PER FEDE E PER DIGNITÀ: il caso di Abramo e Agnoluccio ebrei

LOREDANA FABBRI

“Si può sconfiggere il generale che comanda tre armate,

ma non si può smuovere la ferma volontà di un uomo semplice”

(Confucio)

 

A Elena, amica e consigliera preziosa.

 

 

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Il Concilio Vaticano II ripudia ogni forma di antisemitismo, la dichiarazione “Nostra Aetate”, cioè Nel nostro tempo è uno dei documenti del detto Concilio, pubblicata il 28 ottobre del 1965, tale dichiarazione si riferisce al senso religioso e soprattutto ai rapporti tra la Chiesa cristiana e le altre religioni. Il documento consta di cinque punti, tra questi il “Decretum de Judaeis”, completato nel 1961. E’ la sezione più importante del documento, in quanto parla del rapporto tra Cristiani ed Ebrei, rapporto molto più prossimo che con altre religioni, ma soprattutto tratta delle accuse fatte tradizionalmente dal Cristianesimo contro gli Ebrei.[1]

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Dopo la visita alla Sinagoga di Roma, Giovanni Paolo II si esprime con queste parole: << La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo con essa dei rapporti che non abbiamo con nessun altra religione[…] Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, i nostri fratelli maggiori…>>.[2] La Chiesa cattolica, infatti, riconosce sia il vincolo con cui i cristiani sono legati con la stirpe di Abramo e che gli inizi della fede cattolica si trovano già nei patriarchi, nei profeti e in Mosè e che in seno al popolo ebraico sono nati gli apostoli, pilastri della Chiesa e i discepoli che hanno annunciato il Vangelo di Cristo.[3]

Molto importante nella dichiarazione “Nostra Aetate” è il punto in cui si legge e viene ribadito che anche se in grande maggioranza gli Ebrei non hanno accettato il Vangelo, hanno perseguitato la Chiesa cattolica e non hanno riconosciuto Gesù come figlio di Dio, non devono essere considerati rifiutati da Dio, né maledetti, in quanto rimangono ancora carissimi al Signore. Il documento esclude anche l’attribuzione collettiva di Israele nella morte di Gesù, non ritenendo colpevoli di questa morte né gli Ebrei del tempo né quelli di oggi. Troviamo, infine, la condanna di ogni forma di antisemitismo e tutte le persecuzioni contro gli ebrei: il documento conciliare “Nostra Aetate” rappresenta una chiarificazione dell’atteggiamento cattolico nei confronti dell’ebraismo, concludendo che l’antisemitismo non ha una legittimazione teologica. <<La Chiesa […] deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque.>> [4]

Secondo il parere del politologo Norberto Bobbio la dichiarazione “Nostra Aetate” ha rappresentato <<…una svolta vera, maggiore della stessa Riforma e della stessa Rivoluzione francese >>.[5]

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Quando nei secoli V e VI si forma il diritto romano-cristiano come braccio secolare dell’intolleranza cattolica, la religione cristiana è considerata come l’unica religione possibile, sancita dai Concili ecumenici; pure il dogma serve per dare unità culturale e ideologica, anche se la Chiesa di Roma spesso se ne serve per rivendicare un potere politico e per sottomettere chi la pensava diversamente. L’Editto di Tessalonica, conosciuto anche come “Cunctos populos”, emanato il 27 febbraio del 380, facente parte del codice teodosiano e giustinianeo, ordinava perentoriamente a tutti di essere cattolici: la società non era più divisa tra liberi e schiavi, ma tra fedeli e infedeli, quindi l’eretico diventa un soggetto pericoloso, un deviante, un criminale, che di conseguenza va punito severamente, con ciò veniva abolito ogni residuo di tolleranza verso il paganesimo e limitava gravemente la libertà di professione della fede ebraica.[6]

Agostino e Crisostomo consideravano gli ebrei figli del Diavolo e la diaspora il castigo per il deicidio commesso; non solo, ma san Giovanni Crisostomo sosteneva che << La Sinagoga non è soltanto lupanare e teatro, ma anche caverna di briganti e rifugio di bestie feroci…>>. San Girolamo scrive che se fosse lecito odiare degli uomini e detestare un popolo, il popolo ebreo sarebbe per lui l’oggetto di un odio speciale e profondo, perché fino ad allora nelle loro sinagoghe di Satana veniva perseguitato Gesù Cristo. Il vescovo di Milano Ambrogio parlava dei giudei come di un popolo “parricida” che continua a perseguitare Gesù e si vantava di avere ordinato l’incendio di varie sinagoghe: la posizione comune ai Padri della Chiesa fu che responsabile della morte di Gesù fu il popolo ebreo e non Pilato, da qui l’accusa di essere un popolo deicida.[7] Per arrivare a Carlo Borromeo, che vietò ogni rapporto tra ebrei e cristiani per la tutela della fede e della morale cristiana.[8]

Pietro il Venerabile (1092-1156), nono abate dell’abbazia benedettina di Cluny, ha avuto molte critiche per il suo atteggiamento verso gli ebrei ed emblematica è la sua famosa epistola a Luigi VII, in cui pronuncia una vera e propria esecrazione verso gli ebrei ed esorta il re a prelevare dai loro beni quei proventi di cui necessita per la guerra santa; ma, secondo Leclercq, il comportamento dell’abate è dominato da due sentimenti: “…l’amore degli uomini e l’amore della verità: L’affezione verso Cristo ha come corrispondenza l’avversione per il giudaismo e non l’odio per i giudei; esso genera, al contrario, il desiderio di sottrarre i giudei al giudaismo per far loro del bene e per impedire che nuocciano ai cattolici […] Si lasci loro la vita, ma si tolga loro una parte dei tesori che si sono accumulati a spese dei fedeli […] Il pretesto e la giustificazione di questa conclusione di Pietro il Venerabile è l’urgente bisogno che ha la Chiesa di provvedere alle spese della guerra santa: l’abate di Cluny propone un espediente, non si pronuncia qui contro i giudei in generale , ma contro quelli che si arricchiscono disonestamente”.[9]

Se diamo uno sguardo al passato, possiamo vedere che non sempre la Chiesa di Roma ed i pontefici sono stati tolleranti verso il popolo ebraico: già nel V secolo, papa Leone I Magno, nei sermoni concernenti la crocifissione di Gesù, chiamava empi gli Ebrei e li accusava della morte del Redentore. Fu Innocenzo III che, nel IV Concilio Lateranese del 1215, impose agli ebrei di portare un segno di riconoscimento che li distinguesse dai cristiani.[10] Nicola III, nel 1280 con la bolla “Vineam Sorec”, riprendendo i concetti di Innocenzo IV, il quale sosteneva che i giudei avevano il cuore coperto da un velo che li accecava, sostiene che Israele era stata scelta da Dio perché era una vigna da cui si poteva raccogliere l’uva dolce, ma che invece aveva prodotto aceto ed è paragonata alla pianta del fico seccata, che Gesù ordinò fosse bruciata, in quanto non dava più frutti buoni, inoltre viene accusata non solo di non avere accolto la grazia portata da Cristo, ma di essere responsabili della sua morte ingiusta e tale accusa è diretta a tutto il popolo, ad eccezione di coloro che si sono convertiti. Anche per papa Giovanni XXII il deicidio è collettivo, infatti nella bolla “Dudum felicis” del 1320 scrive che questo popolo è fuggiasco, vagabondo come Caino, ha rifiutato Cristo, la Legge, i Profeti, per seguire il Talmud, il cui contenuto è pieno di errori e bestemmie, ciò non può essere tollerato ma condannato.[11]

Durante il Medioevo nacque e si diffuse rapidamente una leggenda: la credenza che gli ebrei sacrificassero bambini e usassero il loro sangue per celebrare riti magico-religiosi, tutto questo  rappresentò, nel corso dei secoli, una grave minaccia per le comunità ebraiche, poiché, i loro membri  potevano essere accusati  di tale delitto, divenendo vittime di linciaggi, processi sommari ed espulsioni. Queste credenze acquisirono rapidamente un posto centrale nell’immaginario antiebraico cristiano, tanto da poter superare indenne il secolo dei Lumi e restare ancora vitale in quello successivo.

Quando nel 1348 in tutta Europa scoppia una terribile pestilenza: la morte nera, sono gli Ebrei ad essere accusati di avvelenare i pozzi con lo scopo di diffondere la malattia, l’accusa deriva anche dal fatto che essendo segregati e seguendo rigorose norme igieniche, non molto diffuse al tempo, la peste mieteva tra loro un numero minore di vittime.[12]

Fino alla metà del Cinquecento le condizioni degli Ebrei in Italia furono forse migliori di quelle degli Ebrei del resto dell’Europa, ma con la Controriforma le cose cambiano notevolmente: Paolo III con la bolla “Licet ab initio” del 21 luglio 1542 istituisce, su fondamenta preesistenti, la “Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione” altrimenti detta “Congregazione del Sant’Uffizio”, con tale provvedimento fu istituita la “Commissario et Inquisitores Generales” composta da sei cardinali per far fronte al diffondersi delle dottrine eterodosse in Italia (Gian Pietro Carafa, Juan Alvarez de Toledo, Pietro Paolo Parisio, Bartolomeo Guidiccioni, Dionisio Laurerio, Tommaso Badia), futura “Congregazione dell’Inquisizione”, fornita di ampia autorità sul controllo delle eresie, dove viene generalizzato l’uso della repressione, anche violenta, come strumento di difesa dell’ortodossia. Il sistema repressivo della vecchia Inquisizione medievale, veniva ora rinnovato su basi amministrative centralizzate, senza possibilità di conciliazione o accomodazione per coloro che avrebbero insistito nei loro diabolici errori. Il 14 gennaio 1542, Paolo III emana la bolla “In apostolici culminis”, che ordinerà di agire con la massima severità nei confronti di coloro che daranno adito al minimo sospetto e sempre nello stesso anno (21 marzo) emanerà un’altra bolla: “Cupientes Iudaeos”, che obbligava gli ebrei alla conversione coatta: consenso o conversione, ma se fossero tornati al giudaismo sarebbero stati perseguiti come eretici. Più tardi, nel 1581, la bolla  “Antiqua Iudeorum improbitas” emanata da papa Gregorio XIII ribadiva la possibilità per gli inquisitori, in casi particolari, di agire anche contro gli ebrei non battezzati, quindi non soggetti all’accusa di apostasia: gli Ebrei saranno costretti a convertirsi oppure verranno relegati nei ghetti: nel primo caso potranno conservare i loro beni.[13]

L’abiura è l’atto di ritrattazione dei propri errori da parte dell’eretico dopo la condanna dell’Inquisizione. La procedura consolidatasi prevedeva tre tipi di abiura: “de levi” o “de vehementi suspicione”, a seconda che la presunzione di eresia fosse leggera o grave, e “de formali” nel caso in cui l’eresia fosse pienamente accertata. Generalmente nel primo caso l’abiura si svolgeva in forma semiprivata, in presenza dell’inquisitore, del notaio e di due testimoni, nel secondo caso in pubblico ( chiesa o piazza pubblica). Nel corso del XVI sec. Si diffuse anche la variante dell’abiura segreta (o privata), simile a quella “de levi” ma con la significativa differenza che non era preceduta da nessun processo. Era concessa in caso di spontanee comparizioni. L’abiura, nel caso del manoscritto cui facciamo riferimento, era concessa sia ai Cristiani che agli Ebrei.[14]

