LA CHIESA PARROCCHIALE DI TALAMONA

Feliciano Ninguarda, che fu vescovo di Como dal 1588 al 1595, negli Atti della visita pastorale da lui compiuta in Valtellina, definiva la chiesa parrocchiale di Talamona “… elegantissime constructa, et optime ornata… “ (costruita elegantissima e ottimamente ornata). Ancora lo stesso vescovo scriveva:

Con il passare del tempo la comunità di Talamona adornò quella chiesa assai grande non solo con immagini e pitture, ma anche con suppellettili e calici e altre cose del genere in maniera tale che se ne trovano poche di simili in tutta la Valtellina“.

Il suo successore, Filippo Archinti, vescovo di Como dal 1595 al 1621, visitò la Parrocchia di Talamona il 29 dicembre 1614 e lasciò questa descrizione della chiesa parrocchiale:

Questa chiesa è consacrata e il giorno della consacrazione è il 7 gennaio. È formata da un’unica grande navata e otto cappelle, quattro da entrambi i lati. Copertura in assito ben connesso, sostenuta da tre archi dipinti. Pareti in parte dipinte e in parte imbiancate. Pavimento in cotto.La facciata della chiesa è in parte occupata: in alto c’è l’oratorio dei confratelli della beata Maria Vergine. Dalle finestre si vede in chiesa; manca la legittima fondazione. In questa (facciata) c’è la porta maggiore. Ci sono due altre porte laterali, tutte con le acquasantiere. Nella chiesa ci sono sepolture, ma non sono in uso; si seppellisce, infatti, nel cimitero, coperto e ben recintato, fuori dalla chiesa.”

La lettura di questi Atti vescovili suona lusinghiera per Talamona: chiesa grande, bella, accuratamente compiuta e rifinita.Una relazione del prevosto Giuseppe Cotta, redatta in occasione del suo ingresso nella parrocchia di Talamona, recita:

Nella qualità di Proposto Coadiutore con la futura successione il Proposto Giuseppe Cotta di Morbegno è entrato nel regime di questa Parrocchia il 24 dicembre 1770.In seguito ho esaminato bene lo stato di questa Parrocchia ed ho trovato bisogni e necessità di eseguire i disegni de fogli seguenti, con l’auto del Signore e del popolo”.

In centocinquant’anni le sorti della chiesa erano mutate. Le vicende storiche, i fenomeni meteorologici, e forse, l’incuria delle persone avevano ridotto la chiesa in condizioni assai diverse da quelle descritte dai vescovi Ninguarda e Archinti. Il Prevosto Cotta diede mano a grandi lavori intorno agli edifici parrocchiali. La descrizione che egli stesse redasse ne è eloquente prova:

Mi è riuscito a far restaurare la chiesa e per sopire alcune contraddizioni un solo benefattore ha offerto tutta la calcina. Si è fatta un’alzata di braza diciotto e coperti di un tetto veramente forte, molti furono i benefattori. Il popolo ben unito ha provveduto sabbia, sassi, legnami. Ha fatto molto”.

Il tema dell’unità del popolo, così ben evidenziato, sarà una costante che accompagnerà i lavori riguardanti la chiesa di Talamona da quei tempi fino ai nostri giorni.

“Coro della Chiesa Parrocchiale l’ho fatto alzare in proporzione della chiesa, con volto maestoso, stuccato e dipinto. L’ho reso chiaro con belle finestre. L’ho esteso con un semicircolo. Ho fatto dipingere il quadro della Natività di M.V.: a spese da me procurate, dal fu Sig. Can.co Ottini. Ho fatto dipingere i quadri laterali contornati di stucchi. Ho fatto contornare di marmo le due laterali portine. Ho fatto scavare due nicchie laterali con suoi contorni di marmo, una per le sedie de celebranti, l’altro per ripostiglio de paliotti e depositi di SS. Reliquie. Ho fatto fare la balaustra di marmo e il suolo tutto di pietra. Ho fatto collocare all’ingresso del Sagrato le due colonne di marmo con la sua cancellata di ferro, che prima esisteva all’ingresso dell’Oratorio. Un trono maestoso per la statua di M.V.: vestita a ricamo con manto di brocato d’oro e altri ornati.”.

Il Coro della chiesa parrocchiale di allora è l’attuale Sacrestia, dove è possibile ammirare ancor oggi i lavori sopra illustrati. Al centro dell’arco che univa il presbiterio alla vecchia navata, visibile ancor oggi, entro un cartiglio in stucco, è scritto: “Proposito Cotta- Edito anno 1799” . Avvicinandoci nel tempo troviamo una nota dell’arciprete Ciaponi, dov’è scritto che, in occasione delle Missioni del 1874, “, attestata la piccolezza della Chiesa, i primi otto giorni furono assegnati agli uomini e gli altri otto per le donne”.

È questo il primo documento attestante che la chiesa parrocchiale, a meno di un secolo dall’ampliamento del prevosto Cotta, era diventata “piccola” e incapace di contenere il popolo talamonese. Quattro anni dopo, il 26 marzo 1878, ci fu la Visita Pastorale del vescovo Pietro Carsana il quale il 25 giugno dello stesso anno emetteva da Como il Decreto in cui scrive:

“Pietro Carsana per la Grazia di Dio e della S. Sede Apostolica Vescovo di Como nella Visita Pastorale da noi fatta alla parrocchia arcipretale di Talamona il 26 marzo 1878 abbiamo dato, come diamo, le seguenti disposizioni:

Essendo la chiesa parrocchiale insufficiente a contenere la numerosa popolazione, si esorta a voler provvedere a tale bisogno o col fabbricarne altra più ampia o coll’ampliare l’esistente che ha bisogno in qualche punto di essere restaurata.Vogliamo che le cose prescritte col presente Decreto siano eseguite nel più breve termine possibile.”

La successiva Visita Pastorale fu compiuta il18 aprile 1893 da Mons. Andrea Carlo Ferrari. Nel successivo Decreto il vescovo Ferrari non accenna né scrive nulla in merito all’edificio della chiesa. Le disposizioni riguardano quasi esclusivamente la liturgia e la conservazione dei paramenti sacri.

Osservando però accuratamente il Decreto del vescovo Carsana, al verso troviamo una nota scritta dall’arciprete Ciaponi:

“Disposizioni date da S. ecc. Mons. Vescovo Pietro Carsana per occasione della Visita Pastorale”. E, subito sotto, la penna del medesimo arciprete aggiunse: “E del suo successore nel 1893”.

Sembra pertanto lecito pensare che il Ferrari ritenne valide e ribadì le normative del suo predecessore, anche per quanto riguardava l’edificio della chiesa parrocchiale.Il vescovo Ferrari fu nominato Cardinale da Papa Leone XIII e in seguito trasferito da Corno a Milano. Il suo successore, Mons. Teodoro Valfrè venne a Talamona nei giorni 22, 23 e 24 maggio 1900 per la prima Visita Pastorale.Il vescovo si era fatto precedere da un questionario recante 140 quesiti. La lettura delle risposte è assai interessante perché presenta la “fotografia” della Talamona di cento anni fa. Il corposo fascicolo meriterebbe attenta analisi; pur limitando il campo di osservazione ai quesiti riguardanti la chiesa parrocchiale, non possiamo non evidenziare che all’inizio del Novecento a Talamona abitavano “2600 anime”, distribuite nelle contrade denominate” Piazza, Ranciga, Salerbosta, Piantellina, Mazzoni, Torre, Civo, Casegiovanni, Serterio superiore, Serterio inferiore e Coseggio”.Oltre la parrocchiale nel territorio della Parrocchia sono menzionati sette Oratori e cioè San Carlo, San Gerolamo, San Bernardo, San Gregorio, San Giorgio, San Domenico e San Giuseppe.

