LA TRADIZIONE ICONOLOGICA NELLA VISIONE DI CESARE RIPA

 

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La cultura cinquecentesca è segnata da un vivo interesse per il mondo dei simboli e da una profonda consapevolezza del potere delle immagini. Il sapiente intreccio tra immagini e parole promuove la nascita e la diffusione di nuovi generi, come gli emblemi o le imprese in cui artisti, letterati, editori fondono diverse competenze e professionalità in forme creative sempre nuove. Allegorie e simboli ricoprono le pareti di palazzi, chiese, ville e castelli. Di tutte queste, il pennello dei pittori offre colori e forme a programmi iconografici coltissimi e misteriosi, spesso ideati dai più eruditi letterati del tempo. I simboli offrono un percorso trasversale e interdisciplinare che illumina e chiarisce molti aspetti vitali e innovativi della cultura cinquecentesca.

L’immagine, come del resto il documento scritto, è un messaggio complesso, e sta alla finezza, all’esperienza e all’abilità dello storico interpretarla, stabilendo con il tempo che l’ha prodotta la necessaria rete di rapporti. Spesso carica di simboli, con un proprio codice di convenzioni interpretative perfettamente comprensibili per i destinatari del tempo, l’immagine non è oggi alla portata di chiunque, proprio nello stesso modo in cui una pagina di un manoscritto latino, ovviamente comprensibile al fruitore medievale alfabetizzato, richiede attualmente, per essere letta e capita, almeno la conoscenza della paleografia e della lingua latina. Per una corretta analisi dell’immagine medievale si devono inoltre conoscere il linguaggio dei gesti, il significato dei simboli, dei colori, della posizione reciproca delle figure e della tradizione iconografica.

L’analisi iconologica, occupandosi di immagini, storie ed allegorie anziché di motivi, presuppone, molto di più che quella familiarità con gli oggetti e gli eventi che acquisiamo per esperienza pratica. Presuppone una familiarità con temi o concetti specifici quali sono trasmessi dalle fonti letterarie, siano esse acquisite medianti pertinenti letture, o per tradizione orale.

L’Iconologia nasce dunque all’interno di quella eruditissima “commenticia”, che aveva prodotto durante il Cinquecento una cultura dalla citazione erudita. Le supreme immagini inventate dai massimi poeti Virgilio, Ovidio, Petrarca, si affiancano alle produzioni elementari di una macchina visiva sferzata a produrre integrazioni e raccordi. Fondamentale per questo ramo della Storia dell’Arte è il volume di Cesare Ripa (1555?-1622), Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi, pubblicata nel 1593 a Roma dagli eredi di Giovanni Gigliotti.

 

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Nell’Iconologia Ripa offre ai suoi lettori un utile repertorio di immagini simboliche. Il suo interesse si mantiene tutto sul piano dell’ideazione allegorica e il suo punto di vista unisce in un’unica prospettiva oggetti antichi e ideazioni moderne sul terreno comune dell’invenzione letteraria.

“Le Immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l’occhio, non hanno altra più certa ne più universale regola, che l’imitazione delle memorie, che si trovano ne’ Libri, nelle medaglie e ne’ Marmi intagliate per industria de’ Latini, e de’ Greci, o di quei più antichi, che furono inventori di questo artifitio”.(Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”, edizione pratica a cura di Piero Buscaroli,2 volumi, Torino, Fogola Editore,1986; Segnature in Ambrosiana: S.O.O.XX 1523/1524

Nel testo della nota al lettore, E.H.Gombrich mette in grande rilievo le parole di Ripa:(Ernst H. Gombrich, Icones Symbolicae: The Visual Image in Neo-Platonic Thought, “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 11, 1948), esponendo i  principi che guidano la costruzione di allegorie: un metodo di definizione visiva collocato nell’orbita della logica e della retorica aristoteliche. Secondo un processo razionale, è possibile costruire le immagini allegoriche attraverso la combinazione di attributi con gli stessi processi con cui si costruiscono le metafore. È interessante notare come per Ripa questa codifica per immagini sia non solo razionale e priva di un fascino esoterico ma anche in ogni modo arbitraria:

“Et mi par cosa da osservarsi il sottoscrivere i nomi, ……, perché senza la cognitione del nome non si può penetrare alla cognitione della cosa significata”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

L’origine del nome Iconologia deriva da 2 parole Greche: Icon che significa “immagine”, e logia con significato di “parlamento”.

