PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

 

“Una persona umile che ha fatto grandi cose”

A cura di Guido Combi

 

Nel mese di Gennaio 2003, Piera Milivinti “va avanti”, come dicono gli alpini, con una formula che lascia spazio alla speranza di poterci rivedere un domani in un mondo migliore.

Nel mese di Luglio 2012, sulla sua casa di via Coseggio alla presenza delle autorità comunali, militari e religiose, viene posta una targa in bronzo con “l’affettuoso ricordo di quanti hanno apprezzato e mai dimenticato l’opera, silenziosa ma efficace, di Piera Milivinti, Madrina degli Alpini”.

 

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Ma chi era la Piera tanto amata dagli alpini?

Penso valga la pena richiamare la sua figura, cercando di delinearla attraverso varie testimonianze, per dare un quadro più completo della sua personalità e di quello che ha fatto per guadagnarsi, nella sua semplicità e umiltà, tanta stima e tanto affetto.

Ecco la prima testimonianza della giornalista Marialuisa Bendinelli in un suo articolo  pubblicato nel 1987, che contiene anche una interessante intervista .

 

La mamma degli Alpini

Si chiama Piera Milivinti, ha settantadue anni, non si è mai sposata, ma in migliaia la chiamano mamma.

Sono gli alpini dei quali si è occupata per tutta la sua vita e per i quali lei è ormai una leggenda vivente.

di Marialuisa Bendinelli

 

Quando una sua lettera arriva nelle caserme viene subito messa in bacheca perché tutti possano leggerla e sentirsi confortati.

Ma come è cominciata questa storia?

“E’ cominciata quando io avevo quindici anni – racconta adesso Piera – e i ragazzi del mio paese partivano per il servizio militare.

Erano belli nella loro divisa e mi pareva che fossero fortunati ad andare lontano a vivere nuove esperienze, a farsi uomini.

Ma quando tornavano raccontavano di solitudine, di malinconia, di magoni grossi così… e allora io ho cominciato a scrivere a qualcuno, per tirarlo su, per fargli pesare meno la lontananza.”

Ma erano così belle, quelle lettere, contenevano tanta speranza e tanto calore che i ragazzi cominciarono a leggerle ad alta voce, nelle camerate.

Chi aveva una pena in cuore cominciò a scriverle e ben presto lei si trovò a dover rispondere a decine di soldati che non conosceva ma che aspettavano ansiosamente la sua lettera.

Lei lavorava in una ferriera e lo stipendio in casa serviva tutto; erano tempi duri, così per procurarsi  i soldi per la carta e i francobolli la ragazza va sui monti la domenica a far carichi di legna che poi rivende.

«Può sembrare una pazzia – commenta oggi – ma quei ragazzi avevano bisogno di amicizia più che del pane e io come potevo abbandonarli?»

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 Piera nella sua casa.

 

Abitava a Talamona, in provincia di Sondrio, ma cominciò, appena poteva, a spostarsi per raggiungere ospedali e sanatori nei quali i suoi alpini venivano ricoverati, per rendere cosi più concreta la sua solidarietà.

«Piccola amica…» le scrivevano e lei non aveva cuore di lasciare inascoltati i loro appelli.

Ha risolto casi umani e problemi d’ogni genere.

Di fronte al dolore di uno di quei ragazzi che non sapeva come venir fuori dal cruccio che lo assillava lei si metteva in moto.

Scriveva e bussava a tutte le porte, finché non le veniva aperto, parlava con le autorità, «muoveva le montagne» finché non otteneva l’aiuto richiesto, e subito ricominciava con un altro caso.

Scoppia la seconda guerra mondiale e le sue lettere partono per il fronte a consolare chi non sa darsi pace di tanto orrore e piange di nostalgia.

Alcuni dei ragazzi che ricevevano le sue lettere in Russia hanno raggiunto alti gradi nell’esercito, due sono diventati generali e, in ricordo di quei giorni bui rischiarati però dalle lettere piene di speranza che ricevevano dalla loro «piccola amica», lei ancora oggi viene considerata «una di casa».

Conosce le loro mogli, è stata al battesimo dei loro figli per i quali è zia Piera.

I suoi viaggi, con la guerra si fecero più lunghi, pieni di disagi e la sofferenza che incontrava le sembrava a volte intollerabile.

