CAMMINARE E SOGNARE

TALAMONA, 20 SETTEMBRE 2013, PRESENTAZIONE DI UN LIBRO

L’AVVENTURA DEL CAMMINO DI SANTIAGO ATTRAVERSO LE PAGINE DEL LIBRO DI WALTER ORIOLI

Dopo la pausa estiva, questa sera alle ore 20.45 la stagione culturale alla casa Uboldi ha riaperto i battenti e lo ha fatto con una serata molto speciale, una sorta di crasi tra le due iniziative che nel corso della passata stagione hanno avuto maggiore successo: le serate letterarie e la serie dei viaggi. Anche questa sera infatti si è parlato di un viaggio, un viaggio già noto al pubblico talamonese che ha seguito assiduamente la passata stagione: il cammino di Santiago. Un cammino che, come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca facendo come di consueto gli onori di casa, “è anche un sogno, il sogno in primo luogo di raggiungere questa meta, il sogno del percorso, dei luoghi attraversati”. Un sogno che il signor Walter Orioli ha voluto imprimere nelle pagine di un libro intitolato CAMMINARE E SOGNARE: verso Santiago di Compostela, edito dalla Albatros. Ed è dunque in questa doppia veste che la serata si è svolta: il racconto di un viaggio e la presentazione di un libro in un appassionante unicum. Un racconto durato poco più di un’ora circa, accompagnato da una presentazione fotografica che ha permesso di rievocare cio che già si conosce di questo itinerario (anche attraverso il racconto già ascoltato nel corso della scorsa stagione) ma anche di imparare molte altre cose tra cui non poche informazioni pratiche utili a chi pensa di incamminarsi.

Il cammino di Santiago è un cammino storico le cui origini risalgono all’epoca medievale. È in quell’epoca infatti che un umile frate sognò una stella che cadeva sulla terra in un punto ben preciso. Andando a scavare in quel punto venne rinvenuta una tomba col corpo decapitato di un uomo, una tomba risalente all’epoca di Gesù e attribuita ad uno dei suoi apostoli, San Giacomo (Santiago in spagnolo). Da allora sono cominciati i pellegrinaggi di fede in onore di questo santo. Un cammino che si è evoluto nel tempo. Mentre agli inizi era irto di pericoli con le strade che pullulavano di briganti pronti a rapinare e uccidere, oggi è diventato molto più comodo, ricco di indicazioni, di servizi (alberghi, ostelli, bar, conventi, presidi sanitari per chi non dovesse sentirsi bene) di gente che ti saluta, ti indica il cammino quando ti vede smarrito o si accorge che stai prendendo la direzione sbagliata. Cio non toglie che il tutto vada affrontato con un certo allenamento e un po’ di disciplina fisica. Si tratta comunque di un totale di 780 km che richiede il dover camminare sette ore al giorno partendo dalle 6 di mattina fino a mezzogiorno (quando ci si rifocilla con un pasto leggero preferibilmente un panino al sacco) per poi riprendere il cammino sino al tardo pomeriggio quando giunge il momento di pernottare negli alberghi e ostelli dei pellegrini appositamente preposti. Un cammino che si può approcciare in vari modi in relazione alle proprie forze (bisogna considerare che i pellegrini possono avere qualunque età dai più giovani agli anziani pensionati). C’è chi sceglie una maniera molto estrema uscendo di casa con lo zaino e camminando fino alla meta senza l’ausilio di alcun mezzo (ma sono molto pochi). C’è chi arriva coi mezzi fino alla prima tappa ufficiale del cammino (Saint Jean Pied de Port sui Pirenei) e da li prosegue a piedi.  C’è chi intervalla le camminate ad alcuni tratti in autobus. C’è chi anziché a piedi sceglie di fare il percorso in bici o a cavallo (quest’ultima alternativa si rivela particolarmente congegnale per il trasporto bagagli). C’è chi sceglie di percorrere solo alcune tappe. Principalmente il cammino è suddiviso in tre tappe. La prima tappa consiste in 270 km partendo da Saint Jean Pied de Port passando da Roncisvalle sino a Burgos. La seconda va da Burgos a Leon distanti tra loro 170 km. La terza infine copre i 280 km da Leon sino a Santiago dove tutti pellegrini si ritrovano ai piedi della maestosa cattedrale che nel corso del tempo ha subito vari ampliamenti e che custodisce al suo interno la tomba e una statua di San Giacomo (che volendo si può abbracciare) nonché il buttafumero, un incensiere gigante che viene fatto oscillare sulla testa dei pellegrini, in origine per stemperarne la puzza, inevitabile dopo il lungo tragitto, ma attualmente più per motivi di spettacolo, per offrire uno spettacolo. Nonostante Santiago sia la meta ultima, il cammino prosegue ancora di un tratto fino alla località di Filisterre a picco sull’oceano dove un tempo qualcuno credeva finisse il mondo. Una volta giunti lì è costume fare un bagno nell’oceano e sino a qualche tempo fa bruciare un indumento, un rituale che simboleggiava il rinnovamento personale auspicato dal cammino, ma che attualmente è vietato.