(galleria foto Chiesa Parrocchiale Talamona)

a cura di Lucica Bianchi

fonti: Atti della visita pastorale del Vescovo Ninguarda in Valtellina, volume reperito nella Biblioteca Comunale di Talamona

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Analisi del 2014

La piattaforma di WordPress.com ha preparato un rapporto annuale 2014 per il giornale culturale I TESORI ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato dalla nascita ad oggi circa 50.500 volte. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 18 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo!

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

PRESEPI DELLE CONTRADE A TALAMONA

Raffigurazioni della Natività allestite negli angoli più suggestivi delle sue contrade fanno di Talamona il “Paese dei Presepi” da visitare immersi in profumi e suoni capaci di ricreare la magica atmosfera del Natale di una volta. Dal 21 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015

 

presepi

Come ogni anno a Talamona, paese della bassa Valtellina, nei pressi di Morbegno si rinnova la tradizione dei Presepi grazie all’impegno e alla dedizione degli abitanti che, per settimane, si attivano, ciascuno secondo il proprio estro, nell’allestimento di splendide raffigurazioni della Natività che posizionano ad arte negli angoli caratteristici delle numerose contrade.  Cortili, fienili, vecchie stalle e persino il greto del torrente si affollano di grandi e piccini per il tradizionale allestimento dei presepi. E’ questo un appuntamento particolarmente sentito nel quale brillano la fantasia, l’ingegno e l’abilità creativa dei contradaioli. I presepi sono realizzati utilizzando i più disparati materiali e propongono il tema della Natività con prospettive a volte inconsuete ma sempre coinvolgenti.
Talamona è orgogliosa dei suoi presepi e, a ragione, si può definire “il paese dei presepi”.

 

LA TRADIZIONE ICONOLOGICA NELLA VISIONE DI CESARE RIPA

 

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La cultura cinquecentesca è segnata da un vivo interesse per il mondo dei simboli e da una profonda consapevolezza del potere delle immagini. Il sapiente intreccio tra immagini e parole promuove la nascita e la diffusione di nuovi generi, come gli emblemi o le imprese in cui artisti, letterati, editori fondono diverse competenze e professionalità in forme creative sempre nuove. Allegorie e simboli ricoprono le pareti di palazzi, chiese, ville e castelli. Di tutte queste, il pennello dei pittori offre colori e forme a programmi iconografici coltissimi e misteriosi, spesso ideati dai più eruditi letterati del tempo. I simboli offrono un percorso trasversale e interdisciplinare che illumina e chiarisce molti aspetti vitali e innovativi della cultura cinquecentesca.

L’immagine, come del resto il documento scritto, è un messaggio complesso, e sta alla finezza, all’esperienza e all’abilità dello storico interpretarla, stabilendo con il tempo che l’ha prodotta la necessaria rete di rapporti. Spesso carica di simboli, con un proprio codice di convenzioni interpretative perfettamente comprensibili per i destinatari del tempo, l’immagine non è oggi alla portata di chiunque, proprio nello stesso modo in cui una pagina di un manoscritto latino, ovviamente comprensibile al fruitore medievale alfabetizzato, richiede attualmente, per essere letta e capita, almeno la conoscenza della paleografia e della lingua latina. Per una corretta analisi dell’immagine medievale si devono inoltre conoscere il linguaggio dei gesti, il significato dei simboli, dei colori, della posizione reciproca delle figure e della tradizione iconografica.

L’analisi iconologica, occupandosi di immagini, storie ed allegorie anziché di motivi, presuppone, molto di più che quella familiarità con gli oggetti e gli eventi che acquisiamo per esperienza pratica. Presuppone una familiarità con temi o concetti specifici quali sono trasmessi dalle fonti letterarie, siano esse acquisite medianti pertinenti letture, o per tradizione orale.

L’Iconologia nasce dunque all’interno di quella eruditissima “commenticia”, che aveva prodotto durante il Cinquecento una cultura dalla citazione erudita. Le supreme immagini inventate dai massimi poeti Virgilio, Ovidio, Petrarca, si affiancano alle produzioni elementari di una macchina visiva sferzata a produrre integrazioni e raccordi. Fondamentale per questo ramo della Storia dell’Arte è il volume di Cesare Ripa (1555?-1622), Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi, pubblicata nel 1593 a Roma dagli eredi di Giovanni Gigliotti.

 

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Nell’Iconologia Ripa offre ai suoi lettori un utile repertorio di immagini simboliche. Il suo interesse si mantiene tutto sul piano dell’ideazione allegorica e il suo punto di vista unisce in un’unica prospettiva oggetti antichi e ideazioni moderne sul terreno comune dell’invenzione letteraria.

“Le Immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l’occhio, non hanno altra più certa ne più universale regola, che l’imitazione delle memorie, che si trovano ne’ Libri, nelle medaglie e ne’ Marmi intagliate per industria de’ Latini, e de’ Greci, o di quei più antichi, che furono inventori di questo artifitio”.(Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”, edizione pratica a cura di Piero Buscaroli,2 volumi, Torino, Fogola Editore,1986; Segnature in Ambrosiana: S.O.O.XX 1523/1524

Nel testo della nota al lettore, E.H.Gombrich mette in grande rilievo le parole di Ripa:(Ernst H. Gombrich, Icones Symbolicae: The Visual Image in Neo-Platonic Thought, “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 11, 1948), esponendo i  principi che guidano la costruzione di allegorie: un metodo di definizione visiva collocato nell’orbita della logica e della retorica aristoteliche. Secondo un processo razionale, è possibile costruire le immagini allegoriche attraverso la combinazione di attributi con gli stessi processi con cui si costruiscono le metafore. È interessante notare come per Ripa questa codifica per immagini sia non solo razionale e priva di un fascino esoterico ma anche in ogni modo arbitraria:

“Et mi par cosa da osservarsi il sottoscrivere i nomi, ……, perché senza la cognitione del nome non si può penetrare alla cognitione della cosa significata”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

L’origine del nome Iconologia deriva da 2 parole Greche: Icon che significa “immagine”, e logia con significato di “parlamento”.

“(…) finché altro non vuol dire Iconologia che ragionamento d’Immagini perché in quella si descrivono infinite figure esplicate con saggi e dotti discorsi, da quali si rappresentano le bellezze delle Virtù e le bruttezze dei Vizi (…)”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

La novità è che Ripa apre la compilazione al terreno inesplorato delle immagini allegoriche, ponendo in termini di estrema chiarezza la tendenza cinquecentesca a considerare l’immagine un linguaggio a tutti gli effetti. La moderna inclinazione ad eliminare le parti erudite colpisce dunque al cuore l’intima essenza dell’opera nel suo progetto originario, ma dà anche espressione alla radicale e continua trasformazione di un testo che ha saputo per secoli rispondere alle esigenze sempre nuove dei suoi diversi lettori.

Non conosciamo molto della vita di Cesare Ripa. Già nella prefazione all’edizione perugina dell’Iconologia del 1764, Cesare Orlandi sottolineava la scarsità di informazioni biografiche sul letterato anche nelle fonti del XVII secolo a lui contemporanee. Nonostante la grandissima fama dell’opera che lo rese famoso, l’Iconologia, Ripa rimase infatti un personaggio dai contorni biografici sfumati, al punto che fu messa in dubbio perfino l’autenticità del suo nome. In un documento del XVII secolo dedicato agli accademici intronati di Siena redatto da Uberto Benvoglienti, si suggeriva infatti di considerare il nome Cesare Ripa come pseudonimo di Giovanni Campani. La questione è stata definitivamente risolta solo dopo il ritrovamento dei cosiddetti “Stati d’anime della parrocchia di Santa Maria del Popolo” che attestano la presenza del letterato a Roma tra il 1611 e il 1620, confermando la veridicità del suo nome.(Chiara Stefani, Cesare Ripa: New Biographical Evidence, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», Vol. 53, 1990, appendix III).