Ma come poteva abbandonare chi era certo di una sua visita?

Eccola allora da un ospedale all’altro, non più e solo alle prese con la TBC ma con mutilazioni e piaghe sconvolgenti, ed anime ferite ed esacerbate.

Piange ricordando le sofferenze dei suoi alpini in quei giorni di follia.

Ormai la conoscevano tutti, non solo i soldati ma anche il personale medico, i cappellani militari, gli ufficiali e tutti avevano imparato a rispettare ed amare quella donna che portava amicizia e conforto e nulla chiedeva in cambio, come una mamma.

Nacque in quei giorni l’appellativo mamma degli alpini, che la accompagna ancor oggi.

Finita la guerra cominciò regolarmente a spostarsi da una caserma all’altra per far visita ai ragazzi.

Utilizzando così tutte le sue vacanze, tutto il suo tempo libero.

Ora erano gli alpini che venivano a prenderla e la portavano a far visita ai commilitoni.

Le chiedo di raccontare qualche episodio che più di altri l’ha commossa e lei snocciola racconti su racconti, tanti da poterne scrivere un libro, ma uno in particolare merita d’essere ricordato.

Erano i tempi del terrorismo altoatesino, nella settimana tra il Natale e Capodanno; in compagnia di un capitano e del cappellano militare va al Passo del Brennero.

L’intenzione è di portare qualche stecca di cioccolata, sigarette, un po’di grappa ai ragazzi che stanno nei posti di vigilanza a Malga Sasso, Malga Longo, Pian dei Morti, Pian dei Mughi.

Nonostante la tensione e il freddo polare i visi dei ragazzi si illuminano quando riconoscono i visitatori.

“In tutti i posti di vigilanza, tutti – ricorda lei adesso – i ragazzi avevano allestito un alberello e, portando da casa ognuno una statuina, avevano messo insieme un presepe minimo.

Sono i più bei presepi che ho visto.

Quanta serenità,  quanta voglia di pace e di calore nei loro cuori!”.

Dice che i ragazzi di oggi non sono diversi da quelli di allora, mai come in questo caso è vero che l’abito non fa il monaco!

Hanno in cuore le stesse angosce, le stesse ansie, le stesse speranze, gli stessi sogni.

Difficile che cambi il cuore dell’uomo, commenta.

Continua a scrivere le sue lettere con inchiostro e pennino, come una volta, e siccome i pennini sono difficilissimi da trovare è una gara riuscire a procurarglieli, fare in modo che non ne rimanga sprovvista.

Lavoratrice e parsimoniosa avrebbe potuto costruirsi una vecchiaia agiata e serena ma ha speso tutto in quest’insolito e utilissimo servizio, generosa e incurante del futuro, come tutte le anime buone.

Vive nella casa più modesta del paese, due stanze senza riscaldamento, l’una al di qua l’altra al di là della strada; da una parte la cucina, dall’altra la camera da letto, con una pensione minima.

La casa però ha il telefono, sottolinea con orgoglio, dono dei suoi alpini per poterle parlare in qualsiasi momento. «Saranno bravi!» commenta, fiera dei suoi figli, come tutte le mamme.

 

 

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Piera con le autorità militari.

 

Su  “Il Giorno-Valtellina” Annalisa Acquistapace il  28 gennaio 2003, in occasione della sua morte, scriveva:

 

 LA “MADRINA” DI TALAMONA

Per tutti era “la Piera” una vita dedicata agli Alpini

 

TALAMONA

“L’attaccamento agli Alpini era la vocazione a cui ha dedicato tutta la vita”.

Così chi l’ha conosciuta racconta Piera Milivinti, la “madrina degli Alpini” di Talamona, morta nel giorni scorsi a 88 anni.

A dare l’addio a Piera è arrivato da Vipiteno un picchetto d’onore degli Alpini, per rendere omaggio a una donna che si è sempre impegnata per questo corpo militare e per tutti i giovani che ne hanno fatto parte.

La sua storia parte da lontano, quando i giovani valtellinesi partirono per la seconda guerra mondiale.

“A quell’epoca – ricorda Mario Berini, 83enne reduce di Russia e per 30 anni presidente dell’Associazione combattenti reduci di Talamona – Piera apparteneva al  gruppo di donne che sostenevano i giovani al fronte con lettere in cui si riconoscevano il suo patriottismo, la capacità di incoraggiare e di alleviare le  sofferenze di quegli anni difficili e dolorosi.

