IN VIAGGIO, ALLA RICERCA DELLE SETTE MERAVIGLIE DEL MONDO

Sono, in ordine, La Statua di Zeus ad Olimpia, Il Tempio di Artemide ad Efeso, Il Mausoleo di Alicarnasso, Il Colosso di Rodi, Il Faro di Alessandria, La Piramide di Cheope a Gisa e I Giardini Pensili di Babilonia.
Sono sette monumenti dell’antichità che per le dimensioni imponenti e la straordinaria bellezza si sono guadagnati l’appellativo di “meraviglia”. Il primo elenco con i nomi di questi capolavori compare in un frammento di papiro di età tolemaica (II secolo a.C.) che riporta elenchi di persone e luoghi significativi. Il testo, noto come ”Laterculi Alexandrini”, menziona queste meraviglie, ma nel testo lo stato di degradazione permette la lettura di soltanto tre nomi: le Piramidi, Il tempio di Artemide, Il Mausoleo di Alicarnasso. Il più antico elenco completo è, invece, contenuto in un epigramma di Antipatro di Sidone (170a.C.-100 a.C.) letterato e poeta greco. L’epigramma fa parte di una raccolta di testi antichi intitolata” Anthologia Palatina” risalente al II secolo a.C. Altri fonti storiche dell’Antichità latina fanno riferimento alle sette meraviglie, basti pensare a Vitruvio( I secolo a.C.) o Plinio il Vecchio( I secolo d.C.)
L’interesse per le meraviglie non sembra arrestarsi mai, e ancora oggi, suscitano l’attenzione di storici, archeologi, letterati e semplici appassionati; anche se-tranne che per la Piramide di Cheope- le altre sono andate distrutte. Vi invitiamo a percorrere insieme questo viaggio, alla scoperta delle Sette Meraviglie del Mondo.

Lucica Bianchi

LA CUCINA VALTELLINESE

La cucina valtellinese è famosa in tutto il mondo perché è basata sulla semplicità dei suoi ingredienti.

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William Bianchi, talamonese nel ristorante di Cracco a Milano

“Il cibo non è solo ciò che ho oggi nella mia vita: il cibo non è solo ciò che ci permette di accumulare l’energia necessaria a vivere, è molto di più. A esso si lega una storia di luoghi, di tradizioni e di persone che lo rendono davvero unico.”

CARLO CRACCO (Chef 2 stelle Michelin e 2 forchette “Gambero Rosso”)

Il territorio montuoso permette lo sviluppo di attività agricole e pastorali, infatti non ha una tradizione culinaria particolarmente ricca. Questa cucina è nata principalmente per saziare i lavoratori agricoli, ma oggi è molto apprezzata anche perché ricorda il passato. I piatti tipici di questa zona sono i pizzoccheri, gli sciatt, le crespelle al bitto e la polenta. Andando più nei particolari, vi presentiamo alcuni piatti talamonesi. Per cominciare i “mulun” (castagne essiccate al fumo). Primo passo è far bollire le castagne nell’acqua e dopo la cottura si aggiunge panna e burro. Girare come se fosse polenta per 10 minuti a fuoco vivace. Infine, versare sul tagliere e servire freddo o caldo. Si può accompagnare con panna montata e un buon bicchiere di vino. Un altro piatto tipico Talamonese è la “pulenta rustica”, che ha come base la polenta del giorno prima. S’inizia sbriciolando con le mani la polenta e metterla in un piatto. In una padella si fa rosolare burro e olio, dopodiché mescolare con la polenta e schiacciare tutto con una forchetta. Successivamente aggiungere fagiolini cotti e lessati. Con un’aggiunta di grana o di formaggio grasso, il piatto può essere servito.
Una bevanda tipica del posto e il “mate”, una bevanda originaria dell’America del Sud, conosciuta a Talamona grazie all’immigrazione dei Talamonesi in Argentina. Per anni è stata utilizzata come dissetante e come prima colazione. La preparazione è semplice. Nell’acqua bollita si aggiunge gerba o mate e si lascia tutto in infusione per qualche minuto. Filtrare la bevanda e aggiungere vino, burro e zucchero a piacimento. Ultimamente è stata conosciuta in tutto il mondo come il “Tè di Papa Francesco”.

(Fine primo episodio)

Sara Bulanti, Alessandra Luzzi, Marta Francesca Spini

LE ORIGINI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

 

 

ventidi guerra Giulia

La prima guerra mondiale fu originata dalle complicazioni balcaniche, rese ancor più tragicamente complesse dall’orgoglio nazionalistico. L’imperialismo, per citare le parole di Lloyd George, fece “incespicare” la diplomazia, abbastanza mediocremente rappresentata in quei mesi in Russia, in Germania e soprattutto nell’Impero Austro-Ungarico, dove il conte von Aehrenthal, diplomatico esperto e abile a destreggiarsi, era stato sostituito alla sua morte avvenuta nel 1912, dal conte Leopold von Berchtold, che rasentava la nullità. La guerra dipese innanzitutto dall’antagonismo austro-russo in Oriente, conflitto di cancellerie, più che di popoli, che si disputavano la supremazia nei Balcani. Per di più, il carattere esplosivo di questo antagonismo si trovò a essere terribilmente aggravato dalla immensa diffidenza che Francesi e Tedeschi nutrivano reciprocamente.
L’arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe ed erede al trono, era fautore del trialismo, e vedeva l’unica possibilità di rinsaldare il trono vacillante con l’inserimento slavo nel sistema austro-ungarico. Congiurati panserbi, vedendo minacciate le loro aspirazioni, decretarono la sua morte. Esecutore materiale dell’attentato, preparato a Belgrado e compiuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 fu Gavrilo Princip.
L‘Austria-Ungheria era risoluta a schiacciare la Serbia con una spedizione punitiva, spalleggiata o addirittura promossa dalla Germania, che voleva rimettere a galla un alleato sul punto di andare in sfacelo sotto la minaccia delle passioni nazionalistiche, anche a costo di scatenare un conflitto europeo se non si fosse potuto ovviare in altra maniera al pericolo incombente. Secondo Berlino, il momento sarebbe stato favorevole per una guerra contro la Russia e la Francia, nel caso che le operazioni austro-serbe non si fossero potute contenere.
Il conflitto austro-serbo, scoppiato il 28 luglio, dopo un ultimatum inaccettabile di Vienna, che implicava la rinuncia della Serbia all’indipendenza, si allargò in agosto in un conflitto austro-russo, che mise in movimento le alleanze minate da un antagonismo sempre più esacerbato: la Germania da una parte, la Francia dall’altra. Raymond Poincarè (1860-1934), il presidente della Francia, recatosi a Pietroburgo il 21 luglio 1914 per una visita programmata da lungo tempo, dichiarò che la Francia era fermamente risoluta a far onore “agli impegni imposti dall’alleanza “ nel caso in cui la Germania avesse dichiarato guerra alla Russia. L’Inghilterra, per contro, rifiutava nel modo più assoluto d’impegnarsi per un conflitto balcanico. Lo stesso giorno dell’inizio delle ostilità fra l’Austria e la Serbia, Londra propose di riunire una conferenza a quattro, per tentare la composizione del conflitto mediante l’intervento diplomatico delle potenze non direttamente interessate: Gran Bretagna e Francia, Germania e Italia. Il Berlino oppose un rifiuto. Il 29 luglio, Londra avviò negoziati diretti con Vienna, ma come pegno avrebbe dovuto occupare Belgrado. Il governo britannico, in cui i pareri erano discordi, esitava. Il 31 luglio Poincarè sollecitò a Giorgio V una dichiarazione categorica affinché gli imperi centrali non potessero “speculare sull’astensione dell’Inghilterra.” La risposta del sovrano, del 2 agosto, si limitò a dire che il governo britannico “avrebbe continuato a esaminare liberamente e lealmente, con l’ambasciatore francese Paul Cambon, tutti i problemi che concernevano gli interessi delle due nazioni.” Anche quando la guerra appariva ormai imminente, la Gran Bretagna rifiutava d’impegnarvisi prima di aver tentato ogni possibilità di salvare la pace.
Il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg (1856-1921) sperava che l’Inghilterra si tenesse fuori da un eventuale conflitto franco-tedesco, e il 29 luglio promise all’ambasciatore britannico a Berlino che la Germania, in caso di vittoria non avrebbe cercato compensi territoriali in Europa a spese della Francia. Sir Edward Grey, pur avendo, il 31 luglio, informato l’ambasciatore della Germania che l’Inghilterra non avrebbe potuto conservare la propria neutralità in un conflitto generale, volle tentare fino all’ultimo di fermare il corso degli eventi. L’invasione del Lussemburgo e l’ultimatum al Belgio finirono per risolvere le ultime incertezze del governo di Londra, il quale il 3 agosto promise l’intervento della flotta inglese nel caso in cui una squadra tedesca avesse attaccato le coste o la marina da guerra francesi. Il 1° agosto Guglielmo II dichiarò guerra alla Russia, il 3°agosto alla Francia. Il Belgio fu invaso. “ La necessità non conosce legge”! proclamò Bethmann-Hollweg. Il 4 agosto l’Inghilterra, dopo aver intimato alla Germania di fermare l’avanzata delle sue truppe in territorio belga, entrò a sua volta nel conflitto.
Nei giorni successivi, la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra all’Austro-Ungheria e la Serbia dichiarò guerra alla Germania. L’Italia aveva rinnovato il patto della Triplice Alleanza (Italia Germania Austro-Ungheria) nel 1912; tuttavia era legata alla Francia da un accordo segreto che contemplava, in determinate condizioni, la sua neutralità nel caso di una guerra tra Francia e Germania. La neutralità italiana, proclamata il 3°agosto, consentì alla Francia di ritirare la maggior parte delle sue truppe dislocate per la difesa delle Alpi. Lo stesso fece la Romania, sebbene avesse rinnovato anche lei l’alleanza con l’Austria nel 1913, e il 3 agosto 1914 rifiutò di unirsi in guerra alle potenze centrali, nonostante i tentativi di re Carol, tedescofilo e antifrancese, poiché non poteva disinteressarsi dei Romeni della Transilvania e del Banato, le due regioni incluse in territorio austriaco.
La guerra che cominciava, e che sarebbe passata alla storia come “La Grande Guerra” avrebbe dovuto essere molto breve, secondo l’opinione dei “benpensanti”; durò invece oltre quattro anni e fu guerra di movimento, guerra di trincea, guerra dei gas asfissianti, guerra di mezzi corazzati, logorante, “mondiale”.

