I NOSTRI MAGGENGHI

Un bene paesaggistico da preservare

                                                                                                                                                                                                                        Guido Combi (GISM)

 

I nostri maggenghi talamonesi, che, sul versante settentrionale delle Alpi Orobie, si estendono numerosi, già in mezzo alle prime selve, appena sopra le contrade abitate del paese, come Sassella e Civo, e giungono fino ai 1500 metri di Madrera, stanno ad indicare l’operosità dei nostri antenati per strappare il terreno al bosco per farne prato da fieno. Dimostrano la cura con cui tenevano il territorio e i luoghi montani da cui sono scesi a formare nuovi nuclei abitati in zone meno impervie e più coltivabili, a partire da quelle più vicine alle selve, sul conoide del Torrente Roncaiola.
Questo, che il corso d’acqua principale del comune, raccoglie, sopra San Gregorio, la maggior parte della acque delle valli del bacino delimitato a Sud, alle spalle di Talamona, dalle creste che vanno dalla Cima del Pizzo Piscino (Piz Uolt per noi) al Monte Baitridana, toccando il punto più meridionale nel Monte Lago, punta estrema del nostro comune, e separandolo, come una barriera naturale, dalla più meridionale Val Corta di Tartano e dal resto della catena orobica.
In questa grande ventaglio compreso tra i 230 m del Fiume Adda a Nord e le cime più alte a Sud, che toccano i 2353 m del Monte Lago, possiamo individuare una grande varietà di aspetti nel paesaggio che Stefano Tirinzoni, ha ben descritto in un suo studio, pubblicato sul volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere”, al quale abbiamo lavorato assieme. L’architetto Stefano Tirinzoni, prematuramente scomparso, era l’ultimo discendente maschio di una famiglia di origini talamonesi, trasferitasi a Sondrio all’inizio del secolo scorso, ed è stato uno studioso del versante orobico valtellinese a cui era legato anche affettivamente. Era infatti il proprietario degli alpeggi Madrera e Pedroria, che ha lasciato, nel 2011, in eredità, al F.A.I. (Fondo Italiano per l’Ambiente), per una loro idonea valorizzazione. E’ stato anche uno dei promotori del Parco delle Orobie Valtellinesi e l’estensore del Piano del Parco.
Ecco le sue parole: “LE UNITÀ DI PAESAGGIO”

Possiamo classificare i vari orizzonti paesaggistici in cinque diverse unità tipologiche:
1) Il paesaggio sommitale e delle energie di rilievo: interessa l’ambito compreso fra le creste delle Alpi Orobie e le praterie d’altitudine.
E’ un paesaggio aperto, dai grandi orizzonti visivi che si frammenta nel complesso articolarsi delle energie di rilievo, con i circhi glaciali, le emergenze rocciose, le vette, i crinali, i passi, le pareti, e nel diversificarsi dei sottostanti elementi paesistici con i ghiacciai, i nevai, i piccoli laghi, gli ambienti umidi, i corsi d’acqua, la vegetazione rupicola e nivale, le praterie d’altitudine caratterizzate dalla festuca.
2) Il paesaggio dei boschi subalpini e degli alpeggi: interessa un complesso di ambiti compresi fra le praterie d’altitudine ed il bosco delle conifere. E’ un paesaggio di versante caratterizzato dall’alternarsi di ampie superfici a pascolo con episodi di peccete subalpine e lariceti radi. La varietà paesistica é arricchita da cespuglieti a rododendro, da ambienti umidi e palustri, da torbiere, da vallette e corsi d’acqua e da segni della attività di carico degli alpeggi, con gli episodi puntuali degli edifici rurali isolati o a piccoli nuclei e con forme di paesaggio a rete costituite dai recinti dei “müràchi” (dei “bàrek” in particolare) e dai sentieri.

3) Il paesaggio delle conifere e dei maggenghi:interessa la parte più elevata dei fondivalle aperti, caratterizzati dalle superfici delle praterie falciate che spiccano nel rivestimento dei versanti a peccete montane.

Elemento determinante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di conifere. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali, a supporto delle attività di carico e cultura dei maggenghi, sia in episodi isolati che in nuclei, i segni del paesaggio a rete quali le recinzioni a “müràchi” ed i sentieri, le vallette con i corsi d’acqua ed alcuni frammenti di ambienti umidi.

4) Il paesaggio delle latifoglie e dei maggenghi: interessa la parte inferiore dei fondivalle aperti caratterizzati dai prati di versante che emergono nel rivestimento dei versanti a latifoglie. Elemento caratterizzante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di latifoglie. Faggete e castagneti si alternano a boschi misti di aceri, frassini e tigli e compongono un quadro vegetazionale-paesistico di grande varietà. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali a supporto delle attività agro-pastorali con agglomerati e nuclei anche consistenti, arricchiti da edifici religiosi di interesse monumentale. Recinzioni, delimitazioni dei fondi, sentieri, vallette e corsi d’acqua compongono la struttura a rete.

5) Il paesaggio di transizione al piano alluvionale con insediamenti: interessa la fascia di versante dal limite dei maggenghi fino al fondovalle alluvionale e si caratterizza per il persistere dei boschi di latifoglie con i caratteristici castagneti, anche terrazzati, e con i prati di versante: è il contesto maggiormente insediato dove sorgono i nuclei abitati permanenti di più rilevante consistenza. Si caratterizza per la presenza degli ambienti di forra che sono posti principalmente allo sbocco dei torrenti sulle conoidi di deiezione.”

 

Entro questo quadro e in questa varietà di ambienti montani sono incastonati i nostri maggenghi, dove stanno le nostre radici. I Talamùn scendono da lì. Basta scorrere gli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, del 1525 e la cronaca della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda del 1589, dove si parla delle vicinìe o vicinanze. Il paese si era sviluppato, o stava sviluppandosi, dove si trova ora, con altre contrade o colondelli, ed è facile intuire come, in origine, gli abitati fossero tutti sulla montagna, soprattutto quando l’uomo non era ancora intervenuto a modificare il paesaggio di fondo valle invaso dal Fiume Adda e dai torrenti che scendevano dal versante orobico e a proteggerlo dalle loro inondazioni improvvise e devastanti, che si susseguivano con frequenza.

Come abbiamo già avuto modo di vedere i maggenghi come Premiana di Sotto e di Sopra, San Giorgio, Faedo Sopra e Sotto,  per citarne solo alcuni, sono le contrade storiche da cui, pian piano, nei secoli, i nostri antenati sono scesi  verso il basso, dove hanno trovato maggiori possibilità di coltivazioni e di allevamenti.  Stiamo parlando, e non solo per Talamona, di una società prettamente contadina basata sulla coltivazione della terra e sulla pastorizia. Non che con questa discesa  al piano siano stati abbandonati maggenghi e alpeggi. Tutt’altro. Essi sono diventati i luoghi di permanenza  primaverile ed estiva per le  famiglie con le bestie e, aggiunti ai terreni  del fondovalle, hanno rappresentato la possibilità di allevare un numero maggiore di bestie, soprattutto mucche.  I maggenghi erano il momento di passaggio primaverile  con le bestie, prima della salita agli alpeggi, dai quali poi, a fine Agosto o ai primi di settembre, si tornava per l’ultimo pascolo, prima di ridiscendere al piano. In alcuni testi il maggengo è chiamato anche premestino, nel senso di prima dell’estate, ma di questo parleremo più diffusamente in un prossimo articolo.

Un duro lavoro

Abbiamo accennato al fatto che i prati verdi, che circondano le baite e le case, sui maggenghi, sono stati strappati alla selva con un lavoro costante e faticoso.

A dimostrarlo abbiamo dei toponimi che lo testimoniano. Sotto il Monte Baitridana abbiamo il maggengo “Pràtaiado”, in altri posti, abbiamo el Taiàdi o la Taiàdo, come in Premiana e altrove. Questi toponimi, che si riferiscono a prati o a maggenghi, dati a luoghi ben precisi, stanno a dimostrare come i prati per la coltivazione dell’erba, siano il frutto di grandi operazioni di taglio del bosco  e conseguente utilizzo del legname, sia da costruzione che da fuoco. Seguiva poi  il lavoro di estirpazione dei ceppi, di spietramento (i sassi venivano usati per la costruzione di muretti di sostegno o anche per le baite), di pulizia da radici e arbusti vari, quindi di livellamento del terreno, per quanto ripido, e di semina (cul bgécc) e coltivazione del prato, da cui ricavare una ulteriore quantità di fieno, con la possibilità di aumentare il numero delle mucche per un miglior sostentamento della famiglia.

