LA LATTERIA VALENTI DI TALAMONA: UNA STORIA DI SAPERI E DI SAPORI

TALAMONA 19 settembre 2015 seconda e ultima serata dell’iniziativa “TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA”, nel contesto delle GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO 

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l’allestimento per la serata 

IN OCCASIONE DELLA SECONDA E ULTIMA GIORNATA EUROPEA DEL PATRIMONIO UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DEL CIBO TIPICO COME MOTORE DI CIVILTA’ E IDENTITA’ CULTURALE di Antonella Alemanni

Nell’edizione di quest’anno la coincidenza delle giornate europee del patrimonio con l’evento internazionale di EXPOMILANO 2015 dedicato al cibo offre svariate opportunità di progettare eventi, momenti di riflessione, di condivisione o di dibattito intorno al tema dell’alimentazione, ma non soltanto dal punto di vista di sostentamento, ma anche come patrimonio tradizionale e identitario di una comunità. Il cibo ha da sempre occupato un posto centrale nel rapporto tra uomo e natura, tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Questa è una realtà caratterizzata da una forte dimensione sociale che si rifletteva non solo in tavola, ma anche nei rapporti di convivenza e di lavoro all’interno di una comunità. In questa chiave di lettura l’alimentazione nonché la produzione del cibo si presenta come un fenomeno alquanto sfaccettato e composto nel suo interno da un insieme di aree funzionali che rendono il cibo un vero e proprio fatto sociale estremamente ricco e rispondente ad una forma plastica di rappresentazione collettiva. Su queste premesse, l’evento di stasera si propone attraverso un suggestivo itinerario di esplorare il mondo della produzione casearia nei suoi aspetti sociali e culturali mettendone in risalto da un lato le complesse relazioni con le emozioni individuali e simboliche e dall’altro le caratteristiche di consumo, di elemento economico e identitario. Così Lucica Bianchi, assessore alla cultura di Talamona ha presentato i contenuti di questa serata alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.45 “un viaggio che parte dal nostro passato per traghettarci nel presente” lo ha definito il sindaco Fabrizio Trivella, intervenuto subito dopo “un percorso per organizzare il quale tutti in amministrazione abbiamo messo impegno e passione”. Un viaggio svoltosi con la partecipazione di Vincenzo Cornaggia, presidente del consorzio per la tutela del Bitto storico e Casera, ma soprattutto in compagnia di un Virgilio d’eccezione: Simona Duca ex assessore alla cultura e ora volontaria animatrice della biblioteca e di molte sue serate (quelle che non anima le presenta) che questa sera ha illustrato la storia della latteria Valenti argomento della sua tesi di laurea.

Breve intervento di Vincenzo Cornaggia

Il consorzio per la tutela del bitto e del casera è nato da un’esigenza dei produttori e delle loro cooperative di proteggere dei prodotti che fanno parte della tradizione come appunto il Bitto e il Valtellina Casera. Quest’ultimo risale al Cinquecento mentre il Bitto ha origini addirittura celtiche, ma senza una denominazione che permette di identificarlo sul mercato non avrebbe il potenziale che ha invece avuto. Il consorzio è nato grazie all’impegno di tutti coloro che fanno parte della filiera produttiva di questi prodotti tipici dagli stagionatori ai commercianti. È nato nel 1995 quindi è un consorzio relativamente giovane. Nel 1996 siamo riusciti ad ottenere la DOP (denominazione origine protetta) per i nostri prodotti e questo ha comportato un ulteriore impegno del consorzio che ha dovuto dotarsi di un organismo di controllo che è il CSQA, ha dovuto supportare tutti i soci per quanto riguarda le pratiche burocratiche e dare una mano nella produzione. Oggi questa scelta sta pagando in modo giusto e corretto perché chi fa parte di questo circuito riesce tutt’ora ad avere un prezzo decoroso del latte mentre chi purtroppo resta fuori in questo momento è veramente in sofferenza quindi ben vengano le tradizioni e i modi giusti e corretti di valorizzarle.