Lucica Bianchi

IL LEONARDO RITROVATO

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L’associazione storico-culturale ligure “A Compagna”, ha pubblicato un interessante articolo sul ritrovamento di un disegno attribuibile a Leonardo da Vinci. Vi presentiamo in forma integrale il testo di questo articolo.
Una scoperta preziosa: un disegno di Leonardo da Vinci ritrovato all’interno di un libro bianco che consente finalmente di completare il Codice Atlantico, la più ampia raccolta di disegni e scritti di Leonardo da Vinci comprendente 1119 fogli raccolti in 12 volumi e conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si era sempre affermato che vi fossero collocati 1750 disegni tutti del grande Maestro, in realtà erano 1751. Quello mancante, di cui si erano perse le tracce nel corso dei secoli, è stato ritrovato da due genovesi, l’antiquario Francesco Maria Gerbino e il restauratore Amadeo Barile. Una storia che inizia a Monticalvi, oggi Moncalvo, piccolo paese del basso Monferrato. All’interno di una delle case nobiliari di proprietà del Cardinale Placido Maria Tadini( che fu anche Arcivescovo di Genova) fu ritrovato un antico tomo, completamente bianco, dentro al quale fu scoperto il disegno, celato tra la copertina e la prima pagina. Si tratta di un piccolo disegno a carboncino rosso, il ritratto di un uomo di profilo, di certo volutamente nascosto. Agli inizi del duemila Francesco Maria Gerbino e Amadeo Barile cominciarono a svolgere approfondite ricerche per stabilirne la paternità e oggi, dopo diversi anni di intensi studi scientifici e storico-artistici, è stata stabilita la evidente collocazione del disegno all’interno del Codice Atlantico. L’intuizione relativa al Codice Atlantico nacque come una folgorazione da parte di Amadeo Barile e Francesco Maria Gerbino che durante un primo viaggio a Milano visitarono la Biblioteca Ambrosiana per visionare la copia fotostatica del Codice Atlantico. Sfogliarono tutti i volumi e a pagina 1033 del dodicesimo videro chiaramente la presenza di due tracce di colla di dimensioni diverse. Il disegno corrispondente alle tracce di colla più grandi era stato posizionato a pagina 1035, ma non fu possibile trovare il disegno corrispondente alle tracce di colla più piccole. Durante una seconda visita i due portarono il lucido relativo alle tracce di colla presenti sul retro del disegno ritrovato che sovrapposero alle tracce di colla più piccole presenti a pagina 1033 del Codice Atlantico. La corrispondenza apparve perfetta .
Un ulteriore incredibile risultato fu ottenuto grazie allo studio sulla composizione microchimica delle due carte: quella del disegno ritrovato, comparata con la composizione microchimica della carta dei tre disegni attribuiti a Leonardo da Vinci e conservati agli Uffizi di Firenze, tra cui L’Adorazione dei Magi. I risultati hanno comprovato scientificamente che la carta del disegno ritrovato presenta la medesima mappa dei microelementi della carta dei tre disegni degli Uffizi.
Sono inoltre numerose le peculiarità del tratto che riportano al Maestro, sotto il disegno in corrispondenza del collo della persona ritratta si nota uno schizzo di un animale, la cui testa lascia supporre che si tratti di un cane o di un orso. Gli studi di entrambi questi due animali sono documentati nel primo periodo fiorentino del Maestro. Inoltre il disegno presenta sia tratteggi eseguiti con mano destra che con mano sinistra, caratteristica che si riscontra in altri fogli attribuiti a Leonardo da Vinci, gli studi di figure, conservati al museo Wallraf-Richartz a Colonia.
Per raccontare questa incredibile scoperta Francesco Maria Gerbino e Amadeo Barile hanno lanciato sul web il sito http://www.leonardoritrovato.com, pensato e sviluppato per divulgare la scoperta che potrebbe e dovrebbe mettere a rumore il mondo della scienza sia letterario sia artistico. L’obiettivo principale è quello di far conoscere il disegno e la storia completa del suo ritrovamento, così da renderli patrimonio culturale.

UN UOMO DEL PASSATO CHE HA VISTO IL FUTURO

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“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori danno alla tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoperati in tal modo in gioventù che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento”
Leonardo da Vinci, 1452-1519
Certe qualità eccezionali di cui danno prova esseri umani sono spesso doni piovuti loro dal cielo, ma ciò è naturale. Soprannaturale è invece che bellezza, virtù e talento possano confluire profusamente in un unico individuo rendendolo superiore a tutti gli altri uomini qualunque cosa egli faccia. Ogni sua azione sarà infatti così miracolosa da rivelarsi per quel che è: un fenomeno di origine divina, non il semplice risultato dell’ingegno umano.
Leonardo da Vinci fu uno di questi fenomeni. C’erano in lui, oltre a una bellezza fisica mai sottolineata abbastanza, una facilità e una felicità d’azione sconfinate. Aveva cosi tante qualità che ovunque volgesse la sua attenzione riusciva a trasformare un problema insolubile in una cosa facile a farsi, e fatta alla perfezione. Alla sua forza fisica, possente, si associava abilità, ardimento e una nobiltà d’animo regale e prodiga di sé.
La fama di Leonardo fu illimitata: valicò i confini dell’epoca e raggiunse i posteri.
Non fosse stato tanto versatile e irrequieto, Leonardo sarebbe diventato un raffinato uomo di lettere e un erudito. Intraprese studi di ogni tipo, ma dopo un po’ si sentiva sazio e piantava tutto. E’ vero che iniziò molte opere d’arte senza mai finirle, ma era perché la sapeva troppo lunga in materia. Considerava la perfezione artistica che aveva in mente irraggiungibile sul piano pratico. Nemmeno con le sue stesse mani poteva venire a capo delle imprese grandiose e difficili che era solito immaginare.
Il suo maestro fu Andrea del Verrocchio, che all’epoca stava lavorando a una tavola raffigurante un San Giovanni in atto di battezzare Cristo. Leonardo ebbe il compito di dipingere nella tavola un angelo con in mano delle vesti. Allora era giovanissimo, ma lo disegnò cosi bene che l’angelo fece fare brutta figura alle figure dipinte da Andrea. Pare che Andrea, indispettito che un ragazzino ne sapesse più di lui, non volle più saperne di prendere in mano i pennelli.
E allora: è possibile, oggi, conoscere e “vedere” Leonardo da Vinci? Ovvero apprezzarlo nella sua opera e nel contesto delle vicende dell’arte, come si può fare per moltissimi altri artisti? Domanda apparentemente paradossale e incongrua, visto che su di lui è stata pubblicata una biblioteca di migliaia di tomi che si accresce di altre migliaia di contributi ogni anno, mentre istituzioni importanti sono solamente dedite alla conservazione e allo studio dei suoi “Codici”, e la “Gioconda” è notoriamente il quadro più conosciuto al mondo, oggetto di devoti pellegrinaggi anche da parte di genti che nulla conoscono della pittura occidentale. Ogni giorno escono libretti divulgativi in cui Leonardo è indicato come “il più”: “il più” grande genio della storia dell’umanità, “il più” grande scienziato, “il più” profetico nunzio dell’età delle macchine, e cosi via all’infinito, elencandone le benemerenze in campi dello scibile che invece datano da pochi secoli, e che Leonardo neppure conosceva. Domanda però giustificata dall’evidente frattura fra la documentazione archivistica nota e l’immagine dell’artista presso i contemporanei, fra la costruzione del mito dopo la sua morte, e le fasi successive, passate attraverso scoperte, infinite discussioni attributive, tentativi disperati per fermare in qualche modo il degrado progressivo e rapidissimo dell’unica sua opera pittorica del tutto certa: il “Cenacolo” di Milano. Giungere dunque a lui, attraverso simili intrichi, ricollocarlo in qualche modo nel suo tempo, appare impresa quasi disperata. E’ possibile evitare di considerarlo “l’uomo più ostinatamente curioso della storia” secondo la definizione di Sir Kenneth Clark¹, o l’espressione del “genio umano e universale” di Goethe²? Comunque, Leonardo era già considerato la sintesi dell’età del Rinascimento nell’apologia costruita da Giorgio Vasari³, che anche in questo caso, si dimostra un grande romanziere. A fine Ottocento Edmondo Solmi aveva intuito ed esposto: “Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurano l’intero Leonardo nelle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.” Ma Leonardo in realtà, non fu assolutamente capace di costruire una teoria, almeno nelle accezioni scientifiche e filosofiche, e ideologiche, che noi diamo al termine. Non fu né sistematico né sperimentale, ma portò l’arte dell’osservazione, sostenuto dal meraviglioso ed eccezionale talento di disegnatore, ai vertici possibili nel suo tempo. E tale osservazione trasferì in quella pittura che così diventa un’ arte di sottile invenzione, la quale con delicata a attenta speculazione considera tutte le qualità delle forme. Questa tensione fra l’osservazione e le qualità formali costituì un assillante rovello, determinante per l’insoddisfazione nei confronti dell’opera limitata e incompiuta. Ed è proprio questa tensione fra Arte e Natura, Pittura e Osservazione, portata ad un estremo limite di perfezione e gentilezza a costituire il motivo primo del fascino di Leonardo da Vinci. Questa inesausta ricerca era certamente rara, ma del tutto coerente con il suo tempo, negli anni in cui gli artisti cominciano a emanciparsi dalla condizione artigianale, aspirando essi stessi a quell’ideale di “Uomo Universale”.
Chiunque volesse vedere fino a che punto l’arte è in grado di imitare la natura, basta guardare Leonardo da Vinci.

