L’UNIVERSO IN UNA STANZA: MANFREDO SETTALA E L’AMBROSIANA

Loredana Fabbri

 

                                                                                                                       “Niuna cosa entra ad abitar nel palagio

                                                                                                                   dell’intelletto che passata non sia per la porta

                                                                                                                                       necessaria dei sensi”

                                                                                                                                        (Manfredo Settala)

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A mia madre

Il secolo XVI fu segnato da gravi contrasti religiosi, conseguenza della Riforma iniziata da Lutero nel 1517, contrasti che divisero l’Europa a metà e costrinsero la Chiesa cattolica a rivedere le proprie strutture e la propria condotta: la parte centrosettentrionale protestante e quella meridionale cattolica, con notevoli conseguenze non solo di carattere religioso, ma anche sul piano culturale e sociale, lo scontro di potere poi determinò un clima ostile e conflittuale, combattuto soprattutto con le armi dell’Inquisizione. Tale situazione si aggravò ulteriormente nel 1563, alla conclusione del Concilio di Trento, che tredici anni prima era stato convocato per cercare di ricostituire un’intesa tra cattolici e protestanti, divenendo però il centro della nuova ideologia della Chiesa di Roma, la quale dava una risposta alla Riforma protestante.

Il Cinquecento fu un secolo drammatico e pieno di contrasti: dalla mutazione dei valori per la religione, la politica, il pensiero filosofico e scientifico, l’arte, scaturiscono le idee sulle quali si fonderà la struttura culturale dell’Europa moderna. La religione non è più vista come la rivelazione di verità eterne, ma come ansiosa ricerca di Dio nell’anima umana; non esiste più l’obbedienza ad una autorità, ma una scelta che comporta la consapevolezza dell’uomo di fronte a Dio; allo stesso modo, la nuova scienza non è più vista come l’unica sapienza fondata e tramandata sull’autorità delle antiche Scritture, ma come indagine della realtà; in politica non prevale più l’affermazione di una gerarchia di poteri che derivano da Dio, ma un conflitto di forze in cerca di un equilibrio temporaneo. L’arte non è più osservazione e riproduzione dell’ordine del creato, ma ansiosa ricerca della propria natura, della ragion d’essere e dei propri fini: non ha più senso rappresentare nell’arte la forma dell’universo se questa è sconosciuta ed oggetto d’indagine, come non ha senso contemplare l’armonia del creato se Dio non si trova là, ma nell’interiorità dell’anima che combatte per la propria salvezza. Il metodo della ricerca e dell’esperienza scientifica, l’atteggiamento verso Dio, la disciplina della vita religiosa ed anche l’arte nel suo attuarsi fanno parte di questi comportamenti umani, che concorrono alla salvezza spirituale ed è proprio questo il problema di questo periodo: l’atteggiamento antropico, il rapporto tra individuo e Stato riflette quello tra uomo e Dio, se per i protestanti ciò che lega l’uomo a Dio è la grazia (e non si può far niente per ottenerla), per i cattolici, invece, Dio ha predisposto i mezzi per la salvezza e se la storia è il percorso compiuto dall’umanità verso la salvezza, bisogna proseguire su questa strada senza fermarsi. La cultura è una delle vie di salvezza, ma tutti gli uomini hanno il diritto al salvarsi, non solo i dotti, allora bisogna che la cultura arrivi in tutti gli strati sociali, che ogni lavoro anche quello più umile abbia un’origine culturale e un fine religioso, il lavoro dell’artista, dell’artigiano e dell’operaio non deve essere fine a se stesso, ma “ad maiorem Dei gloriam”, e sarà proprio su questi ultimi principi che Federico Borromeo fonderà prima la Biblioteca Ambrosiana il 7 settembre 1607, che sarà inaugurata nel 1609, poi la Pinacoteca il 28 aprile 1618 che Federico doterà con la donazione della sua collezione di pitture e disegni, creata in vista della costituzione dell’Accademia del Disegno a compimento e integrazione della Biblioteca, che doveva servire da esemplare e sostegno economico ad una futura “Accademia di Belle Arti”, finalizzata alla formazione e all’educazione del gusto estetico in conformità alle disposizioni del Concilio di Trento. Nel 1621, dunque, fu creata la nuova istituzione, il cui primo Presidente fu il pittore Giovan Battista Crespi, detto il Cerano. All’Accademia aderirono pittori e scultori famosi e nel periodo iniziale ebbe vita fiorente, ma nel 1776, dopo un periodo di progressiva decadenza, cessò di esistere e confluì nell’Accademia di Brera.[1]

Il Seicento, conseguentemente, è il secolo delle crisi e delle contraddizioni, l’uomo, dopo i profondi rivolgimenti del Cinquecento, non presenta un’unità spirituale, politica, religiosa e sociale, ma è travagliato da molteplici e contraddittorie richieste, da passioni e impulsi che ne frantumano la vita nei più opposti atteggiamenti, ciò nonostante egli cerca un ordine, un’unità ed un equilibrio, quando non ci riesce cede alla sensazione, all’istinto. Nel campo filosofico si dibatte tra empirismo e razionalismo, tra meccanicismo e finalismo; in quello scientifico tra Tolomeo e Copernico, tra Aristotele e Galilei, tra il principio di autorità e lo sperimentalismo. In ambito artistico prevale il Barocco, emblema della crisi di sensibilità e trionfo dell’irrazionale (una rivoluzione culturale in nome dell’ideologia cattolica); il contrasto tra ragion di stato e libertà, tra giusnaturalismo e contrattualismo domina nella dottrina politica, mentre nella religione infuriano le lotte tra cattolici e calvinisti, tra intolleranti e giansenisti. Il Seicento è anche il secolo dell’espansione coloniale degli Stati Europei, il periodo del grande sviluppo commerciale e capitalistico dell’Europa occidentale nel mondo: il centro economico si sposta dal Mediterraneo alla Manica e al Mare del Nord, dall’Italia e dalla Spagna all’Inghilterra e all’Olanda, dove si afferma e domina il capitalismo commerciale che sfocerà nel liberismo, in contrapposizione alle senescenti teorie della Riforma e della Controriforma. L’Italia, chiusa nel dominio spagnolo, affermato con la pace di Cateau Cambrésis, non partecipa alle grandi mutazioni spirituali e politiche dell’Europa, ma come disse Francesco De Sanctis rimase: <<estranea a tutto quel movimento di idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni d’Europa>>. Giudizio cui si oppose Benedetto Croce sostenendo che pur non potendo negare la complessa e generalizzata crisi che interessò l’Italia in quel periodo, non ne addossò la colpa al malgoverno spagnolo, ma al fatto che se l’Italia non fu in grado di reagire, ciò fu la dimostrazione che quella italiana era <<una decadenza che si abbracciava a una decadenza>>. La Spagna controllava direttamente la metà della penisola, avendo il suo dominio sul ducato di Milano e i regni di Napoli, Sicilia, Sardegna e su molti altri Stati italiani, estranei alla sua diretta autorità, ma gravitanti nella sua sfera di controllo; ciò che nel passato era stato florido e ricco s’isterilì, le mutate condizioni del regno di Napoli furono una palese dimostrazione e quelle decadenti della Lombardia furono eccellentemente descritte nelle pagine dei “I Promessi Sposi”, dove Manzoni ci fa toccare con mano l’ipocrita superbia di un governo che fa le leggi, ma non sa o non vuole farle rispettare, dove il particolarismo è regola e la prepotenza diventa giustizia.

E’ questa l’età in cui operano i due Borromeo ed è in questo periodo che a Milano vive il carismatico Lodovico Settala, discendente della casata che prende il nome dal toponimo dell’omonimo borgo, situato ad est di Milano, feudo dei Settala fin dal secolo IX, anche se la famiglia faceva orgogliosamente risalire le proprie origini a San Senatore, Arcivescovo di Milano intorno al 477.[2]  La casata annoverava anche un Passaguado Settala, il quale fu tra coloro che nel 1171, dopo la distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, costruirono le nuove mura della città; nel 1213 papa Innocenzo III nominava Arcivescovo di Milano Enrico Settala e con Manfredo, morto verso il 1210, la nobile famiglia vantava anche un beato, Lanfranco, agostiniano e vissuto nel XIII secolo, apparteneva alla suddetta famiglia, e fu fondatore della Chiesa e Convento di San Marco in Milano, dove tutt’oggi si può vedere la sua tomba, opera di Balduccio da Pisa.[3]  Fecero parte della casata, dunque, uomini di Chiesa, di toga, di spada, ma è con il giureconsulto Lodovico, insegnante presso l’Università di Pavia e vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo che ebbe inizio la ricca biblioteca di casa Settala, dando luogo a quel vasto interesse culturale, peculiare degli uomini del Rinascimento italiano, che troverà la piena manifestazione, nell’ambito di questa famiglia, nel protofisico Ludovico e in Gerolamo, suo fratello, ma soprattutto in Manfredo, figlio di Ludovico.[4]

Lodovico Settala nacque a Milano il 7 febbraio 1552, fu allievo dei Gesuiti della stessa città, dove compì i primi studi, a sedici anni sostenne la tesi di fisica, a venti si laureò in medicina all’Università di Pavia. L’anno successivo venne iscritto al Collegio medico di Milano e per un periodo di tempo insegnò medicina presso l’ateneo pavese, insegnamento che lasciò per dedicarsi alla professione privata nella sua città.[5] Gli studi su Galeno, Aristotele e Ippocrate lo portarono ad allargare i propri orizzonti culturali, occupandosi di filosofia, di morale e di letteratura. Durante la peste del 1576, si prodigò insieme a Carlo Borromeo per la prevenzione e il soccorso (Durante questa epidemia, Ludovico fu eletto a deputato per il quartiere di Porta Orientale per le sue conoscenze di pubblica igiene, nel quale ufficio dette importanti disposizioni igienico-sanitarie per l’assistenza dei malati): ciò dette modo a Lodovico di trarne fonti per la realizzazione di opere scientifiche ed anche una grande esperienza, che sarà preziosa durante la nuova epidemia di peste del 1630, quando la sua opera sarà ancora necessaria nonostante la tarda età.[6] Di lui scrive il Manzoni: << Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduto quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovanissimo, sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come nella terra di Chiuso, era scoppiato indubitalmente il contagio.>> Ed ancora: <<Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d’altre università, Ingolstad, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s’aggiungeva quella della vita, e all’ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficiare i poveri.>>[7]

Alla fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, la nascita di “nicchie” di potere costituite dalle famiglie più importanti di Milano permette a Ludovico di prendere il controllo delle cattedre mediche dell’Università di Milano ed altre importanti cariche, quando Ludovico ricopriva la carica di protofisico, che, come dimostra il racconto di Manzoni, gli permise di ottenere un grande credito presso le autorità cittadine e, nonostante l’età avanzata, fu considerato all’avanguardia rispetto agli altri medici del tempo, proprio per questo fu accusato dal popolo di voler terrorizzare i cittadini milanesi a causa delle sue teorie sui rischi del contagio. Ludovico Settala ebbe un forte legame con l’arte e stretto fu il suo rapporto con il pittore Daniele Crespi, che è il personaggio maggiormente menzionato nelle sue relazioni scientifiche, infatti, oltre a commissionargli i ritratti dei membri della famiglia, Crespi assisteva come illustratore alle indagini scientifiche per la scoperta e lo studio dei vasi linfatici che Ludovico effettuava insieme al figlio Senatore, anche lui medico, e a Gaspare Aselli, nel 1623 circa; chiamato, come altri, non solo per approfondire la sua conoscenza dell’anatomia con osservazioni dal vero, ma principalmente per rilevare puntualmente ciò che veniva scoperto durante le dissezioni effettuate su animali.[8]. <<Conferma di questo impegno sono le tavole, pur non firmate, che accompagnano il celebre testo a stampa che presenta per la prima volta al pubblico con immagini la scoperta del sistema linfatico. L’opera da considerarsi la prima in cui vennero realizzate puntuali illustrazioni anatomiche stampate in xilografia a quattro colori, fu pubblicata dopo la prematura morte di Aselli, avvenuta nel 1625, per cura dello stesso Senatore e del collega Alessandro Tadino, pochi anni dopo importante referente per i rilevamenti dei casi di peste nel territorio lombardo. Si metteva così in pratica quella sperimentazione scientifica diretta di cui Galileo era da tempo convinto, e forse il più noto, assertore che includeva osservazione, determinazione del problema, formulazione dell’ipotesi, verifica sperimentale delle ipotesi formulate, raccolta dati a cui, in questo caso, prendevano parte anche pittori e miniatori, elaborazione dei risultati e loro pubblicazione>>.[9]

Le scoperte geografiche compiute tra la fine del XV e durante il XVI secolo fecero conoscere agli studiosi europei una grande varietà di animali e vegetali esotici, il cui studio doveva essere svolto solo con l’osservazione diretta, tutto ciò evidenziò che le nozioni tramandate dagli antichi non sempre potevano dare spiegazioni esaustive, con il conseguente progressivo abbandono della cieca fiducia nei testi classici. Il nuovo metodo, introdotto da Galileo Galilei, basato sulla verifica sperimentale, era ormai divenuto il fondamento della scienza moderna. L’osservazione diretta divenne un procedimento sempre più utilizzato e l’abbandono dei riferimenti classici furono favoriti anche dall’invenzione di strumenti come il cannocchiale e il microscopio, rendendo accessibili campi di indagine molto estesi e completamente sconosciuti dagli antichi. La necessità dello studio dal vero favorì anche la formazione di collezioni scientifiche: nacquero gli erbari, vere e proprie raccolte di piante disseccate, nel settore zoologico si sviluppò la tassidermia,[10] che tutt’oggi rappresentano un grande patrimonio scientifico dei musei di storia naturale.[11]

Ludovico Settala, grazie ai suoi eclettici interessi, si rendeva perfettamente conto del valore del proprio patrimonio, che comprendeva, tra gli altri oggetti, l’eccezionale raccolta di circa diecimila volumi iniziata dai suoi avi e aiutato dal fratello Gerolamo, quindi, nel suo testamento, redatto nel giugno del 1632, istituì un fedecommesso in favore dei figli maschi, che veniva esteso anche alla nascente Galleria del figlio Manfredo.[12] Ludovico morì il 12 settembre 1633 a Milano, lasciando diciotto figli, di cui solo uno seguì la carriera medica come il padre.[13]

L’arte del XVII secolo, affonda le sue radici nella cultura aristotelica, che rimase al centro della coscienza intellettuale europea dalla fine del Trecento a tutto il Seicento e a buona parte del secolo successivo, pur rappresentando l’ortodossia dominante, fu avversata da molti e considerata una filosofia pagana non conciliabile con il pensiero cristiano, quindi, a partire dal XVI secolo, si affermarono nuovi sistemi filosofici contrari alla visione aristotelica del mondo. Nel Seicento, un nuovo metodo sperimentale si prefiggeva di indagare le scienze e di rinnovarle profondamente (Francis Bacon), Cartesio espone le proprie opinioni sull’indagine scientifica. Il nascere di varie forme di atomismo e meccanicismo, offrono una visione alternativa a quella aristotelica, le spiegazioni matematiche sulla Natura, le nuove interpretazioni dello spazio contraddicevano quelle aristoteliche, arrivando al superamento della distinzione tra naturale e artificiale, tra celeste e terrestre. Galileo è un poco l’emblema di questa nuova mentalità, che considera la storia e l’autorità poco o nulla. L’arte, nella concezione barocca, non ha lo scopo di imitare e riprodurre la natura, ma quella ri-crearla: l’artista barocco ingaggia una gara con la natura e affida alle sue opere il compito di mostrare la sua abilità creativa. Nasce il gusto di collezionare oggetti particolari come ad esempio gli “ushabti”, che facevano parte di quella cultura magica, sacrale del tempo, anche se la funzione di tali oggetti è ambigua e non appare chiara: un mobile impreziosito da intarsi e gemme preziose ha funzione di contenitore o è apprezzato per le sue decorazioni? L’oggetto esotico incuriosisce e incuriosiscono molto anche i materiali usati, c’è una ricerca ed amore per il minuscolo, il “miniaturistico” e, soprattutto, per i materiali preziosi usati.[14] Anche gli animali imbalsamati fanno parte di tali collezioni, ma tra il 1520 e il 1720 si è capito quello che prima sembrava una fantasia bislacca è verità e questi animali esistono nella collezione Settala: non c’è più la dimensione della Wunderkammer, l’animale viene ora studiato e viene imbalsamato, cogliendone la cinesi. Sulle volte dei grandi palazzi vengono dipinti i pianeti: il mondo di tenebre è ora squarciato dalla luce che viene dal cielo, dall’alto. Quello che accomuna ciò che abbiamo vissuto è il rapporto tra Natura, opera di Dio che mette nelle mani dell’uomo, e cultura.[15]

Nell’Europa del Cinquecento e del Seicento cresce, dunque, l’interesse per la raccolta di reperti naturalistici, che sono presenti anche in collezioni dell’uomo di lettere, nel cui “studiolo” si potevano vedere anche “naturalia” accanto ai ritratti di uomini illustri, raccolta di medaglie e strumenti scientifico-matematici, ed è per questo fenomeno di gusto per la raccolta amatoriale che si diffusero, anche se tra persone di alto livello sociale, le Wunderkammern, in cui i reperti naturalistici raramente vengono conservati allo stato originale, ma vengono impreziositi con montature artistiche che esulano dalle esigenze scientifiche, frutto di un collezionismo particolare, effettuato dalle classi dominanti e preordinate (anticipate) dalle “Collectanea rerum memorabilium” del mondo antico (Posidonio, Plinio, il De mirabilius auscultationibus pseudo aristotelico), tardo-antico (Solino, Pomponio Mela, Cosma Indicopleuste) e dalle enciclopedie medievali (dalle Etymologiae di Isidoro di Siviglia agli Specula di Vincenzo di Beauvais), ma caratterizzate dal senso pragmatico e dall’esigenza sperimentativa e autoptica della conoscenza moderna. Con l’arrivo della modernità, collezionare naturalia, cioè oggetti provenienti dalla natura e mirabilia o artificialia, ossia prodotti dalla natura, ma manipolati e artisticamente definiti dall’artefice,  significa realizzare l’aspirazione di ricostruire l’universo in una stanza: la Wunderkammer diventa un modo per viaggiare senza muoversi, un luogo capace di restituire una visione panottica e sincronica della poliedrica pluralità del creato: Wunderkammer è un termine tedesco, traducibile con “stanza delle meraviglie”, le prime importanti Wunderkammern nascono nel Nord Europa e si sviluppano soprattutto nella metà del secolo XVI, quando nella pittura emerge il gusto prezioso ed eccentrico del manierismo.[16] In molte raccolte erano presenti anche oggetti con valore apotropaico, usati particolarmente per prevenire l’azione dei veleni. Molto famose erano le raccolte dell’arciduca Ferdinando del Tirolo, dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, del re di Danimarca Cristiano IV, di Federico Augusto il Forte, principe elettore e sovrano di Polonia, a Milano famosa fu la “chambre des meravilles” del canonico Manfredo Settala, a Verona quella di Francesco Calzolari, quella di Anna Maria Luisa de’ Medici, principessa elettrice del Palatinato, a Roma, presso il Collegio Romano quella, ancor più famosa, dell’erudito olandese, amico del Settala, Athanasius Kircher.[17]

L’uomo di questo periodo vuole soddisfare quella sete di conoscenza della totalità dell’esistente che è in lui, ma non trova una spiegazione nella teologia e non è ancora soddisfatta dalla scienza, incuriosito dalla scoperta di nuovi mondi e dai resoconti di queste terre lontane, è fortemente stimolato all’osservazione diretta e alla classificazione della realtà naturale ed proprio questo il clima in cui vengono concepite e prolificano le “collezioni di meraviglie”.

Nella Wunderkammer del ‘500 e ‘600 il contenuto scientifico delle raccolte naturalistiche non era ancora separato dall’aspetto artistico-estetico: l’interesse per i reperti naturalistici derivava, in gran parte, da tutto ciò che appariva insolito, mostruoso, fuori dal comune (gemelli siamesi, strani incroci tra esseri umani animali e vegetali), dando luogo a collezioni stravaganti, spesso frutto di assemblaggi ed alterazioni dei soggetti. Questo collezionismo enciclopedico, che anche in Italia ebbe molta fortuna in epoca rinascimentale, permise, la raccolta di materiali curiosi, eterogenei, che furono l’origine dei moderni musei. Vennero creati dispositivi per definire confini ed estensioni, per determinare posizioni di astri, che furono abbelliti e decorativa materiali preziosi e raffinate incisioni, divenendo più strumenti da “vedere” che da “usare”.[18]

Manfredo Settala nasce l’8 marzo 1600 a Milano, ma nonostante la notorietà del personaggio, mancano le notizie sulla sua infanzia ed adolescenza: di grande importanza fu la visita che effettuò, all’età di quindici anni, presso la corte dei Gonzaga a Mantova, dove il giovane poté ammirare una grande quantità di strumenti scientifici e di rarità naturalistiche che non potevano non destare in lui curiosità e fascino.[19] Il periodo universitario fu molto importante per la sua formazione: dopo gli studi di lettere, retorica e filosofia, a ventun anni si laureò in giurisprudenza all’Università di Pavia, trasferitosi in Toscana, si dedicò agli studi della scienza e della sperimentazione presso gli atenei di Pisa e di Siena, in quest’ultimo ebbe l’occasione di frequentare le lezioni insieme a Fabio Chigi, il futuro papa Alessandro VII, di cui divenne amico, mentre a Pisa frequentò lo Studio pisano, dove venne a contatto con l’ambiente scientifico e soprattutto con la matematica e l’astronomia, che Manfredo continuerà a coltivare: ne sono un esempio le lenti e gli strumenti ottici da lui costruiti.[20] Terminati gli studi, nonostante le difficoltà economiche in cui si trovava la famiglia, partì per un viaggio in Oriente, che iniziò nel 1622, quando riuscì a convincere il padre a trovargli raccomandazioni e denari per realizzare questa sua aspirazione: partì prima per la Sicilia, imbarcandosi sulle galere dei Medici, da qui arrivò a Costantinopoli, dove soggiornò per circa un anno, poi proseguì il suo viaggio lungo le coste dell’Asia Minore e a Cipro, fece ritorno nel 1629 sbarcando nel porto di Livorno e proseguendo poi per Milano carico di materiali naturalistici e dati etnografici raccolti durante questi anni e definiti da lui stesso “turcheschi”.[21]

E’ del 21 novembre 1629 la lettera che il padre Ludovico scrive a Manfredo, biasimandolo per la sua condotta mondana in contraddizione con la vita ecclesiastica che lui stesso aveva scelto senza esserne costretto, ricevendo il diaconato il 18 marzo 1628 dal Cardinale Federico Borromeo,[22] evidentemente Manfredo non ricevette la missiva o perlomeno non rimase molto scosso dall’accorata lettera paterna, poiché Ludovico ripeté, calcando di più la mano, gli stessi rimproveri in un’altra lettera datata 30 dicembre 1629: <<Acciò più non vi venisse in pensiere che havendovi mandato con Carlo a Pisa vi havessi mandato in esilio, vi scrissi una longa lettera paterna alli tanti di novembre, la quale spiacemi non esservi capitata, però con questa di nuovo suplisco, esortandovi a riceverla con affetto figliale, come so, che viene da Padre amorevole zelante del ben vostro dell’Anima, del Corpo e dell’amore. Sapete che Carlo era desideroso di andare a Pisa a Studio e che io quasi vi era condisceso, ma ritiratomi per la mia infirmità e scarsità di denari per la puoca corrispondenza delle entrate quasi a niente ridotte per la guerra, tempeste di due anni et infiniti altri infortunii, ma li sospetti crescenti di peste mi fecero mutare pensiero et essendomi ricordato che tante volte haveva sentito da voi che in simile caso havereste fuggito in coteste parti ancora senza denari, pensai in uno medesimo colpo sodisfare ad un vostro desiderio, dar compagnia pratica a Carlo et assicurar due figlii da li pericoli della peste, facendo forza alla mia debole borsa se ben questo fu il primo motivo è però vero vi erano molte altre cose, che a ciò invitavano. Vi vedeva prima in abito ecclesiastico sì, ma smezzato, al quale però sapete da me non essere stato promesso, ne havendo scorto in voi quello che si ricerca a tale habito: vedeva in fatti da poi non corrispondere non attendendo pure un pocho alle attioni ecclesiastiche, ne apena sapendo le cose a ciò pertinenti fin da secolari sapute: non si frequentavano li Sacramenti, i digiuni dovuti, o non vi erano, o in tutto imperfetti. Ma nelle cose secolari vedeva che eravate arrivato all’età di trent’anni, ne pure pensare a fatti nostri e al fine sapete la povertà della Casa, le entrate andare in niente per l’età e infermità mia poco poter guadagnare, e meno durare, e perciò bisognar pensare a fatti suoi, a niente impiegarsi di utile, mandandovi fuori forsi vi sarebbe venuto pensiere di mettervi a qualche servitù. Ma se ciò non fosse seguito, sperava almeno, che restando fuori un puoco sarebbe seguito alcun altro bene, prima che vi haverei levato da pratiche domestiche, che a me et a vostro zio passavano il cuore, e per l’anima, e per l’honore, e quel che più noi pensavate ciò farvisi sapere da nostra madre: essendo al incontro da ogn’altra parte fattosi sapere: questo era il principale, che ci moveva ad absentarvi al quanto, perché il tempo e l’absenza raffredda tal passione. Con questa peregrinazione, ancora che a me dispendiosa, sperava ancora oltre le cose dette, alle quali facendo riflessione sperava dover intravenire qualche mutazione et emendazione, essendo che ancora in Casa vi era che emendare, così dal essere troppo fastidioso con la servitù, e in altre cose, non vi spiaccia che da un vostro amorevole padre, al quale conosceva che molto vi era al cuore il non darli disgusti, siate di questi vostri diffetti ammonito, che pure so che la natura bona riceve da man destra, e non da mano sinistra e che mancho si arossisce legendo che sentendo le parole. Desidero però che in voi faccino buona impressione, sicuro che vengono da padre, che altro non desidera che il vostro bene. Assicurandovi ancora che quando pure non vi piaccia farvi a servitù con alcuno, potrete ritornare a casa, ricordandovi della povertà di Casa e della quiete dell’animo, del corpo e della conservazione dell’honore di questa nostra Casa da me pure a tal stato ritornata, ma fratanto costì vi trattenerete con quella maggior ritiratezza nelle spese, che fia possibile in questi tempi tanto calamitosi e carestiosi, finché si vegga a che termine questa peste che ci circonda, ancor che fin qui nella Città si siamo diffesi, nel che a me tocca una buona parte per il carico di Protomedico. Iddio Nostro Signore vi prosperi e facci che questa mia vi sia profittevole: la ricevuta della quale desidero, che con una vostra accusiate. Milano 30 dicembre 1629. Vostro amorevole padre Lodovico Settala>>.[23]

Questa, come pure l’altra lettera del 21 novembre ci mettono a conoscenza dei rapporti non sempre facili intercorsi tra Ludovico e Manfredo, ma dalle missive apprendiamo anche una nuova permanenza del figlio a Pisa per accompagnare il fratello minore Carlo, il quale svolgeva i propri studi presso l’Università di quella città e l’amore paterno per allontanare i due figli da Milano, dove l’epidemia della peste mieteva numerose vittime. Ma dal tenore delle lettere traspare anche la preoccupazione del padre per il futuro di Manfredo, che a trent’anni non aveva ancora trovato una stabilità sociale ed economica, nonostante avesse accettato il diaconato l’anno precedente, Ludovico non lo riteneva idoneo per la carriera ecclesiastica a causa del suo comportamento morale non adeguato, che oltre a lui stesso, recava danno all’immagine della famiglia e a quella dello zio Gerolamo, canonico ordinario del duomo di Milano. Il padre, infatti, suggerisce a Manfredo una sistemazione presso una corte principesca.

Nel 1630, il Cardinale Federico Borromeo concesse a Manfredo il canonicato di San Nazaro in Brolo, come si può vedere dallo “status personalis”,[24] basilica nelle vicinanze del palazzo paterno, carica che l’Archimede milanese, come verrà soprannominato più tardi dal suo amico Pietro Paolo Bosca, Prefetto dell’Ambrosiana,[25] manterrà per tutta la vita, assicurandogli una rendita vitalizia che gli avrebbe permesso di dedicarsi interamente alla sua collezione e ai suoi studi.[26]

Nello stesso anno, Ludovico morì colpito dalla peste e, alla morte del padre, Manfredo si trovò da solo a curare e ad arricchire le raccolte dei Settala, anche se Lodovico, con suo testamento del 5 giugno 1632, aveva lasciato con fidecommesso tutte le collezioni ai quattro fratelli Antonio, Senatore, Manfredo e Carlo Andrea.[27] I primi due morirono dopo poco tempo e l’ultimo, minore di Manfredo, abbracciò la carriera ecclesiastica, lasciando al fratello la libertà di occuparsi sia della biblioteca paterna sia delle raccolte scientifiche. Comincia così l’attività frenetica di Manfredo con contatti con la corte fiorentina dei Medici e con i maggiori esponenti dell’ambiente scientifico toscano, allora all’avanguardia e tra i più importanti d’Europa.[28] Dagli editori europei arrivavano al palazzo di via Pantano, dove abitava il Canonico, numerose casse di volumi richiesti da lui, ebbe frequenti contatti con missionari, soprattutto Gesuiti, i quali gli fornivano notizie e materiali da paesi molto lontani: partecipò assiduamente alla vita sociale e culturale di Milano, dove aveva occasione di incontrare personaggi famosi e di alto rango che lo onoravano della loro amicizia.[29] Manfredo era dotato di un’abilità manuale fuori del comune: lavorava molto bene al tornio e tanti oggetti del suo Museo furono modellati da lui, usando materiali come il legno, l’avorio, il vetro, il quarzo e vari metalli, il suo laboratorio era situato in alcuni locali della Basilica di San Nazaro in Brolo, dove egli era canonico e dove forgiava scatole, lenti per microscopi, coppe, congegni meccanici, strumenti di fisica, astrologia. Non mancava la pratica di esperimenti chimici e la distillazione di essenze ed olii.[30] La fama della sua Galleria cresceva sempre di più e personaggi famosi come Anna Maria d’Austria, Cosimo III di Toscana, Giovanni Rucellai ed altri gli facevano visita per ammirare i lavori dell’”Archimede di Milano” come veniva chiamato il Settala. Dopo i numerosi viaggi giovanili, Manfredo sembra che raramente abbia lasciato Milano, ad eccezione della visita a Roma nel 1665, quando fu eletto papa Fabio Chigi, con il nome di Alessandro VII, suo compagno di studi e amico. Durante il soggiorno nella Città eterna, ebbe modo di frequentare il gesuita Atanasio Kircher, con il quale Manfredo era già in contatto epistolare e rappresentava per lui un interlocutore valido e autorevole, poiché il religioso si interessava alla tecnica di strumenti ottici e ai fenomeni inerenti le scienze naturali, inoltre gli era stata affidata la cura del futuro Museo Kircheriano, presso il Collegio Romano della Compagnia di Gesù. Al suo ritorno a Milano, Manfredo affidò a Paolo Maria Terzago, fisico collegiato, la redazione di un catalogo ragionato di tutto ciò che conteneva la sua Galleria, l’opera, scritta in latino, quindi non accessibile a tutti, comprendeva sessantasette capitoli e descriveva tutti gli oggetti che costituivano il Museo ed era corredata da sette brevi trattazioni monografiche sui cristalli, coralli, conchiglie fossili, agate, ambra, magnete naturale. Tra l’enorme quantità di materiale raccolto da Manfredo c’era anche un meteorite recuperato da una gamba di un frate del convento di Santa Maria della Pace di Milano, ucciso dalla caduta della <<Pietra del fulmine qual amazò un frate zoccolante>>,[31] l’opera fu pubblicata a Tortona nel 1664, avvalendosi Manfredo dell’aiuto del fratello Carlo Andrea, Vescovo di quella città.