Bisogna pensare che gli arnesi per questi lavori erano molto semplici e il lavoro manuale degli uomini e delle donne, e per quanto possibile, anche dei ragazzi che partecipavano sempre, era preponderante, molto faticoso e con tempi molto lunghi. Per capire le fatiche che costavano queste opere per un migliore utilizzo del terreno, dobbiamo trasportarci con la mente a quando non esistevano mezzi meccanici come motoseghe, scavatori, mezzi di trasporto del materiale ecc. Tutto veniva fatto a mano. La pazienza e la costanza e la forza fisica non mancavano ai nostri avi.

E avevano, a volte, nonostante tutto, anche uno spiccato senso dell’ironia e dell’umorismo, se, ad esempio, in Premiana, un prato, ricavato dal bosco  e dalla pendenza impossibile, è stato chiamato la Pianezzo o el Pianezzi. Si poteva falciare solo usando i sciapéi feràa, e il fieno, perchè si potesse portar via, doveva essere fatto rotolare in basso dove c’era il sentiero sostenuto da un muretto. Solo lì si potevano caricare i cämpàcc  e fare  i mäzz dal fée.

I toponimi

Anche i toponimi dei nostri maggenghi sono interessanti, nel loro significato. Vediamone alcuni. Quagél deriva da quagià, cioè cagliare il latte. Scalübi: mi pare evidente che possa riferirsi alle scalinate scavate nella roccia che bisogna percorrere per raggiungerlo da Cà di Risc, unica via d’accesso dal basso. Canalècc: che si trova tra i canaletti che confluiscono nel Torrente Malasca. La Foppa e le Foppe: si riferiscono alla loro posizione in una conca ben riparata come una tana (in altri posti troviamo la Fopo del’urs o dul luf) e di solito anche ricca d’acqua sorgiva, che favoriva la vita delle persone e degli animali e l’irrigazione di prati e di piccole coltivazioni orticole. Bunänocc, potrebbe avere pure un significato ironico, vista la posizione della baita e i prati estremamente ripidi che la circondano: “se tu lisèt: buno nocc”. Runc si riferisce chiaramente all’operazione del “roncare”, cioè scavare il terreno in profondità per mettere le pietre sul fondo e coprirle con un abbondante (per quanto possibile) strato di terra. Per Pradalacquo il riferimento al prato ricco d’acqua mi pare chiaro vista anche la posizione, nel punto dove la Val de Faìi, in Taìdo,  si unisce alla Roncaiola, aumentando la portata del torrente principale anche con possibilità di esondamenti. Inoltre al confine Est  del maggengo, si trova la Möio, zona notoriamente umida, dove passa il sentiero scorciatoia da Sän Rigori per SänGiorsc. Ul Fuu del’ustario: deriva dalla presenza di alcuni grossi faggi, che ho sempre visto, e dal fatto probabile che qualche proprietario della baita avesse avuto l’idea di vendere qualche bicchiere di vino per togliere la sete a coloro che salivano in Pigòlsa, a Madréra o a Pedròria.  Faìi (Faedo) deriva dal latino fagus “faggio”, quindi zona di faggete. Toponimo molto diffuso (Faedo Valtellino, Faedo nel Trentino, Faido nel Canton Ticino…) è documentato anche nelle forme de Faedo, Faedum, Faiedum e Faye.

Per la Baitélo o la Baito dul Crüin, la Baito dul Tumun, Ca la Vulp, Ca di Risc, Ca dul Märtul (da martora?), Cà ruti, Ursàt (la leggenda degli orsacchiotti), Faìi d’Ars,  Sän Giorsc e Sän Rigori,  dai nomi dei santi cui sono dedicate le rispettive chiese, le origini dei toponimi sono abbastanza evidenti, come per  ul Baitun Bgiänc.

Pigolso  è  un nome  che richiama l’altalena in dialetto talamonese; non saprei però se riferito al fatto che esistesse qualche altalena appesa i rami di qualche pèsc o ad altro fatto o fenomeno.

Premiana o meglio Prümgnäno, pare derivi (vedi Giampaolo Angelini in Itinerari talamonesi) dalla sua  “preminenza”  rispetto agli altri maggenghi-vicinìe, dovuta anche alla residenza,  storicamente provata, della famiglia del Massizi o Masizio, predominante per censo e potere, anche a San Giorgio, chiamato appunto San Giorgio di Premiana. Ca Lisèp significa casa del Giuseppe, Isèp nel vecchio dialetto.

Chignöol èpiantato  proprio come un  cuneo (chignöol in dialetto) tra la valle di Valéna e la montagna di Madrera, su un piccolo conoide di terreno alluvionale.

Per el Crusèti posso  fare un paio di ipotesi: la prima è basata sul fatto che si trova  proprio all’incrocio delle valli di Valéna e di Zapéi; la seconda, forse un po’ azzardata, è che nei pressi fosse posto il cimitero di San Giorgio, del quale non ho mai sentito parlare nè letto, ma che pur doveva esserci da qualche parte. Visti i ripidi pendii della zona attorno alla vicinìa, questo potrebbe essere il luogo più idoneo; poi forse con le sue croci (crocette appunto), che segnavano le tombe, è stato portato via da qualche alluvione non infrequente. Non so, però, fino a che punto possano reggere queste mie supposizioni.  Sasélo deriva da sasso, rupe. Péciarùs  da  pettirosso.

Per Mädrèro, (forse da madre?), Pédrorio (monte del Pietro, Pedru in dialetto?), Lünigo, Urtesìdo, Rusèro e per gli altri non azzardo ipotesi. Qualcuno potrebbe avere notizie più complete.

I cambiamenti nel tempo

Tutti questi maggenghi, che fino agli anni 1970/80 venivano abbastanza regolarmente abitati d’estate, con una presenza piuttosto  numerosa, soprattutto per quelli più grossi con parecchie case e baite, erano anche tenuti in ordine  soprattutto nei ripidi prati che venivano regolarmente falciati con notevole fatica, in quanto c’era ancora una certa quantità di bestiame, soprattutto di mucche, con qualche capra e qualche pecora.

Allora, osservando la montagna dal basso, si potevano vedere chiaramente i prati di color verde chiaro  che spiccavano in mezzo al verde scuro delle selve e delle peghère,  come gemme incastonate a creare un paesaggio quasi da favola con al centro del bacino il campanile trecentesco di S. Giorgio a fare da punto centrale di riferimento.

Da quegli anni in poi sono state riattate molte baite e case, ne sono state costruite nuove, mentre molte altre sono state abbandonate, forse perchè costava troppo ristrutturarle, e ora cadono in rovina, come a Premiana Sopra e non solo lì.

Soprattutto sono sparite, o vanno sparendo, “le gemme” verde chiaro, color smeraldo a contornare gli abitati costituiti a volte di più costruzioni, baite con stalle e fienili, a volte di poche casette o anche di una sola abitazione. Il perchè di questo degrado è dovuto al fatto che i prati non vengono più falciati con cura e il loro verde ha lasciato il posto al marrone e al giallo dell’erba seccata in piedi. Cosa ne fanno del fieno coloro che frequentano le varie località, a volte solo con andata e ritorno in basso in giornata, se non ci sono più le mucche che lo mangiano? E allora, come conseguenza, il bosco che circonda i prati avanza, anno dopo anno, sostituendosi ai coltivi e togliendo la vista dal basso sui vari nuclei sparsi sulla montagna. E’ cambiato il paesaggio per un mancato intervento dell’uomo  o per  interventi fatti a caso,  come certi recinti per pecore e capre che hanno sostituito i falciatori di un tempo e hanno eliminato le stagioni della fienagione con i tagli del mägenc (primo taglio del fieno), de l’adigöor (secondo taglio),  dul terzöol (nei prati posti in basso) e dul pàscul con le mucche appena arrivate da munt in autunno. Non c’è più, di conseguenza, nemmeno la fatica del trasporto a spalla del fieno fino al fienile con i cämpàcc e cul fraschéri, su o giù per i ripidi pendii.