Sappiamo che Cesare Ripa nacque a Perugia intorno al 1555 e che morì a Roma in condizioni di estrema povertà nel 1622. Non conosciamo particolari sulla sua formazione e istruzione, mentre è possibile documentare il suo rapporto con alcune accademie letterarie come quella dei Filomati e Intronati e con quella di Siena, dedite allo studio dell’antiquaria e dei classici greci e latini, e quella degli Insensati di Perugia, con cui continuò ad avere rapporti anche dopo la sua partenza dalla città natale. Ancora molto giovane si recò infatti a Roma per lavorare alla corte del cardinale Antonio Maria Salviati, dove venne assunto come trinciante, cioè come addetto a tagliare le vivande durante i banchetti, un ruolo che implicava anche il compito di intrattenere la raffinata cerchia degli ospiti del cardinale con doti di colta eloquenza. Nel 1592 il cardinale Salviati divenne consigliere personale del papa Clemente VIII. La sua corte era frequentata da letterati ed eruditi. Tramite il suo autorevolissimo patrono, Ripa ebbe dunque rapporti con intellettuali e antiquari come Zaratino Castellini, Fulvio Mariottelli, Pier Leone Casella, Marzio Milesi, Porfirio Feliciani e con esponenti dell’Accademia degli Insensati a sua volta intrecciata con quella di S. Luca.

Durante gli anni vissuti presso il Salviati, usufruendo delle colte amicizie e della ricca biblioteca del cardinale, Ripa compose l’Iconologia, che fu pubblicata per la prima volta a Roma nel 1593. Il grande successo dell’opera convinse Ripa ad ampliare e ripubblicare una seconda edizione dell’Iconologia nel 1603 con l’importante novità di un ricco apparato illustrativo. Nel frontespizio dell’edizione lo scrittore poté fregiarsi del titolo di “Cavaliere de’ Santi Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII, il 30 marzo 1598.

“Con Ripa alla mano”- scrive Emile Male, ”si può spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano i palazzi e le chiese di Roma. E non di Roma soltanto”.(Emile Male,l’Art religieux après le Concile de Trente, Parigi, Colin, 1932)

Nelle arti plastiche si ebbero cosi due tematiche parallele, soggetti biblici e soggetti mitologici, soggetti sacri cristiani e leggende pagane. Gli autori classici Ovidio e Virgilio fecero testo per i pittori e i scultori. Questo ramo della tematica ricevette il massiccio impulso che ne fece Cesare Ripa con la sua Iconologia, opera non tanto utile quanto necessaria a Poeti, Pittori e Scultori.

 

 

 

 

Biblioteca Ambrosiana, Salone Pio XI, sala di lettura.

(fonte: G. Galbiati,” Itinerario dell’Ambrosiana”)

“Si entra nel SALONE PIO XI, grande sala di consultazione, con la statua in bronzo di Pio XI (1927), di Enrico Quattrini, a cui fa sfondo la Patrologia greca e latina del Migne nella sua intera collezione, e con il busto in marmo di Pio XII (1941) di Michele de Benedetti. Inoltre, la sala di consultazione è corredata da 8 statue in terracotta, rappresentanti: la Grammatica, la Retorica, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l’Astronomia e la Medicina, opere dello scultore lombardo Dionigi Bussola. Datate 1670, le 8 statue, alcune con atteggiamenti accademici, altre convenzionali o perfino “statiche”, denotano comunque un livello artistico assai dignitoso.”

Poste 2 a 2 su ogni lato dei 4 muri della sala di lettura, le statue esprimono un andamento sicuro ed elegante. L’interpretazione iconologica che diamo alle statue riprende in gran parte i significati allegorici che troviamo nell’Iconologia del Cesare Ripa. In seguito, partendo dall’entrata nella sala e procedendo in senso orario, diamo brevemente le trascrizioni delle simbologie delle statue con riferimento al testo del Ripa.(Cesare Ripa, Iconologia, “La Torre d’Avorio”)

Filosofia. Donna giovane e bella, in atto d’aver gran pensieri, ricoperta con un vestimento stracciato in diversi parti, talché n’apparisca la carne ignuda in molti luoghi, conforme al verso di Petrarca, usurpato dalla plebe che dice: “Povera e nuda vai Filosofia”.

Giurisprudenza (Legge). La Legge si assomiglia ad una Matrona venerabile. Siccome la Matrona governo e conserva la famiglia, la Legge conserva e conserva la Repubblica.

Matematica. Donna di mezz’età, vestita di velo bianco e trasparente, con ali alla testa, le treccie siano distese giù per le spalle, con un compasso nella destra mano, mostri di misurare una tavola segnata d’alcune figure e numeri,(…) con l’altra mano terrà una palla grande figurata per la terra.

Astronomia. Donna vestita di color pavonazzo tutto stellato, con il viso rivolto al cielo, che con la mano destra tenga un Astrolabio e con la sinistra una tavola ove siano diverse figure astronomiche.

Medicina. Donna attempata, in capo avrà una ghirlanda d’alloro, nella mano destra terrà un gallo e con la sinistra un bastone nodoso con attorno un serpente. Il bastone tutto nodoso significa la difficoltà della Medicina e il serpente fu insegna di Esculapio, Dio della Medicina.

Grammatica. Donna che nella destra mano tiene un breve scritto in lettere latine le quali dicono: “Vox litterata ed articolata debito modo pronunciata”, e nella mano sinistra una sferza.

Retorica. Donna bella, vestita riccamente, con nobile acconciatura di testa, mostrandosi allegra e piacevole, terrà la destra mano alta e aperta, e nella sinistra uno scettro e un libro portando nel lembo della veste scritte queste parole. “Ornatus persuasio”

Teologia. Donna con la faccia rivolta al cielo, sta a sedere sopra un globo pieno di stelle, tenendo la mano destra al petto e la sinistra stesa verso la terra(…).

 

Il mio sentito ringraziamento va a Trifone Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana per il suo sostenuto appoggio e gentile disponibilità nella ricerca e raccolta delle fonti necessarie per la stesura dell’articolo.

Lucica Bianchi

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TALAMONA, un’importante iniziativa alla casa Uboldi, raccontata da Antonella Alemanni

 

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100 CHILI IN MENO: RICETTE PER LA DIETA DELLA NOSTRA PATTUMIERA

IN OCCASIONE DELLA SECONDA EDIZIONE DELLA SETTIMANA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI UN FILM DOCUMENTARIO PER FARE IL PUNTO SULLE BUONE PRATICHE CHE FANNO BENE ALL’AMBIENTE, ALLA SALUTE E AL PORTAFOGLIO di Antonella Alemanni

Dopo il successo agli esordi lo scorso anno, riparte questa sera una nuova edizione della settimana per la riduzione dei rifiuti. Certo nell’arco di un anno molte cose sono cambiate. L’anno scorso l’iniziativa talamonese si inseriva all’interno di una più ampia campagna di sensibilizzazione su queste tematiche a livello europeo mentre l’edizione quest’anno è il risultato dell’impegno di un gruppo di cittadini attivi che non ha voluto disperdere i possibili frutti di quella prima settimana e ha continuato a lavorarci e a riflettere costituendo un vero e proprio gruppo di volontariato che ha dato come risultato, tra le altre cose, questa nuova settimana che riparte questa sera alla casa Uboldi alle ore 20.30 e che continuerà fino al 30 novembre con tutta una serie di iniziative volte a sensibilizzare e a coinvolgere il più possibile la cittadinanza sulle tematiche ambientali e sulle buone pratiche che ognuno può mettere in campo nel proprio stile di vita per renderlo più ecocompatibile.