Nel 1555 salì sul soglio pontificio il Cardinale Gian Pietro Carafa, prendendo il nome di Paolo IV e tra le molteplici occupazioni sia di carattere spirituale che politico, quella cui si dedicò maggiormente fu il Sant’Uffizio, attuando cambiamenti e, spesso, prendendo personalmente le decisioni più importanti; ampliò le facoltà d’intervento dell’Inquisizione assegnandogli la competenza sulla bestemmia e sulla simonia, intensificò le pene e comminò la pena capitale nel corso del primo processo per chi confutasse la Trinità, la divinità di Cristo e la verginità della Madonna, più tardi anche per chi celebrasse messa, ascoltasse confessioni, approfittasse dell’eucaristia senza avere ricevuto l’ordine sacro. Paolo IV intervenne anche contro coloro che erano considerati comunemente i nemici di Cristo e rappresentavano una grave minaccia per la società cristiana: gli ebrei. Con la bolla “Cum nimis absurdum” del 1555, di cui parleremo anche più avanti, segregò quelli di Roma in un ghetto e gli altri sparsi nella penisola vennero concentrati in poche città (Bologna, Ancona, Ascoli, Imola, Recanati). Sempre nello stesso anno rivolse il Santo Uffizio contro i marrani provenienti dal Portogallo e residenti ad Ancona, i quali fino a quel tempo avevano goduto di privilegi papali: furono processate molte persone, confiscati beni e messi al rogo 25 di esse.[15]

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Si ebbe, quindi, in questo periodo, una svolta nell’atteggiamento più condiscendente accordato dai papi nel passato, con l’atteggiamento di Paolo IV si esacerbò quello “stato giuridico” fondamentalmente solido e un adeguamento ai rigidi concetti degli Stati monarchici, favorevoli alle restrizioni e alle espulsioni degli ebrei. Dopo una riorganizzazione dell’Inquisizione, si ebbe una repressione sempre più metodica controllata da Roma, che limitava la libertà degli ebrei, dando in tal modo una svolta irreversibile all’attività dell’Inquisizione.[16]

Il successore di Paolo IV fu eletto nel conclave dell’otto gennaio 1566, domenicano piemontese, Pio V, al secolo Michele Ghisleri, proseguì il cammino già intrapreso del suo predecessore e protettore, instaurando una linea ferrea nella repressione del dissenso degli eretici e degli ebrei.  Emanò la bolla “Hebraeorum”, per la quale ordinò l’espulsione dei giudei da tutte le terre dello Stato Pontificio, ad eccezione di Roma ed Ancona, ed accusava gli stessi di deicidio e stregoneria. Sempre Pio V, nel 1570, immette nel Messale romano la preghiera “Oremus et pro perfidis judeis”, preghiera che fu modificata nel 1959 da Giovanni XXIII. Elio Toaff, intitola il suo volume, edito nel 1990, “Perfidi giudei, fratelli maggiori”, riferendosi a due locuzioni usate da due papi in epoche storiche diverse. La prima asserzione fa parte della preghiera sopracitata recitata durante la liturgia del Venerdì Santo dopo la lettura del Vangelo della passione di Gesù, quindi si tratta di una invocazione dei cristiani per la conversione degli ebrei al cristianesimo. La seconda perifrasi fu enunciata da Giovanni Paolo II, dopo la visita alla Sinagoga di Roma, avvenuta il 13 aprile 1986. Le diverse angolazioni, che queste due formule affermano, riassumono il cammino che ha impegnato la Chiesa e il mondo cattolico, per un verso è stata avviata una rivisitazione profonda degli stereotipi antiebraici presenti nella dottrina e nella liturgia cristiane (perfidi giudei), dall’altra parte si è assistito alla nascita di un dialogo interreligioso edificato su presupposti nuovi e fuori dalle dialettiche conversionistiche che al contrario avevano reso sostanziali le prospettive cattoliche sull’ebraismo fino a quel momento (fratelli maggiori).[17] Nel 1581 papa Gregorio XIII con la bolla “Tempore Suo”, riafferma tutte le costituzioni dei suoi predecessori e sempre nello stesso anno, con la bolla “Antiqua Judaeorum” sostiene che la colpa dei padri è ancora più grande nei figli, i quali continuano a perseverare nel loro errore.[18]

Con Sisto V i consistenti cambiamenti di Paolo IV e Pio V subirono un’attenuazione con il breve “Christiana pietas” del 22 ottobre 1586, in cui autorizza gli ebrei a risiedere di nuovo dentro le mura delle città dello Stato, con il permesso di esercitare la professione medica e le attività commerciali, qualche anno più tardi fu concesso loro anche il prestito e di disporre di sinagoghe e cimiteri propri. Lo scopo del Papa non era un atto di tolleranza, ma era principalmente di carattere economico, per poter riscuotere tasse di ingresso, di residenza ed entrate daziarie. Non ci furono cambiamenti fino a quando non fu eletto Clemente VIII: il 17 agosto 1592 il cardinale vicario di Roma emanò un bando che cercava di sospendere le concessioni date e i rapporti che si erano instaurati con i cristiani e il 25 febbraio 1593 lo stesso pontefice emanò la bolla “Caeca et obdurata Hebraeorum perfidia”, in cui veniva stabilito l’obbligo di residenza per gli ebrei nei ghetti di Roma, Ancona e Avignone, ordinando l’espulsione entro tre mesi per coloro che non avessero obbedito. “Fu l’ultimo allontanamento coatto dello Stato pontificio. La condizione degli ebrei restò immutata sul piano della normativa fino all’arrivo delle truppe francesi alla fine del Settecento”.[19]

Nel 1572 papa Gregorio XIII impose agli ebrei romani l’obbligo di assistere settimanalmente, nel giorno di sabato, a prediche che avevano il fine di convertirli alla religione cattolica. Queste prediche “coatte” si tennero nel corso dei secoli , con risultati invero assai modesti, in sedi diverse, tra le quali Sant’Angelo in Pescheria, San Giorgio al Ponte Quattro Capi (oggi San Gregorio della divina Pietà) e nel Tempietto del Carmelo. L’obbligo fu revocato solamente nel 1848 da Pio IX (secondo una antica tradizione, gli ebrei si preparavano all’ascolto tappandosi le orecchie con la cera). Il 6 ottobre 1586, con il motu proprio”Christiana Pietas”, papa Sisto V revocò alcune restrizioni e consentì un piccolo ampliamento del quartiere che raggiunse un’estensione di tre ettari.[20]

Guerre e ribellioni si collocano nel quadro generale della vita economica e sociale caratterizzato dalla lunga depressione che afflisse l’Italia per buona parte del Seicento e nei primi decenni del Settecento. Vere e proprie catastrofi demografiche furono la peste del 1630-31, questi episodi ebbero effetti e ripercussioni più gravi del solito, perché caddero in una congiuntura economica sfavorevole che impedì una rapida ripresa e colpirono una popolazione già fiaccata dalla carestia e dalla fame. La vita politica italiana languiva perciò in ogni suo aspetto, soffocata dalla dominazione politica della Spagna e dalla pesante atmosfera repressiva della Controriforma; solo Venezia e, per la sua posizione ecumenica, lo Stato Pontificio avevano qualche rilievo internazionale.

La situazione andò modificandosi all’inizio del Settecento, quando si allentò la pressione della Spagna e della Chiesa e, sia pure faticosamente, l’Italia cominciò a reinserirsi nelle correnti più vive della cultura e dell’economia europea.

Le nuove idee dall’Inghilterra e dalla Francia si diffusero in tutta Europa; la diffusione avveniva nei ceti aristocratici e intellettuali, ma era pur sempre il primo grande moto di opinione pubblica laica dell’età moderna. Tipica manifestazione di questo clima fu il successo della massoneria, l’associazione segreta dei “liberi muratori” che si richiamava a tradizioni e finalità associative ed etiche di carattere corporativo e che nella sua versione inglese (1717), accoglieva la concezione deistica e, secondo le idee illuministiche, si proponeva di lottare contro l’ignoranza e la superstizione e per la fratellanza universale.

In Italia la cultura illuministica si diffuse in ritardo rispetto agli altri paesi europei a causa del differente contesto storico-culturale della Penisola: l’arretratezza economica, l’immobilità delle istituzioni, l’instabilità politica dovuta alle guerre di successione, l’assenza di una borghesia capace di un consistente ruolo economico-sociale, l’assolutismo delle dinastie regie, la pesante atmosfera controriformistica, il prevalere di una cultura umanistica e storico-erudita su quella scientifica galileiana, producono per lungo tempo una situazione di stasi sociale ed intellettuale. Solo dopo la pace di Aquisgrana (1748), che assicura all’Italia un quarantennio di pace, la situazione generale del Paese comincia a dare segni di risveglio.

Anche il prestigio e l’influenza dello Stato pontificio subirono nel Settecento durissimi colpi, conseguenza del declino della potenza temporale e spirituale del papato e della gerarchia ecclesiastica, violentemente attaccati dai monarchi cattolici nella rivendicazione della loro piena sovranità e dai rappresentanti della nuova cultura, che nell’assolutismo e nel dogmatismo della Chiesa e in molti aspetti del culto cattolico vedevano forme di un passato ormai inconciliabile con i lumi della ragione.

È in questo contesto politico-economico e socio-culturale che Abramo Caivani ed Agnoluccio della Riccia vengono giustiziati: è il 24 novembre 1736, anche se la notizia si era sparsa per Roma già dal martedì 20 dello stesso mese, come sostiene colui che annota in prima persona il fatto minuziosamente e che sembra essere il Provveditore della Confraternita di San Giovanni Decollato, il quale ha seguito e assistito i due condannati fino all’ultimo istante della loro vita. La storia dei due ebrei è nota sia per la pubblicazione della relazione suddetta a cura di S. Foà e A. A. Piattelli, che non si discosta concettualmente da quella giacente presso la Biblioteca Ambrosiana, sia per il film “Confortorio”, del regista cinematografico pisano Paolo Benvenuti.[21] Abramo ed Agnoluccio sono <<condannati a morte per furti qualificati>>, nel caso specifico furto con effrazione, sotto il pontificato di Papa Clemente XII.[22]

Abramo ed Agnoluccio appartengono al ghetto di Roma, il più antico dopo quello di Venezia, fu istituito, come già accennato prima, da Papa Paolo IV il 14 luglio 1555 con la bolla “Cum nimis absurdum”, che pose una serie di limitazioni ai diritti delle comunità ebraiche presenti nello Stato Pontificio. Il ghetto sorse nel rione di Sant’Angelo accanto al teatro di Marcello, fu scelto quel luogo perché la comunità ebraica, che nell’antichità classica viveva nella zona dell’Aventino e, soprattutto in Trastevere, vi dimorava ormai prevalentemente e ne costituiva la maggioranza della popolazione.

