sfrenato di essere riconosciuti come tali, che avvelena la vita a gran parte della folta tribù degli artisti. Ma non è finita perché la Natura regala a molti, soprattutto ai migliori, il dono velenoso dell’autocritica più spietata, crudele ed autodistruttiva e una nodosa frusta per auto-flagellarsi.

Dopo questo preambolo, passiamo alla narrazione miracolosa. Quasi tutti gli artisti hanno avuto dei cambiamenti nella loro produzione artistica, delle evoluzioni spettacolari o delle involuzioni terrificanti, dei mutamenti stilistici, tecnici, concettuali… Picasso ha attraversato il periodo blu per entrare in quello rosa o viceversa, altri sono passati dal naturalismo al surrealismo per entrare nell’espressionismo e sfociare infine nell’astrattismo più bieco e inquietante. Anch’io come scultore ho attraversato uno strano periodo, il periodo “vescovile”, durante il quale ebbi occasione di produrre con continuità sculture di soggetto “prelatizio” in bronzo, in bassorilievo e a tutto tondo. Fu un periodo teologicamente sterile ma produttivamente fecondo. vado ora a narrarvi l’evento prodigioso accadutomi anni fa quando produssi un piccolo bassorilievo in bronzo raffigurante un vescovo in atteggiamento docente. Tutti sanno che i vescovi in “pompa magna” tengono il pastorale nella mano sinistra mentre all’anulare destro portano un corposo anello in quanto sposi alla Chiesa di Cristo, che tutti i fedeli baciano con reverenza. Orbene preparando la cera per la fusione, dimenticai colpevolmente l’anello che “miracolosamente” apparve nella versione bronzea al suo posto, sull’anulare destro del prelato…! Qualcuno gridò al miracolo, mentre i più scettici ipotizzarono l’inganno. In realtà era successo che durante la copertura in refrattario della cera si era casualmente formata una bolla d’aria che successivamente era stata occupata dal bronzo fuso. La ” querelle” ebbe seguito poiché i più accaniti dell’evento miracoloso affermavano che il prodigio non consisteva nella formazione casuale di una fantomatica bolla insignificante, bensì nel fatto che la bolla si fosse formata proprio all’altezza dell’anulare destro del prelato. Sta di fatto che dopo più di un quarto di secolo la questione è ancora teologicamente irrisolta…

In Italia gli artisti che hanno ricevuto il dono della creatività rappresentano forse l’uno per mille della popolazione, la maggior parte dei quali sono misconosciuti, emarginati, depressi, infelici ed affamati. L’Italia ha il record europeo negativo della perdita della memoria storica, dell’ignoranza delle cose dell’arte, accompagnato da un analfabetismo scientifico di massa, pur possedendo un patrimonio artistico sconfinato.Secoli fa quando si inaugurava l’opera di un’artista, sia di carattere religioso che civile, il popolo accorreva in massa per ammirare, giudicare, criticare, discutere, confrontare…Anche noi una volta abbiamo inaugurato un’opera religiosa al cospetto di una folta schiera del popolo di Dio…eravamo il prete, il sagrestano, suor Clementina, due chierichetti, quattro fedeli ed io…bisogna tener conto però che quella sera c’era la partita di coppa…

                                                                                                                  G.Abram

FRANCIS DRAKE

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Francis Drake nacque in Inghilterra nella contea di Devon attorno al 1540, figlio di un pastore anglicano. La sua famiglia purtroppo incappò nella persecuzione contro i protestanti scatenata dalla cattolicissima regina Maria Tudor detta “la Sanguinaria”, che aveva in mente di restaurare la religione cattolica dopo lo scisma di Enrico VIII. Questo sovrano si era staccato dalla Chiesa di Roma in seguito al rifiuto del Papa di annullare il suo pur valido matrimonio con la regina in carica, essendo egli innamorato di un’altra donna, Anna Bolena, che intendeva ad ogni costo sposare. Difficile è immaginare quanti sanguinosi guai possono causare gli insulsi capricci dei potenti!