 

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Così come lo scorso anno, anche questa sera si è voluto cominciare da un film, un film documentario fuori commercio che sarà proiettato anche nelle scuole (nell’ambito dell’iniziativa RIFIU-TAL-0 A SCUOLA)  e che il GAS (cioè un’associazione che si occupa di acquisti intelligenti, di prodotti bio a chilometro zero che privilegiano dunque le piccole realtà locali che si è presentata nel corso della serata dopo la proiezione per bocca della sua presidentessa la signora Maria Luisa) lascerà in dono anche alla biblioteca per chi fosse interessato a rivederselo o a vederlo per la prima volta per proprie riflessioni personali e quant’altro. Un film ben introdotto da Patrizia Bavo, anima di questo progetto sin dai suoi albori e da Eugenio che ha preso parte in seguito al gruppo di riflessione che si è costituito all’inizio di quest’anno. Un film patrocinato dall’AICA (associazione italiana per la comunicazione ambientale) con il contributo della Piemontese docufilm, fondo europeo per il documentario. Un film che propone in qualche modo una sintesi di quanto è stato finora trattato e nell’arco della prima settimana per la riduzione dei rifiuti e successivamente quando è appunto venuto il momento di tirare le somme di quella prima iniziativa. Un film che tra citazioni letterarie (brani de LE CITTA’ INVISIBILI di Italo Calvino letti da personaggi importanti nell’ambito della cultura italiana come Mario Tozzi, geologo e ricercatore del CNR, Luca Mercalli, meteorologo, ma anche Oliviero Corbetta, attore e regista e Cristina Gabetti, giornalista e scrittrice), istantanee di vita quotidiana fatta di noncurante inciviltà di un padre (interpretato da Giuseppe Cederna) e di una figlia che cerca di sensibilizzarlo con la complicità della nonna  e un viaggio in giro per l’Italia attraverso i comuni virtuosi e le loro buone pratiche di Roberto Cavallo e Andrea Fluttero offre spunti di riflessione interessanti ed esempi che tutti potrebbero applicare e che se venissero applicati costituirebbero davvero un gran beneficio sotto molti punti di vista. È soprattutto il giro d’Italia attraverso i comuni virtuosi a risultare particolarmente illuminante per chi crede che il problema dei rifiuti non possa essere risolto, per chi non si impegna a migliorare il proprio stile di vita in relazione ad una maggiore attenzione all’ambiente perché crede che tanto non serve a nulla. Il viaggio è partito da Chivasso, comune d’origine del senatore Fluttero (di cui è stato sindaco) dove ci si è accorti che il problema è semplicemente la pigrizia dei cittadini che tendono a buttare tutto quanto distrattamente nell’indifferenziato. A Capannori abbiamo ritrovato una vecchia conoscenza, l’assessore Alessio Ciacci ospite la scorsa edizione di questa iniziativa che porta avanti la sua campagna RIFIUTI ZERO illustrata all’auditorium di Talamona lo scorso anno. Restando in Toscana un giro alla Revet un’industria che ricicla acciaio, vetro, plastica e tetrapak per dare ai rifiuti una seconda vita. Questa tappa del viaggio è stata l’occasione per riflettere su come non convenga consumare l’acqua minerale per via dei costi elevati della produzione del trasporto e del riciclo della plastica, una trafila che si potrebbe evitare bevendo dal rubinetto o tuttalpiù riutilizzando le bottiglie per quando si va in giro.  A Nocera inferiore l’incontro con Legambiente per parlare della raccolta differenziata in Campania. In questo comune opera una ditta chiamata Ubox che recupera il macero e ricicla la carta. Da circa 120 kg di cartacce che vanno a formare il cosiddetto macero si possono ricavare circa 100kg di carta riciclata. Ogni giorno la ditta ne produce circa 3000 quintali che diventa perlopiù semilavorato da imballaggio. A Cuccaro Vetere i rifiuti vengono raccolti già differenziati con mezzi ecologici: gli asini che vengono “usati” anche durante la tradizionale corsa dei ciuchi. Lo slogan di questa campagna è eloquente SE NON DIFFERENZI CHE ASINO SEI.  Ovviamente questi sono solo alcuni esempi di virtuosismi italiani che si incontrano nel film che già fanno capire come sia oltreché doveroso anche possibile maturare una maggiore coscienza ambientale.

Questo film ha dato adito a delle riflessioni che sono emerse quasi automaticamente dopo la proiezione. Il pubblico in sala (discretamente numeroso, ma molto partecipe) ha infatti dato vita a una piccola e spontanea tavola rotonda che, partendo dagli spunti offerti dal film, ha portato a riflettere in modo più specifico sulla nostra realtà locale. La prima cosa che è chiaramente emersa sia dal film che dalla realtà in generale è lo scarso interesse e le conoscenze distorte che i politici dimostrano di avere su queste tematiche. Tutto questo si traduce in mancanze di veri e propri piani regolamentari a livello nazionale per una corretta gestione dei rifiuti, la quale poi si sa in quale losche mani va a finire. Colpisce il fatto che il parlamentare Fluttero nel film si ostina a ripetere che è il consumismo e non la coscienza ambientalista che crea posti di lavoro. Una delle riflessioni che è invece emersa in sala mette in luce come invece una rigorosa gestione dei rifiuti che, partendo da una corretta e illuminata raccolta differenziata che richiede l’impegno di ogni cittadino, passando per il riutilizzo e il recupero dei materiali contribuisca al contrario a creare nuovi posti di lavoro, la necessità di nuove competenze e di figure professionali che sappiano adempiervi. Alla luce di cio diventa chiaro come una maggiore e più consapevole cultura ambientale non sia soltanto un discorso etico, ma ha dei ritorni economici non indifferenti. Ci guadagna la terra, che non può più sostenere i ritmi di sfruttamento delle risorse e le tonnellate di scarti che le stiamo imponendo, ci guadagna la salute (poiché i rifiuti è ovvio, creano un ambiente poco salubre anche per noi che facciamo parte di un ecosistema) e ci guadagna il portafoglio, poiché come sappiamo, lo smaltimento dei rifiuti ha un costo che è tanto più basso quanto più la gestione dei rifiuti è intelligente. La maggior parte dei rifiuti e quelli che danno poi anche i problemi maggiori è costituita dagli imballaggi (seguiti a ruota dai rifiuti umidi che, se male smaltiti e gettati senza criterio nell’indifferenziato o comunque messi incautamente a contatto con altri rifiuti rischiano di rovinare e di rendere irrecuperabili altri tipi di materiali che, in caso contrario, avrebbero tutte le carte in regola per rientrare a pieno titolo nel ciclo produttivo). Ed ecco come in tal senso può essere utile riscoprire una modalità di acquisto dei prodotti sfusi, molto simile a quella dei nostri nonni i quali non conoscevano i problemi che si hanno oggi coi rifiuti poiché allora non si contemplava il concetto di usa e getta, tutto veniva recuperato e riutilizzato (non dimentichiamo che antichi mestieri come l’arrotino, l’aggiusta ombrelli e i riciclatori di vecchi stracci, che andavano di casa in casa a recuperarli dalle massaie per poi destinarli a vari riutilizzi, si sono persi proprio a causa della cultura consumistica). Sarebbe bene non dimenticare lo stile di vita dei nostri nonni che rammendavano gli abiti, preparavano le conserve alimentari, riparavano gli ombrelli, andavano nei negozi e compravano esattamente la quantità di cibo che poi avrebbero effettivamente riutilizzato. A questo proposito molto illuminante è stata la testimonianza di una ragazza che ha recentemente aperto a Morbegno un negozio di prodotti sfusi, simile proprio agli empori di una volta di cui sopra. La sua testimonianza ha messo in luce iniziali diffidenze dovute ad una certa impostazione mentale che pian piano vanno stemperandosi. Se all’inizio la mancanza di involucri con riportate marche etichette e certificazioni (garantite comunque da controlli molto accurati cui vengono sottoposti questi esercizi commerciali e da schede tecniche di cui ogni prodotto è fornito e che possono essere visionate dalla clientela) creava non pochi problemi nei consumatori, ora invece il fatto di avere un contatto diretto col prodotto e poterlo dunque valutare senza mediazioni fa si che molte persone scelgano spontaneamente e con spirito positivo di rivolgersi a tali realtà per i loro acquisti di fiducia. Sono soprattutto le persone anziane e nostalgiche e i bambini ad apprezzare questo servizio. Qualcuno dimostra di avere dei problemi con le borse della spesa. Sarebbe molto ecologico averne sempre una di stoffa con sé, ma, chissà perché, ci si dimentica sempre, le si lascia a casa, le si lascia in giro. Per restare nella serie una volta era meglio qualcuno ha sottolineato il ruolo non indifferente che avevano gli erogatori di latte crudo (almeno finchè, non si capisce bene perché, ma pare per questioni non ben precisate di sicurezza e di salute pubblica, sono stati tolti) e quello delle fontane pubbliche di Talamona, una per ogni contrada, alcune anche molto antiche. Il fatto che ognuno possa attingere a queste fonti (e comunque ci sono sempre i rubinetti domestici) aiuta a diminuire il consumo di plastica delle bottiglie. Peccato che nessuno a Talamona riesca a mettersi d’accordo sulla reale qualità dell’acqua e sulla reale efficienza dell’acquedotto. Ci sono zone dove dai rubinetti e dalle fontane scorre acqua rossa e nessuno si fida a berla. Anche questo è un punto su cui lavorare comune a diverse realtà italiane che è emerso anche nel film. Aver installato un erogatore d’acqua presso il cimitero si è già rivelato un utile passo avanti. Ma qualcuno si è chiesto chi dovrebbe gestire l’importante risorsa delle fontane pubbliche. È pensabile che possa essere la SECAM  a prendersi l’onere di questo servizio? Il dibattito su questo punto è rimasto aperto così come è rimasta aperta la provocazione iniziale, quella con cui il dibattito si è aperto. Le amministrazioni dovrebbero mettere su un piano di maggiore importanza la gestione dei rifiuti, ad un livello locale prima che nazionale. Come si è visto nel film ci sono comuni attivi e che funzionano bene in tal senso, ma non basta mai l’impegno di pochi a migliorare le cose. Bisognerebbe che la gente pagasse davvero per quello che butta e imparasse ad associare il buttare ad uno spreco in primo luogo economico perché è inutile nascondersi che la sensibilizzazione delle persone passa più facilmente attraverso il portafoglio che attraverso la coscienza. Ha chiuso infine il dibattito Patrizia Bavo con una riflessione sull’autoproduzione “una realtà comune ai tempi dei nonni dove si faceva tutto in casa: pane, sughi, marmellate ma anche sapone e prodotti per l’igiene. Riscoprire queste modalità e farle proprie come stile di vita (auto produrre, ma anche autoriparare le cose) permetterebbe anche di riscoprire una dimensione di potenzialità, competenze, creatività e intelligenza pratica che a partire dagli albori della nostra storia ci ha resi quello che siamo”. Anche nel caso di temi ambientali dunque, come in ogni cosa, il futuro sembra proprio non poter prescindere dal passato.

