LE NUOVE TECNOLOGIE DELLA COMUNICAZIONE

 

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Ogni riflessione sulle nuove tecnologie della comunicazione non può prescindere da come il recettore delle comunicazioni, l’uomo, reagisce e si adatta alla rivoluzione digitale. Le tecnologie sono infatti indissociabili dal cammino dell’uomo verso la conoscenza e l’affrancamento delle forze della natura. Il potenziamento delle capacità umane può però, portarsi dietro, aspetti fortemente problematici. Oltre ai benefici immediati – maggiore velocità e capacità di calcolo, possibilità di accedere a enormi quantità di informazioni- possono subentrare effetti che, alla lunga, rischiano di vanificare i benefici conseguiti. Non è infrequente che l’espansione di una funzionalità possa tradursi nella sostanziale atrofizzazione di un’altra; questo fenomeno è molto frequente quando a essere coinvolti sono i nostri sensi: un utilizzo eccessivo della vista, per esempio, toglie rilevanza all’udito, che quindi, progressivamente, tende a diventare meno sensibile.

In passato, se l’uomo non era in grado di usare una specifica tecnologia, si limitava a non utilizzarla, o la faceva usare a chi ne era esperto. Oggi, con le tecnologie digitali, questo non è più possibile. E questo per la loro percepita “necessarietà”. Internet è considerato addirittura un autentico diritto e il cosiddetto “digital divide”- la separazione fra chi accede a Internet e chi no- viene ritenuto una nuova forma di esclusione che vuole essere combattuta a tutti i costi, con attenzioni e investimenti superiori a quelle rivolte verso tragiche malattie che inginocchiano alcune zone della Terra. L’uomo non può quindi chiamarsi fuori dalle tecnologie digitali e dal loro impatto sulla vita, anche se nel frattempo queste tecnologie continuano a progredire e a complicarsi, mentre l’uomo contemporaneo legge e studia meno. Questo dislivello tra l’uomo e la tecnologia da lui creata sta facendo nascere una vera e propria patologia dell’anima, intesa come mancata armonizzazione e sincronizzazione tra il mondo umano e quello tecnico.

Nella nostra cultura dimenticare ha una valenza prevalentemente negativa. Colui che dimentica è distratto, poco attento alle cose, forse addirittura malato.  Montaigne , per esempio si lamentava della debolezza della propria memoria, una facoltà che Platone aveva considerato addirittura divina. Egli considera questa debolezza scandalosa, tanto che a volte lo faceva sentire una sciocco. La mancanza di memoria serve però a Montaigne a far perdere le tracce e le fonti delle cose che impara: egli le fa sue, e dimentica dove e da chi le ha prese. E’ proprio questa mancanza di memoria, questo smarrimento delle origini del proprio sapere che rende originale il suo lavoro. Se non si dimenticano concetti obsoleti, non c’è spazio per le nuove idee.

L’economista Joseph Schumpeter introduce il concetto di “distruzione creatrice”. Per indicare che cosa? La necessità di cancellare attività non più remunerative per liberare risorse da allocare su progetti innovativi. Se noi non scordassimo positivamente e attivamente alcune esperienze, o perlomeno se non fossimo in grado di contrastare precedenti ricordi, non potremmo apprendere qualcosa di nuovo, correggere i nostri errori, innovare vecchi sistemi.

 

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Per fare buon uso della memoria è necessario sia saper ricordare sia, soprattutto, saper dimenticare. E’ importante tanto saper accumulare informazioni nella mente quanto saper alleggerire quest’ultima dal suo fardello, ogni qualvolta rischiasse di diventare eccessivo. Possiamo parlare quindi, di una vera e propria auspicabilità dell’obliò, soprattutto nella società attuale, dove il bombardamento informativo ha superato i livelli di guardia.

Lucica Bianchi

Bibliografia

Roger Chartier, Inscrivere e cancellare. Cultura scritta e letteratura dall’XI all XVIII secolo, Roma-Bari, Laterza 2006

Pierre Levy, Il virtuale, Milano, Cortina, 1997

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