«ULTREYA!»… SULLA STRADA DELL’APOSTOLO GIACOMO

Brevi cenni storici e stralci del diario di un pellegrino ardennese

sul Cammino di Santiago de Compostela

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Simbolo dei pellegrini, la conchiglia di San Giacomo Apostolo (Santiago de Compostela)

 

C’è un grido che da secoli risuona nelle vallate dei Pirenei francesi, scavalca il confine spagnolo, confluisce a Roncesvalles, prosegue la sua eco passando per la Navarra attraverso Pamplona e Logrono, incontra la Meseta tra Burgos e Leòn, e arresta la sua corsa nella regione delle Asturie e della Galizia, sprofondando negli abissi di Finisterrae. è il grido di «Ultreya!»: l’antico saluto dei pellegrini di Santiago de Compostela, che da oltre mille anni percorrono lo storico cammino spirituale che da San Jean Pied-du-Port in Francia conduce alla tomba dell’apostolo Giacomo nella Spagna più occidentale, molto vicino a dove nell’antichità finivano le terre conosciute. L’origine della parola «Ultreya!» deriva dal latino ultra (=più) ed eia (=avanti), e sta ad indicare dunque di andare sempre avanti con coraggio fino alla meta. Come a dire: «Forza compagni, non arrendiamoci che più avanti c’è Santiago che ci aspetta!» oppure: «Non fermiamoci qui, andiamo oltre, andiamo incontro a Qualcosa di molto importante!».

Giacomo (Tiago), da cui Santiago (San Giacomo), è figlio di Zebedeo e fratello di San Giovanni l’Evangelista, pescatore e uno dei dodici apostoli di Gesù. Dopo la risurrezione di Cristo fu colui che evangelizzò la penisola iberica e, una volta tornato in Palestina, fu decapitato su ordine di re Erode. Correva l’anno 44 d.C. Dopo la morte i discepoli raccolsero il corpo e, caricatolo su una barca, lo trasportarono segretamente via mare fino alle coste della Galizia dove trovò sepoltura nei luoghi di predicazione a lui cari. Nei secoli successivi si perse traccia del sepolcro finchè nell’anno 813 San Giacomo apparve in sogno all’eremita Pelagio e gli svelò il luogo della sua tomba: proprio dove una pioggia di stelle rischiarava il cielo da alcuni giorni. Su indicazione del Santo l’abate scavò nella terra e scoprì il sepolcro. La notizia si propagò a macchia d’olio, e furono il Vescovo locale ed il Papa a decretare la veridicità dell’accaduto. Da qui iniziò il culto di Santiago e presto fu edificata una piccola chiesa, intorno alla quale sorse un borgo di fedeli che assunse il nome di Compostela (da campus stellae). In quel periodo la Spagna stava vivendo anche uno dei periodi più tristi della storia di dominazione araba e San Giacomo divenne il simbolo e il protettore della lotta contro i Mori. Venne presto raffigurato come Santo-guerriero e gli fu attribuito l’appellativo di «matamoro» ossia uccisore dei Mori fino al 1492 quando la Spagna conquistò la libertà che perdura ancora ai giorni nostri. Da quell’epoca la devozione per Santiago non è mai venuta meno, ed è tuttora amato e venerato patrono di Spagna. è così che Santiago de Compostela è divenuta meta di continui pellegrinaggi. Nel 1987 il Consiglio d’Europa ha dichiarato il Cammino di Santiago “Itinerario Culturale Europeo” e nel 1993 l’Unesco l’ha proclamato “Patrimonio dell’Umanità”.

Rispetto ai pellegrini del passato, che alla partenza si spogliavano degli averi, facevano testamento o davano disposizioni circa il governo del patrimonio durante il periodo di assenza, oggi le cose sono ovviamente molto cambiate. Ad accomunare i pellegrini attuali ai pellegrini di un tempo sono però rimaste le motivazioni che inducono a lasciare le proprie case e a mettersi in cammino verso Santiago. Quali sono? Impossibile spiegarle o catalogarle in un ordine predefinito. è un bisogno che ognuno sente dentro, lo attrae, e per cui vale la pena camminare per giorni e giorni prima di raggiungere la meta. Il pellegrino d’oggi non deve più scrutare il cielo e farsi guidare dalla Via Lattea per non uscire dal tracciato, non deve più evitare di camminare da solo per il pericolo di incorrere nell’assalto dei briganti, non deve più implorare la protezione dei Templari, e nemmeno indossare tunica e mantello di stoffa, e portare bastone e bisaccia. Nell’antichità il cammino poteva essere intrapreso anche come imposizione del giudice o come penitenza del confessore per colpe o peccati di particolare gravità. Ai nostri giorni ci sono ovunque le frecce gialle di Santiago a indicare la strada da seguire. Di tutta la tradizione rimane solo l’usanza di appendere ben visibile sullo zaino una conchiglia bianca, emblema indiscusso del pellegrino compostellano. Non esiste l’identikit del pellegrino tipo; come indicato su molti giochi in scatola anche l’età per fare questo tipo di esperienza può oscillare all’interno di un ampio margine: basta voler camminare, e non solo con le gambe si intende!