Antonella Alemanni

 

 

Talamona-Stemma

Talamona-Stemma

 

 

RIFIU-TAL-0 A SCUOLA

VIENE RIPROPOSTO IL DOCUMENTARIO 100 CHILI IN MENO RICETTE PER LA DIETA DELLA PATTUMIERA PER APRIRE UNA DISCUSSIONE E UNA CAMPAGNA INFORMATIVA CON I BAMBINI DELLE SCUOLE MEDIE DI TALAMONA di Antonella Alemanni

Un elemento fondamentale emerso dalle riflessioni del gruppo per la riduzione dei rifiuti riguardava proprio l’importanza di sensibilizzare le fasce più giovani della popolazione attraverso campagne di educazione ambientale nelle scuole. Già nel corso della prima edizione della settimana per la riduzione dei rifiuti i bambini avevano avuto una parte attiva fondamentale anche attraverso la realizzazione di laboratori. Quest’anno invece dopo averlo proposto alle fasce più adulte si ripropone nelle scuole il documentario 100 CHILI IN MENO RICETTE PER LA DIETA DELLA NOSTRA PATTUMIERA. Per motivi di servizio civile mi trovo ad assistere un bambino nella classe 1°A delle scuole medie e così ho potuto assistere personalmente allo svolgersi dell’attività. I bambini sono sembrati sin da subito molto coinvolti dall’attività proposta dalla signora Patrizia e dalla signora Carmen del gruppo per la riduzione dei rifiuti. Ogni bambino ha espresso un pensiero o raccontato un’esperienza personale. C’è chi ha osservato che la quantità di cibo in eccesso prodotta dai Paesi ricchi (la cui popolazione è afflitta da obesità, soprattutto negli Stati Uniti, anche per la grande diffusione di fast food) e molto spesso buttato via senza essere stato consumato, basterebbe per sfamare i Paesi poveri e che dunque la questione della fame nel Mondo si potrebbe ridurre ad un problema di disparità. C’è chi ha osservato il degrado che i rifiuti causano nelle città. Qualcuno potendosi confrontare con realtà estere ha potuto notare come il senso civico degli italiani spesso risulta più limitato rispetto a quello di altri popoli. “è una questione di responsabilità personale” ha detto la signora Patrizia “quando storciamo il naso di fronte alla spazzatura ci dobbiamo ricordare che si tratta della nostra spazzatura e che tutti possiamo contribuire a produrre meno rifiuti. Questo infatti è l’obiettivo da porsi per risolvere il problema alla radice. Diventa rifiuto tutto cio che viene semplicemente buttato senza essere utilizzato di nuovo oppure reinserito nuovamente nel ciclo produttivo, cosa che è possibile fare con la maggior parte delle cose che, spesso per pigrizia, ci si limita a buttare via. Un dato positivo da cui partire sono i 430 kg annui a persona di rifiuti che vengono prodotti a Talamona più di 100 kg in meno rispetto alla media nazionale che è 530 kg pro capite. Il filmato aiuta a capire come ridurre di 100 kg in generale la quantità di rifiuti prodotti, in primo luogo imparando a differenziare. Attualmente si differenzia circa il 50-60% dell’immondizia. Gli obiettivi europei sono di giungere al 65% che dovrà salire al 70% entro la fine del prossimo quinquennio. Il film dedica molto spazio alla differenziazione ad illustrare le varie tipologie dei rifiuti e le loro quantità percentuali” ecco come i bambini hanno scoperto che il 32% della pattumiera si compone di resti di cibo e del giardino (che potrebbero essere compostati, immessi direttamente nell’orto per chi ce l’ha o dati alle bestie) il 20% da carta e cartone, il 16% da plastica, l’8% da vetro e il restante 13% da tessuti, legno e lattine, tutti materiali che, se correttamente trattati e se correttamente gestiti in primo luogo dai cittadini che devono per primi smaltirli (con una corretta e oculata raccolta differenziata appunto), sarebbero totalmente o quasi recuperabili e che gli imballaggi costituiscono il grosso dei rifiuti: il primo passo sarebbe farne a meno il più possibile, il secondo differenziarli correttamente. Ed ecco come, partendo dagli adulti di domani, si forma la cosiddetta coscienza collettiva.

Antonella Alemanni

 

 

METTIAMO INSIEME LA CENA

COME EVENTO CONCLUSIVO DELLA SETTIMANA DELLA RIDUZIONE DEI RIFIUTI UNA CENA CHE VUOL ESSERE UN EVENTO EDUCATIVO PER SENSIBILIZZARE SULLA QUESTIONE DEGLI SPRECHI ALIMENTARI

Alla presenza di Patrizia Bavo e altri membri del gruppo rifiuti zero, di alcuni ex amministratori comunali e vari cittadini si è svolta, questa sera alle ore 19.30 nella sala bar dell’oratorio, una nuova cena ecologica preparata mettendo insieme le pietanze che ogni commensale portava da casa. in realtà non doveva essere questo l’evento conclusivo di questa settimana intensa. Erano previsti infatti dei mercatini dell’usato per l’indomani 30 novembre che le previsioni di maltempo hanno annullato. Esattamente come per l’edizione dello scorso anno, questa cena oltre ad essere un evento conviviale in sé per sé, vuole porre l’attenzione su quanto cibo viene sprecato nei Paesi ricchi e su come si possono compiere scelte diverse per il bene di tutti. Un sasso che si spera che qualcuno raccoglierà prima o poi.

