PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

 

“Una persona umile che ha fatto grandi cose”

A cura di Guido Combi

 

Nel mese di Gennaio 2003, Piera Milivinti “va avanti”, come dicono gli alpini, con una formula che lascia spazio alla speranza di poterci rivedere un domani in un mondo migliore.

Nel mese di Luglio 2012, sulla sua casa di via Coseggio alla presenza delle autorità comunali, militari e religiose, viene posta una targa in bronzo con “l’affettuoso ricordo di quanti hanno apprezzato e mai dimenticato l’opera, silenziosa ma efficace, di Piera Milivinti, Madrina degli Alpini”.

 

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Ma chi era la Piera tanto amata dagli alpini?

Penso valga la pena richiamare la sua figura, cercando di delinearla attraverso varie testimonianze, per dare un quadro più completo della sua personalità e di quello che ha fatto per guadagnarsi, nella sua semplicità e umiltà, tanta stima e tanto affetto.

Ecco la prima testimonianza della giornalista Marialuisa Bendinelli in un suo articolo  pubblicato nel 1987, che contiene anche una interessante intervista .

 

La mamma degli Alpini

Si chiama Piera Milivinti, ha settantadue anni, non si è mai sposata, ma in migliaia la chiamano mamma.

Sono gli alpini dei quali si è occupata per tutta la sua vita e per i quali lei è ormai una leggenda vivente.

di Marialuisa Bendinelli

 

Quando una sua lettera arriva nelle caserme viene subito messa in bacheca perché tutti possano leggerla e sentirsi confortati.

Ma come è cominciata questa storia?

“E’ cominciata quando io avevo quindici anni – racconta adesso Piera – e i ragazzi del mio paese partivano per il servizio militare.

Erano belli nella loro divisa e mi pareva che fossero fortunati ad andare lontano a vivere nuove esperienze, a farsi uomini.

Ma quando tornavano raccontavano di solitudine, di malinconia, di magoni grossi così… e allora io ho cominciato a scrivere a qualcuno, per tirarlo su, per fargli pesare meno la lontananza.”

Ma erano così belle, quelle lettere, contenevano tanta speranza e tanto calore che i ragazzi cominciarono a leggerle ad alta voce, nelle camerate.

Chi aveva una pena in cuore cominciò a scriverle e ben presto lei si trovò a dover rispondere a decine di soldati che non conosceva ma che aspettavano ansiosamente la sua lettera.

Lei lavorava in una ferriera e lo stipendio in casa serviva tutto; erano tempi duri, così per procurarsi  i soldi per la carta e i francobolli la ragazza va sui monti la domenica a far carichi di legna che poi rivende.

«Può sembrare una pazzia – commenta oggi – ma quei ragazzi avevano bisogno di amicizia più che del pane e io come potevo abbandonarli?»

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 Piera nella sua casa.

 

Abitava a Talamona, in provincia di Sondrio, ma cominciò, appena poteva, a spostarsi per raggiungere ospedali e sanatori nei quali i suoi alpini venivano ricoverati, per rendere cosi più concreta la sua solidarietà.

«Piccola amica…» le scrivevano e lei non aveva cuore di lasciare inascoltati i loro appelli.

Ha risolto casi umani e problemi d’ogni genere.

Di fronte al dolore di uno di quei ragazzi che non sapeva come venir fuori dal cruccio che lo assillava lei si metteva in moto.

Scriveva e bussava a tutte le porte, finché non le veniva aperto, parlava con le autorità, «muoveva le montagne» finché non otteneva l’aiuto richiesto, e subito ricominciava con un altro caso.

Scoppia la seconda guerra mondiale e le sue lettere partono per il fronte a consolare chi non sa darsi pace di tanto orrore e piange di nostalgia.

Alcuni dei ragazzi che ricevevano le sue lettere in Russia hanno raggiunto alti gradi nell’esercito, due sono diventati generali e, in ricordo di quei giorni bui rischiarati però dalle lettere piene di speranza che ricevevano dalla loro «piccola amica», lei ancora oggi viene considerata «una di casa».

Conosce le loro mogli, è stata al battesimo dei loro figli per i quali è zia Piera.

I suoi viaggi, con la guerra si fecero più lunghi, pieni di disagi e la sofferenza che incontrava le sembrava a volte intollerabile.

Ma come poteva abbandonare chi era certo di una sua visita?

Eccola allora da un ospedale all’altro, non più e solo alle prese con la TBC ma con mutilazioni e piaghe sconvolgenti, ed anime ferite ed esacerbate.

Piange ricordando le sofferenze dei suoi alpini in quei giorni di follia.

Ormai la conoscevano tutti, non solo i soldati ma anche il personale medico, i cappellani militari, gli ufficiali e tutti avevano imparato a rispettare ed amare quella donna che portava amicizia e conforto e nulla chiedeva in cambio, come una mamma.

Nacque in quei giorni l’appellativo mamma degli alpini, che la accompagna ancor oggi.

Finita la guerra cominciò regolarmente a spostarsi da una caserma all’altra per far visita ai ragazzi.

Utilizzando così tutte le sue vacanze, tutto il suo tempo libero.

Ora erano gli alpini che venivano a prenderla e la portavano a far visita ai commilitoni.

Le chiedo di raccontare qualche episodio che più di altri l’ha commossa e lei snocciola racconti su racconti, tanti da poterne scrivere un libro, ma uno in particolare merita d’essere ricordato.

Erano i tempi del terrorismo altoatesino, nella settimana tra il Natale e Capodanno; in compagnia di un capitano e del cappellano militare va al Passo del Brennero.

L’intenzione è di portare qualche stecca di cioccolata, sigarette, un po’di grappa ai ragazzi che stanno nei posti di vigilanza a Malga Sasso, Malga Longo, Pian dei Morti, Pian dei Mughi.

Nonostante la tensione e il freddo polare i visi dei ragazzi si illuminano quando riconoscono i visitatori.

“In tutti i posti di vigilanza, tutti – ricorda lei adesso – i ragazzi avevano allestito un alberello e, portando da casa ognuno una statuina, avevano messo insieme un presepe minimo.

Sono i più bei presepi che ho visto.

Quanta serenità,  quanta voglia di pace e di calore nei loro cuori!”.

Dice che i ragazzi di oggi non sono diversi da quelli di allora, mai come in questo caso è vero che l’abito non fa il monaco!

Hanno in cuore le stesse angosce, le stesse ansie, le stesse speranze, gli stessi sogni.

Difficile che cambi il cuore dell’uomo, commenta.

Continua a scrivere le sue lettere con inchiostro e pennino, come una volta, e siccome i pennini sono difficilissimi da trovare è una gara riuscire a procurarglieli, fare in modo che non ne rimanga sprovvista.

Lavoratrice e parsimoniosa avrebbe potuto costruirsi una vecchiaia agiata e serena ma ha speso tutto in quest’insolito e utilissimo servizio, generosa e incurante del futuro, come tutte le anime buone.

Vive nella casa più modesta del paese, due stanze senza riscaldamento, l’una al di qua l’altra al di là della strada; da una parte la cucina, dall’altra la camera da letto, con una pensione minima.

La casa però ha il telefono, sottolinea con orgoglio, dono dei suoi alpini per poterle parlare in qualsiasi momento. «Saranno bravi!» commenta, fiera dei suoi figli, come tutte le mamme.

 

 

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Piera con le autorità militari.

 

Su  “Il Giorno-Valtellina” Annalisa Acquistapace il  28 gennaio 2003, in occasione della sua morte, scriveva:

 

 LA “MADRINA” DI TALAMONA

Per tutti era “la Piera” una vita dedicata agli Alpini

 

TALAMONA

“L’attaccamento agli Alpini era la vocazione a cui ha dedicato tutta la vita”.

Così chi l’ha conosciuta racconta Piera Milivinti, la “madrina degli Alpini” di Talamona, morta nel giorni scorsi a 88 anni.

A dare l’addio a Piera è arrivato da Vipiteno un picchetto d’onore degli Alpini, per rendere omaggio a una donna che si è sempre impegnata per questo corpo militare e per tutti i giovani che ne hanno fatto parte.

La sua storia parte da lontano, quando i giovani valtellinesi partirono per la seconda guerra mondiale.

“A quell’epoca – ricorda Mario Berini, 83enne reduce di Russia e per 30 anni presidente dell’Associazione combattenti reduci di Talamona – Piera apparteneva al  gruppo di donne che sostenevano i giovani al fronte con lettere in cui si riconoscevano il suo patriottismo, la capacità di incoraggiare e di alleviare le  sofferenze di quegli anni difficili e dolorosi.

La sua vocazione verso gli Alpini è nata in quegli anni ed è continuata grazie alla sua capacità di adeguarsi al cambiamento delle esigenze dei giovani in servizio di leva”.

Mario Berini ricorda il carisma di Piera: “Da giovanissima aveva perso il padre – racconta- e qualche anno dopo anche la madre,  rimanendo sola nella sua casa che con gli anni si è riempita di ricordi, incontri, persone.

Viste le difficili condizioni di quel tempo, Piera non aveva nemmeno il diploma di quinta elementare, ma tale era la convinzione che metteva nelle sue lettere che è riuscita ad avere contatto con le più alte cariche militari e dello Stato.

Basti pensare che nella sua piccola casa di Talamona non c’è, uno spazio sui muri che non sia coperto di fotografie  con comandanti e generali, e di lettere firmate ad esempio da Giulio Andreotti”.

Se durante la guerra il suo impegno era per alleviare le sofferenze e le paure dei soldati al fronte, in seguito Piera Milivinti si è prodigata per i ragazzi che avevano difficoltà durante il servizio di leva.

“Capitava spesso che qualche giovane partito per il militare avesse alla spalle una storia di povertà o di difficoltà familiari – ricorda ancora Berini – e Piera in quei casi si prodigava per trovargli la collocazione migliore e più agevole.

In altre occasioni, quando sapeva che la famiglia aveva bisogno del ragazzo a casa, faceva di tutto per sorpassare i regolamenti, e spesso riusciva ad ottenere che il giovane tornasse a casa”.

A ricordare con affetto la “madrina” non sono solo i numerosissimi Alpini e non che da lei hanno ricevuto lettere o aiuti, ma anche gli ufficiali del corpo militare che l’hanno conosciuta.

“Riceveva spesso inviti da molte caserme – dice ancora Berini – ed è stata ospite a Torino, Belluno, Merano, Malles, Pordenone. In una di queste caserme era stata addirittura preparata per lei una camera da letto che poteva utilizzare quando  veniva  invitata”.

Una figura forte: “Era un personaggio particolare, impetuosa e molto decisa – conclude Berini – e chiunque avesse una conversazione con Piera ne usciva convinto che avesse ragione lei.

La speranza, ora che non c’è più, è che la sua morte riporti in alto i valori per cui ha vissuto.”

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 Piera coi suoi alpini in caserma.

 

 

La testimonianza del nipote

“Era conosciuta in tutte le Alpi”

 

TALAMONA

“Di giorno lavorava chiodi e reti in ferro nella fabbrica morbegnese Martinelli, e la sera correva a casa tra francobolli e lettere”.

A ricordare Piera è il nipote Giovanni Milivinti, anche lui Alpino e da sempre sostenuto dal forte carattere della zia.

“Scriveva ogni giorno a persone di ogni parte dell’arco alpino – ricorda – e in più occasione sono arrivati a casa sua dei personaggi anche molto in vista fra i militari, per salutarla e ricordare i vecchi incontri.

Era molto conosciuta fra gli alpini di diverse regioni d’Italia, e ricordo un episodio che mi dimostrò il rispetto che tutti

avevano per lei.

Svolgevo il servizio militare a Cuneo, e un giorno ho sentito squillare la tromba, come per l’arrivo di un’autorità militare.

Poco dopo – conclude Giovanni – ho scoperto che quell’autorità era mia zia, che era venuta a farmi visita”.

Alcuni a Talamona la ricordano ancora quando Piera scendeva a piedi fino a San Carlo per prendere la corriera che la portava al lavoro.

“Li chiamava “i miei alpini” e parlava sempre di loro – ricorda chi la incontrava la mattina andando al lavoro – per lei era quasi una ragione di vita, una vera passione che portava avanti con tutte le sue possibilità, anche economiche”.

E ancora negli ultimi anni, anche se l’età aveva diminuito la sua attività.

Piera riceveva la visita di gente che aveva aiutato, la stessa gente che domenica non – ha voluto mancare all’ultimo saluto alla “madrina degli Alpini”.

 

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Ettore Leali, allora presidente dell’ ANA Valtellinese, su “Valtellina Alpina”, l’ha ricordata così:

“Il  24 gennaio scorso si e` spenta a Talamona “la Piera”, nota anche come “la sorella degli Alpini”, la “zia Piera”, la “madrina degli Alpini”e, nel secondo dopo-guerra, “la mamma degli Alpini”.

Quando vanno a trovarla a Talamona qualcuno resta sconcertato dalla semplicità della sua casa: due locali (una piccola cucina che fa anche da tinello e una camera da letto) uno di qua e l’altro al di là della strada. Nella cucina-tinello un telefono rosso: linea diretta con gli Alti Comandi, con i Capitani, con i Cappellani, con semplicissimi alpini e con le famiglie dei casi più difficili. Tante conoscenze e gli infiniti biglietti di ricambio degli Auguri dai più umili ai “Dalla Chiesa”, agli “Andreotti”, ai “Federici” ecc. ecc. Punto di riferimento del “mondo alpino” ben al di là della Valle lascia un ricordo indelebile in tantissimi per aver risolto con semplicità casi umani e situazioni altrimenti irrisolvibili. In tanti gli erano riconoscenti quasi come ad un genitore.

Lascia un vuoto profondo in coloro che l’ hanno conosciuta ed apprezzata per la semplicità con la quale ha sempre saputo testimoniare un grande cuore, altissimi valori ed un amore sviscerato per il cappello con la penna nera ma soprattutto per tutti coloro che in quel simbolo hanno riconosciuto la bandiera di una vera Umanità.

Ettore Leali

 

 

Il MIO RICORDO DI  PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

Per gli alpini che hanno conosciuto bene la Piera, non credo che di lei questo mio scritto possa dire qualcosa di nuovo. Per chi non l’ha conosciuta, data l’età, “la mamma degli alpini” potrebbe rappresentare una figura del passato da considerare un po’ anacronistica proiettata nella realtà virtuale odierna, ma che  se esplorata a fondo, magari attraverso i ricordi di noi vecchi e gli scritti che hanno preceduto questo mio, potrebbe riservare un esempio che richiama alla memoria virtù e pregi che oggi potrebbero essere (e lo sono per molti?)  ritenuti superati. Se poi qualcuno ha  potuto consultare i suoi scritti e quelli che ha ricevuto dalle personalità militari e politiche di primo piano con cui ha avuto rapporti cordiali, l’impressione di una personalità complessa e forte che si è elevata sulla maggioranza delle donne del suo ambiente sociale e del suo tempo, è netta e indiscutibile.

Ad esempio, il dedicarsi ad un ideale di altruismo nei confronti di persone sconosciute,  ideale legato all’amor patrio, che oggi spesso è bistrattato in nome di settarismi di varia natura, pur a oltre 150 dall’unità d’Italia, è stato appannaggio di pochi e di poche. Ancora, il sacrificare le proprie aspirazioni personali, che oggi sono giudicate prioritarie, come il costituirsi una propria famiglia, il dotarsi di una casa comoda e di una serie di sicurezze che si ritengono irrinunciabili sul piano economico, in nome di un ideale, da qualcuno potrebbe essere giudicato fuori del tempo.

La “Piera degli alpini”, come veniva chiamata a Talamona, tutto questo l’ha praticato con grande convinzione e con entusiasmo, nonostante i sacrifici che le imponeva.

Abitava in via Coseggio inferiore, più precisamente nel gruppo di case chiamate “di Mälvain”, e lei stessa era una Mälvaìna, appartenente alla dinastia dei Milivinti, che abitavano e abitano quella contrada. I miei rapporti con lei risalgono al periodo della mia gioventù, durante le scuole superiori. Abitavo poco sopra, in via Civo, e, si può dire che l’ho conosciuta da sempre, in quanto anche da ragazzo lei mi ha visto crescere e ha seguito, anche se da lontano, la mia crescita e i miei studi. Verso i 16 anni ho incominciato, con alcuni amici, a frequentare la sua casa, almeno due o tre sere al mese. Spesso andavamo a trovarla dopo la prova di musica (suonavamo nella banda di Talamona) e lei ci accoglieva sempre con entusiasmo, ci offriva il caffè fatto con la  famosa napoletana e pian piano ci parlava dei suoi amici alpini. Ci mostrava la sua corrispondenza e le fotografie, parte delle quali erano in bella mostra e la maggior parte raccolte in un album di ricordi che era la ricostruzione di una parte di storia della guerra e del corpo degli alpini al quale la sua vita era stata ed era legata.

Per noi è stata la scoperta di un mondo che avevamo appena immaginato qualche volta e che ora ci si presentava nella sua realtà con una semplicità che  all’inizio ci sconcertava, ma che poi abbiamo accettato con altrettanta ovvietà, così come lei, con semplicità e senza trionfalismi, ce lo presentava.

Ricordo il cucinotto-tinello, allora era chiamato semplicemente la casa, arredato con l’ essenziale, dove si faceva fatica a starci tutti, perchè era molto piccolo. Dall’unica finestra riceveva la luce e dando su un cortile adiacente alla strada, da lì si vedevano tutti i passanti. In inverno una stufa economica riscaldava il localino e i pasti frugali. Ricordo che, pian pianino, man mano che ci introduceva in questo nuovo mondo, ho scoperto la sua personalità senza che lei si sia mai vantata del rapporto privilegiato che aveva con le personalità militari e politiche con cui corrispondeva. Ci presentava i personaggi per mezzo di foto, dove spesso era ritratta con loro nelle varie caserme e in mezzo ai suoi alpini, e degli scritti che ci presentava con molta semplicità e naturalezza come si presentano degli amici che si vogliono far conoscere, ai quali si tiene molto. Uno lo ricordo particolarmente per la sua figura imponente, dotata di baffi, e per l’ espressione del suo viso simile a quella di un padre severo, ma comprensivo: era il generale Rasero.

