BOSCHI E LEGNO A TALAMONA – UN FILO ROSSO

 

TALAMONA ,22 marzo 2014, la casa Uboldi diventa anche archivio storico. Gli statuti della magnifica comunità di Talamona

VIAGGIO NELL’ANTICO COMUNE DI TALAMONA

IN OCCASIONE DEL TRASFERIMENTO DELL’ARCHIVIO STORICO DAL COMUNE ALLA CASA DELLA CULTURA UNA MOSTRA RIEVOCA UNO SPACCATO DELLA TALAMONA CHE FU, COSI’ COME EMERGE PROPRIO DAI DOCUMENTI

Da quando ormai due anni fa cominciò ufficialmente l’avventura culturale della Casa Uboldi, si sono susseguiti diversi eventi di vario genere e tutti preparati con grande entusiasmo, ma, senza nulla togliere al resto, credo che nessun evento sia mai stato preparato con un lavoro, una cura, un impegno, una passione, pari a quelle spese per l’evento presentato oggi a partire dalle ore 16.30. Un evento che, lo possiamo dire fin d’ora, merita senz’altro di essere ricordato come il momento clou della stagione culturale 2013-2014, un evento che rappresenta in qualche modo il traguardo di un’avventura cominciata cinque anni fa quando sono cominciati anche i progetti di ristrutturazione della Casa Uboldi per far si che diventasse ciò che è ora, uno spazio, per dirla con le parole del sindaco Italo Riva che ha aperto col suo intervento questa ricca giornata, “in cui i talamonesi di tutte le età e generazioni hanno la possibilità di passare piacevolmente del tempo arricchendosi culturalmente anche attraverso un patrimonio di memorie che conta elementi unici nel panorama archivistico. Ecco dunque il motivo per cui oggi siamo qui ad inaugurare una nuova sala di questa casa che conterrà il nostro archivio storico e contemporaneamente ad inaugurare una mostra con la quale si intende celebrare questo importante evento”. Un evento che, come dicevamo, è il coronamento di un’avventura che parte da lontano e che quest’oggi è stata sinteticamente narrata dall’assessore alla cultura Simona Duca che ha preso la parola subito dopo il sindaco. Un’avventura cominciata per l’assessore già nel 2000 dunque quattordici anni fa quando un giorno si trovò a dover fare una ricerca che necessitava proprio la consultazione dell’archivio. Allora la sala che lo conteneva era ubicata ai piani alti del comune e versava in uno stato di disordine e abbandono. Da li l’idea di dare una sistemata, un proposito portato a termina nel 2007 quando tutti i faldoni hanno trovato posto dentro un armadio. Ma poteva questa sistemazione essere quella giusta? L’archivio aveva un senso in questo modo finalmente ordinato, ma nascosto, come chiuso in prigione? Che cos’è un archivio innanzi tutto? Un insieme di documenti certo anche molto vecchi, talmente vecchi che il sentire comune della gente è di estraneità, un pensare “ma noi che c’entriamo?” ma anche e soprattutto un tesoro che scopri, che trovi e che studi al punto che ti entra dentro e diventa parte di te, al punto che non sei più tu a possedere l’archivio, ma ne sei posseduto, un tesoro che racchiude l’identità di una comunità, il suo passato, da traghettare nel presente verso il futuro. Un tesoro cui bisogna dare un senso, una collocazione che ne valorizzi il contenuto e tutto ciò che rappresenta. Ecco dunque l’idea di un’analisi più accurata e di una sua collocazione alla casa della cultura dove già ha trovato posto la biblioteca. Archivio e biblioteca altro non sono che due diverse sfumature di cultura, la nostra cultura che ci identifica e ci caratterizza. Ed eccoci dunque oggi dopo un paziente lavoro di riordino, studio, catalogazione dei documenti durato cinque anni ad opera delle archiviste Rita Pezzola (che si è occupata dei documenti più antichi), Annalisa Castangia e Simona Cometti (che si sono occupate dei documenti più recenti a partire da quelli successivi all’età napoleonica) a condividere finalmente col pubblico questa avventura presentando questo evento.