È il periodo della Controriforma, la Chiesa ripristina misure drastiche verso gli ebrei, spiegando il perché di questo atteggiamento dovuto essenzialmente al notevole arricchimento di molti ebrei tramite l’usura, all’utilizzo di servitù cristiana. <<Poiché è assurdo e sconveniente che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi, da rendere loro ingiuria in cambio della misericordia ricevuta, e da pretendere di dominarli invece di servirli come debbano; Noi, avendo appreso che nella nostra alma Urbe e in altre città e paesi e terre sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che si arrogano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese senza alcun distinzione nel vestire, e che anzi prendono in affitto case in vie e piazze principali, acquistano e posseggono immobili, assumono balie e donne di casa e altra servitù cristiana, e commettono altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano…>>.[23] La bolla escluse gli ebrei dal possesso di beni immobili, comprese le case del ghetto nelle quali dovevano abitare; impose loro l’obbligo di portare un segno di riconoscimento consistente in un distintivo giallo: un pezzo di stoffa gialla sul cappello per gli uomini e uno scialle dello stesso colore per le donne (glaucis coloris), vietò ai medici ebrei di curare i cristiani, ma soprattutto decretò la costruzione di ghetti, dove gli ebrei dovevano abitare separati dalle abitazioni dei cristiani e questo luogo doveva avere una sola entrata e una sola uscita, delimitati da mura costruite a spese degli ebrei, essi potevano lasciare il ghetto solo durante alcune ore del giorno, poi gli accessi venivano chiusi per mezzo di robuste porte. Inizialmente erano previste nel ghetto due porte che venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba, il numero degli accessi, aumentando l’estensione e la popolazione, fu successivamente ampliato  a tre, a cinque e poi a otto.

In ogni città dove c’era una comunità ebraica, poteva esserci solo una sinagoga, le altre dovevano essere demolite; la bolla proibiva di esercitare il commercio compreso quello dei beni alimentari destinati al sostentamento umano, ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati; di redigere i libri contabili e tutto ciò che riguardava gli affari in ebraico, ma dovevano essere esclusivamente in lingua italiana. Il sabato erano costretti ad assistere alle “prediche coatte”, il cui scopo era di convertire gli ebrei al cristianesimo. Papa Paolo IV con l’emanazione della bolla volle apportare una modifica al discutibile rapporto tra la Santa Sede e gli Ebrei, dopo un lungo periodo in cui i papi si barcamenarono tra protezione e persecuzione. La bolla “Cum Nimis absurdum”, oltre alle vessazioni agli ebrei, ebbe un risvolto negativo per l’economia dello Stato Pontificio e per l’Italia, causando la fuga di molti imprenditori ebrei ed operò una profonda modifica al rapporto tra la Santa Sede e gli ebrei, dopo un periodo di “tolleranza” da parte della Chiesa, che cambiò radicalmente la condizione giuridica e sociale degli ebrei. Dal divieto di esercitare qualunque commercio ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati (paragrafo 9 della bolla), come già detto, ebbe successivamente origine, in Roma, una tradizionale presenza di ebrei nel campo del commercio dell’abbigliamento e di alcuni dei suoi accessori ed anche la proibizione di possedere beni immobili, contribuì, a partire dagli ebrei dell’epoca, a rivolgersi verso i beni mobili per eccellenza: l’oro e il denaro. Da ciò ebbe origine quella liquidità che fu utile agli stessi papi per ottenere prestiti.

La comunità ebraica presente a Roma, che era la più popolata d’Italia, offrì quarantamila scudi per l’abrogazione di tale bolla, ma invano, perché questi provvedimenti decaddero solo nel 1870 per essere riproposti negli anni Trenta del Novecento. <<Paolo IV diede espressione a tutto il suo livore contro gli ebrei in una bolla destinata a farli precipitare in uno dei più profondi abissi di degradazione che mente umana possa immaginare>>.[24]

Proseguendo nella narrazione della relazione del manoscritto dell’Ambrosiana, veniamo a conoscenza che tutta la città di Roma era al corrente della condanna dei due ebrei: accusati di numerosi furti con scasso, reato per cui la giustizia del tempo prevedeva la pena capitale, infatti Abramo e Agnoluccio vengono condannati alla forca. La notte precedente l’esecuzione, dopo una funzione religiosa svoltasi nell’oratorio di Sant’Orsola, i condannati vengono assistiti fino ad esecuzione avvenuta: <<… per la conversione de’ quali e per la maniera di regolarsi in questo caso particolare che da gran tempo non era succeduto, non solamente io avevo ragunati congressi con alcuni de’ nostri fratelli più scelti e più anziani e ne avevo fatta stendere un’instruzione generale dopo la ragunanza tenuta nel Casino del nostro fratello principe di Forano domino Lorenzo Strozzi sotto il di 11 ottobre passato, ma ancora l’altro fratello signor cardinale Francesco Giovanni Antonio Guadagni, vicario di nostro signore, da se medesimo aveva procurato d’intercedere che per due giorni avanti l’esecuzione della giustizia entrassero nelle carceri Domino Deodato Barcali, nostro fratello et il predicator degl’Ebrei, acciò potesse aver più tempo nel persuadere ai condannati la verità delle massime di nostra fede.[25] Essendogli però stata negata questa grazia, ed avendo io avuta occasione di parlare posteriormente con Monsignor Governatore di Roma, quel che potei ottenere sopra questo particolare fu che dall’Ave Maria delle 24 in là restasse in mio arbitrio di poter ordinare che si desse alle sei la nuova della futura esecuzione della giustizia, senza obbligo di aspettare la mezza notte secondo il solito>>. [26]

Il venerdì 23 novembre, dal Tribunale, arrivò alla Confraternita “l’ordinario bollettino” per mezzo di Nicolò Spezzani, “nostro fratello”, con la comunicazione scritta dal Governo, in cui si ordinava l’esecuzione dei due ebrei il giorno seguente, ossia il sabato mattina, nella piazza di Ponte Sant’Angelo.[27]

Piazza di Ponte Sant’Angelo o più comunemente piazza di Ponte, deriva il suo nome dal vicino ponte Sant’Angelo, in passato era denominata anche “piazza degli Altoviti” per la presenza del palazzo di famiglia di questo casato. La piazza fu creata da papa Niccolò V, dopo il 1450, anno in cui fece restaurare anche il ponte a seguito di una tragedia in cui morirono molti pellegrini venuti a Roma per l’Anno Santo, in tale occasione il pontefice fece costruire delle piccole cappelle votive (1451-1454) sulla riva sinistra a ricordo del tragico evento, poi distrutte durante il Sacco di Roma dai Lanzichenecchi e successivamente fatte demolire da papa Clemente VII, il quale al loro posto fece erigere le statue di San Pietro (opera del Lorenzetti) e di San Paolo (opera di Paolo Taccone). Dal 1488 il ponte e la piazza divennero teatro di esecuzioni capitali. Nella piazza furono fatti dei lavori anche da papa Sisto IV con lo scopo di rendere più agevole l’accesso al ponte Sant’Angelo ai pellegrini che andavano a visitare la basilica di San Pietro. Si narra che questo pontefice, solo due ore dopo la sua elezione procedette alle prime impiccagioni per riportare un poco più di ordine in una città dove la delinquenza e la prepotenza erano diventate una vera e propria piaga. In passato, quindi, la piazza fu famosa non tanto per un importante mercato di pesce che vi si teneva e per la grande affluenza di persone attirate dai venditori ambulanti ed artisti, dai frequentatori delle numerose locande, osterie, taverne, ma per essere stata il luogo dove avvenivano le esecuzioni delle condanne capitali, eseguite, nella maggior parte dei casi, nel cortile del carcere di Tor di Nona. Piazza di Ponte sant’Angelo fu sempre il luogo da cui obbligatoriamente dovevano passare i pellegrini e i visitatori che si recavano nell’area vaticana, quindi un sito molto importante e transitato da un altissimo flusso di persone, ciò giustifica la presenza di un trivio che permetteva l’accesso alla piazza. In mezzo ad essa venivano invece eseguite le condanne esemplari, cioè quelle che, secondo la giustizia dello Stato della Chiesa, dovevano essere di esempio e di monito a tutto il popolo e i corpi dei giustiziati, con la testa staccata dal busto e infilzata su un palo e con le mani mozzate, venivano lasciati alcuni giorni per essere visti dai cittadini, che assistevano a questi spettacoli con partecipazione, commozione e qualche volta anche con divertimento. I padri accompagnavano i figli ad assistere a questi spettacoli a scopo educativo.[28]

Appena ricevuto, dal Tribunale, il mandato della condanna, continua il racconto del Provveditore, vennero chiamati i sacrestani e il cavaliere abate Achille Albergotti,[29] uno dei sacrestani ebbe l’incarico di accompagnare, in carrozza, alle carceri le persone preposte per la conversione dei condannati, mentre gli altri ebbero il compito di avvisare i “confortatori di numero”, oltre all’Arcivescovo Gamberucci,[30] Monsignor Amadori già Lami,[31] il Canonico Giovanni Andrea Ricci[32] e il signor Deodato Barcali “confortatori extra numerum”,[33] perché tutti si trovassero, a mezzanotte, all’oratorio di Sant’Orsola <<col padre governatore abbate Domenico Martelli, il quale e per esser questo caso straordinario e perche secondo la sudetta instruzione, dovevano li due ebrei star separati, fors’egli di aiuto con me e con la persona di uno di detti ebrei sostenere le veci di provveditore>>.[34] I Confortatori convenuti erano numerosi, proprio perché i due condannati dovevano essere separati l’uno dall’altro; arrivati all’oratorio, recitarono le consuete preghiere, si vestirono adeguatamente e muniti di grosse lanterne si avviarono al carcere, dove arrivarono circa un’ora dopo: <<Quindi nel tempo si vestivammo de’ nostri sacchi, giunsero il padre Teuli dominicano di santa Sabina e suo padre compagno predicatore degl’ebrei e tutti uniti assistemmo non solo alla benedizione dell’ Acqua Santa fatta dal nostro capellano con cotta e stola, ma ancora alla benedizione che si fece tanto della nostra capella e stanza contigua, com’e’ il solito, quanto della stanza che si chiama dell’ A.C. [35]e dell’ altra stanza precedente a quella de’ tormenti, le quali due ultime ci erano state fatte consegnare da monsignor Governatore di Roma, avendolo io preventivamente pregato com’era nell’instruzione, affinché gli ebrei potessero star separati>>.[36]