Manfredo era in contatto con molti studiosi di tutta Europa, con i quali intratteneva una copiosa corrispondenza e in una di queste lettere, scritta il 1 agosto 1667 a Henry Oldenburg della Royal Society di Londra, società scientifica di grandissimo prestigio, Manfredo scrive: <<…sub Mediolanensi coelo Pallas potius ut Bellona excolitur quam ut scientiae diva veneratur. Desunt naturalia profitentibus Maecenates, Magnatesque accumulandis opibus, non illustrandae naturae desudant. Sagatior non qui libros plurimos, sed libras innumeras congesserit>>.[32] Ossia che sotto il cielo di Milano, Pallade è più onorata come dea della guerra che venerata come dea della scienza. Mancano i mecenati interessati alle cose della natura e i potenti si affaticano ad accumulare ricchezze, non ad illustrare la natura. Non è più sagace chi ha accumulato il maggior numero di libri, bensì moltissime libbre. Insomma pare proprio che Manfredo si lamentasse dei cittadini milanesi per la poca considerazione che avevano per lo sviluppo della scienza, preferendo gli affari economici.[33] Ma solo due anni dopo la pubblicazione dell’opera di Terzago, i milanesi sentirono il bisogno di un’edizione italiana del catalogo, con un contenuto dal tenore più divulgativo, per venire incontro alle richieste di molti interessati all’argomento, smentendo in tal modo le lamentele del Settala.[34] La redazione italiana del catalogo fu affidata a Pietro Francesco Scarabelli e fu stampata sempre a Tortona nel 1666, un’altra edizione vide la luce sempre nello stesso luogo nel 1677, questo fa supporre che l’opera in italiano dello Scarabelli ebbe un vasto consenso ed è in questa seconda edizione che viene inserita la famosa incisione di Cesare Fiori dalla prospettiva infinita, dove si può “abbracciare” il contenuto della stanza, infatti gli oggetti coprono tutta la superficie comprese le pareti e il soffitto, si può indovinare il contenuto dei cassettini, delle urne e ciò che si nasconde dietro i drappi, creando nello spettatore l’incredulità e la tentazione ad entrare per scoprire tutti i tesori della Galleria. L’opera di Cesare Fiori rappresenta il Museo di Manfredo molto idealizzato, poiché le fonti ci informano che era ripartito in quattro stanze.[35]

Manfredo morì il 6 febbraio 1680 e proprio con le sue esequie, in cui furono esposti gli oggetti più curiosi della sua Galleria, cominciò quel lento declino che porterà il Museo ad una quasi estinzione. Sei giorni dopo ebbe luogo un sontuosissimo funerale nella basilica di San Nazaro, dove fu apprestato un fastoso catafalco, secondo l’uso barocco del tempo, addobbato con moltissimi oggetti appartenenti alla Galleria, a cui, la maggior parte di essi, non fecero ritorno.[36] Per onorare il defunto, anche presso il Collegio dei Gesuiti a Brera fu organizzata una specie di rappresentazione teatrale, in cui vennero portati in processione vari e significativi pezzi della Collezione che non furono più restituiti.[37] Ancora più pomposa fu l’omelia pronunciata dal gesuita Giovanni Battista Pastorini: <<Nato da così chiari Maggiori il Signor Manfredo Settalasi tenne obbligato a render sua con l’opere la gloria a lui tramandata col Nome, anzi giudicò, che foosse debito di gratitudine aggiunger onore alle Immagini de gli Auoli suoi, dalle quali tanto ne riceveva. Perciò s’accese nel di lui petto una sì gentil fiamma d’imparare, di sapere, di conoscere, di vedere, che non vi fù fatica, non vi fù studio, ch’egli non volesse intraprendere. Ancor biondo di crine uscì della Patria, scorse Provincie, vide Paesi, conobbe nazioni, notò costumi, intese segreti, osservò forme di Governo, apprese Prudenza, ne mosse un passo senza guadagno della Ragione. […] e si fè conoscere da letterati di maggior grido; acquistò l’amicizia di molti grandi; rintracciò vestigi d’antichità; imparò maniere diverse; osservò molti miracoli dell’arte, e della Natura; e ritornossene a’ suoi ricco di que’ tesori… […] Mà nel riposo in Patria ogn’un di voi è testimonio, che non in ozio vile lasciò languire la lena, mà, che, trattenesse l’ore dovute à Dio, ne’ suoi studj priuati, e nei suoi gentili lauori tutto spendeua il prezioso tesoro del tempo, datoci per Patrimonio dalla Natura. Però ricordevole d’un suo detto familiare potius mori quam otiari, si diede per onesto diletto ad un’impiego, che lo rendesse in qualche maniera imitatore dell’opere di Dio.>>[38] Una commemorazione in cui, a parte la retorica barocca, viene messa in evidenza la destrezza di Manfredo di essere allo stesso tempo un uomo di Dio e un uomo di scienza.

Per ciò che riguarda la documentazione sul Museo settaliano, abbiamo accennato all’opera in lingua latina di Paolo Maria Terzago del 1664 e alle due edizioni, in italiano, di Pietro Francesco Scarabelli edite nel 1666 e nel 1677, queste tre edizioni del catalogo, pubblicate nell’arco di tredici anni, ebbero un enorme successo editoriale in tutta Europa, ma non sono le fonti più antiche per lo studio della Galleria di Manfredo, poiché, l’edizione di Scarabelli del 1666 ci informa che era, come già detto precedentemente, corredata da sette brevi trattazioni monografiche, in cui erano riprodotti i disegni ad inchiostro, a tempera e ad acquerello di circa trecento oggetti facenti parte della raccolta, che Settala commissionò a vari artisti, noti nell’ambiente milanese contemporaneo, raccogliendo poi in gruppi le illustrazioni di materiali simili, anticipando le divisioni in sezioni del museo moderno, con note sui reperti scritte di propria mano, molto utili per capirne la natura, la provenienza, le tecniche e gli utilizzi. Di questi sette codici illustrati vennero perse le tracce, solo agli inizi del Novecento vennero ne recuperati cinque: tre si trovano presso la Biblioteca Ambrosiana, due presso la Biblioteca Estense di Modena, non conosciamo tracce degli ultimi due.[39] Molto importanti sono anche i resoconti e le notizie che Manfredo riceveva dai viaggiatori, dagli studiosi, e dagli scritti di coloro che visitarono il Museo.

Gli interessi artistici di Manfredo sono già evidenti nell’ingaggio di artisti milanesi per la creazione del catalogo illustrato della sua raccolta, ma è documentato che egli raccolse molti dipinti e sculture di artisti lombardi noti, come Bernardino Luini, Fede Galizia, Cerano, Camillo e Cesare Procaccini, Daniele Crespi, Melchiorre Gherardini, Annibale Fontana ed altri. Il 4 marzo 1669, nella prima Congregazione della rinnovata Accademia Ambrosiana, testimonia la presenza del Settala, che non fu certamente casuale, non solo per il prestigio della sua Galleria, ma anche per le esperienze di collezionista  e per la sua politica di promozione della cultura artistica del luogo, che lo legavano alle vicende dell’arte milanese.[40] Considerevole fu anche l’interesse per l’archeologia, collezionando urne cinerarie, lucerne e vasi balsamari, usciabti, scarabei apotropaici, varie parti di mummie, tutti oggetti che oltre il valore artistico avevano il ruolo di attestare il culto dei morti nell’antichità.[41] Nel suo laboratorio Manfredo eseguiva lavori di artigianato e costruiva strumenti meccanici e di precisione, distillava essenze ed olii e fabbricava strumenti musicali: celebri sono gli specchi ustori capaci d’incendiare una tavola di legno distante sette metri, le sfere armillari, i compassi, gli orologi, gli automi meccanici e flauti ricavati dalle chele di gamberi. Numerosi erano gli oggetti di gusto barocco, come le lenti deformanti, i vasi lavorati a tornio fatti con materiali strani, le sculture di dimensioni piccolissime, il rosario con i segni dello zodiaco. Il lungo viaggio che Manfredo fece negli anni giovanili suscitò in lui un grande interesse per l’etnografia e con una grande curiosità per le culture di popoli lontani.[42] Grande fu anche l’interesse per la storia naturale, <<…tuttavia, i reperti naturalistici non furono raccolti privilegiando esclusivamente il criterio del raro quanto per svolgere una funzione di divulgazione che, in una città come Milano, colmava la gravissima lacuna culturale prodotta dall’aristotelismo imperante e dall’emarginazione dai filoni più vivi del pensiero scientifico seicentesco. Schierato apertamente a favore della nuova scienza sperimentale, Manfredo, pur effettuando limitate attività di ricerca (dissezioni anatomiche in compagnia dell’Aselli e di Stenone, raccolta di fossili e animali) si riservò il ruolo del divulgatore colto e del promotore piuttosto che quello dello scienziato. >>[43]

Dopo la morte dei due fratelli maggiori, Manfredo, come già detto, divenne fidecommissario, tale istituto ebbe origine nel diritto romano, fu poi largamente impiegato a partire dal XVI secolo e consisteva in una disposizione testamentaria attraverso la quale il testatore istituiva erede o legatario un soggetto determinato con l’obbligo di conservare i beni ricevuti, che alla sua morte andavano automaticamente ad un soggetto diverso indicato dallo stesso testatore. In data 16 luglio 1672, Manfredo fece redigere dal notaio Carlo Cadolini il suo testamento in favore del fratello Carlo Andrea, dei nipoti e dei loro discendenti maschi primogeniti (senza dispersioni e alienazioni). In caso di estinzione della discendenza diretta, la collezione era destinata alla Biblioteca Ambrosiana.[44] Nel suo testamento il testatore parla degli oggetti che compongono la sua Galleria, dicendo che <<…sunt mea propria tantum…>>, che gli eredi non hanno nessun diritto su tale materiale e che questa grande collezione era dovuta alla sua attività di ricerca, al suo lavoro manuale, agli acquisti fatti con i proventi che gli derivavano dal suo canonicato e a quelli fatti durante i suoi viaggi, ai doni ricevuti da importanti e numerosi amici sparsi in tutta l’Europa: <<…quae habeo in dictis locis Gabinetti, ea omnia per me sunt conflata, aquisita et cumulata pro parte, mea propria industria, labore et parsimonia et pro parte propriis meis pecuniis, proventis ex peculio meo quasi castrensi, nimirum ex dicto meo Benefitio Canonicatus, per me gravisi ab annis quadraginta duo bus citra et ultra immo multae res existentes in dicto meo Gabinetto ex infra descriptis mihi Testatori donatae et largitae sunt etiam a diversis Princibus Europae ac aliis meis Amicis diversis respective temporibus quando profectus sum ad varias partes regione set Civitates nedum Italiae, verum etiam Europae.>>[45]

Manfredo Settala morì il 6 febbraio 1680 e la data del suo funerale, celebrato sei giorni dopo la sua morte, coincide con l’inizio della dispersione del suo Museo. In lettera di Carlo Settala, erede ed esecutore testamentario di Manfredo inviata al nipote (Francesco) e datata 11 febbraio 1680 leggiamo: “Signor Nipote, Ricevo due delle sue delli 6 e 7 corrente dalla quale intenda il passaggio all’altra vita del Signor Manfredo con sentimenti santissimi e con cordoglio universale, ho visto la particolarità del funerale, con dimostrazioni riguardevoli e la parzialità del Signor Conte don Paolo Monti veramente amorevolissimo della Casa. Quanto alla disposizione testamentaria della Galleria, converrà esaminarla (e vedere come parla il testamento del Signor Ludovico mio Padre toccante essa Galleria, e V.S. procurerà accennarmela), poiché vi sono le cose antiche di Casa quelle e li moltissimi danari dati dal Signor Senatore Padre e le molte mie preziose. Circa li quadri stupisco come habbi disposto di ciò che non è suo, poiché sono quasi tutti toccati in mia parte e altri portati da Toscana, Roma, Napoli e fatti fare in Milano, e copiare, oltre quelli quattro del Ceriano, Ficiano, Louino, Aretino, et altri sono communi, come del Signor Ludovico, avo e padre mio, converrà ch’a suo tempo faccia la dichiarazione il Signor Francesco per togliere ogni ombra, e quanto alla Galleria si consulterà il modo per formarne una protesta. Gradisco saper s’abbi lasciato una messa quotidiana, come mi disse voler fare, il che saria d’aggravio grande alla Casa […]Quanto alla cassetta, che non si trova, ove suppone vasi denari in oro, egli era tanto in ciò secreto, che non so ove si possi far capo per saperne conto, vero è che avendo palesato (ma non so come e quando il danno trovatogli) e probabile non ve ne havesse altro…”.[46]

Il 18 settembre 1670 e il 2 luglio 1678, Manfredo aveva fatto cospicue donazioni di libri alla Biblioteca Ambrosiana, con una clausola in cui si diceva che il donatore se ne riservava l’uso vita natural durante: ciò dimostra gli ottimi rapporti del Settala verso questa istituzione, di cui era anche Conservatore.[47]

Il primo erede fu, dunque, il fratello Carlo, Vescovo di Tortona e con lui cominciarono i dubbi che in seguito porteranno alla lunghissima causa tra gli eredi Settala e l’Ambrosiana. Il 21 febbraio 1680, cioè pochi giorni dopo la morte di Manfredo, l’erede ed esecutore testamentario scrisse una lettera al Prefetto dell’Ambrosiana Pietro Paolo Bosca, rendendo effettive le donazioni dei libri sopraccennati: “Annesso alla sua amorevolissima lettera ricevo la lista che il Signor Manfredi ha lasciati a cotesta tanto insigne Bibliotheca, della quale essendo io tanto partiale accerto V. S. che sento gran piacimento della memoria ha havuto di detta nobilissima libraria, della quale tengo vivissima memoria anch’io, havendo preparato un donativo, che non sarà inferiore a quello di mio fratello. Gradirò bene che V.S. veda quali di detti libri habbia la Bibliotheca per non privarne di quelli che siano duplicati la Casa, come mi accerto dalla compitissima sua amorevolezza. Il ritratto del Sig.r Manfredi sarà consegnato al più longo a maggio che spero, a Dio piacendo, secondo il solito, portarmi a milano, et all’hora si vedrà quale sarà più adattato per ricever l’honore di collocarlo in cotesto gran Museo, di che ne dovrà meco la Casa tutta restar a V.S. et a cotesti S.ri tenutissima. Gradirò che in ciascun libro si compiaccia farci porre Manus D. Manfredi Septale Patritiis Mediolanensis, il che sarà d’incentivo ad altri di regalare altre simili opere”.[48] In una nota sul margine destro quasi alla fine del folio troviamo: “della cui molta cognizione desideraria haver notitia distinta delle materie e particolarità contenute nell’annessi 26 volumi enontiati nell’ingionto foglio e bramaria non fossero incorporati in modo nell’Ambrosiana, siche venendo io a Milano il prossimo maggio, come alle volte soglio, li potessi una volta vedere in casa mia con commodità”.[49] In un documento rogato da Tommaso Buzzi, Notaio Apostolico della Curia Arcivescovile di Milano, compare la lista dei libri donati e in un piccolo foglio troviamo che: <<Li Libri segnati con la + si sono avuti da signori Settala a diì 27 giugno 1680 e li segnati con questa linea — sono i duplicati restituiti, quelli che non anno alcun segno sono ancora da restituirsi dalli sudetti Signori (circa 15 senza segno)>>.[50]

Alla morte del Vescovo di Tortona (1682) il Museo passò a Francesco (canonico di San Nazaro come lo zio), il quale morì nel 1716, senza che vi fossero altri eredi maschi, conseguentemente la Biblioteca Ambrosiana sarebbe dovuta entrare in possesso del Museo settaliano, ma ciò fu impedito dalle azioni giudiziarie promosse dai collaterali della famiglia Settala, azioni che si definirono soltanto nel 1751, venendo così a rispettare la volontà di Manfredo. La lunga vertenza intercorsa tra la famiglia Settala e la Biblioteca Ambrosiana è nota: il 13 agosto 1711 moriva Francesco Settala, canonico di San Nazaro come lo zio ed ultimo erede maschio secondo la linea di primogenitura discendente da Senatore, fratello di Manfredo, il quale aveva nominato, con suo testamento, erede universale il conte Carlo Settala, appartenente ad un ramo collaterale della famiglia e con un atto di notorietà distingueva tra gli oggetti effettivamente appartenenti al Museo dello zio Manfredo e quelli che provenivano dalla famiglia o che erano stati raccolti ed aggiunti da lui stesso, infine esprime il desiderio che questa parte della Galleria potesse restare a coloro che erano uniti da legame di agnazione alla famiglia, riconoscendo, tuttavia, i diritti dell’Ambrosiana su tale Museo.[51]  Pochi giorni dopo la morte del canonico Francesco, il 25 agosto, si riunì la Congregazione dei Conservatori, per dare incarico al canonico del Duomo e al prevosto di Santa Maria Podone di reperire negli archivi la copia del testamento di Manfredo e risolvere la faccenda, ma il 3 marzo 1712, da un verbale della Congregazione risulta che la copia del testamento non era stata ancora trovata, quindi insieme con il prevosto viene incaricato, al posto del canonico del Duomo, il prefetto dell’Ambrosiana Giuseppe Antonio Sassi a tale compito. L’anno successivo, il 16 febbraio 1713, si riunisce di nuove la Congregazione, poiché la questione era ferma al punto di partenza e sia il canonico del Duomo che il prevosto vengono delegati, con ampi poteri, ad andare dagli eredi Settala per definire la questione della donazione: il 9 giugno fu redatto un compromesso della durata di sei mesi per la ricomposizione amichevole tra le due parti, la Biblioteca Ambrosiana e il conte Carlo Settala. Da un verbale della Congregazione risalente al 22 gennaio 1715, apprendiamo che il caso sta chiaramente prendendo la via giudiziaria, infatti nello stesso anno il 16 dicembre la controversia risulta avocata (assunta) presso il Senato. La vertenza subisce un arresto per vari motivi e il contraddittorio che si doveva tenere il 29 settembre 1718 in presenza del Senatore di Milano, non ebbe luogo a causa dell’assenza del Senatore dalla città e nel verbale datato 21 giugno 1720 risulta che il contraddittorio non era ancora stato tenuto e che ci sarebbe stato un tentativo di risolvere la questione per via amichevole, evidentemente i tentativi fallirono e il 14 gennaio 1723 la Congregazione si rende conto che la lite non era risolvibile per via amichevole e che restava solo la via giudiziaria. Il fatto si complica ancora di più quando si ripresenta (sulla scena) la marchesa Caterina Settala Del Pozzo, la quale aveva già affrontato una causa contro Francesco Settala, negli anni 1698-99, per il possesso della Galleria, ma la causa non va avanti: tutto viene rimandato sia per le ferie del Senatore, sia per l’avvicendarsi di nuovi delegati, insomma arriviamo al 3 luglio 1730 quando la marchesa Caterina Settala Del Pozzo comunica di rinunciare ad ogni pretesa. Negli anni successivi tutto tace: i delegati, sempre con la stessa procedura, vengono incaricati di continuare l’istanza. E’ difficile capire se questa situazione di ristagno sia stata dovuta a delle difficoltà procedurali o all’incapacità e alla mancanza di volontà dei delegati della Congregazione dei Conservatori, comunque il procrastinarsi della causa rendeva sempre più probabile il rischio di alienazione e dispersione del patrimonio del Museo Settala. Dal verbale del 6 febbraio 1750 veniamo a conoscenza che Senatore Settala, fratello di Carlo si era intromesso per contestare all’Ambrosiana il diritto nell’eredità della Galleria; il 16 settembre dello stesso anno viene annunciato alla Congregazione che finalmente era pronta la relazione per il dibattito risolutorio! Il 19 febbraio 1751 il Senato emette la sentenza in cui viene riconosciuta la piena validità del fedecommesso di Manfredo e il diritto della Biblioteca Ambrosiana a subentrare nel possesso del Museo, gli oggetti facenti parte di esso devono essere riconosciuti avvalendosi dell’inventario di Scarabelli inserito nel testamento di Manfredo, Carlo e Senatore Settala erano tenuti alla consegna di tali oggetti, ma il conte Carlo Settala impugna la sentenza perché, prima della consegna del materiale, pretende che l’Ambrosiana dia debita garanzia di tutela e di conservazione, per la trattazione dell’eventuale consegna nomina procuratore il proprio figlio Antonio. Il 1° luglio 1752, la Congregazione prende in considerazione che necessita dare le dovute garanzie sulla custodia della Galleria, ma l’argomento viene di nuovo discusso in Congregazione il 25 gennaio 1753, evidenziando anche i nuovi contrasti circa l’identificazione degli oggetti appartenenti al Museo: il conte Carlo affermava di avere consegnato tutto ciò che rientrava nei diritti dell’Ambrosiana e che non era propenso a rilasciare altro (a far avere). Dal verbale successivo datato 29 maggio dello stesso anno veniamo a conoscenza che il Senatore aveva ingiunto al Settala di completare la consegna di tutti quei materiali spettanti all’Ambrosiana entro otto giorni, ingiunzione che il conte Carlo non rispettò, perché nel verbale del 29 novembre, sempre dello stesso anno, la Congregazione viene informata del contraddittorio tenutosi davanti al Senato: “…al termine del quale fu intimata la consegna di alcuni cammei e della collezione delle medaglie e di quant’altro era di spettanza dell’Ambrosiana; tuttavia l’esecuzione dell’ordine era rimasta sospesa a causa del periodo delle ferie […] finché nella riunione del 7 agosto 1755 si chiede di mettere in ordine le cose avute dai signori Settala: indizio chiaro che la consegna dei materiali ancora mancanti era stata finalmente completata”.[52] Si concludevano in tal modo le vicende di una lunghissima causa durata quasi quarant’anni per una, a dir poco, difficile eredità, cominciata con il problema di riconoscere gli oggetti effettivamente appartenenti al Museo di Manfredo non ricorrendo, secondo gli eredi, all’inventario compilato da Scarabelli, perché il tempo aveva logorato molte cose, altri oggetti erano stati inseriti nel catalogo “ad ostentationem”, per fare bella figura ma non erano mai esistiti, molti provenivano dalla collezione di Ludovico, padre di Manfredo, altri erano stati raccolti dal nipote canonico Francesco, altri erano stati rubati, come si evince da una lettera di Manfredo scritta al fratello Carlo, Vescovo di Tortona del 14 aprile 1666: “Questo anno 1666 a me molto infausto piaccia a Nostro Signore me la mandi buona la prima di già saperà la cosa de’ libri e delle dieci doppie, patientia ma hora a da sapere, Hieri mentre Carlo mostrava il Gabinetto a certi Francesi arivò al scrittoio delle medaglie d’oro et vide che non ve ne era manco una, restò pensando che io li havessi mutato loco, me lo mandò a dire, finito il nostro Capitolo, vado a casa e trovo che erano state rubate, rimasi tutto attonito, ma quelle d’argento non le toccorono, andai a vedere nell’altro scrittoio dove sono li anelli ne vidi che ve ne mancavano tre de’ più belli, che ero certo hebbi a cascar in terra il primo è stato la bellissima turchesa che era di nostro padre, cioè quella di Pio Quarto, il secondo anello, quello dove era il bellissimo Platone, tanto stimato da tutti per la sua conservazione, il terzo annelo era quello che mi donò il Signor Canonico Moroni Bibliotecario del Signor Cardinale Barberino che certo le prometto Monsignor mio, che non so dove mi sia, et questo non puol esser altro che uno ben prattico o famigliare, poiché alla sera vi erano et al mezzo dì, venendo quelli Francesi, non vi erano più: o mi sono stati rubati la notte o la mattina di giorno, poiché l’uscio in cima della scala è sempre aperto, haveran visto dove si pone la chiave et chiavette, et così haveranno fatto il colpo colpo certo che mi atterisce sì per non saper di chi fidarmi per l’avvenire, ma questo cosa certa è che è persona molto pratica, et inteligente, ne ho voluto partecipar a Vostra Signoria Illustrissima che so ne deriverà qualche cordoglio, poiché io con tanto stento li ho posti insieme et hora tutto in un colpo levatemi. Io non volevo lasciar le chiavi, né le chiavette, ma li Signori Nipoti pareva che io non mi fidassi di loro, così lasciavo la chiave et chiavette, hora veda come è andato patientia piaccia a Vostro Signore non si inoltri più et con tal fine li sono et sarò sempre “.[53] La Galleria non apparteneva per intero a Manfredo, infatti molti pezzi appartenevano al padre Ludovico e molti altri furono aggiunti dal canonico Francesco, quindi gli eredi, cominciando dal fratello Carlo, erano propensi a distinguere ciò che spettava effettivamente all’Ambrosiana dai beni di famiglia, che dovevano restare tali, anche in base al testamento di Ludovico del 5 luglio 1632, in cui dava in custodia la sua collezione a Manfredo con un “fedecommesso” che impediva qualsiasi alienazione o frazionamento dei beni di famiglia, quindi non cedibile a terzi. Ma nell’istanza al Senato del 18 gennaio 1698, Francesco riconobbe piena validità alle disposizioni testamentarie dello zio Manfredo ed ammise il diritto di successione dell’Ambrosiana nel momento in cui si sarebbe estinta la linea maschile di primogenitura, non facendo mai riferimento ai vincoli familiari presenti nelle disposizioni di Ludovico. Il testamento di Manfredo, di chiara interpretazione, divenne, in tal modo, la base di tutta la vertenza e a conferma di ciò fu la sentenza del Senato emessa contro Caterina Settala a favore di Francesco.[54]

Dopo tanti anni e tanti “disguidi” la Galleria di Manfredo non aveva certamente potuto conservare quell’unità organica e particolare con cui era stata creata ed anche l’Ambrosiana non contribuì a ciò che era rimasto di organicità: furono acquistati altri oggetti da un’altra collezione e uniti alla Galleria; furono fatti degli scambi di materiali, senza considerare gli espropri del 1796 e del 1798 da parte dei Francesi, i prestiti ad altre istituzioni e non restituiti, le concessioni fatte di vari oggetti.

Nei primi anni del Novecento, quando era Prefetto dell’Ambrosiana Antonio Maria Ceriani, il futuro papa (Pio XI) Achille Ratti riordinò il Museo Settala, basandosi sul Catalogo Scarabelli, quella stessa copia che era stata allegata al testamento di Manfredo, rendendolo disponibile al pubblico, nonostante le grandi difficoltà incontrate. Una nuova riorganizzazione della Galleria fu realizzata dal Prefetto Giovanni Galbiati negli anni 1926-34, di cui lascia una particolareggiata descrizione nella sua guida dell’Ambrosiana, pur restando evidente il miscuglio tra i reperti originali e quelli provenienti da altre donazioni. Durante la seconda guerra mondiale, la notte tra il 15 e il 16 agosto Milano venne bombardata, anche l’Ambrosiana fu colpita: i danni furono incalcolabili e la Galleria Settala perse molti dei suoi reperti; nel 1970, per acquistare spazio, l’Ambrosiana cedette al Museo di Storia Naturale di Milano importanti oggetti dei reperti zoologici rimasti mentre molti furono rifugiati nei depositi  ed altri ceduti. A questo punto possiamo dire che il Museo Settala era definitivamente disgregato, frazionato ed un tentativo di ricostruzione sarebbe pressoché impossibile.[55]

Le collezioni del centro Europa erano concepite per essere contemplate dal sovrano e pochi erano i visitatori ammessi a queste meraviglie, destinate ad una solitaria meditazione. Più tardi, nel Seicento, l’erudito vide nella propria collezione uno strumento per catalogare i molteplici aspetti dell’universo, formando un’enciclopedia del sapere di facile consultazione ed è proprio questa impronta che Manfredo intende dare alla sua “Galleria”: non una “chambre des meravilles”, ma un luogo di documentazione e d’incontro tra studiosi in campo naturalistico e tecnico e ciò appare evidente dalla corrispondenza intercorsa tra Settala e Redi, Kircher, Oldemburg.[56] Nel 1646, dopo la visita alla Galleria di John Evelyn, letterato con interessi verso gli studi antiquari, il quale nel suo resoconto descrisse vari oggetti appartenenti al Museo di Manfredo, questo divenne tappa d’obbligo per i visitatori stranieri e nel 1664, ormai famoso, ricevette delle visite molto importanti: quelle di Balthasar de Monconys, consigliere del re di Francia, che dimostrò molto interesse per l’attività tecnica e i lavori al tornio di Manfredo; John Ray, famosissimo botanico inglese, il quale ebbe molto interesse per gli specchi ustori, quelli deformanti e per gli automi e i “moti perpetui” costruiti dall’Archimede milanese; Philip Skippon, autorevole naturalista e parlamentare inglese, che, nel resoconto del suo tour europeo, segnalò tra le novità in campo meccanico alcune invenzioni create da Manfredo come orologi a pendolo, torri cilindriche per lo studio dei “moti perpetui”. Walther von Tschirnhaus, uno degli inventori della porcellana d’arte europea, si recò, nel 1676, a Milano per incontrare Manfredo che gli rivelò alcuni fondamentali segreti per la produzione della porcellana.[57] Tutto questo ci fa capire che il Canonico milanese aveva concepito la sua Galleria come un centro di ricerca, in cui era possibile il confronto e la verifica delle proprie ricerche con quelle degli studiosi di passaggio a Milano. Dopo la morte di Manfredo la Galleria da laboratorio sperimentale divenne un luogo delle meraviglie, visitato più per ammirare gli oggetti stravaganti che per il valore della raccolta: il Museo stava diventando obsoleto e non appagava più le esigenze scientifiche degli studiosi illuministi, se nel 1699 lo scrittore francese Francois J. Deseine definiva con queste parole il Museo settaliano: <<Una delle più belle curiosità di Milano è il gabinetto del signor Francesco Settala, canonico di San Nazaro, messo insieme dal signor Manfredo Settala, suo zio, dove si può vedere tutto ciò che la natura e l’arte hanno di più singolare>>,[58] quarant’anni dopo Charles de Brosses, primo presidente del Parlamento di Digione, magistrato, umanista e storico, il quale in una sua lettera del 1739 non mancò di criticare aspramente la Galleria settaliana: <<Quanto alla collezione di Settala, tanto celebrata in tutti i libri su Milano, essa ha la sorte di tutte le collezioni, che è quella di deperire a poco a poco>> e ancora: <<Gli eredi del canonico Settala hanno venduto o regalato una parte delle rarità che lo componevano. Ci si può tuttavia divertire ancora a rimirare alcune buone cose che restano nelle otto o dieci sale che compongono la galleria, e che sono piene di molte cianfrusaglie>>.[59]

Attualmente che cosa resta di tutto il materiale artistico, scientifico, etnico, curioso, bizzarro che costituiva il Museo di Manfredo? Presso la Pinacoteca Ambrosiana il visitatore può ancora ammirare vari oggetti ed avere un’idea, se pur lontana, di quello che fu la Collezione settaliana: di seguito diamo la descrizione, non completa ed esaustiva, di quello che, a nostro avviso, può destare maggiore interesse e curiosità.

