LA GUERRA DEGLI SPECCHI

 

Nel 1665, a Murano, in una notte piovosa di maggio, tre uomini stanno parlando a bassa voce nell’ombra di un sotoportego.Non appena sono sicuri che nessuno li segua, fanno cenno a un gondoliere che si accosta silenziosamente e li trasporta verso una barca ormeggiata più lontano. Tutto si svolge così rapidamente che gli agenti del Consiglio dei Dieci, incaricati della sorveglianza dell’isola, non si accorgono di nulla. Solo all’indomani, all’alba, gli sbirri della Serenissima cominceranno a dare la caccia ai tre in un inseguimento che da Ferrara li condurrà a Torino e a Lione, senza mai riuscire a fermarli. Qualche giorno dopo, i tre fuggiaschi raggiungeranno Parigi. Ma chi saranno mai quei misteriosi personaggi? Il loro compito non era facile: sono stati incaricati dal potente Ministro delle Finanze di Luigi XIV, Jean Baptiste Colbert,di condurre a Parigi un piccolo gruppo di vetrai veneziani reclutati a Murano.I francesi stanno rubando il segreto più prezioso di Venezia: la fabbricazione degli specchi! Nell’ottobre del 1665 verrà creata a Parigi la Manufacture Royale des Glaces, destinata a diventare la Manifattura di Saint Gobain e, l’anno successivo, seguendo le istruzioni dei vetrai di Murano, verrà prodotto in Francia il primo specchio alla maniera veneziana.Dietro questa specie di guerra, combattuta senza esclusione di colpi, tra spie, fughe e veleni, ci sono i più irresistibili dei motivi: il denaro e il potere. Fino ad allora Venezia deteneva il monopolio della fabbricazione degli specchi in vetro rivestiti con un amalgama di mercurio e di stagno, gli unici che fossero limpidi e trasparenti come quelli di oggi. Li vendeva in tutta Europa, guadagnando cifre enormi. In Francia il prezzo medio di uno specchio veneziano equivaleva più o meno a tre anni di lavoro di un operaio e solo i più ricchi se li potevano permettere. Gli inventari riportano che uno specchio di Murano era valutato più di un dipinto di Raffaello e si diceva che non pochi fossero disposti a vendere terreni e proprietà, pur di possederne uno. Nel 1682, nella Reggia di Versailles venne inaugurata La Galerie des Glaces, la Galleria degli Specchi.

Lucica Bianchi

I GIOCATORI DI CARTE

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Paul Cezanne ,”Les joueurs de carte “( I giocatori di carte ) , 1892-1895, olio su tela, Courtauld Institute of Art , Londra

Frequentando i caffè, Paul Cézanne ha potuto assistere a diverse scene di giocatori di carte e a questo soggetto dedica diverse tele. Tuttavia, anche quando dipinge composizioni a più figure queste appaiono isolate. Non c’è il divertimento di chi sta giocando in compagnia né l’allegro vociare che accompagna le partite nei caffè. Le figure restano in silenzio, concentrate sulla mossa più opportuna per vincere la partita, ma la scena è sospesa come se la partita non dovesse mai proseguire. L’ambiente viene semplificato al massimo: lo sfondo è coperto di colore ma le pareti e le porte si riconoscono appena. Anche le figure sono costruite in modo grossolano e con una tavolozza di colori bassi: macchie arancioni, marroni, nere e qualche tocco di bianco lasciano solo intuire i volti, i cappelli calati sulla fronte, gli abiti spiegazzati.La sua tecnica pittorica è decisamente originale ed inconfondibile. Egli sovrapponeva i colori con spalmature successive, senza mai mischiarle. Per far ciò, aspettava che il primo strato di colore si asciugasse per poi intersecarlo con nuove spalmature di colore. Era un metodo molto lento e meticoloso, per certi versi simile a quello di Seurat e dei neoimpressionisti che accostavano infiniti e minuscoli puntini. Cezanne è, tuttavia, molto lontano dai risultati e dagli intenti dei puntinisti. Egli non ricercava una pittura scientifica, bensì poetica. La sua rimane però una pittura molto difficile da decifrare e spiegare. Ma basti il giudizio di Renoir che di lui disse: “Ma come fa? Non mette neanche due macchie di colore su una tela, senza fare una cosa eccezionale!”

