PER UNA STORIA DEL DIAVOLO NELLA SUA VITA PUBBLICA E PRIVATA

LOREDANA  FABBRI

“Gli estremi si toccano, il serio torna spesso al ridicolo”

Il diavolo ha il potere di comparire agli uomini

in forme seducenti e ingannatorie”

(Shakespeare)

 

“E’ il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia

è il cuore degli uomini”

(F. Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)

 

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Codex Gigas, ossia “Codice Gigante”: un manoscritto enorme, del peso di 75 chilogrammi, lungo quasi un metro, 50 centimetri di larghezza e circa 20 di spessore. Al di là delle dimensione, questo codice, passato da religiosi a sovrani, tra cui Cristina di Svezia, miracolosamente salvatosi da un incendio, e oggi custodito a Stoccolma, nella Biblioteca Nazionale, è noto, alla luce del contenuto, con un altro nome, piuttosto sinistro: la Bibbia del diavolo. Oltre alle Sacre Scritture, a opere di Isidoro di Siviglia, Giuseppe Flavio e altri, contiene esorcismi e scongiuri, ma soprattutto una enorme, inusuale, inspiegabile immagine a tutta pagina del diavolo, circondato da ombre e incorniciato dentro un anomalo riquadro (nella foto).

Il diverso grado di credenze, con la quale il lettore s’accinge a percorrere questa breve, ma veridica istoria, determinerà l’importanza, il diletto ed il terrore, che potrebbe inspirare e la ragione di coloro che non si piegano a credere quanto non trovino fortemente dimostrato, senza sconoscere che le tradizioni cattoliche sceverate dalla superstizione, hanno il merito d’essere conseguenti, accoglierà questo lavoro quale documento abberazioni dell’umana fantasia, della umana severità per l’errore ed ingegnosa potenza a tormentarsi con enti fittizi, come se la realtà di mille altri non ci soprastasse premendo inesorabilmente oltre la misura ordinaria della pazienza! […]. Se il Diavolo è una infelice invenzione dell’uomo, perché pure lo ha inventato tremarne e deriderlo, per foggiarlo a suo talento?

 

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I dannati, particolare del Giudizio universale, Michelangelo, Cappella Sistina, Vaticano

Ma intanto quale è questo spirito delle tenebre, uomo, serpente o dragone che sovrasta volando sull’orizzonte di tutti i tempi? Nel cielo egli bestemmia e si butta cogli angeli, sulla terra inganna e precipita l’uomo e si serve di questo “ come d’un cavallo cui sprona e conduce a suo talento”; ei lo affligge, lo tormenta, lo stimola al peccato, e, nell’abisso, il fornisce d’aver peccato e d’essergli stato obbediente>>. [1]

Nel 1842 viene pubblicato un articolo di CH. Louandre: “Le Diable, sa vite, ses moeurs et son intervention dans les choses humaines”, in “Revue des deux mondes, 4ème série, tome 31, 1842”, di cui l’autore era collaboratore. Lo scrittore, figlio dello storico francese Francois César Louandre, nacque ad Abbeville nel 1812 e si laureò in lettere a Parigi, dove dette il suo contributo a diverse opere del tempo e alla “Revue des Deux Mondes” dal 1842 al 1854. Scrisse numerosi articoli di storia e archeologia. Nel 1855 divenne redattore del “Journal of General Education”. Numerose le sue opere tra cui “La sorcellerie” del 1852. Morì nel 1882.[2]

L’autore anonimo del manoscritto da noi reperito scrive quasi certamente nella seconda metà dell’Ottocento, in quanto si tratta della traduzione, probabilmente dal francese (esiste una copia edita a Porto nello stesso anno in lingua portoghese) dell’opera summenzionata, seguendo il testo originale ma arricchendo talvolta anche con considerazioni personali.

L’argomento centrale di tale opera è, ovviamente, Satana onnipossente, onnipresente in tutte le epoche e in tutti i luoghi come signore malefico e nemico dell’umanità, verso la quale egli è sempre in lotta, anche se poi ci saranno tempi in cui la stregoneria sarà il mezzo con cui gli uomini invocheranno il Maligno per carpirgli i segreti che daranno potere e ricchezze, cioè per concretizzare il sogno che tutti gli esseri umani, di qualsiasi condizione sociale e in qualsiasi tempo, hanno sempre cullato dentro di loro e senza scrupoli si sono “venduti” al Diavolo.

Il presente articolo è basato sulla trascrizione di un manoscritto che a sua volta è la trascrizione di un’opera edita, quindi un riassunto di entrambi, qualcosa di più agevole e più veloce per la lettura, insomma una sintesi del manoscritto reperito. L’ignoto trascrittore vuole forse attestare l’orma del Maligno nel difficile percorso terreno dell’uomo, nei contrapposti di caos-ordine, cielo-terra, amore-odio ed anche come il Diavolo, essendo, in tutti i tempi, perennemente presente nella memoria e nel cuore degli uomini, abbia contribuito allo sviluppo di una parte della letteratura. La marea bibliografica sull’argomento, aumentata soprattutto negli ultimi decenni del secolo XX, mostra chiaramente come Satana sia un pretesto per raccontare ed evidenziare i fenomeni e le sciagure dei suoi seguaci e delle sue vittime; si sono messe in primo piano le attività magiche, stregoniche, taumaturgiche e le possessioni, relegando la figura del Diavolo ad una modesta posizione di secondo piano, ma anche da questa posizione è sempre l’architetto delle insidie tese agli uomini.

Il Diavolo, fin dai tempi remoti, ha suscitato negli uomini paura e curiosità, fascino e repulsione. Satana è sempre stato onnipresente come Dio: questa è la realtà fondamentale che sta alla base dell’intera credenza. Si tratta di un manicheismo semplicista, ma molto efficace che fa della vita terrena una battaglia perpetua tra il Maligno e le creature. Il Diavolo e il suo esercito infernale possono fare il male entro limiti tracciati da Dio, ma si tratta di limiti ampi, perché approfittano delle debolezze umane.

Molti sono i nomi che nei secoli sono stati attribuiti al Maligno, due però sono indubbiamente i più usati: Diavolo (dal greco diábolos, col significato di “accusatore”, “calunniatore”) e Satana (di derivazione ebraica, che corrisponde a “nemico”, “avversario”); mentre l’origine del termine Demonio, molto diffuso, allude alla pluralità (i dáimones, gli eterei accompagnatori dei Greci) ed è in questa accezione che in genere viene impiegato normalmente quando si allude a manifestazioni plurali: corte infernale, legioni, geni.[3]

Alcuni testi medioevale distinguono Satana da Lucifero, la tradizione afferma invece la loro unità, in quanto usa indistintamente i due termini per indicare un solo personaggio, il Diavolo, personificazione del male. Il nome di Lucifero nasce dall’associazione del principe di Isaia (14,12; stella del mattino o figlio dell’aurora), che precipita dal cielo a causa del suo orgoglio, con il cherubino di Ezechiele (28,15; in cui si dice che la sua condotta era sempre stata perfetta fin dalla sua creazione, fino a quando in lui ci fu l’iniquità). Queste due figure si uniscono in quella di Satana, quando sia avvenuta tale fusione non lo sappiamo, ma Origene, nel III secolo, usa questi nomi riferendoli allo stesso personaggio.[4]

La presenza di Satana nella vita quotidiana è testimoniata ampiamente sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, la credenza nel bene e nel male, questa dualità di poteri invisibili, costituisce l’idea fondamentale delle religioni orientali ed è all’origine delle più antiche cerimonie rituali. All’inizio dell’era cristiana, questa credenza compare nell’idea dualistica dei manichei, dando luogo ad una nuova concezione: quella del Diavolo, nemico e rivale di Dio e capace di dare ai suoi adoratori una forza in grado di sconvolgere l’armonia nell’opera divina, che originariamente comportava solo cose buone.

A partire dall’era cristiana, con l’idea dogmatica di un solo Dio, sorgente del bene e del male, i poteri riconosciuti fino ad allora ai demoni si affievolirono e cessarono, momentaneamente, di ossessionare gli spiriti; ma nel III secolo d.C., i filosofi della Scuola di Alessandria, specialmente Plotino, mostrarono una stretta parentela con gli iniziati antichi, cercando di adattare le tradizioni esoteriche antiche con il nuovo misticismo del cristianesimo. L’azione dei demoni, considerata causa di tutti i mali, ossessionò gli uomini soprattutto in ciò che riguarda le malattie e l’origine demoniaca, o presupposta tale, di certi mali fisici, incitò i credenti alla recitazione di formule speciali.. L’esistenza del Diavolo fu proclamata negli atti del IV Concilio Lateranense del 1215, diffondendo a poco a poco una forma crescente di paura per le terribili manifestazioni di un’entità così potente.[5]

Il narratore, dopo una breve introduzione, si pone queste domande: <<Anche un problema potrebbe derivarne se il Diavolo è un angelo decaduto, perché pure peccò e peccava poté? Se il Diavolo è una infelice invenzione dell’uomo, perché pure lo ha inventato tremarne e deriderlo, per forgiarlo a suo talento? […] Rischiariamo adunque dapprima il mistero dell’origine del nostro protagonista>>.[6]

Il manoscritto continua, con voli pindarici, dicendo che la Sacra Scrittura parla spesso del Maligno, ma non troviamo scritto quando e perché Dio lo trasse dal nulla, tace sulla sua età, ma proprio per questo mistero, l’uomo è desideroso di sapere, di conoscere la verità su questa figura repellente e affascinante allo stesso tempo. Durante i primi secoli del Cristianesimo <<…Bardesane, ispirandosi alle tradizioni perfide del dualismo, innalza il Diavolo fino all’idea di causa e ne fa una specie d’essere sostanziale, cui oppone al Principio del bene. Prisciliano lo fa nascere dal caos e dalle tenebre. Taziano da un raggio della natura e della malvagità>>.[7]

L’Antico testamento, composto di testi scritti in diverse epoche: prima dell’esilio babilonese ai tempi di Gesù, non menziona il Diavolo. Nel Pentateuco e precisamente in Genesi, in cui dobbiamo distinguere due livelli: il racconto Jahvista, dal nome rivelato a Mosè, Jahvè ed il racconto eloista, che appella Dio Elohim, non viene mai accennato al Diavolo. Nella tradizione jahvista, si narra di Adamo ed Eva tentati dal serpente, ma non è specificato che il serpente sia il Diavolo.[8] In questa parte dell’Antico Testamento, l’identificazione del serpente con il Diavolo, la troviamo molto più tardi nel “Libro della Sapienza” (II:24), dove leggiamo: <<Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (satan)>>, considerando che tale libro viene ritenuto scritto tra il III e il I secolo, il male viene attribuito a Dio, è da Lui che derivano sia il bene che il male, Jahvè è un Dio crudele, esigente, che spesso ricorre ad espedienti ed inganni per indurre l’uomo a sbagliare. E’ proprio questo Dio che ordina agli israeliti di sterminare gli abitanti della terra di Canaan e in Giosuè 11,20 leggiamo: <<Infatti era per disegno del Signore che il loro cuore si ostinasse nella guerra contro Israele, per votarli allo sterminio, senza che trovassero grazia, e per annientarli>>.

Dio prima spinge Abramo, che si è recato in Egitto, a fingere che Sara sia sua sorella e quando il Faraone si innamora di Sara e la fa portare nella casa sua credendola non sposata, Dio punisce il Faraone <<colpendo lui e la sua casa con grandi piaghe>>. [9]

Nella vicenda delle dieci piaghe d’Egitto, è Jahvè che indurisce il cuore del Faraone affinché non accolga la richiesta di liberare Israele e poi punisce quell’inasprimento dell’anima con le piaghe. Più volte infatti dice che il Signore rese ostinato il cuore del Faraone, che non volle lasciarli partire.[10]

Sempre in “Esodo” 4:21-24, Dio compie e dice cose orribili: <<Il Signore disse a Mosè : “Mentre tu parti per tornare in Egitto, sappi che tu compirai alla presenza del faraone tutti i prodigi che ti ho messi in mano; ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il mio popolo. Allora tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito!”. Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire>>. Prima provoca il faraone poi lo punisce. C’è, dunque, un Dio terribile principio del bene e del male e non c’è necessità di un altro essere soprannaturale che induca l’umanità in tentazioni o semini malattie, morte e distruzioni.

Il male e la malattia sono concepiti come un castighi che vengono direttamente da Dio: nel brano di Esodo, 12: 29 in cui il Signore invia la decima piaga e fa morire tutti i figli primogeniti d’Egitto. Sembra sia Lui stesso ad uccidere: <<A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto…>>. Ma pochi versetti prima (12,12-13) parlano anche di uno “sterminatore”, che sembra essere un soggetto diverso dal Signore: <<Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa…>> La teologia cristiana indica spesso nello sterminatore il Diavolo, ma questa è solo un’ipotesi che non giustifica i testi; in realtà, ai tempi in cui furono scritti c’era una certa sovrapposizione tra Jahvè e le creature che eseguivano i suoi comandi.

E’ nel V secolo a. C., nel libro di “Giobbe” che compare Satana, nel periodo successivo all’esilio d’Israele, quando il suo popolo passa dalla fase del nomadismo a quella stanziale, in cui la vita era meno pericolosa, proprio in questo periodo le scritture mostrano un Dio meno crudele ed esigente, da cui deriva tutto il bene: quindi si deve dare un’altra spiegazione alla derivazione del male. Dal libro di Giobbe, cap. 1 leggiamo:<<Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose al Signore: “Da un giro sulla terra, che ho percorsa”>>. [11]

L’autore o meglio il trascrittore fa un lungo discorso sulle origini del Diavolo e dice che nella Giudea, al tempo di san Gerolamo, alcuni gli assegnavano per genitore Leviathan, il drago marino, altri il coro degli angeli che si unirono con le figlie dell’uomo prima del diluvio, ma da tale connubio, secondo la Scrittura, nacquero invece i giganti o i potenti dominatori della Terra. Dice che secondo sant’Agostino Dio avrebbe creato i buoni e i cattivi spiriti come fa un poeta, il quale, per dare risalto alle bellezze della sua opera, <<…vi sparge le antitesi…>>, ma nonostante la grande autorità che riconosce al vescovo d’Ippona, sostiene: <<…è probabile che l’artefice eterno, il quale ha fatto il mondo, vi abbia introdotto il male per una fantasia da retore. Questa la tradizione dogmatica, Satana ed i suoi angeli, innocenti e puri all’origine, appartenevano a quella classe d’intelligenze superiori che erano come le primizie della creazione>>.[12]

Continua spiegando che questi angeli abitavano le regioni della luce e Dio li aveva iniziati ai segreti della sua sapienza, ma presto decaddero dal loro posto elevato per orgoglio e per concupiscenza: <<… per orgoglio, cercando una maggiore elevazione delle proprie forze, senza chiederne la grazia, anzi disputando a Dio la possanza sovrana, […] per la concupiscenza domandando alle figlie degli uomini carezze e voluttà che pari spiriti non debbono conoscere>>.[13] Il Diavolo, quindi, non è altro che una creatura decaduta come l’uomo e da quell’istante in cui avviene la decadenza, comincia una nuova e desolata vita sulla terra, suo eterno esilio, avvolgendosi di ombre e di misteri, alienato dall’amore in cui era stato creato, egli è condannato alla pena più crudele: l’incapacità di amare <<…che malgrado le sue frequenti apparizioni e le numerose testimonianze di quelli che lo hanno veduto, egli è quasi impossibile di dare della sua persona una indicazione adatta>>.[14]

Fino al Basso Medioevo, la credenza generale fu che Lucifero, cioè il portatore di luce, “l’essere dal bell’aspetto”, come lo chiama Dante nel XXXIV canto dell’Inferno, l’angelo più bello, più saggio, più potente, il quale non doveva rispetto e sottomissione a nessuno se non a Dio, commise la colpa di superbia, scaturita proprio da questa sua superiorità che gli fece pensare ad un’eventuale modifica delle decisioni divine, nonostante Dio lo avesse certamente dotato di libero arbitrio, come aveva fatto con gli altri angeli ed anche con gli uomini.  Secondo san’Agostino, e per la maggior parte della Patristica, questo mondo è, senza dubbio, il regno di Satana e gli uomini sono i suoi sudditi.

Dopo le diverse congetture sull’origine del Diavolo e sostenuta l’esistenza di questa creatura, viene fatta una riflessione sul fatto se egli sia un’intelligenza fornita di organi, di un corpo, di un vero spirito. Ma non può essere un vero spirito, perché un vero spirito <<…è ciò che l’occhio non può vedere, l’orecchio non può sentire. Ora si vede il Diavolo, al dire di molti, lo si intende, egli parla. E non è un corpo, poiché non si può afferrarlo sotto una forma tangibile e varca le distanze con la rapidità del pensiero. E’ un essere indefinibile…>>.[15]

Lo scrittore continua dicendo che negli ultimi tempi del paganesimo e nell’arco di tempo tra il mondo antico e quello moderno, riferendosi al periodo di tempo che segna la fine della storia antica e l’inizio del Medioevo, il Diavolo appare sotto forme di animali mitologici come il dragone, l’ippocentauro, il fauno <<…e i loro lascivi ardori similmente a quel genio ingordo che sotto forma di grosso e lungo serpente di colore ceruleo e verde usciva dalla tomba di Anchise e gustava le vivande sagrificate su quella ai Mani del sepolto…>>.[16] Spiega che il suo corpo è formato da vapori esalati dalla terra oppure da particelle meno pure della sostanza eterna, definendolo poi un simulacro impalpabile, sottile come le nubi, ma sul quale la freccia e la spada lasciano impronte dolorose e se bruciato col fuoco lascia le ceneri simili a quelle dell’uomo. Anche Omero, nell’Iliade, descrisse vulnerabili i Numi che sul campo di battaglia troiano combatterono a favore dei loro protetti. Ma durante il Medioevo il Maligno si materializza e nelle sue molteplici metamorfosi attraversa tutta la scala della creazione: da uomo informe e incompiuto, diventa nano o gigante, rugoso o morbido, può essere cieco come una talpa, nero come gli abitanti dell’Etiopia o come coloro che fondono il ferro; ha il muso di una tigre, le unghie come il cinghiale e può tramutarsi a suo piacere in rospo, in orso, in corvo, in upupa, in serpente, quest’ultima forma è particolarmente amata da Satana, perché gli ricorda <<…la sua prima vittoria e tramutandosi alcuna volta in coda di giovenco, il che non manca d’essere piccante e strano>>.[17]

Il Diavolo, quando vuole indurre al peccato i preti e i monaci, assume le forme seducenti di donne molto belle con <<… la pelle liscia e vermiglia, le dita tornite e sottili che incantano i cavalieri dell’Epopea, quella agilità e incurvatura di reni che la Bibbia ha maledetto perché è fatale all’uomo>>[18]

A questo punto del manoscritto troviamo narrati fatti accaduti in tempi diversi e a varie persone sia laiche che ecclesiastiche, che non seguono un ordine cronologico: noi riportiamo quelli più significativi e interessanti.