Appena varcata la soglia dell’ingresso della Pinacoteca Ambrosiana, sulla sinistra c’è una teca che raccoglie vari piccoli oggetti provenienti dalla Collezione di Manfredo Settala, oggetti che hanno incuriosito nel passato ed attirato numerosi ed anche celebri visitatori, ma che anche oggi non hanno perso il loro interesse. Oltre a due astrolabi, di cui parleremo più avanti, possiamo vedere una piccola statuetta di usciabti, cioè quelle statuette che venivano collocate nelle tombe egiziane per servire il defunto sostituendosi ad esso nei lavori che dovevano svolgere nell’aldilà, secondo la religione osiriana. Queste statuine funerarie, risalenti al Medio Regno, facevano parte del corredo funebre di personaggi importanti, ebbero il massimo utilizzo durante il Nuovo Regno, per scomparire nell’età Tarda.[60] Una lucerna a tre beccucci, unico esemplare rimasto dello otto menzionate nel “Museo Settaliano del 1677, sopra di questa vediamo due balsamari, ossia due vasetti di vetro di un tipo comune, risalenti al I secolo d. C. e usati come contenitori di balsami.[61] Molto belli sono tre piccoli quadretti dipinti ad olio su lapislazzuli, il primo eseguito da Giovan Battista del Sole, figlio di Pietro, nacque probabilmente a Milano negli anni 1615-1625. Sconosciute le notizie intorno alla sua formazione, che non può essersi svolta all’Accademia Ambrosiana, in quanto chiusa nel 1630 a causa della peste e riaperta nel 1669. La sua produzione artistica sia pittorica che incisoria è documentata a partire dagli anni 1644 circa, molte delle quali perdute. Dopo un periodo trascorso a Varese, fece ritorno a Milano intorno al 1663, dove eseguì sette disegni su lapislazzulo per la Collezione di Manfredo Settala, oggi perduti. L’artista si dilettava anche con le acqueforti, poca certezza si ha per i disegni, alcuni dei quali sono conservati all’Ambrosiana, ma la loro attribuzione appare quanto meno discutibile. Nessuna notizia ci è giunta circa la sua morte che si può collocare dopo il 1673, ultimo anno in cui viene documentata l’attività del pittore.[62] Il dipinto, “Tempesta di mare con barche”, raffigura un galeone, una galea e un’altra imbarcazione piccola in balia delle onde, è di forma ovale, (10,7×4,7 cm.) racchiuso in una cornice in legno dipinto color ebano. Gli altri due dipinti, sempre di forma ovale e di 11,5×4,7cm. il primo e 10×4,2cm. il secondo, rappresentano rispettivamente “Il ratto di Europa” e “Incontro di Glauco e Scilla”, sono inseriti in un’unica cornice di legno dipinto color ebano. Non sono descritti nel catalogo latino di Terzaghi, ma li troviamo nella traduzione italiana dello Scarabelli: <<Quadro con cornice di Ebano, in cui sono incassati due ovati di Pietra Lazzuli: in un de’ quali è dipinta Europa figlia di Agenore involata da Giove: e nell’altro un’altra favola di Ovidio>>, cioè l’incontro tra la ninfa Scilla e Glauco, divinità marina che susciterà la gelosia della maga Circe con la conseguente trasformazione della fanciulla in mostro marino.[63] La paternità delle due piccole opere fu spesso attribuita a Giovan Battista del Sole, in seguito a Giovan Battista Maestri, detto il Volpino, per le scelte stilistiche, riscontrabili nei disegni e nei quadri, si caratterizzano come peculiari di questo artista, di cui non si conosce né il luogo né la data di nascita, presupponibile intorno al 1640. Proveniente da una famiglia di pittori, il Volpino fu più noto come scultore ed allievo di Dionigi Bussola, grazie al quale fu introdotto tra gli scultori della cattedrale milanese tra il 1658 e il 1661. Quando il 4 novembre 1668, riaprì l’Accademia Ambrosiana, la cattedra di scultura fu assegnata al Bussola, anche il Volpino fu ammesso tra gli artisti. Nel 1669 sposò Paola Rossi nella chiesa di San Calimero e proseguì operò per il Duomo di Milano fino al 1680, anno della sua morte.[64]  Il piccolo paesaggio con ponte, vicino agli altri descritti, è stato dipinto su pietra paesina, il cui disegno naturale è stato arricchito per rendere il soggetto più piacevole; la cornice è in ebano e metallo dorato.[65]

Altri oggetti che possono incuriosire molto il visitatore sono le piccole sculture di figure antropomorfe fatte di semi, conchiglie, ali di insetti, che si trovano sempre all’interno della bacheca, dal tipico gusto barocco e rappresentanti molto bene il gusto eclettico di Manfredo Settala. Risalenti al XVII secolo, le vesti e i volti barbuti dei soggetti denunciano l’origine nordica di una produzione artigianale di qualità. Così vengono descritte dallo Scarabelli: <<Quattro scatole, nella prima delle quali si vede un mezzo corpo armato fatto di verdi Mosche Indiane, tolta la faccia che è composta di Mosche del Congo del colore del bronzo, e la barba che da i loro piedi è formata. I capelli non sono altro che piccole fibre tolte da’ semi de’ fiori; così ancora il collaro. Gli occhi sono di vetro imitante il rubino. Per bottoni al vestimento servono i semi de’ fiori. Il rimanente del torace è tutto mosche, come dicemmo dell’India, che mischiate con alcuni altri anima lucci rossi vengono a formare con molti individui distinta il vago, e curioso ritratto di un solo. Nella seconda scorgersi un altro simile mezzo corpo, ma con barba assai più lunga, e con la faccia di maggior grossezza somigliante a uno Svizzero, con capigliatura di semi di fiori, e con petto pur di seme ma giallo formato. Nella terza ravvisasi un altro mezzo corpo molto bizzarro nella sua fabbrica, ma di gran lunga da altri diverso. Simile a questa terza è la quarta scatola, che parimente ha in se un mezzo corpo della medesima fattura che habbiamo detto. Due donne composte di varij semi di fiori, col capo di più minori semi, l’uno dall’altro assai diversi industriosamente composto>>.[66]

Proseguendo la visita alla Pinacoteca, il visitatore, arrivato alla sala numero otto, detta Sala della Medusa, in cui sono conservati dipinti del XIV-XVI secolo e una vasta gamma di oggettistica, può ammirare un “Astrolabio latino”.[67]

L’invenzione dell’astrolabio è attribuita a Ipparco di Nicea (IIsecolo a.C.) il quale conosceva la proiezione stereografica, cioè la tecnica di rappresentazione grafica di un solido geometrico su un piano. I primi astrolabi furono realizzati ad Alessandria d’Egitto, poi a Bisanzio; fu il dominio islamico in Spagna e in Sicilia che diffuse, già dal X secolo, la conoscenza dello strumento in Europa, dove cominciò la sua costruzione a partire dal XIV secolo in Francia, Inghilterra e nel nord d’Italia. Indipendentemente dall’utilità per gli astronomi e topografi, gli astrolabi divennero oggetti di grande valore, specialmente quelli in ottone finemente incisi ed entrarono a far parte delle collezioni di principi e di nobili come simbolo di raffinatezza culturale. L’astrolabio iniziò il suo declino nel XVII secolo, quando furono introdotti nuovi strumenti e metodi di calcolo.[68]

Questo astrolabio, su cui dorso è incisa la data del 1500, possiede inconsuetamente un calendario zodiacale, in cui vengono indicati i pianeti dominanti e permette di indicare la posizione di trentotto stelle. Sul dorso è visibile un calendario annuale e zodiacale con l’inizio della primavera all’11 marzo ed quadrato delle ombre su cui possiamo vedere sovrapposto il doppio tracciato delle ore ineguali, dette anche Temporali, Antiche, Naturali, Giudaiche, Bibliche, Canoniche, Planetarie…, esse sono le più antiche e si computano a partire dall’alba al tramonto, dividendo l’arco diurno sempre in dodici parti uguali, con la conseguenza che esse sono più corte d’inverno e più lunghe in estate.[69]

Sempre nella stessa sala non possono non incuriosire e non attirare l’attenzione del pubblico (turista) le sfere armillari:

La sfera armillare deriva il suo nome dal latino “armilla” che significa anello, cerchio, braccialetto Eratostene (III secolo a.C.) è ritenuto l’inventore della sfera armillare, detta anche astrolabio sferico. E’ un antico strumento astronomico, una specie di mappamondo formato da un vario numero di cerchi: quello dell’equatore celeste, dell’eclittica, del meridiano attraversati dall’asse della terra cui se ne possono aggiungere altri come l’orizzonte e i paralleli; la terra è rappresentata al centro della sfera. Era utilizzata sia a scopo di osservazione sia a scopo didattico, infatti serviva a descrivere il moto dei corpi celesti e come orologio solare equatoriale. A partire dal secolo XVII alle sfere tolemaiche furono annesse quelle rappresentanti il sistema copernicano, in cui attorno alla centralità del Sole ruotavano gli anelli planetari.[70]

La prima sfera è in ottone, alta 30,4 cm. ed ha un diametro di 25,5cm. Questa sfera armillare porta la data del 1644 e la firma di Manfredo Settala: “MANFREDUS SEPTALIUS FECIT M.DC.XXXXIV”. Nella corona circolare possiamo leggere i nomi dei venti in latino; composta dall’anello equatoriale e da quelli raffiguranti i tropici, dai circoli polari e, perpendicolari a questi, dagli anelli dei coluri: solstiziale ed equinoziale. L’eclittica è rappresentata da una fascia su cui sono incisi i segni zodiacali con i rispettivi nomi, internamente si trovano due anelli ortogonali nei quali è fissato un piccolo globo colorato rappresentante la terra. Un dispositivo mobile dello strumento descrive l’epiciclo della Luna secondo il sistema tolemaico. La Biblioteca Ambrosiana conserva anche il disegno autografo del Settala, che riproduce la sfera, dotato di una legenda che spiega come l’oggetto riporti vari motti.[71]

Molto interessante anche la seconda sfera armillare, che faceva parte della collezione della famiglia Settala e fu costruita a Milano nel 1549 da Giannello Torriano: “IANELLUS*MEDIOLANI*1549*F*”, cremonese, molto famoso per la costruzione di strumenti astronomici e orologi, la firma del costruttore  la possiamo vedere lungo la linea dell’Equatore. Lo strumento è in ottone, alto 26 cm. e con un diametro di 17,1cm. Partendo da una base circolare si diramano quattro settori che sostengono una corona circolare in cui troviamo i nomi dei punti cardinali e inserito in essa un cerchio rappresentante il mediano celeste, dove si trova una sfera formata dall’equatore e dagli anelli dei tropici e dei cerchi polari, perpendicolari a questi gli anelli dei coluri (solstiziale ed equinoziale). L’eclittica è raffigurata da una fascia in cui sono incisi i nomi dei mesi e i simboli dei segni zodiacali, all’interno della sfera, su due sistemi mobili, è imperniata la terra. Un’altra iscrizione “HERMETIS DELPHINI”è forse riferita al primo proprietario?[72]

Questa terza sfera armillare, montata su un elegante supporto inciso, sarebbe appartenuta, secondo la tradizione, a San Carlo Borromeo. All’interno di questo prezioso oggetto, un dispositivo in ottone dorato segna l’epiciclo lunare secondo il sistema tolemaico: l’inizio dell’equinozio di primavera è fissato al 21 marzo, ciò fa capire che la sfera è stata costruita dopo il 1588, anno in cui si ebbe la riforma gregoriana del calendario, quindi in contraddizione con la tradizione che la vuole appartenuta a San Carlo, morto il 3 novembre 1584. La sfera, di fabbricazione italiana, reca in una corona circolare i nomi dei mesi e i simboli dei quattro punti cardinali. Nella corona è inserito un cerchio meridiano graduato, in cui è fissata una sfera, formata dagli anelli dell’equatore, dei tropici, dei cerchi polari, perpendicolare a questa si trovano gli anelli dei coluri (solstiziale ed equinoziale), mentre una fascia graduata rappresenta l’eclittica con incise le costellazioni e fra i poli della sfera si trova la terra. La sfera, utilizzata soprattutto per spiegare il movimento lunare, è molto rara.[73]

Ancora nella Sala della Medusa, non molto evidenziato, in alto in una vetrina, possiamo vedere un piccolo ritratto di Manfredo all’età di settantasette anni.[74] L’iscrizione sul bordo di questa medaglia in legno, che molto probabilmente fece da modello per la realizzazione di medaglie in bronzo, ci fa conoscere non solo il soggetto e l’età, ma anche l’autore di questa piccola opera lignea: Cesare Fiori, pittore, incisore, architetto, nato a Milano intorno al 1636 da Girolamo, a soli otto anni realizzò il ritratto del padre defunto. Alla fine del 1670 risale il suo matrimonio con Maria Elisabetta Ignazi, dalla quale ebbe quattordici figli. Nel 1673 Cesare Fiori risulta iscritto alla seconda Accademia Ambrosiana  ed è probabile che sia stato tra i fondatori; nel 1698 fece parte degli artisti che apprestarono i disegni per la statua di Sant’Ambrogio, attuata in argento dall’orefice Sparoletti per il Duomo di Milano. All’ottavo decennio del Seicento appartengono la maggior parte delle medaglie eseguite su disegno del Fiori, tra queste anche quella rappresentante Manfredo eseguita nel 1677; in occasione delle esequie del Settala (1680), Fiori eseguì vari disegni allegorici, perduti, che esaltavano la figura e le opere dell’Archimede milanese, con il quale fu attivo collaboratore. L’ispirazione barocca è evidente nelle linee ondulate, nei panneggi stropicciati e nei chiaro-scuri che distinguono i ritratti, realizzati poi in medaglie di bronzo (Biblioteca Ambrosiana; Castello Sforzesco) ed è proprio questo “linguaggio” barocco che distingue Cesare Fiori nel panorama milanese, in cui l’arte barocca ebbe un impiego piuttosto ristretto. L’artista morì a Milano il 3 giugno 1702.[75]

Nella stessa Sala, è custodito anche un planetolabio, probabilmente di origine tedesca, risalente agli inizi del secolo XVI: si tratta di un particolare astrolabio con il quale si poteva individuare la posizione dei pianeti durante i dodici mesi dell’anno, quindi era un congegno più astrologico che astronomico, poiché era utilizzato per predire gli oroscopi, basandosi sulla posizione dei pianeti rispetto allo zodiaco. Possiamo vedere, infatti, un calendario annuale e zodiacale con l’equinozio al 10,20 di marzo; su dei cartigli disposti tra le ore planetarie leggiamo: “Vite”, “Census”, “Fratrum”, “Patrum”, “Filiorum”,  “Servorum”, “Mulieris”, “Mortis”, “Itineris”, “Regis”, “Fortune”, “Laboris”. I cinque cerchi concentrici divisi in dodici settori, posti al centro indicano le posizioni dei pianeti nel corso dell’anno. In modo originale è fissato (incentrato) il cerchio mobile dell’eclittica con i segni zodiacali e otto lancette con i simboli dei pianeti indicati.[76]

Bellissime e molto eleganti sono le coppe o versatoi ricavate da conchiglie di Nautilus a forma di chiocciola, che fin dal Medioevo vengono importate in Europa dai porti della Cina Meridionale, dove le botteghe erano specializzate nella decorazione dei gusci in madreperla. Dal XVI secolo, grazie ad orafi abilissimi, si diffonde la moda di incastonare queste meraviglie oceaniche dentro raffinate montature in argento dorato. La coppa inventariata con il n. 2350 è una conchiglia di Nautilus polita, traforata a giorno, montata su una base circolare di legno tornito nero e marrone, tramite una lamina metallica cesellata. Anche quella inventariata con il n. 2351 è una conchiglia di Nautilus polita, traforata a giorno, montata su un sostegno circolare di legno sagomato a balaustra e con attacco a forcella terminante a giglio. Entrambe le coppe sono databili alla prima metà del XVII secolo e non è da escludere che le montature in legno siano state eseguite dallo stesso Manfredo.[77]

L’orologio da tavolo con astrolabio è solo un esempio di quelli posseduti da Manfredo nel suo Museo.[78] Nell’opera del Terzaghi e poi nella traduzione dello Scarabelli l’elenco degli orologi non segue un ordine sistematico, ma sono descritti senza seguire una classificazione tipologica e da questo elenco ne risultano venti circa, tra questi descritti uno dei più importanti quello conservato presso la Pinacoteca Ambrosiana. Si tratta di un orologio meccanico, astronomico ad edicola a pianta rettangolare con cassa di ottone dorato, finemente cesellato ed è databile intorno al 1580, così viene descritto da Scarabelli: <<Frà i maggiori un’Hrologio quivi si mira non punto dissimile nella construttura  da quello di cui la Città di Strasburgho si pregia. Nella prima delle otto sfere maggiori, che nella superficie esterna delle quattro facce dell’horologio sono distribuite, osservasi la lunghezza di ciascun giorno, e notte dell’anno, e col suono di diverse campane l’hore da’ suoi quarti regolarmente si distinguono. In altra sfera si scoprono di mezzo rilievo, i dodici Segni dello Zodiaco. In altra sfera si comprendono i nomi di ciascun’ giorno della Settimana in mezze figure di rilievo risultante. In altra i quarti si discernono; in altra l’hore Astronomiche si ravvisano. In altra le Babiloniche si disegnano. Nell’altra sfera maggiore dirimpetto alla mentovata scorgesi un’ Astrolabio di esquisito artificio, per il quale raggirandosi il Sole nella Coda del Drago, che ivi è riposto, frà l’ombrose caligini del suo Eclisse fa spiccare il deliquio de’ proprij splendori, e con ritrovato assai riguardevole le quadrature della Luna, e di tutti i Pianeti mirabilmente si raffigurano>>.[79] Tutte queste indicazioni sono visibili su sei quadranti disposti sui due lati maggiori: il quadrante principale indica le ore ultramontane (con inizio a mezzanotte e a mezzogiorno) e le ore all’italiana (con inizio mezz’ora dopo il tramonto); l’ora del sorgere e del calare del sole con l’immagine visiva della durata del giorno e della notte; in basso a destra possiamo vedere i mesi con i segni dello zodiaco e a sinistra il quadratino della sveglia. Nel lato posteriore dell’orologio possiamo osservare l’ora siderale, la posizione delle principali stelle; l’età della luna, la testa e la coda del dragone. In basso a destra i giorni della settimana e a sinistra la regolazione del tempo. Questo bellissimo orologio ha la superficie riccamente decorata e sbalzata con motivi vegetali.[80]

Più avanti, nella sala numero sedici, dedicata alla pittura lombarda del XVII secolo, il turista può ammirare due dipinti eseguiti da due famosi pittori lombardi: il “Ritratto di Manfredo Settala” di Daniele Crespi e il “Suicidio di Lucrezia Romana” di Melchiorre Gherardini.

Il primo dipinto, olio su tela, di 44×33 cm., ci mostra un “giovin signore” dal volto pallido e malinconico, raffigurato a mezzo busto, con il viso ruotato di tre quarti, che indossa un abito scuro, con un candido colletto che illumina il volto del giovane. Ma ciò che cattura l’attenzione è uno strano oggetto, ben evidenziato contro il fondo scuro, sorretto da una mano cerea e curata che lo sorregge: è un vasetto in avorio lavorato al tornio con perizia e pazienza, probabilmente di produzione di Manfredo. Il coperchio del piccolo vaso ricorda una scala a chiocciola, terminante con una punta acuta, sulla quale c’è una sfera, l’ostentazione dell’oggetto sembra alludere alla caducità, alla fragilità e alla complessità della vita, che si può facilmente spezzare come questo stelo d’avorio tenuto stretto delicatamente tra le dita. Il ritratto, databile al primo ventennio del Seicento, costituisce una delle prime opere ritrattistiche di Daniele Crespi, di evidente ispirazione caravaggesca, è pervenuto alla Pinacoteca Ambrosiana probabilmente nell’ambito della donazione del Museo Settala.[81]

Non sono certi né il luogo né la data di nascita del pittore Daniele Crespi, figlio di Gaspare, discendente da una famiglia di pittori di Busto Arsizio e parente di Giovan Battista Crespi, detto il Ceriano, il quale fu anche suo maestro, probabilmente nacque a Milano negli ultimi anni del Cinquecento e nonostante la morte prematura avvenuta a causa della peste del 1630, Crespi è considerato uno dei maggiori esponenti del Seicento lombardo. Nel settembre 1621, cominciò a frequentare i corsi, anche se per pochi mesi, dell’Accademia Ambrosiana, interessandosi molto all’arte del Ceriano, direttore della Scuola di pittura della suddetta Accademia e a quella di Giulio Cesare Procaccini, come si può evincere dai numerosi dipinti di quel periodo. Importante fu il rapporto con Ludovico Settala: fu il personaggio maggiormente menzionato nelle relazioni scientifiche scritte dal protofisico, infatti, come già detto, oltre a fare i ritratti dei membri della famiglia, Crespi assisteva come illustratore alle indagini scientifiche che Ludovico effettuava, chiamato non solo per approfondire la sua conoscenza dell’anatomia con osservazioni dal vero, ma soprattutto per rilevare ciò che veniva scoperto durante le dissezioni effettuate su animali. In seguito la ricerca di una contenuta intensità drammatica, l’attento studio della modellazione e degli incarnati e il netto contrasto tra luce ed ombra portano l’artista ad un inedito linguaggio iconografico ed espressivo, evidente frutto dell’incontro dell’esperienza caravaggesca con quella della Scuola del Seicento lombardo. Oltre alle opere di soggetto religioso commissionate dai maggiori ordini monastici del milanese, Crespi fu molto famoso anche come ritrattista, tra le sue opere figura anche il ritratto di Manfredo. Daniele Crespi morì a Milano il 19 luglio 1630, lasciando incompiuta la sua opera di maggiore impegno: il ciclo di affreschi della Certosa di Pavia, che furono terminati dai suoi collaboratori.[82]

La seconda tela, risalente al 1630 circa, raffigura l’eroina romana Lucrezia nell’atto di uccidersi.[83] Lo storico Tito Livio ci narra che durante il regno dell’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo, Lucrezia, figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e moglie di Collatino, venne violentata da Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, il quale si introdusse nella sua camera da letto armato di spada, la donna cercò di fare resistenza, ma minacciata di morte e di gravi calunnie, cedette all’adulterio. Il giorno dopo Lucrezia raccontò l’accaduto al padre e al marito, poi con un pugnale si tolse la vita. La verecondia e la pudicizia erano, presso i Romani, considerate le più importanti virtù che una donna potesse possedere, di conseguenza l’adulterio era una colpa gravissima. Il fatto ebbe dei risvolti politici determinanti, infatti il marito, il padre ed un amico di famiglia provocarono e guidarono una sommossa popolare che alimentò l’insoddisfazione che i romani avevano verso i metodi tirannici dell’ultimo re di Roma, i Tarquini vennero cacciati via e costretti a rifugiarsi in Etruria: lo stupro subito da Lucrezia e il conseguente suicidio furono la causa immediata della rivolta che rovesciò la monarchia e stabilì la Repubblica Romana. Scarabelli descrive così il dipinto: <<Quadro grande singolarmente stimato, historiato dal successo di Lucrezia Romana in atto di uccider se stessa, con attorno i suoi Parenti, che con diverso atteggiamento rimirano quell’atroce spettacolo. Fu dipinto dal Gran Cerano, nel quale superò se stesso>>.[84] La tela è oggi attribuita più correttamente a Melchiorre Gherardini, allievo e genero di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano.

Melchiorre Gherardini, soprannominato il Ceranino, nacque probabilmente a Milano nel 1607, fu allievo del Cerano e fece parte dell’Accademia Ambrosiana, sposò la figlia del suo maestro Camilla e, nel 1632, ereditò dal suocero la bottega e l’abitazione. In tutte le sue numerose opere ritroviamo lo stile del maestro, pur riuscendo ad acquisire una sua personalità e più tardi un avvicinamento ai modi di Daniele Crespi, caratterizzato soprattutto dalla scelta dei colori più caldi e l’ammorbidirsi dei contorni, per arrivare, intorno al 1636, ad una maniera più autonoma. Nell’ultimo decennio della sua vita Gherardini sembra non avere prodotto molte opere e da quelle conosciute notiamo una fase chiaramente barocca; non molti sono i disegni a lui attribuiti, molti dei quali si trovano presso l’Ambrosiana. Gherardini fu anche incisore, attività attestata fin dal 1630. Il pittore morì a Milano nel 1668.[85]

Nella collezione di Manfredo erano presenti anche due oggetti particolarmente curiosi e molto famosi: il Mantello Tupinambá e l’Automa, il primo, in restauro, sarà esposto all’Ambrosiana in un prossimo futuro,[86] il secondo si trova oggi al Museo del Castello Sforzesco.

Il Mantello Tupinambá, inventariato con il n. 2605, è fatto di penne, piume, fibre di cotone e ananas, ha forma trapezoidale con un cappuccio all’estremità superiore, è lungo circa 155 centimetri e largo 128 ed veramente un “unicum”, ampiamente descritto dallo Scarabelli, è testimone delle culture e tecniche artigianali amerinde, quindi si può considerare un oggetto di alto valore scientifico ed artistico. La decorazione del mantello rappresenta forse l’immagine stilizzata di un uccello, che, indossato durante le cerimonie religiose, riusciva a coprire tutto il corpo dell’officiante, trasformandolo in un essere piumato simile ad un grande uccello dai vari colori. Il manufatto è principalmente composto di penne e piume di “Eudocimus ruber” o più semplicemente ibis rosso, mentre una parte minore è composta di quelle dell’ara scarlatta (Ara macao, uccello appartenente alla famiglia Psittacidae, Categoria tassonomica: Specie, diffuso in America Centrale e Meridionale), ara militare (Ara militaris, Come l’altro) e oropendolo (Psarocolius, uccelli appartenenti alla categoria tassonomica Genere e dell’orine dei Passeriformi). Il mantello, formato da circa nove file di penne, ha come base, su cui sono state intessute tali penne, una fitta rete di cotone e ananas, mentre il cappuccio è composto di sole penne. Un particolare molto interessante è il processo di colorazione delle piume: il colore giallo è reso con le piume dell’oropendolo e con quelle dell’ibis rosso, ricolorate tramite una tecnica chiamata “tapirage”, consistente nella modifica del colore del piumaggio sull’uccello vivo, tecnica diffusa nell’antica tradizione dell’America del sud. Il mantello ebbe grande importanza  e suscitò molta curiosità nella collezione settaliana, non a caso il valore del manufatto fu ribadito anche nella stampa di Cesare Fiori, che rende una visione panoramica del Museum di Manfredo: il mantello è riconoscibile appeso nella parte di destra in alto della galleria. In una annotazione Settala stesso lo descrive come “Vesta di sacerdote d’India…”, che ricevette in dono da Federico Landi, principe di Val di Taro, il quale possedeva una collezione di oggetti rari nel suo castello di Bardi vicino a Piacenza, ma nel dono c’erano compresi anche una sonagliera di frutti di “Thevetia neriifolia”, da una corona e da una cintura. Tale abbigliamento era indossato dai “Pagé” o sacerdoti durante le danze rituali, infatti queste popolazioni pregavano con la danza, che veniva effettuata, insieme col digiuno, prima di dare inizio ad ogni impresa importante, come la guerra, le migrazioni, in previsione di calamità e fenomeni naturali minacciosi. Il mantello Tupinambà sembra essere il più importante tra gli otto ancora esistenti in tutta Europa.[87]

<<Un cassettone dal quale esce all’improvviso una spaventosa faccia di demonio che si mette a sghignazzare, a cacciare la lingua e a sputare in faccia ai presenti, il tutto in mezzo ad un enorme fragore di catene di ferro e di ruote adattissimo per produrre un vero terrore>>, così definisce l’automa costruito da Manfredo Charles de Brosses, il quale durante una sua visita a Milano nel 1739, non perse l’occasione di visitare ed ammirare il Museo Settala, restando particolarmente colpito da questo automa meccanico, noto come lo “Schiavo incatenato”.[88] In realtà sembra che, girando una manovella l’automa, in legno intagliato, muovesse gli occhi , la lingua ed emettesse sia un suono sia del fumo dalla bocca.  Fin dall’antichità l’uomo ha sempre desiderato di far compiere a dei meccanismi quelle funzioni, non sempre gradevoli, riservate agli umani, quindi l’ingegno umano insieme ad eccezionali effetti speciali furono capaci di creare creature che riuscirono a stupire in ogni epoca per la loro somiglianza con demoni, figure mitologiche ed animali: ad Efesto, dio del fuoco, furono attribuite varie invenzioni tra cui macchinari semoventi; a Dedalo, padre di Icaro, la mitologia attribuisce la creazione di alcune statue lignee che muovevano occhi, braccia e gambe. Talos, il gigante di bronzo, fabbricato da Efesto, o da Dedalo, ma secondo il mito di origine ignota, posto da Minosse a guardia dell’isola di Creta, con il compito di fare il giro dell’isola tirando pietre contro coloro che si avvicinavano alle coste, impedendo lo sbarco ai nemici o di fermare i cittadini senza il consenso del re, a coloro che riuscivano a raggiungere l’isola, venivano raggiunti da Talos, che entrato nel fuoco, faceva diventare il suo corpo metallico incandescente e poi stringeva forte al petto gli sventurati e li stritolava e bruciava. Prima di Creta, il gigante sembra sia stato in Sardegna, dove aveva ucciso molti uomini con lo stesso sistema, provocando nei malcapitati il cosiddetto “riso sardonico”, ossia una dolorosa contrazione delle labbra a causa delle ustioni. Talos era invincibile, ad eccezione di un punto della caviglia dove si trovava l’unica vena che andava dal collo alla caviglia, chiusa da una sottile membrana, in cui scorreva il suo sangue; la leggenda dice che quando la spedizione degli Argonauti sbarcò sull’isola, il gigante metallico fu ucciso da una freccia scagliata da Peante, uno degli argonauti, mentre un’altra versione racconta che Talos sia morto a causa della fuoriuscita del sangue causata dall’urto della caviglia contro una roccia.[89] La testa grottesca dell’automa, eseguita nella prima metà del Seicento, è probabile che sia stata adattata al busto di una statua cinquecentesca raffigurante “Cristo alla colonna” o “San Sebastiano morente”. Lo splendido e orrido demonio-automa in legno di ciliegio intagliato si trova attualmente nella collezione di ArtiApplicate del Castello Sforzesco ed è forse divenuto l’emblema di come Manfredo amasse i “curiosa”, oltre ai “naturalia” e agli “artificialia”, ossia tutto quello che può incuriosire o stupire in quanto fuori dalla norma, con evidente gusto barocco.

Come già detto il fenomeno delle Wunderkammern, nacque nel Sedicesimo secolo, come eredità dello studiolo umanistico, che fu il primo esempio di ambiente destinato alle varie collezioni, ma anche antenato delle istituzioni museali; gli studioli erano ambienti piuttosto piccoli ed appartati, in cui i Signori raccoglievano gli oggetti più importanti delle loro collezioni: quello di Lorenzo il Magnifico a Palazzo Medici e quello di Francesco I in Palazzo Vecchio costituivano due esempi ammirevoli nella città di Firenze, il primo per la ricchezza della raccolta, il secondo, realizzato tra gli altri da Vasari, come “rifugio” del granduca in cui coltivava i suoi interessi alchemico-magici. L’evoluzione dello studiolo si ha con la nascita della Galleria Rinascimentale, che, nell’Europa del Nord, diviene il modello delle prime Wunderkammern, ma se le Gallerie accoglievano soprattutto statue e quadri, l’attenzione dei principi del Nord Europa era attratta principalmente dai fenomeni naturali e dalle curiosità scientifiche, poiché le Wunderkammern dovevano generare la considerazione per la reputazione del collezionista, il quale era riuscito ad impossessarsi di oggetti di grande valore, ma, allo stesso tempo, doveva suscitare lo stupore, la meraviglia, la sorpresa di fronte a oggetti inconsueti. Generalmente la Wunderkammer era una grande stanza con le pareti ricoperte di scaffali di legno alternati ad armadi e stipetti, dove venivano esposti i reperti o “mirabilia” della collezione, anche il tetto veniva usato per appendere animali essiccati, il tutto era rigorosamente organizzato: da una parte i “naturalia”, ossia gli elementi forniti dalla natura stessa, che erano tanto più sorprendenti a seconda della forma, della dimensione e della provenienza geografica, dall’altra gli “artificialia”, cioè tutto quello che era stato realizzato dall’uomo, legati alla peculiarità e alla complessità delle tecniche utilizzate per la loro realizzazione. In conclusione lo scopo delle Wunderkammern era quello di ricostruire l’universo in una stanza ed è per questo che al collezionista veniva assegnato una specie di facoltà creatrice, che ancora oggi conserva tutto il fascino di un personaggio come Manfredo Settala e la sua stupenda collezione, anche se paragonare la Collezione Settala con le Wunderkammern è sbagliato, perché Manfredo voleva fare della sua raccolta un centro di ricerca e d’incontro per il confronto e la verifica tra le varie ipotesi poste dagli studiosi, quindi con un fine prettamente scientifico e dinamico e non statico della Wunderkammer, dove i pezzi collezionati erano posti in modo da essere solo contemplati, pur mantenendo la tendenza barocca per gli oggetti strani e la propensione al collezionismo di dipinti, disegni, incisioni, libri, monete, armi. Tutto ciò è comprovato anche dai rapporti epistolari e personali che Manfredo intrattenne con personalità famose in ambito culturale dell’epoca.[90]

Il Museo Settala rappresenta l’ultimo tentativo dell’uomo barocco di ricostruire su termini moderni e aggiornati l’idea di unità del sapere propria del Rinascimento. <<Fu il Museo Settala inizialmente una vera enciclopedia oggettiva del Seicento, curiosa per l’epoca in cui fu raccolta, interessante ai moderni per la storia della scienza.>>[91]

NOTE

1 Cfr. F. Buzzi, La Pinacoteca Ambrosiana, www.costantinianorder.org/magazine/la-pinacoteca-ambrosiana.italiano.html

2 Poche sono le notizie su questo Vescovo: vissuto nel corso del secolo V, fin da giovanissimo decise di seguire la carriera ecclesiastica, forse influenzato anche dal Vescovo di Como Sant’Abbondio. Intorno al 450 ebbe dal Papa (San Leone Magno) il compito di recarsi a Costantinopoli per discutere con il Patriarca e con l’Imperatore circa l’eresia eutichiana, al suo ritorno ebbe altri importanti incarichi e godendo di grande stima tra il clero e tra il popolo arrivò a coprire la carica di vescovo di Milano, morì tre anni dopo la sua nomina e fu sepolto nella chiesa di Sant’Eufemia, che lui stesso aveva fatto costruire in territorio milanese, nell’anno 475. Cfr. http:77www.santiebeati.it/dettaglio/92056

3 Cfr. V. Ascani, voce Giovanni di Balduccio, in “Enciclopedia dell’arte Medievale, 1995, VI, pp. 703-711. Figlio di Balduccio di Alboneto nacque probabilmente a Pisa nel 1300 circa, fu scultore e architetto attivo in Toscana e in alcune città del nord Italia dal 1318 al 1350 circa. Giovanissimo svolse il suo apprendistato nel cantiere dell’Opera del Duomo di Pisa, nel 1334 circa si trasferì in Lombardia, al servizio di Azzone Visconti, per il quale, in quegli stessi anni, lavorarono vari artisti tra cui Giotto. Dal 1349, quando gli fu offerta la nomina a capomastro del cantiere del Duomo di Pisa, da lui rifiutata, la mancanza di documentazione non permette di costruire il periodo successivo: si ipotizza che la sua morte sia avvenuta intorno al 1349. Il monumento funebre del Settala, in ottimo stato di conservazione, è contraddistinto dalla presenza del defunto, vestito del saio nero agostiniano, disteso sopra un letto di parata, vegliato da due diaconi ed altri due personaggi reggono la cortina funebre. Nel frontale Lanfranco viene rappresentato in cattedra (è probabile che avesse insegnato teologia presso l’Università di Parigi) davanti ad una folla di ascoltatori, nelle due nicchie ai lati sono raffigurate Sant’Agnese, a sinistra, con l’agnello in braccio e Santa Caterina d’Alessandra, a destra, con un libro, la palma del martirio tra le mani e la ruota dentata, simbolo del supplizio patito dalla Santa. Il sarcofago, nella parte inferiore, presenta due ordini di mensole decorate con stemmi della famiglia.