Venendo a me, è più o meno con questo spirito di ricerca interiore e voglia di condivisione che a maggio (consueto mese dedito alla programmazione delle vacanze estive) trovo il coraggio di esternare a un piccolo gruppo di veri amici il mio desiderio di intraprendere il Cammino di Santiago de Compostela. Quest’anno niente spiagge assolate dunque, niente tuffi in mare, niente serate all’insegna di qualsiasi, seppur sano, divertimento. Uno mi risponde subito di sì, che conosce qualcuno che c’è stato che gliene ha parlato bene, gli altri due hanno bisogno di un po’ più di tempo per pensarci. Tempo una settimana e il gruppo dei quattro pellegrini si è già formato: data di partenza dall’Italia il giorno di Ferragosto, inizio del cammino il giorno 16 agosto da Leòn, 310 Km totali suddivisi in 13 tappe, arrivo a Santiago previsto per il 29!

Mancano ancora tre mesi alla partenza e la voglia di partire continua a crescere, così come la lista delle preghiere che parenti, amici, colleghi e conoscenti mi commissionano di recitare una volta arrivato davanti all’altare di Compostela. Finalmente domani è il 15 di agosto, si mette lo zaino in spalla e si parte! Arrivati a Leòn, visitiamo il centro storico con la maestosa cattedrale in stile barocco, e ci facciamo guidare dalle prime frecce gialle al convento delle suore benedettine, che sarà il nostro primo albergue del Cammino. Che emozione avere il primo sello (timbro) sulla credenziale del pellegrino, quando saremo a Santiago ne avremo collezionati molti, e questo ci permetterà di ricevere la «Compostela» ossia un documento nominativo, scritto in latino su carta pergamena, che certifica l’avvenuto pellegrinaggio! Nel convento vige il più rigido codice di buon costume ed è così che uomini e donne dormono rigorosamente in ambienti separati. Il magnifico quartetto si deve per forza di cose spaccare: due da una parte e due dall’altra! è proprio qui nel convento che abbiamo i primi contatti con gli altri pellegrini e iniziamo a prendere confidenza con la vita che ci attende l’indomani mattina all’inizio del nostro cammino. La sera, prima del coprifuoco fissato per le ore 22.00, partecipiamo alla cerimonia di ringraziamento delle suore per il giorno trascorso, ed assistiamo al discorso della madre superiora, che intrattiene gli ospiti a proposito della sostanziale differenza tra essere pellegrini, turisti o camminanti e invita poi ognuno dei presenti a fare un esame di coscienza per capire meglio in quale di questi collocarsi. Il rito prosegue con preghiere intervallate a canti, e si conclude con la lettura della preghiera del pellegrino, il cui testo è stato distribuito nelle varie lingue. Sì perché sul cammino ci sono pellegrini provenienti da tutti i Paesi d’Europa, americani, portoricani, canadesi, brasiliani ed argentini, solo per citare quelli che hanno “camminato” con noi. Alla sera è fantastico non sapere mai in che lingua augurare buona notte al tuo vicino di letto!

Da Leòn partiamo alla volta di Villadangos del Pàramo (22 Km ca.), passando da La Virgen del Camino e da Hospital de Orbigo che ci accoglie all’ingresso con l’imponente ponte romano dall’aspetto austero, teatro di numerose battaglie che hanno sparso parecchio sangue sul selciato che calpestiamo. Prima vera tappa conclusa positivamente. Per scelta personale ho voluto camminare per un bel tratto in compagnia solo della mia ombra, e questo mi ha permesso di proseguire nella riflessione iniziata la sera precedente e di riconciliarmi meglio con me stesso. Domani saremo ad Astorga (27 Km ca.), gradevole cittadina fortificata da mura in parte ancora visibili, con cattedrale ed estroso palazzo ad opera di Gaudì, celeberrimo architetto spagnolo autore anche della Sagrada Familia di Barcellona. Nell’albergue (ostello dei pellegrini) che ci ospita incontriamo i primi pellegrini che condivideranno con noi tutto il Cammino, e l’atmosfera che si inizia a respirare è proprio quella di una grande famiglia, che guarda avanti con entusiasmo alla meta. è semplicissimo socializzare, ci sono pellegrini di tutte le età e tutti sembrano interessarsi a tutti. Avverto l’impressione di sentirmi davvero a mio agio. Rivangando reminiscenze scolastiche provo a parlare con un’allegra famiglia francese che sta percorrendo il Cammino con i cinque figli di cui i più piccoli di otto e nove anni, ricevendo pure elogi per il mio francese “pressappochista”. La tappa del giorno seguente ci porta a Rabanal del Camino (20 Km ca.) ed è quasi tutta in salita! Rimango sorpreso e affascinato dai campanili delle tante chiese che incontriamo: quasi tutti ospitano degli enormi nidi di cicogna! Domani arriveremo a Molinaseca (26 Km ca.) di cui la prima parte ancora in salita e la seconda in discesa con una bella pendenza. Passeremo ai piedi della suggestiva Cruz de Hierro (Croce di Ferro), eretta su un altipiano a 1504 metri di altitudine. C’è una cappella, una fonte e una montagnetta di sassi; è infatti abitudine consolidata che ogni pellegrino aggiunga una pietra al cumulo esistente con su scritto il nome e la provenienza. Passata la croce, le frecce gialle di Santiago ci guidano in un infinito susseguirsi di saliscendi finchè poi perdiamo decisamente quota. A Manjarin, paese semi abbandonato e diroccato, ci imbattiamo in un’unica costruzione ancora con il tetto, abitata da un curioso personaggio templare che ha anche predisposto dei cartelli per informare i pellegrini che mancano 222 Km a Santiago e ci troviamo a 2475 Km da Roma e a 5000 Km da Gerusalemme. In questa faticosa giornata di cammino mi accorgo di come il Cammino stesso rappresenti una sorta di metafora della vita, fatta di salite e di discese, di momenti felici e di momenti difficili, e di come la condivisione delle fatiche con gli altri sia fondamentale per non inciampare e andare lontano. Alla sera posso anche scrivere sul mio diario che un passo indietro per aiutare chi ha bisogno vale più di mille passi avanti nella più totale indifferenza.