Intervento di Simona Duca: il lungo cammino della latteria Valenti 

Simona Duca ha raccolto, nel corso di tre anni di lavoro per la sua tesi di laurea, l’avventura umana, sociale e culturale della latteria Valenti tuttora attiva. Una storia che stasera ha condiviso col pubblico tramite una presentazione interattiva e una narrazione animata. Una storia che Simona ha fatto partire da una data, quella dell’Expo di Milano del 1881. In quell’occasione la latteria Valenti, aperta ufficialmente da un anno, ha ricevuto un importante riconoscimento per la più che ottima qualità del suo burro: una medaglia d’oro di prima categoria e un premio in denaro di mille lire che all’epoca erano una cifra non indifferente. Un risultato per nulla scontato, punto di arrivo di un’avventura travagliatissima che parte da lontano. Bisogna tornare indietro di circa trent’anni per capire questa storia, nella Valtellina di metà Ottocento, una terra alla deriva sotto tutti i punti di vista: ambientale, sociale, umano, culturale. A quell’epoca il nostro territorio faceva ancora parte dell’impero austroungarico. L’imperatore, a seguito di una ispezione territoriale, istituisce una commissione di inchiesta formata da vari studiosi, scrittori, soprattutto agronomi, capeggiata dall’agronomo Stefano Iacini, uno dei migliori nel suo campo all’epoca, il quale conclude che lo sfruttamento intensivo dei boschi e l’abbattimento scellerato degli alberi ha portato ad un vero e proprio cambiamento climatico (e pensare che nel Cinquecento, almeno a Talamona c’erano statuti avanzatissimi per disciplinare lo sfruttamento dei boschi, possibile che sono bastati poco meno di tre secoli per dimenticarseli? Ndr) un cambiamento che ha avuto come conseguenze più alluvioni e grandinate che hanno devastato i raccolti. La popolazione si è trovata dunque indebolita dalle carestie e dunque più esposta alle malattie, dovute appunto in parte al clima pessimo e in parte alla scarsa alimentazione, malattie come tubercolosi, scrofolosi, pellagra, rachitismo. Una popolazione talmente sofferente che ha fatto si che proprio in quegli anni la parola cretino entrasse nel vocabolario come sinonimo di valtellinese. Come se non bastassero le malattie delle persone, anche le viti e i bachi da seta, le risorse economiche principali, si ammalavano. Come conclusione della sua inchiesta Iacini scrisse: il 90% della popolazione valtellinese vive in condizioni di poca fortuna (il che voleva dire arretratezza e indigenza con la gente che arava persino i pochi campi coltivati senza usare gli animali per la maggior parte). Fino al 1859 occuparsi di queste problematiche era competenza degli austriaci. Dopo il 31 maggio 1859 diventa competenza del Regno d’Italia del quale la Valtellina entra a far parte un paio d’anni prima dell’unificazione e della proclamazione ufficiale il 17 maggio 1861. A chiunque se ne occupi comunque resta il problema di capire come bisogna agire per risolvere la situazione. Gli austriaci finchè il compito è toccato a loro hanno provveduto a rimboschire abbassare le tasse e ad istituire una lotteria per i poveri nell’ambito della quale tutti quanti erano obbligati a comprare almeno un biglietto, persino i religiosi. Dal 27 luglio 1860 ha inizio il Risorgimento in Valtellina anche grazie all’operato di Luigi Torelli colui il quale ha issato la bandiera sulla cima del Duomo durante le Cinque Giornate di Milano e che in quella data di luglio istituì una sorta di commissione, un Consorzio Agrario, che strappò al governo italiano la promessa di abbassare le tasse e di poter trattenere sul territorio valtellinese il 48% delle riscossioni da reinvestire per il rilancio. Di questa commissione faceva parte anche Clemente Valenti. A questo punto bisognava accordarsi circa le risorse su cui puntare per il rilancio territoriale. Il territorio valtellinese già dal Quattro-Cinquecento era per la maggior parte coltivato a vite a terrazza (che svettano orgogliosamente ancora oggi lungo la strada verso Sondrio ndr) ma facendo parte di un’Italia unita non era pensabile riuscire a porsi sul mercato col vino dovendo competere coi vigneti piemontesi, toscani e quant’altro anche se per la maggior parte i consorziati erano proprietari di viti ed era nei loro interessi tentare questa strada. Nemmeno i bachi da seta risultarono una risorsa praticabile. Ci voleva qualcosa di peculiare del territorio. Di certo non i prodotti agricoli, assolutamente improponibili vista la vicinanza con la ricca e fertile pianura padana. Restava a questo punto l’allevamento. I pascoli crescevano spontanei e non si ammalavano, erano abbondanti, la transumanza era una tradizione di lunga data. Le bestie sane e nutrite producevano latte da cui i valtellinesi sapevano trarre ottimi prodotti derivati. Ecco dunque la risorsa giusta su cui puntare: i prodotti caseari considerando che i valtellinesi si ritenevano i migliori casari sulla piazza. Il primo banco di prova per testare questa risorsa si presentò in occasione dell’Expo di Parigi del 1878 una delle prime manifestazioni a dare ampio spazio alla produzione di formaggi anche perché pure i francesi coi loro 150 mila tipi di formaggi diversi avevano un certo talento in materia e oltretutto la furbizia di organizzare l’Expo in primavera- estate in un’epoca senza frigoriferi che rendeva impossibile a tutti i Paesi partecipanti (tranne ovviamente il loro) trasportare formaggi freschi. Va da sé che i francesi si regalarono praticamente una vittoria schiacciante. Il secondo posto lo ebbero a pari merito Inghilterra e Svizzera che presentavano formaggi stagionati, invecchiati anche di molti anni giudicati innovativi che più invecchiavano più acquisivano qualità. Al terzo posto Olanda e Austria. Gli olandesi avevano introdotto un nuovo tipo di margarina chiamato burrina e gli austriaci un burro fatto di autentico burro per il 40% e poi arricchito per il restante con polvere di patate. L’Italia ottenne una menzione speciale per la vasta tipologia di formaggi grazie alla quale avrebbero potuto tener testa ai francesi se non fosse che si trattava di prodotti non commerciabili perché non vi erano metodi precisi per produrli. Ogni casaro lavorava autonomamente con metodi empirici nella sua cantina ognuno si faceva la sua forma diversa dalle altre. Questo è stato l’aspetto penalizzante. La peggio comunque l’hanno avuta i formaggi spagnoli giudicati letteralmente insipidi e dall’aspetto zozzo. Dopo l’esperienza tutto sommato incoraggiante dell’Expo al Ministero dell’Agricoltura ci si industriò a rendere commerciabili i prodotti caseari introducendo delle normative e dei protocolli di produzione unificati e istituendo tre scuole di formazione per casari e direttori di latteria. Una scuola superiore di agricoltura a Milano e due stazioni sperimentali, una a Reggio Emilia e una a Lodi. Da queste scuole i migliori passavano direttamente agli stage in Svizzera e poi in Danimarca a studiare Chimica poiché le università nordeuropee sono state le prime a mettere a punto prodotti chimici destinati all’industria casearia. Da queste scuole uscirono grandi nomi del settore come Gaetano Cantoni (che disse la storica frase il progresso si fa dove si produce il formaggio) e Carlo Pisona da Milano Luigi Manetti da Lodi e Luigi Zanelli da Reggio Emilia, autori di trattatelli molto efficaci sui metodi di produzione casearia. Una volta istituite le scuole bisognava fondare le latterie che andavano incentivate, così si istituirono con esse dei premi in denaro per la somma di 250 lire (una somma non da poco se si considera che per fondare la latteria Valenti ce ne sono volute 350) da assegnarsi alle latterie che rispettavano tre criteri di garanzia: in primo luogo la commerciabilità data da allevatori esperti e bestiame sano da metodi di produzione unificati e approvati a livello nazionale e dalla sperimentazione scientifica. Queste metodologie prevedevano la creazione di locali appositamente adibiti per la produzione e lavorazione del latte, un associazionismo rurale (il che voleva dire che i casari dovevano mettere insieme le loro risorse e il loro latte senza più fare ognuno per sé come si era sempre fatto precedentemente) sulla base delle quali fondare latterie a sistema sociale e non più turnario dove per sistema sociale si intendeva un unico casaro che per tutta la stagione seguisse interamente la produzione casearia, uno scelto tra tutti gli associati e non tutti gli associati a turno. Sulla carta insomma c’erano tutti gli elementi volti a favorire una maggiore commerciabilità dei prodotti. Tutte queste innovazioni però non significavano semplicemente dei ritorni economici, ma nelle intenzioni di chi li aveva messi a punto essi avrebbero dovuto portare anche a dei progressi socio culturali. Nuove metodologie unificate non potevano prescindere da una buona istruzione di base e dunque non erano più pensabili casari analfabeti. Ora per imparare il mestiere si studiava, si progrediva socialmente, associandosi si condividevano le risorse, le si ottimizzava, più risorse significava per gli stessi casari in primo luogo più ricchezza e benessere. Ormai il territorio lo si poteva considerare ufficialmente rilanciato e a confermare cio fu la definitiva consacrazione all’Expo del 1881. Bisogna però considerare che se le cose sulla carta sono abbastanza semplici da sistemare una volta trovato un percorso, non lo sono altrettanto nella realtà. La reticenza dei contadini che non si aprono alle innovazioni, alle collaborazioni, alla possibilità di imparare si è rivelata un ostacolo non da poco per Clemente Valenti che più di chiunque altro ha combattuto per portare nel territorio tutte le innovazioni finora citate, per creare la latteria di Talamona e renderla competitiva a livello nazionale in modo da concorrere per i premi messi in palio e ottenere tutti i vantaggi economici e socioculturali finora descritti. Una lotta che ha dovuto tener conto anche delle “lobby delle viti” all’interno del Consorzio Agrario che avevano tutto l’interesse di veder fallire il progetto della latteria per riportare l’attenzione nuovamente sulla produzione del vino. Tuttavia Baridelli, presidente del consorzio agrario e proprietario lui stesso di viti, decide, nel 1874 di dare un’opportunità a Valenti incaricandolo di occuparsi del progetto latteria per provare a portare in Valtellina le nuove normative e metodologie varate a livello nazionale per la produzione casearia un’opportunità che Valenti coglie al volo essendo fortemente convinto che il futuro è nelle latterie e potendo contare anche sull’aiuto e il pieno sostegno di Don Pietro Tirinzoni membro del comizio agrario che non ha interessi nel campo della viticoltura. Per prima cosa, affinchè tutto funzioni, bisogna prendersi cura delle mucche, perché sono loro a fornire materia prima. Valenti sfrutta la tradizione già presente sul territorio di far crescere tra le viti un po’ di erba per le mucche e si fa recapitare dalla Danimarca semi di trifoglio viola, una pianta che le mucche amano, per piantarla tra le viti. Nel 1875 poi è la volta della stesura, sempre da parte di Valenti, del primo statuto organico per le latterie sociali di tutta la Valtellina e della fondazione, nei locali a pianterreno di Palazzo Valenti, del primo nucleo di quella che diventerà la latteria Valenti che però chiuderà dopo tre settimane. Motivo? I contadini, come si è accennato prima. Reticenti, diffidenti gli uni verso gli altri, ma anche verso queste spinte progressiste, poco inclini ad attenersi ai regolamenti. Perdipiù visto che i finanziamenti regionali tardavano, Valenti, per avviare il tutto, si era visto costretto a richiedere a tutti i contadini 5 lire di tassa che nessuno poteva dare. A completare l’opera giunge, nel 1875, la morte di Pietro Tirinzoni. Sarebbe stata la fine se quell’anno le viti non si fossero ammalate di filossera permettendo a Valenti di continuare il suo progetto, perché, essendo le viti ammalate, il latte era ancora l’unica risorsa su cui puntare. Gli anni dal 1876 al 1879 vedono Valenti impegnato a scrivere lettere ai comizi agrari e al ministero dell’agricoltura e a prendere contatti (tramite uno zio, Geremia Valenti che vive a Milano) con la realtà delle scuole tecniche superiori di cui si è parlato precedentemente, in particolar modo con Gaetano Cantoni affinchè tenesse delle conferenze in Valtellina per indottrinare la popolazione. Simona a questo punto ha letto un estratto di una delle lettere febbrili scritte dal Valenti in quel periodo di lotta per un sogno. Le latterie sociali, convenientemente sviluppate, sono destinate a mutare le attuali infelici condizioni del nostro commercio del formaggio e ad apportare un benefico vantaggio alle popolazioni della nostra vallata. Gaetano Cantoni non verrà mai in Valtellina, manderà a sostituirlo Luigi Manetti che terrà due conferenze una a Morbegno e una a Grosotto per coinvolgere sia l’alta che la bassa valle. La reticenza dei contadini (e in parte anche dei membri del comizio agrario) giocherà un ruolo anche qui insieme ad una sfortunata combinazione di fattori. I comizi si sono tenuti dapprima in una domenica delle palme e comunque in periodo di fienagione. Un po’ per onorare le feste, un po’ per non trascurare i campi, quasi nessun contadino si presenta ai comizi del Manetti che dunque parla a Valenti al comizio agrario e a quei pochi contadini che si sono presentati, ma, a sorpresa, parla in dialetto e questo trasforma l’iniziale diffidenza in una certa simpatia anche se in realtà si trattava di interventi pieni di critiche. Manetti fa notare una cosa semplice. D’estate quando ci si ritrova tutti insieme in alpeggio si condividono le mucche, il latte, i locali per fare il formaggio la resa è maggiore rispetto che in inverno quando ognuno fa per conto suo e dunque perché non comportarsi tutto l’anno come in estate, associandosi permanentemente? A fornire ulteriori stimoli di miglioramento arrivano nel 1879 dapprima un concorso del Ministero dell’Agricoltura con il premio in palio all’EXPO di Milano del 1881 (quello che, come abbiamo già detto è stato vinto) e poi sempre dal ministero un aiuto economico di 250 lire stanziate per chiunque intendesse aprire una latteria. In Valtellina sorgono quelle di Talamona, Bormio e Grosotto che però per avere il premio in denaro devono fornire garanzie. Clemente Valenti nel frattempo è diventato sindaco di Talamona e può così garantire attraverso il comune. Nel 1880 scrive un nuovo statuto per la latteria sociale di Talamona togliendo dal regolamento le cinque lire di tassa che comparivano nel primo regolamento e aggiunge ai finanziamenti statali 140 lire di tasca propria. Nel complesso le spese serviranno a risistemare i locali di lavoro al prezzo di 233 lire e a prendere a noleggio i macchinari con tutto il restante. I locali li fornirà il pittore Giovanni Gavazzeni amico e dirimpettaio di Clemente Valenti che fornirà al prezzo d’affitto di 100-110 lire annue i locali al pianterreno della sua casa. Per lavorare nella sua nuova latteria Clemente Valenti vorrebbe casari che sappiano leggere e scrivere, ma in quegli anni il massimo cui può aspirare sono i semianalfabeti. Il primo assunto si chiamava Carlo Ciaponi che se la cavava coi numeri al punto che ogni allevatore portava in latteria la sua parte di latte contrassegnata da un numero, un’usanza che si è mantenuta nel tempo. Il regolamento della latteria è stato firmato il 18 gennaio 1880, la latteria sociale nasce ufficialmente il 27 febbraio (a Grosotto nacque qualche tempo prima, ma ancora con sistema turnario) e conta 41 soci e 65 mucche cifre destinate col tempo ad aumentare soprattutto dopo il successo all’EXPO Milano 1881. Un successo che se non si traduce in effettiva commerciabilità dei prodotti non serve. La produttività della latteria negli anni Ottanta dell’Ottocento si aggirava intorno a 50 kg di burro a settimana lasciando il restante latte per la lavorazione di formaggi magri e semigrassi che si vendevano a Morbegno e tuttalpiù a Lecco. Come espandersi? Preparando meglio i casari ad esempio. Nel 1883 la latteria Valenti diventa il secondo Regio Osservatorio di caseificio in Italia (il primo è Portici) cioè una scuola che prevedeva corsi teorici e pratici con tanto di stage da cui uscivano i migliori casari cui tutte le latterie, perlomeno dei dintorni, facevano riferimento, una delle prime scuole italiane ad ammettere dal 1885 anche donne molte delle quali madri che educando i figli trasmettevano loro quello che avevano imparato. Per studiare da Valenti arrivavano da tutt’Italia. A questo punto Simona ha letto un estratto della sua tesi, un aneddoto relativo ad un ragazzo sardo con tanto di lettera scritta dal medesimo. Nominati all’ultimo momento non fu semplice raggiungere Talamona (per i praticanti casari ndr). In particolar modo non tutti avevano le idee chiare sul corso, sullo svolgimento e soprattutto sul viaggio per raggiungere il paese. In particolar modo questo ragazzo scrive: sono stato nominato almeno per il prossimo trimestre del corso pratico e teorico di caseificio di codesta latteria con assegno di 50 lire mensili per pagare vitto e alloggio e mi dovrò trovare da lei entro il 15 corrente. Io non conosco codesti luoghi ne alcuno sa dirmi condizioni a riguardo del corredo del mio collocamento perciò mi rivolgo a lei, onorevole direzione, pregandola della gentilezza di indicarmi se gli alunni vengono alloggiati in uno stabilimento, in un albergo o in case private, quale bagaglio si deve portare cioè solo gli abiti o se sono necessari anche materasso e biancheria da letto e prego anche di indicarmi quali pratiche sono necessarie per procurarmi vitto e alloggio. Praticamente si andava alla ventura iscrivendosi già maggiorenni. Fortunatamente Clemente Valenti aveva molti riguardi verso i suoi allievi. I maschi alloggiavano nelle case nei dintorni della latteria mentre le ragazze al terzo piano del Palazzo Valenti con la servitù. Una  di queste ragazze, originaria di Osopo, anni dopo scriverà una lettera al Valenti per ringraziarlo di averla fatta sentire a casa e per mandare gli auguri di Natale con anche dei doni: un carretto giocattolo per il figlio Guido e una lingua salmistrata per lui e la sua gentil signora (i maschi invece scrivevano solo per richiedere lettere di raccomandazione quando volevano concorrere come direttori di latteria). Luigi Zanelli, formatosi a Reggio Emilia in visita nel 1885 in Valtellina dovette riconoscere gli alti standard di qualità raggiunti. Ma restava ancora da risolvere la questione della commercializzazione su larga scala dei prodotti. In tal senso un trampolino di lancio lo fornisce un’esposizione nazionale organizzata a Lodi nell’ambito della quale la Valtellina entra in contatto con ditte e commercianti a livello nazionale. Un po’ grazie a questi contatti un po’ tramite il passaparola i prodotti circolano, in particolar modo il burro, fiore all’occhiello, che nel 1886 sta sulle tavole degli alberghi di Montecarlo, ma che fa la sua bella figura anche negli alberghi valtellinesi in particolar modo alle terme di Bormio dove giunge un notaio di Roma, tale Cerretti,  che farà conoscere alla sua cerchia di conoscenti il burro valtellinese e contribuirà ad aprire i commerci con Roma. Col tempo i commerci si espandono in tutto il Piemonte, la Liguria parte della Francia, a Terni al Grand Hotel Europe e all’estero, a Londra ad Atene per circa un anno e ad Alessandria d’Egitto per poco meno (il problema era il trasporto, non c’erano le celle frigorifere, bisognava avvolgere il burro in stracci umidi e riporli in tole di latta rivestite con paglia). Fu anche per seguire queste rotte commerciali che  Clemente Valenti volle la stazione di Talamona. Gli inizi come sempre furono un po’ difficili. Un tale Melchiorre Sordi non riteneva il burro di Talamona commerciabile perché era di colore giallino e perdipiù aveva insinuato il dubbio che fosse impastato. Valenti si arrabbiò e il resto è storia. Una storia che lascia spazio anche alla leggenda, una leggenda che vuole che il nostro burro sia arrivato anche a Calcutta. In realtà era successo che una ditta londinese che commerciava anche a Calcutta avesse avanzato questa proposta, ma non se ne fosse fatto nulla poi. Sempre da Londra giunsero proposte per modernizzare la produzione, per adeguarsi ai gusti della gente che apprezzava i formaggi grassi, per fare i quali però bisognava non produrre il burro che era il prodotto di punta. Si pensò allora di innovare il burro, creando il burro salato. Da Londra avevano preparato le etichette, Valenti ha preso contatti coi direttori di latteria, ma gli allevatori non volevano saperne. C’è sempre nella popolazione questa tendenza a bloccarsi di fronte alla prospettiva di fare i salti di qualità veri e propri. Ma non si può non dare comunque merito al Valenti e all’avventura della latteria senza la quale noi tutti oggi saremmo molto diversi.

Non ho potuto fare a meno di pensare, mentre ascoltavo, a come il latte in questa storia abbia assunto un’ulteriore motivazione per essere definito fonte di vita. Non solo perché nutre gli infanti, ma perché l’ha resa migliore a tutti e a tutti ha dato l’opportunità di essere migliori.

Antonella Alemani

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TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA. SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA

TALAMONA 18 settembre 2015 la prima delle due serate dell’iniziativa TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA

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SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI E IL CANTO CORALE

UN SAGGIO DELLA DOTTORESSA FAUSTA MESSA E UN PICCOLO CONCERTO DEL CORO VALTELLINA PER UNA CELEBRAZIONE DELLA NOSTRA IDENTITA’ DI POPOLO

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Con la nuova amministrazione, vecchie iniziative di successo riaprono i battenti. E così eccoci qui stasera alla Casa Uboldi alle ore 20.45 a furor di popolo per la prima di due nuove serate nell’ambito dell’iniziativa delle giornate europee per il patrimonio, un’occasione unica per chi vi aderisce di riscoprire e valorizzare tutti quegli elementi che vanno a costruire e mantenere salda l’identità di un territorio e del popolo o dei popoli che lo abitano. Ed ecco che Talamona quest’anno in occasione di questa iniziativa si trasforma in uno scrigno di cultura “che si apre mostrando i suoi tesori” ha commentato l’assessore alla cultura Lucica Bianchi in chiusura di questa serata. Ma cominciamo da principio. Il tesoro che questa sera Talamona e tutta la sua comunità hanno voluto ricordare a se stesse non è un patrimonio immateriale o un capolavoro artistico (tutte cose peraltro molto importanti) bensì una persona, una persona che purtroppo non c’è più, ma che per più di una generazione di talamonesi ha significato molto, determinandone l’istruzione e la formazione. Stiamo parlando di Ines Busnarda Luzzi, colei alla quale è intitolata la nostra biblioteca e alla quale erano già state dedicate serate in un periodo in cui l’intera struttura della Casa Uboldi era ancora, per così dire, in rodaggio. Ed eccoci ancora qui tutti a ricordare di nuovo la figura di questa maestra che è stata anche una notevole scrittrice nonché un’istituzione socio culturale per Talamona che divenne sua patria d’adozione dopo il matrimonio.