4 Gerolamo Settala è il primo personaggio della famiglia menzionato in un documento della Biblioteca Ambrosiana: “Hunc codicem D. Septala patritius Mediolanensis et Modoetiae Archiepresbiter dono dedit anno 1607”, Gerolamo fu Vicario generale di Carlo Bescapè, Arciprete a Monza, e nel 1618 fu nominato Canonico ordinario e Penitenziere maggiore del Duomo di Milano; Manzoni, nel XVI capitolo del suo romanzo, lo ricorda come colui che con una sua predica riesce a calmare la folla in un momento molto critico. Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana e il Museo Settala, in “Storia dell’Ambrosiana”, pp.205-255.

5 Cfr. http//www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-settala_%28Enciclopedia-Italiana%29

6 Fu nominato protomedico il 9 gennaio 1628. Cfr. B. Corte, Notizie istoriche intorno a medici scrittori milanesi, Milano 1718, p. 137 e segg.

7 A. Manzoni, I Promessi Sposi, Edizione del 1840, capp. XXVIII, XXXI.

8 Cfr. L. Facchin, Ludovico Settala: un intellettuale barocco fra scienza e arte, in www.enbach.eu/content/ludovico-settala-un-intellettuale-barocco-fra-scienza-e-arte

9 L. Facchin, Ludovico Settala… cit.

10 La tassidermia è l’arte di conciare le pelli degli animali per la conservazione e di imbottirle per dare loro l’aspetto e l’atteggiamento degli animali vivi a scopo scientifico. Le pratiche per la conservazione dei cadaveri umani e degli animali erano molto antiche e diffuse presso molti popoli, ma le origini della tassidermia, cioè della preparazione per scopi scientifici datano dal Rinascimento con l’istituzione dei musei di musei di storia naturale. Cfr.http://www.treccani.it/enciclopedia/tassidermia_%28Enciclopedia-Italiana%29/ )

11 Cfr. L. Galli Michero-M. Mazzotta a curadi, Wunderkammer: arte, natura, meraviglia di ieri e di oggi. SKIRA, Milano 2013, pp. 79-80.

12 Cfr. A. Squizzato, Tra arte e natura: il Musaeum di Manfredo Settala, spazio, memoria, “esperienze” e “trattenimento” nella Milano seicentesca, in “Wunderkammer: arte, natura, meraviglia di ieri e di oggi. A cura di L. Galli Michero-M. Mazzotta. SKIRA, Milano 2013, p. 47.

13 Data la numerosa prole, il palazzo di famiglia, situato nell’odierna via Paolo da Cannobio,  era diventato troppo piccolo per tutta la famiglia, quindi Ludovico fece costruire un palazzo più spazioso in piazza San Ulderico, oggi via Pantano 26. Cfr www. storiadimilano.it/Personaggi.Milanesi%20illustri/settala/manfredosettala.htm

14 Le notizie sono state riprese da appunti personali dell’autrice, tratti da varie lezioni del Professor Andrea Spiriti.

15 Ibid.

16 Cfr. . A. Aimi-V. De Michele-A. Morandotti a cura di, Septalianum Musaeum. Una collezione scientifica nella Milano del Seicento, Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Firenze 1984, pp. 21-24.

17Cfr. Ibid. p. 21 e segg.; F. Dori, Il museo Settala. Wunderkammer adunata dal sapere e dallo studio, in “POLITesi>Tessi Specialistiche/Magistrali,A.A.:2012-2013http://hd1.handle.net/10589/87923

18 Cfr. L. Galli Michero-M. Mazzotta a cura di, Wunderkammer: arte, natura, meraviglia ieri e oggi, SKIRA, Milano 2013, pp. 79-80.

19 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala nella Milano del XVII secolo, Milano 1938, p 1 e segg.

20 Ibid.

21 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala…cit., p. 1 e segg.; M. Navoni, L’Ambrosiana e il Museo Settala, in “Storia dell’Ambrosiana”, pp.208-209.

22 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., pp. 209-214.

23 B. A., Archivio dei Conservatori, 163, fasc. 2.

24 Lo “Status personalis” di Manfredo era il seguente: “Status personali set temporalis die 30 aprilis 1673. Manfredus Septalius filius quondam domini Ludovici Regii Protofisici in universo Mediolani dominio, ac domina Angele Arona iugalium annos natus septuagintatres habitum clericalem suscepit de licentia Emminentissimi quondam Cardinalis Federici Borromei gloriose semperque recolende memorie de anno 1621, prout ex litteris in Cancelleria expedits sub die. Ad ordines fuit promotus de anno 1628 die decima octava martii a supradicto Emminentissimo prout ex litteris datis sub die suprascripto et anno.

Ad sacrum vero sub diaconato de anno 1631 ad titolum canonicatus in Ecclesia insigni Collegiata Sancti Nazarii de quo canonicata fuit pro visus eodem anno ab eodem Emminentissimo, prout ex litteruis in Cancelleria espeditis sub die.

Canonicatus supradictum possidet de presenti et est sub titulo S. Ulderici

Eius redditus consistent in tribus petti terre pertica rum in totum 440. Circiter iacem in territorio Sexti Ultriani Plebis Sancti Iuliani huius diocesis ex quibus annuatim percipiuntur de nitido libre cinquecentum.

Solvitur eidem prebenda etiam per Venerandum Capitulom eiusdem.

Ecclesia annuus fictus libellarius librarum viginti septem, et modia octo sicale, et milii.

Humanioribus litteris, ac Rettorica et philosophie studiis operam in Braidensi Collegio iuri vero Pontificio, et C.sareo in Gymnasio Pisano, in quo laurea doctoralis fuit donatus, prout ex Instrumento recepto per Professionem fidei emisit in Synodo Diocesana trigesima prima”. B. A., Archivio dei Conservatori, 163, fasc. A, c. 3r.

25 Pietro Paolo Bosca nacque in provincia di Alessandria nel 1632, dopo la laurea andò a Milano, dove entrò negli Oblati e insegnò nei seminari lombardi. Fu Prefetto dell’Ambrosiana dal 1668 al 1681, fu poi nominato Protonotaro apostolico da papa Innocenzo XI, passando all’arcipretura della basilica di Monza. Tra i suoi molteplici scritti, oggi in gran parte perduti, quello più famoso fu: “De origine et statu Bibliothecae Ambrosianae Hemidecas”, fu amico di Manfredo Settala, che soprannominò l’Archimede milanese. Morì a Monza nel 1699. Cfr. http//www.treccani.it/enciclopedia/pietro-paolo-bosca_%28Enciclopedia-Italiana%29/; A. Squizzato, Tra arte e natura… cit., p. 45-49. Per la grande capacità di Manfredo di costruire congegni meccanici di precisione, per l’abilità dell’uso del tornio, per la costruzione di strumenti ottici e specchi ustori, anche Filippo Piccinelli, biografo, lo definì “l’Archimede del nostro secolo”. Cfr. V. De Michele, L’Archimede milanese, in “Kos”, 3, 1986, n. 24, p. 19 e segg.; M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 215. Non è certo se il soprannome di “Archimede milanese” al Settala sia stato dato per primo dal Bosca o dal Picinelli.

26 M. Colombo, Manfredo Settala, l’Archimede Milanese, in www.storiadimilano.it/ Personaggi/Milanesi%20illustri/settalamanfredosettala.htm

27 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala…cit., p 1 e segg.;

28 Ibid.

29 Ibid.

30 Ibid.

31 Ibid.; Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 232.

32 G. Bardelli, http://pikaia.eu/la-cultura-non-si-mangia/

33 Cfr. Ibid.

34 Il testo italiano fu pubblicato sempre a Tortona nel 1666 e nel 1677 venne stampata una seconda edizione con varie aggiunte. Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala nella Milano del XVII secolo, Milano 1938, p 4 e segg.; M. Navoni, L’Ambrosiana… cit., p. 219

35 Ibid.

36 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…, cit., p. 236.

37 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 237; M. Colombo, Manfredo Settala… cit., http://www.storiadimilano.it/Personaggi/Milanesi%20illustri/settala/manfredosettala.htm

38 Orazion funebre per la morte dell’illustriss. Sig. Can. Manfredo Settalanell’esequie celebrate in Milano da suoi nipoti nella Basilica di S. Nazaro detta dal P. Gio. Battista Pastorini della Compagnia di Gesù, in Milano. Nella Stampa Arcivescovile. MDCLXXX., pp. 11-12-13.

39 Cfr. A. Aimi-V. De Michele-A. Morandotti a cura di, Septalianum Musaeum…cit., p. 28.; M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., pp. 221-233. In queste pagine Navoni fa un’ampia descrizione del contenuto dei tre volumi.

40 Cfr. A. Aimi-V. De Michele-A. Morandotti a cura di, Septalianum Musaeum…cit., pp. 32-33.

41 Ibid., p. 33.

42 Ibid., p. 34 e segg.

43 Ibid., p. 39.

44 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala…cit., p 5.

45 Cfr. B.A., Archivio dei Conservatori, 150, fasc. A; M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 233.

46 B. A. Archivio dei Conservatori, 163, fasc. 4.

47 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., pp. 232-233.

48 B. A., Archivio dei Conservatori, 161, fasc. G, cc. 1r.e v.

49 Ibid.

50 B.A., Archivio dei Conservatori, 161, fasc. D

51 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana e il Museo Settala, in “Storia dell’Ambrosiana”, p. 241; B.A., Archivio dei Conservatori, n. 161, fasc. O, c. 1r. “Dal fu Signor Canonico Manfredo Settala mio zio fu lasciata alla Biblioteca Ambrosiana la Galleria, e perché nel di lui testamento restò inchiuso un libro in stampa del contenuto in detta Galleria, nel qual libro ci sono molte cose ad ostentazione, molte altre che non vi furono, e molte che non erano parte della Galleria, perciò non doverà attendersi detto libro, massime rispetto alli quadri, mentre quelli, che di ragione potevano essere del detto Signor Manfredo, si riducono a quelli che si ritrovano nella Sala de Specchi, e talli ritratti del medesimo Signor Manfredo, essendo tutti li altri quadri descritti in detto libro tutti vecchii di Casa, come così attesto con mio particolar giuramento, sì come molte cose delle descritte in detto libro erano in casa prima del medemo Signor Manfredo, e molte sono state da me messe doppo, onde non cadono sotto detta disposizione; et però in quanto a questo particolare mi rimetto a ciò si farà dà Signori miei esecutori, ben è vero, che se fosse possibile con qualche honesto temperamento conservare al mio Erede la detta Galleria, mi sarebbe molto caro per la conseguenza dell’honorevolezza, desiderarei continuata nella mia Agnazione”.

52 M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 248.

53 B. A., Archivio dei Conservatori, 162, fasc. C. c. 23r.-24r.

54 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 247.

55 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala…cit., p 6; M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., pp. 251-252.

56 Cfr. A. Aimi-V. De Michele-A. Morandotti a cura di, Septalianum Musaeum…cit., pp 30 e segg.

57 Ibid.

58 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., pp. 239-240.

59 A. Aimi-V. De Michele-A. Morandotti a cura di, Septalianum Musaeum…cit., pp 31; M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p.240.

60 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI, Mondadori Electa 2010, p. 34.

61 Ibid., p. 35.

62 Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/del-sole-giovanni-battista_(Dizionario-Biografico)/

63 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI, Mondadori Electa 2010, pp. 59-61.

64 Cfr. http:/www.treccani.it/enciclopedia/maestri-giovan-battista-detto-il-volpino_(Dizionario-Biografico)/

65 AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI…cit., pp. 79-80.

66 P. F. Scarabelli, Museo ò Galeria Adunata del sapere, e dallo studio del Sig. Canonico Manfredo Settala Nobile milanese. Descritta in Latino dal Sig. Dott. Fis. Coll. Paolo Maria Terzago et hora in Italiano dal Sig. Pietro Francesco Scarabelli. Dott. Fis. Di Voghera. 1677   Et hora ristampata con l’aggiunta di diverse cose poste nel fine de medemi capi dell’opra. In Tortona 1677: per Nicolò, e fratelli Viola, p. 223.)

67 Inv. 1009;  Astrolabio latino; Rame, 24,7 cm. (diametro); Secolo XVI; Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

68 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI…cit.,  p. 62.

69 Inv. 1009; Rame (24,7 cm. diametro); Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

70 Cfr. AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI…cit., p. 71.

71 Inv. 304; Sfera armillare tolemaica; Ottone (h. 30,4 cm.-diametro 25,5 cm.); Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

72 Inv. 305; Ottone (h. 30,5-diametro 17,1 cm.); Sfera armillare tolemaica; Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

73 Inv. 306;  Sfera armillare; Ottone argentato (h. 39 cm.-diametro 22,1 cm.); Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

74 Inv. 338;  Cesare Fiori, Milano, 1636 . 1702; Ritratto di Manfredo Settala; Legno di bosso intagliato, 10 cm. (diametro).

75 Cfr. G. Fogolari, Il Museo Settala, in “Archivio Storico Lombardo”, s. 3, XIV (1900), p. 118 e segg., http://www.treccani.it/enciclopedia/cesare-fiori_(Dizionario-Biografico)/

76 Inv. 1010; Planetolabio; Rame, 42 cm. (diametro); Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

77 Inv. 2350-2351; Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

78 Inv. 307; Orologio da tavolo con astrolabio; Bronzo dorato (h. 32,3 cm.); XVI-XVII secolo; Museo Settala; Ambrosiana dal 1751.

79 Cfr. L. Pippa, Orologi e strumenti del Museo Settala, il primo Museo scientifico milanese, in “La voce di Hora”, Milano, N. 11, dicembre 2001, p.7e segg.

80 Ibid.

81 Inv. 492; Daniele Crespi; Busto Arsizio, 1597/1600 – Milano, 1630; Ritratto di Manfredo Settala; Olio su tela (44x33cm.).

82 Cfr. http://www.treccani,it/enciclopedia/daniele-crespi_(Dizionario-Biografico)/

83 Inv. 214; Melchiorre Gherardini; Milano, 1607 – 1675; Suicidio di Lucrezia Romana; Olio su tela (107x77cm.).

84 P. F. Scarabelli, Museo ò Galeria Adunata del sapere…cit., p. 238.

85 Cfr. A. Spiriti, Gherardini, Melchiorre, detto il Ceranino, http://www.treccani.it/enciclopedia/gherardini-melchiorre-detto-il-ceranino_(Dizionario-Biografico)/

86 Comunicazione orale.

87 Cfr. V. de Michele-L. Cagnolaro-A. Aimi-L. Laurencich, Il Museo di Manfredo Settala nella Milano del XVII secolo, Milano 1938, pp. 20-21; AA.VV., Musei e Gallerie di Milano. Pinacopteca Ambrosiana, Tomo VI…cit.,  pp.48-51.

88 Cfr. M. Colombo, Manfredo Settala, l’Archimede Milanese, in http://www.storiadimilano…cit.

89 Cfr. M. Pugliara, Il mirabile e l’artificio: creature animate e semoventi nel mito e nella tecnica degli antichi, Roma 2003, <<L’Erma>> di Bretschneider, p. 90 e segg.

90 Cfr. M. Navoni, L’Ambrosiana…cit., p. 215 e segg.

91 G. Galbiati, Itinerario per il visitatore della Biblioteca Ambrosiana della Pinacoteca e dei monumenti annessi. Biblioteca Ambrosiana, Milano 1951, p. 192.

 

 

 

 

 

 

PER UNA STORIA DEL DIAVOLO NELLA SUA VITA PUBBLICA E PRIVATA

LOREDANA  FABBRI

“Gli estremi si toccano, il serio torna spesso al ridicolo”

Il diavolo ha il potere di comparire agli uomini

in forme seducenti e ingannatorie”

(Shakespeare)

 

“E’ il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia

è il cuore degli uomini”

(F. Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)

 

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Codex Gigas, ossia “Codice Gigante”: un manoscritto enorme, del peso di 75 chilogrammi, lungo quasi un metro, 50 centimetri di larghezza e circa 20 di spessore. Al di là delle dimensione, questo codice, passato da religiosi a sovrani, tra cui Cristina di Svezia, miracolosamente salvatosi da un incendio, e oggi custodito a Stoccolma, nella Biblioteca Nazionale, è noto, alla luce del contenuto, con un altro nome, piuttosto sinistro: la Bibbia del diavolo. Oltre alle Sacre Scritture, a opere di Isidoro di Siviglia, Giuseppe Flavio e altri, contiene esorcismi e scongiuri, ma soprattutto una enorme, inusuale, inspiegabile immagine a tutta pagina del diavolo, circondato da ombre e incorniciato dentro un anomalo riquadro (nella foto).

Il diverso grado di credenze, con la quale il lettore s’accinge a percorrere questa breve, ma veridica istoria, determinerà l’importanza, il diletto ed il terrore, che potrebbe inspirare e la ragione di coloro che non si piegano a credere quanto non trovino fortemente dimostrato, senza sconoscere che le tradizioni cattoliche sceverate dalla superstizione, hanno il merito d’essere conseguenti, accoglierà questo lavoro quale documento abberazioni dell’umana fantasia, della umana severità per l’errore ed ingegnosa potenza a tormentarsi con enti fittizi, come se la realtà di mille altri non ci soprastasse premendo inesorabilmente oltre la misura ordinaria della pazienza! […]. Se il Diavolo è una infelice invenzione dell’uomo, perché pure lo ha inventato tremarne e deriderlo, per foggiarlo a suo talento?

 

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I dannati, particolare del Giudizio universale, Michelangelo, Cappella Sistina, Vaticano

Ma intanto quale è questo spirito delle tenebre, uomo, serpente o dragone che sovrasta volando sull’orizzonte di tutti i tempi? Nel cielo egli bestemmia e si butta cogli angeli, sulla terra inganna e precipita l’uomo e si serve di questo “ come d’un cavallo cui sprona e conduce a suo talento”; ei lo affligge, lo tormenta, lo stimola al peccato, e, nell’abisso, il fornisce d’aver peccato e d’essergli stato obbediente>>. [1]

Nel 1842 viene pubblicato un articolo di CH. Louandre: “Le Diable, sa vite, ses moeurs et son intervention dans les choses humaines”, in “Revue des deux mondes, 4ème série, tome 31, 1842”, di cui l’autore era collaboratore. Lo scrittore, figlio dello storico francese Francois César Louandre, nacque ad Abbeville nel 1812 e si laureò in lettere a Parigi, dove dette il suo contributo a diverse opere del tempo e alla “Revue des Deux Mondes” dal 1842 al 1854. Scrisse numerosi articoli di storia e archeologia. Nel 1855 divenne redattore del “Journal of General Education”. Numerose le sue opere tra cui “La sorcellerie” del 1852. Morì nel 1882.[2]

L’autore anonimo del manoscritto da noi reperito scrive quasi certamente nella seconda metà dell’Ottocento, in quanto si tratta della traduzione, probabilmente dal francese (esiste una copia edita a Porto nello stesso anno in lingua portoghese) dell’opera summenzionata, seguendo il testo originale ma arricchendo talvolta anche con considerazioni personali.

L’argomento centrale di tale opera è, ovviamente, Satana onnipossente, onnipresente in tutte le epoche e in tutti i luoghi come signore malefico e nemico dell’umanità, verso la quale egli è sempre in lotta, anche se poi ci saranno tempi in cui la stregoneria sarà il mezzo con cui gli uomini invocheranno il Maligno per carpirgli i segreti che daranno potere e ricchezze, cioè per concretizzare il sogno che tutti gli esseri umani, di qualsiasi condizione sociale e in qualsiasi tempo, hanno sempre cullato dentro di loro e senza scrupoli si sono “venduti” al Diavolo.

Il presente articolo è basato sulla trascrizione di un manoscritto che a sua volta è la trascrizione di un’opera edita, quindi un riassunto di entrambi, qualcosa di più agevole e più veloce per la lettura, insomma una sintesi del manoscritto reperito. L’ignoto trascrittore vuole forse attestare l’orma del Maligno nel difficile percorso terreno dell’uomo, nei contrapposti di caos-ordine, cielo-terra, amore-odio ed anche come il Diavolo, essendo, in tutti i tempi, perennemente presente nella memoria e nel cuore degli uomini, abbia contribuito allo sviluppo di una parte della letteratura. La marea bibliografica sull’argomento, aumentata soprattutto negli ultimi decenni del secolo XX, mostra chiaramente come Satana sia un pretesto per raccontare ed evidenziare i fenomeni e le sciagure dei suoi seguaci e delle sue vittime; si sono messe in primo piano le attività magiche, stregoniche, taumaturgiche e le possessioni, relegando la figura del Diavolo ad una modesta posizione di secondo piano, ma anche da questa posizione è sempre l’architetto delle insidie tese agli uomini.

Il Diavolo, fin dai tempi remoti, ha suscitato negli uomini paura e curiosità, fascino e repulsione. Satana è sempre stato onnipresente come Dio: questa è la realtà fondamentale che sta alla base dell’intera credenza. Si tratta di un manicheismo semplicista, ma molto efficace che fa della vita terrena una battaglia perpetua tra il Maligno e le creature. Il Diavolo e il suo esercito infernale possono fare il male entro limiti tracciati da Dio, ma si tratta di limiti ampi, perché approfittano delle debolezze umane.

Molti sono i nomi che nei secoli sono stati attribuiti al Maligno, due però sono indubbiamente i più usati: Diavolo (dal greco diábolos, col significato di “accusatore”, “calunniatore”) e Satana (di derivazione ebraica, che corrisponde a “nemico”, “avversario”); mentre l’origine del termine Demonio, molto diffuso, allude alla pluralità (i dáimones, gli eterei accompagnatori dei Greci) ed è in questa accezione che in genere viene impiegato normalmente quando si allude a manifestazioni plurali: corte infernale, legioni, geni.[3]

Alcuni testi medioevale distinguono Satana da Lucifero, la tradizione afferma invece la loro unità, in quanto usa indistintamente i due termini per indicare un solo personaggio, il Diavolo, personificazione del male. Il nome di Lucifero nasce dall’associazione del principe di Isaia (14,12; stella del mattino o figlio dell’aurora), che precipita dal cielo a causa del suo orgoglio, con il cherubino di Ezechiele (28,15; in cui si dice che la sua condotta era sempre stata perfetta fin dalla sua creazione, fino a quando in lui ci fu l’iniquità). Queste due figure si uniscono in quella di Satana, quando sia avvenuta tale fusione non lo sappiamo, ma Origene, nel III secolo, usa questi nomi riferendoli allo stesso personaggio.[4]

La presenza di Satana nella vita quotidiana è testimoniata ampiamente sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, la credenza nel bene e nel male, questa dualità di poteri invisibili, costituisce l’idea fondamentale delle religioni orientali ed è all’origine delle più antiche cerimonie rituali. All’inizio dell’era cristiana, questa credenza compare nell’idea dualistica dei manichei, dando luogo ad una nuova concezione: quella del Diavolo, nemico e rivale di Dio e capace di dare ai suoi adoratori una forza in grado di sconvolgere l’armonia nell’opera divina, che originariamente comportava solo cose buone.

A partire dall’era cristiana, con l’idea dogmatica di un solo Dio, sorgente del bene e del male, i poteri riconosciuti fino ad allora ai demoni si affievolirono e cessarono, momentaneamente, di ossessionare gli spiriti; ma nel III secolo d.C., i filosofi della Scuola di Alessandria, specialmente Plotino, mostrarono una stretta parentela con gli iniziati antichi, cercando di adattare le tradizioni esoteriche antiche con il nuovo misticismo del cristianesimo. L’azione dei demoni, considerata causa di tutti i mali, ossessionò gli uomini soprattutto in ciò che riguarda le malattie e l’origine demoniaca, o presupposta tale, di certi mali fisici, incitò i credenti alla recitazione di formule speciali.. L’esistenza del Diavolo fu proclamata negli atti del IV Concilio Lateranense del 1215, diffondendo a poco a poco una forma crescente di paura per le terribili manifestazioni di un’entità così potente.[5]

Il narratore, dopo una breve introduzione, si pone queste domande: <<Anche un problema potrebbe derivarne se il Diavolo è un angelo decaduto, perché pure peccò e peccava poté? Se il Diavolo è una infelice invenzione dell’uomo, perché pure lo ha inventato tremarne e deriderlo, per forgiarlo a suo talento? […] Rischiariamo adunque dapprima il mistero dell’origine del nostro protagonista>>.[6]

Il manoscritto continua, con voli pindarici, dicendo che la Sacra Scrittura parla spesso del Maligno, ma non troviamo scritto quando e perché Dio lo trasse dal nulla, tace sulla sua età, ma proprio per questo mistero, l’uomo è desideroso di sapere, di conoscere la verità su questa figura repellente e affascinante allo stesso tempo. Durante i primi secoli del Cristianesimo <<…Bardesane, ispirandosi alle tradizioni perfide del dualismo, innalza il Diavolo fino all’idea di causa e ne fa una specie d’essere sostanziale, cui oppone al Principio del bene. Prisciliano lo fa nascere dal caos e dalle tenebre. Taziano da un raggio della natura e della malvagità>>.[7]

L’Antico testamento, composto di testi scritti in diverse epoche: prima dell’esilio babilonese ai tempi di Gesù, non menziona il Diavolo. Nel Pentateuco e precisamente in Genesi, in cui dobbiamo distinguere due livelli: il racconto Jahvista, dal nome rivelato a Mosè, Jahvè ed il racconto eloista, che appella Dio Elohim, non viene mai accennato al Diavolo. Nella tradizione jahvista, si narra di Adamo ed Eva tentati dal serpente, ma non è specificato che il serpente sia il Diavolo.[8] In questa parte dell’Antico Testamento, l’identificazione del serpente con il Diavolo, la troviamo molto più tardi nel “Libro della Sapienza” (II:24), dove leggiamo: <<Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (satan)>>, considerando che tale libro viene ritenuto scritto tra il III e il I secolo, il male viene attribuito a Dio, è da Lui che derivano sia il bene che il male, Jahvè è un Dio crudele, esigente, che spesso ricorre ad espedienti ed inganni per indurre l’uomo a sbagliare. E’ proprio questo Dio che ordina agli israeliti di sterminare gli abitanti della terra di Canaan e in Giosuè 11,20 leggiamo: <<Infatti era per disegno del Signore che il loro cuore si ostinasse nella guerra contro Israele, per votarli allo sterminio, senza che trovassero grazia, e per annientarli>>.

Dio prima spinge Abramo, che si è recato in Egitto, a fingere che Sara sia sua sorella e quando il Faraone si innamora di Sara e la fa portare nella casa sua credendola non sposata, Dio punisce il Faraone <<colpendo lui e la sua casa con grandi piaghe>>. [9]

Nella vicenda delle dieci piaghe d’Egitto, è Jahvè che indurisce il cuore del Faraone affinché non accolga la richiesta di liberare Israele e poi punisce quell’inasprimento dell’anima con le piaghe. Più volte infatti dice che il Signore rese ostinato il cuore del Faraone, che non volle lasciarli partire.[10]

Sempre in “Esodo” 4:21-24, Dio compie e dice cose orribili: <<Il Signore disse a Mosè : “Mentre tu parti per tornare in Egitto, sappi che tu compirai alla presenza del faraone tutti i prodigi che ti ho messi in mano; ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il mio popolo. Allora tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito!”. Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire>>. Prima provoca il faraone poi lo punisce. C’è, dunque, un Dio terribile principio del bene e del male e non c’è necessità di un altro essere soprannaturale che induca l’umanità in tentazioni o semini malattie, morte e distruzioni.

Il male e la malattia sono concepiti come un castighi che vengono direttamente da Dio: nel brano di Esodo, 12: 29 in cui il Signore invia la decima piaga e fa morire tutti i figli primogeniti d’Egitto. Sembra sia Lui stesso ad uccidere: <<A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto…>>. Ma pochi versetti prima (12,12-13) parlano anche di uno “sterminatore”, che sembra essere un soggetto diverso dal Signore: <<Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa…>> La teologia cristiana indica spesso nello sterminatore il Diavolo, ma questa è solo un’ipotesi che non giustifica i testi; in realtà, ai tempi in cui furono scritti c’era una certa sovrapposizione tra Jahvè e le creature che eseguivano i suoi comandi.

E’ nel V secolo a. C., nel libro di “Giobbe” che compare Satana, nel periodo successivo all’esilio d’Israele, quando il suo popolo passa dalla fase del nomadismo a quella stanziale, in cui la vita era meno pericolosa, proprio in questo periodo le scritture mostrano un Dio meno crudele ed esigente, da cui deriva tutto il bene: quindi si deve dare un’altra spiegazione alla derivazione del male. Dal libro di Giobbe, cap. 1 leggiamo:<<Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose al Signore: “Da un giro sulla terra, che ho percorsa”>>. [11]

L’autore o meglio il trascrittore fa un lungo discorso sulle origini del Diavolo e dice che nella Giudea, al tempo di san Gerolamo, alcuni gli assegnavano per genitore Leviathan, il drago marino, altri il coro degli angeli che si unirono con le figlie dell’uomo prima del diluvio, ma da tale connubio, secondo la Scrittura, nacquero invece i giganti o i potenti dominatori della Terra. Dice che secondo sant’Agostino Dio avrebbe creato i buoni e i cattivi spiriti come fa un poeta, il quale, per dare risalto alle bellezze della sua opera, <<…vi sparge le antitesi…>>, ma nonostante la grande autorità che riconosce al vescovo d’Ippona, sostiene: <<…è probabile che l’artefice eterno, il quale ha fatto il mondo, vi abbia introdotto il male per una fantasia da retore. Questa la tradizione dogmatica, Satana ed i suoi angeli, innocenti e puri all’origine, appartenevano a quella classe d’intelligenze superiori che erano come le primizie della creazione>>.[12]

Continua spiegando che questi angeli abitavano le regioni della luce e Dio li aveva iniziati ai segreti della sua sapienza, ma presto decaddero dal loro posto elevato per orgoglio e per concupiscenza: <<… per orgoglio, cercando una maggiore elevazione delle proprie forze, senza chiederne la grazia, anzi disputando a Dio la possanza sovrana, […] per la concupiscenza domandando alle figlie degli uomini carezze e voluttà che pari spiriti non debbono conoscere>>.[13] Il Diavolo, quindi, non è altro che una creatura decaduta come l’uomo e da quell’istante in cui avviene la decadenza, comincia una nuova e desolata vita sulla terra, suo eterno esilio, avvolgendosi di ombre e di misteri, alienato dall’amore in cui era stato creato, egli è condannato alla pena più crudele: l’incapacità di amare <<…che malgrado le sue frequenti apparizioni e le numerose testimonianze di quelli che lo hanno veduto, egli è quasi impossibile di dare della sua persona una indicazione adatta>>.[14]

Fino al Basso Medioevo, la credenza generale fu che Lucifero, cioè il portatore di luce, “l’essere dal bell’aspetto”, come lo chiama Dante nel XXXIV canto dell’Inferno, l’angelo più bello, più saggio, più potente, il quale non doveva rispetto e sottomissione a nessuno se non a Dio, commise la colpa di superbia, scaturita proprio da questa sua superiorità che gli fece pensare ad un’eventuale modifica delle decisioni divine, nonostante Dio lo avesse certamente dotato di libero arbitrio, come aveva fatto con gli altri angeli ed anche con gli uomini.  Secondo san’Agostino, e per la maggior parte della Patristica, questo mondo è, senza dubbio, il regno di Satana e gli uomini sono i suoi sudditi.