Lucica Bianchi

DA ZERO A SEI ANNI

TALAMONA 11ottobre 2014 alla casa Uboldi impariamo a prenderci cura dei nostri figli

 

 

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IL PRIMO DI TRE INCONTRI FORMATIVI RIVOLTI A GENITORI EDUCATORI E CHIUNQUE DIMOSTRI INTERESSE PER L’ARGOMENTO

Ci troviamo ora in un momento molto particolare nella storia del nostro Paese. Il tasso di natalità sembra essere ai minimi storici tanto che anche i politici cominciano a fare inopportune inchieste sulla vita privata degli italiani per cercare di inquadrare il fenomeno. Ecco come in questo momento, la casa Uboldi con un tempismo perfetto, decide di promuovere, nella sua sede, tre incontri pensati come corsi di formazione, ma che sono in realtà momenti di riflessione sulla genitorialità, sul nostro rapporto con i figli e su come il ruolo dei genitori e il modo in cui viene svolto si riveli fondamentale per la loro crescita e di conseguenza su larga scala per il futuro dell’umanità perché, non bisogna dimenticare, i bambini di oggi sono gli adulti di domani, quelli che un domani vivranno nel Mondo, prenderanno decisioni importanti, lavoreranno e, in alcuni casi, faranno la Storia. Il primo incontro si è svolto oggi a partire dalle ore 15.30 ed è stato tenuto, così come lo saranno i due incontri successivi, da Maurizia Bertolini psicologa e psicoterapeuta che del suo lavoro dice di amare “soprattutto l’aspetto divulgativo per far comprendere ad un vasto pubblico l’incisività di queste tematiche nella vita quotidiana”. Di scena oggi la primissima infanzia, quella fascia di età che va dalla nascita all’ingresso nella scuola elementare e che è molto importante per la formazione del bambino al punto che molte cose (come il linguaggio, la stimolazione dei cinque sensi fondamentali, la postura eretta) se inibite in questa fascia d’età non possono essere più recuperate in seguito (emblematici i vari casi, documentati in varie parti del Mondo, di bambini selvatici ritrovati nelle foreste allevati dagli animali). Ed è dunque in questa fascia di età che il lavoro del genitore si rivela fondamentale. “bisogna tenere conto” ha spiegato la dottoressa Bertolini “che nel rapporto con i nostri figli, questo rapporto, questo insieme di cose che passano tra mio figlio e me è come se fosse un terzo personaggio. Non sono solo io e mio figlio, ma tutto cio che intercorre tra noi che quando il bambino è ancora piccolissimo ricade per la maggior parte su di me per poi arrivare alla relazione cinquanta e cinquanta che comincia nell’adolescenza e prosegue poi per tutta l’età adulta del figlio, un momento in cui anche i figli hanno a loro volta figli e può verificarsi un maggiore avvicinamento ai genitori oppure un definitivo allontanamento a seconda dei casi, della storia che ognuno ha alle spalle” ad ascoltare con attenzione erano presenti cinque mamme ciascuna con la sua storia, i suoi dubbi, le sue motivazioni d’interesse personale, ma tutte accomunate dal desiderio di tornarsene a casa da questo colloquio arricchite di qualche risorsa in più per essere madri migliori per i loro figli alcuni dei quali intrattenuti dai volontari al piano di sotto con animazioni e merenda. Gli argomenti fondamentali che sono stati trattati sono: il pianto e i capricci del bambino, come affrontare le sue paure i suoi dubbi, le sue curiosità, come accompagnarlo alla scoperta del Mondo anche e soprattutto di quelle questioni che anche per un adulto sono difficili da capire o da spiegare (ad esempio la morte, la sessualità, le notizie molto brutte che danno al telegiornale). Nello spiegare tutto questo, anche seguendo le personali domande poste dalle madri, la dottoressa Bertolini è stata sufficientemente esauriente. “il pianto” ha detto “è una normale espressione del bambino per comunicare in quanto non riesce a farlo in un altro modo. Capita anche alle persone adulte di manifestare rabbia e disappunto, non tutte le situazioni in cui ci troviamo ci fanno piacere e capita anche di avvertire delle mancanze, qualcosa che desideriamo tanto, ma non abbiamo. I bambini esprimono tutto questo col pianto e con quelli che vengono definiti capricci che altro non sono il modo dei bambini di comunicarci una loro frustrazione. Sta a noi genitori capire come possiamo venire incontro ai desideri dei nostri figli. Se il bambino cerca molto la presenza della mamma o comunque delle sue figure di riferimento o di attaccamento, nessuna linea di pensiero dice che cio è sbagliato, tutto questo fa parte anzi di quel processo di costruzione del rapporto di cui si parlava prima. Sta al genitore cercare di capire fino a che punto il capriccio è una legittima espressione di disagio ed eventualmente frenare eccessivi egocentrismi, eccessive affermazioni della propria individualità ad oltranza, a scapito degli altri, una cosa che si rivelerà ancor più fondamentale negli anni dell’adolescenza quando il figlio cerca il conflitto per diventare poi un individuo autonomo. Per gestire al meglio tutto questo un genitore deve innanzitutto lavorare molto bene su se stesso per poi essere sicuro di fare sempre la cosa giusta e non farsi manipolare da un figlio quando persegue scopi egoistici. Di certo cio che tutti, parenti e società devono fare è abbandonare lo stereotipo del figlio perfetto, quello che è sempre tranquillo, non si sveglia mai di notte, non fa mai capricci. Se davvero un figlio è davvero così inerte è in quel caso che bisogna preoccuparsi seriamente quando manca la naturale propensione ad esprimere le emozioni e in generale ad esprimersi, fare domande, manifestare paure o curiosità. Come bisogna comportarsi in queste situazioni? Bisogna tener conto che quella in cui l’uomo vive è una realtà complessa soprattutto nel nostro presente dove succedono molte cose in un arco di tempo breve dove si registrano continui mutamenti. Come dare ai nostri figli gli strumenti per muoversi nel mondo, come aiutarli quando ne avranno paura? Non si può non tener conto che un figlio non è solo di sua madre e che tutto il tessuto sociale e parentale ne influenza la crescita come sanno bene le società più arcaiche e come tutti sapevano bene una volta. Non si può non tener conto che la protezione ci deve essere, bisogna che i bambini sappiano riconoscere anche le negatività senza essere troppo esposti bisogna informare, ma senza generare effettive paure. Il male non può essere ignorato perché esiste e i figli crescendo devono essere in grado di affrontarlo nel modo giusto senza che gli si racconti verità manipolate o peggio bugie”.

