IT. ITINERARI TALAMONESI. CASA VALENTI

 

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TALAMONA 25 luglio 2015 una giornata alla scoperta del nostro patrimonio storico

 

LA STORICA DIMORA TALAMONESE APRE OGGI AL PUBBLICO LE SUE PORTE E IL SUO BAGAGLIO DI PERSONAGGI E DI VISSUTI

di Antonella Alemanni

Un itinerario artistico all’insegna della Storia alla scoperta dell’arte, della musica e delle tradizioni enogastronomiche valtellinesi. Così l’assessore per le politiche culturali Lucica Bianchi ha introdotto il nutrito evento che ha avuto luogo oggi a partire dalle ore 17 “e dove se non qui a Palazzo Valenti?” ha proseguito l’assessore, “uno dei notevoli esempi di architettura cinquecentesca valtellinese, rappresentativa per Talamona anche per capire il modo di essere talamonesi, il modo di pensare e di vivere il nostro paese”. Un percorso culturale reso possibile dalle competenze di Giampaolo Angelini e Simona Duca, studiosi appassionati e sensibili di storia locale, dalle esponenti dell’associazione Bradamante Elena Riva e Beatrice Pellegrini e dal maestro assaggiatore Renato Ciaponi per la degustazione finale di prodotti tipici valtellinesi “professionisti che per il loro bagaglio di conoscenza, per il loro vissuto personale, le loro esperienze e la preparazione professionale sono intimamente e profondamente legati a questa dimora” ha sottolineato l’assessore nel presentarli. “…siccome bellezza significa anche armonia” ha proseguito l’assessore “nel corso di questo percorso saremo accompagnati dal quartetto di fiati della filarmonica di Talamona”. Un percorso reso possibile però in primo luogo dalla famiglia Airoldi che detiene la proprietà e abita tuttora il palazzo, dalla disponibilità con cui ha deciso di condividere, almeno per questo giorno questo bene che ha l’inusuale caratteristica di essere un bene comune, ma nello stesso tempo anche privato. Ed è ringraziando le figlie della signora Adriana Airoldi (nipote diretta dell’ingegner Clemente Valenti purtroppo recentemente scomparsa) che l’assessore Lucica Bianchi ha concluso il suo intervento introduttivo cedendo la parola al sindaco Fabrizio Trivella che ha spiegato brevemente la genesi di questa iniziativa “il primo evento culturale organizzato sotto la nostra amministrazione, nato da un suggerimento della famiglia Airoldi desiderosa di porre all’attenzione dei Talamonesi questo patrimonio culturale e architettonico il cui valore, che tutti possiamo apprezzare, è stato in passato riconosciuto anche dalla soprintendenza ai beni culturali. Dietro suggerimento della famiglia Airoldi si è dunque mossa la macchina amministrativa con lo scopo di creare una scenografia e una coreografia che potessero dare un ulteriore valore a quest’opera. È stato così che si è pensato di creare questa giornata con l’obiettivo di promuovere il nostro territorio coinvolgendo tutte le eccellenze di Talamona, le eccellenze culturali radicate sul nostro territorio del quale hanno una profonda conoscenza e soprattutto che si spendono per il paese e per dare un ulteriore contesto abbiamo coinvolto anche la nostra banda che rappresenta già in sé un patrimonio d’eccellenza di Talamona. Il tutto con lo scopo di mettere in atto un primo tentativo di sinergia tra pubblico e privato proprio con l’obiettivo di valorizzare il territorio, perché saper valorizzare le nostre eccellenze e saperle anche promuovere è ciò di cui la nostra comunità ha realmente bisogno”. A questo punto la parola è passata alla signora Paola Airoldi che ha illustrato il profondo legame della sua famiglia con il palazzo “noi raccogliamo un’eredità” ha spiegato “dai nostri genitori e insieme a questa eredità il compito di conservarla sia per mantenerne l’abitabilità senza stravolgerne l’architettura sia esterna che interna, ma anche, come già faceva mia madre circondandosi di studiosi interessati, per portare avanti un’attività di recupero della storia legata a questa casa che è il passato della nostra famiglia, il suo patrimonio immateriale che comprende anche le famiglie che hanno preceduto la nostra nell’abitare questa casa. Quindi per noi c’è il senso di una continuità storica che non è soltanto una questione affettiva personale, ma un qualcosa che riguarda tutta la comunità perché ritengo che, per una comunità, la conoscenza delle proprie radici storiche sia fondamentale per la coscienza della propria identità individuale. Se per esempio un bambino non conosce la propria famiglia, l’identità dei suoi genitori gli risulterà poi molto difficile crescendo determinare la sua stessa identità. Se noi invece ci riappropriamo della nostra cultura e della nostra storia questo ci renderà più forti. In questo senso, osservando la facciata, che oggi appare molto deteriorata, ma che un tempo doveva essere splendida, non si può non pensare ai suoi committenti che sicuramente avranno voluto, tramite questi affreschi, celebrarsi come famiglia, celebrare la loro potenza e la loro ricchezza e che oggettivamente hanno fatto un regalo alla gente nei secoli a venire sino a noi, perché una facciata affrescata di tale fattura è molto difficile da trovare sul nostro territorio. Questa è dunque la sua ricchezza, ma anche il suo limite perché, essendo una facciata è un patrimonio facilmente visibile, ma nello stesso tempo facilmente deteriorabile. Parlando di arte storia e cultura io ho sempre inteso tutto questo non semplicemente come erudizione, ma come la possibilità di utilizzare questa conoscenza per godere della bellezza che l’arte comunica. Nel caso di questi affreschi, passarci vicino, osservarli e sapere quello che raccontano costituisce un valore rispetto ad una non conoscenza” dopo i necessari ringraziamenti a tutti coloro che non solo hanno contribuito a rendere possibile questa giornata (“che sia l’inizio di un percorso che continui e che attraverso lo studio del territorio ci permetta di capire chi siamo” ha ancora sottolineato Paola Airoldi) , ma che nel corso degli anni si sono impegnati nello studio e nella valorizzazione della facciata, ma anche dei documenti che sono stati di volta in volta ritrovati, è venuto il momento di entrare nel vivo di questa giornata.

La facciata ariostesca, immagini e poesia

Il primo intervento è stato quello di Beatrice Pellegrini ed Elena Riva. La prima, autrice di una tesi di laurea sugli affreschi della facciata di palazzo Valenti (che ha avuto modo di presentare nel corso di un passato evento culturale) ha descritto uno per uno gli affreschi della fila superiore della facciata, ciascuno corrispondente ad un canto dell’Orlando Furioso, magistralmente recitato da Elena Riva, che in questo senso già da qualche anno svolge la funzione di lettrice ufficiale dell’associazione Bradamante.

Ci troviamo di fronte a questo splendido palazzo del XVI secolo ha esordito Beatrice Pellegrini introducendo la sua presentazione appartenuto alla famiglia Spini fino al 1837 anno in cui la proprietà è passata alla famiglia Valenti che la detiene tuttora. La facciata del palazzo si può dividere in due registri di cui quello superiore è il meglio conservato. Vi si possono osservare sei affreschi a monocromo nei toni del bronzo ispirate alle vicende ariostesche. Mentre la lettura tradizionale vedeva e poneva il primo riquadro alla vostra sinistra oggi tenterò di proporvi una mia nuova interpretazione ponendo invece come primo riquadro quello alla vostra destra nonché il primo che si scorge salendo la stretta via che conduce dalla chiesa al palazzo.

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Come possiamo vedere il primo riquadro rappresenta una donna a cavallo che cerca di fuggire da un cavaliere ritratto in secondo piano. La scena è tratta dal primo canto dell’Orlando Furioso nel quale Angelica cerca di fuggire ai propri pretendenti, in questo caso da Rinaldo “che a piè venia verso di lei”

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Nel secondo riquadro una scena di lotta tra due cavalieri e l’interpretazione è stata resa possibile dal fatto che uno è senza elmo e dunque lo si è potuto ricondurre alla figura di Ferraù che nel poema, nel gesto di bere fa cadere il proprio elmo nell’acqua. Sullo sfondo scorgiamo ancora una volta Angelica in fuga

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Nel terzo riquadro ancora una volta vediamo un combattimento, questa volta a cavallo, nel quale, il cavaliere vincitore, come possiamo notare è rappresentato con tratti spiccatamente femminili sicuramente più delicati rispetto a quelli del suo avversario che presenta invece dei folti baffi. Ci troviamo di fronte a Sacripante che disarciona l’avversario Bradamante.

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Gli ultimi tre affreschi della facciata si svolgono nel secondo canto. Come possiamo notare, nel quarto riquadro è rappresentata ancora una scena di lotta nel quale il cavaliere e il suo prode destriero Baiardo scacciano con forza l’avversario mentre sullo sfondo vediamo altre due figure a cavallo che sono Angelica, che incontra l’eremita il quale, per salvarla ancora una volta dai pretendenti invoca un valletto rappresentato tra le fronde degli alberi.

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Il penultimo riquadro è caratterizzato invece da una figura centrale nella quale si riconosce Bradamante che erra trascinando il proprio cavallo. Con un po’ di difficoltà possiamo scorgere tra le fronde degli alberi un cavaliere che incede tacito solerte e pensoso e triste per aver perso la propria amata. Un altro particolare molto interessante è quello dell’alta rupe dalla quale si può scorgere l’Ippogrifo che fugge dalla propria dimora con il mago Atlante.

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Questi due protagonisti li ritroviamo anche nell’ultima scena affrescata dove Pinabello, riconosciuta l’acerrima nemica Bradamante, cerca di spingerla con un grosso ramo all’interno di una grotta. Quel che è interessante e che mi ha permesso di rivalutare l’intero ciclo è un particolare ora difficilmente visibile. Bradamante, in tutte le scene che troviamo in quest’ordine, è affrescata con un particolare molto interessante sullo sbuffo della manica, una testa leonina, un particolare che ha permesso una nuova identificazione e una nuova lettura.