La sua vocazione verso gli Alpini è nata in quegli anni ed è continuata grazie alla sua capacità di adeguarsi al cambiamento delle esigenze dei giovani in servizio di leva”.

Mario Berini ricorda il carisma di Piera: “Da giovanissima aveva perso il padre – racconta- e qualche anno dopo anche la madre,  rimanendo sola nella sua casa che con gli anni si è riempita di ricordi, incontri, persone.

Viste le difficili condizioni di quel tempo, Piera non aveva nemmeno il diploma di quinta elementare, ma tale era la convinzione che metteva nelle sue lettere che è riuscita ad avere contatto con le più alte cariche militari e dello Stato.

Basti pensare che nella sua piccola casa di Talamona non c’è, uno spazio sui muri che non sia coperto di fotografie  con comandanti e generali, e di lettere firmate ad esempio da Giulio Andreotti”.

Se durante la guerra il suo impegno era per alleviare le sofferenze e le paure dei soldati al fronte, in seguito Piera Milivinti si è prodigata per i ragazzi che avevano difficoltà durante il servizio di leva.

“Capitava spesso che qualche giovane partito per il militare avesse alla spalle una storia di povertà o di difficoltà familiari – ricorda ancora Berini – e Piera in quei casi si prodigava per trovargli la collocazione migliore e più agevole.

In altre occasioni, quando sapeva che la famiglia aveva bisogno del ragazzo a casa, faceva di tutto per sorpassare i regolamenti, e spesso riusciva ad ottenere che il giovane tornasse a casa”.

A ricordare con affetto la “madrina” non sono solo i numerosissimi Alpini e non che da lei hanno ricevuto lettere o aiuti, ma anche gli ufficiali del corpo militare che l’hanno conosciuta.

“Riceveva spesso inviti da molte caserme – dice ancora Berini – ed è stata ospite a Torino, Belluno, Merano, Malles, Pordenone. In una di queste caserme era stata addirittura preparata per lei una camera da letto che poteva utilizzare quando  veniva  invitata”.

Una figura forte: “Era un personaggio particolare, impetuosa e molto decisa – conclude Berini – e chiunque avesse una conversazione con Piera ne usciva convinto che avesse ragione lei.

La speranza, ora che non c’è più, è che la sua morte riporti in alto i valori per cui ha vissuto.”

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 Piera coi suoi alpini in caserma.

 

 

La testimonianza del nipote

“Era conosciuta in tutte le Alpi”

 

TALAMONA

“Di giorno lavorava chiodi e reti in ferro nella fabbrica morbegnese Martinelli, e la sera correva a casa tra francobolli e lettere”.

A ricordare Piera è il nipote Giovanni Milivinti, anche lui Alpino e da sempre sostenuto dal forte carattere della zia.

“Scriveva ogni giorno a persone di ogni parte dell’arco alpino – ricorda – e in più occasione sono arrivati a casa sua dei personaggi anche molto in vista fra i militari, per salutarla e ricordare i vecchi incontri.

Era molto conosciuta fra gli alpini di diverse regioni d’Italia, e ricordo un episodio che mi dimostrò il rispetto che tutti

avevano per lei.

Svolgevo il servizio militare a Cuneo, e un giorno ho sentito squillare la tromba, come per l’arrivo di un’autorità militare.

Poco dopo – conclude Giovanni – ho scoperto che quell’autorità era mia zia, che era venuta a farmi visita”.

Alcuni a Talamona la ricordano ancora quando Piera scendeva a piedi fino a San Carlo per prendere la corriera che la portava al lavoro.

“Li chiamava “i miei alpini” e parlava sempre di loro – ricorda chi la incontrava la mattina andando al lavoro – per lei era quasi una ragione di vita, una vera passione che portava avanti con tutte le sue possibilità, anche economiche”.

E ancora negli ultimi anni, anche se l’età aveva diminuito la sua attività.

Piera riceveva la visita di gente che aveva aiutato, la stessa gente che domenica non – ha voluto mancare all’ultimo saluto alla “madrina degli Alpini”.