Non c’è che dire decisamente molto su cui riflettere in attesa dei prossimi appuntamenti che saranno il 25 ottobre e il 15 novembre stesso posto stessa ora.

Antonella Alemanni

MOSAICO DELL’ESEDRA

 

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Il prefetto della Biblioteca Ambrosiana Giovanni Galbiati (1881-1966), negli anni 1930-31, in occasione del bimillenario virgiliano, fece realizzare nell’abside della Sala dell’Esedra un grande mosaico, opera dei pittori Carlo Bocca(1901-1997) e Giovanni Buffa(1871-1954) e del mosaicista Rodolfo Gregorini. Il mosaico riproduce fedelmente la celebre miniatura che Francesco Petrarca commissionò a Simone Martini come tavola di apertura del manoscritto contenente le opere di Virgilio e che il Petrarca teneva come libro prezioso e quasi come diario personale, come dimostra il fatto che proprio sul primo foglio egli annotò il triste evento della morte di Laura.

Tale manoscritto è uno dei cimeli più preziosi conservati nella Biblioteca Ambrosiana e volutamente il prefetto Galbiati volle, nell’abside dell’Esedra, la riproduzione a mosaico della miniatura di Simone Martini perché tutti potessero conoscerla, non potendo ammirare l’originale.

Si tratta di un’allegoria: Virgilio è rappresentato nell’atto di comporre, mentre Servio, il commentatore medievale del poeta latino, con atto simbolico discosta il velo, come per indicare che attraverso i suoi commenti egli ha “svelato” i significati più profondi della poesia virgiliana. Attorno troviamo le tre figure allegoriche che rimandano alle tre opere principali di Virgilio: il pastore che allude alle Bucoliche, l’agricoltore che allude alle Georgiche e l’eroe in armi(Enea) che allude all’Eneide.

