LA VILLA DEI MISTERI

 

Negli ultimi decenni del II secolo a.C. prese il via la moda, da parte dell’aristocrazia romana, di costruirsi lussuose ville in Campania. Lungo tutta la costa, dai Campi Flegrei a Punta della Campanella, i più importanti personaggi storici di Roma vennero a costruire le loro ville: da Scipione l’Africano che possedeva una villa a Liternum, alla figlia Cornelia, che nella villa di Miseno educò i suoi figli, i celebri Gracchi, a Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Bruto, Cicerone.

Una accanto all’altra, prima sulle colline, poi sempre più vicine al mare, e infine nel mare stesso, grazie alla scoperta di una malta idraulica che permetteva di costruire nell’acqua, sorsero ville lussuosissime, ove i ricchi romani potevano godere del meritato riposo dopo le fatiche della città. Queste ville erano tutte dotate di giardini e fontane con scenografici giochi d’acqua, piscine “olimpioniche”, ricchi settori termali, statue ornamentali e fastose decorazioni parietali e pavimentali. Per quanto numerosi siano i resti archeologici, essi non sono in grado di dare l’idea della ricchezza architettonica e decorativa di queste ville.

 

Ma accanto a queste ville di villeggiatura, chiamate dai Romani, “ville di ozio” (otium) esisteva un altro tipo di villa, definita rustica, che era destinata alla produzione agricola. L’eccezionale fertilità del territorio campano, il clima mite che permetteva diversi raccolti durante l’anno, determinarono il proliferare anche di questo tipo di villa. Nell’area circostante Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Scafati, Angri, Terzigno), sono state scoperte un centinaio di antiche fattorie, molte delle quali sono state nuovamente sepolte dopo essere state private degli oggetti e delle pitture che contenevano. Le ville rustiche erano generalmente di medie proporzioni, distinte in un quartiere residenziale per il proprietario (pars urbana), e un quartiere servile (pars rustica) con le stalle, gli impianti produttivi, le abitazioni dei servi. Le ville rustiche potevano essere abitate direttamente dal proprietario, ma più spesso la conduzione della tenuta era affidata a un colono (vilicus).

 

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La manodopera era costituita prevalentemente da schiavi, ma non mancava anche personale di condizione libera. Il vino era il prodotto principale delle numerose aziende agricole sparse nel territorio dell’antica Pompei. Estesi vigneti esistevano sulle pendici del Vesuvio, sulle colline adiacenti e nella stessa città. Gli autori antichi ci tramandano i nomi dei maggiori vitigni dell’area vesuviana: l’Aminea, caratterizzata da grossi grappoli, la Pompeiana, la Holconia, la Vennuncula. Abbondante era anche la produzione di olio, frutta e cereali, e l’allevamento del bestiame. In alcuni casi una proprietà agricola poteva comprendere anche ambienti residenziali di lusso, mentre una villa al mare poteva essere circondata da terre produttive, e attrezzata con tutto il necessario per sfruttarne le risorse agricole. La Villa dei Misteri a Pompei costituisce uno dei migliori esempi di queste ville suburbane, signorili e rustiche insieme, che sorsero numerose nel territorio vesuviano, unendo la parte residenziale lussuosa, ad una zona produttiva.

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Lo scavo della Villa, condotto fra il 1909 e il 1910 dallo stesso proprietario del terreno ove fu scoperto l’importante edificio, fu ripreso in modo scientifico negli anni 1929 e 1930, dopo l’esproprio dell’area da parte dello Stato Italiano. Nel 1931 l’archeologo Amedeo Maiuri fornì la prima edizione del complesso, corredata da splendide tavole a colori. Fin dal primo momento la scoperta suscitò il più vivo interesse, grazie soprattutto al ritrovamento di un ciclo pittorico importantissimo, da cui la villa prende il nome, e sulla cui interpretazione oggi ancora si discute. Nel corso dello scavo non fu recuperata molta suppellettile, né oggetti di lusso, come ci si sarebbe aspettati da una dimora tanto signorile. Ciò ha indotto gli studiosi a supporre che il settore padronale della Villa non fosse abitato al momento dell’eruzione, forse a causa dei lavori di ristrutturazione che vi si stavano eseguendo. Al contrario la presenza di numerosi attrezzi agricoli e di altro materiale, ha dimostrato che la parte rustica era abitata, così come gli alloggi per gli schiavi. Questo dato è stato confermato anche dal ritrovamento di scheletri umani – molto probabilmente si trattava di personale di servizio – tornati alla luce proprio nella parte servile della casa. Una prima vittima si rinvenne nel vestibolo d’ingresso della Villa. Vi si riconobbe il corpo di una giovinetta che forse aveva cercato di uscire di casa per tentare una via di scampo attraverso i campi, ma era stata soffocata dalla nube di cenere e gas sprigionatasi dal vulcano nelle ultime fasi dell’eruzione. Il corpo di un uomo fu invece ritrovato nello stanzino n. 35, ove si era rifugiato sperando di ripararsi dalla tempesta di ceneri e lapilli che imperversava fuori. Durante lo scavo fu effettuato il calco dell’uomo: attraverso il vuoto lasciato dalla decomposizione del corpo nella cenere solidificata, venne colato del gesso liquido che una volta rappreso ha restituito l’immagine della vittima. Altre tre donne si erano rifugiate nelle stanze del piano superiore del vestibolo. Sotto il peso dei lapilli le scale erano crollate, lasciando le sventurate tagliate fuori da ogni possibilità di fuga. In seguito l’intero pavimento della stanza crollò ed i corpi precipitarono nell’ambiente sottostante, ove furono ritrovati dagli scavatori. Infine altri quattro corpi furono trovati nel criptoportico della Villa.

