LA STRAGE DI VERGAROLLA

Una giornata piena di sole; una folla di adulti e di bambini che trascorrevano gioiosamente il tempo a tuffarsi nell’azzurro del mare e a riposarsi nel verde della pineta; una gioventù sportiva di atleti e di atlete, riuniti per partecipare alla gare di nuoto della “Coppa Scarioni”; una giornata di festa.

E invece, alle 14.10 del 18 agosto del 1946, un boato, una colonna di fumo, decine di corpi straziati, il sangue che arrossa il mare.

La strage di Vergarolla, a Pola, che il 18 agosto del 1946 causò la morte di oltre settanta persone e un centinaio di feriti, tutti civili, smembrando intere famiglie che quel giorno avevano affollato la spiaggia per assistere alla gara natatoria organizzata dalla «Pietas Julia», non fu un incidente ma un attentato organizzato dall’Ozna, la polizia segreta di Tito.

 

Inquadramento storico.

Negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale i territori a cavallo dell’allora confine orientale italiano  furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politica, ultimo atto di un secolare conflitto fra italiani e slavi.

Il 13 settembre 1943 il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell’Istria – formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato completamente dai primi – proclamò a Pisino l’annessione della regione alla Croazia; il 25 settembre il proclama venne ribadito a Otocak dallo Zavnoh (Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske – Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia). Il 30 novembre entrambi i proclami vennero fatti propri a Jajce dall’Avnoj (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije – Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia). Parallelamente, ad Aidussina un’assemblea popolare slovena proclamò l’annessione del Litorale sloveno(intendendo con questo termine in linea generale una parte dell’antico Litorale austriaco,comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l’Istria nord-occidentale).

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Mappa di Pola. La spiaggia di Vergarolla è indicata dalla freccia

Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l’oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra. Inizialmente occupati quasi per interno dall’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone – A e B – separate da un confine chiamato Linea Morgan. All’interno della zona A l’amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona B.

 

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I confini orientali italiani dal 1937 ad oggi. Si nota in rosso la Linea Morgan, che divise la regione in Zona A Zona B in attesa delle decisioni delle trattative di pace

La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenendo una sorta di enclave circondata dal territorio della zona B. Al tempo era la maggiore città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all’annessione alla Jugoslavia.

Questo stato delle cose – secondo gli accordi fra gli angloamericani e gli jugoslavi – sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.

Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola – a differenza del resto dell’Istria – la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.

Il Fatto. Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia“. La manifestazione aveva l’intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola” reclamizzò l’evento come una sorta di manifestazione di italianità.

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La sede della “Pietas Julia”

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate – secondo la versione più accreditata – ventotto mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori.  Alle 14,15 l’esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.

Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un’enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “polverizzate”. Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

Sulla sabbia giacevano da mesi residuati bellici che però erano stati disinnescati e più volte controllati dagli artificieri inviati dalle autorità anglo-americane: «Ormai facevano parte del paesaggio, ci stendevamo sopra i vestiti o mettevamo la merenda al fresco sotto la loro ombra», testimoniano oggi i sopravvissuti.

Eppure qualcuno aveva riattivato quegli ordigni per farli esplodere esattamente quel giorno.

Oggi possiamo scriverlo senza paura di essere smentiti dai negazionisti, che per decenni hanno parlato di “incidente”, perfino di autocombustione: a 70 anni dalla strage, due studi in contemporanea sono stati commissionati a storici super partes dal Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE, l’associazione che raccoglie tutti gli esuli da Pola) e dal Circolo Istria di Trieste, e le conclusioni cui i storici sono addivenuti, pur divergendo su alcuni aspetti, concordano su un punto inconfutabile: fu strage volontaria.