Enrico VIII si era allora autoproclamato, con l’appoggio di vescovi compiacenti, Capo della Chiesa d’Inghilterra, aveva troncato ogni rapporto con la Chiesa Cattolica Romana ed infine si era reso scapolo facendosi annullare il matrimonio dai suddetti vescovi conniventi.

A causa di queste vicende, la famiglia Drake, avendo aderito alla nuova fede protestante, fu perseguitata dalle mire restauratrici di Maria Tudor e, spogliata di ogni bene, fu costretta alla fuga.

Il giovane Francis, in seguito a queste traversie che gli cambiarono la vita, finì come mozzo su una nave contrabbandiera invece che su un pulpito. Questa attività era molto praticata dagli abitanti del Devon, e serviva ad integrare i loro scarsi ed incerti guadagni, alla stregua degli spalloni nostrani che a cavallo degli anni ’50 e ’60, attraverso il confine svizzero, traghettavano sigarette e caffè, al fine di rimpolpare lo scheletrico reddito di una misera agricoltura di sussistenza, con proventi al limite della legge ed anche oltre.

Dal contrabbando alla pirateria il passo fu breve ed il suo apprendistato come uomo di mare, esperto navigante e reggitore di uomini fu rapido, essendo il giovane Francis dotato di intelligenza, ambizione e capacità di comando.

Dai miseri traffici sulla costa del Devon passò alla guerra corsara combattendo gli Spagnoli nel golfo del Messico, e trasportando in patria tesori e ricchezze rapinate agli ispanici che a loro volta li avevano sanguinosamente sottratti ai nativi di Perù.

Sul trono inglese intanto era salita Elisabetta, quella che avrebbe consegnato al boia la cugina Maria Stuarda, regina di Scozia, e Drake e la nuova sovrana, entrambi spregiudicati e privi di scrupoli, erano fatti per intendersi.

Nel 1572 il pirata ottenne da Elisabetta una regolare “patente di corsa”, che lo autorizzava e lo legittimava nelle sue imprese corsare, che da quel momento vennero compiute sotto il patrocinio della monarchia inglese.

La fine del 1577 vide l’inizio dell’impresa più clamorosa di Drake, il quale partì, sempre sotto il patrocinio di Elisabetta, verso terre sconosciute oltre lo stretto di Magellano, con cinque piccoli velieri e 166 uomini di equipaggio.

Salpò dall’Inghilterra, doppiò capo Horn, la punta più meridionale del Sud-America, e risalì le coste del Cile e del Perù saccheggiando e predando città e vascelli fino a raggiungere la California che ribattezzò “Nuova Albione” in omaggio alla sua terra.

Diresse quindi la prua ad ovest verso il mare aperto, verso l’immensità del Pacifico. Attraversò la vastità di quell’oceano che proprio pacifico non era, passando a poche centinaia di miglia a Nord dell’Australia, della Nuova Zelanda e della Nuova Guinea, che furono scoperte da Cook due secoli dopo.

Toccò in seguito molte isole ignote dell’arcipelago della Sonda, l’attuale Indonesia, e dopo aver attraversato l’oceano Indiano, doppiò il Capo di Buona Speranza, giunse nella Azzorre e da lì in patria.

Era il settembre del 1580, aveva circumnavigato il globo in 33 mesi, ed aveva riportato delle cinque una sola nave, la “Golden Hind” (Cerva Dorata), che però traboccava del bottino rastrellato sulla costa peruviana, essendo le altre colate a picco col relativo equipaggio, a dimostrazione dei rischi mortali che a quei tempi si correvano solcando i mari.

La regina Elisabetta andò di persona a Plymouth ad incontrare Drake, e per l’occasione lo armò, seduta stante, col titolo di cavaliere donandoli una spada d’oro tempestata di brillanti, probabilmente anch’essa frutto di rapina.

