L’UOMO SENZA LETTERE

Autore: Lucica Bianchi

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“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori danno alla tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoperati in tal modo in gioventù che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento”

Leonardo da Vinci, 1452-1519

Certe qualità eccezionali di cui danno prova esseri umani sono spesso doni piovuti loro dal cielo, ma ciò è naturale. Soprannaturale è invece che bellezza, virtù e talento possano confluire profusamente in un unico individuo rendendolo superiore a tutti gli altri uomini qualunque cosa egli faccia. Ogni sua azione sarà infatti così miracolosa da rivelarsi per quel che è: un fenomeno di origine divina, non il semplice risultato dell’ingegno umano. Leonardo da Vinci fu uno di questi fenomeni. C’erano in lui, oltre a una bellezza fisica mai sottolineata abbastanza, una facilità e una felicità d’azione sconfinate. Aveva cosi tante qualità che ovunque volgesse la sua attenzione riusciva a trasformare un problema insolubile in una cosa facile a farsi, e fatta alla perfezione. Alla sua forza fisica, possente, si associava abilità, ardimento e una nobiltà d’animo regale e prodiga di sé.

La fama di Leonardo fu illimitata: valicò i confini dell’epoca e raggiunse i posteri.

Non fosse stato tanto versatile e irrequieto, Leonardo sarebbe diventato un raffinato uomo di lettere e un erudito. Intraprese studi di ogni tipo, ma dopo un po’ si sentiva sazio e piantava tutto. E’ vero che iniziò molte opere d’arte senza mai finirle, ma era perché la sapeva troppo lunga in materia. Considerava la perfezione artistica che aveva in mente irraggiungibile sul piano pratico. Nemmeno con le sue stesse mani poteva venire a capo delle imprese grandiose e difficili che era solito immaginare.

Il suo maestro fu Andrea del Verrocchio, che all’epoca stava lavorando a una tavola raffigurante un San Giovanni in atto di battezzare Cristo. Leonardo ebbe il compito di dipingere nella tavola un angelo con in mano delle vesti. Allora era giovanissimo, ma lo disegnò cosi bene che l’angelo fece fare brutta figura alle figure dipinte da Andrea. Pare che Andrea, indispettito che un ragazzino ne sapesse più di lui, non volle più saperne di prendere in mano i pennelli.

E allora: è possibile, oggi, conoscere e “vedere” Leonardo da Vinci? Ovvero apprezzarlo nella sua opera e nel contesto delle vicende dell’arte, come si può fare per moltissimi altri artisti? Domanda apparentemente paradossale e incongrua, visto che su di lui è stata pubblicata una biblioteca di migliaia di tomi che si accresce di altre migliaia di contributi ogni anno, mentre istituzioni importanti sono solamente dedite alla conservazione e allo studio dei suoi “Codici”, e la “Gioconda” è notoriamente il quadro più conosciuto al mondo, oggetto di devoti pellegrinaggi anche da parte di genti che nulla conoscono della pittura occidentale. Ogni giorno escono libretti divulgativi in cui Leonardo è indicato come “il più”: “il più” grande genio della storia dell’umanità, “il più” grande scienziato, “il più” profetico nunzio dell’età delle macchine, e cosi via all’infinito, elencandone le benemerenze in campi dello scibile che invece datano da pochi secoli, e che Leonardo neppure conosceva. Domanda però giustificata dall’evidente frattura fra la documentazione archivistica nota e l’immagine dell’artista presso i contemporanei, fra la costruzione del mito dopo la sua morte, e le fasi successive, passate attraverso scoperte, infinite discussioni attributive, tentativi disperati per fermare in qualche modo il degrado progressivo e rapidissimo dell’unica sua opera pittorica del tutto certa: il “Cenacolo” di Milano.

 Giungere dunque a lui, attraverso simili intrichi, ricollocarlo in qualche modo nel suo tempo, appare impresa quasi disperata. E’ possibile evitare di considerarlo “l’uomo più ostinatamente curioso della storia” secondo la definizione di Sir Kenneth Clark, o l’espressione del “genio umano e universale” di Goethe? Comunque, Leonardo era già considerato la sintesi dell’età del Rinascimento nell’apologia costruita da Giorgio Vasari, che anche in questo caso, si dimostra un grande romanziere. A fine Ottocento Edmondo Solmi aveva intuito ed esposto: “Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurano l’intero Leonardo nelle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.” Ma Leonardo in realtà, non fu assolutamente capace di costruire una teoria, almeno nelle accezioni scientifiche e filosofiche, e ideologiche, che noi diamo al termine. Non fu né sistematico né sperimentale, ma portò l’arte dell’osservazione, sostenuto dal meraviglioso ed eccezionale talento di disegnatore, ai vertici possibili nel suo tempo. E tale osservazione trasferì in quella pittura che così diventa un’ arte di sottile invenzione, la quale con delicata a attenta speculazione considera tutte le qualità delle forme. Questa tensione fra l’osservazione e le qualità formali costituì un assillante rovello, determinante per l’insoddisfazione nei confronti dell’opera limitata e incompiuta. Ed è proprio questa tensione fra Arte e Natura, Pittura e Osservazione, portata ad un estremo limite di perfezione e gentilezza a costituire il motivo primo del fascino di Leonardo da Vinci. Questa inesausta ricerca era certamente rara, ma del tutto coerente con il suo tempo, negli anni in cui gli artisti cominciano a emanciparsi dalla condizione artigianale, aspirando essi stessi a quell’ideale di “Uomo Universale”.

Chiunque volesse vedere fino a che punto l’arte è in grado di imitare la natura, basta guardare Leonardo da Vinci.

Leonardo da Vinci rappresenta il culmine della tradizione ingegneristica italiana quattrocentesca: egli più di ogni altro artista-ingegnere precedente e contemporaneo riesce a staccarsi dalla dimensione artigianale per assumere quella del dotto tecnologo.

Il percorso di riqualificazione culturale e professionale degli ingegneri quattrocenteschi è espresso in maniera esemplare dalla biografia di Leonardo da Vinci. Leonardo comincia la sua carriera a Firenze come apprendista presso la bottega di Andrea del Verrocchio e la conclude come ingegnere e pittore al servizio del re di Francia Francesco I. La sua maturazione intellettuale sul piano scientifico si completa con il tentativo, poi fallito, di elaborare una nuova meccanica a partire da un’integrazione tra i teoremi dei filosofi e le esigenze costruttive degli artigiani.

L’eccezionalità dell’ascesa sociale e culturale di Leonardo è suggellata dalle parole di Benvenuto Cellini il quale, quando narra il momento della sua morte, lo descrive con l’appellativo di “grandissimo filosafo”. Sarebbe tuttavia un errore considerare Leonardo come la massima espressione del genio rinascimentale staccandolo dal contesto culturale degli altri artisti-ingegneri quattrocenteschi a contatto con i quali si è formato e con i quali ha condiviso gli sforzi per l’affermazione del sapere tecnico e per il riconoscimento della dimensione intellettuale degli “omini senza lettere”. I legami con la tradizione sono fin troppo evidenti, tuttavia è opportuno riconoscere a Leonardo il merito di essere stato l’ingegnere che più di ogni altro ha saputo dar voce e visibilità grafica ai “sogni tecnologici” condivisi dalla maggioranza degli artisti-ingegneri del Quattrocento.

Dopo l’infanzia trascorsa a Vinci, Leonardo si trasferisce a Firenze col padre, Piero, e nel 1469 entra nella bottega di Andrea del Verrocchio, nella quale si afferma come pittore e apprende tutti i segreti che costituiscono il bagaglio tecnico di un abile artigiano. Il primo riferimento di un interesse di carattere tecnico da parte di Leonardo si ha in occasione della realizzazione e messa in opera, da parte del Verrocchio, dell’enorme sfera di rame che sovrasta la cupola di Santa Maria del Fiore nel 1472. Da un riferimento più tardo alla tecnica utilizzata per la saldatura delle enormi lastre di rame che costituiscono la sfera, attraverso specchi ustori, veniamo a conoscenza della presenza nel cantiere dell’Opera del duomo del giovane Leonardo, il quale in quest’occasione ha modo di visionare le macchine progettate da Filippo Brunelleschi. È infatti significativo notare come nei suoi primi progetti di macchine l’elemento più ricorrente sia la vite, ampiamente usata da Brunelleschi.

Gli anni milanesi

Nel 1482 Leonardo lascia Firenze per trasferirsi a Milano al servizio di Ludovico il Moro, dove rimane per quasi 20 anni. Sul piano artistico questo periodo è caratterizzato, oltre che dall’attività pittorica (Cenacolo, Vergine delle rocce, Dama con l’ermellino), anche dai preparativi per la fusione del monumento equestre a Francesco Sforza che però, a causa dell’invasione francese di Milano, non viene portato a termine.

Durante gli anni milanesi Leonardo si impegna anche in studi di natura tecnologica e architettonica. Intorno al 1487 sembrano risalire i suoi disegni relativi alla città ideale a due livelli, così concepita per far fronte ai problemi di sovraffollamento urbano. Le città devono essere progettate secondo un’organizzazione razionale degli spazi, separando le aree destinate all’attività produttiva e commerciale dagli spazi destinati alla vita sociale. Durante questo periodo formula anche il progetto di un trattato sull’acqua, che per Leonardo costituisce una premessa necessaria per la risoluzione di problemi di carattere idraulico, come la costruzione e la manutenzione dei canali.

Con l’invasione francese del 1499 Leonardo abbandona Milano insieme all’amico e maestro Luca Pacioli, che lo aveva introdotto allo studio della matematica e della geometria. Dopo aver soggiornato a Venezia e a Firenze, nel 1502 entra al servizio di Cesare Borgia come ingegnere militare. Per lui esegue rilievi topografici e piante di città e regioni dell’Italia centrale, come lo splendido disegno della pianta di Imola. Nel 1503 è nuovamente a Firenze, dove offre prestazioni di consulenza e assume incarichi ingegneristici nella guerra contro la città di Pisa, proponendo alla magistratura fiorentina uno studio per la deviazione del corso dell’Arno così da tagliare fuori dal corso del fiume la città nemica, progetto che poi risulterà inattuabile.

Nel 1508 torna nuovamente a Milano, per entrare al servizio, con la qualifica di “peintre et ingénieur ordinaire”, del governatore francese Carlo d’Amboise, per il quale studierà il sistema idrico lombardo. Dal 1513 al 1516 è a Roma, dove alterna gli studi di anatomia a progetti di carattere idraulico per la bonifica dell’Agro Pontino e per il porto di Civitavecchia.

Nel 1516 si trasferisce in Francia, alla corte di Francesco I, al servizio del quale resterà fino alla morte.

 

Novità editoriale

 

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È innegabile che la storia degli ultimi due secoli e il più stretto contatto con la civiltà occidentale abbia innescato nei paesi musulmani un processo di trasformazione ad ogni livello. Abbiamo tra l’altro assistito a una polarizzazione fra due posizioni opposte: quella della modernizzazione dell’Islam e quella dell’islamizzazione della modernità. Grazie ai contributi di alcuni dei più qualificati islamologi italiani (Paolo Branca, Paolo Nicelli e Francesco Zannini) questo libro mette in luce, oltre le rappresentazioni tendenziose e le semplificazioni, la pluralità delle posizioni e la ricchezza del dibattito che pure esiste all’interno del mondo musulmano contemporaneo. Per i pensatori e gli intellettuali di cui qui si parla si tratta di assumersi positivamente la sfida della modernità senza limitarsi a subirla.

DOROTEA QUAGLIA: santa o visionaria?

 

saggio di Loredana Fabbri

                                                                       “Multa corpora venerantur

                                                                         in terris quorum anime

                                                                            cruciantur in inferno”

                                                                            Sant’Agostino

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 “ Quanto sia ingiurioso a Dio e alla sua Chiesa e quanto dannoso alla pietà de fedeli il delitto di affetta santità non vi è chi nol sappia, poiché ogni buona morale c’insegna che le virtù finte sono molto peggiori delli vizi noti. Non vi è in vero chi operi più perversamente di quelli che coprendo le proprie malvaggità col manto di simulate virtù si usurpano credito e venerazione. Ciò da noi si concede, ma concedasi ancora dal fisco, che alle volte si prendono degl’abbagli confondendosi la santità non vera colla santità affettata. Ecco due termini diversi, ch’è necessario distinguere in questo giudizio criminale. Ed ecco il punto su cui rivolse la nostra presente diffesa. Parliamo di Dorotea Quaglia  o sia Christina di Gesù , religiosa Terziaria dell’ordine del Carmine e delli suoi direttori spirituali  il padre Giuseppe Antonio da S. Elia del medesimo ordine, il padre Eugenio di Gesù, Carmelitano scalzo e il sacerdote secolare don Urbano Isnardi, priore della chiesa parrocchiale di san Paolo della città d’Asti, tutti carcerati e inquisiti, cioè la prima come rea di santità affettata, e li altri pretesi fomentatori di essa. Premettiamo prima la serie del fatto ritratta dal contesto di tutto il processo circa il corso della vita di detta donna, circa le supposte sue rivelazioni, predizioni, locuzioni di Dio e muovimenti interni e sopra a quanto hanno posto in pratica colla medesima li nominati direttori, poiché di poi passeremo ad esaminare li detti e fatti particolari con dimostrare che fu un mero errore passivo, che illuse detta donna e li suoi inesperti direttori.” [1]

Con queste parole inizia l’arringa dell’avvocato Domenico Cesare Fiorelli, difensore di una donna piemontese nominata “la Santa” e dei suoi padri spirituali.[2] Il 31 agosto del 1719 il Tribunale del Santo Uffizio di Roma aveva disposto la carcerazione di Dorotea Quaglia, terziaria carmelitana, mentre i suoi tre padri spirituali erano stati carcerati il giorno precedente: l’accusa era quella di pretesa affettata santità per la donna e fomentazione di pretesa affettata santità per i detti confessori.[3] Durante il corso dell’interrogatorio, l’inquisita verrà anche accusata di quietismo a causa di certi suoi comportamenti e di una frase trovata scritta da padre Giuseppe Antonio, tra i suoi “appunti” sequestrati durante la perquisizione, concernenti Dorotea e dettati da lei stessa: “La via immobilativa è quando il corpo per virtù mia non può muoversi, perché l’anima allora sta meglio unita con me”. Padre Giuseppe Antonio, che dei tre ecclesiastici è quello che ha avuto più contatto con Dorotea, è anche quello che ha maggiormente creduto in lei, l’ha sostenuta e incoraggiata più degli altri.

La Santa Inquisizione, come aveva posto il suo controllo sulla bestemmia, sui sacrilegi, sulla superstizione, sulla stregoneria, aveva esteso, già da tempo, la sua repressione anche in questo campo, sia con il controllo d’ufficio degli atti relativi ai santi morti, sia con l’eliminazione della “santità viva”. Numerosi sono i casi sia in Italia che nel resto dell’Europa delle così dette “sante vive”, ciò dimostra la popolarità delle manifestazioni taumaturgiche e l’importanza che l’esperienza della santità aveva assunto nella vita sociale. Nella maggior parte dei casi le “sante vive” appartengono a ceti sociali modesti, hanno una scarsa cultura, quando non sono analfabete. Sono molto seguite dai loro confessori che trascrivono e interpretano le loro rivelazioni; riescono ad imporsi all’attenzione di persone importanti sia laiche che ecclesiastiche in virtù dei doni mistici e carismatici.[4] La loro sapienza non deriva né dai libri né dalle scuole, ma direttamente da Dio come dono divino. Sono circondate da gruppi più o meno vasti di persone che credono nelle loro virtù soprannaturali e ricorrono a loro per aiuti o consigli, ma spesso sono anche oggetto di diffidenza in quanto “mulierculae” e quindi più predisposte alle illusioni diaboliche. Caterina da Siena è il modello e il punto di riferimento di gran parte di queste donne, altre invece trovano il loro esempio nella vita della Vergine.

            L’origine sociale modesta di molte di queste donne è spesso la causa del loro mancato stato monacale, anche se spesso l’adesione all’ordine terziario è dovuto alla consapevolezza di avere un importante compito da svolgere nella società e nella chiesa, che non sarebbe stato attuabile da un monastero: da qui l’opzione di molte per la vita mista, ritenuta superiore alla clausura. Con la loro loquacità e capacità di persuasione, riuscivano non solo ad attrarre sostenitori, ma anche i loro padri spirituali: i sacerdoti e il clero regolare si mostrano molto incauti e poco preparati.[5] E’ proprio sull’ingenuità ed inesperienza che si baserà, come vedremo più avanti, la difesa dei confessori della “profetessa” di San Damiano.

