COSMOLOGIA – CENNI STORICI – prima parte

In ogni secolo gli esseri umani hanno pensato di aver capito definitivamente l’Universo e, in ogni secolo, si è capito che avevano sbagliato. Da ciò segue che l’unica cosa certa che possiamo dire oggi sulle nostre attuali conoscenze è che sono sbagliate.

                                                              Isaac Asimov, Grande come l’universo, Saggi sulla scienza

La cosmologia nasce quando l’uomo incomincia a porsi le grandi domande che riguardano la propria collocazione nell’universo e l’origine, ed eventualmente la fine, dell’universo stesso.

All’alba della civiltà, queste domande hanno una risposta di tipo religioso: gli astri sono visti come dei e a essi si attribuisce il potere di influire sui destini umani. L’interpretazione religiosa lascia tracce anche in quella successiva, di tipo filosofico, che si consolida in Grecia con Aristotele: dagli dei gli oggetti celesti ereditano caratteristiche come la perfezione, l’immutabilità, l’eternità. La cosmologia diventa scientifica quando , con Galileo Galilei (1564-1642), la riflessione sull’universo incomincia a basarsi sull’osservazione.

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Un’incisione con l’orbita dei pianeti e delle costellazioni intorno alla Terra, pubblicata da Andreas Cellarius nell’opera Harmonia Macrocosmica (1660) 

L’attuale concezione evolutiva dell’universo è però molto recente: si afferma soltanto nella seconda metà del Novecento, con l’accumularsi di indizi osservativi a favore del Big Bang, il grande scoppio primordiale dalla cui energia si sarebbe formata, 15 miliardi di anni fa, la materia. Questa materia, con successive trasformazioni, ha generato tutto ciò che oggi osserviamo.

La cosmologia è per definizione “Scienza del Tutto“. Questa definizione soffre tuttavia di una limitazione fondamentale: non tutte le cose che appaiono nell’universo sono percepibili o osservabili con gli strumenti attualmente in nostro possesso e dobbiamo per forza di cose limitarci a considerare solamente quelle che sono sia pure indirettamente accessibili o ipotizzabili. Ne segue che ogni concezione dell’universo risente del contesto storico in cui è stata formulata e che quello che nel passato era considerato come l’intero universo appare oggi come una parte inpercettibile del tutto. Non possiamo quindi escludere che lo stesso destino attenda la pur grandiosa macchina cosmica del modello attuale.

L’universo geocentrico di Aristotele era eterno e supponeva che tutti i corpi celesti si muovessero intorno alla Terra lungo orbite circolari. Nel II secolo d.C. lo schema aristotelico fu ripreso da Tolomeo (100 circa-175 circa) che lo strutturò in una serie di sfere concentriche, fatte di “quintessenza” (il Quinto Elemento, oltre il mondo fenomenico, costituente i corpi celesti), e di epicicli, ossia di cerchi minori in movimento lungo le sfere principali.

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Claudio Tolomeo

Il modello di Tolomeo fu infine incorporato da San Tommaso d’Aquino nella visione cristiana del mondo.

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Claudio Tolomeo, Almagesto

E’ il nome arabo (“al-Magesti”) di un trattato astronomico del II° secolo (intorno al 150) che spiega i moti delle stelle, dei pianeti e della Luna secondo un modello geocentrico che pone la Terra al centro dell’universo. Per più di mille anni fu accettato nei paesi occidentali e arabi come il corretto modello cosmologico. Fu scritto originariamente in greco col titolo “He’ Megale’ Syntaxis” (“Il grande trattato”) da Claudio Tolomeo di Alessandria d’Egitto. Il modello descritto è quindi detto modello tolemaico.

Nella cosmologia di San Tommaso l’universo perde la sua immutabilità perché creato da Dio e lo stesso Dio continua a essere presente nel cosmo come motore immobile della sfera delle stelle fisse che trascina con sé le altre. Questo modello, che è in effetti una sintesi di quello biblico e di quello aristotelico, regnò incontrastato fino a quando  Giovanni Buridano (1300 circa- 1361) mosse nel Trecento una prima critica sostenendo che il moto delle stelle non era mantenuto dall’intelligenza divina, il dantesco “amor che muove il sole e le altre stelle”, bensì dalle stesse leggi che governano il moto dei corpi materiali sulla Terra.

Un’altra crisi fu aperta da Giordano Bruno (1548-1600) con la transizione dall’universo finito all’universo infinito e privo di centro; lo stesso Bruno pagò con il rogo questa idea.

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Giordano Bruno

Il sistema eliocentrico, cioè il sistema che pone il Sole al centro del mondo, fu proposto in forma anonima dal canonico Nicolò Copernico nel 1514 e successivamente venne sostenuto sia da Galileo Galilei che da Keplero, nonostante alcuni difetti.

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Una rappresentazione dell’universo in chiave eliocentrica, con il Sole al centro dell’orbita della Terra e di quella dei altri pianeti. Il primo a suggerire questa visione fu Copernico nel 1514.

Nel 1609 Galileo, usando il cannocchiale, scoprì i satelliti di Giove e inflisse un ultimo colpo al sistema tolemaico.

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Ritratto di Niccolò Copernico esposto presso il municipio di Torun (Polonia) dal 1580

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Galileo Galilei

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Giovanni Keplero

Nella nascita della cosmologia moderna va sottolineata l’importanza che ebbe la visione di Galilei e di Keplero, ambedue convinti che il “gran libro della natura” fosse scritto in linguaggio matematico. La scoperta del cannocchiale espanse i limiti dell’universo al di là di quanto era immaginabile per Tolomeo. Galileo fu il primo a rendersi conto che la Via Lattea era un immenso aggregato di stelle.