In seguito, scoppiata la guerra con la Spagna, Drake riprese il mare, e conquistò città nemiche nelle indie occidentali, nelle isole di capo Verde e nel 1587 nelle acque di Cadice distrusse una potente flotta spagnola.

L’anno seguente fu uno dei comandanti della flotta inglese che sfasciò e disperse una delle più colossali flotte, che mai fino ad allora avessero solcato i mari: l’Invencible Armada, che segnò la fine della supremazia spagnola sugli oceani.

Il corsaro elisabettiano morì il 25 gennaio 1596, poco più che cinquantenne, di malattia, a bordo della sua nave durante una delle solite spedizioni corsare nelle Indie occidentali, avventure a cui non riusciva a rinunciare.

Francis Drake spirò vestito di armi e corazza, come se dovesse andare in battaglia, e fu sepolto in mare dentro una cassa di piombo. Con lui vennero affondati due vascelli spagnoli catturati e due bastimenti inglesi, come viatico e lasciapassare per l’eternità, mentre i colpi di molti cannoni laceravano il cupo silenzio del mare oceano.

AFORISMA: La vita è come Las Vegas, vince sempre il banco…e tu perdi.

                                                                             G.Abram, Il Trionfo di Kaino, ediz. El Tiburon, Sondrio,2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

Ritratto di Sir Francis Drake, realizzato da Gheeraerts il Giovane

Ritratto di Sir Francis Drake, realizzato da Gheeraerts il Giovane

Il ritratto di Elisabetta  I fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell'Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo terrestre, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l'evento.

Il ritratto di Elisabetta I fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell’Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo terrestre, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l’evento.

Mappa che mostra il viaggio di circumnavigazione di Sir Francis Drake tra 1577-1580

Mappa che mostra il viaggio di circumnavigazione di Sir Francis Drake tra 1577-1580. (clicca sulla foto per ingrandimento)

ROSMUNDA

G. A B R A M – C O R N E R 

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I Longobardi, così chiamati non si sa se per le lunghe barbe o per le spropositate alabarde, e che dettero il nome alla Longobardia, l’attuale Lombardia, provenivano dalle desolate e gelide lande della Svezia.

Forti, gagliardi, biondi, pelosi e sicuramente provvisti di anticorpi sovradimensionati, erano sbarcati sul continente, calzando stivali di cuoio e vesti di lino crudo, con al seguito le donne, bambini ed armenti in cerca di nuove terre, essendo nomadi ignari di ogni forma di coltivazione e vivendo di allevamento, caccia, pesca e soprattutto di rapina.

Erano completamente all’oscuro anche di codici, di morale, di diritto e di leggi scritte, avevano le loro credenze, usi e costumi, ma riguardo ai rapporti coi terzi, l’unica regola insindacabile era la forza.

Adoravano il sole e la terra e allorché in una regione avevano consumato ogni risorsa si trasferivano altrove, senza molto riguardo per quelli che già vi risiedevano.

Si erano infine stabili in Pannonia, l’attuale Ungheria, che il secolo precedente aveva visto l’epopea di Attila e dei suoi Unni, e che alla sua morte si erano liquefatti, inglobati da altre genti.

Nella primavera dell’anno del Signore 568 partirono dalla Pannonia e valicate le Alpi Giulie al passo del Predil, scesero in Italia, cosa facilissima in ogni stagione, essendo ormai la penisola completamente indifesa.

Vennero in numero di trecentomila, con armenti, donne e bambini con la precisa intenzione di fermarsi. Il loro re Alboino occupò mezza Italia. ed elesse a sua capitale Verona, e fu in quell’occasione che il Patriarca di Aquileia per sfuggire all’orda funesta si rifugiò con la sua gente sulle isole della laguna, dando il via all’avventura di Venezia.