 

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Fonte: Guida alla Pinacoteca Ambrosiana, De Agostini, 2013

In architettura, un’esedra è un incavo semicircolare, sovrastato da una semi-cupola, posto spesso sulla facciata di un palazzo (ma usato come apertura in una parete interna). Il significato greco originale (un sedile all’esterno della porta) afferiva a una stanza che si apre su un portico, circondata tutt’intorno da banchi di pietra alti e ricurvi: un ambiente aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione filosofica. Un’esedra può anche risaltare da uno spazio vuoto ricurvo in un colonnato, magari con una sede semicircolare. L’esedra fu adottata dai Romani, per poi affermarsi in epoche storiche successive (a partire dall’architettura romanica e da quella bisantina)

IL LIBRO D’ORE DI LORENZO DE’ MEDICI

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Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ms. Ashburnam 1874

Con la dicitura ‘Libro d’Ore di Lorenzo de’ Medici’ si designa un prezioso manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, un breviario di devozione privata che il Signore della città – uno dei più rinomati mecenati del Rinascimento italiano – volle donare a una delle sue figlie in occasione delle nozze.
Il codice è uno dei cinque “libriccini delli offitii, di donna” (ossia piccoli Libri d’Ore a destinazione femminile) citati nell’inventario redatto nel 1492 alla morte di Lorenzo de’ Medici.
Già questa definizione,“di donna”, evoca qualcosa di piccolo e insieme prezioso come un gioiello, atto a essere sfogliato dalle dita delicate di una dama rinascimentale. Poco più grande di una moderna cartolina (misura infatti appena 10 x 15 cm), il codice Ashburnam 1874 (il codice assegnato al libro), si impone prima ancora di essere aperto per la sua straordinaria legatura in velluto viola, con borchie e cantonali in argento dorato filigranato, nei quali sono incastonati su ciascun piatto un grande lapislazzuli e quattro quarzi rosa.

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Tutto in questo codice parla di una origine e di una destinazione di prestigio: dalla legatura alla melodiosa scrittura, sino al raffinatissimo corredo di miniature attribuite a Francesco Rosselli, incisore, miniatore, cartografo e pittore, che insieme a Francesco di Antonio del Chierico fu il massimo esponente della scuola fiorentina. Ognuna delle 233 carte del manoscritto contiene almeno un elemento, un capolettera, un fregio che impreziosisce il testo, incastonato nella pagina secondo i canoni armonici più rigorosi dell’arte libraria.

Lucica Bianchi

CHIESA DI SAN MAURIZIO IN PONTE DI VALTELLINA

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Affresco di Bernardino Luini, raffigurante la Vergine con il Bambino e San Maurizio

Stupendo esempio di arte sacra rinascimentale valtellinese!

La chiesa parrocchiale di Ponte, eretta nel XIII secolo, fu ampliata una prima volta nel 1347 -come attesta una lapide posta all’entrata – e portata alle attuali dimensioni durante la metà del XV secolo. L’intitolazione a San Maurizio -molto rara e forse unica nella nostra diocesi -pare sia da attribuire alla famiglia Quadrio, stabilitasi nel borgo dopo l’abbandono di Como, a seguito delle vicende belliche che videro la città lariana contrapposta ai milanesi. Ne potrebbe essere conferma uno dei due stemmi scolpiti sui piedritti di un portale laterale: quello con tre cubi disposti a piramide rovesciata, è quello dei Quadrio; l’altro, che ricorda il vessillo crociato del Santo martire, è divenuto stemma del comune di Ponte.
La facciata principale e l’esterno

 

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Completata nel 1460, dopo l’ampliamento della chiesa, ad opera del maestro Jacopo Corti di Valsolda, la facciata esibisce un maestoso portale in marmo decorato con fregi a motivi vegetali e colonnina tortile; si conclude superiormente con una lunetta ad ogiva – con effigie del Santo -, che racchiude il bell’affresco cinquecentesco di Bernardino Luini, raffigurante la Vergine con il Bambino e San Maurizio.
Il portone ligneo è stato rifatto dall’artigiano locale Raffaele Galimberti nel 1886 sul modello di quello originale, di cui si conservano alcune tessere – prezioso e raro documento delle opere di intaglio del Quattrocento lombardo – presso il Museo parrocchiale.
Sulla facciata meridionale, oltre il portalino con gli stemmi, sono degni di nota la meridiana realizzata nel 1879 e il vasto affresco che raffigura San Cristoforo, ascrivibile ad un maestro del XVI secolo.
Ad est si eleva l’elegante torre campanaria, alleggerita dalle aperture monofore, bifore e trifore. Sugli spigoli sono visibili alcuni conci con incisioni arcaiche.