Questa sera di fronte ad una platea di tutte le età  la dottoressa Fausta Messa (docente di materie letterarie in un liceo sondriese nonché direttrice dell’Istituto Sondriese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea) ha esposto i contenuti del suo saggio su questa importante figura pubblicato in un quaderno di studi intitolato SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA edito proprio dallo stesso istituto diretto dalla dottoressa Messa. Un saggio attraverso il quale è stato possibile scoprire (o riscoprire a seconda se si conosceva già la maestra Ines come tutti la chiamavano) la vita di questa donna, le sue opere tratte sempre dal suo vissuto personale e dalle memorie della sua terra. “libri dei quali non bisogna guardare la quantità quanto piuttosto il messaggio che sta dietro la sua produzione” ha esordito l’assessore alla cultura Lucica Bianchi introducendo l’intervento della dottoressa Fausta Messa “questa sera faremo appunto un viaggio alla scoperta di questo messaggio. Parlando proprio l’altro giorno con la dottoressa Messa, le riflessioni fatte in merito ci hanno portato sul territorio dell’Umanesimo. L’abbiamo chiamato così per esprimere quello che di più umano, di più profondo ognuno di noi può trovare negli scritti di Ines Busnarda Luzzi” a questo punto la parola è passata ufficialmente alla dottoressa Fausta Messa per il suo intervento suddiviso in più parti.

Ines Busnarda Luzzi una scrittrice di montagna

Buonasera a tutti sono molto contenta di essere qui stasera ad omaggiare questa scrittrice che mi ha molto colpito quando ho letto le sue opere proprio nella biblioteca a lei intitolata. UNA SCRITTRICE DI MONTAGNA è il sottotitolo del mio saggio intitolato ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI. Qualcuno si chiederà come mai ho scritto questo saggio e poi l’ho pubblicato in un quaderno dedicato agli studi sulla Resistenza. Ho pensato che fosse giusto perché, leggendo i libri di Ines Busnarda Luzzi e avendola anche conosciuta avendo conosciuto la figlia Giulia qui presente stasera tra il pubblico, ho pensato fosse doveroso renderle questo omaggio in virtù del suo impegno civile, sociale e culturale nei confronti della sua comunità. Lei credeva profondamente nei valori della Resistenza, quei valori che sono stati declinati nei principi fondamentali della nostra Costituzione, credeva molto nella giustizia, nel cammino che la Storia deve fare verso la giustizia, perché purtroppo questo cammino è sempre aperto e la fine di questo cammino ancora non si vede. Mi sembrava quindi giusto fare questo studio e pubblicarlo su questo quaderno, un quaderno speciale perché è uscito nel trentennale dell’Istituto ed è dedicato a una donna sindacalista e al suo interno contiene vari saggi dedicati a donne: donne semplici, donne colte, comunque tutte unite dall’ideale dell’istruzione e dell’educazione perché tutte sono state maestre, chi di sartoria, chi maestra elementare, comunque tutte innamorate della cultura e soprattutto animate dal desiderio di comunicarla. È molto bello a proposito che in queste serate si celebri la cultura perché mi sembra che Ines sia stata una signora della cultura, un’animatrice culturale, una dispensatrice di cultura, sia della cultura alta, che lei ha sempre amato fin da quando era bambina e sui banchi di scuola ha cominciato a leggere e a scrivere dimostrando fin da subito la sua vocazione per la scrittura, sia la cultura contadina, agropastorale che lei ha riscoperto in età adulta.

Dalla costiera dei Cech al Mondo attraverso uno sguardo femminile

Io anni fa avevo letto CASE DI SASSI nell’edizione del 1982. Adesso mi è capitato di rileggere l’edizione successiva che credo sia del 1984 e ho trovato una pagina che non avevo visto precedentemente che mi ha dato la conferma di alcune cose che avevo già intuito. Scorrendo la bibliografia messami a disposizione dalla figlia di Ines insieme a queste splendide fotografie di famiglia, avevo visto che Ines aveva scritto in maniera molto viva soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Aveva scritto anche precedentemente, ma il corpus più significativo della sua opera lo si ritrova proprio a partire dagli anni Ottanta e così avevo pensato: Ines era ormai in pensione dal 1978, i suoi figli erano grandi e poteva dedicarsi maggiormente alle sue passioni e avrà voluto scrivere, ma scrivere, ma scrivere che cosa? Evidentemente all’improvviso Ines si era resa conto che quel mondo da cui lei proveniva, quel mondo che l’aveva fatta crescere e maturare, diventare donna e maestra, quel mondo non c’era più, era sparito, perché ormai anche i piccoli paesi di montagna si spopolavano, non c’era più un’economia basata sull’agricoltura e sull’allevamento, soprattutto in montagna. Allora, ho pensato, le sarà sorta dentro l’onda dei ricordi e di tutte le narrazioni che la sua prima maestra ed educatrice, sua madre, nel corso della vita le aveva fatto e probabilmente Ines ha sentito il bisogno e il dovere morale di far rivivere quel mondo, un mondo durissimo, nei confronti del quale Ines non aveva nessuna nostalgia, un mondo che non aveva nessuna voglia di riproporre ai giovani quel modello di vita che lei aveva vissuto e da cui in un certo senso aveva anche cercato di scappare studiando, diventando maestra e quindi spezzando quella catena che sembrava appunto costringere tutti gli abitanti del suo paese di Naguaredo, ma anche tutti gli altri paesi di montagna, a restare legati al lavoro durissimo di quei pochi appezzamenti di terreno che si riusciva a strappare e a dedicarsi all’allevamento riuscendo semplicemente a sopravvivere. Si lavorava moltissime ore senza riuscire ad accumulare molto di più dello stretto necessario. Dunque a distanza di tanti anni Ines sente il dovere morale di trasmettere ai giovani un mondo che non c’è più, un mondo difficile nei confronti del quale però bisogna essere riconoscenti. Se noi tutti ora stiamo meglio e siamo riusciti a raggiungere determinati traguardi di cultura e civiltà lo dobbiamo infatti anche a tutti quei nostri antenati che si sono sacrificati così tanto proprio per mantenere la terra e per trasmetterla poi in eredità ai loro figli tant’è vero che Ines scrive (tratto da CASE DI SASSI ndr) nella dolce e tribolata terra di Naguaredo passava in quel tempo la mia fanciullezza e quella dei miei coetanei. Ma l’adolescenza ci separava, portava i maschi a Roma a fare i commessi di bottega e lasciava noi ragazze a coltivare insieme ai genitori campi, prati e selve belli all’apparenza sino alla poesia, ma succhiatori di energie e di sudori, tanto che senza quel contributo proveniente dalla forza delle braccia di giovani ed anziani rimanevano aridi e selvaggi come ora sono diventati. Tutto è diventato arido, ci dice Ines, selvatico perché nonostante la scienza ecologica venga insegnata a scuola e sia diventata di moda non ci sono più i pastori, le donne pastore e gli agricoltori di montagna che tengono pulita la terra, che raccolgono la legna caduta per terra e liberano i sentieri da erbacce e sterpi. Tutto è inselvatichito, il bosco avanza e si riappropria dei vecchi pascoli. Scrive ancora Ines in quel tempo nessuno di noi, giovani ed anziani, avrebbe potuto supporre che si potesse abbandonare quella terra a se stessa, che potesse venire il tempo in cui non si vangasse, non si seminasse, che si potesse fare a meno di coltivare e raccogliere i cereali che ci davano pane e polenta, che sarebbe venuto il tempo in cui molte specie di uccelli sarebbero emigrate per sempre dalla nostra terra, che i prati non si sarebbero più falciati ne che non ci sarebbe più stata una mucca in tutto il paese che con il suo bronzino dal suono d’argento vi avrebbe pascolato d’autunno. Quindi rendendosi conto di questo  Ines decide di ripercorrere a ritroso quel mondo, di ritrovare se stessa bambina. Lei ormai è una donna adulta, un’insegnante a riposo, non è più quella persona che viene da quel mondo però fa lo sforzo di ritrovare se stessa bambina e lo sguardo con cui lei bambina si rivolgeva a quel mondo.

Raccontare per vivere: le parole come atto d’amore e di educazione tra madre e figlia

Sicuramente, e io questo l’ho percepito moltissimo, la voce narrante che è scaturita dentro al suo cuore nel suo ricordo era la voce della sua mamma, un personaggio che è la voce narrante e protagonista del capolavoro di Ines intitolato NASCERE SOTTO UNA STELLA. In questo libro Ines chiama sua madre Erminia. I personaggi del libro sono tutti reali, ma Ines, per una sorta di pudore personale e di rispetto verso i compaesani, attribuisce a ciascuno uno pseudonimo. Il libro da anni non è più ristampato ed è diventato introvabile, ma per molte persone è stato ed è ancora significativo per ritrovarci dentro ognuno la storia dei propri “vecchi”. Leggendo questo libro ho dunque capito che il flusso del racconto, il narratore primario è proprio la madre. Io immagino che, nella durezza della vita che la madre di Ines aveva condotto, forse l’unica consolazione e svago era raccontare e confidarsi con sua figlia e in questo modo insegnarle e prepararla alla vita con un’educazione molto severa e intransigente perché la vita è dura e i giovani devono essere attrezzati per affrontarla. Questo è ancora, io ritengo, un grande insegnamento di Ines Busnarda Luzzi: l’educazione deve essere severa, non si può essere blandi perché altrimenti, anche se non viviamo più sui monti, la vita ovunque ci mette di fronte a delle prove nonostante la tecnologia e le comodità cui ci siamo abituati.

La memoria materna: essere donna, essere uomo, l’amore

Dunque tutta la memoria materna nutre il racconto di Ines. La madre che l’aveva sempre sostenuta nel suo desiderio di studiare e che aveva poi felicemente salutato la sua unione con un professore di matematica anch’egli proveniente dal mondo contadino. La memoria materna per Ines prende corpo soprattutto nel già citato romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA di cui ora leggerò l’incipit, secondo me un inizio di romanzo veramente riuscitissimo e molto raffinato. Ines dopo aver raccolto i materiali preparatori e i suoi ricordi in CASE DI SASSI pubblicato nel 1982 si cimenta poi con questo romanzo in una prova molto più difficile che è la stesura appunto di uno scritto letterario e anche di un certo spessore una saga familiare il cui inizio è molto denso: come al solito si svegliò al primo nghenghe della bambina. Doveva essere ancora presto e doveva aver dormito ben poco data la fatica e la sofferenza che le procurava quel risveglio. Il cuore le mancava e la mente le oscillava paurosamente fra realtà e sogno tuttavia, prima che la piccola riprendesse i vagiti Erminia riuscì a muoversi e spostarsi a destra sull’orlo del letto cercando di non pesare troppo sul saccone di grano turco per non farlo scricchiolare. Scivolò verso i piedi del letto e strisciò fuori tastando il pavimento coi piedi nudi evitando di toccare la culla. Quando fu in piedi la toccò con le mani, la guardò lungo gli orli ondulati fino ai pomelli degli angoli e si orientò verso la vocetta che stava diventando acuta, avvolse l’esserino nelle coperte, la strappò dal pagliericcio e se la strinse al petto. La bimba sentendosi muovere ed avvertendo la presenza della madre per un attimo tacque. Erminia cercò con i piedi i suoi zoccoli. Il pavimento di calcestruzzo era gelido come tutto l’ambiente intorno. Li trovò ma nell’infilarseli i chiodi dell’uno batterono contro quelli dell’altro. Erminia s’irrigidì tutta, trattenendo il respiro. La voce insonnolita, ma già un po’ stizzita di suo marito la sciolse e le bruciò il cuore. – eri già fuori? Non si può più dormire qui! Chi lavora avrebbe il diritto di dormire! Non sei capace di regolarla in modo da farla dormire una notte? Cos’ha in corpo quella lì?- Erminia sentiva bollirsi dentro rabbia e dolore, ma siccome era più il dolore le si formò un nodo alla gola e la voce le uscì strozzata – è che ha fame, non ho potuto darle latte a sufficienza, ora provo ancora tu dormi, vedrai che poi dormirà anche lei-. A questo punto Erminia cerca di allattare la bambina. In casa non avevano una mucca da latte, non avevano niente e lei era devastata dalla mastite che le faceva uscire dal seno più sangue che latte e rendeva l’allattamento molto doloroso. Dunque Erminia è disperata. La porta della stanza si aprì con un lieve cigolio. Batté contro la parete –allora? Non vuole mangiare o non ne hai?- scattò aspro il marito. Erminia sobbalzò al rumore e alla voce improvvisa –ohimè lei succhia poverina ha fame- rispose – ma io sono tutta una piaga e ne esce più sangue che latte- -ho capito- disse ironico lui –nemmeno a latte sei buona-. Ecco come questo inizio fa capire quale modello di uomo e di donna Ines interiorizza. L’ambiente era aspro e duro per tutti e il matrimonio non era certamente basato sugli affetti, sullo scambio di sentimenti, sul prendersi cura l’uno dell’altra, sulla tenerezza. Tutti questi sentimenti emergono un poco tra gli anziani e coi bambini, ma non più di tanto. Tra marito e moglie c’era una sorta di contratto economico e un aiutarsi l’un l’altro per lavorare e per venirsi incontro nelle fatiche domestiche e della campagna per poter tirare avanti e sopravvivere alla miseria perché la miseria era dura e il destino dei maschi già a dieci-dodici anni era quello di andare via di casa presto per andare nelle città a lavorare ed essere impiegati come garzoni per sedici ore al giorno e pagati pochissimo, perché pur essendo la montagna già spopolata (il paesello di Naguaredo aveva all’incirca cento abitanti nel 1920) la terra non era sufficiente a sfamare tutti e dunque i maschi dovevano andare a lavorare a bottega in qualche grande città, Roma soprattutto, per riuscire ad accumulare una miseria e mentre erano via alleggerivano l’economia famigliare. Per quanto riguarda le bambine facevano la scuola dell’obbligo. Le più fortunate riuscivano ad arrivare in quarta elementare, qualcuna in quinta, ma poi anche il loro destino era quello di lavorare. Persino i giochi dei bambini avevano in fin dei conti una finalità pratica. Ines descrive questi giochi in CASE DI SASSI giochi che in qualche modo dovevano abituare i bambini alla durezza della vita, abituarli ad andare poi col bestiame al pascolo, andare a raccogliere i funghi, i mirtilli, la legna. Momenti di vero e proprio svago non ce n’erano mai, ma tutto era finalizzato all’utile, anche il rapporto con la natura che era un rapporto lavorativo, un rapporto che ne permetteva il mantenimento. In cambio della fatica dell’uomo la natura restituiva i suoi tesori e tutto si manteneva grazie a questo ciclo armonico fatto di povertà e di durezza che inquadrava anche i rapporti tra le persone, tra uomo e donna, le dinamiche famigliari. Il padre di Ines ad un certo punto emigra nel Connecticut per cercare un lavoro migliore rispetto a quello che il territorio poteva offrire, lasciando la madre sola ad occuparsi di tutto. Questa madre diventa un modello di donna tenace di montagna che lavora senza risparmiarsi anche più di uomo in campagna in casa in giro facendo quel che serve e grazie a questo suo impegno riesce a comprare una mucca che apporta latte e un maggior benessere in casa. Nonostante l’economia in casa cresca il sistema educativo è sempre rigido perché le difficoltà della vita sono sempre in agguato il padre al suo ritorno sarà severissimo e non perdonerà momenti di svago. Ines però vuole studiare appoggiata dalla madre. Quando anche il padre tornerà dall’America riuscirà a frequentare la quarta poi la quinta poi ad intraprendere il percorso che la porterà a diventare maestra e ad uscire dall’atavico cerchio di fatica che aveva sempre caratterizzato la vita dei suoi avi.