 

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Piera a una cerimonia ufficiale

 

Un ricordo particolare è legato alla mia mancata ammissione al corso allievi ufficiali di complemento (AUC) che credo le abbia dato una grande delusione. Terminate le scuole superiori e fatta la visita di leva, essendo a casa in attesa di preparare il concorso magistrale, ho deciso che forse la naja sarebbe stato meglio farla possibilmente da ufficiale, visto che ero ancora a completo carico dei miei genitori che dovevano provvedere anche al altri sei figli. Inoltrai perciò la domanda e lo comunicai alla Piera. Ricordo ancora la sua contentezza, nella speranza che poi una volta superato il corso sarei stato assegnato al corpo degli alpini; credo che lei si preparasse a fare di tutto per farmi arrivare a Malles, a Merano o in qualche altra caserma degli alpini, magari al “Morbegno”, e mi diceva che mi vedeva già sottotenente. Gli avvenimenti però sono andati diversamente da quanto desideravamo entrambi. Non fui ammesso al corso per R.A.M. e poi non feci nemmeno la naja. La sua delusione fu grande, perchè avrei potuto essere allora uno dei pochi talamonesi, ufficiale dei suoi alpini. Ciononostante, la sua amicizia è rimasta intatta perchè mi diceva:

“Puoi far bene anche in altri campi”.

Credo che per la Piera la sua vita sia stata molto ricca di soddisfazioni, anche se a volte ha sofferto per le incomprensioni di cui era oggetto nell’ ambiente che la circondava, che non sempre era in grado di capire gli ideali che riempivano la sua vita e perchè cercasse soddisfazioni al di fuori del suo paese.

Quante persone ha aiutato? Molte e anche, a volte, sconosciute.

Rimasta senza genitori a 15 anni, avrebbe potuto pensare solo a se stessa. Ha iniziato subito, invece a pensare a quei giovani ragazzi che in divisa andavano a combattere nelle varie guerre, lontano da casa, e si metteva in contatto con loro epistolarmente facendoli sentire vicino a casa e al loro paese. Poi altri, spesso sconosciuti, sono entrati in corrispondenza con lei e per tutti aveva parole di sostegno e di conforto. Aveva frequentato solo le scuole elementari e non era riuscita a finirle come avrebbe voluto, come è capitato a parecchi in quei tempi per esigenze familiari. Lavorava come operaia alla Martinelli di Morbegno e si recava al lavoro in bicicletta, spingendola in salita, al ritorno, per oltre un chilometro, tutti i giorni, fino a casa. Tutto quello che risparmiava andava in spese postali e non ha mai chiesto nulla a nessuno. Anche con noi giovani, non si è mai lamentata delle sue condizioni economiche difficili, e noi allora non le avvertivamo, perchè si accontentava di una vita frugale. Quanti giovani soldati si sono sentiti rincuorati dalle sue lettere, che, nonostante avesse frequentato solo la quinta elementare, avevano raggiunto un bello stile sciolto ed erano scritte con una grafia chiara che tutti potevano leggere e capire, tanto che spesso venivano lette nelle camerate o nelle tende dell’ accampamento, perchè servivano a tutti, rincuoravano tutti e nessuno si sentiva dimenticato, tutti le ascoltavano volentieri e le sentivano come proprie. Quante volte si è fatta carico dei problemi delle famiglie dei suoi alpini, non solo talamonesi, in difficoltà vuoi per i lavori della campagna a cui mancavano forti giovani braccia, vuoi per situazioni familiari disagiate che richiedevano la presenza  a casa dei giovani in servizio di leva, che magari erano in caserme lontane.

Ecco allora che la “sorella degli alpini”, “la mamma degli alpini”, “la madrina degli alpini”, ”la Piera degli alpini”, questi i vari appellativi con cui veniva chiamata, si metteva in moto. Scriveva ai vari comandi rivolgendosi agli alti ufficiali dai quali era stimata e ascoltata; più tardi alzava il famoso telefono rosso di cui l’avevano dotata i suoi amici alpini, e si metteva in contatto, ottenendo licenze agricole e straordinarie, e trasferimenti in sedi più comode per poter raggiungere la famiglia nel più breve tempo possibile. Quante madri si sono rivolte a lei? Eppure la Piera non ha mai chiesto nulla a nessuno e neppure si è mai fatta vanto di quanto otteneva, nè delle sue conoscenze. Agiva a favore degli altri e basta. Questa è carità? Penso proprio di si. Possiamo anche chiamarla “carità alpina”? O altruismo come virtù tipica degli alpini che, terminata la naja, si impegnano in tante opere di volontariato: dalla protezione civile, all’ intervento in caso di calamità, senza pesare su nessuno: Friuli e Irpinia possono esserere citati come due casi simbolo.

I momenti che più la riempivano di soddisfazione  erano quelli delle sue ferie che in parte passava in qualche caserma degli alpini del Trentino o dell’ Alto Adige, in mezzo ai suoi ragazzi in divisa: i suoi Alpini. Infatti, in estate, era regolarmente invitata dagli alti comandi sia alle cerimonie del giuramento, sia a trascorrere le ferie con loro. Era alloggiata in caserma, in appositi locali preparati per lei; le veniva messo a disposizione un alpino che l’accompagnava ovunque volesse andare e colonnelli e generali la trattavano da loro pari, con un rispetto pari alla stima che di lei avevano, e la portavano nelle loro famiglie, invitandola ai vari avvenimenti come battesimi e matrimoni, trattandola appunto come una di famiglia. Tutto questo traspariva nelle serate passate a casa sua quando, come dicevo prima, ci presentava, attraverso le foto e gli scritti, gli ufficiali di tutti i gradi, dal sottotenente al generale,  che erano onorati della sua amicizia, e le erano sinceramente affezionati. Tutto questo la appagava delle difficoltà di ogni giorno a cui comunque si era adattata.

La “Piera degli alpini”, credo sia stata una persona, unica nel suo genere, che con le  sole proprie forze si è elevata ad di sopra degli  altri, mettendo in evidenza, con un grande coraggio personale, aspetti della sua personalità che altri avrebbero potuto anche non condividere. Io mi chiedo: quante donne sono state capaci di fare scelte coraggiose come le sue e di dedicarsi agli altri senza pensare a se stessa?  Forse non le conosciamo tutte. Ricordiamo che i tempi in cui ha operato erano molto diversi da quelli di oggi.

Cara Piera, spero di non averti deluso ancora una volta. Ma forse sì? Forse non avrei dovuto mettere in evidenza gli aspetti migliori del tuo grande carattere che io ho visto in te. Ma credimi, non potevo farne ameno di cercare di farli conoscere anche a chi ti ha conosciuto magari in modo casuale. Se ti ho deluso, scusami ancora una volta. Una cosa però penso ti abbia fatto piacere. Che questi scritti possano portare i giovani che non ti hanno conosciuto, a conoscere ed apprezzare il tuo mondo “il mondo alpino” e ciò che tu hai fatto per i tuoi “ragazzi”, come li chiamavi con tanto affetto.

 

                                                                     Guido Combi

 

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STEFANO TIRINZONI.Una vita per la montagna e per l’ambiente.

 

tirinzoni                                                                                                                                                                               Guido Combi

 

Questo è il titolo del volume che ho curato e in parte scritto e che la Fondazione Luigi Bombardieri di Sondrio ha presentato  all’ auditorium Torelli il 3 ottobre 2014.

La Fondazione ha voluto così ricordare il suo presidente prematuramente scomparso nel 2011.

Stefano Tirinzoni, nato a Sondrio nel 1949 e ivi deceduto nel 2011, aveva 62 anni e discendeva da una famiglia talamonese, di cui esistono ancora numerosi parenti.

Il nonno Eugenio fu direttore della Banca Piccolo Credito Valtellinese dal 1925 al 1963  e il prozio, fratello del nonno, Mons. Giovanni, fu arciprete di Sondrio dal 1929 al 1961.

Stefano, appena laureato in Architettura al Politecnico di Milano, nel 1972,  si trovò sulle spalle il peso dello studio tecnico del papà Enrico, ingegnere, anche lui prematuramente mancato.

Lo studio proseguì la sua attività,  per merito di Stefano, con la presenza importante del geometra Bruno De Dosso, che divenne suo stretto collaboratore come lo era stato del padre, e anche suo grande amico.

Da allora la sua vita è trascorsa tra lo svolgimento dell’attività professionale di architetto e l’impegno in varie associazioni con un ritmo intenso. Ovunque si è distinto per intelligenza, capacità organizzativa e per le proposte innovative che ha portato e condotto a termine. Per avere un quadro completo della sua vita abbiamo richiesto le testimonianze dei familiari, della moglie e della figlia, e di amici e collaboratori che lo hanno accompagnato e che con lui hanno lavorato nelle sue molteplici e varie esperienze a livello locale, nazionale e internazionale.

Perchè il lettore possa avere un quadro più preciso della sua personalità, che potrà essere più completo con la lettura del volume a lui dedicato, che si può richiedere gratuitamente alla Fondazione Bombardieri, qui mi limiterò ad alcuni accenni ai campi nei quali è stato presente con la sua intelligenza, la sua capacità propositiva, nei quali ha lasciato una impronta indelebile della sua personalità eclettica e poliedrica.

La mia può essere considerata una testimonianza diretta in quanto, per circa trent’anni, ho lavorato a stretto contatto con lui, prima nel Club Alpino Italiano, Sezione Valtellinese di Sondrio, e poi nella Fondazione Luigi Bombardieri.

Scorrendo l’indice del volume si individuano subito le associazioni  cui ha dedicato la sua passione e i temi importanti che ha affrontato e  sviluppato con intensa opera di divulgazione.

Una caratteristica che voglio subito mettere in evidenza, e che traspare dal titolo della pubblicazione, è il suo grande amore per la montagna, la sua e la nostra montagna valtellinese, per il suo ambiente, la sua gente, e in particolare per il paesaggio  alla cui protezione ha dedicato tante fatiche e che, in qualità di presidente della Fondazione Luigi Bombardieri, ha cercato di far conoscere con convegni e corsi di formazione rivolti in particolare agli insegnanti e agli studenti. Era convinto infatti che la conoscenza del paesaggio e l’amore per il nostro ambiente montano dovesse partire necessariamente dalla scuola, dovendo il messaggio essere rivolto alle generazione future che ora si stanno formando. Questo deriva dalla concezione  che l’ambiente è un bene affidato a noi  temporaneamente con l’obbligo di trasmetterlo, nel miglior stato possibile, a chi dopo di noi lo riceverà in custodia, così come hanno fatto i nostri padri con noi.

Stefano, alla fine della sua vita, ha espresso il suo grande amore per la montagna  affidando, con le sue ultime volontà, gli alpi Madrera, Baita Eterna e Pedroria,  di sua proprietà, al FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) di cui era stato fondatore in Valtellina.

La sua personalità eclettica lo ha portato a esprimere i suoi talenti anche in ambienti diversi da quello professionale come: la Fondazione Luigi Bombardieri, il Club Alpino Italiano, il FAI, il Lions Club, il Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi, il Parco Nazionale dello Stelvio.

Il volume, introdotto da due epigrafi, dopo le prefazioni, inizia, si può dire, in termini poetici, con il ricordo in versi di cari amici  ed entra nel vivo con quelli della figlia Susanna e della moglie Tiziana Bonomi, che tratteggiano la sua personalità da un punto affettivo unico e ci fanno conoscere aspetti che Stefano, molto riservato per natura, non svelava facilmente.

E’ poi la volta della sua attività nella Fondazione Bombardieri di cui era presidente, presentata dal suo successore l’avv. Angelo Schena, che era anche cugino e grande amico, avendo condiviso con lui molti interessi: dalla montagna al volo, ai viaggi e che è stato suo successore in varie cariche nelle associazioni che Stefano ha presieduto.

C’è quindi il mio ricordo. Con lui, l’ultimo lavoro portato a termine, intensamente condiviso da tutti e due, è stato il volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere” che abbiamo concluso poco prima della sua dipartita e che ho presentato al pubblico pochi giorni dopo. Poco tempo prima che il male si aggravasse, era riuscito a  scrivere la prefazione del libro, che rappresenta il suo ultimo messaggio in tema di ambiente montano e di paesaggio.

E’ stato consigliere della Fondazione dal 1993, e presidente dal 1998. In qualità di presidente, ha saputo reinterpretare in modo originale e innovativo le finalità codificate dallo statuto del 1957, voluto dal fondatore Luigi Bombardieri, attuando una serie di incontri, convegni, corsi di formazione per le scuole e pubblicazioni sui temi della montagna e del suo ambiente.

Nel CAI Valtellinese è stato presidente dal 1984 al 1991 e anche qui ha operato in modo innovativo, continuando l’azione di rinnovamento iniziata dal suo grande amico Bruno De Dosso che l’aveva preceduto nella carica. E’ stato in questo periodo che è iniziata la nostra collaborazione, essendo stato io eletto vice presidente, e che è poi continuata fino  alla sua morte, per quasi trent’anni. Quando nel 1991, ha lasciato la presidenza per assumere incarichi a livello nazionale, mi ha indicato come suo successore. E così è avvenuto.

Nell’ ambito del Club Alpino Italiano, ha poi ricoperto incarichi importanti a livello nazionale come quello di Vice Segretario Generale e di membro del Comitato Direttivo Centrale.

E’ poi passato a rappresentare il CAI nazionale nell’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche), prima nella Commissione Accesso e Conservazione e poi nel

Comitato Direttivo, portando contributi di pensiero e operativi importanti e molto apprezzati, come è testimoniato dai ricordi dei colleghi di varie nazioni che hanno lavorato con lui.

Del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) è stato fondatore a Sondrio nel 1985 e capo della delegazione fino al 2002. In particolare, ha curato il restauro architettonico del Castello Grumello nel comune di Montagna.

Anche nel Lions Club Host Sondrio è stato presidente nel  2005-2006 e ha portato importanti contributi di pensiero.

Il volume tratta poi della sua attività professionale che lo ha visto impegnato in opere di recupero e di restauro di importanti edifici civili e religiosi a Sondrio e a Milano.

Nel campo della pianificazione territoriale ha steso il Piano Territoriale del Parco delle Orobie, nonchè i Piani Regolatori Generali di vari comuni valtellinesi, compreso quello di Talamona.

A Sondrio, tra le varie opere che sono accuratamente elencate nel volume, ha progettato e curato l’attuale sistemazione della Piazza Garibaldi, della Piazza Cavour, della Piazza Campello di Piazzetta Don Viganò; il restauro architettonico di Palazzo Sertoli, della Chiesa Parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio, della Cappella dell’Annunziata, in via Bassi.

Nel campo dei rifugi alpini, ricordo la capanna dedicata a Bruno De Dosso al Painale, il rifugio Donati al Reguzzo e soprattutto la ricostruzione della Capanna Marco e Rosa De Marchi – Agostino Rocca alla Forcola di Cresta Güzza a 3600 metri, appena sotto il Pizzo Bernina, l’unico 4000 delle Alpi Centrali, inaugurata nel 2003. Di quest’opera, vale la pena di leggere la relazione di Stefano e di compararla con quella della prima costruzione nel 1913, di Alfredo Corti. Tutt’e due sono riportate nella pubblicazione.

Dopo due ricordi particolari, ho poi riportato, sotto il titolo “Il pensiero”, una serie di scritti di Stefano e di discorsi pronunciati in particolare in occasione dell’inaugurazione di rifugi alpini, che mettono in luce, per quanto parzialmente, le sue concezioni relative all’ambiente montano e al paesaggio valtellinese in particolare.

Per avere un quadro generale più completo della sua personalità e delle sue opere nei vari campi, è necessaria, però, la lettura della pubblicazione che è distribuita gratuitamente dalla Fondazione L. Bombardieri di Sondrio, alla quale può essere richiesta direttamente o anche tramite la Biblioteca Comunale di Talamona.

(www.fondazionebombardieri.it).