Lucica Bianchi

¹Sir Kenneth Clark (1903-1983) direttore della National Gallery di Londra 1933-1945, storico d’arte e divulgatore televisivo precoce di storia dell’arte.
² Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) drammaturgo, poeta, filosofo e critico d’arte tedesco.
³ Giorgio Vasari (1511-1574) pittore, architetto e storico dell’arte italiana.

CONCERTO DEL PRIMO MAGGIO

TALAMONA 1 maggio 2013 un appuntamento che si rinnova

PER LA FESTA DEL LAVORO LA FILARMONICA DI TALAMONA HA PROPOSTO ANCHE STAVOLTA IL SUO ANNUALE CONCERTO CON UN RICCO E VARIO REPERTORIO
Anche quest’anno la Filarmonica di Talamona si è esibita nel tradizionale concerto del Primo Maggio. Il repertorio proposto è stato molto vario, ha toccato molti generi musicali che un organo bandistico può esprimere: dalla musica originale per banda sottoforma di overture o marcia alle trascrizioni del repertorio sinfonico fino a composizioni folkloristiche e musiche da film. Tutti questi brani sono stati eseguiti sotto la direzione del maestro Pietro Boiani.
Ad inaugurare il concerto, vista la ricorrenza, non poteva che essere l’INNO DEI LAVORATORI musicato da Filippo Turati.
A seguire SYMPHONIC OVERTURE dell’americano Charles Carter.
Il terzo brano eseguito è stata una popolare marcia militare tedesca ALTE KAMERADEN (VECCHIO CAMERATA).
Durante la serata la filarmonica ha voluto onorare un altro evento importante. Proprio quest’anno infatti si celebrano i duecento anni dalla nascita di Richard Wagner, uno dei più grandi compositori della musica classica europea, nato a Lipsia il 22 maggio del 1813. Il genio di Wagner è stato celebrato questa sera dalla filarmonica con ben due brani tratti dal suo, in tutti i sensi, immenso repertorio. Il primo brano è tratto dal TANNOISER e si intitola PILGRIM’S CHROUS FROM TANNOISER. Il secondo brano scelto dalla filarmonica per celebrare il genio di Wagner è forse uno dei suoi brani più famosi, LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE.
Dopo il genio di Wagner è arrivato il momento di un immaginario viaggio in Grecia attraverso un brano tratto dal repertorio della musica folkloristica di quel Paese. Il brano si intitola GREEK SONG FROM SUITE
Dalla musica falk con il brano successivo si è passati ad una sorta di coktail di generi. Il brano si intitola MILLENIUM di John Higgins.
Prima dell’ultimo brano la Filarmonica ha chiesto l’intervento del nostro sindaco, Italo Riva, un parere circa i brani ascoltati sino a quel momento. Il sindaco si è espresso favorevolmente su quanto ascoltato e ringraziando alla fine del suo discorso la Filarmonica ha chiesto un bis del TANNOISER che è stato eseguito prima della chiusura definitiva della serata. Le parole del sindaco non potevano che riferirsi ai tempi difficili per i lavoratori, i quali non devono mai smettere di lottare per i loro diritti, per riprendersi cio che è stato tolto, soprattutto i giovani, e che devono fare il possibile per ricordare chi ha lottato prima di loro. Subito dopo il sindaco ha preso la parola un ragazzo, Nicola Cultoni, quale portavoce di un’associazione che si occupa della diffusione delle attività culturali della Valtellina della loro comunicazione e promozione ad un pubblico più vasto possibile, un’iniziativa alla quale la stessa Filarmonica ha aderito.
Dopo questo piccolo intervallo è venuto il momento dell’ultimo brano della serata INDIPENDENCE DAY di David Arnold, colonna sonora dell’omonimo film di fantascienza del 1996.
Dopo il bis del TANNOISER per chiudere la serata la filarmonica ha proposto un mix dei motivi più famosi dell’opera di Verdi e un ultimo brano che il maestro Boiani ha voluto accompagnato dal battito di mani del pubblico. Una divertente conclusione per un evento ricco di contenuti, dati soprattutto dalle splendide introduzioni ad ogni singolo brano, caratteristica di ogni concerto della filarmonica che permette di apprezzare ancor più delle melodie che, al mio orecchio profano, sono risultate comunque godibilissime.
Antonella Alemanni

ALLA CASA UBOLDI UNO SGUARDO AL FUTURO E UNO AL PASSATO

TALAMONA 30 aprile 2013 serata conclusiva della “Primavera Culturale Talamonese”

PRIMAVERA CULTURALE TALAMONESE
I edizione
23 aprile – 30 aprile 2013
Comune di Talamona
Assessorato alla Cultura Istituto Comprensivo
Assessorato all’Istruzione G. Gavazzeni
Programma
Mostre
Il genio universale Leonardo da Vinci in mostra a Talamona
a cura di Lucica Bianchi

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Le radici del sapere Mostra di libri antichi
Fondo bibliotecario talamonese
Le mostre saranno aperte nei seguenti orari: Mattina
Mercoledì: 9.00 – 12-00
Sabato: 9.00 – 12.00
Pomeriggio
da Martedì a Sabato:
14.00 – 17.30
Incontri
Talamona come vuoi ToUr Martedì 23 aprile, ore 20.30
Sala conferenze C. Valenti, Casa della Cultura
a cura della classe III A, scuole elementari di Talamona
Premiazione dei laureati Martedì 30 aprile, ore 20.30
Talamonesi Sala conferenze C. Valenti, Casa della Cultura
a cura dell’Assessore all’Istruzione Ernestina Cerri
a seguire
La Primavera Presentazione del quadro di Sandro Botticelli
a cura di Lucica Bianchi