La pubblicazione nel 1687 dei “Philosophiae naturalis principia mathematica” (Principi matematici della filosofia naturale) di Newton(1642-1727) rimane uno dei avvenimenti più significativi nella storia della scienza e in particolare della cosmologia.

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Sir Isaac Newton

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Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, copertina, prima edizione 1686/1687

In quest’opera Newton propose una teoria del moto dei corpi ed elaborò il calcolo infinitesimale che ne era la controparte matematica. Inoltre Newton postulò quella legge della gravitazione universale che ancora oggi rende conto con grande precisione del moto dei corpi celesti.

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Una pagina del trattato di Newton con la legge del moto dei corpi celesti

Secondo Newton, l’universo infinito non aveva centro ed evitava così il collasso. In realtà l’universo infinito non sarebbe stato comunque stabile, poiché un piccolo addensamento locale avrebbe creato le condizioni per la propria crescita destabilizzando l’intera struttura. Nessun discorso cosmologico può prescindere da una stima delle dimensioni dell’universo.  La conquista di questo parametro è stata molto difficile ed è avvenuta soltanto nell’Ottocento. Fino a meno di due secoli fa si conoscevano esclusivamente le dimensioni del Sistema Solare, e anche questo con larga approssimazione. Non si aveva invece un’idea realistica della distanza delle stelle. Nel 1838 Friedrich Wilhelm Bessel (1784-1846) misurò per la prima volta la distanza tra una stella e l’altra, mediante il metodo della triangolazione diretta ottenendo 10 anni luce.

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Friedrich Wilhelm Bessel

La stella più vicina risultò ad essere Alfa Centauri, che dista 4,3 anni luce dalla Terra.

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La posizione della stella Alfa Centauri nella costellazione Centauro

(segue…) 

                                                                       Lucica

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L’OPERA DI LEONARDO DA VINCI – I CODICI

Scegliendo come proprio esecutore testamentario Francesco Melzi, Leonardo da Vinci decide il 23 aprile 1519, che a lui andranno tutti i manoscritti e i lavori del maestro. E’ un lascito favoloso per un artista che è “premier peintre et ingenieur et architecte du roi” Francesco I: poiché dona il lavoro di una vita, molte migliaia di pagine di disegni, appunti, ritratti, un patrimonio già prestigioso, al proprio pupillo, allievo e compagno non ancora trentenne.

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Leonardo da Vinci, Autoritratto, sanguigna su carta, 33,5×21,6cm circa, Biblioteca Reale, Torino

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Giovanni Antonio Boltraffio (attribuito)  Ritratto di Francesco Melzi 

Un’eredità inestimabile  quella che Francesco Melzi terrà gelosamente presso di sé nella villa familiare di Vaprio d’Adda, per il mezzo secolo in cui ancora visse, non mostrandola mai a nessuno.   Immagine

Villa Melzi a Vaprio d’Adda, Milano

Quasi che nelle ultime volontà di Leonardo ci fosse un cupio dissolvi, un desiderio di non comunicare, di nascondere e occultare, affidando i suoi più preziosi beni, ovvero le ricerche, gli studi, i progetti e le idee a un destino senza memoria.

Quasi che volesse lasciare dietro di sé un’attesa senza speranza,mostrando così il tormento e l’inquietudine che l’avevano segnato tutta la vita. In ogni caso, tutto l’enorme patrimonio di Leonardo da Vinci, su cui oggi si reggono in gran parte il mito e la notorietà dell’artista, non era destinato a essere conservato e vincolato in archivi sicuri, collezioni o depositi reali, né destinato a stampa o rapida diffusione. Francesco Melzi  quei manoscritti trattenne e nascose e soltanto sfogliò in privato, estrapolando alcuni fogli per dare consistenza al cosiddetto Trattato della Pittura, apparso in una prima versione a stampa a Parigi nel 1651.

La copertina del Trattato della Pittura

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Trattato della Pittvra di Lionardo Da Vinci, “novamente dato in luce, con la vita dell’istesso autore, scritta da Rafaelle du Fresnne”.

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 Leonardo da Vinci, un foglio del Trattato della Pittura

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Leonardo da Vinci ,un foglio del Trattato della Pittura

Il Trattato, a sua volta, era soltanto una silloge abbreviata del Codice Urbinate lat. 1270 della Biblioteca Apostolica Vaticana, poi riscoperto ai primi dell’Ottocento, come si può apprendere leggendo la corrispondenza fra il bibliotecario Gaetano Luigi Marini e il pittore milanese Giuseppe Bossi, figura essenziale per la ripresa della ricerca leonardesca in età romantica.

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Leonardo da Vinci, Trattato di Pittura, 219v, Codice Vaticano Urbinate Lat. 1270, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Ma ancora, il Melzi fu così improvvido, o forse così schiacciato da un’eredità vasta, da lasciare che gli eredi causassero la dispersione dei manoscritti, ammucchiati nel sottotetto, quasi a disposizione di ospiti e antiquari di passaggio. La riscoperta dei  Codici di Leonardo costituirà quindi un’avventura bibliografica e intellettuale che muove da più di due secoli energie e passioni.

Il giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” vi propone un viaggio attraverso il tempo alla scoperta delle storie e faccende che si celano dietro ad ogni uno di questi meravigliosi Codici di Leonardo da Vinci.