“(…) finché altro non vuol dire Iconologia che ragionamento d’Immagini perché in quella si descrivono infinite figure esplicate con saggi e dotti discorsi, da quali si rappresentano le bellezze delle Virtù e le bruttezze dei Vizi (…)”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

La novità è che Ripa apre la compilazione al terreno inesplorato delle immagini allegoriche, ponendo in termini di estrema chiarezza la tendenza cinquecentesca a considerare l’immagine un linguaggio a tutti gli effetti. La moderna inclinazione ad eliminare le parti erudite colpisce dunque al cuore l’intima essenza dell’opera nel suo progetto originario, ma dà anche espressione alla radicale e continua trasformazione di un testo che ha saputo per secoli rispondere alle esigenze sempre nuove dei suoi diversi lettori.

Non conosciamo molto della vita di Cesare Ripa. Già nella prefazione all’edizione perugina dell’Iconologia del 1764, Cesare Orlandi sottolineava la scarsità di informazioni biografiche sul letterato anche nelle fonti del XVII secolo a lui contemporanee. Nonostante la grandissima fama dell’opera che lo rese famoso, l’Iconologia, Ripa rimase infatti un personaggio dai contorni biografici sfumati, al punto che fu messa in dubbio perfino l’autenticità del suo nome. In un documento del XVII secolo dedicato agli accademici intronati di Siena redatto da Uberto Benvoglienti, si suggeriva infatti di considerare il nome Cesare Ripa come pseudonimo di Giovanni Campani. La questione è stata definitivamente risolta solo dopo il ritrovamento dei cosiddetti “Stati d’anime della parrocchia di Santa Maria del Popolo” che attestano la presenza del letterato a Roma tra il 1611 e il 1620, confermando la veridicità del suo nome.(Chiara Stefani, Cesare Ripa: New Biographical Evidence, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», Vol. 53, 1990, appendix III).

Sappiamo che Cesare Ripa nacque a Perugia intorno al 1555 e che morì a Roma in condizioni di estrema povertà nel 1622. Non conosciamo particolari sulla sua formazione e istruzione, mentre è possibile documentare il suo rapporto con alcune accademie letterarie come quella dei Filomati e Intronati e con quella di Siena, dedite allo studio dell’antiquaria e dei classici greci e latini, e quella degli Insensati di Perugia, con cui continuò ad avere rapporti anche dopo la sua partenza dalla città natale. Ancora molto giovane si recò infatti a Roma per lavorare alla corte del cardinale Antonio Maria Salviati, dove venne assunto come trinciante, cioè come addetto a tagliare le vivande durante i banchetti, un ruolo che implicava anche il compito di intrattenere la raffinata cerchia degli ospiti del cardinale con doti di colta eloquenza. Nel 1592 il cardinale Salviati divenne consigliere personale del papa Clemente VIII. La sua corte era frequentata da letterati ed eruditi. Tramite il suo autorevolissimo patrono, Ripa ebbe dunque rapporti con intellettuali e antiquari come Zaratino Castellini, Fulvio Mariottelli, Pier Leone Casella, Marzio Milesi, Porfirio Feliciani e con esponenti dell’Accademia degli Insensati a sua volta intrecciata con quella di S. Luca.

Durante gli anni vissuti presso il Salviati, usufruendo delle colte amicizie e della ricca biblioteca del cardinale, Ripa compose l’Iconologia, che fu pubblicata per la prima volta a Roma nel 1593. Il grande successo dell’opera convinse Ripa ad ampliare e ripubblicare una seconda edizione dell’Iconologia nel 1603 con l’importante novità di un ricco apparato illustrativo. Nel frontespizio dell’edizione lo scrittore poté fregiarsi del titolo di “Cavaliere de’ Santi Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII, il 30 marzo 1598.