 

L’intervento di Rita Pezzola

Ed è con grande emozione che Simona Duca ha condiviso il suo racconto di questa avventura paragonandola ad un’intensa scalata in montagna e passando poi la parola a Rita Pezzola la quale ha subito tenuto a sottolineare come questo evento di oggi rappresenta si il coronamento di un percorso, ma anche un punto di partenza di un nuovo rapporto della comunità con la propria identità culturale. Che cos’altro rappresenta l’archivio se non la testa dell’enorme corpo collettivo, la mente, la guida, il pensiero? Come può essere definito se non come la progettualità che si manifesta in un pensiero collettivo, un’identità da ritrovare e riordinare in modo sensato, un tesoro da leggere, da valorizzare, da vivere? Come un patrimonio da conoscere? Un tesoro prezioso che, nel nostro caso, contiene carte risalenti alla fine del Quattrocento e un’ampia documentazione risalente al Cinque e Seicento tra cui multe. Secondo il presidente della soprintendenza archivistica Maurizio Savoia, nessun comune, perlomeno in Lombardia, contiene multe del Cinquecento. Ma queste carte sono anche verbali di consigli comunali ininterrottamente dal Seicento fino agli anni Ottanta del Novecento e poi gli Statuti del 1525. Una memoria storica che riguarda tutti indistintamente e del quale la mostra inaugurata oggi (che rimarrà aperta per i prossimi 15 giorni sino al 6 aprile negli orari di apertura della biblioteca più la domenica dalle 15 alle 18 con aperture straordinarie su richiesta per gruppi e scolaresche ndr) e che sarà portata anche all’Expo di Milano del 2015 (che detiene anche parte del patrocinio) rappresenta un primo approccio aperto a più persone possibile, una sorta di reazione chimica tra l’oggi, l’habitat e il contesto di Talamona e ciò che le carte offrono in merito alle questioni di natura gestionale del patrimonio naturalistico che ci circonda così come venivano affrontate nei secoli passati. Una miniera di informazioni di natura storico-giuridica, ma anche naturalistica con descrizioni dettagliate della vegetazione che, a detta di se medesima, hanno permesso a Rita Pezzola di riuscire a vedere il bosco con occhi diversi sotto la lente di una maggiore conoscenza degli organismi che lo popolano. Una miniera di informazioni che testimoniano (come ha giustamente sottolineato in chiusura l’assessore alla cultura Simona Duca riportando le osservazioni dei suoi alunni delle scuole medie) lo stato avanzato della legislazione talamonese in materia di tutela del patrimonio ambientale già nel Cinquecento. La mostra si propone di raccontare tutto questo di dare voce in modo schematico chiaro e conciso alle storie e ai personaggi che ruotano intorno al bosco storie prese direttamente dai documenti, vivida testimonianza della Storia come materia viva, un punto di inizio di un meraviglioso canto possibile che si sprigiona da questi documenti.

L’archivio e il bosco: gli interventi congiunti di esponenti della Comunità Montana, del Parco delle Orobie Valtellinesi e dell’ufficio archivistico della regione Lombardia

Poiché, come stiamo appunto dicendo, molti documenti ritrovati nell’archivio riguardano il bosco e il suo ruolo fondamentale nella vita della comunità, non potevano mancare alla realizzazione di questo evento e in particolar modo della mostra enti che col bosco hanno direttamente a che fare tutt’oggi portando in qualche modo avanti l’opera di tutela del patrimonio boschivo già promossa dagli antichi statuti ritrovati. Non potevano nemmeno mancare alla presentazione, non potevano mancare di arricchire con le loro osservazioni questa ricca giornata, non potevano mancare di sottolineare, come di già l’esponente del parco delle Orobie, quanto questa collaborazione sia stata piacevole ed arricchente permettendo di conoscere la storia dei comuni di Talamona e di Tartano e la loro civiltà basata sul patrimonio boschivo e da esso dipendenti, un patrimonio che rappresenta l’identità comunitaria e che, come ha sottolineato il referente per l’Ufficio archivistico della regione Lombardia, non ha nulla da invidiare a quello di Trentino e Val d’Aosta anche per quanto riguarda la grande competenza con cui tutto viene gestito, un patrimonio che, come ha raccontato la referente della comunità montana, è stato rievocato persino durante una conferenza a Bolzano in occasione della quale Talamona è stata citata da un professore universitario toscano nel corso di un suo intervento riguardante le antiche teleferiche.

È venuto a questo punto il momento di toccare con mano e vedere quanto sino ad ora presentato.