Ovviamente è stata eliminata anche la fatica da‘ngrasà i praa. Fatica ingrata, col trasporto a spalla,  cul gerlu  su quei pendii, veramente in pée, tanto da dover portare i sciapéi feràa e magari la gianèto  cui appoggiarsi, per poter riuscire a salire col carico, senza correre il rischio di scivoloni che avrebbero potuto rivelarsi molto pericolosi. Poi c’era da distribuire la graso in modo uniforme su tutta la superficie del prato, se si voleva avere il fieno l’anno successivo. Oggi tutto questo, come si è visto, non avviene più. Sono fatiche di tempi passati quando anche il prato del maggengo costituiva una ricchezza per la famiglia, come il bosco, per il quale si può fare un discorso simile.

“O tempora o mores” dicevano i latini. Cambiano i tempi, la società si evolve e cambiano i costumi, i modi di vita.

Per raggiungere i maggenghi sono state costruite le strade consorziali, certo per la comodità di tutti, ma con quali criteri? I vecchi sentieri e le mulattiere costruite con tanta fatica dai nostri predecessori e, va detto, con molta oculatezza sul modo e sulla scelta dei percorsi, in sintonia con l’andamento delle pieghe della montagna, spesso sono state distrutte con la ruspa senza rispettare gli antichi percorsi che ora non si trovano più. Ora l’escursionista appassionato di andare a cercare i luoghi caratteristici, le maestose peghère con i loro magnifici esemplari di pèsc e di avèz, i fregèer, le tipiche bedülère, i gisöi, i tanti affreschi di Madonne e di Santi sui muri delle case, le condotte per il legname dette uue e reviùn, i ruscelli che convergono nelle valli minori con le loro bellissime cascatelle, con la possibilità di vedere nidi, vari esemplari di uccelli, scoiattoli (el gusi) e tutta una serie di altri abitatori delle selve e delle abetaie, deve andare a cercare i sentieri che non ci sono più perchè invasi dal bosco, in stato di abbandono, in quanto non più frequentati.

Quei percorsi che collegavano i maggenghi sono ora sostituiti dalla strada che si percorre, velocemente chiusi in auto. Anche la frequentazione dei maggenghi è cambiata. E’ venuta a mancare la vita, che soprattutto d’estate vi si svolgeva, le seconde case spesso sono frequentate solo di giorno, come abbiamo detto sopra, vista la facilità di raggiungerle e il breve tempo necessario. E gli incontri di amici e conoscenti che  si facevano sui sentieri in salita e in discesa? Pure quelli sono finiti. Come le soste per salutare parenti e amici passando per i vari maggenghi.

E’ cambiato il modo di frequentare la nostra montagna, e di conseguenza  è cambiata anche la montagna stessa : il paesaggio non è più  lo stesso.

E quanti sono coloro che si prendono la briga di visitare i numerosi maggenghi alla ricerca di antiche abitazioni, di segni della nostra storia e del lavoro dei nostri avi, della loro religiosità, della loro vita?

E quanti giovani conoscono il numero e i nomi e la posizione esatta dei maggenghi?

Un modo per portare all’attenzione questa nostra realtà forse ci sarebbe, per quanto di non facile realizzazione. Attraverso il recupero dei principali antichi sentieri e una  apposita segnaletica, forse sarebbe possibile  invogliare gli appassionati a effettuare visite di carattere etnografico di studio e di conoscenza uniti alla bella passeggiata nel verde e nel silenzio delle selve, alla riscoperta di un territorio ancora  vivibile. Non credo sia una cosa impossibile da fare.

A conclusione, propongo qui, ora, un elenco dei maggenghi talamonesi, con l’avvertenza che potrebbe mancarne qualcuno.

Galleria immagini Talamona e maggenghi Talamonesi

 

MAGGENGHI  POSTI ENTRO I CONFINI COMUNALI DI TALAMONA

 

Tra   il confine con Morbegno e la Val de Faii 

Ca la ulp (sul piano) – Baito fregio – Mamùnt – Urtesìdo – Ruséro -Peciarùs – Faii d’Ars – Mürado – Ul Praa – Ciif – Sasélo – Cabbetùi- Pra Taiàdo – Faii zut – Faii zuro – Lunigo.

Munt : El Curteséli

 

Tra la Val de Faii e la Val di Zapéi

Praa d’Olzo – Olzo – La Baitélo – Baito dul Cruìn.

 

Tra la Val di Zapéi e la Val Valéno

El Crusèti – Ul Chignöol – Ul Fuu de l’Ustario – Pigolso zuro – Pigolso zut – Ul Baitun Bgiänc- Valéno – Turìcc.                       

Munt:  Mädrèro  e Pedròrio.

 

Sotto San Giorgio

Ursatt- San Rigori – Praa da l’acquo- Sän Giorsc.

 

Tra la Val di Valéno e la Val Mälasco

Prümgnano zut – Prümgnano Zuro (con Cà Lisèp e la Cà de légn) – El Cà ruti – La Fopo –

Ul Runc – Bunanòcc – Grum -El Fopp – La Curt dul Beladro –  La Curt  del’Austin – Ul Curnél-La Bgiänco

 

Tra la Val Mälasca  e la Val  dul Tarten

Scalübi e Dundùn e Canälècc  ‘n de la Val de la Mälasco

Cà di Risc e Cà dul Martul, considerati maggenghi una volta, ora stanno popolandosi con abitazioni fisse.

 

De là dul Tàrten

Ul Quagèl – Sulla costa  dul Dos de la Cruus, poco sopra l’inizio della vecchia mulattiera per Tartano.

La Turascio – sul piano, senza abitazioni fisse.

 

I munt

El Curteséli – Mädrèro – Pèdròrio

 

N.B. -Per saperne di più sui possibili itinerari, vedasi su Internet, in “Paesi di Valtellina e Valchiavenna” di Massimo Dei Cas: http://www.Alpeggi di Talamona.it

 

IL TAJ MAHAL

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Il Taj Mahal, un mausoleo situato ad Agra nell’India settentrionale, è da sempre valutato come una delle più belle opere architettoniche del mondo, per questo considerato, dal 9 dicembre 1983, tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO e,dal 2007, una delle sette meraviglie del mondo moderno.

Venne fatto costruire nel 1632 dall’imperatore Moghul Shah Jahan in memoria della moglie Arjumand Banu Begu,conosciuta anche con il nome Mumtaz Mahal (in persiano “luce del palazzo”),  morta nel 1631 dando alla luce il quattordicesimo figlio dell’imperatore, il quale lo fece costruire per mantenere una delle quattro promesse che aveva fatto alla moglie quando era ancora in vita.

 

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Imperatore Moghul Shah Jahan e la moglie Arjumand Banu Begu

Inizialmente, fece seppellire la donna nel luogo della sua morte, ma, per problemi di trasporto, decise di spostare i lavori ad Agra, i quali iniziarono nel 1632 e durarono 22 anni, per concludersi nel 1654. Ne presero parte 20.000 persone, tra cui si contarono anche numerosi artigiani provenienti dall’Europa e dall’Asia centrale.

L’architetto a cui fu commissionata la costruzione è tuttora sconosciuto,tuttavia la maggior parte degli studiosi ne attribuisce il merito a Ustad Ahmad Lahauri ma molti parlano anche del turco Unstad Isa.

L’opera venne costruita utilizzando materiali provenienti da ogni parte dell’Asia,come il marmo bianco, il diaspro,la giada, il cristallo,i turchesi, lapislazzuli, gli zaffiri e la corniola. Per il trasporto di queste materie prime vennero impiegati più di 1.000 elefanti. In tutto vennero intersecate nel marmo più di 28 tipi di pietre preziose, per un valore di circa 32 milioni di rupie.

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Per realizzare le impalcature furono utilizzati i mattoni, che, al termine dei lavori, dovevano essere smantellate,questa operazione avrebbe richiesto circa cinque anni. Per risolvere il problema, l’imperatore stabilì che chiunque avrebbe potuto prendere per se i mattoni: la tradizione narra che in una sola notte l’impalcatura venne smontata.

L’edificio copre circa un’area di 580X300 metri ed è composto da cinque elementi principali: il darwaza (portone), il begeecha (giardino), il masjid (moschea), il mihman khana (casa degli ospiti) ed infine il mausoleum, ovvero la tomba di Shah Jahan.