Nel 1121, il Diavolo apparve con tre teste ad un monaco e gli ordinò di adorarlo perché pretendeva di essere la Trinità; invece nel XVI secolo apparve sotto forma di crocefisso, altre volte vestito con abito sacerdotale, con il pastorale in mano,   la mitra in testa e benediceva la gente che si inginocchiava al suo passare. Si diceva, addirittura, che era arrivato al punto di cantare i vespri nella chiesa del monastero di Clairvaux, in cui aveva pregato san Bernardo, ma ciò non deve suscitare meraviglia perché Satana ha sempre aspirato agli onori sacerdotali. Passano gli anni, scorrono i secoli, tutto cambia, ma non il Maligno, che rimane immutabile nella sua malvagità, il suo odio contro l’uomo è così forte che un giorno fu udito dire che provava più soddisfazione andare all’Inferno con l’anima di un dannato che ritornare in cielo nella sua primitiva felicità

Gli Ebrei attribuivano a Satana l’invenzione delle armi e degli ornamenti femminili, cioè di ciò che uccide i corpi e vince le anime.

Il Diavolo, spesso, fu paragonato, secondo le dottrine indiane, al Principio cattivo, che nel dualismo persiano si chiama Ariniane mentre in Egitto veniva appellato col nome di Tifone, i quali valutavano, come Satana, l’idea del delitto, del dolore, della morte, la lotta perenne delle tenebre con la luce e della menzogna con la verità. Ma tra il Maligno e gli spiriti del male orientali c’è un abisso, Ariniane e Tifone trionfano sul dio buono fino ad usurparne il trono, il Diavolo, invece, è sempre vinto: Dio conserva l’onnipotenza.[19]

Nel Medioevo, continua l’anonimo, la teologia, la filosofia, la stregoneria talvolta si uniscono e si confondono, tuttavia furono d’insegnamento per quanto riguarda l’azione, la caduta e il carattere del Diavolo. L’intenzione dell’autore è quella di seguirlo passo per passo dalla sua infanzia alla sua giovinezza, poi nella sua caduta e in tutte le fasi della sua vita pubblica e privata, che distinguerà in periodi precisi: <<I lettori non paurosi il vedranno prima della venuta di Cristo, come potente rivale ed oppressore contendere con Dio l’adorazione dei popoli; poi uscita la Buona Novella che da Sionne si diffuse per tutta la terra, lo vedremo diffendere gli altari del mondo pagano; attraverso il Medio Evo, assedierà i monaci e i fanti, si farà suggeritore complice e onnitore di tutti i delitti, l’autore di tutti i disastri; nel XVI° secolo vorrà metter bocca in tutte le dispute religiose, a tutte le arguzie; sarà hussita, luterano, calvinista, […] e talvolta anche papista>>.[20]

L’autore sostiene che presto saranno seimila anni da quando il Diavolo fece la prima comparsa sulla terra e l’umanità subisce le dolorose conseguenze di questa terribile manifestazione. Da quando tentò e fece cadere nel peccato Eva, inorgoglito per questo primo trionfo, non ha perso mai nessuna occasione di intervenire maleficamente negli affari di questo mondo e sotto vari nomi (Belzebub, Deval, Belfagor, Adramelec) contese al vero Dio l’adorazione dei popoli. Il mondo, che a causa del peccato di Eva, era assoggettato alla servitù del Maligno, doveva redimersi ad opera di una donna: Cristo annuncia alla Terra che sua Madre ha schiacciato la testa del serpente, il Diavolo, allora, sentendosi detronizzato, raccoglie tutta la sua malvagia audacia e tenta, invano, di fare di Dio la sua preda.

Nel V secolo Salviano, addolorato per il protrarsi del politeismo, esclamava: <<…ubique daemon…>>, [21] il quale, come sant’Agostino, vedeva nel culto degli idoli tutti i peccati dello spirito infernale.

Nella lotta tra la Chiesa d’Oriente e la nuova fede, l’acerrimo nemico dei cristiani non è considerato Cesare, ma il Diavolo. Gli anacoreti, dimenticati nella Tebaide, sono perseguitati da Satana nella loro solitudine, affliggendoli col rammarico, col desiderio dei piaceri abbandonati o appena intravisti e ancora ignoti, con l’angoscia che fa dubitare della bontà divina, ma soprattutto con quella tristezza profonda paragonabile allo spleen, che può portare l’uomo al suicidio.[22] A santa Pelagia mostra continuamente degli irresistibili gioielli con cui erano pagate le sue prestazioni quando era bellissima e giovane.[23]

Sant’Antonio fu, senza dubbio, il più perseguitato dal Diavolo: <<Antonio vuol leggere: Satana gli nasconde i suoi libri. Antonio incrocia le mani, piega le ginocchia, leva gli occhi al cielo ed invoca lo spirito di meditazione e le estasi silenziose: Satana, per isturbarlo, intuona i Salmi. Talora l’assale con armi più costosi, assume le forme attraenti d’una donzella, il sorriso, la voce, gli occhi penetranti; o disperato di non poterlo vincere colla minaccia, col disturbo, colla legge de’ sensi, vuol sedurlo col garbo di amichevoli e servili offizi; gli accende la lampada, gli fornisce acqua dalle vicine fonti. Finezze sprecate! Antonio risponde colla preghiera e col segno della Croce, sicché il Diavolo veggendosi vinto, ringhia il  muso, digrigna i denti e come fanciullo istizzito batte il sodo col piede e qualche volta fare gli cade innanzi in ginocchio e gli chiede perdono>>.[24]

Il narratore continua dicendo che una sera in una chiesa di Alessandria d’Egitto, dove tutti i diavoli si erano dati convegno, san Macario li vide sotto forma di fanciulli etiopi che correvano qua e là tra i monaci, alcuni passavano la mano sulle palpebre di quest’ultimi per addormentarli, altri mettevano loro un dito in bocca per farli sbadigliare, ciò accadeva ogni giorno, quando i monaci si trovavano all’ora del coro, per distrarli dalle loro funzioni. Satana ispirava un tale terrore che i monaci si alzavano la notte per stare in guardia: la loro difesa era la preghiera contro questo nemico che non dormiva mai. Nei monasteri occidentali la situazione non cambiava, specialmente quando qualcuno cercava di creare un luogo di preghiera, il Diavolo lo perseguitava con le sue perversità.[25]

Durante il Medioevo, prosegue l’autore, Satana, cosciente che l’ordine di san Benedetto gli sottraeva molte anime, sferrava contro questi monaci i suoi attacchi più violenti. Un giorno l’abate di Cluny, di cui non viene menzionato il nome, si era messo in viaggio per effettuare delle visite pietose e per conquistare delle anime, il Maligno si trasformò in una volpe e lo aspettò in un’imboscata dove gli saltò al collo per strozzarlo. Sulpizio il Pio, mentre andava di notte in una chiesa, preceduto da una fanciulla con un cero acceso in mano, incontrò Satana che prima spense il cero e poi lo assalì e tentò di cavargli gli occhi con le sue unghie.

Al tempo di san Norberto, perseguita molto i laici: va nelle loro cucine per avvelenare i loro cibi e quando vogliono bere si fa vedere nel fondo della ciotola sotto forma di un enorme rospo carico di veleno; a Citeaux sparge sul pesce escrementi di cavallo al posto della salsa. Nel XII secolo perseguita l’abate Guiberto nel suo convento di Nogent-sur-Seine, portandogli ogni notte ai piedi del letto i cadaveri di coloro che erano morti di morte violenta; più tardi, tra i frati Domenicani di Firenze, tormentò il Savonarola: <<…quando l’ardito oratore faceva la ronda di notte, lo spirito maligno adunava intorno a lui vapori sì densi che il domenicano si trovava come chiuso in una prigione di nubi, quando volea dormire lo riscuoteva gridando: “Savonarola!”, mutando ogni volta il tono della voce>>.[26]

Se Satana riesce a sollevare grandi tempeste nell’animo umano, ci riesce perfettamente anche nella natura, infatti è lui che soffia con violenza facendo cadere i raccolti maturi per terra e scoperchiare i tetti delle chiese; è lui che agitandosi nell’inferno dà luogo ai terremoti sulla terra, è lui che incendia le vie delle città attizzando la fiamma. In una città del nord della Francia, di cui non si menziona il nome sia nel manoscritto che nell’originale, si può vedere un quadro risalente al XV secolo sullo sfondo del quale, in un cielo azzurro intenso, è dipinto un recinto e al di fuori di questo si può vedere una lunga fila di frati e di Scabini, i quali portavano una cassa a forma di chiesetta: è la cassa di san Foillan, il fuoco è divampato in un sobborgo della città e gli Scabini con i frati vestiti di bianco e dei giovani coristi vestiti di rosso si sono recati nel luogo dell’incendio con le reliquie del santo, che miracolosamente spengono il fuoco, ma il Diavolo che sta spiando, riesce ad alimentare l’incendio con un grosso mantice da fucina <<… coll’ardore di un alchimista che vede la mossa dell’oro radunarsi in fondo al suo grogiolo e il fuoco avesse voluto insegnare che il mantice del Diavolo nelle città incendiate è più possente che le ossa dei santi>>.[27]

Satana è incendiario, complice, avvelenatore, assassino ed anche regicidio: nel 1340, a Parigi, fu l’artefice di un complotto tramato da Roberto l’Inglese ed alcuni monaci tedeschi contro Filippo di Valois; <<Nel 1416 strozza Miron de Montlhery per mezzo di Ugo di Crepy, suo parente. Filippo ripudia Berta, rapisce Bertrada; Giovanni Senza-Paura fa uccidere il duca d’Orleans, ma è il diavolo che volle l’assassinio e l’adulterio…>>.[28]

Nel secolo XII, in Sassonia, il Diavolo contende agli angeli il corpo di un usuraio che tramite la confessione si era riconciliato con Dio e la sua salma era stata esposta nella cappella di un conoscente. Quattro sacerdoti stavano pregando per la sua anima, quando improvvisamente quattro diavoli neri e quattro angeli luminosi vennero a sedersi ai lati del “cataletto” e ciascuno di loro, da entrambe le parti, recitarono un versetto dei salmi, ma i diavoli invocarono parole che punivano mentre gli angeli parole consolatorie, poiché l’usuraio si era avvicinato a Dio prima del trapasso: gli angeli ebbero la meglio e l’anima dell’uomo volò verso il Paradiso.[29]

Ma nel Medioevo, contrapposta alla visione drammatica dell’aldilà dantesco, troviamo anche l’ironia dei trovatori, nella fantasia dei quali, Satana si spoglia <<…del suo carattere oscuro e minaccioso. Esso non è più il leone ruggente che si aggira intorno ai santi, è un allegro compagnone, il quale aspetta il momento che i curati dicono la messa per andare a bere colle loro serve il vino delle decime>>.[30] Egli canta, scaccia la malinconia, seduce le badesse e gioca con i frati mendicanti la sua armatura e il suo cavallo per una tazza di vino. Anche l’Inferno assume un altro aspetto, ai fiumi di fuoco, alle piogge di zolfo, agli stagni di ghiaccio, i trovatori sostituiscono supplizi grotteschi che provengono dalla loro visione poco ortodossa della vita: <<La triste patria dei dannati diventa una vasta cucina, ove il diavolo mutato in guattero fa cuocere i malvagi in grandi caldaie e mangia lessati o con salsa ad aglio gli usurai e le meretrici>>.[31]

Nel secolo XVI, continua l’autore, Satana diventa anche teologo, impara la lingua ebraica e studia la logica. A Ginevra aiuta Calvino, in Germania commenta la Bibbia ed i Concili con Lutero: <<…si direbbe che le simpatie dell’orgoglio e della rivolta riavvicinano il riformatore e il demonio>>.[32] Qualsiasi cosa faccia Lutero, il Diavolo gli è sempre vicino, incoraggiandolo e scoraggiandolo, spesso deridendolo, lo incoraggia alla guerra e gli consiglia la pace, mettendo in lui il dubbio che lo stesso Lutero aveva gettato nel mondo cattolico. Il riformatore, non sapendo più cosa fare per liberarsi dal Maligno, un giorno gli tirò un calamaio e la macchia d’inchiostro rimase a lungo sul muro a testimonianza di tale disputa.

Il 27 maggio del 1562, verso le sette della sera, nella città di Anversa, Satana prese (strangolò, nell’originale) una giovane di buona famiglia colpevole di avere comprato <<…della tela fina a nove scudi l’una…>>,[33] per adornarsene in occasione di una festa nuziale. In questo caso il Maligno peccò di eccessivo rigore.

Nel Seicento, il Diavolo lascia le sue forme mostruose e bestiali, veste alla moda del tempo, si adorna di brillanti, di piume, porta la spada, tanto da sembrare un personaggio di corte. <<Lo scrittore Vier lo attaccò con un suo scritto e due secoli più tardi Voltaire, maligno più di lui, credette di avergli dato il colpo di grazia ferendolo con una pecca più terribile d’assai che il breviario e l’aspersorio dei frati, poco stante Devanger ha cantato la sua morte. Ma è ben vero che il diavolo è morto?>>. [34]

Nella vita del Diavolo, come nella vita dell’uomo, l’amore è un fattore molto importante: esso è amante, sposo, padre e sono molti i casi che testimoniano le sue galanterie; nei tempi più antichi visitava la madre di Augusto; <<…divideva con Filippo il talamo di Olimpia…>>;[35] in epoca medievale, il Diavolo si trasforma in incubo e succubo. Nel “Malleus Maleficarum”, nella parte in cui viene trattata la questione della procreazione, troviamo: << Noi diciamo pertanto tre cose: in primo luogo che questi diavoli commettono sconcissimi atti venerei non per godimento, ma per infettare l’anima e il corpo di coloro dei quali sono succubi o incubi; in secondo luogo che, con un atto simile, ci può essere una completa concezione o generazione da parte delle donne, perché i diavoli possono portare il seme umano nel luogo conveniente del ventre della donna e accanto alla materia qui predisposta e adatta al seme. […] In terzo luogo, nella generazione di siffatte cose ciò che avviene attribuito ai diavoli è solo il moto locale e non la stessa generazione, il cui principio non è una della capacità del diavolo o del corpo da lui assunto ma di colui al quale appartenne il seme, per cui chi è generato non è figlio del diavolo ma di un uomo>>[36]. Ciò significa che i succubi giacevano con gli uomini per poter raccogliere il loro seme, una volta che questi erano sfiniti, tale seme sarebbe poi stato utilizzato dagli incubi per fecondare le donne, infatti nel compimento dell’atto sessuale i demoni maschi sono Incubi e quelli femmina sono Succubi, che compaiono agli uomini sotto forma di giovani e bellissime donne, capaci di ineguagliabili arti seduttive ed erotiche e questo sembra sia stato giudizio comune. La tradizione demologica sosteneva anche che i demoni, pur avendo il potere, nei fianchi e nel ventre, non potessero procreare per la mancanza del seme. In alcune leggende, troviamo che i succubi potevano assorbire l’energia dell’uomo, di cui si alimentavano, fino a portarlo alla morte, inoltre lo spingevano al peccato con le loro tentazioni e ciò fu una delle spiegazione alle incontrollate polluzioni notturne che si verificavano nei soggetti più giovani.

Il Diavolo è padre, sposo, amante, e le sue attenzioni galanti sono convalidate da molte testimonianze. <<Era, del resto, una credenza comoda, che evitò più d’uno scandalo nei chiostri e più di un dolore ai mariti, che sovente hanno tante cose a raccomandare nelle loro famiglie>>.[37] Quando Satana ha queste avventure, cambia sesso: può essere un fantasma inafferrabile, che approfitta del sonno delle donne per commettere “dolci” furti a danno o a piacere delle prescelte, si posa lieve al capezzale di queste fanciulle e <<…quando la vigilanza del libero arbitrio si è assopita, egli macchia le nature più caste con colpa senza nome, che l’età di mezzo puniva col fuoco>>.[38]  Sostiene che gli Gnostici raccontino che al profeta Elia, quando fu rapito in cielo sopra un carro di fuoco, apparve un demone femmina, cioè succubo, il quale arrestò la corsa del suo carro e gli disse che gli aveva dato dei figli, il profeta, che non sapeva di essere un padre di famiglia, rimase molto meravigliato, ma il demone riuscì a convincerlo con la sua dialettica ed Elia si riconobbe come padre di una numerosa prole. Lo stesso demone commette ancora, durante il Medievo e in tutta l’Europa, intrighi e scandali, infatti lo vediamo nel XII secolo tormentare le notti della madre di Gilbert de Nogaret, nonostante questa sia una donna di grandi virtù e una fervida cristiana, forse, si chiede l’autore, se l’angelo addetto alla sua custodia avesse dato alla creatura satanica una esemplare ammonizione.[39]

Nel XVI secolo, Satana, sotto forma di una bella, giovane e prestante ragazza di nome Ermeline, vive in comune con i preti e i frati. In Germania riesce a sottrarre l’eredità ad una vecchia cameriera di un parroco, a cui era stata fedele per più di trent’anni. A Nantes, ai tempi di san Bernardo (1090-1153), il Diavolo si presenta vestito da militare in casa di un mercante, seduce la moglie e ogni notte giace presso l’uomo ignaro di tutto. Nel Brabante, sempre nella stessa epoca, il Diavolo chiede in moglie una ragazza appartenente ad un ceto sociale alto, la quale doveva entrare in convento, fa spese pazze per vestirsi alla moda dei tempi per essere all’altezza della fanciulla, che, vedendolo così vestito, lo crede un uomo di buona famiglia, nonostante ciò, questa volta prevale la fede, infatti la giovane gli risponde di cercarsi una moglie più bella fra le ragazze della città, perché lei non avrebbe mai lasciato il suo sposo celeste per un uomo. In Scozia, invece, dove c’era molta povertà, Satana comperava l’amore, pagandolo poi con denari falsi. In Italia corteggiava mandando mazzi di fiori e facendo serenate, insomma era molto più galante che nelle altre nazioni. In Germania scriveva in modo romantico alla maniera del Werter, di ciò facevano prova le lettere scritte durante una corrispondenza sentimentale intrattenuta con una giovane novizia presso il convento di Nazharet di Colonia, la quale fu sorpresa dal direttore mentre pregava il suo amante di portarla via da quel posto.[40]