La Compagnia dei “Battuti” o dei “Neri”nacque a Firenze nel 1355, dopo più di un secolo esercitò anche a Roma la pratica dell’assistenza ai condannati a morte, anche se in questa città esistevano già diverse confraternite laiche che si dedicavano alla sepoltura dei morti, ma solo a quella dei propri membri. L’associazione clericale che svolgeva assistenza e organizzazione funeraria era la “Romana fraternitas” ostile verso le confraternite laiche, ostilità che portò papa Gregorio IX, nel 1237, ad emanare una normativa dove veniva proibito la formazione di associazioni laiche per quel tipo di attività. Ma nonostante il divieto le confraternite della Misericordia, specialmente a Firenze, continuarono ad assistere i malati e a dare ai morti la sepoltura. Durante l’epidemia di peste del 1448,[37] alcuni Fiorentini, che si erano trasferiti a Roma, avevano fondato la “Compagnia della Pietà”, che oltre ad attività benefiche, assistevano gli ammalati e seppellivano i cadaveri abbandonati e visto lo stato d’incuria spirituale e temporale in cui erano lasciati i condannati alla pena capitale nella città eterna, essi diedero vita alla “Confraternita di San Giovanni Decollato”, e, nell’ultimo decennio del Quattrocento, vi costruirono una chiesa con accanto un oratorio, dove i confratelli si riunivano in preghiera.[38] La bolla di Innocenzo III, del 15 febbraio 1490, sancì l’istituzione della Confraternita sotto la protezione di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, la cui sede era presso la chiesa di Santa Maria della Fossa, sotto il Campidoglio. Dal 1542, il Tribunale del Santo Uffizio impose il problema della salvezza delle anime dei condannati, quindi la Confraternita non si limitò più al sodalizio, ma si legò ad una funzione fondamentale dello Stato, seguendo il percorso dall’organizzazione dei tribunali di “ancien regime” fino alle condanne di quelli ottocenteschi. Seppellire i condannati, dopo avere ricomposto i loro corpi dilaniati dalla giustizia papale, era anche un modo di toglierli dalla vista della comune sensibilità come esempi minacciosi per il popolo: i cadaveri venivano lasciati per diverso tempo nel luogo dell’esecuzione come ammonimento deterrente, in particolar modo l’esecuzione di persone non pentite rappresentava l’emblema del conflitto con la giustizia e la società. Dopo il Concilio di Trento, la Compagnia assunse un ruolo completamente diverso da quello delle confraternite preconcilio: non si trattava più di esortare il condannato ad una morte cristiana, ma di un dialogo “ad personam” per la salvezza dell’anima, una grande responsabilità pilotata da un gruppo ristretto, i cui affiliati dovevano essere approvati dall’istruttoria dei maestri dei novizi e ammessi tenendo conto della fama del candidato, che non doveva assolutamente far parte di altre confraternite e associazioni. L’assistenza al condannato era un grande merito anche per i confortatori, i quali, nel pentimento e nella confessione di questi miserabili, trovavano il luogo di salvezza della loro anima: “Beati misericordes quoniam ipsi misericordiam consequentur”. Altro obiettivo importante per i confortatori era il riconoscimento, da parte del condannato, della condanna ricevuta, così l’esecuzione della sentenza veniva posta come un modo per liberare il condannato dai dolori che avrebbe patito per il peccato commesso, insomma il morituro doveva essere predisposto a riconoscere di avere meritato la morte. I confortatori avevano la facoltà di usare mezzi forti per convincere i condannati alla salvezza delle loro anime; tutto ciò avveniva, in genere, nella cappella del carcere di Tor di Nona, ma dopo la metà del XVII secolo, nelle Carceri Nuove di via Giulia, poco distanti dall’oratorio di Sant’Orsola, dove i confortatori venivano designati e si preparavano alla conforteria, quindi si recavano al carcere, vestiti del sacco nero e del cappuccio, restituivano al capitano il mandato del tribunale e cominciavano a cercare di  persuadere il condannato, il quale poteva lasciare il suo testamento che i confortatori aiutavano nella stesura: dei lasciti poteva beneficiare, oltre che i parenti, anche la Confraternita, facoltà già concessa con la bolla di Innocenzo VIII “sine preiudicio fisci”. All’alba iniziava la processione che dal carcere portava il condannato, su di un carro o a piedi, sul luogo del patibolo, seguito dai confortatori, che lo lasciavano solo per consegnarlo al boia e riprenderlo ad esecuzione avvenuta e dopo che il corpo era rimasto visibile al popolo sul patibolo, aveva quindi luogo la sepoltura quando non veniva consegnato alla Sapienza per gli studi di anatomia. Durante il corso dei secoli lo statuto della Confraternita fu riformato più volte e secondo quello relativo al Settecento, la struttura di questa associazione era formata da un governatore, che era la prima autorità, due consiglieri, un provveditore, un camerlengo, un segretario, otto confortatori, tre maestri dei novizi, quattro infermieri, due operai, un maestro delle cerimonie, un computista, un esattore e un servo. Potevano essere ammesse anche le donne, perché, secondo i confratelli, le loro preghiere erano molto efficaci presso Dio, ma la loro funzione era esterna all’attività istituzionale, poiché consisteva, sostanzialmente, nella preghiera.[39]

Questi confortatori legittimati spesso avevano comportamenti prestabiliti ed esaltati, che non sfuggivano alla critica del popolo, Giuseppe Gioachino Belli, con la sua sarcastica poesia, dedicò loro il seguente sonetto:

Er confortatore

Sta notte a mmezza notte er carcerato

Sente uprir er chiavistello de le porte,

e ffasse avanti un zervo de Pilato

a ddije: “Er fischio te condanna a mmorte”.

Poi tra ddu’ torce de sego incerato,

co ddu’ guardiani e ddu’ bbracchi de corte,

entra un confortatore ammascherato,[40]

coll’occhi lustri e cco le guance storte.[41]

Te l’abbraccica ar collo a l’improvviso,

strillanno: “Alegri, fijo mio:riduna

le forze pe vvolà ssu in paradiso”.

“Che alegri, cazzo! Alegri la luna!”

Quello arisponne: “Pozziate èsse acciso;

pijatela pe vvoi tanta fortuna”.

Roma, 13 settembre 1830

Dopo la benedizione si riunirono tutti i presenti e decisero di non parlare inizialmente di religione, specialmente della loro fede religiosa con i condannati, ma di portare loro conforto per poter affrontare la pena capitale. Ritornati nella cappella dell’oratorio, i Confortatori recitarono le consuete preghiere alle quali fu aggiunta l’orazione “Pro perfidis Iudeis”, << Nell’istesso tempo io copiai il mandato della condanna a morte per furti qualificati>>.[42]

Al Canonico Giovanni Andrea Ricci insieme a Deodato Barcali fu affidato il compito di convertire al Cristianesimo Abramo, a Monsignor Amadori già Lami e all’Avvocato Giacomo Lavajani quello di convertire Agnoluccio. <<Mi astenni però di consegnare a loro le nostre divote tavolette, riserbandomi a fare questo ogni volta che Iddio avesse convertito gl’increduli>>.[43]

Alle due di notte Abramo incontrò per la prima volta i Confortatori in una stanza del carcere e cominciò a piangere disperatamente, dicendo che non aveva ucciso nessuno e che la pena capitale gli sembrava immeritata, ma se doveva morire <<… morir voleva nella sua religione e morire in grazia del suo Dio d’Isdraele, Abramo, Isac e Giacob>>.[44] I due Confortatori, visti gli accordi precedenti, non vollero entrare in argomenti riguardanti la religione, anche se Abramo ripeteva continuamente di voler morire in grazia del suo Dio d’Israele. Chiese dove sarebbe stato sepolto ed espresse il desiderio di vedere i suoi parenti, ma gli fu risposto che non conoscevano il luogo della sepoltura e che non era loro facoltà accordargli visite, allora piangendo chiese di poter essere assistito nella sua religione da un tale chiamato Zacchia. Poco dopo fu fatto entrare il Padre predicatore degli Ebrei, col quale fu lasciato solo per circa un’ora: << Agl’argomenti del Padre Predicatore e de Confortatori sopra la venuta del Messia, profetizzata fra gl’altri da Zacchia, rispose che non lo credeva venuto ed alla profezia sudetta non poter rispondere per non aver studiato, ma che in sostanza voleva morire giudeo e morire senza battesimo, bastandogli di avere a dosso la circoncisione>>.[45] Abramo cominciò a pregare <<…recitò varie sue preghiere>> e non ascoltò più i Confortatori che insistettero tutta la notte affinché si convertisse al Cristianesimo, <<… dicendo ch’egl’era innocente e che chi aveva fatto il male era fuggito>>.[46]

Per non avere rimorsi di coscienza, il Provveditore pensò che fosse opportuno >>…a conversione di questi perfidi, avendo io avuta una nota di Rabini battezzati, mandatami dal nostro fratello conte Gaetano Zati, feci che il sagrestano Cicciaporci conducesse in carrozza il signor Giovanni Antonio Costanzi neofito e già Rabino, il quale giunto alle sette e un quarto, si trattenne per mezz’ora con esso>>.[47] Ma anche il tentativo dell’ex rabbino convertitosi al Cristianesimo e che, per esperienza, aveva, senza dubbio, dovuto sostenere una grande battaglia interiore prima di fare la sua scelta, risultò vano, <<…ei volle persistere e camminare nelle sue tenebre>>.[48]

Il tentativo di convinzione proseguì fino alle nove, quando Abramo cominciò a parlare di cose che non riguardavano la religione: disse di avere venticinque anni, un padre, due fratelli minori ed altri parenti, che desiderava lasciare gli orecchini che portava a sua madre e che lasciava libera di potersi sposare, dopo la sua morte, con chi avesse voluto Brunetta Spizzichini, sua promessa sposa, augurandole buona fortuna.<<Desiderava ancora che Isac, suo padre e Samuelle, suo zio vadino da Loretta Cristiana, la quale abita sotto l’Arco de Censi e si facino dare un abito nuovo di stamigna nero e un fagotto di velluto rossino e che portino detto velluto a Francesco Legnini, il quale li darà scudi quattro, soggiungendo che la medesima donna aveva in mano di suo un ferrajolo di panno pavonazzo, un redingot color d’uliva, un paja di puntine da scarpe e quattro bottoni d’argento sodo, una camicia di tela d’Olanda e un corpetto a due petti di flanella bianca e finalmente una camisola a due petti di panno turchino e tutta la sua roba desiderava fosse data alli suoi due fratelli minori.>>.[49]

In tal modo Abramo lascia dette le sue ultime volontà, un testamento orale, che non sappiamo se fu mai rispettato. Dalle nove alle dieci il Padre Predicatore raddoppiò le sue fatiche per la salvezza di quell’anima, ma ancora una volta tutto fu vano. Nel frattempo era arrivato al carcere Padre Pietro Maria, Procuratore generale dei Cappuccini accompagnato da un altro religioso e da tale Filippo Fabi, quest’ultimo chiamato dal Procuratore precedentemente per <<assisterci in diverse occasioni ed occorrenze di quella notte>>.[50] Alla vista di queste persone, la reazione di Abramo fu quanto mai violenta: << l’ebreo che stava sedendosi s’alzò infuriato in aria di spavento come fanno gl’ossessi nel vedere o toccare le cose sacre. Faticava il religioso in persuaderlo di entrare nell’ovile di Santa Chiesa, ma vedendosi egli stretto cominciò a dir mille spropositi e parlare con più ardire e pertinenza che non aveva fatto di prima e giunse sino ad esprimere molte proposizioni temerarie, talmente che vedendo per tre quarti d’ora il religioso non allontanarsi da lui, si mise a passeggiare sino alle ore 11 senza esser abbandonato dal medesimo>>.[51] Fino a quando arrivò il Padre Carmelitano Francesco Tizzoni, ebreo poi convertitosi al Cristianesimo,[52] il quale era stato accompagnato in carrozza dal convento di San Grisogono al carcere dal sacrestano Achille Albergotti. Padre Tizzoni, bensì conoscesse la lingua ebraica, vane furono anche le sue parole, cosicché dalle ore dodici alle tredici intervenne anche Padre Piccolomini, Rettore del Collegio Germanico Gesuita,[53] il quale trovò Abramo sempre più ostinato a voler morire nella sua religione, poiché sosteneva che solo restando fedele al suo credo sarebbe andato in Paradiso, <<…si mise nuovamente ad orare nella sua lingua, con pianto ed apparente fervore, mescolando le preci sacre con le profane, sin tanto che giunse le 13 e nel veder aprir la finestra si alzò in piedi mostrando di orare verso il lume del giorno secondo l’uso giudaico>>.[54]