LA PRESENTAZIONE DI TRE TESI DI LAUREA E DEL QUADRO “LA PRIMAVERA” DI SANDRO BOTTICELLI PER CELEBRARE L’ECCELLENZA ITALIANA CHE NONOSTANTE TUTTO RIESCE AD ATTRAVERSARE INTATTA OGNI EPOCA DELLA NOSTRA STORIA
Si è svolto questa sera l’ultimo evento previsto in calendario circa l’iniziativa denominata PRIMAVERA CULTURALE. L’ iniziativa sarebbe dovuta durare una settimana, il tempo di apertura previsto per la doppia mostra inaugurata nel corso della serata precedente, la quale però ha avuto un successo oltre le aspettative e dunque sarà tenuta aperta anche la prossima settimana per poi essere, pare, prossimamente trasferita ad Ardenno su richiesta del comune medesimo. Una possibilità della biblioteca di espandersi a tutti coloro che dimostrano la volontà di accostarsi alla cultura, ma soprattutto un successo meritatissimo per Lucica Bianchi che sta diventando sempre più una portabandiera della cultura in questo angolo di Mondo e che anche stasera ha tenuto banco degnamente nel corso di una serata pensata proprio per celebrare l’eccellenza italiana e talamonese anche attraverso la presentazione di tre tesi di laurea selezionate dalla biblioteca tra tutte quelle che sono state discusse quest’anno da studenti originari di questa zona.
Come sempre ad introdurre e spiegare il tutto l’assessore alla cultura Simona Duca in rappresentanza questa sera anche dell’assessore all’istruzione Ernestina Cerri che ha voluto fortemente la premiazione dei laureati meritevoli, primavera della cultura perché portabandiera dell’impegno talamonese nello studio. Un impegno che la biblioteca ha deciso di riconoscere mettendo a disposizione uno spazio apposito proprio per le tesi di laurea dove gli studenti potranno portarle e gli utenti consultarle. Un impegno che questa sera i tre studenti Laura Bulanti, Giuseppe Schiattarelli e Davide Riva hanno condiviso con tutti coloro che sono accorsi all’incontro, un pubblico discretamente numeroso, presentando ciascuno la propria tesi ciascuna completamente diversa dalle altre due e per questo tanto più interessante. Ha cominciato Laura Bulanti con la sua tesi dedicata alla riqualificazione di un quartiere della città di Barcellona. Una tesi nata in seguito ad un soggiorno di studio nella città medesima tramite il progetto Erasmus, dall’interesse suscitato da questo quartiere, El Traval, che pur essendo un quartiere che sorge quasi nel cuore della città per moltissimo tempo è stato ritenuto un quartiere malfamato essendo un quartiere ad alto tasso di immigrazione, di delinquenza e prostituzione le cui architetture presentano difficoltà strutturali. Indagando Laura ha scoperto che tutto cio è dovuto alla storia stessa del quartiere nonché della città in generale. Il quartiere risale al periodo stesso della fondazione di Barcellona nel XVII secolo e si è dimostrato fin da subito un richiamo per gente di tutte le parti del Mondo, fondamentalmente disperati in cerca di fortuna. Il quartiere dunque si è sviluppato senza precise regole costruttive ed urbanistiche ed è stato caratterizzato per molto tempo da edifici fatiscenti e sovraffollati e strade buie umide e strette fino alla decisione di riqualificarlo, di pianificare gli spazi in modo intelligente e costruirvi scuole, biblioteche e centri culturali per renderlo davvero il cuore della città a tutti gli effetti, non soltanto dal punto di vista dell’ubicazione. Con la tesi di Giuseppe Schiattarelli siamo tornati in Italia e proprio nelle nostre zone. La sua tesi (in ingegneria credo) si occupa di una problematica molto comune nelle zone montane e alpine in tutta Europa e dunque anche in Valtellina: l’erosione e il trasporto di materiale solido dei fiumi verso valle. Giuseppe si è occupato in particolar modo del nostro torrente Malasca e di un torrente sito in Valsassina, misurandone il tasso di erosione mediante rilievi fotografici e topografici sul campo nelle zone per l’appunto a valle, misurazioni che sono poi state elaborate al computer per creare dei modelli che sono poi stati messi a confronto con altri già esistenti in modo da ricavare specifiche conclusioni. Con l’ultima tesi presentata da Davide Riva l’opportunità di fare un viaggio nell’etereo mondo della musica. Davide ha infatti presentato una sua composizione creata per coro e organo, ma che ha dovuto dimostrare al pianoforte in mancanza d’altro. Una composizione basata sul testo del salmo 23 intitolato IL SIGNORE E’IL MIO PASTORE. Una composizione che ha vinto il premio dell’Accademia della musica della città di Oderzo, un concorso a tema sacro. Una composizione basata su particolari fasce sonore e armonie che richiamano concetti matematico- geometrici con lo scopo di rappresentare in musica i concetti espressi nel testo, il suo significato, attraverso un gioco di simmetrie tra le parti basse e alte dell’intera composizione che verso la fine va sfumando.
Dopo questo excursus nell’eccellenza locale del presente è giunto il momento di Lucica Bianchi che ha preso tutti virtualmente per mano lungo una rotta verso un’epoca che si può considerare l’epoca d’oro del nostro Paese e dell’eccellenza italiana: il Rinascimento, che Lucica Bianchi ha rievocato questa sera raccontando un’opera tra le più rappresentative di un’artista tra i più rappresentativi di quella splendida epoca, LA PRIMAVERA di Sandro Botticelli. Un quadro che, come ha detto la stessa Lucica introducendo il suo racconto “ deve essere osservato a lungo in modo che chiudendo gli occhi lo si imprima nella memoria e lo si conservi poi a lungo nella memoria e nel cuore. Bisogna avvicinarsi al quadro col proposito di tentare di comprenderne i significati e i simboli e di percepire la vasta gamma di emozioni che il pittore sicuramente provava mentre lo dipingeva. Per questo motivo penso che tra il pubblico e il dipinto deve potersi instaurare un contatto diretto e dunque mi metterò in un angolo ad accompagnare la fruizione del quadro con le mie spiegazioni” così è stato. Buio in sala, la riproduzione del quadro quasi a grandezza naturale sullo schermo, il sottofondo musicale direi abilmente scelto, LA PRIMAVERA di Vivaldi e il racconto di Lucica per circa un quarto d’ora di un’esperienza di conoscenza che oserei definire onirica, quasi psichedelica.
A quella che era la destinazione di questo capolavoro gli storici si stanno avvicinando progressivamente, anche se già dalle fonti antiche si può evincere lo stretto legame tra il dipinto e la famiglia Medici. In particolare la prima edizione delle VITE di Giorgio Vasari, risalente al 1550 cita questo quadro col nome con cui a tutt’oggi è conosciuto e lo colloca a villa di castello, residenza estiva del duca Cosimo de Medici, insieme ad un altro capolavoro di Botticelli LA NASCITA DI VENERE. Il Vasari nel suo testo fornisce una briosa descrizione dei due dipinti popolati principalmente da figure femminili ignude e leggiadre. In questa descrizione è molto facile riconoscere i due quadri che tutti oggi possono ammirare alla galleria degli Uffizi di Firenze. LA PRIMAVERA è rimasta ubicata a villa di castello fino al 1815 quando il primo trasferimento alla galleria degli Uffizi la libera da un oblio durato tre secoli che ha interessato l’opera di Botticelli in generale. Nel 1853 il quadro viene trasferito alla galleria dell’accademia, una sistemazione secondaria rispetto alle altre opere della collezione medicea, per poi essere ricollocata agli Uffizi nel 1919 insieme ad altre opere di Botticelli. Dalle parole che il Vasari spende su questo quadro “un’altra Venere (in riferimento all’altro dipinto omonimo di Botticelli ndr) che le Grazie la fioriscono invocando la primavera” appare chiaro che ci troviamo di fronte a un quadro profano di grandi dimensioni, uno dei pochi sopravvissuti alle grandi epurazioni di fine XV secolo, una favola mitologica così come venivano chiamati i quadri aventi per protagoniste le divinità pagane cariche di simboli e attributi. È ben noto ai contemporanei di Botticelli il profondo interesse di quest’ultimo per il mondo classico, ed è dunque questa la chiave di lettura di questo dipinto, una chiave sulla