L’interno

La chiesa è a pianta basilicale, a tre navate, scandite da poderose colonne granitiche, ornate da capitelli scolpiti, che reggono archi a tutto sesto. Il fregio sovrastante, realizzato nel XIX secolo dal pittore Giuseppe Reina, è intervallato da tondi con volti di Santi, titolari di alcune delle numerose chiese della parrocchia. Il pulpito, realizzato nel 1611 dal maestro ebanista Baldassarre Heger, è pregevole opera di scultura, intaglio e intarsio: è adorno di statue poste entro nicchie e volti di cherubini; sulla faccia principale è collocata una tarsia raffigurante il Santo titolare con i compagni che rifiutano l’idolatria.

L’organo è pure rilevante, sia per la cassa lignea, riccamente scolpita e intagliata, attribuita a Baldassarre Heger, sia per la parte strumentale, opera seicentesca di Carlo Prati da Gera Lario.
Sul pavimento ricoperto da pesanti lastre di pietra si aprono, riconoscibili da iscrizioni, stemmi e date incise, le tombe dei fedeli e dei parroci di Ponte.
Il soffitto delle navate presenta ancora le originali capriate lignee.
Alle pareti laterali sono accostati artistici confessionali ed è esposta una Via Crucis settecentesca, inviata alla parrocchia dai “benefattori di Roma”, migranti che, lasciato il paese per l’Urbe, si riunivano in confraternite e, periodicamente, inviavano alla chiesa del borgo natio – segno di gratitudine e di nostalgia -offerte in denaro, suppellettili preziose o paramenti realizzati con ricchi tessuti.
L’altare di sinistra
La cappella è intitolata a Santa Elisabetta; il polittico affrescato sulla parete è opera di Giovanni Battista da Musso ed è stato realizzato nel 1501: al centro sta la Vergine con il Bambino, alla sua destra San Maurizio e Santa Maria Maddalena, alla sua sinistra San Nicola da Tolentino e un Santo Papa. La cornice in stucco fu realizzata nel XVII secolo per ospitare una tela con la Visita di Maria ad Elisabetta, ora esposta sulla parete meridionale della chiesa. Gli affreschi della volta sono opera del pittore valtellinese Giovanni Gavazzeni (1899). Presso l’altare si trova il fonte battesimale costituito da una vasca monolitica in marmo, scolpita nel 1585, coperta da un coprifonte ligneo intagliato, a foggia di tempietto a base ottagonale.
L’altare di destra
La cappella è intitolata alla Madonna delle Grazie e custodisce l’ancona di Giacomo del Maino, scolpita, dipinta e dorata nell’ultimo decennio del XV secolo.