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Come alternativa di percorso non bisogna dimenticare infine il mezzo più classico per i lunghi viaggi: l’aereo. Da Orio al Serio a Bergamo c’è un volo diretto per Pamplona da dove degli autobus permettono di ricongiungersi a Burgos, sul cammino vero e proprio. In alternativa si può atterrare a Madrid oppure direttamente a Santiago. Il signor Walter ha raccontato di essere arrivato in aereo sino a Pamplona e di aver camminato a partire da Burgos perché si sentiva poco allenato. Al di la del pellegrinaggio di fede infatti, il cammino ha lo scopo di permettere a ciascun pellegrino di misurarsi con le proprie forze di fare i conti con se stesso e i propri limiti. È soprattutto a tale scopo, più che a scopo pratico, che il cammino è suddiviso in tappe, in quanto ciascuna tappa rappresenta una sorta di valenza simbolica. Nel corso della prima tappa ci si svuota dei pensieri e delle preoccupazioni lasciate progressivamente alle spalle, poi ci si raccoglie in sé stessi in una sorta di ricerca interiore delle proprie motivazioni (non soltanto quelle che hanno portato ad intraprendere il cammino, ma anche quelle che concernono lo stare al mondo, le ragioni profonde della propria esistenza) fino ad elevarsi, una volta giunti a Santiago, ad una nuova dimensione di leggerezza e gratificazione rinascendo poi a nuova vita tramite il rituale del bagno nell’oceano a Filisterre. In questo senso il cammino di Santiago può essere inteso come un cammino di meditazione, un cammino laico, trasversalmente aperto a pellegrini da ogni dove (ma soprattutto europei) e di ogni confessione religiosa.

Un cammino che offre diversi percorsi. Oltre al cammino classico ci sono il cammino primitivo, quello del nord parallelo a quello classico, ma che si snoda tutto vicino al mare (con molti meno ostelli) e infine quello che risale partendo dal Portogallo.

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Nella foto: la mappa raffigurante i vari percorsi del cammino di Santiago

Un cammino che è anche di contemplazione del paesaggio che progressivamente smette di essere una componente esterna per diventare parte del viaggiatore, della sua dimensione interiore. Un paesaggio che lungo il percorso è soggetto a diverse variazioni. Si passa dai prati fioriti alla pianeggiante e soleggiata Mesetas tra Leon e Burgos dalla connotazione quasi desertica poi via via, attraverso borghi e villaggi rurali dalle connotazioni semplici e rustiche come se li il tempo non fosse passato mai e poche città, si arriva al paesaggio roccioso che porta a Filisterre. Un paesaggio punteggiato di sculture originali dedicate ai pellegrini, di chiese romaniche e di epoca templare torreggianti su piccole parrocchie gestite da preti gioviali lungo il quale si trovano cappellette chiese abbandonate, edicole e croci presso cui depositare sassi raccolti lungo la via, simbolo dei fardelli che man mano ci si lascia alle spalle.

Un cammino lungo il quale, in corrispondenza dei centri abitati, ci si imbatte sempre in qualche sagra o festa paesana.

Un cammino che offre poche sicurezze che applica la contemplazione e la meditazione in movimento (a cominciare dal fatto che bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi) e che permette al corpo di acquisire un migliore metabolismo e una maggiore ossigenazione.

Un cammino che si può considerare una sorta di terapia psicofisica nonché una ricerca di qualcosa che di preciso non si sa.

Un cammino che educa all’essenzialità, in primo luogo per il fatto che lo zaino deve essere leggero dato che deve essere portato in spalla a lungo (la durata massima del cammino è di un mese e una settimana).

Un cammino da compiere da soli per fare parallelamente anche un viaggio dentro se stessi, ma anche in compagnia per potersi scambiare memorie e impressioni che comunque c’è sempre la possibilità di scambiare anche coi pellegrini incontrati lungo la via perché il cammino è anche questo, un’infinita possibilità di incontri interessanti impossibili da fare nella vita di tutti i giorni.

Un cammino che di solito si intraprende su consiglio di qualcuno che si conosce e che c’è già stato oppure quando si percepisce un momento di crisi nella propria vita si ha la necessità di staccare. Il signor Walter raccontava che per lui le cose sono andate esattamente in questo modo, ha sentito la necessità di partire perché si sentiva invischiato in tutta una serie di situazioni percepite come poco piacevoli da cui non riusciva ad uscire. Partire e percorrere questo cammino con un ritmo lento (ma c’è chi cammina più velocemente, ognuno naturalmente sceglie il ritmo che gli è più congeniale) gli ha permesso di uscire da se stesso, ma anche, paradossalmente, di acquisire una maggiore consapevolezza del suo corpo, migliorare la sua ipertensione (è scientificamente provato che questo tipo di malattie traggono giovamento da lunghe camminate) e di tornare con le idee più chiare circa le migliorie da apportare alla sua vita partendo da piccole cose come una maggior consapevolezza del gesto di salutare come modo per valorizzare il prossimo, un maggior attaccamento agli affetti, una maggior attenzione all’essenzialità, al cibo che tendenzialmente si è abituati a consumare in maniera automatica. Un percorso interiore che ha dovuto fare i conti col riacclimatamento alla quotidianità, ma che poi si è rivelato positivo non solo per il signor Walter, ma anche per tutti coloro che lo circondano perché, ha detto il signor Walter, quando si sceglie di variare il proprio atteggiamento a poco a poco anche chi ci circonda ci segue in modo quasi automatico.