quale tutti i critici e gli storici dell’arte concordano da tempo. I personaggi che compaiono nel dipinto sono raffigurati in una scena composta da un prato semicircolare, in una sorta di laguna delimitata da aranci carichi di fiori foglie e frutta. Il verde tappeto su cui posano i piedi affusolati le divinità è cosparso di fiori ed erbe di moltissime varietà tutt’ora esistenti e quasi tutti perfettamente riconoscibili: ranuncoli, fiordalisi, rose, iris, non ti scordar di me, viole, crisantemi, soffioni, fragole eccetera. Dietro alla cortina di aranci tra i quali spicca qualche fronda d’abete è possibile notare anche piante di alloro dalla simbologia allusiva in assonanza col latino laurus che ricorda il nome di Lorenzo de Medici, detto il Magnifico. Tutto è avvolto in una atmosfera distesa e luminosa, calma e profonda. Al centro, racchiusa come in un trittico trecentesco dentro un’ ogiva composta in modo naturale dagli alberi che si diradano per far posto alla pianta di mirto che le è dedicata è Venere, regina di questo giardino di delizie, dove la primavera è perenne, identificata come giardino delle Esperidi, il mitico giardino dove queste figlie di Atlante coltivavano frutti dorati riservati a lei, alla dea della bellezza. La dea è ammantata come una figura classica, ma anche con elementi che rispecchiano i canoni della bellezza e dell’eleganza quattrocenteschi come ad esempio la veste con la scollatura sotto il seno e una collana dalla forma di mezzaluna con un rubino incastonato. Inclinando soavemente la testa verso la spalla destra e alzando la mano corrispondente essa sembra voler attirare verso il gruppo su quel lato l’attenzione dello spettatore introducendolo così nel giardino. Sopra la testa di Venere si libra suo figlio Cupido rappresentato come uno dei tanti putti della scultura classica greco-romana. Bendato, come vuole la tradizione, poiché egli colpisce fatalmente senza vedere le proprie vittime, è vestito solo della sua faretra colma di frecce e ne sta scagliando una dalla punta infiammata verso la figura centrale del gruppo danzante nel quale sono riconoscibili le tre Grazie tradizionalmente al seguito di Venere, assunte a protettrici dell’accademia platonica e raffigurate secondo i canoni desunti dalla scultura antica; esse danzano leggiadre con le mani intrecciate e appaiono sempre bionde perché bionde erano le donne più belle secondo i canoni estetici dell’epoca. Ornate di veli trasparenti e di gioielli di alta oreficeria come quelli di Venere, le tre grazie si identificano a partire dal centro con Talia, simbolo della castità, poi sulla sinistra Abelaia e sulla destra Eufrossine, simboli della bellezza e dell’amore. Talia osserva il giovane in piedi all’estrema sinistra universalmente identificato con Mercurio il quale, con un bastone ornato di serpenti attorcigliati (il caduceo) cerca di tenere lontane le nubi che minacciano di affacciarsi sul giardino. Mercurio, associato a Venere sin dall’antichità porta ai piedi i suoi famosi calzari alati, al fianco una spada, sulla testa un elmo di foggia quattrocentesca ed è rivestito solo da un drappo rosso ornato da fiamme d’oro. Dall’estrema destra fanno la loro comparsa tre figure. La prima di colore verdastro che irrompe fra le piante di lauro è Zefiro vento primaverile per eccellenza che insegue, ardente di desiderio, la ninfa Clori che fugge ma nel contempo sembra volgersi a cercarlo. Dell’episodio troviamo spiegazione nei fasti del poeta Ovidio tra gli splendidi versi del suo poema-capolavoro LE METAMORFOSI. La ninfa Clori dopo aver suscitato la passione di Zefiro, viene da questi raggiunta e posseduta. Egli in seguito la farà sua sposa e le conferirà il potere di far germogliare i fiori. In seguito a questa trasformazione anche il nome della ninfa cambierà da Clori in Flora come scrive magnificamente Ovidio nel poema “ero Clori e ora son chiamata Flora”. Dalla bocca di Clori escono rose. I fiori del resto sono il simbolo utilizzato nel dipinto per raccontare la metamorfosi attraverso la rappresentazione di due versioni dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori sembrano adornare il suo alterego Flora, ne cospargono la veste la vita il grembo e vengono sparsi dalla stessa Flora sul prato. È la dea Flora fin dall’antichità a rappresentare la personificazione della primavera. Basata su differenti visioni dell’amore LA PRIMAVERA rappresenta una fusione tra la metamorfosi ovidiana, la filosofia platonica e la trascendenza dantesca ed è una delle visioni più sublimemente evocative del rinascimento italiano, della poesia e dell’immaginazione.
Dopo questo viaggio di conoscenza dalla forza emotiva di un sogno ad occhi aperti, personalmente m’è sembrato di uscire più ricca, anche di domande, perciò non ho potuto evitare di chiedere a Lucica una mini-intervista subito dopo averle fatto i miei vivissimi complimenti per il magistrale accostamento tra due diverse opere (pittorica e musicale) aventi lo stesso tema (la primavera).
A conclusione del mio racconto di questa serata ricca di contenuti vorrei ora aggiungere la trascrizione della mini- intervista.
D: “Le tre Grazie rappresentate nel dipinto sono quelle che hanno ispirato, circa tre secoli dopo, Antonio Canova per l’omonima scultura e Ugo Foscolo per l’omonimo poema?”
R: “Certamente, le tre Grazie sono personaggi della mitologia greca e con i canoni della scultura greca sono sempre state rappresentate fin dall’antichità ed è così che hanno poi ispirato l’arte nei secoli successivi ed anche la letteratura. Le Grazie nel mondo classico erano personaggi anche letterari poiché la letteratura classica attingeva largamente dalle storie della mitologia. Le Grazie in particolare nei secoli del Rinascimento, come abbiamo già detto hanno ispirato gli intellettuali dell’Accademia Platonica che faceva capo a Marsilio Ficino e della quale facevano parte tra gli altri Pico Della Mirandola nonché lo stesso Lorenzo il Magnifico”.
D: “Tra tutti i quadri esistenti mi sembra di capire che questo è il tuo quadro preferito?”
R “Devo aprire una piccola parentesi. Da un punto di vista professionale il mio quadro preferito è IL CENACOLO di Leonardo (comunemente considerato un affresco ma effettivamente realizzato applicando su muro le tecniche usate di solito per i dipinti e pertanto molto difficile da conservare ndr) ma artisticamente parlando l’opera che più mi parla al cuore è proprio questa qui”.
Ora una domanda più complessa. ” C’è chi pensa che la figura principale del quadro sia incinta. Questo perché la primavera richiama la rinascita e la fecondità che il pittore ha voluto rappresentare simbolicamente in questo modo?”
R: “Si, questa è un’interpretazione molto comune in quanto la dea Venere, ma anche appunto la primavera sono associate all’amore e dunque alla fecondità e al rinnovamento. Esiste però anche un’altra interpretazione. Il ventre gonfio della figura è il risultato della sua posa e del vento di primavera che ne fa fluttuare la veste.”
D:”La fecondità rappresentata nel quadro non ha nulla a che vedere con le Veneri di quarantamila anni fa che rappresentavano lo stesso concetto con figure femminili abbozzate e rotonde?”
R:”No in quanto il rinascimento si rifà alla bellezza dell’arte classica e mette come figura centrale l’uomo e implicitamente anche la donna e la sua capacità generatrice.”
Ed infine un ultima domanda:” mi è capitato di leggere da qualche parte o di sentire dire alla tv che la Primavera di Botticelli può essere interpretata anche come una partitura musicale le figure raggruppate a gruppi di tre rappresentano gruppi di armonie e gli stacchi tra i gruppi stacchi musicali…
R:”Personalmente trovo che le interpretazioni più attendibile della Primavera sono 2: la prima quella che ho illustrato nella mia presentazione, una chiave letteraria, in quanto ha come punto di partenza gli scritti dei poeti latini e greci, e la seconda, più difficile direi, è in chiave filosofica, platonica. Non mi risulta una chiave di lettura musicale, ma ciò non vuol dire che non sia possibile.”
Grazie e alla prossima.
Antonella Alemanni