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Sopra la predella con tondi di Profeti, l’ancona è ripartita in due ordini:in quello inferiore, scandito da candelabri, sei formelle narrano le Storie di San Gioacchino e Sant’Anna, mentre nella nicchia centrale è posta la Vergine; nell’ordine superiore quattro nicchie accolgono altrettante statue con San Rocco, San Bernardino da Siena, San Pietro Martire e San Sebastiano. Tre lunette con angeli scolpiti e, al centro, Cristo, concludono la cimasa.
La volta è stata affrescata da Felice Scotti, che vi ha dipinto angeli musicanti e busti di Profeti e Sibille, occhieggianti, in suggestive prospettive, da cornici tonde. Alle pareti l’affresco raffigurante San Nicola da Tolentino e tre affreschi tardo quattrocenteschi “strappati” e riportati su tela, raffiguranti Sant’Antonio Abate e San Giovanni Battista.
Una cancellata in ferro battuto artisticamente lavorata chiude la cappella.
Gli altri altari laterali
Rimaneggiati sul finire del XIX secolo, i due altari posti a lato del presbiterio sono dedicati, quello di sinistra, al Sacro Cuore e, quello di destra, alla Madonna del Rosario. Gli affreschi delle volte e delle pareti sono opera del pittore Giovanni Gavazzeni.
Il presbiterio e l’abside
Si tratta delle ultime opere in muratura realizzate, e concluse nel 1500; furono dapprima commissionate all’architetto milanese Giovanni Antonio Amadeo, che, tuttavia, non potè portarle a conclusione; intervennero quindi i fratelli Giacomo e Tommaso Rodari di Mareggia che ultimarono la cappella, abbellendola con lesene culminanti in capitelli scolpiti e un grazioso portale che immette nella sagrestia. Alla stessa area rodariana è ascrivibile il tabernacolo degli Olii Santi, sulla parete sinistra, scolpito e datato 1536. Otto medaglioni in marmo bianco, di altissima fattura, con volti di Apostoli, sono disposti nel fregio che corre tutt’intorno alle pareti.
Il ciborio in bronzo, realizzato nel 1578 secondo i canoni controriformistici dettati da San Carlo Borromeo, è opera quasi unica di due orafi pontaschi, i fratelli Innocenzo e Francesco Guicciardi. A forma di piccolo tempio ottagonale, è abbellito da statue a tutto tondo, formelle lavorate a cesello e sbalzo raffiguranti scene dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, i quattro Evangelisti, iscrizioni. Oltre una breve balaustra, si innalza la cupoletta terminale su cui si erge la statua del Cristo Risorto. Alle spalle del ciborio si trovano gli stalli corali, opera realizzata in momenti diversi, con l’intervento di Pietro Brasca, (1500), Pietro Ramus (seconda metà del 1600) e Giovanni Picceni (XX secolo).
Alle pareti tre tele del pittore morbegnese Giovan Pietro Romegialli: l’Ultima Cena, la Lavanda dei Piedi, sul fondo San Maurizio e Compagni. Le settecentesche quadrature che le ornano sono di Giuseppe Porro. Nell’arco trionfale, da una grande croce lignea del Cinquecento posta sopra una trave si legge l’ iscrizione, “Cristo volge il suo sguardo sofferente e misericordioso verso i fedeli.”

 

http://www.panoramic-photo.com/qtvr/Arte/SanMaurizio/VirtualTour_maurizio.html

 

Lucica Bianchi

IO VOLONTARIO PER LA CULTURA

TALAMONA 3 ottobre 2014 il punto sul volontariato

 

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IN PROSSIMITA’ DELLA TERZA ANNUALITA’ ALLA CASA UBOLDI UN MEETING DI TUTTI I VOLONTARI DELLA BASSA VALLE PER FARE UN BILANCIO DI QUESTO IMPORTANTE PROGETTO

Pochi ma buoni, dice un adagio popolare che questa sera, alle ore 17 nella sala conferenze della Casa Uboldi ha trovato una ulteriore applicazione. Sono sicuramente molti di più i volontari della bassa valle coinvolti nel progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA (del quale a breve partirà la terza annualità) ma non molti quelli che hanno risposto all’invito di questo incontro per discutere di come effettivamente questo progetto si è svolto, dei progetti che grazie all’apporto dei volontari sono stati effettivamente messi in campo, dei benefici per tutta la comunità.

A presiedere questa tavola rotonda Gloria Busi, referente del servizio cultura per la provincia di Sondrio e Francesca Menaglio che si occupa del monitoraggio dell’attività attraverso colloqui personali con i volontari e la distribuzione di questionari on line che in forma anonima (chi li compila non è obbligato a scrivere il proprio nome) raccolgono, tra i vari partecipanti al progetto, umori, opinioni, idee, eventuali proposte di nuove attività di miglioramento ed eventuali segnalazioni di cio che non funziona in modo da valutare, tra le altre cose, anche l’effettivo contributo dei volontari ai progetti messi in campo.