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Il giorno seguente proseguiamo per Villafranca del Bierzo (28 Km ca.), passando per Ponferrada e Cacabelos attraverso vigneti e campi coltivati a bietole. Il Cammino è proprio come succede nella vita di ogni giorno: si incontrano tante persone, con alcune si passa molto tempo e con altre pochi attimi, alcune si incontrano, si perdono, e si rincontrano, altre si perdono e non si incontrano più. Ciò che rimane vivo è il ricordo. è così che oggi dobbiamo salutare Mariano e Dora, una simpatica coppia spagnola di Valencia. Hanno iniziato alcuni anni fa a percorrere il Cammino partendo da San Jean Pied-du-Port e ogni anno ricominciano a percorrerlo dove l’hanno abbandonato l’anno prima. A Santiago devono ancora arrivare, l’anno prossimo dovrebbe essere quello buono! In compenso pur di non separarci dai nostri carissimi compagni di Cammino andalusi, decidiamo di apportare delle modifiche alle nostre tappe iniziali, accorciando di un giorno l’arrivo a Santiago previsto per il 29, ed allungando di conseguenza di qualche Km al giorno la marcia. Le gambe e i piedi stanno reggendo bene il ritmo, e tutti siamo d’accordo a proseguire con i due cugini spagnoli di Almeria che ci hanno conquistato il cuore appena ci siamo conosciuti ad Astorga. 22 anni lui, ex seminarista ora studente di architettura all’università di Granada, 28 anni lei, impiegata. Juan e Loli i lori nomi. Meta di domani La Faba (27 Km ca.). Si comincia subito a salire. Qui l’attività predominante è l’allevamento di vacche da latte che pascolano libere nei prati. L’albergue dove dormiamo questa notte è gestito da una famiglia di volontari Tedeschi e nel cortile c’è una chiesetta recentemente riportata agli antichi splendori grazie alle offerte dei pellegrini raccolte nel corso degli anni. Alle ore 20 arriva un frate dell’ordine dei Francescani che ci invita a prender parte a un momento di preghiera comunitaria. La chiesa è gremita di pellegrini, e quando il frate invita cinque volontari a salire sull’altare, decido di metter da parte la vergogna e di essere uno di quelli. Come memoriale della cena di Pasqua di Gesù con gli Apostoli, riviviamo il rito della lavanda dei piedi e preghiamo invocando Santiago per la pace nel mondo. Al termine della funzione il frate ci esorta a scambiarci il segno di pace abbracciandoci l’un l’altro. Quando rientriamo nell’albergue ormai siamo tutti fratelli, e scopriamo che si può comunicare perfettamente rimanendo in silenzio; ce lo insegna in modo ancor più evidente un ragazzo muto che si trova sul Cammino con il fratello minore e un amico. Scopriamo che ci possono essere silenzi eloquenti da cui possono nascere grandi e profonde conversazioni fatte di sorrisi e di sguardi che non conoscono frontiere e che sanno comprendere tutti. Da La Faba ci trasferiamo a Triacastela (30 Km ca.) passando per O’ Cebreiro. Qui un cartello informa che stiamo entrando in Galizia e nell’aria sembra già di respirare il profumo di Santiago! O’ Cebreiro si trova in cima a una montagna ed è uno dei luoghi più intrisi di storia di tutto il Cammino. Ci emoziona arrivare appena sotto quando spunta l’alba e noi siamo fermi a recitare l’ormai inseparabile preghiera del pellegrino. La tappa di domani ci condurrà a Barbadelo (28 Km ca.) attraverso boschi fitti che si alternano a pascoli rigogliosi. La cittadina di Sarrìa è l’unica che incontriamo nel raggio di parecchi Km, tutti gli altri sono minuscoli paesini che mi viene da pensare che esistano ancora ai giorni nostri solo grazie al fatto che ci sono i pellegrini di Santiago che passano di lì e sostano a rifocillarsi. In questo tratto di Cammino è ancora possibile bere il latte appena munto o mangiare la tortilla fatta in casa con le uova delle galline che razzolano sull’uscio delle case. Gli abitanti, per la gran