Se già qualche anno fa dagli archivi di Londra erano trapelati i primi indizi di un attentato volontario, tali elementi non erano ancora sufficienti. Così, William Klinger, massimo studioso italiano di Tito, si è recato negli archivi di Belgrado, mentre un’altro giovane storico, Gaetano Dato, ha consultato quelli di Zagabria, Londra, Washington e Roma. Ciò che emerge chiaramente da entrambi gli studi è che per capire cosa avvenne su quella spiaggia bisogna guardare agli scenari mondiali: Vergarolla è il crocevia della storia moderna post bellica, la palestra in cui nasce la guerra fredda. Klinger ha il merito di inserire la strage nella più generale politica aggressiva jugoslava contro l’Italia sconfitta ma anche contro i suoi stessi alleati anglo-americani. Già all’indomani della strage partirono due inchieste, una della corte militare e l’altra della polizia civile alleate, non a caso intitolate “Sabotage in Pola”, cioè nettamente orientate a negare l’incidente fortuito. Klinger non prova la responsabilità diretta della Ozna (negli archivi di Belgrado non ci sono i dispacci dell’epoca, l’ordine tassativo era di distruggere all’istante qualsiasi istruzione ricevuta), ma racconta il contesto, la spietatezza della polizia di Tito, che controllava buona parte del PCI italiano e soprattutto in quel 1946 stava alzando il tasso di violenza in un crescendo di azioni, tant’è che sia gli americani che gli inglesi in documenti scritti lamentano col governo jugoslavo “le attività terroristiche e criminali”. Inoltre sempre Klinger nota come all’epoca la stampa jugoslava desse conto di ogni minimo avvenimento, eppure non dedicò una sola riga a una strage terrificante: un silenzio quantomeno sospetto.

Gaetano Dato spiega nei dettagli le dinamiche dell’esplosione: “Scoppiarono una quindicina di bombe antisommergibile tedesche e testate di siluro che erano state disinnescate, ma che con l’ausilio di detonatori a tempo furono riattivate”. Dato avverte però che nella sua ricerca sceglie di “mettere da parte le memorie” dei testimoni, perché teme che “involontariamente selezionino una parte di verità, cancellando o modificandone altre”, ma questo rischia a volte di essere il punto debole del suo lavoro di storico, che lascia aperte tutte le ipotesi: “Se devo dire la mia personale opinione – ci dice – fu una strage jugoslava, ma non posso tralasciare altre piste: quella italiana, con gruppi monarchici o fascisti che stavano organizzando la resistenza contro Tito, e quella di anticomunisti jugoslavi”. Ma di entrambe, ammette, non ci sono prove.

“È vero che all’epoca c’erano ancora italiani che intendevano combattere in difesa dell’italianità, ma Vergarolla certo non aizzò i polesi a sollevarsi, anzi, ne fiaccò per sempre ogni istanza”. Dunque, per comprendere i mandanti occorre vedere i risultati, e questi furono la rinuncia a combattere per Pola italiana, con la fine di ogni manifestazione da quel giorno in poi, e mesi dopo la partenza in massa con l’esodo, ormai visto come unica salvezza. Ed entrambi i “cui prodest?” portano alla Jugoslavia.

D’altra parte un’escalation di azioni precedenti hanno sbocco naturale proprio nei fatti di Vergarolla: nel maggio del ‘45, già in tempo di pace, la nave “Campanella” carica di 350 prigionieri italiani da internare nei campi di concentramento titini cola a picco contro una mina e le guardie jugoslave mitragliano in acqua i sopravvissuti; pochi mesi dopo a Pola esplodono altri depositi di munizioni in centro città; nel giugno del ‘46 militanti filojugoslavi fermano il Giro d’Italia e sparano sulla polizia civile; 9 giorni prima di Vergarolla soldati jugoslavi assaltano con bombe a mano una manifestazione italiana a Gorizia; la domenica prima della strage una bomba fa cilecca sulla spiaggia di Trieste durante una gara di canottaggio: sarebbe stata un’altra carneficina… per la quale bisognerà attendere il 18 agosto. Negli archivi di Londra un documento attesta la “volontà espressa degli jugoslavi di boicottare qualsiasi manifestazione italiana, anche sportiva”.

Non scordiamo che il 17 agosto del ‘46, il giorno prima, a Parigi si era chiusa la sessione plenaria della Conferenza di pace e stavano iniziando le commissioni per decidere sui confini orientali d’Italia: era una data topica e i giochi non erano ancora chiusi. “I polesi potevano ancora sperare che la città venisse attribuita al Territorio Libero di Trieste, sogno sfumato solo un mese dopo, il 19 settembre”: le istanze di italianità erano ancora vive e i titoisti dovevano annientarle. Milovan Gilas, il braccio destro di Tito, così scriveva nelle sue memorie:  “Fummo mandati in Istria nel ‘46 da Tito perché bisognava cacciare gli italiani con qualsiasi mezzo. E così fu fatto”.