Ma veniamo a Rosmunda. Il giovane Alboino aveva in battaglia ucciso Cunimondo, re dei Gepidi, un popolo sfortunato incontrato sulla sua strada, e ne aveva preso come schiava la figlia Rosmunda, la quale essendo bella, procace e forse anche scaltra, alla morte di Clotsuinda, la moglie legittima del re longobardo, ne aveva preso il posto.

Non si sa se fu un matrimonio d’amore e di passione, sicuramente nell’animo di Rosmunda un certo rancore ancora serpeggiava a causa dell’ucissione del padre, di cui Alboino conservava il cranio ripulito e levigato trasformato in coppa, da cui il re attingeva abbondantemente specie nelle feste comandate.

Era il 572 e si stava appunto festeggiando Longino, Esarca di Ravenna, venuto in visita a Verona alla corte di Alboino, quando questi chiese a Rosmunda la tazza “buona”, la coppa-cranio di Cunimondo per festeggiare degnamente l’ospite. Il re non si limitò a bere, sicuramente accennò da buon intenditore al fatto che il vino in quella superba coppa sviluppava aromi e profumi straordinari, e non contento impose alla povera Rosmunda coi suoi metodi spicci di bere pure lei. Molti personaggi si sono rovinati col bere, Alboino invece si rovinò col far bere, infatti Rosmunda da quel momento tramò per ucciderlo. Rosmunda in accordo col suo amante Elmichi, fratellastro del re, progettò l’assassinio.

Sapendo che Alboino si concedeva la siesta dopo le sue poderose libagioni lo uccisero nel sonno.

Si narra di come Alboino essendosi svegliato dal torpore meridiano, tentasse di sfoderare la spada che teneva sempre accanto e di come questa fosse stata da Rosmunda sigillata nel fodero, tale per cui Alboino impotente annegò nel proprio sangue.

Consumato il delitto, Rosmunda e Elmichi fuggirono a Ravenna, presso l’Esarca Longino, l’ospite della sera fatale, non senza prima aver razziato il tesoro reale.

A questo punto Longino, ch’era un bizantino perfido e intrallazzatore, nonché avido di denaro e di potere, propose alla signora di far fuori Elmichi, che in fondo non era altro che una figura succube e insignificante, un modesto gregario, e di sposarlo per diventare la prima signora di Ravenna.

Rosmunda valutò l’offerta e avendola trovata conveniente, decise di liquidare il povero Elmichi offrendogli una coppa di vino avvelenato. L’infelice dopo averne bevuto alcuni sorsi fu colto da dolori lancinanti al ventre, comprese ogni cosa, e dopo aver sfoderato la spada impose all’amante di tracannare il vino rimasto, che le fu fatale.

Così morì Rosmunda, l’orgogliosa figlia di Cunimondo, travolta dalla storia, dal destino e dall’oscena trivialità di Alboino, uomo rozzo e insensibile, ignaro dagli oscuri meandri della psicologia femminile.

AFORISMA: Preferisco un uomo senza denaro, che il denaro senza l’uomo. (Plutarco)

G.Abram,  Il Trionfo di Kaino,  Ediz. El Tiburon, 2004

Pubblicato online dal giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

I SUMERI

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Già nell’antichità più remota la terra fra il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia, fu abitata da tribù provenienti dal nord, dai monti della Persia, dall’Armenia, dal Caucaso e dall’Anatolia.

I Sumeri presero dimora alcuni millenni prima di Cristo nel sud dell’attuale Iraq, allo sbocco dei fiumi nel Golfo Persico, terra ricca di vegetazione, pesci ed animali e favorevole all’agricoltura.

La loro origine è misteriosa, ma si presume che provenissero dai monti della Persia, e le città sumere furono molto probabilmente le più antiche città del mondo e fra queste Ur, capitale dei Sumeri, centro economico, sociale e culturale.

Da Ur proveniva anche il patriarca Abramo con al seguito la sua tribù semita, le robe e gli armamenti.