 

 

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La Villa dei Misteri è forse l’edificio più noto ed ammirato di Pompei, e non senza motivo, sia perché è il più bello e completo esempio di una grande villa suburbana, sia perché i suoi vari ambienti sono decorati con pitture di alto livello artistico, in particolare la sala tricliniare ove è il grandioso fregio figurato che ha dato il nome alla villa. Lo scavo, iniziato nel 1909-10 e poi proseguito nei decenni successivi non è ancora completato, ma ne resta sotterra soltanto una piccola parte che si presume poco possa aggiungere a quanto già conosciamo.  Il primo impianto della villa risale al II secolo avanti Cristo, e successivamente essa subì vari ampliamenti e rifacimenti: sorta come dimora signorile sullo schema dell’abitazione urbana ebbe il suo momento di splendore in età augustea ed in questo stesso periodo entrò a far parte del dominio imperiale. Dopo il terremoto dell’anno 62 decadde a villa rustica; gli ultimi suoi proprietari appartenevano alla famiglia degli Istacidi. E’ un grande edificio quadrilatero costruito sopra un terreno scosceso sicché in parte poggia sopra un terrapieno ed un criptoportico L’ingresso, non completamente messo in luce, si trova su di una strada di cui si conosce solo un breve tratto, e che forse era collegata con la Via delle Tombe.  Ai lati dell’ingresso si sviluppa il quartiere rustico ed il quartiere servile con varie attrezzature come il pastificio, il forno, le cucine, la dispensa dei vini ed il torchio per la pigiatura dell’uva. Dall’ingresso, attraverso un piccolo atrio si giunge nel peristilio, e qui inizia il vero e proprio nucleo dell’abitazione signorile, con stanze e sale adibite a vario uso ed un gruppo di ambienti a destinazione termale.  In questo quartiere signorile, in asse col peristilio è l’atrio maggiore, il tablino ed una veranda absidata con veduta sul mare. Ai lati sono ancora vari ambienti cubicoli, il triclinio del grande fregio, con portici di disimpegno tra i diversi gruppi di stanze. Attualmente è per l’appunto dalla veranda che si accede per visitare la villa, e questa parte dell’edificio possiede anche giardini pensili ed è sorretta dal criptoportico cui si è già accennato.  La decorazione parietale dipinta è di disuguale interesse e rispecchia le diverse fasi della vita dell’edificio e le diverse destinazioni che esso ebbe. Meno interessanti sono le decorazioni di terzo e di quarto stile, ma degno di nota è il tablino, con pareti a fondo nero e motivi di tipo egittizzante, mentre di molto maggiore pregio sono i dipinti di secondo stile che furono risparmiati dai rimaneggiamenti che la villa ebbe nel suo ultimo periodo. Di tale stile è un cubicolo con figure connesse con il mito ed il culto di Dioniso, e questo cubicolo fa quasi da anticamera alla sala tricliniare.  Il grande fregio della sala appartiene anch’esso al secondo stile e costituisce l’esempio più completo di un particolare tipo di decorazione che raramente s’incontra nella pittura di quell’epoca; abbiamo infatti qui una rappresentazione continua che occupa tutte le pareti della stanza, con figure a grandezza naturale o quasi. Secondo la più accettabile ipotesi il fregio deve essere stato eseguito verso la metà del 1 secolo avanti Cristo da un artista locale, che si è ispirato ad opere della pittura greca o che comunque di quella pittura e dei suoi canoni classici ha subito l’influenza. L’interpretazione del dipinto non trova concordi tutti gli studiosi, poiché esso non svolge un soggetto noto o facilmente identificabile, come ad esempio un mito, ma è formato di varie scene che si susseguono senza distinguersi l’una dall’altra e che sono certamente allusive a vari momenti di un rito del quale non possediamo altre testimonianze sicure. Di qui l’ipotesi che si tratti di uno dei culti misterici che convivevano nel mondo greco-romano accanto alla religione ufficiale e che erano noti soltanto a pochi eletti. E’ tuttavia opinione accettata dai più che il fregio rappresenti le varie fasi della iniziazione di una sposa ai misteri dionisiaci, misteri che ebbero diffusione anche nella Campania in età romana. Perciò vediamo che nelle varie scene si trovano figure umane alternate con figure della sfera divina. Il fatto che qui si sia voluto realizzare un tale ciclo pittorico può spiegarsi con la circostanza che in quel momento la signora della villa era una iniziata e ministra per l’appunto di quel culto.  Considerando che il ciclo abbia inizio dalla parete nord, accanto alla porticina, nella prima scena è la lettura del rituale sacro, eseguita da un fanciullo sotto la guida di una matrona seduta, mentre una donna ammantata ascolta. Quindi il rito si svolge in una scena di sacrificio e di offerta e con un gruppo pastorale ove un Sileno suona la lira. La parete di fondo della sala è dominata dalle due divinità cui erano legati questi riti, Dioniso ed Arianna, con altre due scene: da un lato Sileni e satiri intenti ad una azione di oscuro significato, dall’altro una donna che scopre il simbolo della fecondità ed una figura alata in atto di percuotere col flagellum levato. Lungo l’altra parete una donna flagellata si rifugia nel grembo d’una sua compagna, ed appresso una baccante ignuda danza in preda all’esaltazione orgiastica. Infine la sposa si abbiglia portando a compimento il rito ed a chiusura del ciclo essa è rappresentata seduta e nobilmente ammantata, ormai iniziata e mistica sposa del dio.

