I CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA-GIOVANNI BOCCACCIO

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“Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono un di quegli.”
Giovanni Boccaccio- Decameron, incipit

Nato nel 1313 a Certaldo in Toscana, dall’amore illegittimo di un mercante fiorentino per una nobildonna, Giovanni Boccaccio vive a Firenze, finché nel 1325 il padre decide di inviarlo a Napoli a far pratica di mercatura presso il Banco de’ Bardi. Nella splendida città angioina egli dà cattiva prova delle sue attitudini per il commercio e per lo studio del diritto.
Tuttavia ha la fortuna di essere introdotto nella nobile e sfarzosa corte del Re Roberto. Questo soggiorno napoletano stampa nella sua anima le impressioni più vive e durature. Giovanni si avvia con passione alle prime esperienze letterarie, viene a contatto con la grande cultura della città, una città ricca di elementi della letteratura italo-francese e di quella arabo-bizantina, e infine conosce anche l’amore appassionato per Maria D’Aquino, figlia naturale del Re Roberto e sposa di un nobile di corte. E’ un amore profondo ma infelice, che resterà sempre la nota dolente della sua vita.
Maria non divenne un simbolo, ma ispira comunque tutte le opere di Boccaccio: quelle composte nel periodo napoletano(1336-1340) come il romanzo “Filocolo” e i due poemi “Filostrato” e “Teseida”, ma anche gli altri scritti dopo il ritorno a Firenze: “Il Ninfale d’Ameto”, “l’Amorosa visione”, “l’Elegia di Madonna Fiammetta”, “ Ninfale Fiesolano”.
Il desiderio d’amore esulta anche da ogni pagina del “Decameron” e infine si esaspera in invettiva contro le donne nel romanzo satirico “Il Corbaccio”.
Ritornato a Firenze nel 1340, a causa del disastro finanziario del padre, Giovanni affronta un duro periodo di sofferenze e privazioni, e si rifugia nel conforto della letteratura. Quando nel 1348 si abbate sulla città il flagello della peste, il suo occhio spazia ormai su un’umanità più vasta e la sua ispirazione scaturisce spontanea dalla vita. Fra il 1348 e il 1353 nasce il “Decameron”.
Le cariche diplomatiche che i concittadini gli affidano, le amicizie della corte reale di Napoli, a Boccaccio non bastano per migliorare le sue condizioni misere. Ritiratosi nella casa paterna di Certaldo, approfondisce nella solitudine, verso una fede profonda, dedicandosi agli studi. Conforto di questi anni è la familiarità con gli uomini dotti del periodo preumanistico e l’amicizia con il Petrarca, un rapporto che si trasforma in un dialogo spirituale. Il Boccaccio scopre nuovi codici di autori classici, introduce nel patrimonio culturale europeo la lingua greca, scrive opere dotte in lingua latina: biografie, trattati di mitologia.
Del rinnovato culto di Dante è frutto la prima biografia dantesca “Trattatello in laude di Dante”, e il commento pubblico dei canti dell’Inferno, da lui tenuto nella chiesa di Santo Stefano di Badia(1373-1374). Nella luce di una fede sincera e pacata, che compone in serena armonia le turbinose esperienze della giovinezza, si avvia verso la morte(1375), che viene a consacrarlo fra i grandi poeti del Trecento.
Come ha potuto il Boccaccio far confluire nel “Decameron” le sue esperienze migliori, per creare un mondo vivo e di perenne allegria? Egli ha ereditato dai mercanti quel raro istinto di saper vedere con occhio preciso ogni cosa, che analizza, ridimensiona e ricompone poi in cosa nuova. Da qui nasce il sorriso come evasione al tormento e mezzo più comune di sopravvivenza, un sorriso non amaro, bensì caldo e soddisfatto di chi, in fin dei conti, sa sempre cavarsela dai guai. Di conseguenza, il “Decameron” raccoglie elementi contrastanti: erudizione e slancio creativo, sacro e profano, ingenuità e astuzia, novità e tradizione, perfezione morale e perversità, simbolo e realtà, beffa e amore sincero.
Nel “Decameron” un’allegra brigata di giovani narra cento novelle, nel giro di dieci giornate. Sono sette fanciulle e tre giovani uomini, che hanno deciso di lasciare Firenze per sfuggire al contagio della peste e rifugiarsi in campagna, dove si dedicheranno agli svaghi e alla narrazione. Ogni giorno eleggono la regina o il re cui spetta di dettare il tema delle novelle che ciascuno dei dieci narrerà. Ma questa cornice è puramente fittizia e le figure dei narratori svaniscono come simboli. Anche la descrizione iniziale della peste è dimenticata per fare posto alla materia vasta e risonante di voci di vita vissuta. Tipi umani autentici, pescati dal popolo minuto, dalla nobiltà o dalla borghesia, provenienti da ogni parte del mondo. L’Oriente s’incontra con l’Occidente, la terra con il cielo. Tutta l’umanità viene a popolare la letteratura, parlando il linguaggio abituale: il
volgare. Dietro questi personaggi si nasconde il sorriso compiaciuto di Boccaccio, che di ciascuno ammira le virtù e compatisce i vizi. E se Maria d’Aquino si cristallizza nella figura sofisticata di Fiammetta, il soffio dell’amore aleggia dovunque. E’ un amore che assume mille aspetti diversi. Tutti gli eccessi si ricompongono nell’incanto dell’arte, diventando mosaico di colori, di suoni, di movimenti.
Capolavoro di varia umanità, il “Decameron” e perennemente vivo e attuale, perché non rispecchia soltanto un particolare momento storico, ma affonda le sue radici nell’eterna vicenda dell’uomo: la vita, il sorriso, le lotte, gli amori, le beffe. E proprio un figlio di mercanti come il Boccaccio, carico di esperienze reali di vita, viene a scoprire questo mondo profano del tardo Medioevo. Con lui la letteratura entra nella vita e la vita stessa nella letteratura. L’anima di tutto questo non è più una dottrina o un simbolo, ma l’uomo autentico, cosi com’è, come vive, come parla e come ama.

Lucica Bianchi

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