Vivere per raccontare: dalla memoria alla storia alla civiltà

Mentre la madre di Ines aveva raccontato per sopravvivere, per avere un appoggio affettivo, Ines, secondo me, a partire da un certo periodo della sua vita, vive per raccontare quindi il suo racconto si costruisce sul filo della memoria però non si limita a questo perché per lei la memoria non è nostalgia non si ferma al desiderio di rievocare i bei tempi andati dimenticandosi delle sofferenze come spesso succede. Quella di Ines è una memoria che si potrebbe definire militante, educatrice, la memoria di una donna di cultura, insegnante che è sempre insegnante in ogni momento della vita e che dunque dalla memoria passa alla riflessione sulla Storia per cercare di capire se davvero la storia porta verso il progresso. La Storia è allontanamento dalla barbarie e avvicinamento alla civiltà oppure è regresso? Ines riflette molto su questo tema e lo fa attraverso un altro romanzo, in verità piuttosto breve, intitolato E NOI PAGHIAMO, ambientato durante la seconda guerra mondiale e in particolar modo durante la Resistenza a Naguaredo e poi una parte anche nel primo dopoguerra. Un libro scritto con grande equilibrio probabilmente con l’aiuto di Giulio Spini. Negli archivi dell’Istituto della Resistenza a Sondrio è emersa una lettera che Giulio aveva mandato a Ines e dalla quale si comprende che lei aveva mandato una bozza del libro chiedendo consigli. Giulio Spini ha per questo romanzo gli stessi giudizi che ho avuto io. Ne parla di un romanzo ben scritto, equilibrato, ma che necessita di un maggiore sviluppo dei dialoghi e manca del pathos del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA forse perché meno partecipato, forse perché Ines punta maggiormente sull’indagine storica (col risultato di creare anziché un romanzo quella che oggi si chiamerebbe una docufiction ndr) sulla riflessione appunto. Ines presenta la Resistenza in questo romanzo con tutto il dramma di una vera e propria guerra civile che comporta morte, famiglie distrutte, paesi che perdono quasi del tutto i loro abitanti in special modo i piccoli paesi. La guerra civile è ancora peggio perché va ad intaccare il senso di comunità molto forte e importante in questi mondi rurali. La vita dura richiedeva spessissimo a queste genti di lavorare insieme di aiutarsi di essere comunità ad esempio durante la fienagione, la potatura, i raccolti, le semine, quando qualcuno si ammalava fare anche la sua parte. La Resistenza fa si che bisogna per forza schierarsi o coi partigiani o coi nazifascisti e questo crea un clima di tutti contro tutti che cozza letteralmente contro il fatto di sentirsi fortemente appartenenti ad una comunità sebbene con tutti gli screzi del caso. Una figura emblematica da questo punto di vista che compare nel libro è la figura storica di don Giuseppe Cantone parroco di Roncaglia che si schiera con la Resistenza ma è pieno di dubbi, soprattutto quando entra a diretto contatto con la violenza presente da entrambe le parti. Una violenza che però nell’ambito dell’antifascismo è determinata da un progetto superiore e umano, da ideali di libertà eccetera cosa che il nazifascismo non è anzi è l’esatto opposto. Dunque schierato con dolore dalla parte dei partigiani si ritroverà partecipe di episodi drammatici, tra cui uno che non è raccontato nel libro di Ines, l’episodio di due partigiani giustiziati perché sorpresi a rubare per i quali don Cantone ha offerto invano la sua vita. Per quanto riguarda Ines invece le è capitato di assistere all’esecuzione di una ragazza accusata di essere una spia. Nel suo libro racconterà questi fatti facendone una lettura da storica e da insegnante per consegnare una lettura della Resistenza come portatrice di pacificazione nazionale soprattutto attraverso la stesura della Costituzione. In particolare Ines pone l’accento su una vicenda che ha toccato praticamente tutte le famiglie della Valtellina che è quella dei deportati militari. Quattro o cinquemila giovani più o meno nel nostro territorio fatti prigionieri soprattutto dopo l’8 settembre una vicenda di cui anche altri scrittori locali più recentemente hanno parlato. Di questi giovani per molto tempo le famiglie non hanno saputo più nulla. Ines ad esempio racconta la storia di Giacomo la cui mamma Amalia, anziana del paese che narra la vicenda poi alla stessa Ines molti anni più tardi. Giacomo rientra in paese e fa l’esperienza di molti reduci in quegli anni che ritornano e sono sconvolti per come sono accolti, come dei traditori, sconvolti dal fatto che la guerra ha devastato persino i loro piccoli paesi di montagna. Era arrivato in Italia dopo innumerevoli sfibranti tappe che in quel momento non voleva ricordare. In ogni luogo dove si era fermato aveva visto miseria e distruzione ed ogni volta aveva pensato a quando, varcato il confine, avrebbe potuto lasciare indietro quelle visioni squallide e deprimenti. Ma anche in Italia aveva trovato distruzioni e gente che cercava di cavarsela alla men peggio e a Narosa (cioè Naguaredo nota della professoressa durante la lettura riportata ora da chi scrive) non poteva immaginare che anche lassù avrebbe trovato un disastro simile. Guerra si, ma apocalisse no. Intanto camminava, era stanco, ma camminava per la strada che entrava nella notte per arrivare alla sua Narosa. Un paio di persone lo oltrepassarono, gli dettero uno sguardo ed affrettarono il passo. Giacomo prese tutte le accorciatoie che conosceva. Era contento che fosse notte, preferiva non essere visto da gente che lo conosceva. Un paio di giorni prima non avrebbe pensato così, ma giunto in Italia, dal modo in cui veniva guardato, aveva preso coscienza della precarietà del suo aspetto. Domani, dopo che si fosse lavato bene, vestito da cristiano, mangiato a sufficienza sarebbe stato un altro. Forse la mamma aveva avanzato un po’ di minestra oppure gli avrebbe preparato un’insalata di verze crude che avrebbe mangiato col pane, tanto pane e non gli importava che fosse raffermo o ammuffito gli bastava che fosse pane, bianco o nero faceva lo stesso. Il pane e la polenta erano nei sogni di questi soldati che avevano patito moltissimo la fame e tornano dai campi di concentramento dimagriti di trenta-quaranta chili. Il primo impatto con il paese fu un profumo caro e stuzzicante che si era disperso nel labirinto della sua fame fatta di sapori e profumi di cui non ce n’era uno che non fosse falso e illusorio. Quello che ora sentiva era un profumo sicuro di cibi che d’ora in poi sarebbero esistiti anche nella realtà, odore fragrante di bruciato  

Il mondo perduto della società agropastorale: la Storia tra progresso e barbarie, guerra, emigrazione, paura, lotte sociali e diritti.

La Storia ha visto lo spopolamento delle montagne e la scomparsa di un mondo che oggi non esiste più se non forse in luoghi sperduti di altri continenti. Un mondo scomparso dapprima per via delle emigrazioni e delle guerre poi con le dittature, le persecuzioni, gli scontri sociali. Una storia che, pur attraverso tante fatiche, ha portato alla conquista dei diritti, quelli ben declinati nella Costituzione che però non possono considerarsi una conquista definitiva. Ines infatti è sempre stata dalla parte dei più deboli, delle donne, sempre e comunque proiettata verso il futuro pur comprendendo l’importanza di non dimenticare il passato. Ha scritto ad esempio una raccolta di racconti CLAUDINA DELLE ERBE in cui presenta molti tipi di donne di montagna di città ma sempre ascrivibili ad una comune tipologia di donna interiorizzata e ingabbiata nel ruolo di mater dolorosa. Ines vuole sottolineare questa condizione della donna incapace di avere dall’altro sesso il meritato riconoscimento. Un mondo raccontato con partecipazione, ma ripetiamolo, senza nostalgia di quando si scriveva con penna e calamaio. Ines aveva imparato ad usare il computer e usava la tecnologia.

E noi paghiamo: il racconto della Seconda Guerra Mondiale della Resistenza e del Dopoguerra dalla visuale di un piccolo villaggio sulla costiera dei Cek

Ho già anticipato prima alcuni brani di questo libro che ci permette di passare dalla riflessione sulla Storia alla civiltà al fatto che l’epopea dolorosa della guerra di liberazione, i partigiani e i reduci non ricevono il giusto spazio nelle coscienze e nel ricordo di cio che è stato. Ines in questo senso va controcorrente nelle sue opere e si dimostra progressista.

La poetica: la scrittura come insegnamento di moralità e di stile

Essendo un’insegnante di lettere mi interessava analizzare la scrittura di Ines non solo il Mondo e la cultura che lei fa affiorare nei suoi libri, ma anche lo stile, la poetica appunto. Poetica significa la visione personale di ciascuno scrittore circa la letteratura e la scrittura e lo stile personale utilizzato per trasmettere questa sua visione del mondo. Secondo me la scrittura per Ines è sempre stato insegnamento. Ines è sempre insegnante anche quando scrive e proprio per questo fa delle scelte particolari di lessico e di sintassi. Lei, come tutti gli insegnanti e genitori che si sono formati negli anni Cinquanta ritiene che il dialetto sia uno svantaggio e che ai bambini vada insegnato l’italiano corretto perché, come poi dirà anche don Milani successivamente negli anni Sessanta, essere fuori dalla vita nazionale significa essere fuori socialmente e svantaggiati. Dunque Ines fa una scelta di italiano standard pur ambientando le sue storie in tempi e luoghi dove si parlava prevalentemente dialetto, una scelta che va a scapito del realismo di cio che poi viene raccontato e della creazione autentica dei personaggi, ma una scelta dettata dalla consapevolezza che usando il dialetto con l’andar del tempo i suoi libri non sarebbero più stati capiti, una scelta dettata dal voler essere maestra di italiano anche quando fa la scrittrice.

Case di sassi: di strumenti, di tecniche, un modello educativo

Questo libro di cui ho già parlato non è un romanzo, ma una raccolta di memorie su persone, luoghi e fatti della sua infanzia che secondo me fungono da materiale preparatorio per la stesura del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA cui si aggiunge una seconda parte forse dettata da richieste avute a Talamona di raccontare la vita di un tempo, gli antichi mestieri e la scuola. Accogliendo queste richieste Ines trasmette un mondo di saperi, strumenti e tecniche che appartengono ad un mondo che ormai non c’è più e dunque queste tecniche ormai sono andate perdute. Ma non solo questo mondo di saperi, di competenze, che permettono a chi ne fa parte di riuscire a sopravvivere praticamente con nulla, o comunque con quel poco che la natura offre, cosa che non riesce più a nessuno oggi nel cosiddetto mondo moderno, un mondo in cui tutti sanno fare tutto o comunque tutto il necessario per la sopravvivenza, un mondo che si pone anche come un modello educativo, un mondo su cui Ines, pur senza rimpiangerlo, riflette. Riflettendo sul modello educativo ricevuto e sui nuovi modelli educativi della moderna pedagogia dovuti anche e soprattutto ad un più generale cambiamento dei sistemi di vita entrati in vigore a partire dagli anni Settanta e Ottanta e operando una sorta di comparazione, Ines si è resa conto che, se nel passato c’era troppa durezza, troppo autoritarismo ora si va invece verso un eccesso di lassismo, un eccesso contrario e dunque forse valeva la pena ripercorrere queste vie per avere un modello di moralità. Dunque credo che la sua scrittura avesse questo scopo, quello di essere una scrittura educativa e di denuncia dettata dal bisogno di giustizia, una scrittura a tesi che non si trova nei romanzi autobiografici, ma nei testi di riflessione. Una scrittura che risponde alla necessità di analizzare un argomento, un problema per trovare razionalmente delle soluzioni o comunque di denunciare come quando prende a cuore la condizione femminile, ma anche, in un altro libro intitolato CHIUSURA ANTICIPATA la condizione degli anziani in casa di riposo sfiorando anche il tema del suicidio raccontando di un uomo che fa questa scelta nel momento in cui si sente sradicato dal suo mondo e dai suoi affetti. Una denuncia contro una società sempre più individualista e spietata nei confronti della fragilità, ricca, ma foriera di solitudine e disagio. Una denuncia che risponde ad un bisogno di giustizia.