parte anziani, augurano a tutti i pellegrini “Buen Camino”, e in cambio di un ricordo una volta giunti a Santiago, elargiscono pacche sulla spalla e sorrisi di incoraggiamento. Oggi è domenica e arriviamo al termine della tappa puntuali per la messa, peccato che in realtà sia la celebrazione di un funerale! Domani ci sposteremo a Ventas de Naron (25 Km ca.). L’odore del letame ci fa compagnia per tutto il giorno e vediamo molte più mucche che persone. Anche qui passiamo un’unica cittadina, Portomarin che incontriamo dall’altra parte di un lungo ponte che sovrasta una diga artificiale sul fiume Mino. Come sempre, per nostra scelta, le tappe non finiscono mai in grossi centri abitati. La preferenza assoluta è per posti lontani dai ritmi frenetici con cui dobbiamo convivere ogni giorno dell’anno. è così che tiriamo dritto per qualche Km e raggiungiamo la meta pianificata: un albergue con annesso piccolo ristorante, chiesa, cimitero, un paio di stalle e una decina di case sparse qua e là tra il verde dei pascoli. Rimangono due tappe e la terza è quella con la T maiuscola, quella di Santiago. Questo vuol dire che ci mancano solo 77 Km! Melide (23 Km ca.) è la tappa del giorno successivo. Le frecce gialle del Cammino ci fanno addentrare nei campi di mais e siamo circondati da innumerevoli horreos, i tipici granai galiziani costruiti in muratura e legno, sollevati un metro circa da terra, con due croci sulle estremità del tetto. Oltrepassiamo Palas del Rei e giungiamo a destinazione. A Melide non possiamo non fare quello che tradizionalmente tutti i pellegrini, dalla notte dei tempi ad oggi, fanno quando arrivano qui: sedersi in una delle storiche pulperie e gustare il tipico polpo cucinato alla galega. La tappa di domani è la più lunga che dobbiamo percorrere (34 Km ca.). Dobbiamo assolutamente arrivare entro sera a Arca-O Pino, per lasciare la tappa finale di soli 20 Km e arrivare a Santiago in orario per l’imperdibile messa di mezzogiorno del pellegrino, dopo aver ritirato la Compostela. Continuano a scandire il Cammino i cippi iniziati a O’ Cebreiro che ogni 500 metri ci avvertono di quanti Km mancano a Santiago. Raggiungiamo il Km 20: questo vuol dire che stanotte ci fermiamo a dormire qui. Domani sarà una giornata molto impegnativa e importante. La sveglia è fissata per le ore 4, cammineremo per un bel po’ con la pila che illuminerà il buio della notte, ma non possiamo assolutamente permetterci di far tardi e in ogni caso dobbiamo considerare anche qualsiasi imprevisto che ci potrebbe far perdere tempo. Raggiungiamo il Monte do Gozo, che osserva Santiago dall’alto, quando le tenebre della notte lasciano il posto alla luce del giorno. Da questa sommità tutto è luce, si vede in lontananza la città di Santiago e all’osservatore più attento non possono di certo sfuggire le guglie della cattedrale che svettano tra i palazzi. Una sosta obbligata è anche il monumento edificato nel 1989 in onore di Papa Giovanni Paolo II, in visita a Santiago in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Mancano gli ultimi 7 Km e la sensazione di essere così vicini alla meta un po’ ci spaventa! Si sta concludendo un cammino durato 12 giorni (non più 13!) nel quale c’è stato un tempo per pregare, un tempo per scherzare, un tempo per parlare e uno per stare ad ascoltare, ma adesso che tempo ci aspetta? Tirare delle conclusioni ci mette addosso un po’ di paura. Tutti sembriamo un po’ distaccati dal mondo reale, e pur camminando insieme come tutti gli altri giorni, oggi ognuno sembra camminare da solo e interrogarsi su quello che è stato e su quello che sarà. Una volta raggiunta la periferia di Santiago, a piedi ci vuole circa mezz’ora per raggiungere la zona pedonale e arrivare nel centro storico. La vista delle torri della cattedrale mi impressiona ed accentua lo stato di tempesta interiore che