Satana per farsi amare non ha bisogno di essere amabile, quindi è un privilegiato, riesce a sedurre anche le donne più restie e le sue signore gli sono fedeli. Ma qual è il suo segreto? Purtroppo non ci è dato conoscerlo, sappiamo che in genere preferisce ragazze di buona famiglia, le spose di Dio più belle e colte, ma nel 1640, non viene menzionato il luogo, il Diavolo riuscì a diventare l’amante di una bella e ricca ereditiera, che dopo qualche mese dall’inizio della tresca, la giovane venne scoperta dalla Santa Inquisizione, ci fu un enorme scandalo e fu condannata al rogo; la ragazza sperò fino all’ultimo momento che il suo amante venisse a salvarla, ma Satana arrivò solo per portare la sua anima all’Inferno.[41]

I figli nati da queste unioni sataniche non sono uguali a quelli degli umani, sono più magri e più pesanti, portano dentro loro stessi qualcosa che appartiene alla natura che allo stesso tempo è superiore e degenere del padre. Sono nani oppure giganti, mostri di scienza o di malvagità, come ad esempio il vescovo Guichard, che a Parigi viene considerato il figlio di Satana; l’incantatore Merlino, Norberto di Normandia, Attila e il suo popolo. <<Tra le grandi famiglie del mondo ideale e del mondo reale più d’un albero genealogico ha le sue radici nell’Inferno, solamente per una strana abnegazione, la goffaggine feudale si è impadronita di questa credenza per nobilitare i suoi blasoni e la casa dei Tagelloni, che si vanta di discendere dalle fate, le quali sono collaterali del diavolo, ne portava gli emblemi sul proprio stemma>>.[42]

Lo scrittore passa a parlare delle possessioni e dice che esse sono attestate, com’è noto, da Cristo stesso che liberò un posseduto da una legione di diavoli, e che si può credere alla Chiesa senza insultare la ragione, quando, per dimostrare se il presunto eretico era veramente colpevole, faceva appello alla dottrina della prova?  In tal modo la Chiesa insegnava che Dio permetteva al Diavolo di possedere l’uomo per poi punirlo come peccatore o provare la sua santità. La stregoneria, invece, racconta che per ordine di uno zingaro o di un pastore o di una vecchia donna, Satana lascia l’Inferno per possedere il corpo di una povera innocente o di un pacifico e innocuo cittadino, allora lo scetticismo è legittimo e ciò che Marescot nel 1598 scriveva a proposito di Marta Brossier, cioè che, nella maggior parte, i casi di possessione sono simulati.[43] <<In effetto è agevole cosa spiegare per cause naturali la presenza del diavolo nel corpo delle femmine. E come immaginavano gli uomini si effettuasse quella terribile unione? Secondo Giuseppe Storico, ebreo, accadrebbe per la trasfusione dell’anima dei morti condannati agli eterni supplizi nei corpi dei viventi. Seguendo una opinione più generale e più accreditata, si effettuerebbe per la trasfusione del diavolo stesso, sia che si conservi invisibile penetrando nei corpi, sia che vi si introduca sotto la forma di una mosca, d’un insetto o altro animale. Questa superstizione d’un secondo principio attivo in un medesimo ente porta nell’intima condizione dell’organismo uno spaventevole turbamento e dai primi giorni del Cristianesimo fino agli ultimi anni del secolo XVII i sintomi indicati di questa afflizione sovrumana sono dovunque i medesimi. Gli ossessi come i licantropi dei greci, si allontanano dalla società degli uomini per esegliarsi nei cimiteri e fin nel fondo delle sepolture, piangono e gemono senza motivo di dolore. Il loro volto prende il colore del cedro, le loro membra sono stirate e fatte pesanti, i loro occhi gonfi prorompono dalla testa, la lingua torta come una bacca di fagiuoli penzola sul mento. Movimenti convulsivi li levano d’un solo salto a parecchi piedi dal suolo e ricadono col corpo all’ingiù senza ferirsi. Felice d’Imola ne vide di tali che camminavano come le mosche sulla volta delle chiese. San Martino ne ha conosciuto altri che rimanevano per più ore sospesi in aria coi piedi volti al cielo, senza che il pudore rimanesse offeso. La presenza e il contatto con le cose sante raddoppia la loro tristezza. Quando si dà loro dell’acqua benedetta a bere, le loro labbra s’attaccano al vaso né è possibile il separarnele. Collocati avanti l’ostia essi si fanno in un rotolo e le loro membra cricchiano come legno secco che vien spezzato>>.[44]

Malgrado ciò essi hanno un’intelligenza vivissima, conoscono il passato e il futuro, conoscono tutte le lingue senza averle studiate e cosa strana senza muovere le labbra, nonostante ciò la loro anima non è alterata nella sua sostanza, quindi la carne appartiene al Diavolo e l’anima a Dio. L’anonimo dice che i preti conoscevano formule misteriose e minacce, cioè quelle formule recitate durante gli esorcismi e che qualche volta riuscivano a sottomettere gli ossessi che dovevano seguire un trattamento “igienico”. L’energumeno doveva digiunare quaranta giorni e quaranta notti, la prima settimana poteva mangiare solo pane freddo cotto sotto la cenere e bere acqua benedetta, le cinque settimane seguenti potrà bere il vino, mangiare il lardo, ma avrà cura di non ubriacarsi e si asterrà dal mangiare la tinca e l’anguilla (senza dubbio perché l’anguilla richiama il serpente e il serpente il Diavolo). Non ucciderà nessun animale né vedrà uccidere, eviterà di rendere impuri i suoi occhi, guardando un cadavere e quando il prete verrà per esorcizzarlo egli berrà dell’assenzio “usque ad vomitum”. San Pacomio aveva un’altra ricetta: faceva mangiare agli ossessi del pane benedetto tagliato a pezzettini che occultava fra dei datteri. Sant’Uberto ordinava dei bagni e nel 1080 accadde che un ossesso che per suo ordine era stato posto in un tino pieno d’acqua fredda, il Diavolo che, non poteva fuggire dalla bocca, <<…se ne andò sotto una forma tutt’aerea colla violenza d’una piccola tromba e sfondò il tino>>.[45]

La stregoneria insegnò ad evocare il Diavolo, dice l’autore, e anche a scacciarlo, la Chiesa contrapponeva la fede, la speranza la purezza come rimedio ai mali, al contrario la stregoneria si perse in pratiche oscure che spensero gli ultimi barlumi della ragione. La pratica magica prescriveva come sovrano rimedio di dare della valeriana nella casa dell’ossesso oppure di cospargere la soglia di casa di sangue di un cane nero e questi ultimi riti attecchirono più di quello di cospargere d’erba di valeriana la casa perché più comodi.[46]

Il 2 novembre del 1563, (nella versione portoghese 1565), circa quarant’anni prima della presunta possessione di Marthe Brossier, a Nicolina Obry di Vervins, presso Laon, mentre pregava sulle tombe dei suoi familiari, apparve la figura di un uomo che le disse di essere suo nonno, morto senza il sacramento della confessione e le chiedeva di far celebrare delle messe perché la sua anima potesse riposare in pace. I giorni seguenti l’antenato ricomparve alla giovane più volte, gettando Nicolina in una grande angoscia, tanto che cominciò a gridare, rotolarsi per terra con la bava alla bocca. Fu subito riconosciuta come indemoniata e, quindi, condotta nella chiesa del luogo per esorcizzarla. Luigi (Luis) Sourbaud, maestro di teologia, cominciò il rito, ma il Diavolo, che era salito sulla volta della chiesa, cominciò a tirare sassi all’esorcista ed ai presenti, tanto che il teologo fu costretto a rinunciare. A questo punto volle tentare l’esorcismo l’arcivescovo di Laon, duca e pari di Francia, al quale Satana disse che era un vero onore essere preso in considerazione da un alto prelato, ma che aveva convocato nel corpo della ragazza diciannove diavoli ben determinati. Il monsignore rimase sconcertato e il Diavolo, deridendolo, gli disse che sia lui che gli altri demoni si beffavano del suo rango e di Giovanni Leblanc (Giovanni Leblanc nel gergo di questo diavolo era Gesù Cristo) e se l’arcivescovo fosse stato capace di cacciare i diavoli dall’indemoniata, avrebbe fatto di lui un cardinale ed anche un papa, poi gli consigliò di andare a dormire. <<L’arcivescovo non desistette. Gli ugonotti che ridevano col diavolo del mal incontro avvenuto al prelato, si presentarono alla loro volta. Turnevilles et Conflans, ministri riformati, si recarono a Nicolina Obry: chi siete voi? donde venite? Chi ci ha mandati? E da quando in qua un diavolo può cacciarne un altro? comandò il diavolo: a cui Tournevelly- Io non sono un diavolo ma un servo di Cristo. Servo di Cristo! rispose Satana- ma in verità, Tournevelly, tu ti inganni, tu sei peggiore di me. Conflans per toglier d’impatto l’amico, che non sapeva che rispondere, si mise a leggere i salmi di Marat. Credi tu di incantarmi, gli disse Satana, con le tue graziose canzoni? Sono io che le ho fatte. Fortuna per la fanciulla che la Vergine si prese a cuore lo stato di quella, rispose a Satana di partire e partì, ma abbandonando Nicolina Orby, andò per vendicarsi a spezzare tutte le ardesie che coprivano la chiesa, strappare tutti i fiori del giardino del tesoriere, in seguito si mise in viaggio per Ginevra, ove chiamavanlo gli interessi della riforma>> [47]

Nel 1634, continua il racconto, in seguito alla deposizione delle religiose di Loudun e di Astaroy, capo dei diavoli dell’ordine dei Serafini, Urbano Grandier fu condannato al rogo e a questa condanna ebbe più parte attiva Laubandemont che Satana stesso e tutto questo fece perdere ai posseduti il poco credito che rimaneva loro.[48] In tal modo nelle leggende dell’Inferno tutto si confonde, tutto si amalgama: il riso e le lacrime, il grottesco e il terribile, il mistico e l’empio; l’uomo ha paura del Diavolo, ma non ha meno paura dell’uomo. Ci sono delle orazioni che per Satana fanno lo stesso effetto di un colpo di frusta ed egli è costretto a confessare che gli sarebbe più facile trascinare un asino da Milano a Ravenna che far peccare uno che reciti delle orazioni. Quando Satana viene sconfitto si vergogna perché crede di avere diritti di sovranità sul genere umano, tanto che certe volte va da Dio a lamentarsi delle sue sconfitte sulla terra.[49]

Fino ad ora, nella storia, era il Diavolo a perseguitare l’uomo, a sottometterlo, suo malgrado, al proprio impero, ai suoi capricci, ma d’ora in poi i ruoli cambiano, l’uomo va spontaneamente incontro a Satana, lo chiama, lo invita, gli offre la sua anima in cambio dei suoi favori e lo scopo è di sottometterlo ai propri comandi e carpirgli i segreti. Il giureconsulto Barthole parla di un processo in appello che il Diavolo intentò innanzi a Gesù Cristo contro gli uomini che avevano sconosciuto la sua potenza: san Giovanni teneva le funzioni di cancelliere, la Vergine di avvocato. Il Maligno perdette la causa e quando udì il decreto che respingeva la sua domanda, fuggì lacerandosi le vesti, ma gli angeli che avevano l’ufficio di uscieri, lo ricondussero ben legato all’inferno.[50]

<<La stregoneria istituì dei riti misteriosi per costringere Satana a manifestare la sua scienza, l’uomo correva dietro al potere e sarebbe andato a cercarlo fino all’inferno, quel potere che il suo orgoglio sognava. I più pazzi gli domandavano la sapienza: Alberto il Grande gli domandava i segreti della natura, l’abbate Trytheim, nel secolo XIV, il mistero dell’essere umano, Faust la scienza universale […] Luigi Goffredo di Marsiglia si dà al Diavolo per inspirare amore alle donne. Nel 1778 uno stalliere di Parigi che aveva perduto il suo peculio giocando, si vende per 10 scudi onde avere da mettere nuova posta al giuoco e verso lo stesso tempo l’inglese Ricardo Dugdale che voleva farsi il miglior danzatore del Lancashire, si vende per una lezione di ballo>>.[51]

Satana, che possedeva regni in ogni parte del mondo, ogni anno la notte di san Giovanni, la notte di giovedì e venerdì di ogni settimana, faceva inviti e ricevimenti solenni, invitava adulteri, invidiosi, eretici, giudei, donne della mala vita, ragazze che volevano seguire le prostitute e i malvagi destinati all’inferno, arrivavano da tutte le parti del mondo a quelle feste, celebri col nome di “ sabbati e di tregenda”.[52]

Il Diavolo, per risparmiare ai suoi ospiti la fatica del viaggio, donava loro un magico unguento per mezzo del quale valicavano lo spazio a cavallo d’una scopa, colla rapidità del pensiero. Qualche volta li portava sulle spalle, ma questo mezzo di trasporto non era senza pericolo, perché spesso accadeva che durante il viaggio, il Maligno, per il semplice gusto di far del male, tanto faceva che disarcionava i cavalieri, che si infrangevano al suolo cadendo dalle nubi.[53]

Già nei Capitolari si può leggere di donne che di notte viaggiano per l’aria per raggiungere Diana, ed è questa è la citazione più antica per i sabba nei documenti francesi, ma nell’arco di tempo che va dal secolo XIII al XVI se ne trovano menzionati molti, i luoghi d’incontro sono i cimiteri, le rovine di antichi edifici, boschi ed altri posti lugubri; ovviamente Satana, assumendo orribili forme, presiede dall’alto del suo scanno, mentre <<I presenti hanno la bestemmia sul labbro, la lussuria in cuore, pagani mostrano di celebrare la messa e sputano sul l’ostia, Satana predica l’empietà e il peccato, ci si legge l’Evangelo per riderne, i padri per insultare alla loro fede>>.[54] Quando il sabba viene convocato in vista delle feste, in cui la chiesa e i suoi fedeli praticano il digiuno, il Diavolo imbandisce splendidi banchetti e per divertire i convitati canta antiche storie oscene riprese dalle cronache dell’Inferno. <<Nei sabbati fiamminghi, sul principio del secolo XVI il diavolo dava talvolta grandi feste di ballo, alle quali la divisa di rigore era una nudità perfetta. Un vecchio turco apriva la danza con una giovane claustrale, vedevansi le streghe rapite tutta la notte da una ridda sfrenata, fremere ed agitarsi sotto invisibili baci e terminata la festa, vendevano al Diavolo, inginocchiategli innanzi il più spaventevole omaggio che una delirante immaginazione possa inventare>>.[55] Coloro che credono e sperano, ma che non riescono a trovare la felicità nella fede si rifugiano nell’estasi e nelle visioni, quelli che dubitano chiedono a Satana quelle cose terrene che non oserebbero mai chiedere a Dio; la Chiesa risponde a ciò con i roghi dell’Inquisizione sia per le streghe che per gli eretici.

Con le parole “vade retro Satana” l’autore “chiude” l’argomento su Satana e passa a parlare di entità che definisce “collaterali” al Diavolo, cioè di graziosi fantasmi, di fate, di silfi, di folletti che definisce: <<generazione appicciolita e raffinata dei vecchi demoni cristiani, che alle tradizioni de’ suoi avi tremendi messe le rimembranze della mitologia pagana e le leggende del mondo scandinavo>>.[56] In questo mondo di parvenze le fate esercitano una amabile potenza: sono regine pazzerelle e capricciose, hanno in mano uno scettro d’avorio e quando torna la primavera scorrazzano nell’aria in una conchiglia di madreperla tirata da farfalle. Nelle ore notturne esse danno origine a delle brezze leggere che fanno cullare i nidi e spargono sui fiori delle perle, portando i primi sogni d’amore alle giovani ragazze. Queste fate furono viste spesso ai matrimoni delle castellane o ai battesimi dei loro primogeniti, in cui cantavano in versi e in rime, poiché sono le sole, appartenenti al mondo fantastico, a coltivare le arti e le lettere. Ma queste creature sono, purtroppo, come l’uomo: mortali, la loro vita sulla terra è molto breve, così subiscono il destino riservato a tutte le cose belle, brillano per poco tempo e poi svaniscono. Per fortuna tutto non finisce con la morte, le fate, come gli uomini, hanno anch’esse un loro paradiso posto nel paese di Avallone.[57]

I silfi sono i diretti discendenti dei satiri e dei gitani, essi popolano i boschi e le valli, infastidendo le “forasette” come i loro libidinosi antenati molestavano le ninfe.