 Le regole dettate dai teologi per distinguere la santità “vera” da quella “falsa” si trovano già dal XIV secolo e si basano sulla “discretio spirituum”; agli inquisitori invece viene affidato il compito di demolire la “simulazione”.[6] In pieno secolo XVI le estasi, i digiuni e le profezie sono ancora considerati indizi di santità e solo negli ultimi anni del Cinquecento la finzione di santità entra a far parte dell’ufficio dell’inquisitore.[7] “Riproposto in forme diverse nel ‘600 e ‘700, l’ideale soccombente della santità medievale decade a controideale negli ultimi due decenni del secolo XVI”.[8] Da questo periodo, la simulata santità diviene criterio di repressione ed intenzione di disciplinamento delle superstizioni, prima per opera della Congregazione del Santo Uffizio, poi demandata alla Congregazione dei Riti.[9] Progressivamente la simulata santità diviene per l’autorità ecclesiastica sinonimo di eresia: prima è imbroglio, poi malattia e successivamente eresia.[10]

In un contesto socio-religioso controriformistico si consumarono le vicende, spesso drammatiche, di uomini, ma soprattutto di donne, perché non c’è dubbio che i numerosi processi di affettata santità vedano come protagoniste le donne, accusate di simulazione, le quali erano poste sotto stretta sorveglianza di confessori e superiori soprattutto durante la reclusione in carceri inquisitoriali, statali o tra le mura dei conventi. Il legame che univa il direttore con le donne dirette era di completa fiducia, le devote obbedivano a questa figura che rappresentava l’autorità superiore, in modo incondizionato, senza tenere conto delle gerarchie sociali e familiari.[11]

 Dalla metà circa del secolo XVII, con le riforme di papa Urbano VIII si delinea chiaramente una situazione in cui la santità canonizzata diventa “…un luogo di celebrazione dell’incontro confessionale tra Chiesa e Stato, regolato dall’etichetta e dalla dottrina della ragion di Stato per come era stata definita da Giovanni Botero”.[12] I principi, i nobili, le gerarchie politiche contrastano agli ordini religiosi l’importante compito di appoggiare, favorire, incoraggiare nuovi “casi” di santità e sottoporli all’attenzione della Santa Sede per la canonizzazione. Assistiamo, dunque, ad un tentativo di sacralizzazione del potere laico, che cercava di allargare il proprio orizzonte fino a comprendere la sfera religiosa e rituale, ma l’accanita repressione dei falsi santi è il segno (prova-riscontro-indizio) di una Chiesa capace di influenzare il campo politico, culturale e morale, soprattutto avvalendosi del S. Uffizio, che con il controllo delle esperienze profetiche e mistiche, delle biografie di persone presunte sante, della produzione iconografica, cercò di affermare il suo primato su tutti i livelli della competenza agiografica, con l’appoggio, volente o nolente, dei principi laici.[13]

Dorotea Quaglia nasce a San Damiano, nella diocesi di Asti nel 1678 circa, da Francesco e “Beatrice iugali Quaglia”, famiglia contadina ma benestante.[14] Fin da piccola fu molto incline alla preghiera e disponendo di un altarino nella sua casa, chiamava le sue sorelle e le vicine per recitare le orazioni e quando c’erano dei temporali, anche i suoi genitori si raccoglievano a pregare con gli altri attorno all’altarino pieno di immagini di santi; la madre la faceva pregare soprattutto per le anime del Purgatorio. Fino all’età di dieci anni circa, Dorotea pascolava gli animali del padre e trovandosi, oltre che con le sorelle, anche con altri ragazzi e ragazze, convenne con questi che se l’avessero sentita dire qualche imprecazione o qualcosa di non conveniente l’avrebbero dovuta bastonare. A undici anni smise di pascolare gli animali ed ebbe più tempo per frequentare la chiesa del paese; fu ammessa alla Santa Comunione, che faceva regolarmente una volta al mese. Sia che lavorasse in campagna o che facesse le faccende domestiche, cantava continuamente le litanie ed altre orazioni. Compiuti quindici anni espresse il desiderio al suo confessore di potersi comunicare più spesso; era il tempo in cui “… andavano delli giovani a far l’amore con le sue sorelle e qualcheduno voleva farlo con lei, ma essa vi aveva ripugnanza e molte volte vi voltava le spalle e fugiva da loro e quando non poteva far di meno, perché detti giovani venivano alla stalla, ove essa era con l’altre, si sentiva un interno aborimento ed un gran tedio ed un vivo desiderio di restare senza maritarsi, ma poi era anco combattuta internamente dal pensare come l’avrebbe passata nella sua vecchiaia”.[15] Andava a ballare con le sorelle, non tanto per divertimento ma, soprattutto, per vedere se esse si comportavano bene.

Dorotea racconta che nel paese c’era una donna chiamata Maria Boara, di poco più di trent’anni, con la quale lei dormiva da quando era piccola e che, essendo molto devota, le aveva insegnato a pregare e a fare “l’orazione mentale sopra la passione di Gesù Christo” e quando erano a letto stavano delle ore a parlare di Dio.[16] Quando Dorotea aveva circa diciassette anni, Maria, in tempo di carnevale, la invitò ad andare ad ascoltare una predica a Costigliola, paese non molto lontano da San Damiano, ma quando arrivarono ad attraversare il fiume Tanaro, Dorotea ebbe come la sensazione che qualcuno la tirasse indietro e non volesse che proseguisse nel suo cammino, ma, su insistenza della compagna, arrivarono in paese e quando la ragazza si confessò “ risolvette di non voler più far l’amore, che però essendo dopo ritornati da lei nella sua casa li sudetti giovani essa gli chiese perdono se mai gli avesse detto qualche parola di troppa familiarità e li licenziò tutti protestandosi di non volerne sapere in conto alcuno”.[17] Dorotea sostiene di aver sempre rispettato questa decisione nonostante le imposizioni del padre e dei parenti che volevano che si maritasse, imposizioni che spesso sfociavano in minacce.

 Da allora frequentò più assiduamente i Sacramenti, comunicandosi ogni otto giorni ed anche più spesso. Disse al suo confessore di voler far voto di castità, povertà ed obbedienza; le venne accordato il voto di castità, purché fosse perpetuo e solo il confessore avrebbe potuto scioglierlo, quello di obbedienza avrebbe dovuto essere verso il confessore, non le fu concesso quello di povertà, ma ebbe facoltà di agire in suffragio delle anime del Purgatorio. Cominciò anche a fare penitenze corporali. Nel frattempo si confessava anche da don Francesco Pavarini, il quale era anche suo parente e fin dall’età di quindici anni circa le aveva fatto apprendere il modo di fare l’orazione mentale “sopra la Passione di Gesù Cristo, sopra li quattro Novissimi e li benefizi ricevuti da Dio”,[18] detto sacerdote rimase poi il suo confessore dopo la partenza per un convento di Asti dell’altro religioso. Dorotea non era serena, anzi era molto agitata, perché il primo confessore le aveva proibito “di dire a chi che sia , anche al Pavarino quando si confessava delle sue seccagini ed aridità, essa si trovava in continua aridità, con tentazioni di fede”;[19] quindi si recò a Costigliola per avere il consiglio del vicario, il quale le disse di raccontare tutto a don Pavarino, a cui rinnovò anche i voti già fatti e chiese il permesso di andarsene dalla casa paterna “ad imitazione di Maria sempre Vergine”, ma ciò non le fu accordato.

Dopo la morte dei genitori, Dorotea frequentò ancora di più la chiesa e dopo avere ricevuto la comunione, cominciò “a restare estatica ed immobile per ore”, lo che riferendo essa alli sudetti se ne ridevano con dirgli che era una bagiana. Sentendosi poi ella infervorata di tirar anime a Dio instruiva da 15 citelle nelle cose del Signore”[20] e nella sua stalla faceva venire gente del paese per parlare loro di Dio. I due preti continuarono a ridere delle sue estasi, delle immobilità e delle voci interiori che Dorotea aveva cominciato a sentire dentro se stessa. Un giorno, confessa Dorotea, dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo, le parve di sentirsi aprire il petto e “levare il cuore”; dopo alcuni giorni le sembrò di sentire Dio che le diceva che era stato Lui a toglierle il cuore.  Da allora la donna si sentì il petto più alto dalla parte destra e solo dopo due anni circa sentì il torace che era tornato normale.[21]

Dorotea continua la sua deposizione dicendo che fu chiamata a Pianezza, borgo ad ovest di Torino sulla riva sinistra del Dora Riparia, “per acconciar del lino” e nei due mesi che rimase in quel luogo istruì ragazze ed adulti alla frequentazione dei Sacramenti e all’orazione mentale. Poi fu chiamata nell’ospedale di Chieri, paese ad est di Torino situato sulle pendici della collina di San Giorgio, come aiutante, ma i due confessori non le concessero di andare. Fu allora che le parve di sentire una voce che le diceva che doveva aiutare il conte di Revigliasco,[22] anche se non aveva mai conosciuto questa persona; nel frattempo lavorava come sarta a San Damiano, la Madonna guidava il suo lavoro e le suggeriva che cosa fare, ma tutti i suoi guadagni furono trafugati dai suoi parenti.

Dorotea si trasferì a Magliano, altro borgo vicino al luogo di nascita della ragazza, col permesso dei suoi confessori, a servizio di una signora che lei definì molto fastidiosa ed importuna, dove stette circa un anno, in quel periodo suo confessore fu il prevosto di Magliano. Una notte, durante una sua immobilità, vide quel luogo pieno di demoni che stavano intorno alla signora Porta, questo il cognome della signora presso cui lavorava, e a suo marito Giacomo Francesco, ciascun demonio gettava un laccio al collo della signora a causa dell’odio che provava nei confronti del prevosto, così facendo si sarebbe dannata; ma avvertita da Dorotea, la signora si confessò e dopo le sembrò di sentirsi più leggera, come se si fosse tolta di dosso un grande peso. Un giorno, dopo avere ricevuto la comunione, rimase estatica e vide una stanza piena di “avellane”[23], non riuscendo a capire il significato di ciò, chiese a Dio la spiegazione: erano i peccati mortali che venivano commessi in casa dell’arciprete, dove lui stesso ed altre persone andavano a giocare giorno e notte, anche “ in tempo de divini offici”, quindi Dio la incaricò di avvisare il prete per potersi ravvedere, il quale promise di non giocare più.

Durante la guerra,[24] Dorotea si trovava ancora a San Damiano e temeva che i soldati la violentassero, un giorno la sua casa venne invasa da una squadra di soldati e uno di questi sparò a suo fratello che rimase incolume a causa dell’intercessione della Madonna o delle anime del Purgatorio.  Padre Eugenio, sempre riguardo al periodo della guerra così depone: “…essendo la guerra in Piemonte (Dorotea) consultò più volte il Signore sopra di quello che doveva succedere per prendere le sue misure per la sua verginità già consacrata nel suo cuore a Dio, ne ottenne sempre la risposta che conveniva: I che sarebbono i nemici venuti al suo villaggio; II che vi sarebbon venuti, ma non entrati in sua casa; III che sarebbono entrati ma non avrebbon cercata la sua persona.”[25] Ciò viene considerato dagli inquisitori contraddittorio, i quali sostengono che Dio, che è somma verità, infallibilmente prevede tutto insieme e non in fasi successive.

Quando Dorotea si confessava le sembrava che Gesù Cristo le gettasse addosso il suo preziosissimo sangue per lavarla e dopo ricevuta la comunione sentiva una grande fragranza che le durava fino a quando non mangiava, quindi per prolungare questa sensazione evitava di mangiare e si sentiva sempre più debole, tanto che doveva appoggiarsi alla balaustra dell’altare.[26] La donna digiuna spesso e l’astinenza dal cibo diviene sempre più frequente fino a trarre il proprio nutrimento dall’ostia. Ci troviamo di fronte ad un caso di anoressia nervosa? Conseguenza di un profondo disturbo psicologico, di cui il rifiuto del cibo è l’espressione più evidente. La famiglia della ragazza era di modeste condizioni, ma, per quei tempi, abbastanza agiata, i genitori, specialmente la madre, la incoraggiano a coltivare i suoi impulsi religiosi, partecipando e invitando, come già detto, vicini e conoscenti alle preghiere che Dorotea recitava davanti all’altarino allestito in casa; anche se, più tardi, il padre insisterà molto perché ella si trovi un marito e con il matrimonio condurre una vita più consona ad una ragazza della sua età: apparentemente non esistevano motivi gravi che potevano turbare la psiche della ragazza.

La giovane comincia a fare penitenze e digiuni; è docile, non si lamenta, è pronta ad eseguire ciò che le dicono di fare, ma pretende di dare consigli al papa: questo è uno dei motivi per cui vuole andare a Roma; vuole anche che i padri confessori rendano pubbliche le sue visioni e i colloqui con Dio, insiste per avere sovvenzioni dal re per il suddetto viaggio, infine non si ritiene la “serva” di Cristo, ma la sua sposa, la sua preferita, come vedremo più avanti. Confessa di essere sempre stata trasportata più dall’amore verso Dio che dai giochi infantili, crescendo queste “esigenze” religiose sono aumentate e sono diminuite quelle proprie delle ragazze della sua età, anche se, in un primo tempo non disdegna il rapporto sessuale con giovani occasionali, come facevano anche le sorelle, solo in seguito avrà repulsione verso tale rapporto e per il matrimonio. Dorotea è disposta a tutto pur di compiacere Colui che considera il suo sposo, il dolore, le rinunzie la rendono manzonianamente “santa del suo patir”, ma tutto ciò le dà soddisfazioni e ricompense estreme, che alla fine del processo, con grande umiltà, le faranno accettare tutto quello che gli inquisitori delibereranno per lei.[27]

Sempre durante il suo soggiorno a Magliano, Dorotea colse l’occasione della venuta di un prete esorcista e si fece esorcizzare per essere sicura che quelle voci interiori non provenissero dal Demonio. Tutto risultò negativo.

Quando era il tempo della filatura, la donna era solita andare a Costigliola, presso il parroco che le dava da mangiare e qualcosa per mantenersi, ma quando questa attività divenne scarsa, Dorotea, consigliata dal sacerdote, andò ad Asti in cerca di lavoro, ma non conoscendo la strada, sostiene che fu il Signore ad indicargliela tramite due uomini che trovò sul suo cammino. Giunta in città, andò dal priore Benigno, carmelitano scalzo, da lei precedentemente conosciuto, il quale le procurò il lavoro per circa quaranta giorni. Poi, dietro consiglio del priore, prese in affitto una stanza e si trattenne ad Asti sei mesi ed essendo disoccupata, spesso andava a Costigliola, a Magliano e a San Damiano; questi mesi passano senza che la donna abbia visioni e senza “interne locuzioni” ed ella sostiene di sentirsi internamente travagliata e molto inquieta. Successivamente si recò a San Damiano, ospite di suo fratello ed essendo il periodo di Quaresima, arrivò un padre Gesuita per le predicazioni, il quale le dette la licenza di fare “la disciplina a sangue per due ore, onde si batté con disciplina di ferro sì fortemente che si lacerò tutta dalli parti inferiori”,[28] al punto tale da dover stare a letto ed avere bisogno di medicazioni.

Sia dalla confessione della donna che da quella di padre Giuseppe Antonio ed anche dall’arringa del difensore apprendiamo che il prevosto di San Damiano ricevette una lettera dal conte di Revigliasco, il quale aveva sentito parlare di questa donna e della sua fama di santità (l’arciprete di Magliano la chiamava scherzosamente “la predicona” perché era solita riunire nell’oratorio uomini e donne cui insegnava a pregare), nella lettera il conte pregava di mandargli Dorotea, perché voleva che facesse da “guida” ad una giovane sua protetta che si trovava nel Conservatorio delle Convertite, di cui il nobiluomo era presidente; ma giunta di nuovo ad Asti, Dorotea capì che Mariana, questo il nome della ragazza cui doveva fare da guida, voleva andare in giro per la città e divertirsi, atteggiamento non consono alla vita austera condotta da Dorotea, anzi ella si lamenta col conte perché non aveva più tempo per pregare, quindi le giovani si trasferiscono entrambe nella stanza che Dorotea aveva precedentemente preso in affitto, “ma risaputosi dalla padrona della casa che la Mariana era stata nelle Convertite non ve la volle”.[29] Il conte trovò loro una stanza vicino al Duomo, ma il comportamento di Mariana non era quello adeguato ad una brava ragazza: invitava giovani e soldati, con i quali si intratteneva fino a notte fonda a cantare e invitava Dorotea ad andarsene a letto, pregandola di non riferire niente al conte. Non potendo più tacere, Dorotea parlò al nobiluomo che fece ritornare Mariana dalle Convertite e lasciò lei in quella stanza, dove, ritrovando un poco di tranquillità, una notte ebbe di nuovo “l’immobilità”, ma così a lungo che il conte, il giorno dopo, la trovò ancora a letto senza avere mangiato, così le disse di trasferirsi nella sua casa, “che ivi gli avrebbe portato da mangiare la serva, ma di nascosto dalla contessa e che esso avrebbe proveduto i denari per comprare la robba e farla muovere nella sua cucina”.[30] Nel frattempo Dorotea aveva conosciuto padre Giuseppe Antonio che divenne il suo nuovo confessore. Veniamo a conoscenza di questo dalla deposizione di questo teste, che coincide sempre con quelle degli altri due padri e con quella di Dorotea, ad eccezione di alcuni particolari non rilevanti.

 In tal modo la donna fu ospite nel palazzo del conte Roero Sanseverino di Revigliasco: Dorotea fece sapere al nobile che il Signore voleva che ella fosse ospitata in una stanza del palazzo, “…che poi Iddio gli avrebbe dato un’altra stanza a lui in cielo”.[31] Così fece il conte, il quale, anche senza il volere divino, era già disponibile ad ospitare Dorotea, pur se di nascosto alla contessa sua moglie, provvedendo al suo sostentamento e pregò padre Eugenio di assumere la direzione della donna. Un giorno, quando una domestica andò a portare a Dorotea del cibo, la trovò immobile nel suo letto, fu avvertito il conte, che constatò personalmente questa immobilità a cui ne seguirono molte altre, il confessore pregò il conte di riferire tutto quello che accadeva alla donna e lei stessa raccontava al padre le sue visioni e i suoi colloqui con Dio: il religioso annotava scrupolosamente tutto.

