LE LINEE DI NAZCA

FRA IL PACIFICO E LE ANDE, IN UN’AREA DI CIRCA 500 CHILOMETRI QUADRATI, SONO STATE TRACCIATE CENTINAIA DI LINEE RETTE, ENORMI DISEGNI GEOMETRICI E GIGANTESCHI MOTIVI ZOOMORFI. SI’ È DIBATTUTO A LUNGO SUGLI AUTORI E SUL SIGNIFICATO DI QUESTO AFFASCINANTE SITO ARCHEOLOGICO, MA FINO A OGGI NESSUNO È RIUSCITO A SVELARE IL MISTERO DI QUESTA OPERA TITANICA.

Su Nazca sono state fatte moltissime ipotesi, ma l’unica certezza è che questo sito archeologico continua a essere il più grande enigma sulla cultura dei popoli precolombiani.
Il complesso, situato nelle pampas di Jumana e Colorada, nei pressi dell’odierna città di Nazca, si estende su una superficie di circa 500 chilometri quadrati.
Anche se la zona è caratterizzata dalla quasi totale assenza di piogge, i fiumi che scendono dalle Ande rendono fertili le vallate, che sono state abitate fin dai tempi più remoti.
Tuttavia, basta risalire i brevi declivi di queste valli per affacciarsi su un mondo di aridità estrema, nel quale ogni tipo di vegetazione scompare per cedere il posto alle rocce e ai minerali: proprio lì si trovano le linee e le figure che formano l’enigmatico universo di Nazca.

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LE LINEE DI NAZCA IN DIVERSE RISOLUZIONI

RETTE E CURVE Continua a stupire il fatto che i geoglifi di Nazca, enormi e chiaramente visibili (e non solo dall’alto come spesso si crede, ma anche dalle collinette circostanti), siano rimasti totalmente sconosciuti fino a tempi molto recenti.
Esiste un primo riferimento ad essi nella Cronaca del Perù di Cieza de Leon, pubblicata intorno alla metà del XVI secolo, e in un rapporto del governatore spagnolo Luis Monzón datato 1856, nel quale queste linee vengono considerate come tracciati di strade.

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La prima pagina della Cronaca del Perù scritta da Pedros Cieza de Leon, 1553

Dopo un ostinato silenzio, che si è protratto fino al 1939, un gruppo di esperti dell’Università di Long Island, che si occupava dei sistemi di irrigazione dei villaggi precolombiani, eseguì una serie di fotografie aeree della zona e, per la prima volta, queste insolite figure attirarono l’attenzione di studiosi e profani, divenendo oggetto di numerosi e approfonditi studi.
Nel complesso si distinguono tre tipi di strutture: in primo luogo vi è un’immensa rete di linee rette, alcune lunghe vari chilometri, che si incrociano in tutte le direzioni nella pianura desertica; in secondo luogo, vi sono delle “piste“, spazi sgombri di forma rettangolare o trapezoidale; da ultimo, una serie di figure stilizzate di animali o di esseri umani di enormi dimensioni.
Il suolo del Deserto di Nazca è formato, fondamentalmente, da un substrato gessoso di colore chiaro mescolato a materiali ferruginosi più scuri; la tecnica di realizzazione dei geoglifi consisteva, in pratica, nel togliere pazientemente i materiali più scuri, scoprendo il terreno gessoso, il cui colore biancastro risaltava bene sul paesaggio circostante.
I contorni delle figure sono definiti da muretti di pietra molto bassi, però solo le peculiari condizioni climatiche della zona (la mancanza di piogge e il fatto che i venti vengono fermati da una formazione di dune situata a un centinaio di chilometri) possono giustificare la sopravvivenza, per più di 2000 anni, di strutture tanto fragili.

UN LAVORO DURATO MILLE ANNI Gli studiosi hanno stabilito che tre fasi culturali si sono succedute nella realizzazione dei geoglifi di Nazca.
Questi ultimi furono iniziati tra il 500 e il 300 a.C. durante il periodo Chavin, caratterizzato dalla potente influenza di questo centro urbano, che si estese fino alle zone di cui ci stiamo occupando.
Una seconda fase corrisponde alla cultura di Paracas (400-200 a.C), durante la quale il sud peruviano iniziò ad affrancarsi dall’influenza del nord; dopo questo periodo si affermò la cultura locale conosciuta come Nazca propriamente detta (200 a.CI-500 d.C) alla quale si fa risalire la maggior parte dei geoglifi.
Ad attrarre l’attenzione, in primo luogo, è la pulizia dell’esecuzione, con tracciati geometrici di precisione estrema, caratterizzati da una serie di curve perfette e di linee rette che si prolungano per chilometri con un minimo margine di errore.
Le rappresentazioni figurative, nonostante lo schematismo, permettono di distinguere con chiarezza varie specie di animali (diversi uccelli, una scimmia, un ragno, un ramarro) e piante, un certo numero di figure antropomorfe, oggetti legati alla vita quotidiana e alcuni esseri fantastici.
Molto meno chiara è l’interpretazione di questi geoglifì.
Sono state fatte varie ipotesi sul loro significato, senza che nessuna sia per ora riuscita a imporsi chiaramente sulle altre.
Alcuni studiosi ritengono si tratti di rappresentazioni astronomiche relative alle costellazioni; altri, invece, interpretano le piste e le linee come suddivisioni agricole e attribuiscono alle figure un carattere totemico e magico; per altri, infine, sarebbero servite da guida per danze e celebrazioni di gruppo di tipo rituale e cerimoniale.
Oggi Nazca si trova a dover affrontare problemi più urgenti rispetto a quelli dell’interpretazione dei geoglifi.
Le fotografie aeree più recenti mostrano molte figure coperte da orme di veicoli fuoristrada, che sempre più frequentemente percorrono la zona, minacciando di distruggere tutto il complesso prima ancora di aver capito la ragione per cui è stato creato.