PRIMAVERA CULTURALE TALAMONESE

ALLA CASA UBOLDI UNA SERATA ALLA SCOPERTA DELLA NOSTRA STORIA LOCALE, DELLA MERAVIGLIA E DELL’INGEGNO

LA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “TALAMONA COME VUOI TOUR” E L’INAUGURAZIONE DI UNA MOSTRA PER UNA SERATA INTERESSANTE E RICCA DI CONTENUTI CHE NUTRONO LA MENTE, MA ANCHE IL CUORE

La primavera. La stagione del risveglio. Il risveglio della natura, della vita dopo un lungo assopimento nei mesi invernali. Il risveglio delle coscienze di chi si scopre più ricco di energia e di voglia di fare. E, perché no dunque, il risveglio della cultura, della voglia di andare alla scoperta di cose che ancora non si conoscono oppure si conoscono poco. È con questo spirito che è nata l’iniziativa della primavera culturale inaugurata questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.30 con ben due eventi. Ad introdurre il tutto come sempre l’assessore alla cultura Simona Duca che ha sottolineato come questa iniziativa sia nata in parte dalla volontà degli stessi talamonesi i quali, in un sondaggio promosso mesi fa dalla biblioteca circa gli argomenti che si vorrebbe veder trattati nel corso di serate ed eventi ha risposto: storia locale. Questo ci porta al primo evento di questa sera, un evento perfettamente in linea con la volontà di risveglio e di scoperta evocato dalla primavera, la presentazione di un progetto volto a riscoprire le nostre radici storico-culturali. Un progetto intitolato TALAMONA COME VUOI TOUR che ha coinvolto i bambini della classe terza A dell’istituto comprensivo talamonese coordinati dalla loro maestra Flavia e guidati dall’ormai immancabile Lucica Bianchi, un progetto alla scoperta dei luoghi di Talamona che raccontano la storia, la nostra storia locale, un progetto per capire che la storia non è una materia noiosa da imparare solo sui libri, fatta di date ed eventi schematici, bensì un qualcosa di costantemente vivo tutt’intorno a noi che dobbiamo solo imparare a guardarci intorno con maggiore curiosità e consapevolezza. Un progetto che, a turno sono stati gli stessi bambini a presentare al numeroso pubblico riunito questa sera, recitando, accompagnati da presentazioni di immagini, i testi che riassumono i risultati delle loro appassionate ricerche. Ha aperto le danze la piccola Paola con la presentazione della contrada Ca’di Risch (in italiano casa dei ricci). La contrada Ca’ di Risch rappresentava una dimora rurale medioevale, in pietra; può essere collocata tra il 1000 e il 1300 dopo Cristo. Al 1889 risale un documento che attesta la compravendita di una parte di Ca’ di Risch per la somma di 600 lire dell’epoca. Il documento datato 27 ottobre 1889, ci è stato pervenuto  da parte della signora Paniga Anna,  residente a Talamona la cui famiglia è stata una degli ultimi proprietari. In quella data,si legge nel documento, davanti al notaio Cesare Besta, c’erano i componenti della famiglia Luzzi insieme al compratore, un certo Giovanni Batista Luzzi fu Carlo. Conclusa la compravendita il notaio registrò l’atto a Morbegno il primo novembre 1889. Colpisce molto la grafia, non è scritta a computer, ma  con il pennino e non ci sono macchie di inchiostro! Ca’ di Risch è stata ristrutturata e modificata nel 2000 quando la famiglia Paniga l’ha venduta alla signora Licia Luzzi. Il primo pezzo di questa costruzione è tuttavia ancora intatto e riporta particolari interessanti circa la sua costruzione. La pietra è ancora quella originale; si possono vedere sulle porte e su alcune finestrelle gli architravi monolitici e i piedritti in pietra. La presenza di contrade costruite interamente in pietra, con particolari tecniche di lavorazione, fa supporre che a Talamona, o comunque nei paraggi, ci fossero dei maestri costruttori che si trasmettevano di generazione in generazione i segreti per costruire muri in pietra. Nel 2000, durante i lavori di ristrutturazione , sono state trovate le fondamenta e i muri di una costruzione molto più antica di quella in superficie. Si può ipotizzare che siano i resti del vecchio castello appartenente alla famiglia Ricci, da cui deriva appunto il nome della via. Il castello è andato distrutto in un incendio prima dell’anno 1000. La gente del posto pensa che in uno scantinato del castello ci sia ancora il tesoro del conte, mai trovato finora. La signora Licia, in un’intervista, ha detto che ha provato a scavare in molti punti, ma che non ha mai trovato nulla. Ha proseguito poi la piccola Giulia con la leggenda della Luisella che a questa contrada è legata. A Talamona, circa 1000 anni fa, dove nasce il torrente Malasca, c’era un castello abitato dalla famiglia Ricci; era una famiglia ricchissima con una figlia di nome Luisella che passava le giornate a pettinarsi e ripettinarsi. I conti Ricci andavano sempre a messa a Delebio, ma un giorno erano in ritardo perché la loro figlia continuava a pettinarsi e ripettinarsi. Il prete di Delebio iniziò la messa senza di loro. Quando il conte arrivò, ammazzò il prete perché non lo aveva aspettato. Per punizione celeste, di notte scoppiò un incendio nel castello e morirono tutti i membri della famiglia. Vennero ritrovati tutti i corpi, tranne però quello di Luisella, la figlia dei conti Ricci. Si dice ancora adesso che, nelle notti tempestose, si vede lo spirito di Luisella danzare sui sassi del torrente Malasca. Bisogna dire che in realtà esistono diverse versioni di questa leggenda. In una le sorelle erano due e sono morte perché la casa era crollata loro addosso come punizione divina per essere rimaste a casa a ballare anziché andare a messa. In altre versioni le sorelle sono addirittura tre. Questo è il bello della cultura tramandata oralmente: ognuno dice la sua. Intanto la serata è proseguita con la piccola Elisa che ha parlato della Torre che da il nome alla via di Talamona lungo la quale essa sorge. La Torre è un edificio medioevale, unica traccia rimasta di un castello esistente probabilmente già prima dell’anno 1000. La Torre ha una struttura molto semplice, con il tetto obliquo. Al piano terreno si trovano alcune stanze con il soffitto a botte, mentre su un lato c’è una bella finestra trilitica. Sull’edificio accanto, di fronte al lavatoio, si può vedere un esempio di bottega sulla via e un affresco con la Madonna incoronata dalla Trinità del 1700. Gli attuali proprietari della Torre sono i componenti della famiglia Cerri. Nell’anno 1029 una coppia di coniugi chiamati Redaldo e Cesaria, detta anche Imilda, nobili e molto ricchi, vendettero al vescovo di Milano, Ariberto Intimiano, il castello, le vigne, i boschi, i castagneti, il mulino e anche una cappella che era certamente quella di Santa Maria, per 30 lire in denari d’argento. Questo documento, scritto in latino su pergamena, è stato trovato nel monastero di san Dionigi di Milano e oggi è custodito nell’archivio di Stato di Milano. Secondo questo atto di vendita, a quei tempi Talamona si chiamava “Talamina”. L’affresco che si trova sulla casa adiacente la Torre, di fronte al lavatoio, raffigura la Madonna incoronata dalla Trinità. Appartiene al 17° – 18° secolo. Al centro c’è Maria che viene incoronata da Dio Padre, che si trova sulla destra e ha una mano sul mondo, e da Gesù con la croce in mano. Sopra di loro si vede lo Spirito Santo con le sembianze di una colomba. Non si sa  chi è stato l’autore di questo affresco anche perché fino al 19° secolo i pittori non erano soliti firmare le loro opere. Questi affreschi venivano commissionati dai proprietari a pittori di passaggio e queste immagini sacre rappresentavano la risposta dei Talamonesi alla riforma protestante che impediva la rappresentazione delle immagini sacre. Come ci mostrano le foto all’interno della Torre, inciso su una parete si può vedere un cavallo, mentre in un’altra stanza c’è ancora una vecchia culla con intorno un fiocco di stoffa e un tavolo ribaltato. Sempre all’interno il soffitto di una stanza è ornato con bellissime decorazioni floreali così come il pavimento che appare tuttavia molto rovinato. Al pian terreno si trovano alcune stanze con il soffitto a botte e alcune finestre trilitiche. All’ultimo piano della Torre si possono vedere chiaramente le feritoie, finestre larghe all’interno e strette all’esterno. Purtroppo non si può più entrare nella Torre perché  l’interno è pericolante, solo due stanze sono ancora abitate dai proprietari. È stato poi il turno di Alessia e Anita con la presentazione di Palazzo Valenti. Casa Valenti è un palazzo del 16° secolo, cioè del 1500. È appartenuto alla nobile famiglia Spini fino al 1837, quando gli ultimi eredi, Giulio e Margherita, non ancora maggiorenni, lo cedettero a Giovanni Battista Valenti. Nel 1999, grazie ad un accurato lavoro di restauro, si è potuto stabilire con certezza che gli affreschi color del rame della facciata davanti rappresentano scene tratte dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Casa Valenti è un edificio a due piani; sulla facciata davanti si trovano appunto gli affreschi cavallereschi dell’Orlando, mentre la facciata dietro è caratterizzata da un lungo ballatoio in legno. Nel  1° riquadro della facciata si vede Ferraù, con in mano un lungo bastone, che cerca l’elmo di Argalia nel ruscello; dall’acqua emerge proprio Argalia, ucciso da Ferraù, che afferra il bastone. Al centro del  2° riquadro c’è una figura femminile con un’armatura: è Bradamante che trattiene per le briglie un cavallo; sullo sfondo, in alto a destra, si nota il castello di Atlante; da esso esce un cavallo alato, l’ippogrifo, montato da una persona. Nel 3° riquadro è rappresentato un duello. I due sfidanti sono a piedi e incrociano le spade difendendosi con uno scudo: sono Rinaldo e Sacripante, innamorati entrambi di Angelica. Sulla sinistra, al di là di una pianta, si vede proprio Angelica che ne approfitta per scappare. La scena del 4° riquadro rappresenta un duello fra due guerrieri a cavallo. A destra si vede Bradamante che con una lunga spada trafigge Sacripante, colpito al petto e piegato all’indietro. Sullo sfondo potrebbero essere rappresentati la chiesa di San Giorgio e il castello. Il 5° riquadro è un affresco  molto deteriorato e quindi poco leggibile; è rappresentato un duello fra due guerrieri a piedi, Ferraù e Orlando. Sullo sfondo è disegnato, in piccolo, un cavallo cavalcato da Angelica in braccio al mago Atlante. Anche il 6° riquadro è molto rovinato; si riconosce comunque Angelica che fugge da un cavaliere appiedato. Lo sfondo della scena è un bosco. Il giardino è molto grande e tutto recintato da alte mura; si trovano terrazzamenti, statue e vasi di pietra. Su un arco che va in cantina è incisa la data 1575. In un angolo, sotto il portico, si può ammirare una lunetta ad olio del pittore Giovanni Gavazzeni, del 1905, che rappresenta Mario Valenti come angelo, morto a soli 15 anni. Le stanze della servitù si trovavano al secondo piano, mentre i padroni di casa alloggiavano al primo piano. I pavimenti delle stanze sono in pietra blu/nera. In una stanza si trova un grande camino con lo stemma di famiglia; c’è pure un’armatura originale e una collezione di armi di vario tipo. A seguire la piccola Angelica ha raccontato la leggenda di san Giorgio e il drago. C’era una volta, in Libia, un paese di nome Selem dove, in uno stagno, viveva un drago che uccideva le persone del luogo. Gli abitanti, per