Antonella Alemanni

 

A SPASSO PER IL MONDO

TALAMONA 6 dicembre 2014 concerto d’inverno alla palestra comunale

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LA FILARMONICA DI TALAMONA COADIUVATA DALL’UNIONE MUSICALE INVERSO PINASCA PROPONE UN VIAGGIO TRA SONORITA’ INEDITE CHE TOCCANO DIVERSI PAESI NEL MONDO

 

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Per il secondo anno consecutivo la filarmonica di Talamona non è sola nel proporre il tradizionale concerto d’inverno (alla palestra comunale alle ore 21), ma ha invitato una banda ospite. Cio che è inedito sono le sonorità che sono state proposte, “generi musicali molto diversi tra loro” come ha spiegato Eleonora da sempre clarinettista, ma anche presentatrice ufficiale della banda “attraverso cui effettuare un viaggio virtuale intorno al mondo”.Un viaggio che prende il via dalla Nuova Zelanda (il cui nome significa terra di mare), composta da due isole principali (separate dallo stretto di Cook ndr) e da numerose isole minori, fa parte dell’Oceania, ha come lingua ufficiale e la sua minoranza etnica più conosciuta è il popolo dei Maori. Il brano che ci porta virtualmente in questa terra è intitolato INVERCARGILL MARCH ed è stato composto dallo scozzese Alexander Frame Lithgow dedicata proprio alla città di Ivercargill che lo ospitò per molti anni. Questa marcia nel tempo è diventata discretamente famosa al pari di START STRY FOR EVER di Johnson Lissosa e LA MARCIA DI RADEZKY di Johann Start ed è una delle marce ufficiali dei marines. Il nostro viaggio è proseguito negli Stati Uniti con DAKOTA di Jacob de Haan, compositore olandese, attraverso cui si racconta in musica alcuni aspetti della cultura e della travagliata storia degli indiani Sioux, soprattutto per quanto riguarda il conflitto con la civiltà dei bianchi. Si tratta di una suite in cinque tempi: il primo rappresenta il grande spirito, simbolo delle credenze indiane legate alla creazione del Mondo; il secondo raffigura la caccia al bisonte, momento molto atteso dai giovani guerrieri per dare sfoggio del loro coraggio; il terzo rappresenta in musica la descrizione del calumet e del rituale del fumo, simbolo della pace, utilizzato dagli stregoni per comunicare con gli spiriti; il quarto rappresenta la danza degli spiriti cioè una danza eseguita per evocare gli spiriti degli antenati defunti, un rituale che veniva eseguito accompagnandosi con incantesimi e canti; nel 1890 l’esercito federale a Wounded Knee aprì il fuoco sugli indiani mentre si stava svolgendo questo rituale, dando così avvio ad un infinito massacro; ed è proprio questo luogo simbolo per gli indiani ad essere protagonista del quinto e ultimo tempo del brano che racconta il pellegrinaggio che ogni Sioux effettuava qui, momento tangibile delle tradizioni degli indiani del Dakota. La tappa successiva del viaggio è stata l’Africa. Il brano AFRICAN DREAMS è collegato ad una storia vera (che è stata raccontata dallo stesso protagonista su canale 5 a IL SENSO DELLA VITA nel 2010 ndr): in Malawi, un Paese dell’Africa sudorientale che basa la propria economia quasi esclusivamente sull’agricoltura e sull’esportazione dei prodotti (tabacco the e zucchero principalmente) questa storia avvincente vede come protagonista il giovane William Kauamba cresciuto li in quel Paese tra le tradizioni e i riti magici legati alla stregoneria dove la tecnologia moderna rappresenta invece un grande mistero; prendendo spunto da alcuni libri di testo, il giovane William iniziò a progettare la costruzione di un mulino a vento al fine di poter portare l’energia, l’elettricità e l’acqua al suo villaggio, cambiando così drasticamente la vita dei propri familiari ed amici; nonostante la difficoltà di crescere lontano dai centri urbani, William tenne viva nel tempo la propria passione e utilizzando rottami metallici, parti di trattori e biciclette costruì un rozzo mulino a vento col quale riuscì, tra lo stupore generale della sua comunità, ad alimentare ben quattro lampadine. La notizia dell’impresa di William presto si diffuse ben oltre i confini del suo Paese e il giovane ragazzo visionario divenne un eroe per molti ragazzini africani. Con UP FROM EARTH’S CENTER siamo approdati alle Hawaii. Questo brano nasce dalla penna di Rob Romeyn compositore americano contemporaneo. Il viaggio comincia la mattina del grande terremoto che nel 1868 portò la devastazione in questo arcipelago. La scena iniziale descrive la spiaggia di sabbia nera di Puna Lulu, attuale meta turistica di molti visitatori da tutto il mondo, proprio mentre sta sorgendo il sole: le onde si infrangono sulla spiaggia e la tranquillità sembra regnare incontrastata; il ritmo comincia a farsi più incalzante ed il tema iniziale viene sostituito dalla melodia tradizionale LA TERRA E’ NOSTRA MADRE che ci ricorda di rispettare sempre la Terra ed essere sempre consapevole dei suoi incredibili poteri; il ritmo accelera nuovamente e ci catapulta al momento del fatidico giorno, quello del terremoto che coinvolge gli abissi dell’Oceano Pacifico ed un enorme tsunami travolge le isole Hawaii; torniamo infine sulla spiaggia di Puna Lulu dove madre terra ricomincia il suo lavoro di rinnovamento. L’ultima tappa del viaggio prima di cedere il passo alla banda ospite ci ha condotti in Sudamerica con BUENAVENTURA brano composto dall’americano Steve Hodges che propone una melodia introduttiva affidata al sassofono solista per poi esplodere in melodie tipiche della tradizione latinoamericana, basate su veloci ritmi sincopati e sulla presenza costante delle molte percussioni coinvolte. Questo brano è stato particolarmente simpatico perché ad un certo punto la banda ha suonato battendo le mani. Il pubblico si è talmente divertito che ha richiesto un bis. Prima però alcuni ringraziamenti. Le due bande si sono omaggiate a vicenda con dei regali (tra cui uno speciale per il maestro della filarmonica talamonese Pietro Boiani, visibilmente commosso) e hanno onorato Lorenza, ex suonatrice della filarmonica di Talamona e ora suonatrice dell’Unione Musicale Inverso dunque il vero collante di questa serata tra due bande. Ed ecco che dunque è giunto il momento di conoscerla meglio questa banda ospite. Si è formata nel 1947 in un piccolo comune della Val Chisone in Piemonte per volontà di alcuni suonatori in previsione dei festeggiamenti per il centenario del 17 febbraio 1848, data in cui Carlo Alberto concesse i diritti civili a Valdesi ed Ebrei. Nel corso degli anni inizia poi ad esibirsi per eventi e manifestazioni cui dare maggior solennità, in occasioni di festa per i cittadini. Negli anni cresce sia per quanto riguarda il numero dei componenti che da un punto di vista qualitativo attraverso un’attività concertistica sempre più ampia e intensa e un repertorio in continuo rinnovamento portato in giro per tutto il Piemonte, ma anche a Siena, Venezia, Ravenna, Vallecrosia, Isola d’Elba e Valle del Chianti. Nel 2007 la prima trasferta internazionale in Polonia. Diversi i progetti realizzati dall’Unione: dalle prove con la collaborazione del maestro Cavalletto allo stage formativo con Lorenzo Pusceddu, ai festeggiamenti per il sessantesimo anniversario tesi a rimarcare l’importanza della musica per il gruppo e il territorio. Nel 2008 arriva l’attuale maestro Riccardo Chirotto e nel 2010 si concretizza una “fotografia musicale” con un cd voluto dai componenti che ripercorre un po’ la storia e l’evoluzione musicale della banda. Nel 2013 la partecipazione in terza categoria al Concorso Bandistico Nazionale di Saint Vincent (AO). Attualmente suonano in questa banda circa 45 persone (non tutte presenti questa sera a causa di impedimenti lavorativi di salute e vari) unite da un sodalizio frutto della passione della tenacità e dell’impegno nel conservare il patrimonio musicale al servizio della loro comunità. Dopo questa premessa viene proprio voglia di ascoltarli. Anche loro hanno proposto un viaggio in musica, ma concentrato prevalentemente nel nord Europa. Il primo brano proposto è stato VALDRESS MARCH di Johannes Hannsen, direttore della banda militare di Oslo durante la seconda guerra mondiale. Valdress è il nome di una regione norvegese di cui l’autore voleva celebrare la bellezza e in questa marcia si condensano le tradizioni musicali di questo Paese, tra cui la fanfara distintiva del battaglione Valdress, in realtà una melodia medievale, una canzone melodica, una danza ad appannaggio dei violinisti, sovrapponendoli ad un basso tipicamente scandinavo. Risultato, una delle grandi marce del repertorio bandistico, con cui l’unione musicale vuole dare il benvenuto. La bussola si è poi orientata in Russia con WALZ N°2 di Dimitri Shostakovic estratta dalla  JAZZ SUITE N°2 arrangiata da Johann de Meij. Shostakovic è stato uno dei musicisti russi più importanti del ventesimo secolo sempre fedele all’idea di rendere migliore il popolo attraverso le arti scrisse sei suite, un concerto per solisti e orchestra, tre opere, balletti e musica da camera, senza contare più di trenta partiture a commento di film propaganda del regime sovietico. Fu dunque un compositore molto eclettico realizzatore di sinfonie che si caratterizzano per l’uso di strumenti molto vari e uso di sonorità massicce. Questo brano tratto dalla suite n°2 scrive in maniera diversa. In particolare l’estratto che è stato eseguito dalla banda offre temi d’intenso lirismo sia con interventi solistici, sia con interventi collettivi, che offrono uno slancio degno della più antica tradizione viennese. Nel 1956 lo stesso autore usò questo brano nel film IL PRIMO CONTINGENTE mentre quarantatre anni dopo Kubrick lo usò per EYES WIDE SHUT. Con il prossimo brano ENGLISH FOLK SONG SUITE di Ralph Vaughan Williams si è tornati al genere marcia suddiviso in tre tempi dall’espressività molto esplicita: nel movimento iniziale ciascuna delle tre sezioni in cui è normalmente divisa una marcia è tema di tre diverse canzoni, mentre nel secondo movimento la melodia riflessiva viene interrotta da un classicissimo valzer inglese; nel movimento conclusivo si riprende il tema iniziale, per un totale di otto canti popolari usati come base della composizione. La suite fa parte di quell’esiguo numero di composizioni oggetto di trascrizioni al contrario cioè per banda e solo successivamente strumentali anche per orchestra sinfonica. In realtà Williams scrisse quattro movimenti. In quello inizialmente pensato come secondo egli raccolse canti di pescatori, ma dopo la prima esecuzione del 1923 diede loro vita propria pubblicando la parte col titolo di SEA AND SONGS. Il successivo brano THE WAR OF THE CELTS è un pezzo tipico per orchestra di fiati contenente i numeri di un musical basato sulle danze tradizionali irlandesi la cui caratteristica principale è quella di presentare dei movimenti delle gambe veloci mentre braccia e parte superiore del corpo restano fermi. In quest’opera si racconta la lotta tra il signore della danza e il malvagio Dedorica e parallelamente i conflitti tra due donne, la tentazione e lo spirito d’Irlanda per ottenere l’amore del protagonista. Dopo il debutto del 1996 lo spettacolo arrivò ad avere quattro troup che lo eseguivano in contemporanea nel nord America ed ancora adesso si trovano due compagnie che lo stanno eseguendo a Londra e negli Stati Uniti. Ed ecco come con questo brano il viaggio musicale è approdato in Irlanda. L’ultimo brano THE BLUE BROTHERS REVEUE è stato presentato dal maestro Chiriotto che ne ha approfittato per dire due parole conclusive ricollegandosi ai discorsi fatti prima dalla nostra banda. Un discorso che ribadisce l’amicizia tra le due bande, un legame impersonato da Lorenza suonatrice di entrambe le formazioni in tempi diversi. Un discorso di ringraziamento per tutti i componenti della banda uno ciascuno. L’ultimo brano eseguito ha portato in America. Questo fatto di non eseguire solo brani europei come inizialmente previsto lo si deve al fatto che secondo il maestro Chiriotto la Talamona di quest’estate somigliava molto a Chicago: grigia umida e piovosa. Questa scelta ha avuto successo in quanto per questo brano è stato richiesto un bis. Per concludere in grande le due bande si sono infine unite per suonare insieme, dirette dal maestro Chiriotto, brani tipicamente natalizi. Si è concluso così questo piccolo grande evento che ha dimostrato una volta di più come la musica può farsi veicolo di storie e portatrice di cultura generale.