Indipendentemente dall’origine, gli aspetti più interessanti sono quelli che riguardano la loro vita pubblica e privata. Per quanto possa sembrare strano, presso questo popolo non esistevano distinzioni di classe, in quanto non c’erano né ricchi né poveri, ma ognuno lavorava, il re e i sacerdoti compresi, il proprio pezzo di terra che gli era stato affidato dallo stato. Non esisteva proprietà privata in quanto era comune credenza che le terre appartenessero agli Dei, ed ai templi veniva consegnato il raccolto, salvo quella parte che serviva per il sostentamento degli agricoltori. Il raccolto veniva ammassato nel tempio che sorgeva al centro della città, e serviva come scorta per i periodi di carestia.

(…)Il tempio non era importante solo in quanto fungeva da pubblico magazzino, ma perché era luogo di culto, sede del governo e luogo di commerci. Qui si custodivano le greggi, si vendevano carni e pelli, si lavoravano i metalli, oro argento e bronzo, si realizzavano i manufatti in legno e qui gli architetti progettavano strade, edifici e canali d’irrigazione. Ed infine il tempio fungeva anche da banca. Qui venivano depositati oro, argento, grano e manufatti vari e si procedeva alla concessione dei prestiti ai privati.

Dal punto di vista religioso i Sumeri vedevano l’origine di tutte le cose nello scontro fra i due principi fondamentali: Apsu il  principio maschile, il bene, e Tiamat il principio femminile, il male. Da questa infelice e malsana credenza discendevano conseguenze ferali per la donna, che veniva considerata come un oggetto qualsiasi, la cui unica utilità consisteva nel fatto che era capace di generare.

Da quelle parti però in 6000 anni non pare che le cose siano di molto cambiate.

E’ strano come un popolo così tecnicamente, economicamente e civilmente avanzato, trattasse le donne in maniera così barbara.

(…) I Sumeri avevano una visione pessimistica di ciò che li attendeva dopo la morte, in quanto si credeva che l’anima dell’uomo continuasse a vivere da spirito maligno fra spiriti maligni, nutrendosi di fango e di polvere e che nell’oltretomba ogni felicità fosse preclusa. La felicità poteva essere raggiunta solo su questa terra, per questo si praticava il culto degli Dei, nella speranza di acquistare beni terreni, salute e ricchezza, e si rifuggiva da comportamenti peccaminosi ed offensivi verso la divinità per evitare malattie, tempeste e alluvioni.

Questi Sumeri di 6000 anni fa, così moderni, così civili, così social-democratici mi hanno un po’ deluso per via del trattamento riservato alle donne. Bisogna però rammentare come non tutte le civiltà fossero così misogine. Nell’antico Egitto le donne godevano di diritti e dignità, presso gli Etruschi c’era quasi una sostanziale parità fra uomo e donna. Solo presso gli Ebrei, i Greci e i Romani, almeno in epoca repubblicana, le donne dovettero soffrire emarginazione e repressione.

(…) A questo punto si può concludere che un popolo può essere civile, progredito, socialista e cristiano anche senza amare le donne, che in fondo sono anche numericamente una parte irrisoria dell’umanità, attualmente non raggiungono che il 52% dell’intero genere umano!

AFORISMA. La Torre di Babele è la rappresentazione classica della follia umana.

G. ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburon, 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” per gentile concessione dell’autore.

NEANDERTHAL

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Noi umani, che in sempre maggior numero calpestiamo ogni angolo del pianeta, abbiamo avuto qualche tempo fa un fratello bello, forte, gagliardo e intelligente, che poi abbiamo perso per sempre o forse sopravvive segretamente e silenziosamente dentro di noi. Il suo nome è Homo e di cognome fa Sapiens Neanderthalensis, mentre noi facciamo Homo Sapiens Sapiens (due volte). 