 Dorotea fu mandata a Revigliasco, feudo del conte, per essere osservata meglio dal prevosto di quel luogo, ma dopo poco tempo il nobile si ammalò e la donna ritornò ad Asti per assisterlo: dopo quattro mesi l’uomo morì e durante questo tempo Dorotea non ebbe quasi mai delle immobilità. Dopo la morte del conte Alberto, l’erede Giovanni Tommaso, fratello del defunto, “diede alla Dorotea l’incombenza di governante della lingeria”.[32] La donna ricominciò ad avere le immobilità, specialmente quando si trovava in chiesa, che duravano circa un’ora, mentre quelle più lunghe le aveva a letto durante la notte e potevano durare anche fino alla mattina, Dorotea sostiene che Dio le aveva detto che avrebbe potuto fare l’orazione della mattina a letto, perché in seguito ad una caduta non poteva stare in ginocchio. Anche durante la giornata aveva queste immobilità, “…o si trovasse a sedere su una cadrega o in piedi…”,[33] ma erano di breve durata. Il nuovo conte e altri preti cercano di distogliere la donna da queste convinzioni, anche con parole dure e offensive, ma lei insiste a raccontare ciò che vede e quello che Dio le dice durante i loro colloqui, padre Giuseppe Antonio annota scrupolosamente tutto ed è colui che crede e “incoraggia” Dorotea più degli altri. Tra i suoi appunti scrive anche che il Signore dice all’imputata: “Chi sei tu? E poi tu sei Cristina di Gesù et io Gesù di Cristina, sai quello che voglion dire queste parole, vogliono dire che siccome io ho patito, così tu devi anche patire…”,[34] per effettuare la seconda redenzione per redimere gli uomini dai peccati; quindi Dio avrebbe incaricato la donna di svolgere un compito non solo arduo, ma che era stato compiuto da Dio stesso incarnandosi nel Figlio. Queste parole suscitano molto sdegno negli astanti al processo e padre Giuseppe Antonio ammette che se avesse riflettuto non avrebbe scritto cose del genere, ammette anche di essersi ingannato, ma insiste nel dire che Dorotea non gli ha riferito ciò per malizia, ma perché ingannata dal Maligno o dalla sua fantasia ed anche lui stesso chiede perdono ai giudici del Santo Uffizio perché se ha sbagliato a scrivere tutto questo, lo ha fatto in buona fede e ingannato dal Demonio, non ha avuto la capacità di discernere la verità dall’inganno, però, sostiene che anche il priore Isnardi annotava tutto quello che la donna gli raccontava, avendo visto lui stesso un libretto con dette annotazioni.[35]

La testimonianza sfocia nel fanatismo quando Dorotea racconta al suo confessore che Dio le dice di aver “cavato” il proprio cuore dal petto per farglielo ammirare, poi tolse quello della donna con grande dolore come se le avesse rotto un osso del petto che poi le rimise al posto, dandole i titoli di sua sposa, sua diletta, sua regina, le disse: ” Figlia tu mi hai tanto compiacciuto in questi tuoi desideri che io ti dono l’esser di Dio. Dimandami tutte le grazie che brami, ecco metto nelle tue mani le chiavi del Paradiso”.[36] Don Giuseppe Antonio si difende dalle accuse conseguenti a questa frase dicendo che lui non intendeva che Dio volesse dare all’imputata l’autorità concessa a san Pietro, ma che le volesse dare molte grazie. Viene anche tacciato di troppa fantasia e di aver istigato quella della donna nelle sue convinzioni, sostiene anche che dal tempo in cui si trova in carcere sente due voci: quella di Dorotea e quella di padre Eugenio, le sente qualche volta di giorno e altre volte di notte, ma non capisce di che cosa vogliano lamentarsi.[37] Tra i suoi appunti gli inquisitori trovano annotato che la donna desiderava avere “un tesoro” per suffragio delle anime del Purgatorio e Dio l’accontentò facendole avere la statua della Madonna col Bambino eseguita da san Giovanni evangelista, il quale, con un miracolo, convertì il fango con cui era fatta in avorio. Il Signore la fece avere a Dorotea nel seguente modo: la statua, che apparteneva al convento del Carmine di Asti, era alta circa un palmo e fu ritrovata in una camera del convento, insieme a delle reliquie, circa trent’anni prima; passata nelle mani di vari religiosi, ultimamente si trovava presso don Giuseppe Antonio, il quale, con l’approvazione dei suoi superiori, la donò al conte di Revigliasco. Il nobiluomo fece fare nella statua un piccolo foro da sotto, dove collocò frammenti di ossa di santi ed una scheggia del legno della Croce, poi sigillò il foro con la cera. Dorotea aveva visto questa statua quando si trovava nel palazzo del conte, quindi gli disse che il Signore avrebbe avuto piacere che le fosse donata, perché aveva la virtù di liberare le anime dal Purgatorio se si fossero fatte tante croci quanti erano gli anni che quelle dovevano stare in quel luogo; il conte gliela donò e lei riuscì a liberare moltissime anime, le quali prima di salire in Paradiso venivano a ringraziarla. Quando gli inquisitori sostengono che san Giovanni non faceva statue, il prete risponde che ne era consapevole, ma tutto ciò era un miracolo voluto da Dio. Ma dalla deposizione di Dorotea veniamo a conoscenza che era stato don Giuseppe Antonio che le aveva suggerito di chiedere a Dio chi avesse fatto tale statua e la voce interna (Dio) rispose che era stata fatta da san Giovanni, ma non sapeva se si trattasse del Battista o dell’Evangelista, era di terra, ma poi fu miracolosamente tramutata in avorio e le era stata regalata dal conte, il quale l’aveva avuta, in cambio di alcuni libri, dal padre Giuseppe Antonio. Il confessore, quindi, sprona Dorotea a “parlare” e a chiedere spiegazioni a Dio, il Quale, secondo la versione della donna, sembra più umano che divino con le sue incertezze. Sostiene anche che una notte vide molti demoni sotto le spoglie di uomini venuti per romperle le braccia, perché non fosse più in grado di fare quelle croci, liberando le anime purganti, ma una voce disse che sarebbe stato meglio rompere un braccio alla statua e al Bambino che teneva in braccio piuttosto che a lei: al mattino, Dorotea vide che la statua era stata mutilata di un braccio della Madonna ed uno del Bambino. Raccontato l’accaduto al confessore, questo le consigliò di riattaccare le braccia con “lo sputo” e dopo venti giorni circa ricominciò a fare segretamente i segni della Croce per le anime del Purgatorio, sostiene di averli fatti anche a Roma durante il processo per le anime di parenti ed amici del Papa, anzi non è sicura che la voce le abbia detto di farle anche per il padre del papa.

La deposizione di padre Eugenio coincide con quella del primo teste, anche lui sostiene che ciò che Dorotea raccontava non poteva che venire da Dio perché vedeva la donna “in continuo esercizio di virtù”[38], però lui non aveva mai approvato le immobilità e le rivelazioni, nonostante l’avesse vista immobile, ma dice anche di non aver riconosciuto nessuna finzione in lei. Aveva annotato nei suoi scritti che una volta il Signore fece vedere alla donna “…una grande quantità di demoni ed anime dannate e calando giù per una scala stretta vidde un gran pozzo molto largo tutto lastricato di chieriche di sacerdoti, egli disse guarda figlia queste chieriche sono tutte di sacerdoti e quelli che stanno sul fondo di quel pozzo sono parrochi e prelati e dimandandole i peccati da essi commessi, sappi, le disse che i parrochi spendono il sopra più in mantener donne di mala vita, in darlo a parenti et amici e lasciar perire i poveri…”[39]

Durante una delle tante immobilità, Dorotea vide una grande veste che ammantava tutto il mondo, la veste era tutta dipinta con occhi di pernice, lei sentì porsela addosso e il Signore le disse che doveva portarla a Roma al papa, perché facesse penitenza, altrimenti avrebbe mandato flagelli e castighi. Gli occhi di pernice, come l’inquisita sostenne, simboleggiavano i peccati del mondo. Se i suoi padri spirituali non l’avessero accompagnata a Roma, Dio l’avrebbe trasportata in questa città attraverso l’aria, in quanto il suo colloquio col papa avrebbe inciso molto sulla vittoria contro i Turchi.[40]

A questo punto del processo, la personalità della donna subisce un cambiamento: da un atteggiamento altero e sicuro, passa a uno umile e dimesso, Dorotea ha una crisi, piange per la paura di sbagliare a raccontare questi fatti, e quando le viene ricordato il giuramento fatto sul Vangelo, lei sostiene che i fatti narrati possono non essere in ordine cronologico, ma tutti reali. Continua dicendo che ha visto due montagne, una più alta dell’altra e Dio che le spezza in mezzo e le dice che simboleggiano una la difficoltà di parlare di tutto quello che le sta accadendo al re, l’altra la difficoltà di ottenere la licenza per andare a Roma. Il Priore Isnardi, come gli altri, sostiene le buone qualità della donna e racconta come lei abbia insistito perché andasse a parlare col re del viaggio a Roma voluto da Dio. Il priore scrisse al cardinale Sacripanti dicendo che aveva cose importantissime da riferire a Sua Santità. Mentre si preparavano per il viaggio, Dorotea disse ad Isnardi che Dio voleva che venisse informato il re, “…perché voleva che il re si riunisse col papa, per mezzo della qual riunione s’unirebbon assieme i prencipi cristiani e si farebbe l’universal penitenza e riforma de’ costumi, in specie delli ecclesiastici, quale seguita, voleva si andasse contro il Turco e gli avrebbe dato gran vittoria e l’acquisto de’ luoghi santi.”[41] La vigilia di Pentecoste, Dorotea disse al priore di andare subito a prendere l’autorizzazione dal re per il viaggio a Roma , altrimenti “il negozio sarebbe a male, né più sarebbono venuti a Roma, perché i di lui nemici avevano saputo impressionare contro di lui il re”.[42] Arrivato a Roma, Isnardi consegnò le relazioni e le annotazioni dei fatti occorsi alla donna, tra questi c’era anche la relazione circa il miracolo dell’ostia accaduto nel Conservatorio Migliavacca di Asti, che al tempo aveva suscitato molto scalpore, e tanti altri documenti meticolosamente divisi in fascicoli e contraddistinti con le lettere dell’alfabeto; il papa “…si degnò di rispondergli che eran cose di gran conseguenza che si avrebbe parlati in Congregazione del Santo Offizio e che poi andasse dal signor cardinale Sacripante che gli avrebbe detto quello occorreva”.[43] Così cominciarono le perquisizioni delle loro stanze, le requisizioni dei loro scritti e il processo, di cui, purtroppo non conosciamo esplicitamente, come nella maggior parte di questi processi, le sentenze e le condanne comminate agli inquisiti, ma da una frase pronunciata durante l’arringa possiamo dedurre che per i quattro inquisiti non siano state emesse condanne gravi: “Concludiamo dunque che la vita esemplare della donna, il suo parlare di cose di spirito con termini che eccedevano la di lei capacità per essere ignorante e inesperta anche nel leggere, la sua applicazione nell’orazione vocale e mentale, e quei estatici rapimenti e immobilità del corpo misero in opinione gli inquisitori di ben credere del di lei stato spirituale e stimarla favorita da Dio di grazie straordinarie. Sicché se si sono ingannati anche per omissione di quei mezzi necessari per tale discernimento potranno sempre essere scusati da ogni dolo e dalla censura di avere fomentati sentimenti presuntuosi e superbi ed avranno peccato “Peccato negligentie” ma non già peccato heresis”.[44]

     La donna procede col racconto della partenza per Roma, dopo aver avuto il permesso dal re. Lasciata Alessandria, Dorotea e i padri spirituali incontrarono una donna a cavallo “…quale attraversava il calesse dove era ella, né voleva andare avanti, che il priore Isnardi pose la detta donna con lei nel calesse et esso montò sul cavallo. Questa donna quando fu seco in calesse cantava delle canzoni profane e le metteva un braccio al collo, onde essa ne sentiva grande inquietitudine non potendo far orazione. Giunta poi all’ostaria la detta donna trovò un signore su la porta col quale si mise a parlare e la sera voleva andasse a dormire seco, ma essa mai non volle”.[45] La voce interna le disse che quella donna era una strega e il cavallo un diavolo, come pure l’uomo trovato sulla porta dell’osteria e se la strega l’avesse convinta a dormire con lei, l’avrebbe strangolata. Ecco perché Dio aveva voluto che andasse a Roma con i tre religiosi: per proteggerla; arrivati a Genova proseguirono per mare e Dorotea vide un gran numero di demoni legati sulla riva dal Signore perché non impedissero il loro viaggio, mentre Dio le ordinò di recitare il Te Deum e le dette la sua benedizione.[46]

La donna sostiene che, durante i suoi colloqui con Dio, Egli si rivolge a lei dicendole: ”Sei il mio giardino, la mia figlia, la mia sposa” e che ha ricevuto molte grazie, paragonandosi alla Madonna, a Maddalena de’ Pazzi, a Caterina da Siena, a Teresa d’Avila, a Orsola Benincasa e come un angelo annunciò la nascita di Maria Vergine alla madre sant’Anna, così una zingara predisse a sua madre la nascita di una figlia bella come il sole, la donna credette che alludesse alla bellezza fisica e pensò si trattasse di un’altra sua figlia molto bella, invece parlava di Dorotea e della bellezza spirituale che avrebbe posseduto. Tutto questo è avvalorato dalla deposizione di don Giuseppe Antonio.[47]

Racconta, inoltre, che la Madonna la difese dai demoni durante una delle sue immobilità, restandole seduta su un ciglio e che poi, passata l’immobilità, le doleva l’occhio. Le viene chiesto di raccontare il fatto della particola, riportato da padre Giuseppe Antonio nelle sue annotazioni: una mattina, Dorotea mentre si stava comunicando nella chiesa del Carmine di Asti, sente che un frammento dell’ostia consacrata le era rimasto fra le labbra, per non farla cadere e per non toccarla con le dita, prese l’estremità della stoffa che le copriva il capo e con quella cercò di spingere in bocca il frammento, ma restò “…sopra del Zendalo in larghezza d’una piccola lenticchia, quale racchiuse con detto velo nel pugno…” ;[48] la donna andò verso il confessionale e, aperto il pugno, vide quel frammento trasformato in una croce piccola come l’unghia del dito mignolo. Il confessore le disse di chiedere a Dio il significato di questo mistero e il Signore le rispose che Lui era sempre “in corpo et anima” dentro di lei e che si conservava nel suo cuore da una comunione all’altra, inoltre la particola era stata portata dall’arcangelo san Michele. Un’asserzione del genere viene considerata dai giudici una finzione piena di superbia e capziosa.[49]

Viene redarguita più volte ed accusata dai giudicanti di affettata santità, in quanto tutto ciò che ella ha raccontato non può venire da Dio, Dorotea, ripresa piena padronanza di se stessa, risponde sorridendo che

Tutto ciò non la turba affatto, in quanto non sa se l’immobilità venga da Dio o dal Demonio, perché non è in grado di saperne la provenienza, comunque in lei non c’è assolutamente simulazione; sostiene di non avere mai finto e che ha giurato sul Vangelo di dire la verità, possiede una sola anima e sarebbe una pazza a perderla dicendo cose non vere.[50] Dopo avere descritto l’arrivo a Roma, le viene chiesto se sa leggere e scrivere ed ella risponde di avere imparato a leggere da un suo cugino quando aveva circa vent’anni, anche se non speditamente e quando trovava parole in latino non capiva e andava oltre nella lettura; da sola aveva imparato a scrivere anche se a malapena. Aveva letto il “Thomas à Kempis, “Il gioiello spirituale”, “Le strade della salute”,“…ed a San Damiano, in casa sua, qualche scorcio della vita di Caterina da Siena e di s. Dorotea. Ma aver bensì poi sentito a leggere molti libri spirituali e vite di santi mentre nella stalla di casa sua l’inverno ci andavano delle persone a leggere…”[51].

Dorotea viene interrogata sul miracolo occorso al Conservatorio dell’opera Migliavacca, di Asti, ma ella sostiene di sapere poco circa quel luogo, qualche volta ci andava chiamata dalla Madre superiora, sa solo che quell’istituzione “vive d’entrata”. Questo istituto di beneficenza era stato fondato dal vescovo Innocenzo Migliavacca, monaco cistercense milanese, già abate del monastero di Casanova presso Torino, che fu vescovo di Asti dal 1693 al 1714: nel 1712 il prelato fondò questa istituzione per le ragazze desiderose di fare una vita ritirata e solitaria.[52]

Riguardo al miracolo dice di avere visto l’ostia consacrata, alzata dal prete, spaccata e grondante sangue, poi non l’ha più vista; in seguito veniamo a conoscenza che Dorotea non solo non era presente al fatto, ma non ha niente in comune con tutto questo. La testimonianza di padre Giuseppe Antonio coincide con quella della “Santa”, ma il confessore conosceva l’accaduto secondo il racconto della donna, in quanto entrambi non erano presenti. Dalla deposizione di padre Eugenio di Gesù veniamo a conoscenza che quando va a trovare Dorotea, “…la trovò immobile e lei raccontò che Dio aveva fatto il noto miracolo per aiutare la fede nel mondo a sua istanza, perché essa aveva pregato Dio a farlo, che quella mattina successe il miracolo essendo applicata agli uffizi della casa in cui era governante; dimandò al Signore se in vero avesse fatto quel miracolo, Egli rispose di sì, ma che allora non gli voleva dir altro per non disturbarla da’ suoi affari. Il dì seguente poi il Signore gli spiegò i misteri di quel miracolo, conforme lui ha difusamente scritto ne’ quinterni ritrovatili e riconosciuti, a quali si riporta.”[53]