 

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Ettore Leali, allora presidente dell’ ANA Valtellinese, su “Valtellina Alpina”, l’ha ricordata così:

“Il  24 gennaio scorso si e` spenta a Talamona “la Piera”, nota anche come “la sorella degli Alpini”, la “zia Piera”, la “madrina degli Alpini”e, nel secondo dopo-guerra, “la mamma degli Alpini”.

Quando vanno a trovarla a Talamona qualcuno resta sconcertato dalla semplicità della sua casa: due locali (una piccola cucina che fa anche da tinello e una camera da letto) uno di qua e l’altro al di là della strada. Nella cucina-tinello un telefono rosso: linea diretta con gli Alti Comandi, con i Capitani, con i Cappellani, con semplicissimi alpini e con le famiglie dei casi più difficili. Tante conoscenze e gli infiniti biglietti di ricambio degli Auguri dai più umili ai “Dalla Chiesa”, agli “Andreotti”, ai “Federici” ecc. ecc. Punto di riferimento del “mondo alpino” ben al di là della Valle lascia un ricordo indelebile in tantissimi per aver risolto con semplicità casi umani e situazioni altrimenti irrisolvibili. In tanti gli erano riconoscenti quasi come ad un genitore.

Lascia un vuoto profondo in coloro che l’ hanno conosciuta ed apprezzata per la semplicità con la quale ha sempre saputo testimoniare un grande cuore, altissimi valori ed un amore sviscerato per il cappello con la penna nera ma soprattutto per tutti coloro che in quel simbolo hanno riconosciuto la bandiera di una vera Umanità.

Ettore Leali

 

 

Il MIO RICORDO DI  PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

Per gli alpini che hanno conosciuto bene la Piera, non credo che di lei questo mio scritto possa dire qualcosa di nuovo. Per chi non l’ha conosciuta, data l’età, “la mamma degli alpini” potrebbe rappresentare una figura del passato da considerare un po’ anacronistica proiettata nella realtà virtuale odierna, ma che  se esplorata a fondo, magari attraverso i ricordi di noi vecchi e gli scritti che hanno preceduto questo mio, potrebbe riservare un esempio che richiama alla memoria virtù e pregi che oggi potrebbero essere (e lo sono per molti?)  ritenuti superati. Se poi qualcuno ha  potuto consultare i suoi scritti e quelli che ha ricevuto dalle personalità militari e politiche di primo piano con cui ha avuto rapporti cordiali, l’impressione di una personalità complessa e forte che si è elevata sulla maggioranza delle donne del suo ambiente sociale e del suo tempo, è netta e indiscutibile.

Ad esempio, il dedicarsi ad un ideale di altruismo nei confronti di persone sconosciute,  ideale legato all’amor patrio, che oggi spesso è bistrattato in nome di settarismi di varia natura, pur a oltre 150 dall’unità d’Italia, è stato appannaggio di pochi e di poche. Ancora, il sacrificare le proprie aspirazioni personali, che oggi sono giudicate prioritarie, come il costituirsi una propria famiglia, il dotarsi di una casa comoda e di una serie di sicurezze che si ritengono irrinunciabili sul piano economico, in nome di un ideale, da qualcuno potrebbe essere giudicato fuori del tempo.

La “Piera degli alpini”, come veniva chiamata a Talamona, tutto questo l’ha praticato con grande convinzione e con entusiasmo, nonostante i sacrifici che le imponeva.

Abitava in via Coseggio inferiore, più precisamente nel gruppo di case chiamate “di Mälvain”, e lei stessa era una Mälvaìna, appartenente alla dinastia dei Milivinti, che abitavano e abitano quella contrada. I miei rapporti con lei risalgono al periodo della mia gioventù, durante le scuole superiori. Abitavo poco sopra, in via Civo, e, si può dire che l’ho conosciuta da sempre, in quanto anche da ragazzo lei mi ha visto crescere e ha seguito, anche se da lontano, la mia crescita e i miei studi. Verso i 16 anni ho incominciato, con alcuni amici, a frequentare la sua casa, almeno due o tre sere al mese. Spesso andavamo a trovarla dopo la prova di musica (suonavamo nella banda di Talamona) e lei ci accoglieva sempre con entusiasmo, ci offriva il caffè fatto con la  famosa napoletana e pian piano ci parlava dei suoi amici alpini. Ci mostrava la sua corrispondenza e le fotografie, parte delle quali erano in bella mostra e la maggior parte raccolte in un album di ricordi che era la ricostruzione di una parte di storia della guerra e del corpo degli alpini al quale la sua vita era stata ed era legata.