Email: info@fondazionebombardieri.it

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Guido Combi: “ STEFANO TIRINZONI – una vita per la montagna e per l’ambiente”. 2014. Edizione: Fondazione Luigi Bombardieri- Sondrio. Stampa Bettini Sondrio

 

 

TALAMONA E IL SUO DIALETTO

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Foto panoramica di Talamona

CONSIDERAZIONI SEMISERIE SUL NOSTRO DIALETTO: “UL TALAMUN”
Guido Combi (GISM)

Questo titolo non vuol significare che il dialetto nostro non sia serio. Tutt’altro. Del dialetto bisogna parlare seriamente e soprattutto scrivere, per il solito detto latino verba volant, scripta manent, che tradotto in parole povere significa che noi possiamo parlarne finchè vogliamo, ma se vogliamo che rimanga traccia del nostro dire dobbiamo scrivere, perchè altri possano leggere, commentare, criticare, discutere anche a distanza di tempo e dopo di noi.
Allora voglio iniziare con alcune considerazioni che sentiamo spesso.
Prima considerazione, fondamentale: ul nos dialèt n’è numò lüu, da per lüu, ghè n’è mingo n’otru cumpàgn, l’è ünèc.
Seconda considerazione: apèno nün en se bun da parlàl asèn. Impusibèl per tücc i otri.
Terza considerazione: a scrìvel l’è ‘n prublémo.
Quarta considerazione: la giängio en gu l’àa apeno (numò) nun.
Quinta considerazione: ‘n de la noso “linguo” ghè del parol nosi, e apeno nosi, che i otri i capìss mingo.
Sesta considerazione: l’è da tegnì present ch’el parol ch’el se riferìs a tüt quel che l’è femno, el fenìss per o e mingo per a, cume ‘n di otri dialèt.
Ci sono altre considerazioni, ma le farò poi, qui di seguito, dentro il discorso.
E’ appena uscito “Ul Talamùn”, 2a edizione, vocabolario del dialetto talamonese, scritto da Padre Abramo M. Bulanti. Anche lui, emerito studioso e traduttore degli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, iniziati nel 1525, la cui ultima stesura è del 1560, con altre parole, sostiene l’unicità del nostro dialetto a causa di parole e modi di dire originali; della nostra pronuncia di alcune lettere che è una caratteristica solo nostra e della tipica e unica inflessione che noi talamonesi diamo alla nostra parlata, la giängio, che trasportiamo anche nel nostro parlare in italiano, tanto da farci distinguere come talamùn in mezzo a tutti, non appena apriamo bocca, pure parlando la lingua di Dante.
Tutto questo fa sì che solo chi è nato e cresciuto a Talamona, sia in grado di parlare ul talamùn correttamente, con tutte le caratteristiche tipiche, soprattutto per chi ha conservato modi di dire e parole come quelli della parlata originale. Pensiamo, ad esempio, ai nostri emigranti in varie parti del mondo, che hanno conservato inalterata la parlata, perchè in famiglia hanno sempre parlato in dialetto e non hanno subito influssi esterni che lo hanno modificato, come invece è avvenuto qui da noi. Ma se si può parlare di dialetto originale per gli emigranti, cioè di quando hanno lasciato, spesso definitivamente la patria, si può usare l’appellativo “parlata originale” qui da noi? Di quale originalità si può parlare? A che periodo della nostra storia si può attribuire? Tutto questi quesiti, probabilmente, sono destinati a non avere una risposta precisa. Se qualcuno la sa dare, è caldamente invitato a farcela conoscere.
Visto che il dialetto, nel tempo, si è evoluto, sotto l’influsso della lingua italiana e degli altri dialetti valtellinesi e di fuori provincia, è difficile sostenere l’affermazione che in un certo periodo ci sia stata una fase originale che ha generato le successive. Se poi siamo attenti alle parlate delle varie contrade, dobbiamo constatare che a Cà di Giuàn si parla con inflessioni e accenti diversi rispetto a la Pciazzo, u a Cà di Bar, tanto per citare tre poli diversi. Alcune parole sono pronunciate con accenti o anche con vocali diverse come garlöos a Cà di Giuàn e garlüus in Ränscigo, e altre.
Tra l’altro, c’è da tenere presente che il dialetto, nelle scuole soprattutto nelle elementari e anche dopo, fino agli anni attorno al 1970, è stato combattuto come negativo in quanto rendeva difficile l’apprendimento della lingua italiana, la lingua di tutti, e quindi anche l’acquisizione delle nozioni scolastiche.
Infatti per noi non era facile scrivere in un italiano corretto, in quanto avevamo difficoltà ad esprimerci con proprietà di linguaggio. Inoltre il nostro scrivere, sempre molto stringato, era infarcito di quei termini chiamati in italiano barbarismi, che sono poi parole e modi di dire dialettali, che noi trasportavamo alla lettera nel nostro parlare e nel nostro scrivere, assieme a modi di dire. E questo con la lingua italiana non andava d’accordo. Evidentemente il dialetto era considerato come un linguaggio a sè, semplicemente come un’espressione fonetica che ostacolava l’apprendimento della grammatica e della sintassi italiane, creando una reale inferiorità a scuola rispetto ai compagni che avevano sempre parlato in italiano fin dalla più tenera età. Personalmente, a scuola ho sperimentato direttamente queste difficoltà, infatti ho sempre avuto problemi, sia con l’italiano scritto, sia con l’orale, che poi, con l’età e lo studio ho superato.
Dopo il 1960/70, i linguisti, pian piano, hanno capito che il dialetto, i vari dialetti, erano qualcosa di più di un modo di parlare, erano una ricchezza che aveva dei contenuti importanti.
Rappresentavano, come ogni linguaggio umano, dietro e sotto l’espressione vocale , una realtà molto complessa, cioè la cultura di una popolazione, le sue radici, le sue tradizioni di vita, di lavoro, di usanze, di concezioni morali, di progonda religiosità ecc. cioè una grande ricchezza.
Per capire tutto questo basta scorrere i vari Statuti delle Magnifiche Comunità: il nostro, quello di Fusine, di Grosotto, di Bormio, solo per citarne alcuni. Ma anche pensare a quello che ci hanno insegnato i nostri regiùur, alla realtà contadina profondamente religiosa, in cui sono cresciuti, realtà di lavoro e di sacrificio, ma anche di grande saggezza e serenità, che ha formato uomini e donne delle generazioni che ci hanno preceduto.
Ecco il grande patrimonio che abbiamo alle spalle e che non possiamo dimenticare.
Ho parlato di espressione vocale, perchè, con la mentalità imperante cui ho accennato prima, in un atteggiamento generale e una considerazione negativi nei confronti del dialetto, nessuno provava a scriverlo. Non ci pensava proprio, magari ricercando grafie adatte a mettere per iscritto certi suoni unici nel loro genere. Solo la lingua italiana era degna di essere scritta. E ci si riferiva ai grandi della nostra letteratura: Manzoni, Leopardi, Carducci ecc. Nessuno, o pochissimi studiosi, mettevano per iscritto lemmi, cioè vocaboli, modi di dire, preghiere, tradizioni, usi, racconti, credenze, storie di uomini e donne, avvenimenti, magari semplici composizioni poetiche, descrizioni di persone e di luoghi, in termini brevi, la storia di una popolazione cioè la sua cultura. Ecco quindi cosa dobbiamo intendere per “cultura” degli abitanti di un paese e quindi anche del nostro. Riprendendo il concetto di dialetto originale dobbiamo quindi riferirci solo a quello che noi abbiamo ricevuto dai nostri padri? Il nostro ricordo non può portarci più lontano nel tempo. Dobbiamo parlare solo di tradizione orale, come è avvenuto per molti popoli, che noi chiamiamo selvaggi, i quali di padre in figlio, con un grande esercizio della memoria, si trasmettono storia, miti, leggende, principi e comportamenti religiosi dei loro antenati. Quasi come eccezioni, ricordiamo i grandi poeti e gli scrittori dialettali come Carlo Porta che ha scritto nel dialetto milanese, Trilussa in quello romanesco romanesco, i poeti napoletani e pochi altri.
Dobbiamo ricordare che abbiamo anche noi un poeta che ha scritto poesie in dialetto chiavennasco: il Cantore delle Alpi Giovanni Bertacchi: Un violìn de carne sèca, oppure, Un momént de nustalgìa, dedicata a Chiavenna, sono due della quindicina di altre poesie che ha scritto.
Se ricordo bene, anche Don Vincenzo scriveva componimenti scherzosi in poesia in dialetto, che recitava dopo le rappresentazioni teatrali che presentavamo nel teatro dell’oratorio, negli anni 50 del 900. Chissà dove sono finiti i suoi scritti dialettali.
Non è che non esistano documenti della storia della nostra comunità di Talamona. Gli statuti ne sono il massimo esempio, gli archivi comunali e quelli parrocchiali rappresentano un altro grande patrimonio di documenti. Non esistono invece documenti scritti in dialetto che ci possano dire come era il parlare in talamùn in una certa epoca della nostra storia.
Negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato anche a scuola, a rivalutare il dialetto come un’altra lingua rispetto alla lingua nazionale, che rappresenta, come dicevamo, una diversa cultura, quindi una ricchezza.
Non è che allora è scoppiata la mania del dialetto, semplicemente si è iniziato a studiare il dialetto nelle sue diverse realtà, con scritti e iniziative di varia natura, perchè si è capita la sua importanza nella formazione dei giovani. A partire da quel periodo, in Valtellina e in Valchiavenna, molti studiosi si sono messi all’opera e hanno scritto libri sui toponimi di molti paesi come Livigno, Grosio, Chiuro, la Val Masino e altri; vocabolari ponderosi come quello della Val Tartano di Giovanni Bianchini, dove sono riportate tradizioni civili e religiose, usanze, testimonianze di vita e di lavoro. E’ sorto, a coordinare tante iniziative, l’Istituto di Diallettologia con sede a Bormio formato da emeriti studiosi come Remo Bracchi, Gabriele Antonioli, che stanno svolgendo una gran mole di lavoro che già costituisce una importante patrimonio della cultura delle varie realtà comunali e vallive della nostra provincia. Se ricordo bene, anche da noi, negli anni 50 del 900, la maestra Palmira Gusmeroli, aveva scritto un volumetto sui toponimi, le filastrocche e le preghiere in dialetto. Ma anche questo, non l’ho più visto in circolazione. Spero che ci sia nella biblioteca comunale.
A questo punto possiamo quindi affermare che il dialetto costituisce una grande ricchezza per conoscere l’identità originale di una comunità. E anche della nostra.
Padre Abramo, in relazione alla scoperta, o riscoperta, della nostra identità e delle nostre tradizioni, ha accumulato grandi meriti con i suoi studi e le sue ricerche sul dialetto e la storia talamonesi. Ci ha indicato la strada. Sta a noi e, in primis, alla Casa della cultura, incentivare e portare avanti approfondimenti e nuove iniziative sul nostro dialetto e su tutto quello che rappresenta per la nostra comunità.
Credo che anche la Pro Loco potrebbe trovare un suo spazio specifico nella valorizzazione del nostro dialetto.
E il Gustavo Petrelli, il menestrello, dove lo mettiamo? E’ stato il primo a creare le canzoni in dialetto talamonese e soprattutto a registrarle, che poi è un altro modo di scriverle e tramandarle. Sono poi seguiti altri cantautori che, in modo altrettanto originale, hanno composto e musicato testi in talamùn e anche loro si esibiscono in pubblico e diffondono le nostre tradizioni.
In questi ultimi mesi c’è poi stato un altro fenomeno, diciamo, on line: facebook.
Prima Emanuelel Milivinti in “Sei di Talamona se…” ha lanciato il censimento dei soprannomi e sulla sua scia è iniziata la raccolta di detti, piccole sentenze, modi di dire, proverbi ecc., che hanno avuto moltissime adesioni. Ma, ancora una volta, tutto questo, se lo lasciamo così episodico e in modo frammentario, solo sparso nella varie schermate del computer, finirà per passar via e scomparire anche dalla memoria. Perciò con un paio di appassionati, meglio, appassionate, stiamo accogliendo il tutto e poi lo pubblicheremo prossimamente su questo nostro giornale on line, della biblioteca, che spero leggano in tanti. Cercheremo cioè di dare un ordine agli interventi appassionati dei talamonesi e una stesura che tutti possano leggere.

Come si scrive
Su questo argomento il discorso si fa più difficile, perchè si tratta di stabilire delle regole relative alla grafia che possano essere condivise e capite nelle loro motivazioni, da tutti.
Anche in questo settore ritengo che Padre Abramo abbia indicato la strada.
All’inizio del vocabolario, ha indicato delle regole che condivido e possono costituire il punto di riferimento per chi intende scrivere in dialetto. Ciò serve a capirci meglio e a uniformale il modo di scrivere ul Talamùn. Personalmente avevo qualche dubbio sul come scrivere quella che lui chiama la “sesta vocale” che abbiamo solo noi, cioè la a nasale di mämo (mamma) o di päa (pane), che ha un suono, appunto, nasale tra la a e la o.
Io, finora preferivo scriverla sottolineata a per distinguerla da quella normale.
A pensarci bene però, sono arrivato alla conclusione che l’autorevolezza di Padre Abramo in materia di dialetto non si può mettere in dubbio e quindi la nostra sesta vocale si scrive così: ä, come lui ha indicato. Anche per la consonante n che io scrivevo sottolineata n, quando è nasale, visto che ciò avviene sempre quando è finale di parola, concordo con lui che è inutile mettere segni particolari. Per il resto delle regole grafiche, vale quanto è scritto nella prefazione del vocabolario “ul Talamùn” , 2a edizione, che, mi risulta, è stato distribuito a tutte le famiglie talamonesi, come a suo tempo gli Statuti.
Ci sono poi le elisioni di vocali all’inizio di articoli e sostantivi che secondo me, per sentirle, prima di scriverle, bisogna pronunciarle come nel parlare normale. Es.: el in el m’äa ciamäa , diventa ‘l in lüu ‘l mäa ciamäa. Cioè si da precedere un apostrofo all’articolo o al nome.
Come si vede anche nelle due frasi scritte, nel nostro parlare, spesso le vocali finali si allungano, strascicando leggermente la voce e allora, a mio giudizio, vanno scritte doppie. Quando hanno una grafia speciale come la ä, la seconda a si può scrivere normalmente.
Comunque, penso che, quando si scrive, bisogna sempre, prima, pensare in talamùn la frase che si vuole riportare scritta.
Ci sono poi gli accenti tonici, cioè quegli accenti che ci fanno capire dove cade la voce nella pronuncia di una parola. In certi casi, è opportuno metterli, perchè la nostra pronuncia è diversa da altri dialetti. Un esempio è la e di curtél, ciapél, fradél…, che noi pronunciamo stretta, quindi con l’accento acuto, mentre negli altri dialetti, di solito, è aperta e si scrive con l’accento grave: curtèl, ciapèl, fradèl…
Abbiamo poi gli articoli che sono diversi da altre parlate: ul (il), el (le), ii (i e gli).
Ora non voglio dilungarmi in una esposizione che, capisco, può sembrare e diventare noiosa e quindi chiudo ritenendo di aver detto abbastanza nella speranza di suscitare un interesse sempre maggiore per la nostra parlata unica e, per noi, così bella.
Ovviamente si accettano altri interventi sul tema, che possano arricchire il discorso.

 

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La chiesa parrocchiale di Talamona

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LA COSTITUZIONE DEL CONSORZIO DEI PREMESTINI (seconda parte)

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foto:Val Lunga dal Dos Tachèr  

                                                                             Guido Combi (GISM)

Solo nell’800 appare costituito il consorzio dei Premestini come gruppo chiuso, comprendente unicamente gli abitanti della Val Lunga, o meglio, i discendenti delle famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617. Questa “chiusura” trova la sua ragion d’essere nelle vicende che interessarono Tartano nel ‘700.

Già da quest’epoca, sia Campo che Tartano si erano di fatto rese ormai completamente indipendenti da Talamona, anche se il distacco non era stato dichiarato formalmente.

Nel 1816 i due paesi si unirono fra loro e, successivamente, con dispaccio governativo del 21 dicembre 1831, venne decretata la separazione di essi dal comune di Talamona, con la conseguente formazione del comune di Campo Tartano comprendente la Val Lunga, la Val Corta e Campo. Solo nel 1845 venne però approvata la divisione dell’estimo, realizzata nel 1850.

A questo punto parrebbe evidente l’operatività della clausola di reversibilità contenuta nell’atto del 1556 per la quale, nel caso di separazione del comune di Tartano da Talamona, i Premestini avrebbero dovuto tornare allo stesso comune di Tartano, ora divenuto, dopo l’unione con Campo, comune di Campo Tartano. Tuttavia, come risulta dal documento divisionale, fra i terreni appartenenti al comune di Talamona, oggetto di divisione, non sono compresi i Premestini, neppure elencati nei beni del nuovo comune di Campo Tartano.

I Premestini risultano invece intestati a “Gusmeroli consorti di Val Lunga” (probabilmente deve intendersi “Gusmeroli e consorti di Val Lunga”. La particolare indicazione del cognome Gusmeroli  è dovuta al fatto che la maggior parte dei consorti ha questo cognome poiché proviene dalla stessa famiglia d’origine), tenuti a corrispondere al comune, per il godimento di essi, L. 63.46.

La spiegazione di questo fatto va ricercata di nuovo nel tentativo di evitare che i beni Premestini, in quanto beni del comune, fossero utilizzati da tutti gli abitanti, compresi quelli di Campo e della Val Corta. Per conservare l’esclusiva titolarità dei terreni di loro appartenenza, nel ‘500, ma forse anche in epoche anteriori, gli abitanti dell’antico colondello formarono  appunto l’ente denominato dei “consorti di Val Lunga”. E’ dunque intervenuto un mutamento nella condizione giuridica di tali beni, passati da beni pubblici a beni privati.

Con tutta probabilità, l’ente in parola ebbe un’origine spontanea, inizialmente non formalizzata; non esiste infatti alcun atto di fondazione del consorzio. Successivamente, in coincidenza con l’emanazione delle leggi austriache sfavorevoli alla proprietà collettiva e con l’atteggiamento ostile dell’amministrazione comunale, i membri avvertirono l’esigenza di dare un fondamento giuridico al consorzio come ente chiuso, in modo da legittimarlo.

Fu utilizzato a tal scopo, con un’abile interpretazione, l’atto di stipulazione dell’enfiteusi del 1617.

Di fronte infatti alle pretese del comune che vantava diritti di proprietà sui beni consorziali, proclamandosi successore dell’antico comune di Val Lunga, poi colondello, i consorti sostennero che l’enfiteusi fu concessa non al colondello come persona giuridica, ma a tutti gli abitanti di esso “uti singuli”. Per provarlo, addussero il fatto che a costituire l’enfiteusi fossero intervenuti Antonio Caneva, Michele Mazzolini, Antonio Cavazzi e Giovanni Pietro Gusmeroli non quali consiglieri e sindaci del colondello, ma quali mandatari e procuratori degli uomini di Val Lunga. Per questo solo i discendenti delle famiglie abitanti la Val Lunga nel 1617 potevano vantare dei diritti sui Premestini, divenuti ormai loro patrimonio indiviso. Su di esso i membri del consorzio esercitavano dei diritti come se ne fossero i proprietari; sono documentati infatti i tentativi del comune di impedire il taglio di legname nei boschi Premestini.

 

Gli statuti di consorzio

 

Nel 1860, con rogito Mariani, “gli abitanti e uomini della Vallunga e dei colondelli del Corsuolo, dei Gavazzi, della Fracia e della Ceva, tutti consorti utilisti proprietari dei fondi detti i Premestini della Vallunga di Tartano, fondi che ora sono a boschi, pascoli e zerbi, zappativi e ceppo nudo, intestati in censo ai sottoscriti e loro ascendenti” redassero uno statuto “stando che detti fondi si godono in comunione e senza regole specifiche”.