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Subito dopo la fine della costruzione del mausoleo, Shah Jahan fu deposto ed imprigionato dal figlio, la capitale dell’impero venne spostata da Agra a Delhi, facendo diminuire così la sua importanza. A causa di un disinteresse durato diversi secoli, dall’erosione provocata dagli agenti atmosferici e dai ladri di tombe, la struttura era in grave stato di abbandono e un piano per demolirla venne progettato per recuperare i marmi, ed i terreni da utilizzare per la coltivazione. Questo periodo di abbandono terminò nel 1899, quando l’inglese George Nathaniel Curzon venne nominato viceré dell’India e, nel 1908 fece restaurare l’edificio.

Durante il XX secolo il mausoleo venne curato: nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, il Governo indiano eresse un’impalcatura attorno alla struttura per difenderla da eventuali danni provocati da attacchi aerei da parte dei tedeschi  e dei giapponesi. Tale precauzione fu presa anche durante la guerra tra India e Pakistan, tra il 1965 e il 1971.

Negli ultimi anni il Taj Mahal ha dovuto affrontare, tuttavia, un nemico molto più subdolo: l’inquinamento. A causa delle polveri sottili, infatti, il marmo bianco di cui è ricoperto si sta ingiallendo. Come soluzione a questo problema, oltre alle normali operazioni di pulitura commissionate dal Governo indiano, dovrebbe essere fatto un intervento di trattamento dei marmi  con dell’argilla dal costo elevatissimo. Per evitare un intervento così dispendioso, le autorità locali hanno messo in atto delle misure di prevenzione: una legge, infatti, vieta di costruire industrie inquinanti nell’area attorno al Taj Mahal.

 

 

Marta Francesca Spini,

studentessa scuola secondaria di primo grado.

UL TALAMUN (dialetto)- IL TALAMONESE

TALAMONA 6 aprile 2014 padre Abramo al teatro dell’oratorio

 

Panorama di Talamona, Sondrio

Panorama di Talamona, Sondrio

 

LA PRESENTAZIONE DELLA NUOVA EDIZIONE DEL VOCABOLARIO DEL DIALETTO TALAMONESE

Con l’avvento della modernità il dialetto, anzi i dialetti, perché ce ne sono moltissimi, si vanno sempre più perdendo: pochi seguitano a parlarli e pochissimi nella forma pura. Si tende a vedere il dialetto come qualcosa di rozzo, di arcaico, associato alla mancanza di cultura e invece il dialetto è in sé cultura, racconta la storia di un popolo, ne custodisce le memorie, permette a volte di capire anche la mentalità delle persone che lo parlano. Per questo è necessario custodirlo come un prezioso patrimonio che non deve essere mandato perso. È con queste parole che Don Sergio, il parroco di Talamona ha introdotto Padre Abramo che questa sera alle ore 21 ha presentato al piccolo teatro dell’oratorio la nuova edizione del suo vocabolario del dialetto talamonese, preceduto da una presentazione fotografica di vecchie istantanee offerta da Giancarlo Ruffoni. Un vocabolario che è frutto di una grande passione nonché l’epilogo di una storia che parte da lontano, che comincia negli anni Ottanta del Novecento quando esplode il fenomeno della dialettologia, il verificarsi di un interesse per il dialetto come ricerca studio e cultura attraverso il fiorire di piccoli vocabolari e saggi per esempio a Livigno, a Morbegno, a Verceia ad opera del professor Massera, a Sondrio ad opera del professor Pontiggia, a Bormio ad opera di don Branchi scienziato del dialetto, tutti lavori che si ispirano ad uno studio pubblicato da Pietro Monti nel 1835 intitolato VOCABOLARIO DEI DIALETTI DELLA DIOCESI DI COMO. Considerato tutto questo padre Abramo ha convenuto che ci fosse una grande lacuna in questo campo e cioè uno studio dedicato al dialetto talamonese, che si distingue dagli altri per originalità e musicalità, una lacuna che Padre Abramo ha pensato bene di colmare armandosi di una grande pazienza e di un quaderno suddiviso in 21 scomparti, uno per ogni lettera dell’alfabeto (che in corso d’opera sono diventati 22 avendo i talamonesi un modo tutto loro di pronunciare la lettera A un po’ chiusa che rende questo suono una sorta di sesta vocale) nel qual quaderno annotava parole attingendole dalla propria memoria, dalla specifica ricerca e dall’ascolto della parlata soprattutto delle persone anziane le uniche che hanno saputo mantenere nel tempo la pronuncia originale e più in generale la purezza della lingua (perché secondo padre Abramo il talamonese ha dignità di vera e propria lingua). Il risultato di tutto cio è stato il piccolo vocabolario intitolato UL TALAMUN uscito nel 1991 e distribuito a tutte le famiglie talamonesi nonché ai talamonesi e valtellinesi sparsi per il Mondo (compreso pare un ricercatore al Polo Sud), un vocabolario composto da circa 2200 parole (escluse quelle frutto di contaminazioni o che hanno perso la dicitura originale) e comprendente anche una piccola grammatica che illustra le peculiarità del nostro idioma come il fatto di avere i plurali sia dei nomi che dei verbi e la declinazione dei verbi irregolare difficilmente comprensibile per chi non è avvezzo al talamonese fin dalla nascita. Un lavoro che in realtà non è mai finito, un work in progress che nel tempo, con altre ricerche, si è arricchito di nuovi vocaboli e che padre Abramo ha portato avanti sotto l’egida dei soci dell’accademia della crusca. Il risultato è la nuova edizione ampliata presentata questa sera, che, nelle intenzioni di padre Abramo avrebbe dovuto essere un supplemento del primo vocabolario ed è invece divenuta una vera e propria seconda edizione con alcune novità rispetto alla precedente: una veste grafica leggermente rinnovata (a cura del nipote di padre Abramo che questa sera presentava con lui il libro) ma che ha conservato sulla copertina la foto del campanile Trecentesco di San Giorgio, in qualche modo il simbolo di Talamona, il fatto di non avere più la grammatica, ma piuttosto una lista delle vecchie località di Talamona anche illustrate su una cartina (un’occasione unica per immergersi con la fantasia nella vita dei nostri antenati che in quelle località hanno vissuto) e delle poesie dialettali a dimostrazione di come il nostro idioma si presti ad essere espresso anche in forma letteraria. Alcune di queste poesie sono la traduzione in talamonese di capolavori poetici italiani e durante la presentazione padre Abramo ha deliziato il pubblico presente con un paio di letture per poi dare vita ad un piccolo, spontaneo, amichevole dibattito. Anche questa nuova edizione sarà distribuita gratuitamente a tutte le famiglie col bollettino parrocchiale nel periodo pasquale e in più sarà disponibile anche sul sito della parrocchia che verrà avviato a settembre e nel quale sarà ripubblicata anche la grammatica talamonese se ci saranno richieste. Un lavoro che padre Abramo avrebbe voluto arricchire anche con i soprannomi delle famiglie e delle persone, ma che poi non sono più stati aggiunti perché alcuni risultano offensivi. Un vero peccato infondo, questa sarebbe stata un’ulteriore sfumatura di quel vasto patrimonio che rappresenta la cultura rurale dei nostri padri ben espressa dall’idioma talamonese.