da qualche Km si è impadronito di me. Sentiamo di essere molto prossimi alla meta, è una sensazione che si avverte con l’olfatto ancor prima che con la vista, infatti vediamo la cattedrale nel suo immenso splendore solo quando una lunga scalinata ci immette direttamente nella piazza dell’Obradoiro. Ci siamo, siamo arrivati e non è un sogno ad occhi aperti! La meta del nostro pellegrinaggio è qui davanti a noi! Andiamo in fondo alla piazza e ammiriamo a testa alta la maestosità della cattedrale, altissima, con le due torri a fare da guardia e le immagini sacre dei bassorilievi a vegliare sui pellegrini. Ancora dobbiamo riprenderci del tutto dallo stordimento di così tanta emozione, tutta insieme, che ci ha colpito. Finora nessuno di noi ha proferito parola, non sappiamo cosa dire e cosa dirci. Alla fine sono le lacrime di commozione ad avere il sopravvento e ci ritroviamo tutti contemporaneamente a stropicciarci gli occhi. Istintivamente poi ci abbracciamo forte l’un l’altro e poi tutti insieme! Il sentimento che prevale è indubbiamente la gioia ma questa è mescolata ad una vaga sensazione di vuoto per il Cammino che ci ha uniti, al quale abbiamo dedicato tante energie, ma che ora è terminato. Non c’è nessuno a dirci «Bravi, ce l’avete fatta!», ce lo diciamo tra di noi, ma senza euforia, quasi sottovoce. Ci accorgiamo che siamo attorniati da sciami di turisti che quasi ci appaiono superflui e petulanti. Ci mettiamo in coda all’Oficina de Acogida del Peregrino per mettere il timbro di arrivo sulla credenziale (28 agosto!) e ritirare la Compostela. Poi entriamo nella cattedrale da un ingresso laterale, mancano pochi minuti a mezzogiorno e siamo puntuali per la messa del pellegrino, la nostra messa. All’inizio della celebrazione una suora elenca quanti pellegrini sono arrivati quel giorno, la nazionalità e il luogo di partenza del Cammino. Nomina anche noi: «Quatro Italianos de Leòn», ci guardiamo e ci commuoviamo per la seconda volta! Inizia la messa, concelebrata in forma solenne da molti sacerdoti. Al termine della funzione religiosa, la cerimonia del botafumeiro! Un enorme turibolo legato a una grossa corda che passa in una carrucola ancorata alla volta della cupola maggiore della cattedrale viene azionato manualmente da cinque o sei uomini e fatto ondeggiare energicamente lungo la navata laterale della chiesa, spargendo nell’aria il profumo dell’incenso che presto si propaga in ogni anfratto. Due altre cose importanti ci rimangono da fare: l’abbraccio al Santo in segno di ringraziamento e la visita alla cripta dove sono conservate le reliquie. Fatto questo che fare? La risposta ci pare un po’ fuori luogo, eppure è l’unica che troviamo: continuare a camminare. Camminare sulle strade del mondo portando a tutti il messaggio che Santiago ci ha suggerito come premio al pellegrinaggio. Dopo tutto, senza mezzi termini, il sacerdote nell’omelia del pellegrino ha più volte ripetuto che chi pensa di essere arrivato a Santiago e di aver concluso il Cammino non ha ben colto l’essenza della nostra natura umana. «Tutti noi siamo pellegrini fino al giorno del Giudizio, il vero Cammino inizia da qui, da Santiago. Santiago è il punto di partenza non il traguardo». Queste parole ci riempiono di forza e dentro di noi nasce la capacità di salutare tutti i nostri compagni di Cammino senza percepire la sensazione dell’abbandono o del triste addio. è così che diciamo arrivederci a Miren, Josè, Astrid, Theofilo, Montse, al gruppo dei quattro catalani casinisti, e agli indimenticabili Juan e Loli senza versare nessuna lacrima. Domani faremo anche noi i turisti in questa magnifica città, poi andremo a salutare l’oceano a Finisterrae, là dove il sole ad ogni tramonto veniva inghiottito dalle onde e nessun uomo aveva mai osato andare oltre, o avuto il coraggio di urlare ad un altro uomo «Ultreya!».