Inaugurazione della sala dell’archivio storico intitolata a Fausto Pasina

Per consuetudine, tutte le sale della casa della cultura sono intitolate a persone che non ci sono più, ma che in vita si sono distinte per essere talamonesi di spicco, la cui vita e opere si sono spese in gran parte a beneficio della comunità e dello sviluppo generale di Talamona. Per l’intitolazione della sala dell’archivio storico è stato scelto Fausto Pasina per il contributo da egli dato nel recupero dell’archivio stesso e in generale per il suo sapere e le sue competenze messi sempre generosamente a disposizione. Una figura rivissuta oggi attraverso le parole di un suo amico, Elio Luzzi, che ha letto un testo abbozzato di suo pugno. Eccolo riportato di seguito.

Fausto Pasina fu geometra nel senso euclideo del termine, appassionato della scienza della geometria da quella che ci permette di distinguere i confini degli orti e calcolarne la superficie a quella che permette di relazionare il movimento gravitazionale delle stelle alla piccola pallina cui siamo ancorati dalla gravità con tutte le speculazioni filosofiche suggerite nell’andare dall’orto alle stelle. Fausto Pasina amava i paradossi. Discutendo una volta delle professioni a noi prossime, quelle degli ingegneri e degli architetti, egli disse “sul frontone del tempio di Atene vi è la critta NON ENTRI CHI NON E’ GEOMETRA” conseguentemente gli ingegneri e gli architetti dovevano restare fuori ad aspettare il verbo. Ricordo una sera, forse all’uscita di un’aggrovigliata riunione di attivisti politici. Si fermò un momento ad osservare il cielo pensoso commentando “guarda su, noi al confronto siamo due moscerini e contiamo come tali” poi alzando la voce al resto del gruppo disse “e adesso che ci siamo confessati possiamo ricominciare a beccarci”. Era un talamonese con la consapevolezza (che per altri è comunque un’atavica e latente percezione) che i talamonesi non sono soltanto abitanti di un paesetto delle Orobie ma un piccolo popolo. Conosceva egregiamente la storia italica, quella europea, quella del socialismo, quella internazionale, quella antica delle grandi civiltà e la nostra storia locale di piccolo popolo. Mi raccontò di una volta che si trovava in vacanza da pensionato solitario su alcune isole greche e venne ospitato per una festa su una barca da alcuni pescatori ingegnandosi a far cantare loro una nostra canzone locale in dialetto. Sul finire degli anni Ottanta mi aveva invitato a cena, era il suo compleanno, l’11 marzo, quando il sole è nella costellazione dei Pesci. Mi informò che aveva recentemente recuperato delle fotografie delle pagine di un manoscritto degli statuti di Talamona. Un suo conoscente le possedeva per via di discendenze familiari e le aveva date a Fausto in cambio di consultazioni tecniche, ma anche cimeli e carabattole varie. È un ricordo ben preciso il mio: la cena di compleanno, i discorsi sul manoscritto da recuperare e i contenuti che aveva iniziato ad indagare, i suoi contatti con gli amministratori del comune. Per farla breve, in tempi successivi propose agli amministratori del comune dell’epoca la sua disponibilità a fornire fotocopie di quanto in suo possesso a condizione che venisse fatta una traduzione stampa da distribuire gratuitamente alle famiglie talamonesi. La cosa bella è che grazie all’interessamento del sindaco Domenico Luzzi fu curata dal sodalizio soci della crusca del quale era componente padre Mario Abramo Guatti che li tradusse e commentò sommando alla sua competenza specifica la profonda conoscenza della lingua e della cultura del nostro piccolo popolo. Il resto è storia recente. I preziosi testi originali degli statuti e del libro degli estimi (documenti catastali con descrizioni delle varie proprietà ndr) sono riemersi dagli anfratti del mansardato archivio del municipio perché Italo Riva, curioso e caparbio, convinto assertore del valore fondante della storia e della cultura, ha attivato tutto quanto era nelle sue facoltà.

Nel ricordare con voce rotta dall’emozione il suo caro amico e libero pensatore Fausto Pasina, Elio Luzzi ha voluto estendere il pensiero anche ad altri amici vivi solo nel ricordo: Mario Tarabini, Emilio Guerra, Mario Ciocchini e Mario Pasina. Amici di tante passioni.

 La mostra e le sue storie.