In modo parallelo, si svolge la vicenda di Agnoluccio: non da meno fu l’insistenza con quest’ultimo, il quale alle due e mezza fu portato nella stanza “precedente a quella de’ tormenti”, assistito dai Confortatori, che ascoltò con molta pazienza per circa mezz’ora, poi chiese di poter conferire con Monsignor Gamberucci: << Prendemmo una pochetta di speranza nell’ udire che giusto egli ricercò del sudetto prelato, in casa di cui era solito di praticare. Fu pertanto esaudito col presentargli innanzi il suo Arcivescovo Gamberucci, nel veder il quale s’alzò dalla sedia ov’ei riposava in atto di abbracciare il Prelato e diede in un dirottissimo pianto, dicendogli che moriva innocente e che essendo condannato per furti, Monsignor stesso poteva essergli testimonio che in tanto tempo di pratica in sua casa non gli era mai mancato cos’alcuna>>.[55] Il prelato, dopo avere rassicurato Agnoluccio del comportamento corretto nella sua casa, cominciò a parlare di religione e conversione, ma l’Ebreo fu irremovibile e disse al Monsignore: <<Comandatemi altro che in questo non vi posso servire, volendo io morire nel seno d’Abramo>>.[56] Dopo le tre entrarono nella stanza altre persone, sempre per lo stesso scopo, ma la sua risposta fu sempre la stessa: << Lasciatemi stare, voglio morire in grazia di Giacob e Isac, non voglio sentir prediche, insomma sono nato ebreo, voglio morire nella mia (185) Legge secondo Abramo,Isac e Giacob>>.[57]

Al clero e ai laici riuniti nel carcere per i due Ebrei non restò che pregare fervidamente per il miracolo della conversione, ma se lo spirito è debole, il corpo lo è ancora di più, infatti il Procuratore, <<… facendo riflessione che bisognava in qualunque maniera ristorarsi per poter reggere a tutto l’ incomodo dell’ intera notte, ordinai una civil e pulita, ma parca e modesta refezione di freddi cibi magri, che dalle ore 5 alle 6 stette preparata in un’altra stanza discosta, affinché ognuno a vicenda potesse refocillarsi senza intermettere l’importante affare e spirituale impresa per la quale eramo ivi adunati>>.[58]

I due Confortatori e Monsignor Gamberucci tornarono da Angelo dopo le sei, l’Ebreo chiese perdono al Prelato se non lo avesse servito bene nel tempo che era stato a lavorare nella sua casa <<…e fece altri simili atti, quali se fossero stati animati dalla vera religione, si poteva giudicare essere atti di buona morale…>>.[59] Tutto questo andò avanti fino alle ore otto, ma i tentativi per convertirlo al Cristianesimo furono vani, quindi fu ritenuto opportuno passare ad argomenti temporali ed interrogato dal Procuratore in persona, rispose di essere Agnoluccio della Riccia, di anni 36, di avere la madre chiamata “Pasiensa” e la moglie “Rachel”, sostenne di avere depositato presso la Curia del Vicario, tramite il Procuratore Rocco Ercolani <<… un pagherò di scudi 80, ridotto a soli scudi 46, per trovar il quale Rocco si incorra ad un certo Sabbato Ebreo, Procuratore in Ghetto, desiderando che in conto di restituzione di dote di sua moglie si consegni il medesimo pagherò a Giuseppe del Borgo, cugino di detta sua moglie ed in conto di detta restituzione volle che andasse un altro pagherò di scudi 20, fatto a favore del quondam Giuseppe Terracino e rimasto in una cassetta del canterano di sua casa e del tutto si faccia consapevole Pasiensa e sua moglie Rachel. Un ferrajolo ed un sciugatore ricuperandosi dalle mani de’ guardiani vuole che lo abbia Salomone Isac di Segni; due para calzoni che stanno in casa di Loreta, figlia di Mastro Paolo Presciatore si restituaiscano al figlio di Asdrubal Veneziano, in mano della qual donna stanno ancora diversi bollettini del Monte, spettanti a detto Asdrubal, quali vuole che si dividano tra la madre e la moglie in conto di dote, bramando non siano picche fra di loro. Soggiunse in fine di tenere più e diversi crediti, quali tutti rimetteva ai debitori, siccome rimetteva le ingiurie a coloro che accusandolo erano stati occasione di questa sua morte>>.[60] A queste parole il Padre Predicatore gli chiese perché se con tanta lucidità rimetteva le ingiurie a chi lo aveva offeso, condonava i crediti ai suoi debitori, si preoccupava che tra la madre e la moglie non ci fossero litigi, come poteva non avere la razionalità per capire che la vera fede era quella Cristiana? Insistendo su vari passi del Vecchio Testamento per conferire maggiore veridicità alle sue parole: <<come può essere che non abbiate gl’occhi dell’ intelletto aperti alle predizioni de’ vostri stessi Profeti, le quali sono appieno verificate nella venuta del nostro Christo?>>,[61] Agnoluccio rispose che non voleva cambiare Cristo, il Predicatore insistette dicendo che non era un Cristo diverso, ma il medesimo che era già venuto e che non doveva venire come falsamente credevano loro Ebrei, lo consigliò di pregare Dio per illuminarlo e fargli capire quali delle Leggi era quella giusta: l’ebraica o la cristiana. Nel frattempo entrò nella stanza il signor                                     Giovanni Costanzo (laico), anche lui per fare atto di convinzione, ma alle prime parole che questi pronunciò, Agnoluccio dette in escandescenze, poi quando si fu calmato un poco rispose: << Che cosa vuole? Io ho già stabilito di morire Ebreo>>.[62]

Verso le nove fu fatto rientrare Monsignor Gamberucci, ma anche questa volta l’esito fu negativo e sia con il Padre Carmelitano sia con Padre Generale dei Cappuccini si mostrò prima inquieto, infastidito, poi taciturno, infine disattento e disinteressato, addirittura sembrava addormentarsi. Per non avere rimorsi di coscienza, il Procuratore fece cercare <<… un certo signor Giacomo Cavallo Neofito, dei costumi e dottrina del quale mi aveva informato il signor Cardinal Corradini, in occasione ch’ io pensando al felice evento che costoro si potessero convertire, dovendoli vestire da neofiti, credei ben fatto partecipare il tutto a detto porporato, il quale non solo offerì tutta la sua assistenza, gentilmente rendendo grazie alla nostra compagnia, ma ci diè ancora notizia del detto Cavallo, quale per altro era gran tempo che dimorava a Napoli e per ciò in questa notte non fu ritrovato>>.[63]

Intanto stava spuntando l’alba del giorno stabilito per l’esecuzione e il Procuratore ordinò che si cominciassero a celebrare “i santi sacrificij”, senza però lasciare soli i due condannati, furono celebrate due messe e tutti i presenti pregarono con fervore per la conversione dei due Ebrei, senza però dire messa per loro, come invece erano soliti celebrare per coloro che condannati muoiono “nel grenbo di Santa Madre Chiesa”.

Intorno alle quindici arrivò al carcere, senza essere chiamato, Francesco Ferretti, già Rabino di Ancona, ma convertito poi al Cristianesimo, il quale, con il permesso del Procuratore, fu fatto entrare nella stanza di Abramo e in quella di Angnoluccio e con argomenti validi, con l’esempio di se stesso, esortandoli e scongiurandoli, mettendosi addirittura in ginocchio davanti ad ognuno di loro, cercò di far atto di convinzione affinché i due condannati ricevessero il battesimo, ma i due reagirono allo stesso modo: non potendo turasi le orecchie con le dita, perché avevano le mani legate, voltando le spalle allontanandosi da Ferretti per non sentire ciò che diceva. <<Costoro però o non rispondevano, o andavano qualche volta sputando e crollando la testa, del che accortisi li Confortatori dissero a medemi che andavano tutti in Capella a pregare Iddio per la loro conversione. Agnoluccio non rispondeva, ma Abramo, correndoci appresso nel partire da lui dicevaci: “Non voglio, non voglio, non pregate per me, non ne voglio saper niente”>>.[64]

Il Procuratore, vedendo approssimarsi le diciassette, non poteva non dar corso alla giustizia a causa dell’ostinazione dei due Ebrei, quindi dette ordine di avvisare la Compagnia di far celebrare la messa nell’oratorio di Sant’Orsola <<… non la solita messa per gl’agonizzanti, ma la corrente, celebrata la quale furono recitate le litanie della Beatissima Vergine, non con l’ora pro eis, ma con l’ora pro nobis. Non mancai però io di fare gl’ultimi sforzi, ordinando che s’introducesse il carnefice e l’ aiutante alla presenza de’ condannati, a quali dissero che li avrebbero e lentamente e con strapazzo fatti morire se non si fossero convertiti, ma a queste cose benché dette separatamente e all’ uno ed all’ altro, fu d’ambedue risposto nello stesso modo, cioè : “Fa quello che vuoi, voglio morire ebreo e se mi strapazzerai ne dovrai render conto a Dio”>>.[65]

Segue la relazione, sempre molto particolareggiata, degli ultimi istanti prima dell’esecuzione che riporteremo interamente trascritta dal manoscritto, poiché descrivendola con altre parole perderebbe sicuramente la propria efficacia: <<Era in questo tempo la Compagnia per strada venendo col Christo inalberato con le due torcie e non facendo orazione in pubblico, ma ciascuno tacitamente dentro se stesso, che però essendo stato avvisato che stava ferma al cantone di Santa Lucia del Confalone, diedi ordine che si calassero li rei, i quali ad uno per volta montarono sulle carrette che li aspettavano assieme con due Confortatori per ciascheduno, che sotto al braccio portavano le Tavolette. Arrivata a Ponte, la nostra Compagnia trovò la Conforteria divisa da un telone nero in due parti e collocata l’immagine del Crocefisso nella parte interna dov’era l’altare e dove stava preparato tutto ciò ch’era necessario per il Battesimo e Cresima in caso di conversione, il tutto portato dalla Capella delle carceri per mano del nostro sagrestano; nella parte esterna furono trattenuti i condannati per fare le ultime prove, le quali tentate e ritentate, rispose Abramo: “Perdete tempo, andiamo”. Per la qual cosa legato dal carnefice, andando francamente al patibolo con faccia avanti era seguitato dal Confortatore Canonico Giovanni Andrea Ricci e dai due sagrestani unitamente meco che ai piedi delle scale ci mettemmo a pregarlo in ginocchioni, acciò in quel momento di tempo lasciasse il giudaismo, ma persistendo nella sua ostinazione fu tratto sopra le Forche accompagnato dal Confortatore, che replicò alcune volte brevi ed efficaci parole, alle quali non ebbe altro che : “No, no” , onde abbandonato, lo lasciò in mano del carnefice miseramente morire.