Antico esempio di "credenziale"

Antico esempio di “credenziale”

                                                                                                                      Michele Libera

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CAMMINARE E SOGNARE

TALAMONA, 20 SETTEMBRE 2013, PRESENTAZIONE DI UN LIBRO

L’AVVENTURA DEL CAMMINO DI SANTIAGO ATTRAVERSO LE PAGINE DEL LIBRO DI WALTER ORIOLI

Dopo la pausa estiva, questa sera alle ore 20.45 la stagione culturale alla casa Uboldi ha riaperto i battenti e lo ha fatto con una serata molto speciale, una sorta di crasi tra le due iniziative che nel corso della passata stagione hanno avuto maggiore successo: le serate letterarie e la serie dei viaggi. Anche questa sera infatti si è parlato di un viaggio, un viaggio già noto al pubblico talamonese che ha seguito assiduamente la passata stagione: il cammino di Santiago. Un cammino che, come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca facendo come di consueto gli onori di casa, “è anche un sogno, il sogno in primo luogo di raggiungere questa meta, il sogno del percorso, dei luoghi attraversati”. Un sogno che il signor Walter Orioli ha voluto imprimere nelle pagine di un libro intitolato CAMMINARE E SOGNARE: verso Santiago di Compostela, edito dalla Albatros. Ed è dunque in questa doppia veste che la serata si è svolta: il racconto di un viaggio e la presentazione di un libro in un appassionante unicum. Un racconto durato poco più di un’ora circa, accompagnato da una presentazione fotografica che ha permesso di rievocare cio che già si conosce di questo itinerario (anche attraverso il racconto già ascoltato nel corso della scorsa stagione) ma anche di imparare molte altre cose tra cui non poche informazioni pratiche utili a chi pensa di incamminarsi.

Il cammino di Santiago è un cammino storico le cui origini risalgono all’epoca medievale. È in quell’epoca infatti che un umile frate sognò una stella che cadeva sulla terra in un punto ben preciso. Andando a scavare in quel punto venne rinvenuta una tomba col corpo decapitato di un uomo, una tomba risalente all’epoca di Gesù e attribuita ad uno dei suoi apostoli, San Giacomo (Santiago in spagnolo). Da allora sono cominciati i pellegrinaggi di fede in onore di questo santo. Un cammino che si è evoluto nel tempo. Mentre agli inizi era irto di pericoli con le strade che pullulavano di briganti pronti a rapinare e uccidere, oggi è diventato molto più comodo, ricco di indicazioni, di servizi (alberghi, ostelli, bar, conventi, presidi sanitari per chi non dovesse sentirsi bene) di gente che ti saluta, ti indica il cammino quando ti vede smarrito o si accorge che stai prendendo la direzione sbagliata. Cio non toglie che il tutto vada affrontato con un certo allenamento e un po’ di disciplina fisica. Si tratta comunque di un totale di 780 km che richiede il dover camminare sette ore al giorno partendo dalle 6 di mattina fino a mezzogiorno (quando ci si rifocilla con un pasto leggero preferibilmente un panino al sacco) per poi riprendere il cammino sino al tardo pomeriggio quando giunge il momento di pernottare negli alberghi e ostelli dei pellegrini appositamente preposti. Un cammino che si può approcciare in vari modi in relazione alle proprie forze (bisogna considerare che i pellegrini possono avere qualunque età dai più giovani agli anziani pensionati). C’è chi sceglie una maniera molto estrema uscendo di casa con lo zaino e camminando fino alla meta senza l’ausilio di alcun mezzo (ma sono molto pochi). C’è chi arriva coi mezzi fino alla prima tappa ufficiale del cammino (Saint Jean Pied de Port sui Pirenei) e da li prosegue a piedi.  C’è chi intervalla le camminate ad alcuni tratti in autobus. C’è chi anziché a piedi sceglie di fare il percorso in bici o a cavallo (quest’ultima alternativa si rivela particolarmente congegnale per il trasporto bagagli). C’è chi sceglie di percorrere solo alcune tappe. Principalmente il cammino è suddiviso in tre tappe. La prima tappa consiste in 270 km partendo da Saint Jean Pied de Port passando da Roncisvalle sino a Burgos. La seconda va da Burgos a Leon distanti tra loro 170 km. La terza infine copre i 280 km da Leon sino a Santiago dove tutti pellegrini si ritrovano ai piedi della maestosa cattedrale che nel corso del tempo ha subito vari ampliamenti e che custodisce al suo interno la tomba e una statua di San Giacomo (che volendo si può abbracciare) nonché il buttafumero, un incensiere gigante che viene fatto oscillare sulla testa dei pellegrini, in origine per stemperarne la puzza, inevitabile dopo il lungo tragitto, ma attualmente più per motivi di spettacolo, per offrire uno spettacolo. Nonostante Santiago sia la meta ultima, il cammino prosegue ancora di un tratto fino alla località di Filisterre a picco sull’oceano dove un tempo qualcuno credeva finisse il mondo. Una volta giunti lì è costume fare un bagno nell’oceano e sino a qualche tempo fa bruciare un indumento, un rituale che simboleggiava il rinnovamento personale auspicato dal cammino, ma che attualmente è vietato.