Codice Titolo Data No. disegni Luogo di conservazione
Codex arundel.jpg Codice Arundel (1478-1518) 273 British Library (Londra)
Aile mobile Luc Viatour.jpg Codice Atlantico (1478-1518) 1.119 Biblioteca Ambrosiana (Milano)
Codex trivulzianus.jpg Codice Trivulziano (1478-1490) 52 Castello Sforzesco (Milano)
Detail Da Vinci codex du vol des oiseaux Luc Viatour.jpg Codice sul volo degli uccelli (1505) 17 Biblioteca Reale (Torino)
Codex ashburnham.jpg Codice Ashburnham (1489-1492) 44 Istituto di Francia (Parigi)
Paris Manuscript E 1.jpg Codici dell’Istituto di Francia (1492-1516) 964 Istituto di Francia (Parigi)
Codex Forster Book I Fol 7.jpg Codici Forster (1493-1505) 300 Victoria and Albert Museum (Londra)
Vinci - Hammer 2A m.jpg Codice Leicester (1504-1506) 36 Collezione privata di Bill Gates
Studia szkieletu.jpg Fogli di Windsor (1478-1518) 600 Castello di Windsor (Berkshire)
Kodeks madrycki I Leonardo.jpg Codici di Madrid (1503-1505) 349 Biblioteca nazionale (Madrid)

fonte: Wikipedia

A seguire si segnala un breve percorso bibliografico, necessariamente parziale, per chi desideri approfondire i differenti aspetti dell’attività di Leonardo da Vinci.

Ettore Verga, Bibliografia Vinciana, Bologna, 1931

Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori nelle redazioni del 1550 e 1568, a cura di Rosanna Bettarini e Paola Barocchi, 4 voll., Firenze 1976

Trattato della Pittura di Lionardo da Vinci, a cura di Raphael Trichet Du Fresne, Parigi, 1651

Carlo Amoretti, Memorie storiche su la vita, gli studi e le opere di Lionardo da Vinci, in Trattato della Pittura, Milano, 1804.

                                                                                                                      Lucica

NEANDERTHAL

G. A B R A M- C O R N E R

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Noi umani, che in sempre maggior numero calpestiamo ogni angolo del pianeta, abbiamo avuto qualche tempo fa un fratello bello, forte, gagliardo e intelligente, che poi abbiamo perso per sempre o forse sopravvive segretamente e silenziosamente dentro di noi. Il suo nome è Homo e di cognome fa Sapiens Neanderthalensis, mentre noi facciamo Homo Sapiens Sapiens (due volte). 

Era il 1856 quando durante degli scavi in una cava di ghiaia nella valle del Neander, in Germania vicino a Dusseldorf, un operaio s’imbatté in uno straordinario frammento di cranio ed alcune ossa che finirono casualmente nella raccolta di teschi e reperti fossili umani ed animali di un professore di ginnasio, che sottoposte lo stranissimo cranio agli esperti dell’Università di Bonn. Fu allora che si scatenò la rissa furibonda fra scienziati, col coinvolgimento dell’opinione pubblica e perfino della Chiesa, sull’identità del titolare di quelle ossa che attestavano autentiche caratteristiche umane, anche se un po’ diverse dalle nostre. Nel frattempo era uscito il famoso, rivoluzionario e contestato volume di Darwin sull’origine della specie, che chiarì molte cose e fu alla luce di queste nuove idee che qualcuno ipotizzò che, con molta probabilità, in passato avevamo avuto un fratello umano molto simile a noi, col quale avevamo perfino convissuto e non per qualche week-end ma per alcuni millenni.

Ma chi era quest’uomo e da dove veniva? L’uomo di Neanderthal, che chiamerò Neander per brevità, proveniva dalla notte dei tempi, e rappresentava un ramo laterale del nostro stesso albero evolutivo, una specie di ramo cadetto(come i Savoia e gli Aosta). La loro esplosione demografica si ebbe alla fine della glaciazione di Riss, un oceano di ghiaccio che occupò un terzo delle terre emerse per oltre 100.000 anni, da circa 250.000 a 125.000 anni fa, e prosperò durante la glaciazione di Wurm durata da circa 80.000 fino a 11.000 anni fa.

Il Neander popolò tutta l’Europa continentale e il Medio-Oriente per oltre 50.000 anni, fino a circa 30.000 anni fa, quando ebbe la sfortuna di incontrarci.

Questo nostro fratello visse quindi in contemporanea con l’ultima glaciazione, la quale fu però intervallata da periodi temperati e perfino caldi, anche se nella maggior parte dei millenni il freddo dominò incontrastato. Basti pensare che sopra l’Inghilterra e la Scandinavia gravava il peso di una coltre gelata di oltre 2.000 metri e anche sulle Alpi con lingue e propaggini fino alla pianura padana. L’ambiente era terribilmente ostile e per sopravvivere occorreva una capacità di adattamento eccezionale ed un fisico nerboruto ed il Neander possedeva in maniera eccellente entrambe le qualità. Egli non era molto alto, circa 155-165 cm di statura, come del resto l’Italiano medio ottocentesco, anche se in Medio-Oriente sono stati ritrovati scheletri di questi uomini alti più di 170 cm, ma aveva una corporatura robusta con una muscolatura potentissima.

Le ossa erano forti e pesanti con attacchi che fanno presupporre muscoli pettorali e dorsali possenti e così per la muscolatura del collo decisamente taurina. Se Neander avesse stretto la mano a uno di noi ci avrebbe causato fratture multiple scomposte, e Tyson sul ring sarebbe finito al tappeto nel giro di dieci secondi!

Straordinaria era anche la testa, provvista di un cervello enorme fini a 1.600 centimetri cubi, quando nell’uomo attuale è di circa 1.400/1.500, anche se non è la quantità del cervello che ne garantisce la qualità, quanto la sua organizzazione.