 

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

Antonella Alemanni

I TRE MONOTEISMI TRA FEDE E CULTURA

TALAMONA 28 marzo e 4 aprile 2014 religioni a confronto

 

 

monoteismi

DUE INCONTRI PER CONOSCERE E COMPARARE LE TRE PRINCIPALI RELIGIONI DEL MONDO

Alla fine della serata dedicata alla giornata della memoria e all’approfondimento della cultura e dell’identità ebraica i volontari della biblioteca di Talamona avevano congedato il pubblico con una promessa. Altre serate sarebbero state dedicate a questi argomenti a veri e propri approfondimenti sulle religioni. Questo perché già durante la serata del 27 gennaio si erano venuti a creare diversi spunti di riflessione, ma anche perché già durante la passata stagione culturale era emerso che tra gli argomenti che la gente avrebbe voluto vedere trattati nel corso di serate alla Casa Uboldi c’era proprio la religione. Saputo ciò come poter concretizzare questa cosa, come organizzare le serate? Da quel 27 gennaio e per i due mesi successivi è cominciato dunque per i volontari un grande lavoro di ricerca. Ricerca di informazioni, di libri che trattassero le grandi religioni in modo esaustivo che andassero oltre a ciò che tutti bene o male conoscono. Ricerca anche di un metodo. Come mettere insieme tutte queste informazioni? Quante serate fare? Una sola? Due? Tre? Dedicare ad ogni religione una serata unica oppure impostare il discorso in modo comparativo? A quali religioni dare spazio? Alle tre principali o anche a quelle meno diffuse, meno conosciute? E chi avrebbe dovuto trasmettere le informazioni al pubblico? A sistemare una volta per tutte queste questioni ingarbugliate è intervenuto l’assessore alla cultura Simona Duca, la quale ha pensato di chiedere la consulenza di un’insegnante di religione, Alberta Balitro, che da quel momento si è occupata di tutto e ha organizzato le serate così come poi si sono effettivamente svolte. Due serate dedicate alle tre più importanti religioni monoteiste per conoscere i legami che intercorrono tra loro, le analogie, le differenze, la ricerca di un dialogo possibile e le ragioni degli odi e delle spaccature tra tre culti che in fin dei conti, sebbene in modi diversi riconoscono lo stesso Dio. Due serate che per me sono state un po’ come una rimpatriata essendo stata la professoressa Balitro mia insegnante alla scuola professionale.

La prima serata ha avuto luogo venerdì 28 marzo 2014 alle ore 20.45. Nel corso di circa due ore, partendo da dove eravamo rimasti nel corso della serata del 27 gennaio, è stata fatta un’analisi approfondita dell’ebraismo e del cristianesimo indagando le caratteristiche delle due fedi e i rapporti tra esse nel corso della storia. Un analisi raccontata al pubblico con l’aiuto di una presentazione fotografica.