Era il 1856 quando durante degli scavi in una cava di ghiaia nella valle del Neander, in Germania vicino a Dusseldorf, un operaio s’imbatté in uno straordinario frammento di cranio ed alcune ossa che finirono casualmente nella raccolta di teschi e reperti fossili umani ed animali di un professore di ginnasio, che sottoposte lo stranissimo cranio agli esperti dell’Università di Bonn. Fu allora che si scatenò la rissa furibonda fra scienziati, col coinvolgimento dell’opinione pubblica e perfino della Chiesa, sull’identità del titolare di quelle ossa che attestavano autentiche caratteristiche umane, anche se un po’ diverse dalle nostre. Nel frattempo era uscito il famoso, rivoluzionario e contestato volume di Darwin sull’origine della specie, che chiarì molte cose e fu alla luce di queste nuove idee che qualcuno ipotizzò che, con molta probabilità, in passato avevamo avuto un fratello umano molto simile a noi, col quale avevamo perfino convissuto e non per qualche week-end ma per alcuni millenni.

Ma chi era quest’uomo e da dove veniva? L’uomo di Neanderthal, che chiamerò Neander per brevità, proveniva dalla notte dei tempi, e rappresentava un ramo laterale del nostro stesso albero evolutivo, una specie di ramo cadetto(come i Savoia e gli Aosta). La loro esplosione demografica si ebbe alla fine della glaciazione di Riss, un oceano di ghiaccio che occupò un terzo delle terre emerse per oltre 100.000 anni, da circa 250.000 a 125.000 anni fa, e prosperò durante la glaciazione di Wurm durata da circa 80.000 fino a 11.000 anni fa.

Il Neander popolò tutta l’Europa continentale e il Medio-Oriente per oltre 50.000 anni, fino a circa 30.000 anni fa, quando ebbe la sfortuna di incontrarci.

Questo nostro fratello visse quindi in contemporanea con l’ultima glaciazione, la quale fu però intervallata da periodi temperati e perfino caldi, anche se nella maggior parte dei millenni il freddo dominò incontrastato. Basti pensare che sopra l’Inghilterra e la Scandinavia gravava il peso di una coltre gelata di oltre 2.000 metri e anche sulle Alpi con lingue e propaggini fino alla pianura padana. L’ambiente era terribilmente ostile e per sopravvivere occorreva una capacità di adattamento eccezionale ed un fisico nerboruto ed il Neander possedeva in maniera eccellente entrambe le qualità. Egli non era molto alto, circa 155-165 cm di statura, come del resto l’Italiano medio ottocentesco, anche se in Medio-Oriente sono stati ritrovati scheletri di questi uomini alti più di 170 cm, ma aveva una corporatura robusta con una muscolatura potentissima.

Le ossa erano forti e pesanti con attacchi che fanno presupporre muscoli pettorali e dorsali possenti e così per la muscolatura del collo decisamente taurina. Se Neander avesse stretto la mano a uno di noi ci avrebbe causato fratture multiple scomposte, e Tyson sul ring sarebbe finito al tappeto nel giro di dieci secondi!

Straordinaria era anche la testa, provvista di un cervello enorme fini a 1.600 centimetri cubi, quando nell’uomo attuale è di circa 1.400/1.500, anche se non è la quantità del cervello che ne garantisce la qualità, quanto la sua organizzazione.

Aveva inoltre un viso caratterizzato da arcate sopracciliari pronunciate, un naso imponente, un mento sfuggente e la fronte bassa, a differenza di noi umani contemporanei che siamo in possesso di fronti altissime a volte inutilmente spaziose.

Il Neander viveva in piccole comunità esercitando la caccia, la pesca e la raccolta di frutti spontanei, non essendo ancora stata inventata l’agricoltura e scarsamente praticato il commercio, ed aveva una dieta che molti studiosi definiscono varia, e nessuno di loro soffriva di carie dentaria. Questo ci fa presumere che commercialisti e dentisti fossero fortunatamente categorie professionali sconosciute presso di loro.