Dopo le diverse congetture sull’origine del Diavolo e sostenuta l’esistenza di questa creatura, viene fatta una riflessione sul fatto se egli sia un’intelligenza fornita di organi, di un corpo, di un vero spirito. Ma non può essere un vero spirito, perché un vero spirito <<…è ciò che l’occhio non può vedere, l’orecchio non può sentire. Ora si vede il Diavolo, al dire di molti, lo si intende, egli parla. E non è un corpo, poiché non si può afferrarlo sotto una forma tangibile e varca le distanze con la rapidità del pensiero. E’ un essere indefinibile…>>.[15]

Lo scrittore continua dicendo che negli ultimi tempi del paganesimo e nell’arco di tempo tra il mondo antico e quello moderno, riferendosi al periodo di tempo che segna la fine della storia antica e l’inizio del Medioevo, il Diavolo appare sotto forme di animali mitologici come il dragone, l’ippocentauro, il fauno <<…e i loro lascivi ardori similmente a quel genio ingordo che sotto forma di grosso e lungo serpente di colore ceruleo e verde usciva dalla tomba di Anchise e gustava le vivande sagrificate su quella ai Mani del sepolto…>>.[16] Spiega che il suo corpo è formato da vapori esalati dalla terra oppure da particelle meno pure della sostanza eterna, definendolo poi un simulacro impalpabile, sottile come le nubi, ma sul quale la freccia e la spada lasciano impronte dolorose e se bruciato col fuoco lascia le ceneri simili a quelle dell’uomo. Anche Omero, nell’Iliade, descrisse vulnerabili i Numi che sul campo di battaglia troiano combatterono a favore dei loro protetti. Ma durante il Medioevo il Maligno si materializza e nelle sue molteplici metamorfosi attraversa tutta la scala della creazione: da uomo informe e incompiuto, diventa nano o gigante, rugoso o morbido, può essere cieco come una talpa, nero come gli abitanti dell’Etiopia o come coloro che fondono il ferro; ha il muso di una tigre, le unghie come il cinghiale e può tramutarsi a suo piacere in rospo, in orso, in corvo, in upupa, in serpente, quest’ultima forma è particolarmente amata da Satana, perché gli ricorda <<…la sua prima vittoria e tramutandosi alcuna volta in coda di giovenco, il che non manca d’essere piccante e strano>>.[17]

Il Diavolo, quando vuole indurre al peccato i preti e i monaci, assume le forme seducenti di donne molto belle con <<… la pelle liscia e vermiglia, le dita tornite e sottili che incantano i cavalieri dell’Epopea, quella agilità e incurvatura di reni che la Bibbia ha maledetto perché è fatale all’uomo>>[18]

A questo punto del manoscritto troviamo narrati fatti accaduti in tempi diversi e a varie persone sia laiche che ecclesiastiche, che non seguono un ordine cronologico: noi riportiamo quelli più significativi e interessanti.

Nel 1121, il Diavolo apparve con tre teste ad un monaco e gli ordinò di adorarlo perché pretendeva di essere la Trinità; invece nel XVI secolo apparve sotto forma di crocefisso, altre volte vestito con abito sacerdotale, con il pastorale in mano,   la mitra in testa e benediceva la gente che si inginocchiava al suo passare. Si diceva, addirittura, che era arrivato al punto di cantare i vespri nella chiesa del monastero di Clairvaux, in cui aveva pregato san Bernardo, ma ciò non deve suscitare meraviglia perché Satana ha sempre aspirato agli onori sacerdotali. Passano gli anni, scorrono i secoli, tutto cambia, ma non il Maligno, che rimane immutabile nella sua malvagità, il suo odio contro l’uomo è così forte che un giorno fu udito dire che provava più soddisfazione andare all’Inferno con l’anima di un dannato che ritornare in cielo nella sua primitiva felicità

Gli Ebrei attribuivano a Satana l’invenzione delle armi e degli ornamenti femminili, cioè di ciò che uccide i corpi e vince le anime.

Il Diavolo, spesso, fu paragonato, secondo le dottrine indiane, al Principio cattivo, che nel dualismo persiano si chiama Ariniane mentre in Egitto veniva appellato col nome di Tifone, i quali valutavano, come Satana, l’idea del delitto, del dolore, della morte, la lotta perenne delle tenebre con la luce e della menzogna con la verità. Ma tra il Maligno e gli spiriti del male orientali c’è un abisso, Ariniane e Tifone trionfano sul dio buono fino ad usurparne il trono, il Diavolo, invece, è sempre vinto: Dio conserva l’onnipotenza.[19]

Nel Medioevo, continua l’anonimo, la teologia, la filosofia, la stregoneria talvolta si uniscono e si confondono, tuttavia furono d’insegnamento per quanto riguarda l’azione, la caduta e il carattere del Diavolo. L’intenzione dell’autore è quella di seguirlo passo per passo dalla sua infanzia alla sua giovinezza, poi nella sua caduta e in tutte le fasi della sua vita pubblica e privata, che distinguerà in periodi precisi: <<I lettori non paurosi il vedranno prima della venuta di Cristo, come potente rivale ed oppressore contendere con Dio l’adorazione dei popoli; poi uscita la Buona Novella che da Sionne si diffuse per tutta la terra, lo vedremo diffendere gli altari del mondo pagano; attraverso il Medio Evo, assedierà i monaci e i fanti, si farà suggeritore complice e onnitore di tutti i delitti, l’autore di tutti i disastri; nel XVI° secolo vorrà metter bocca in tutte le dispute religiose, a tutte le arguzie; sarà hussita, luterano, calvinista, […] e talvolta anche papista>>.[20]

L’autore sostiene che presto saranno seimila anni da quando il Diavolo fece la prima comparsa sulla terra e l’umanità subisce le dolorose conseguenze di questa terribile manifestazione. Da quando tentò e fece cadere nel peccato Eva, inorgoglito per questo primo trionfo, non ha perso mai nessuna occasione di intervenire maleficamente negli affari di questo mondo e sotto vari nomi (Belzebub, Deval, Belfagor, Adramelec) contese al vero Dio l’adorazione dei popoli. Il mondo, che a causa del peccato di Eva, era assoggettato alla servitù del Maligno, doveva redimersi ad opera di una donna: Cristo annuncia alla Terra che sua Madre ha schiacciato la testa del serpente, il Diavolo, allora, sentendosi detronizzato, raccoglie tutta la sua malvagia audacia e tenta, invano, di fare di Dio la sua preda.

Nel V secolo Salviano, addolorato per il protrarsi del politeismo, esclamava: <<…ubique daemon…>>, [21] il quale, come sant’Agostino, vedeva nel culto degli idoli tutti i peccati dello spirito infernale.

Nella lotta tra la Chiesa d’Oriente e la nuova fede, l’acerrimo nemico dei cristiani non è considerato Cesare, ma il Diavolo. Gli anacoreti, dimenticati nella Tebaide, sono perseguitati da Satana nella loro solitudine, affliggendoli col rammarico, col desiderio dei piaceri abbandonati o appena intravisti e ancora ignoti, con l’angoscia che fa dubitare della bontà divina, ma soprattutto con quella tristezza profonda paragonabile allo spleen, che può portare l’uomo al suicidio.[22] A santa Pelagia mostra continuamente degli irresistibili gioielli con cui erano pagate le sue prestazioni quando era bellissima e giovane.[23]

Sant’Antonio fu, senza dubbio, il più perseguitato dal Diavolo: <<Antonio vuol leggere: Satana gli nasconde i suoi libri. Antonio incrocia le mani, piega le ginocchia, leva gli occhi al cielo ed invoca lo spirito di meditazione e le estasi silenziose: Satana, per isturbarlo, intuona i Salmi. Talora l’assale con armi più costosi, assume le forme attraenti d’una donzella, il sorriso, la voce, gli occhi penetranti; o disperato di non poterlo vincere colla minaccia, col disturbo, colla legge de’ sensi, vuol sedurlo col garbo di amichevoli e servili offizi; gli accende la lampada, gli fornisce acqua dalle vicine fonti. Finezze sprecate! Antonio risponde colla preghiera e col segno della Croce, sicché il Diavolo veggendosi vinto, ringhia il  muso, digrigna i denti e come fanciullo istizzito batte il sodo col piede e qualche volta fare gli cade innanzi in ginocchio e gli chiede perdono>>.[24]

Il narratore continua dicendo che una sera in una chiesa di Alessandria d’Egitto, dove tutti i diavoli si erano dati convegno, san Macario li vide sotto forma di fanciulli etiopi che correvano qua e là tra i monaci, alcuni passavano la mano sulle palpebre di quest’ultimi per addormentarli, altri mettevano loro un dito in bocca per farli sbadigliare, ciò accadeva ogni giorno, quando i monaci si trovavano all’ora del coro, per distrarli dalle loro funzioni. Satana ispirava un tale terrore che i monaci si alzavano la notte per stare in guardia: la loro difesa era la preghiera contro questo nemico che non dormiva mai. Nei monasteri occidentali la situazione non cambiava, specialmente quando qualcuno cercava di creare un luogo di preghiera, il Diavolo lo perseguitava con le sue perversità.[25]

Durante il Medioevo, prosegue l’autore, Satana, cosciente che l’ordine di san Benedetto gli sottraeva molte anime, sferrava contro questi monaci i suoi attacchi più violenti. Un giorno l’abate di Cluny, di cui non viene menzionato il nome, si era messo in viaggio per effettuare delle visite pietose e per conquistare delle anime, il Maligno si trasformò in una volpe e lo aspettò in un’imboscata dove gli saltò al collo per strozzarlo. Sulpizio il Pio, mentre andava di notte in una chiesa, preceduto da una fanciulla con un cero acceso in mano, incontrò Satana che prima spense il cero e poi lo assalì e tentò di cavargli gli occhi con le sue unghie.

Al tempo di san Norberto, perseguita molto i laici: va nelle loro cucine per avvelenare i loro cibi e quando vogliono bere si fa vedere nel fondo della ciotola sotto forma di un enorme rospo carico di veleno; a Citeaux sparge sul pesce escrementi di cavallo al posto della salsa. Nel XII secolo perseguita l’abate Guiberto nel suo convento di Nogent-sur-Seine, portandogli ogni notte ai piedi del letto i cadaveri di coloro che erano morti di morte violenta; più tardi, tra i frati Domenicani di Firenze, tormentò il Savonarola: <<…quando l’ardito oratore faceva la ronda di notte, lo spirito maligno adunava intorno a lui vapori sì densi che il domenicano si trovava come chiuso in una prigione di nubi, quando volea dormire lo riscuoteva gridando: “Savonarola!”, mutando ogni volta il tono della voce>>.[26]

Se Satana riesce a sollevare grandi tempeste nell’animo umano, ci riesce perfettamente anche nella natura, infatti è lui che soffia con violenza facendo cadere i raccolti maturi per terra e scoperchiare i tetti delle chiese; è lui che agitandosi nell’inferno dà luogo ai terremoti sulla terra, è lui che incendia le vie delle città attizzando la fiamma. In una città del nord della Francia, di cui non si menziona il nome sia nel manoscritto che nell’originale, si può vedere un quadro risalente al XV secolo sullo sfondo del quale, in un cielo azzurro intenso, è dipinto un recinto e al di fuori di questo si può vedere una lunga fila di frati e di Scabini, i quali portavano una cassa a forma di chiesetta: è la cassa di san Foillan, il fuoco è divampato in un sobborgo della città e gli Scabini con i frati vestiti di bianco e dei giovani coristi vestiti di rosso si sono recati nel luogo dell’incendio con le reliquie del santo, che miracolosamente spengono il fuoco, ma il Diavolo che sta spiando, riesce ad alimentare l’incendio con un grosso mantice da fucina <<… coll’ardore di un alchimista che vede la mossa dell’oro radunarsi in fondo al suo grogiolo e il fuoco avesse voluto insegnare che il mantice del Diavolo nelle città incendiate è più possente che le ossa dei santi>>.[27]

Satana è incendiario, complice, avvelenatore, assassino ed anche regicidio: nel 1340, a Parigi, fu l’artefice di un complotto tramato da Roberto l’Inglese ed alcuni monaci tedeschi contro Filippo di Valois; <<Nel 1416 strozza Miron de Montlhery per mezzo di Ugo di Crepy, suo parente. Filippo ripudia Berta, rapisce Bertrada; Giovanni Senza-Paura fa uccidere il duca d’Orleans, ma è il diavolo che volle l’assassinio e l’adulterio…>>.[28]

Nel secolo XII, in Sassonia, il Diavolo contende agli angeli il corpo di un usuraio che tramite la confessione si era riconciliato con Dio e la sua salma era stata esposta nella cappella di un conoscente. Quattro sacerdoti stavano pregando per la sua anima, quando improvvisamente quattro diavoli neri e quattro angeli luminosi vennero a sedersi ai lati del “cataletto” e ciascuno di loro, da entrambe le parti, recitarono un versetto dei salmi, ma i diavoli invocarono parole che punivano mentre gli angeli parole consolatorie, poiché l’usuraio si era avvicinato a Dio prima del trapasso: gli angeli ebbero la meglio e l’anima dell’uomo volò verso il Paradiso.[29]

Ma nel Medioevo, contrapposta alla visione drammatica dell’aldilà dantesco, troviamo anche l’ironia dei trovatori, nella fantasia dei quali, Satana si spoglia <<…del suo carattere oscuro e minaccioso. Esso non è più il leone ruggente che si aggira intorno ai santi, è un allegro compagnone, il quale aspetta il momento che i curati dicono la messa per andare a bere colle loro serve il vino delle decime>>.[30] Egli canta, scaccia la malinconia, seduce le badesse e gioca con i frati mendicanti la sua armatura e il suo cavallo per una tazza di vino. Anche l’Inferno assume un altro aspetto, ai fiumi di fuoco, alle piogge di zolfo, agli stagni di ghiaccio, i trovatori sostituiscono supplizi grotteschi che provengono dalla loro visione poco ortodossa della vita: <<La triste patria dei dannati diventa una vasta cucina, ove il diavolo mutato in guattero fa cuocere i malvagi in grandi caldaie e mangia lessati o con salsa ad aglio gli usurai e le meretrici>>.[31]

Nel secolo XVI, continua l’autore, Satana diventa anche teologo, impara la lingua ebraica e studia la logica. A Ginevra aiuta Calvino, in Germania commenta la Bibbia ed i Concili con Lutero: <<…si direbbe che le simpatie dell’orgoglio e della rivolta riavvicinano il riformatore e il demonio>>.[32] Qualsiasi cosa faccia Lutero, il Diavolo gli è sempre vicino, incoraggiandolo e scoraggiandolo, spesso deridendolo, lo incoraggia alla guerra e gli consiglia la pace, mettendo in lui il dubbio che lo stesso Lutero aveva gettato nel mondo cattolico. Il riformatore, non sapendo più cosa fare per liberarsi dal Maligno, un giorno gli tirò un calamaio e la macchia d’inchiostro rimase a lungo sul muro a testimonianza di tale disputa.

Il 27 maggio del 1562, verso le sette della sera, nella città di Anversa, Satana prese (strangolò, nell’originale) una giovane di buona famiglia colpevole di avere comprato <<…della tela fina a nove scudi l’una…>>,[33] per adornarsene in occasione di una festa nuziale. In questo caso il Maligno peccò di eccessivo rigore.

Nel Seicento, il Diavolo lascia le sue forme mostruose e bestiali, veste alla moda del tempo, si adorna di brillanti, di piume, porta la spada, tanto da sembrare un personaggio di corte. <<Lo scrittore Vier lo attaccò con un suo scritto e due secoli più tardi Voltaire, maligno più di lui, credette di avergli dato il colpo di grazia ferendolo con una pecca più terribile d’assai che il breviario e l’aspersorio dei frati, poco stante Devanger ha cantato la sua morte. Ma è ben vero che il diavolo è morto?>>. [34]

Nella vita del Diavolo, come nella vita dell’uomo, l’amore è un fattore molto importante: esso è amante, sposo, padre e sono molti i casi che testimoniano le sue galanterie; nei tempi più antichi visitava la madre di Augusto; <<…divideva con Filippo il talamo di Olimpia…>>;[35] in epoca medievale, il Diavolo si trasforma in incubo e succubo. Nel “Malleus Maleficarum”, nella parte in cui viene trattata la questione della procreazione, troviamo: << Noi diciamo pertanto tre cose: in primo luogo che questi diavoli commettono sconcissimi atti venerei non per godimento, ma per infettare l’anima e il corpo di coloro dei quali sono succubi o incubi; in secondo luogo che, con un atto simile, ci può essere una completa concezione o generazione da parte delle donne, perché i diavoli possono portare il seme umano nel luogo conveniente del ventre della donna e accanto alla materia qui predisposta e adatta al seme. […] In terzo luogo, nella generazione di siffatte cose ciò che avviene attribuito ai diavoli è solo il moto locale e non la stessa generazione, il cui principio non è una della capacità del diavolo o del corpo da lui assunto ma di colui al quale appartenne il seme, per cui chi è generato non è figlio del diavolo ma di un uomo>>[36]. Ciò significa che i succubi giacevano con gli uomini per poter raccogliere il loro seme, una volta che questi erano sfiniti, tale seme sarebbe poi stato utilizzato dagli incubi per fecondare le donne, infatti nel compimento dell’atto sessuale i demoni maschi sono Incubi e quelli femmina sono Succubi, che compaiono agli uomini sotto forma di giovani e bellissime donne, capaci di ineguagliabili arti seduttive ed erotiche e questo sembra sia stato giudizio comune. La tradizione demologica sosteneva anche che i demoni, pur avendo il potere, nei fianchi e nel ventre, non potessero procreare per la mancanza del seme. In alcune leggende, troviamo che i succubi potevano assorbire l’energia dell’uomo, di cui si alimentavano, fino a portarlo alla morte, inoltre lo spingevano al peccato con le loro tentazioni e ciò fu una delle spiegazione alle incontrollate polluzioni notturne che si verificavano nei soggetti più giovani.

Il Diavolo è padre, sposo, amante, e le sue attenzioni galanti sono convalidate da molte testimonianze. <<Era, del resto, una credenza comoda, che evitò più d’uno scandalo nei chiostri e più di un dolore ai mariti, che sovente hanno tante cose a raccomandare nelle loro famiglie>>.[37] Quando Satana ha queste avventure, cambia sesso: può essere un fantasma inafferrabile, che approfitta del sonno delle donne per commettere “dolci” furti a danno o a piacere delle prescelte, si posa lieve al capezzale di queste fanciulle e <<…quando la vigilanza del libero arbitrio si è assopita, egli macchia le nature più caste con colpa senza nome, che l’età di mezzo puniva col fuoco>>.[38]  Sostiene che gli Gnostici raccontino che al profeta Elia, quando fu rapito in cielo sopra un carro di fuoco, apparve un demone femmina, cioè succubo, il quale arrestò la corsa del suo carro e gli disse che gli aveva dato dei figli, il profeta, che non sapeva di essere un padre di famiglia, rimase molto meravigliato, ma il demone riuscì a convincerlo con la sua dialettica ed Elia si riconobbe come padre di una numerosa prole. Lo stesso demone commette ancora, durante il Medievo e in tutta l’Europa, intrighi e scandali, infatti lo vediamo nel XII secolo tormentare le notti della madre di Gilbert de Nogaret, nonostante questa sia una donna di grandi virtù e una fervida cristiana, forse, si chiede l’autore, se l’angelo addetto alla sua custodia avesse dato alla creatura satanica una esemplare ammonizione.[39]

Nel XVI secolo, Satana, sotto forma di una bella, giovane e prestante ragazza di nome Ermeline, vive in comune con i preti e i frati. In Germania riesce a sottrarre l’eredità ad una vecchia cameriera di un parroco, a cui era stata fedele per più di trent’anni. A Nantes, ai tempi di san Bernardo (1090-1153), il Diavolo si presenta vestito da militare in casa di un mercante, seduce la moglie e ogni notte giace presso l’uomo ignaro di tutto. Nel Brabante, sempre nella stessa epoca, il Diavolo chiede in moglie una ragazza appartenente ad un ceto sociale alto, la quale doveva entrare in convento, fa spese pazze per vestirsi alla moda dei tempi per essere all’altezza della fanciulla, che, vedendolo così vestito, lo crede un uomo di buona famiglia, nonostante ciò, questa volta prevale la fede, infatti la giovane gli risponde di cercarsi una moglie più bella fra le ragazze della città, perché lei non avrebbe mai lasciato il suo sposo celeste per un uomo. In Scozia, invece, dove c’era molta povertà, Satana comperava l’amore, pagandolo poi con denari falsi. In Italia corteggiava mandando mazzi di fiori e facendo serenate, insomma era molto più galante che nelle altre nazioni. In Germania scriveva in modo romantico alla maniera del Werter, di ciò facevano prova le lettere scritte durante una corrispondenza sentimentale intrattenuta con una giovane novizia presso il convento di Nazharet di Colonia, la quale fu sorpresa dal direttore mentre pregava il suo amante di portarla via da quel posto.[40]

Satana per farsi amare non ha bisogno di essere amabile, quindi è un privilegiato, riesce a sedurre anche le donne più restie e le sue signore gli sono fedeli. Ma qual è il suo segreto? Purtroppo non ci è dato conoscerlo, sappiamo che in genere preferisce ragazze di buona famiglia, le spose di Dio più belle e colte, ma nel 1640, non viene menzionato il luogo, il Diavolo riuscì a diventare l’amante di una bella e ricca ereditiera, che dopo qualche mese dall’inizio della tresca, la giovane venne scoperta dalla Santa Inquisizione, ci fu un enorme scandalo e fu condannata al rogo; la ragazza sperò fino all’ultimo momento che il suo amante venisse a salvarla, ma Satana arrivò solo per portare la sua anima all’Inferno.[41]

I figli nati da queste unioni sataniche non sono uguali a quelli degli umani, sono più magri e più pesanti, portano dentro loro stessi qualcosa che appartiene alla natura che allo stesso tempo è superiore e degenere del padre. Sono nani oppure giganti, mostri di scienza o di malvagità, come ad esempio il vescovo Guichard, che a Parigi viene considerato il figlio di Satana; l’incantatore Merlino, Norberto di Normandia, Attila e il suo popolo. <<Tra le grandi famiglie del mondo ideale e del mondo reale più d’un albero genealogico ha le sue radici nell’Inferno, solamente per una strana abnegazione, la goffaggine feudale si è impadronita di questa credenza per nobilitare i suoi blasoni e la casa dei Tagelloni, che si vanta di discendere dalle fate, le quali sono collaterali del diavolo, ne portava gli emblemi sul proprio stemma>>.[42]

Lo scrittore passa a parlare delle possessioni e dice che esse sono attestate, com’è noto, da Cristo stesso che liberò un posseduto da una legione di diavoli, e che si può credere alla Chiesa senza insultare la ragione, quando, per dimostrare se il presunto eretico era veramente colpevole, faceva appello alla dottrina della prova?  In tal modo la Chiesa insegnava che Dio permetteva al Diavolo di possedere l’uomo per poi punirlo come peccatore o provare la sua santità. La stregoneria, invece, racconta che per ordine di uno zingaro o di un pastore o di una vecchia donna, Satana lascia l’Inferno per possedere il corpo di una povera innocente o di un pacifico e innocuo cittadino, allora lo scetticismo è legittimo e ciò che Marescot nel 1598 scriveva a proposito di Marta Brossier, cioè che, nella maggior parte, i casi di possessione sono simulati.[43] <<In effetto è agevole cosa spiegare per cause naturali la presenza del diavolo nel corpo delle femmine. E come immaginavano gli uomini si effettuasse quella terribile unione? Secondo Giuseppe Storico, ebreo, accadrebbe per la trasfusione dell’anima dei morti condannati agli eterni supplizi nei corpi dei viventi. Seguendo una opinione più generale e più accreditata, si effettuerebbe per la trasfusione del diavolo stesso, sia che si conservi invisibile penetrando nei corpi, sia che vi si introduca sotto la forma di una mosca, d’un insetto o altro animale. Questa superstizione d’un secondo principio attivo in un medesimo ente porta nell’intima condizione dell’organismo uno spaventevole turbamento e dai primi giorni del Cristianesimo fino agli ultimi anni del secolo XVII i sintomi indicati di questa afflizione sovrumana sono dovunque i medesimi. Gli ossessi come i licantropi dei greci, si allontanano dalla società degli uomini per esegliarsi nei cimiteri e fin nel fondo delle sepolture, piangono e gemono senza motivo di dolore. Il loro volto prende il colore del cedro, le loro membra sono stirate e fatte pesanti, i loro occhi gonfi prorompono dalla testa, la lingua torta come una bacca di fagiuoli penzola sul mento. Movimenti convulsivi li levano d’un solo salto a parecchi piedi dal suolo e ricadono col corpo all’ingiù senza ferirsi. Felice d’Imola ne vide di tali che camminavano come le mosche sulla volta delle chiese. San Martino ne ha conosciuto altri che rimanevano per più ore sospesi in aria coi piedi volti al cielo, senza che il pudore rimanesse offeso. La presenza e il contatto con le cose sante raddoppia la loro tristezza. Quando si dà loro dell’acqua benedetta a bere, le loro labbra s’attaccano al vaso né è possibile il separarnele. Collocati avanti l’ostia essi si fanno in un rotolo e le loro membra cricchiano come legno secco che vien spezzato>>.[44]

Malgrado ciò essi hanno un’intelligenza vivissima, conoscono il passato e il futuro, conoscono tutte le lingue senza averle studiate e cosa strana senza muovere le labbra, nonostante ciò la loro anima non è alterata nella sua sostanza, quindi la carne appartiene al Diavolo e l’anima a Dio. L’anonimo dice che i preti conoscevano formule misteriose e minacce, cioè quelle formule recitate durante gli esorcismi e che qualche volta riuscivano a sottomettere gli ossessi che dovevano seguire un trattamento “igienico”. L’energumeno doveva digiunare quaranta giorni e quaranta notti, la prima settimana poteva mangiare solo pane freddo cotto sotto la cenere e bere acqua benedetta, le cinque settimane seguenti potrà bere il vino, mangiare il lardo, ma avrà cura di non ubriacarsi e si asterrà dal mangiare la tinca e l’anguilla (senza dubbio perché l’anguilla richiama il serpente e il serpente il Diavolo). Non ucciderà nessun animale né vedrà uccidere, eviterà di rendere impuri i suoi occhi, guardando un cadavere e quando il prete verrà per esorcizzarlo egli berrà dell’assenzio “usque ad vomitum”. San Pacomio aveva un’altra ricetta: faceva mangiare agli ossessi del pane benedetto tagliato a pezzettini che occultava fra dei datteri. Sant’Uberto ordinava dei bagni e nel 1080 accadde che un ossesso che per suo ordine era stato posto in un tino pieno d’acqua fredda, il Diavolo che, non poteva fuggire dalla bocca, <<…se ne andò sotto una forma tutt’aerea colla violenza d’una piccola tromba e sfondò il tino>>.[45]

La stregoneria insegnò ad evocare il Diavolo, dice l’autore, e anche a scacciarlo, la Chiesa contrapponeva la fede, la speranza la purezza come rimedio ai mali, al contrario la stregoneria si perse in pratiche oscure che spensero gli ultimi barlumi della ragione. La pratica magica prescriveva come sovrano rimedio di dare della valeriana nella casa dell’ossesso oppure di cospargere la soglia di casa di sangue di un cane nero e questi ultimi riti attecchirono più di quello di cospargere d’erba di valeriana la casa perché più comodi.[46]

Il 2 novembre del 1563, (nella versione portoghese 1565), circa quarant’anni prima della presunta possessione di Marthe Brossier, a Nicolina Obry di Vervins, presso Laon, mentre pregava sulle tombe dei suoi familiari, apparve la figura di un uomo che le disse di essere suo nonno, morto senza il sacramento della confessione e le chiedeva di far celebrare delle messe perché la sua anima potesse riposare in pace. I giorni seguenti l’antenato ricomparve alla giovane più volte, gettando Nicolina in una grande angoscia, tanto che cominciò a gridare, rotolarsi per terra con la bava alla bocca. Fu subito riconosciuta come indemoniata e, quindi, condotta nella chiesa del luogo per esorcizzarla. Luigi (Luis) Sourbaud, maestro di teologia, cominciò il rito, ma il Diavolo, che era salito sulla volta della chiesa, cominciò a tirare sassi all’esorcista ed ai presenti, tanto che il teologo fu costretto a rinunciare. A questo punto volle tentare l’esorcismo l’arcivescovo di Laon, duca e pari di Francia, al quale Satana disse che era un vero onore essere preso in considerazione da un alto prelato, ma che aveva convocato nel corpo della ragazza diciannove diavoli ben determinati. Il monsignore rimase sconcertato e il Diavolo, deridendolo, gli disse che sia lui che gli altri demoni si beffavano del suo rango e di Giovanni Leblanc (Giovanni Leblanc nel gergo di questo diavolo era Gesù Cristo) e se l’arcivescovo fosse stato capace di cacciare i diavoli dall’indemoniata, avrebbe fatto di lui un cardinale ed anche un papa, poi gli consigliò di andare a dormire. <<L’arcivescovo non desistette. Gli ugonotti che ridevano col diavolo del mal incontro avvenuto al prelato, si presentarono alla loro volta. Turnevilles et Conflans, ministri riformati, si recarono a Nicolina Obry: chi siete voi? donde venite? Chi ci ha mandati? E da quando in qua un diavolo può cacciarne un altro? comandò il diavolo: a cui Tournevelly- Io non sono un diavolo ma un servo di Cristo. Servo di Cristo! rispose Satana- ma in verità, Tournevelly, tu ti inganni, tu sei peggiore di me. Conflans per toglier d’impatto l’amico, che non sapeva che rispondere, si mise a leggere i salmi di Marat. Credi tu di incantarmi, gli disse Satana, con le tue graziose canzoni? Sono io che le ho fatte. Fortuna per la fanciulla che la Vergine si prese a cuore lo stato di quella, rispose a Satana di partire e partì, ma abbandonando Nicolina Orby, andò per vendicarsi a spezzare tutte le ardesie che coprivano la chiesa, strappare tutti i fiori del giardino del tesoriere, in seguito si mise in viaggio per Ginevra, ove chiamavanlo gli interessi della riforma>> [47]

Nel 1634, continua il racconto, in seguito alla deposizione delle religiose di Loudun e di Astaroy, capo dei diavoli dell’ordine dei Serafini, Urbano Grandier fu condannato al rogo e a questa condanna ebbe più parte attiva Laubandemont che Satana stesso e tutto questo fece perdere ai posseduti il poco credito che rimaneva loro.[48] In tal modo nelle leggende dell’Inferno tutto si confonde, tutto si amalgama: il riso e le lacrime, il grottesco e il terribile, il mistico e l’empio; l’uomo ha paura del Diavolo, ma non ha meno paura dell’uomo. Ci sono delle orazioni che per Satana fanno lo stesso effetto di un colpo di frusta ed egli è costretto a confessare che gli sarebbe più facile trascinare un asino da Milano a Ravenna che far peccare uno che reciti delle orazioni. Quando Satana viene sconfitto si vergogna perché crede di avere diritti di sovranità sul genere umano, tanto che certe volte va da Dio a lamentarsi delle sue sconfitte sulla terra.[49]

Fino ad ora, nella storia, era il Diavolo a perseguitare l’uomo, a sottometterlo, suo malgrado, al proprio impero, ai suoi capricci, ma d’ora in poi i ruoli cambiano, l’uomo va spontaneamente incontro a Satana, lo chiama, lo invita, gli offre la sua anima in cambio dei suoi favori e lo scopo è di sottometterlo ai propri comandi e carpirgli i segreti. Il giureconsulto Barthole parla di un processo in appello che il Diavolo intentò innanzi a Gesù Cristo contro gli uomini che avevano sconosciuto la sua potenza: san Giovanni teneva le funzioni di cancelliere, la Vergine di avvocato. Il Maligno perdette la causa e quando udì il decreto che respingeva la sua domanda, fuggì lacerandosi le vesti, ma gli angeli che avevano l’ufficio di uscieri, lo ricondussero ben legato all’inferno.[50]

<<La stregoneria istituì dei riti misteriosi per costringere Satana a manifestare la sua scienza, l’uomo correva dietro al potere e sarebbe andato a cercarlo fino all’inferno, quel potere che il suo orgoglio sognava. I più pazzi gli domandavano la sapienza: Alberto il Grande gli domandava i segreti della natura, l’abbate Trytheim, nel secolo XIV, il mistero dell’essere umano, Faust la scienza universale […] Luigi Goffredo di Marsiglia si dà al Diavolo per inspirare amore alle donne. Nel 1778 uno stalliere di Parigi che aveva perduto il suo peculio giocando, si vende per 10 scudi onde avere da mettere nuova posta al giuoco e verso lo stesso tempo l’inglese Ricardo Dugdale che voleva farsi il miglior danzatore del Lancashire, si vende per una lezione di ballo>>.[51]

Satana, che possedeva regni in ogni parte del mondo, ogni anno la notte di san Giovanni, la notte di giovedì e venerdì di ogni settimana, faceva inviti e ricevimenti solenni, invitava adulteri, invidiosi, eretici, giudei, donne della mala vita, ragazze che volevano seguire le prostitute e i malvagi destinati all’inferno, arrivavano da tutte le parti del mondo a quelle feste, celebri col nome di “ sabbati e di tregenda”.[52]

Il Diavolo, per risparmiare ai suoi ospiti la fatica del viaggio, donava loro un magico unguento per mezzo del quale valicavano lo spazio a cavallo d’una scopa, colla rapidità del pensiero. Qualche volta li portava sulle spalle, ma questo mezzo di trasporto non era senza pericolo, perché spesso accadeva che durante il viaggio, il Maligno, per il semplice gusto di far del male, tanto faceva che disarcionava i cavalieri, che si infrangevano al suolo cadendo dalle nubi.[53]

Già nei Capitolari si può leggere di donne che di notte viaggiano per l’aria per raggiungere Diana, ed è questa è la citazione più antica per i sabba nei documenti francesi, ma nell’arco di tempo che va dal secolo XIII al XVI se ne trovano menzionati molti, i luoghi d’incontro sono i cimiteri, le rovine di antichi edifici, boschi ed altri posti lugubri; ovviamente Satana, assumendo orribili forme, presiede dall’alto del suo scanno, mentre <<I presenti hanno la bestemmia sul labbro, la lussuria in cuore, pagani mostrano di celebrare la messa e sputano sul l’ostia, Satana predica l’empietà e il peccato, ci si legge l’Evangelo per riderne, i padri per insultare alla loro fede>>.[54] Quando il sabba viene convocato in vista delle feste, in cui la chiesa e i suoi fedeli praticano il digiuno, il Diavolo imbandisce splendidi banchetti e per divertire i convitati canta antiche storie oscene riprese dalle cronache dell’Inferno. <<Nei sabbati fiamminghi, sul principio del secolo XVI il diavolo dava talvolta grandi feste di ballo, alle quali la divisa di rigore era una nudità perfetta. Un vecchio turco apriva la danza con una giovane claustrale, vedevansi le streghe rapite tutta la notte da una ridda sfrenata, fremere ed agitarsi sotto invisibili baci e terminata la festa, vendevano al Diavolo, inginocchiategli innanzi il più spaventevole omaggio che una delirante immaginazione possa inventare>>.[55] Coloro che credono e sperano, ma che non riescono a trovare la felicità nella fede si rifugiano nell’estasi e nelle visioni, quelli che dubitano chiedono a Satana quelle cose terrene che non oserebbero mai chiedere a Dio; la Chiesa risponde a ciò con i roghi dell’Inquisizione sia per le streghe che per gli eretici.