L’impegno civile: una serena e operosa vecchiaia al servizio della propria comunità

Gli ultimi anni della sua vita vedono Ines particolarmente impegnata nella scrittura e nella divulgazione di temi storiografici. Gli interessi maggiori Ines li riversa sulla Storia e sulla Scienza e lei mette la sua operosità a disposizione della comunità.

Conclusioni

A questo punto, come conclusione del suo intervento la dottoressa Fausta Messa ha presentato più ampliamente il volume che contiene la storia di Ines Busnarda Luzzi così ampliamente rievocata questa sera. In questo quaderno Ines si trova in buona compagnia. Nel quaderno 11-12 dell’Istituto Sondriese di studi sulla Resistenza sono infatti contenuti altre storie interessanti: quella di Angela Samaden, una giovane che, attraverso lo studio, diventa maestra e ispettrice scolastica e dunque si emancipa socialmente; la storia di Rosa Da Sogno, maestra proveniente da una famiglia borghese madre di un grande economista; la storia di Rosa Genoni; quella dell’ospedale psichiatrico di Sondrio; quella di una maestra di 74 anni che ritrovandosi senza pensione è costretta a fare l’accattona e rischia di essere arrestata finchè il ministro credaro si interessa al suo caso e riesce a farle avere la pensione. Insomma un contenuto pienamente aderente al titolo SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA  raccontati da questo istituto da trent’anni con passione e contando su esigue risorse (come chiunque fa cultura in Italia ndr) per trasmettere a tutti il nostro patrimonio civile e culturale attraverso le testimonianza e la divulgazione dei valori della Costituzione.

Non è senza una certa partecipazione emotiva che ho ascoltato questa piccola conferenza, con la consapevolezza che la mia vita di oggi, la possibilità di acquistare libri, di informarmi, di scegliere se sposarmi e avere figli oppure no, deve molto a queste figure che per prime nel nostro territorio hanno lottato per affermarsi, figure che dovrebbero entrare nella grande Storia. È curioso ad esempio il fatto che Ines Busnarda Luzzi e Grazia Deledda siano partite più o meno dagli stessi presupposti, ma la prima è rimasta confinata nel suo territorio mentre la seconda è riuscita a diventare sinora l’unica donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura, così come è curioso che le opere di Ines non vengano più ristampate e non conoscano più diffusione.

Concerto del coro Valtellina

È venuto ora il momento di ascoltare una scelta di brani del coro Valtellina che, un po’ come i racconti di Ines Busnarda Luzzi ci riportano ad un mondo scomparso che rivive nel canto in sei canti scelti appositamente dal coro per allinearsi con lo spirito di questa serata come LA VALTELLINA che è un vero e proprio inno alla terra UL PRA DE FIUR che racconta le storie d’amore di una volta così come LE MASCHERE che narra di quando si approfittava dei travestimenti del carnevale per incontrarsi clandestinamente, DANZA MACABRA ispirata alla leggenda dei cavalieri che ballarono con le fanciulle di San Giorgio e al mattino si trasformarono in ossa e infine LA VALLE e LA CANZONE DEL BOSCAIOLO finestre su di un mondo ormai scomparso. Una conclusione degna di questa serata offerta dal coro che, partendo da Talamona è diventato col tempo rappresentativo di tutta la Valtellina. Una conclusione durante la quale non sono mancati ulteriori tributi e onori alla protagonista indiscussa di questa serata.

Antonella Alemanni

BIBLIOTECA ANCORA VIVA

TALAMONA bilancio stagione culturale 2013-2014

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IL RACCONTO DEL RAPPORTO SEMPRE PIU’ STRETTO TRA POPOLO E BIBLIOTECA, SEMPRE PIU’ CUORE PULSANTE DEL PAESE
Con l’arrivo dell’estate si è chiusa una nuova stagione culturale che ha avuto ancora una volta il suo centro nevralgico nella biblioteca. Mentre la stagione calda vede tutti impegnati in passatempi più leggeri e spensierati, per i volontari, che con passione si occupano della vita culturale talamonese è tempo di bilanci e di riflessioni per garantire ai propri utenti sempre la migliore offerta possibile. Ecco perché nel corso della stagione ci si è preoccupati di distribuire questionari ai partecipanti delle serate per sondare preferenze ed umori. In realtà tali iniziative non incontrano un’ampia adesione ed è un peccato perché sarebbe invece molto importante che tali sondaggi siano un’espressione il più possibile ampia e generale dell’intera popolazione e non solo di una piccola parte. In questo caso ad esempio sono stati compilati solo nove questionari da donne in età compresa tra i 51 e i 70 anni (più quelli compilati da me) che hanno espresso un livello di gradimento medio-alto anche tenendo conto del fatto che non tutti hanno partecipato a tutti gli eventi, c’è chi ha partecipato solo a uno, ma tutti sembrano aver apprezzato l’impegno dei volontari nell’organizzazione delle serate attraverso le quali la cultura diventa parte integrante della vita quotidiana ben coniugata a momenti di socialità che permettono di confrontarsi su argomenti di vario e pubblico interesse permettendo di allargare le proprie vedute verso una prospettiva mondiale e temi etici dei quali diventa sempre più importante parlare. In questo senso molto apprezzate sono state le serate dedicate ai monoteismi. Trovare punti di contatto tra le maggiori religioni del mondo è fondamentale anche per non alterare gli equilibri geopolitici in atto, per impedire ai ciechi fanatismi di prendere il sopravvento e soffocare valori universali come la libertà e la vita. E pensare che queste serate sono state inserite in calendario quasi all’improvviso sulla scia del successo avuto nel corso della serata per la memoria dell’Olocausto durante la quale si è pensato di mettere il punto più che sugli orrori inflitti al popolo ebreo, sulla cultura ebraica stessa per rendersi conto di quanto poco la si conosce e quanto poco la conoscevano anche quelli che la volevano sterminare. Una serata anch’essa rimasta in forse per molto tempo, ma che era troppo importante per essere saltata. Una serata realizzata a partire da un libro (PERCHE’ SONO EBREO di Marek Halter) facente parte di una serie che comprende anche proprio la serata di apertura della nuova stagione durante la quale è stato raccontato, attraverso un libro, il cammino di Santiago e quella dedicata alla ricorrenza del 4 novembre. Dopotutto la biblioteca è pur sempre fatta dai libri ed è in primo luogo attraverso i libri che la cultura si conserva e si trasmette per poi farsi viva e pulsante tra la gente anche attraverso altri canali. Attraverso i libri e attraverso gli archivi come quello storico recentemente restaurato e trasportato proprio nella Casa Uboldi. Questo evento, celebrato con una mostra richiesta anche per l’expo del 2015 e da esso patrocinata, è stato quello su cui si sono investiti maggior tempo ed energie anche a scapito di altre iniziative, come la primavera culturale, che quest’anno non sono state ripetute e di una forse minore frequenza di eventi, complice anche il rinnovo dell’amministrazione comunale. Ma per un’iniziativa che purtroppo è saltata un’altra è stata introdotta. Il comune di Talamona ha infatti aderito alla settimana europea per la riduzione dei rifiuti partendo dal presupposto che fare cultura significa anche trasmettere tutta una serie di valori dei quali fa parte anche la coscienza ambientale e l’importanza della tutela della conservazione degli ecosistemi e della biodiversità come patrimonio per le generazioni future, un patrimonio che in un certo qual modo si può considerare anche culturale e dei quali la nostra specie umana è solo una piccola parte non la padrona assoluta. Valori questi sempre più importanti vista la sempre maggiore sovrappopolazione e il disequilibrio delle risorse che è imperativo imparare a gestire in maniera più accorta e soprattutto sostenibile per l’ambiente. Insomma una stagione che nonostante tutto sembra non aver deluso tutti quelli che vi hanno preso parte (se si eccettua qualche piccola lamentela sull’acustica) una stagione che ha spaziato da temi classici (come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia) fin dai temi di scottante attualità dai quali non si può prescindere per riuscire a creare una cultura che sia davvero viva.

Antonella Alemanni

I TRE MONOTEISMI TRA FEDE E CULTURA

TALAMONA 28 marzo e 4 aprile 2014 religioni a confronto

 

 

monoteismi

DUE INCONTRI PER CONOSCERE E COMPARARE LE TRE PRINCIPALI RELIGIONI DEL MONDO

Alla fine della serata dedicata alla giornata della memoria e all’approfondimento della cultura e dell’identità ebraica i volontari della biblioteca di Talamona avevano congedato il pubblico con una promessa. Altre serate sarebbero state dedicate a questi argomenti a veri e propri approfondimenti sulle religioni. Questo perché già durante la serata del 27 gennaio si erano venuti a creare diversi spunti di riflessione, ma anche perché già durante la passata stagione culturale era emerso che tra gli argomenti che la gente avrebbe voluto vedere trattati nel corso di serate alla Casa Uboldi c’era proprio la religione. Saputo ciò come poter concretizzare questa cosa, come organizzare le serate? Da quel 27 gennaio e per i due mesi successivi è cominciato dunque per i volontari un grande lavoro di ricerca. Ricerca di informazioni, di libri che trattassero le grandi religioni in modo esaustivo che andassero oltre a ciò che tutti bene o male conoscono. Ricerca anche di un metodo. Come mettere insieme tutte queste informazioni? Quante serate fare? Una sola? Due? Tre? Dedicare ad ogni religione una serata unica oppure impostare il discorso in modo comparativo? A quali religioni dare spazio? Alle tre principali o anche a quelle meno diffuse, meno conosciute? E chi avrebbe dovuto trasmettere le informazioni al pubblico? A sistemare una volta per tutte queste questioni ingarbugliate è intervenuto l’assessore alla cultura Simona Duca, la quale ha pensato di chiedere la consulenza di un’insegnante di religione, Alberta Balitro, che da quel momento si è occupata di tutto e ha organizzato le serate così come poi si sono effettivamente svolte. Due serate dedicate alle tre più importanti religioni monoteiste per conoscere i legami che intercorrono tra loro, le analogie, le differenze, la ricerca di un dialogo possibile e le ragioni degli odi e delle spaccature tra tre culti che in fin dei conti, sebbene in modi diversi riconoscono lo stesso Dio. Due serate che per me sono state un po’ come una rimpatriata essendo stata la professoressa Balitro mia insegnante alla scuola professionale.

La prima serata ha avuto luogo venerdì 28 marzo 2014 alle ore 20.45. Nel corso di circa due ore, partendo da dove eravamo rimasti nel corso della serata del 27 gennaio, è stata fatta un’analisi approfondita dell’ebraismo e del cristianesimo indagando le caratteristiche delle due fedi e i rapporti tra esse nel corso della storia. Un analisi raccontata al pubblico con l’aiuto di una presentazione fotografica.

