Arte Antica

 

 MASCHERA MORTUARIA IN ORO MASSICCIO DI TUTANKHAMON

 1330 A.C. CA., MUSEO EGIZIO, CAIRO

maschera mortuaria in oro massiccio di Tutankhamon

 

Salito al trono ad appena 9 anni Tutankhamon fu il faraone-bambino della XVIII Dinastia dalla vita brevissima- morirà infatti in circostanze misteriose a soli 19 anni- ma dalla gloria imperitura. La sua più grande azione politica fu di ristabilire le antiche credenze religiose modificate dal suo predecessore Akhenaton, che aveva abbandonato il culto della principali divinità del regno in favore della venerazione esclusiva del disco solare Aton. Venerato come un dio dopo la morte, a Tutankhamon fu donato un corredo funebre tra i più belli di quelli ritrovati nella Valle dei Re e sicuramente meglio conservato. Una serie di fortunate vicissitudini permise infatti che la tomba del faraone rimanesse inviolata fino al 1922, quando l’archeologo inglese Howard Carter la ritrovò, riportando alla luce il suo incredibile tesoro. Tra i pezzi più belli oggi conservati al Museo di Cairo spicca la sontuosa maschera funeraria di Tutankhamon, risalente al 1330 ca., uno straordinario oggetto di oreficeria e intarsio di pietre dure. La maschera, posta a protezione del volto mummificato del faraone, è interamente realizzata in oro, materiale preziosissimo e particolarmente adatto a mantenere la lucentezza e a favorire giochi di trasparenza che abbelliscono la percezione visiva del manufatto. La sua superficie è lavorata a intarsio e riempita di cornalina, lapislazzuli e pasta vitrea per le striature del nemes sul capo, del diadema sulla fronte, dei particolari del viso e dell’ampio collare sul petto, mentre gli occhi sono resi riempiendo di quarzo bianco e ossidiana nera gli alveoli ricavati nell’oro. Questo splendido gioiello è completato da un’iscrizione magico-religiosa incisa sul retro della maschera che avrebbe dovuto proteggere il capo nel percorso del corpo dopo la morte e che conferisce all’opera un tono di ancor maggiore sacralità.

 

 

 

Il RELIQUIARIO DEL CORPORALE DI BOLSENA

XIV SECOLO, DUOMO DI ORVIETO

 

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Il Reliquiario del Corporale di Bolsena è un capolavoro dell’oreficeria medievale conservato nel Duomo di Orvieto. Venne realizzato dall’orefice senese Ugolino di Vieri per conservare i lini liturgici che vennero miracolosamente bagnati dal sangue scaturito da un’ostia consacrata, durante la messa celebrata da uno scettico sacerdote boemo a Bolsena nella tarda estate del 1263 (o 1264). Il grande reliquiario è composto in oro, argento e smalto translucido ed è alto 139 cm.Si tratta di un’opera di altissimo pregio artistico, che rappresenta l’opera più famosa dell’oreficeria senese del XIV secolo, nella cui scuola venne applicata per la prima volta la tecnica degli smalti translucidi dipinti. Inoltre era una novità per l’Italia l’idea nordeuropea di costruire una complessa architettura gotica in miniatura: esso rappresenta infatti la facciata del Duomo di Orvieto, tripartita e con i timpani più acuti che nella realtà; inoltre vi svettano una serie di pinnacoli sormontati da statuette dorate, un dettaglio che non fa parte dell’architettura italiana ma transalpina e che dimostra gli scambi tra le diverse culture, che proprio tramite le opere di oreficeria avevano un veicolo privilegiato. Altre statuine a tutto tondo si trovano alla base del reliquiario.Trentadue scene di smalto dipinto rappresentano le Storie del Corporale e della Passione di Cristo, create con uno stile aggiornatissimo: ambientazioni architettoniche elaborate, linee gotiche e cura nei dettagli fanno sì che vi si scorgano affinità con Simone Martini e con i contemporanei Fratelli Lorenzetti, con un gusto ancora più marcatamente gotico, che ne fanno un fondamentale esempio dell’arte pittorica della scuola senese. La tonalità dominante è quella del blu, sulla quale spiccano punte brillanti di giallo, di verde e rosso, rendendo perfettamente leggibili le scene e i sottili rilievi guida sottostanti.

APOLLO DI VEIO

VI SECOLO A.C., MUSEO ETRUSCO DI VILLA GIULIA, ROMA

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La statua in terracotta policroma che ritrae Apollo e che proviene dal tempio di Veio, è uno dei capolavori dell’arte etrusca, databile verso il finire del VI secolo a.C. Insieme ad altre undici statue, tutte a grandezza superiore o pari al vero, essa ornava la trave principale del tetto del tempio ergendosi a circa dodici metri d’altezza; l’uso di porre statue di divinità sopra al tempio era legato alla volontà di indicare un temenos celeste, ossia a precisare lo spazio degli dei. La presenza delle divinità, garantita dai loro simulacri, assicurava protezione al luogo sacro sottostante. Abbinata al ritratto di Eracle, la statua raccontava il mito della contesa tra il dio e l’eroe per la cerva dalle corna d’oro, sacra ad Artemide. Apollo è vestito di una tunica dai panneggi regolari e precisi e di un corto mantello; il suo corpo sembra avanzare verso sinistra con il braccio destro proteso e piegato, mentre intuiamo che il sinistro scendeva lungo il corpo, forse impugnando l’arco nella mano. La salda volumetria riscontrabile nella figura di Apollo, in particolare nella cassa toracica e nel volto,indicano che l’autore era un maestro attivo a Veio, centro famoso per la produzione plastica della terracotta, che raggiunse alti livelli di qualità artistica e tecnica. Egli aveva piena conoscenza delle deformazioni ottiche che sono visibili in scultura in presenza di grande distanza o di forti angolature. Si spiegano così la creazione di volumi grandiosi e l’insistenza nell’incidere in profondità e nel rilevare senza risparmio i dettagli, in modo da ricostruire corretta la necessaria unità visiva della composizione.

 

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