Le ondine, invece, stanno sdraiate sopra le piante vicino alle sorgenti, che sono le loro sedi; gli alastori vegliano lungo le strade, gli gnomi sulle valli. Ogni popolo, ogni paese, ogni villaggio ha il proprio spirito familiare come ogni focolare domestico dell’antichità aveva il suo dio.[58]

Quello che Socrate chiamava demone, in Germania diventa folletto, in Scozia si trasforma in gobelin e <<la sua vita misteriosa è legata alla capanna del mandriano, abita nell’atrio domestico, asperso di fuligine o nei fessi delle muraglie, a canto della celletta del grillo>>,[59] è servizievole, dolce, ma molto capriccioso, si prende cura delle mandrie in montagna oppure raccoglie le spighe di grano lasciate indietro nei campi per la famiglia che protegge. In Germania, aiuta i taglialegna ad abbattere i tronchi di alberi più grossi e resistenti; con le braccia nude e un grembiule di cuoio legato alla vita, va nelle miniere ad aiutare i minatori avvolgendo gli argani e li difende <<contro il genio delle fiamme cerulee, che veglia negli abissi>>.[60] Negli annali tedeschi, in cui si racconta del passato, ancora viene ricordato Heideking, folletto personale di un arcivescovo, il quale per trent’anni mondò i legumi per i pranzi del protetto. Si ricorda quel folletto che si dedicò per dieci anni come scudiero al servizio di un barone e non ci fu un paggio o uno scudiero più premuroso di lui: quando il barone usciva per andare a caccia, il folletto gli teneva la staffa e stringeva la briglia del focoso cavallo. Quando il barone galoppava alla guerra, lui gli correva davanti per illuminargli la via. Un giorno la moglie del cavaliere si ammalò gravemente, il folletto la curò con un unguento che subito la ristabilì in salute; il barone gli chiese chi fosse, lui che aveva riportato in vita la donna che Dio gli aveva data come compagna; il folletto rispose di essere un demonio, ma subito lo rassicurò dicendo che la sua unica felicità era quella di abitare con gli uomini e rendersi loro utile. Il cavaliere rispose che angelo o demonio che fosse gli doveva una ricompensa e gli offrì metà dei suoi beni, ma il folletto chiese solo cinque soldi per comprare una campana e collocarla nella povera chiesa del villaggio per richiamare i fedeli alle funzioni domenicali. Naturalmente il folletto-demonio fu accontentato dal cavaliere.[61]

Ma, continua il narratore, dopo che Shakespeare ha narrato di Titania, regina delle fate e sposa di Oberon, re dei folletti e Nodier del folletto d’Argan, è inutile parlare di questo argomento, tanto sono stati grandi questi autori.[62]

Per la collera di Dio, Satana fu bandito dal cielo e dalla terra a causa dello scetticismo degli uomini, allora il maligno si rituffò nelle tenebre, nonostante ciò la sua memoria è dappertutto “ubique daemon”, nei racconti popolari, nella poesia, in ogni forma di arte, perché, come dicono le leggende, prima di scomparire dal mondo ha voluto lasciare tra gli uomini le sue tracce innalzando monumenti per salvare la sua memoria. <<In Inghilterra edificò l’abbazia di Crowland, in Germania ha tracciato il piano della cattedrale di Colonia. Figli d’un secolo in cui anche l’inferno si vorrebbe messo in dubbio, noi non ci diamo molta pena di questo invisibile nemico, che minaccia di essere un giorno il signore di tutti. Se il suo nome temuto ritorna assiduamente sulle vostre labbra, ci è ragione che egli si è rifugiato nel vostro linguaggio, come li dei detronizzati del paganesimo si rifugiavano nella poesia. Dice che la parola di Dio la pronunciamo nell’Eire solenni, mentre il diavolo lo rammentiamo anche per esclamazione>>.[63] L’autore continua dicendo che fin dall’antichità tutti i grandi scrittori, dedicano a Satana almeno un capitolo delle loro opere: chi si occupa della sua sostanza, chi delle sue operazioni misteriose, chi del suo destino, altri della sua malvagità e delle sue astuzie. Nel XVII secolo l’inglese Giovanni Dee <<lega alla biblioteca di Oxford l’istoria delle sue conferenze con gli spiriti infernali, Giacomo I d’Inghilterra per occuparsi di Satana, oblia la cura del proprio regno. Del Rio e gli inquisitori che fanno bruciare le streghe per conferma dei loro sillogismi, dichiarano che negare il diavolo è dubitare di Dio e questi giureconsulti demoniaci, questi procuratori generali di Belzebub redigono il diritto consuetudinario dell’Inferno. Anche la filosofia quando si leva alle ultime sublimità si dà ancora qualche preghiera del demonio e Leibnitz gli dedica una pagina nella sua Teodicea. Sul teatro osceno e mistico dei nostri padri, dice che Satana ha parti importanti, mentre Dio quelle secondarie, come gli dei dell’Olimpo che guardavano le cose degli umani con distacco e senza prenderne parte>>.[64]

Nel Medioevo era un onore municipale per i cittadini, per gli artigiani e per gli artisti sostenere la parte del Diavolo, tanto che erano loro accordati vari privilegi, infatti a Chaumount in Francia agli attori che avevano sostenuto questa parte era concesso di vivere a loro piacere nel paese e da ciò sembra derivare questo detto: <<Se piace a Dio, alla santa Vergine, a messere san Giovanni, io sarò diavolo e pagherò i miei debiti>>.[65]

Satana aveva anche una grande importanza nei drammi del secolo XVI: a varie composizioni fu dato il titolo di “Diavoleria”. Le scene più corte erano rappresentate da due personaggi, quelle più lunghe da quattro, da qui il celebre detto “fare il diavolo a quattro”. Nell’opera dantesca Satana è una creatura orribile e gigantesca, più tardi, nel XVII secolo, con Milton si trasfigura e riprende qualcosa della sua primitiva bellezza. Anche gli scultori spesso si ispirano a questa figura che viene rappresentata con aspetto tetro e orribile, come il simbolo di una natura degradata, caduta dallo stato di intelligenza a livello di animali mostruosi: viene raffigurata con piedi caprini, maschera sul volto per testimoniare la sua duplice natura. Nelle chiese cristiane, durante il XII secolo si può vedere rappresentato in piedi dietro alle bilance che servivano per pesare le azioni dei defunti, proprio come gli dei infernali dell’Egitto. Nelle scene rappresentanti l’Inferno e il Giudizio, appare dotato di strumenti di tortura e di morte come i carnefici. In un bassorilievo nella cattedrale di Chartres, Satana spinge con forza i dannati dentro la gola di un dragone. Sulla tomba del re merovingio Dagoberto, il Maligno conduce, maltrattandola, l’anima dannata del nobile nella sede di Vulcano, forse a causa dei suoi delitti.[66]

La Chiesa, continua il narratore, cerca di trattenere i fedeli sulla via del bene per mezzo della paura: coi commenti e le prediche; anche le statue, le vetrate dipinte raffigurano spesso la laidezza del peccato, con figure grottesche che Ugo di San Vittore mostra mutilate a causa del vizio, senza orecchie, senza labbra, senza braccia, che si rotalono per terra cercando invano di riunire le loro membra al corpo. <<Qui l’arte ha espresso la vittoria del diavolo sull’uomo, altrove egli significa sotto altri simboli, le vittorie dell’Angelo e dell’uomo sul diavolo. Il dragone atterrato da san Giorgio, dall’arcangelo Michele non è altro che l’emblema di Satana vinto>>.[67] Anche la liturgia rinnova il ricordo delle sconfitte subite dal maligno. <<Les gargonilles, les tarvasqus, i basilischi, tutti quelli animali che si trovano in certe città nelle processioni solenni e che si gettavano in seguito alla sepoltura degli asini, come li scomunicati, era ancora il diavolo, che seguiva come i prigionieri nei romani trionfi, la cassa del santo che l’aveva vinto>>.[68]

Per spiegare queste stranezze della fantasia, in cui si mischiano e si confondono il misticismo e l’empietà, il terribile e il grottesco, l’autore sostiene che prima facciamo ricorso all’ignoranza e alla barbarie dei tempi passati, poi, riflettendo, possiamo capire che ogni forma di superstizione ha i suoi antecedenti e i suoi motivi, così dà una spiegazione alla credenza nell’apparizione dei morti: non è altro che il risultato del dogma dell’immortalità, infatti la seconda vita, quella rivelata dal Cristianesimo, quella in cui sono riposte tutte le speranze dei fedeli, l’anima conserva la memoria e le speranze della vita vissuta su questa terra, ma una volta libera e sciolta dai suoi legami è possibile che qualche volta faccia ritorno verso quella terra che conserva la sua spoglia mortale? In quella terra dove, forse, fa ritorno condotta dal ricordo e dall’amore di chi l’ha amata? <<In questi misteri della morte la credulità che ci fa sorridere non è dunque che la conseguenza immediata? della più cara fra le speranze che ci consolano>>.[69]

L’astrologia, che ha le sue radici nella scienza, cerca nei cieli e negli astri la spiegazione del futuro: perché crediamo in tutto ciò? Perché se è in grado di predire rivoluzioni che si compiono nell’immensità dello spazio, può essere in grado di conoscere cose che riguardano il breve cerchio del mondo e quello ancora più breve della vita. L’uomo, quindi, quando si smarrisce nell’assurdo cerca di trovare sempre qualche punto d’appoggio nella razionalità.

Nel Medioevo si crede nell’intervento continuo del Diavolo nelle cose del mondo, ma la verità, continua l’autore, è che fin dai primi tempi, l’intera umanità concepì la nozione di Satana per la coscienza dei mali che ella ha sofferto e quando scrittori come Bardesane, Magnete, Priscilliano o i Sataniani e i “Vodesi” innalzano il Diavolo come idea di causa e lo descrivono come viceré di questo mondo, lo fanno <<onde salvare il dogma della infinita bontà divina e si gettano così nell’eresia per non cadere nella bestemmia.>>.[70]

Proprio per questo l’eresia nega la divinità di Cristo, la purezza della Vergine, i sacramenti, ma rispetta Satana, esaltando la sua grandezza e dilatando i confini del suo super-io, come ha fatto Lutero. Satana è l’incarnazione dei sette peccati che uccidono l’anima, è un secondo dio della creazione: il dio dei malvagi, degli ambiziosi, dei prepotenti, degli avari. L’uomo è capace di adorare in due modi: con il misticismo che tende alla conoscenza assoluta, ai beni immortali; con la stregoneria, che cerca la potenza, la scienza, la fortuna, l’amore, cioè tutti i beni effimeri. <<Questa antica e cupa leggenda del diavolo è forse il simbolo, il più amaro della tristezza infinita cha c’è in tutti i tempi e in tutte le cose, dei semi del vizio, dell’oscuro istinto del male che trovasi in fondo di tutte le anime e che malgrado la sua follia, la sua stessa empietà ha esercitato sul passato una utile influenza. In questa vita, che è tutta ad un tempo una espiazione ed una prova, il cristiano, in faccia a questo nemico che l’assedio e l’assalto, è sempre adunato per la battaglia e sostiene la lotta con confidenza, perché egli sa che Satana non può vincere fuori quelle che cede e cedere vuole: non vincit mini volentem. […] Durante questo impero che Satana si mantenne lungo il corso di diciotto secoli, esso ha inspirato più terrore che Dio non inspirò d’amore, ma da questo terrore medesimo venne all’uomo una forza ed una confidenza per operare il bene che questi non sempre derivarsi dalla sola fede e più di un santo gli deve forse la sua salvezza e la aureola sua>>.[71]

Satana è colui che con fare seducente e serpentino si introduce nella mente degli uomini e più spesso delle donne, è l’attore camaleontico che con le sue apparizioni ingannatrici e false e con i suoi inganni e stratagemmi riesce a irretire l’animo dei mortali, in un universo di incontri veri o presunti, in cui la sua “professione” è sempre quella del tentatore.

NOTE

1 Biblioteca Ambrosiana (d’ora in poi B.A.), Ms. O 307 sup., c. 1 v. e segg.

Nel frontespizio del manoscritto, non datato, troviamo una specie di biglietto da visita con la seguente scritta:

“All’illustrissimo Signor Prefetto della Biblioteca Ambrosiana

Trovai in vecchie carte il qui unito fascicolo manoscritto, che offro alla Biblioteca, sperando che abbia qualche valore storico volle modo. Vi sono narrate le varie credenze popolari sul Diavolo presso vari popoli. Non so donde provenga questo vecchio manoscritto: ne ignoro l’epoca e l’autore: forse qualche paziente studioso potrà saperlo leggendo e studiando l’interessante opera”. Saluti e auguri.

Antonio Marcello Annoni

Ex capo ufficio Cassa di Risparmio Pubblicista-Insegnante Geografia Commerciale

Milano Corso Magenta 78

24\3\1922

2 Cfr. Wikipedia, https://fr.wikipedia.org/wiki/Charles_L%C3%A9opold_Louandre.

3Cfr. A. Coustè, Breve storia del Diavolo, Antagonista e angelo ribelle nelle tradizioni di tutto il mondo, WWW. Castelvecchieditore.com/spirale/mente_anima/estratti/diavolo.html.

4 Cfr. J.B. Russell, Il Diavolo nel Medioevo, Laterza, Bari 1987, prefazione.

5 L. Fabbri, Il Diavolo e l’Acquasanta, in “Chi ha spezzato il giorno delle piccole cose?”, A Domenico Maselli, Professore, Deputato, Pastore, E.P.A Media, Aversa 2007, pagg. 323-348.

6 B.A., Ms. O 307 sup., c. 3 v.

7 B.A., Ms.O 307 sup., c. 3 v. Bardesane fu un siriaco gnostico, fondatore del “bardesanismo” e uno scienziato, studioso, astrologo, filosofo e poeta, noto soprattutto per la sua conoscenza dell’antica India, su cui scrisse un libro, ora perduto. Bardesane nacque nel 154 d.C. ad Edessa da genitori benestanti. A causa dei disordini politici in questo luogo, Bardesane e i suoi genitori si trasferirono in un’altra città, dove fu cresciuto nella casa di un sacerdote pagano di nome Anuduzbar. A scuola, senza dubbio, imparò tutti i dettagli di astrologia babilonese, formazione che segnò per sempre la sua mente. All’età di venticinque anni, ebbe l’opportunità di ascoltare le omelie di Istaspe, vescovo di Edessa, fu allora che si convertì al Cristianesimo, fu battezzato e ammesso al diaconato o al sacerdozio. Prisciliano: vescovo spagnolo, nato in Galizia intorno al 340 e giustiziato a Treviri nel 385 su ordine dell’imperatore Magno Massimo, dopo essere stato denunciato da alcuni vescovi spagnoli. Da lui prende il nome il movimento del Priscillanesimo, che si diffuse in Spagna, Provenza e Aquitania, dove probabilmente sopravvisse fino al VI secolo specialmente in Galizia.Taziano: Apologeta cristiano, nato probabilmente in Siria tra il 120 e il 130. Educato alla cultura greca, fu forse un filosofo vagante sulla moda dei retori o cinici; convertitosi al cristianesimo, più tardi si avvicinò forse a scuole gnostiche e a lui gli eresiologhi antichi fanno risalire la setta degli Encratiti; staccatosi dalla Chiesa insegnò in Oriente, ma passò poi ad Antiochia di Siria. Dopo la conversione scrisse il “Discorso ai Greci”. Cfr. Wikipedia https://it. Wikipedia.org/wiki/Bardesane; https://it.wikipedia.org/wiki/Prisciliano; https://it.wikipedia.org/wiki/Taziano_il_Siro.

8 Cfr. A. T., Pentateuco, Genesi

9 Genesi, 12, 14-17

10 Cfr. Esodo, 7:4-5

11 Cfr. Andrea De Pascalis, Alla scoperta del Diavolo: L’Antico Testamento e i vangeli; http://www.disinformazione.it/diavolo.htm

12 B.A., Ms. O 307 sup., c. 4 v.

13 Ibid.

14 Ibid.

15 Ibid. c. 4 r.

16 Ibid.

17 Ibid. c. 5 v.

18 Ibid. c. 5 r.

19Cfr. B.A., Ms. O 307, c.7 r.

20 Ibid., cc. 8 r. e 9 v.

21 Cfr. B.A., Ms. O 307 sup., c. 10 r.; c. 11 v. Salviano di Marsiglia: scrittore cristiano del V secolo, forse nativo di Treviri; laico, dopo alcuni anni di matrimonio si ritirò a vita ascetica a Lérins; quindi, divenuto sacerdote, visse a Marsiglia. Nel De gubernatione Dei (8 libri, 439-451) contrappose ai vizi dei Romani le virtù dei barbari, sostenendo che questi erano lo strumento della Provvidenza per colpire i trasgressori della sua legge. Cfr. Salviano, De gubernazione Dei, V, 4-5, in IDEM, Oeuvres, II, a cura di G. Lagarrigue, Surces chrétiennes, 220, Paris, Les Edtions du Cerf, 1975, pp.320-29.

22 Il termine, di derivazione greca (splen), venne reso famoso durante il Decadentismo dal poeta francese Charles Baudelaire, con l’accezione di tristezza meditativa o melanconia, ma il concetto di spleen deriva dalla medicina greca e lo troviamo anche nel Talmud, concernente la milza come organo del riso.

23 Cfr. B.A., Ms. O 307 sup.,c.12 v. Santa Pelagia, visse nel III secolo ad Antiochia, era soprannominata Margherita per la sua splendente bellezza, famosa come attrice ma soprattutto come prostituta. Era solita attraversare la città preceduta e seguita da un lungo corteo di servi; ricoperta di gioielli preziosi e riempiendo l’aria di profumi e altri aromi. Un giorno assistettero al passaggio di questo corteo alcuni vescovi, i quali subito distorsero gli occhi da questa visione peccaminosa, ad eccezione del vescovo Nonno, il più anziano, il quale la fissò a lungo e poi disse agli altri vescovi che tale bellezza non poteva che rallegrare, aggiunse che essi avrebbero dovuto pensare a quante ore la donna avesse passato ad ornarsi in quel modo per piacere ai suoi amanti, noi invece che abbiamo la promessa di vedere nei cieli Dio onnipotente non abbelliamo né togliamo le brutture delle nostre anime, ma le lasciamo lì trascuratamente. La donna fu toccata dalle parole del vescovo, andò a inginocchiarsi ai suoi piedi e si fece battezzare, poi cambiò i suoi ricchi abiti con la tunica da penitente e andò a Gerusalemme a piedi, dove visse nella modestia assoluta, tanto che fu scambiata per un uomo e la vera identità fu scoperta solo dopo la sua morte. Cfr, Vitae Sanctae Pelagie meretricis, Patrologia Latina 73.

24 B.A., ms. O 307 sup., cc. 12 v. e 12 r. Si riferisce a Sant’Antonio d’Egitto, nato a Qumans (l’antica Coma) nel 251 circa e morto nel deserto della Tebaide nel 357, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Quanto descritto nel testo ci è stato tramandato dal suo discepolo Atanasio di Alessandria, in “Vita Antonii”, in cui viene descritta la lotta contro le tentazioni di Satana, episodi che vennero in seguito ripresi anche da Jacopo da Varagine nella “Legenda Aurea”.

25 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., c. 12 v. Sia dal manoscritto che dall’opera originale non si capisce se si tratti di san Macario il Grande o di san Macario Alessandrino, anche lui monaco e contemporaneo del primo (300-390) e ambedue discepoli di sant’Antonio abate.

26 B.A., ms. O 307 sup., cc. 12 v. e 12 r. San Sulpizio o Sulpicio, fu vescovo di Bourges dal 624 fino alla morte avvenuta nel 647, Cfr. Martirologio Romano, www. Santiebeati.it/dettaglio/39070. San Norberto era nato a Xantes in Germania nel 1080-1085 circa, fu fondatore di un ordine monastico: i Premostratensi e si dedicò anche all’evangelizzazione. Fu vescovo di Magdemburgo, morì nel 1134 e nel 1582 fu dichiarato santo. Cfr. Martirologio Romano, http://www.santiebeati.it/dettaglio/27650.