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È venuto dunque il momento tanto atteso di vedere finalmente la mostra che ho potuto rivedermi con calma più volte durante i turni dell’apertura. Una mostra decisamente non convenzionale studiata nei minimi dettagli nel corso di circa una decina di riunioni o poco meno.  Una mostra che si ripropone di raccontare l’archivio storico talamonese (per quanto riguarda la parte dedicata ai boschi e alle norme contenute negli statuti riguardante il loro utilizzo) attraverso le immagini le storie e i personaggi risalenti a quel periodo. Un racconto che scrollando via la polvere dei secoli riporta il passato a parlare al presente. Un racconto che è stato ben introdotto di già durante la conferenza nella sala Valenti da due dei curatori, Marco Brigatti (che ha curato l’allestimento e la grafica dei pannelli) e Annalisa Azzalini (che ha illustrato i personaggi). Attraverso le loro parole i presenti si sono già potuti fare una prima idea di ciò che avrebbero visto.

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Il piccolo Giovanni

 

Ciò che colpisce immediatamente entrando alla mostra è il forte odore del legno. L’odore del compensato delle strutture che sostengono i pannelli illustrativi realizzati appositamente da una falegnameria e studiati per essere montati ad incastro non soltanto per essere più facilmente smontabili e rimontabili in vista delle trasferte cui la mostra è destinata, ma anche per fungere da richiamo alla struttura dei nuclei abitativi in utilizzo in zona all’epoca (che saranno approfonditi in seguito). Questa mostra è stata concepita per essere tutta di legno e di carta, per essere un percorso intellettuale, ma anche un percorso sensoriale, una mostra che riproduce un bosco e le sensazioni che suscita il fatto di passeggiarvi al suo interno.

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Il legno e l’archivio dei documenti sono i protagonisti principali dell’evento di oggi e della mostra che segue. A legarli un filo rosso che, complice il profumo del bosco ci guida idealmente indietro nel tempo. Dalle nebbie del passato così diradate fa capolino il piccolo Giovanni con la sua veste color crema e il suo bastone che ci prende idealmente per mano e ci conduce nel suo mondo, un mondo dove i bambini avevano a che fare con la natura e con il legno sin dalla più tenera età in ogni ambito della vita quotidiana. Ricevevano giocattoli in legno e giocavano molto all’aria aperta dove si divertivano a raccogliere rametti e bastoni come Giovanni (e come facevo anche io da piccola) e la piccola Caterina, bionda con la veste azzurra, due piccoli che le pagine dei documenti ci hanno restituito e che sono stati fatti rivivere da Annalisa Azzalini grazie a ricerche accurate anche da Internet da vari libri, affreschi secondo un procedimento di ricostruzione antropologica di genere seguito per tutti i personaggi che qui appaiono (il clamator, il notaio, il sindaco, il boscaiolo…).

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I nomi dei due bambini non sono stati scelti a caso, ma perché dai documenti è emerso che parecchi bambini venivano battezzati così e che dunque questi erano i nomi più utilizzati. Essi appaiono talmente vividi che sembra quasi di vederli mentre corrono, ridono e si inoltrano nel bosco, del quale sapevano tutto. I nos regiur ancora raccontano che loro da bambini avevano una sola sapienza ed era quella trasmessa dal bosco e dagli adulti che avevano acquisito la sapienza del bosco prima di loro. La gente di allora sapeva riconoscere ogni pianta, ogni erba, gli animali, gli uccelli dai loro nidi, sapevano dove li costruivano, distinguevano le uova, i diversi canti. Il rapporto col bosco era qualcosa di vivo, di concreto ed è questo che si è cercato di far emergere. Un rapporto di persone consapevoli di relazionarsi ad altri esseri viventi tanto che c’era l’usanza di piantare un albero ogni volta che un bambino nasceva. Così il legno non era soltanto un materiale utile come descritto nel pannello qui sopra. Certo utile lo era moltissimo, indispensabile in un’epoca dove non esistevano altri combustibili dove non c’era altro modo per cuocere e conservare i cibi e dove c’era solo un altro materiale disponibile, la pietra essendo lontanissima l’epoca dove c’è fin troppa roba a disposizione (non è un caso se allora non c’era l’emergenza rifiuti).  Ecco dunque le antiche storie che il bosco ha vissuto e che potremmo vivere ancora oggi se solo non ci dimenticassimo che il bosco è ancora li a due passi da noi e che oggi come allora può ispirare persino l’ingegno di creazione artistica dell’uomo, come ben mostra la tavola intagliata di Egidio Ruffoni (già ospite ad una mostra precedente)  che rappresenta il capolettera che caratterizza quasi tutti i documenti dell’archivio.