Un cammino che in qualche modo fortifica anche l’autostima dato che ci si trova ad affrontare situazioni in cui non si può contare sulle comodità della vita moderna.

Un cammino tendenzialmente privo di controindicazioni (se si escludono quelle in cui incorre chi non sa misurare correttamente le proprie forze) alla portata di tutti che richiede una certa dose di adattabilità.

Un cammino economico. Gli alberghi più cari che offrono i maggiori comfort costano tra i 25 e i 30 euro. Poi ci sono gli ostelli con dei dormitori che arrivano fino a 100 posti che ricordano quelli dei campi militari il cui prezzo si aggira in media intorno ai 5 euro, ma alcuni prevedono donazioni libere. In alcune parrocchie c’è persino la possibilità, per i pellegrini più poveri, di prendere i soldi anziché portarli (di solito sono dei preti a gestire simili servizi) ed esistono conventi con fontane che zampillano vino anziché acqua. Solitamente la cena servita ai pellegrini consiste in un piatto di minestra seguito da un piatto di pesce o carne a scelta per un valore totale di 15 euro, ma esistono anche locali dove le cucine sono collettive e possono essere gestite direttamente dai pellegrini che cucinano ognuno cio che preferisce, i piatti di casa propria. Tutti questi luoghi di ristoro sono accomunati dal fatto di essere gestiti da persone affabili. A questo proposito il signor Walter ha raccontato uno specifico aneddoto. Una sera si è trovato ad alloggiare in un convento che prevedeva il rientro per tutti i pensionati alle 10 di sera. Quella sera il signor Walter rientrò troppo tardi e fu costretto a chiedere ospitalità ad un albergo che gliela offerse nonostante il signor Walter non avesse con se i documenti o i soldi, prontamente mostrati e consegnati la mattina dopo.

Un cammino che va affrontato con alcune accortezze pratiche. Le calzature migliori che non fanno sudare i piedi ne producono vesciche sono le sandale da portare anche con le calze di cotone sotto quando fa un po’ più freddo. Il miglior bagaglio è uno zaino pieno di tasche e impermeabile o con telo coprente, dove stipare gli spuntini le bottiglie d’acqua, le kiway e gli ombrelli in caso di pioggia, asciugamani di fibre, pezzi di giornali antiumidità per imbottire le scarpe, un cappellino per ripararsi dal sole e sacchi a pelo leggeri per chi volesse dormire all’aperto qualche volta. Il miglior periodo è l’autunno o la primavera.

Un cammino ricco di soddisfazioni durante il quale in più punti è costume fare messe di benedizione ai pellegrini e fare la lavanda di un piede e alla fine del quale si riceve un diploma mostrando una tessera che viene rilasciata all’inizio del percorso e timbrata ad ogni tappa, un diploma che però si riceve soltanto se non si è abusato troppo dei mezzi pubblici durante il percorso.

Un cammino che non è il solo possibile da fare. Esiste ad esempio un cammino che in epoca medievale era altrettanto famoso del cammino di Santiago: la via Francigena cosiddetta perché partiva dalla Francia per i pellegrinaggi sino a Roma toccando molti borghi italiani dalla Val d’Aosta alla Toscana (Pontremoli, Siena San Gimignano, San Quirico per citarne alcuni), ma che oggi ha perso lo smalto di un tempo. In Italia nonostante la forte influenza esercitata dalla chiesa non si è mantenuta la cultura del pellegrinaggio, dell’accoglienza, dell’ospitalità che è possibile vivere lungo il cammino di Santiago e dunque la via Francigena non è quasi più praticata. In Italia esistono anche cammini più brevi e poco conosciuti come il cammino dei tre giorni sulle colline nei dintorni del lago di Como partendo da Abbadia Lariana.

Un cammino che da secoli non smette di affascinare e che questa sera si è reso protagonista di uno degli eventi più riusciti alla casa Uboldi (come ha sottolineato anche l’assessore alla cultura Simona Duca) una serata caratterizzata dalla condivisione delle esperienze tra il signor Walter e chi tra il pubblico ha compiuto anch’esso questo cammino, chi è in procinto di partire e chi, dopo aver ascoltato il racconto del signor Walter ha sentito la voglia di partire e lo ha incalzato con tante domande. Una serata che, come si auspicano i volontari sin dall’apertura della Casa Uboldi, ha avuto il sapore di una serata in famiglia che ha permesso di rendere davvero onore alla casa della cultura, come luogo di cultura in primis appunto, ma anche come vera e propria casa.

Antonella Alemanni

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Nella foto la copertina del libro di Walter Orioli con la fotografia del rudere di una chiesa templare attraverso la quale attualmente passa un tratto di cammino e al cui interno è stato allestito un ostello

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