Per noi è stata la scoperta di un mondo che avevamo appena immaginato qualche volta e che ora ci si presentava nella sua realtà con una semplicità che  all’inizio ci sconcertava, ma che poi abbiamo accettato con altrettanta ovvietà, così come lei, con semplicità e senza trionfalismi, ce lo presentava.

Ricordo il cucinotto-tinello, allora era chiamato semplicemente la casa, arredato con l’ essenziale, dove si faceva fatica a starci tutti, perchè era molto piccolo. Dall’unica finestra riceveva la luce e dando su un cortile adiacente alla strada, da lì si vedevano tutti i passanti. In inverno una stufa economica riscaldava il localino e i pasti frugali. Ricordo che, pian pianino, man mano che ci introduceva in questo nuovo mondo, ho scoperto la sua personalità senza che lei si sia mai vantata del rapporto privilegiato che aveva con le personalità militari e politiche con cui corrispondeva. Ci presentava i personaggi per mezzo di foto, dove spesso era ritratta con loro nelle varie caserme e in mezzo ai suoi alpini, e degli scritti che ci presentava con molta semplicità e naturalezza come si presentano degli amici che si vogliono far conoscere, ai quali si tiene molto. Uno lo ricordo particolarmente per la sua figura imponente, dotata di baffi, e per l’ espressione del suo viso simile a quella di un padre severo, ma comprensivo: era il generale Rasero.

 

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Piera a una cerimonia ufficiale

 

Un ricordo particolare è legato alla mia mancata ammissione al corso allievi ufficiali di complemento (AUC) che credo le abbia dato una grande delusione. Terminate le scuole superiori e fatta la visita di leva, essendo a casa in attesa di preparare il concorso magistrale, ho deciso che forse la naja sarebbe stato meglio farla possibilmente da ufficiale, visto che ero ancora a completo carico dei miei genitori che dovevano provvedere anche al altri sei figli. Inoltrai perciò la domanda e lo comunicai alla Piera. Ricordo ancora la sua contentezza, nella speranza che poi una volta superato il corso sarei stato assegnato al corpo degli alpini; credo che lei si preparasse a fare di tutto per farmi arrivare a Malles, a Merano o in qualche altra caserma degli alpini, magari al “Morbegno”, e mi diceva che mi vedeva già sottotenente. Gli avvenimenti però sono andati diversamente da quanto desideravamo entrambi. Non fui ammesso al corso per R.A.M. e poi non feci nemmeno la naja. La sua delusione fu grande, perchè avrei potuto essere allora uno dei pochi talamonesi, ufficiale dei suoi alpini. Ciononostante, la sua amicizia è rimasta intatta perchè mi diceva:

“Puoi far bene anche in altri campi”.

Credo che per la Piera la sua vita sia stata molto ricca di soddisfazioni, anche se a volte ha sofferto per le incomprensioni di cui era oggetto nell’ ambiente che la circondava, che non sempre era in grado di capire gli ideali che riempivano la sua vita e perchè cercasse soddisfazioni al di fuori del suo paese.

Quante persone ha aiutato? Molte e anche, a volte, sconosciute.

Rimasta senza genitori a 15 anni, avrebbe potuto pensare solo a se stessa. Ha iniziato subito, invece a pensare a quei giovani ragazzi che in divisa andavano a combattere nelle varie guerre, lontano da casa, e si metteva in contatto con loro epistolarmente facendoli sentire vicino a casa e al loro paese. Poi altri, spesso sconosciuti, sono entrati in corrispondenza con lei e per tutti aveva parole di sostegno e di conforto. Aveva frequentato solo le scuole elementari e non era riuscita a finirle come avrebbe voluto, come è capitato a parecchi in quei tempi per esigenze familiari. Lavorava come operaia alla Martinelli di Morbegno e si recava al lavoro in bicicletta, spingendola in salita, al ritorno, per oltre un chilometro, tutti i giorni, fino a casa. Tutto quello che risparmiava andava in spese postali e non ha mai chiesto nulla a nessuno. Anche con noi giovani, non si è mai lamentata delle sue condizioni economiche difficili, e noi allora non le avvertivamo, perchè si accontentava di una vita frugale. Quanti giovani soldati si sono sentiti rincuorati dalle sue lettere, che, nonostante avesse frequentato solo la quinta elementare, avevano raggiunto un bello stile sciolto ed erano scritte con una grafia chiara che tutti potevano leggere e capire, tanto che spesso venivano lette nelle camerate o nelle tende dell’ accampamento, perchè servivano a tutti, rincuoravano tutti e nessuno si sentiva dimenticato, tutti le ascoltavano volentieri e le sentivano come proprie. Quante volte si è fatta carico dei problemi delle famiglie dei suoi alpini, non solo talamonesi, in difficoltà vuoi per i lavori della campagna a cui mancavano forti giovani braccia, vuoi per situazioni familiari disagiate che richiedevano la presenza  a casa dei giovani in servizio di leva, che magari erano in caserme lontane.