L’ebraismo è la più antica delle religioni monoteiste rivelate. In realtà esistono altre testimonianze di antichi culti monoteistici (pensiamo all’ epoca di Amarna nell’antico Egitto quando il faraone Akenaton introdusse il culto del disco solare Aton da venerare come unico dio o al caso precedente all’ebraismo dello zoroastrismo dal nome del profeta Zoroastro che diffuse il culto tra i persiani, il culto del fuoco sacro attribuito all’unico dio Ahura Mazda) ma l’ebraismo è il solo ad avere la caratteristica di essere stato un culto rivelato, cioè un culto di un essere superiore che si toglie il velo e si mostra agli uomini, un culto pertanto non dovuto ad interpretazioni umane della natura che ci circonda, da un tentativo di spiegare fenomeni che apparivano inspiegabili, come è il caso invece di tutte le religioni che all’ebraismo erano precedenti o contemporanee in tempi remoti, ma il culto di un Dio che parla agli uomini e interagisce con loro. Un culto che è nato quando Dio ha parlato ad Abramo, un sumero di Ur (una delle più antiche città conosciute) e gli ha promesso una ricca discendenza in una terra nuova verso cui lo ha indirizzato. Ed è in questo modo che nacque il popolo ebraico e che nacque anche il primo e più importante dei tre monoteismi del Mondo, il più importante perché, pur essendo così antico e nonostante il popolo ebraico abbia avuto una storia travagliata fatta di dominazioni straniere, esili, schiavitù, diaspore eccetera, esso, a differenza di altri culti coevi, è sopravvissuto intatto fino a noi, pressoché inalterato nel tempo. Il popolo ebraico è forse l’unico popolo che ha saputo traghettare intatta nel corso dei secoli la propria cultura sin dai suoi albori, quando nacque da una costola del popolo sumero, la più antica civiltà conosciuta (anche se tra gli storici cominciano ad essere dei dubbi a riguardo). Ribadiamo di nuovo che Abramo, prima di incontrare Dio era un sumero a tutti gli effetti che venerava gli dei sumeri e tale sarebbe rimasto se Dio non gli avesse parlato. A riprova di ciò pensiamo anche solo al fatto che la testimonianza più antica del diluvio universale non è quella contenuta nella Bibbia bensì quella contenuta nell’epopea di Gilgamesh, il principale poema epico sumero (che equivale all’Iliade e all’Odissea dei Greci e all’Eneide dei Romani). Il popolo ebraico ha mantenuto nel tempo non solo la sua cultura, ma più in generale anche la sua identità, la sua alleanza con Dio (perciò si chiama anche popolo eletto o popolo prescelto o popolo dell’alleanza) cominciata con Abramo, il primo di una serie di patriarchi ricordati nelle scritture che hanno udito e seguito la voce di Dio. Dopo Abramo troviamo suo figlio Isacco e dopo di lui suo figlio Giacobbe che venne soprannominato da Dio Israele e da allora il popolo ebraico, sviluppatosi a partire dalle 12 tribù ciascuna fondata da un figlio di Giacobbe, si identifica come popolo di Israele. Dopo Giacobbe abbiamo un altro patriarca, Mosè, che libera gli ebrei dalla schiavitù in Egitto e successivamente l’epoca dei profeti e dei re, gli unti del signore per mano dei profeti stessi. Queste vicende non sono soltanto la radice dell’ebraismo, ma anche degli altri due monoteismi importanti: cristianesimo prima e islamismo poi. Tutti e tre i monoteismi si identificano come le tre religioni di Abramo perché tutte hanno e riconoscono in Abramo la propria origine. La religione ebraica è conosciuta anche come giudaismo. Gli ebrei sono stati definiti con il termina giudei al ritorno in patria dopo la cattività babilonese ed anche nel 1948 quando venne fondato lo stato di Israele e molti ebrei dispersi nel Mondo, soprattutto in Europa, vi si stabilirono. Ma chi è un ebreo? Ebreo è colui che nasce da madre ebrea (la madre è un riferimento più certo del padre), ma anche colui che segue la legge di Dio che compie i riti, che vive mettendo in pratica i principi fondamentali, che applica lo shemah Israel un versetto contenuto nel sesto capitolo del Deuteronomio, una preghiera che l’ebreo recita tre volte al giorno quotidianamente per tutta la vita anche in punto di morte. Come ogni culto anche quello ebraico ha i suoi simboli. Un simbolo ebraico è la menorah, il candelabro a sette bracci, uno per ogni giorno della creazione più quello centrale che rappresenta il sabato, il giorno in cui Dio riposò. Ed è per commemorare questo che gli ebrei, a partire dal venerdì dopo il tramonto fino a sabato dopo il tramonto, osservano lo shabbat, un giorno dedicato solo alla preghiera, un giorno durante il quale ogni altra attività viene sospesa persino la visita ai morti. Nelle scritture vi è testimonianza di questo quando si racconta del corpo di Cristo tolto dalla croce e deposto frettolosamente nel sepolcro proprio perché di li a poco sarebbe cominciato lo shabbat. Nelle scritture vi è anche testimonianza della costruzione della prima menorah da un unico blocco d’oro come racconta il capitolo 25 dell’Esodo. Un altro simbolo dell’ebraismo è la stella di David composta da due triangoli sovrapposti: uno col vertice rivolto verso l’alto rappresenta l’elemento femminile, l’acqua mentre l’altro, rivolto verso il basso, rappresenta l’elemento maschile il fuoco. La stella di David veniva usata nel Medioevo e in epoca nazista per identificare ed isolare le comunità ebraiche nelle città ed è più un simbolo storico che religioso, un po’ come la croce cristiana, un simbolo preso dalla Storia, inizialmente simbolo di morte in quanto la modalità preferita dai Romani per le esecuzioni capitali, specie dei malfattori, trasfigurata dalla fede in simbolo d’amore perché il palo verticale della croce rappresenta l’elevazione verso l’alto e dunque verso Dio mentre il palo orizzontale è l’abbraccio che accoglie tutti. Infine vi è anche lo shoffar, un corno di montone. Come ogni culto (eccettuate le religioni primitive naturali) anche l’ebraismo ha un testo sacro che ne raccoglie i precetti. Gli ebrei e i cristiani si identificano entrambi con la Bibbia, termine che indica insieme di tanti libri. La Bibbia ebraica, composta da 39 libri, è quella che i cristiani identificano come l’Antico Testamento ed è divisa in tre gruppi: la Torah cioè la legge (che i cristiani chiamano Pentateuco) sono i primi cinque libri della Bibbia cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, poi ci sono i Lebim e i Ketubim.  Gli ebrei non hanno smesso di scrivere i testi sacri, oggi come in antichità, su rotoli dapprima custoditi nell’Arca dell’Alleanza e attualmente nelle sinagoghe dove vanno consultati con una bacchetta perché non possono essere toccati da dito d’uomo. Oltre all’inviolabilità dei testi si riscontra, nell’ebraismo, l’inviolabilità del nome di Dio che l’uomo non può pronunciare e compare scritto nella Torah sottoforma di tetragramma sacro, composto solo da consonanti impronunciabili. Gli ebrei si riferiscono a Dio come Adonai (che corrisponde al nostro Signore) oppure come Eloim (che corrisponde al nostro Dio). In seguito gli studiosi dell’università di Tiberiade coniarono il famoso termine Javeh aggiungendo al tetragramma sacro le vocali della parola Adonai. Questi principi di inviolabilità valgono per tutti anche per i rabbini che nella religione ebraica sono le figure di riferimento e sono molto di più dell’equivalente dei sacerdoti cristiani. I rabbini sono i maestri, sono coloro che insegnano, che custodiscono e trasmettono la cultura, i principi, le tradizioni, sono guide, non solo spirituali, ma anche materiali perché si occupano anche delle questioni giuridiche e sociali e più in generale di tutti i servizi per la comunità, di provvedere a tutti i bisogni. In questo senso anche le sinagoghe (diventate il luogo della preghiera dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d. C.) sono ben più che semplici luoghi di culto; esse sono anche luoghi di ritrovo dove si tengono lezioni e dove hanno sede gli uffici che si occupano delle questioni giuridiche e sociali e dei servizi alla comunità. I rabbini hanno un abbigliamento caratteristico che li contraddistingue perlomeno nelle occasioni ufficiali: uno scialle chiamato tallit da indossare in preghiera (grande per le preghiere solenni, pubbliche e ufficiali, più piccolo per le preghiere quotidiane private) e un cappellino tondo chiamato kippah che tutti gli uomini, ebrei e non, devono portare quando entrano in sinagoga per una questione di rispetto dei rituali ebrei che prevede che gli uomini non entrino in sinagoga a testa nuda. Le donne invece non indossano ornamenti particolari quando vanno in sinagoga o pregano. Da notare il confronto col cristianesimo che ha sempre previsto che gli uomini al contrario si dovessero togliere il cappello accedendo ai luoghi di culto, mentre le donne fino a non molti anni fa dovevano portare, a partire dalla pubertà, veli di diverso colore a seconda se erano nubili, sposate o vedove. Ognuno mostra il rispetto dei propri luoghi di culto in modo diverso è importante che ciascuno conosca i propri e anche quelli degli altri per poter convivere pacificamente. Un altro simbolo molto importante per il culto ebraico è la mesusah una sorta di bastoncino che riporta lo shemah Israel e che viene posto sugli stipiti delle porte perché gli ebrei devono sempre avere presente che esiste un unico Dio da portare sempre dentro di se, ecco perché i ragazzi più giovani quando praticano i riti e le preghiere indossano i tefilin cioè degli astucci che contengono degli estratti della Torah, fissati alla fronte e al braccio sinistro con delle fibbie, per portare sempre con sé la parola di Dio, imprimerla nel cuore, nella mente e diffonderla, questa parola sacra che, sebbene ovviamente sia diffusa anche su libri stampati, nella sinagoga si trova solo su rotoli custoditi in una teca all’ingresso circondata da lumi sempre accesi, un po’ come i lumi nelle nostre chiese. Non deve stupire che molti culti ebraici e cristiani si assomiglino. Il cristianesimo nacque infatti in seno all’ebraismo, non si può parlare di uno dei due culti prescindendo dall’altro. Gesù stesso è sempre stato un ebreo a tutti gli effetti e non ha mai dichiarato di voler fondare un culto nuovo, ma si è limitato a proporre alcuni miglioramenti alla legge di Mosè che tutti gli ebrei di allora seguivano, Gesù compreso. Abbiamo detto prima che le sinagoghe hanno assunto un ruolo importante come luoghi di culto dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. In realtà il tempio non è andato distrutto completamente, ma ne sopravvive una parte, il muro del pianto che sorge nei pressi della moschea di Omar un importante luogo di culto musulmano (perché, sottolineiamo, i tre monoteismi, oltre ad avere un’unica origine in Abramo e a venerare il medesimo Dio, sebbene con delle differenze, hanno in comune anche la città santa di Gerusalemme, sebbene solo gli ebrei e i cristiani la considerano la città santa in assoluto mentre per i musulmani prima vengono La Mecca e Medina). Gli ebrei pregano al muro del pianto. Tra un mattone e l’altro del muro infilano dei fogli con scritte preghiere di vario genere che due volte all’anno vengono raccolte da degli addetti e sepolte in terra. Durante la preghiera al muro gli ebrei sono divisi in settori diversi per gli uomini e per le donne, divisi proprio da un separé proprio come vuole la tradizione dell’ebraismo ortodosso sebbene alcune donne si stiano ribellando a questo: è sorto proprio un movimento chiamato le donne del muro, che si presentano vestite con gli ornamenti maschili nel settore degli uomini e vengono arrestate perché i più tradizionalisti le considerano un’ offesa alla parola di Dio. Bisogna dire che l’ebraismo nel corso dei secoli ha perso un po’ della sua rigidità. Nel XIX secolo in Germania è nata una corrente riformata che, transitata negli Stati Uniti, ha dato vita ad un mix originale di ebraismo e cristianesimo, un culto ebraico che riposa la domenica anziché il sabato e riconosce Gesù come Messia unto pur continuando ad attendere l’arrivo di un altro Messia. Ma ebrei si nasce o si diventa? Questa domanda già emersa durante la serata del 27 gennaio è ricomparsa questa sera. È possibile convertirsi al culto ebraico ed essere comunque considerati ebrei pur non essendolo di sangue? Basta osservare i riti o sono necessarie