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La piccola Caterina

 

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Questo pannello mostra il territorio di Talamona che anticamente era un tutt’uno con la Val Tartano. Un territorio fatto di acqua, legno e pietra e con una nutrita presenza di verde ancora oggi. L’Adda costituiva e costituisce tutt’ora il confine del comune di Talamona fino alle cime del versante. Il nucleo abitativo più antropizzato sorgeva sul conoide del torrente Tartano e presso i torrenti Roncaiola e Malasca e fu abitato sin dai tempi più remoti come testimonia anche la necropoli romana ritrovata in tempi relativamente recenti sotto l’attuale cimitero.

La chiesa altomedievale di Talamona si trova ancora oggi laddove sorgono la piazza principale e il comune. La chiesa attuale risale all’XI secolo.

Dal conoide si sale fino a mezza montagna dove sono ancora ben visibili le tracce della transumanza nelle selve composte da castagni che salendo sempre più verso la Val Tartano si convertono in boschi di conifere prima di arrivare al confine con la provincia di Bergamo e condurre nel suo territorio.

Il paesaggio è composto da case di pietra di tutte le tonalità del grigio ravvivato dal verde dell’erba e dai colori della frutta e delle coltivazioni.

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Questo pannello illustra invece il contesto storico dell’epoca abbracciata dai documenti dell’archivio e dunque anche dalla mostra, un periodo che abbraccia i secoli dalla fine del Quattrocento, tutto il Cinque e Seicento. Si vuole in particolar modo mettere in evidenza il confronto tra gli eventi salienti della Storia universale di quell’epoca e le vicende più strettamente legate al nostro territorio. A partire dal 1512 la Valtellina cominciò ad essere assoggettata ai Grigioni (un popolo della Svizzera meridionale) divenne un distretto del suo governo delle tre leghe, l’unico che riuscì a mantenere la fede cattolica in un contesto dove imperversava il protestantesimo cosa portò qualche tensione e alcuni cambiamenti (come nell’ambito dei commerci del vino prima molto fiorenti con la Svizzera). Il governo delle tre leghe a sua volta suddivideva la Valtellina in tre terzieri: quello superiore che faceva capo a Tirano, quello medio che faceva capo a Sondrio e quello inferiore a sua volta suddiviso in retico che faceva capo a Traona e orobico che faceva capo a Morbegno. Talamona apparteneva a quest’ultimo. Il suo territorio era diviso in colondelli (dai quali pare siano derivate le nostre contrade attuali), cioè nuclei abitativi (colondello deriva dal latino colere che significa abitare). I capi delle famiglie dei vari colondelli una volta all’anno (tendenzialmente nel mese di gennaio) tenevano delle assemblee pubbliche per leggere e discutere gli statuti. In occasione di eventi particolari (come l’arrivo di nuovi amministratori o preti) si potevano convocare assemblee straordinarie con pubbliche discussioni trascritti su verbali che riportavano i nomi dei colondelli e delle famiglie che li rappresentavano. Tali documenti sono tutt’ora custoditi nel nostro archivio storico a fungere da spaccati di vita. La loro lettura risulta complicata dal fatto di essere scritti a mano in un linguaggio misto tra il latino e il parlato dell’epoca.

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Giovan Battista Camozzi

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Gli statuti di cui ogni famiglia possiede una copia stampata in casa (e di cui il comune di Talamona pare sia l’unico a possedere ancora gli originali) sono stati scritti dal notaio Giovan Battista Camozzi nel 1525 il 21 gennaio su incarico ufficiale del comune e del sindaco. Quest’uomo apparteneva ad una famiglia che ha “sfornato” notai per generazioni e ha influenzato molto la cultura. I documenti all’epoca erano artigianali e più di adesso erano davvero il frutto della cultura di chi li produceva.

La figura del notaio all’epoca era molto importante, rivestiva un ruolo ben più di rilievo rispetto a quello che gli viene attribuito oggi. Era suo compito cogliere il significato storico di una proprietà e nel nostro caso di sottolineare l’importanza del legno come materiale naturale, protagonista assoluto della vita della nostra comunità dell’epoca per ogni generazione, in una società rurale ancora lontana dall’industria e dalla tecnologia e l’importanza del bosco come patrimonio identitario da custodire e non sprecare centro della vita quotidiana sociale e politica. Non a caso l’80% delle regole scritte riguardavano il bosco ed è questo il significato profondo degli statuti, la loro grande importanza.