Tutto cominciò il 10 maggio del 1718 tra le “14 e 15 ore”, nessuno dei quattro inquisiti si trovava nel Conservatorio Migliavacca, dove un giovane sacerdote, Giovanni Francesco Scotto stava celebrando la messa. Dalla deposizione del priore Isnardi, molto dettagliata, precisa e non enfatizzata come le altre, specialmente quella del giovane celebrante, veniamo a conoscenza dei fatti: durante la consacrazione, nell’ostia si è prodotta una spaccatura da cui sembra sia uscito del sangue. Il  priore Isnardi fu chiamato dal canonico Argenta che gli disse di andare subito alla cappella dell’opera Migliavacca, dove si recò col prete Vignola, suo vicario e notaio apostolico. Arrivati sul luogo, trovarono sulla porta della cappella i canonici Goria e Vaglio e il notaio e amministratore dell’opera pia Alessandro Ambrosio, entrato dentro, vide all’altare il sacerdote Francesco Antonio Scotto confuso, tremante e bagnato di sudore, “a cornu evangeli c’erano molte figlie del Conservatorio tutte piangenti”[54]. Il priore Isnardi si avvicinò all’altare e vide sopra la patena l’ostia consacrata spaccata: “sicché le parti erano allargate quanto la costa di un cortello, con una linea nel labro di dette parti come di sangue, osservò pure nel calice, alla parte di dentro, una goccia come di sangue che si protraeva contiguo alla specie del vino et al di fuori della coppa quattro goccie come di sangue e sul piede del calice quatro altre simili goccie”.[55] Volle che tutti i sacerdoti presenti osservassero bene il tutto e don Scotto, che non riusciva a reggersi in piedi, disse che ciò era accaduto quando aveva consacrata l’ostia e fatta l’elevazione. “Fece descrivere dal detto Vignola tutto il visum repertum, poi avendo fatto venire il vicario del Santo Offizio coram ipsis esaminò ivi il sacerdote sudetto, che depose qualmente avendo fatta l’elevazione del calice e depostolo sul corporale s’accostò all’altare il procurator Alessandro Ambrosio e gi disse che guardasse bene l’ostia che a lui era sembrata rotta e che allora esso, con l’estremità delle dita, allargò detta ostia e la trovò spaccata”.[56] Il priore Isnardi e il vicario del Santo Uffizio esaminarono con cura il celebrante per vedere se gli era uscito il sangue da qualche parte, controllarono anche il suo fazzoletto, ma trovarono niente. Fecero anche venire tre medici e tre chirurghi, “che visitarono il detto come sangue e lo testificarono come in processo”.[57] Il vicario interrogò anche Alessandro Ambrosio, il quale ripeté ciò che aveva visto e poi chiamò la direttrice e le ragazze del Conservatorio per vedere il “miracolo”, queste osservarono con grande commozione e si misero a piangere. A questo punto Isnardi consacrò un’altra ostia, versò in un altro calice il vino in modo che le gocce non si alterassero, poi ripose gli arredi sacri, notando qualche spruzzo di sangue sul corporale, in una cassetta che legò e sigillò con “sette sigilli in cera spagna”. Dopo avere esaminato, insieme col vicario del Santo Uffizio, il soffitto della cappella senza trovare nessun indizio che potesse dare una spiegazione valida a ciò che era accaduto, quest’ultimo consegnò ad Isnardi “gli atti fatti, sopra  quali formò un processo ex integro e mandò a Roma alla Congregazione de Riti”.[58]

 Nella sua relazione, Isnardi è molto cauto, infatti non parla di sangue ma di “liquore color sanguigno” e il “miracolo” è, probabilmente, frutto dell’inesperienza e dell’errore del giovane sacerdote, che sembra abbia celebrato la sua prima messa da pochi giorni.[59] Francesco Antonio Scotto viene descritto come una persona molto introversa e solitaria, anche se considerato un buon religioso.[60] La testimonianza del giovane sacerdote sembra avere un tono profetico, infatti egli sostiene che Dio ha operato quel miracolo “per la pace e la concordia tra i principi cristiani, l’estirpazione delle eresie e l’esaltazione di Sua Maestà Cesarea”.[61] Questa spiegazione richiama, anche se non in modo identico, quella fatta da Dorotea ai suoi confessori e riportata anche dall’avvocato Fiorelli nella sua arringa: quando la donna chiede spiegazioni al Signore del significato del “miracolo” Egli le risponde che non è stato un solo miracolo, bensì due. “Uno è che una parte di esso sangue è uscita dall’ostia, e un’altra parte è uscita dal calice, per denotare che molti sacerdoti piuttosto accostarsi a celebrate come fanno con tanti peccati, mi sarebbe più caro che versassero via per terra il mio sangue”.[62] Dalla testimonianza di padre Giuseppe Antonio veniamo a conoscenza che Dorotea per ordine dei suoi confessori interrogò nuovamente il Signore circa il significato del prodigio durante una delle sue estasi che durò molte ore e Dio le disse che “…l’ostia rotta in due parti significava la separazione che voleva fare da molti e che il sangue sparso significava il suo gran furore”.[63] Abbiamo, quindi, sia da parte del prete che da Dorotea delle spiegazioni “profetiche”, ma pare che il profetismo non fosse estraneo all’ambiente ed alla città di Asti: “Cette tendance à la construction de contextes ambigus et dangereux est d’autant plus évidente, et semble constituer un des objectifs de l’intendant, si on examine de plus près son analjse du prophétisme. Granella soutient qu’une culture prophétique existe dans la ville, mais il la ramène à un milieu social, ou mieux, à un contexte de sociabilité politique.”[64]

Continuando con la sua deposizione, Dorotea sostiene di conoscere Ambrosio da un po’ di tempo, che egli è una persona perbene e molto pia, la conoscenza risale a quando la donna frequentava Marianna, la ragazza che le era stata affidata dal conte di Revigliasco, ma con la quale non si era trovata bene. Dorotea sostiene che tre anni prima Ambrosio fu recluso, insieme con altre sette o otto persone, nel carcere di Torino, dove stette circa sei mesi “per delitto di omicidii impostoli dalla detta Marianna”; per questo Dorotea pregava molto per lui, lo raccomandava a Dio  e gli chiedeva se avesse potuto ottenere vera salvezza, il Signore le rispondeva di pregare per lui perché era “un fiore”, ma in quel periodo era molto tormentato e ritornando ad Asti, dopo essere dichiarato innocente, sarebbe incorso in gravi pericoli; infatti, durante il viaggio di ritorno aveva avuto un incidente col cavallo che Dorotea aveva previsto. La donna spiega anche che dopo un po’ di tempo il priore Urbano Isnardi, convocò nella chiesa di San Paolo (di cui era priore) coloro che avevano assistito al “miracolo” insieme all’inquisitore del Santo Uffizio di Asti, dove lessero una relazione sul fatto accaduto, che fu approvata da Dorotea, la quale disse che era tutto vero: probabilmente si riferiva alle spiegazioni che Dio, durante le estasi, le aveva dato. Il vicario ordinò ad Isnardi di scrivere una relazione dettagliata “…di tutto quello che aveva sentito dalla Dorotea che l’avrebbero mandata a Roma, come fece indirizzandola con sua lettera a monsignor vescovo di Lipari”.[65] Il 25 luglio il vicario convocò Isnardi e Giuseppe Antonio e ordinò loro di consegnargli tutto ciò che avevano scritto circa il “miracolo” e di non parlarne più, disse loro di riferire a Dorotea di non pensare più a quel fatto. Per quattro o cinque mesi padre Eugenio non vide più la donna, gli altri due religiosi dissero prima che avevano mandato gli scritti a Roma, poi sostennero di averli “abbruggiati”.[66]

Continua la deposizione della donna, la quale sostiene che nel tempo in cui è stata nel convento che l’ha ospitata a Roma, le suore si sono rivolte a lei perché intercedesse presso il Signore per farle guarire da varie malattie, ciò fa pensare che Dorotea godesse di una certa fama o di una buona credibilità.

Domenico Cesare Fiorelli, difensore dei quattro imputati, dopo un discorso introduttivo, in cui spiega in che cosa consista il reato di affettata santità e la fomentazione di tale reato, basa la sua arringa sull’ingenuità, sull’avventatezza e sull’inesperienza dei padri spirituali di Dorotea; mentre la difesa della donna consiste nel porre in evidenza la buona fede della stessa, ma soprattutto l’inganno da parte del Demonio, che fa apparire, appunto con l’inganno, una realtà completamente stravolta, ma reale per chi è sottoposto all’inganno, quindi non colpevole di ciò che dice, di ciò che fa e di ciò che racconta: “…veniamo ora a vedere se Christina di Gesù e li suoi direttori siano veramente ingannati senza loro delitto…”,[67] infatti sostiene che né la donna né i tre religiosi “…hanno asseria alcuna delle censurate proposizioni e che tutto fu scritto per esaminarlo e soggettarlo al giudizio  della Chiesa”.[68] Prosegue dicendo che chi forma un processo contro questo reato, deve avere ben chiaro di che cosa sia la santità e il suo opposto; quindi per dimostrare la simulazione, si cerca di trovare nell’inquisita qualche vizio opposto, come la  superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, la gola, la lussuria, di cui era stata tacciata dall’accusa durante l’interrogatorio; l’avvocato Fiorelli cerca di dimostrare, o meglio di chiarire gli equivoci in cui sono caduti gli inquisitori: “…facendo vedere che tali proposizioni possono provare la santità non vera, ma non già la santità affettata”.[69] Fa notare all’accusa e ai presenti che gli scritti trovati in possesso dei religiosi, sono stati redatti con lo scopo di raccontare in modo preciso quello che la donna riferiva ai suoi confessori, cioè ciò che le accadeva durante le sue supposte visioni, rivelazioni e colloqui con Dio, quindi nessuno dei fatti narrati “…può dirsi proposizione di Christina né delli inquisiti direttori. Non di Christina, perché essa non afferma che l’esitenza delle proposizioni da lei udite, ma non è autrice dell’essenza ed asserzione di esse, né delli direttori, poiché questi niente asseriscono nel senso proprio, se non che la relazione avutane da detta Christina. Per obiettare giustamente le colpe di una falsa proposizione censurata come ereticale, bisogna che il proferente o scribente abbia parlato in senso proprio et sit assertor talis propositionis, perché qui aliquo dicit, aut scribit recitando, vel adnotando tanquam ab alio dicta non videtur ea approbare, come prova.”[70] L’arringa prosegue sostenendo che tanto Dorotea che i tre religiosi non possono essere colpevoli, perché la donna non ha mai detto che tutto quello che le è accaduto sia veramente opera di Dio, ma ha sempre avuto dei dubbi, infatti non solo si è fatta esaminare da vari religiosi, ma si è fatta anche esorcizzare per paura che fosse il demonio a causarle visioni, immobilità ed altro. Allo stesso modo non si possono considerare colpevoli i padri confessori, in quanto si sono limitati a scrivere ciò che la donna raccontava loro e se non fossero stati in buona fede non avrebbero portato personalmente a Roma tali scritti, affinché fossero esaminati dal tribunale del Santo Uffizio. Si può, quindi, dire che gli inquisiti non hanno esaminato e di conseguenza riflettuto su quello che scrivevano, non comprendendo la gravità di certe asserzioni. A questo punto, secondo la difesa, cade l’indizio di dolo e di simulazione, fondato sugli scritti non compresi: tutto ciò deriva dall’errore della povera donna illusa “… o da effetti naturali o da opera diabolica”.[71] D’altra parte i tre religiosi dovevano pure indagare nella vita e nel comportamento di Dorotea e relazionare il tutto come avevano fatto, da questo si evince che la donna conduceva una vita irreprensibile sotto tutti i punti di vista, insomma Dorotea Quaglia è considerata una santa, una profetessa e tutte le grazie che il Signore le concede devono essere conosciute dal papa. In quanto alle rivelazioni avute dalla donna, tutti i teologi, i mistici, i dottori, i filosofi hanno dimostrato la facilità con cui possiamo cadere in inganno: vengono da Dio o dalla fantasia o sono opera diabolica? Per ciò che concerne l’immobilità del corpo, testificata anche dal vicario capitolare di Asti, può derivare da una speculazione naturale che occupa tutte le forze interne e impedisca ogni funzione dei sensi esterni, come può essere opera demoniaca, potendo il demonio “legare o sciogliere” i sensi esteriori.

La difesa passa ad esaminare alcune proposizioni scritte da padre Giuseppe Antonio e quella che fa scattare l’accusa di quietismo per Dorotea è, come già riportato all’inizio del presente lavoro, la seguente: “La via immobilativa è quando il corpo per virtù mia non può muoversi, perché l’anima allora sta meglio unita con me”.[72] Tale proposizione viene qualificata come pericolosa, perniciosa e coincidente con la dottrina di Miguel de Molinos.

La condanna di Molinos avvenne il 20 novembre 1687, il processo istruito contro la “mistica” Dorotea iniziò dopo il mese di agosto del 1719: è noto come si diffusero ampiamente e velocemente le dottrine di Molinos in tutta Europa, ma una povera donna, ignorante come ci viene presentata l’inquisita dal Fiorelli, suo difensore, che ha cominciato a leggere all’età di venti anni, la cui “cultura” si basa su pochi libri letti stentatamente come lei sostiene, può essere a conoscenza delle dottrine quietiste e del molinosismo? Quanto potevano avere inciso prima gli insegnamenti del sacerdote Francesco Pavarino e poi quelli di Maria Boara, la donna che insegnò a Dorotea a fare l’orazione mentale, sulla formazione religiosa della ragazza? Qual era il grado di cultura di Maria? Era forse a conoscenza delle concezioni quietiste e del pensiero di Molinos? Le condizioni economiche familiari non dovevano essere così disastrose se la ragazza poteva permettersi di lavorare solo saltuariamente ed avere molto tempo da dedicare agli altri, insegnava a pregare, come lei stessa sostiene a circa quindici ragazze, ciò significa che insegnava loro il catechismo? Dopo aver imparato a fare l’orazione mentale era solita radunare persone di ogni età per raccontare loro ciò che leggeva o studiava dai libri che aveva a disposizione, non per niente la chiamavano “la predicona”, con questa gente, era solita, durante le sere invernali, fare delle letture e commentarle, ma Dorotea era veramente ignorante o la sua ignoranza le servì per evitare la condanna del Tribunale del Santo Uffizio? Durante le estasi la donna aveva delle visioni che sono comuni a tutte le mistiche e Dorotea conosceva bene la vita di alcune di loro, come lei stessa aveva asserito.

Durante l’inquisizione viene accusata più volte del peccato di orgoglio, specialmente quando racconta che Dio la chiama sua sposa o l’appella con termini molto intimi e la considera alla stessa stregua della Madonna. Lei, la “profetessa” di San Damiano, come veniva chiamata da quelle parti, sosteneva che il Signore si sarebbe servito di lei addirittura per una seconda redenzione. A questo proposito don Giuseppe Antonio sostiene che durante il viaggio a Roma, arrivati nei pressi di Siena, il Signore dice a Dorotea di avere dato più grazie a lei che a Caterina da Siena e ad Orsola Benincasa e come avevano fatto le due sante con i papi dei loro tempi, anche Dorotea avrebbe dovuto parlare col pontefice e se questo avesse ascoltato lei e i padri spirituali, Dio avrebbe dato al papa “lumi e grazie molto singolari”. Don Giuseppe Antonio insiste nel dire che il Signore aveva elargito più grazie a lei che a santa Teresa e a santa Maria Maddalena de’ Pazzi, affidandole un’opera di grandissima importanza, quale quella della seconda redenzione. Ciò viene considerato fantastico, temerario e superbo, perché le grazie suppongono il merito. Rendendosi, forse, conto di ciò che ha asserito, il padre spirituale aggiunge “che intendo la 2° redenzione lato modo et improprio per procurare la salute degli uomini, non ha questa maggioranza sopra le altre opere fatte da Dio dopo la redenzione” e ancora confessa che se ci avesse riflettuto bene non avrebbe scritto certe cose e insiste nel dire che Dorotea non gli ha dettato ciò per malizia, ma per inganno del Demonio o della fantasia della stessa.[73] La difesa, nella sua arringa, dice che per discernere le locuzioni e rivelazioni false da quelle vere bisogna avere molta esperienza e cognizione di causa, qualità che purtroppo mancano negli inquisiti: “ E’ facile confondersi nel giudizio, tanto da chi prova in se stesso quelli tali effetti strordinari, quanto da chi lo dirrigge, particolarmente se vi regna la semplicità, la quale abbonda nel padre Giuseppe Antonio da Sant’Elia, che ha un commune concetto d’esser facile a credere alle visioni, siccome testificano il vicario capitolare d’Asti”.[74] E’ proprio questa semplicità che ha indotto il religioso nell’errore, convincendo poi con i suoi scritti e racconti anche padre Eugenio ed il priore Isnardi allo stesso abbaglio.

 La difesa controbatte poi l’accusa di molinosismo dicendo: “Ma il Molinos, che colla perversa dottrina poneva quella dannata anichilazione e asseriva essere inconvenienti le operazioni anche virtuose e l’attività rispetto all’anime della via interna, congiongeva con delle proposizioni anche la seguente e diceva: Per la via interna si arriva a starsene immobile continuamente in una pace imperturbabile”. Ma nessuno degli inquisiti, Dorotea compresa, ha mai asserito, durante il processo, quali fossero le cause delle immobilità della donna che sono sempre state loro sconosciute.[75]

In sostanza Molinos insegnava un modo facile per arrivare alla contemplazione attraverso l’abbandono passivo nelle mani di Dio; ne consegue l’inutilità della vita sacramentale, della mortificazione dei sensi e delle passioni. L’abbandono passivo, per Molinos, dovrebbe estendersi anche alle tentazioni ed inganni demoniaci, cioè l’anima dovrebbe accettare senza resistenza i peccati di impudicizia o di bestemmia dettati dal demonio. Per Molinos la chiesa e i sacramenti erano solo dei semplici aiuti all’unione con Dio; la pietà comprendeva tre gradi: nel primo i “principianti” dovevano affidarsi completamente alla Chiesa; nel secondo si arrivava alla devozione verso Gesù; nel terzo c’era il superamento della Chiesa e di Gesù come “Deiformes sed non Deus”, e restava solo Dio.[76] Proseguendo la linea mistica principiata agli inizi del Seicento da Francesco di Sales, Molinos indicava la via per arrivare alla perfetta contemplazione e alla pace interiore, tale via consisteva nella purificazione passiva, cioè nella rimozione di ogni pensiero e volizione, in tal modo l’anima poteva ritornare alla sua origine, cioè a Dio. Ma tutto ciò comporta l’indifferenza alla propria salvezza eterna, agli esercizi ordinari di pietà, alle opere di devozione, l’anima perde la propria volontà ed è vuota del volere stesso di Dio.[77] Certamente questa sfiducia delle pratiche religiose, questo annichilamento delle potenze dell’anima che portavano alla contemplazione e all’unione con Dio preoccuparono molto le autorità inquisitoriali, che reagirono con interventi repressivi sempre più numerosi. Un esempio eclatante fu il caso di Francesca Fabbroni, badessa nel monastero di San Benedetto di Pisa, la quale fu processata nel 1680 per affettata santità, ebbe un buon numero di seguaci sia dentro che fuori del monastero. Gli svenimenti ed altre mancanze di cui spesso soffriva divennero un segno di Dio e considerate estasi mistiche, ma queste doti mistiche e le pratiche religiose che la donna praticava furono viste con sospetto e quindi sottoposte a controlli ed esami; furono esaminati anche i suoi scritti dalla Congregazione del Santo Uffizio e successivamente fu rinchiusa nel monastero di Santa Caterina a San Gimignano, dove morì nel 1681, rifiutando la comunione e senza pentirsi: il suo corpo fu sepolto in terra sconsacrata. Nel 1689 fu promulgata la sentenza di condanna capitale e la donna fu riconosciuta sia in vita che in morte eretica, perseverante e insolente dall’inquisitore di Firenze; la defunta era rappresentata da un ritratto posto accanto alla cassa con i suoi resti, dopo la lettura della sentenza il tutto fu messo al rogo e le ceneri sparse al vento: una vera e propria damnatio memoriae.[78]

Demolita dalle domande incalzanti e dalle dure deduzioni dei suoi giudici, le certezze di Dorotea oppongono la sua intima convinzione di ciò che ha visto e sentito durante le sue estasi provocate da Dio o dal Demonio, e, con un linguaggio ingenuo, incolto ma molto efficace, sosterrà fino da ultimo ciò che ha raccontato per tutta la durata del processo, facendo emergere un’intelligenza lucida, pronta e capace di cogliere in pieno la sua esperienza mistica. Quello di Dorotea e dei suoi padri spirituali, in conclusione, sarebbe stato un errore di interpretazione di vari segni prodigiosi e non una simulazione: si è ingannata ed è stata ingannata, come molte altre “sante vive”; il suo percorso vitale, esposto dettagliatamente sia da lei che dai suoi confessori, non è altro che il racconto di un’illusione durata molti anni. La “profetessa” riconosce sì che tutto ciò può derivare dal Demonio e non da Dio, ma non può negare la presenza di visioni straordinarie nella sua vita e se lei ha contribuito a fomentare tale inganno è perché era ed è convinta nella sua illusione da segni che le sembrano straordinari.