calmarlo, gli davano due pecore al giorno. Quando le pecore cominciarono a scarseggiare, gli abitanti di Selem decisero di offrire una pecora e un fanciullo estratto a sorte. Un brutto giorno fu estratta la principessa Silene, ma il re si oppose e per la salvezza della figlia offrì tutte le sue ricchezze. Il popolo però non accettò, allora la principessa si incamminò verso lo stagno. Durante il percorso Silene incontrò un cavaliere di nome Giorgio che si fece spiegare l’accaduto. Il cavaliere tranquillizzò la principessa e le disse di lanciare la sua cintura intorno al collo del drago quando sarebbe stata davanti a lui. Silene obbedì e Giorgio afferrò il drago per la cintura e lo tirò fino a Selem; poi disse agli abitanti che se fossero diventati cristiani lui avrebbe ucciso il drago, e così fu. Questa leggenda è stata l’introduzione al luogo storico successivo, la chiesa di san Giorgio raccontata da Diego e Melissa. La chiesa di San Giorgio risale al 1300. Il campanile è a vela ed è alto più di 30 metri. Nel 1567, circa 200 anni dopo la sua costruzione, il campanile venne rialzato. All’esterno della chiesa si trova un ossario contenente i resti degli antichi abitanti che fino al 1800 circa venivano seppelliti all’interno della chiesa. Sul portone d’ingresso si trova un rosone con 8 raggi che rappresentano l’infinito, infatti se si scrive il numero 8 non c’è mai fine. La famiglia Massizi fu la prima a prendersi cura della chiesa e lo fece fino al 1630. Pietro Massizi era conosciuto infatti come il frate di San Giorgio. Gli Zuccalli sostituirono i Massizi nella custodia della chiesa e ne detengono la custodia tuttora. L’interno della chiesa è ad un’unica navata con ai lati 2 cappelle. I pittori che nel 1570 hanno affrescato la chiesa sono stati Francesco de Guaita e Abbondio Baruta. La cappella di destra è più recente, mentre quella a sinistra è dedicata a San Lorenzo e  venne costruita nel 1579. Accanto alla cappella, sulla sinistra, c’è un’iscrizione latina dove si dice che sono state donate da un benefattore 500 monete d’oro per custodire la chiesa e fare messa. Appena entrati, sulla sinistra, c’è un affresco del 1570 raffigurante l’Ultima Cena. Sulla destra invece si trova l’ affresco di Sant’Antonio abate. Nell’altare maggiore è posta un’ancona lignea che raffigura la Madonna con il Bambino in braccio; a destra è rappresentato Sant’Alberto vescovo, mentre a sinistra San Giorgio con il drago ai suoi piedi. Il quadro è stato eseguito nel 1601 da Carlo Buzzi. In conclusione della descrizione della chiesa i bambini si sono concentrati sui particolari dell’affresco dell’ultima cena. Al tempo di Gesù, prima di sedersi a tavola, bisognava lavarsi i piedi perché le strade erano polverose e le persone calzavano sandali aperti. La cena ebraica si svolgeva seguendo un rito che prevedeva 3 fasi: il QIDUSH o rito di santificazione,  che serviva da introduzione alla festa, poi la cena vera e propria ed infine la BINKAT HA-MAZON, il rito della preghiera di ringraziamento, quando il pane viene spezzato e si consuma il terzo calice di vino. Alla chiesa di san Giorgio sono legate due leggende locali. La prima, quella delle ossa di san Giorgio è stata raccontata dal piccolo Fabio. Le nonne raccontavano spesso una storia successa tanto, tanto tempo fa. Alla sera le ragazze di San Giorgio si ritrovavano sul sagrato della chiesa per ballare e fare festa. Le persone anziane del posto le sgridavano perché dicevano che bisognava far silenzio e rispettare i morti dell’ossario. Una sera arrivarono dei giovanotti molto belli e le ragazze li invitarono a ballare con loro. Ad un certo punto però la musica si fermò e dall’alto si udì provenire una voce che diceva alle ragazze di ballare piano perché i morti avevano poca forza. A mezzanotte infatti i ragazzi si trasformarono in un mucchietto di ossa e le ragazze scapparono terrorizzate. Da allora nessuno  ha mai più danzato o fatto festa vicino all’ossario di San Giorgio. La seconda leggenda, quella del buco dell’anima dannata, è stata invece raccontata dal piccolo Simone a fine serata.  C’era una volta un signore, che tutti chiamavano conte, molto ricco e molto avaro, che abitava presso il castello di san Giorgio. Il conte faceva lavorare la gente  nei suoi poderi e teneva per sé la metà del raccolto. Un giorno sentì i contadini dire che volevano costruire una chiesa. Per paura di perdere del denaro, decise di scappare: all’una di notte mise tutti i suoi soldi in un baule e scappò. Lungo la strada inciampò e cadde in un buco con il suo prezioso carico. Gridò per tutta la notte. Al mattino tutti gli abitanti di San Giorgio andarono a vedere che cosa fosse successo e fecero un patto col conte: se lui gli avesse dato un po’ dei suoi soldi per la chiesa lo avrebbero tirato su. Il conte non accettò e così sprofondò nella voragine. Si dice che ancora adesso, nelle notti di luna piena, lo spirito del conte risalga dal buco per contare i suoi soldi. Prima di ascoltare questa leggenda la scaletta della serata prevedeva la descrizione della chiesa di san Girolamo ad opera di Alice e Giovanni. La chiesa di San Girolamo si trova nella contrada di Serterio Superiore e appartiene al 15° secolo. La forma della chiesa è semplice, a capanna, e il campanile è a vela, cioè la campana si suona tirando una fune. Nel 1912 sono stati effettuati dei restauri, che sono durati due anni, durante i quali è stato sistemato il pavimento e il tetto; il soffitto della chiesa è stato interamente rifatto in legno. Nel 2009 ci si è occupati del drenaggio e delle tubature che ormai non funzionavano più. Durante gli scavi si è scoperto un locale sotterraneo e alcuni reperti archeologici. La chiesa di san Girolamo è stata dichiarata monumento nazionale. La facciata esterna della chiesa è decorata con affreschi del 1577 dei pittori Francesco de Guaita e Abbondio Baruta. Il portone d’ingresso è stato rifatto nel 1912; sopra di esso si trova un rosone con 8 raggi che rappresentano l’infinito. Le finestre laterali sono trilobate. A sinistra del portone si staglia l’affresco più grande che rappresenta il gigante san Cristoforo che trasporta sulle sue spalle Gesù che ha il mondo in mano. A destra c’è invece l’immagine di San Girolamo. Ai lati del portone ci sono anche altri due affreschi , un po’ rovinati, che rappresentano San Michele e il vescovo Mitria. Durante i restauri del 2009 sono state scoperte, accanto al rosone, le immagini di Adamo ed Eva, cancellate non si sa bene il perché, negli anni passati. L’interno della chiesa è in stile romanico – pisano, a una sola navata, con tre cappelle laterali. Sopra la porta d’ingresso è posta un’iscrizione latina che riporta l’anno della consacrazione della chiesa, il 1464. Sulle pareti laterali si vedono i quadri della Via Crucis che deve il suo nome al frate Rinaldo da Monte Crucis che intorno al 1298 si recò a Gerusalemme in pellegrinaggio, ripercorrendo le tappe del calvario di Gesù. A destra si può ammirare il dipinto dell’Ultima Cena. Tutti gli affreschi sono opera dei pittori Francesco de Guaita e Abbondio Baruta. Sull’arco trionfale si vede la figura di Dio Padre con dei putti in festa. Al centro si staglia la crocifissione: ai piedi della croce troviamo Maddalena, Maria, San Giovanni e san Girolamo. Sulla sinistra del presbiterio è raffigurata la Madonna con Gesù Bambino tra San Rocco e San Sebastiano, mentre a destra è stata affrescata la morte del papa Damaso I. Sulle leserne si possono vedere momenti della vita di san Girolamo. Sul soffitto a ogiva si trovano Matteo, Marco, Giovanni e Luca dai cui racconti sono state tratte le immagini degli affreschi. San Girolamo è stato il primo traduttore della Bibbia dal greco e dall’ebraico in latino. Fu il segretario del papa Damaso I e per la sua attività di traduttore e per i suoi studi legati all’antichità viene considerato il santo protettore dei traduttori e patrono degli archeologi. La sua ricorrenza cade il 30 settembre. Viene spesso raffigurato con il leone, a cui tolse la spina dal piede, e con un teschio, simbolo di penitenza, o una pietra con cui era solito picchiarsi al petto. Alla chiesa di san Girolamo è legato un curioso rituale chiamato pund la stiza che è stato illustrato da Giulia. Tanto tempo fa, il giorno di Pasqua, gli abitanti di Talamona si ritrovavano sul sagrato della chiesa di san Girolamo per la messa. Prima di entrare in chiesa facevano il giro del piazzale per abbandonare tutti i rancori, cioè la stizza, accumulati durante l’anno. Subito dopo i fedeli entravano in chiesa ed assistevano alla messa pasquale. Sull’uscio, al termine della cerimonia, si ripeteva sempre uno scambio di battute tra la gente di “ladent” e la gente di “lafò”. I primi dicevano che la rabbia l’avevano accumulata e lasciata lì intorno alla chiesa per  le persone che abitavano al di là del torrente Roncaiola; gli altri rispondevano che avevano fatto bene, ma che potevano tenersi tutti i rancori dato che il posto apparteneva a loro, i talamonesi che abitavano al di qua della Roncaiola, dove sorgeva anche la chiesa, e aggiungevano che essi invece erano puri di spirito e non ne avevano certo bisogno. Un progetto senza dubbio a dir poco interessante che i bambini (già di per sé in un certo modo icone della primavera) hanno presentato con passione ed emozione e che è stato positivamente commentato anche dal loro dirigente scolastico, Enrico Pelucchi, e dall’assessore all’istruzione nonché ex apprezzatissima maestra, Ernestina Cerri. Un progetto che si trova anche su internet in un sito curatissimo LA MITICA TERZA A al quale si può accedere digitando su GOOGLE il nome dell’iniziativa e dal quale io stessa ho attinto i brani “storici” di questo articolo. A seguire l’inaugurazione di una doppia mostra curata e allestita anch’essa da Lucica Bianchi, una mostra che espone i libri più vetusti rari e preziosi tra quelli scovati negli archivi della biblioteca (o frutto di donazioni temporanee di privati talamonesi) e al tempo stesso materiale che permette di conoscere ed apprezzare la genialità sconfinata e universale del grande Leonardo Da Vinci, un personaggio che, come ha detto Lucica Bianchi introducendo il suo lavoro, “più lo si studia più ci si accorge che non si è mai finito di scoprirlo, che sono sempre più le cose che di lui rimangono ignote rispetto a quelle che si riesce ad apprendere e capire”. Una mostra che tutti i presenti hanno potuto apprezzare personalmente scendendo al piano terra della casa Uboldi per l’inaugurazione, potendo così ammirare da vicino un grande tesoro di conoscenza. Libri rari e per la maggior parte ormai introvabili perché fuori catalogo da tempo, più qualcuno rieditato più volte perché classico intramontabile. Trattati di scienze, di storia, dizionari, una grammatica italiana, romanzi di disparati generi e testi teatrali. In più una sala interamente dedicata a Leonardo da Vinci raccontato attraverso pannelli esplicativi, libri, facsimili dei suoi quaderni di appunti e un cd rom dove si può giocare col famoso CODICE ATLANTICO  e coi macchinari in esso illustrati, materiale questo fornito interamente dalla signora Lucica Bianchi. Una doppia mostra che si potrà ammirare dal 23 al 30 aprile negli orari di apertura della biblioteca, degnamente inaugurata nel corso di una serata interessante ed oltremodo istruttiva.