27 B.A., ms. O 307 sup., cc. 14 v. e 15 r. Nel Medioevo, gli scabini, uomini liberi (ingenui), istruiti nelle leggi (sapientes) di buona condotta (Deum timentes), che, nominati dal re, costituivano un corpo di giudici permanenti nell’ambito della contea o della centena, che si sostituiva ai rachimburgi. La loro istituzione risale all’età carolingia; erano nominati dai missi dominici, erano in numero di 7 o di 12 e il loro giudizio diveniva esecutivo per il tramite della sentenza pronunciata dal conte. Cfr. Encicl. Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/scabini/. La città del nord e il quadro descritto non sono identificabili, in quanto anche nell’opera originale non ne viene fatta menzione.

28 B.A., ms. O 307 sup., c. 15 r. Riportiamo il brano dell’opera originale di Louandre: “En 1118, Hugues de Crécy étrange Miron de Montlhery, son parent; Philip répudie Berthe et enlève Bertrade; Jean-sans-Peur fait tuer le duc d’Orleans: c’est le diable qui a voulu le meurtre et l’adultère; il est plus coupable que Jean-sans-Peur, Hugues et Philippe”. Da evidenziare le date che non coincidono: probabilmente Louandre si riferisce, con la sua data, al primo fatto, l’anonimo invece si riferisce all’assassinio del duca D’Orleans.

29 Cfr. Ibid., c.17v. E’ evidente l’allusione alla “Divina Commedia” di Dante, la diatriba tra gli angeli e i diavoli sembra una trascrizione del canto III del Purgatorio, il cosiddetto canto di Manfredi, figlio di Federico II e nipote di Costanza d’Altavilla, il quale muore scomunicato, ma si trova tratto in salvo per l’eternità per essersi pentito dei suoi peccati in punto di morte. Più avanti menziona ancora Dante e il canto XXXIV dell’Inferno, quando il poeta fiorentino dice di rimane sospeso tra la vita e la morte per l’impressione avuta dalla vista di Lucifero “Lo ‘mperador’ del doloroso regno” e continua a spiegare il canto fino quasi alla fine, sempre con lo scopo di rendere l’idea di quanto sia terribile Lucifero.

30 Ibid., c.19 r.

31 Ibid. Tutto ciò ricorda molto il mondo dei clerici vagantes, dove una folla caotica e allucinata domina la scena, le maleodoranti taverne piene di uomini e donne ubriachi, frati in cerca di piaceri che recitano blasfeme parodie dei testi sacri, buffoni, goliardi, che inneggiavano al vino, all’amore, al gioco, alla fugacità delle vicende umane,all’amicizia, alla celebrazione delle stagioni e dove Parigi era considerato il paradiso sulla terra, dove si cantavano quei canti oggi conosciuti come “Carmina Burana”, anche se l’autore dell’opera originale, edita nel 1842, non poteva conoscere questa raccolta di canti medievali, in quanto edita nel 1847 dal bibliotecario Johann Andreas Schmeller, il quale scoprì circa 250 poesie nel “Codex Buranus” , in latino, francese e medio-alto tedesco, edite appunto nel 1847 con il sottotitolo “Canti e poesie latine e tedesche del XIII secolo, da un manoscritto proveniente da Benediktbeuren”

32 Ibid., c. 20 v.

33 Ibid.

34 Ibid., c22 r. A questo punto terminano la prima e la seconda parte del manoscritto, la terza è compresa tra c.23 v. e la c.48r., ma l’ultima carta è cancellata con dei fregi dall’autore, in quanto ripetizione della carta precedente. La terza ed ultima parte parla dell’amore satanico, l’autore descrive o meglio trascrive l’amore nella vita del Diavolo.

35 Ibid., c 23v. Si riferisce a Filippo re di Macedonia e alla terza moglie Olimpiade, madre di Alessandro Magno. La   nascita di Alessandro, secondo una leggenda molto nota, fu circondata da notizie misteriose, diffuse forse dalla stessa madre: si diceva fosse stato concepito per opera di un serpente e per intervento di Zeus. Nei mosaici della fine del secolo IV d. C. di Baalbek, osserviamo che Filippo volge violentemente le spalle alla moglie, disconoscendo la paternità di colui che diverrà Alessandro il Grande. Cfr. C. Frugoni, Alessandro Magno , in Enciclopedia dell’Arte Medievale, 1991

36 J. Sprenger-H. Kramer, Malleus Maleficarum, Venetiis MDLXXVI, Parte I, Questione III; Cfr. F. Troncarelli, Le streghe, Newton Compton Editori, Roma 1983, p. 23 e segg.

37 B.A., ms. O 307 sup., c. 24 r.

38 Ibid.

39 Ibid., c. 24 v. Nel manoscritto troviamo Eliseo non Elia, probabilmente nel tradurre dal francese è stato confuso il maestro con il discepolo. L’anonimo trascrittore è solito riportare a piè di pagina le note che trova nell’opera originale: questa notizia è presente in “Vie de Guilbert de Nogent, Collect. Guizot, IX, 995. Si tratta di Guilbert de Nogent, monaco benedettino, storico e teologo, fu abate del monastero di Notre-Dame a Nogent, nato nel 1055 (alcuni testi riportano la data del 1053), morto nel 1124.

40 Cfr. Ibid., c. 25 r. e v.

41 Cfr. Ibid., c. 26 r.

42 Ibid., cc. 27r. e 27 v.

43 Cfr. Ibid. c. 28r. Il caso di Marthe Brossier, conosciutissimo nei minimi particolari, deve la sua eccezionalità ad alcuni fattori: con l’aiuto dei padri cappuccini di cui ella era ospite, rende la notizia nota a tutta Parigi e fornisce ai predicatori un nuovo motivo per scatenarsi ancora contro i protestanti. La formula stessa della possessione ricalca i casi di Nicole Obry, di cui accenneremo più avanti, di Jeanne Féry, di Perrine Sauceron, cioè Marthe è posseduta ma non ha patteggiato col Diavolo, come le streghe tradizionali, anzi si atteggia a vittima, bisognosa di esorcismi e supporto spirituale. Cfr. R. Mandrou, Magistrati e streghe nella Francia del Seicento, Laterza, Bari 1979, vol. I, p. 183 e segg.

44 Ibid., cc. 28 r. e 28 v.

45 Ibid., c29 r.

46 Cfr. Ibid., cc. 29v e 30 v. Segue il racconto di un esorcismo fatto da sant’Antonio, in cui il Diavolo non voleva andarsene dal corpo posseduto.

47 Ibid., cc.31 v. e 31 r. Il fatto è molto noto, ma l’elemento innovativo consiste nell’esorcismo pubblico, come più tardi avverrà per il caso Brossier, la quale conosceva molto bene, per averli letti più volte, gli esorcismi praticati su Nicole Obry davanti a centinaia di spettatori. Cfr. R. Mandrou, Magistrati…, p. 214-215

48 Il processo di Loudun fa parte dei tre grandi scandali del XVII secolo: Aix-en-Provence, Loudun e Louviers. Il processo svoltosi ad Aix-en-Provence nel 1611 riguardava un prete accusato di avere stregato una sua penitente, Madeleine Demandols de la Palud, che con le sue accuse fece condannare e giustiziare il prete dopo un breve processo. La ragazza subì per un anno gli esorcismi, riuscendo a convincere tutti della realtà del delitto diabolico. Il caso di Loudun fu ancora più scandaloso del primo: nel 1632 Janne des Anges, priora di un convento di orsoline si dice posseduta dal Demonio e con lei quasi tutte le altre consorelle, molte delle quali erano ragazze appartenenti alla piccola nobiltà locale, addirittura una era parente del cardinale Richelieu e un’altra dell’arcivescovo di Bordeaux. Come già Madeleine Demandols, anche Janne des Anges accusa di stregoneria un prete, Urbain Grandier, curato di S. Pietro al Mercato, canonico prebendario di Santa Croce, ottimo predicatore, confessore e letterato, molto conosciuto nel bel mondo anche per essersi fatto trascinare in avventure femminili poco convenienti alla sua posizione. Martin de Laubardemont, capo della commissione, condanna Grandier al rogo e la sentenza viene eseguita il 18 agosto 1634 al cospetto di seimila persone accorse da tutte le città vicine. La terza tragedia diabolica, quella di Louviers, che cominciata all’incirca nello stesso tempo di Loudun e finita nel 1647, sembra una squallida imitazione dell’eclatante processo di Loudun. Principali protagonisti della vicenda sono una semplice suora Madeleine Bavent, l’accusato Mathurin Picard, curato di Mesnil Jourdain, prete di buona reputazione. Sembra che i disordini si siano limitati ad alcune manifestazioni convulsive in varie religiose in seguito alle chiacchiere sorte per i fatti di Loudun. Il vescovo di Evreux non allarmò le autorità giudiziarie e non fece fare esorcismi; tutto fu messo a tacere e nel 1642 Picard morì e fu sepolto nella cappella del convento. Cfr. R. Mandrou, Magistrati…, vol. II, pp.224 e seg.

49 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., cc. 32v.-33r

50 Si tratta certamente di Bartolo da Sassoferrato e della sua opera “Tractatus quaestionis ventilatae coram domino nostro Iesu Christo inter Virginem Mariam ex una parte et diabolum ex alia parte. Cfr. D. Quaglioni, La Vierge et le diable. Littérature et droit, Littérature comme droit, in Politique et Societé, 5/2005, pp. 39-55

51 B.A., ms. O 307 sup., c. 35r. Joannes von Heidenberg, detto Tritheim, era un monaco benedettino tedesco, nato a Trittenheim nel 1462, morto a Wurzburg 1516, abate a Sponheim, dove creò una famosa biblioteca trasferita in seguito in quella vaticana. Le sue opere trattano di teologia, storia, alchimia, medicina, ma fu anche autore del primo testo stampato di crittografia: “Polygraphiae libri sex”, anche se la crittografia moderna nasce con Leon Battista Alberti, quando un funzionario pontificio gli chiese di inventare un metodo di crittografia. Cfr. Enciclopedia Treccani, www. Treccani.it/enciclopedia/giovanni-tritemio

52 E’ con il “Canon Episcopi”, testo attribuito al Concilio di Ankara del 315, ma di origine carolingia, che si esamina la possibilità che alcune donne sostengano di avere la facoltà di compiere malefici o di cavalcare di notte sopra demoni con sembianze di bestie. Da questo documento, che conosciamo in due diverse edizioni risalenti al X-XI secolo, rispettivamente di Reginone di Prum e di Bucardo di Worms, che inizia la credenza nella “Società di Diana” e nel sabba. Cfr., F. Cardini, Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente medievale, La Nuova Italia 1979, pp. 19 e segg.; C. Ginsburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi,Torino 1972; F. Troncarelli, Le streghe…, p. 25 e segg.

53 Cfr. B.A., ms. O 307 sup., c. 36 v.

54 Ibid., c. 37 r.

55 Ibid., c. 37 v.

56 Ibid., c. 38 v.

57 Cfr. Ibid., c. 38 v. L’autore si riferisce forse ad Avallion, città della Francia centrosettentrionale nel dipartimento dell’Yonne, il cui nome latino è Aballo e nella tavola Peutingeriana occupa un promontorio che domina la valle del Cousin. Ne Medioevo i duchi di Borgogna vi costruirono un castello. Cfr. Enciclopedia Treccani, www.treccani.it/enciclopedia/avallon_(Enciclopedia_dell’_Arte_Medievale)/

58 Cfr. Ibid., c. 39 r. I silfi sono i corrispondenti maschili delle silfidi, figure mitologiche agili, snelle, sono geni del vento e dei boschi, che si spostano nelle correnti aeree anche ad altezze vertiginose. Sono molto timidi anche se amano il contatto con gli uomini, spesso ingannandoli, specialmente quelle femminili; talvolta possono essere dolci, utili e se ritengono che l’aiuto loro richiesto sia giusto, fanno di tutto per aiutare il loro protetto. Le ondine sono creature simili alle fate, le ninfe o spiriti acquatici che stanno nei laghi, foreste, cascate, non possono avere un’anima fino a quando non sposano un uomo e non gli danno un figlio; sono state popolari nella letteratura romantica; molto presenti nel folklore germanico, dove sono descritte come creature simili alle sirene greche. Sono considerate esseri maligni o amichevoli secondo le varie tradizioni. Gli alastori sono figure della mitologia greca, personificazione della vendetta e delle lotte familiari, sono stati associati anche con i peccati che si tramandano da padre a figlio. Nella mitologia romana sono come i geni, o spiriti della casa, che incitano le persone ad uccidere e commettere altri peccati. Il termine gnomo indica uno spirito ctonio, poi il termine è entrato nel folklore europeo per designare gli spiritelli della terra, spesso, secondo le tradizioni, sono confusi con gli elfi e i gobelin. Secondo Paracelso, che fu il primo a menzionarli, si muovono all’interno della terra con estrema facilità e sembra che i raggi del sole possa trasformarli in pietra.

59 Ibid., c. 39 v. La figura del folletto sembra avere avuto origine dai Lari, geni della casa. Nel folclore europeo condivide caratteristiche siminili con il lutin, il coboldo, il brownie, il puck, il gobelin, il leprechaun.

60 Ibid., c. 39 v.

61 Cfr. Ibid., c.40 v.

62 Cfr. Ibid.; Cfr. W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate; Trilbyil folletto di Argail, traduzione a cura di Elena Grillo, Roma: Lucarini, 1988 Titolo originale: Trilby, ou le lutin d’Argail.

63 B.A., ms. O 307 sup., c. 41v.

64 Ibid., c. 42 r.

65 Ibid. Questa frase è inesistente nell’opera originale di Louandre

66Cfr. Ibid., cc. 43 r. e v. Dagoberto divenne unico sovrano di tutti i regni Franchi facendo uccidere le persone che ostacolavano la sua egemonia sul regno e tra questi anche il fratellastro Cariberto. Morì nel 639 a Parigi di dissenteria e fu sepolto nella basilica di Saint-Denis, che da allora divenne il luogo di sepoltura più prestigioso della Francia e dove più tardi saranno inumati Carlo Martello e Pipino il Breve. L’arredo fu affidato all’orafo sant’Eligio. Cfr. Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Dagoberto_|

67 Ibid., c. v.

68 Ibid, cc. 43 v. e 44 r. Le “gargonilles” sono le gronde gotiche; le “tarvasqus” i mostri mitologici; i “ basilischi”, nell’antichità e nel Medioevo, rappresentano rettili fantastici con cresta e corona sul capo e occhi fiammeggianti che uccidevano con lo sguardo.

69 Ibid., c. 44 v.

70 Ibid., c. 45 r.

71 Ibid., cc. 45 v. e 46 r.

 

 

 

 

 

 

I TRE MONOTEISMI TRA FEDE E CULTURA

TALAMONA 28 marzo e 4 aprile 2014 religioni a confronto

 

 

monoteismi

DUE INCONTRI PER CONOSCERE E COMPARARE LE TRE PRINCIPALI RELIGIONI DEL MONDO

Alla fine della serata dedicata alla giornata della memoria e all’approfondimento della cultura e dell’identità ebraica i volontari della biblioteca di Talamona avevano congedato il pubblico con una promessa. Altre serate sarebbero state dedicate a questi argomenti a veri e propri approfondimenti sulle religioni. Questo perché già durante la serata del 27 gennaio si erano venuti a creare diversi spunti di riflessione, ma anche perché già durante la passata stagione culturale era emerso che tra gli argomenti che la gente avrebbe voluto vedere trattati nel corso di serate alla Casa Uboldi c’era proprio la religione. Saputo ciò come poter concretizzare questa cosa, come organizzare le serate? Da quel 27 gennaio e per i due mesi successivi è cominciato dunque per i volontari un grande lavoro di ricerca. Ricerca di informazioni, di libri che trattassero le grandi religioni in modo esaustivo che andassero oltre a ciò che tutti bene o male conoscono. Ricerca anche di un metodo. Come mettere insieme tutte queste informazioni? Quante serate fare? Una sola? Due? Tre? Dedicare ad ogni religione una serata unica oppure impostare il discorso in modo comparativo? A quali religioni dare spazio? Alle tre principali o anche a quelle meno diffuse, meno conosciute? E chi avrebbe dovuto trasmettere le informazioni al pubblico? A sistemare una volta per tutte queste questioni ingarbugliate è intervenuto l’assessore alla cultura Simona Duca, la quale ha pensato di chiedere la consulenza di un’insegnante di religione, Alberta Balitro, che da quel momento si è occupata di tutto e ha organizzato le serate così come poi si sono effettivamente svolte. Due serate dedicate alle tre più importanti religioni monoteiste per conoscere i legami che intercorrono tra loro, le analogie, le differenze, la ricerca di un dialogo possibile e le ragioni degli odi e delle spaccature tra tre culti che in fin dei conti, sebbene in modi diversi riconoscono lo stesso Dio. Due serate che per me sono state un po’ come una rimpatriata essendo stata la professoressa Balitro mia insegnante alla scuola professionale.

La prima serata ha avuto luogo venerdì 28 marzo 2014 alle ore 20.45. Nel corso di circa due ore, partendo da dove eravamo rimasti nel corso della serata del 27 gennaio, è stata fatta un’analisi approfondita dell’ebraismo e del cristianesimo indagando le caratteristiche delle due fedi e i rapporti tra esse nel corso della storia. Un analisi raccontata al pubblico con l’aiuto di una presentazione fotografica.