L’ebraismo è la più antica delle religioni monoteiste rivelate. In realtà esistono altre testimonianze di antichi culti monoteistici (pensiamo all’ epoca di Amarna nell’antico Egitto quando il faraone Akenaton introdusse il culto del disco solare Aton da venerare come unico dio o al caso precedente all’ebraismo dello zoroastrismo dal nome del profeta Zoroastro che diffuse il culto tra i persiani, il culto del fuoco sacro attribuito all’unico dio Ahura Mazda) ma l’ebraismo è il solo ad avere la caratteristica di essere stato un culto rivelato, cioè un culto di un essere superiore che si toglie il velo e si mostra agli uomini, un culto pertanto non dovuto ad interpretazioni umane della natura che ci circonda, da un tentativo di spiegare fenomeni che apparivano inspiegabili, come è il caso invece di tutte le religioni che all’ebraismo erano precedenti o contemporanee in tempi remoti, ma il culto di un Dio che parla agli uomini e interagisce con loro. Un culto che è nato quando Dio ha parlato ad Abramo, un sumero di Ur (una delle più antiche città conosciute) e gli ha promesso una ricca discendenza in una terra nuova verso cui lo ha indirizzato. Ed è in questo modo che nacque il popolo ebraico e che nacque anche il primo e più importante dei tre monoteismi del Mondo, il più importante perché, pur essendo così antico e nonostante il popolo ebraico abbia avuto una storia travagliata fatta di dominazioni straniere, esili, schiavitù, diaspore eccetera, esso, a differenza di altri culti coevi, è sopravvissuto intatto fino a noi, pressoché inalterato nel tempo. Il popolo ebraico è forse l’unico popolo che ha saputo traghettare intatta nel corso dei secoli la propria cultura sin dai suoi albori, quando nacque da una costola del popolo sumero, la più antica civiltà conosciuta (anche se tra gli storici cominciano ad essere dei dubbi a riguardo). Ribadiamo di nuovo che Abramo, prima di incontrare Dio era un sumero a tutti gli effetti che venerava gli dei sumeri e tale sarebbe rimasto se Dio non gli avesse parlato. A riprova di ciò pensiamo anche solo al fatto che la testimonianza più antica del diluvio universale non è quella contenuta nella Bibbia bensì quella contenuta nell’epopea di Gilgamesh, il principale poema epico sumero (che equivale all’Iliade e all’Odissea dei Greci e all’Eneide dei Romani). Il popolo ebraico ha mantenuto nel tempo non solo la sua cultura, ma più in generale anche la sua identità, la sua alleanza con Dio (perciò si chiama anche popolo eletto o popolo prescelto o popolo dell’alleanza) cominciata con Abramo, il primo di una serie di patriarchi ricordati nelle scritture che hanno udito e seguito la voce di Dio. Dopo Abramo troviamo suo figlio Isacco e dopo di lui suo figlio Giacobbe che venne soprannominato da Dio Israele e da allora il popolo ebraico, sviluppatosi a partire dalle 12 tribù ciascuna fondata da un figlio di Giacobbe, si identifica come popolo di Israele. Dopo Giacobbe abbiamo un altro patriarca, Mosè, che libera gli ebrei dalla schiavitù in Egitto e successivamente l’epoca dei profeti e dei re, gli unti del signore per mano dei profeti stessi. Queste vicende non sono soltanto la radice dell’ebraismo, ma anche degli altri due monoteismi importanti: cristianesimo prima e islamismo poi. Tutti e tre i monoteismi si identificano come le tre religioni di Abramo perché tutte hanno e riconoscono in Abramo la propria origine. La religione ebraica è conosciuta anche come giudaismo. Gli ebrei sono stati definiti con il termina giudei al ritorno in patria dopo la cattività babilonese ed anche nel 1948 quando venne fondato lo stato di Israele e molti ebrei dispersi nel Mondo, soprattutto in Europa, vi si stabilirono. Ma chi è un ebreo? Ebreo è colui che nasce da madre ebrea (la madre è un riferimento più certo del padre), ma anche colui che segue la legge di Dio che compie i riti, che vive mettendo in pratica i principi fondamentali, che applica lo shemah Israel un versetto contenuto nel sesto capitolo del Deuteronomio, una preghiera che l’ebreo recita tre volte al giorno quotidianamente per tutta la vita anche in punto di morte. Come ogni culto anche quello ebraico ha i suoi simboli. Un simbolo ebraico è la menorah, il candelabro a sette bracci, uno per ogni giorno della creazione più quello centrale che rappresenta il sabato, il giorno in cui Dio riposò. Ed è per commemorare questo che gli ebrei, a partire dal venerdì dopo il tramonto fino a sabato dopo il tramonto, osservano lo shabbat, un giorno dedicato solo alla preghiera, un giorno durante il quale ogni altra attività viene sospesa persino la visita ai morti. Nelle scritture vi è testimonianza di questo quando si racconta del corpo di Cristo tolto dalla croce e deposto frettolosamente nel sepolcro proprio perché di li a poco sarebbe cominciato lo shabbat. Nelle scritture vi è anche testimonianza della costruzione della prima menorah da un unico blocco d’oro come racconta il capitolo 25 dell’Esodo. Un altro simbolo dell’ebraismo è la stella di David composta da due triangoli sovrapposti: uno col vertice rivolto verso l’alto rappresenta l’elemento femminile, l’acqua mentre l’altro, rivolto verso il basso, rappresenta l’elemento maschile il fuoco. La stella di David veniva usata nel Medioevo e in epoca nazista per identificare ed isolare le comunità ebraiche nelle città ed è più un simbolo storico che religioso, un po’ come la croce cristiana, un simbolo preso dalla Storia, inizialmente simbolo di morte in quanto la modalità preferita dai Romani per le esecuzioni capitali, specie dei malfattori, trasfigurata dalla fede in simbolo d’amore perché il palo verticale della croce rappresenta l’elevazione verso l’alto e dunque verso Dio mentre il palo orizzontale è l’abbraccio che accoglie tutti. Infine vi è anche lo shoffar, un corno di montone. Come ogni culto (eccettuate le religioni primitive naturali) anche l’ebraismo ha un testo sacro che ne raccoglie i precetti. Gli ebrei e i cristiani si identificano entrambi con la Bibbia, termine che indica insieme di tanti libri. La Bibbia ebraica, composta da 39 libri, è quella che i cristiani identificano come l’Antico Testamento ed è divisa in tre gruppi: la Torah cioè la legge (che i cristiani chiamano Pentateuco) sono i primi cinque libri della Bibbia cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, poi ci sono i Lebim e i Ketubim.  Gli ebrei non hanno smesso di scrivere i testi sacri, oggi come in antichità, su rotoli dapprima custoditi nell’Arca dell’Alleanza e attualmente nelle sinagoghe dove vanno consultati con una bacchetta perché non possono essere toccati da dito d’uomo. Oltre all’inviolabilità dei testi si riscontra, nell’ebraismo, l’inviolabilità del nome di Dio che l’uomo non può pronunciare e compare scritto nella Torah sottoforma di tetragramma sacro, composto solo da consonanti impronunciabili. Gli ebrei si riferiscono a Dio come Adonai (che corrisponde al nostro Signore) oppure come Eloim (che corrisponde al nostro Dio). In seguito gli studiosi dell’università di Tiberiade coniarono il famoso termine Javeh aggiungendo al tetragramma sacro le vocali della parola Adonai. Questi principi di inviolabilità valgono per tutti anche per i rabbini che nella religione ebraica sono le figure di riferimento e sono molto di più dell’equivalente dei sacerdoti cristiani. I rabbini sono i maestri, sono coloro che insegnano, che custodiscono e trasmettono la cultura, i principi, le tradizioni, sono guide, non solo spirituali, ma anche materiali perché si occupano anche delle questioni giuridiche e sociali e più in generale di tutti i servizi per la comunità, di provvedere a tutti i bisogni. In questo senso anche le sinagoghe (diventate il luogo della preghiera dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d. C.) sono ben più che semplici luoghi di culto; esse sono anche luoghi di ritrovo dove si tengono lezioni e dove hanno sede gli uffici che si occupano delle questioni giuridiche e sociali e dei servizi alla comunità. I rabbini hanno un abbigliamento caratteristico che li contraddistingue perlomeno nelle occasioni ufficiali: uno scialle chiamato tallit da indossare in preghiera (grande per le preghiere solenni, pubbliche e ufficiali, più piccolo per le preghiere quotidiane private) e un cappellino tondo chiamato kippah che tutti gli uomini, ebrei e non, devono portare quando entrano in sinagoga per una questione di rispetto dei rituali ebrei che prevede che gli uomini non entrino in sinagoga a testa nuda. Le donne invece non indossano ornamenti particolari quando vanno in sinagoga o pregano. Da notare il confronto col cristianesimo che ha sempre previsto che gli uomini al contrario si dovessero togliere il cappello accedendo ai luoghi di culto, mentre le donne fino a non molti anni fa dovevano portare, a partire dalla pubertà, veli di diverso colore a seconda se erano nubili, sposate o vedove. Ognuno mostra il rispetto dei propri luoghi di culto in modo diverso è importante che ciascuno conosca i propri e anche quelli degli altri per poter convivere pacificamente. Un altro simbolo molto importante per il culto ebraico è la mesusah una sorta di bastoncino che riporta lo shemah Israel e che viene posto sugli stipiti delle porte perché gli ebrei devono sempre avere presente che esiste un unico Dio da portare sempre dentro di se, ecco perché i ragazzi più giovani quando praticano i riti e le preghiere indossano i tefilin cioè degli astucci che contengono degli estratti della Torah, fissati alla fronte e al braccio sinistro con delle fibbie, per portare sempre con sé la parola di Dio, imprimerla nel cuore, nella mente e diffonderla, questa parola sacra che, sebbene ovviamente sia diffusa anche su libri stampati, nella sinagoga si trova solo su rotoli custoditi in una teca all’ingresso circondata da lumi sempre accesi, un po’ come i lumi nelle nostre chiese. Non deve stupire che molti culti ebraici e cristiani si assomiglino. Il cristianesimo nacque infatti in seno all’ebraismo, non si può parlare di uno dei due culti prescindendo dall’altro. Gesù stesso è sempre stato un ebreo a tutti gli effetti e non ha mai dichiarato di voler fondare un culto nuovo, ma si è limitato a proporre alcuni miglioramenti alla legge di Mosè che tutti gli ebrei di allora seguivano, Gesù compreso. Abbiamo detto prima che le sinagoghe hanno assunto un ruolo importante come luoghi di culto dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. In realtà il tempio non è andato distrutto completamente, ma ne sopravvive una parte, il muro del pianto che sorge nei pressi della moschea di Omar un importante luogo di culto musulmano (perché, sottolineiamo, i tre monoteismi, oltre ad avere un’unica origine in Abramo e a venerare il medesimo Dio, sebbene con delle differenze, hanno in comune anche la città santa di Gerusalemme, sebbene solo gli ebrei e i cristiani la considerano la città santa in assoluto mentre per i musulmani prima vengono La Mecca e Medina). Gli ebrei pregano al muro del pianto. Tra un mattone e l’altro del muro infilano dei fogli con scritte preghiere di vario genere che due volte all’anno vengono raccolte da degli addetti e sepolte in terra. Durante la preghiera al muro gli ebrei sono divisi in settori diversi per gli uomini e per le donne, divisi proprio da un separé proprio come vuole la tradizione dell’ebraismo ortodosso sebbene alcune donne si stiano ribellando a questo: è sorto proprio un movimento chiamato le donne del muro, che si presentano vestite con gli ornamenti maschili nel settore degli uomini e vengono arrestate perché i più tradizionalisti le considerano un’ offesa alla parola di Dio. Bisogna dire che l’ebraismo nel corso dei secoli ha perso un po’ della sua rigidità. Nel XIX secolo in Germania è nata una corrente riformata che, transitata negli Stati Uniti, ha dato vita ad un mix originale di ebraismo e cristianesimo, un culto ebraico che riposa la domenica anziché il sabato e riconosce Gesù come Messia unto pur continuando ad attendere l’arrivo di un altro Messia. Ma ebrei si nasce o si diventa? Questa domanda già emersa durante la serata del 27 gennaio è ricomparsa questa sera. È possibile convertirsi al culto ebraico ed essere comunque considerati ebrei pur non essendolo di sangue? Basta osservare i riti o sono necessarie