Intervento di Giampaolo Angelini, docente all’università degli studi di Pavia

Il percorso conoscitivo di palazzo Valenti si è spostato a questo punto nel cortile interno che dà sui giardini dove, prima della visita guidata vera e propria all’interno delle varie stanze è stato possibile ascoltare un excursus dei principali personaggi e delle principali vicende legate alla storia di questa dimora, intervallati dagli intermezzi musicali del quartetto di fiati della filarmonica di Talamona. Il primo racconto ascoltato, una volta passati dalla pesante porta di ferro alla sinistra della facciata per chi viene da fuori è stato quello di Giampaolo Angelini, che ha dato inizio alla sua trattazione con una serie di ringraziamenti, in particolar modo alla signora Adriana Valenti-Airoldi “che negli ultimi decenni è stata l’anima di questa casa”.

Ci troviamo di fronte ad una dimora che è legata dal punto di vista storico-artistico in modo particolare al secolo XVI quando è stata decorata la grande facciata che dà sulla via Valenti. Però l’immagine che noi oggi abbiamo di questa dimora è un’immagine prevalentemente ottocentesca e delle vicende dei protagonisti che hanno animato questa casa dall’Ottocento in poi ci dirà meglio Simona Duca nel corso del suo intervento, in particolar modo del rilevante ruolo sociale dell’ingegner Clemente Valenti che ha dato il nome alla via che passa da questa casa. Ora però vorrei parlare brevemente di un aspetto della storia della famiglia Valenti a Talamona. I Valenti arrivano in questa dimora nei primi decenni dell’Ottocento lasciando una casa che ora ancora si trova all’inizio della via Torre che non è stata restaurata, ma che conserva il nome Valenti scritto a sanguigna sull’intonaco sopra il portone che in origine aveva anche un battente bronzeo a serpentello, simile a quello che si vede nel portale di questa casa. I Valenti arrivano in questa dimora perché, in particolar modo Giovanni Battista Valenti, il cui ritratto è esposto in casa, acquisiscono i beni degli Spini, un’antica famiglia originaria di Tartano che si è insediata a Talamona alla fine del Cinquecento e il cui coinvolgimento nella commissione della facciata non è ancora oggi ben chiaro, però la si può identificare come la famiglia legata alla storia di questa casa dal Cinquecento all’Ottocento, quando poi subentrano i Valenti in un momento che per la famiglia è significativo di affermazione sociale ed economica proprio attraverso questo passaggio di proprietà comprensiva di beni fondiari e immobili degli Spini un’importante famiglia esponente dell’aristocrazia locale. Un passaggio di proprietà che per i Valenti significa anche l’assunzione del notabilato di Talamona. Quasi da subito, almeno a partire all’incirca da Ciriaco e da Tommaso Valenti tutti gli esponenti della famiglia sviluppano un forte attaccamento alla memoria collettiva del paese un interessamento per la tutela del patrimonio artistico. Un interesse che ben si esprime attraverso la figura di Clemente Valenti, ingegnere che ha legato il suo nome alla fondazione della latteria e a varie iniziative sociali, ma anche agli scavi archeologici che hanno interessato l’area dell’attuale cimitero che viene costruito in quegli anni proprio su progetto dell’ingegner Valenti che disegna tra l’altro il modello del portale d’ingresso un po’ arcaico e poi si interessa personalmente degli scavi nel momento in cui emergono importanti rinvenimenti archeologici oggi conservati al museo civico di Sondrio perché Clemente Valenti ha segnalato a suo tempo questi ritrovamenti alle autorità provinciali in particolar modo al comitato archeologico e così facendo ne evita la dispersione. Un lavoro di non poca importanza non comune tra i notabili dell’epoca che quando si trovano di fronte a reperti che riemergono dal passato li disperdono oppure li acquisiscono per collezioni private. In questo caso invece Clemente Valenti si adopera affinchè questi reperti, testimonianza più antica della storia talamonese, divengano di pubblico interesse. Lo zio di Clemente, Tommaso, diventa arciprete di Bormio, nel 1842. Fervente patriota, (il patriottismo è un leitmotiv della famiglia Valenti) viene ricordato soprattutto per due motivi. Innanzitutto perché è dalla sua figura che sono cominciati i primi studi relativi alla storia di questa casa e i primi contatti con la signora Adriana, ma anche perché Tommaso è stato autore, nel 1881, degli SCHIZZI ARCHEOLOGICI SUL BORMIESE, il primo studio sistematico del patrimonio artistico della contea di Bormio, un testo ancora oggi di imprescindibile riferimento per la conoscenza di opere e di un territorio che poi il turismo e le successive edificazioni hanno profondamente segnato. Studi che comprendono non soltanto l’archeologia, ma tutto quanto concerne il patrimonio architettonico e artistico di quel territorio risalente all’età medievale. Dopo Tommaso Valenti altri suoi eredi sono consapevoli di essere in qualche modo tutori di un patrimonio collettivo che altrimenti sarebbe andato perso tenendo conto che la comunità talamonese si deve occupare anche di altri problemi, la sopravvivenza, la povertà, il lavoro e questo avrebbe probabilmente fatto dimenticare l’aspetto culturale. Un’altra figura molto importante nella storia della casa e della famiglia è Giovanni Battista che nel 1937-38 pubblica, sull’allora bollettino storico valtellinese, la prima notizia relativa agli statuti cinquecenteschi di Talamona, anche questo un fatto significativo di divulgazione e conservazione del patrimonio. Dopo Giovanni Battista a raccogliere questa eredità è stata la signora Adriana la quale, a partire dai suoi primi articoli sul bollettino storico valtellinese, di cui alcuni dedicati a Francesca Scannagatta, figura singolarissima di donna soldato di età napoleonica, aveva avviato una sorta di scandaglio degli archivi familiari sulla figura dei suoi antenati più importanti che sono stati citati. La sua attività ha ben incarnato questo percorso familiare di memoria collettiva attività lasciata come testimone anche agli attuali discendenti. In quest’opera di tutela delle memorie collettive i Valenti non furono soli perché in connessione con loro ha operato, sul doppio fronte delle attività sociali e della tutela del patrimonio artistico anche Giovanni Gavazzeni, conosciuto soprattutto come pittore ritrattista di soggetti sacri, autore anche della lunetta datata 1907 che si può vedere vicino all’ingresso e che proviene dalla cappella cimiteriale dei Valenti. Una lunetta che testimonia i rapporti tra Gavazzeni e la famiglia Valenti, anche di vicinato perché la casa del Gavazzeni stava nei pressi di quello che oggi è il palazzo Bertolini, ma che allora si chiamava casa Mazzoni e che è un’altra dimora storica importante del rinascimento valtellinese. Giovanni Gavazzeni, negli anni Ottanta-Novanta dell’Ottocento si prodiga su vari fronti, ad esempio quello della tutela dell’acqua potabile a Talamona e poi invita da Milano Vittorio Grubissì, un pittore divisionista mecenate e amico di Segantini, lo invita a visitare il suo studio e Grubissì arriva nel 1891 e di questa visita scriverà un resoconto dettagliato che descrive molto bene com’era Talamona a quei tempi, l’enorme distanza tra la stazione e il centro abitato con praticamente in mezzo il nulla, l’ora tarda, l’accoglienza richiesta nelle locande in attesa che Gavazzeni lo accogliesse nella sua dimora. L’attenzione di Grubissì non si concentra tanto sulle opere pittoriche del collega Gavazzeni, quanto sulla denuncia riguardo allo sfruttamento dell’acqua potabile a Talamona. Pubblica sul bollettino storico valtellinese il ritratto di un povero di Talamona, un ritratto fotografico, importante documento socio-etnografico. Gavazzeni inoltre tramite un suo scritto denuncia l’intenzione del prete di demolire la vecchia chiesa per costruirne una più ampia. Lo scritto, pubblicato nel 1894, si intitola VANDALISMO termine indicativo del carattere di Gavazzeni, una denuncia rimasta lettera morta, perché di li a trent’anni nel 1920 l’ampliamento della chiesa è stato fatto Don Cusini ha dato l’avvio ai lavori e in quell’occasione alcuni dipinti confluirono nella nuova costruzione mentre altri vennero dispersi. Nel 1900 Gavazzeni pubblica una serie di articoli in collaborazione col poeta morbegnese Guglielmo Felice Damiani che parlano dell’arte e della storia della Valtellina. Nove tappe e dunque l’intenzione non era quella di produrre un testo di studio quanto una descrizione della bassa Valtellina indirizzata ad un ampio pubblico perché, LA VALTELLINA, il giornale su cui questi articoli erano pubblicati, era un periodico molto letto all’epoca. Curiosamente in questi articoli non si fa cenno alla facciata di casa Valenti ed è a partire da questo periodo che gli affreschi conoscono un lungo oblio che termina solo nel 2001-2002 quando riprenderanno gli studi sulla facciata e in particolare sarà pubblicato da Adriana Valenti il primo studio a riguardo sul bollettino storico valtellinese. Non è ben chiaro il motivo per cui Gavazzeni non ha citato gli affreschi visto e considerato che inoltre ci passava di fronte tutti i giorni però in compenso cita altri dipinti. Uno si trova tutt’ora in via Coseggio di mezzo all’inizio della via raffigurante la Madonna col bambino e i santi Gerolamo e Giorgio, un dipinto cinquecentesco. L’altro dipinto citato con cui Gavazzeni chiude la sua descrizione di Talamona è una Madonna col bambino e i santi che si trova sempre in contrada Coseggio. Dipinti entrambi ricollegati alla scuola di Gaudenzio Ferrari e alle sue ramificazioni valtellinesi. Un dipinto, il secondo che ora non si può più vedere, perché negli anni Settanta, il proprietario di quel terreno lo privatizzò staccandolo dalla sua sede originaria. Una testimonianza di questo dipinto rimane oggi nella fotografia di Federico Zeri di Bologna una foto che Gavazzeni descrisse permettendoci così di conoscere un tassello del nostro patrimonio di cui si sarebbe altrimenti persa memoria. Tutto questo discorso per fare capire il senso del concetto di valorizzazione che non significa dare un valore, bensì riconoscere il valore che già le cose, i luoghi eccetera recano in sé. Un compito questo che non appartiene solo alle amministrazioni pubbliche e ai privati cittadini, ma al complesso della collettività. Iniziative come queste possono essere occasione di felici collaborazioni tra questi vari aspetti della vita talamonese.