Dal tenore dello statuto si comprende che numerose liti sorgevano nei rapporti tra i consorti per il taglio delle piante, ma soprattutto per il pagamento delle imposte cui ogni consorte doveva contribuire.

Con lo statuto “venne creata una amministrazione con il compito prevalente di autorizzare il taglio di piante di alto fusto e riscuotere un tenue corrispettivo che andasse a costituire un fondo per il pagamento delle imposte, del salario alla guardia boschiva e delle spese di amministrazione”.

In questo modo fu, in un certo senso, codificata la comunione fra i consorti e la proprietà dei Premestini, con piena facoltà di alienarli e di escluderne i terzi dal godimento.

Nel 1868, i consorti, giovandosi della legge 24 gennaio 1864 n. 1636, affrancarono il canone, dichiarando nel relativo rogito che, per effetto di tale affrancazione, “intendevano e volevano essere liberi e sciolti da obbligo per qualsiasi titolo verso il comune di Campo Tartano e pieni ed assoluti proprietari de beni in discorso”.

Lo statuto del 1860 subì tre modifiche, rispettivamente nel 1891, nel 1898 e nel 1924. Non vi furono tuttavia sensibili mutamenti, sia per quanto riguarda la gestione dei beni comuni, che la struttura amministrativa del consorzio.

Dalle modifiche di alcune norme, o da aggiunte, si possono dedurre quali fossero i principali problemi che il consorzio stesso si trovava ad affrontare.

L’intento fondamentale  è sempre quello di garantire l’utilizzazione del patrimonio consorziale a favore di tutti gli aventi diritto, prevenendo possibili usurpazioni sia da parte dei consorti che da parte di estranei. E’ interessante a tal proposito notare che il consorzio assume le stesse funzioni del comune rispetto ai beni che gli appartengono ed anche ai rapporti con i membri dell’ente. Vi è corrispondentemente una marcata analogia fra le norme degli statuti comunali in materia e quelle degli statuti consorziali in esame. Il parallelismo risulta ancor più evidente se si considera che sui Premestini i consorti, senza necessità di autorizzazione da parte dell’amministrazione, potevano esercitare dei diritti che erano in tutto e per tutto simili a quelli di uso civico che gli abitanti del comune esercitavano sui beni di questo.

Se, come si è già rilevato, lo statuto del 1860 era stato redatto soprattutto per sopperire all’inadempienza dei consorti relativamente alle imposte prediali, quello successivo del 1891 si dilunga sulla organizzazione amministrativa del consorzio, prevedendo specifiche modalità di convocazione dell’assemblea, fissando maggioranze speciali per deliberazioni relative a determinate materie, contemplando la possibilità di delega a favore di un altro consorte, ecc.

La modifica del 1898 è limitata all’aggiunta di tre capoversi all’art. 1 del precedente statuto con la quale, evidentemente con la preoccupazione ancora di conservare l’integrità dei beni, impedendo eventuali usurpazioni, si stabilirono dettagliatamente i compiti della guardia boschiva, consistenti nel denunciare le violazioni allo statuto ed applicare le corrispondenti contravvenzioni.

 

I conflitti fra i membri del consorzio e gli altri abitanti del comune. I conflitti fra il consorzio e l’amministrazione comunale.

 

E’ fuor di dubbio che il possesso dei consorti non doveva essere pacifico.

I consorti, titolari dei Premestini, godevano di una posizione privilegiata rispetto agli altri abitanti del comune di Campo Tartano, poiché, oltre ad avere i benefici che derivavano dal possesso dei pascoli utilizzati in comune, erano i soli contadini della Valle ad avere un utile in denaro, senza dover prestare alcuna opera, per la vendita di legname deliberata dall’amministrazione e per l’affitto dell’Alpe Gavedo, compresa nei Premestini. Tale denaro costituiva dunque un’eccedenza rispetto al consueto reddito familiare ed assumeva una rilevanza notevole in relazione alla economia contadina di montagna.

E’ dunque comprensibile che questo stato di fatto generasse fortissime rivalità tra gli abitanti del comune di Campo Tartano, che erano esclusi dal godimento dei Premestini, e i consorti di Val Lunga, rivalità che spesso sfociavano in reciproci danneggiamenti nello svolgimento della vita comunale. Il contrasto contrapponeva in particolare la Val Lunga alla Val Corta, e Tartano a Campo, dando luogo ad un acceso campanilismo che impediva ogni pacifico rapporto fra gli abitanti delle due frazioni; ancora all’inizio del secolo erano rarissimi i matrimoni tra gli appartenenti alle comunità rivali.

Per quanto riguarda il possesso esclusivo dei Premestini da parte degli uomini di Val Lunga, era opinione diffusa negli abitanti di Campo e della Val Corta che rappresentasse un abuso, poiché i beni avrebbero dovuto spettare al comune ed essere amministrati come gli altri beni comunali senza privilegio alcuno.

I contrasti delineati si fecero più accesi nel 1899, quando il Prefetto di Sondrio, Hoffer, la cui attenzione sui beni Premestini venne richiamata dalla domanda di autorizzazione ad un taglio di piante, ritenne tali beni appartenenti al comune e non agli abitanti di Val Lunga, che ne godevano “uti singuli”. Il Prefetto, sostituendosi al consiglio comunale di Tartano, deliberò di rivendicare in nome di esso i beni Premestini ed ordinò che venissero nominati tre commissari per rappresentare la frazione di Val Lunga. Nel frattempo, gli successe il Prefetto Giustiniani, il quale, in luogo di far nominare i tre commissari, nominò a rappresentarlo il segretario Triantafilis. Questo chiese agli amministratori dei Premestini la consegna dei beni ed il resoconto dell’amministrazione. In seguito al loro rifiuto, ottenne dal Prefetto un ordine di sequestro dei documenti riguardanti il consorzio che tuttavia non poté avere esecuzione per l’opposizione dei consorti. In conseguenza del rifiuto di eseguire l’ordine del Prefetto, vennero denunciati dalle autorità dodici contadini di Val Lunga, processati per oltraggio e resistenza alla pubblica autorità e condannati. L’esito della causa accentuò i contrasti fra i consorti e l’amministrazione comunale.

Nel 1904 fu il comune a rivendicare la proprietà dei beni Premestini, promuovendo una causa contro i consorti.

La sentenza fu però favorevole a questi ultimi, ed accolse le ragioni dell’avvocato Merizzi, il quale sostenne che i beni menzionati appartenevano anticamente alla vicinanza di Val Lunga ed erano poi passati al comune politico con l’aggravio degli usi civici a favore di tutti gli abitanti. Il difensore dei consorti sostenne che poi con l’investitura livellare e l’affrancazione del livello, solo i discendenti degli antichi originari che avevano affrancato il canone fossero divenuti assoluti proprietari e risultasse così estinto l’uso civico.

Le controversie tuttavia non erano destinate a sopirsi e si riacutizzarono in seguito alla decisione del comune di trasferire il municipio da Campo a Tartano; la notte antecedente il trasferimento venne dato fuoco all’archivio comunale.

La rivalità tra i due paesi permarrà anche dopo che la causa della controversia, il godimento dei Premestini, avrà di fatto perso importanza. E ciò avvenne in seguito al decreto 22 maggio 1924 n. 751 per il riordinamento degli usi civici, convertito nella legge 16 giugno 1927 n. 1766.

Sulla base della legge citata, il Commissariato usi civici della Lombardia, con decreto 13 gennaio 1939, “dichiara che i cosiddetti Beni Premestini che hanno formato oggetto del rogito Camozzi del 13 giugno 1617 e di cui allo statuto 28 aprile 1924 (rogito Lavizzari), non costituiscono né una comunione di carattere meramente privato governata dal codice civile, né un’associazione agraria, né una proprietà puramente patrimoniale e quindi non gravata di usi civici della Frazione di Valle Lunga, ma il demanio civico della Frazione stessa”.

All’epoca dell’emanazione del decreto l’importanza economica di questi beni era ormai grandemente scemata, sia perchè troppi risultavano essere i beneficiari rispetto al valore dei beni stessi, sia per il miglioramento generale delle condizioni economiche dovuto soprattutto all’emigrazione, sia per il sopravvivere di norme restrittive volte a tutelare il patrimonio boschivo. Tuttavia, ancora negli anni 50 del 1900, l’amministrazione del divenuto demanio civico frazionale volle ricordare con una lapide, che avrebbe dovuto essere murata sul piccolo edificio scolastico, da poco costruito con i fondi del demanio stesso in Val Lunga, l’esito favorevole della causa promossa dal comune contro il consorzio nel 1904. Non essendoci ancora la strada carrozzabile, la lapide fu trasportata fino alla contrada Dosso con il carrello della società idroelettrica Comacina, per poi essere trasferita a spalle fino a Tartano il giorno seguente.

Durante la notte venne però ridotta in frantumi da ignoti e non fu più rinnovata.

 

Note

(1) -La Val Tartano è una valle sospesa delle Orobie situata nella bassa Valtellina, percorsa dal torrente Tartano. Essa comprende due paesi: Campo e Tartano. Il bacino si divide in prossimità del paese di Tartano in due sub-bacini: quello di Val Lunga e quello di Val Corta; le due valli terminano con le testate che le separano dalla Val Brembana. La sponda destra della Val Lunga è prativa fino all’altezza di circa 1300-1400 metri s.m.; da qui inizia una fascia di lariceto ad andamento irregolare, intramezzato da roccia, fino a 1500-1600 metri s.m. dove cominciano gli alpeggi. Sulla sponda sinistra prevale il bosco di abete rosso all’inizio della valle, soppiantato quasi del tutto verso la testata dal larice; anche qui al di sopra del bosco si trovano gli alpeggi. La Val Corta è prativa e coperta di bosco di abete rosso. E. Bassi, “La Valtellina. Guida illustrata”. Monza 1927, pagg. 96, 97.

(2) -Il termine “premestino”  è molto diffuso nei territori montani, non solo della Valtellina, e trae origine quasi sicuramente dalla caratteristica dei luoghi che designa: quella di essere pascoli di mezza montagna, quindi utilizzati prima dell’estate; da qui primaestivum da cui poi i vari derivati. In un documento del 30.12.1555 è citato un pascolo “quod appellatur Premestinum” di proprietà del Comune di Campo. Questo termine è richiamato spesso anche negli Statuti di Talamona del 1525.

3) –Accola: canone annuo, esistente solo in Valtellina, versato da privati, anche estranei alla vicinìa, ai quali venivano concessi i beni comunali in affitto, locazione o enfiteusi.

Contratti similari erano:

a)  l’ enfiteusi: diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, secondo il quale il titolare (enfiteuta) ha la facoltà di godimento pieno sul fondo stesso, ma deve migliorarlo e pagare al proprietario un canone annuo in derrate o in denaro;

b)  Il livello: contratto agrario in uso nel Medioevo, cessato nel 1800, è simile all’ enfiteusi e poteva essere fatto anche per abitazioni oltre che per terreni. Era molto usato per le proprietà di monasteri e dalla Chiesa.

 

BIBLIOGRAFIA: Simona Tachimiri: Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina. Tesi di laurea – Anno accademico 1985-86.

I NOSTRI MAGGENGHI

Un bene paesaggistico da preservare

                                                                                                                                                                                                                        Guido Combi (GISM)

 

I nostri maggenghi talamonesi, che, sul versante settentrionale delle Alpi Orobie, si estendono numerosi, già in mezzo alle prime selve, appena sopra le contrade abitate del paese, come Sassella e Civo, e giungono fino ai 1500 metri di Madrera, stanno ad indicare l’operosità dei nostri antenati per strappare il terreno al bosco per farne prato da fieno. Dimostrano la cura con cui tenevano il territorio e i luoghi montani da cui sono scesi a formare nuovi nuclei abitati in zone meno impervie e più coltivabili, a partire da quelle più vicine alle selve, sul conoide del Torrente Roncaiola.
Questo, che il corso d’acqua principale del comune, raccoglie, sopra San Gregorio, la maggior parte della acque delle valli del bacino delimitato a Sud, alle spalle di Talamona, dalle creste che vanno dalla Cima del Pizzo Piscino (Piz Uolt per noi) al Monte Baitridana, toccando il punto più meridionale nel Monte Lago, punta estrema del nostro comune, e separandolo, come una barriera naturale, dalla più meridionale Val Corta di Tartano e dal resto della catena orobica.
In questa grande ventaglio compreso tra i 230 m del Fiume Adda a Nord e le cime più alte a Sud, che toccano i 2353 m del Monte Lago, possiamo individuare una grande varietà di aspetti nel paesaggio che Stefano Tirinzoni, ha ben descritto in un suo studio, pubblicato sul volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere”, al quale abbiamo lavorato assieme. L’architetto Stefano Tirinzoni, prematuramente scomparso, era l’ultimo discendente maschio di una famiglia di origini talamonesi, trasferitasi a Sondrio all’inizio del secolo scorso, ed è stato uno studioso del versante orobico valtellinese a cui era legato anche affettivamente. Era infatti il proprietario degli alpeggi Madrera e Pedroria, che ha lasciato, nel 2011, in eredità, al F.A.I. (Fondo Italiano per l’Ambiente), per una loro idonea valorizzazione. E’ stato anche uno dei promotori del Parco delle Orobie Valtellinesi e l’estensore del Piano del Parco.
Ecco le sue parole: “LE UNITÀ DI PAESAGGIO”

Possiamo classificare i vari orizzonti paesaggistici in cinque diverse unità tipologiche:
1) Il paesaggio sommitale e delle energie di rilievo: interessa l’ambito compreso fra le creste delle Alpi Orobie e le praterie d’altitudine.
E’ un paesaggio aperto, dai grandi orizzonti visivi che si frammenta nel complesso articolarsi delle energie di rilievo, con i circhi glaciali, le emergenze rocciose, le vette, i crinali, i passi, le pareti, e nel diversificarsi dei sottostanti elementi paesistici con i ghiacciai, i nevai, i piccoli laghi, gli ambienti umidi, i corsi d’acqua, la vegetazione rupicola e nivale, le praterie d’altitudine caratterizzate dalla festuca.
2) Il paesaggio dei boschi subalpini e degli alpeggi: interessa un complesso di ambiti compresi fra le praterie d’altitudine ed il bosco delle conifere. E’ un paesaggio di versante caratterizzato dall’alternarsi di ampie superfici a pascolo con episodi di peccete subalpine e lariceti radi. La varietà paesistica é arricchita da cespuglieti a rododendro, da ambienti umidi e palustri, da torbiere, da vallette e corsi d’acqua e da segni della attività di carico degli alpeggi, con gli episodi puntuali degli edifici rurali isolati o a piccoli nuclei e con forme di paesaggio a rete costituite dai recinti dei “müràchi” (dei “bàrek” in particolare) e dai sentieri.

3) Il paesaggio delle conifere e dei maggenghi:interessa la parte più elevata dei fondivalle aperti, caratterizzati dalle superfici delle praterie falciate che spiccano nel rivestimento dei versanti a peccete montane.

Elemento determinante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di conifere. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali, a supporto delle attività di carico e cultura dei maggenghi, sia in episodi isolati che in nuclei, i segni del paesaggio a rete quali le recinzioni a “müràchi” ed i sentieri, le vallette con i corsi d’acqua ed alcuni frammenti di ambienti umidi.

4) Il paesaggio delle latifoglie e dei maggenghi: interessa la parte inferiore dei fondivalle aperti caratterizzati dai prati di versante che emergono nel rivestimento dei versanti a latifoglie. Elemento caratterizzante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di latifoglie. Faggete e castagneti si alternano a boschi misti di aceri, frassini e tigli e compongono un quadro vegetazionale-paesistico di grande varietà. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali a supporto delle attività agro-pastorali con agglomerati e nuclei anche consistenti, arricchiti da edifici religiosi di interesse monumentale. Recinzioni, delimitazioni dei fondi, sentieri, vallette e corsi d’acqua compongono la struttura a rete.

5) Il paesaggio di transizione al piano alluvionale con insediamenti: interessa la fascia di versante dal limite dei maggenghi fino al fondovalle alluvionale e si caratterizza per il persistere dei boschi di latifoglie con i caratteristici castagneti, anche terrazzati, e con i prati di versante: è il contesto maggiormente insediato dove sorgono i nuclei abitati permanenti di più rilevante consistenza. Si caratterizza per la presenza degli ambienti di forra che sono posti principalmente allo sbocco dei torrenti sulle conoidi di deiezione.”

 

Entro questo quadro e in questa varietà di ambienti montani sono incastonati i nostri maggenghi, dove stanno le nostre radici. I Talamùn scendono da lì. Basta scorrere gli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, del 1525 e la cronaca della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda del 1589, dove si parla delle vicinìe o vicinanze. Il paese si era sviluppato, o stava sviluppandosi, dove si trova ora, con altre contrade o colondelli, ed è facile intuire come, in origine, gli abitati fossero tutti sulla montagna, soprattutto quando l’uomo non era ancora intervenuto a modificare il paesaggio di fondo valle invaso dal Fiume Adda e dai torrenti che scendevano dal versante orobico e a proteggerlo dalle loro inondazioni improvvise e devastanti, che si susseguivano con frequenza.

Come abbiamo già avuto modo di vedere i maggenghi come Premiana di Sotto e di Sopra, San Giorgio, Faedo Sopra e Sotto,  per citarne solo alcuni, sono le contrade storiche da cui, pian piano, nei secoli, i nostri antenati sono scesi  verso il basso, dove hanno trovato maggiori possibilità di coltivazioni e di allevamenti.  Stiamo parlando, e non solo per Talamona, di una società prettamente contadina basata sulla coltivazione della terra e sulla pastorizia. Non che con questa discesa  al piano siano stati abbandonati maggenghi e alpeggi. Tutt’altro. Essi sono diventati i luoghi di permanenza  primaverile ed estiva per le  famiglie con le bestie e, aggiunti ai terreni  del fondovalle, hanno rappresentato la possibilità di allevare un numero maggiore di bestie, soprattutto mucche.  I maggenghi erano il momento di passaggio primaverile  con le bestie, prima della salita agli alpeggi, dai quali poi, a fine Agosto o ai primi di settembre, si tornava per l’ultimo pascolo, prima di ridiscendere al piano. In alcuni testi il maggengo è chiamato anche premestino, nel senso di prima dell’estate, ma di questo parleremo più diffusamente in un prossimo articolo.