Sopravvissuti. “Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti”.

Si parla solo dei morti di quel giorno, ma quanti sopravvissuti all’esplosione  morirono nei mesi successivi? L’ospedale cittadino “Santorio Santorio” divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro.

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Il dottor Geppino Micheletti. Il consiglio comunale di Pola conferì al dottor Micheletti una medaglia di benemerenza il 28 agosto 1946, dieci giorni dopo i fatti, mentre lo stato italiano il 2 ottobre 1947 lo onorò con la medaglia d’argento al valore civile. Il 18 agosto 2008, nella ricorrenza del 62º anniversario della strage di Vergarolla, nel Piazzale Rosmini di Trieste venne inaugurato un monumento in onore di Geppino Micheletti

Le reazioni e i funerali.Il consiglio comunale di Pola si radunò d’urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell’AMGVG (Allied Military Government Venezia Giulia-Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) di Trieste e dell’Area Commissioner di Pola. Le autorità furono fermamente invitate a “stabilire le responsabilità” della strage.

L'”Arena di Pola” titolò a tutta pagina “Pola è in lutto”, e scrisse: “non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!”

L’intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di lutto. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola Raffaele Mario Radossi, che durante l’omelia disse: “Non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (…) al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia”.

I feriti furono molte decine, fra cui anche due militari britannici, mentre il numero esatto dei morti non venne mai accertato: alla manifestazione sportiva erano accorse anche centinaia di persone dai villaggi limitrofi, e se circa cinquanta furono i cadaveri riconosciuti ufficialmente, ai funerali ventun bare contenevano corpi non identificati, oltre a quattro bare di resti non ricomponibili. Il totale più accreditato di morti stimati è di circa ottanta, ma alcune stime arrivano ad ipotizzarne cento.

La notizia nella stampa italiana.Il modo di riportare la notizia della strage di Vergarolla nella stampa italiana in qualche modo può essere considerato un indicatore della rovente temperie politica dell’epoca, nonché della difficoltà di recepire notizie da una zona ancora formalmente parte del territorio italiano, ma di fatto separata da esso.

La prima segnalazione del quotidiano del PCI l’Unità fu del 21 agosto 1946, a esequie avvenute. Il titolo è “Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola”, ed in esso si dà spazio alla notizia secondo cui il vescovo di Pola avrebbe “stigmatizzato con roventi parole le autorità angloamericane, che presidiano la zona, chiamandole “responsabili” della tragedia per non aver rimosso le mine dalla spiaggia, dove erano state gettate dalla marea, per non averle disinnescate dopo averle lasciate sulla spiaggia”. La tesi del quotidiano – nonostante i vari sospetti sull’ipotesi dell’attentato doloso – è che si sia trattato di una disgrazia, dovuta all’incuria degli angloamericani. Il numero delle vittime stabilito- 62.

Il giorno successivo, l’Unità riportò un “rapporto telegrafico della Camera del Lavoro di Pola” secondo il quale il numero delle vittime sarebbe salito a “oltre 100”, ma la tesi è sempre quella della “sciagura dovuta ad incuria dei colpevoli”. L’articolo segnala la “giusta indignazione della popolazione di Pola e di tutta l’Italia”, affermando che il consiglio municipale della cittadina istriana avrebbe votato un ordine del giorno “di protesta”.

È da notare che il quotidiano comunista italiano in quegli stessi giorni conduceva una continua campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro – dall’altra parte – “i servi del fascismo e dell’Italia fascista” che contrapponendosi alla Jugoslavia assieme agli Stati Uniti avevano portato l’Europa sull’orlo di una nuova guerra.

La Nuova Stampa di Torino diede la notizia il 20 agosto, intitolando “Sventura a Pola” e inserendo nel sommario l’interrogativo: “Si tratta di un attentato?