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Come alternativa di percorso non bisogna dimenticare infine il mezzo più classico per i lunghi viaggi: l’aereo. Da Orio al Serio a Bergamo c’è un volo diretto per Pamplona da dove degli autobus permettono di ricongiungersi a Burgos, sul cammino vero e proprio. In alternativa si può atterrare a Madrid oppure direttamente a Santiago. Il signor Walter ha raccontato di essere arrivato in aereo sino a Pamplona e di aver camminato a partire da Burgos perché si sentiva poco allenato. Al di la del pellegrinaggio di fede infatti, il cammino ha lo scopo di permettere a ciascun pellegrino di misurarsi con le proprie forze di fare i conti con se stesso e i propri limiti. È soprattutto a tale scopo, più che a scopo pratico, che il cammino è suddiviso in tappe, in quanto ciascuna tappa rappresenta una sorta di valenza simbolica. Nel corso della prima tappa ci si svuota dei pensieri e delle preoccupazioni lasciate progressivamente alle spalle, poi ci si raccoglie in sé stessi in una sorta di ricerca interiore delle proprie motivazioni (non soltanto quelle che hanno portato ad intraprendere il cammino, ma anche quelle che concernono lo stare al mondo, le ragioni profonde della propria esistenza) fino ad elevarsi, una volta giunti a Santiago, ad una nuova dimensione di leggerezza e gratificazione rinascendo poi a nuova vita tramite il rituale del bagno nell’oceano a Filisterre. In questo senso il cammino di Santiago può essere inteso come un cammino di meditazione, un cammino laico, trasversalmente aperto a pellegrini da ogni dove (ma soprattutto europei) e di ogni confessione religiosa.

Un cammino che offre diversi percorsi. Oltre al cammino classico ci sono il cammino primitivo, quello del nord parallelo a quello classico, ma che si snoda tutto vicino al mare (con molti meno ostelli) e infine quello che risale partendo dal Portogallo.

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Nella foto: la mappa raffigurante i vari percorsi del cammino di Santiago

Un cammino che è anche di contemplazione del paesaggio che progressivamente smette di essere una componente esterna per diventare parte del viaggiatore, della sua dimensione interiore. Un paesaggio che lungo il percorso è soggetto a diverse variazioni. Si passa dai prati fioriti alla pianeggiante e soleggiata Mesetas tra Leon e Burgos dalla connotazione quasi desertica poi via via, attraverso borghi e villaggi rurali dalle connotazioni semplici e rustiche come se li il tempo non fosse passato mai e poche città, si arriva al paesaggio roccioso che porta a Filisterre. Un paesaggio punteggiato di sculture originali dedicate ai pellegrini, di chiese romaniche e di epoca templare torreggianti su piccole parrocchie gestite da preti gioviali lungo il quale si trovano cappellette chiese abbandonate, edicole e croci presso cui depositare sassi raccolti lungo la via, simbolo dei fardelli che man mano ci si lascia alle spalle.

Un cammino lungo il quale, in corrispondenza dei centri abitati, ci si imbatte sempre in qualche sagra o festa paesana.

Un cammino che offre poche sicurezze che applica la contemplazione e la meditazione in movimento (a cominciare dal fatto che bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi) e che permette al corpo di acquisire un migliore metabolismo e una maggiore ossigenazione.

Un cammino che si può considerare una sorta di terapia psicofisica nonché una ricerca di qualcosa che di preciso non si sa.

Un cammino che educa all’essenzialità, in primo luogo per il fatto che lo zaino deve essere leggero dato che deve essere portato in spalla a lungo (la durata massima del cammino è di un mese e una settimana).

Un cammino da compiere da soli per fare parallelamente anche un viaggio dentro se stessi, ma anche in compagnia per potersi scambiare memorie e impressioni che comunque c’è sempre la possibilità di scambiare anche coi pellegrini incontrati lungo la via perché il cammino è anche questo, un’infinita possibilità di incontri interessanti impossibili da fare nella vita di tutti i giorni.

Un cammino che di solito si intraprende su consiglio di qualcuno che si conosce e che c’è già stato oppure quando si percepisce un momento di crisi nella propria vita si ha la necessità di staccare. Il signor Walter raccontava che per lui le cose sono andate esattamente in questo modo, ha sentito la necessità di partire perché si sentiva invischiato in tutta una serie di situazioni percepite come poco piacevoli da cui non riusciva ad uscire. Partire e percorrere questo cammino con un ritmo lento (ma c’è chi cammina più velocemente, ognuno naturalmente sceglie il ritmo che gli è più congeniale) gli ha permesso di uscire da se stesso, ma anche, paradossalmente, di acquisire una maggiore consapevolezza del suo corpo, migliorare la sua ipertensione (è scientificamente provato che questo tipo di malattie traggono giovamento da lunghe camminate) e di tornare con le idee più chiare circa le migliorie da apportare alla sua vita partendo da piccole cose come una maggior consapevolezza del gesto di salutare come modo per valorizzare il prossimo, un maggior attaccamento agli affetti, una maggior attenzione all’essenzialità, al cibo che tendenzialmente si è abituati a consumare in maniera automatica. Un percorso interiore che ha dovuto fare i conti col riacclimatamento alla quotidianità, ma che poi si è rivelato positivo non solo per il signor Walter, ma anche per tutti coloro che lo circondano perché, ha detto il signor Walter, quando si sceglie di variare il proprio atteggiamento a poco a poco anche chi ci circonda ci segue in modo quasi automatico.