tutte le caratteristiche, anche quelle etniche per circoscrivere l’identità ebraica? La conversione ad un culto non è mai facile. Bisogna osservare i riti con molta più rigidità quando si è convertiti rispetto a quando si osserva la stessa religione di quando si è nati. Un cristiano che vuole convertirsi, o semplicemente non vuole più avere nulla a che fare con la religione, dovrà annullare i sacramenti che ha ricevuto soprattutto il battesimo, dovrà fare richiesta di essere cancellato dai registri parrocchiali e dovrà attendere che la sua richiesta venga esaminata. Bisogna dire inoltre che per molto tempo (e ancora oggi tra le frange più estremiste) gli ebrei non si sono visti semplicemente come un insieme di persone accomunate da un credo, ma, come appunto abbiamo detto, come un vero e proprio popolo, addirittura il popolo eletto di Dio che non poteva accettare mescolanze con altri popoli se voleva conservare intatta la propria purezza di sangue soprattutto visti i continui spostamenti cui era costretto da altri popoli come gli Egizi, i Babilonesi, i Romani che ne sfruttavano le capacità (la loro cultura e la ricchezza mentale era tutto ciò che non veniva mai a mancare durante gli spostamenti ed era importante per conservare l’identità di popolo) per farli lavorare, per costruire i monumenti o maneggiare il denaro. In questo l’ebraismo si distingue nettamente dagli altri due monoteismi i quali hanno il principio del proselitismo, il compito cioè di convertire più persone possibile a quella che ciascuno dei due considera la vera fede. Ben poche distinzioni invece (almeno nei secoli passati) per quanto riguarda il trattamento che i retaggi, prima culturali che religiosi, riservano alle donne nell’ambito di ogni culto in posizione inferiore, subordinata e separata dall’uomo, sebbene poi uomini e donne sono comunque destinati ad incontrarsi in certi ambiti per diventare una cosa sola, il tutto però in maniera rigidamente disciplinata. L’uomo ha sempre avuto questo rapporto ambiguo con la donna, desiderata e disprezzata allo stesso tempo, vista come impura, empia, tentatrice, veicolo dell’uomo verso il peccato e la religione non fa altro che esprimere in qualche modo tali atavismi sebbene col tempo ridimensionati. Gesù in questo è stato rivoluzionario, parlava alle donne, agli ultimi e si contrapponeva all’ebraismo ortodosso perché non metteva al primo posto la purezza di sangue, ma affermava invece che la sua famiglia era costituita da tutti coloro che ascoltavano la sua parola e seguivano i suoi insegnamenti. Col tempo, anche a prescindere da Gesù, l’ebraismo ha adattato l’interpretazione delle scritture anche in base ai mutamenti delle varie epoche. Tali mutamenti li troviamo nel Talmud, un altro testo fondamentale dell’ebraismo che contiene le trascrizioni delle interpretazioni orali della Torah ad opera dei vari maestri che succeduti nel corso dei secoli. Una corrispondenza di cio nel cristianesimo è la cosiddetta esegesi delle scritture. Una caratteristica importante dell’ebraismo è il dialogo diretto con Dio senza intermediari umani come nel caso della confessione cattolica, un dialogo diretto che molte altre fedi professano come il cristianesimo protestante. Mentre infatti l’ebraismo si distingue al suo interno per il fatto di avere correnti più aperte, moderne e moderate ed altre più rigide e tradizionaliste, il cristianesimo è suddiviso in almeno quattro tipi di fedi (ortodossi, protestanti, cattolici e anglicani) che si sono formate nel corso di ben precise vicende storiche e che non riconoscono tutte esattamente gli stessi principi e nemmeno gli stessi sacramenti. La confessione è appunto un sacramento solo cattolico ed anche la venerazione dei santi nel cattolicesimo è più sviluppata che in altre confessioni cristiane dove viene praticata solo in parte oppure per niente. Il fatto che per i cristiani delle origini e per i cattolici poi non fosse previsto il fatto di poter interagire direttamente con Dio ha portato a secoli di oscurantismo. Gli uomini di Chiesa studiavano le scritture e le conoscevano a memoria ma rigorosamente in latino e sempre rigorosamente in latino e in toni solenni dispensavano le messe, le prediche i riti e questo ha fatto si che per molto tempo la popolazione vivesse in stato di ignoranza, di paura e sottomissione, preda di superstizioni e incapace di pensare con la propria testa al di la di quello che veniva detto. È soltanto quando Martin Lutero tradusse la Bibbia in tedesco che la gente, perlomeno quella che viveva nei paesi di lingua tedesca e abbracciò il protestantesimo, cominciò a capirne di più. Per i cattolici il momento di una maggiore apertura e modernità venne col concilio vaticano secondo. Come ogni culto anche l’ebraismo ha le sue feste in parte coincidenti con quelle cristiane. Entrambi festeggiano la pasqua e la considerano la festa più importante sebbene attribuendole significati diversi. Per gli ebrei la pasqua ricorda la schiavitù in Egitto e la successiva liberazione mentre per i cristiani ricorda la resurrezione di Gesù. Ci sono dei paralleli anche nei cibi che ebrei e cristiani consumano il giorno di pasqua. Entrambi mangiano l’agnello. Per gli ebrei l’agnello ricorda la notte della decima piaga d’Egitto che prevedeva lo sterminio dei primogeniti. Per essere riconosciuti e dunque risparmiati dall’angelo sterminatore gli ebrei sacrificarono un agnello e col suo sangue segnarono gli stipiti delle porte delle loro case. Ogni anno a pasqua gli ebrei devono consumare un agnello intero per ciascuna famiglia o eventualmente più famiglie messe insieme. Per i cristiani invece l’agnello sacrificale è Gesù che visse la passione per la redenzione dei peccati dell’umanità. Entrambi consumano uova simbolo di vita. Quelle degli ebrei sono sode, quelle dei cristiani di cioccolato. Gli ebrei inoltre consumano pane azzimo ed erbe amare a ricordo della durezza della schiavitù e un impasto di mandorle e fichi secchi a ricordo dei mattoni fabbricati in Egitto. Durante la cena della pasqua ebraica è tradizione che il membro più piccolo di ciascuna famiglia chieda spiegazione di questi cibi e di questi riti e che il più anziano gli risponda raccontandogli tutta la storia. Un’altra festa comune è la pentecoste che per gli ebrei ricorda il momento in cui Mosè ricevette le tavole della legge, mentre per i cristiani ricorda la discesa dello spirito santo sugli apostoli che cominciarono poi la loro predicazione in giro per il Mondo. in entrambi i casi la pentecoste cade cinquanta giorni dopo la pasqua. Gli ebrei inoltre celebrano la festa delle capanne. A ricordo dei quarant’anni passati a vagare nel deserto gli ebrei costruiscono delle capanne fuori casa e vi si stabiliscono per una settimana a ricordo delle condizioni precarie in cui vissero i loro antenati. Questa festa può trovare una corrispondenza con quella cristiana del ringraziamento quando nel periodo autunnale era tradizione (e in alcune parrocchie lo è tutt’ora) portare in chiesa i frutti della terra come dono di ringraziamento a Dio. Poi ci sono l’anno nuovo festeggiato dagli ebrei suonando lo shoffar e che per i cristiani non corrisponde propriamente al Capodanno che segna la fine dell’anno solare, ma all’avvento che segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, il giorno della riconciliazione con Dio e dell’espiazione che prevede venticinque ore di digiuno e che nel cristianesimo trova dei riscontri col mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, la hanukkah la festa della luce durante la quale gli ebrei accendono le candele e che corrisponde al nostro Natale con gli addobbi e le luminarie e la purim, il carnevale che, esattamente come quello cristiano, prevede divertimento abbuffate e mascherate prima della penitenza che prepara alla pasqua.  Come ogni culto anche l’ebraismo ha i suoi riti che accompagnano l’individuo nel corso di tutte le fasi importanti dell’esistenza. In ambito cristiano tali riti corrispondono ai sette sacramenti con le dovute differenze. Il primo rito della vita di un ebreo è la circoncisione. Otto giorni dopo la nascita i bambini maschi ebrei vengono circoncisi mentre le bambine ricevono una piccola benedizione in sinagoga. Questo è in qualche modo il corrispondente ebraico del nostro battesimo. Esiste anche una sorta di equivalente ebraico per la nostra cresima ed è il bar-miz-va cioè il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno del maschio ebreo che, come in una sorta di rito di iniziazione, va nella sinagoga e legge la torah per la prima volta facendo in questo modo l’ingresso nella comunità degli adulti e adottando anche l’abbigliamento e gli ornamenti degli adulti durante i riti e le preghiere da quel momento in poi. Anche per le bambine è previsto un rituale analogo chiamato però bat-miz-va ed esiste solo nell’ebraismo riformato non in quello ortodosso. Crescendo arriva poi il momento del fidanzamento, con la consegna di un anello alla donna da parte dell’uomo, insieme con una promessa d’amore e di impegno ufficiale davanti alla comunità e a Dio e dopo il fidanzamento il matrimonio celebrato indifferentemente in sinagoga o in casa propria purché sotto un baldacchino, officiato dal rabbino e durante il quale lo sposo rompe un bicchiere in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. È tradizione per gli ebrei, anche in momenti di festa, riservare sempre un ricordo a un qualche momento doloroso della loro storia. Ad un certo punto arriva anche il momento della morte. Chi ne è in grado prima di morire recita lo shemah Israel oppure viene letto dai familiari poi c’è il rituale della sepoltura e i parenti si lacerano le vesti. Questo nel rituale ortodosso (oggi non ci si lacera comunque proprio le vesti bensì degli stracci) a simboleggiare un legame affettivo che si lacera e viene a mancare. Gli ebrei ortodossi proibiscono la cremazione mentre i riformati no. Sulle tombe dei morti non si portano fiori, ma pietruzze. Una peculiarità che appartiene al culto ebraico e non a quello cristiano consiste nelle restrizioni alimentari. Per gli ebrei alcuni cibi sono impuri e non si possono mangiare come prescritto in un passo del Deuteronomio. Gli ebrei non possono mangiano carne di maiale (cosa che hanno in comune coi musulmani) non mangiano volatili ad eccezione di quelli domestici, ne pesci ad eccezione di quelli con le squame, mangiano carne macellata soltanto da un macellaio ebreo privo di difetti fisici che taglia di netto la gola dell’animale e toglie tutto il sangue (che non può essere consumato perché considerato in qualche modo sede della vita) e non la cucinano mai abbinata al latte e ai suoi derivati. Gesù con le sue predicazioni tra le altre cose rivoluzionerà anche questa concezione, dirà che non è impuro cio che entra nella bocca dell’uomo ma cio che ne esce. Ecco perché i cristiani non hanno restrizioni alimentari. Cristiani ed ebrei per molti secoli sono riusciti ad avere solo conflitti e nessun dialogo nessuna apertura tra loro. I cristiani non perdonavano agli ebrei il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia figlio di Dio, la sua morte, il mancato riconoscimento del nuovo testamento e, in tempi antichi, il fatto di manipolare il denaro, inizialmente associato dai cristiani al demonio (finchè anche loro poi hanno dovuto usarlo). Gli ebrei sono stati incolpati di ogni sciagura. Della peste nera nel Trecento, del disastro economico in Germania negli anni Trenta e così via. Bisognerà attendere il concilio vaticano secondo indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI per una prima apertura. Paolo VI scriverà addirittura un’enciclica che libererà gli ebrei da ogni accusa mossa loro in passato e prima di lui Giovanni XXIII ha modificato la liturgia del venerdì santo che prevedeva la frase “preghiamo per i perfidi ebrei”, frase che è stata tolta. Nel 1986 papa Giovanni Paolo II ha incontrato il rabbino capo Elio Toaff è entrato in sinagoga e ha chiamato gli ebrei fratelli maggiori e successivamente si recato in Israele a pregare di fronte al muro del pianto cosa che ha fatto anche Benedetto XVI  e che ha in programma anche papa Francesco. Il tutto per costruire insieme un cammino di pace che gli ebrei attendono da secoli, ma che per loro non è ancora giunta.