Intervento di Simona Duca ex assessore alla cultura e docente di Storia all’Istituto Comprensivo Giovanni Gavazzeni, nonché esperta di Storia Locale

Simona Duca ha voluto cominciare il suo intervento con un ricordo personale della signora Adriana Valenti che ha conosciuto in tenera età, le ha regalato un libro (che Simona Duca ha mostrato commossa al pubblico) e l’ha spronata ad essere curiosa fino ad arrivare poi alla strettissima collaborazione nell’ambito del recupero delle memorie cui si è avuto già modo di accennare.

Questo palazzo è in primo luogo un’abitazione. Se prendiamo i documenti, a partire dal 1822, la descrizione di questa casa inizia con “abitazione civile in via Pianteina n°54”. Sottolineo in particolar modo la dicitura abitazione civile, questo perché, lo abbiamo visto dalla facciata rinascimentale, qui diventa ottocentesca e da questi dettagli capiamo come la storia di questa casa abbia percorso il tempo. Non c’è un elemento caratteristico unico. Ci sono invece tanti piccoli particolari che ci fanno capire che questa abitazione è stata vissuta. Questa casa ha visto la Storia, ha fatto la Storia, ma chi ha vissuto qua dentro prima di essere un personaggio è stato una persona. Tanti sono diventati personaggi storici sia fra gli Spini che tra i Valenti, ma tutti qua dentro per prima cosa sono state delle persone che hanno voluto condividere con tutti, in particolare con il territorio di Talamona, le bellezze e le ricchezze di questa casa e la spinta a migliorare, sicuramente dal punto di vista culturale, ma poi anche dal punto di vista sociale ed economico. Il primo personaggio che incontriamo e che ha probabilmente anch’egli calpestato questi luoghi, diversi all’epoca rispetto a come li vediamo adesso è Giovanbattista Spini che si può considerare un po’ il primo proprietario, il quale ha voluto lasciare la sua firma, che troviamo addirittura sui ferri da stiro, un segno che attesta come questa abitazione sia rappresentativa di cultura, ma anche di vita quotidiana. Facendo un salto temporale verso la fine del Settecento incontriamo don Celestino Spini che sposerà donna Francesca Scannagatta un po’ la Lady Oscar valtellinese. Persone che hanno vissuto la loro vita, l’hanno trasformata in Storia e ora ce la regalano. Dal 1822 fino alla metà del secolo la famiglia Valenti andrà a soppiantare la famiglia Spini. In particolare iniziando ad acquisire i beni degli Spini da Cosio fino ad arrivare a Tartano perché così vasti erano i possedimenti di questa ricca e nobile famiglia. Ecco dunque come nel nostro percorso storico si passa poi a Ciriaco Valenti e infine a Clemente. A questo proposito per dimostrare come questa casa parli da sola e come sia intrisa di sentimenti e di forti legami familiari intercorsi tra i suoi abitanti anche col territorio che li circondava ho qui una lettera di Ciriaco al figlio Clemente scritta quando quest’ultimo, negli anni Sessanta dell’Ottocento, periodo in cui era studente di ingegneria, ma anche periodo del Risorgimento e dei suoi fermenti, seguendo le orme dell’amico Giovanni Gavazzeni molla gli studi e va a combattere. Gavazzeni era partito nel 1859, Clemente Valenti parte nel 1866. Ed è proprio a questo periodo che risale questa lettera. Clemente Valenti era partito per la guerra senza avvisare nessuno a casa. i suoi familiari lo scopriranno dopo. Il padre manderà la missiva seguente (ne riporto ora il testo ndr)

 

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 Qui c’è tutto l’amore di un padre che sa che il figlio è in pericolo però lo sostiene. Tra le persone che sapevano che fine avesse fatto Clemente, c’era zio Tommaso, arciprete, ma un po’ sopra le righe, anziché trattenere il nipote a casa gli aveva detto “vai e fai fuori tutti gli austriaci”. La famiglia Valenti ci teneva davvero molto affinchè l’aspetto risorgimentale emergesse in una vita nuova per Talamona e per l’Italia che potesse davvero iniziare. Una volta tornato da soldato e terminati gli studi Clemente Valenti si è dedicato anima e corpo alla sua comunità, affinchè Talamona cambi volto. Talamona in questo momento storico è un paese rurale, un paese che da pochi anni è entrato a far parte dell’Italia unita, del Regno d’Italia, ma, così come tutto il resto dell’Italia, ha bisogno di unirsi e di creare davvero la nazione. Clemente Valenti si è prodigato in questo senso in tutti i modi possibili. Ha svolto la funzione di sindaco di Talamona, è stato vicepresidente del comizio agrario di Sondrio, si è interessato praticamente di tutto, in particolare insieme a personaggi come Luigi Torelli ha capito che questa casa poteva essere il trampolino di lancio per il miglioramento di tutta la società valtellinese. Ora qui noi vediamo questo luogo come abitazione, ma bisogna tener presente che questa abitazione ha attorno tutta una serie di strutture. Oltre la casa c’era in questa zona dei giardini, quella che per molti anni è stata la filanda. Questa casa era dunque già aperta alla realtà di Talamona, si interessava alla vita della comunità. Dare la possibilità alla gente di lavorare e commerciare i propri prodotti col comasco era già un passo in avanti, ma la carta vincente sarà nel 1879-1880 l’apertura della prima latteria sociale fortemente voluta da Clemente Valenti che ne ha allestito la prima sede nella zona delle cantine del palazzo e poi dai primi anni Novanta al pianterreno di quella che allora era casa Gavazzeni dove sorge tutt’ora. Una latteria dove non ci si limitava a far stare tutti insieme contadini e allevatori per produrre i loro formaggi. Clemente Valenti prendendo contatti anche con scuole di Lodi e Reggio Emilia ne volle fare un luogo d’eccellenza che divenne un punto di riferimento per tutte le latterie valtellinesi e in un certo senso anche di tutta Italia. Basti pensare che il regolamento scritto da Clemente Valenti è stato utilizzato anche a Eboli. Nel 1883 la latteria diventa anche scuola-regio osservatorio di caseificio da cui sono passati i migliori produttori di formaggio e burro per quelli che noi oggi chiameremmo stage o tirocini da cui poi i più bravi passavano in Svizzera per terminare gli studi. Dunque questa casa è stata il punto di partenza di un miglioramento sociale, economico e anche in un certo senso culturale perché, per diventare casari, gli aspiranti dovevano innanzitutto saper leggere e scrivere per tenere i registri, per apprendere tecniche più moderne che andavano studiate eccetera. Non per niente la sede della latteria è stata anche una delle prime sedi della scuola di Talamona, punto di riferimento nazionale anche per l’istruzione, aperta anche alle ragazze dal 1884. Clemente Valenti si rendeva conto dell’importanza dell’istruzione per le donne, che poi diventavano madri e trasmettevano ai figli cio che avevano appreso. Questa casa diventa in qualche modo anche la casa di tutte queste fanciulle studentesse (mentre i maschi trovavano alloggio nei dintorni), perché bisogna considerare che gli apprendisti provenivano da ogni parte d’Italia, qualcuno anche dalla Sardegna e dunque qui studiavano e anche vivevano per tutto il periodo dei loro studi. Una casa aperta a tutti dunque, fondata su legami d’affetto perché tutti coloro che l’hanno abitata, hanno voluto regalare a tutti quelli che sono passati di qua una parte della bellezza della casa, ma soprattutto l’invito a migliorare per far migliorare la vita di tutti e l’intero territorio.

Visita guidata e degustazione

Dopo il suo discorso all’esterno della casa Simona Duca ne ha proseguito alcuni aspetti durante la visita che ha guidato nelle stanze all’interno dove non è stato possibile effettuare riprese o scattare foto. Il seguente resoconto della visita guidata è un mio racconto personale basato nella prima parte su appunti presi con lo smartphone e poi su riprese audio annerite coprendo gli strumenti di ripresa con la mano. Sarà un racconto che contrariamente alle mie intenzioni risulterà scarno di descrizioni.

Essendo proibite infatti le riprese o le fotografie all’interno ne ho ragionevolmente dedotto che lo sia anche la divulgazione di descrizioni degli interni della casa. Mi limiterò dunque all’essenziale ricalcando, in questo senso, le parole di Simona Duca.