Antonella Alemanni

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LO SPIRITO CREATIVO

L’attività artistica sta nel far rivivere in noi stessi una sensazione che si sia sperimentata, e dopo averla fatta rivivere in noi stessi trasformare tale sensazione in movimento, o in linee, o in colori, o in suoni, o in forme espresse con le parole, così che altri possano provare quella stessa sensazione.”

Lev Nikolaeviç Tolstoi (1828-1910)

Nel corso della storia molti grandi pensatori si sono sforzati di formulare una definizione dell’arte; ciascuno ha aggiunto qualcosa alle nostre conoscenze, ma nessuno ha detto l’ultima parola; la sola cosa di cui siamo sicuri è che finché gli artisti esisteranno e lavoreranno gli uomini discuteranno e cercheranno di definire l’arte.

Pur non essendo in grado di dare una definizione complessiva dell’arte, possiamo tuttavia, cominciare a capire quale importanza essa abbia nella nostra vita solo se ci sforziamo di immaginare un mondo che ne sia privo: non più canto o musica, non più danza, non più teatro o racconti, non più cinematografo, scultura, pittura, disegni…

Dall’elenco appare chiaro che pur non potendo, ovviamente, tracciare lo sviluppo di ogni forma d’arte, cercheremo semplicemente di gettare le basi di tale studio prendendo in esame gli impulsi creativi, fondamento di ogni attività artistica.

Vedremo che quando l’arte è nata, le sue funzioni erano connesse con la magia e i rituali e che queste funzioni ancor oggi ci accompagnano in qualche modo. 

Grotta di Altamira – complesso di caverne nella Spagna settentrionaleImmagine

Grotta di Lascaux – complesso di caverne nel sud occidentale della Francia

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Vedremo l’uomo come artista, in che modo il suo impulso creativo possa venire disciplinato, ed esamineremo infine tre importanti parti che gli artisti possono interpretare nei diversi tipi di comunità: quella di artista popolare in società primitive e semplici, quella del artista raffinato in seno a culture altamente civilizzate e la parte dell’artista che lavora nel campo delle comunicazioni col grande pubblico.

ENIGMI DAL PASSATO VISTI CON GLI OCCHI DELLA SCIENZA

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Misteri d’Egitto

(episodio 1)

Chi ha costruito le piramidi e portato conoscenze e tecnologie in tutto il mondo 10 mila anni fa?

Nel 1990, il geologo Robert Schoch dell’Università di Boston condusse un esame della roccia che compone la Sfinge e delle pareti della fossa in cui la statua si trova. La sua conclusione fu che l’erosione delle pareti non era dovuta al vento e alla sabbia, ma all’effetto della pioggia battente per un periodo prolungato. Poiché nel 2.500 a.C., epoca a cui si fa risalire la costruzione della Sfinge, il clima era secco, Schoch localizzò l’erosione in un periodo di piogge intense che colpirono l’Egitto 4.500 anni prima, intorno al 7.000-5.000 a.C. Se fosse così, significherebbe che la Sfinge non fu costruita dagli Egizi, la cui civiltà sorse intorno al 3.200 a.C., ma da una più antica e misteriosa popolazione di cui oggi non sappiamo ancora nulla.

Se solo venisse confermata la circostanza che la Sfinge è stata erosa dall’acqua, ciò basterebbe a sconvolgere le cronologie dello sviluppo storico della civiltà” dice John West, egittologo e sostenitore delle teorie alternative sull’origine della Sfinge. “Porterebbe a una drastica ridefinizione della nozione di progresso sulla quale si basa la cultura moderna. Sarebbe difficile individuare una singola questione con implicazioni più gravi.”

Due altri studiosi di archeologia alternativa, autori di celebri best seller, come Robert Bauval e Graham Hancock, arrivarono a retrodatare ancora di più l’età della Sfinge, fissandola nel 10.500 a.C. Intorno a quell’epoca, infatti, nel mattino dell’equinozio di primavera, la costellazione del Leone sorgeva sull’orizzonte a oriente. Poiché la Sfinge è orientata proprio verso oriente e la sua forma ricorda quella del leone, ai 2 autori citati questi fatti sembrarono tutt’altro che casuali. Può dunque essere esistita una civiltà evoluta precedente agli antichi Egizi? Secondo Schoch sì. Lui afferma: ”Del resto gli archeologi erano sicuri che non fossero esistite culture raffinate prima del 4.000 a.C. Oggi, invece, abbiamo prove di cultura evoluta databile a oltre 10.000 fa in un sito della Turchia noto come “Gòbekli Tepe.”

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