tutte le caratteristiche, anche quelle etniche per circoscrivere l’identità ebraica? La conversione ad un culto non è mai facile. Bisogna osservare i riti con molta più rigidità quando si è convertiti rispetto a quando si osserva la stessa religione di quando si è nati. Un cristiano che vuole convertirsi, o semplicemente non vuole più avere nulla a che fare con la religione, dovrà annullare i sacramenti che ha ricevuto soprattutto il battesimo, dovrà fare richiesta di essere cancellato dai registri parrocchiali e dovrà attendere che la sua richiesta venga esaminata. Bisogna dire inoltre che per molto tempo (e ancora oggi tra le frange più estremiste) gli ebrei non si sono visti semplicemente come un insieme di persone accomunate da un credo, ma, come appunto abbiamo detto, come un vero e proprio popolo, addirittura il popolo eletto di Dio che non poteva accettare mescolanze con altri popoli se voleva conservare intatta la propria purezza di sangue soprattutto visti i continui spostamenti cui era costretto da altri popoli come gli Egizi, i Babilonesi, i Romani che ne sfruttavano le capacità (la loro cultura e la ricchezza mentale era tutto ciò che non veniva mai a mancare durante gli spostamenti ed era importante per conservare l’identità di popolo) per farli lavorare, per costruire i monumenti o maneggiare il denaro. In questo l’ebraismo si distingue nettamente dagli altri due monoteismi i quali hanno il principio del proselitismo, il compito cioè di convertire più persone possibile a quella che ciascuno dei due considera la vera fede. Ben poche distinzioni invece (almeno nei secoli passati) per quanto riguarda il trattamento che i retaggi, prima culturali che religiosi, riservano alle donne nell’ambito di ogni culto in posizione inferiore, subordinata e separata dall’uomo, sebbene poi uomini e donne sono comunque destinati ad incontrarsi in certi ambiti per diventare una cosa sola, il tutto però in maniera rigidamente disciplinata. L’uomo ha sempre avuto questo rapporto ambiguo con la donna, desiderata e disprezzata allo stesso tempo, vista come impura, empia, tentatrice, veicolo dell’uomo verso il peccato e la religione non fa altro che esprimere in qualche modo tali atavismi sebbene col tempo ridimensionati. Gesù in questo è stato rivoluzionario, parlava alle donne, agli ultimi e si contrapponeva all’ebraismo ortodosso perché non metteva al primo posto la purezza di sangue, ma affermava invece che la sua famiglia era costituita da tutti coloro che ascoltavano la sua parola e seguivano i suoi insegnamenti. Col tempo, anche a prescindere da Gesù, l’ebraismo ha adattato l’interpretazione delle scritture anche in base ai mutamenti delle varie epoche. Tali mutamenti li troviamo nel Talmud, un altro testo fondamentale dell’ebraismo che contiene le trascrizioni delle interpretazioni orali della Torah ad opera dei vari maestri che succeduti nel corso dei secoli. Una corrispondenza di cio nel cristianesimo è la cosiddetta esegesi delle scritture. Una caratteristica importante dell’ebraismo è il dialogo diretto con Dio senza intermediari umani come nel caso della confessione cattolica, un dialogo diretto che molte altre fedi professano come il cristianesimo protestante. Mentre infatti l’ebraismo si distingue al suo interno per il fatto di avere correnti più aperte, moderne e moderate ed altre più rigide e tradizionaliste, il cristianesimo è suddiviso in almeno quattro tipi di fedi (ortodossi, protestanti, cattolici e anglicani) che si sono formate nel corso di ben precise vicende storiche e che non riconoscono tutte esattamente gli stessi principi e nemmeno gli stessi sacramenti. La confessione è appunto un sacramento solo cattolico ed anche la venerazione dei santi nel cattolicesimo è più sviluppata che in altre confessioni cristiane dove viene praticata solo in parte oppure per niente. Il fatto che per i cristiani delle origini e per i cattolici poi non fosse previsto il fatto di poter interagire direttamente con Dio ha portato a secoli di oscurantismo. Gli uomini di Chiesa studiavano le scritture e le conoscevano a memoria ma rigorosamente in latino e sempre rigorosamente in latino e in toni solenni dispensavano le messe, le prediche i riti e questo ha fatto si che per molto tempo la popolazione vivesse in stato di ignoranza, di paura e sottomissione, preda di superstizioni e incapace di pensare con la propria testa al di la di quello che veniva detto. È soltanto quando Martin Lutero tradusse la Bibbia in tedesco che la gente, perlomeno quella che viveva nei paesi di lingua tedesca e abbracciò il protestantesimo, cominciò a capirne di più. Per i cattolici il momento di una maggiore apertura e modernità venne col concilio vaticano secondo. Come ogni culto anche l’ebraismo ha le sue feste in parte coincidenti con quelle cristiane. Entrambi festeggiano la pasqua e la considerano la festa più importante sebbene attribuendole significati diversi. Per gli ebrei la pasqua ricorda la schiavitù in Egitto e la successiva liberazione mentre per i cristiani ricorda la resurrezione di Gesù. Ci sono dei paralleli anche nei cibi che ebrei e cristiani consumano il giorno di pasqua. Entrambi mangiano l’agnello. Per gli ebrei l’agnello ricorda la notte della decima piaga d’Egitto che prevedeva lo sterminio dei primogeniti. Per essere riconosciuti e dunque risparmiati dall’angelo sterminatore gli ebrei sacrificarono un agnello e col suo sangue segnarono gli stipiti delle porte delle loro case. Ogni anno a pasqua gli ebrei devono consumare un agnello intero per ciascuna famiglia o eventualmente più famiglie messe insieme. Per i cristiani invece l’agnello sacrificale è Gesù che visse la passione per la redenzione dei peccati dell’umanità. Entrambi consumano uova simbolo di vita. Quelle degli ebrei sono sode, quelle dei cristiani di cioccolato. Gli ebrei inoltre consumano pane azzimo ed erbe amare a ricordo della durezza della schiavitù e un impasto di mandorle e fichi secchi a ricordo dei mattoni fabbricati in Egitto. Durante la cena della pasqua ebraica è tradizione che il membro più piccolo di ciascuna famiglia chieda spiegazione di questi cibi e di questi riti e che il più anziano gli risponda raccontandogli tutta la storia. Un’altra festa comune è la pentecoste che per gli ebrei ricorda il momento in cui Mosè ricevette le tavole della legge, mentre per i cristiani ricorda la discesa dello spirito santo sugli apostoli che cominciarono poi la loro predicazione in giro per il Mondo. in entrambi i casi la pentecoste cade cinquanta giorni dopo la pasqua. Gli ebrei inoltre celebrano la festa delle capanne. A ricordo dei quarant’anni passati a vagare nel deserto gli ebrei costruiscono delle capanne fuori casa e vi si stabiliscono per una settimana a ricordo delle condizioni precarie in cui vissero i loro antenati. Questa festa può trovare una corrispondenza con quella cristiana del ringraziamento quando nel periodo autunnale era tradizione (e in alcune parrocchie lo è tutt’ora) portare in chiesa i frutti della terra come dono di ringraziamento a Dio. Poi ci sono l’anno nuovo festeggiato dagli ebrei suonando lo shoffar e che per i cristiani non corrisponde propriamente al Capodanno che segna la fine dell’anno solare, ma all’avvento che segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, il giorno della riconciliazione con Dio e dell’espiazione che prevede venticinque ore di digiuno e che nel cristianesimo trova dei riscontri col mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, la hanukkah la festa della luce durante la quale gli ebrei accendono le candele e che corrisponde al nostro Natale con gli addobbi e le luminarie e la purim, il carnevale che, esattamente come quello cristiano, prevede divertimento abbuffate e mascherate prima della penitenza che prepara alla pasqua.  Come ogni culto anche l’ebraismo ha i suoi riti che accompagnano l’individuo nel corso di tutte le fasi importanti dell’esistenza. In ambito cristiano tali riti corrispondono ai sette sacramenti con le dovute differenze. Il primo rito della vita di un ebreo è la circoncisione. Otto giorni dopo la nascita i bambini maschi ebrei vengono circoncisi mentre le bambine ricevono una piccola benedizione in sinagoga. Questo è in qualche modo il corrispondente ebraico del nostro battesimo. Esiste anche una sorta di equivalente ebraico per la nostra cresima ed è il bar-miz-va cioè il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno del maschio ebreo che, come in una sorta di rito di iniziazione, va nella sinagoga e legge la torah per la prima volta facendo in questo modo l’ingresso nella comunità degli adulti e adottando anche l’abbigliamento e gli ornamenti degli adulti durante i riti e le preghiere da quel momento in poi. Anche per le bambine è previsto un rituale analogo chiamato però bat-miz-va ed esiste solo nell’ebraismo riformato non in quello ortodosso. Crescendo arriva poi il momento del fidanzamento, con la consegna di un anello alla donna da parte dell’uomo, insieme con una promessa d’amore e di impegno ufficiale davanti alla comunità e a Dio e dopo il fidanzamento il matrimonio celebrato indifferentemente in sinagoga o in casa propria purché sotto un baldacchino, officiato dal rabbino e durante il quale lo sposo rompe un bicchiere in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. È tradizione per gli ebrei, anche in momenti di festa, riservare sempre un ricordo a un qualche momento doloroso della loro storia. Ad un certo punto arriva anche il momento della morte. Chi ne è in grado prima di morire recita lo shemah Israel oppure viene letto dai familiari poi c’è il rituale della sepoltura e i parenti si lacerano le vesti. Questo nel rituale ortodosso (oggi non ci si lacera comunque proprio le vesti bensì degli stracci) a simboleggiare un legame affettivo che si lacera e viene a mancare. Gli ebrei ortodossi proibiscono la cremazione mentre i riformati no. Sulle tombe dei morti non si portano fiori, ma pietruzze. Una peculiarità che appartiene al culto ebraico e non a quello cristiano consiste nelle restrizioni alimentari. Per gli ebrei alcuni cibi sono impuri e non si possono mangiare come prescritto in un passo del Deuteronomio. Gli ebrei non possono mangiano carne di maiale (cosa che hanno in comune coi musulmani) non mangiano volatili ad eccezione di quelli domestici, ne pesci ad eccezione di quelli con le squame, mangiano carne macellata soltanto da un macellaio ebreo privo di difetti fisici che taglia di netto la gola dell’animale e toglie tutto il sangue (che non può essere consumato perché considerato in qualche modo sede della vita) e non la cucinano mai abbinata al latte e ai suoi derivati. Gesù con le sue predicazioni tra le altre cose rivoluzionerà anche questa concezione, dirà che non è impuro cio che entra nella bocca dell’uomo ma cio che ne esce. Ecco perché i cristiani non hanno restrizioni alimentari. Cristiani ed ebrei per molti secoli sono riusciti ad avere solo conflitti e nessun dialogo nessuna apertura tra loro. I cristiani non perdonavano agli ebrei il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia figlio di Dio, la sua morte, il mancato riconoscimento del nuovo testamento e, in tempi antichi, il fatto di manipolare il denaro, inizialmente associato dai cristiani al demonio (finchè anche loro poi hanno dovuto usarlo). Gli ebrei sono stati incolpati di ogni sciagura. Della peste nera nel Trecento, del disastro economico in Germania negli anni Trenta e così via. Bisognerà attendere il concilio vaticano secondo indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI per una prima apertura. Paolo VI scriverà addirittura un’enciclica che libererà gli ebrei da ogni accusa mossa loro in passato e prima di lui Giovanni XXIII ha modificato la liturgia del venerdì santo che prevedeva la frase “preghiamo per i perfidi ebrei”, frase che è stata tolta. Nel 1986 papa Giovanni Paolo II ha incontrato il rabbino capo Elio Toaff è entrato in sinagoga e ha chiamato gli ebrei fratelli maggiori e successivamente si recato in Israele a pregare di fronte al muro del pianto cosa che ha fatto anche Benedetto XVI  e che ha in programma anche papa Francesco. Il tutto per costruire insieme un cammino di pace che gli ebrei attendono da secoli, ma che per loro non è ancora giunta.