Aveva inoltre un viso caratterizzato da arcate sopracciliari pronunciate, un naso imponente, un mento sfuggente e la fronte bassa, a differenza di noi umani contemporanei che siamo in possesso di fronti altissime a volte inutilmente spaziose.

Il Neander viveva in piccole comunità esercitando la caccia, la pesca e la raccolta di frutti spontanei, non essendo ancora stata inventata l’agricoltura e scarsamente praticato il commercio, ed aveva una dieta che molti studiosi definiscono varia, e nessuno di loro soffriva di carie dentaria. Questo ci fa presumere che commercialisti e dentisti fossero fortunatamente categorie professionali sconosciute presso di loro.

In conclusione tutto ci porta a pensare che fossero tozzi e tarchiatelli ma anche forti e scattanti, veloci e nerboruti e forse, dato l’ambiente in cui vivevano, anche provvisti di una bionda capigliatura e profondi occhi celesti!

Il fratello Neander cacciava anche animali di grossa taglia come il cavallo, l’uro, possente capostipite del bue europeo (Bos Primigenius), cervi, daini, stambecchi, cinghiali e perfino il mammuth ed il rinoceronte lanoso, evitava però di stuzzicare l’orso delle caverne(Ursus Speleus), una bestiolina alta tre metri e di una tonnellata di peso, non si sa se per tabù religioso o per il terrore che il bestione suscitava. Infatti nelle discariche neanderthaliane le ossa ursine sono rarissime e casuale.

Il Neander era anche un abilissimo sarto che si cuciva le pelli al fine di proteggersi dal freddo, dopo averle ammorbidite anche con la masticazione, infatti molti crani ritrovati portano denti usurati in conseguenza di questa attività. Probabilmente non conoscevano l’uso dell’ago ma ugualmente tagliavano e ritagliavano i loro villosi indumenti su misura e li univano con lacci e lacciuoli come dei Versace o dei Valentino, anche se pare escluso che sfilassero regolarmente, o che le collezioni estate e inverno fossero esageratamente differenziate.

L’intimo, sia come necessità pratica che come categoria dello spirito, in quei tempi duri sembra non fosse stato neppure ipotizzato!

L’epoca gloriosa dei Neander si estese fra gli 85.000 e i 30.000 anni fa dopo di che le tracce e i reperti neanderthaliani rapidamente svaniscono sostituiti da resti di Homo Sapiens Sapiens (detto anche Cro-Magnon, dal nome della località francese dove furono trovati i primi reperti ossei), i nostri trisnonni in tutto simili a noi al punto che gli studiosi sostengono che un bimbo di allora allevato in una normale famiglia di Vigevano o di Tubingen in Germania o di Vetlanda in Svezia, potrebbe diventare senza difficoltà un ottimo sindacalista, uno stupendo meccanico dentista o in illuminato e casto pastore luterano. Ma come finì questa incredibile avventura?

L’enigma della scomparsa di Neander è ancora avvolta nel mistero, si contano però numerose ipotesi.

Qualcuno sostiene che l’incontro fra i Neander e i nostri antenati fu infausto per i primi, come accadde per i pellerossa a contatto con la civiltà europea più evoluta, altri pensano che l’unione sessuale fra le due specie abbia diluito i caratteri di Neander fino a farli scomparire.

C’è anche chi sostiene che nuove malattie portate dall’Homo Sapiens Sapiens per le quali il sistema immunitario di Neander non era attrezzato li abbia portati all’estinzione come è successo ai popoli dell’Amazzonia o agli Esquimesi a contatto coi bianchi invasori.

Altri ancora ipotizzano che i vecchi abitatori dell’Europa, sotto la pressione dei nuovi arrivati, siano costretti in zone sempre più ristrette e marginali, sull’esempio della riserva indiana, fino alla scomparsa per carenza di risorse.

Una delle ultime ipotesi, difficilmente dimostrabile ma non impossibile, consiste nell’idea che gli accoppiamenti incrociati fra Neander ed Homo Sapiens Sapiens avessero generato una prole ibrida e sterile, incapace di riprodursi, come accade in natura al mulo ed al bardotto, figli sterili dell’asino e del cavallo. La soluzione più logica del mistero sta nella probabilità che tutte queste situazioni negative si siano contemporaneamente verificate e sommate con esiti letali per il povero Neander.

C’è anche un’ultima congettura, a cui però non voglio dar credito, la quale sottintende che il nuovo arrivato si sia cucinato il povero Neander, trovandolo non difficile da catturare, facile da pulire e pure gradevole al palato, una sorte di cannibalismo fraterno e neppure tanto rituale.

Ma il Neander fu un vero uomo con tutte le caratteristiche di intelligenza e umanità? Tutti sanno che l’uomo è tale in quanto in possesso dell’autocoscienza, ovvero del senso di sé, del proprio esistere e della propria collocazione nella storia. In poche parole l’uomo è l’unico animale che sa chi è, che si ricorda di suo nonno e che sa di dover morire.

Nel Neander probabilmente tutte queste categorie erano presenti, egli sapeva e forse sapeva anche di sapere, ne fa fede il senso artistico ed il culto dei morti, che sta a dimostrare chiaramente come il Neander concepisse l’idea straordinariamente umana della possibilità di una nuova vita oltre la morte.

Ammettiamo pure che esistano animali dotati di una vaga autocoscienza, ma nessun animale ricorda di suo nonno, nessuna fiera sa di dover morire e nessun animale seppellisce i propri morti.

Non si sa se Neander possedesse una coscienza morale, se distinguesse cioè fra il bene e il male, questione del resto ancora irrisolta anche per la nostra specie cosi sapiente ed evoluta, anche se Qualcuno ad un certo punto della nostra storia ci ha regalato i Dieci Comandamenti, dono brutalmente snobbato dagli uomini sia del passato che del presente per via del libero arbitrio.