In conclusione tutto ci porta a pensare che fossero tozzi e tarchiatelli ma anche forti e scattanti, veloci e nerboruti e forse, dato l’ambiente in cui vivevano, anche provvisti di una bionda capigliatura e profondi occhi celesti!

Il fratello Neander cacciava anche animali di grossa taglia come il cavallo, l’uro, possente capostipite del bue europeo (Bos Primigenius), cervi, daini, stambecchi, cinghiali e perfino il mammuth ed il rinoceronte lanoso, evitava però di stuzzicare l’orso delle caverne(Ursus Speleus), una bestiolina alta tre metri e di una tonnellata di peso, non si sa se per tabù religioso o per il terrore che il bestione suscitava. Infatti nelle discariche neanderthaliane le ossa ursine sono rarissime e casuale.

Il Neander era anche un abilissimo sarto che si cuciva le pelli al fine di proteggersi dal freddo, dopo averle ammorbidite anche con la masticazione, infatti molti crani ritrovati portano denti usurati in conseguenza di questa attività. Probabilmente non conoscevano l’uso dell’ago ma ugualmente tagliavano e ritagliavano i loro villosi indumenti su misura e li univano con lacci e lacciuoli come dei Versace o dei Valentino, anche se pare escluso che sfilassero regolarmente, o che le collezioni estate e inverno fossero esageratamente differenziate.

L’intimo, sia come necessità pratica che come categoria dello spirito, in quei tempi duri sembra non fosse stato neppure ipotizzato!

L’epoca gloriosa dei Neander si estese fra gli 85.000 e i 30.000 anni fa dopo di che le tracce e i reperti neanderthaliani rapidamente svaniscono sostituiti da resti di Homo Sapiens Sapiens (detto anche Cro-Magnon, dal nome della località francese dove furono trovati i primi reperti ossei), i nostri trisnonni in tutto simili a noi al punto che gli studiosi sostengono che un bimbo di allora allevato in una normale famiglia di Vigevano o di Tubingen in Germania o di Vetlanda in Svezia, potrebbe diventare senza difficoltà un ottimo sindacalista, uno stupendo meccanico dentista o in illuminato e casto pastore luterano. Ma come finì questa incredibile avventura?

L’enigma della scomparsa di Neander è ancora avvolta nel mistero, si contano però numerose ipotesi.

Qualcuno sostiene che l’incontro fra i Neander e i nostri antenati fu infausto per i primi, come accadde per i pellerossa a contatto con la civiltà europea più evoluta, altri pensano che l’unione sessuale fra le due specie abbia diluito i caratteri di Neander fino a farli scomparire.

C’è anche chi sostiene che nuove malattie portate dall’Homo Sapiens Sapiens per le quali il sistema immunitario di Neander non era attrezzato li abbia portati all’estinzione come è successo ai popoli dell’Amazzonia o agli Esquimesi a contatto coi bianchi invasori.

Altri ancora ipotizzano che i vecchi abitatori dell’Europa, sotto la pressione dei nuovi arrivati, siano costretti in zone sempre più ristrette e marginali, sull’esempio della riserva indiana, fino alla scomparsa per carenza di risorse.

Una delle ultime ipotesi, difficilmente dimostrabile ma non impossibile, consiste nell’idea che gli accoppiamenti incrociati fra Neander ed Homo Sapiens Sapiens avessero generato una prole ibrida e sterile, incapace di riprodursi, come accade in natura al mulo ed al bardotto, figli sterili dell’asino e del cavallo. La soluzione più logica del mistero sta nella probabilità che tutte queste situazioni negative si siano contemporaneamente verificate e sommate con esiti letali per il povero Neander.

C’è anche un’ultima congettura, a cui però non voglio dar credito, la quale sottintende che il nuovo arrivato si sia cucinato il povero Neander, trovandolo non difficile da catturare, facile da pulire e pure gradevole al palato, una sorte di cannibalismo fraterno e neppure tanto rituale.