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Gli statuti cominciano con la lettera I. In particolar modo gli statuti aprono con la dicitura in primis impreziosita dallo splendido capolettera illustrato nel pannello e che, lo abbiamo visto prima, è stato riprodotto sulla tavoletta intagliata.

L’importanza della figura di Camozzi e di questi statuti risiede nel fatto che se essi fossero andati persi avremmo perso la nostra identità storica e culturale. Cio che sta scritto in questi documenti non è soltanto un insieme di norme, ma anche un resoconto della struttura sociale e della vita quotidiana di un tempo. È grazie a Camozzi e al suo inestimabile lavoro se noi oggi sappiamo come si viveva nel Cinquecento e nel Seicento.

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Gli statuti venivano continuamente aggiornati in relazione soprattutto ai mutamenti sociali. Vecchi proprietari che morivano nuovi che compravano e in generale tutti quei piccoli eventi che caratterizzano la vita della comunità ancora oggi.

 

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Le regole circa l’utilizzo del bosco erano tanto precise quanto intransigenti le multe che punivano le trasgressioni. Multe che ammontavano a somme insormontabili per la gente dell’epoca. Ecco perché i boscaioli raccontano che chi veniva sorpreso ad abbattere alberi senza permesso, in quantità maggiore rispetto a quella regolamentata, un tipo di pianta diversa da quella che si era autorizzati a prendere,  in zone vietate soprattutto quella offlimits sui versanti che prevedeva le frane, non potendo molto spesso pagare, subiva l’amputazione delle dita nonché la confisca di tutto cio che possedeva.

Queste leggi e queste multe derivavano soprattutto da una questione di cuore, dal legame affettivo che, come già abbiamo detto, univa la comunità ai suoi boschi.

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Il clamator

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Oggi come allora la legge non ammette ignoranza. Ecco perché una volta che le leggi venivano emesse dal podestà (il capo che dominava le nostre valli per conto dei Grigioni) molto importante diventava la figura del clamator. Questo termine deriva dal latino clamare cioè gridare e il clamator era appunto colui che annunciava gridando nelle piazze le nuove leggi emesse che, appunto per questo motivo venivano denominate gride. Tali gride venivano poi lasciate appese in piazza in modo che tutti potessero vederle, ma bisogna considerare che allora erano molto pochi coloro i quali sapevano leggere e scrivere e dunque il clamator diventava un punto di riferimento molto importante per essere messi al corrente di tutto.

 

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Oggi come allora a capo della comunità c’era un sindaco. Fare il sindaco allora e più in generale ricoprire una carica politica non era vissuto come viene vissuto al giorno d’oggi, ma veniva davvero inteso nel modo in cui la politica dovrebbe sempre essere e cioè un servizio alla comunità. Il sindaco con la sua comunità stringeva un vero e proprio patto di sangue pungendosi il dito con uno spino di rosa canina. Era una grande cerimonia cui tutta la comunità assisteva. Proprio per questo veniva scelta la rosa canina, una pianta già documentata a quei tempi con spine abbastanza grandi in modo che anche chi si trovava ad una certa distanza poteva assistere al rituale.

 

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Il sindaco Giovanni Battista Spini

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Oltre agli statuti altri documenti fondamentali per viaggiare idealmente nel tempo e riscoprire un’epoca perduta sono gli estimi, i documenti catastali scritti elegantemente sia per quanto riguarda la grafia che per quanto riguarda la struttura, lo stile della scrittura. Anche se furono scritti essenzialmente a scopo burocratico per essere poi in grado di distribuire le tasse in modo equo, essi a tutt’oggi valgono più come preziosa testimonianza storica e per il loro essere mappa di parole che descrivono magistralmente tutto l’abitato casa per casa ciascuna coi suoi dintorni. Chi ha una certa età ancora oggi riesce a riconoscere i luoghi descritti in questi documenti.

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Gli estimi ci permettono di ricavare informazioni sulle coltivazioni diffuse a Talamona in quell’epoca lontana. Coltivazioni che ritroviamo ancora oggi. Tutto ciò che è scritto nei pannelli che compongono la mostra è una semplificazione e una schematizzazione delle informazioni ricavate dai documenti.

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Qui siamo giunti in quello che è in qualche modo il cuore del nostro percorso. Con i dovuti permessi e nel rispetto delle regole erano i boscaioli a recarsi materialmente nel bosco ad effettuare i tagli necessari ai bisogni comunitari.