A volte penso al nostro primo incontro con loro. i Neander, così diversi e così uguali a noi, immagino lo stupore, la meraviglia, lo spavento o il terrore degli uni e degli altri, la repulsione ed il timoroso desiderio di contatto e di conoscenza. Un incontro straordinario e inconsueto di 30.000 anni fa, non registrato da alcuno, né dalla storia, né dalla leggenda, un fatto così lontano da essere precedente perfino al diluvio universale, ma vero e reale. Qui non parla né pietra, né carta, né papiro, né pergamena, qui sono le ossa che cantano antiche e misteriose melopee.

AFORISMA. Tutte le nostre conoscenze, capacità,abilità e qualità un giorno andranno disperse e perdute, come lacrime nella pioggia.

G.ABRAM, “Il Trionfo di Kaino”, ediz. El Tiburòn, 2004.

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

ARISTOTELE

Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l’origine della filosofia.”

Aristotele, Protrettico, fr.424, in Opere, a c. di G. Giannantoni, Roma-Bari , Laterza, 1973

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Aristotele (384 a.C.-322 a.C.), filosofo greco antico

Aristotele fu il più famoso fra gli allievi dell’Accademia Platonica. Nato a Stagira, in Tracia, nel 384 a.C., nel 366 andò ad Atene, ove rimase fino alla morte di Platone. Divenne poi precettore del giovane Alessandro di Macedonia e, quando questi salì al trono, fondo in Atene il Liceo e vi insegnò. Morto Alessandro Magno nel 323, Aristotele si ritirò a Calcide di Eubea (Grecia Centrale), ove si spense l’anno successivo.

Anche se, quale membro dell’Accademia, Aristotele fu a conoscenza della matematica dell’epoca, il suo interesse scientifico era rivolto alla biologia, una materia che richiede che si affrontino in modo diverso molte questioni di metodo (lo schema aristotelico di classificazione degli animali, la “scala di natura” faceva ancora testo nel Medioevo). D’altra parte Aristotele andò totalmente fuori strada nel campo delle scienze fisiche-ove gli Ionici( una delle stirpi dell’antica Grecia) e Platone si erano avvicinati di lui più alla verità- perché egli applicò anche alla fisica e all’astronomia il cosiddetto principio teleologico.

In base a tale principio noi dovremmo cercare non l’origine delle cose ma i fini cui esse tendono (télos in greco significa “scopo”). Ora, se questo modo di pensare va benissimo nelle cose umane, dove possiamo effettivamente spiegarci il comportamento di una persona dal fine che essa si prefigge di raggiungere, nel campo delle scienze questo porta a false conclusioni, anche se fornite da una certa apparenza di plausibilità. Infatti Aristotele lo usò per spiegare lo sviluppo degli animali e delle piante-concependo tale sviluppo come il perseguimento di un fine-, e per spiegare le leggi fisiche: ma sostenere che una pietra cade perché essa cerca il centro delle cose, non spiega assolutamente nulla. Le dottrine di Aristotele esercitarono una tale influenza nel corso dei secoli tanto che ancor oggi se ne trovano tracce nel nostro linguaggio quotidiano, anche se il comportamento o i fatti che ne derivano sono ben lontani dal pensiero originale aristotelico.

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August Rodin, La Mano di Dio, 1896, Parigi, Museo Rodin

La teoria aristotelica di forma e materia ha influenzato il mondo occidentale per secoli. La materia era la “sostanza” (letteralmente “ciò che sta sotto”), cioè il materiale base di cui ogni cosa è fatta; la “forma” dava invece identità alla materia in quanto cosa particolare. August Rodin (1840-1917) usò questa concezione quando rappresentò “La Mano di Dio” che forgia l’uomo: la forma- l’uomo- è potenziale nella creta, e nell’atto della creazione Dio la rende attuale.

Uno dei concetti filosofici fondamentali di Aristotele è che le cose sono quello che sono in virtù della loro potenzialità, cioè per il fatto di poter passare dalla semplice potenzialità alla realtà. Così, una ghianda è potenzialmente una quercia, poiché nelle condizioni adatte può svilupparsi in una quercia: ciò che la ghianda porta dentro di sé è la forma della quercia.

Infatti per lui ogni cosa consiste di materia, che è la “sostanza” informe e indifferenziata, alla quale la “forma” dà un’identità che fa sì che la cosa sia quello che è. La “forma” aristotelica deriva dall’Idea platonica, ma mentre in Platone le idee sono trascendenti, cioè al di sopra e al di là degli oggetti dei sensi, la forma di Aristotele è immanente, cioè insita negli oggetti stessi.

Aristotele è il primo filosofo a darci un compiuto sistema di logica. Accenni e tentativi in questo senso li troviamo anche prima di lui, ma non come una trattazione sistematica. Ed egli stesso non dà a questa parte della sua opera il nome di logica, un termine che verrà impiegato molto più tardi. Già Socrate aveva fatto rilevare che quello che noi dobbiamo fare è, nel parlare delle cose-cioè nelle nostre affermazioni-, cercare la Verità. La logica riguarda appunto il modo con cui noi parliamo, il linguaggio. Aristotele però, nello sforzo continuo di analizzare il linguaggio, fa spesso della pura e semplice linguistica.Cominciamo con l’enumerazione aristotelica delle categorie, questi vari possibili predicati della sostanza, che Aristotele definisce come termini che hanno un significato di per sé e che contrappone a quelle parole che hanno invece un significato solo nel contesto di una proposizione. Aristotele elenca dieci categorie: sostanza, qualità, quantità, relazione, spazio, tempo, azione, passione, e accanto a queste, il giacere e l‘avere, cioè la posizione e lo stato. Questi sono i predicati più generali possibili delle cose. La sostanza (ciò che è alla base, la forma immanente) è ciò di cui si parla, mentre le altre categorie esprimono in genere come di essa si parla. La logica aristotelica influenzò talmente i grammatici posteriori che noi parliamo anche oggi di sostantivi, le parole che funzionano in genere da soggetto in una proposizione. Per spiegare meglio la teoria delle categorie, prendiamo come esempio un libro (sostanza). Esso ha un peso (quantità), è interessante (qualità), appartiene a qualcuno (relazione), giace (posizione), è aperto (stato), sul tavolo (spazio), in questo momento (tempo), e, letto (passione), fornisce informazioni (azione). E’ un esempio che lascia vedere come Aristotele analizzava il linguaggio, il quale non è un fenomeno casuale, ma serve agli uomini per affrontare la realtà. E Aristotele conclude che il linguaggio riflette il mondo reale.