INTERPRETAZIONI E SIGNIFICATI

Le linee sono state avvistate con chiarezza solo dall’avvento dei voli di linea sull’area, casualmente, nel 1927 da Toribio Meija Xespe che le identificò con dei sentieri cerimoniali.

Nel 1939 furono studiate da Paul Kosok, un archeologo statunitense, che ipotizzò che l’intera piana fosse un centro di culto.

Hans Horkheimer nel 1947 suppose invece che questi tracciati fossero una forma di culto degli antenati: sentieri tracciati che erano utilizzati come tracce dove camminare durante le cerimonie religiose.

Chi diede un contributo decisivo allo studio delle linee di Nazca fu l’archeologa tedesca Maria Reiche.

Maria Reiche (statua di cera)

Ella si dedicò con passione allo studio e al restauro dei geoglifi e a lei si deve la scoperta di alcuni che non erano stati documentati in precedenza, né da Mejia, né da Kosok. La Reiche suppose che le linee avessero un significato astronomico, identificando la figura della Scimmia con l’Orsa Maggiore, il Delfino e il Ragno con la Costellazione di Orione, ecc. La Reiche affermava anche che le figure erano state create da veri e propri tecnici e ingegneri dell’epoca.

Sulla stessa linea Phyllis Pitluga, una ricercatrice dell’Alder Planetarium di Chicago, studiando il rapporto tra le linee e le stelle nel cielo, giunse alla conclusione che il ragno gigante rappresentava la costellazione di Orione, mentre tre linee rette che passano sopra al ragno erano dirette verso le tre stelle della cintura di Orione, se osservate da un certo punto della pampa.

Nel 1967 Gerald Hawkins, astronomo inglese noto per i suoi studi nel campo dell’archeoastronomia, non trovò alcuna correlazione tra i disegni di Nazca e i movimenti dei corpi celesti.

Lo zoologo Tony Morrison studiò le linee con Gerald Hawkins; nel suo libro del 1978, Pathways to the Gods, Morrison citava un brano scritto dal magistrato spagnolo Luis de Monzon nel 1586, riguardo alla pietre e alle antiche strade vicino Nazca:

« I vecchi indiani dicono […] di possedere la conoscenza dei loro antenati e che, molto anticamente, cioè prima del regno degli Incas, giunse un altro popolo chiamato Viracocha; non erano numerosi, furono seguiti dagli indios che vennero su loro consiglio e adesso gli Indios dicono che essi dovevano essere dei santi. Essi costruirono per loro i sentieri che vediamo oggi»

Morrison riteneva di aver individuato la chiave per spiegare il mistero delle linee di Nazca: il leggendario eroe-maestro Viracocha, noto anche come Quetzalcoatl e Kontiki, il cui ritorno era ancora atteso al momento dello sbarco di Cortés. Gli “antichi indios” disegnarono figure poiché pensavano che Viracocha sarebbe tornato, questa volta scendendo dal cielo, ed i disegni rappresentavano dunque dei segnali.

Anche la storica peruviana  Maria Rostworowski de Diez Canseco studiò le linee interpretandole come luogo di segnalazione al dio Viracocha. Secondo la Rostworowski ad ogni figura corrisponderebbe un clan (ayllu) degli adoratori di Viracocha, che avrebbero disegnato le linee per segnalare al proprio dio il luogo dove essi si trovavano quando egli sarebbe ritornato.

Il primo studio serio su questi disegni è dovuto all’equipe di archeologi Markus Reindel (della “Commissione per le culture non-europee” dell’Istituto Archeologico Tedesco) e Johnny Isla (dell’Istituto Andino di Ricerche Archeologiche).

Essi hanno documentato e scavato più di 650 giacimenti e sono riusciti a scrivere la storia della cultura che tracciò questi disegni, oltre a dargli un senso, e giunsero alla conclusione che le linee hanno a che vedere molto più probabilmente con rituali collegati all’acqua, piuttosto che con concetti astronomici. L’approvvigionamento idrico, infatti, giocò un ruolo importante in tutta la regione.

Gli scavi hanno inoltre portato alla luce piccole cavità presso i geoglifi nelle quali furono trovate offerte religiose di prodotti agricoli e animali, soprattutto marini. I disegni formavano un paesaggio rituale il cui fine era quello di procurare l’acqua. Inoltre furono trovati paletti, corde e studi di figure. Di questi elementi tanto semplici si servirono gli antichi Nazca per tracciare i loro disegni.

                                                                            Lucica

                                  

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