Dal cortile interno che dà sui giardini si entra in una cucina piccola, ma riccamente arredata attraverso una porta ottocentesca molto piccola in quanto probabilmente risalente all’epoca medievale, quando la casa era una struttura fortificata. In quei secoli Talamona veniva chiamato il paese delle torri. Pare che ce ne fossero moltissime, tutte torri di avvistamento, delle quali ora sopravvive solo quella che dà il nome alla via. Gli ambienti sono molto bui al loro interno, perlomeno in questa stanza, nonostante un’ampia finestra che sta alla sinistra della porta d’ingresso per chi viene da fuori e accanto alla quale troneggia un ampio camino che occupa gran parte dello spazio. Simona ha raccontato che la posizione del camino è stata voluta apposta in questo modo, perché d’inverno l’angolo camino finestra diventava angolo lettura. Le porte interne, tramite le quali si accede alle stanze attigue, sono di fattura rinascimentale, sia le porte che le ante della cucina. Il modello, racconta ancora Simona è fiorentino che fu oggetto di contesa tra due grandi artisti di quella città Brunelleschi (famoso per il cupolone) e Ghiberti (che pare, insistesse a operare seguendo ancora criteri medievali non apprezzando le novità introdotte per l’appunto da Brunelleschi e altri). Il discorso che faceva Simona sulla casa come scrigno di storia, ma nel contempo anche di vita quotidiana è ben espresso in questa stanza dove si trovano oggetti di uso quotidiano (come stoviglie da cucina in rame che occupano quasi tutta una parete, la parete sinistra per chi viene da fuori) ma anche collezioni di famiglia che sono dei veri brandelli di Storia. Berretti dell’epoca garibaldina e della Grande  Guerra nonché sciabole appartenute a Celestino Spini che fu combattente tra le file di Napoleone, dove si distinse per la grande umanità dimostrata in un contesto sostanzialmente di crudeltà dimostrato dalle truppe francesi e fu proprio in quell’occasione che conobbe la sua futura moglie, Francesca Scannagatta, combattente tra le file austriache. Una storia davvero molto interessante che Simona ha raccontato brevemente lasciando intendere che c’è molto più da sapere e che lei sa perché ha letto tutti i dettagli della faccenda negli archivi. In poche parole Francesca Scannagatta apparteneva ad una famiglia nobile di Milano, capitale del Lombardo-Veneto a quel tempo territorio austriaco cosa che faceva di lei un’antinapoleonica convinta. Era una personalità sopra le righe, mi pare d’aver capito, lontanissima dallo stereotipo della classica dama da salotto, amante delle armi e dell’equitazione, si faceva chiamare con un nome maschile Franz (se volessimo trovare un paragone storico più famoso, questo potrebbe essere la scrittrice francese George Sand il cui vero nome completo ora mi sfugge, ricordo solo Aurore, se non sbaglio). Franz aveva un fratello che invece delle armi e soprattutto di essere chiamato alle armi pare non fosse entusiasta e così quando arriva il momento di combattere Napoleone che fa il bello e il cattivo tempo in tutta Europa chi parte? Ovviamente Franz che, tenendo ben nascosta la sua identità di donna e dimostrando non poco valore sul campo di battaglia arriva a fregiarsi del grado di tenente. Qui il racconto di Simona diventa più vago. A un certo punto, non si capisce bene perché, Franz Scannagatta deve essere visitata da un medico che così scopre il suo piccolo segreto. Viene congedata dall’esercito, mantenendo tutti i suoi gradi e ricevendo persino una pensione. Come incontra Celestino Spini e come accade che un napoleonico e un’austriaca si innamorino si sposino e poi lei venga a vivere qui non si sa, Simona non ha raccontato dettagliatamente questa parte (o può essere che mi sia sfuggita?) e soprattutto come l’hanno presa le famiglie? Su questa storia ci si potrebbe scrivere un romanzo sopra, fare un film una telenovela… non nascondo quanto la cosa mi intrighi e come ad un certo punto mi sono messa ad osservare la casa con l’occhio di chi vorrebbe allestirvi un set cinematografico. Un film sulla casa Valenti sulla sua storia e i suoi abitanti girato nei suoi interni ancora così densi di storia sarebbe un film alla Luchino Visconti e non ci potrebbe essere modo migliore per valorizzare questo patrimonio. Ma ora torniamo al nostro racconto, a questa stanza che grazie a tutti questi cimeli riesce ad attraversare un arco di tempo piuttosto lungo dal Cinquecento alla Grande Guerra più o meno, cimeli tra cui ci sono anche cartine per avvolgere i proiettili, un ritratto di Garibaldi non autentico che però riporta una firma autentica del medesimo e ricordi del pittore Giovanni Gavazzeni. Lui e Clemente Valenti furono molto amici, dopotutto avevano un anno di differenza (Gavazzeni è nato nel 1841, Valenti nel 1842). I ricordi di Gavazzeni (sostanzialmente suoi dipinti autentici) più che qui si trovano in un’altra stanza, un piccolo salottino. Ogni villa o palazzo nobiliare che si rispetti ha la sua sala degli intrattenimenti. Per Casa Valenti questo salottino è la stanza degli intrattenimenti dove tra l’altro si faceva della musica come in ogni salotto nobiliare che si rispetti. E giusto per onorare la tradizione, è qui che il quartetto di fiati della filarmonica ha onorato gli astanti con un altro intermezzo musicale che va ad aggiungersi a quelli già eseguiti sotto la facciata e nel cortile interno che dà sui giardini “vorrei far notare che stanno suonando di fianco a un forte piano” ha detto Simona la quale, mentre si era appena entrati nel cucinino e stavano entrando anche i suonatori per preparare l’esibizione ha osservato “parlando del Valenti mi è sfuggita una cosa importante. È stato anche il fondatore della filarmonica”. Nel salottino si trova inoltre un’ulteriore testimonianza dei forti legami intercorsi tra gli abitanti della casa e l’intera comunità: in una vetrinetta si trovano statuine di un presepe (con particolare e giustificato orgoglio Simona ha indicato in particolar modo la Madonna restaurata da suo padre) che i Valenti avevano l’abitudine di allestire all’aperto in modo che tutti lo potessero visitare. Chissà che non sia nata così in questa casa la tradizione dei presepi di Talamona che ancora oggi ci caratterizza (come ha osservato Simona). In un angolo di questo salotto fa sentire la sua presenza anche lo zio Tommaso essendoci li posizionati oggetti di sua proprietà. “non si può non notare l’odore di questa casa, l’odore della Storia” ha fatto notare Simona. Io però non avrei avuto bisogno in realtà di questo appunto. In ogni dimora specie di una certa età l’odore è sempre la prima cosa che mi colpisce anche inconsciamente. Dal salottino degli intrattenimenti attraverso un piccolo corridoio si passa alla sala soggiorno con elementi della nostra epoca moderna incastonati tra mobili in stile forse impero o forse Luigi XVI, non che mi intenda di mobili in realtà. Bisogna ricordare che questa casa è tutt’oggi un’abitazione, non è una casa museo e questa zona soggiorno è la prima che si incontra salendo dal piano di sotto, sovrastata dallo stemma della famiglia Valenti, una stanza rappresentativa di tutta la casa l’ha definita Simona “con elementi religiosi e artistici di diverse epoche che però in una casa abitata dove sono stati voluti appositamente assumono oltre al valore artistico, quello affettivo dei ricordi, degli oggetti quotidiani che raccontano il vissuto”. Particolarmente interessanti si sono rivelati i manici degli ombrelli dalle forme fantasiose indicative proprio dello status nobiliare, segno di distinzione di una famiglia che ha segnato la storia di Talamona, ma ha lasciato la sua impronta anche nella grande Storia, ma che non si è mai distaccata emotivamente dalla popolazione. Questo non era un luogo dove si intrattenevano tra loro dei nobili, ma era un luogo per la gente ed è una cifra stilistica che non tutte le abitazioni nobiliari possono vantare. Essendo poi che Clemente Valenti ha fondato la filarmonica c’era la tradizione che ogni anno nei giardini si tenesse un piccolo concerto ad uso e consumo della famiglia e che i casari regalassero i loro prodotti a ricordo dell’operato di Clemente Valenti. Un altro particolare interessante di questa stanza sono le decorazioni alle pareti e la soffittatura a cassettoni sui quali si possono ancora osservare residui di dipinti a motivo floreale e frutti. Per l’ultima parte della visita guidata è stato necessario fare il percorso a ritroso, ritornare fuori nel cortile interno che dà sui giardini passando da una porta sovrastata dalla lunetta dipinta da Giovanni Gavazzeni e dalla porta che da sulle cantine purtroppo chiuse. “il portone che dà sull’ingresso non è originale” ha raccontato Simona “quello originale doveva essere molto più spesso perché aveva funzioni difensive. L’apertura originale era a ponte levatoio. Da questo ingresso si passava coi cavalli e le carrozze, i carri dei rifornimenti, la porta di servizio in un certo senso”. A questo punto la visita è tornata al punto di partenza, la facciata “della facciata mi piace ricordare un dettaglio” ha detto Simona. Il dettaglio da notare è osservabile mettendosi agli estremi della facciata e ha a che fare con la sua particolare prospettiva che rende merito agli affreschi, costruiti come una scenografia teatrale. “In qualsiasi punto ci si posiziona gli affreschi appaiono come delle cartoline” ha spiegato Simona “e sono un dettaglio talmente spiccato da impedire a occhio di farsi un’idea sulla reale prospettiva della casa, come se fosse un enorme telone dietro cui non c’è niente. Un gioco di prospettiva che non permette di comprendere la profondità e che esalta quella che dovrebbe essere la parte migliore della casa e che sicuramente lo era nelle intenzioni di chi questa facciata l’ha voluta. Un effetto creato perché la parete che sembra piatta e invece è leggermente concava (un po’ come le colonne del Partenone ad Atene, costruite leggermente storte di modo che da lontano sembrassero dritte ndr)”. Sotto la facciata c’è una porta che sembrerebbe esattamente al centro, ma in realtà non lo è, un effetto che deve dare un’illusione di perfetta simmetria a chi giunge dalla strada. Ed è nella stanza su cui dà quella porta che si è concluso il giro turistico. Una porta su cui spicca uno splendido batacchio originale di altri tempi a forma di serpente. Questa stanza in realtà è la prima che accoglie il visitatore e si caratterizza per la frescura nei mesi estivi. È in questa stanza e nella cantina attigua che è stata creata la prima sede della latteria. Ora qui spiccano delle foto degli affreschi e di scorci di Talamona con la villa com’è ora e com’era negli anni Venti, una foto che permette di notare la casa vecchia dei Valenti nei pressi della Torre. Su un’altra parete spicca una foto di Giuseppe Piazzi il mitico astronomo scopritore dell’asteroide Cerere, imparentato con la famiglia Valenti tramite una cugina entrata diventata Valenti per matrimonio. La cantina attigua purtroppo è rimasta chiusa al pubblico, ma Simona ha raccontato che vi si può trovare un testo del CINQUE MAGGIO trascritto a mano da Clemente Valenti, accanto ad un ritratto di Napoleone. Da questa visita emerge il ritratto di una dimora capace di parlare a chi sa ascoltarla, una dimora pervasa da un’atmosfera intima che ha saputo però anche aprirsi all’esterno. Una dimostrazione di questa apertura sta nella stanza che si trova proprio di fronte entrando in questa sorta di anticamera. Li è stato allestito lo spazio per la degustazione. Bresaola, bisciola, ricotta e due tipi di formaggio, bitto e semigrasso, un classico di tutti i rinfreschi legati ad eventi del genere. Non resta solo che farsi un ultimo giro. Ora l’atmosfera è quella di un ricevimento. Tutti sono ansiosi di scambiarsi impressioni riguardo a cio che hanno visto e sentito. Nei giardini i bambini giocano a rincorrersi e io mi immagino scene di altri tempi, dame fasciate in bustini stretti e gonne ampie che passeggiano scambiandosi confidenze riparandosi con ventagli e ombrellini, amori clandestini, baci nascosti tra il verde e magari anche qualche dramma chissà. Mi viene in mente che questi luoghi sono lo scenario perfetto per un romanzo sospeso tra lo stile deleddiano e quello dei cosiddetti feulietton. Ci dovrei passare un po’ di tempo e magari trovo qualche ispirazione più dettagliata. Infondo al vialetto dei giardini c’è pure una porta chiusa in stile giardino segreto sopra tre gradini che chissà quanti e quali misteri custodisce.  Per ora questa casa e le sue storie non mi sono ancora pienamente accessibili, chissà se avrò mai modo di approfondire tutto quel che ho ascoltato oggi. Di certo non accadrà ora e dunque mi avvio verso l’uscita, mentre il quartetto di fiati ancora suona. Lo sentirò ancora a una certa distanza sulla via di casa.