L’aristotelismo fu ripreso e sviluppato nelle diverse epoche da diversi movimenti dottrinali. I successori continuarono l’opera del filosofo greco soprattutto nel campo delle ricerche scientifiche e storiche. Tra questi ricordiamo Teofrasto di Eresso che coltivò la Botanica, Eudemio di Rodi, per la Storia delle Scienze, Stratone di Lamprasco in campo della Fisica..

Intorno al III secolo d.C. l’aristotelismo incomincia a perdere la sua autonomia speculativa, trovando i continuatori nelle scuole del Neoplatonismo, rifondendo in esse il pensiero e il messaggio di Aristotele. Altri illustri esponenti nel campo filosofico e scientifico, quali Galilei e Copernico rivisitarono il Cosmo aristotelico, inducendo l’uomo a cercare in sè stesso il proprio centro, e nella storia umana il suo effettivo mondo.

Il grande merito di Aristotele è comunque quello di aver divulgato una concezione che crede nei limiti dell’umano, riponendo la saggezza nella fedeltà all’Essere.

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Aristotele. Dettaglio della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, 1509, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. E’ evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa”.

Aristotele, Metafisica (I,2,982b)

                                                                                    Lucica Bianchi

LA CAPPELLA BRANCACCI

Gli affreschi della Cappella Brancacci nella chiesa di Santa Maria Del Carmine a Firenze sono considerati “incunaboli” della pittura rinascimentale, e questo perché la loro forza innovativa è sempre stata fonte di ispirazione artistica per oltre un secolo.

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Masaccio, Riscossione del tributo per il Tempio, 1425 ca. affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

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Masolino, Guarigione dello storpio e Resurrezione di Tabita, 1425 ca. affresco,Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

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 Masolino, La predica di San Pietro, 1425 ca. affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

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Masaccio, San Pietro battezza i neofiti, 1425 ca. affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

La decorazione della cappella, con scene della vita di San Pietro, fu cominciata nel 1424 da Masolino da Panicale (1383-1440ca.), artista il cui metodo figurativo era ancora completamente radicato nel gotico internazionale, ma che, per la sua abilità nel conferire un acuto senso della prospettiva va annoverato tra i precursori della pittura rinascimentale. Come d’abitudine a quei tempi, l’artista dipinse dapprima il soffitto e le lunette, che sono stati distrutti nel corso di successive opere di rinnovamento della cappella. Masaccio affiancò Masolino nel 1425, e insieme dipinsero le superfici superiori delle pareti. Masolino lasciò Firenze nell’estate del 1425, mentre Masaccio continuò i lavori, occupandosi da solo delle porzioni inferiori delle pareti, ma le lasciò incompiute nel 1428, quando si trasferì a Roma, ove-nello stesso anno-morì all’età di ventisei anni. Gli affreschi della cappella furono completati solo una sessantina d’anni più tardi, tra il 1481 e il 1485, per opera di Filippino Lippi.

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Filippino Lippi, La disputa dei Santi Pietro e Paolo con Simon Mago e la Crocifissione di San Pietro, affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

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Filippino Lippi, San Pietro liberato dal carcere, affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine, Cappella Brancacci

Il lavoro di affresco della cappella fu commissionato dal ricco mercante di seta Felice Brancacci, caduto in disgrazia pressi i Medici proprio mentre questi erano prossimi all’ascesa al potere, e da essi esiliato nel 1436. Ciò spiega i ritardi nel completamento dell’opera, che fu probabilmente ripresa solo in seguito alla riabilitazione degli eredi di Brancacci.

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Cappella Brancacci, immagine panoramica, affresco, Firenze, Santa Maria Del Carmine

Masolino e Masaccio lavorarono separatamente a scene diverse, pianificando accuratamente i loro interventi in modo da poter operare contemporaneamente. Essi usarono un solo ponteggio dipingendo scene contigue, in modo da evitare una netta separazione tra le loro opere, che avrebbe creato maggior squilibrio rispetto a una divisione “a scacchiera” come si vede oggi. Sul ponteggio di forma rettangolare l’uno dipingeva la scena sulla parete laterale, l’altro su quella frontale, per poi scambiarsi i compiti sul lato opposto. Con questo metodo venne sicuramente eseguito il registro superiore e la parte delle lunette, mentre l’interruzione dei lavori comportò la mancata applicazione nel registro inferiore.