Si raddoppiorono le premurose instanze e preghiere con Agnoluccio, che dalla porta della Confortaria fu fatto specchiare nel giustiziato compagno, ma anch’ esso volle seguitare le pedate dell’ altro, dicendo: “Voglio andare in Paradiso”, per lo che accompagnato da Monsignor Amadori già Lami, sagrestani e me Provveditore e provato con le medeme esortazioni, si ostinò nella sua pertinacia e dopo aver guardato fissamente il cadavere dell’ altro perduto ebreo, fu dal boia strozzato.

Dei cadaveri si prese cura il carnefice d’ordine del Governo e dal quale la domenica immediatamente seguente, sigillati in una sacoccia, mi furono mandati li Capestri per farli abbrucciare a suo tempo.

E così quantunque tutt’i fratelli ed altre persone sudette abbino lodevolmente faticato a onore e gloria di Dio, della Santissima Vergine e del glorioso nostro Protettore San Giovanni Battista, non di meno ebbe infelice fine l’ esecuzione di questa giustizia>>.[66]

Quel sabato 24 novembre 1736 gli abitanti di Roma si trovarono davanti ad un vero e proprio spettacolo, perché l’esecuzione capitale, non solo a Roma, rappresentava una grande manifestazione, cui gli spettatori accorrevano numerosi: assistevano al rituale della preparazione del condannato fino all’esecuzione con grande bramosia, curiosità ed anche a scopi educativi, come già accennato prima, e due esecuzioni nello stesso giorno erano veramente uno spettacolo unico o perlomeno non usuale. Il condannato, preparato psicologicamente dai confortatori, affrontava con consapevolezza il momento dell’esecuzione, la morte diveniva la grande protagonista di una rappresentazione da non perdere, che si concludeva con la processione, la sera tardi, che accompagnava il cadavere fino alla chiesa di San Giovanni Decollato, dove veniva sepolto nella fossa comune.

Generalmente i “Confortatori” avevano a loro disposizione dodici ore di tempo per esplicare il loro ufficio, ma, nel presente caso, trattandosi di due Ebrei e di un << caso particolare che da gran tempo non era succeduto…>> avevano ottenuto dalle autorità competenti una proroga di sei ore, quindi avevano diciotto ore per convincere i due condannati ad abiurare la  loro religione per abbracciare quella cristiana . Non per analogia, perché i casi sono molto diversi, ma non possiamo fare a meno di rievocare la figura di Manfredi, figlio naturale poi legittimato di Federico II e nipote di Costanza d’Altavilla, descritta da Dante nella “Divina Commedia, terzo canto del Purgatorio (vv.112/145), il quale morì scomunicato e le sue ossa vennero rimosse dal cumulo dei sassi presso il ponte di Benevento, in ottemperanza alle norme vigenti nei confronti degli scomunicati. Manfredi, tuttavia, si trova tratto in salvo per l’eternità per essersi pentito dei suoi peccati in punto di morte. Il ruolo dei confortatori è quello di ingaggiare una lotta contro i demoni, che si vogliono impadronire dell’anima del condannato che non vuole convertirsi e che considerano già di loro proprietà, le preghiere dei confortatori si fondono con quelle della folla e le suppliche sono rivolte in particolar modo alla Madonna, e, ancora una volta, la scena ci rievoca la Divina Commedia, quando Buonconte da Montefeltro narra la propria vicenda, svelando perché il suo corpo non fu mai trovato sul luogo della battaglia di Campaldino: dice che da quella battaglia si allontanò ferito alla gola e giunto nei pressi della confluenza del torrente Archiano nell’Arno, cadde morto invocando il nome di Maria. Un angelo scese dal cielo a portare via la sua anima, sottraendola al Diavolo, che gridando di rabbia fece scempio del corpo di Buonconte.[67]

I “Confortatori” intensificano la loro impresa per vincere la resistenza dei due Ebrei che rifiutano la conversione e sperano non solo che accettino di ricevere gli ultimi sacramenti, ma che la pena della morte sia frutto della volontà divina, in tal modo la folla accorsa assisterebbe ad un esempio altamente edificante, in quanto modello di morte cristiana.  Il giudizio umano si è arrogato il diritto di interferire col volere imperscrutabile di Dio e l’uomo, tanto più l’uomo di chiesa, appare gretto, quando misura con la bilancia i comportamenti terreni, dimostrando di saper cogliere solo il Dio giusto, perdendo invece di vista il Dio buono. Anche se esercitata con scopi benefici, l’oppressione dello spirito non è meno violenta di quella del corpo. L’incomunicabilità tra gli uomini diventa assoluta quando ciascuno di essi si rivolge nella preghiera al proprio Dio, credendolo diverso da quello degli altri: si fronteggiano senza riuscire a stabilire un punto di contatto.

_Note:_____________________________________________________________________________

[1] Cfr. Nostra Aetate, 1965. Questa dichiarazione è piuttosto breve ed è composta di cinque punti: 1 Introduzione; 2 Il riconoscimento del senso religioso nella vita di ciascun essere umano; 3 La stima verso gli Islamici; 4 Il vincolo che lega il Cristianesimo e l’Ebraismo; 5 Il principio di fratellanza e dell’amore universale. La sezione dedicata alla religione ebraica consta di quattro punti da cui abbiamo rilevato quanto scritto nel testo. La dichiarazione si conclude chiedendo che tutti gli uomini si riconoscano come fratelli e con la condanna di “qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione”.

[2] Nostra Aetate, 1965

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990.

[6]  Cfr. Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 (27 febbraio 380 emesso dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II. Il decreto dichiara il credo niceno religione ufficiale dell’Impero, proibisce innanzitutto l’arianesimo e in secondo luogo anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si impone a tutti i cristiani la confessione di fede aderente alle deliberazioni del Concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e poi venne inserito nel codice Teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia.

[7] Giovanni Crisostomo, Adversus Judaeos, Omelia I,3 Le omelie contro gli Ebrei sono otto e risalgono agli anni 386-387, tali omelie furono utilizzate nei secoli successivi come pretesto per le persecuzioni contro gli Ebrei, soprattutto dai nazisti tedeschi nel tentativo di legittimare l’Olocausto. Molto celebri le frasi di san Girolamo e di sant’Ambrogio, come, del resto, quelle di altri santi di questo periodo, in cui furono numerosi i trattati contro gli Ebrei.

[8] Cfr. San Carlo e il suo tempo, Atti del Convegno Internazionale nel IV centenario della morte, (Milano, 21-26 maggio 1984) Edizioni di Storia e Letteratura,vv. 1-2. Questi citati sono solo pochi esempi tra i più significativi di persecuzioni contro gli ebrei da parte della Chiesa, non essendo questo articolo il contesto più adatto.

[9] Jean Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, Milano 1992, p. 180 e segg.

[10] Già il califfo Omar, nel VII secolo, aveva ordinato che tutti coloro che non erano mussulmani, quindi anche gli ebrei e i cristiani, viventi nei paesi arabi, portassero un pezzo di stoffa gialla cucita sul petto o sulla schiena. Ora anche papa Innocenzo III, dopo molti tentativi inutili di convertire gli ebrei, impose questo contrassegno, che per le donne era un velo giallo, contrassegno delle meretrici. L’Inghilterra fu il primo paese cristiano che impose il segno giudaico, mentre in Italia questa disposizione fu adottata in tempi diversi secondo i vari Stati: Venezia fu il primo che aderì a tale disposizione e il pezzo di stoffa gialla fu sostituito con un cappello dello stesso colore. Cfr. Breve storia degli ebrei d’Italia –Morasha, www.morasha.it/ebrei_ italia 02. html, consultato il 24 giugno 2015. Il volume è pubblicato nel 1961 dall’Histadruth Hamorim (Associazione insegnanti Ebrei d’Italia, Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.

7 Cfr. C. Nitoglia, a cura di, Bolle pontificie sul giudaismo: sette secoli di costante e ininterrotto magitero, Effepi, Genova 2011.

[12] Ibidem

[13] Cfr. C. Nitoglia, a cura di, Bolle pontificie,cit.

[14] Cfr. Biblioteca Ambrosiana (da ora in poi B.A.), Trotti 451, c 1 v. e segg.

[15] Cfr. A. Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori 2006, p. 398.

[16] Cfr. A. Del Col, L’Inquisizione in Italia… cit., p. 224 e segg.

[17] Cfr. E. Toaff, Perfidi Giudei Fratelli maggiori, Arnoldo Mondadori, Milano 1990. Cfr. anche E. Mazzini, Perfidi giudei o fratelli maggiori? La ricezione della Declaratio Nostra Aetate nella stampa cattolica italiana(1965-1974), in Laboratoire Italien, Politique et Societé, Online 2012. Elio Toaf, rabbino di Livorno, si trasferì a Roma nel 1951 dove divenne rabbino capo, fino al 2001, anno in cui lasciò l’incarico e assunse il titolo di rabbino capo emerito. Storico è l’incontro con Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986 nella Sinagoga di Roma; fu un gesto dirompente: per la prima volta un pontefice veniva ospitato in un Tempio ebraico. L’incontro scaturì anche dalla volontà di Toaff di favorire il dialogo tra religioni diverse, ma soprattutto tra quella cristiana e quella ebraica.

[18] Cfr. C. Nitoglia, a cura di, Bolle pontificie,cit.

[19] A. Del Col, L’Inquisizione… cit., pp 523-524

[20] Cfr. C. Benocci, Il Rione di S. Angelo, Roma, Edizioni Rari Nantes, 1980; A. Berliner, Storia degli ebrei di Roma. Dall’antichità allo smantellamento del ghetto, Milano, Bompiani, 2000.

 

[21] Il film di Paolo Benvenuti è stato presentato al festival di Locarno del 1992 e pellicola non è stata distribuita al cinema, ma è passata in televisione sui canali RAI e satellitari, non esiste in versione VHS o DVD. Cfr. anche “Anonimo Religioso”, Giustizia degl’Ebrei seguita nel sabbato 24 novembre 1736, introduzione di S. Foà, postfazione di P. Modigliani, Carucci, Roma 1987. S. Foà a cura di, Le “Croniche” della famiglia Citone… cit.