L’inchiesta inglese.Il comando inglese istituì una commissione militare d’inchiesta, che però non riuscì a determinare le responsabilità della strage, aumentando i dubbi su alcune circostanze. La relazione finale raggiunse le seguenti conclusioni:

  • Gli ordigni erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine – l’ultima il 27 luglio – concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente.
  • Testimoni diretti – fra i quali uno dei militari inglesi feriti – avevano affermato che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine.
  • Il comandante della 24ma Brigata di fanteria inglese – M.D.Erskine – segnalò che le mine non erano né recintate né sorvegliate, proprio perché ritenute inerti e non pericolose.
  • Erskine espresse nella relazione finale il parere secondo cui “Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute” (“The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown”).

“L’Arena di Pola” ribadì varie volte l’argomento: “Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole senza l’intervento di alcuno”. La cittadinanza ebbe la netta impressione che i militari alleati agissero con poca determinazione nella ricerca dei colpevoli, ed essendosi maturata la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra, tutto ciò esacerbò ulteriormente gli animi.

A differenza del resto dei territori in seguito ceduti dall’Italia alla Jugoslavia col trattato di pace, ove l’amministrazione militare era affidata all’esercito jugoslavo,l’esodo da Pola fu effettuato sotto la sovrintendenza delle forze alleate. La maggior parte della popolazione andò via dalla città.

L’idea dell’abbandono di Pola da parte della “larghissima maggioranza” dei cittadini era maturata mesi prima della strage di Vergarolla. Le feroci contrapposizioni fra i filoitaliani e i filojugoslavi erano condite da accuse e minacce, e la radicalizzazione della frattura non lasciò ai perdenti “alcun margine di accettazione della soluzione avversa”. Complessivamente, la popolazione di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un’alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva nessuna garanzia sul piano della sicurezza personale, né su quello della libera espressione del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere la via dell’esilio.

La prima pagina de “L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946, col titolo “O l’Italia o l’esilio”

Le notizie trapelate a maggio del 1946 in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese – che assegnava Pola alla Jugoslavia – rappresentarono un fulmine a ciel sereno: in città si era infatti convinti che il compromesso sarebbe stato raggiunto sulla linea americana o sulla linea inglese, che avrebbero lasciato la città all’Italia.

Il 25 giugno, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale di protesta che raccolse un’adesione altissima. Il 3 luglio si costituì il “Comitato Esodo di Pola”. Il giorno successivo “L’Arena di Pola” titolò a piena pagina: “O l’Italia o l’esilio”. Nell’articolo principale a firma di Guido Miglia, si legge: “Il nostro fiero popolo lavoratore, quello che pure aveva creduto nella democrazia e s’era ribellato ad ogni forma di schiavitù, abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi che preferiscono l’esilio alla schiavitù ed alla snazionalizzazione. A Pola rimarranno forse alcune migliaia di fanatici che, dopo alcune settimane di occupazione jugoslava, si pentiranno atrocemente di tutto il male fatto da loro e cercheranno allora di sfuggire alla persecuzione violenta ed all’oppressione. E proprio perché sanno che a loro toccherà questa sorte, e per continuare ad essere dei gerarchi della “minoranza” italiana, fanno ogni sforzo per convincere la gente a rimanere in città; dopo averla terrorizzata con un anno di propaganda bestiale, con deportazioni in massa di innocenti e con lancio di uomini vivi nelle foibe, fra lo sghignazzare di alcuni ubriachi di sangue”.

Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: “L’esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti”.

Nell’estate del 1946 l’esodo era già un’opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città alla partenza degli Alleati sarebbe stata impossibile.

Lo scoppio fece abbassare il volume alla città. A quel punto si operò lo scollamento decisivo, inesorabile. L’impalpabile nevrosi della catastrofe vicina era già diffusa nell’aria e fra la gente. Lì, a quel funerale, dilagò il senso dell’ineluttabile e della sua accettazione, lì ci furono scene drammatiche, scene di fuga da un luogo di morte. L’esodo a quel punto si fece visibile, massiccio, collettivo. Vergarolla aveva modificato radicalmente le sorti della città.

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Trieste: Monumento di 2011 alle vittime di Vergarolla

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Il cippo di Vergarolla, inaugurato nel 1997

                                                                                                                                                                                                                              Lucica Bianchi

fonti:

William Klinger, La strage di Vergarolla, Supplemento a L’Arena di Pola n.5 del 26 maggio 2014

Gaetano Dato, “Vergarolla 18 agosto 1946 .Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda, LEG, Gorizia 2014

In Memorial

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