Una questione molto dibattuta è quella degli aiuti che i due pittori si offrirono reciprocamente in scene destinate all’uno o all’altro. Alcuni studiosi tendono ad escludere che ciò sia avvenuto, altri, basandosi su confronti stilistici, sono invece convinti del contrario. Per esempio si attribuiva in genere a Masaccio lo schema prospettico della Guarigione dello storpio e Resurrezione di Tabita perchè identico a quello del Tributo(affresco esclusivo di Masaccio), ma, invece, pare venne elaborato da entrambi. A Masaccio sono attribuite le montagne realistiche nella Predica di San Pietro  mai più  dipinte in lavori successivi, mentre a Masolino è attribuita la testa del Cristo nel Pagamento del Tributo, dolcemente sfumata come quella dell’Adamo nella Tentazione di Adamo ed Eva.

Il tema della decorazione ad affresco è quello della historia salutis, cioè la storia della salvezza dell’uomo, dal peccato originale all’intervento di Pietro, quale diretto erede di Cristo e fondatore della Chiesa romana. Le fonti del complesso sono la Genesi, i Vangeli, gli Atti degli Apostoli e la Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. Pietro è sempre riconoscibile negli affreschi di ciascuna mano, per via dell’abito verde scuro con il mantello arancione e per la tipica capigliatura corta e bianca, corredata da barba.

La cappella era originariamente organizzata su tre registri, coperti da volta a crociera dove nelle vele si trovavano i quattro Evangelisti di Masolino, oggi sostituiti dalla cupola con gli affreschi di Vincenzo Meucci.

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Vincenzo Meucci, La cupola della cappella Brancacci, Firenze, Santa Maria Del Carmine

Pietro Apostolo, primo papa, era il protettore di Pietro Brancacci, il fondatore della cappella, e della famiglia Brancacci in generale. Pietro era anche l’apostolo fondatore della Chiesa Romana, dal cui potere discendeva quello del papa, per cui celebrandolo si celebrava il papato stesso, in linea con la politica filo pontificia rivolta al papa Martino V e condivisa dalla maggior parte dei fiorentini dell’epoca, e dai Carmelitani, patroni della chiesa del Carmine. La presenza di scene della Genesi (Peccato originale e Cacciata dal Paradiso Terrestre) si collegano infatti al tema della salvezza dell’umanità operata dal Signore proprio attraverso Pietro. L’accostamento delle storie di Pietro a quelle della Genesi inoltre, potevano essere lette come un parallelo tra  la Creazione di Dio e la fondazione della Chiesa da parte di Pietro, e la ri-creazione, voluta da Martino V della sede romana dopo il lungo scisma d’Occidente. 

Alcune scene, rare in altri cicli pittorici, sembra che furono scelte per esprimere una posizione riguardo all’istituzione del catasto fiorentino, all’epoca già nell’aria (venne avviato nel 1427), con il quale si introduceva, per la prima volta in Italia, un sistema di tassazione proporzionale basato sul reddito, che attingeva in maniera maggiore dalle ricchissime famiglie della borghesia di mercanti e banchieri. In questo senso, scene come il Pagamento del Tributo e la Distribuzione delle elemosine e la Morte di Anania, sembrano dipinte proprio per ribadire la necessità civile e religiosa di pagare le tasse per il bene dell’intera comunità.

Il realismo con cui i tre artisti, Masolino, Masaccio e Lippi hanno rappresentato le figure divine, la notevole emotività ed espressività conferita loro, dimostra  che i pensieri dei pittori fossero naturalmente legati alle vicende del mondo. La pittura tardo gotica con la sua dimensione spazio-temporale tanto astratta, è stata dissolta. Gli eventi celesti vengono umanizzati e aggiornati in modo da essere di facile comprensione per tutti i fedeli.

Giorgio Vasari (1511-1574) sosteneva che sono stati i pittori del primo Quattrocento, come Masaccio, a fare il primo passo verso un’arte pervasa sì, dalla tensione, ma anche carica di realismo e verità. Tale rinascita, comunque, non fu tanto una resurrezione delle forme “all’antica”, quanto piuttosto un nuovo senso della dignità dell’essere umano quale oggetto della raffigurazione artistica.

                                                                        Lucica Bianchi

IL TRIONFO DI KAINO – Fatti, misfatti e personaggi in forma casuale, non premeditata

 

G. A B R A M –  C O R N E R 

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G.Abram è un artista scultore in bronzo. vive e lavora a Delebio (Sondrio), dove ha studio e laboratorio. Egli è da sempre un appassionato cultore delle cose del passato, di cui saltuariamente e senza premeditazione, fornisce resoconti e rapidissimi ritratti di personaggi senza particolare riguardo alla loro notorietà e senza la pretesa della scientificità, bensì col chiaro intento della divulgazione attraverso una comunicazione semplice e divertente alla portata di tutti. Corre voce che chi scrive in modo oscuro o è un somaro o un ciarlatano, G.ABRAM ha ottenuto coi suoi scritti di essere il meno possibile l’uno e l’altro, essendo consapevole che la condanna senza redenzione di chi scrive è la noia di chi legge. Certo l’autore non è un comunicatore asettico e imparziale, egli ha le sue simpatie, le sue ripugnanze, le sue tenerezze e i suoi rancori, che però mai inficiano la pagina o sporcano il giudizio a volte compassionevole e a volte tagliente. Ovviamente tutto è opinabile, discutibile, accettabile o rifiutabile secondo le proprie convinzioni, sensibilità e inclinazioni, importante però è non far assurgere la propria esperienza, cultura o giudizio a fattori insindacabili, altrimenti la caduta nel fanatismo diventa inevitabile. Questa piccola opera non è rivolta “all’Intellighenzia” né ai magnati della cultura ufficiale e ufficiosa, bensì alla gente comune che desidera avere un’opinione chiara sui fatti, luoghi e personaggi dei tempi che furono, senza eccessive implicazioni ideologiche.