Un duro lavoro

Abbiamo accennato al fatto che i prati verdi, che circondano le baite e le case, sui maggenghi, sono stati strappati alla selva con un lavoro costante e faticoso.

A dimostrarlo abbiamo dei toponimi che lo testimoniano. Sotto il Monte Baitridana abbiamo il maggengo “Pràtaiado”, in altri posti, abbiamo el Taiàdi o la Taiàdo, come in Premiana e altrove. Questi toponimi, che si riferiscono a prati o a maggenghi, dati a luoghi ben precisi, stanno a dimostrare come i prati per la coltivazione dell’erba, siano il frutto di grandi operazioni di taglio del bosco  e conseguente utilizzo del legname, sia da costruzione che da fuoco. Seguiva poi  il lavoro di estirpazione dei ceppi, di spietramento (i sassi venivano usati per la costruzione di muretti di sostegno o anche per le baite), di pulizia da radici e arbusti vari, quindi di livellamento del terreno, per quanto ripido, e di semina (cul bgécc) e coltivazione del prato, da cui ricavare una ulteriore quantità di fieno, con la possibilità di aumentare il numero delle mucche per un miglior sostentamento della famiglia.

Bisogna pensare che gli arnesi per questi lavori erano molto semplici e il lavoro manuale degli uomini e delle donne, e per quanto possibile, anche dei ragazzi che partecipavano sempre, era preponderante, molto faticoso e con tempi molto lunghi. Per capire le fatiche che costavano queste opere per un migliore utilizzo del terreno, dobbiamo trasportarci con la mente a quando non esistevano mezzi meccanici come motoseghe, scavatori, mezzi di trasporto del materiale ecc. Tutto veniva fatto a mano. La pazienza e la costanza e la forza fisica non mancavano ai nostri avi.

E avevano, a volte, nonostante tutto, anche uno spiccato senso dell’ironia e dell’umorismo, se, ad esempio, in Premiana, un prato, ricavato dal bosco  e dalla pendenza impossibile, è stato chiamato la Pianezzo o el Pianezzi. Si poteva falciare solo usando i sciapéi feràa, e il fieno, perchè si potesse portar via, doveva essere fatto rotolare in basso dove c’era il sentiero sostenuto da un muretto. Solo lì si potevano caricare i cämpàcc  e fare  i mäzz dal fée.

I toponimi

Anche i toponimi dei nostri maggenghi sono interessanti, nel loro significato. Vediamone alcuni. Quagél deriva da quagià, cioè cagliare il latte. Scalübi: mi pare evidente che possa riferirsi alle scalinate scavate nella roccia che bisogna percorrere per raggiungerlo da Cà di Risc, unica via d’accesso dal basso. Canalècc: che si trova tra i canaletti che confluiscono nel Torrente Malasca. La Foppa e le Foppe: si riferiscono alla loro posizione in una conca ben riparata come una tana (in altri posti troviamo la Fopo del’urs o dul luf) e di solito anche ricca d’acqua sorgiva, che favoriva la vita delle persone e degli animali e l’irrigazione di prati e di piccole coltivazioni orticole. Bunänocc, potrebbe avere pure un significato ironico, vista la posizione della baita e i prati estremamente ripidi che la circondano: “se tu lisèt: buno nocc”. Runc si riferisce chiaramente all’operazione del “roncare”, cioè scavare il terreno in profondità per mettere le pietre sul fondo e coprirle con un abbondante (per quanto possibile) strato di terra. Per Pradalacquo il riferimento al prato ricco d’acqua mi pare chiaro vista anche la posizione, nel punto dove la Val de Faìi, in Taìdo,  si unisce alla Roncaiola, aumentando la portata del torrente principale anche con possibilità di esondamenti. Inoltre al confine Est  del maggengo, si trova la Möio, zona notoriamente umida, dove passa il sentiero scorciatoia da Sän Rigori per SänGiorsc. Ul Fuu del’ustario: deriva dalla presenza di alcuni grossi faggi, che ho sempre visto, e dal fatto probabile che qualche proprietario della baita avesse avuto l’idea di vendere qualche bicchiere di vino per togliere la sete a coloro che salivano in Pigòlsa, a Madréra o a Pedròria.  Faìi (Faedo) deriva dal latino fagus “faggio”, quindi zona di faggete. Toponimo molto diffuso (Faedo Valtellino, Faedo nel Trentino, Faido nel Canton Ticino…) è documentato anche nelle forme de Faedo, Faedum, Faiedum e Faye.

Per la Baitélo o la Baito dul Crüin, la Baito dul Tumun, Ca la Vulp, Ca di Risc, Ca dul Märtul (da martora?), Cà ruti, Ursàt (la leggenda degli orsacchiotti), Faìi d’Ars,  Sän Giorsc e Sän Rigori,  dai nomi dei santi cui sono dedicate le rispettive chiese, le origini dei toponimi sono abbastanza evidenti, come per  ul Baitun Bgiänc.

Pigolso  è  un nome  che richiama l’altalena in dialetto talamonese; non saprei però se riferito al fatto che esistesse qualche altalena appesa i rami di qualche pèsc o ad altro fatto o fenomeno.

Premiana o meglio Prümgnäno, pare derivi (vedi Giampaolo Angelini in Itinerari talamonesi) dalla sua  “preminenza”  rispetto agli altri maggenghi-vicinìe, dovuta anche alla residenza,  storicamente provata, della famiglia del Massizi o Masizio, predominante per censo e potere, anche a San Giorgio, chiamato appunto San Giorgio di Premiana. Ca Lisèp significa casa del Giuseppe, Isèp nel vecchio dialetto.

Chignöol èpiantato  proprio come un  cuneo (chignöol in dialetto) tra la valle di Valéna e la montagna di Madrera, su un piccolo conoide di terreno alluvionale.

Per el Crusèti posso  fare un paio di ipotesi: la prima è basata sul fatto che si trova  proprio all’incrocio delle valli di Valéna e di Zapéi; la seconda, forse un po’ azzardata, è che nei pressi fosse posto il cimitero di San Giorgio, del quale non ho mai sentito parlare nè letto, ma che pur doveva esserci da qualche parte. Visti i ripidi pendii della zona attorno alla vicinìa, questo potrebbe essere il luogo più idoneo; poi forse con le sue croci (crocette appunto), che segnavano le tombe, è stato portato via da qualche alluvione non infrequente. Non so, però, fino a che punto possano reggere queste mie supposizioni.  Sasélo deriva da sasso, rupe. Péciarùs  da  pettirosso.

Per Mädrèro, (forse da madre?), Pédrorio (monte del Pietro, Pedru in dialetto?), Lünigo, Urtesìdo, Rusèro e per gli altri non azzardo ipotesi. Qualcuno potrebbe avere notizie più complete.

I cambiamenti nel tempo

Tutti questi maggenghi, che fino agli anni 1970/80 venivano abbastanza regolarmente abitati d’estate, con una presenza piuttosto  numerosa, soprattutto per quelli più grossi con parecchie case e baite, erano anche tenuti in ordine  soprattutto nei ripidi prati che venivano regolarmente falciati con notevole fatica, in quanto c’era ancora una certa quantità di bestiame, soprattutto di mucche, con qualche capra e qualche pecora.

Allora, osservando la montagna dal basso, si potevano vedere chiaramente i prati di color verde chiaro  che spiccavano in mezzo al verde scuro delle selve e delle peghère,  come gemme incastonate a creare un paesaggio quasi da favola con al centro del bacino il campanile trecentesco di S. Giorgio a fare da punto centrale di riferimento.

Da quegli anni in poi sono state riattate molte baite e case, ne sono state costruite nuove, mentre molte altre sono state abbandonate, forse perchè costava troppo ristrutturarle, e ora cadono in rovina, come a Premiana Sopra e non solo lì.

Soprattutto sono sparite, o vanno sparendo, “le gemme” verde chiaro, color smeraldo a contornare gli abitati costituiti a volte di più costruzioni, baite con stalle e fienili, a volte di poche casette o anche di una sola abitazione. Il perchè di questo degrado è dovuto al fatto che i prati non vengono più falciati con cura e il loro verde ha lasciato il posto al marrone e al giallo dell’erba seccata in piedi. Cosa ne fanno del fieno coloro che frequentano le varie località, a volte solo con andata e ritorno in basso in giornata, se non ci sono più le mucche che lo mangiano? E allora, come conseguenza, il bosco che circonda i prati avanza, anno dopo anno, sostituendosi ai coltivi e togliendo la vista dal basso sui vari nuclei sparsi sulla montagna. E’ cambiato il paesaggio per un mancato intervento dell’uomo  o per  interventi fatti a caso,  come certi recinti per pecore e capre che hanno sostituito i falciatori di un tempo e hanno eliminato le stagioni della fienagione con i tagli del mägenc (primo taglio del fieno), de l’adigöor (secondo taglio),  dul terzöol (nei prati posti in basso) e dul pàscul con le mucche appena arrivate da munt in autunno. Non c’è più, di conseguenza, nemmeno la fatica del trasporto a spalla del fieno fino al fienile con i cämpàcc e cul fraschéri, su o giù per i ripidi pendii.

Ovviamente è stata eliminata anche la fatica da‘ngrasà i praa. Fatica ingrata, col trasporto a spalla,  cul gerlu  su quei pendii, veramente in pée, tanto da dover portare i sciapéi feràa e magari la gianèto  cui appoggiarsi, per poter riuscire a salire col carico, senza correre il rischio di scivoloni che avrebbero potuto rivelarsi molto pericolosi. Poi c’era da distribuire la graso in modo uniforme su tutta la superficie del prato, se si voleva avere il fieno l’anno successivo. Oggi tutto questo, come si è visto, non avviene più. Sono fatiche di tempi passati quando anche il prato del maggengo costituiva una ricchezza per la famiglia, come il bosco, per il quale si può fare un discorso simile.

“O tempora o mores” dicevano i latini. Cambiano i tempi, la società si evolve e cambiano i costumi, i modi di vita.

Per raggiungere i maggenghi sono state costruite le strade consorziali, certo per la comodità di tutti, ma con quali criteri? I vecchi sentieri e le mulattiere costruite con tanta fatica dai nostri predecessori e, va detto, con molta oculatezza sul modo e sulla scelta dei percorsi, in sintonia con l’andamento delle pieghe della montagna, spesso sono state distrutte con la ruspa senza rispettare gli antichi percorsi che ora non si trovano più. Ora l’escursionista appassionato di andare a cercare i luoghi caratteristici, le maestose peghère con i loro magnifici esemplari di pèsc e di avèz, i fregèer, le tipiche bedülère, i gisöi, i tanti affreschi di Madonne e di Santi sui muri delle case, le condotte per il legname dette uue e reviùn, i ruscelli che convergono nelle valli minori con le loro bellissime cascatelle, con la possibilità di vedere nidi, vari esemplari di uccelli, scoiattoli (el gusi) e tutta una serie di altri abitatori delle selve e delle abetaie, deve andare a cercare i sentieri che non ci sono più perchè invasi dal bosco, in stato di abbandono, in quanto non più frequentati.

Quei percorsi che collegavano i maggenghi sono ora sostituiti dalla strada che si percorre, velocemente chiusi in auto. Anche la frequentazione dei maggenghi è cambiata. E’ venuta a mancare la vita, che soprattutto d’estate vi si svolgeva, le seconde case spesso sono frequentate solo di giorno, come abbiamo detto sopra, vista la facilità di raggiungerle e il breve tempo necessario. E gli incontri di amici e conoscenti che  si facevano sui sentieri in salita e in discesa? Pure quelli sono finiti. Come le soste per salutare parenti e amici passando per i vari maggenghi.

E’ cambiato il modo di frequentare la nostra montagna, e di conseguenza  è cambiata anche la montagna stessa : il paesaggio non è più  lo stesso.

E quanti sono coloro che si prendono la briga di visitare i numerosi maggenghi alla ricerca di antiche abitazioni, di segni della nostra storia e del lavoro dei nostri avi, della loro religiosità, della loro vita?

E quanti giovani conoscono il numero e i nomi e la posizione esatta dei maggenghi?

Un modo per portare all’attenzione questa nostra realtà forse ci sarebbe, per quanto di non facile realizzazione. Attraverso il recupero dei principali antichi sentieri e una  apposita segnaletica, forse sarebbe possibile  invogliare gli appassionati a effettuare visite di carattere etnografico di studio e di conoscenza uniti alla bella passeggiata nel verde e nel silenzio delle selve, alla riscoperta di un territorio ancora  vivibile. Non credo sia una cosa impossibile da fare.

A conclusione, propongo qui, ora, un elenco dei maggenghi talamonesi, con l’avvertenza che potrebbe mancarne qualcuno.

Galleria immagini Talamona e maggenghi Talamonesi

 

MAGGENGHI  POSTI ENTRO I CONFINI COMUNALI DI TALAMONA

 

Tra   il confine con Morbegno e la Val de Faii 

Ca la ulp (sul piano) – Baito fregio – Mamùnt – Urtesìdo – Ruséro -Peciarùs – Faii d’Ars – Mürado – Ul Praa – Ciif – Sasélo – Cabbetùi- Pra Taiàdo – Faii zut – Faii zuro – Lunigo.

Munt : El Curteséli

 

Tra la Val de Faii e la Val di Zapéi

Praa d’Olzo – Olzo – La Baitélo – Baito dul Cruìn.

 

Tra la Val di Zapéi e la Val Valéno

El Crusèti – Ul Chignöol – Ul Fuu de l’Ustario – Pigolso zuro – Pigolso zut – Ul Baitun Bgiänc- Valéno – Turìcc.                       

Munt:  Mädrèro  e Pedròrio.

 

Sotto San Giorgio

Ursatt- San Rigori – Praa da l’acquo- Sän Giorsc.

 

Tra la Val di Valéno e la Val Mälasco

Prümgnano zut – Prümgnano Zuro (con Cà Lisèp e la Cà de légn) – El Cà ruti – La Fopo –

Ul Runc – Bunanòcc – Grum -El Fopp – La Curt dul Beladro –  La Curt  del’Austin – Ul Curnél-La Bgiänco

 

Tra la Val Mälasca  e la Val  dul Tarten

Scalübi e Dundùn e Canälècc  ‘n de la Val de la Mälasco

Cà di Risc e Cà dul Martul, considerati maggenghi una volta, ora stanno popolandosi con abitazioni fisse.

 

De là dul Tàrten

Ul Quagèl – Sulla costa  dul Dos de la Cruus, poco sopra l’inizio della vecchia mulattiera per Tartano.

La Turascio – sul piano, senza abitazioni fisse.

 

I munt

El Curteséli – Mädrèro – Pèdròrio

 

N.B. -Per saperne di più sui possibili itinerari, vedasi su Internet, in “Paesi di Valtellina e Valchiavenna” di Massimo Dei Cas: http://www.Alpeggi di Talamona.it

 

LA SOCIETA’ FILARMONICA DI TALAMONA

Ricordi, episodi, personaggi, e magari anche un po’ di storia spicciola.

Guido Combi (GISM)

” Ancöo l’è ‘l dì ‘lla  Noso, la festo dul paiis…e ‘l suno la bando, la fèsto l’è grando... così canta il Gustavo Petrelli in una sua canzone dedicata a  “Ul dì ‘lla Noso”.

E alla nostra  unica, nel suo genere, grande  festa  della nascita della Madonna, a cui è dedicata la nostra grande novecentesca chiesa, tutti i Settembre, di ogni anno, non manca mai  “la müsico” alla processione religiosa e, per l’occasione, prepara un concerto in piazza o in auditorium.

Perchè, comunemente,  a Talamona, “la bando” è chiamata “la müsico”.

Viene cioè  identificata con il nome dell’arte che esprime con i suoi strumenti e per  la quale è stata fondata.

Il corpo musicale talamonese è una gloriosa  libera associazione, nata nel lontano 1870, si ritiene per volontà dell’ illustre  ing. Clemente Valenti, di cui campeggia un grande ritratto  su una parete della sala prove, posta al piano terra del Palazzo Comunale.

O meglio, c’era quando anch’io facevo parte dei musicanti, fino al 1961 e penso che sia rimasto al suo posto.  Pare però che qualche fonte abbia dei dubbi e attribuisca le origini a un gruppo di fondatori. Qui però non voglio indagare, anche perchè la “questio” è tutt’altro che semplice e, pare, manchino documenti certi,  il mio intento è solamente quello  di  riportare alla memoria aspetti ed episodi della vita della banda e dei suonatori e ricordare maestri e suonatori.

La sala prove.

La sala prove non è sempre stata nell’edificio comunale, dove, dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, , le è stato riservato un apposito locale che potesse contenere gli strumenti, i leggii, le sedie, gli armadi per l’archivio delle partiture, più tardi, anche il palco che viene portato fuori per i concerti, e soprattutto dove gli allievi potessero partecipare alle lezioni e i suonatori effettivi   riunirsi una o due volte alla settimana per le prove, necessarie per preparare i concerti e le uscite per le processioni religiose, le manifestazioni civili e le trasferte, cioè  “i servizi”.