Se le “sante vive” ebbero una forte popolarità nella prima metà del Cinquecento, in seguito il loro valore perderà rilievo soprattutto a causa di mutate condizioni politiche ed ecclesiali, per tornare in auge nei momenti più difficili come guerre, carestie, epidemie; la riforma protestante prima e quella cattolica dopo inducono il clero ad una sempre crescente cautela verso il culto delle “sante vive”, destinate a divenire sospette e ad essere inquisite dal Tribunale del Santo Uffizio.[79] Il processo a Dorotea Quaglia si svolge nel primo ventennio del secolo dei lumi e paradossalmente in una Chiesa in cui il potere era saldamente in mano agli uomini, anche le donne come le “profetesse”, le “finte sante”, furono capaci di esternare le proprie sensazioni, il loro stato d’animo, i loro impulsi, ma soprattutto riuscirono a trovare un po’ di spazio vitale.

[1] Biblioteca Ambrosiana (d’ora in poi B.A.), Ms. P 247 sup., c.25 v. Il manoscritto, depositato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, è una copia del ristretto del processo, non riporta l’eventuale condanna degli inquisiti, anche se possiamo intuire che non furono emesse gravi sentenze dai giudici del Santo Uffizio di Roma. Dalle deposizioni dei padri spirituali possiamo ricavare le seguenti notizie circa la vita degli stessi: Giuseppe Antonio da Sant’Elia, Carmelitano scalzo, nato a Cherasco dal fu Carlo Bellino, di 41 anni circa. Dopo avere studiato due anni retorica e un poco di logica a Chieri e a Torino, andò a Milano come segretario del signor de Burgoy, uomo d’armi, con cui va in Spagna, dove fa il soldato per circa tre anni nel presidio di Barcellona, da dove diserta e va a Marsiglia, dove è obbligato a prender servizio nelle truppe francesi e mandato in Fiandra. Dopo un anno diserta e si reca a Bruxelles, qui viene ingaggiato al servizio del duca di Savoia e mandato “in Alemagna”, poi a Torino nel reggimento delle guardie. Più volte fece presente che voleva “farsi religioso”, non ascoltato, fugge a Cherasco e fa il noviziato nei Carmelitani nel convento del Carmine di Asti. Continua gli studi e diviene sacerdote, in seguito viene nominato priore di Cherasco, poi di Asti, Torino e nuovamente di Asti. Fu carcerato il 30 agosto 1719. “Costituito giudicialmente ha riconosciuti i scritti trovati nella perquisizione della sua stanza. Cinque quinternetti manoscritti di suo carattere e uno del priore Isnardi. Un fascio di 10 altri quinternetti scritti da lui medesimo”, contenenti cose da lui annotate, riguardanti “le virtù, grazie e cose soprannaturali, predizioni, communicazioni et allocuzioni segrete con Dio” . “…riferiteli dalla medesima e più volte anche sentite da lui nel tempo che la sudetta Dorotea era nello stato d’immobilità ed in estasi…”.  Cfr. B.A. Ms. cit, c.37v. e r.

Di Eugenio di Gesù, carmelitano scalzo, sappiamo che aveva 35 anni, che era nato a Montechiaro, nella diocesi di Asti, dal fu Giovanni Domenico, che era di modeste condizioni e a quattordici anni andò a studiare per un anno retorica presso i Gesuiti, poi per tre anni filosofia e teologia presso i padri Minimi. Tornato al suo paese prese gli ordini minori, poi a Mondovì vestì l’abito di Carmelitano scalzo e fatta la professione fu mandato ad Asti a studiare teologia, scrittura e morale. Fu carcerato lo stesso giorno dell’altro padre confessore e per la stessa accusa di preteso fautore della pretesa affettata santità; anche nella sua stanza furono trovati scritti riguardanti fatti miracolosi e allocuzioni fatti da Dio a Dorotea, scritti di suo pugno. (cfr. B.A.,Ms.cit., c.73v)

Anche Urbano Isnardi, sacerdote secolare, fu carcerato lo stesso 19 agosto 1719 con la stessa accusa, aveva 34 anni ed era priore della chiesa parrocchiale di san Paolo in Asti ; era nativo di Guarena nella diocesi di Asti, a undici anni andò in seminario nella stessa città e in quello di Alba e nel 1697 andò a Torino, dove proseguì gli studi di retorica, filosofia e legge. A ventitre anni viene ordinato sacerdote e nel 1707 si laurea in giurisprudenza all’Università di Mondovì. A Torino, oltre che studiare morale, frequenta la congregazione dei Gesuiti e celebra messa nella chiesa della “Trinità del S. Sudario”, dove anche confessava. Dal 1713 era di permanenza ad Asti, dove esercitava l’avvocatura “…e che nel suseguente febbraio fu fatto fiscale della Curia Capitolare e dopo poco Provinciale. Nel 1716 ottenne la parrocchia di San Paolo, dove esercita il suo ufficio di parroco.”. (B.A., Ms. cit.,c.172r) Le scritture trovate in suo possesso sono molto più numerose delle altre e molto dettagliate, oltre a spiegare ciò che accadeva alla donna, ci sono anche varie relazioni che il priore aveva dovuto scrivere al papa, al re, al vicario del Santo Uffizio di Asti e alcune lettere, tutto ciò coincide perfettamente con le deposizioni degli altri direttori e con quella di Dorotea: i fatti sono addirittura spiegati con le stesse parole. (cfr. B.A., Ms. cit., c. 113v).

[2] Domenico Cesare Fiorelli, dell’Ordine di San Domenico, era l’avvocato dei rei del Santo Uffizio, aveva scelto di fare da difensore a coloro che erano imputati come iniqui da quel Tribunale, nei Padri della Chiesa aveva trovato conforto, ispirazione e certezze; il suo era un ruolo molto delicato ed importante, in quanto garante della giusta interpretazione eresiologica dei crimini e dell’applicazione equa e rigida della legge divina. Fu ritenuto un imparziale e coscienzioso giudice della Fede, il quale indagava profondamente nella coscienza degli imputati per dirigerli verso la redenzione o la condanna o ad entrambi. Un’ altra copia del discorso del Fiorelli la troviamo sotto la segnatura L 35 suss., sempre presso la Biblioteca Ambrosiana, il cui contenuto non si discosta da quello riportato ed è diretto alla “Sacra Congregatione del Santo Offitio”.Cfr. B.A., Ms. L 35 suss., cc. 3 v./ 18r.Troviamo menzionato l’avvocato Domenico Cesare Fiorelli in una sentenza assolutoria a Favore di “Hieronymi Alphanis Perusini” del 26 novembre 1711. Cfr. Biblioteca Augusta Perugia, Misc. B-38-45-46. Lo ritroviamo giudice criminale nel 1732 in un processo istruito a Roma contro il cardinale Coscia per truffa, inganni etc. : “Fattone intanto il processo dal Giudice Criminale Domenico Cesare Fiorelli, quegli appunto, che in tempo d’Innocenzo XIII avea formato il processo del Cardinale Alberoni al 9 maggio 1733…”; Giuseppe de Novaes, Elementi della storia de’ Sommi Pontefici da S. Pietro al felicemente regnante Pio Papa VII, Siena, Stamperia del Magistrato Civico, Tomo XIII, p. 189. Nel 1737 l’avvocato Fiorelli risolve un caso molto delicato che riguardava un presunto furto di un’ostia consacrata. Cfr. L. Ciappetta, <<Costui è un uomo sciocco, e mezzo scemo>>. Il furto di un’ostia consacrata. https://www.carmillaonline.com/2015/07/31/costui-e-uomo-sciocco-e-mezzo-scemo-il-furto-di-unostia-consacrata/

[3] La falsa santità è un problema che risale alle origini del cristianesimo, infatti nell’Apocalisse troviamo che l’anticristo avrà l’aspetto della santità e affascinerà anche gli eletti, ma la questione assumerà particolare rilievo quando nella chiesa si svilupperà il culto dei santi. Nei secoli successivi il problema diverrà secondario a causa dell’indebolimento dell’autorità nell’ambito delle strutture ecclesiastiche e per la crescente importanza delle reliquie; si riproporrà nel secolo XII, quando il papato comincerà ad interessarsi e a controllare maggiormente questi culti. Cfr. A. Vauchez, La nascita del sospetto, in G. Zarri a cura di, Finzione e santità tra Medioevo ed età moderna, Rosemberg & Sellier, Torino 1991, p. 39.

[4] Cfr. G. Zarri, Le sante vive. Profezie di corte e devozione femminile tra ‘400 e ‘500, Rosemberg & Sellier,Torino 1990, p. 102 e segg.

[5] Cfr. G. Zarri, Le sante vive, cit., p. 104; Cfr. anche anche A. JacobsonSchutte, “Piccole donne”, “grandi eroine”: santità femminile<simulata> e <vera> nell’Italia della prima età moderna, p.283 e segg., in Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, a cura di G. Zarri-L. Scaraffia, Laterza 1994).

[6] Sulle trasformazioni della discretio spirituum tra Medioevo ed età moderna si veda G. Zarri a cura di, Dal consilium spirituale alla discretio spirituum. Teoria e pratica della direzione spirituale tra i secoli XIII e XV, in C. Casagrande-C. Crisciani-S. Vecchio.

[7] Cfr. G. Zarri, Finzione e santità cit., p.14. I primi processi risalgono agli anni 1580-1590 nel viceregno di Napoli.

[8] Ibid., p.15.

[9]La Congregazione dei Riti o latinamennte Congregatio pro Sacri Ritibus et Caeremoniis venne istituita da papa Sisto V con la costituzione apostolica “Immensa Aeterni Dei” dell’11 febbraio 1588, le competenze originarie erano vaste: dal culto divino (amministrazione dei sacramenti, liturgia) al cerimoniale, ma presto perse numerose spettanze, mantenendo quelle relative alla liturgia della Chiesa latina e al culto dei santi. Paolo VI con la costituzione “Sacra Rituum Congregatio” divise la Congregazione dei Riti in Congregazione per le Cause dei Santi, tuttora esistente ed in Congregazione per il Culto Divino, confluita nel 1975 in quella per la Disciplina dei Sacramenti).

[10] Cfr. G. Zarri, Finzione e santità cit., p. 20.

[11] Cfr. G. Zarri, Il carteggio tra don Leone Bartolini e un gruppo di gentildonne bolognesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), “Archivio italiano per la storia della pietà, VII, 1986, p. 337 e segg.

[12] A. Prosperi, Tribunali della coscienza: inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi 1996, p. 438 e segg.; Cfr. anche M. Gotor, I beati del papa. Inquisizione santità e obbedienza in età moderna, Firenze, Leo Olschki 2002, p. 90.

[13] Cfr. M. Gotor, Chiesa e santità nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2004 p. 87-89.

[14] Cfr. B.A., Ms. cit., c.147 v. Non si può definire la data esatta di nascita, in quanto i testimoni non riferiscono la stessa età della donna, la cui vita si può evincere sia dall’arringa della difesa che dalla deposizione della stessa in modo particolareggiato: alcune volte la dicono di 40 anni, altre di 46. La parola Iugali non si riferisce al cognome della madre di Dorotea, ma al fatto che fosse sposata col padre, dal latino iugalis, aggettivo che in senso figurato significa: coniugale, nunziale, maritale.

 

[15]Ibid., c.147 r.

[16] Ibid., c. 147 v. Più avanti, durante il processo, gli inquisitori accuseranno Dorotea di molinosismo. La pratica dell’orazione mentale è uno degli elementi costitutivi della vita interiore e delle dottrine quietiste e di quelle di Molinos. Papa Benedetto XIV aveva pubblicato un’enciclica “Quemadmodum nihil est hominibus”del 1746, in cui promuoveva la pratica dell’orazione mentale, “sconsigliata” poi in una lettera dello stesso pontefice al cardinale de Tencin nel 1749. Cfr. G. Orlandi, Vera e falsa santità in alcuni predicatori popolari e direttori di spirito del Sei Settecento, in G. Zarri a cura di, Finzione e santità cit., p. 435.

[17] Cfr. B.A., Ms. cit., c. 147 v.

[18] Ibid., c. 25 v.

[19]Ibid., c. 148 v. Francesco Pavarino era un sacerdote ed anche un parente di Dorotea, fu lui che le insegnò a leggere all’età di circa 20 anni e a prestarle dei libri. “L’aridità del senso è una sottrazione della divozione sensibile; ma l’aridezza dello spirito è una abbondanza di luminosissima luce. Iddio dunque infonde nell’anima un lume sì chiaro e penetrante, che le fa conoscere la sua miseria, le sue imperfezioni, e tutto il suo niente. Penetra ella sì delicatamente quanto mal corrispose alle divine grazie, e lo conosce con tale chiarezza, che non si stima più degna né di Dio, né delle creature. Le pare certo, che il Signore l’abbia da se discacciata, che non la guardi da amico, che l’abbi gettata nelle tenebre…”. F. Bernardo da Castelvetere, cappuccio della provincia di Reggio in Calabria, Direttorio Mistico per li confessori, ovvero Instruzione in cui con modo chiaro, breve, e facile si dà la pratica al Direttore di cominciare, proseguire e perfezionare un’anima nel cammino spirituale fino alli più elevati gradi di unione. Venezia MDCCLXXXVII, Presso Simone Occhi; cap. VIII, p. 215.

[20] Ibid.

[21] Cfr. B.A., Ms. cit., c.149 r.

[22] Nel 1371 il sindaco e procuratore di Asti cedette la villa e gli uomini di Revigliasco ad Amedeo Roero, il quale dette inizio alla linea dei Roero di Revigliasco. Nel 1561 Roberto Roero, per volontà della madre Eleonora San Severino, assumerà il nome Roero San Severino, che rimarrà alla famiglia fino all’estinzione, avvenuta verso la metà del secolo XIX. Cfr. G. Mola di Nomaglio, Feudi e nobiltà negli stati dei Savoia: materiali, spunti, spigolature…, Hoepli, Milano 2006, p. 433 e segg.

[23] Trattasi di figurazione composta da quattro nocciole in forma di croce specialmente in araldica.

[24] E’ probabile che Dorotea si riferisca alla guerra del 1706, quando il futuro re Vittorio Emanuele II stava per perdere Torino assediato dalle truppe francesi.

[25] B. A., Ms. cit., c. 78 v.

[26] “L’astinenza totale dal cibo, <singulare dono et veramente sopra el corso comune de la natura humana>, considerata segno di santità e talvolta occultata per umiltà, ha qui un significato che supera la tradizionale norma ascetica per essere presentato in stretta connessione col mistero eucaristico. Prive di cibo corporale, queste donne vivono solo di eucarestia…” G. Zarri, Le sante vive cit., p. 106.

[27] L’anoressia era già nota al tempo di Dorotea: il primo caso citato nella letteratura medica è relativo al 1686. Richard Morton, medico inglese (1637/1698), famoso anche per i suoi studi sulla tubercolosi, descrive le condizioni di una ragazza di vent’anni e i sintomi della malattia. Cfr. R. Morton, Phthisiologia or, A Treatise of Consumption, London 1720; Cfr. R. M. Bell, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, Editori Laterza 1998.

[28] B.A., Ms. cit., c. 151 v.

[29] Ibid., c. 152 r.

[30] Ibid., c. 153 v.

[31] Ibid., c.168 v.

[32] Ibid., c.38 v.

[33] Ibid., c. 39 r.

[34] Ibid., c. 40 v.

[35] Cfr. B. A., Ms., c. 160 v.

[36] Ibid., cc. 53 r., 55 v.

[37] Cfr. B. A., Ms. cit.,c. 61 v.

[38]  B. A., Ms. cit. c.78 r.

[39] Ibid., c c. 83 v. r.

[40] Ibid., c. 157 r. Probabilmente Dorotea allude alla guerra tra l’Impero ottomano e Venezia-Austria del 1715/18, terminata con la pace di Passarowitz.