(Tratto dal prologo del libro “Il Trionfo di Kaino”, di G.ABRAM; ediz. El Tiburon, 2004)

Pubblicato online dal giornale “I Tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

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L’artista G.ABRAM

RITUALE E MAGIA

E’ difficile per noi mettere in rapporto con le creazioni dei nostri artisti, le attività dell’uomo preistorico se ce lo immaginiamo intento a eseguire rituali mentre dipinge sulle pareti delle caverne. In realtà, la connessione è più stretta di quanto immaginiamo. Abbiamo visto che due degli elementi principali dell’arte preistorica sono la magia e il rituale; ora, tutti e due questi elementi, in una forma o nell’altra, esistono nelle arti del nostro secolo.

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Incisione rupestre di Alta, Norvegia, risalenti alla fine dell’età della pietra.

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Incisione rupestre di  Tadrart Acacus, Libia, età della pietra

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Incisione rupestre nella regione libica di Tadrart Acacus

Queste figure, e tante altre ancora, risentono della credenza degli uomini primitivi , secondo cui riproducendo pittoricamente un animale si acquista su di lui un potere magico di vita o di morte, nonché le abilità fisiche di quell’animale.

Anche se ha pochi legami con le arti delle nostre società altamente industrializzate, la magia svolge ancora una funzione di primo piano nelle arti dei popoli primitivi esistenti oggi. I Sepik della Nuova Guinea, i Bacuba del Congo, le molte tribù delle foreste dell’Amazzonia, gli aborigeni australiani sono solo alcuni fra le centinaia di popoli primitivi che praticano l’arte-magia nei loro canti, danze, drammi, sculture o pitture.

Consideriamo per esempio gli aborigeni australiani, molti dei quali hanno ancora pochi contatti col mondo esterno. Uno dei temi comuni della pittura aborigena sono i cosiddetti wondjina (visi dalla forma vagamente umana, con macchie al posto degli occhi e del naso ma senza mai un accenno di bocca) che troviamo dipinti e ridipinti infinite volte.

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Esempio di dipinto aborigeno con l’immagini di “wondjina”

Perché questi dipinti? “Per provocare la pioggia” dicono gli aborigeni, i quali credono che il solo atto di dipingere i wondjina possa assicurare le piogge, la benedizione più sospirata nelle aride regioni australiane. E’ perché i wondjina non hanno bocca? Perché, se l’avessero, la pioggia scorrerebbe a torrenti e provocherebbe inondazioni.

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Una copia di wondjina, senza la bocca, e con 2 macchie al posto dei occhi.

Dunque la magia, in quanto motivo di creazione di oggetti artistici, sopravvive nell’arte dell’XX secolo soprattutto presso i popoli primitivi; ma l’altro elemento dell’arte preistorica, il rituale, è insito in tutte le arti in ogni tipo di società. Prendiamo un esempio: in Grecia i rituali dionisiaci portarono al sorgere del teatro greco, con Aristofane e Eupoli (commediografi attivi ad Atene nella metà del V secolo a.C.) e Filemone e Menandro (attivi ad Atene nel IV-III secolo a.C.).

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Dionisio e Arianna a banchetto, in una brocca attica a figure nere

Le loro opere di questi commediografi si rifanno ad una serie di rituali ed eventi di diverso genere.

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Vaso etrusco raffigurante una scena di battaglia tra opliti e cavalieri greci.

Anche in tempi moderni il rituale ha avuto una parte enorme nella vita dei popoli e nella loro arte: pratiche religiose, processioni solenni e cerimonie, parate tradizionali, adunate politiche, incontri sportivi, carnevali implicano ognuno un tipo di rituale e ognuno di essi, a sua volta, richiede un genere d’arte. Per i carnevali e le adunate si preparano maschere e cartelli; per le assemblee politiche o d’altro genere si decorano le sale con bandiere, nastri colorati, palloni, eccetera; per molte cerimonie solenni, infine, compositori, pittori, scultori e altri artisti sono incaricati dell’esecuzione di opere che ricordino l’avvenimento.

Citiamo alcuni esempi: il kedivè d’Egitto celebrò l’apertura del Canale di Suez facendo costruire al Cairo un nuovo teatro dell’opera e commissionando a Giuseppe Verdi un’opera d’ambiente egiziano, l’Aida, rappresentata per la prima volta nel 1871. Nel 1950 Pablo Picasso disegno una colomba simbolica che fu riprodotta in molti parti del mondo su bandiere e manifesti in occasione di adunate per la pace.

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 Pablo Picasso, La colomba per la pace

Poco prima di morire, nel 1954, un contemporaneo di Picasso, Henry Matisse, disegnò decorazioni e paramenti a colori vivaci e a soggetto prevalentemente astratto per la cappella di un convegno a Vence, in Francia.

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Le decorazioni realizzate da H.Matisse per la Cappella del Rosario a Vence, Francia

Perciò il rituale è oggi uno stimolo all’arte tanto importante quanto lo è stato per i nostri antenati delle caverne, ma è spesso uno stimolo esterno: infatti, i rituali possono richiedere opere le cui ragioni sociali o religiose non rispecchiano le convinzioni personali dell’artista. Quello stimolo interno che viene dall’intimo dell’artista lo chiamiamo facoltà creatrice. Spesso ci si domanda se questa abilità, questa facoltà creatrice sia innata o acquisita: naturalmente, nessuno nasce con tali doti artistiche da poter fare a meno dell’educazione delle proprie capacità, ma è altrettanto ovvio che il solo addestramento non basta a fare di un uomo un artista. In conclusione, per tutti gli artisti l’istruzione professionale e l’abilità innata sono condizioni essenziali.

                                                              Lucica Bianchi