Antonella Alemanni

IL TESORO DI PIETROASA

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The Pietroasele Treasure (or the Petrossa Treasure) found in Pietroasele, Buzău, Romania, in 1837, is a late fourth-century Gothic treasure that included some twenty-two objects of gold, among the most famous examples of the polychrome style of Migration Period art. Of the twenty-two pieces, only twelve have survived, conserved at the National Museum of Romanian History, in Bucharest: a large eagle-headed fibula and three smaller ones encrusted with semi-precious stones; a patera, or round sacrificial dish, modelled with Orphic figures surrounding a seated three-dimensional goddess in the center; a twelve-sided cup, a ring with a Gothic runic inscription, a large tray, two other necklaces and a pitcher. Their multiple styles, in which Han Chinese styles have been noted in the belt buckles, Hellenistic styles in the golden bowls, Sasanian motifs in the baskets, and Germanic fashions in the fibulae, are characteristic of the cosmopolitan outlook of the Cernjachov culture in a region without defined topographic confines.


More about the treasure and the bowl at http://www.videoguide.ro/tezaurul-ist… und http://romanianhistoryandculture.webs.

Il Tesoro di Pietroasele (o Tesoro di Petrossa), ritrovato nel 1837 a Pietroasele,Romania, risale al IV secolo ed è composto di ventidue oggetti gotici comprendenti alcuni manufatti in oro. È considerato uno dei migliori esempi di stile policromo di arte barbarica.

Il tesoro originale, scoperto all’interno di un tumulo noto come Istriţa, nei pressi di Pietroasele, Romania, consisteva di 22 pezzi, compreso un grande assortimento di oggetti in oro, piatti e coppe oltre alla gioielleria, e due anelli completi di iscrizioni runiche. Quando fu scoperto, gli oggetti erano tenuti insieme da una non identificata massa scura, il che porta a credere che il tesoro sia stato ricoperto da qualche genere di materiale organico (ad esempio tessuti o pelle) prima di essere interrato. Il peso totale del tesoro era di circa 20 kg.

Dieci oggetti, tra cui uno dei due anelli, furono rubati poco dopo il ritrovamento. Quando i restanti oggetti furono ritrovati, si scoprì che l’altro anello era stato tagliato in almeno quattro parti da un orafo di Bucarest, ed uno dei caratteri runici era irrimediabilmente rovinato. Fortunatamente sono sopravvissuti dei disegni dettagliati, un calco in gesso ed una fotografia fatta dall’Arundel Society di Londra, il che ha permesso di stabilire l’identità del carattere perduto con relativa sicurezza.

Gli oggetti rimasti nella collezione mostrano un’altra qualità dell’artigianato, tanto che gli studiosi dubitano che gli oggetti abbiano origini locali. Isaac Taylor (1879), in uno dei suoi primi lavori parla della scoperta, ipotizzando che gli oggetti potrebbero rappresentare parte di un bottino recuperato dai Goti durante le scorribande in Mesia e Tracia (238-251). Un’altra delle prime teorie, probabilmente la prima proposta da Odobescu (1889) e ripresa da Giurascu (1976), identifica Atanarico, re pagano dei Tervingi, come probabile originario proprietario del tesoro, presumibilmente acquisito grazie al conflitto con l’imperatore romano Valente nel 369. Il catalogo Goldhelm (1994) suggerisce l’ipotesi che gli oggetti possano essere visti come un regalo fatto dai capi romani ai principi germanici alleati.