L’ebraismo è la più antica delle religioni monoteiste rivelate. In realtà esistono altre testimonianze di antichi culti monoteistici (pensiamo all’ epoca di Amarna nell’antico Egitto quando il faraone Akenaton introdusse il culto del disco solare Aton da venerare come unico dio o al caso precedente all’ebraismo dello zoroastrismo dal nome del profeta Zoroastro che diffuse il culto tra i persiani, il culto del fuoco sacro attribuito all’unico dio Ahura Mazda) ma l’ebraismo è il solo ad avere la caratteristica di essere stato un culto rivelato, cioè un culto di un essere superiore che si toglie il velo e si mostra agli uomini, un culto pertanto non dovuto ad interpretazioni umane della natura che ci circonda, da un tentativo di spiegare fenomeni che apparivano inspiegabili, come è il caso invece di tutte le religioni che all’ebraismo erano precedenti o contemporanee in tempi remoti, ma il culto di un Dio che parla agli uomini e interagisce con loro. Un culto che è nato quando Dio ha parlato ad Abramo, un sumero di Ur (una delle più antiche città conosciute) e gli ha promesso una ricca discendenza in una terra nuova verso cui lo ha indirizzato. Ed è in questo modo che nacque il popolo ebraico e che nacque anche il primo e più importante dei tre monoteismi del Mondo, il più importante perché, pur essendo così antico e nonostante il popolo ebraico abbia avuto una storia travagliata fatta di dominazioni straniere, esili, schiavitù, diaspore eccetera, esso, a differenza di altri culti coevi, è sopravvissuto intatto fino a noi, pressoché inalterato nel tempo. Il popolo ebraico è forse l’unico popolo che ha saputo traghettare intatta nel corso dei secoli la propria cultura sin dai suoi albori, quando nacque da una costola del popolo sumero, la più antica civiltà conosciuta (anche se tra gli storici cominciano ad essere dei dubbi a riguardo). Ribadiamo di nuovo che Abramo, prima di incontrare Dio era un sumero a tutti gli effetti che venerava gli dei sumeri e tale sarebbe rimasto se Dio non gli avesse parlato. A riprova di ciò pensiamo anche solo al fatto che la testimonianza più antica del diluvio universale non è quella contenuta nella Bibbia bensì quella contenuta nell’epopea di Gilgamesh, il principale poema epico sumero (che equivale all’Iliade e all’Odissea dei Greci e all’Eneide dei Romani). Il popolo ebraico ha mantenuto nel tempo non solo la sua cultura, ma più in generale anche la sua identità, la sua alleanza con Dio (perciò si chiama anche popolo eletto o popolo prescelto o popolo dell’alleanza) cominciata con Abramo, il primo di una serie di patriarchi ricordati nelle scritture che hanno udito e seguito la voce di Dio. Dopo Abramo troviamo suo figlio Isacco e dopo di lui suo figlio Giacobbe che venne soprannominato da Dio Israele e da allora il popolo ebraico, sviluppatosi a partire dalle 12 tribù ciascuna fondata da un figlio di Giacobbe, si identifica come popolo di Israele. Dopo Giacobbe abbiamo un altro patriarca, Mosè, che libera gli ebrei dalla schiavitù in Egitto e successivamente l’epoca dei profeti e dei re, gli unti del signore per mano dei profeti stessi. Queste vicende non sono soltanto la radice dell’ebraismo, ma anche degli altri due monoteismi importanti: cristianesimo prima e islamismo poi. Tutti e tre i monoteismi si identificano come le tre religioni di Abramo perché tutte hanno e riconoscono in Abramo la propria origine. La religione ebraica è conosciuta anche come giudaismo. Gli ebrei sono stati definiti con il termina giudei al ritorno in patria dopo la cattività babilonese ed anche nel 1948 quando venne fondato lo stato di Israele e molti ebrei dispersi nel Mondo, soprattutto in Europa, vi si stabilirono. Ma chi è un ebreo? Ebreo è colui che nasce da madre ebrea (la madre è un riferimento più certo del padre), ma anche colui che segue la legge di Dio che compie i riti, che vive mettendo in pratica i principi fondamentali, che applica lo shemah Israel un versetto contenuto nel sesto capitolo del Deuteronomio, una preghiera che l’ebreo recita tre volte al giorno quotidianamente per tutta la vita anche in punto di morte. Come ogni culto anche quello ebraico ha i suoi simboli. Un simbolo ebraico è la menorah, il candelabro a sette bracci, uno per ogni giorno della creazione più quello centrale che rappresenta il sabato, il giorno in cui Dio riposò. Ed è per commemorare questo che gli ebrei, a partire dal venerdì dopo il tramonto fino a sabato dopo il tramonto, osservano lo shabbat, un giorno dedicato solo alla preghiera, un giorno durante il quale ogni altra attività viene sospesa persino la visita ai morti. Nelle scritture vi è testimonianza di questo quando si racconta del corpo di Cristo tolto dalla croce e deposto frettolosamente nel sepolcro proprio perché di li a poco sarebbe cominciato lo shabbat. Nelle scritture vi è anche testimonianza della costruzione della prima menorah da un unico blocco d’oro come racconta il capitolo 25 dell’Esodo. Un altro simbolo dell’ebraismo è la stella di David composta da due triangoli sovrapposti: uno col vertice rivolto verso l’alto rappresenta l’elemento femminile, l’acqua mentre l’altro, rivolto verso il basso, rappresenta l’elemento maschile il fuoco. La stella di David veniva usata nel Medioevo e in epoca nazista per identificare ed isolare le comunità ebraiche nelle città ed è più un simbolo storico che religioso, un po’ come la croce cristiana, un simbolo preso dalla Storia, inizialmente simbolo di morte in quanto la modalità preferita dai Romani per le esecuzioni capitali, specie dei malfattori, trasfigurata dalla fede in simbolo d’amore perché il palo verticale della croce rappresenta l’elevazione verso l’alto e dunque verso Dio mentre il palo orizzontale è l’abbraccio che accoglie tutti. Infine vi è anche lo shoffar, un corno di montone. Come ogni culto (eccettuate le religioni primitive naturali) anche l’ebraismo ha un testo sacro che ne raccoglie i precetti. Gli ebrei e i cristiani si identificano entrambi con la Bibbia, termine che indica insieme di tanti libri. La Bibbia ebraica, composta da 39 libri, è quella che i cristiani identificano come l’Antico Testamento ed è divisa in tre gruppi: la Torah cioè la legge (che i cristiani chiamano Pentateuco) sono i primi cinque libri della Bibbia cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, poi ci sono i Lebim e i Ketubim.  Gli ebrei non hanno smesso di scrivere i testi sacri, oggi come in antichità, su rotoli dapprima custoditi nell’Arca dell’Alleanza e attualmente nelle sinagoghe dove vanno consultati con una bacchetta perché non possono essere toccati da dito d’uomo. Oltre all’inviolabilità dei testi si riscontra, nell’ebraismo, l’inviolabilità del nome di Dio che l’uomo non può pronunciare e compare scritto nella Torah sottoforma di tetragramma sacro, composto solo da consonanti impronunciabili. Gli ebrei si riferiscono a Dio come Adonai (che corrisponde al nostro Signore) oppure come Eloim (che corrisponde al nostro Dio). In seguito gli studiosi dell’università di Tiberiade coniarono il famoso termine Javeh aggiungendo al tetragramma sacro le vocali della parola Adonai. Questi principi di inviolabilità valgono per tutti anche per i rabbini che nella religione ebraica sono le figure di riferimento e sono molto di più dell’equivalente dei sacerdoti cristiani. I rabbini sono i maestri, sono coloro che insegnano, che custodiscono e trasmettono la cultura, i principi, le tradizioni, sono guide, non solo spirituali, ma anche materiali perché si occupano anche delle questioni giuridiche e sociali e più in generale di tutti i servizi per la comunità, di provvedere a tutti i bisogni. In questo senso anche le sinagoghe (diventate il luogo della preghiera dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d. C.) sono ben più che semplici luoghi di culto; esse sono anche luoghi di ritrovo dove si tengono lezioni e dove hanno sede gli uffici che si occupano delle questioni giuridiche e sociali e dei servizi alla comunità. I rabbini hanno un abbigliamento caratteristico che li contraddistingue perlomeno nelle occasioni ufficiali: uno scialle chiamato tallit da indossare in preghiera (grande per le preghiere solenni, pubbliche e ufficiali, più piccolo per le preghiere quotidiane private) e un cappellino tondo chiamato kippah che tutti gli uomini, ebrei e non, devono portare quando entrano in sinagoga per una questione di rispetto dei rituali ebrei che prevede che gli uomini non entrino in sinagoga a testa nuda. Le donne invece non indossano ornamenti particolari quando vanno in sinagoga o pregano. Da notare il confronto col cristianesimo che ha sempre previsto che gli uomini al contrario si dovessero togliere il cappello accedendo ai luoghi di culto, mentre le donne fino a non molti anni fa dovevano portare, a partire dalla pubertà, veli di diverso colore a seconda se erano nubili, sposate o vedove. Ognuno mostra il rispetto dei propri luoghi di culto in modo diverso è importante che ciascuno conosca i propri e anche quelli degli altri per poter convivere pacificamente. Un altro simbolo molto importante per il culto ebraico è la mesusah una sorta di bastoncino che riporta lo shemah Israel e che viene posto sugli stipiti delle porte perché gli ebrei devono sempre avere presente che esiste un unico Dio da portare sempre dentro di se, ecco perché i ragazzi più giovani quando praticano i riti e le preghiere indossano i tefilin cioè degli astucci che contengono degli estratti della Torah, fissati alla fronte e al braccio sinistro con delle fibbie, per portare sempre con sé la parola di Dio, imprimerla nel cuore, nella mente e diffonderla, questa parola sacra che, sebbene ovviamente sia diffusa anche su libri stampati, nella sinagoga si trova solo su rotoli custoditi in una teca all’ingresso circondata da lumi sempre accesi, un po’ come i lumi nelle nostre chiese. Non deve stupire che molti culti ebraici e cristiani si assomiglino. Il cristianesimo nacque infatti in seno all’ebraismo, non si può parlare di uno dei due culti prescindendo dall’altro. Gesù stesso è sempre stato un ebreo a tutti gli effetti e non ha mai dichiarato di voler fondare un culto nuovo, ma si è limitato a proporre alcuni miglioramenti alla legge di Mosè che tutti gli ebrei di allora seguivano, Gesù compreso. Abbiamo detto prima che le sinagoghe hanno assunto un ruolo importante come luoghi di culto dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. In realtà il tempio non è andato distrutto completamente, ma ne sopravvive una parte, il muro del pianto che sorge nei pressi della moschea di Omar un importante luogo di culto musulmano (perché, sottolineiamo, i tre monoteismi, oltre ad avere un’unica origine in Abramo e a venerare il medesimo Dio, sebbene con delle differenze, hanno in comune anche la città santa di Gerusalemme, sebbene solo gli ebrei e i cristiani la considerano la città santa in assoluto mentre per i musulmani prima vengono La Mecca e Medina). Gli ebrei pregano al muro del pianto. Tra un mattone e l’altro del muro infilano dei fogli con scritte preghiere di vario genere che due volte all’anno vengono raccolte da degli addetti e sepolte in terra. Durante la preghiera al muro gli ebrei sono divisi in settori diversi per gli uomini e per le donne, divisi proprio da un separé proprio come vuole la tradizione dell’ebraismo ortodosso sebbene alcune donne si stiano ribellando a questo: è sorto proprio un movimento chiamato le donne del muro, che si presentano vestite con gli ornamenti maschili nel settore degli uomini e vengono arrestate perché i più tradizionalisti le considerano un’ offesa alla parola di Dio. Bisogna dire che l’ebraismo nel corso dei secoli ha perso un po’ della sua rigidità. Nel XIX secolo in Germania è nata una corrente riformata che, transitata negli Stati Uniti, ha dato vita ad un mix originale di ebraismo e cristianesimo, un culto ebraico che riposa la domenica anziché il sabato e riconosce Gesù come Messia unto pur continuando ad attendere l’arrivo di un altro Messia. Ma ebrei si nasce o si diventa? Questa domanda già emersa durante la serata del 27 gennaio è ricomparsa questa sera. È possibile convertirsi al culto ebraico ed essere comunque considerati ebrei pur non essendolo di sangue? Basta osservare i riti o sono necessarie tutte le caratteristiche, anche quelle etniche per circoscrivere l’identità ebraica? La conversione ad un culto non è mai facile. Bisogna osservare i riti con molta più rigidità quando si è convertiti rispetto a quando si osserva la stessa religione di quando si è nati. Un cristiano che vuole convertirsi, o semplicemente non vuole più avere nulla a che fare con la religione, dovrà annullare i sacramenti che ha ricevuto soprattutto il battesimo, dovrà fare richiesta di essere cancellato dai registri parrocchiali e dovrà attendere che la sua richiesta venga esaminata. Bisogna dire inoltre che per molto tempo (e ancora oggi tra le frange più estremiste) gli ebrei non si sono visti semplicemente come un insieme di persone accomunate da un credo, ma, come appunto abbiamo detto, come un vero e proprio popolo, addirittura il popolo eletto di Dio che non poteva accettare mescolanze con altri popoli se voleva conservare intatta la propria purezza di sangue soprattutto visti i continui spostamenti cui era costretto da altri popoli come gli Egizi, i Babilonesi, i Romani che ne sfruttavano le capacità (la loro cultura e la ricchezza mentale era tutto ciò che non veniva mai a mancare durante gli spostamenti ed era importante per conservare l’identità di popolo) per farli lavorare, per costruire i monumenti o maneggiare il denaro. In questo l’ebraismo si distingue nettamente dagli altri due monoteismi i quali hanno il principio del proselitismo, il compito cioè di convertire più persone possibile a quella che ciascuno dei due considera la vera fede. Ben poche distinzioni invece (almeno nei secoli passati) per quanto riguarda il trattamento che i retaggi, prima culturali che religiosi, riservano alle donne nell’ambito di ogni culto in posizione inferiore, subordinata e separata dall’uomo, sebbene poi uomini e donne sono comunque destinati ad incontrarsi in certi ambiti per diventare una cosa sola, il tutto però in maniera rigidamente disciplinata. L’uomo ha sempre avuto questo rapporto ambiguo con la donna, desiderata e disprezzata allo stesso tempo, vista come impura, empia, tentatrice, veicolo dell’uomo verso il peccato e la religione non fa altro che esprimere in qualche modo tali atavismi sebbene col tempo ridimensionati. Gesù in questo è stato rivoluzionario, parlava alle donne, agli ultimi e si contrapponeva all’ebraismo ortodosso perché non metteva al primo posto la purezza di sangue, ma affermava invece che la sua famiglia era costituita da tutti coloro che ascoltavano la sua parola e seguivano i suoi insegnamenti. Col tempo, anche a prescindere da Gesù, l’ebraismo ha adattato l’interpretazione delle scritture anche in base ai mutamenti delle varie epoche. Tali mutamenti li troviamo nel Talmud, un altro testo fondamentale dell’ebraismo che contiene le trascrizioni delle interpretazioni orali della Torah ad opera dei vari maestri che succeduti nel corso dei secoli. Una corrispondenza di cio nel cristianesimo è la cosiddetta esegesi delle scritture. Una caratteristica importante dell’ebraismo è il dialogo diretto con Dio senza intermediari umani come nel caso della confessione cattolica, un dialogo diretto che molte altre fedi professano come il cristianesimo protestante. Mentre infatti l’ebraismo si distingue al suo interno per il fatto di avere correnti più aperte, moderne e moderate ed altre più rigide e tradizionaliste, il cristianesimo è suddiviso in almeno quattro tipi di fedi (ortodossi, protestanti, cattolici e anglicani) che si sono formate nel corso di ben precise vicende storiche e che non riconoscono tutte esattamente gli stessi principi e nemmeno gli stessi sacramenti. La confessione è appunto un sacramento solo cattolico ed anche la venerazione dei santi nel cattolicesimo è più sviluppata che in altre confessioni cristiane dove viene praticata solo in parte oppure per niente. Il fatto che per i cristiani delle origini e per i cattolici poi non fosse previsto il fatto di poter interagire direttamente con Dio ha portato a secoli di oscurantismo. Gli uomini di Chiesa studiavano le scritture e le conoscevano a memoria ma rigorosamente in latino e sempre rigorosamente in latino e in toni solenni dispensavano le messe, le prediche i riti e questo ha fatto si che per molto tempo la popolazione vivesse in stato di ignoranza, di paura e sottomissione, preda di superstizioni e incapace di pensare con la propria testa al di la di quello che veniva detto. È soltanto quando Martin Lutero tradusse la Bibbia in tedesco che la gente, perlomeno quella che viveva nei paesi di lingua tedesca e abbracciò il protestantesimo, cominciò a capirne di più. Per i cattolici il momento di una maggiore apertura e modernità venne col concilio vaticano secondo. Come ogni culto anche l’ebraismo ha le sue feste in parte coincidenti con quelle cristiane. Entrambi festeggiano la pasqua e la considerano la festa più importante sebbene attribuendole significati diversi. Per gli ebrei la pasqua ricorda la schiavitù in Egitto e la successiva liberazione mentre per i cristiani ricorda la resurrezione di Gesù. Ci sono dei paralleli anche nei cibi che ebrei e cristiani consumano il giorno di pasqua. Entrambi mangiano l’agnello. Per gli ebrei l’agnello ricorda la notte della decima piaga d’Egitto che prevedeva lo sterminio dei primogeniti. Per essere riconosciuti e dunque risparmiati dall’angelo sterminatore gli ebrei sacrificarono un agnello e col suo sangue segnarono gli stipiti delle porte delle loro case. Ogni anno a pasqua gli ebrei devono consumare un agnello intero per ciascuna famiglia o eventualmente più famiglie messe insieme. Per i cristiani invece l’agnello sacrificale è Gesù che visse la passione per la redenzione dei peccati dell’umanità. Entrambi consumano uova simbolo di vita. Quelle degli ebrei sono sode, quelle dei cristiani di cioccolato. Gli ebrei inoltre consumano pane azzimo ed erbe amare a ricordo della durezza della schiavitù e un impasto di mandorle e fichi secchi a ricordo dei mattoni fabbricati in Egitto. Durante la cena della pasqua ebraica è tradizione che il membro più piccolo di ciascuna famiglia chieda spiegazione di questi cibi e di questi riti e che il più anziano gli risponda raccontandogli tutta la storia. Un’altra festa comune è la pentecoste che per gli ebrei ricorda il momento in cui Mosè ricevette le tavole della legge, mentre per i cristiani ricorda la discesa dello spirito santo sugli apostoli che cominciarono poi la loro predicazione in giro per il Mondo. in entrambi i casi la pentecoste cade cinquanta giorni dopo la pasqua. Gli ebrei inoltre celebrano la festa delle capanne. A ricordo dei quarant’anni passati a vagare nel deserto gli ebrei costruiscono delle capanne fuori casa e vi si stabiliscono per una settimana a ricordo delle condizioni precarie in cui vissero i loro antenati. Questa festa può trovare una corrispondenza con quella cristiana del ringraziamento quando nel periodo autunnale era tradizione (e in alcune parrocchie lo è tutt’ora) portare in chiesa i frutti della terra come dono di ringraziamento a Dio. Poi ci sono l’anno nuovo festeggiato dagli ebrei suonando lo shoffar e che per i cristiani non corrisponde propriamente al Capodanno che segna la fine dell’anno solare, ma all’avvento che segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, il giorno della riconciliazione con Dio e dell’espiazione che prevede venticinque ore di digiuno e che nel cristianesimo trova dei riscontri col mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, la hanukkah la festa della luce durante la quale gli ebrei accendono le candele e che corrisponde al nostro Natale con gli addobbi e le luminarie e la purim, il carnevale che, esattamente come quello cristiano, prevede divertimento abbuffate e mascherate prima della penitenza che prepara alla pasqua.  Come ogni culto anche l’ebraismo ha i suoi riti che accompagnano l’individuo nel corso di tutte le fasi importanti dell’esistenza. In ambito cristiano tali riti corrispondono ai sette sacramenti con le dovute differenze. Il primo rito della vita di un ebreo è la circoncisione. Otto giorni dopo la nascita i bambini maschi ebrei vengono circoncisi mentre le bambine ricevono una piccola benedizione in sinagoga. Questo è in qualche modo il corrispondente ebraico del nostro battesimo. Esiste anche una sorta di equivalente ebraico per la nostra cresima ed è il bar-miz-va cioè il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno del maschio ebreo che, come in una sorta di rito di iniziazione, va nella sinagoga e legge la torah per la prima volta facendo in questo modo l’ingresso nella comunità degli adulti e adottando anche l’abbigliamento e gli ornamenti degli adulti durante i riti e le preghiere da quel momento in poi. Anche per le bambine è previsto un rituale analogo chiamato però bat-miz-va ed esiste solo nell’ebraismo riformato non in quello ortodosso. Crescendo arriva poi il momento del fidanzamento, con la consegna di un anello alla donna da parte dell’uomo, insieme con una promessa d’amore e di impegno ufficiale davanti alla comunità e a Dio e dopo il fidanzamento il matrimonio celebrato indifferentemente in sinagoga o in casa propria purché sotto un baldacchino, officiato dal rabbino e durante il quale lo sposo rompe un bicchiere in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. È tradizione per gli ebrei, anche in momenti di festa, riservare sempre un ricordo a un qualche momento doloroso della loro storia. Ad un certo punto arriva anche il momento della morte. Chi ne è in grado prima di morire recita lo shemah Israel oppure viene letto dai familiari poi c’è il rituale della sepoltura e i parenti si lacerano le vesti. Questo nel rituale ortodosso (oggi non ci si lacera comunque proprio le vesti bensì degli stracci) a simboleggiare un legame affettivo che si lacera e viene a mancare. Gli ebrei ortodossi proibiscono la cremazione mentre i riformati no. Sulle tombe dei morti non si portano fiori, ma pietruzze. Una peculiarità che appartiene al culto ebraico e non a quello cristiano consiste nelle restrizioni alimentari. Per gli ebrei alcuni cibi sono impuri e non si possono mangiare come prescritto in un passo del Deuteronomio. Gli ebrei non possono mangiano carne di maiale (cosa che hanno in comune coi musulmani) non mangiano volatili ad eccezione di quelli domestici, ne pesci ad eccezione di quelli con le squame, mangiano carne macellata soltanto da un macellaio ebreo privo di difetti fisici che taglia di netto la gola dell’animale e toglie tutto il sangue (che non può essere consumato perché considerato in qualche modo sede della vita) e non la cucinano mai abbinata al latte e ai suoi derivati. Gesù con le sue predicazioni tra le altre cose rivoluzionerà anche questa concezione, dirà che non è impuro cio che entra nella bocca dell’uomo ma cio che ne esce. Ecco perché i cristiani non hanno restrizioni alimentari. Cristiani ed ebrei per molti secoli sono riusciti ad avere solo conflitti e nessun dialogo nessuna apertura tra loro. I cristiani non perdonavano agli ebrei il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia figlio di Dio, la sua morte, il mancato riconoscimento del nuovo testamento e, in tempi antichi, il fatto di manipolare il denaro, inizialmente associato dai cristiani al demonio (finchè anche loro poi hanno dovuto usarlo). Gli ebrei sono stati incolpati di ogni sciagura. Della peste nera nel Trecento, del disastro economico in Germania negli anni Trenta e così via. Bisognerà attendere il concilio vaticano secondo indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI per una prima apertura. Paolo VI scriverà addirittura un’enciclica che libererà gli ebrei da ogni accusa mossa loro in passato e prima di lui Giovanni XXIII ha modificato la liturgia del venerdì santo che prevedeva la frase “preghiamo per i perfidi ebrei”, frase che è stata tolta. Nel 1986 papa Giovanni Paolo II ha incontrato il rabbino capo Elio Toaff è entrato in sinagoga e ha chiamato gli ebrei fratelli maggiori e successivamente si recato in Israele a pregare di fronte al muro del pianto cosa che ha fatto anche Benedetto XVI  e che ha in programma anche papa Francesco. Il tutto per costruire insieme un cammino di pace che gli ebrei attendono da secoli, ma che per loro non è ancora giunta.