 

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LA SALA DELLO ZODIACO, Mantova

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La sala dello Zodiaco o del Falconetto (il pittore e architetto Giovanni Maria Falconetto, Verona 1468 – Padova 1535), è il vertice artistico del Museo. Non si conosce né il nome dell’artista né del committente, né il tempo dei lavori né l’uso della sala. Il primo ad occuparsi di questi affreschi fu Corrado Ricci, che datò le pitture tra il 1525/30, eseguite da artisti influenzati da Lorenzo Costa il Vecchio e da Giulio Romano. Il primo studio organico sull’intero ciclo zodiacale è di Paola Moretta e risale al 1918 ed apparve sulla “Rivista d’Arte”. La Moretta attribuiva anch’ella l’opera alla scuola di Lorenzo Costa il Vecchio. L’impresa di individuare il committente degli affreschi fu già affrontata anche da Ercolano Marani. Lo studioso mantovano, partendo dalle parole del Vasari, secondo il quale il Falconetto lavorava a Mantova per il signor Luigi Gonzaga concentrando la propria attenzione sul misterioso personaggio in abito nero e copricapo nero, con tre chiavi strette nella mano sinistra, appoggiato al pluteo del segno del Cancro, ipoteticamente propose dapprima il nome di Benedetto Tosabezzi, proprietario della casa. Quindi lo stesso Marani, scartato ragionevolmente il nome di Luigi Gonzaga della linea di Corrado, si dichiarò incline a ravvisare il Luigi Gonzaga citato dal Vasari in Luigi (o Luigi Alessandro) di Rodolfo Gonzaga, la cui dimora sorgeva tuttavia nella contrada del Grifone ed era costituita dal fabbricato che oggi ospita l’Archivio di Stato e dalla torre dei Gambulini. Luigi aveva ricevuto l’edificio in eredità dal padre Rodolfo e nel primo periodo della sua esistenza lo aveva eletto a sua residenza abituale, chiamando ad abbellirlo il pittore e architetto veronese Giovan Maria Falconetto. Oggi è invece universalmente condivisa almeno l’attribuzione dei dipinti al Falconetto proposta nel 1931 dal Fiocco, che datò l’opera attorno al 1520. Circa la datazione dei dipinti riteniamo di aver stabilito il “terminus post quem”, avendo osservato nel 1984 che due personaggi (uno nel Gemelli e l’altro nell’Acquario) sono stati tratti dall’incisione di Luca di Leida, “La conversione di san Paolo” del 1509. La sala misura misura m 9.70 x 15.40 x 6.30 e presenta le quattro pareti adorne dei segni zodiacali, uno su ciascuno dei lati brevi, cinque su entrambi quelli lunghi, così che i segni opposti si affrontano fra loro: ad Ariete si oppone Libra, a Toro Scorpione, a Gemelli Sagittario, a Cancro Capricorno, a Leone Acquario, a Vergine Pesci. Purtroppo la Libra è stata nascosta da un camino addossato alla parete forse nel XVII sec., ma la raffigurazione che decora la fronte della cappa, ripete probabilmente quella originaria perduta. Al soffitto a cassettoni lignei è ancora infisso il robusto anello di ferro che reggeva il perduto lampadario. Intorno, lungo le pareti, sono cassapanche di epoche diverse, e a destra del tavolo posto di fronte al camino assieme ad alcune sedie è un esempio seicentesco di cassaforte dal complicato meccanismo di chiusura. Aggiungiamo che al centro delle arcate la chiave di volta è costituita da una protome (gorgòneion, ossia una testa di Gorgone, con due serpentelli sporgenti sotto il collo, complicato di due ali, nell’Ariete, o affiancata da due uccelli; testa taurina; maschera teatrale virile comica; testa di Giove Ammone; aquila) che si ripete specularmente nel segno opposto. Inoltre alcuni motivi decorativi dei finti pilastri si ritrovano simili, ad esempio, a Verona, nel portale di via Carlo Cattaneo, 6. Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Le diverse immagini zodiacali, che trovano il modello diretto nell’affresco attribuito al Pinturicchio del palazzo di Domenico della Rovere a Roma (di cui rimangono pochi lacerti), sono state formulate secondo un criterio che si ripete in modo simile nei vari segni. Perlopiù in primo piano la rappresentazione delle diverse attività dei mesi e sullo sfondo un mito classico o una pagina di storia antica, e un’architettura di epoca romana o bizantina. A sinistra o a destra del segno, che campeggia sulle nubi del cielo sotto la chiave di volta delle arcate, un personaggio([Giove in Ariete, Toro, Gemelli, Leone, Vergine, Sagittario, Capricorno; Giunone in Cancro e Scorpione; Giove (?) in Pesci) sporge da sopra l’uno o l’altro dei capitelli per collocare l’animale o altra figura in cielo e farne segno astrale: particolare scomparso nella Libra e assente nell’Acquario, sostituito dal volo di Ganimede verso il cielo sull’aquila di Giove. Le raffigurazioni dei mesi dovettero essere desunte da quelle dei citati affreschi romani, la cui fonte letteraria, da noi individuata e ormai accettata, fu il romanzo bizantino del XII sec. di Eustathios (o Eumathios) Makrembolites, “Ismine e Isminia”.

 

 

(nelle immagini: alcuni segni zodiacali)

Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Procedendo dalla parete dell’ Ariete (parete settentrionale) verso destra si riconoscono i seguenti miti:
(click sulle foto per ingrandimento)

01 – Pan ebbro e sonnolento portato dai putti e da un satiro.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della prima finestra.

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02 – Giove, mutatosi in toro, rapisce Europa.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra dell’Ariete.

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03 – Il mito di Meleagro (le Parche: Cloto, Lachesi e Atropo, l’una soprintendente alla nascita, l’altra alla vita, la terza alla morte degli uomini) e il piccolo Meleagro con la madre Altea che esibisce il tizzone spento dal quale dipendeva la vita del figlio.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della seconda finestra.

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04 – Èneo liba agli dèi dell’Olimpo (ma dimenticandosi di Diana) assieme al figlio Meleagro e alla moglie Altea.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Toro.

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05 – Meleagro uccide il cinghiale calidonio (a quella caccia parteciparono anche i Dioscuri, che cavalcano sullo sfondo), la cui pelle egli avrebbe donato ad Atalanta; sul lato sinistro è raffigurata Diana.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Cancro.

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06 – Altea brucia il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro, reo di averle ucciso i fratelli Ideo, Plesippo e Linceo, che volevano sottrarre ad Atalanta la pelle del cinghiale.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra dei Gemelli.

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07 – Meleagro morente.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra della Vergine.

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08 – Altea getta nel fuoco il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Leone.

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09 – Latona tra i figli Diana e Apollo.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della prima finestra.

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10 – Apollo saetta sul monte Sipilo i figli di Niobe, madre di dodici (sei femmine e sei maschi) o di quattordici figli (sette maschi e sette femmine), ma il numero varia, che s’era vantata d’essere più prolifica di Latona, madre di soli due figli.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della Libra.