Con le parole “vade retro Satana” l’autore “chiude” l’argomento su Satana e passa a parlare di entità che definisce “collaterali” al Diavolo, cioè di graziosi fantasmi, di fate, di silfi, di folletti che definisce: <<generazione appicciolita e raffinata dei vecchi demoni cristiani, che alle tradizioni de’ suoi avi tremendi messe le rimembranze della mitologia pagana e le leggende del mondo scandinavo>>.[56] In questo mondo di parvenze le fate esercitano una amabile potenza: sono regine pazzerelle e capricciose, hanno in mano uno scettro d’avorio e quando torna la primavera scorrazzano nell’aria in una conchiglia di madreperla tirata da farfalle. Nelle ore notturne esse danno origine a delle brezze leggere che fanno cullare i nidi e spargono sui fiori delle perle, portando i primi sogni d’amore alle giovani ragazze. Queste fate furono viste spesso ai matrimoni delle castellane o ai battesimi dei loro primogeniti, in cui cantavano in versi e in rime, poiché sono le sole, appartenenti al mondo fantastico, a coltivare le arti e le lettere. Ma queste creature sono, purtroppo, come l’uomo: mortali, la loro vita sulla terra è molto breve, così subiscono il destino riservato a tutte le cose belle, brillano per poco tempo e poi svaniscono. Per fortuna tutto non finisce con la morte, le fate, come gli uomini, hanno anch’esse un loro paradiso posto nel paese di Avallone.[57]

I silfi sono i diretti discendenti dei satiri e dei gitani, essi popolano i boschi e le valli, infastidendo le “forasette” come i loro libidinosi antenati molestavano le ninfe.

Le ondine, invece, stanno sdraiate sopra le piante vicino alle sorgenti, che sono le loro sedi; gli alastori vegliano lungo le strade, gli gnomi sulle valli. Ogni popolo, ogni paese, ogni villaggio ha il proprio spirito familiare come ogni focolare domestico dell’antichità aveva il suo dio.[58]

Quello che Socrate chiamava demone, in Germania diventa folletto, in Scozia si trasforma in gobelin e <<la sua vita misteriosa è legata alla capanna del mandriano, abita nell’atrio domestico, asperso di fuligine o nei fessi delle muraglie, a canto della celletta del grillo>>,[59] è servizievole, dolce, ma molto capriccioso, si prende cura delle mandrie in montagna oppure raccoglie le spighe di grano lasciate indietro nei campi per la famiglia che protegge. In Germania, aiuta i taglialegna ad abbattere i tronchi di alberi più grossi e resistenti; con le braccia nude e un grembiule di cuoio legato alla vita, va nelle miniere ad aiutare i minatori avvolgendo gli argani e li difende <<contro il genio delle fiamme cerulee, che veglia negli abissi>>.[60] Negli annali tedeschi, in cui si racconta del passato, ancora viene ricordato Heideking, folletto personale di un arcivescovo, il quale per trent’anni mondò i legumi per i pranzi del protetto. Si ricorda quel folletto che si dedicò per dieci anni come scudiero al servizio di un barone e non ci fu un paggio o uno scudiero più premuroso di lui: quando il barone usciva per andare a caccia, il folletto gli teneva la staffa e stringeva la briglia del focoso cavallo. Quando il barone galoppava alla guerra, lui gli correva davanti per illuminargli la via. Un giorno la moglie del cavaliere si ammalò gravemente, il folletto la curò con un unguento che subito la ristabilì in salute; il barone gli chiese chi fosse, lui che aveva riportato in vita la donna che Dio gli aveva data come compagna; il folletto rispose di essere un demonio, ma subito lo rassicurò dicendo che la sua unica felicità era quella di abitare con gli uomini e rendersi loro utile. Il cavaliere rispose che angelo o demonio che fosse gli doveva una ricompensa e gli offrì metà dei suoi beni, ma il folletto chiese solo cinque soldi per comprare una campana e collocarla nella povera chiesa del villaggio per richiamare i fedeli alle funzioni domenicali. Naturalmente il folletto-demonio fu accontentato dal cavaliere.[61]

Ma, continua il narratore, dopo che Shakespeare ha narrato di Titania, regina delle fate e sposa di Oberon, re dei folletti e Nodier del folletto d’Argan, è inutile parlare di questo argomento, tanto sono stati grandi questi autori.[62]

Per la collera di Dio, Satana fu bandito dal cielo e dalla terra a causa dello scetticismo degli uomini, allora il maligno si rituffò nelle tenebre, nonostante ciò la sua memoria è dappertutto “ubique daemon”, nei racconti popolari, nella poesia, in ogni forma di arte, perché, come dicono le leggende, prima di scomparire dal mondo ha voluto lasciare tra gli uomini le sue tracce innalzando monumenti per salvare la sua memoria. <<In Inghilterra edificò l’abbazia di Crowland, in Germania ha tracciato il piano della cattedrale di Colonia. Figli d’un secolo in cui anche l’inferno si vorrebbe messo in dubbio, noi non ci diamo molta pena di questo invisibile nemico, che minaccia di essere un giorno il signore di tutti. Se il suo nome temuto ritorna assiduamente sulle vostre labbra, ci è ragione che egli si è rifugiato nel vostro linguaggio, come li dei detronizzati del paganesimo si rifugiavano nella poesia. Dice che la parola di Dio la pronunciamo nell’Eire solenni, mentre il diavolo lo rammentiamo anche per esclamazione>>.[63] L’autore continua dicendo che fin dall’antichità tutti i grandi scrittori, dedicano a Satana almeno un capitolo delle loro opere: chi si occupa della sua sostanza, chi delle sue operazioni misteriose, chi del suo destino, altri della sua malvagità e delle sue astuzie. Nel XVII secolo l’inglese Giovanni Dee <<lega alla biblioteca di Oxford l’istoria delle sue conferenze con gli spiriti infernali, Giacomo I d’Inghilterra per occuparsi di Satana, oblia la cura del proprio regno. Del Rio e gli inquisitori che fanno bruciare le streghe per conferma dei loro sillogismi, dichiarano che negare il diavolo è dubitare di Dio e questi giureconsulti demoniaci, questi procuratori generali di Belzebub redigono il diritto consuetudinario dell’Inferno. Anche la filosofia quando si leva alle ultime sublimità si dà ancora qualche preghiera del demonio e Leibnitz gli dedica una pagina nella sua Teodicea. Sul teatro osceno e mistico dei nostri padri, dice che Satana ha parti importanti, mentre Dio quelle secondarie, come gli dei dell’Olimpo che guardavano le cose degli umani con distacco e senza prenderne parte>>.[64]

Nel Medioevo era un onore municipale per i cittadini, per gli artigiani e per gli artisti sostenere la parte del Diavolo, tanto che erano loro accordati vari privilegi, infatti a Chaumount in Francia agli attori che avevano sostenuto questa parte era concesso di vivere a loro piacere nel paese e da ciò sembra derivare questo detto: <<Se piace a Dio, alla santa Vergine, a messere san Giovanni, io sarò diavolo e pagherò i miei debiti>>.[65]

Satana aveva anche una grande importanza nei drammi del secolo XVI: a varie composizioni fu dato il titolo di “Diavoleria”. Le scene più corte erano rappresentate da due personaggi, quelle più lunghe da quattro, da qui il celebre detto “fare il diavolo a quattro”. Nell’opera dantesca Satana è una creatura orribile e gigantesca, più tardi, nel XVII secolo, con Milton si trasfigura e riprende qualcosa della sua primitiva bellezza. Anche gli scultori spesso si ispirano a questa figura che viene rappresentata con aspetto tetro e orribile, come il simbolo di una natura degradata, caduta dallo stato di intelligenza a livello di animali mostruosi: viene raffigurata con piedi caprini, maschera sul volto per testimoniare la sua duplice natura. Nelle chiese cristiane, durante il XII secolo si può vedere rappresentato in piedi dietro alle bilance che servivano per pesare le azioni dei defunti, proprio come gli dei infernali dell’Egitto. Nelle scene rappresentanti l’Inferno e il Giudizio, appare dotato di strumenti di tortura e di morte come i carnefici. In un bassorilievo nella cattedrale di Chartres, Satana spinge con forza i dannati dentro la gola di un dragone. Sulla tomba del re merovingio Dagoberto, il Maligno conduce, maltrattandola, l’anima dannata del nobile nella sede di Vulcano, forse a causa dei suoi delitti.[66]

La Chiesa, continua il narratore, cerca di trattenere i fedeli sulla via del bene per mezzo della paura: coi commenti e le prediche; anche le statue, le vetrate dipinte raffigurano spesso la laidezza del peccato, con figure grottesche che Ugo di San Vittore mostra mutilate a causa del vizio, senza orecchie, senza labbra, senza braccia, che si rotalono per terra cercando invano di riunire le loro membra al corpo. <<Qui l’arte ha espresso la vittoria del diavolo sull’uomo, altrove egli significa sotto altri simboli, le vittorie dell’Angelo e dell’uomo sul diavolo. Il dragone atterrato da san Giorgio, dall’arcangelo Michele non è altro che l’emblema di Satana vinto>>.[67] Anche la liturgia rinnova il ricordo delle sconfitte subite dal maligno. <<Les gargonilles, les tarvasqus, i basilischi, tutti quelli animali che si trovano in certe città nelle processioni solenni e che si gettavano in seguito alla sepoltura degli asini, come li scomunicati, era ancora il diavolo, che seguiva come i prigionieri nei romani trionfi, la cassa del santo che l’aveva vinto>>.[68]

Per spiegare queste stranezze della fantasia, in cui si mischiano e si confondono il misticismo e l’empietà, il terribile e il grottesco, l’autore sostiene che prima facciamo ricorso all’ignoranza e alla barbarie dei tempi passati, poi, riflettendo, possiamo capire che ogni forma di superstizione ha i suoi antecedenti e i suoi motivi, così dà una spiegazione alla credenza nell’apparizione dei morti: non è altro che il risultato del dogma dell’immortalità, infatti la seconda vita, quella rivelata dal Cristianesimo, quella in cui sono riposte tutte le speranze dei fedeli, l’anima conserva la memoria e le speranze della vita vissuta su questa terra, ma una volta libera e sciolta dai suoi legami è possibile che qualche volta faccia ritorno verso quella terra che conserva la sua spoglia mortale? In quella terra dove, forse, fa ritorno condotta dal ricordo e dall’amore di chi l’ha amata? <<In questi misteri della morte la credulità che ci fa sorridere non è dunque che la conseguenza immediata? della più cara fra le speranze che ci consolano>>.[69]

L’astrologia, che ha le sue radici nella scienza, cerca nei cieli e negli astri la spiegazione del futuro: perché crediamo in tutto ciò? Perché se è in grado di predire rivoluzioni che si compiono nell’immensità dello spazio, può essere in grado di conoscere cose che riguardano il breve cerchio del mondo e quello ancora più breve della vita. L’uomo, quindi, quando si smarrisce nell’assurdo cerca di trovare sempre qualche punto d’appoggio nella razionalità.

Nel Medioevo si crede nell’intervento continuo del Diavolo nelle cose del mondo, ma la verità, continua l’autore, è che fin dai primi tempi, l’intera umanità concepì la nozione di Satana per la coscienza dei mali che ella ha sofferto e quando scrittori come Bardesane, Magnete, Priscilliano o i Sataniani e i “Vodesi” innalzano il Diavolo come idea di causa e lo descrivono come viceré di questo mondo, lo fanno <<onde salvare il dogma della infinita bontà divina e si gettano così nell’eresia per non cadere nella bestemmia.>>.[70]

Proprio per questo l’eresia nega la divinità di Cristo, la purezza della Vergine, i sacramenti, ma rispetta Satana, esaltando la sua grandezza e dilatando i confini del suo super-io, come ha fatto Lutero. Satana è l’incarnazione dei sette peccati che uccidono l’anima, è un secondo dio della creazione: il dio dei malvagi, degli ambiziosi, dei prepotenti, degli avari. L’uomo è capace di adorare in due modi: con il misticismo che tende alla conoscenza assoluta, ai beni immortali; con la stregoneria, che cerca la potenza, la scienza, la fortuna, l’amore, cioè tutti i beni effimeri. <<Questa antica e cupa leggenda del diavolo è forse il simbolo, il più amaro della tristezza infinita cha c’è in tutti i tempi e in tutte le cose, dei semi del vizio, dell’oscuro istinto del male che trovasi in fondo di tutte le anime e che malgrado la sua follia, la sua stessa empietà ha esercitato sul passato una utile influenza. In questa vita, che è tutta ad un tempo una espiazione ed una prova, il cristiano, in faccia a questo nemico che l’assedio e l’assalto, è sempre adunato per la battaglia e sostiene la lotta con confidenza, perché egli sa che Satana non può vincere fuori quelle che cede e cedere vuole: non vincit mini volentem. […] Durante questo impero che Satana si mantenne lungo il corso di diciotto secoli, esso ha inspirato più terrore che Dio non inspirò d’amore, ma da questo terrore medesimo venne all’uomo una forza ed una confidenza per operare il bene che questi non sempre derivarsi dalla sola fede e più di un santo gli deve forse la sua salvezza e la aureola sua>>.[71]

Satana è colui che con fare seducente e serpentino si introduce nella mente degli uomini e più spesso delle donne, è l’attore camaleontico che con le sue apparizioni ingannatrici e false e con i suoi inganni e stratagemmi riesce a irretire l’animo dei mortali, in un universo di incontri veri o presunti, in cui la sua “professione” è sempre quella del tentatore.

NOTE

1 Biblioteca Ambrosiana (d’ora in poi B.A.), Ms. O 307 sup., c. 1 v. e segg.

Nel frontespizio del manoscritto, non datato, troviamo una specie di biglietto da visita con la seguente scritta:

“All’illustrissimo Signor Prefetto della Biblioteca Ambrosiana

Trovai in vecchie carte il qui unito fascicolo manoscritto, che offro alla Biblioteca, sperando che abbia qualche valore storico volle modo. Vi sono narrate le varie credenze popolari sul Diavolo presso vari popoli. Non so donde provenga questo vecchio manoscritto: ne ignoro l’epoca e l’autore: forse qualche paziente studioso potrà saperlo leggendo e studiando l’interessante opera”. Saluti e auguri.

Antonio Marcello Annoni

Ex capo ufficio Cassa di Risparmio Pubblicista-Insegnante Geografia Commerciale

Milano Corso Magenta 78

24\3\1922

2 Cfr. Wikipedia, https://fr.wikipedia.org/wiki/Charles_L%C3%A9opold_Louandre.

3Cfr. A. Coustè, Breve storia del Diavolo, Antagonista e angelo ribelle nelle tradizioni di tutto il mondo, WWW. Castelvecchieditore.com/spirale/mente_anima/estratti/diavolo.html.

4 Cfr. J.B. Russell, Il Diavolo nel Medioevo, Laterza, Bari 1987, prefazione.

5 L. Fabbri, Il Diavolo e l’Acquasanta, in “Chi ha spezzato il giorno delle piccole cose?”, A Domenico Maselli, Professore, Deputato, Pastore, E.P.A Media, Aversa 2007, pagg. 323-348.

6 B.A., Ms. O 307 sup., c. 3 v.

7 B.A., Ms.O 307 sup., c. 3 v. Bardesane fu un siriaco gnostico, fondatore del “bardesanismo” e uno scienziato, studioso, astrologo, filosofo e poeta, noto soprattutto per la sua conoscenza dell’antica India, su cui scrisse un libro, ora perduto. Bardesane nacque nel 154 d.C. ad Edessa da genitori benestanti. A causa dei disordini politici in questo luogo, Bardesane e i suoi genitori si trasferirono in un’altra città, dove fu cresciuto nella casa di un sacerdote pagano di nome Anuduzbar. A scuola, senza dubbio, imparò tutti i dettagli di astrologia babilonese, formazione che segnò per sempre la sua mente. All’età di venticinque anni, ebbe l’opportunità di ascoltare le omelie di Istaspe, vescovo di Edessa, fu allora che si convertì al Cristianesimo, fu battezzato e ammesso al diaconato o al sacerdozio. Prisciliano: vescovo spagnolo, nato in Galizia intorno al 340 e giustiziato a Treviri nel 385 su ordine dell’imperatore Magno Massimo, dopo essere stato denunciato da alcuni vescovi spagnoli. Da lui prende il nome il movimento del Priscillanesimo, che si diffuse in Spagna, Provenza e Aquitania, dove probabilmente sopravvisse fino al VI secolo specialmente in Galizia.Taziano: Apologeta cristiano, nato probabilmente in Siria tra il 120 e il 130. Educato alla cultura greca, fu forse un filosofo vagante sulla moda dei retori o cinici; convertitosi al cristianesimo, più tardi si avvicinò forse a scuole gnostiche e a lui gli eresiologhi antichi fanno risalire la setta degli Encratiti; staccatosi dalla Chiesa insegnò in Oriente, ma passò poi ad Antiochia di Siria. Dopo la conversione scrisse il “Discorso ai Greci”. Cfr. Wikipedia https://it. Wikipedia.org/wiki/Bardesane; https://it.wikipedia.org/wiki/Prisciliano; https://it.wikipedia.org/wiki/Taziano_il_Siro.

8 Cfr. A. T., Pentateuco, Genesi

9 Genesi, 12, 14-17

10 Cfr. Esodo, 7:4-5

11 Cfr. Andrea De Pascalis, Alla scoperta del Diavolo: L’Antico Testamento e i vangeli; http://www.disinformazione.it/diavolo.htm

12 B.A., Ms. O 307 sup., c. 4 v.

13 Ibid.

14 Ibid.

15 Ibid. c. 4 r.

16 Ibid.

17 Ibid. c. 5 v.

18 Ibid. c. 5 r.

19Cfr. B.A., Ms. O 307, c.7 r.

20 Ibid., cc. 8 r. e 9 v.

21 Cfr. B.A., Ms. O 307 sup., c. 10 r.; c. 11 v. Salviano di Marsiglia: scrittore cristiano del V secolo, forse nativo di Treviri; laico, dopo alcuni anni di matrimonio si ritirò a vita ascetica a Lérins; quindi, divenuto sacerdote, visse a Marsiglia. Nel De gubernatione Dei (8 libri, 439-451) contrappose ai vizi dei Romani le virtù dei barbari, sostenendo che questi erano lo strumento della Provvidenza per colpire i trasgressori della sua legge. Cfr. Salviano, De gubernazione Dei, V, 4-5, in IDEM, Oeuvres, II, a cura di G. Lagarrigue, Surces chrétiennes, 220, Paris, Les Edtions du Cerf, 1975, pp.320-29.

22 Il termine, di derivazione greca (splen), venne reso famoso durante il Decadentismo dal poeta francese Charles Baudelaire, con l’accezione di tristezza meditativa o melanconia, ma il concetto di spleen deriva dalla medicina greca e lo troviamo anche nel Talmud, concernente la milza come organo del riso.

23 Cfr. B.A., Ms. O 307 sup.,c.12 v. Santa Pelagia, visse nel III secolo ad Antiochia, era soprannominata Margherita per la sua splendente bellezza, famosa come attrice ma soprattutto come prostituta. Era solita attraversare la città preceduta e seguita da un lungo corteo di servi; ricoperta di gioielli preziosi e riempiendo l’aria di profumi e altri aromi. Un giorno assistettero al passaggio di questo corteo alcuni vescovi, i quali subito distorsero gli occhi da questa visione peccaminosa, ad eccezione del vescovo Nonno, il più anziano, il quale la fissò a lungo e poi disse agli altri vescovi che tale bellezza non poteva che rallegrare, aggiunse che essi avrebbero dovuto pensare a quante ore la donna avesse passato ad ornarsi in quel modo per piacere ai suoi amanti, noi invece che abbiamo la promessa di vedere nei cieli Dio onnipotente non abbelliamo né togliamo le brutture delle nostre anime, ma le lasciamo lì trascuratamente. La donna fu toccata dalle parole del vescovo, andò a inginocchiarsi ai suoi piedi e si fece battezzare, poi cambiò i suoi ricchi abiti con la tunica da penitente e andò a Gerusalemme a piedi, dove visse nella modestia assoluta, tanto che fu scambiata per un uomo e la vera identità fu scoperta solo dopo la sua morte. Cfr, Vitae Sanctae Pelagie meretricis, Patrologia Latina 73.

24 B.A., ms. O 307 sup., cc. 12 v. e 12 r. Si riferisce a Sant’Antonio d’Egitto, nato a Qumans (l’antica Coma) nel 251 circa e morto nel deserto della Tebaide nel 357, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Quanto descritto nel testo ci è stato tramandato dal suo discepolo Atanasio di Alessandria, in “Vita Antonii”, in cui viene descritta la lotta contro le tentazioni di Satana, episodi che vennero in seguito ripresi anche da Jacopo da Varagine nella “Legenda Aurea”.

25 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., c. 12 v. Sia dal manoscritto che dall’opera originale non si capisce se si tratti di san Macario il Grande o di san Macario Alessandrino, anche lui monaco e contemporaneo del primo (300-390) e ambedue discepoli di sant’Antonio abate.

26 B.A., ms. O 307 sup., cc. 12 v. e 12 r. San Sulpizio o Sulpicio, fu vescovo di Bourges dal 624 fino alla morte avvenuta nel 647, Cfr. Martirologio Romano, www. Santiebeati.it/dettaglio/39070. San Norberto era nato a Xantes in Germania nel 1080-1085 circa, fu fondatore di un ordine monastico: i Premostratensi e si dedicò anche all’evangelizzazione. Fu vescovo di Magdemburgo, morì nel 1134 e nel 1582 fu dichiarato santo. Cfr. Martirologio Romano, http://www.santiebeati.it/dettaglio/27650.

27 B.A., ms. O 307 sup., cc. 14 v. e 15 r. Nel Medioevo, gli scabini, uomini liberi (ingenui), istruiti nelle leggi (sapientes) di buona condotta (Deum timentes), che, nominati dal re, costituivano un corpo di giudici permanenti nell’ambito della contea o della centena, che si sostituiva ai rachimburgi. La loro istituzione risale all’età carolingia; erano nominati dai missi dominici, erano in numero di 7 o di 12 e il loro giudizio diveniva esecutivo per il tramite della sentenza pronunciata dal conte. Cfr. Encicl. Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/scabini/. La città del nord e il quadro descritto non sono identificabili, in quanto anche nell’opera originale non ne viene fatta menzione.

28 B.A., ms. O 307 sup., c. 15 r. Riportiamo il brano dell’opera originale di Louandre: “En 1118, Hugues de Crécy étrange Miron de Montlhery, son parent; Philip répudie Berthe et enlève Bertrade; Jean-sans-Peur fait tuer le duc d’Orleans: c’est le diable qui a voulu le meurtre et l’adultère; il est plus coupable que Jean-sans-Peur, Hugues et Philippe”. Da evidenziare le date che non coincidono: probabilmente Louandre si riferisce, con la sua data, al primo fatto, l’anonimo invece si riferisce all’assassinio del duca D’Orleans.

29 Cfr. Ibid., c.17v. E’ evidente l’allusione alla “Divina Commedia” di Dante, la diatriba tra gli angeli e i diavoli sembra una trascrizione del canto III del Purgatorio, il cosiddetto canto di Manfredi, figlio di Federico II e nipote di Costanza d’Altavilla, il quale muore scomunicato, ma si trova tratto in salvo per l’eternità per essersi pentito dei suoi peccati in punto di morte. Più avanti menziona ancora Dante e il canto XXXIV dell’Inferno, quando il poeta fiorentino dice di rimane sospeso tra la vita e la morte per l’impressione avuta dalla vista di Lucifero “Lo ‘mperador’ del doloroso regno” e continua a spiegare il canto fino quasi alla fine, sempre con lo scopo di rendere l’idea di quanto sia terribile Lucifero.

30 Ibid., c.19 r.

31 Ibid. Tutto ciò ricorda molto il mondo dei clerici vagantes, dove una folla caotica e allucinata domina la scena, le maleodoranti taverne piene di uomini e donne ubriachi, frati in cerca di piaceri che recitano blasfeme parodie dei testi sacri, buffoni, goliardi, che inneggiavano al vino, all’amore, al gioco, alla fugacità delle vicende umane,all’amicizia, alla celebrazione delle stagioni e dove Parigi era considerato il paradiso sulla terra, dove si cantavano quei canti oggi conosciuti come “Carmina Burana”, anche se l’autore dell’opera originale, edita nel 1842, non poteva conoscere questa raccolta di canti medievali, in quanto edita nel 1847 dal bibliotecario Johann Andreas Schmeller, il quale scoprì circa 250 poesie nel “Codex Buranus” , in latino, francese e medio-alto tedesco, edite appunto nel 1847 con il sottotitolo “Canti e poesie latine e tedesche del XIII secolo, da un manoscritto proveniente da Benediktbeuren”

32 Ibid., c. 20 v.

33 Ibid.

34 Ibid., c22 r. A questo punto terminano la prima e la seconda parte del manoscritto, la terza è compresa tra c.23 v. e la c.48r., ma l’ultima carta è cancellata con dei fregi dall’autore, in quanto ripetizione della carta precedente. La terza ed ultima parte parla dell’amore satanico, l’autore descrive o meglio trascrive l’amore nella vita del Diavolo.

35 Ibid., c 23v. Si riferisce a Filippo re di Macedonia e alla terza moglie Olimpiade, madre di Alessandro Magno. La   nascita di Alessandro, secondo una leggenda molto nota, fu circondata da notizie misteriose, diffuse forse dalla stessa madre: si diceva fosse stato concepito per opera di un serpente e per intervento di Zeus. Nei mosaici della fine del secolo IV d. C. di Baalbek, osserviamo che Filippo volge violentemente le spalle alla moglie, disconoscendo la paternità di colui che diverrà Alessandro il Grande. Cfr. C. Frugoni, Alessandro Magno , in Enciclopedia dell’Arte Medievale, 1991

36 J. Sprenger-H. Kramer, Malleus Maleficarum, Venetiis MDLXXVI, Parte I, Questione III; Cfr. F. Troncarelli, Le streghe, Newton Compton Editori, Roma 1983, p. 23 e segg.

37 B.A., ms. O 307 sup., c. 24 r.

38 Ibid.

39 Ibid., c. 24 v. Nel manoscritto troviamo Eliseo non Elia, probabilmente nel tradurre dal francese è stato confuso il maestro con il discepolo. L’anonimo trascrittore è solito riportare a piè di pagina le note che trova nell’opera originale: questa notizia è presente in “Vie de Guilbert de Nogent, Collect. Guizot, IX, 995. Si tratta di Guilbert de Nogent, monaco benedettino, storico e teologo, fu abate del monastero di Notre-Dame a Nogent, nato nel 1055 (alcuni testi riportano la data del 1053), morto nel 1124.

40 Cfr. Ibid., c. 25 r. e v.

41 Cfr. Ibid., c. 26 r.

42 Ibid., cc. 27r. e 27 v.

43 Cfr. Ibid. c. 28r. Il caso di Marthe Brossier, conosciutissimo nei minimi particolari, deve la sua eccezionalità ad alcuni fattori: con l’aiuto dei padri cappuccini di cui ella era ospite, rende la notizia nota a tutta Parigi e fornisce ai predicatori un nuovo motivo per scatenarsi ancora contro i protestanti. La formula stessa della possessione ricalca i casi di Nicole Obry, di cui accenneremo più avanti, di Jeanne Féry, di Perrine Sauceron, cioè Marthe è posseduta ma non ha patteggiato col Diavolo, come le streghe tradizionali, anzi si atteggia a vittima, bisognosa di esorcismi e supporto spirituale. Cfr. R. Mandrou, Magistrati e streghe nella Francia del Seicento, Laterza, Bari 1979, vol. I, p. 183 e segg.