Ecco allora che la “sorella degli alpini”, “la mamma degli alpini”, “la madrina degli alpini”, ”la Piera degli alpini”, questi i vari appellativi con cui veniva chiamata, si metteva in moto. Scriveva ai vari comandi rivolgendosi agli alti ufficiali dai quali era stimata e ascoltata; più tardi alzava il famoso telefono rosso di cui l’avevano dotata i suoi amici alpini, e si metteva in contatto, ottenendo licenze agricole e straordinarie, e trasferimenti in sedi più comode per poter raggiungere la famiglia nel più breve tempo possibile. Quante madri si sono rivolte a lei? Eppure la Piera non ha mai chiesto nulla a nessuno e neppure si è mai fatta vanto di quanto otteneva, nè delle sue conoscenze. Agiva a favore degli altri e basta. Questa è carità? Penso proprio di si. Possiamo anche chiamarla “carità alpina”? O altruismo come virtù tipica degli alpini che, terminata la naja, si impegnano in tante opere di volontariato: dalla protezione civile, all’ intervento in caso di calamità, senza pesare su nessuno: Friuli e Irpinia possono esserere citati come due casi simbolo.

I momenti che più la riempivano di soddisfazione  erano quelli delle sue ferie che in parte passava in qualche caserma degli alpini del Trentino o dell’ Alto Adige, in mezzo ai suoi ragazzi in divisa: i suoi Alpini. Infatti, in estate, era regolarmente invitata dagli alti comandi sia alle cerimonie del giuramento, sia a trascorrere le ferie con loro. Era alloggiata in caserma, in appositi locali preparati per lei; le veniva messo a disposizione un alpino che l’accompagnava ovunque volesse andare e colonnelli e generali la trattavano da loro pari, con un rispetto pari alla stima che di lei avevano, e la portavano nelle loro famiglie, invitandola ai vari avvenimenti come battesimi e matrimoni, trattandola appunto come una di famiglia. Tutto questo traspariva nelle serate passate a casa sua quando, come dicevo prima, ci presentava, attraverso le foto e gli scritti, gli ufficiali di tutti i gradi, dal sottotenente al generale,  che erano onorati della sua amicizia, e le erano sinceramente affezionati. Tutto questo la appagava delle difficoltà di ogni giorno a cui comunque si era adattata.

La “Piera degli alpini”, credo sia stata una persona, unica nel suo genere, che con le  sole proprie forze si è elevata ad di sopra degli  altri, mettendo in evidenza, con un grande coraggio personale, aspetti della sua personalità che altri avrebbero potuto anche non condividere. Io mi chiedo: quante donne sono state capaci di fare scelte coraggiose come le sue e di dedicarsi agli altri senza pensare a se stessa?  Forse non le conosciamo tutte. Ricordiamo che i tempi in cui ha operato erano molto diversi da quelli di oggi.

Cara Piera, spero di non averti deluso ancora una volta. Ma forse sì? Forse non avrei dovuto mettere in evidenza gli aspetti migliori del tuo grande carattere che io ho visto in te. Ma credimi, non potevo farne ameno di cercare di farli conoscere anche a chi ti ha conosciuto magari in modo casuale. Se ti ho deluso, scusami ancora una volta. Una cosa però penso ti abbia fatto piacere. Che questi scritti possano portare i giovani che non ti hanno conosciuto, a conoscere ed apprezzare il tuo mondo “il mondo alpino” e ciò che tu hai fatto per i tuoi “ragazzi”, come li chiamavi con tanto affetto.

 

                                                                     Guido Combi

 

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