Il palazzo comunale è stato costruito alla fine degli anni 50 del secolo scorso, quando l’Amministrazione Comunale ha deciso che il piano terra della casa arcipretale, dove  erano posti gli uffici comunali, non  era più sufficiente. E’ da allora che la banda ha una sede stabile e bella. Prima aveva cambiato diverse sedi. Quando ho iniziato come suonatore, nel 1955, la sede era in una casa privata che si trova,  appena sopra la piazza Don Cusini, in via Valenti,  sul lato sinistro salendo, di fronte all’entrata della casa dei canonici; precedentemente era stata in Piazzetta, nel cortile interno della casa Mazzoni, al quale si accede  passando sotto un androne decorato. Ancora prima, quando ero piccolo e mio padre mi portava alle processioni, ricordo che era in un locale a fianco degli uffici comunali al piano terra dell’arcipretura. I suonatori infatti si trovavano in sala prove, prima di uscire per il servizio religioso, per accordare gli strumenti, prendere i libretti delle marce religiose, e  tutti gli strumenti come i bassi, il tamburo, i piatti ecc.

Gli strumenti

Senza gli strumenti, la banda non esiste, quindi nemmeno i suonatori esisterebbero, e questo significa che strumenti e suonatori costituiscono un “unicum” inscindibile. I suonatori devono imparare a suonare gli strumenti e tenerli bene, curarli, pulirli, oliarli, perchè costano. Quando la banda si esibisce, gli ottoni devono essere ben lucidi e bisogna stare attenti che non siano ammaccati. Per questo, ogni suonatore è molto affezionato al proprio strumento, anche se non è di sua proprietà. Ci sono infatti degli strumenti, che a causa del loro costo, delle loro dimensioni e del fatto che vengono usati esclusivamente in banda, non sono di proprietà personale, ma del corpo musicale che li fornisce gratuitamente ai singoli suonatori che scelgono di suonarli, o almeno era così ai miei tempi. Sono (chiedo perdono se non uso con esattezza i termini tecnici completi, ma è per essere capito da tutti, anche dai non specialisti): il basso, cioè il flicorno basso o tuba, che una volta era a forma di cerchio e il suonatore lo portava  a tracolla, infilandovi  la testa e appoggiandolo su una spalla, con il bocchino a portata della bocca e la “tromba” in alto rivolta in avanti; il flicorno contralto, comunemente chiamato genis.; il flicorno baritono, detto bombardino o anche eufonio; il trombone; il tamburello (roll in talamonese) e la grancassa (ul tàmbür). Gli strumenti come il flauto, il clarinetto, l’ottavino (il clarinetto piccolo),  il flicornino (tromba piccola), la tromba, il sassofono soprano e il contralto, normalmente erano e sono di proprietà del suonatore. Il sassofono tenore, a volte sì a volte no, come il baritono e il basso e il trombone. Io suonavo il clarinetto, da primo, come eredità di famiglia, infatti mio padre lo suonava. Un bel giorno però, il maestro mi dà  in mano un sax tenore e mi dice che devo imparare a suonarlo entro un mese, in quanto avevamo il concerto e bisognava aiutare il settore dei bombardini col contrappunto, che era piuttosto debole, perchè erano in pochi. In questo caso, lo strumento era di proprietà della banda. L’ho suonato per alcuni anni, tenendolo a casa anche per potermi esercitare, e poi l’ho restituito. Era uno strumento in ottime condizioni e con un ottimo suono, anche se era passato da più mani, perchè ciascun suonatore che l’aveva usato l’aveva tenuto con la massima cura.

I clarinetti e le trombe si distinguevano in primi e secondi, secondo la bravura e la preparazione di ciascuno. Era però importante anche l’anzianità di servizio. C’erano poi dei suonatori, di solito i migliori, che all’occorrenza facevano i solisti, (come oggi)  quando era richiesto dalla partitura appositamente scritta. In prevalenza erano: l’ottavino, il clarinetto, il flicornino, la tromba, il trombone e il bombardino.

A proposito di strumenti, non tutti  conoscevano il loro nome e la loro funzione.  Nel 1938, in occasione dell’entrata del nuovo prete,  la nostra  banda, a piedi, è salita a Campo  con gli strumenti in spalla, per accompagnare la processione e rallegrare la festa  eseguendo alcune marcette  sul sagrato. Quando è arrivato l’Austìn con il  tamburo sulle spalle dal gruppo dei bambini   se sente uscire una voce squillante che grida: “Pà uarda  i gaa scià ‘l penacc.”  E subito dopo, quando arriva il Caldirola col roll: “ I gaa scià daa ‘l penagii”.

Non avendoli mai visti, i bambini, avevano creduto che la grancassa e il tamburello,  fossero i due recipienti che conoscevano benissimo e che usavano a casa loro per fare il burro. A quei tempi i bambini scendevano raramente da Tartano.

La scuola

Come si impara a suonare uno strumento? Prima bisogna imparare a leggere la musica: le note, il loro valore, gli accidenti (diesis e bemolle), le chiavi, i tempi… Quindi bisogna studiarla.

Ai miei tempi, anche perchè la banda non aveva tanti finanziamenti per pagare  il maestro, interveniva il Ministero della Pubblica Istruzione che istituiva i Corsi di Avviamento musicale. Erano corsi annuali, affidati di solito al maestro della banda, che veniva  retribuito con il finanziamento che veniva dato al Corpo musicale. Essendo i corsi per tutti, poteva iscriversi chiunque, senza limiti di età. Quando ho frequentato io, eravamo una ventina di iscritti, le lezioni venivano effettuate alla sera, in casa del maestro, che era il Franco Pasina, perchè la sala musica era fredda. Dopo un inizio promettente, già nelle prime lezioni iniziarono gli abbandoni, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per la difficoltà, per alcuni, di riprendere a studiare, dopo magari diversi anni da quando avevano lasciato la scuola. Allora si finiva la scuola con la quinta elementare o al massimo con le post elementari, e poi si andava a lavorare. Io ero l’unico studente e quindi anche quello da cui il maestro pretendeva di più. I corsi musicali erano sottoposti alla vigilanza del Direttore Didattico, che allora risiedeva ad Ardenno, e che ogni tanto veniva fare la sua ispezione. Alla fine, partecipava, anche con un suo rappresentante se non sapeva di musica, agli esami finali sul solfeggio e sull’apprendimento dello strumento, per poter fare  la relazione che giustificasse il finanziamento. Se arrivava l’autorizzazione, venivano tenuti anche corsi di secondo e di terzo livello. Un corso durava sei mesi. Erano i maestri che si incaricavano di preparare le nuove leve, per sostituire i suonatori che abbandonavano o erano poco presenti soprattutto per problemi di lavoro. Molti emigravano. Col maestro Ruman, che  amava tanto la musica, voleva che fosse eseguita alla perfezione e perciò era molto severo, mi diceva mio padre, che gli allievi dovevano studiare il solfeggio per almeno sei mesi sul metodo Bona, che viene usato ancora oggi, poi finalmente potevano imparare lo strumento. Gli iscritti erano quasi sempre un buon numero, ma la maggior parte si perdeva per strada. Del mio corso, su una ventina di iscritti, siamo entrati in banda in cinque o sei. Eravamo nel 1954. Io poi sono entrato  l’anno dopo i miei compagni, perchè mio padre non voleva che la banda mi portasse via tempo allo studio.

Se ricordo bene, la preparazione musicale non era così accurata come oggi e i metodi diversi: c’era sempre la necessità di rimpolpare l’organico in fretta. Appena uno si arrangiava un po’ con lo strumento, veniva messo in banda. Poi si  perfezionava con l’esercizio.

L’organico

Il numero dei suonatori effettivi, da quanto mi ricordo, era abbastanza ridotto: si aggirava sulla trentina. Raramente arrivava a quaranta, quando rientravano gli emigranti, e coloro che lavoravano lontano. Non sempre i vari settori strumentali erano completi e questo imponeva al maestro la scelta di brani adatti alla formazione. C’è da dire che, come piccola banda, aveva una preparazione di tutto rispetto. Appena prima che entrassi tra i suonatori, aveva partecipato a un concorso musicale per bande, se non ricordo male, a  Bormio e si era classificata al secondo posto, appunto nella categoria delle piccole formazioni bandistiche. In seguito ha partecipato a vari concorsi, ottenendo sempre ottimi riconoscimenti.  Inutile dire che allora l’organico era esclusivamente maschile e formato fa adulti. L’età minima del suonatori era comunque attorno ai  16/17 anni.

Per fortuna, più tardi, sono arrivate le ragazze (la prima, nel 1974 è stata Alda Luzzi) e i giovanissimi, tanto che oggi  formano anche un complesso autonomo. Ma questa è cronaca di  oggi.

I presidenti

Nel periodo dal 1954 al 1961, in cui ho suonato nella banda e anche prima, che io ricordi, il personaggio centrale, il più importante, è sempre stato il maestro. Il presidente c’era, si sapeva chi era, di solito un suonatore anziano e autorevole, ma non rivestiva particolare importanza finché, nel 1972,  venne nominato, il primo presidente non suonatore, Antonino Caruso, siciliano che si era innamorato di Talamona e in particolare del Corpo Musicale. Ha accettato di assumere la presidenza e aveva già in mente parecchi programmi. Mi ricordo che, nei nostri incontri, mi parlava di quello che intendeva organizzare. Io avevo lasciato il servizio effettivo, come suonatore, perchè mi ero trasferito a Sondrio per lavoro (e per matrimonio), e avevo continuato nella banda del capoluogo, prima come suonatore poi come presentatore. Antonino mi  chiedeva periodicamente di presentare i concerti che la banda  eseguiva nel teatro dell’Oratorio e nel nuovo auditorium e io accettavo volentieri  come prima, quando me lo chiedeva mio padre, che ci teneva  tanto. Non sto a elencare tutto quello che il nuovo presidente ha fatto, perchè è  egregiamente documentato del sito web, e nella pubblicazione del 1990, celebrativa del 120°. Qui voglio solo mettere in evidenza il fatto che il presidente Caruso ha aperto la banda al contatto e alla collaborazione  con altre realtà, come la grande tradizione bandistica siciliana, portando i suonatori nel suo paese natale, stabilendo duraturi rapporti di amicizia tra le bande e personali. Certamente ha innovato per il corpo musicale di Talamona la funzione del presidente, dando una svolta decisiva. Un’ultima annotazione riguarda la sua preoccupazione che restasse qualcosa di scritto delle tappe della vita della banda e per questo ha curato l’edizione di due pubblicazioni: la prima per i 120 anni di vita nel 1990, dalla quale ho attinto parecchie notizie storiche, nella quale c’è una bella poesia in dialetto sui suonatori e la banda dul Rinu Petrèl (Puchét), e la seconda del 2000, celebrativa del 135° di vita della benemerita Società Filarmonica Talamonese. Prima ce n’era stata una edita in occasione del centenario nel 1970.

Il corpo musicale da lì in poi non poteva che progredire come ha fatto.

 Personaggi

Ho già detto che il personaggio principale è sempre il maestro, perchè soprattutto su di lui grava la responsabilità della preparazione musicale e quindi del prestigio del corpo musicale. Ci sono però anche i suonatori che hanno caratterizzato la vita della banda. Famiglie di musicanti che per generazioni, con passione, ne hanno tenuto alto l’onore. E  con legittimo orgoglio.

I Giàm, i “Sigifrédu”, i Puchècc, i Tunèlo,  e poi i suonatori longevi come mio padre, ul Batisto casèer, ul Guidu Gepì, ul Gutardu Pasina, ul Mudiulìn, che hanno prestato servizio fin verso gli ottant’anni, con una presenza sempre assidua alle prove. Ricordo che per noi giovani erano i punti di riferimento e un grande esempio di attaccamento. Di ognuno di essi bisognerebbe scrivere un elogio particolare. Forse ora il lettore può capire perchè scrivo questi ricordi: perchè penso che solo quello che è scritto rimane, oltre il ricordo personale.

I ricordi si affievoliscono nel tempo e spariscono con il venir meno delle figure storiche e di chi è vissuto loro vicino, condividendone le esperienze.

Anche adesso c’è chi nella banda milita da lunghi anni, dai miei tempi. Sono: il Franco Libera, storica prima tromba, che pur essendo mio coscritto, è entrato in banda prima di me, a continuare la tradizione familiare del padre Sigifredo e dei due fratelli, uno dei quali, l’Angelo, benemerito maestro per tanti anni, e l’eterno Cèci, il Celso Bedogné, ora meritatamente vice presidente, altro storico bombardino, perno indiscusso e prezioso del settore di contrappunto. La loro passione, la loro dedizione e il loro attaccamento alla banda sono infiniti. Quali esempi migliori per i giovani?

Se guardiamo le fotografie storiche pubblicate sul sito della Società Filarmonica, di personaggi ne troviamo altri di pari valore di quelli citati e chiedo scusa se ne ho dimenticato qualcuno. Vorrei che questi rappresentassero tutti.

C’è ancora una figura, però, che, se non venisse qui ricordata, verrebbe sicuramente dimenticata e che già ora molti talamonesi non sanno che ha fatto parte della banda. Non era un suonatore vero e proprio, ma era un membro effettivo: portava, ul tàmbür, quello grosso, la grancassa, per intenderci, nelle processioni, nei funerali e sempre quando  la banda marciava: lo portava sulle spalle e non mancava mai. Si chiamava Agostino Tirinzoni, per tutti l’Austìn. Quando aveva deciso di entrare nella banda, l’Austìn voleva suonare il basso. Però non ce l’aveva fatta, perchè  il solfeggio si era rivelato uno scoglio insormontabile, perciò, volendo comunque  entrare al far parte dell’organico, ha chiesto di fare il portatore del tamburo. E così è stato per 25 anni.

Per tanti anni è stata una figura familiare e amata da noi suonatori. Non alto e piuttosto tozzo di corporatura, faceva il contadino: le sue braccia forti  e il viso cotto dal sole lo dimostravano, e del contadino aveva anche la pazienza e la tenacia e pure la giovialità. Abitava in fondo a Ranscìgo e, nonostante non avesse bisogno di provare, spesso era presente alle prove serali e, bonariamente, richiamava qualche giovane che si distraeva.

Quando c’erano i servizi, come le processioni, partiva presto da casa con il berretto in testa, “ul capél de la müsico”, portato con fierezza, e con la sua andatura traballante, si avviava verso la piazza. Era sempre il primo, davanti alla porta della scuola. Il suo compito, che non so a quando risale, perchè io l’ho sempre visto nella banda fin da quando ero piccolo, era quello di portare la grancassa: ul tàmbür, e l’ha portato fino in tarda età.

Per mezzo di una larga cinghia, fissata su due punti della struttura della cassa, passata sul torace di traverso, poco sotto l’altezza delle spalle, dopo averla infilata dalla testa, la sosteneva verticalmente sulla schiena, mentre il “Tunèlo” batteva ritmicamente sulla pelle lateralmente e sul piatto fissato sopra. Quando si suonava marciando, nelle processioni, nei funerali e nelle feste civili come il 4 di novembre, marciava anche lui con noi e teneva egregiamente il passo sintonizzato con il ritmo del pezzo: più lento nelle marce religiose e nella marce funebri, più veloce in quelle militari. La sua andatura regolare, facilitava la lettura della parte fissata sopra e il battere ritmato dei colpi. Col Tunèlo formava una coppia indivisibile. La sua posizione era in coda al gruppo. Sempre molto concentrato, era sempre presente anche ai concerti in piazza. Era lui, ovviamente, che portava lo strumento in piazza, lo poneva sull’apposito trespolo di sostegno e si piazzava sul lato opposto a quello del suonatore, impettito e fiero della sua posizione e di far parte della banda.

Teneva ben fermo il tutto, mentre la mazza  dul Tunèlo batteva sulla pelle tesa  del grande tamburo e il piatto tenuto saldo nella mano sinistra  per mezzo di una apposita cinghia, batteva il tempo sull’altro piatto di ottone fissato sopra, vicino alla partitura.

Solo più tardi i piatti vennero tenuti e suonati da un singolo suonatore, che li  portava verticali davanti a sé, pronto  a batterli uno contro l’altro e a farli vibrare sonoramente.

In qualche foto storica troviamo anche lui: l’ Austìn.

I maestri

Non mi dilungo sui maestri, perchè il sito che ho già citato delinea le loro figure molto bene dal Zèpinin, fino all’attuale maestro Boiani. Mi permetto un’unica annotazione, che mi pare importante e che caratterizza, a mio parere la storia del Corpo Musicale. I maestri, dal primo fino all’Angelo Libera, che è stato quello che ha portato avanti l’incarico per un periodo di tempo superiore ad ogni altro, non hanno potuto frequentare corsi specialistici di tipo musicale istituzionalizzati di livello superiore come il Conservatorio. Erano dei grandi appassionati, che in generale, per proprio conto hanno, prima approfondito lo studio del proprio strumento e poi si sono formati con grande impegno per la direzione della banda studiando privatamente a volte con qualche maestro esterno.

I risultati sono stati pari all’impegno e alla costanza e si possono vedere scorrendo la storia. Sono riusciti, tutti, a preparare i tanti suonatori e a portarli a esecuzioni di assoluta eccellenza.

Dal punto di vista musicale, con il compianto maestro Corti, il primo diplomato al Conservatori e con  l’impegno del presidente Caruso, dal punto di vista organizzativo, però si è entrati nella fase moderna, caratterizzata da una grande crescita della preparazione: musicale e numerica. L’istituzione della Scuola di musica e la formazione della Banda Giovanile, come gruppo autosufficiente dal punto di vista musicale, lo dimostrano ampiamente. Da tutto questo non possono venire che ottimi frutti e meritati successi.

La divisa

Se scorriamo le foto storiche, possiamo vedere che non c’erano divise, come oggi.

Che distingueva i suonatori era il berretto “ul capél de la müsico”. Nel 1970, si è riusciti finalmente a dotare la banda di una bella divisa, come quelle più grandi e più ricche di Sondrio e Morbegno. La mia prima divisa  l’ho avuta quando ho iniziato a suonare appunto a Morbegno e a Sondrio. Anche le bande degli altri paesi erano nelle stesse condizioni della nostra.