Si è conclusa in questo modo la prima parte del cammino alla scoperta dei tre monoteismi.

 

3-religioni-mono

La seconda serata si è svolta il 4 aprile alla stessa ora e con le stesse modalità. In questa serata partendo dal cristianesimo e viste già le sue radici ben piantate nell’ebraismo, si indagano i rapporti con l’islam.

La parola islam pronunciata in arabo con l’accento lungo sulla a significa sottomissione a Dio. Tra le religioni monoteiste rivelate è la più recente e pone principalmente l’attenzione su due realtà: l’uomo e Dio due realtà distinte, ma allo stesso tempo accomunate dai riti, dalle leggi sociali, dalle leggi del popolo. L’islam non è solo una religione, ma anche una comunità, l’hunnà, con una storia vastissima, una cultura, un’arte, trasmessa nel corso dell’espansione di questa comunità religiosa lungo tutto il bacino del mediterraneo e verso l’estremo oriente. Come ogni culto anche l’islam ha i suoi simboli. Il simbolo certamente più conosciuto è la mezzaluna con la stella che compare anche su molte bandiere di stati musulmani e che non nasce inizialmente come simbolo religioso perché l’islam in origine non aveva simboli particolari. Questo simbolo è preislamico cioè precedente alla sua diffusione e si riferisce ad un fatto storico. Quando Filippo II  di Macedonia invade la città di Bisanzio organizza un attacco notturno sotto le mura col favore delle tenebre quando ad un certo punto il vento disperde le nubi, in cielo compare una falce di luna che schiarisce il cielo permettendo alle guardie delle mura di vedere gli assedianti, dare l’allarme e costringerli al ritiro. In seguito a cio la falce di luna comincia a diventare il tema portante di molti manufatti come simbolo di salvezza. Nel mondo arabo inoltre la parola che indica la mezzaluna ha anche un riferimento numerico, ha lo stesso simbolo numerico della parola Allah pertanto la mezzaluna rappresenta Allah e la stella a cinque punte di conseguenza rappresenta Maometto, il profeta di Allah che sta ai suoi piedi. Oltre a questo simbolo i musulmani ne hanno altri due riprodotti su amuleti che portano al collo o al polso oppure tengono in casa per tenere lontane le malattie, le sventure, la malasorte eccetera. Uno dei due simboli si chiama la mano di Fatima cioè la figlia del profeta Maometto che vide un giorno suo marito in compagnia di una concubina, immerse la mano in una pentola di acqua bollente, ma non sentì dolore e questo per i musulmani è sintomo di forte autocontrollo. Le cinque dita della mano di Fatima rappresentano i cinque pilastri dell’islam. Anche gli ebrei hanno un amuleto simile, ma lo chiamano la mano di Miriam le cui cinque dita rappresentano i cinque libri della Torah. L’altro simbolo-amuleto è l’occhio di Allah molto diffuso in Marocco e spesso sovrapposto alla mano di Fatima. La penisola araba è il cuore dell’islam, il suo luogo di origine nonché di nascita del profeta Maometto (cioè colui che è lodato, questo il significato del nome) in povertà e rimasto presto orfano accudito da uno zio che lo avvia alla professione del carovaniere. Tutti a quel tempo e in quel luogo erano nomadi, commerciavano e si spostavano su carovane fermandosi solo di quando in quando presso oasi o santuari. Tali comunità veneravano molti dei associati agli elementi della natura, si muovevano seguendo le stelle. Tra le comunità che vivevano nella penisola araba a quel tempo c’erano però anche comunità cristiane ed ebraiche. Le prime avevano scarsa cultura e scarsa pratica di commercio. Le seconde disponevano di eccellenti risorse intellettuali, le uniche cose che potevano portare con se nel corso di esili e peregrinazioni per potersi di volta in volta adattare a terre nuove. Maometto nel corso dei suoi viaggi incontra queste comunità e comincia a riflettere sul dio unico che premia i buoni e punisce i malvagi. Seguendo l’esempio degli eremiti cristiani va in ritiro spirituale nelle caverne e li, durante le sue meditazioni, riceve anche le rivelazioni dell’angelo Gibril (Gabriele) che lo esorta a diffondere la fede che ha appreso in tutto il mondo ed egli lo farà e non sarà solo. Viaggiando Maometto ha trovato anche una compagna di quindici anni più vecchia di lui, la vedova Kadija, che lo sosterrà e lo seguirà nel corso delle sue predicazioni insieme con il cugino Alì e il commerciante Abubacr, che ne diverrà il successore. Ecco come nasce e si diffonde l’islam, una dottrina che crede negli angeli, nei demoni, nei jin (spiriti che appaiono e che possono essere sia buoni che cattivi), una dottrina che però teme fortemente la tentazione dell’idolatria e infatti vieta le rappresentazioni sacre, vieta di rappresentare le persone, la venerazione deve essere riservata solo al dio unico come recita anche il primo dei cinque pilastri della religione islamica cui si faceva poc’anzi riferimento: non vi è altro dio all’infuori di Allah e di Maometto suo profeta, un principio che richiama allo shemah Israel degli ebrei e al credo cristiano, un principio che non impedisce comunque ai musulmani di riconoscere anche dei profeti precedenti a Maometto che compaiono anche nella Torah ebraica e nella nostra Bibbia. Anche i musulmani parlano di Abramo, di Ismaele (anzi dicono di essere la discendenza di Ismaele, la discendenza promessa da Abramo quando lo ha allontanato insieme alla madre dopo la nascita di Isacco che Abramo ha avuto da sua moglie), di Isacco, di Giacobbe, di Salomone e di Gesù cui essi non attribuiscono lo status di figlio di Dio bensì quello di grande profeta che ha compiuto il disegno di Dio aprendo poi la strada a Maometto come ultimo e definitivo profeta. Il secondo pilastro è la preghiera cinque volte al giorno secondo un rituale ben preciso. Col viso sempre rivolto verso La Mecca (la città santa dove Maometto è nato) sopra una stuoia, un tappeto, un cartone o un pezzo di stoffa, ma mai a diretto contatto con la terra impura e seguendo una precisa gestualità: prima in piedi poi in ginocchio, poi sdraiati con la fronte, i piedi e le ginocchia al contatto col supporto ad indicare come l’uomo cerchi l’elevazione verso Dio, ma nello stesso tempo si prostra ai suoi piedi, si umilia di fronte ad esso. È il muezzin a richiamare alla preghiera cinque volte al giorno dall’alto del minareto le torri che circondano la moschea e sono un po’ l’equivalente dei campanili cristiani che attraverso il suono delle campane richiama alle funzioni. Il terzo pilastro è il ramadan, il mese del digiuno. Per un mese intero dall’alba al tramonto ogni giorno non si beve, non si mangia, non si fuma, non ci si lava, non ci si profuma e ci si astiene dai rapporti sessuali. A partire dalla pubertà (per le ragazze dal menarca cioè la prima mestruazione) tutti osservano il ramadan ad eccezione delle persone molto vecchie, i malati, le donne incinte o che allattano e quelle col ciclo solo nella settimana in cui sono impure che devono poi recuperare in seguito. Il quarto pilastro è l’elemosina obbligatoria per aiutare poveri e bisognosi, soprattutto vedove ed orfani, ma anche per le spese delle moschee. Il quinto e ultimo pilastro prevede il pellegrinaggio a La Mecca, obbligatorio almeno una volta nella vita. Una volta giunti, vestiti tutti con abiti bianchi senza cuciture a sottolineare l’uguaglianza, bisogna fare sette giri intorno alla Kaaba, una pietra nera che troneggia al centro della piazza principale della città , la piazza con la moschea. Questa reliquia è l’unica risalente all’epoca e ai culti preislamici che Maometto nel corso del suo cammino di predicazione non ha distrutto, ma assimilato. Secondo la leggenda è un meteorite nero a causa dei peccati dell’uomo perché l’islam non ha trovato ancora abbastanza diffusione nel mondo. Quando tutti diventeranno retti musulmani, secondo la leggenda, la pietra diverrà bianca. Anche le donne si recano in pellegrinaggio, ma accompagnate da un maschio della famiglia che fa da tutore e che può essere il padre, il marito o un fratello. Le donne non sono considerate esseri autonomi e sono generalmente ritenute inferiori. Nel mondo arabo in questo senso non si registrano troppe aperture. Durante i pellegrinaggi molta gente si accalca tutta in una volta specie nei periodi prestabiliti dal calendario islamico. Molte persone vengono schiacciate e altre muoiono negli accampamenti improvvisati da fornelletti e fuochi accesi per scaldarsi perché non hanno trovato posto negli alberghi. Durante i culti, i pellegrinaggi, le preghiere, i non musulmani non possono accedere ai luoghi preposti e anche in periodi, diciamo più neutri devono chiedere permessi. I musulmani sono molto più restrittivi rispetto a ebrei e cristiani per quanto riguarda l’accesso ai luoghi sacri. Anche i musulmani hanno il loro testo sacro, il Corano, però riconoscono anche la Torah, i salmi e i vangeli nonché la Sunnà, raccolta di detti, racconti e leggi della giurisprudenza islamica. Il Corano contiene la parola di Allah, da sempre esistente, increata, chiamata la madre del libro. Per vent’anni è stata trasmessa a Maometto da Gibril ma egli non l’ha scritta così come non ha mai messo per iscritto la Sunnà limitandosi a raccoglierne i contenuti. Sono stati i discepoli a scrivere tutto inizialmente su pietre, pelli di animali e scapole di cervo.  Hanno trascritto il Corano e anche la Sunnà che viene interpretata dagli Ulema, dei saggi, i giudici. A loro vengono poste tutte le questioni che possono interessare la comunità ed essi, leggendo e interpretando la Sunnà, emettono un verdetto definitivo. Per quanto riguarda il Corano è composto da 114 sure (capitoli) per un totale di 6633 versetti. Ogni casa contiene una copia del Corano in un angolo appositamente preposto e spesso avvolta in un foulard di seta. Il giorno che i musulmani dedicano al riposo e alla preghiera è il venerdì. I musulmani pensano che quando verrà il momento di incontrare l’Altissimo i primi ad andargli incontro saranno proprio loro seguiti dagli ebrei e dai cristiani. Ecco perché il loro giorno di preghiera viene prima rispetto a quelli delle altre due religioni. Il venerdì si va nella moschea a pregare tutti insieme spalla contro spalla su un pavimento pieno di tappeti. Ma la moschea non è soltanto luogo di culto, di preghiera o di riflessione personale come può essere la chiesa per noi. La moschea è anche scuola coranica, luogo di ritrovo, di ristoro dove si va anche a mangiare, dove si incontra il medico e l’imam che ogni venerdì sceglie, legge e commenta un brano del Corano facendo anche degli interventi sociali e politici messaggi a volte sbagliati che possono portare al compimento di atti terroristici, motivo per cui gli imam vengono controllati dai servizi segreti. Prima di accedere alla moschea bisogna fare le abluzioni all’ingresso o anche a casa, pulirsi accuratamente per purificare tutte quelle parti del corpo che possono costituire veicolo di peccato. Alla moschea poi si accede senza scarpe e questo vale per chiunque accede anche non musulmani. Persino papa Benedetto XVI si tolse le scarpe. Ma che cos’è il peccato per i musulmani? Come per tutti i culti peccato è fondamentalmente non seguire ciò che dio ha prescritto e dunque nel caso specifico non seguire il corano, non seguire i pilastri, non andare in moschea il venerdì, non credere, non attenersi ai precetti. Loro hanno un’idea netta di bene e male di Paradiso e Inferno dove i malvagi vengono portati a cospetto di Satana che i musulmani credono un angelo caduto perché non si è voluto inginocchiare a cospetto di Abramo. Per i musulmani non esiste la bestemmia, prerogativa dei cattolici. I musulmani immigrati nel nostro Paese si sentono in diritto di bestemmiare il nostro Dio perché sentono che noi italiani, che dovremmo credere e rispettare la nostra fede, come i musulmani rispettano la loro, non lo facciamo. Loro credono anche che la donna nasca senza l’anima per questo è inferiore e necessita di sottostare all’autorità dell’uomo. La salvezza della donna risiede totalmente nelle mani di Allah pertanto la donna deve fare ancora più attenzione rispetto all’uomo nel comportarsi bene. Occorre fare una distinzione però tra i Paesi eccessivamente rigidi e fondamentalisti e quelli che permettono una maggiore influenza della cultura occidentale. Nei Paesi fondamentalisti le donne devono coprirsi a partire dalla pubertà, dal menarca. In realtà il Corano dice che devono coprirsi solo all’interno dei luoghi di culto, ma poi l’uomo ha voluto dire la sua assimilando il corpo femminile ad uno strumento di tentazione che trascina l’uomo verso il peccato e il desiderio carnale così nel mondo islamico si vedono spesso donne coperte. Si va da quelle che coprono i capelli a quelle che lasciano scoperti solo gli occhi o solo la faccia a chi copre tutto come in Afghanistan dove alle donne è proibito, pena la flagellazione, leggere, scrivere, farsi una cultura propria. I talebani afghani affermano di applicare la sharia cioè la legge islamica contenuta nella Sunnà, una legge che vale sia in ambito civile che religioso due ambiti che nel contesto islamico non sono separati, una legge che prevede anche la lapidazione degli adulteri (una legge che anche gli ebrei avevano come testimoniano i vangeli che raccontano di Gesù che difende l’adultera dicendo “chi è senza peccato scagli per primo la pietra conto di lei”) con due pesi e due misure. Sia uomini che donne sono prigionieri in una buca, ma l’uomo emerge dalla terra più che la donna e riesce più facilmente a scappare. Se durante la lapidazione si riesce a scappare la gente vede in questo un intervento di Allah e tutto viene sospeso. Per la donna questo intervento può risiedere solo nella speranza di essere ferita dai sassi e non uccisa. Ma come dicevamo, esistono anche Paesi più aperti dove sorgono movimenti femministi che si ergono contro questi principi islamici che sono a sfavore delle donne e dove portare il velo o meno diventa una libera scelta diventa espressione della propria fede del fatto di praticarla. Capita dunque di vedere nelle medesime città donne occidentalizzate accanto a donne tradizionali che non sempre sono così perché obbligate dai padri i quali al contrario a volte confidano nel buon senso delle loro figlie più che nelle restrizioni. L’islam sembra dunque un mondo che si fonda moltissimo sulle contraddizioni e questo è tanto più chiaro se si osservano i riti musulmani che, come nel caso di tutte le altre religioni, accompagnano l’individuo dalla nascita alla morte. Quando nasce un bambino si recita una preghiera al suo orecchio destro e una al suo orecchio sinistro gli si da un bel nome e lo si deve dare al feto anche in caso di aborto. Per un maschio si fa una grande festa e si uccidono due pecore. La femmina non viene festeggiata e per lei si uccide una pecora sola. I musulmani dunque sottolineano sin da principio la loro idea di superiorità del maschio poi però arriva il momento del matrimonio ed emergono molte contraddizioni: per principio il matrimonio deve essere espressione di amore reciproco, per principio religioso proprio, ma poi la donna è di fatto una proprietà del marito sottomessa a lui e il trattamento che riceverà sta tutto nella lungimiranza del maschio nella sua scelta di essere aperto o tradizionalista. Secondo il principio religioso un padre non può obbligare la figlia a restare nubile a sposarsi non può sceglierle il marito, ma a conti fatti questi principi non sono osservati in tutti i Paesi musulmani allo stesso modo. Inoltre mentre la donna deve essere fedele al marito e non avere altri uomini, l’uomo non ha un vero e proprio obbligo di fedeltà e può avere sino a quattro mogli, anche se poi dovrebbe trattarle tutte allo stesso modo senza trascurarne nessuna. Il matrimonio musulmano non prevede la parità tra i coniugi anzi nel mondo musulmano i figli appartengono solo al padre. Ecco perché un uomo musulmano può sposare donne ebree o cristiane (chiamate le agenti del libro per sottolineare origini religiose comuni) ma non può accadere il contrario. Dopo la nascita e il matrimonio arriva il momento della morte. Anche al defunto si recitano preghiere in particolar modo la professione di fede, si lava il corpo lo si avvolge in un sudario e lo si seppellisce nelle terra rivolto verso La Mecca e quando si trovano in un Paese straniero i musulmani o cercano di far rimpatriare la salma nella terra d’origine o comunque rifiutano di essere seppelliti accanto a non musulmani. In qualche modo questa maggiore chiusura e ostinazione a mantenersi separati da altre fedi, a voler convertire tutti per forza più di quanto facessero i cristiani secoli fa è un tratto che colpisce della religione musulmana, un tratto che fa riflettere, un tratto che rende più difficili i rapporti tra cristiani e musulmani che non tra cristiani ed ebrei. Tra tutti e tre i monoteismi le ragioni di dissapore molto spesso vanno ben oltre le ragioni di fede, non si tratta soltanto di dire che si venera lo stesso Dio ma con forme e rituali diversi altrimenti non si sarebbe dovuto aspettare il secolo scorso per cominciare a vedere segni di apertura, volontà di dialogo interreligioso addirittura universale come l’incontro ecumenico di Assisi che vide la partecipazione di tutte le ramificazioni dei tre monoteismi, ma anche delle religioni orientali e animiste tribali di varie popolazioni sparse per il Mondo come i nativi americani. Le ragioni dei dissapori hanno molto più spesso una radice culturale si ritrovano nella Storia. Ad oggi musulmani ed ebrei si contendono il territorio dello stato d’Israele. Secoli fa la missione divina delle crociate di liberare il santo sepolcro dagli infedeli nascondeva anche l’intento di aprirsi nuovamente le rotte commerciali che i turchi avevano chiuso. In secoli più recenti oggetto d’interesse era il petrolio e in mezzo a tutto ciò troviamo pregiudizi culturali dovuti appunto all’ignoranza che porta a chiudersi in se stessi. Ecco perché al cristiano il musulmano appare violento e retrogrado anche per la questione della guerra santa (che ha la sua origine nell’episodio storico della cacciata di Maometto da La Mecca in seguito al quale si è rifugiato a Medina. A La Mecca nessuno voleva ascoltare Maometto, la nuova fede avrebbe provocato crisi all’economia basata sul commercio degli idoli pagani mentre invece Medina accolse Maometto perché rivale di La Mecca e quando Maometto ricevette dall’angelo Gabriele l’esortazione a diffondere la fede con ogni mezzo, anche con la guerra, Medina combatté con Maometto contro La Mecca) mentre agli occhi del musulmano l’occidente è il male, è corrotto, è vizioso. Due punti nevralgici della questione riguardano la posizione della donna che nell’occidente ha conquistato dopo secoli e secoli maggiore libertà e l’educazione religiosa dei bambini all’interno della famiglia che i cristiani col tempo hanno perso e invece le altre fedi hanno mantenuto. Questi sono spunti da cui dovrebbe partire un dialogo che abbia come obiettivo l’incontro pacifico tra quelle che in fin dei conti sono le tre religioni dell’unico Dio.