Un cammino che in qualche modo fortifica anche l’autostima dato che ci si trova ad affrontare situazioni in cui non si può contare sulle comodità della vita moderna.

Un cammino tendenzialmente privo di controindicazioni (se si escludono quelle in cui incorre chi non sa misurare correttamente le proprie forze) alla portata di tutti che richiede una certa dose di adattabilità.

Un cammino economico. Gli alberghi più cari che offrono i maggiori comfort costano tra i 25 e i 30 euro. Poi ci sono gli ostelli con dei dormitori che arrivano fino a 100 posti che ricordano quelli dei campi militari il cui prezzo si aggira in media intorno ai 5 euro, ma alcuni prevedono donazioni libere. In alcune parrocchie c’è persino la possibilità, per i pellegrini più poveri, di prendere i soldi anziché portarli (di solito sono dei preti a gestire simili servizi) ed esistono conventi con fontane che zampillano vino anziché acqua. Solitamente la cena servita ai pellegrini consiste in un piatto di minestra seguito da un piatto di pesce o carne a scelta per un valore totale di 15 euro, ma esistono anche locali dove le cucine sono collettive e possono essere gestite direttamente dai pellegrini che cucinano ognuno cio che preferisce, i piatti di casa propria. Tutti questi luoghi di ristoro sono accomunati dal fatto di essere gestiti da persone affabili. A questo proposito il signor Walter ha raccontato uno specifico aneddoto. Una sera si è trovato ad alloggiare in un convento che prevedeva il rientro per tutti i pensionati alle 10 di sera. Quella sera il signor Walter rientrò troppo tardi e fu costretto a chiedere ospitalità ad un albergo che gliela offerse nonostante il signor Walter non avesse con se i documenti o i soldi, prontamente mostrati e consegnati la mattina dopo.

Un cammino che va affrontato con alcune accortezze pratiche. Le calzature migliori che non fanno sudare i piedi ne producono vesciche sono le sandale da portare anche con le calze di cotone sotto quando fa un po’ più freddo. Il miglior bagaglio è uno zaino pieno di tasche e impermeabile o con telo coprente, dove stipare gli spuntini le bottiglie d’acqua, le kiway e gli ombrelli in caso di pioggia, asciugamani di fibre, pezzi di giornali antiumidità per imbottire le scarpe, un cappellino per ripararsi dal sole e sacchi a pelo leggeri per chi volesse dormire all’aperto qualche volta. Il miglior periodo è l’autunno o la primavera.

Un cammino ricco di soddisfazioni durante il quale in più punti è costume fare messe di benedizione ai pellegrini e fare la lavanda di un piede e alla fine del quale si riceve un diploma mostrando una tessera che viene rilasciata all’inizio del percorso e timbrata ad ogni tappa, un diploma che però si riceve soltanto se non si è abusato troppo dei mezzi pubblici durante il percorso.

Un cammino che non è il solo possibile da fare. Esiste ad esempio un cammino che in epoca medievale era altrettanto famoso del cammino di Santiago: la via Francigena cosiddetta perché partiva dalla Francia per i pellegrinaggi sino a Roma toccando molti borghi italiani dalla Val d’Aosta alla Toscana (Pontremoli, Siena San Gimignano, San Quirico per citarne alcuni), ma che oggi ha perso lo smalto di un tempo. In Italia nonostante la forte influenza esercitata dalla chiesa non si è mantenuta la cultura del pellegrinaggio, dell’accoglienza, dell’ospitalità che è possibile vivere lungo il cammino di Santiago e dunque la via Francigena non è quasi più praticata. In Italia esistono anche cammini più brevi e poco conosciuti come il cammino dei tre giorni sulle colline nei dintorni del lago di Como partendo da Abbadia Lariana.

Un cammino che da secoli non smette di affascinare e che questa sera si è reso protagonista di uno degli eventi più riusciti alla casa Uboldi (come ha sottolineato anche l’assessore alla cultura Simona Duca) una serata caratterizzata dalla condivisione delle esperienze tra il signor Walter e chi tra il pubblico ha compiuto anch’esso questo cammino, chi è in procinto di partire e chi, dopo aver ascoltato il racconto del signor Walter ha sentito la voglia di partire e lo ha incalzato con tante domande. Una serata che, come si auspicano i volontari sin dall’apertura della Casa Uboldi, ha avuto il sapore di una serata in famiglia che ha permesso di rendere davvero onore alla casa della cultura, come luogo di cultura in primis appunto, ma anche come vera e propria casa.

Antonella Alemanni

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Nella foto la copertina del libro di Walter Orioli con la fotografia del rudere di una chiesa templare attraverso la quale attualmente passa un tratto di cammino e al cui interno è stato allestito un ostello