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11 – Atteone, cacciatore mutato in cervo per aver visto Diana e le compagne al bagno, e sbranato dai suoi stessi cani.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della seconda finestra.

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12 – Una figura muliebre (derivata dalla statua della Ninfa “alla spina” conservata agli Uffizi), offre un cinghialetto a Venere assisa sul delfino (fraintendimento, secondo lo Schweikhart, del mito di Polifemo che offre un orsetto a Galatea).
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dello Scorpione.

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13 – Cerere o Demetra in cerca della figlia Prosepina rapita da Plutone mentre coglieva fiori sull’Etna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Sagittario.

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14 – Plutone rapisce Proserpina, figlia di Cerere.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Capricorno.

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15 – Il trionfo di Bacco e Arianna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dell’Acquario.

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16 – Apollo con la lira, Marsia legato all’albero, condannato ad essere spellato perché sconfitto dal nume di Parnaso nella gara musicale, e Olimpo, discepolo di Apollo, ma anche ritenuto ora padre ora, ma più spesso, figlio di Marsia, che pianse e seppellì il padre morto.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dei Pesci.

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studio e ricerca a cura di Lucica Bianchi

fonte: sito ufficiale del Museo D’Arco, Mantova

INVITO AL MUSEO – Casa Museo Lodovico Pogliaghi

 

La vita e le opere di Lodovico Pogliaghi

 

Pogliaghi

Lodovico Pogliaghi (Milano 1857 – Varese 1950) nacque nel gennaio 1857 a Milano dall’ingegnere ferroviario Giuseppe Pogliaghi e da Luigia Merli, entrambi appartenenti a ricche e distinte famiglie borghesi milanesi. Frequentò il Liceo Parini di Milano per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove fu suo professore Giuseppe Bertini (Milano 1825 – Milano 1898).

 

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Fantasia, facilità di esecuzione, ordine e profonda dedizione caratterizzano l’opera del pittore, scultore, architetto e scenografo Pogliaghi. Ai dipinti giovanili a carattere religioso e storico – nonché al restauro e alla decorazione di nobili dimore – affiancò presto la produzione scultorea, ambito che più gli riuscì congeniale. Si applicò con grande finezza ed eleganza anche alla grafica, alla glittica, all’oreficeria e all’arte vetraria. Fu insegnante d’ornato a Brera dal 1891 e fece parte dei più importanti consessi artistici.

La sua prima commissione di rilievo fu il dipinto raffigurante la Madonna fra Santi (1878) per la chiesa parrocchiale di Solzago (CO), cui seguì la Natività della Vergine per la chiesa di San Donnino a Como nel 1885. Nel 1886 iniziò un nuovo progetto artistico che vide la pubblicazione delle Illustrazioni per la Storia d’Italiaedite dalla Casa Treves di Milano. Negli stessi anni cominciò un tirocinio sotto la direzione di Giuseppe Bertini, durante il quale collaborò all’arredamento del Museo Poldi Pezzoli e alla decorazione di Palazzo Turati a Milano.

Delle sue opere di decorazione occorre citare le pitture compiute nel salone centrale del Castello del Valentino a Torino, i cartoni per i mosaici delle lunette del Famedio milanese (1887) e della cappella mortuaria di Giuseppe Verdi e i complessi lavori eseguiti nella Cappella Cybo del Duomo di Genova. Scultore particolarmente prolifico, a lui si debbono il sepolcro di Quintino Sella a Oropa (1892), il Crocifisso per l’altar maggiore del Duomo di Milano (1926), il gruppo colossale della Concordia nel monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, il tabernacolo di bronzo nella Basilica di San Vittore a Varese (1929), la tomba di Camillo e Arrigo Boito a Milano (1927), il sepolcro di Ludovico Antonio Muratori a Modena (1930), le porte del tabernacolo, un Crocifisso in argento e sei statue di bronzo per l’altar maggiore del Duomo di Pisa.

 

 

Tabernacolo San Vittore

Tabernacolo San Vittore

 

La sua opera più famosa è di certo la porta centrale del Duomo di Milano, alla quale lavorò alacremente dal 1894 al 1908 dalla sua casa al Sacro Monte di Varese, dove si conserva ancora il gesso originale.

 

 

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Porta Duomo di Milano

Porta Duomo di Milano

 

Lavoratore instancabile, univa una facile ispirazione a una eccezionale preparazione tecnica e culturale, una volontà tenace a una resistenza formidabile, una scrupolosa acutezza di esecuzione a un’estrema rapidità di creazione. Il suo percorso artistico è stato permeato da un’intransigente fedeltà alla tradizione e da una rigida disciplina accademica. Dibattuto tra gli ultimi aneliti del tardo Romanticismo e qualche timida apertura alla sensualità Liberty, Pogliaghi resterà sostanzialmente escluso dai movimenti rivoluzionari e dalle avanguardie che tra fine Ottocento e la metà del Novecento cambiarono completamente il volto dell’arte europea. Egli fu artista nel senso rinascimentale del termine, dedito com’era al costante affinamento virtuosistico delle sue abilità tecniche ed espressive.

Alla sua produzione artistica affiancò un’intensa ed eclettica attività collezionistica. La sua passione per antichità e bizarrerie lo portò a rendere la sua abitazione al Sacro Monte di Varese uno splendido scrigno di tesori, una preziosa Wunderkammer tardo ottocentesca. Qui si spense all’età di 93 anni, ancora nel pieno della sua attività artistica e collezionistica.

 

La Casa Museo

Lavorando al restauro delle cappelle del Sacro Monte di Varese, Pogliaghi rimase stregato – come molti prima di lui – dalla tranquillità e dalla bellezza di questi luoghi. A partire dal 1885 decise di acquistare vari terreni attigui sui quali iniziò a costruire la villa alla quale lavorò quotidianamente e alacremente fino alla morte, sopraggiunta nel 1950. Concepì l’abitazione come un laboratorio-museo dedicato al ritiro, allo studio e all’esposizione del frutto della sua passione collezionistica. L’edificio, progettato dallo stesso Pogliaghi, riflette il gusto ecclettico dell’epoca e l’interesse del proprietario verso tutte le forme d’arte, con sale ispirate ai diversi stili architettonici e un giardino all’italiana costellato di antichità e oggetti curiosi.

 

Casa Museo Pogliaghi-ingresso

Casa Museo Pogliaghi-ingresso

La villa, donata da Pogliaghi alla Santa Sede nel 1937 e oggi di proprietà della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, è stata aperta come museo dal 1974 e sino agli anni ‘90 del Novecento e ha riaperto al pubblico nel maggio del 2014.

 

Ingresso Giardino Museo

Ingresso Giardino Museo

 

L’allestimento, progettato per la nuova apertura, propone di avvicinarsi il più possibile all’allestimento degli anni ’50 del Novecento, conservando l’originale e personalissima disposizione degli arredi e delle opere dello stesso Pogliaghi.

 

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IL PERCORSO ESPOSITIVO

 

 

 

 

 

Sala della Madonna

La sala d’ingresso della casa museo è detta Sala della Madonna o Sala delle Collezioni per via dell’intenzione di Pogliaghi di esporvi i pezzi più preziosi e rappresentativi della sua collezione. L’allestimento, la scelta dei pezzi, la decorazione pittorica e le stesse vetrine sono state concepite e realizzate da Pogliaghi stesso.

La selezione degli oggetti esposti può essere considerata una sorta di campionario non solo delle passioni collezionistiche dell’eclettico artista, ma anche della storia dell’arte e dell’archeologia in generale. Sono infatti presentate opere dei più diversi materiali (terracotta, oro, argento, avorio, porcellana, carta, tessuto prezioso…) e provenienti dai più diversificati contesti storici, artistici e geografici. Tra i pezzi più significativi si segnalano un Cristo in croce dello scultore fiammingo Giambologna, una Madonna col bambino tedesca in legno policromo datata all’inizio del Cinquecento, vetri delle manifatture medicee e veneziane, statue e oggetti votivi orientali.

Sala del Telamone

Questa piccola stanza che congiunge l’ingresso con la Biblioteca di Lodovico Pogliaghi è anch’essa caratterizzata dall’eclettismo e dalla grande eterogeneità dei materiali esposti: un forziere settecentesco, una Madonna lignea umbra di XIV secolo e un telamone padano di XII secolo.

Biblioteca

Originariamente contente preziosi incunaboli, pergamene, autografi e cinquecentine, oggi la biblioteca di Lodovico Pogliaghi è stata trasferita presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano – ente proprietario della casa museo e della collezione – che ne garantisce la corretta conservazione e accessibilità. La rimozione delle scaffalature, scomparse già dalla prima apertura al pubblico, ha permesso di dare maggiore visibilità alla decorazione progettata e realizzata dallo stesso Pogliaghi. Benché i lavori siano rimasti incompiuti, è chiaro l’intento di rendere l’atmosfera di uno studiolo rinascimentale toscano. La stanza è oggi utilizzata per esporre una parte della produzione di medaglie e placchette commemorative di Pogliaghi. Noto e apprezzato incisore, Pogliaghi ha difatti lavorato a moltissimi soggetti richiesti dalle più diversificate committenze.

La biblioteca ospita inoltre un prezioso tavolo intarsiato d’avorio, uno splendido bozzetto in terracotta dellaSanta Bibiana (1624-1626) di Gian Lorenzo Bernini e alcuni degli oli su tavola della sua collezione, tra cui unaMadonna del latte (XVI secolo) del piemontese Defendente Ferrari.