 

 

La parola villa in latino non è l’equivalente del corrispettivo termine italiano. Indica piuttosto le fattorie o le case di campagna utilizzate per la produzione agricola di cereali, olio, vino o per altri tipi di colture e allevamenti. La Villa dei misteri, però, non era una vera e propria villa, ma una residenza signorile, una domus, fuori dalle mura della città. Solo nel I secolo d. C., prima del terremoto del 62, alla residenza fu aggiunto un quartiere rustico con due torchi per la spremitura dell’uva. Fu costruita nel II secolo a. C. in posizione panoramica con sale dipinte e giardini pensili. Non conosciamo il proprietario di questa residenza. Sappiamo soltanto che, in età augustea, la villa era custodita da un guardiano (procurator) di nome Lucio Istacidio Zosimo. Come gran parte delle residenze di campagna, anche la Villa dei misteri presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell’atrio. Dopo il peristilio, sui tre lati dell’atrio si trovano le stanze padronali, riccamente decorate e affacciate sulla costa. La villa deve il suo nome al famoso fregio dipinto nel triclinio a sinistra dell’atrio. Qui sono rappresentate dieci scene in cui si è voluta riconoscere la rappresentazione di riti misterici. L’interpretazione di queste scene è in realtà piuttosto problematica. Si è pensato anche alla rappresentazione di uno spettacolo di mimi o al ricordo dei preparativi per il matrimonio di una donna, da identificare con la giovane seduta raffigurata sulla parete di destra. Non si è raggiunta una soluzione definitiva, ma sono comunque sicuramente raffigurati nell’affresco Dioniso ubriaco con Arianna o Venere sulla parete di fondo, Pan e Aura (il vento) sulla parete sinistra con le quattro Stagioni.

 

Bibliografia:

Amedeo Maiuri, Pompei ed Ercolano: fra case e abitanti, Milano, Giunti Editore, 1998

Caterina Cicirelli, Maria Paola Guidobaldi, Pavimenti e mosaici nella Villa dei Misteri di Pompei, Napoli, Electa, 2000.

Fabrizio Pesando, Maria Paola Guidobaldi, Gli ozi di Ercole: residenze di lusso a Pompei ed Ercolano, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2006

 

a cura di Lucica Bianchi e Nino Cellamaro

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