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Il boscaiolo

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Ancora oggi il paesaggio talamonese è costellato di vitigni di cui si prendono cura uomini volenterosi seguendo la tradizione che viene da lontano, seguendo i tempi giusti della raccolta, della potatura e avvolgendo i tralci con rametti di salice appositamente preparati.

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Le castagne venivano denominate il pane dei poveri. Proprio un tipo di pane (e in altre zone dell’arco alpino e della pianura padana anche di polenta) si ricavava dalle castagne e si può trovare tutt’oggi in alcuni panifici artigianali.

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Ecco dunque il salice scialesc in dialetto così come veniva utilizzato per legare i tralci di vite potata. Venivano scelti dei rametti molto sottili che venivano scortecciati con uno strumento di legno simile alle mollette per i panni, ma di forma molto più allungata. La scortecciatura avveniva nel periodo primaverile quando si diceva che il salice era in amore e si scortecciava più facilmente. I tralci così scortecciati venivano avvolti in fascine e prima di usarli era sempre meglio lasciarli un po’ di tempo a stagionare e poi metterli a bagno prima di legare con essi i tralci di vite.

Con le varietà di salice più selvatico si potevano realizzare dei cestini intrecciati. Il salice più selvatico si riconosce per il fatto di essere più scuro.

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 Preparazione dei tralci di scialesc

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Come abbiamo gia accennato i documenti, sebbene per motivi essenzialmente di funzione burocratica e amministrativa fornivano anche dettagliate informazioni naturalistiche. Leggendoli si impara a conoscere la vegetazione spontanea, da quali specie era composta e come distinguerle l’una dall’altra. Il percorso della mostra propone degli spazi dove si possono vedere e toccare le piante i tronchi, i rami, gli aghi, le pigne, le ghiande e con alcune indicazioni capirne le peculiarità. Si impara ad esempio che il larice è l’unica conifera che perde gli aghi ma dal quale le pigne si staccano con difficoltà. Si impara a distinguere l’abete bianco dall’abete rosso. L’abete bianco ha i rami più chiari ha le pigne erette verso l’alto, ha delle piccole righe bianche sotto gli aghi disposti a pettine che pungono meno rispetto a quelli dell’abete rosso, inoltre cresce molto in alto perché vuole ambienti umidi e ombreggiati. L’abete rosso ha molti più aghi per ramo, rami di colore scuro, rossiccio appunto, pigne pendule e cresce più in basso. Sapienze queste che ormai sembrano non contare più nulla nella nostra civiltà odierna ma che sarebbe bene conservare.

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Essendo gli estimi descrittivi delle varie proprietà, molto spazio è dedicato alla minuziosa descrizione delle case. Da ciò riemerge il carden una particolare abitazione in legno presente soprattutto nella val Tartano. La struttura su cui sono stati montati i pannelli di questa mostra è stata pensata come delle tavole di compensato ad incastro proprio per richiamare alla struttura di questi carden molti dei quali tuttora presenti nel territorio della Val Tartano anche se non sono più abitati.

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I vari nuclei abitativi è un tema che si è pensato di approfondire quando la mostra era già in corso d’opera. Sulle strutture di queste case esiste un’ipotesi che al momento non è comprovata dai documenti. Si è notata una certa rassomiglianza coi nuclei abitativi tirolesi e dunque si pensa ad una qualche connessione tra le nostre popolazioni e quelle di quei territori in tempi remoti. L’indagine continua.

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Non poteva mancare un piccolo approfondimento anche sulla Val Tartano che, come abbiamo detto, a quel tempo con Talamona faceva comune unico tanto che si sono mantenuti rapporti molto stretti tra i due centri abitati che durano ancora oggi. Molti talamonesi hanno la loro origine in Val Tartano soprattutto quelli che portano i cognomi Spini e Bertolini.

 

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Didascalia in braille

La particolarità di questa mostra è il fatto di essere stata pensata per un’ampia fascia di persone e per avere più piani di lettura. Unica nel suo genere questa mostra propone anche delle didascalie in braille per i non vedenti, anche quella una cosa che è emersa in corso d’opera.

 

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Ad opera di Antonella Alemanni e di tutti i volontari che si sono prodigati nell’accompagnare i visitatori in questo viaggio nel tempo. Il gruppo boscaioli, Luigi Scarpa, Simona Duca e Lucica Bianchi.

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