Ad aprire il discorso Gloria Busi la quale ha spiegato che “molta importanza ha nell’ambito di questo progetto il fatto di coniugare la cultura e le politiche sociali poiché la socialità è un aspetto fondamentale del volontariato, anche nella percezione stessa dei volontari e anche nell’ambito del volontariato della cultura perché la cultura può diventare essa stessa veicolo di socialità. Il progetto lavora di pari passo con la LAVOPS che si occupa dei servizi per il volontariato nonché della formazione dei volontari. La formula del progetto si è costruita nel tempo attraverso la collaborazione tra la provincia, che promuove l’attività e garantisce tra le altre cose a tutti i partecipanti un’assicurazione in caso di infortunio, e i vari referenti delle biblioteche e dei musei del territorio per i quali mette in campo corsi di formazione che consentono l’acquisizione di competenze che non sono direttamente connesse col ruolo ricoperto (come la gestione dei volontari).

 

 

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Nel corso della seconda annualità il progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha visto l’adesione di quindici biblioteche e sei musei. L’adesione è naturalmente volontaria a partire da quella del comune. Una volta che il comune attiva il progetto aderiscono le strutture e poi si procede col reclutamento dei volontari ognuno dei quali presta la sua opera in relazione alle proprie capacità e al proprio tempo libero. Chi promuove il progetto, ai volontari non chiede altro che impegno, interesse, consapevolezza di cio che si andrà a svolgere, senza imporre altri vincoli di sorta come può accadere ad esempio nelle associazioni più codificate. I volontari contattati per la seconda annualità sono stati 250, quelli che hanno effettivamente aderito sono stati 150, di cui 76 presenti sin dalla prima edizione del progetto.

Le dinamiche che si creano in un contesto di volontariato non sono le stesse che si creano in un ambito professionale, si creano relazioni più distese che diventano amicizie che durano nel tempo anche tra generazioni diverse che creano connessioni speciali all’interno delle comunità. La presenza dei volontari apporta creatività e qualità oltreché nuove iniziative. Si può dire che senza i volontari non sarebbe la stessa cosa. A tal proposito Gloria Busi nel corso della sua presentazione (coadiuvata da diapositive di power point) ha mostrato la fotografia di una vendita di libri di una biblioteca, libri che per vari motivi non potevano rientrare in catalogo e che sono stati venduti in una maniera molto interessante, allestendo una bancarella con una bilancia d’epoca per valutarne il peso. Giocando sul detto “la cultura ha un suo peso”, i libri sono stati venduti proprio così, a peso.

A questo punto sono stati i volontari presenti ad illustrare in modo specifico come hanno messo in pratica il progetto nelle biblioteche e nei musei dei loro comuni.

Patrizia Pasina, responsabile della biblioteca di Ardenno (e nonostante il cognome talamonese, originaria di Paniga) ha parlato di un progetto chiamato SOS COMPITI creato con la collaborazione di tre volontari (quelli che ad Ardenno hanno aderito al progetto) e due maestre delle elementari. “il progetto vorrebbe essere esteso anche alle medie, ma occorrono più volontari” e anche di un progetto chiamato SOS COMPUTER che si occupa della parte digitale e telematica della biblioteca di Ardenno offrendo servizi di consulenza agli utenti grazie all’opera di volontari esperti che spiegano a tutti come usare i computer.

Il progetto SOS COMPITI è un progetto attivato da molte biblioteche del territorio perché necessario in tutte le comunità. In particolar modo Delebio con una vasta percentuale di stranieri non cristiani che dunque non frequentano l’oratorio, ha particolarmente bisogno di un progetto del genere che viene sperimentato già da diversi anni con risultati positivi anche per quanto riguarda i rapporti tra le volontarie e i bambini i quali realizzano lavoretti di Natale in omaggio all’aiuto ricevuto. Anche Dubino ha attuato un progetto simile e Talamona anche in collaborazione con associazioni di volontariato estranee a questo progetto di IO VOLONTARIO PER LA CULTURA.

Per quanto riguarda le attività di Talamona, l’onere e l’onore di illustrarle è andato a Simona Duca, ex assessore alla cultura e dunque figura fondamentale nella coordinazione del progetto e nei rapporti tra volontari e amministrazione che ora, dopo il commissariamento del comune, continua a far parte del progetto come volontaria vera e propria.