Sala Rossa

La Sala Rossa o Salone prende il nome dagli splendidi damaschi settecenteschi cremisi che Pogliaghi utilizza come tappezzeria e alla cui sommità colloca un fregio decorativo da lui realizzato con putti alati, dall’effetto fortemente tridimensionale, che reggono ghirlande e tondi figurati. Sempre settecentesche sono le preziose specchiere e i lampadari in vetro di Murano, esemplificativi della grande passione di Pogliaghi per i vetri antichi. Domina la sala un grande vaso cinese tardo Ming incorniciato e sorretto dalla montatura bronzea del Pogliaghi.

Dal Salone si accede al piacevolissimo balcone – dominato da una riproduzione del tripode realizzato dallo scultore per l’interno del mausoleo canoviano a Possagno – dal quale è possibile godere di un meraviglioso colpo d’occhio sulla vallata e i laghi. Ad incorniciare il balcone due vetrine di ceramiche e porcellane occidentali e orientali. Sono rappresentate molte manifatture italiane (Faenza, Lodi, Bassano del Grappa, Laveno) e straniere (Cina, Giappone, Meissen, Compagnia delle Indie). Spiccano infine alcune opere pittoriche, tra cui: una tavoletta con Cristo portacroce del pittore lombardo seicentesco Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, una tela con un Nano deforme da Pogliaghi attribuito (erroneamente) a Caravaggio e una Madonna con bambino attualmente considerata di Giambattista Tiepolo.

Galleria dorata

Dopo aver attraversato un piccolo ambiente di congiunzione decorato da Pogliaghi con tessuti antichi e pietre lavorate, si accede alla Galleria dorata che si configura come una sorta di modellino in scala 1:4 di un’importante commissione che Pogliaghi ricevette da oltre i confini nazionali. Si tratta infatti di un progetto in gesso, stucco dorato e specchi del bagno per la reggia del terz’ultimo Scià di Persia da realizzarsi in oro zecchino in dimensioni quattro volte maggiori. Lo Scià per ringraziare Pogliaghi del progetto gli regalò le caleidoscopiche lastre di alabastro che dominano la finestra della stanza e, probabilmente grazie alla sua intercessione, Pogliaghi riuscì ad acquisire nella sua collezione i sue rari sarcofagi egizi datati tra 900 e 700 a.C. che spiccano nell’ambiente. Da segnalare sono infine la Testa virile da Pogliaghi attribuita allo scultore rinascimentale Tullio Lombardo, ma forse riferibile alla statuaria romana del periodo aureliano, e il modelletto bronzeo del Giambologna per l’Ercole e Nesso della Loggia della Signoria a Firenze.

Atelier

Dalla Galleria dorata si accede direttamente al grande studio dell’artista, utilizzato da Pogliaghi e dai suoi aiuti per lavorare alle imponenti commissioni che hanno caratterizzato la sua attività. Qui sono riuniti modellini e riproduzioni eseguite da Pogliaghi stesso delle sue opere più importanti. In particolare si segnalano gli Angeliporta-cero eseguiti per l’altare maggiore della Chiesa Primiziale di Pisa, un bozzetto per la Pietà della Cappella espiatoria di Monza, i Profeti per la Basilica del Santo a Padova, il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria di Roma e alcune imposte bronzee per la porta centrale della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Domina la sala la maggiore commissione ricevuta da Pogliaghi che lo assorbirà completamente tra 1894 e 1908: la porta centrale del Duomo di Milano. Incorniciato dalla splendida scalinata in marmo di Candoglia, il modello in gesso in scala 1:1 sorprende e affascina il visitatore con la sua prorompente e scenografica teatralità. Le formelle in gesso – dopo aver subito il processo di fusione a cera persa per ottenere l’opera finale in bronzo – sono state assemblate, rilavorate, incerate e in parte colorate dall’artista per ottenere una personale riproduzione dell’opera. Così come il Duomo milanese, la porta è dedicata alla Madonna e propone sul battente di sinistra i misteri dolorosi della storia di Maria e su quello di destra i misteri gaudiosi. I due battenti sono sormontati da elemento fisso nel quale spicca l’incoronazione della Madonna assunta in cielo da Cristo tra angeli e santi significativi per la città di Milano.

All’interno dell’ambiente compaiono anche delle opere della collazione dell’artista, in particolare si segnalano le due tele del pittore genovese Alessandro Magnasco, attivo tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, e due modellini di grandi scultori italiani dell’Ottocento e del Novecento: Giuseppe Grandi e Francesco Messina.

Esedra

All’interno di questo ambiente che si ispira chiaramente al Pantheon romano, Pogliaghi raduna gran parte della sua collezione antica, tra cui troviamo esempi di arte egizia, etrusca, greca, romana e rinascimentale. Molti pezzi sono modificati, ricomposti e assemblati da Pogliaghi in pastiche tipici del gusto eclettico ottocentesco.

All’interno delle vetrine raduna ceramiche e altri materiali archeologici di varia provenienza.

 

Le collezioni

Nell’arco di sessant’anni Pogliaghi raccolse nella sua abitazione al Sacro Monte di Varese una prestigiosa e consistente collezione di opere d’arte. Questa comprendente preziosi reperti archeologici egizi, etruschi e di epoca greco-romana (ceramica, sarcofagi, statuaria, glittica, vetri), pitture e sculture databili tra il Rinascimento e l’epoca barocca (tra cui pregiate statue lignee del XV e XVI secolo, un bozzetto di Bernini, due modellini del Giambologna e tele di Procaccini, Magnasco e Morazzone), una ricca collezione di tessuti antichi europei e asiatici (eccezionale la collezione di tappeti orientali), pregiati arredi storici, curiosità e oggetti bizzarri da tutto il mondo. Accanto alla sua collezione – allestita con gusto personale e ottocentesco tendente all’horror vacui – la villa conserva bozzetti, gessi, disegni e materiali di lavoro di Pogliaghi, tra cui gli splendidi gessi originali della porta maggiore del Duomo di Milano, recuperati dopo la fusione a cera persa e riassemblati e rilavorati dallo stesso Pogliaghi. Parte della collezione, con un allestimento museale, è visibile – su richiesta – negli ambienti, restaurati e nuovamente allestiti nel 2005, del Rustico della Casa Museo Lodovico Pogliaghi.

 

In totale la villa ospita più di 1500 opere tra dipinti, sculture e arti applicate e circa 580 oggetti archeologici.

 

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Entra nel Museo

 

 

 

 

Collegamenti esterni:

 

(studio a cura di Lucica Bianchi)

BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA

“La Biblioteca Apostolica Vaticana è dotata di un abbondante e prezioso, anzi inestimabile patrimonio librario, per metterlo a disposizione degli studiosi, nelle diverse fasi della consultazione, della lettura, del riscontro e della sintesi conclusiva”.
Papa Paolo VI nel Discorso nel V centenario della Biblioteca Apostolica Vaticana

La documentazione storica attesta l’esistenza nel IV secolo di uno Scrinium, che doveva essere sia la biblioteca sia l’archivio della Chiesa latina, mentre un documento del 784 (sotto il pontificato di Adriano I) parla del bibliothecarius Teofilatto. Lo Scrinium papale andò comunque disperso nel XIII secolo e le successive raccolte librarie, di cui esiste un inventario realizzato durante il papato di Bonifacio VIII (1294-1303), subirono gravi perdite dopo la sua morte in seguito ai continui spostamenti,a Perugia prima, poi ad Assisi e infine ad Avignone. In Francia, Giovanni XXII (1316-1334) avviò una nuova biblioteca, in parte confluita nel Seicento in quella della famiglia Borghese e ritornata con questa nel 1891 alla Santa Sede.Fu l’umanista e bibliofilo Tomaso Parentucelli (papa dal 1447 al 1455 con il nome di Niccolò V) il primo a concepire l’idea di una biblioteca moderna, realizzando una consistente raccolta di antichi codici e liberalizzandone nel 1451 la consultazione a studiosi ed eruditi in una sala al pianterreno del Vaticano annessa al cosiddetto Cortile dei pappagalli. Passata dai 350 codici della biblioteca avignonese ai 1200 registrati alla morte di Niccolò V, quella collezione costituì il primo nucleo della futura biblioteca.L’istituzione ufficiale della Biblioteca apostolica vaticana risale a papa Sisto IV e alla bolla Ad decorem militantis Ecclesiae del 15 giugno 1475. Subito dopo, il 18 giugno, ebbe inizio l’attività del suo primo gubernator et custos: il precettore umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina dal suo paese natale Piadena, da cui dipendevano tre collaboratori e un legatore. La nuova biblioteca raccolse i manoscritti, i codici, i fondi, le raccolte di Sisto IV e dei suoi predecessori: 2500 opere (divenute 3500 sei anni dopo), distribuite in quattro sale (la Bibliotheca Latina e la Bibliotheca Graeca per i testi nelle rispettive lingue, la Bibliotheca Secreta per quelli esclusi dalla consultazione e dal prestito esterno, la Bibliotheca Pontificia che fungeva da archivio) decorate con un ciclo di pitture realizzate da Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e dai fratelli Domenico e David Ghirlandaio.

 

Lucica Bianchi

 

 

 

Oltre 4.000 antichi manoscritti appartenenti alla biblioteca Apostolica Vaticana a portata di click.

NTT DATA Corporation, fornitore di soluzioni IT a livello mondiale, ha annunciato la realizzazione di un nuovo applicativo per la navigazione e la consultazione dell’archivio digitale online della Biblioteca Apostolica Vaticana, raggiungibile a questo indirizzo. Le immagini, in alta definizione, saranno visualizzabili attraverso uno speciale visore sviluppato da NTT DATA grazie alla tecnologia proprietaria per l’archiviazione digitale AMLAD™. Questo visore, dotato di interfacce per diverse tipologie di dispositivi tra cui i tablet, renderà accessibili a livello globale le immagini nitide di questi manoscritti unici al mondo.

