LEONARDO FILOSOFO

Ogni nostra cognizione principia dai sentimenti

 Leonardo da Vinci

Plato-raphael

Il filosofo Platone con il volto di Leonardo da Vinci (Raffaello,”Scuola di Atene”, part.,Vaticano)

Leonardo da Vinci non fu filosofo di professione, ma il suo ingegno universale lo indusse a interessarsi dei problemi filosofici, come d’ogni altro genere di problemi in cui potesse esercitarsi quella sua curiosità intellettuale inesauribile (che doveva fargli cercare i libri, se non le scuole dei filosofi) e la sua magnanima aspirazione a pensare, a comprendere, o per lo meno a scrutare ogni difficoltà, ogni mistero. In lui infatti non è difficile sorprendere qualche eco degli insegnamenti platonici del Ficino e del Pico, dei quali è probabile che nel periodo giovanile fiorentino della sua vita egli abbia avuto conoscenza personale, mentre forte batte l’accento della sua riflessione sulla necessità dell’esperienza, cui la sua stessa indagine inquieta, ansiosa di tutto ciò che fosse osservabile direttamente in natura, gli faceva sentire l’importanza. Come i pensatori del suo tempo, figli dell’Umanesimo, rifiuta e combatte il principio di autorità per appellarsi appunto all’esperienza sensibile: . “Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le mie prove esser contro all’alturità (autorità) d’alquanti omini di gran reverenza a presso de’ loro inesperti iudizi, non considerando le mie cose essere nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera“.

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Maestra di sapere, ma anche maestra di operare: “Queste regole, prosegue infatti Leonardo, son cagione di farti conoscere il vero dal falso; la qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili, e con più moderanza; che tu non ti veli d’ignoranza; che farebbe che, non avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia”.

Perciò la scienza secondo Leonardo, non vuol essere libresca, ma fondata sull’esperienza: “Se bene, come loro, non sapessi allegare gli altori, molto maggiore e più degna cosa a leggere allegando la sperienza, maestra ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non delle loro, ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedono. E se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati!”.

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Nel Trattato della pittura, dice anche più energicamente: “Ma a me pare che quelle scienzie sieno vane e piene di errori, le quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza; cioè, che la loro origine e mezzo o fine non passa per nessuno de’ cinque sensi. E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per li sensi, quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi, come dell’essenzia di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre si disputa e contende! E veramente accade, che sempre dove manca la ragione, suplisse le grida; la qual cosa non accade nelle cose certe. Dove si grida, non è vera scienzia, perché la verità ha un sol termine; il quale essendo publicato, il letigio resta in eterno distrutto. E la verità giunge al suo termine mediante le scienze che “la sperienzia ha fatto penetrare per li sensi, e posto silenzio alla lingua de’ litiganti”.

Ma Leonardo non è un empirista o un antesignano, come si ripete erroneamente, della filosofia sperimentale. L’esperienza dei sensi, per lui, non basta.

Nello stesso luogo del Trattato della pittura, della scienza vera che, fondata sull’esperienza, non “pasce di sogni li suoi investigatori“, egli, rivendicando i diritti della deduzione razionale, ossia del pensiero, dice “sempre sopra li primi veri e noti principi procede successivamente e con vere seguenzie in sino al fine”. Platonicamente egli nel Codice Trivulziano (f. 33 r.) sentenzia che “i sensi sono terrestri, la ragione sta for di quelli, quando contempla”. Perciò, esperienza sì, ma poi ragione. “Ricòrdati quando comenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi la ragione“.

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E il perché di questo superiore intervento è detto da Leonardo (Cod. E, f. 55 r.) in modo che basta a provare quanto egli si distanzi dall’ingenuo empirismo posteriore: “mia intenzione è allegare prima la sperienza e poi colla ragione dimostrare perché tale sperienzia è constrecta in tal modo adoperare. E questa è la vera regola come li speculatori dell’effecti naturali hanno a prociedere. E ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella esperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando (come sopra dissi) dalla sperienzia, e con quella investigare la ragione”. Giacché Leonardo crede nella ragione originaria, a priori, della natura. E nel Codice  Atlantico (f. 147 v) afferma che “nessuno effetto è in natura senza ragione. Intendi la ragione, e non ti bisogna sperienza”.

Altrove (Cod. E., f. 23 r.) parla di “natura costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamente vive”. E quindi questa ragione è per lui principio ed è fine.

E il pensiero comincia dall’esperienza, ma per affrancarsene e tornare alla ragione.

Lucica Bianchi

Fonti:

Philipe Daverio, Guardar lontano veder vicino, Rizzoli, 2013

L. Beltrami, Documenti e memorie riguardanti la vita di Leonardo

Storia dell’arte italiana, Sansoni, vol.3

Emilio Cecchi,Considerazioni su Leonardo

A. Ottino Dalla Chiesa, L’opera completa di Leonardo da Vinci, CAR Rizzoli,1967

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