“Con Ripa alla mano”- scrive Emile Male, ”si può spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano i palazzi e le chiese di Roma. E non di Roma soltanto”.(Emile Male,l’Art religieux après le Concile de Trente, Parigi, Colin, 1932)

Nelle arti plastiche si ebbero cosi due tematiche parallele, soggetti biblici e soggetti mitologici, soggetti sacri cristiani e leggende pagane. Gli autori classici Ovidio e Virgilio fecero testo per i pittori e i scultori. Questo ramo della tematica ricevette il massiccio impulso che ne fece Cesare Ripa con la sua Iconologia, opera non tanto utile quanto necessaria a Poeti, Pittori e Scultori.

 

 

 

 

Biblioteca Ambrosiana, Salone Pio XI, sala di lettura.

(fonte: G. Galbiati,” Itinerario dell’Ambrosiana”)

“Si entra nel SALONE PIO XI, grande sala di consultazione, con la statua in bronzo di Pio XI (1927), di Enrico Quattrini, a cui fa sfondo la Patrologia greca e latina del Migne nella sua intera collezione, e con il busto in marmo di Pio XII (1941) di Michele de Benedetti. Inoltre, la sala di consultazione è corredata da 8 statue in terracotta, rappresentanti: la Grammatica, la Retorica, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l’Astronomia e la Medicina, opere dello scultore lombardo Dionigi Bussola. Datate 1670, le 8 statue, alcune con atteggiamenti accademici, altre convenzionali o perfino “statiche”, denotano comunque un livello artistico assai dignitoso.”

Poste 2 a 2 su ogni lato dei 4 muri della sala di lettura, le statue esprimono un andamento sicuro ed elegante. L’interpretazione iconologica che diamo alle statue riprende in gran parte i significati allegorici che troviamo nell’Iconologia del Cesare Ripa. In seguito, partendo dall’entrata nella sala e procedendo in senso orario, diamo brevemente le trascrizioni delle simbologie delle statue con riferimento al testo del Ripa.(Cesare Ripa, Iconologia, “La Torre d’Avorio”)

Filosofia. Donna giovane e bella, in atto d’aver gran pensieri, ricoperta con un vestimento stracciato in diversi parti, talché n’apparisca la carne ignuda in molti luoghi, conforme al verso di Petrarca, usurpato dalla plebe che dice: “Povera e nuda vai Filosofia”.

Giurisprudenza (Legge). La Legge si assomiglia ad una Matrona venerabile. Siccome la Matrona governo e conserva la famiglia, la Legge conserva e conserva la Repubblica.

Matematica. Donna di mezz’età, vestita di velo bianco e trasparente, con ali alla testa, le treccie siano distese giù per le spalle, con un compasso nella destra mano, mostri di misurare una tavola segnata d’alcune figure e numeri,(…) con l’altra mano terrà una palla grande figurata per la terra.

Astronomia. Donna vestita di color pavonazzo tutto stellato, con il viso rivolto al cielo, che con la mano destra tenga un Astrolabio e con la sinistra una tavola ove siano diverse figure astronomiche.

Medicina. Donna attempata, in capo avrà una ghirlanda d’alloro, nella mano destra terrà un gallo e con la sinistra un bastone nodoso con attorno un serpente. Il bastone tutto nodoso significa la difficoltà della Medicina e il serpente fu insegna di Esculapio, Dio della Medicina.

Grammatica. Donna che nella destra mano tiene un breve scritto in lettere latine le quali dicono: “Vox litterata ed articolata debito modo pronunciata”, e nella mano sinistra una sferza.

Retorica. Donna bella, vestita riccamente, con nobile acconciatura di testa, mostrandosi allegra e piacevole, terrà la destra mano alta e aperta, e nella sinistra uno scettro e un libro portando nel lembo della veste scritte queste parole. “Ornatus persuasio”

Teologia. Donna con la faccia rivolta al cielo, sta a sedere sopra un globo pieno di stelle, tenendo la mano destra al petto e la sinistra stesa verso la terra(…).

 

Il mio sentito ringraziamento va a Trifone Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana per il suo sostenuto appoggio e gentile disponibilità nella ricerca e raccolta delle fonti necessarie per la stesura dell’articolo.

Lucica Bianchi

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