[22] Cfr. B.A.., Ms. P 178 sup., p. 177 e segg. Il manoscritto comprende 28 titoli: si tratta di trascrizioni di fatti molto noti, accaduti nei secoli XVI-XVII-XVII, trascritti da anonimo nei primi anni dell’Ottocento, come possiamo evincere dalla scrittura. La trascrizione di un’altra fonte relativa al fatto dei due ebrei romani Abramo e Agnoluccio, la possiamo trovare in S. Foà a cura di, Le “Croniche” della famiglia Citone, Trascrizione dall’ebraico e traduzione di A. A. Piattelli, Prefazione di G. Sermoneta,  Edizioni di Storia e Letteratura,Roma 1988, p. 296. Le due trascrizioni: quella appena citata e quella del manoscritto della Biblioteca Ambrosiana, non differiscono nel contenuto, nel manoscritto da noi consultato cambiano solo alcuni termini che, però, non incidono concettualmente. Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini, nacque a Firenze il 7 aprile 1652 da nobile famiglia, la quale si era distinta nel servizio della Chiesa. Nel 1677, dopo avere studiato nella sua città, si trasferì a Roma presso i Gesuiti del Collegio Romano, sotto la protezione dello zio Cardinale Neri Corsini, il quale rinunciò all’Arcivescovado di Firenze per favorire la carriera del nipote nella Curia romana, ma quando nel 1672 lo zio Cardinale non poté rifiutare il Vescovado di Arezzo, anche il nipote lasciò Roma per trasferirsi a Pisa per seguire gli studi giuridici, dove si laureò “in utroque iure” nel 1675. Alla morte del padre, il quale aveva sperato che Lorenzo prendesse in mano le redini della famiglia, seguì le orme del fratello Ottavio e decise di intraprendere la carriera ecclesiastica e tornato a Roma, per 80.000 scudi acquistò l’ufficio di reggente della Cancelleria, divenendo poi referendario delle due Segnature. Papa Alessandro VIII lo nominò Arcivescovo il 10 aprile 1690, quando ancora non era sacerdotee il 18 giugno fu consacrato Vescovo, dopo avere ricevuto gli ordini maggiori. Fu eletto papa il 12 luglio 1730, all’età di settantotto anni. All’estinzione dei Farnese, tentò invano di far valere i diritti della Santa Sede sul ducato di Parma; si mantenne neutrale durante la guerra di successione polacca; ebbe varie controversie giurisdizionali con i Borboni di Napoli e con Carlo Emanuele III di Sardegna. Numerose furono le opere fatte edificare a Roma e nello Stato Pontificio come la Biblioteca Corsiniana, il cui nucleo originario, ospitato nel palazzo di piazza Navona, contava più di 40.000 volumi, ma l’opera più nota fu sicuramente la Fontana di Trevi, che sostituì quella disegnata da Leon Battista Alberti nel 1453; nel 1732 fu completata la costruzione delle Scuderie Papali. Cercò di risanare le finanze con il ripristino del gioco del lotto, abolito da Benedetto XIII; emanò la prima bolla pontificia contro la massoneria del 23 aprile 1738, scomunicando coloro che ne facevano parte. Morì il 6 febbraio 1740 e la sua tomba si trova a San Giovanni in Laterano. Cfr. C. Rendina, I papi, storia e segreti, Newton&Compton Editori, Ariccia 2005, pp. 724 e segg. Per un’esaustiva storia e bibliografia sui pontefici si veda: L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, XV, Roma 1933.

[23] Cum nimis absurdum. Riportiamo lo stesso passo della bolla pontificia in latino: <<Cum nimis absurdum et inconveniens esista ut iudaei, quos propria culpa perpetuae servituti submisit, sub praetextu quod pietas christiana illos receptet et eorum cohabitationem sustineat, christianis adeo sint ingrati, ut, eis pro gratia, contumelian reddant, et in eos, pro servitute, quam illis debent, dominatum vendicare procurent: Nos, ad quorum notitia nuper devenit eosdem iudaeos in alma Urbe nostra et nonnullis S.R.E. civitatibus, terris et locis, in id insolentiae prorupisse, ut non solum mixtim cum christianis et prope eorum ecclesias, nulla intercedente habitus distinzione, coabitare, verum etiam domos in nobilioribus civitatum, terrarum et locorum, in quibus degunt, vicis et plateis conducere, et bona stabilia comparare et possidere, ac nutrice set ancillas aliosque servientes christianos mercenarios habere, et diversa alia in ignominiam et contemptum cristiani nominis…>>

[24] A. Milani, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino 1963, p. 274. Gli Ebrei, loro malgrado, si adattarono a queste nuove condizioni di vita e la società del ghetto assunse quasi ovunque la stessa fisionomia, era composta da tre classi sociali: banchieri, cenciaioli e sussidiati, questi ultimi erano coloro che non essendo riusciti ad integrarsi e a svolgere qualche lavoro, vivevano alle spalle della comunità . Molti ghetti, ben organizzati, diventano centri di studi, che gli Ebrei frequentano la mattina presto e la sera tardi, ossia prima e dopo la giornata di lavoro, quelli italiano divennero famosi per gli studi ebraici, Livorno, ad esempio, fu chiamata “la piccola Gerusalemme”. Ben visti dalle varie Signorie e dal popolo minuto, perché hanno bisogno dei loro prestiti, avverse le repubbliche, formate da una borghesia dedita ai commerci, poiché temono la concorrenza. La condizione degli Ebrei italiani subisce un ulteriore peggioramento nel 1733, quando sotto il pontificato di Clemente XIII, il cardinale Petra prepara un particolareggiato codice antiebraico con nuove restrizioni e imposizioni, il quale venne poi rinnovato con papa Benedetto XIV (Prospero Lambertini). Con il pontificato di Clemente XIV, gli ebrei trascorrono un quinquennio di relativa pace, ma il suo successore Pio VI (1775) emana un editto in cui alle antiche misure persecutorie, vengono aggiunte delle altre che avranno gravi ripercussioni su tutto il popolo ebreo d’Italia, unica città che non ha mai avuto un ghetto e in cui gli Ebrei possono vivere tranquilli, è Livorno, importante porto commerciale del Granducato di Toscana. Cfr. R. Calimani, Storia dell’Ebreo errante. Dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme al Novecento, Mondadori, Milano 1987; www. morasha.it/ebrei_italia/ebrei_italia06.html

[25] Adeodato Barcali, romano, ebbe varie ed importanti cariche ecclesiastiche, morì, probabilmente, nel 1772. Cfr. C. De Dominicis, Chi era chi? Uffici, cariche ed officiali della Roma pontificia, v. I (anni 1716-1798, Roma 2011,  p. 37.  Lorenzo Francesco Strozzi, primo principe di Forano e secondo duca di Bagnolo, nato nel 1674 e morto nel 1742, discendente di una delle più importanti e antiche famiglie di Firenze e forse la più ricca della città, grazie all’attività finanziaria che permise ai discendenti di aprire numerose filiali bancarie in tutta Europa, attività in cui si distinsero molti uomini di questa famiglia, numerosi furono anche quelli che si distinsero come condottieri militari di valore e uomini politici; pochi furono coloro che seguirono la carriera ecclesiastica, tanto che si conosce un solo cardinale: Lorenzo Strozzi. Cfr. Marcello Vannucci, Le grandi famiglie di Firenze, Newton Compton Editori, 2006. Cardinale Guadagni, nato a Firenze nel 1674 e morto a Roma nel 1759, unico figlio del marchese Donato Guadagni e di Maddalena Corsini, discendente dalla nobile famiglia fiorentina dei Guadagni, dopo la laurea conseguita a Pisa in “utroque iure” fu ordinato sacerdote ed entrò nel convento di Santa Maria delle Grazie di Arezzo come Carmelitano Scalzo. Nel 1724 fu fatto vescovo di Arezzo da papa Benedetto XIII e dopo quattro anni fu elevato alla porpora dal papa Clemente XII, zio materno (Lorenzo Corsini), il quale lo elevò poi al rango di cardinale nel 1731, rimase vescovo di Arezzo fino al 1732, quando il papa lo chiamò a Roma come suo vicario per la diocesi di Roma fino alla morte. Nel 1738 divenne abate commendatario dell’abbazia di Grottaferrata e nel 1750 cardinale-vescovo di Frascati. Morì a 84 anni e fu sepolto nella Chiesa di Santa Maria della Scala, nel 1763 si aprì il processo per l’inizio della causa di Beatificazione Cfr. http://www.diocesifrascati.it>chiesa_tuscolana

[26]Fino al 1870, il Vice Camerlengo o Governatore di Roma era una delle cariche più importanti della Curia romana ed era preposto al mantenimento della pace e dell’ordine nella città. Governatore nel 1730 era il Cardinale Giovanni Battista Spinola, nato a Genova il 16 luglio 1681, pronipote e nipote di due Cardinali: Giambattista Spinola (1615-1704) e Giambattista Spinola (1646-1719). Ricoprì prestigiose cariche, ma ebbe gli ordini sacri solo il 15 febbraio 1728, quindi papa Benedetto XIII lo nominò Governatore di Roma e Vice Camerlengo il 30 maggio dello stesso anno. Tenne la carica di Governatore di Roma fino a quando Clemente XII lo elevò alla porpora cardinalizia nel Concistoro del 28 settembre 1733, attribuendogli la diaconia di San Cesario in Palatio. Nel 1741 fu Prefetto della Congregazione dell’immunità ecclesiastica, nel 1746 divenne Camarlengo del Collegio Cardinalizio. L’ultimo anno della sua vita fu consacrato Vescovo da papa Benedetto VIV  il 9 aprile 1752, morì pochi mesi dopo, il 20 agosto. Cfr. C. De Dominici, Chi era chi? Uffici, cariche ed oficiali della Roma pontificia, I (anni 1716-1798), Roma 2011, p. 302

[27] De mandato per illustris et excellentissimi Domini Philippi Miroli F.V.D. illustrissimi et reverendissimi Domine Alme Urbis gubernatoris in criminalibus Locumtenentis. Mandatibus tibi Capitaneo Carcerus Novus, quatenus statim visis (set?) et Abram filium Isac Caivani et Angelum quondam Rabini de Riccia, Hebreos romanos in istis carceribus detentos, confessos, et ratificos de pluribus furti qualificatis, prout in processu ad quem et consignasse et consignari capitaneo Josepho Marie Scaiola Alme urbis Baroncello ad effectum illos super carru ad plateam Pontis ducendi, ibique altis furcis suspendi faciendo, ita ut omnino moriantur et mori debeant, eorumque anime a corporibus separentur, ut eis sit pena condigna et in aliorum transeat exemplum, quoniam in vim decreti ita mandavit.  Datum Rome die 24 novembris 1736. Philippus Mirogli Locumtenens pro domino Bartholommeo Zannettino pro caritate notario. Hiacintus Prenti substitutus. (Abramo figlio di Isacco Caivani e Angelo del fu Rabino della Riccia, ebrei romani, ritenuti in queste carceri confessi e rei di molti furti qualificati e si consegnano al Capitano Giuseppe Maria Scajola Bariggello di Roma, ad effetto di condurli sopra alle carrette alla piazza di Ponte Sant’Angelo ed ivi saranno appiccati sulle alte forche sicché morranno e debbono morire, e le loro anime si separano dalli loro corpi acciò sia per condegno o sia per esempio all’altro, giacché così si comanda dalla congregazione fatta  e dalla sentenza data contro alli medesimi rei. Dato in Roma questo dì 24 novembre 1736. Filippo Mirogli Luogotenente per Bartolomeo Zannetti Notaro dei poveri, Giacinto Preni Sostituto.) Filippo Mirogli, Secondo Luogotenente criminale del Governatore di Roma (1737-1749). Luogotenente criminale della Legazione di Ferrara (1750-1751). Uditore del Torrione di Bologna (1752-1757). Coadiutore di G.F. Toppi (1758-1759)  e procuratore gen. Del Fisco e della R.C.A. (1760-1764). Prelato della congr. Della città e Stato di Fermo (1758-1759), col voto consultivo solamente (1760-1761). Coadiutore (1758-1759) e procuratore fiscale di Roma, col voto consultivo solamente (1760-1764) C. De Dominicis, Chi era… cit., I, p. 209. Secondo il De Dominici, Mirogli fu Luogotenente criminale del Governatore di Roma dal 1737 al 1749, ma dal manoscritto vediamo che  Mirogli si firma con il suddetto titolo già nel 1736. Cfr. B.A., Ms. P 178 sup., p. 179.