 

CONSERVAZIONE DIGITALE – NTT DATA è stata scelta dalla Biblioteca Apostolica Vaticana per partecipare ai suoi progetti di conservazione digitale. Il progetto è stato lanciato il 20 marzo 2014, quando i due partner hanno firmato un contratto iniziale di quattro anni per la digitalizzazione di circa 3.000 documenti entro il 2018. Inoltre, utilizzando la tecnologia AMLAD™, NTT DATA ha creato l’infrastruttura necessaria per l’archiviazione a lungo termine, la preservazione e la visualizzazione degli esemplari in formato digitale. Attualmente, NTT DATA sta ottimizzando la propria tecnologia di gestione dei metadati con l’obiettivo di sviluppare – entro la fine dell’anno – una funzione di ricerca efficace per l’archivio digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana. “Siamo entusiasti di ammirare questi antichi manoscritti in formato digitale ad alta risoluzione, oggi resi prontamente e ampliamente accessibili agli utenti di tutto il mondo”, ha commentato Toshio Iwamoto, Presidente e CEO di NTT DATA. “Continueremo a mettere a disposizione le nostre soluzioni IT per il progresso della ricerca in diverse discipline accademiche e soddisfare la curiosità delle persone per questi manoscritti unici”.

 

FAR CONOSCERE I TESORI DELL’UMANITA’ – “Abbiamo accolto volentieri la collaborazione di NTT DATA per favorire l’ulteriore sviluppo del progetto di digitalizzazione dei nostri manoscritti utilizzando le tecnologie innovative sviluppate da NTT DATA”, ha spiegato Monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. “In questo modo sviluppiamo ulteriormente la nostra missione di rendere sempre meglio conosciuti e approfonditi i tesori dell’umanità qui conservati, in uno vivo spirito di universalità: l’universalità del sapere e l’universalità delle collaborazioni e intese con istituzioni e società di ogni angolo del mondo”. Il nuovo sistema di archiviazione digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana potrà essere consultato anche attraverso il portale allestito da Digita Vaticana, fondazione affiliata alla Biblioteca che si propone di raccogliere fondi per sostenere i progetti di conservazione della Biblioteca.

LA BIBLIOTECA ”DEI PAPI” – La Biblioteca Apostolica Vaticana, la “biblioteca dei Papi”, è situata nella Città del Vaticano. Fondata da Papa Niccolò V Parentucelli (1447-1455) nell’antico palazzo quattrocentesco dei Papi, verso la fine del Cinquecento è stata trasferita nel Salone Sistino, voluto da papa Sisto V Peretti (1585-1590) al piano superiore di un nuovo edificio costruito a delimitare a nord il Cortile del Belvedere. La sede attuale, dal pontificato di Leone XIII Pecci (1878-1903) sino a oggi, comprende anche altri edifici contigui nei quali la Biblioteca ha dovuto espandersi per poter ospitare le ulteriori acquisizioni e donazioni dei suoi cinquecento sessant’anni di storia. Ricca di 82.000 manoscritti, di 100.000 unità archivistiche, di un milione e 600.000 libri a stampa (di cui 8.700 incunaboli), 400.000 tra monete e medaglie, 100.000 tra stampe, disegni e matrici e 150.000 fotografie, la Biblioteca conserva una documentazione immensa della storia e del pensiero dell’umanità, della letteratura e dell’arte, della matematica e della scienza, del diritto e della medicina, dai primi secoli dell’era cristiana sino ai nostri giorni, nelle più svariate lingue e culture dall’estremo oriente all’occidente dell’America precolombiana e un fondo umanistico di straordinaria ricchezza.

 

 

 

 

 

 

CASTELLO DI SAMMEZZANO

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Il CASTELLO DI SAMMEZZANO, Leccio,comune di Reggello, a circa trenta chilometri da Firenze. Un capolavoro che nei secoli ha visto il passaggio, al suo interno, di Carlo Magno, della famiglia fiorentina dei Gualtierotti, dei Medici, degli Ximenes d’Aragona e dei Panciatichi. Sembra che il Castello di Sammezzano abbia ospitato al suo interno, nel 780, Carlo Magno accompagnato dalla moglie e dal figlio ma anche il Re Umberto I. Molti secoli più tardi l’edificio passò in mano alla famiglia fiorentina dei Gualtierotti fino al 1488. Successivamente passò tra le proprietà di Bindo Altoviti e tra quelle di Giovanni de’ Medici. Nel 1564 il Granduca Cosimo I creò la cosidetta bandita di Sammezzano, un vasto territorio corrispondente a gran parte dell’attuale territorio del comune di Reggello, all’interno del quale era proibito pescare o cacciare senza permessi. Cosimo I lo donò poi al figlio Ferdinando, futuro Granduca. Nel 1605 il castello di Sammezzano fu acquistato dagli Ximenes d’Aragona e passò poi in eredità nel 1816 ai Panciatichi. L’aspetto attuale del Castello, lo si deve a Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, nella duplice veste di committente ed architetto che, dal 1853 donò all’edificio lo stile moresco. Infatti la facciata ricorda molto il Taj Mahal e all’interno, le sale decorate da stucchi, sono ispirate all’Alhambra di Granada. Anche la Casa Guardia situata nel parco di Sammezzano, è stata progettata sempre dal Panciatichi mantenendo lo stile del castello.All’interno del castello sono presenti 365 sale, una per ogni giorno dell’anno. Tra le sale troviamo la Sala Bianca, la Galleria fra la Sala degli Specchi e l’ottagono del Fumoir, la Sala dei Pavoni, dei Gigli, delle Stalattiti, dei Bacili spagnoli, degli Amanti e anche una piccola cappella. In questi spazi, concatenati e ampi, si nascondono nicchie, angoli e aperture. E ancora finestre, colonne e percorsi labirintici. Ma anche capitelli, archi, volte a ventaglio e cupole. Ogni stanza è diversa dall’altra, nessuna si ripete e mostra la propria originalità.

 

 

 

Lucica Bianchi

PALAZZO D’INVERNO, RUSSIA

Il Palazzo d’Inverno, o Zimnij Dvorec fu costruito tra il 1754 e il 1762, come prima residenza dello Zar. La facciata, rivolta alla piazza è lunga all’incirca 500 metri(rendendolo il palazzo reale più lungo al mondo).

 

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Il Palazzo d’Inverno visto dalla piazza antistante.

La costruzione, tipico esempio dell’arte barocca, e’ stata modificata ben quattro volte, l’ultima modifica è’ stata apportata dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli e completata nel 1762. Il palazzo, dipinto di bianco e verde, possiede 1786 stanze e ben 1945 finestre.Questa struttura nel corso della storia della Russia ha sempre rivestito una notevole importanza si pensi all’ottobre del 1917 quando cadde nelle mani dei rivoluzionari. Dopo la rivoluzione d’ottobre il museo che era ospitato all’interno del palazzo fu notevolmente esteso, ed oggi l’Hermitage rappresenta una delle più famose collezioni d’arte a livello mondiale. Il Palazzo d’Inverno e’ stata la residenza invernale di tutti gli zar e le zarine da Pietro il Grande in avanti, per non parlare della corte e dei 1500 servitori. Il primo zar che abito’ la struttura attuale fu Pietro III, che viveva con la sua amante, Elisabetta Vorontsova, nell’ala sud-est del secondo piano, mentre la moglie, la futura Caterina la Grande, risiedeva sul lato opposto del cortile.

 

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Pietro I detto il Grande che ideò la città di San Pietroburgo come sua nuova capitale e che ivi pose il primo complesso di quello che sarebbe poi divenuto il Palazzo d’Inverno che oggi possiamo ammirare.

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Caterina II, Zarina di tutte le Russie

Quando Caterina ascese al trono, rinnovo’ le stanze di Pietro e vi si insedio’, assegnando al suo amante, Grigorij Orlov, le stanze direttamente sottostanti alle sue. Decenni più tardi, l’imperatrice verrà trovata morta proprio sul pavimento della stanza da letto. Nonostante l’ampia gamma di appartamenti fra cui poteva scegliere, Nicola I decise di stabilirsi in una piccola sala da pranzo, arredata con austerità militaresca, dove era solito anche intrattenersi con la sua amante e dove alla fine mori’ di influenza nel bel mezzo della guerra di Crimea. AI contrario, la moglie Alessandra non bado’ a spese nell’abbellimento della sua sala, il Salotto di Malachite, in verde smeraldo e oro. Anche Alessandro II scelse di risiedere in un angolo remoto del palazzo, arredato secondo la semplice moda borghese del tempo. Nicola II abitò negli appartamenti sopra il Salotto di Malachite fino al 1904, anno in cui a seguito della crescente rivolta popolare, la famiglia imperiale fu costretta a ritirarsi a Tsarskoe Selo. Allo scoppio della prima guerra mondiale, lo zar si impegnoò di fronte a 5.000 persone nella Sala di San Giorgio del palazzo a non firmare alcuna pace finché il nemico non si trovava nel territorio nemico. Durante la guerra le grandi sale di rappresentanza del secondo piano furono occupate a lungo da un ospedale per invalidi istituito dalla zarina. Nel luglio del 1917 il governo provvisorio si stabilizzò nel Palazzo d’Inverno proprio nelle stanze dove un tempo viveva la zarina. I ministri si riunivano nel Salotto di Malachite, e nelle prime ore del 26 ottobre furono arrestati dai bolscevichi in una sala da pranzo adiacente. Nel 1922 quasi tutto il palazzo era stato ceduto per ospitare la collezione d’arte dell’Hermitage, mentre un’altra parte fu occupata fra le due guerre dal Museo della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre.

 

 

 

Lucica Bianchi