[41] Ibid., c. 116 v.

[42] Ibid.,  c.117 v.

[43] Ibid., c. 30 r.

[44] Ibid., c.160 v.

[45] B.A., Ms. cit, c. 159 r.

         [46] Ibid.

[47] Cfr. B. A., Ms. cit., c. 59 v.

[48] B.A., Ms. cit., c. 57 v. Lo zendalo è un tessuto molto leggero di seta con cui le donne si coprivano la testa e le spalle.

[49] Ibid., c. 166 v.

[50] Ibid., c. 168 v.

[51] Ibid., c. 160 r. Il primo libro si tratta di Thomas à Kempis, The imitation of Christ; gli altri due titoli non sono stati da noi rintracciati. Santa Dorotea, santa e martire venerata dalla Chiesa cattolica, fu originaria della Cappadocia e visse negli anni 300-311 circa; la commemorazione ricorre il 6 febbraio ed è patrona dei fioristi e della città di Pescia. A differenza del Medioevo, quando la donna era esclusa da una formazione culturale universitaria, in età umanistico-rinascimentale assistiamo ad una modifica della situazione, per cui le donne hanno la possibilità di una buona se non ottima preparazione, anche se la maggior parte di queste mistiche ostentano la loro ignoranza e si dichiarano illetterate soprattutto per seguire il topos della modestia; ne è esempio il caso di Maria Maddalena dé Pazzi, la cui cultura religiosa, come si può apprendere da varie testimonianze, era piuttosto ampia, anche se il suo biografo (Cepari) la definisce illetterata e semianalfabeta. Cfr. F. Brezzi, La passione di pensare, Carocci, Roma 1998, pp.18-61. Non è il caso della mistica di San Damiano, la cui preparazione culturale, piuttosto limitata, non le permise di fare tanto, ma non le impedì di profetizzare fatti politici e di convincere Vittorio Amedeo II di Savoia a finanziare ed organizzare il viaggio a Roma presso il papa, non solo perché i suoi padri spirituali potessero far conoscere un “miracolo” accaduto ad Asti, ma per parlare delle sue visioni e rivelazioni, ed infine, come lei sostiene, per dare “consigli” suggeriti da Dio al pontefice.

[52] A. Zuccagni-Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia corredata di un atlante, 1837; si veda anche A. Torre, “Les lieux de l’action: transcription documentaire et contexte historique”, Les dossier du Grihl, 2008-01, Localités: localisation des écrits et production locale d’actions, [En ligne], mis en ligne le 2 novembre 2008, https://dossiersgrihl.revues.org/2842.

[53] B. A., Ms. cit., c. 74 v.

[54] Ibid., c. 118 v.

[55] Ibid.

[56] Ibid.,  c.118v. a margine troviamo: “E’ da notarsi che il sacerdote per vedere se l’hostia era rotta bisognò l’allargasse e separasse, come pure che nell’allargarla e separarla non vide che fusse colorita ne’ labri ed essendo andato il procurator Alessandro a prender la scattola dell’ostia, nell’accostarsi all’altare osservò che il labro di detta ostia era di color rosso”.

[57] Ibid., c. 119 v.

[58] Ibid., c.119 v; si veda anche A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., nota n. 44, p.20, il quale riporta per esteso la relazione che Isnardi fece a SS.R.Maestà, che non si discosta dalla deposizione dello stesso fatta a Roma durante il processo

[59] A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.10  “Mais le vrai centre du discours du provicaire Isnardi est la compétence. La genése même du prodige est liée à l’incompétence du jeune prêtre: puisqu’on ne peut pas la présence du sang, il lui faut au moins souligner que la présence des gouttes de sang dans le calice est due à une série d’actions erronées de la part du célébrant. Le sang se trouve sur le pied du calice, et surtout sur la coupe, mais il est bien séparé du restant du vin: on veut par ceci signifier que le sang est tombé d’en haut, il n’est pas le fruit de la transsubstantiation du vin. Au contraire, dans le discours du provicaire Isnardi il est essentiel que le vin soit resté vin, puisque le célébrant ne l’a pas consacré après l’intervention du notaire Ambrosio (ce qui est en partielle contradiction avec le témoignage de celui-ci). Le prodige, en somme, serait le fruit d’une erreur”.

[60] Cfr. A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.10

[61] Cfr. A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p. 21, nota 53

[62] B. A., Ms. cit., c. 32 v.

         [63] Ibid.

[64] A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.13. Si veda anche: A. Torre, Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Roma, Donzelli, 2011, pp.407; Elisabetta Lurgo in una recensione dell’opera del Torre così scrive: “ Il rapporto tra religione e spazio è ribadito dall’approfondita analisi di un miracolo eucaristico avvenuto ad Asti nel 1718: si tratta di un evento molto complesso, che ruota intorno alla fondazione dell’opera Migliavacca, istituzione destinata all’accoglienza delle giovani nubili e benestanti della città […] L’analisi di Torre si limita a suggerire un rapporto fra una cultura religiosa e politica di tendenze antisabaude e una tradizione di profetismo visionario utilizzata per esprimere istanze di legittimazione giurisdizionale: tale ipotesi, effettivamente, pare confermata dall’identità delle profetesse coinvolte nella vicenda astigiana. La “profetessa Dorotea” (p.92), che l’Autore non è riuscito ad identificare e che avrebbe ispirato la fondazione dell’Opera, è sicuramente Dorotea Quaglia da San Damano (1673-1749): quest’ultima risulta anche nella fondazione dell’Opera Isnardi, un’istituzione astigiana destinata all’accoglienza delle giovani nubili di bassa estrazione sociale. Fondata nel 1746 come istituto meramente laico sotto controllo reale, peraltro in palese concorrenza con l’Opera Migliavacca, l’Opera Isnardi passò in breve tempo sotto il controllo del vescovo. Il mutamento di stato giuridico fu possibile grazie a un altro miracolo, questa volta ruotante intorno a un’immagine di Cristo, a cui si accompagnò una complessa vicenda di possessione diabolica che vide protagoniste alcune ospiti dell’istituzione e la stessa direttrice dell’Opera, un’altra profetessa già coinvolta nella fondazione Migliavacca. Il caso dell’Opera Isnardi riproduce in modo pressoché speculare strategie e moventi riscontrati nell’analisi del miracolo eucaristico del 1718, confermando l’esattezza dell’ipotesi avanzata da Torre. Anche la relazione fra cultura profetica e fazioni antisabaude, suggerita dall’Autore, è rafforzata da altre fonti: i personaggi coinvolti, a vario titolo, nel miracolo eucaristico sono, infatti, al centro di una serie di congiure antisabaude denunciate dall’autorità torinese fra il 1704 e il 1716, nelle quali un ruolo chiave assume, ancora una volta, l’idioma profetico e visionario”.

[65] Ibid. , c. 74 v. Il vescovo di Lipari era, probabilmente, monsignor Nicola Maria Tedeschi (1710-1722), Cfr. Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Messina-Lipari-Santa_Lucia_del_Mela

[66] Ibid.

[67] Ibid., c. 27 r.

[68] Ibid., c. 28 v.

[69] Ibid., c. 27 r.

[70] Ibid., c.28 r.

         [71] Ibid., c. 30 r.

[72] Ibid., c. 53 v.

[73] Ibid., c.30 v.

[74] Ibid., c. 31 v.

[75] Ibid.

[76] Cfr. AA. VV., Dizionario ecclesiastico , Unione Tipografico-Editrice Torinese 1955, p.1028

[77] Cfr. M. Vannini, Il volto del Dio nascosto. L’esperienza mistica dall’Iliade a Weil, Mondadori, Milano 1999, pp. 273-281

[78] Cfr. A. Malena (a cura di), Il velo e la maschera. “Santità” e “illusione” di suor Francesca Fabbroni (1619-1681), Città di S. Gimignano 2002; cfr. anche A del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori, Milano 2006, pp. 669 e seg.

[79] Cfr., G. Zarri, Le sante… cit., p. 120

 

 

 

 

 

 

 

ALLA CASA UBOLDI UN PUNTO SU FURTI E TRUFFE

TALAMONA 10 dicembre 2015 incontro con le forze dell’ordine

 

CON IL LUOGOTENENTE ANTONIO SOTTILE DELL’ARMA DEI CARABINIERI UNA SERIE DI DRITTE PER TUTELARE I NOSTRI DIRITTI E LE NOSTRE PROPRIETA’