Recenti studi mineralogici svolti sugli oggetti indicano almeno tre differenti origini geografiche per l’oro utilizzato: Urali meridionali, Nubia(Sudan) e Persia. L’ipotesi dell’origine Dacia per l’oro è stata esclusa. Nonostante Cojocaru (1999) rifiuti la possibilità che monete romane siano state fuse e forgiate per dare vita a questi oggetti, Constantinescu (2003) giunge alla conclusione opposta.

Una comparazione della composizione mineralogica, delle tecniche di fusione e forgia, ed analisi tipologiche indicano che l’oro venne usato per creare le iscrizioni runiche all’interno dell’anello, classificate come celto-germaniche, non è puro come quello usato solitamente dai greco-romani, né quello in lega usato per gli oggetti germanici. Questi risultati sembrano indicare che almeno parte del tesoro (tra cui l’anello) venne creato con oro estratto nel nord della Dacia, e potrebbe quindi rappresentare oggetti in possesso dei Goti prima della migrazione verso sud (appartenenti alla Cultura di Cernjachov). Dato che queste ipotesi possono sembrare dubbie per la tradizionale teoria dell’origine romano-mediterranea dell’anello, ulteriori ricerche sono necessarie prima di dichiarare con certezza da dove proviene il materiale usato per la costruzione.

Come per molti altri ritrovamenti dello stesso tipo, resta incerto il motivo per cui gli oggetti siano stati posti nel tumulo nonostante siano state avanzate ipotesi plausibili. Taylor afferma che il tumulo in cui sono stati ritrovati gli oggetti era probabilmente la sede di un tempio pagano, e che secondo l’analisi delle iscrizioni rimaste faceva parte di un’offerta votiva che farebbe pensare ad un paganesimo ancora attivo. Nonostante questa teoria sia stata ignorata per molto tempo, le recenti ricerche,  hanno dimostrato che tutti gli oggetti rimasti hanno un “carattere decisamente cerimoniale”. Particolarmente importante è la patera decorata con disegni di divinità probabilmente germaniche.

L’ipotesi secondo cui gli oggetti sarebbero di proprietà di Atanarico suggerisce l’idea che l’oro fosse stato sepolto nel tentativo di nasconderlo agli Unni, che avevano sconfitto i Grutungi a nord del Mar Nero, iniziando a spostarsi nel 375 verso la Dacia abitata dai Tervingi. Resta comunque incerto il motivo per cui l’oro sia rimasto sepolto, dato che il trattato di Atanarico con Teodosio I (380), gli permise di assicurare al suo popolo la protezione dei Romani prima della sua morte, avvenuta nel 381. Altri ricercatori hanno suggerito che il tesoro fosse appartenuto ad un re ostrogoto che Rusu (1984) identifica con Gainas, generale gotico dell’esercito romano ucciso dagli Unni attorno al 400. Nonostante questo possa spiegare il motivo per cui il tesoro non sarebbe stato dissotterrato, non spiega perché un vistoso tumulo sia stato scelto per contenere un così ricco tesoro.

Sono state ipotizzate numerose datazioni per la sepoltura del tesoro, spesso derivate da considerazioni riguardo l’origine degli oggetti stessi ed il tipo di sepoltura, nonostante l’iscrizione sia stato uno dei fattori più importanti. Taylor considera un intervallo tra il 210 ed il 250. Studi più recenti hanno portato gli studiosi a spostare leggermente in avanti la datazione. Coloro che sostengono l’ipotesi di Atanarico parlano della fine del IV secolo, data proposta anche da Constantinescu, mentre Tomescu data il tesoro all’inizio del V secolo.

Dei ventidue pezzi, solo dodici sono sopravvissuti, conservati oggi presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest: Una grande fibula con testa d’aquila e tre più piccole, tutte tempestate di pietre semi-preziose; una patera o piatto sacrificale, modellato con figure orfiche, che circondano una dea tridimensionale seduta; una coppa a dodici lati, un anello con un’iscrizione runica gotica, un grande vassoio, due collane ed una brocca.

I loro molteplici stili comprendono caratteristiche tipiche della dinastia Han cinese (fibbie per cinture), dell’Ellenismo (bocce in oro), motivi Sasanidi (cesti) e aspetti germanici(fibule). Questa varietà è tipica dell’aspetto cosmopolita della cultura di Cernjachov, in una regione senza confini topografici definiti.(approssimativamente odierna Ucraina e Bielorussia).

Quando Alexandro Odobescu pubblicò il suo libro sul tesoro, affermò che questo magnifico lavoro sarebbe potuto appartenere solo ad Atanarico (morto nel 381), capo dei Tervingi, uno dei popoli Goti. I moderni archeologi non sono in grado di collegare il tesoro a questo nome altisonante.

Il tesoro venne mandato in Russia nel dicembre 1916, quando l’esercito tedesco avanzò attraverso la Romania durante la prima guerra mondiale, e venne restituito solo nel 1956.

Lucica Bianchi

Note, fonti e bibliografia

La fotografia della Arundel Society, rimasta sconosciuta agli studiosi per circa un secolo, venne ripulita da Bernard Mees nel 2004.Cfr. Mees (2004:55-79). Per altre informazioni sulle prime vicende del ritrovamento, vedere Steiner-Welz (2005:170-175)

Taylor (1879,80) scrisse: “Il grande valore intrinseco dell’oro sembra indicare una provenienza di bottino di una grande vittoria e potrebbe trattarsi del saccheggio del campo dell’imperatore Decio, o del riscatto della ricca città di Marcianopoli”. Per altri studi sull’iscrizione vedere Massmann (1857)

Op.cit. Odobescu (1889), Giurascu (1976), Constantinescu (2003), Tomescu (1994)

Constantinescu (2003) descrive l’oggetto come “una patera con rappresentazioni di dei pagani (germanici)”. Analizzando l’immagine della patera Todd (1992) scrive: “al centro si trova una figura femminile su un trono circolare, con un calice nelle mani a coppa. Il fregio circolare rappresenta un gruppo di divinità, alcune in vesti classiche, altre con attributi più tipici dei pantheon germanici. Un potente dio maschio brandisce mazza e cornucopia, e siede su un trono dalla forma di testa di cavallo, ed è probabilmente più accostabile a Donar che ad Ercole. Un guerriero eroico in armatura completa, e con tre nodi nei capelli, è chiaramente un importante dio barbaro, mentre un trio di divinità femminili rappresenta probabilmente le Disir. Anche la dea seduta che presiede l’intero insieme non è facilmente classificabile come classica. Piuttosto sarebbe da vedere come una madre barbara degli dei”. (Fotografie della patera sono osservabili qui e qui.)

Michael Schmauder, Richard Corradini, The Construction of Communities in the Early Middle Ages: Texts, Resources and Artifacts, dicembre 2002

Alexandru Odobescu, Le trésor de Petrossa: Étude sur l’orfèvrerie antique, Parigi-Lipsia, J. Rotschild, 1889

Joseph Campbell, The Masks of God: Creative Mythology, 1968

M. Rusu, Cercetãri Arheologice, 1984

Herbert Kühn, Asiatic Influences on the Art of the Migrations, Parnassus

Avram Alexandru, Goldhelm, Schwert und Silberschätze: Reichtümer aus 6000 Jahren rumänischer Vergangenheit, Francoforte sul Meno, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 1994

Malcolm Todd, The Early Germans, Blackwell Publishing, 1992

Dorina Tomescu, Der Schatzfund von Pietroasa, 1994, Goldhelm, Schwert und Silberschätze, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 230–235, Francoforte