Si capisce come i soldi erano sempre pochi e i suonatori pensavano all’essenziale: a fare della buona musica per loro soddisfazione e dei loro affezionati compaesani e per onorare il nostro paese e tutte le manifestazioni a cui partecipavano.           (continua)

 

 

 

seconda parte

Alcuni episodi

La bandéto

Non tutti ricordano, se non chi li ha vissuti, che nella storia della banda ci sono stati anche episodi e momenti di tensione, non comunque all’interno tra i suonatori o tra suonatori e maestro.

E forse non tutti sanno che alcuni suonatori, più o meno sotto la decina, formavano,  e ancora formano, quella che era chiamata “la bandèto”, la piccola banda.

Eravamo, se ricordo bene, subito dopo il 1950 e nei giochi delle bocce, dietro l’osteria del Sigifredo, che si trovava, sü ‘n summ a la munto” , dove ora c’è la piazzetta con la banca, il Partito Comunista aveva organizzato una delle prime feste dell’Unità.

E chi è stato chiamato a rallegrare la festa? La bandetta.

La festa è andata bene, ma il bello è venuto subito dopo.

I suonatori che accompagnano con i loro strumenti le funzioni religiose, sono andati a suonare per l’anticristo?   Apriti o cielo!  La condanna è  arrivata senza appello, da parte dell’arciprete, che  dal pulpito ha tuonato contro i reprobi. In paese se ne è parlato per parecchio tempo, anche perchè è arrivata subito la proibizione per la banda di accompagnare le processioni.

Non si mischia il diavolo con l’acqua santa!

La banda era stata identificata con la bandetta. I dirigenti, ovviamente non hanno preso le distanze, né tanto meno hanno sconfessato l’operato dei suonatori. I “trasgressori” facevano parte della banda e quindi andavano difesi. Infatti, il presidente che era il Gottardo Pasina, i consiglieri e  i più anziani suonatori, come mio padre, che si sentivano offesi, dall’atteggiamento dell’arciprete, che aveva  pubblicamente condannato i traditori, hanno tentato di ricomporre i rapporti, andando in arcipretura per chiarire che la banda, anche se faceva i servizi religiosi, non era al servizio unicamente della Chiesa. Essendo una libera società, nata col preciso scopo di essere al servizio di tutti, non poteva accettare legami e condizionamenti da nessuno. L’arciprete, però, non volle sentire ragioni, non trattò molto bene gli ambasciatori e la condanna restò per un anno, durante il quale i talamonesi non sentirono le note delle marce religiose, nemmeno “ul dì ‘lla Noso”. Questo episodio, che ho raccontato come una curiosità, quasi folcloristica, della vita della banda, oggi fa sorridere coloro che lo leggono e che non c’erano allora, perchè ritengono il comportamento della bandetta del tutto legittimo e quello dell’arciprete, eccessivo e, aggiungo, prevaricatore. Allora invece il fatto è stato fonte di tensioni non indifferenti che solo il tempo ha ricomposto, calmando gli animi. Io poi l’ho vissuto in casa, con mio padre, che non sopportava questo tipo di imposizioni, men che meno alla “sua” banda, arrabbiatissimo (mi pare che della bandetta incriminata  facesse parte anche lui) e mia madre che cercava di calmarlo pur senza osare dare tutte le ragioni all’arciprete e  tutti i torti alla bandetta, e quindi a mio padre.  Cercava da medégà, di metter pace.

Sempre per chi non c’era, ricordo che eravamo in un periodo, subito dopo la guerra,  in cui c’era una contrapposizione netta e fortissima tra la Chiesa che sosteneva, anche elettoralmente, il partito della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, che a Talamona aveva la maggioranza assoluta, come in tutta la Valtellina e la Valchiavenna, e il Partito Comunista Italiano e coloro che vi aderivano. C’era una condanna senza appello nei confronti di tutto quello che dicevano e facevano i comunisti, quindi anche della Festa dell’Unità e di chi vi partecipava.

Per fortuna almeno da questo punto di vista abbiamo superato quei tempi e la banda può esercitare la sua libertà di scelta: sempre. Come deve essere, per tutti.

 

 

 

Ul Venardì Sant

Il secondo episodio riguarda ancora il rapporto della Banda con il parroco, ma, questa volta, senza, sfondi politici.

Era il 1955 o 56, il Venerdì Santo. Come sempre, alla sera si svolgeva la solenne processione con il  feretro del Cristo Morto portato dai coscritti; tantissima la gente: Azione Cattolica, Confratelli, Figlie di Maria. In coda, tutta la fila dei fedeli e ovviamente  la banda, che poco davanti al feretro, esegue, marciando le marce funebri, che notoriamente, data la loro solennità, hanno un ritmo molto lento. Stavamo suonando, camminando a ritmo con il nostro passo cadenzato e solenne, io ero in prima fila con mio padre al fianco, concentrato sulla parte, il maestro camminava davanti a fianco, dopo aver dato l’attacco, quando l’arciprete, sempre lo stesso del primo episodio, che non era il celebrante, ma si preoccupava che i fedeli seguissero con devozione, ci si presenta davanti e si mette a dire “ Su, su, più svelti! Dovete camminare più svelti!”  Lui era preoccupato, perchè  durante  l’esecuzione delle marce, il nostro passo, molto più lento di quello della colonna processionale, provocava  dei distacchi tra i gruppi, creando dei vuoti. Ma noi che ci potevamo fare? Da quando la banda suonava nelle processioni e nei funerali era sempre stato così. Per noi la richiesta, per non chiamarlo ordine, era una novità, Il maestro, cerca di spiegare all’arciprete che non è possibile andare più in fretta, ma lui non vuol sentire ragioni e continua a insistere che dobbiamo accelerare il passo.

Il maestro Franco allora, alza le braccia, con la bacchetta nella mano destra, in modo che tutti noi, anche quelli in coda al gruppo, lo vedessimo bene, dirige per un momento la marcia, dando il ritmo e poi al momento giusto, al termine di un fraseggio, abbassa di colpo la bacchetta.

Noi sapevamo che quello era il segnale che il pezzo era finito e tutti assieme cessammo di suonare. A quel punto, aumentammo il passo, con gli strumenti in mano. Qualcuno, sottovoce, sosteneva che  avremmo dovuto uscire dalla processione, ma prevalse il buon senso, nonostante l’indignazione, e seguimmo la funzione fino al rientro in chiesa con gli strumenti muti, ma senza gesti plateali.

Questa volta non ci furono prediche infuocate, ma furono i suonatori che si rifiutarono di fare servizio nelle processioni, a meno delle scuse da parte dell’autorità ecclesiastica.

Mio padre, che conosceva l’arciprete prima ancora che fosse nominato a Talamona, si sforzò di vincere i suoi sentimenti di ribellione e di fare da paciere nella controversia.

Infatti le cose andarono ancora una volta a buon fine, anche se non proprio subito, ma con la promessa che non ci sarebbero stati mai più interventi del genere. E la banda tornò a svolgere le sue funzioni, cioè a onorare con la sua musica sacra le processioni, dando loro maggior solennità.

Eseguire la musica sacra, non è il miglior modo di pregare?

Penso che questi due episodi sarebbero piaciuti anche a Giovanni Guareschi  e avrebbero potuto trovare degnamente un loro posto nelle vicende  di Don Camillo e Peppone .

 

La Cavalleria leggera

Il terzo episodio che voglio raccontare è di tutt’altro genere rispetto ai primi due.

Diciamo che è stata una occasione in cui, appena prima di completare la mia preparazione musicale per entrare in banda, ho imparato  qualcosa di nuovo, che andava ad aggiungersi alle altre nozioni sulla musica che stavo studiando, e da una persona che non faceva nemmeno parte della banda.

Stavo assistendo al concerto in piazza, che si teneva davanti all’osteria de la “Cèco”,  di fronte la cà dul Ratìn e di fianco la posta. C’era in programma, tra  gli altri pezzi, un cavallo di battaglia, che in seguito ho suonato tante volte anch’io, molto bello e orecchiabile:  la celebre ouverture de “La Cavalleria Leggera” del compositore austriaco  Franz von Suppè.

Di fianco a me c’era il Vittorino Zuccalli, il quale, ho poi appreso dopo perchè l’aveva detto lui stesso, aveva prestato servizio militare nella cavalleria.

Appena la banda ha iniziato a suonare, a voce bassa, ha incominciato a commentare il pezzo a un suo amico vicino e ha continuato man mano che l’esecuzione procedeva, fino alla fine. Io, vicino ero tutto orecchi. Il Vittorino spiegava come le varie parti dell’ouverture,  per mezzo della melodia e del l’armonia congiunte,  raccontavano quello  che lo squadrone di cavalleria  stava facendo: il trotto quando usciva dalla caserma, che poi  si trasformava in galoppo, alla fine diventava la carica dei cavalleggeri, l’infuriare della battaglia, la sua fine  con la tristezza nel ricordo dei caduti e, infine, il rientro triste dello squadrone negli acquartieramenti.

Grazie al Vittorino, ho capito allora che la musica non esprime solo sentimenti con cui ci si può immedesimare, ma che può anche descrivere fatti e avvenimenti. Basta saperli leggere nelle note. Molte musiche di Verdi sono di questo tipo. Da allora, ogni volta che mi capitava di illustrare al pubblico, in qualità di presentatore, questo pezzo, e l’ho fatto anche a Talamona con la nostra banda, riprendevo questa descrizione tale e quale. E devo dire che molti ascoltatori, dopo il concerto, mi dicevano che avevano seguito e capito meglio la ”Cavalleria leggera”. E questo, grazie al Vittorino Zuccalli.

 

 Albaredo, tanti anni fa’

Tutti sanno dov’è Arzo e dov’è Albaredo. Ma quanti conoscono la strada per andarci a piedi? E quanto tempo si impiega? Oggi basta prendere l’auto, andare a Morbegno, prendere la strada per  il Passo San Marco, salire al tempietto degli alpini e dopo non molto si è “in Ars”, poi a Val  e, in breve in Albarìi.

Ma una volta non era così, anche se la strada da Morbegno c’era già: sterrata, ma c’era. Era la Strada Priula, che risale al 1593, costruita da Alvise Priuli, podestà di Bergamo, nominato dalla Serenissima Repubblica di Venezia, per unire Bergamo con Morbegno attraverso il Passo di San Marco, il più basso delle Alpi Orobie.

Non credo però, che queste notizie interessassero molto ai nostri musicisti della Banda di Talamona, quando, per festeggiare San Rocco, a ferragosto, vennero chiamati a suonare in processione nella festa del patrono, ad Albaredo, e a rallegrare poi la  festa  con l’esecuzione di valzer, mazurke, marce in piazza davanti a qualche osteria. La banda infatti veniva chiamata spesso in occasione di simili manifestazioni nei paesi vicini, e non c’era il pullman.

Quindi, strumenti in spalla, di buon’ora, il gruppo dei suonatori si avviò, passando per Urtèsido, verso Arzo, prendendo la scorciatoia, e poi sulla strada sterrata, verso Albaredo per arrivare a tempo per la Meso Grando e la processione. Le marce religiose sono lente e non fanno soffiare, ma suonare e marciare contemporaneamente, sulle strade in salita di Albaredo provoca un fiatone che non vi dico. Un po’ come cantà e purtà la cruus. E soffia, soffia, secca la gola, ma in processione non la si può bagnare. Dopo sì però. E non con l’acqua di fonte. Per cui finita la processione, il pranzo, a base di polenta taragna col Bitto, viene annaffiato a dovere e la gola riprende la sua normale lubrificazione. I suonatori a questo punto sono pronti per il pomeriggio di allegria in musica: non sempre ad Albaredo sale la banda. Si susseguono quindi altre sonate, allegre questa volta, a base di valzer, mazurke, marce…che però fanno ancora seccare la gola. La pinta che girava provvedeva alla normale lubrificazione ancora una volta. Il risultato  fu che il ritorno, sempre a piedi, con le scarpe della festa, per le selve da Arzo passando per  Muntmàrs, un po’ anche  a causa delle scarpe con la suola liscia, vide qualcuno dei più anziani e non solo loro, a causa anche dell’incipiente oscurità, fare dei solenni ruzzoloni fuori dal sentiero, ammaccando  pure qualche strumento tra gli ottoni, vista anche l’ora tarda.

Il buio e il vino, rendevano poco visibile il sentiero con tutte le conseguenze del caso.

I più giovani però hanno recuperato strumenti e suonatori, portando a casa tutti più o meno sani e salvi.

Cose d’altri tempi, che oggi non capitano più.

Questo episodio, che a quanto pare non fu l’unico, me lo raccontava mio zio Battista casèer e lo confermava mio padre.

 

Ancora a Campo Tartano

Dopo l’episodio del 1938, citato nella prima parte di questo articolo, voglio terminare questa carrellata di raccontini brevi, ricordando un’altra uscita a Campo, avvenuta nel 1927, in un’occasione particolare (la banda era già salita nel novembre del 1926 per accompagnare  il funerale del vecchio parroco). Si trattava della elezione a parroco di Don Beniamino Stropeni, avvenuta dopo la morte del  parroco Don Giuseppe Foppoli. Don Beniamino era stato mandato a Campo dal Vescovo in qualità di curato, nell’Agosto 1926, il parroco era morto nel novembre, ma per diventare parroco non bastava la nomina vescovile, in quanto un’antica consuetudine (oggi non più in vigore) richiedeva l’approvazione da parte dei capifamiglia, mediante la “votazione del fagiolo”.  Ricordo che eravamo in pieno regime fascista e data la sua posizione non proprio favorevole, i simpatizzanti del regime non erano molto d’accordo sulla sua nomina. Ma i parrocchiani ormai l’avevano apprezzato per la sua rettitudine e per la correttezza nello svolgimento della sua missione pastorale sempre vicina a tutti. Fu così quindi che fu eletto a grande maggioranza con 131 fagioli bianchi deposti nell’urna contro 12 neri, su 143 votanti. Dopo due o tre mesi di ritardo, finalmente era giunto anche il “placet” del Prefetto e quindi Don Benamino era parroco a tutti gli effetti.  Era passato un po’ di tempo dalla votazione, gli  oppositori si erano ritirati in buon ordine e  per festeggiare la sua elezione definitiva fu invitata la nostra banda per un concerto in piazza, proprio da loro.

Ecco come riferisce Giulio Spini nel suo libro “Diario di un parroco di montagna” (1), mettendo le parole in bocca a don Beniamino che racconta:” …Ho, saputo, infatti, che furono proprio loro, a far salire da Talamona, a proprie spese, la banda musicale per il concerto serale sul sagrato, il giorno stesso del mio successo ”elettorale”.

Già, un magnifico concerto, nella sera primaverile, fresca e limpidissima, con la luna alta sulla valle. Verso la fine, mi fu dedicata una marcia trionfale, composta dal maestro di banda (a Talamona hanno talento e passione straordinaria per la musica). Accanto a me era seduto mio padre, che nei momenti di commozione si tormentava, ora uno ora l’altro , i grossi baffi, per non farsi scoprire. Ma gli occhi erano lucidi e assorti.

Appena, però, il maestro annunciò di sorpresa che l’ultimo pezzo era in suo omaggio, non riuscì a contenersi e ascoltò il Coro del Nabucco col fazzoletto sugli occhi. Quando mai, nella sua ormai lunga vita di modesto contadino del lago, era stato al centro dell’attenzione così pubblica ed emozionante, tutta per lui? Riuscì appena a mormorarmi in un singhiozzo: -Se fosse qui la mamma…”

Questo episodio dimostra come la musica ispira sentimenti umani di una delicatezza unica, soprattutto in coloro che la suonano.

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Ho scritto queste notizie, perchè la banda è fatta di molti avvenimenti, lieti e meno lieti, e molti dei lettori non le conoscono in quanto, beati loro, sono giovani e non le hanno vissute, e mi riferisco anche ai suonatori,  e molti, forse, le hanno dimenticate.

Se non le avessi scritte, sarebbero andate perse.

E’ troppo lungo il pezzo? abbiate pazienza, ma i ricordi sono come le ciliegie: uno attira l’altro, quando la memoria funziona. Mi sono permesso di ricordare anche avvenimenti forse spiacevoli, citando i protagonisti, essendo passato tanto tempo e non essendo più in vita  i protagonisti. Anche questi fanno parte della vita della nostra gloriosa  “Müsico”, con la emme maiuscola, a cui faccio tanti auguri, come antico suonatore, anche se non compaio mai nelle foto.

Altre notizie ci sarebbero da riportare. Chi fosse curioso di conoscerle, può leggerle in parte  nel mio articolo, pubblicato sul libro che ha ricordato i 120 anni della Società Filarmonica, nel 1990, voluto dal presidente Antonino Caruso, altrimenti può far parlare il Céci, memoria storica de   la Müsico.

La storia completa e aggiornata del corpo musicale, la trovate nel sito  “Società Filarmonica- Talamona”.

 

Nota: (1) Il brano su Campo è tratto dal volume: Giulio Spini “Diario di un parroco di montagna” -Cooperativa editoriale Quaderni Valtellinesi – Sondrio- 2013. Stampa Lito Polaris Sondrio

 

 

 Guido Combi

 

SAN GIORGIO- “SAN GIORSC”(in dialetto)

Esiste un talamonese che non conosca San Giorgio o non sappia dove si trova? Penso di no.

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Ritengo invece che, passando le generazioni, cambiando gli usi e i costumi, molti non sanno che San Giorgio per molti anni, si può dire per diversi secoli, è stato una centro vivo, in particolare in estate, attorno al quale gravitava una ricca presenza umana e vedeva il passaggio di persone e animali che salivano ai vari maggenghi e ne discendevano: gli animali, soprattutto mucche, quando venivano condotti  all’inizio dell’estate e riportati a valle a settembre, e le persone più  frequentemente con carichi di legna in discesa o con provviste in salita per le famiglie.

Tutto questo anche dopo essere stato “vicinìa” cioè contrada di Talamona fin dalle origini, abitata stabilmente. A piedi, si raggiunge passando per ul Pra da l’Acquo, da San Rigòri, o anche costeggiando il torrente Roncaiola dal Punt di Fraa; chi vuol fare più  in fretta sale da la Möio e arriva dritto dritto sotto il muro che sostiene il sagrato.