di Antonella Alemanni

Nonostante la tv e i canali di comunicazione in genere dedichino ampio spazio a queste tematiche dispensando consigli e talvolta proponendo simulazioni, la questione dei furti in casa e delle truffe, perpetrate soprattutto a danno degli anziani, è una questione perennemente d’attualità della quale sembra non si parli mai abbastanza. Ed ecco perché anche il comune di Talamona ha voluto dedicare un incontro informativo a riguardo questo pomeriggio alle 14.30 alla Casa Uboldi, un’incontro nato dalla specifica collaborazione tra l’Assessorato per le Politiche Culturali e l’Arma dei Carabinieri.“Un incontro facente parte di un ciclo che coinvolge vari comuni allo scopo soprattutto di informare le fasce più deboli, quelle che vengono più facilmente colpite da questo tipo di reati” come ha sottolineato Fabrizio Trivella, sindaco di Talamona, nell’introdurre il luogotenente Antonio Sottile, nuovo comandante della stazione dei carabinieri di Morbegno che dopo i ringraziamenti ha cominciato il suo intervento sottolineando il particolare interesse delle forze dell’ordine a creare una campagna informativa intorno a queste tematiche “non solo per cercare di individuare e consegnare all’autorità giudiziaria i responsabili di tali azioni, ma anche perché questi ultimi, nei casi più recenti di truffe, stanno cominciando a palesarsi come forze di polizia”. Una campagna che, come ha ribadito il comandante riprendendo le parole del sindaco “si rivolge in particolar modo agli anziani perché sono le fasce più deboli e dunque più esposte a questo tipo di reati, avendo capacità di difesa limitate rispetto ai giovani sia dal punto di vista delle reazioni mentali che di quelle fisiche”. Il comandante si è anche premurato di fornire delle dispense scritte con i punti salienti delle sue spiegazioni in modo da fornire al Gruppo Anziani, intervenuto all’incontro di oggi, uno strumento concreto di conoscenza e di difesa. “La figura del truffatore si è evoluta nel corso degli anni” ha poi ripreso a spiegare “ha imparato a presentarsi al cittadino sotto varie vesti. In questi ultimi anni si è camuffato principalmente sotto le vesti di rappresentante di enti pubblici dunque dipendenti dell’ENEL piuttosto che dell’IMPS e via dicendo, ma si sono verificati anche, nella nostra provincia, degli episodi in occasione dei quali i truffatori si sono qualificati come carabinieri, finanzieri, in generale come membri delle forze dell’ordine. Questo naturalmente ci spinge a intervenire per evitare che possa essere pregiudicata la fiducia del cittadino nei confronti di questi enti, cosa che succede facilmente nel caso di chi subisce una truffa da un soggetto qualificatosi ad esempio come carabiniere. La prima cosa da dire a riguardo è che, perlomeno in Valtellina sono rarissimi, se non nulli del tutto gli episodi in occasione dei quali un carabiniere o altro funzionario delle forze dell’ordine si potrebbe presentare a casa vostra da solo e in borghese. I carabinieri, poliziotti o finanzieri in servizio indossano sempre la divisa riconoscibile e si presentano in casa dei privati cittadini per motivi validi, di certo non per verificare la validità del denaro tenuto in casa o l’effettiva purezza e autenticità dei preziosi. Questi sono tra gli stratagemmi utilizzati dai truffatori per introdursi in casa, un punto su cui riflettere per capire come riconoscere sicuramente un truffatore. L’attenzione che bisogna avere va posta non solo dentro casa, ma già andando in posta o in banca a ritirare la pensione. Questo perché è dimostrato dalla casistica degli episodi che si verificano che la scelta della vittima avviene già al di fuori di questi uffici o davanti allo sportello del bancomat”. Un truffatore individua facilmente i soggetti che possono essere potenziali prede perché deboli fisicamente e/o mentalmente. A questo punto il comandante Sottile ha citato un caso avvenuto a Sondrio di un’anziana che poco dopo essere rientrata a casa coi soldi della pensione ritirati all’ufficio postale, ha sentito suonare il campanello e si è trovata davanti un soggetto con un improbabile cappello riportante lo stemma dell’arma che dopo essersi qualificato come carabiniere, ha chiesto di vedere i soldi facendole credere che all’ufficio dove era stata le avevano dato dei soldi falsi. Egli l’aveva pedinata dall’ufficio fino a casa e poi si è mostrato molto gentile, disponibile ad andare egli stesso all’ufficio a risolvere la questione senza scomodare la signora che così si è lasciata convincere a consegnare i soldi che poi il finto carabiniere si è portato via sparendo poi nel nulla naturalmente. “gli anziani tendono a tenere tutti i loro soldi in casa sebbene non abbiano grandi necessità che implichino grandi disponibilità di contanti” ha sottolineato il comandante “bisognerebbe che si convincano a depositarli in banca o in posta, o quantomeno a detenerli nei luoghi più sicuri della casa che non sono cassetti, comodini o vasi dove possono essere facilmente trovati. Se in casa c’è un quantitativo minimo di contante, anche nel caso in cui si verificassero episodi di raggiro il danno sarebbe più contenuto. Se poi quando si effettuano i prelievi agli uffici ci si accorge di soggetti che destano dei sospetti è meglio non andare subito a casa, ma entrare in un bar o comunque confondersi tra la gente cercare qualcuno che possa assistere e dissuadere il truffatore dall’entrare in azione. Chi truffa tende a mettere in atto i suoi piani quando le persone sono rientrate in casa e sono sufficienti dei piccoli accorgimenti per impedire comunque al truffatore di agire. Il primo è quello di non aprire la porta, interloquire dal terrazzo piuttosto che dal citofono, dalla finestra da dietro la porta chiusa o aperta solo con la catenella. Evitando di aprire si pone davanti al truffatore un ostacolo notevole, perché una volta che il truffatore riesce a farsi aprire sa già quali strategie mettere in atto per portare la sua truffa a compimento, attraverso piani ben congeniati che chi truffa è in grado di modificare anche in corso d’opera, a seconda delle specifiche situazioni che si presentano. Oltre ad evitare di aprire bisognerebbe evitare di far capire al truffatore ce si è soli in casa è meglio sempre essere pronti a dichiarare l’imminente ritorno di un parente in modo da togliere al truffatore tutte le possibilità di agire. La tecnica dei truffatori procede a step. Il primo è accertarsi che la persona da truffare sia sola in casa, il secondo consiste nel riuscire a entrare in casa e a quel punto sa adeguarsi alle varie situazioni, a seconda che il truffato sia uomo o donna o che il truffatore sia uomo o donna il tutto per farsi consegnare i soldi o quantomeno farsi dire dove i soldi sono custoditi per riuscire poi a prenderli di nascosto. Nel momento in cui chi si presenta dichiara ad esempio di essere dell’ENEL  e di dover effettuare la lettura dei contatori, bisogna sapere innanzitutto che la lettura dei contatori è automatica e che in ogni caso per queste operazioni non si è tenuti mai a mostrare la bolletta e poi bisogna cercare di prendere tempo di farsi dire dal presunto funzionario da che ufficio viene così da chiamare e verificare. Ad ogni possibile stratagemma dei truffatori bisogna essere pronti a controbattere. Così come non è possibile che impiegati dell’ENEL richiedano di mostrare la bolletta altrettanto non richiederanno versamenti. Se qualcuno si presenta parlando di bollette non pagate e richiedendo l’immediato versamento delle somme, quelli sono senza ombra di dubbio dei truffatori, perché nel caso di bollette non pagate arrivano i solleciti per posta non vengono mandate persone a riscuotere” A questo  punto il comandante ha chiesto alle persone del pubblico di raccontare eventuali aneddoti, anche solo avvistamenti di persone sospette e quasi tutti avevano qualcosa da dire, ma non sempre si trattava effettivamente di situazioni poco pulite, a volte le persone avvistate erano semplicemente tecnici che effettuavano rilevamenti senza la benché minima intenzione di avvicinarsi a persone o case. In alcuni casi ascoltare questi aneddoti si è rivelato utile per fare ulteriori considerazioni, la più importante delle quali è stata quella di porsi con atteggiamento di diffidenza nei confronti di qualsiasi sconosciuto che viene a suonare alla porta, annunciare sempre l’intenzione di chiamare le forze dell’ordine e farlo per davvero. Già da come la persona che abbiamo di fronte reagisce a questa nostra difesa si può capire con chi si ha a che fare: una persona che davvero è stata mandata da un qualche ente pubblico e non ha nulla da nascondere accetterà il controllo dei carabinieri i quali identificheranno la persona stessa e saranno in grado di identificarla anche per successive segnalazioni in modo da tranquillizzare i cittadini; una persona che invece si dimostra nervosa, cerca di scappare e riesce a dileguarsi prima che arrivino i controlli non è mai chi afferma di essere. Inoltre i funzionari di enti pubblici (come i soggetti preposti a proporre nuovi contratti energetici a domicilio) devono seguire tutta una serie di regole, devono comunicare al comune la presenza sul territorio, di modo che si possa informare la polizia locale e inoltre le autorità devono disporre delle generalità di tutti questi soggetti. Questo perché i truffatori sanno bene che per determinati servizi ci sono enti che mandano effettivamente persone a domicilio e sperano di approfittare dei dubbi di chi li riceve per poter agire. Ma se il cittadino nel dubbio non perde la lucidità fa attendere il soggetto fuori casa e nel frattempo verifica, allerta le forze dell’ordine si ha sempre modo di sventare i piani di chi ha cattive intenzioni. L’importante è togliersi i dubbi subito. Non tutto quello che si vede è per forza sospetto, ma è meglio verificare certi dettagli nel momento in cui si presentano piuttosto che, come accade molto spesso, quando l’evento è già avvenuto. Qualcuno ha raccontato di telefonate sospette e non è un mistero che le truffe passano spesso anche da quel canale senza bisogno di una persona che si presenti fisicamente in casa. Nel corso di queste telefonate spesso vengono richiesti dati sensibili. Chi effettua queste telefonate molto spesso, pur affermando il contrario non si trova nemmeno in Italia e utilizza questi dati per mettere in atto illeciti. Infine la testimonianza di un uomo circa un furto subito in casa ha offerto lo spunto per passare all’altro argomento oggetto dell’incontro, i furti nelle abitazioni appunto, una realtà che in Valtellina, essendo una zona relativamente tranquilla si sta scoprendo solo da pochi anni e per fortuna, almeno per ora, non con le modalità aggressive riportate dai notiziari che si verificano tuttalpiù nei grandi centri urbani, nelle zone residenziali eccetera. Nonostante tutto è necessario imparare a fronteggiare questo fenomeno, a dargli il giusto peso, perché si tratta comunque di eventi in grado di creare danni che si protraggono nel tempo e non soltanto dal punto di vista economico, ma anche morale e psicologico, nel fatto di vedere invaso il proprio spazio, di veder violata la sua intimità, di vedersi sottrarre oggetti importanti che rimandano a legami affettivi. “Avrete certamente appreso dai giornali e dai notiziari locali che la lotta contro questo fenomeno si è fatta particolarmente intensa da parte delle forze dell’ordine” ha ripreso a spiegare il comandante “una lotta che ha portato ad un discreto numero di arresti, soprattutto di cittadini albanesi e ha permesso di capire in che modo operano questi gruppi che si specializzano nei furti in casa. Formano gruppi di tre persone chiamati in gergo batterie. Tra queste uno ha compito di autista e di palo mentre gli altri due eseguono materialmente il furto. Queste bande però, contrariamente a quanto si pensa, non effettuano appostamenti di giorni, non spiano di nascosto i nostri movimenti per individuare il momento opportuno. Nel 99% dei casi non è così. Si tratta si di ladri di mestiere che dunque hanno una certa esperienza e hanno dei metodi precisi, ma questi metodi consistono innanzitutto nella scelta della zona, preferibilmente zone residenziali di villette e case isolate, non certo condomini dove ci sono più movimenti di persone a tutte le ore ed è altissimo il rischio di essere scoperti. Una volta scelta la zona, devono poi scegliere un obiettivo preciso e un periodo propizio. L’inverno è un periodo ottimale perché viene presto buio e se in casa c’è qualcuno c’è la luce accesa dunque scarteranno le case con le luci accese dentro” ecco perché il comandante ha consigliato di tenere sempre una luce accesa in almeno una stanza, anche quando si è fuori casa, una luce che faccia pensare ai ladri che c’è qualcuno in casa anche se non è così (questo però crea dei problemi in materia di consumi energetici e di surriscaldamento globale; è di questi giorni la conferenza di Parigi sul clima che dice chiaramente che la temperatura della Terra non deve più aumentare pena sconvolgimenti ecologici inimmaginabili scomparsa di habitat e di specie animali già a rischio, la cui vita vale molto di più di quella dei ladri di mestiere contro i quali si dovrebbero adottare misure un po’ più crudeli ndr). “una volta scelta la casa” ha proseguito il comandante “il passo successivo dei ladri consiste nel cercare di capire se in casa c’è un sistema d’allarme. A questo proposito bisogna dire che è bene per tutti dotarsi di allarmi e soprattutto di accenderli perché c’è gente che denuncia furti e poi si scopre che l’allarme era spento. Si crede che se ci si assenta pochi minuti da casa non può succedere nulla e invece la realtà è che il furto è questione di minuti non di ore. C’è chi invece non li accende perché possono partire anche accidentalmente e producono rumori molesti”. A questo punto c’è stato chi ha voluto sapere la classica questione che tutti si pongono almeno una volta nella vita: come comportarsi se siamo in casa e sentiamo i ladri che entrano? “La casistica dei furti sul nostro territorio dimostra che non ci si trova di fronte a bande aggressive che entrano in casa e non si limitano a rubare, ma brutalizzano anche gli abitanti qualora li trovassero presenti” ha puntualizzato subito il comandante “questo fenomeno è una realtà che per ora riguarda altre zone, Milano e dintorni tuttalpiù. Dunque la prima cosa importante è non lasciarsi prendere dal panico, non perdere la lucidità. Queste persone entrano dalla porta-finestra che è l’infisso che offre minore resistenza e lo forzano servendosi di un grosso cacciavite da 30 cm che lascia tracce riconoscibili e che i ladri sanno infilare nelle cerniere che dunque vengono forzati con pochi colpi, senza nemmeno fare troppo rumore a volte. Quando poi si accorgono di essere scoperti scappano. Dunque il consiglio è gridare, minacciare di chiamare i carabinieri o la polizia. Questi soggetti non hanno alcun interesse a rimanere dopo aver compiuto il furto e nemmeno a terminare il colpo una volta che ci si è accorti di loro. Se il colpo va male in una casa ne scelgono un’altra dopo essersi tempestivamente allontanati. Addirittura per assicurarsi la fuga bloccano l’ingresso con una chiave o un catenaccio così rientrando il proprietario trova la porta bloccata, cerca di forzarla, fa rumore e nel lasso di tempo in cui realizza che potrebbero esserci dei ladri in casa questi se ne vanno. In questo contesto è determinante che anche i vicini abbiano gli occhi aperti. Si vuole stimolare una sorta di senso civico che porti a pensare anche per gli altri non solo per sé. Certo è un senso civico molto difficile da sviluppare, perché nel momento in cui si è testimoni di un reato, bisogna presentarsi in tribunale, riconoscere una persona arrestata, i cittadini potrebbero avere timore a prendere posizione, però anche da questo punto di vista si può stare tranquilli in realtà, perché nessun testimone di eventi simili ha mai ricevuto minacce o ritorsioni di un qualche tipo. I ladri mettono in conto che qualcosa possa andare storto e si tratta quasi sempre di persone non residenti che arrivano con dei visti turistici e una volta compiuto un determinato numero di furti in una zona, si spostano in un’altra e si spostano in continuazione, assoldati da organizzazioni con sede nel milanese perlopiù che li pagano come ladri operai in base al bottino che riescono a raccogliere, per poi sostituirli spesso. Questo non vuole essere un modo per creare pregiudizi verso gli stranieri, ovviamente ci sono anche italiani che commettono queste azioni”. Il ladro può essere chiunque e può essere anche il più insospettabile e dovunque lo si può incontrare. Qualcuno tra il pubblico ha raccontato degli aneddoti personali che fanno capire come molto spesso, proprio come dice il proverbio, è l’occasione che fa l’uomo ladro, tra la folla e nei luoghi pubblici soprattutto. “l’importante è denunciare e non subire passivamente questi atti” ha chiarito il comandante “nel momento in cui entrano in casa e siamo presenti, bisogna prima di tutto farli scappare e poi allertare subito le forze dell’ordine”. A questo punto ha cominciato a farsi strada nel pubblico una certa dose di indignazione. Qualcuno ha voluto sapere precisamente le pene previste per queste persone e se tali pene poi si rivelino effettivamente deterrenti “il codice penale prevede pene precise per questo tipo di reati” ha risposto il comandante “pene che dipendono dal trovarsi di fronte ad un soggetto già noto alle forze dell’ordine oppure no, un soggetto che abbia dei precedenti, che sia recidivo e dipende anche quanti sono questi precedenti, quanto sono gravi. In genere in seguito al primo arresto e in assenza di precedenti sono due anni con la condizionale, il che significa che il soggetto viene arrestato e dopo il processo rimesso in libertà e questo è garantito indipendentemente dalla nazionalità”. E se, una volta rimesso in libertà, il ladro torna a colpire, si è chiesto qualcuno “può capitare che una stessa casa sia oggetto di più furti” ha risposto il comandante “ma questo non perché i ladri si accaniscono, ma perché la casa in questione è collocata in un luogo particolarmente buio, isolato, è senza allarme, è incustodita e dunque più bande di ladri giungono a ritenerla particolarmente idonea al loro scopo. Di solito c’è una zona più esposta in ogni comune e si tratta sempre di zone che rispondono a queste caratteristiche suddette. Bisogna investire sui mezzi di difesa passiva (oltre ad assicurarsi di aver chiuso bene ogni porta, finestra o altro possibile accesso), allarmi soprattutto, che possono essere accompagnati da impianti di videosorveglianza i quali però, da soli servono a poco . ormai gli allarmi si trovano nei supermercati a prezzi abbordabili. Non bisogna sottovalutare l’importanza degli animali domestici, anche quelli piccoli, tenuti nelle gabbiette” e a questo punto il comandante ha descritto il caso di una donna che è stata svegliata nel cuore della notte da un animaletto che teneva in casa, porcellino d’India o simile, che ha avvertito la presenza di un ladro in casa e agitandosi nella gabbietta ha allertato la padrona e messo in fuga il ladro in questione che ha abbandonato la sua attrezzatura “a seconda dei periodi e del gruppo di ladri si riscontrano più tecniche di scasso” ha spiegato il comandante “non soltanto col cacciavite dal retro, ma anche praticando buchi sui vetri delle finestre con trapani a mano relativamente silenziosi e inserendo poi dal buco dei marchingegni che permettono di girare la maniglia della finestra. Il tutto cercando di produrre il minor rumore possibile. Chi fa furti di notte sa che si introduce in un’abitazione dove i proprietari sono facilmente presenti e dunque sa che deve fate il possibile per non farsi sentire. A questo proposito un altro mito da sfatare è la convinzione che i ladri utilizzino un qualche tipo di sostanza soporifera per addormentare gli abitanti della casa. Ci possono essere solo due modi per mettere in atto questo: il primo è impregnare un fazzoletto di una qualche sostanza e premerlo sulla bocca, ma in quel caso la persona si accorgerebbe e ricorderebbe il giorno dopo questo fatto; il secondo modo consisterebbe nel diffondere nell’ambiente un qualche gas soporifero che però costringerebbe i ladri ad indossare delle protezioni per introdursi in casa. dunque nessun ladro cercherà mai di anestetizzare le persone presenti in casa. Se ci si sveglia col mal di testa cio è dovuto allo stress causato dall’aver subito un furto”. Nel mentre il comandante spiegava, in più d’uno tra il pubblico sentiva il bisogno di intervenire per raccontare delle esperienze dirette oppure sentite dire che permettevano di confermare quanto detto o di fare nuove considerazioni. “Un’altra tecnica usata che non fa rumore consiste nel rompere la serratura” ha ripreso a spiegare il comandante “una tecnica che si può sventare applicando dei chiavistelli, catenacci, eccetera proprio perché i ladri non sono interessati a produrre rumore, cercano di evitarlo e dunque tali protezioni, che non si possono forzare in silenzio, li farebbero desistere. Un’altra cosa importante da tenere a mente è che i ladri si comportano anche a seconda del bottino che intendono fare. Ci sono quelli che una volta introdottisi in casa arraffano tutto il più possibile di quello che trovano e ci sono quelli che ricercano specificatamente valori e oro piuttosto che denaro contante o attrezzature specifiche. C’è chi si specializza con le auto di lusso o che se le ritrova facilmente a portata anche se molto spesso le auto vengono prese esclusivamente perché sono un mezzo per assicurarsi la fuga, perché molto spesso i ladri vengono accompagnati da chi li ha assoldati solo all’andata e non più al ritorno. Va detto inoltre che per la maggior parte i ladri quando entrano in una casa non sanno di preciso cosa troveranno. Sta a noi impedire loro di trovare cose che destino il loro interesse come ad esempio chiavi bene in vista, denaro e preziosi facilmente scovabili”.

L’ultima parte dell’incontro è stata riservata esclusivamente al pubblico che ha espresso ulteriori perplessità, opinioni dando luogo anche ad accesi dibattiti. C’è chi ha fatto notare il fatto di ricevere telefonate a ogni ora portando l’attenzione sul fatto che i dati sensibili tramite internet sono facilmente acquisibili perché basta acconsentire al trattamento dei dati e questi si diffondono (c’è da dire che per certe cose come lo scarico legale di programmi o altri dispositivi viene bloccato se non si acconsente al trattamento dei dati e così l’iscrizione a siti, gruppi, forum a concorsi, tipo letterari o fotografici ndr). C’è chi ha fatto notare come, chi si spaccia per carabiniere o poliziotto riesce a procurarsi divise false che sono indistinguibili da quelle vere. Il comandante assicurava che le divise false sono riconoscibilissime e ribadiva il fatto che chi ha commesso truffe spacciandosi per carabiniere o poliziotto ci è riuscito anche esibendo abbigliamenti assurdi come cappellini con le scritte magari comprati all’autogrill e presentandosi in casa di anziani mettendoli in confusione infilando una dietro l’altra una gran quantità di domande. Ancora una volta il principio è quello di verificare nel dubbio, telefonare al 112. C’è chi ha fatto notare che non tutti gli uffici postali o gli istituti di credito sono dotati di telecamere che potrebbero monitorare eventuali adescamenti e chi ha osservato come per gli anziani sarebbe meglio delegare tali operazioni di prelievo anche se le deleghe non sono mai così semplici da mettere in atto, scegliendo un familiare a scapito di tutti gli altri che potrebbero risentirsene. Sono stati discussi casi specifici e qualcuno ha sottolineato il grande disagio che tali azioni provocano. Il dibattito più acceso si è scatenato quando il discorso è caduto sull’opportunità di reagire ai ladri che entrano. La cronaca racconta spesso casi di persone che reagiscono ai furti aggredendo i ladri o uccidendoli addirittura e tutti sanno come in questi casi si passino grossi guai. Il comandante ha spiegato bene questo punto. Non si può sempre invocare con leggerezza la legittima difesa, bisogna poi essere in grado di descrivere dettagliatamente la situazione (che le forze dell’ordine sono comunque in grado di ricostruire al giorno d’oggi) e da tali ricostruzioni deve emergere indubbiamente una situazione di pericolo che faccia capire come chi ha aggredito, ucciso, lo ha fatto perché in quel frangente non poteva fare altrimenti. Questo ha scatenato proteste e indignazioni nei presenti e io non nascondo di essere la più accesa detrattrice di questi principi di legge che secondo me dovrebbero essere completamente rivisti. Chi entra in casa mia senza il mio permesso ha comunque torto e io cittadino ho il diritto di agire verso quella persona come più ritengo opportuno. Non ritengo assolutamente corretto dare ai delinquenti di mestiere (che sono ben diversi da chi si trova a dover rubare per bisogno perché si trova in stato di indigenza; di solito questi ultimi agiscono commettendo un sacco di errori e vergognandosi pure di quello che si trovano a fare) i miei stessi diritti perché chi sceglie di fare il ladro di mestiere potrebbe benissimo scegliere altrimenti, un mestiere più onesto, oppure mettere in conto di venire ferito o ucciso senza sentirsi in diritto, come è stato detto a un certo punto, di armarsi per tutelare la propria vita. Si è parlato di senso civico durante questo incontro. Senso civico significa anche non scordare le regole base della convivenza civile come ad esempio non sentirsi in diritto di entrare in una casa solo perché si trovano luci spente o passaggi aperti. D’estate in molti dormono con le finestre aperte per via del caldo.  Io ritengo a questo punto doverosa una riflessione. Un privato cittadino per colpa di tali soggetti non è più padrone in casa propria deve vivere costantemente in ansia e terrorizzato dalla minima disattenzione, deve rinchiudersi come se fosse lui in galera e nascondere tutto, quando in realtà dovrebbero essere tutte le persone ad avere ben chiaro il principio secondo cui cio che non ci appartiene non va preso e non ci si può introdurre ovunque solo perché si trovano le vie d’accesso spianate. Chi ancora non lo ha capito deve essere punito, ma non soltanto con l’arresto e la detenzione. Questo però è il mio pensiero che durante l’incontro ho espresso solo in parte e che credo di avere in comune con molte altre persone. In questo dibattito è rientrata anche la questione del porto d’armi, consentito dalla legge a patto di dimostrare la necessaria dose di responsabilità ed ecco perché dal 2002 le leggi si sono fatte più severe intensificando i controlli periodici per monitorare lo stato psicofisico di chi detiene armi.

Esaurito questo discorso si è passati a spiegare più dettagliatamente come le forze dell’ordine agiscono effettivamente una volta allertate per questi fatti. Ultimamente si tende a non soffermarsi più sul sopralluogo nelle abitazioni quanto a concentrarsi sui controlli a tappeto nelle strade. È così ad esempio che sono stati effettuati qui sul territorio degli arresti importanti come si diceva all’inizio. Dunque è molto importante che le persone non premano per avere i carabinieri in casa, ma che capiscano la maggiore utilità della ricerca del ladro o dei ladri sul territorio. Certo è anche da sottolineare l’importanza di controlli preventivi costanti sul territorio anche senza che si verifichino episodi. Qualcuno in sala ha lamentato ad esempio la scarsità di controlli nella sua zona. Ma sicuramente dopo questa giornata chi ha ascoltato ha sicuramente acquisito degli strumenti in più per fronteggiare determinate eventualità. Una cittadinanza più informata facilita notevolmente l’operato delle forze dell’ordine. Ecco perché questi incontri si rivelano particolarmente utili, ma devo dire che oltre alle informazioni mi sono portata a casa anche un po’ d’amarezza.

 

 

 

 

 

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Legione Carabinieri Lombardia

 Stazione di Morbegno

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Il piacere della condivisione e dell’appartenenza ad una comunità

 

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nella foto: il Coro Valtellina nel Museo della Chiesa Parrocchiale di Talamona

 

Da sempre il Coro Valtellina si attiva con successo per realizzare iniziative volte a valorizzare e promuovere il patrimonio musicale e per rispondere con sollecitudine a richieste di partecipazione a eventi culturali e, anche quest’anno, ha dato ampiamente prova di tale costante impegno.