Si è conclusa in questo modo la prima parte del cammino alla scoperta dei tre monoteismi.

 

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La seconda serata si è svolta il 4 aprile alla stessa ora e con le stesse modalità. In questa serata partendo dal cristianesimo e viste già le sue radici ben piantate nell’ebraismo, si indagano i rapporti con l’islam.

La parola islam pronunciata in arabo con l’accento lungo sulla a significa sottomissione a Dio. Tra le religioni monoteiste rivelate è la più recente e pone principalmente l’attenzione su due realtà: l’uomo e Dio due realtà distinte, ma allo stesso tempo accomunate dai riti, dalle leggi sociali, dalle leggi del popolo. L’islam non è solo una religione, ma anche una comunità, l’hunnà, con una storia vastissima, una cultura, un’arte, trasmessa nel corso dell’espansione di questa comunità religiosa lungo tutto il bacino del mediterraneo e verso l’estremo oriente. Come ogni culto anche l’islam ha i suoi simboli. Il simbolo certamente più conosciuto è la mezzaluna con la stella che compare anche su molte bandiere di stati musulmani e che non nasce inizialmente come simbolo religioso perché l’islam in origine non aveva simboli particolari. Questo simbolo è preislamico cioè precedente alla sua diffusione e si riferisce ad un fatto storico. Quando Filippo II  di Macedonia invade la città di Bisanzio organizza un attacco notturno sotto le mura col favore delle tenebre quando ad un certo punto il vento disperde le nubi, in cielo compare una falce di luna che schiarisce il cielo permettendo alle guardie delle mura di vedere gli assedianti, dare l’allarme e costringerli al ritiro. In seguito a cio la falce di luna comincia a diventare il tema portante di molti manufatti come simbolo di salvezza. Nel mondo arabo inoltre la parola che indica la mezzaluna ha anche un riferimento numerico, ha lo stesso simbolo numerico della parola Allah pertanto la mezzaluna rappresenta Allah e la stella a cinque punte di conseguenza rappresenta Maometto, il profeta di Allah che sta ai suoi piedi. Oltre a questo simbolo i musulmani ne hanno altri due riprodotti su amuleti che portano al collo o al polso oppure tengono in casa per tenere lontane le malattie, le sventure, la malasorte eccetera. Uno dei due simboli si chiama la mano di Fatima cioè la figlia del profeta Maometto che vide un giorno suo marito in compagnia di una concubina, immerse la mano in una pentola di acqua bollente, ma non sentì dolore e questo per i musulmani è sintomo di forte autocontrollo. Le cinque dita della mano di Fatima rappresentano i cinque pilastri dell’islam. Anche gli ebrei hanno un amuleto simile, ma lo chiamano la mano di Miriam le cui cinque dita rappresentano i cinque libri della Torah. L’altro simbolo-amuleto è l’occhio di Allah molto diffuso in Marocco e spesso sovrapposto alla mano di Fatima. La penisola araba è il cuore dell’islam, il suo luogo di origine nonché di nascita del profeta Maometto (cioè colui che è lodato, questo il significato del nome) in povertà e rimasto presto orfano accudito da uno zio che lo avvia alla professione del carovaniere. Tutti a quel tempo e in quel luogo erano nomadi, commerciavano e si spostavano su carovane fermandosi solo di quando in quando presso oasi o santuari. Tali comunità veneravano molti dei associati agli elementi della natura, si muovevano seguendo le stelle. Tra le comunità che vivevano nella penisola araba a quel tempo c’erano però anche comunità cristiane ed ebraiche. Le prime avevano scarsa cultura e scarsa pratica di commercio. Le seconde disponevano di eccellenti risorse intellettuali, le uniche cose che potevano portare con se nel corso di esili e peregrinazioni per potersi di volta in volta adattare a terre nuove. Maometto nel corso dei suoi viaggi incontra queste comunità e comincia a riflettere sul dio unico che premia i buoni e punisce i malvagi. Seguendo l’esempio degli eremiti cristiani va in ritiro spirituale nelle caverne e li, durante le sue meditazioni, riceve anche le rivelazioni dell’angelo Gibril (Gabriele) che lo esorta a diffondere la fede che ha appreso in tutto il mondo ed egli lo farà e non sarà solo. Viaggiando Maometto ha trovato anche una compagna di quindici anni più vecchia di lui, la vedova Kadija, che lo sosterrà e lo seguirà nel corso delle sue predicazioni insieme con il cugino Alì e il commerciante Abubacr, che ne diverrà il successore. Ecco come nasce e si diffonde l’islam, una dottrina che crede negli angeli, nei demoni, nei jin (spiriti che appaiono e che possono essere sia buoni che cattivi), una dottrina che però teme fortemente la tentazione dell’idolatria e infatti vieta le rappresentazioni sacre, vieta di rappresentare le persone, la venerazione deve essere riservata solo al dio unico come recita anche il primo dei cinque pilastri della religione islamica cui si faceva poc’anzi riferimento: non vi è altro dio all’infuori di Allah e di Maometto suo profeta, un principio che richiama allo shemah Israel degli ebrei e al credo cristiano, un principio che non impedisce comunque ai musulmani di riconoscere anche dei profeti precedenti a Maometto che compaiono anche nella Torah ebraica e nella nostra Bibbia. Anche i musulmani parlano di Abramo, di Ismaele (anzi dicono di essere la discendenza di Ismaele, la discendenza promessa da Abramo quando lo ha allontanato insieme alla madre dopo la nascita di Isacco che Abramo ha avuto da sua moglie), di Isacco, di Giacobbe, di Salomone e di Gesù cui essi non attribuiscono lo status di figlio di Dio bensì quello di grande profeta che ha compiuto il disegno di Dio aprendo poi la strada a Maometto come ultimo e definitivo profeta. Il secondo pilastro è la preghiera cinque volte al giorno secondo un rituale ben preciso. Col viso sempre rivolto verso La Mecca (la città santa dove Maometto è nato) sopra una stuoia, un tappeto, un cartone o un pezzo di stoffa, ma mai a diretto contatto con la terra impura e seguendo una precisa gestualità: prima in piedi poi in ginocchio, poi sdraiati con la fronte, i piedi e le ginocchia al contatto col supporto ad indicare come l’uomo cerchi l’elevazione verso Dio, ma nello stesso tempo si prostra ai suoi piedi, si umilia di fronte ad esso. È il muezzin a richiamare alla preghiera cinque volte al giorno dall’alto del minareto le torri che circondano la moschea e sono un po’ l’equivalente dei campanili cristiani che attraverso il suono delle campane richiama alle funzioni. Il terzo pilastro è il ramadan, il mese del digiuno. Per un mese intero dall’alba al tramonto ogni giorno non si beve, non si mangia, non si fuma, non ci si lava, non ci si profuma e ci si astiene dai rapporti sessuali. A partire dalla pubertà (per le ragazze dal menarca cioè la prima mestruazione) tutti osservano il ramadan ad eccezione delle persone molto vecchie, i malati, le donne incinte o che allattano e quelle col ciclo solo nella settimana in cui sono impure che devono poi recuperare in seguito. Il quarto pilastro è l’elemosina obbligatoria per aiutare poveri e bisognosi, soprattutto vedove ed orfani, ma anche per le spese delle moschee. Il quinto e ultimo pilastro prevede il pellegrinaggio a La Mecca, obbligatorio almeno una volta nella vita. Una volta giunti, vestiti tutti con abiti bianchi senza cuciture a sottolineare l’uguaglianza, bisogna fare sette giri intorno alla Kaaba, una pietra nera che troneggia al centro della piazza principale della città , la piazza con la moschea. Questa reliquia è l’unica risalente all’epoca e ai culti preislamici che Maometto nel corso del suo cammino di predicazione non ha distrutto, ma assimilato. Secondo la leggenda è un meteorite nero a causa dei peccati dell’uomo perché l’islam non ha trovato ancora abbastanza diffusione nel mondo. Quando tutti diventeranno retti musulmani, secondo la leggenda, la pietra diverrà bianca. Anche le donne si recano in pellegrinaggio, ma accompagnate da un maschio della famiglia che fa da tutore e che può essere il padre, il marito o un fratello. Le donne non sono considerate esseri autonomi e sono generalmente ritenute inferiori. Nel mondo arabo in questo senso non si registrano troppe aperture. Durante i pellegrinaggi molta gente si accalca tutta in una volta specie nei periodi prestabiliti dal calendario islamico. Molte persone vengono schiacciate e altre muoiono negli accampamenti improvvisati da fornelletti e fuochi accesi per scaldarsi perché non hanno trovato posto negli alberghi. Durante i culti, i pellegrinaggi, le preghiere, i non musulmani non possono accedere ai luoghi preposti e anche in periodi, diciamo più neutri devono chiedere permessi. I musulmani sono molto più restrittivi rispetto a ebrei e cristiani per quanto riguarda l’accesso ai luoghi sacri. Anche i musulmani hanno il loro testo sacro, il Corano, però riconoscono anche la Torah, i salmi e i vangeli nonché la Sunnà, raccolta di detti, racconti e leggi della giurisprudenza islamica. Il Corano contiene la parola di Allah, da sempre esistente, increata, chiamata la madre del libro. Per vent’anni è stata trasmessa a Maometto da Gibril ma egli non l’ha scritta così come non ha mai messo per iscritto la Sunnà limitandosi a raccoglierne i contenuti. Sono stati i discepoli a scrivere tutto inizialmente su pietre, pelli di animali e scapole di cervo.  Hanno trascritto il Corano e anche la Sunnà che viene interpretata dagli Ulema, dei saggi, i giudici. A loro vengono poste tutte le questioni che possono interessare la comunità ed essi, leggendo e interpretando la Sunnà, emettono un verdetto definitivo. Per quanto riguarda il Corano è composto da 114 sure (capitoli) per un totale di 6633 versetti. Ogni casa contiene una copia del Corano in un angolo appositamente preposto e spesso avvolta in un foulard di seta. Il giorno che i musulmani dedicano al riposo e alla preghiera è il venerdì. I musulmani pensano che quando verrà il momento di incontrare l’Altissimo i primi ad andargli incontro saranno proprio loro seguiti dagli ebrei e dai cristiani. Ecco perché il loro giorno di preghiera viene prima rispetto a quelli delle altre due religioni. Il venerdì si va nella moschea a pregare tutti insieme spalla contro spalla su un pavimento pieno di tappeti. Ma la moschea non è soltanto luogo di culto, di preghiera o di riflessione personale come può essere la chiesa per noi. La moschea è anche scuola coranica, luogo di ritrovo, di ristoro dove si va anche a mangiare, dove si incontra il medico e l’imam che ogni venerdì sceglie, legge e commenta un brano del Corano facendo anche degli interventi sociali e politici messaggi a volte sbagliati che possono portare al compimento di atti terroristici, motivo per cui gli imam vengono controllati dai servizi segreti. Prima di accedere alla moschea bisogna fare le abluzioni all’ingresso o anche a casa, pulirsi accuratamente per purificare tutte quelle parti del corpo che possono costituire veicolo di peccato. Alla moschea poi si accede senza scarpe e questo vale per chiunque accede anche non musulmani. Persino papa Benedetto XVI si tolse le scarpe. Ma che cos’è il peccato per i musulmani? Come per tutti i culti peccato è fondamentalmente non seguire ciò che dio ha prescritto e dunque nel caso specifico non seguire il corano, non seguire i pilastri, non andare in moschea il venerdì, non credere, non attenersi ai precetti. Loro hanno un’idea netta di bene e male di Paradiso e Inferno dove i malvagi vengono portati a cospetto di Satana che i musulmani credono un angelo caduto perché non si è voluto inginocchiare a cospetto di Abramo. Per i musulmani non esiste la bestemmia, prerogativa dei cattolici. I musulmani immigrati nel nostro Paese si sentono in diritto di bestemmiare il nostro Dio perché sentono che noi italiani, che dovremmo credere e rispettare la nostra fede, come i musulmani rispettano la loro, non lo facciamo. Loro credono anche che la donna nasca senza l’anima per questo è inferiore e necessita di sottostare all’autorità dell’uomo. La salvezza della donna risiede totalmente nelle mani di Allah pertanto la donna deve fare ancora più attenzione rispetto all’uomo nel comportarsi bene. Occorre fare una distinzione però tra i Paesi eccessivamente rigidi e fondamentalisti e quelli che permettono una maggiore influenza della cultura occidentale. Nei Paesi fondamentalisti le donne devono coprirsi a partire dalla pubertà, dal menarca. In realtà il Corano dice che devono coprirsi solo all’interno dei luoghi di culto, ma poi l’uomo ha voluto dire la sua assimilando il corpo femminile ad uno strumento di tentazione che trascina l’uomo verso il peccato e il desiderio carnale così nel mondo islamico si vedono spesso donne coperte. Si va da quelle che coprono i capelli a quelle che lasciano scoperti solo gli occhi o solo la faccia a chi copre tutto come in Afghanistan dove alle donne è proibito, pena la flagellazione, leggere, scrivere, farsi una cultura propria. I talebani afghani affermano di applicare la sharia cioè la legge islamica contenuta nella Sunnà, una legge che vale sia in ambito civile che religioso due ambiti che nel contesto islamico non sono separati, una legge che prevede anche la lapidazione degli adulteri (una legge che anche gli ebrei avevano come testimoniano i vangeli che raccontano di Gesù che difende l’adultera dicendo “chi è senza peccato scagli per primo la pietra conto di lei”) con due pesi e due misure. Sia uomini che donne sono prigionieri in una buca, ma l’uomo emerge dalla terra più che la donna e riesce più facilmente a scappare. Se durante la lapidazione si riesce a scappare la gente vede in questo un intervento di Allah e tutto viene sospeso. Per la donna questo intervento può risiedere solo nella speranza di essere ferita dai sassi e non uccisa. Ma come dicevamo, esistono anche Paesi più aperti dove sorgono movimenti femministi che si ergono contro questi principi islamici che sono a sfavore delle donne e dove portare il velo o meno diventa una libera scelta diventa espressione della propria fede del fatto di praticarla. Capita dunque di vedere nelle medesime città donne occidentalizzate accanto a donne tradizionali che non sempre sono così perché obbligate dai padri i quali al contrario a volte confidano nel buon senso delle loro figlie più che nelle restrizioni. L’islam sembra dunque un mondo che si fonda moltissimo sulle contraddizioni e questo è tanto più chiaro se si osservano i riti musulmani che, come nel caso di tutte le altre religioni, accompagnano l’individuo dalla nascita alla morte. Quando nasce un bambino si recita una preghiera al suo orecchio destro e una al suo orecchio sinistro gli si da un bel nome e lo si deve dare al feto anche in caso di aborto. Per un maschio si fa una grande festa e si uccidono due pecore. La femmina non viene festeggiata e per lei si uccide una pecora sola. I musulmani dunque sottolineano sin da principio la loro idea di superiorità del maschio poi però arriva il momento del matrimonio ed emergono molte contraddizioni: per principio il matrimonio deve essere espressione di amore reciproco, per principio religioso proprio, ma poi la donna è di fatto una proprietà del marito sottomessa a lui e il trattamento che riceverà sta tutto nella lungimiranza del maschio nella sua scelta di essere aperto o tradizionalista. Secondo il principio religioso un padre non può obbligare la figlia a restare nubile a sposarsi non può sceglierle il marito, ma a conti fatti questi principi non sono osservati in tutti i Paesi musulmani allo stesso modo. Inoltre mentre la donna deve essere fedele al marito e non avere altri uomini, l’uomo non ha un vero e proprio obbligo di fedeltà e può avere sino a quattro mogli, anche se poi dovrebbe trattarle tutte allo stesso modo senza trascurarne nessuna. Il matrimonio musulmano non prevede la parità tra i coniugi anzi nel mondo musulmano i figli appartengono solo al padre. Ecco perché un uomo musulmano può sposare donne ebree o cristiane (chiamate le agenti del libro per sottolineare origini religiose comuni) ma non può accadere il contrario. Dopo la nascita e il matrimonio arriva il momento della morte. Anche al defunto si recitano preghiere in particolar modo la professione di fede, si lava il corpo lo si avvolge in un sudario e lo si seppellisce nelle terra rivolto verso La Mecca e quando si trovano in un Paese straniero i musulmani o cercano di far rimpatriare la salma nella terra d’origine o comunque rifiutano di essere seppelliti accanto a non musulmani. In qualche modo questa maggiore chiusura e ostinazione a mantenersi separati da altre fedi, a voler convertire tutti per forza più di quanto facessero i cristiani secoli fa è un tratto che colpisce della religione musulmana, un tratto che fa riflettere, un tratto che rende più difficili i rapporti tra cristiani e musulmani che non tra cristiani ed ebrei. Tra tutti e tre i monoteismi le ragioni di dissapore molto spesso vanno ben oltre le ragioni di fede, non si tratta soltanto di dire che si venera lo stesso Dio ma con forme e rituali diversi altrimenti non si sarebbe dovuto aspettare il secolo scorso per cominciare a vedere segni di apertura, volontà di dialogo interreligioso addirittura universale come l’incontro ecumenico di Assisi che vide la partecipazione di tutte le ramificazioni dei tre monoteismi, ma anche delle religioni orientali e animiste tribali di varie popolazioni sparse per il Mondo come i nativi americani. Le ragioni dei dissapori hanno molto più spesso una radice culturale si ritrovano nella Storia. Ad oggi musulmani ed ebrei si contendono il territorio dello stato d’Israele. Secoli fa la missione divina delle crociate di liberare il santo sepolcro dagli infedeli nascondeva anche l’intento di aprirsi nuovamente le rotte commerciali che i turchi avevano chiuso. In secoli più recenti oggetto d’interesse era il petrolio e in mezzo a tutto ciò troviamo pregiudizi culturali dovuti appunto all’ignoranza che porta a chiudersi in se stessi. Ecco perché al cristiano il musulmano appare violento e retrogrado anche per la questione della guerra santa (che ha la sua origine nell’episodio storico della cacciata di Maometto da La Mecca in seguito al quale si è rifugiato a Medina. A La Mecca nessuno voleva ascoltare Maometto, la nuova fede avrebbe provocato crisi all’economia basata sul commercio degli idoli pagani mentre invece Medina accolse Maometto perché rivale di La Mecca e quando Maometto ricevette dall’angelo Gabriele l’esortazione a diffondere la fede con ogni mezzo, anche con la guerra, Medina combatté con Maometto contro La Mecca) mentre agli occhi del musulmano l’occidente è il male, è corrotto, è vizioso. Due punti nevralgici della questione riguardano la posizione della donna che nell’occidente ha conquistato dopo secoli e secoli maggiore libertà e l’educazione religiosa dei bambini all’interno della famiglia che i cristiani col tempo hanno perso e invece le altre fedi hanno mantenuto. Questi sono spunti da cui dovrebbe partire un dialogo che abbia come obiettivo l’incontro pacifico tra quelle che in fin dei conti sono le tre religioni dell’unico Dio.

Ed è con questo augurio di pace dialogo e fratellanza futura che si è conclusa questa sera l’ultima serata (per ora) dedicata alla cultura religiosa. Perché per essere fratelli bisogna amarsi almeno un po’ ma si può amare e dunque non temere solo ciò che si conosce.

Antonella Alemanni