Da qui si può proseguire per una rosa di maggenghi che va da Prümgnano,  al Runc, a Grum, al Fopp, a la Curt dul Belàdru, a la Bgianco.   Se si procede, inoltrandosi nella valle della Roncaiola, in breve si giunge al Crusèti ,da dove parte il ventaglio formato da la  val Valeno e da la Val di Zapèi. I sentieri portano a la Baito del  Sciarèes, al Chignöol, al Baitun Bgianc, a Madréro, al Fuu del’Ustario e ‘n Pigolso. Proseguendo, si sale a Pédròrio. Traversate  le due valli, si prende il sentiero per ul Praa d’Olzo, per Olzo e la Baitelo. Proseguendo ancora, si sale al Custesèli. Come si vede, San Giorgio si trova al centro di un ventaglio di valli, e di baite, maggenghi e alpeggi, molto ampio, che era dotato di numerosi sentieri, anche intervallivi.

Dall’alto, partendo dalla corona delle cime, dal Piz Volt  a la Scimo de Laac, anche lo sguardo, scendendo, confluisce e si ferma proprio sulla cima del campanile di San Giorgio.

La Messa festiva

Un particolare e molto numeroso afflusso degli abitanti dei maggenghi avveniva alla domenica, durante l’estate, quando per più di cinquant’anni nel secolo scorso, veniva celebrata la Messa cantata da  quel sacerdote  molto amato dai Talamonesi che era Don Vincenzo Passamonti.

 

Don Vincenzo, all’inizio dell’estate, si trasferiva nella casetta azzurra, posta circa duecento metri sopra la chiesa e vi abitava tutta  la stagione estiva. San Giorgio diventava allora una succursale della parrocchia con la Messa tutte le mattine, le confessioni e le comunioni, il primo venerdì del mese, la recita del rosario e alla domenica, la messa cantata (méso grando), i vespri, la dottrina…

Ma andiamo in ordine.

Cenni di storia

La chiesa di San Giorgio, ricorda Don Turazza nella sua storia di Talamona (*), risale attorno al 1100-1200  e il bel campanile in stile romanico pare testimoniarlo.

A custodire la chiesa almeno dal 1390, fu  Pietro de Massizi, chiamato “frate di San Giorgio” che abitava in una casa vicina e aveva l’incarico di tenerla  in ordine, con i paramenti e tutti gli arredi. Dopo di lui proseguì suo figlio Giovanni (**). In quei tempi e in quelli immediatamente successivi, probabilmente vi abitava stabilmente anche un sacerdote che celebrava regolarmente la Messa per tutti gli abitanti dei vari maggenghi che allora erano vere e proprie frazioni chiamate vicinìe. Forse è di quegli anni l’origine delle leggende come quella dell’ Animo danado e del Cavalièr de San Giorsc, nate sulla storia tramandata di un castello che pare sia sorto sullo sperone che lo  divide dalla Valle della Roncaiola, e che conserva il  toponimo di Castèl  ancora oggi, accessibile solo dalla parte della chiesa e strapiombante sulla valle indicata come “despüs castèl”,  a significare un posto poco frequentato e nascosto: una grande forra altissima. Da questa parte non si può salire: la costruzione di un castello può quindi essere  più che giustificata, perchè avrebbe dominato tutta la valle e il conoide formato dalla Roncaiola, fino all’Adda.

Nelle cronache della visita pastorale del Vescovo di Como Feliciano Ninguarda del 1589 in Valtellina, che  allora, come adesso, era parte della diocesi lariana, si legge:

 “ A circa tre miglia sul monte di Premiana c’è la chiesa di S. Giorgio con il paese dello stesso nome, che conta quaranta famiglie, ma tutte sparse. La chiesa è consacrata e nella festa del santo è visitata processionalmente da tutti i paesi e frazioni vicini. Da poco in questa chiesa è stata costruita da un pio uomo di Talamona una cappella in onore di S. Lorenzo elegantemente ornata e dotata di molti paramenti, di un calice di argento dorato e di annui proventi costituiti da 32 botti di vino, 25 staia di mistura e sei grandi libbre di burro. A tutto ciò il benefattore decretò di aggiungere altri proventi e la casa così che fosse mantenuto un cappellano con l’obbligo di celebrare quattro messe la settimana; attualmente ne è cappellano il sac. Giacomo Mosizio di Talamona.”

La cronaca del vescovo, sempre precisa, ci fornisce alcune notizie certe come:

– S. Giorgio era un piccolo paese abitato tutto l’anno;

– la chiesa era molto conosciuta, tanto che la festa di S, Giorgio richiamava in processione gli abitanti dei paesi e delle frazioni vicine;

– la chiesa era tanto importante da essere dotata di una cappella laterale dedicata a San Lorenzo, di paramenti, di arredi sacri e di altri proventi da parte di un ricco benefattore;

– il cappellano aveva una casa dove   abitare e  aveva l’obbligo di celebrare 4 messe la settimana;

Il vescovo riporta  il nome del cappellano che reggeva la  chiesa al momento della visita pastorale: un prete di Talamona. Mosizio o anche Mosizi, infatti, è un antico cognome talamonese, di Premiana, ora estinto.

E’ lecito pensare che il vescovo Ninguarda si sia recato personalmente a visitare San Giorgio?

Io propendo per il sì, vista l’accuratezza con cui ha riportato i dati nella sua cronaca pastorale.

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Ormai S. Giorgio, nemmeno d’estate, ha più la vita di allora, quando le case portavano il numero civico della vicinìa. Alcuni numeri si possono ancora vedere sulle antiche abitazioni,  che, in generale  sono state ristrutturate e sono usate come seconde case. Di mucche, animali tipici dei maggenghi, con capre e pecore, che fino alla seconda metà del 1900, accompagnavano le famiglie che qui falciavano il fieno per avere da loro il latte, non se ne vedono più.

L’ Agnesìn

Di fronte alla facciata della chiesa, però, c’è sempre una casa, di là dall’ “ùo”, quella specie di canale selciato con grandi e molto grossi “pciutùn”, più ripido di una strada, che serviva a portare a valle i tronchi, “le borre”, e le priale della legna: è la casa della famiglia Zuccalli. Stando sul portone della chiesa e traguardando dal  quello  di accesso  al recinto del sagrato, la si vede proprio lì davanti.

La famiglia Zuccalli, che in paese abita in via Mazzoni, aveva avuto l’incarico di sagrestana della chiesa d San Giorgio,  almeno dal 1630, cioè continuava le funzioni che svolgeva la famiglia Massizi con quel “frate di San Giorgio” che abbiamo ricordato prima e poi suo figlio. Per tanti anni la vera sacrista di San Giorgio, da quando era giovane fino alla morte avvenuta pochi anni fa’, è stata Agnese Zuccalli, da tutta conosciuta  come “l’Agnesìn.

L’amore e l’attaccamento che aveva per San Giorgio erano infiniti. Quando l’ho conosciuta, proprio a San Giorgio, ero un ragazzino. Con la nonna Maria, da  Prümgnano, con i miei cugini, andavamo a messa d’estate, tutte le domeniche.  Lei era sempre presente, e la chiesa sempre pulita, come tutti i paramenti erano in ordine e preparati, pronti per essere usati da Don Vincenzo. Se qualcuno arrivava presto e lei non era in chiesa, bastava chiamare: Agnesìn , che lei si precipitava ad aprire.

E aveva il suo da fare, perchè alla domenica le tantissime famiglie  che,  provenienti dalle varie contrade del paese, erano salite ad abitare tutta l’estate i maggenghi, si radunavano per tempo al mattino, sul verde praticello del sagrato per poi assistere devoti alla S. Messa cantata, e suonata sull’armonium, da Don Vincenzo.

I vestiti

Gli uomini si vestivano “de la festo”, con gli abiti migliori che avevano “purtaa sù” dal paese, con le scarpe lucide e la camicia bianca, l’immancabile gilé e la giacca; non mancava mai il cappello. Le donne, anch’esse agghindate, avevano “la raselo da mez” ben stirata, con le grandi pieghe, magari   “cul scusal sü suro”, e portavano la camicetta bianca  sotto il busto scuro a volte ricamato finemente, freschi di bucato. Sopra  tutto l’immancabile “panèt”, che tutte le donne portavano per rispetto, quando si recavano alle funzioni in chiesa. Le più giovani portavano il velo.

“Ul panèt” era una grande quadrato di stoffa nera o marrone scuro, dotato di lunghe frange su tutti i lati, che veniva ripiegato in due a formare un triangolo. Il lato così piegato veniva appoggiato sul capo in modo che il vertice del triangolo, con le doppie frange, ricadesse sulla schiena, coprendola praticamente tutta, comprese le spalle e quasi tutte le braccia. Il bordo appoggiato su capo, ricadendo sui lati, veniva riunito sul davanti, quasi fosse un grande mantello. In generale il tessuto era lucido e, a volte, portava ricamato sui bordi, qualche discreto fiorellino come ornamento. Non si vedevano donne in chiesa, durante le funzioni, senza ul vél  u ‘l panét.  Quelle di passaggio che si fermavano ad ascoltare la S. Messa, si ponevano sulla testa un fazzoletto pulito. Ovviamente, non esistevano donne con i pantaloni né in chiesa né fuori: solo scusàal u i  petür lunc.

Finita le Messa, i fedeli tornavano alle loro baite, con calma, anche perchè le donne non dovevano

preparare il pranzo. Infatti si usava, particolarmente alla domenica, unire colazione e pranzo, mangiando verso le 10. La Messa era alle 11.

Noi ragazzi, trovandoci in molti, approfittavamo per giocare, rincorrendoci sul sagrato e attorno alla chiesa. Niente giochi con la palla: sarebbe finita giù per le selve. Il sagrato con il suo spazio piano, si prestava al gioco de la “varìo” , o del rincorrerci, anche uscendo, e poi rientrando, da uno dei due portoni del recinto, quello a est o quello a ovest,  e passando nello spazio stretto che divideva la chiesa dal muro di sostegno del terreno a monte, che serviva per facilitare lo scolo delle acque, verso valle, e tenere asciutto il muro della chiesa.

Quelli che abitavano nei maggenghi più vicini tornavano nel pomeriggio per i Vespri.

Don Vincenzo

Un certo numero di anziani, tutti erano molto amici di Don Vincenzo, si fermavano a San Giorgio, salivano fino alla casetta azzurra, dove lui abitava, e approfittavano del primo pomeriggio per fare alcune partite a bocce, annaffiate da un buon bicchiere di vino, offerto da Don Vincenzo. Dopo la partita, assistevano ai Vespri, cantavano i salmi col celebrante e poi tornavano alle proprie  baite per mungere e finire i lavori della stalla. Le mucche, si sa, mangiano e devono essere munte  e accudite anche di domenica.

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Foto: Don Vincenzo con il padre Bartolomeo(1859-1942)

Don Vincenzo, di fianco alla casa, aveva ricavato un ottimo gioco delle bocce, lavorando personalmente alla costruzione. Ricordo che, passando un giorno con i miei cugini e la zia, per recarci al torrente per il bucato  (che faceva la zia), sul sentiero che passava appena sopra la casa del prete, mi ero meravigliato nel vederlo senza veste talare. Infatti era in camicia, con i pantaloni neri alla zuava e gli scarponi. Aveva in mano un piccone e stava scavando per preparare il terreno per la costruzione dei muretti per il gioco delle bocce. Chissà se c’è ancora quel campo da gioco costato tanta fatica!

Don Vincenzo  per la gente si identificava con San Giorgio e San Giorgio  con lui: erano una sola cosa  per tutti noi. Credo ancora oggi nel ricordo del santo prete.

Momenti particolari

Durante l’inverno e nelle mezze stagioni, parlo sempre del periodo attorno alla metà del secolo scorso, San Giorgio era disabitato. Passavano quelli che andavano a fare la legna per l’inverno e c’erano  alcune di occasioni in cui ci si recava per la messa.

Una era il lunedì di Pasqua, quando si saliva per la messa, sempre celebrata da Don Vincenzo, e noi giovani approfittavamo per fermarci tutta la giornata, salendo al “castèl” a mangiare un panino e magari andando a vedere, più un basso, sull’altro versante, “ul böcc de l’animo danado”, buttandovi dentro un sasso per sentire il rumore della caduta. Tanto è profonda questa spaccatura nelle roccia, che non si riesce a sentirne la fine.

Un’altra occasione  era la terza e ultima processione delle Rogazioni, che, partendo dalla chiesa parrocchiale, saliva fino a San  Giorgio passando per “Ca di Giuan”, “San Rigori”, “ul punt di fraa”,

“Pra da l’acquo”. In cima ai prati, qui, si trova “la poso di prévecc”, un ripiano ricavato nel muro a monte della strada, a mò di panca. Credo che sia stata  chiamata così proprio perchè i sacerdoti, prima di affrontare l’ultimo tatto di mulattiera che attraversa il bosco, prima di San Giorgio, potessero riposarsi un pò.

Giunta la processione, che era molto frequentata, nella  chiesa, veniva celebrata la S. Messa e poi  i fedeli tornavano liberamente a valle, alle proprie case.

San Giorgio, rimaneva e rimane lassù, circondato dalla corona di montagne, carico di storia, con il suo misterioso “Castèl cul so böcc” e soprattutto con il ricordo della veneranda figura di Don Vincenzo che l’ ha caratterizzato per oltre mezzo secolo. E non dimentichiamo l’Agnesìn, altro simbolo di San Giorgio.

L’ossario

A San Giorgio, fino a qualche decennio fa’ c’era anche l’ossario, come in molte delle vecchie chiese dei paesi e delle frazioni valtellinesi di montagna. Erano delle costruzioni apposite, dove venivano custodite le ossa dei defunti ordinate in modo particolare, ed esposte al ricordo e alle preghiere dei  discendenti che le trattavano con particolare devozione.

Questa devozione era possibile esternarla con la recita di un Requiem o di un De profundis, tutte le volte che si passava per San Giorgio e non si poteva non passare davanti alla chiesa.

Proprio davanti alla chiesa, l’ossario di San Giorgio è posto, in un corpo dell’edificio che continua la parete sud, addossato al campanile, a formare un angolo retto con la facciata. Entrando nel recinto del sagrato dal portone a ovest, verso le case, vi si passa davanti per accedere  alla chiesa.

Ebbene qui è stato costruito un localino stretto, con un altarino sul lato lungo. Sotto l’altare è stata ricavata una cavità dove erano poste le ossa dei defunti, visibili, dal sagrato. Infatti la cappelletta era protetta da un muretto con una grata in ferro sopra. Di lato alla grata è posta una porticina di accesso e davanti un gradino a mo’ di inginocchiatoio.

I passanti, entravano e si inginocchiavano  per una preghiera. Difficilmente si passava senza fermarsi.

Ora le ossa sono state poste nel cimitero di Talamona e quindi lo spazio sotto l’altare è vuoto.

Il ricordo però rimane e deve rimanere a testimoniare la fede dei nostri antenati.

Ora da San Giorgio si passa in auto e la strada si trova sopra la chiesa. Le visite sono diventate più rare, a meno che non ci si fermi apposta per ammirare la contrada e soprattutto la chiesa con i suoi affreschi.

I maggenghi che gravitavano su San Giorgio per la messa domenicale.

Lascio immaginare al lettore, quanto erano frequentati alla domenica i sentieri che convergevano a San Giorgio e quanta gente vi passava all’andata e al ritorno.

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I fedeli provenienti dal Cà ruti, da Prümgnano de sut cun la Fopo, da Prümgnano de suro, dal Runc, da Bunanocc, da Grum, dal Fopp, da la Curt dul Beladru, da la Bgianco e qualche volta da Dundun, entravano nel recinto del sagrato e poi in chiesa, passando dalla porta posta a Est, verso le selve.

Quelli provenienti dal Pra da l’acquo e da Faii suto e suro, salivano dal basso ed entravano dalla porta posta a Ovest, passando davanti all’ossario per entrare in chiesa con tutti quelli che giungevano dal  Cruséti, dal Chignöol, dal Praa d?olzo e da Olzo. Poche volte scendevano anche da Madréro e da Pigolso,  più lontane.

A occhio e croce, si può calcolare, essendo la chiesa sempre piena, che fossero costantemente presenti almeno un centinaio di persone e, nelle grandi feste, come a Ferragosto, anche di più.

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(*) Il titolo esatto è: “TALAMONA – Notizie documentate di storia civile e religiosa” raccolte dal Sac. Don Giacinto Turazza – Arti Grafiche Valtellinesi- Sondrio – 1920.

(**) Della  storia di San Giorgio  parlerò più dettagliatamente prossimamente, con un’apposita scheda.

Nota: 1) In talamun esistono due lettere la a e la n che non sempre si pronunciano come in italiano. La a di mamo viene pronunciata con un suono a metà tra la a e la o, piuttosto nasale.

La n di talamun viene pronunciata con un suono nasale marcato e da dentale diventa palatale.

Volendo indicare graficamente il suono di queste due  lettere nel dialetto scritto, non ho trovato altro modo che scriverle sottolineate a e n per distinguerle da quando vengono pronunciate normalmente, come in Ca di Giuan.

2)  I nomi delle località sono scritti come vengono chiamate nella parte alta del paese, dove la parlata dialettale ha subito un po’ meno l’influsso dell’italiano a differenza della parta bassa, dove, forse per cercare di ingentilirli,  vengono un po’ modificati.

Es:  Prümgnano  a Cà di Giuan  diventa Premiana  in Piazza, Ranciga…  Dent a la Pciazzo  diventa Dent a  la Piazzo.

3) Le vocali o di föc (fuoco) e u  di mür (muro) sono scritte con la dieresi. Le stesse parole preferisco scriverle: föoc   e  müur ,  perchè, nella parlata, le due vocali sono strascicate, quindi un po‘ prolungate.

4) A Talamona, da sempre, i nomi femminili terminano con la o.  Tanto per distinguerci.

Guido Combi (GISM)