44 Ibid., cc. 28 r. e 28 v.

45 Ibid., c29 r.

46 Cfr. Ibid., cc. 29v e 30 v. Segue il racconto di un esorcismo fatto da sant’Antonio, in cui il Diavolo non voleva andarsene dal corpo posseduto.

47 Ibid., cc.31 v. e 31 r. Il fatto è molto noto, ma l’elemento innovativo consiste nell’esorcismo pubblico, come più tardi avverrà per il caso Brossier, la quale conosceva molto bene, per averli letti più volte, gli esorcismi praticati su Nicole Obry davanti a centinaia di spettatori. Cfr. R. Mandrou, Magistrati…, p. 214-215

48 Il processo di Loudun fa parte dei tre grandi scandali del XVII secolo: Aix-en-Provence, Loudun e Louviers. Il processo svoltosi ad Aix-en-Provence nel 1611 riguardava un prete accusato di avere stregato una sua penitente, Madeleine Demandols de la Palud, che con le sue accuse fece condannare e giustiziare il prete dopo un breve processo. La ragazza subì per un anno gli esorcismi, riuscendo a convincere tutti della realtà del delitto diabolico. Il caso di Loudun fu ancora più scandaloso del primo: nel 1632 Janne des Anges, priora di un convento di orsoline si dice posseduta dal Demonio e con lei quasi tutte le altre consorelle, molte delle quali erano ragazze appartenenti alla piccola nobiltà locale, addirittura una era parente del cardinale Richelieu e un’altra dell’arcivescovo di Bordeaux. Come già Madeleine Demandols, anche Janne des Anges accusa di stregoneria un prete, Urbain Grandier, curato di S. Pietro al Mercato, canonico prebendario di Santa Croce, ottimo predicatore, confessore e letterato, molto conosciuto nel bel mondo anche per essersi fatto trascinare in avventure femminili poco convenienti alla sua posizione. Martin de Laubardemont, capo della commissione, condanna Grandier al rogo e la sentenza viene eseguita il 18 agosto 1634 al cospetto di seimila persone accorse da tutte le città vicine. La terza tragedia diabolica, quella di Louviers, che cominciata all’incirca nello stesso tempo di Loudun e finita nel 1647, sembra una squallida imitazione dell’eclatante processo di Loudun. Principali protagonisti della vicenda sono una semplice suora Madeleine Bavent, l’accusato Mathurin Picard, curato di Mesnil Jourdain, prete di buona reputazione. Sembra che i disordini si siano limitati ad alcune manifestazioni convulsive in varie religiose in seguito alle chiacchiere sorte per i fatti di Loudun. Il vescovo di Evreux non allarmò le autorità giudiziarie e non fece fare esorcismi; tutto fu messo a tacere e nel 1642 Picard morì e fu sepolto nella cappella del convento. Cfr. R. Mandrou, Magistrati…, vol. II, pp.224 e seg.

49 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., cc. 32v.-33r

50 Si tratta certamente di Bartolo da Sassoferrato e della sua opera “Tractatus quaestionis ventilatae coram domino nostro Iesu Christo inter Virginem Mariam ex una parte et diabolum ex alia parte. Cfr. D. Quaglioni, La Vierge et le diable. Littérature et droit, Littérature comme droit, in Politique et Societé, 5/2005, pp. 39-55

51 B.A., ms. O 307 sup., c. 35r. Joannes von Heidenberg, detto Tritheim, era un monaco benedettino tedesco, nato a Trittenheim nel 1462, morto a Wurzburg 1516, abate a Sponheim, dove creò una famosa biblioteca trasferita in seguito in quella vaticana. Le sue opere trattano di teologia, storia, alchimia, medicina, ma fu anche autore del primo testo stampato di crittografia: “Polygraphiae libri sex”, anche se la crittografia moderna nasce con Leon Battista Alberti, quando un funzionario pontificio gli chiese di inventare un metodo di crittografia. Cfr. Enciclopedia Treccani, www. Treccani.it/enciclopedia/giovanni-tritemio

52 E’ con il “Canon Episcopi”, testo attribuito al Concilio di Ankara del 315, ma di origine carolingia, che si esamina la possibilità che alcune donne sostengano di avere la facoltà di compiere malefici o di cavalcare di notte sopra demoni con sembianze di bestie. Da questo documento, che conosciamo in due diverse edizioni risalenti al X-XI secolo, rispettivamente di Reginone di Prum e di Bucardo di Worms, che inizia la credenza nella “Società di Diana” e nel sabba. Cfr., F. Cardini, Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente medievale, La Nuova Italia 1979, pp. 19 e segg.; C. Ginsburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi,Torino 1972; F. Troncarelli, Le streghe…, p. 25 e segg.

53 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., c. 36 v.

54 Ibid., c. 37 r.

55 Ibid., c. 37 v.

56 Ibid., c. 38 v.

57 Cfr. Ibid., c. 38 v. L’autore si riferisce forse ad Avallion, città della Francia centrosettentrionale nel dipartimento dell’Yonne, il cui nome latino è Aballo e nella tavola Peutingeriana occupa un promontorio che domina la valle del Cousin. Ne Medioevo i duchi di Borgogna vi costruirono un castello. Cfr. Enciclopedia Treccani, www.treccani.it/enciclopedia/avallon_(Enciclopedia_dell’_Arte_Medievale)/

58 Cfr. Ibid., c. 39 r. I silfi sono i corrispondenti maschili delle silfidi, figure mitologiche agili, snelle, sono geni del vento e dei boschi, che si spostano nelle correnti aeree anche ad altezze vertiginose. Sono molto timidi anche se amano il contatto con gli uomini, spesso ingannandoli, specialmente quelle femminili; talvolta possono essere dolci, utili e se ritengono che l’aiuto loro richiesto sia giusto, fanno di tutto per aiutare il loro protetto. Le ondine sono creature simili alle fate, le ninfe o spiriti acquatici che stanno nei laghi, foreste, cascate, non possono avere un’anima fino a quando non sposano un uomo e non gli danno un figlio; sono state popolari nella letteratura romantica; molto presenti nel folklore germanico, dove sono descritte come creature simili alle sirene greche. Sono considerate esseri maligni o amichevoli secondo le varie tradizioni. Gli alastori sono figure della mitologia greca, personificazione della vendetta e delle lotte familiari, sono stati associati anche con i peccati che si tramandano da padre a figlio. Nella mitologia romana sono come i geni, o spiriti della casa, che incitano le persone ad uccidere e commettere altri peccati. Il termine gnomo indica uno spirito ctonio, poi il termine è entrato nel folklore europeo per designare gli spiritelli della terra, spesso, secondo le tradizioni, sono confusi con gli elfi e i gobelin. Secondo Paracelso, che fu il primo a menzionarli, si muovono all’interno della terra con estrema facilità e sembra che i raggi del sole possa trasformarli in pietra.

59 Ibid., c. 39 v. La figura del folletto sembra avere avuto origine dai Lari, geni della casa. Nel folclore europeo condivide caratteristiche siminili con il lutin, il coboldo, il brownie, il puck, il gobelin, il leprechaun.

60 Ibid., c. 39 v.

61 Cfr. Ibid., c.40 v.

62 Cfr. Ibid.; Cfr. W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate; Trilbyil folletto di Argail, traduzione a cura di Elena Grillo, Roma: Lucarini, 1988 Titolo originale: Trilby, ou le lutin d’Argail.

63 B.A., ms. O 307 sup., c. 41v.

64 Ibid., c. 42 r.

65 Ibid. Questa frase è inesistente nell’opera originale di Louandre

66Cfr. Ibid., cc. 43 r. e v. Dagoberto divenne unico sovrano di tutti i regni Franchi facendo uccidere le persone che ostacolavano la sua egemonia sul regno e tra questi anche il fratellastro Cariberto. Morì nel 639 a Parigi di dissenteria e fu sepolto nella basilica di Saint-Denis, che da allora divenne il luogo di sepoltura più prestigioso della Francia e dove più tardi saranno inumati Carlo Martello e Pipino il Breve. L’arredo fu affidato all’orafo sant’Eligio. Cfr. Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Dagoberto_|

67 Ibid., c. v.

68 Ibid, cc. 43 v. e 44 r. Le “gargonilles” sono le gronde gotiche; le “tarvasqus” i mostri mitologici; i “ basilischi”, nell’antichità e nel Medioevo, rappresentano rettili fantastici con cresta e corona sul capo e occhi fiammeggianti che uccidevano con lo sguardo.

69 Ibid., c. 44 v.

70 Ibid., c. 45 r.

71 Ibid., cc. 45 v. e 46 r.

 

 

 

 

 

 

LA STRAGE DI VERGAROLLA

Una giornata piena di sole; una folla di adulti e di bambini che trascorrevano gioiosamente il tempo a tuffarsi nell’azzurro del mare e a riposarsi nel verde della pineta; una gioventù sportiva di atleti e di atlete, riuniti per partecipare alla gare di nuoto della “Coppa Scarioni”; una giornata di festa.

E invece, alle 14.10 del 18 agosto del 1946, un boato, una colonna di fumo, decine di corpi straziati, il sangue che arrossa il mare.

La strage di Vergarolla, a Pola, che il 18 agosto del 1946 causò la morte di oltre settanta persone e un centinaio di feriti, tutti civili, smembrando intere famiglie che quel giorno avevano affollato la spiaggia per assistere alla gara natatoria organizzata dalla «Pietas Julia», non fu un incidente ma un attentato organizzato dall’Ozna, la polizia segreta di Tito.

 

Inquadramento storico.

Negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale i territori a cavallo dell’allora confine orientale italiano  furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politica, ultimo atto di un secolare conflitto fra italiani e slavi.

Il 13 settembre 1943 il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell’Istria – formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato completamente dai primi – proclamò a Pisino l’annessione della regione alla Croazia; il 25 settembre il proclama venne ribadito a Otocak dallo Zavnoh (Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske – Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia). Il 30 novembre entrambi i proclami vennero fatti propri a Jajce dall’Avnoj (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije – Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia). Parallelamente, ad Aidussina un’assemblea popolare slovena proclamò l’annessione del Litorale sloveno(intendendo con questo termine in linea generale una parte dell’antico Litorale austriaco,comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l’Istria nord-occidentale).

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Mappa di Pola. La spiaggia di Vergarolla è indicata dalla freccia

Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l’oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra. Inizialmente occupati quasi per interno dall’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone – A e B – separate da un confine chiamato Linea Morgan. All’interno della zona A l’amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona B.

 

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I confini orientali italiani dal 1937 ad oggi. Si nota in rosso la Linea Morgan, che divise la regione in Zona A Zona B in attesa delle decisioni delle trattative di pace

La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenendo una sorta di enclave circondata dal territorio della zona B. Al tempo era la maggiore città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all’annessione alla Jugoslavia.

Questo stato delle cose – secondo gli accordi fra gli angloamericani e gli jugoslavi – sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.

Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola – a differenza del resto dell’Istria – la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.

Il Fatto. Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia“. La manifestazione aveva l’intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola” reclamizzò l’evento come una sorta di manifestazione di italianità.

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La sede della “Pietas Julia”

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate – secondo la versione più accreditata – ventotto mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori.  Alle 14,15 l’esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.

Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un’enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “polverizzate”. Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

Sulla sabbia giacevano da mesi residuati bellici che però erano stati disinnescati e più volte controllati dagli artificieri inviati dalle autorità anglo-americane: «Ormai facevano parte del paesaggio, ci stendevamo sopra i vestiti o mettevamo la merenda al fresco sotto la loro ombra», testimoniano oggi i sopravvissuti.

Eppure qualcuno aveva riattivato quegli ordigni per farli esplodere esattamente quel giorno.

Oggi possiamo scriverlo senza paura di essere smentiti dai negazionisti, che per decenni hanno parlato di “incidente”, perfino di autocombustione: a 70 anni dalla strage, due studi in contemporanea sono stati commissionati a storici super partes dal Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE, l’associazione che raccoglie tutti gli esuli da Pola) e dal Circolo Istria di Trieste, e le conclusioni cui i storici sono addivenuti, pur divergendo su alcuni aspetti, concordano su un punto inconfutabile: fu strage volontaria.

Se già qualche anno fa dagli archivi di Londra erano trapelati i primi indizi di un attentato volontario, tali elementi non erano ancora sufficienti. Così, William Klinger, massimo studioso italiano di Tito, si è recato negli archivi di Belgrado, mentre un’altro giovane storico, Gaetano Dato, ha consultato quelli di Zagabria, Londra, Washington e Roma. Ciò che emerge chiaramente da entrambi gli studi è che per capire cosa avvenne su quella spiaggia bisogna guardare agli scenari mondiali: Vergarolla è il crocevia della storia moderna post bellica, la palestra in cui nasce la guerra fredda. Klinger ha il merito di inserire la strage nella più generale politica aggressiva jugoslava contro l’Italia sconfitta ma anche contro i suoi stessi alleati anglo-americani. Già all’indomani della strage partirono due inchieste, una della corte militare e l’altra della polizia civile alleate, non a caso intitolate “Sabotage in Pola”, cioè nettamente orientate a negare l’incidente fortuito. Klinger non prova la responsabilità diretta della Ozna (negli archivi di Belgrado non ci sono i dispacci dell’epoca, l’ordine tassativo era di distruggere all’istante qualsiasi istruzione ricevuta), ma racconta il contesto, la spietatezza della polizia di Tito, che controllava buona parte del PCI italiano e soprattutto in quel 1946 stava alzando il tasso di violenza in un crescendo di azioni, tant’è che sia gli americani che gli inglesi in documenti scritti lamentano col governo jugoslavo “le attività terroristiche e criminali”. Inoltre sempre Klinger nota come all’epoca la stampa jugoslava desse conto di ogni minimo avvenimento, eppure non dedicò una sola riga a una strage terrificante: un silenzio quantomeno sospetto.

Gaetano Dato spiega nei dettagli le dinamiche dell’esplosione: “Scoppiarono una quindicina di bombe antisommergibile tedesche e testate di siluro che erano state disinnescate, ma che con l’ausilio di detonatori a tempo furono riattivate”. Dato avverte però che nella sua ricerca sceglie di “mettere da parte le memorie” dei testimoni, perché teme che “involontariamente selezionino una parte di verità, cancellando o modificandone altre”, ma questo rischia a volte di essere il punto debole del suo lavoro di storico, che lascia aperte tutte le ipotesi: “Se devo dire la mia personale opinione – ci dice – fu una strage jugoslava, ma non posso tralasciare altre piste: quella italiana, con gruppi monarchici o fascisti che stavano organizzando la resistenza contro Tito, e quella di anticomunisti jugoslavi”. Ma di entrambe, ammette, non ci sono prove.

“È vero che all’epoca c’erano ancora italiani che intendevano combattere in difesa dell’italianità, ma Vergarolla certo non aizzò i polesi a sollevarsi, anzi, ne fiaccò per sempre ogni istanza”. Dunque, per comprendere i mandanti occorre vedere i risultati, e questi furono la rinuncia a combattere per Pola italiana, con la fine di ogni manifestazione da quel giorno in poi, e mesi dopo la partenza in massa con l’esodo, ormai visto come unica salvezza. Ed entrambi i “cui prodest?” portano alla Jugoslavia.

D’altra parte un’escalation di azioni precedenti hanno sbocco naturale proprio nei fatti di Vergarolla: nel maggio del ‘45, già in tempo di pace, la nave “Campanella” carica di 350 prigionieri italiani da internare nei campi di concentramento titini cola a picco contro una mina e le guardie jugoslave mitragliano in acqua i sopravvissuti; pochi mesi dopo a Pola esplodono altri depositi di munizioni in centro città; nel giugno del ‘46 militanti filojugoslavi fermano il Giro d’Italia e sparano sulla polizia civile; 9 giorni prima di Vergarolla soldati jugoslavi assaltano con bombe a mano una manifestazione italiana a Gorizia; la domenica prima della strage una bomba fa cilecca sulla spiaggia di Trieste durante una gara di canottaggio: sarebbe stata un’altra carneficina… per la quale bisognerà attendere il 18 agosto. Negli archivi di Londra un documento attesta la “volontà espressa degli jugoslavi di boicottare qualsiasi manifestazione italiana, anche sportiva”.

Non scordiamo che il 17 agosto del ‘46, il giorno prima, a Parigi si era chiusa la sessione plenaria della Conferenza di pace e stavano iniziando le commissioni per decidere sui confini orientali d’Italia: era una data topica e i giochi non erano ancora chiusi. “I polesi potevano ancora sperare che la città venisse attribuita al Territorio Libero di Trieste, sogno sfumato solo un mese dopo, il 19 settembre”: le istanze di italianità erano ancora vive e i titoisti dovevano annientarle. Milovan Gilas, il braccio destro di Tito, così scriveva nelle sue memorie:  “Fummo mandati in Istria nel ‘46 da Tito perché bisognava cacciare gli italiani con qualsiasi mezzo. E così fu fatto”.

Sopravvissuti. “Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti”.

Si parla solo dei morti di quel giorno, ma quanti sopravvissuti all’esplosione  morirono nei mesi successivi? L’ospedale cittadino “Santorio Santorio” divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro.

Geppino_Michetti

Il dottor Geppino Micheletti. Il consiglio comunale di Pola conferì al dottor Micheletti una medaglia di benemerenza il 28 agosto 1946, dieci giorni dopo i fatti, mentre lo stato italiano il 2 ottobre 1947 lo onorò con la medaglia d’argento al valore civile. Il 18 agosto 2008, nella ricorrenza del 62º anniversario della strage di Vergarolla, nel Piazzale Rosmini di Trieste venne inaugurato un monumento in onore di Geppino Micheletti

Le reazioni e i funerali.Il consiglio comunale di Pola si radunò d’urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell’AMGVG (Allied Military Government Venezia Giulia-Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) di Trieste e dell’Area Commissioner di Pola. Le autorità furono fermamente invitate a “stabilire le responsabilità” della strage.

L'”Arena di Pola” titolò a tutta pagina “Pola è in lutto”, e scrisse: “non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!”

L’intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di lutto. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola Raffaele Mario Radossi, che durante l’omelia disse: “Non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (…) al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia”.

I feriti furono molte decine, fra cui anche due militari britannici, mentre il numero esatto dei morti non venne mai accertato: alla manifestazione sportiva erano accorse anche centinaia di persone dai villaggi limitrofi, e se circa cinquanta furono i cadaveri riconosciuti ufficialmente, ai funerali ventun bare contenevano corpi non identificati, oltre a quattro bare di resti non ricomponibili. Il totale più accreditato di morti stimati è di circa ottanta, ma alcune stime arrivano ad ipotizzarne cento.

La notizia nella stampa italiana.Il modo di riportare la notizia della strage di Vergarolla nella stampa italiana in qualche modo può essere considerato un indicatore della rovente temperie politica dell’epoca, nonché della difficoltà di recepire notizie da una zona ancora formalmente parte del territorio italiano, ma di fatto separata da esso.

La prima segnalazione del quotidiano del PCI l’Unità fu del 21 agosto 1946, a esequie avvenute. Il titolo è “Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola”, ed in esso si dà spazio alla notizia secondo cui il vescovo di Pola avrebbe “stigmatizzato con roventi parole le autorità angloamericane, che presidiano la zona, chiamandole “responsabili” della tragedia per non aver rimosso le mine dalla spiaggia, dove erano state gettate dalla marea, per non averle disinnescate dopo averle lasciate sulla spiaggia”. La tesi del quotidiano – nonostante i vari sospetti sull’ipotesi dell’attentato doloso – è che si sia trattato di una disgrazia, dovuta all’incuria degli angloamericani. Il numero delle vittime stabilito- 62.

Il giorno successivo, l’Unità riportò un “rapporto telegrafico della Camera del Lavoro di Pola” secondo il quale il numero delle vittime sarebbe salito a “oltre 100”, ma la tesi è sempre quella della “sciagura dovuta ad incuria dei colpevoli”. L’articolo segnala la “giusta indignazione della popolazione di Pola e di tutta l’Italia”, affermando che il consiglio municipale della cittadina istriana avrebbe votato un ordine del giorno “di protesta”.

È da notare che il quotidiano comunista italiano in quegli stessi giorni conduceva una continua campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro – dall’altra parte – “i servi del fascismo e dell’Italia fascista” che contrapponendosi alla Jugoslavia assieme agli Stati Uniti avevano portato l’Europa sull’orlo di una nuova guerra.

La Nuova Stampa di Torino diede la notizia il 20 agosto, intitolando “Sventura a Pola” e inserendo nel sommario l’interrogativo: “Si tratta di un attentato?

L’inchiesta inglese.Il comando inglese istituì una commissione militare d’inchiesta, che però non riuscì a determinare le responsabilità della strage, aumentando i dubbi su alcune circostanze. La relazione finale raggiunse le seguenti conclusioni:

  • Gli ordigni erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine – l’ultima il 27 luglio – concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente.
  • Testimoni diretti – fra i quali uno dei militari inglesi feriti – avevano affermato che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine.
  • Il comandante della 24ma Brigata di fanteria inglese – M.D.Erskine – segnalò che le mine non erano né recintate né sorvegliate, proprio perché ritenute inerti e non pericolose.
  • Erskine espresse nella relazione finale il parere secondo cui “Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute” (“The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown”).

“L’Arena di Pola” ribadì varie volte l’argomento: “Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole senza l’intervento di alcuno”. La cittadinanza ebbe la netta impressione che i militari alleati agissero con poca determinazione nella ricerca dei colpevoli, ed essendosi maturata la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra, tutto ciò esacerbò ulteriormente gli animi.

A differenza del resto dei territori in seguito ceduti dall’Italia alla Jugoslavia col trattato di pace, ove l’amministrazione militare era affidata all’esercito jugoslavo,l’esodo da Pola fu effettuato sotto la sovrintendenza delle forze alleate. La maggior parte della popolazione andò via dalla città.

L’idea dell’abbandono di Pola da parte della “larghissima maggioranza” dei cittadini era maturata mesi prima della strage di Vergarolla. Le feroci contrapposizioni fra i filoitaliani e i filojugoslavi erano condite da accuse e minacce, e la radicalizzazione della frattura non lasciò ai perdenti “alcun margine di accettazione della soluzione avversa”. Complessivamente, la popolazione di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un’alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva nessuna garanzia sul piano della sicurezza personale, né su quello della libera espressione del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere la via dell’esilio.

La prima pagina de “L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946, col titolo “O l’Italia o l’esilio”

Le notizie trapelate a maggio del 1946 in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese – che assegnava Pola alla Jugoslavia – rappresentarono un fulmine a ciel sereno: in città si era infatti convinti che il compromesso sarebbe stato raggiunto sulla linea americana o sulla linea inglese, che avrebbero lasciato la città all’Italia.

Il 25 giugno, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale di protesta che raccolse un’adesione altissima. Il 3 luglio si costituì il “Comitato Esodo di Pola”. Il giorno successivo “L’Arena di Pola” titolò a piena pagina: “O l’Italia o l’esilio”. Nell’articolo principale a firma di Guido Miglia, si legge: “Il nostro fiero popolo lavoratore, quello che pure aveva creduto nella democrazia e s’era ribellato ad ogni forma di schiavitù, abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi che preferiscono l’esilio alla schiavitù ed alla snazionalizzazione. A Pola rimarranno forse alcune migliaia di fanatici che, dopo alcune settimane di occupazione jugoslava, si pentiranno atrocemente di tutto il male fatto da loro e cercheranno allora di sfuggire alla persecuzione violenta ed all’oppressione. E proprio perché sanno che a loro toccherà questa sorte, e per continuare ad essere dei gerarchi della “minoranza” italiana, fanno ogni sforzo per convincere la gente a rimanere in città; dopo averla terrorizzata con un anno di propaganda bestiale, con deportazioni in massa di innocenti e con lancio di uomini vivi nelle foibe, fra lo sghignazzare di alcuni ubriachi di sangue”.

Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: “L’esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti”.

Nell’estate del 1946 l’esodo era già un’opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città alla partenza degli Alleati sarebbe stata impossibile.

Lo scoppio fece abbassare il volume alla città. A quel punto si operò lo scollamento decisivo, inesorabile. L’impalpabile nevrosi della catastrofe vicina era già diffusa nell’aria e fra la gente. Lì, a quel funerale, dilagò il senso dell’ineluttabile e della sua accettazione, lì ci furono scene drammatiche, scene di fuga da un luogo di morte. L’esodo a quel punto si fece visibile, massiccio, collettivo. Vergarolla aveva modificato radicalmente le sorti della città.

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Trieste: Monumento di 2011 alle vittime di Vergarolla

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Il cippo di Vergarolla, inaugurato nel 1997

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fonti:

William Klinger, La strage di Vergarolla, Supplemento a L’Arena di Pola n.5 del 26 maggio 2014

Gaetano Dato, “Vergarolla 18 agosto 1946 .Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda, LEG, Gorizia 2014

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LE LINEE DI NAZCA

FRA IL PACIFICO E LE ANDE, IN UN’AREA DI CIRCA 500 CHILOMETRI QUADRATI, SONO STATE TRACCIATE CENTINAIA DI LINEE RETTE, ENORMI DISEGNI GEOMETRICI E GIGANTESCHI MOTIVI ZOOMORFI. SI’ È DIBATTUTO A LUNGO SUGLI AUTORI E SUL SIGNIFICATO DI QUESTO AFFASCINANTE SITO ARCHEOLOGICO, MA FINO A OGGI NESSUNO È RIUSCITO A SVELARE IL MISTERO DI QUESTA OPERA TITANICA.

Su Nazca sono state fatte moltissime ipotesi, ma l’unica certezza è che questo sito archeologico continua a essere il più grande enigma sulla cultura dei popoli precolombiani.
Il complesso, situato nelle pampas di Jumana e Colorada, nei pressi dell’odierna città di Nazca, si estende su una superficie di circa 500 chilometri quadrati.
Anche se la zona è caratterizzata dalla quasi totale assenza di piogge, i fiumi che scendono dalle Ande rendono fertili le vallate, che sono state abitate fin dai tempi più remoti.
Tuttavia, basta risalire i brevi declivi di queste valli per affacciarsi su un mondo di aridità estrema, nel quale ogni tipo di vegetazione scompare per cedere il posto alle rocce e ai minerali: proprio lì si trovano le linee e le figure che formano l’enigmatico universo di Nazca.

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LE LINEE DI NAZCA IN DIVERSE RISOLUZIONI

RETTE E CURVE Continua a stupire il fatto che i geoglifi di Nazca, enormi e chiaramente visibili (e non solo dall’alto come spesso si crede, ma anche dalle collinette circostanti), siano rimasti totalmente sconosciuti fino a tempi molto recenti.
Esiste un primo riferimento ad essi nella Cronaca del Perù di Cieza de Leon, pubblicata intorno alla metà del XVI secolo, e in un rapporto del governatore spagnolo Luis Monzón datato 1856, nel quale queste linee vengono considerate come tracciati di strade.

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La prima pagina della Cronaca del Perù scritta da Pedros Cieza de Leon, 1553

Dopo un ostinato silenzio, che si è protratto fino al 1939, un gruppo di esperti dell’Università di Long Island, che si occupava dei sistemi di irrigazione dei villaggi precolombiani, eseguì una serie di fotografie aeree della zona e, per la prima volta, queste insolite figure attirarono l’attenzione di studiosi e profani, divenendo oggetto di numerosi e approfonditi studi.
Nel complesso si distinguono tre tipi di strutture: in primo luogo vi è un’immensa rete di linee rette, alcune lunghe vari chilometri, che si incrociano in tutte le direzioni nella pianura desertica; in secondo luogo, vi sono delle “piste“, spazi sgombri di forma rettangolare o trapezoidale; da ultimo, una serie di figure stilizzate di animali o di esseri umani di enormi dimensioni.
Il suolo del Deserto di Nazca è formato, fondamentalmente, da un substrato gessoso di colore chiaro mescolato a materiali ferruginosi più scuri; la tecnica di realizzazione dei geoglifi consisteva, in pratica, nel togliere pazientemente i materiali più scuri, scoprendo il terreno gessoso, il cui colore biancastro risaltava bene sul paesaggio circostante.
I contorni delle figure sono definiti da muretti di pietra molto bassi, però solo le peculiari condizioni climatiche della zona (la mancanza di piogge e il fatto che i venti vengono fermati da una formazione di dune situata a un centinaio di chilometri) possono giustificare la sopravvivenza, per più di 2000 anni, di strutture tanto fragili.

UN LAVORO DURATO MILLE ANNI Gli studiosi hanno stabilito che tre fasi culturali si sono succedute nella realizzazione dei geoglifi di Nazca.
Questi ultimi furono iniziati tra il 500 e il 300 a.C. durante il periodo Chavin, caratterizzato dalla potente influenza di questo centro urbano, che si estese fino alle zone di cui ci stiamo occupando.
Una seconda fase corrisponde alla cultura di Paracas (400-200 a.C), durante la quale il sud peruviano iniziò ad affrancarsi dall’influenza del nord; dopo questo periodo si affermò la cultura locale conosciuta come Nazca propriamente detta (200 a.CI-500 d.C) alla quale si fa risalire la maggior parte dei geoglifi.
Ad attrarre l’attenzione, in primo luogo, è la pulizia dell’esecuzione, con tracciati geometrici di precisione estrema, caratterizzati da una serie di curve perfette e di linee rette che si prolungano per chilometri con un minimo margine di errore.
Le rappresentazioni figurative, nonostante lo schematismo, permettono di distinguere con chiarezza varie specie di animali (diversi uccelli, una scimmia, un ragno, un ramarro) e piante, un certo numero di figure antropomorfe, oggetti legati alla vita quotidiana e alcuni esseri fantastici.
Molto meno chiara è l’interpretazione di questi geoglifì.
Sono state fatte varie ipotesi sul loro significato, senza che nessuna sia per ora riuscita a imporsi chiaramente sulle altre.
Alcuni studiosi ritengono si tratti di rappresentazioni astronomiche relative alle costellazioni; altri, invece, interpretano le piste e le linee come suddivisioni agricole e attribuiscono alle figure un carattere totemico e magico; per altri, infine, sarebbero servite da guida per danze e celebrazioni di gruppo di tipo rituale e cerimoniale.
Oggi Nazca si trova a dover affrontare problemi più urgenti rispetto a quelli dell’interpretazione dei geoglifi.
Le fotografie aeree più recenti mostrano molte figure coperte da orme di veicoli fuoristrada, che sempre più frequentemente percorrono la zona, minacciando di distruggere tutto il complesso prima ancora di aver capito la ragione per cui è stato creato.

INTERPRETAZIONI E SIGNIFICATI

Le linee sono state avvistate con chiarezza solo dall’avvento dei voli di linea sull’area, casualmente, nel 1927 da Toribio Meija Xespe che le identificò con dei sentieri cerimoniali.

Nel 1939 furono studiate da Paul Kosok, un archeologo statunitense, che ipotizzò che l’intera piana fosse un centro di culto.

Hans Horkheimer nel 1947 suppose invece che questi tracciati fossero una forma di culto degli antenati: sentieri tracciati che erano utilizzati come tracce dove camminare durante le cerimonie religiose.

Chi diede un contributo decisivo allo studio delle linee di Nazca fu l’archeologa tedesca Maria Reiche.

Maria Reiche (statua di cera)

Ella si dedicò con passione allo studio e al restauro dei geoglifi e a lei si deve la scoperta di alcuni che non erano stati documentati in precedenza, né da Mejia, né da Kosok. La Reiche suppose che le linee avessero un significato astronomico, identificando la figura della Scimmia con l’Orsa Maggiore, il Delfino e il Ragno con la Costellazione di Orione, ecc. La Reiche affermava anche che le figure erano state create da veri e propri tecnici e ingegneri dell’epoca.

Sulla stessa linea Phyllis Pitluga, una ricercatrice dell’Alder Planetarium di Chicago, studiando il rapporto tra le linee e le stelle nel cielo, giunse alla conclusione che il ragno gigante rappresentava la costellazione di Orione, mentre tre linee rette che passano sopra al ragno erano dirette verso le tre stelle della cintura di Orione, se osservate da un certo punto della pampa.