 

[28] A Roma era famoso il detto che Sisto V avesse fatto mettere sul Ponte più teste di briganti di quante zucche vi fossero sui banchi del mercato che si teneva nella piazza. Tra i condannati vi furono anche personaggi appartenenti a famiglie importanti, come, ad esempio, Beatrice Cenci, sua sorella  Lucrezia e suo fratello Giacomo, giustiziati nel 1599. Una delle ultime condanne fu eseguita nel 1749. Cfr. www.romasegreta.it/ponte/piazza-di-ponte-s-angelo.html; http://www.annazelli.com/ponte-sant’-angelo-roma.htm

[29] Forse si tratta di Achille di Angelo Tommaso Albergotti, patrizio aretino e cavaliere di Santo Stefano, il quale ottenne la propositura di Empoli il 31 luglio 1745, ma morì in Arezzo il 17 aprile 1746, senza aver potuto prendere possesso della chiesa. Cfr. https://ilraccontodellarte.com

[30] Giovanni Battista Gamberucci, nacque a Roma il 4 luglio 1674, fu Primo Maestro delle Cerimonie pontificie e Segretario della S.C. del cerimoniale dal 1721 al 1738, nel 1725 fu Cameriere d’onore in abito paonazzo. Ricoprì la carica di Arcivescovo di Amasia in porti bus dal 1727 al 1738 e quella di Canonico di Santa Maria Maggiore dal 1734 al 1737, fu, infine, Consultore delle Indulgenze e S. Reliquie dal 1737 al 1738. Morì a Roma il 28 novembre 1738. Cfr. C. De Dominicis, Chi era… cit, I, p. 143.

[31] Giacomo Amadori già de Lami, livornese, fu Prelato della Concistoriale dal 1738 al 1758, Votante della Segnatura di Giustizia  dal 1740 al 1759, Cameriere segreto sopranumerario dal1741 al 1758. Nel 1754 divenne Segretario della congregazione particolare deputata sopra la Riforma dei tribunali di Roma, Votante della Segnatura di Grazia dal 1757, Decano della Segnatura di Giustizia sempre dallo stesso anno e Esaminatore dei vescovi in S. Canoni, tutte cariche che tenne fino al 1759, probabile date della sua morte. Cfr. C. De Dominicis, Chi… cit., pp. 18-19.

[32] Non abbiamo trovato notizie circa Giovanni Andrea Ricci.

[33] Adeodato Barcali, romano, Promotore fiscale del Card. Vicario per le materoie ecclesiastiche dal 1739 al 1772, parroco di San Biagio della Pagnotta dal 1739 al 1758, Cappellano segreto dal 1759 al 1769. Dal 1740 fu Esaminatore apostolico del clero romano, nel 1760 fu Canonico di Santa Maria ad Martyres, cariche che tenne fino al 1772, data forse della sua morte, del Concessum (1770-1772). Cfr. C. De Dominicis, Chi… cit., p. 37. Dal XV secolo sorsero varie confraternite religiose con l’incarico di assistere i condannati a morte fino agli ultimi momenti. Il compito del confortatore spirituale consisteva nel preparare alla “buona morte” il condannato alla pena capitale: gli somministravano l’ultimo pasto, lo confessavano e lo comunicavano, gli tagliavano i capelli se esso doveva essere decapitato, lo accompagnavano in preghiera durante il percorso che intercorreva dalle carceri al patibolo e davano poi cristiana sepoltura ai loro corpi. L’8 maggio del 1488 fu fondata la Compagnia di San Giovanni Decollato, detta dei “sacconi”, a causa della cappa nera che indossavano e del cappuccio che calavano sul volto per non rimanere nell’anonimato. L’istituzione della Confraternita fu approvata dalla Chiesa e i papi concessero alcuni privilegi, tra questi anche la facoltà di liberare un condannato a morte nel giorno in cui ricorreva la festa del patrono. L’ufficio di Confortatore comportava gravi responsabilità, quindi la scelta dei membri  avveniva basandosi sulle loro qualità morali e religiose. Molti uomini illustri fecero parte di questa Confraternita, tra cui San Roberto Bellarmino e Michelangelo Buonarroti. Cfr. Arciconfraternita di San Giovanni Decollato della Nazione Fiorentina in Roma, 1488-1988, Palombi, Roma 1988, p. 14 e segg.

[34] B.A., Ms. P 178 sup., p. 178.

[35] Forse con l’abbreviazione A.C. il Provveditore della Confraternita ed autore della relazione si riferisce alla stanza dell’”Auditor Camerae”, ufficio di cui si ha notizia fin dal secolo XII e verso la fine del XV era il giudice dei cardinali, dei funzionari della Curia pontificia e dei mercanti alla dipendenza della Curia. Si trattava di una magistratura di grande prestigio: le prerogative di chi occupava questa carica non conoscevano limiti, in quanto esecutore delle lettere apostoliche  e, quindi, diretto referente del pontefice. Tra le numerose facoltà, l’A.C. aveva quella di comminare pene spirituali, dalle quali solamente il papa poteva dare l’assoluzione. Nel 1736, quando furono condannati Abramo ed Agnoluccio, L’A.C. era Prospero Colonna, il quale tenne questo ufficio dal 1721 al 1739. Figlio di Filippo II Colonna, principe di Sonnino, Prospero era nato a Marino, feudo della famiglia sui Colli Albani, nel 1672, completati gli studi all’Archiginnasio di Roma nel 1694 fu subito nominato Protonotario apostolico da Innocenzo XII. Ricoprì le cariche di Vice Delegato a Ferrara e Chierico di camera sotto il pontificato di Clemente XI; nel 1721 papa Innocenzo XIII lo nominò Uditore di Camera, ufficio che lasciò quando, nel 1739, Clemente XII lo elevò al rango cardinalizio, nominandolo cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria. Tra i vari importanti incarichi ebbe anche quello di membro della Congregazione della Fabbrica di San Pietro e della Sacra Congregazione della Consulta, dicastero che assolveva compiti della massima rilevanza (interpretazioni delle leggi, risoluzione di controversie giurisdizionali) oggi soppresso. Morì a Roma nel 1743 e fu sepolto nella basilica di San Giovanni in Laterano. Cfr. L. Cardarella, Memorie storiche de’ cardinali della Santa Romana Chiesa, VIII, p. 299; C. De Dominicis, Chi… cit., p. 100.

[36] Ibid., p. 179. E’probabile che si tratti di Domenico Teoli, romano, Lettore pubblico dell’Università della Sapienza nella Lingua ebraica e abate. Troviamo anche un certo Giuseppe Teoli, con gli stessi titoli, ma relativi ad anni posteriori. Cfr. C. De Dominicis, Chi… cit., p.310

[37] La peste del 1448 infestò l’Italia settentrionale, ma mieté molte vittime anche in Toscana insieme con le febbri malariche. Cfr. L. A. Muratori, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno 1750, Monaco, 1763, IX, p. 230.

[38]La chiesa si trova in piazza Bocca della Verità, è dedicata a San Giovanni Decollato e nel chiostro si trova un piccolo museo, chiamato “Camera storica”, dove ancora oggi si conservano gli strumenti di giustizia dell’epoca, tra cui, sembra, quelli che servirono all’esecuzione capitale di Beatrice Cenci e di Giordano Bruno. La chiesa della Confraternita dedicata a San Giovanni Decollato, ospita opere di artisti appartenenti al periodo del Manierismo, che hanno subito l’influenza di Michelangelo e di Raffaello. Il pittore Francesco Salviati, manierista fiorentino, nella sua opera “Visitazione”volle inserire il ritratto del Buonarroti tra i personaggi, perché il maestro fu membro della Confraternita. L’interno della chiesa, a navata unica, è completamente decorato da pitture stucchi di celebri artisti, esempi significativi della presenza del Manierismo toscano in Roma.

 

[39] Cfr.http://ricerca.archiviodistatoroma.beniculturali.it/OpacASRoma/authority/IT-ASROMA-EACCPF0001-000118

[40] Vestito del suo sacco di confratello di San Giovanni Decollato, con cappuccio.

[41] Con l’espressione di studiata compassione.

[42] Ibid. p. 179 “…Abram filium Isac Caivani et Angelum quondam Rabini de Riccia, Hebreos romanos in istis carceribus detentos, confessos, et ratificos de pluribus furti qualificatis,…

[43] Ibid.

[44] Ibid., p. 180.

[45] Ibid., p. 181

[46] Ibid.

[47] Ibid., p. 182.

[48] Ibid.

[49] Ibid. Stamigna era chiamato un tessuto di lana sottile e rado, ma resistente, usato principalmente per colare e setacciare ed anche per confezionare bandiere. Il ferraiolo era un mantello.

[50] Ibid., p. 183.

[51] Ibid.

[52] Le ricerche su questo personaggio non hanno dato esito positivo.

[53] Si tratta di Francesco Volumnio Piccolomini, appartenente ad un ramo della famosa e nobile famiglia toscana, rettore del Collegio Germanico Ungarico di Roma, il quale nel 1735 fece riesumare i resti che si trovavano sotto l’altare della cappella dei Santi Primo e Feliciano nella basilica di Santo Stefano Rotondo in Coelio monte di Roma. Cfr. A. Antinori, Filippo Barigioni per il Cardinale Antonio Saverio Gentili. Il restauro settecentesco della cappella dei Santi Primo e Feliciano in Santo Stefano Rotondo (Estratto dal Fascicolo 21), in Bollettino d’Arte, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Anno V, n. I

[54] Ibid.

[55] Ibid., p. 184.

[56] Ibid.

[57] Ibid., pp. 184-185.

[58] Ibid., p. 185.

[59] Ibid.

[60] Ibid., p. 186.

[61] Ibid.

[62] Ibid., p. 187.

[63] Ibid. Pietro Marcellino Corradini da Sezze, nato il 3 giugno 1658, fu cardinale dal 1712, morì a Roma nel 1743. Cfr. C. De Dominicis, Chi… cit., p.105.

[64] Ibid., pp. 188-189. Si tratta di Sabbato Nachamù, rabbino di Ancona, convertitosi al Cristianesimo e battezzato col nome di Francesco Maria Ferretti, grazie all’intervento di Paolo Sebastiano Medici, livornese, ebreo convertito, professore di Sacra Scrittura e noto per la sua attività di predicatore, finalizzata alla conversione degli ebrei toscani e quelli sotto la giurisdizione della Chiesa. Cfr. L. Saracco, Medici, Paolo Sebastiano, in “Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, V. 73 (2009)

[65] Ibid., p. 189.

[66] Ibid., pp. 189-190.

[67] Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, canto V, vv.88-105.

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