Ma il Neander fu un vero uomo con tutte le caratteristiche di intelligenza e umanità? Tutti sanno che l’uomo è tale in quanto in possesso dell’autocoscienza, ovvero del senso di sé, del proprio esistere e della propria collocazione nella storia. In poche parole l’uomo è l’unico animale che sa chi è, che si ricorda di suo nonno e che sa di dover morire.

Nel Neander probabilmente tutte queste categorie erano presenti, egli sapeva e forse sapeva anche di sapere, ne fa fede il senso artistico ed il culto dei morti, che sta a dimostrare chiaramente come il Neander concepisse l’idea straordinariamente umana della possibilità di una nuova vita oltre la morte.

Ammettiamo pure che esistano animali dotati di una vaga autocoscienza, ma nessun animale ricorda di suo nonno, nessuna fiera sa di dover morire e nessun animale seppellisce i propri morti.

Non si sa se Neander possedesse una coscienza morale, se distinguesse cioè fra il bene e il male, questione del resto ancora irrisolta anche per la nostra specie cosi sapiente ed evoluta, anche se Qualcuno ad un certo punto della nostra storia ci ha regalato i Dieci Comandamenti, dono brutalmente snobbato dagli uomini sia del passato che del presente per via del libero arbitrio.

A volte penso al nostro primo incontro con loro. i Neander, così diversi e così uguali a noi, immagino lo stupore, la meraviglia, lo spavento o il terrore degli uni e degli altri, la repulsione ed il timoroso desiderio di contatto e di conoscenza. Un incontro straordinario e inconsueto di 30.000 anni fa, non registrato da alcuno, né dalla storia, né dalla leggenda, un fatto così lontano da essere precedente perfino al diluvio universale, ma vero e reale. Qui non parla né pietra, né carta, né papiro, né pergamena, qui sono le ossa che cantano antiche e misteriose melopee.

AFORISMA. Tutte le nostre conoscenze, capacità,abilità e qualità un giorno andranno disperse e perdute, come lacrime nella pioggia.

G.ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburòn, 2004.

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

IL TRIONFO DI KAINO – Fatti, misfatti e personaggi in forma casuale, non premeditata

 

G. A B R A M –  C O R N E R 

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G.Abram è un artista scultore in bronzo. vive e lavora a Delebio (Sondrio), dove ha studio e laboratorio. Egli è da sempre un appassionato cultore delle cose del passato, di cui saltuariamente e senza premeditazione, fornisce resoconti e rapidissimi ritratti di personaggi senza particolare riguardo alla loro notorietà e senza la pretesa della scientificità, bensì col chiaro intento della divulgazione attraverso una comunicazione semplice e divertente alla portata di tutti. Corre voce che chi scrive in modo oscuro o è un somaro o un ciarlatano, G.ABRAM ha ottenuto coi suoi scritti di essere il meno possibile l’uno e l’altro, essendo consapevole che la condanna senza redenzione di chi scrive è la noia di chi legge. Certo l’autore non è un comunicatore asettico e imparziale, egli ha le sue simpatie, le sue ripugnanze, le sue tenerezze e i suoi rancori, che però mai inficiano la pagina o sporcano il giudizio a volte compassionevole e a volte tagliente. Ovviamente tutto è opinabile, discutibile, accettabile o rifiutabile secondo le proprie convinzioni, sensibilità e inclinazioni, importante però è non far assurgere la propria esperienza, cultura o giudizio a fattori insindacabili, altrimenti la caduta nel fanatismo diventa inevitabile. Questa piccola opera non è rivolta “all’Intellighenzia” né ai magnati della cultura ufficiale e ufficiosa, bensì alla gente comune che desidera avere un’opinione chiara sui fatti, luoghi e personaggi dei tempi che furono, senza eccessive implicazioni ideologiche.

(Tratto dal prologo del libro “Il Trionfo di Kaino”, di G.ABRAM; ediz. El Tiburon, 2004)

Pubblicato online dal giornale “I Tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

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L’artista G.ABRAM