Nel 1967 Gerald Hawkins, astronomo inglese noto per i suoi studi nel campo dell’archeoastronomia, non trovò alcuna correlazione tra i disegni di Nazca e i movimenti dei corpi celesti.

Lo zoologo Tony Morrison studiò le linee con Gerald Hawkins; nel suo libro del 1978, Pathways to the Gods, Morrison citava un brano scritto dal magistrato spagnolo Luis de Monzon nel 1586, riguardo alla pietre e alle antiche strade vicino Nazca:

« I vecchi indiani dicono […] di possedere la conoscenza dei loro antenati e che, molto anticamente, cioè prima del regno degli Incas, giunse un altro popolo chiamato Viracocha; non erano numerosi, furono seguiti dagli indios che vennero su loro consiglio e adesso gli Indios dicono che essi dovevano essere dei santi. Essi costruirono per loro i sentieri che vediamo oggi»

Morrison riteneva di aver individuato la chiave per spiegare il mistero delle linee di Nazca: il leggendario eroe-maestro Viracocha, noto anche come Quetzalcoatl e Kontiki, il cui ritorno era ancora atteso al momento dello sbarco di Cortés. Gli “antichi indios” disegnarono figure poiché pensavano che Viracocha sarebbe tornato, questa volta scendendo dal cielo, ed i disegni rappresentavano dunque dei segnali.

Anche la storica peruviana  Maria Rostworowski de Diez Canseco studiò le linee interpretandole come luogo di segnalazione al dio Viracocha. Secondo la Rostworowski ad ogni figura corrisponderebbe un clan (ayllu) degli adoratori di Viracocha, che avrebbero disegnato le linee per segnalare al proprio dio il luogo dove essi si trovavano quando egli sarebbe ritornato.

Il primo studio serio su questi disegni è dovuto all’equipe di archeologi Markus Reindel (della “Commissione per le culture non-europee” dell’Istituto Archeologico Tedesco) e Johnny Isla (dell’Istituto Andino di Ricerche Archeologiche).

Essi hanno documentato e scavato più di 650 giacimenti e sono riusciti a scrivere la storia della cultura che tracciò questi disegni, oltre a dargli un senso, e giunsero alla conclusione che le linee hanno a che vedere molto più probabilmente con rituali collegati all’acqua, piuttosto che con concetti astronomici. L’approvvigionamento idrico, infatti, giocò un ruolo importante in tutta la regione.

Gli scavi hanno inoltre portato alla luce piccole cavità presso i geoglifi nelle quali furono trovate offerte religiose di prodotti agricoli e animali, soprattutto marini. I disegni formavano un paesaggio rituale il cui fine era quello di procurare l’acqua. Inoltre furono trovati paletti, corde e studi di figure. Di questi elementi tanto semplici si servirono gli antichi Nazca per tracciare i loro disegni.

                                                                            Lucica

                                  

VLAD TEPES E’ IL CONTE DRACULA?

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Questo articolo metterà davanti agli occhi dei lettori due mostri sacri – uno della letteratura e l’altro della storia – Il conte Dracula. Per quanto riguarda Dracula letterario tutti noi abbiamo qualche notizia, informazione, abbiamo magari letto il libro o visto una delle numerose produzioni cinematografiche.Per quanto riguarda invece il principe Vlad Dracula, le cose sono diverse. Vi presentiamo quindi, la figura di questo personaggio storico, realmente esistito, un personaggio rappresentativo per la storia della Romania e del popolo rumeno.

Nel 1488 a Norimberga in Germania, venne pubblicato un manoscritto, intitolato “Storie tedesche del voievoda Dracula”, che si apre cosi:

Ecco la storia crudele e terribile di un uomo selvaggio e assetato di sangue, Dracula il voievoda. Da come impalò e arrosti gli uomini e li fece a pezzi come cavoli. Arrosti anche bambini e costrinse le madri a mangiarli. Molte altre cose sono scritte in questo libello, anche sulla terra su cui regnò.

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Nel 1897 lo scrittore irlandese Abraham Stoker crea il suo più famoso personaggio – il conte Dracula, antagonista dell’omonimo romanzo. L’ispirazione per il celebre personaggio con cui diventa poi famoso in tutto il mondo gli venne grazie ad un incontro avvenuto nel 1892 con il professore di nazionalità ungherese Arminius Vambery, che gli narrò la leggenda del principe rumeno Vlad Tepes, trasfigurato poi da Stoker nel Conte Dracula.

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Lo scrittore Abraham  (Bram) Stoker

Tuttavia, il personaggio Dracula letterario ha ben poco in comune con il Dracula storico, considerato un eroe patriotico dal popolo rumeno, ed inoltre nel romanzo non viene specificato se i due siano effettivamente la stessa persona (anche se ci sono numerosi indizi che danno conferma a questa ipotesi).

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La prima edizione del libro “Dracula” di Bram Stoker

Bram Stoker non è il primo scrittore che ha collocato il suo personaggio in Transilvania. Alexandre Dumas-padre, nel libro “Les mille et un fantomes” del 1860, racconta la storia di un vampiro che si aggira per le montagne di Carpati, la principale catena montuosa che attraversa la Romania dal nord, circondando la Transilvania per finire in Valacchia. Jules Verne nel suo romanzo “Il Castello di Carpati”, del 1892, parla delle credenze in una serie di creature soprannaturali provenienti da queste montagne.

A ogni modo, molte autorità storiche ritengono che il personaggio Dracula nel romanzo di Stoker si basi sulla figura storica di Vlad Tepes, che ha governato in modo intermittente una zona dei Balcani, chiamata Valacchia, nell’ odierna Romania, alla metà del XV secolo.

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Vlad Tepes (1431-1476)

Castelli minacciosi e montagne rocciose fanno dalla Romania lo scenario perfetto e ideale per le leggende sui vampiri. Nel libro “Dracula”, Jonathan Harker, uno dei protagonisti, dice: “ho letto che ogni superstizione del mondo si raccoglie nel ferro di cavallo dei Carpazi, come se fosse il centro di una sorte di vortice di fantasia.” 

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Ma se guardiamo sotto i sentieri e fortezze in rovine, troviamo la vera storia di Vlad Dracula.

Vlad III Dracula, soprannominato Tepes , nacque a Sighisoara, il 2 novembre del 1431 nella zona sassone della Transilvania, una regione che allora era vassalla, sotto il dominio dell’ Impero Ungherese. Tutt’oggi, la città ricorda i natali del principe con una lapide commemorativa apposta alle mura esterne dell’edificio dove è venuto al mondo.

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La casa natale del principe Vlad Tepes

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Lapide commemorativa con i periodi del regno di Vlad Tepes

                                         

 E’ stato voievoda (titolo reale attribuito al principe regnante in Romania del XV secolo) della Valacchia in tre periodi diversi, nel 1448, dal 1456 al 1462, e infine nel 1476 l’anno della sua morte, diventando uno dei sovrani più temuti della storia.

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Mappa geografica della Romania con le regioni

Da imponenti castelli e fortezze medievali, alle prigioni nelle quali le vittime aspettavano la loro morte, fino alle caverne piene di pipistrelli da dove sono nate le leggende sui vampiri, il territorio della Romania trabocca di segreti e misteri. Nel libro, Stoker descrive la Transilvania come una regione arretrata, abitata dai animali selvaggi  e dai contadini superstiziosi, una residenza adeguata per un mostro che esce dalla sua tana per minacciare la popolazione. Il romanzo si apre e si chiude in Transilvania, e quindi questa regione ha lasciato un impronta indelebile sul lettore. Un mondo di cose oscure e terribili che assume le dimensioni di un mito e metafora, una terra al di là della comprensione umana.

Il padre di Vlad Dracula, Vlad II, si unì all’ Ordine del Drago – ORDO DRAGONIS – un ordine cavalleresco creato all’inizio del XV secolo dal Re d’Ungheria, Sigismondo.

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Lo stemma dell’ordine del Drago

                                                                                                                  

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La spada dei cavalieri appartenenti all’ordine del Drago

L’onore di ricevere dall’ imperatore le insegne del Drago era elevatissimo, se si considera la fama internazionale acquistata in quei anni dall’ordine, al quale chiesero di poter aderire sovrani lontani tra loro per civiltà e cultura, come Ladislau II Jagellone, Re di Polonia, e Alfonso II d’Aragona e Sicilia, il conquistatore di Napoli.

Lo scopo dell’ordine era di proteggere la Cristianità e lottare contro i turchi ottomani. Vlad II venne chiamato “Diavolo” – Dracul in lingua rumena, e tale divenne il suo stemma e il suo simbolo. Il figlio, Vlad III prende il nome di” Vlad Draculea“, cioè il “Figlio del Diavolo”. Il suo epiteto più famoso fu però” Tepes”,” l’Impalatore”, causa la sua predilazione per questo tipo di supplizio nell’eliminazione dei suoi nemici e dei criminali, che venivano puniti dal principe dolorosamente, cioè impalati. A partire dal 1550 tutti i documenti circolanti nel Impero Ottomano chiamavano il principe Vlad – “Kaziglu Bey”, principe impalatore in lingua turca.

Per apprezzare e soprattutto per capire la storia di Vlad Tepes è essenziale comprendere le forze sociali e politiche della regione nel XV secolo. In termini generali si tratta di una storia di lotte per ottenere il controllo della Valacchia, una zona direttamente interessata alle due forze potenti all’epoca: Ungheria e L’Impero Ottomano.

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L’assetto politico nella regione dei Balcani nel XV secolo. Si nota la posizione geografica della Valacchia tra l’Ungheria e l’Impero Ottomano

 Per quasi mille anni, Costantinopoli era rimasto come l’avanposto di protezione dell’Impero Romano Orientale, bloccando l’accesso dell’Islam in Europa. Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 e l’arrivo sulla scena politica del sultano Maometto, il Conquistatore, tutta la Cristianità fu improvvisamente minacciata dalla forza armata dei turchi ottomani. Il regno ungherese a nord e ovest della Valacchia, un regno che raggiunse il suo apice nel corso di questo stesso tempo, assunse il mantello di difensore della Cristianità. I governanti della Valacchia, quindi, sono stati costretti a placare i due imperi per mantenere la loro sopravvivenza, spesso alleandosi con l’uno o con l’altro, a seconda di ciò che era utile ai loro interessi.

Un altro fattore che influenzava la vita politica era la modalità di successione al trono della Valacchia. I ricchi proprietari terrieri ed i nobili rumeni (chiamati boieri) avevano il diritto di eleggere il principe sovrano tra i vari membri della famiglia reale. Questo ha permesso la successione al trono di principi che usavano la corruzione, la violenza o addirittura il crimine (eliminando i rivali) come mezzi per essere eletti. Infatti sia  Vlad padre che  suo figlio, Vlad III hanno assassinato i loro concorrenti per impossessarsi del trono della Valacchia.

E’ questa la scena sulla quale cresce il futuro principe valacco, Vlad Tepes! La violenza e il crimine, ma anche forti giochi di potere hanno sempre accompagnato la sua esistenza.

Nel 1442 i turchi aiutano Vlad II, a conquistare il trono della Valacchia, ma come compenso lui deve mandare due dei suoi tre figli in ostaggio preso gli ottomani, quindi se il padre dovesse tradirli, i turchi si vendicherebbero sui ragazzi. I due figli minori Radu e Vlad rispettivamente di 11 e 12 anni, restano ostaggi del sultano per 6 anni, mentre il padre ritorna in patria. In quelle terre orientale, i due principi adolescenti conobbero grandi piaceri ma anche tremende crudeltà: quasi sicuramente Vlad ebbe modo di assistere agli impalamenti, praticati con grande frequenza e che ne condizionarono profondamente il suo carattere. Mentre Radu, detto “Il Bello”, ebbe una sorte diversa , entrando a far parte dell’ harem maschile del sultano Murad.

Intanto in patria, Vlad II e il figlio maggiore Mircea, si distinsero nella lotta contro l’avanzata ottomana. La fedeltà all’Ordine del Drago del voievoda Vlad e la sua relazione con i sovrani d’Occidente, uniti contro l’espansione ottomana, naturalmente non hanno contribuito ad alleviare la sorte dei due  giovani prigionieri.

Nel 1447, gli ungheresi circondano la Valacchia e si preparano ad attaccare. A peggiorare le cose è il fatto che l’anziano Vlad è odiato dal popolo su cui regna. I suoi sudditi si uniscono agli ungheresi e rovesciano la situazione. Il figlio maggiore, Mircea venne sepolto vivo, mentre il padre venne ucciso per decapitazione dai suoi stessi uomini. Dopo la morte del genitore, i turchi liberano il giovane Vlad, ma solo per metterlo a capo di una delle loro armate con lo scopo di vendicare la morte del padre e riconquistare il trono della Valacchia. Nell’ ottobre del 1448, all’età di soli 17 anni, Vlad Tepes grazie ad una congiura e aiutato dall’armata ottomana, sale al trono per alcune settimane, ma un altro pretendente, Vladislau II, appoggiato dall’Impero Ungherese, ha la meglio su di lui. Vlad è costretto a fuggire in esilio in Transilvania e attendere il 1456. Quest’anno segna l’inizio del suo principato più lungo – 6 anni. Dall’esilio rientra in patria con un cospicuo numero di soldati e fedeli, uccide Vladislau II e s’impossessa del trono della Valacchia. A soli 25 anni, Vlad sta per fare qualcosa di molto più terrificante di quanto raccontano le leggende sui vampiri.

Nel principato di Valacchia con la capitale a Targoviste, il principe Vlad Tepes ha preso il potere, suo padre è morto così come il fratello maggiore. E’ circondato dai nemici, ottomani al sud, ungheresi a ovest, e innumerevoli assassini tra la sua gente. Per difendere i suoi titoli e il trono, Vlad fortifica la capitale Targoviste contro gli attacchi, e pianifica una vendette così brutale, così sanguinosa contro coloro che hanno partecipato all’assassinio del padre e  del fratello,che questa gli darà un nuovo soprannome: L’Impalatore! Lo storico rumeno Constantin Cantacusino (1650-1716) nelle sue “Cronache”, lasciò una ricostruzione drammatica del massacro compiuto da Vlad ed entrato nella storia con il nome “Pasqua di sangue a Targoviste”.

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Una litografia dell’epoca che mostra il principe Vlad che mangia sul campo d’impalamento nel giorno di “Pasqua di sangue a Targoviste”

Intanto, anziani, donne e bambini erano deportati nella Valle di Arges, a 60 km dalla capitale Targoviste, dove avrebbero costruito il castello di Poenari, un castello che si trova in cima ad una montagna rocciosa a 860 m. Anche se la letteratura colloca il castello di Dracula in Transilvania (Castello Bran), ciò è dovuto alla propaganda dei mercanti di origine sassone. La vera fortezza di Vlad è quella di Poenari, che è anche il teatro del suicidio della moglie del voievoda- Elisabeta- che si gettò da una torre per non essere catturata dall’armata ottomana durante uno dei loro innumerevoli attacchi.

Il video a disposizione mostra le rovine della fortezza di Poenari.

La tortura e l’impalamento sono metodi che Vlad Tepes usa di continuo per mantenere l’ordine nel suo regno!

Nel 1459, durante il giorno di San Bartolomeo, in una città della Transilvania – Brasov – Dracula fece invitare a palazzo alcuni mercanti che avevano mostrato odio e disprezzo nei confronti della sua persona. Decise di farli saziare di cibo, e quindi fece sventrare il primo, e obbligò il secondo a mangiare ciò che il collega, ormai senza vita, aveva nello stomaco. L’ultimo mercante venne fatto bollire e la sua carne fu data in pasto ai cani.

Nella città di Sibiu, sempre in Transilvania, nel 1460, Vlad Tepes fece impalare 10.000 persone colpevoli di aver appoggiato Vladislau II, e cosparse i corpi con miele per attirare ogni tipo di insetto. Le donne macchiatesi di tradimento nei confronti del marito venivano impalate davanti alla loro casa e ai loro famigliari. I ricchi venivano impalati stendendoli più in alto degli altri o facendo ricoprire l’asta d’argento.

Nel 1461 due ambasciatori del sultano turco Mehmed arrivarono al palazzo, poiché quella era l’occasione  per Vlad di fare la pace con il sultano, che era il suo nemico più potente e poteva distruggere la Valacchia senza il minimo sforzo. Quando si prostrarono ai piedi di Vlad, chinarono la testa ma non si vollero togliere il turbante, perché rappresentava il simbolo della loro religione. Ma quel gesto fu fatale, perché era un segno di disprezzo per Dracula, che irritato, ordinò di inchiodare il turbante alla testa dei ambasciatori.

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Gli ambasciatori ottomani davanti al principe Vlad Tepes

 A dimostrazione di come Vlad Tepes abbia combattuto a lungo e senza pietà i turchi ottomani si può citare una lettera da lui scritta al re d’Ungheria, Mattia Corvino l’11 febbraio 1462, in cui lo informa “di aver giustiziato ben 23.883 turchi solo negli ultimi tre mesi”.

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Lettera di Vlad Tepes a Mattia Corvino

Ora Vlad è nemico dei turchi ottomani e nell’aprile del 1462 questi attaccano, invadendo la provincia di Valacchia con un’armata tre volte superiore a quella del principe rumeno. Lui si ritira nella fortezza di Targoviste, una fortezza che a quei tempi era sulla misura del nome del principe che l’aveva scelta come capitale! Parti di questa fortezza sono tutt’ora in piedi, anche se rappresentano solo un terrificante ricordo! Quello che succederà qui segnerà la sinistra reputazione di Vlad!

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La fortezza di Targoviste

Ritirandosi, fa terra bruciata alle sue spalle, mettendo a fuoco i villaggi, avvelenando i pozzi d’acqua in modo da non lasciare niente da mangiare e da bere ai suoi nemici. Quando l’esercito ottomano arriva alle mura della fortezza si trova davanti una scena d’incubo! Vlad ha impalato 20.000 prigionieri tra cui molte donne e bambini! Ha utilizzato addirittura i tronchi d’alberi! Si gode la scena dal punto più alto della fortezza, una torre che tutt’oggi è ancora in piedi. I turchi si fermano inorriditi urlando: “Setyan Aramizda Uldugunu” ! “Il Diavolo è qui tra noi“! La tattica di Vlad funziona, i turchi si ritirano perché a Targoviste hanno incontrato il Diavolo in persona.

Comunque la città è distrutta, le forze di Vlad ridotte ai minimi termini, e un nuovo voievoda venne messo sul trono di Valacchia : Radu il Bello, il fratello minore di Vlad, che era rimasto presso la corte del sultano, abbracciando la religione musulmana.

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Il principe Radu detto “Il Bello”

L’odio profondo che lui mostrava nei confronti di Vlad, costrinse quest’ultimo a rifugiarsi nella provincia di Transilvania, e a confidare in una possibile alleanza con il re d’Ungheria. Ma la situazione era mutata a suo svantaggio. Il re ungherese Mattia Corvino si trovava ad aver molto bisogno dell’appoggio dei ricchi mercanti tedeschi che erano stati in passato duramente perseguitati dal voievoda. Mentre Vlad cerca di raggiungere il castello di Poenari dove sarebbe stato al sicuro, fu fermato da alcune truppe ungheresi, che lo arrestarono e lo condussero prigioniero nel castello di Bran.

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Castello Bran nella regione della Transilvania. Costruito nel 1431 sullo spuntone di una roccia, doveva difendere e controllare la strada commerciale che univa la provincia di Valacchia alla Transilvania. Era anche un posto di dogana. Fu il re Ludovico d’Anjou che accordò il diritto agli abitanti della città di Brasov di costruire questa fortezza in pietra, per permettere la sorveglianza della strada commerciale tra le due più importante province rumene.  

Due anni dopo Vlad fu portato nella fortezza di Visegrad, in Ungheria dove rimasse per ben 12 anni come prigioniero.

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La fortezza di Visegrad, Ungheria

Nel 1476 i turchi ripresero i loro attacchi contro la Moldova, un’altra della regioni della Romania. Il re ungherese decise di servirsi delle indiscusse capacità guerresche di Vlad Tepes. Così, uscito dalla prigione, venne inviato in Valacchia dove riusci a riprendere il suo trono, sconfiggendo Laiota Basarab, che da poco aveva sostituito Radu il Bello. Ancora una volta, la sua vendetta si compì e per tredici mesi, innumerevoli nemici furono impalati su un bosco di pertiche erette ovunque.

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Ritratto d’epoca di Vlad Tepes

Niccolo Modrussa, un delegato del papa Paulus II ,vedendo Vlad Tepes, lo descrive come un nobile pieno di mistero,”non troppo alto di statura, ma forte e robusto, freddo e terribile di aspetto, con un gran naso aquilino, narici larghe, un volto magro e rossiccio, con grandi occhi verdi spalancati e incorniciati da nere ciglia, molto folte e lunghe, che davano agli occhi un aspetto terrificante. Il viso e il mento erano rasati ma portava i baffi. Le tempie larghe aumentavano l’ampiezza della fronte. Un collo taurino univa la testa alle sue larghe spalle coperte da ciocche dei suoi lunghi capelli neri”. 

Non sappiamo con certezza come avvenne la morte di questo inquietante personaggio. Sono tante le leggende che raccontano la sua fine. Una di esse ci dice che fu ucciso dagli ottomani durante una battaglia, la sua testa tagliata ed inviata insieme alla sua spada a Costantinopoli, dove il sultano Mehmet II le nasconde in una prigione segreta… per impedirgli di tornare in vita!

                                                                                                                                Lucica

IL MISTERO DEI TESCHI DI CRISTALLO

Un’antica leggenda maya narra che nel mondo esistono 13 teschi di cristallo, a grandezza naturale, che racchiudono misteriose informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’intera umanità. Nel momento in cui l’umanità si troverà ad affrontare un pericolo che metterà a repentaglio la sua stessa esistenza, saranno i 13 teschi di cristallo, riuniti insieme, a salvare il mondo dalla distruzione. Starà all’Umanità comprendere il loro messaggio.

IL TESCHIO MITCHELL-HEDGES: tra storia e leggenda

All’inizio del XX secolo Thomas Gann, professore di Archeologia del Centro America all’Università di Liverpool, scopre  la città di Lubaantun, un sito maya nel Belize meridionale.

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Foto: La posizione geografica della città di Lubaantum

Nel 1915, Raymond Merwin, del Peabody Museum dell’Università di Harvard vi guida una successiva spedizione. La zona viene ripulita dalla vegetazione, viene dettagliatamente mappata e vi vengono scattate alcune fotografie.

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Foto: Il sito di Lubaantun

Nel 1926 il British Museum finanzia degli scavi che accertano la data di costruzione della città, collocandone la massima fioritura in un periodo compreso fra il 730 e l’890 d.C. Da tali analisi risulta che la città sia stata abbandonata di colpo, fatto insolito per noi, ma non per la civiltà Maya (è un fatto risaputo che tante altre città Maya sono state misteriosamente abbandonate senza un motivo apparente).

Dopo la spedizione del British Museum, Lubaantun, trascurata dagli archeologi, diventa fertile terreno di saccheggio.

Nel 1927, l’archeologo Frederick Albert Mitchell- Hedges insieme alla figlia Anna partono per una spedizione in Belise. Quel viaggio cambierà per sempre le vite di tutti e due. Nella città di Lubaantun, alla base del muro di un edificio, Anna nota qualcosa che riflette la luce in un modo spendido: un teschio di cristallo. Da quel momento, Anna terrà sempre con sé il prezioso tesoro, chiamato d’allora, Teschio Mitchell-Hedges.

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Foto: Frederick Albert Mitchell-Hedges e la figlia Anna

Il teschio Mitchell-Hedges è il più importante fra i teschi rinvenuti. E’ stato ricavato da un unico blocco di cristallo di quarzo con straordinarie doti di lucentezza. La sua superficie, trasparente alla luce, è del tutto levigata. E’ alto 17 cm, largo altrettanto e profondo 21 cm. Eccezione fatta per il peso, che è di 5 kg, rispecchia le misure di un cranio umano.

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Foto: Il teschio di cristallo Mitchell-Hedges 

Nel 1970 il laboratorio Hewlett-Packard di Santa Clara (California, USA), specializzato nell’analisi di quarzi e cristalli, lo sottopone ad una serie di approfonditi esami, ai quali partecipa anche un esperto di gemmologia: l’americano Frank Dorland. i risultati raggiunti sono sconcertanti.

Dal punto di vista tecnico, il teschio di Mitchell-Hedges è un oggetto che “non dovrebbe esistere”: anche con le strumentazioni odierne sarebbe estremamente difficile riprodurlo. Bisogna tener conto ,a questo punto, che l’indice di durezza del quarzo è di poco inferiore all’indice di durezza del diamante e che pertanto costruire qualcosa di così rifinito è un’impresa tutt’altro che facile.

La prima sorprendente conclusione del laboratorio Hewlett-Packard, è che il teschio sia stato inciso procedendo in senso contrario rispetto all’asse naturale del cristallo, rispetto cioè all’orientamento dei suoi piani di simmetria molecolare. Questo procedimento è molto rischioso: comporta il costante pericolo che un colpo non preciso dello strumento usato per sbozzare il blocco ne causi la frammentazione.  I tecnici della Hewlett-Packard analizzarono accuratamente al microscopio la superficie del teschio, eppure non riuscirono ad individuare alcun graffio che attesti l’impiego di uno strumento per la levigazione. Questa circostanza meraviglia molto Frank Dorland che non riesce a spiegarsi quale tecnica di lavorazione sia stata usata.

Altro elemento sorprendente è che l’oggetto sembra avere al suo interno una serie di lenti e prismi che gli consentono di riflettere la luce in modo particolare quando ne viene attraversato: il quarzo allo stato naturale, infatti, non produrrebbe i giochi di luci che produce il teschio Mitchell-Hedges.

Un lavoro enorme, quindi, che rivela una grandissima padronanza tecnica, un lavoro che lascia senza parole gli esperti che lo esaminano e i cui procedimenti non si conoscono ancora.

Anna Mitchell- Hedges non consentirà più, in futuro, che il suo teschio sia sottoposto a ulteriori analisi. E’ morta centenaria, recentemente.

Chiunque l’abbia fatto e qualunque ne sia stato l’utilizzo, il teschio Mitchell-Hedges suscita reazioni contrastanti in chi lo osserva: alcuni ne sono affascinati, altri confusi o perfino turbati. Ma una domanda nasce nella mente di ognuno: quanto c’è di vero nell’antica leggenda Maya?

Altri 12 teschi  simili sono stati rinvenuti finora in diverse parti del globo.

Ora si trovano in vari musei o in collezioni private, qui sotto 2 esempi custoditi in Europa

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Foto: Il teschio di cristallo custodito nel Museo del Trocadero, Parigi

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Foto: Teschio di cristallo custodito nel British Museum di Londra

Da questo enigma archeologico e antropologico ha origine il romanzo/saggio “Il mistero dei Teschi di Cristallo” di Sebastiano Fusco, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, nel 2008.

La lettura del libro sorprende, sia per la lucidità delle supposizioni e della ricerca, sia per la maniera analitica, quasi scientifica con la quale l’autore mette sotto una  lente d’ingrandimento i vari argomenti: dall’antropologia, alla magia, dalla neurologia al funzionamento della psiche. Il libro diventa così un buon punto di partenza per una ricerca, per approfondimenti su uno dei più inquietanti misteri del mondo: i 13 teschi di cristallo.

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                                                                                          Lucica Bianchi

IL MANOSCRITTO VOYNICH

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Lo scrittore Robert Brumbaugh lo ha definito come “il libro più misterioso del mondo”. Stiamo parlando del Manoscritto Voynich conosciuto anche come MS 408, un manoscritto medievale, scritto nel XV secolo, che a tutt’oggi non è ancora stato decifrato. Il volume scritto su pergamena di capretto è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente contenesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti. Privo di titolo, di autore ignoto, scritto probabilmente in una lingua sconosciuta, ovvero in una specie di codice crittografico, è sicuramente uno dei libri più affascinanti e misteriosi mai esistiti. Il manoscritto comparve per la prima volta nelle cronache a Praga, nel ‘600,dove l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, ben noto alchimista, lo acquista ad un prezzo elevatissimo-600 ducati d’oro perché la riteneva opera del monaco francescano Ruggero Bacone, per il quale Rodolfo nutriva un profondo rispetto. Chi era il venditore? Il brillante filosofo, mago ed esoterista inglese John Dee, proveniente dalla corte imperiale di Elisabetta per un breve soggiorno a Praga. Era accompagnato da un altro mago ed alchimista inglese, nonché abile falsario e
contraffattore Edward Kelley. John Dee sosteneva di aver ricevuto il manoscritto dalla famiglia del duca di Northumberland, che se ne era impadronito in un monastero inglese, tra i tanti da lui rapinati, durante il regno di Enrico VIII. Tre secoli dopo, nel 1912, Wilfrid Voynich, un antiquario e mercante di libri rari, polacco naturalizzato americano, lo ritrovò nella biblioteca dei Gesuiti, nella villa Mondragone a Frascati, a 20 km da Roma. Sono stati proprio due dei discepoli di Ignazio di Loyola, i padri Beckx e Strickland a custodire con cura il manoscritto nella vasta collezione di libri antichi della biblioteca dell’ ordine monastico dei Gesuiti. Voynich trova all’interno del manoscritto una lettera di Johannes Marcus Marci (1595-1667) rettore dell’Università di Praga e medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale inviava il libro a Roma al famoso scienziato Gesuita Athanasius Kircher (a quei tempi considerato l’uomo più intelligente d’Europa) tra l’altro noto come specialista di crittografia e geroglifica egizia, e successivamente allo scienziato Ceco Johannes di Tepenecz al secolo Jacobus Horcicki, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II.
Ma nessuno dei due studiosi riuscì a decifrarlo. A questi primi tentativi di decifrazione seguì una lunga pausa negli studi sul manoscritto, dovuta al fatto che esso era entrato ormai in possesso dei Gesuiti e quindi non più consultabile. Quando nel 1912 lo trovò, Voynich lo cedette al libraio americano Hans P. Kraus che tentò invano di venderlo ad un altissimo prezzo, per poi donarlo alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale negli Stai Uniti. Esiste una sola copia al mondo di questo manoscritto. All’interno fanno da corredo al testo una notevole quantità d’illustrazioni a colori con soggetti tra i più svariati: strani alberi con radici che spesso hanno occhi, piante e vegetali impossibili da identificare e mai esistiti sulla Terra, e ancora galassie a spirale e diagrammi di costellazioni che non esistono, cerchi con simboli sconosciuti
nonché numerose figure femminili immerse fino alle ginocchia in strane vasche contenenti un liquido scuro, animali fantastici inesistenti e strane danze celesti. L’ MS 408 ha tutta l’aria di essere il manuale di un alchimista per alcuni, per altri invece è un contributo alla medicina erboristica, mentre per mio marito Pietro (Talamonese) si tratterebbe “del primo libro in assoluto di fantascienza”.
Di certo gli ideogrammi rimandano ad altro da ciò che appare a prima vista!
Nel febbraio 2011 un gruppo di ricerca presso l’Arizona University è stato autorizzato ad asportare 4 piccoli campioni dai margini di differenti pagine. A seguito di una datazione a radiocarbonio le pergamene parrebbero risalire ad un periodo compreso tra il 1404-1438.
Secondo una più recente ed approfondita ricerca di National Geographic (http://www.cipehermysteries.com/2012/05/07/national-geographic-ancient-x-files- voynich-manuscript-documentary) sarebbe opera di Antonio Averlino detto Filarete a scopo di spionaggio industriale ai danni della Serenissima (Repubblica Veneziana) e a favore della Sublime Porta (Impero Ottomano) .
Nella letteratura il manoscritto Voynich è stato utilizzato come elemento letterario sia da Colin Wilson nel suo racconto d’ispirazione lovecraftiana “il ritorno dei Lloigor”, che dallo scrittore fantastico Valerio Evangelisti che nella sua “Trilogia di Nostradamus” lo assimila al “Arbor Mirabilis”, e ne fa un testo esoterico al centro di una trama complessa che si sviluppa attraverso la storia francese del XVI secolo.
Oggi dietro uno spesso vetro, il manoscritto Voynich custodisce gelosamente il suo mistero. Se anche non riusciremo a scoprire tutti i suoi segreti, se anche quest’ultimo e superlativo enigma letterario della storia resterà per sempre così, ha già  fatto tanto per noi!

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Lucica Bianchi