A titolo informativo segnalo, con alcuni flash, le attività che lo hanno coinvolto negli ultimi tempi.

A Piateda, presso il Polifunzionale, sabato 14 novembre ha preso parte, con i Giovani Cantori “G. Fumasoni” di Berbenno ed il Coro Lareit di Bormio, alla 9^ edizione Autunno in Canto organizzata dall’Associazione Culturale L’Ghirù. Una serata all’indomani di una immane tragedia che ha colpito profondamente il mondo intero; una serata particolare in cui si è affermato con vigore il potere unificante della musica, portatrice di intese, pace, dialogo tra le genti e si è lanciato, attraverso il bel canto, l’augurio fiducioso e speranzoso di un futuro migliore.

A Villa di Tirano, nell’ampia chiesa di San Lorenzo, il 26 dicembre, si è tenuto il “Concerto di S. Stefano” promosso dal Coro Bernina con la partecipazione del Coro Valtellina, i quali hanno dato vita ad un coinvolgente spettacolo che ha contribuito a ricreare, grazie alla piacevolezza e all’armonia della musica, l’atmosfera magica del Natale.

Il Natale, un’importantissima ricorrenza religiosa, che via via si è connotata come la festa dei sentimenti, della famiglia, dell’amicizia, degli affetti, dei valori, del ritrovare l’essenza e del ritrovarsi.

I molteplici messaggi emersi dai testi dei brani proposti – appartenenti al classico repertorio natalizio e, al contempo, estremamente attuali – hanno acceso nei presenti il desiderio di un domani intriso di fiducia e serenità.

E proprio nel periodo natalizio, il Coro Valtellina nell’ambito della manifestazione I presepi delle Contrade –  una tradizione che va avanti dal lontano 89 e che, nel corrente anno, con il logo ha meritatamente ottenuto un riconoscimento ufficiale per la creatività, la vivacità, la laboriosità della comunità talamonese, fortemente sostenuta da spirito di squadra e di fraterna collaborazione – ha ulteriormente tradotto la sua disponibilità regalando canti in giro per le vie del paese.

Domenica 27 dicembre è stata la volta del Tempietto Votivo – un luogo sacro, ai piedi della montagna, lontano dai ritmi frenetici e rumorosi del quotidiano quasi a voler preservare le anime delle molte vite spezzate per ideali di patria -, dove Alpini di diverse generazioni, con l’infaticabilità di sempre, hanno realizzato un presepe denso di tristi ricordi. In una fredda sera sotto le stelle, i coristi, con una apprezzata parentesi canora sui temi della grande guerra, hanno levato gradevoli note al cielo per ricordare e non dimenticare! Un doveroso omaggio alla nostra memoria storica.

Lunedì 28 il punto di incontro è stato il presepe del regno dei Puffi, i fantastici omini blu che, anni addietro, tanto hanno divertito moltissimi bambini e continuano ancora a suscitare curiosità ed interesse in grandi e piccini. Anche nel salotto di via Mazzoni, allestito con semplicità ma con tanta fantasia e voglia di ospitalità, il numeroso pubblico ha accolto con gioia i doni offerti dal Coro Valtellina: una serie di pezzi che, con delicatezza e garbo, rievocano paesaggi e personaggi di quella famosa notte santa; narrano di quell’evento misterioso che ha determinato il corso della storia; annunciano gaudio; diffondono fermenti di pace e semi di armonia che pervadono i cuori.

E per finire – su gentile invito del Gruppo del presepe di Cà Giovanni –  mercoledì 30, non poteva certo mancare il consueto appuntamento nella suggestiva chiesetta di San Giorgio, primo nucleo abitativo di Talamona, dove si avverte ancora la forte presenza del passato. In quella sobria cornice, un numeroso gruppo di persone – uomini, donne, bambini, giovani, meno giovani -, dopo una salutare camminata in compagnia dell’amica luna che ha illuminato il cammino, ha avuto la fortuna di gustare prodotti speciali. Infatti, oltre al Coro Valtellina – abilmente diretto dal direttore Mariarosa Rizzi – erano presenti alcuni poeti afferenti al Laboratorio Poetico di Morbegno, a cura della responsabile Paola Mara De Maestri, che hanno generosamente offerto immagini ricordi suggestioni emozioni riflessioni pensieri personali, fissati in bella rima sulla carta.

Un fruttuoso momento di pausa per assaporare musica e poesia: due arti antichissime che, fin dalla loro nascita, furono intimamente e inscindibilmente legate, accomunate da una ritmica ed armoniosa trama di suoni e parole toccanti.

Il ben riuscito sodalizio fra “parole recitate” e “parole cantate” è proseguito domenica 3 gennaio con il Cantico di Natale – sempre organizzato dal Laboratorio Poetico di Morbegno, sotto la guida della capace Paola Mara De Maestri e dall’Assessore alla Cultura Anna Tonelli del Comune di Cosio Valtellino -, a Piagno, nella raccolta ed accogliente chiesetta parrocchiale, a chiusura delle molteplici manifestazioni che hanno vivacizzato e caratterizzato il clima festoso e gioioso del Natale.

Gli influssi positivi emanati dai brani poetici alternati ai componimenti musicali hanno trovato terreno favorevole negli animi ben disposti dell’attento pubblico e sono stati un’utile occasione per un’esplosione di auguri per invitare a costruire relazioni autentiche, a lasciare tracce significative, a continuare ad assumere un atteggiamento di stupore verso le meraviglie del reale. Una ventata di positività, di ottimismo in un periodo caratterizzato da continui eventi tragici, di profondo cambiamento – a livello non solo locale ma nazionale e mondiale – per spingere ciascuna persona a celebrare la speranza e ad impegnarsi per un mondo migliore.

Rifacendomi all’accezione etimologica di Natalerelativo alla nascita – e al correlato significato di ri-nascita riscoperta rinnovamento – personale e collettivo -, formulo a tutti noi l’augurio di onorare il Natale nei nostri cuori  e di cercare di tenerlo stretto tutto l’anno, per poter così dire:- Ogni giorno è Natale!

Grazie a Anna, Cesare, Giuseppina, Giusy, Mariella, Paola, Paolo, Patrizia che hanno recitato con passione le loro belle poesie, frutto di creatività e sensibilità, e grazie a tutto il Coro Valtellina che, proprio nella coralità d’insieme, conferisce espressione e spessore alle singole belle voci.

A questo proposito, ricordo che il Coro Valtellina, fermamente convinto della necessità di investire sul capitale umano, sarebbe ben lieto di vedere aumentare la sua famiglia… perciò chi volesse intraprendere un divertente viaggio nell’avventura canora non ha che da farsi avanti!

E con tale ottimo auspicio, naturalmente do appuntamento all’anno prossimo per rinnovare – nell’incontro con l’altro – la magia del Natale!

In conclusione non posso fare a meno di rivolgere un affettuoso ringraziamento a tutte le persone – e sono davvero tante – che con estro creativo, impegno, sacrifico, buona volontà, dedizione rendono possibili lodevoli iniziative, a testimonianza di una comunità attiva, operosa, appassionata che incarna il valore della condivisione, della solidarietà e del piacere dello stare insieme.

Cinzia Spini, presentatrice del Coro Valtellina

 

Aldo Manuzio, il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato.

di Donatella Salambat

Aldo Manuzio genio dell’umanesimo e fondatore dell’arte tipografica. In mostra all’Ambrosiana nel V° centenario della sua morte.

 

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In un’epoca in cui il libro corre velocemente verso trasformazioni digitali, grandi gruppi editoriali si uniscono e l’e-book tenta di cambiare le nostre abitudini di lettura. La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal cardinale Federico Borromeo (e  che ha oggi come prefetto monsignor Franco Buzzi) tuttora legittima espressione e vanto della Chiesa cattolica per essere uno dei centri mondiali d’irradiazione culturale, celebra con un evento straordinario la figura di Aldo Manuzio, uno dei più famosi tipografi ed editori d’Europa.

Nato a Bassiano (oggi comune di Latina) nel 1449, morì a Venezia nel 1515. Dopo anni di formazione umanistica vissuta tra Roma e Ferrara, si trasferì nel capoluogo veneto, città che fu per secoli crocevia di creatività, apertura culturale e fonte d’ispirazione per artisti, scrittori e umanisti.

Aldo Manuzio diventa uno dei maggiori tipografi del suo tempo, il primo editore moderno in quanto introduce innovazioni destinate a segnare la storia della tipografia e dell’editoria sino ai giorni nostri, come nell’ambito della punteggiatura l’apostrofo, il punto, la virgola ed il punto e virgola. In questa mostra si può constatare che tra le immagini appare il geroglifico con l’ancora e il delfino che dal 1502 diviene l’emblema della tipografia.

L’esposizione delle “Aldine”, curata dalla dott.ssa Marina Bonomelli, dell’Accademia Ambrosiana, e dal dott. Angelo Colombo, Catalogatore della Biblioteca, che si terrà presso la Pinacoteca Ambrosiana, dal 2 dicembre 2015 al 28 febbraio 2016, ripercorrerà il meticoloso lavoro di Manuzio, attraverso una selezione dei suoi stampati custoditi nella Biblioteca.

Aldo Manuzio rappresenta il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato e per comprendere al meglio la sua figura, ciò che ha rappresentato e tuttora rappresenta abbiamo rivolto alcune domande sia alla curatrice della mostra, dott.ssa Marina Bonomelli, sia al dott. Angelo Colombo, catalogatore della Biblioteca Ambrosiana e sia al Dott. Federico Gallo, direttore dell’Ambrosiana.

Rivolgiamo il primo quesito al dottore dell’Ambrosiana, Federico Gallo, direttore della Biblioteca.

Prima della Mostra delle “Aldine”, in Ambrosiana si è svolto un convegno internazionale su Aldo Manuzio. Qual è il bilancio degli studi presentati?

Il Convegno internazionale svoltosi in Ambrosiana il 19-20 novembre si è chiuso con un bilancio altamente positivo. Sono intervenuti, tra gli altri, i maggiori specialisti sull’argomento a livello mondiale. La biografia di Aldo Manuzio, la storia della sua attività, lo studio delle collezioni dei suoi libri hanno ricevuto nuova luce, nuovi dati, nuove prospettive per la ricerca. Particolarmente interessanti sono stati i momenti di dibattito tra gli studiosi, ai quali ha partecipato in modo costruttivo e competente il pubblico qualificato presente.

Alcune domande specifiche sull’obiettivo della mostra e il messaggio che vuole trasmettere le abbiamo invece rivolte ai curatori della medesima, il dott. Angelo Colombo e la dott.ssa Marina Bonomelli. Cominciamo con il dott. Colombo.

Che cosa vi siete prefissi con questa esposizione?

La mostra ha uno scopo didattico: far conoscere la figura e l’opera di Aldo Manuzio. Non vuole essere un evento riservato ad una ristretta cerchia di bibliofili, bensì aperto al grande pubblico per far conoscere un protagonista della nostra storia culturale. Manuzio fu stampatore, editore, umanista. Alla base della sua attività c’era un deale ben preciso: rivelare, far conoscere il bello, additare agli uomini la grandezza dei pensieri di Platone, la profondità delle ricerche di Aristotele, la suggestione delle liriche greche … pubblicare opere belle … moltiplicare i libri per tutti … far partecipi tutti della ricchezza spirituale della cultura classica.

Che cosa dice a noi contemporanei un personaggio come Manuzio?

Manuzio introduce nella sua stamperia alcune importanti novità, che sono all’origine del libro moderno. Per comprenderne il valore e la portata, potremmo definire Manuzio lo Steve Jobs dell’umanesimo: colui che ha saputo introdurre nella nuova arte della stampa, criteri insieme di bellezza e di efficienza, fino allora sconosciuti. Un vero salto di qualità!

Quali sono queste novità introdotte da Aldo e dalla sua stamperia?

La prima riguarda i caratteri di stampa: l’italico e il corsivo. La seconda il formato dei volumi: non più i grossi volumi che connotavano i manoscritti, ma il formato tascabile, in ottavo. La terza la disposizione grafica del testo, con l’utilissima introduzione della punteggiatura, che rende finalmente leggibili testi alle volte di ostica comprensione. Il suo messaggio per l’uomo d’oggi è riassumibile nelle sue stesse parole:

“ … se si maneggiassero di più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture, tanta insipida e tetra lussuria …”

Con la dottoressa Marina Bonomelli ci siamo invece avventurati nelle campo delle sensazioni persnali.

Quanto tempo l’ha impegnata a pensare la mostra e quanto tempo le è occorso per allestirla?

L’allestimento di questa mostra ha comportato un accurato lavoro, durato più di anno, di ricognizione e analisi del patrimonio delle aldine della Biblioteca Ambrosiana che conserva in tutto ben 296 esemplari, una collezione preziosissima, fra le più rilevanti a livello internazionale. Una suggestiva selezione di 30 aldine è esposta in mostra, in un percorso tematico-cronologico lungo il quale il visitatore potrà ammirare le edizioni più rappresentative della produzione aldina, come anche gli esemplari più singolari di questa collezione.

C’è un lavoro di Manunzio che predilige e che trova spazio nella mostra da lei curata?

In realtà sono due le opere che prediligo e che segnano in modo profondo e durevole la storia del libro. La prima è l’Hypnerotomachia Poliphili del 1499,in assoluto il più bel libro illustrato del Rinascimento, per la varietà della composizione tipografica con cui Aldo sa unire il testo alle immagini. La seconda è il Virgilio del 1501, il primo libro in formato portatile e stampato con il carattere corsivo, opera con la quale Aldo dà avvio alla produzione dei classici latini, greci e in volgare.

 

Il cittadino chiede “certezza della pena”, come Beccaria 250 anni fa

di Donatella Salambat

Una recente mostra alla Biblioteca Ambrosiana ha riproposto il tema della giustizia partendo dal pensiero dell’illustre Milanese vissuto nel secolo XVIII e diventato celeberrimo nel mondo per il suo “Dei delitti e delle pene”.

 

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Nell’apprendere notizie su reati contro le persone o la proprietà la reazione del cittadino, dell’uomo della strada, è di chiedere che il reo sia arrestato e condannato. Ognuno di noi pretende che si possa contare sulla cosiddetta “certezza della pena”, intesa soprattutto come presupposto per la sicurezza.

Spesso, però, dimentichiamo che l’insicurezza che oggi ciascuno di noi avverte è dovuta non solo agli atti criminali, ma anche a un’ assoluta mancanza di legami all’interno della società. È mutato il rapporto con le autorità; il lavoro precario è aumentato così come è cresciuta enormemente la disoccupazione. Di fatto l’intera realtà che ci circonda ha subito trasformazioni epocali.

La Biblioteca Ambrosiana (l’importante centro d’irradiazione della cultura cattolica voluto dal cardinale Federico Borromeo), nei mesi scorsi ha allestito la mostra “Giustizia e ingiustizia a Milano tra Cinquecento e Settecento” e una serie d’incontri con la partecipazione di selezionati studiosi italiani e stranieri.

La mostra, che si articolava in sette vetrine ricche di documenti e incisioni, affrontava questo tema attraverso una capillare e metodica ricerca iconografica e documentaria del materiale presente nei fondi della Biblioteca per ricostruire un quadro sintetico delle diverse rappresentazioni attinenti la sfera della giustizia.

Nella Sala del Prefetto dell’Ambrosiana, si trova una targa con il motto “Securitas propriae vitae jus nautrale est securitas bonorum jus societatis” che rievoca l’ispirazione e il fondamento dell’opera “Dei delitti e delle pene” del nobile Cesare Beccaria (Milano 15 marzo 1738 – Milano 28 Novembre 1794), giurista, filosofo, economista ed anche una figura di spicco della scuola illuminista milanese.

Il libro, un’approfondita analisi politica e giuridica contro la pena di morte e la tortura, ispirò il codice penale voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Toscana e fu fonte di ispirazione per i padri fondatori degli Stati Uniti d’America come Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e John Adams.

Beccaria ebbe quattro figli; la primogenita Giulia sposò un gentiluomo lecchese, Pietro Manzoni, più anziano di ventisei anni, padre di quell’Alessandro scrittore e poeta italiano di fama internazionale, il quale, dopo la scomparsa del Beccaria, riprenderà alcune riflessioni sulla giustizia nel suo capolavoro “I Promessi Sposi” e ancor di più nella “Storia della colonna infame”.

La storia della giustizia annovera, tra gli studiosi più rappresentativi, ben tre personaggi milanesi, Cesare Beccaria, Pietro Verri ed Alessandro Manzoni, legati tra di loro oltre che per i contenuti dell’opera “Dei delitti e delle pene”, da una riflessione più ampia sul sistema di detenzione e di rieducazione dei carcerati.

Beccaria riteneva che l’entità della pena dovesse essere commisurata al delitto. La sua critica ai metodi barbarici dell’espiazione della pena in vigore ai suoi tempi ottenne un successo mondiale. Beccaria inoltre criticava quei regimi in cui non esisteva la presunzione di innocenza né la certezza della pena; sosteneva poi che il processo dovesse avere una ragionevole durata e che la sentenza dovesse arrivare in tempi certi.

Oggi chiedere più sicurezza significa innanzi tutto realizzare uno stato di diritto che tutela i cittadini proteggendoli da coloro che li vessano o minacciano. Purtroppo nel nostro Paese l’operato delle forze di pubblica sicurezza viene spesso vanificato dalla lentezza di un sistema giudiziario ed istituzionale incapace di consegnare i delinquenti alla giustizia. La pubblica opinione chiede quello che Cesare Beccaria intuì molto tempo fa: “la certezza della pena”.

La giustizia è un pilastro fondamentale di ogni società; e con Beccaria dovremmo pensare alla pena detentiva non solo come ad una “condanna”, ma vedere in essa la capacità di “rieducare” il reo, almeno in tutti casi in cui ciò sia possibile. La mostra tenuta alla Biblioteca Ambrosiana avrà dato qualche suggerimento al dibattito sulla riforma della giustizia in atto in Italia?

 

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