“nel corso degli anni molti progetti sono stati realizzati a Talamona” ha raccontato Simona Duca “ma nessuno ha preso piede come questo, non soltanto grazie all’appoggio congiunto della provincia e di tutti coloro che hanno partecipato e continuano a partecipare ma anche per il clima familiare e amichevole che si creato che fa si che quando ci si ritrova periodicamente per mettere le idee sul tavolo esse nascono molto spesso in un’atmosfera molto allegra, un po’ buttate li dicendo si potrebbe fare questo e quello e solo una volta che ci si trova per le serate ci si rende conto di come tutto sia maledettamente serio. Da non sottovalutare l’importanza dei volontari che permettono di tenere aperta la biblioteca cinque giorni a settimana in modo da consentire tra le altre cose aperte collaborazioni con l’istituzione scolastica”

Per quanto riguarda Morbegno non era presente nessun referente diretto e dunque è stata Gloria Busi a spiegare i progetti messi in campo come l’organizzazione di gruppi di lettura in biblioteca con molte adesioni soprattutto tra i giovani e il trasferimento dell’archivio del tribunale in biblioteca (con sentenze dell’Ottocento che costituiscono un importante documento storico che offre spaccati di vita quotidiana dell’epoca) ad opera di un’archivista che già vi lavora. È questa una cosa molto significativa il fatto che in ambito di volontariato si portino avanti le stesse attività svolte in ambito lavorativo, denota una grande passione per quello che si fa. Molto spesso invece i volontari vorrebbero essere reclutati per fare qualcosa di diverso rispetto a cio che fanno abitualmente.

Molto utile a Morbegno l’apporto di volontari anche per quanto riguarda la gestione del museo civico di Storia Naturale nonché di quasi tutti i musei ed ecomusei della Valtellina che tramite questo progetto, ma anche il servizio civile e la dote comune possono contare sempre su un personale vario e dinamico, anche attraverso soluzioni innovative come quella adottata dal museo vallivo Valfurva che da quando si è convenzionato col comune e ha preso parte al progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha risolto il problema, che andava avanti da diverso tempo, di non riuscire a trovare nuove leve.

A questo punto la parola è passata a Francesca Menaglio che ha tracciato il bilancio della seconda annualità del progetto illustrando i risultati dei questionari di monitoraggio.

Gli elementi di maggior successo di questo progetto secondo i volontari, i referenti e gli utenti sono la possibilità di potersi esprimere e mettere in campo le proprie conoscenze e attitudini, ma anche la possibilità di sperimentarsi con tutta una serie di attività stimolanti che permettono l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze (ad esempio nel caso dei gruppi di lettura la possibilità di scoprire nuovi titoli e autori), dunque di crescere personalmente, ma anche di rinnovare l’immagine della biblioteca e del museo in cui si presta la propria opera, di creare un contesto dinamico e accattivante che risponde ai bisogni di tutti, che crea gruppo, integrazione con le famiglie e le scuole e che con poche flessibili regole permette a chi vi rientra di potersi investire in un qualcosa di utile per la comunità senza sentirsi troppo condizionato, cosa che consente in un certo qual modo una personalizzazione dei servizi che diventano meno schematici e burocratici e più umani. È esemplare il fatto che siano soprattutto le donne a diventare volontarie in maggior numero rispetto agli uomini, tra cui molte madri di famiglia che dichiarano di sentire il bisogno di esprimersi in un contesto diverso al di fuori della quotidianità dell’ambito familiare delle dinamiche di cura dei figli e dell’ambiente domestico.

Dai sondaggi sono emersi anche aspetti su cui bisogna ancora lavorare come ad esempio aspetti logistici dovuti a locali troppo piccoli o comunque inadeguati (un problema che la biblioteca di Grosio ha recentemente risolto avendo ristrutturato la sua sede storica, il palazzo Visconti-Venosta, rendendolo adeguato a tutte le necessità) o il problema di un coinvolgimento dell’utenza che spesso non va oltre le attività specificatamente programmate.

Di tutto questo se ne terrà conto nel corso della terza annualità il cui successo dipenderà molto dalla campagna promozionale (on line e tramite passaparola e grande impegno dei comuni per massicce campagne informative) per quanto riguarda il reclutamento di nuovi volontari e dall’impegno di questi ultimi per far si che il tutto proceda col successo delle annualità precedenti. Un successo che di certo sarà maggiormente garantito da volontari energici e ben nutriti. Ed ecco come a questo punto si è concluso il meeting per dare inizio al rinfresco.

Antonella Alemanni

 

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