Ed è con questo augurio di pace dialogo e fratellanza futura che si è conclusa questa sera l’ultima serata (per ora) dedicata alla cultura religiosa. Perché per essere fratelli bisogna amarsi almeno un po’ ma si può amare e dunque non temere solo ciò che si conosce.

Antonella Alemanni

LA RELIGIONE GRECA

Nel secondo millennio a.C. la religione dei popoli di Creta e di Micene consisteva principalmente nel culto della fecondità e fertilità collegato alla dea madre.

Dea dei Serpenti dal Tesoro Sacro del palazzo di Cnosso, 1600 a.C.

Dea dei Serpenti dal Tesoro Sacro del palazzo di Cnosso, 1600 a.C

Dea dei Serpenti, Egeo, Creta, 1600 a.C.

Dea dei Serpenti, Egeo, Creta, 1600 a.C.

Nel 1100 a.C. tale culto fu sconvolto dai Dori, popolo invasore proveniente dalla Grecia Centrale, la cui religione si imperniava sugli dèi dell’Olimpo. Al tempo di Omero (intorno al IX secolo a.C.) la forma che la religione greca doveva mantenere poi per più di sei secoli era già ben determinata: il culto della dea-madre si era offuscato e, benché sopravvissero tracce della primitiva religione, erano gli dèi dell’Olimpo con a capo Zeus ad avere il sopravvento.

Busto di Zeus esposto al Museo archeologico Nazionale di Napoli

Busto di Zeus esposto al Museo archeologico Nazionale di Napoli

Benché il Zeus fosse il sommo, i Greci lo consideravano più il governatore del mondo che il suo creatore. In verità, persino la sua supremazia era limitata dal fatto che gli altri dèi possedevano volontà e funzioni indipendenti. Fra essi i più importanti erano: Apollo (identificato anche con Febo, il dio della luce), che si interessava di medicina, di animali, di musica e dell’oracolo di Delfi; Era, sposa di Zeus e protettrice del matrimonio; Poseidone, dio del mare e provocatore dei terremoti; Atena, patrona della città stato di Atene e dell’ arte; Afrodite, dea dell’amore. Ancora poco importante ai tempi di Omero, giunse più tardi a occupare uno dei primi posti Dionisio, divinità della vegetazione e figura centrale di culti misterici.  Atena e Afrodite sono probabilmente superstiti del culto preolimpico della dea madre, che assunse importanza nei misteri eleusini, riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi.

Placca votiva in terracotta, ritrovata nel santuario di Eleusi, Grecia, IV secolo a.C.

Placca votiva in terracotta, ritrovata nel santuario di Eleusi, Grecia, IV secolo a.C.

Man mano che la città-stato si sviluppava, la religione si mescolava sempre più alla vita politica e civica. Il culto pubblico veniva disciplinato dalla comunità, più che da una casta sacerdotale, e le numerose feste (70 all’anno) diventavano occasioni per atti ufficiali, come il ricevimento di ambasciatori, le onoranze a cittadini e così via. Questo formalismo spiega in parte perché certi culti misterici- l’orfismo e i misteri eleusini, per esempio- presero piede: essi appagavano i bisogni individuali come non erano in grado di fare le cerimonie civiche. Molti Greci, inoltre, erano sempre più scontenti della mitologia omerica, perché gli dèi dell’Olimpo rispecchiavano i costumi di un’aristocrazia conquistatrice. La mitologia olimpica venne sottoposta ad una critica severa durante l’età classica (V e IV secolo a.C.) soprattutto da Platone.

La disputa tra Appolo e Ercole per il tripode. Pelike attica(tipo di anfora greca con corpo rigonfio nella parte inferiore, usato nella ceramica attica dal 6° al 4° sec. a. C.) a figure rosse, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma

La disputa tra Apollo ed Ercole per il tripode.
Pelike attica(tipo di anfora greca con corpo rigonfio nella parte inferiore, usato nella ceramica attica dal 6° al 4° sec. a. C.) a figure rosse, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma

Dipinto vascolare raffigurante Zeus che invia un'aquila a divorare il fegato di Prometeo.

Dipinto vascolare raffigurante Zeus che invia un’aquila a divorare il fegato di Prometeo.

Il busto di Platone( 427-347 a.C. circa), il filosofo che rilevò l'assoluta mancanza di valori etici della mitologia greca.

Il busto di Platone( 427-347 a.C. circa), il filosofo che rilevò l’assoluta mancanza di valori etici della mitologia greca.

Ciò nonostante, la religione formale comprendeva una serie di feste importanti dal punto di vista spirituale e culturale: il teatro ad esempio, traeva le sue origini da rappresentazioni religiose e culti misterici. Alcune di queste manifestazioni erano panelleniche e promuovevano in questo modo l’unità delle popolazioni greche. Fra esse le due più significative erano i giochi olimpici e quelli pitici, i quali comprendevano gare atletiche e concorsi di musica e di poesia.

A incoraggiare l’unità greca c’era un’altra forza religiosa- l’oracolo di Delfi. Qui la sacerdotessa dava, in veste di portavoce di Apollo, consigli enigmatici su questioni religiose, etiche e politiche ai postulanti provenienti dalle diverse città-stato.

Gli scrittori delle tragedie classiche seguirono i dettami della religione formale ed espressero certe idee chiave che nei miti olimpici di Omero si possono vagamente intravedere. Così Eschilo personificò nelle sue opere i concetti di fato – la forza che controlla le faccende umane sia tramite la volontà degli dèi, sia attraverso le passioni degli uomini- e di hybris – ciò che spinge l’uomo a cercare l’uguaglianza con gli dèi, attirando perciò le catastrofi.

Ma alla fine dell’età classica, l’influenza della religione tradizionale sui cittadini greci colti andava diminuendo: ci si volgeva o ai vari culti misterici, che offrivano una partecipazione personale, o ai credi razionalistici dei filosofi. Dopo la conquista e l’unificazione della Grecia da parte di Alessandro Magno questo processo si accentuò, cosi che stoicismo e epicureismo giunsero a esercitare un forte fascino; contemporaneamente i culti ufficiali incorporarono quello dei nuovi governanti, un costume persiano adottato da Alessandro. Questo tipo di culto politico fu più tardi tributato agli imperatori romani per alcuni secoli.

Se tuttavia al livello mitologico gli dèi dell’Olimpo finirono col non avere più molto significato spirituale per i Greci colti, la loro brillante mondanità si dimostrò il meraviglioso modello sul quale venne plasmata l’arte greca: il naturalismo e le proporzioni della scultura greca riproducevano infatti la descrizione omerica degli dèi come uomini trasfigurati.

Matilde,Marta Francesca,Lucica

LA RELIGIONE MESOPOTAMICA

La religione della Mesopotamia (letteralmente, il paese “tra i fiumi” Tigri ed Eufrate) ebbe origine fra i Sumeri. Per lingua e ascendenza essi erano estranei ai due gruppi principali antichi dell’Asia occidentale, i Semiti e gli Indoeuropei.

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Stele recante le principali divinità mesopotamiche con i loro simboli

Furono tre gli dèi che dominarono il pantheon sumerico: Anu, il dio del cielo, Enlil, il dio del vento, e Enki o Ea, il dio delle acque. Essi governavano dunque le tre divisioni del cosmo: Anu, benché in teoria il sommo, aveva un’influenza minima nelle cose umane ed era Enlil, il suo braccio destro, che governava la Terra. I Sumeri riconoscevano centinaia di altri dèi, i cui nomi e le cui qualità variavano da una città stato all’altra. Con i mutamenti di potere politico questi dèi minori assunsero sempre maggiore importanza e furono aggiunti ai tre dèi principali, giungendo talvolta persino a prenderne il posto. Fu così che nel corso del II millennio a.C. il dio babilonese del Sole e della vegetazione, Marduk, usurpò il posto di Enlil. Marduk era l’eroe del poema “Enuma elish” – Epopea della Creazione- (che risale a un originale sumerico del II millennio, ma ci è giunto solo in una versione del VII secolo a.C.), nel quale è narrato come egli sopraffacesse la dea Tiamat e divenisse re degli dèi. Marduk organizzò poi l’universo e creò l’uomo dalla creta e dal sangue della dea Tiamat.

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Foto della stele contenente l’ Epopea della Creazione”

Ogni anno, durante le feste di primavera, sacerdoti e popolo tornavano a recitare questo mito della creazione, che simboleggiava il rinnovarsi della natura, assieme al mito che narrava la morte e la resurrezione di Marduk. In esso Marduk riceve gli attributi del dio della vegetazione, Tammuz, marito e figlio della dea-madre Ishtar. La dea Ishtar compare anche nella mitologia ebraica, e fusa con la dea Iside, nel tardo mondo ellenistico.

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La dea Ishtar

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Il dio della saggezza Enki  (accadico Ea), tradizionalmente raffigurato con la barba lunga e flutti di acqua e di pesci che sgorgano dalle sue spalle mentre risale una montagna. Alla sua sinistra la dea alata  Inanna (sumero, babilonese Ishtar) in forma antropomorfa e con le ali.Parte di una impronta di sigillo cilindrico risalente al XXIII secolo a.C. conservato presso il  British Museum, Londra.

Più tardi, sotto gli Assiri, il dio Ashshur eclissò Marduk, ma successivamente il potere si spostò nuovamente e Marduk fu riabilitato. Questa volta tuttavia c’era una differenza importante, perché Marduk aveva ottenuto come nome proprio il titolo di Bel,Signore“. Sotto questo riguardo la religione mesopotamica dava segno di avvicinarsi a una fede in un unico sommo Dio. Gli scritti assiri e babilonesi dimostrano chiaramente che il popolo considerava quei cambiamenti politici il risultato di movimenti nel regno degli dèi. Si riteneva infatti che la posizione dei grandi dèi influisse sul potere delle città e degli Stati ai quali quegli dèi erano più legati.

Benché le feste di primavera e i miti connessi fossero simili al mito egizio di Osiride, l’atteggiamento della religione mesopotamica verso la morte era alquanto diverso. I Mesopotamici si identificavano col morente e risorgente Tammuz (Marduk) al fine di recuperare la salute piuttosto che per assicurarsi l’immortalità. Il poema epico babilonese “Gilgamesh” dimostra infatti che essi alla fine si adattavano alla morte del corpo.

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Gilgamesh che domina un leone, fregio dal palazzo di Sargon II, Museo del Louvre

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 Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI in argilla, con la storia del Diluvio Universale, scritta in caratteri cuneiformi in lingua accadica, British Museum, Londra

L’eroe Gilgamesh parte alla ricerca di Utnapishtim (il corrispondente babilonese di Noè), al quale è stato svelato da Enlil il segreto dell’immortalità, dono che gli dèi della Mesopotamia tenevano di solito con gran cura celato agli uomini. Utnapishtim era perciò l’unico che possedesse la vita eterna. Egli parla a Gilgamesh di una pianta che dà l’eterna giovinezza, e Gilgamesh trova la pianta ma solo per venirne derubato da un serpente. E’ costretto quindi a prendere la via di ritorno e ad affrontare l’ineluttabilità della morte. La stessa concezione appare nel mito di Adapa, il quale rappresenta il genere umano: Adapa offende Anu, dio del cielo, e si reca da lui per spiegargli il suo atto, dopo aver ricevuto da Ea, dea delle acque,  l’avvertimento di non mangiare o bere nulla. Anu rimane colpito da Adapa a tal punto che gli offre il cibo e l’acqua della vita, ma Adapa li rifiuta senza rendersi conto di perdere così l’immortalità.

Ciò nonostante i popoli mesopotamici credevano in un certo genere di vita dopo la morte, ma i loro documenti descrivono l’aldilà come un triste, oscuro paese da cui non si ritorna, abitato da esseri “adorni d’ali”, che si cibano di terra e di creta. Questa non è tanto fede nell’immortalità, quanto in un’esistenza che prosegue, dopo la morte, sottoterra. La religione mesopotamica si accentrava insomma sulla vita in questo modo, dove i destini umani erano decisi dagli dèi.

                                                                                                                                                                       Lucica

L’UOMO E LA RELIGIONE

E’ ragionevole supporre che i primi pensieri dell’uomo fossero strettamente pratici. E poiché il mondo non si adatta sempre ai bisogni dell’uomo (i terreni di caccia possono impoverirsi di selvaggina, il maltempo può distruggere i raccolti, persone care o necessarie possono ammalarsi o morire), fu naturale per l’uomo pensare e sperare che, in tali circostanze, qualcun altro potesse fare per lui quello che egli stesso non poteva fare, che qualcuno potesse essere per l’adulto, quello che il padre è per il figlioletto debole e indifeso. Ai suoi inizi, quindi , la religione dove essere tanto necessaria e pratica quanto il resto dell’attività mentale dell’uomo. Questo aiuto è spesso simboleggiato dalla mano di Dio che si protende verso la terra per dare aiuto e assistenza all’uomo.

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Anche quando prevalse il lato più spirituale, del resto, la religione non perse completamente questo rapporto con i bisogni istintivi: gli uomini temono la morte, si sdegnano delle ingiustizie della sorte terrena, esigono un compenso ai sacrifici. Considerare la religione a questo livello, non significa affatto disprezzarla o respingerla come un’illusione appartenente all’infanzia dell’umanità: ciò che deve essere cominciato come perseguimento attraverso la magia di mete inaccessibili ai mezzi ordinari, si sviluppò col tempo fino a dar vita a un sistema di pensiero completo ed esauriente- inteso a dare all’uomo un concetto della natura e degli scopi del mondo, e uno schema di principi cui uniformare i propri rapporti con i suoi simili-, sistema di pensiero dal quale nacquero la filosofia e la scienza.

                                                                                                                              Lucica