Si è conclusa in questo modo la prima parte del cammino alla scoperta dei tre monoteismi.

 

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La seconda serata si è svolta il 4 aprile alla stessa ora e con le stesse modalità. In questa serata partendo dal cristianesimo e viste già le sue radici ben piantate nell’ebraismo, si indagano i rapporti con l’islam.

La parola islam pronunciata in arabo con l’accento lungo sulla a significa sottomissione a Dio. Tra le religioni monoteiste rivelate è la più recente e pone principalmente l’attenzione su due realtà: l’uomo e Dio due realtà distinte, ma allo stesso tempo accomunate dai riti, dalle leggi sociali, dalle leggi del popolo. L’islam non è solo una religione, ma anche una comunità, l’hunnà, con una storia vastissima, una cultura, un’arte, trasmessa nel corso dell’espansione di questa comunità religiosa lungo tutto il bacino del mediterraneo e verso l’estremo oriente. Come ogni culto anche l’islam ha i suoi simboli. Il simbolo certamente più conosciuto è la mezzaluna con la stella che compare anche su molte bandiere di stati musulmani e che non nasce inizialmente come simbolo religioso perché l’islam in origine non aveva simboli particolari. Questo simbolo è preislamico cioè precedente alla sua diffusione e si riferisce ad un fatto storico. Quando Filippo II  di Macedonia invade la città di Bisanzio organizza un attacco notturno sotto le mura col favore delle tenebre quando ad un certo punto il vento disperde le nubi, in cielo compare una falce di luna che schiarisce il cielo permettendo alle guardie delle mura di vedere gli assedianti, dare l’allarme e costringerli al ritiro. In seguito a cio la falce di luna comincia a diventare il tema portante di molti manufatti come simbolo di salvezza. Nel mondo arabo inoltre la parola che indica la mezzaluna ha anche un riferimento numerico, ha lo stesso simbolo numerico della parola Allah pertanto la mezzaluna rappresenta Allah e la stella a cinque punte di conseguenza rappresenta Maometto, il profeta di Allah che sta ai suoi piedi. Oltre a questo simbolo i musulmani ne hanno altri due riprodotti su amuleti che portano al collo o al polso oppure tengono in casa per tenere lontane le malattie, le sventure, la malasorte eccetera. Uno dei due simboli si chiama la mano di Fatima cioè la figlia del profeta Maometto che vide un giorno suo marito in compagnia di una concubina, immerse la mano in una pentola di acqua bollente, ma non sentì dolore e questo per i musulmani è sintomo di forte autocontrollo. Le cinque dita della mano di Fatima rappresentano i cinque pilastri dell’islam. Anche gli ebrei hanno un amuleto simile, ma lo chiamano la mano di Miriam le cui cinque dita rappresentano i cinque libri della Torah. L’altro simbolo-amuleto è l’occhio di Allah molto diffuso in Marocco e spesso sovrapposto alla mano di Fatima. La penisola araba è il cuore dell’islam, il suo luogo di origine nonché di nascita del profeta Maometto (cioè colui che è lodato, questo il significato del nome) in povertà e rimasto presto orfano accudito da uno zio che lo avvia alla professione del carovaniere. Tutti a quel tempo e in quel luogo erano nomadi, commerciavano e si spostavano su carovane fermandosi solo di quando in quando presso oasi o santuari. Tali comunità veneravano molti dei associati agli elementi della natura, si muovevano seguendo le stelle. Tra le comunità che vivevano nella penisola araba a quel tempo c’erano però anche comunità cristiane ed ebraiche. Le prime avevano scarsa cultura e scarsa pratica di commercio. Le seconde disponevano di eccellenti risorse intellettuali, le uniche cose che potevano portare con se nel corso di esili e peregrinazioni per potersi di volta in volta adattare a terre nuove. Maometto nel corso dei suoi viaggi incontra queste comunità e comincia a riflettere sul dio unico che premia i buoni e punisce i malvagi. Seguendo l’esempio degli eremiti cristiani va in ritiro spirituale nelle caverne e li, durante le sue meditazioni, riceve anche le rivelazioni dell’angelo Gibril (Gabriele) che lo esorta a diffondere la fede che ha appreso in tutto il mondo ed egli lo farà e non sarà solo. Viaggiando Maometto ha trovato anche una compagna di quindici anni più vecchia di lui, la vedova Kadija, che lo sosterrà e lo seguirà nel corso delle sue predicazioni insieme con il cugino Alì e il commerciante Abubacr, che ne diverrà il successore. Ecco come nasce e si diffonde l’islam, una dottrina che crede negli angeli, nei demoni, nei jin (spiriti che appaiono e che possono essere sia buoni che cattivi), una dottrina che però teme fortemente la tentazione dell’idolatria e infatti vieta le rappresentazioni sacre, vieta di rappresentare le persone, la venerazione deve essere riservata solo al dio unico come recita anche il primo dei cinque pilastri della religione islamica cui si faceva poc’anzi riferimento: non vi è altro dio all’infuori di Allah e di Maometto suo profeta, un principio che richiama allo shemah Israel degli ebrei e al credo cristiano, un principio che non impedisce comunque ai musulmani di riconoscere anche dei profeti precedenti a Maometto che compaiono anche nella Torah ebraica e nella nostra Bibbia. Anche i musulmani parlano di Abramo, di Ismaele (anzi dicono di essere la discendenza di Ismaele, la discendenza promessa da Abramo quando lo ha allontanato insieme alla madre dopo la nascita di Isacco che Abramo ha avuto da sua moglie), di Isacco, di Giacobbe, di Salomone e di Gesù cui essi non attribuiscono lo status di figlio di Dio bensì quello di grande profeta che ha compiuto il disegno di Dio aprendo poi la strada a Maometto come ultimo e definitivo profeta. Il secondo pilastro è la preghiera cinque volte al giorno secondo un rituale ben preciso. Col viso sempre rivolto verso La Mecca (la città santa dove Maometto è nato) sopra una stuoia, un tappeto, un cartone o un pezzo di stoffa, ma mai a diretto contatto con la terra impura e seguendo una precisa gestualità: prima in piedi poi in ginocchio, poi sdraiati con la fronte, i piedi e le ginocchia al contatto col supporto ad indicare come l’uomo cerchi l’elevazione verso Dio, ma nello stesso tempo si prostra ai suoi piedi, si umilia di fronte ad esso. È il muezzin a richiamare alla preghiera cinque volte al giorno dall’alto del minareto le torri che circondano la moschea e sono un po’ l’equivalente dei campanili cristiani che attraverso il suono delle campane richiama alle funzioni. Il terzo pilastro è il ramadan, il mese del digiuno. Per un mese intero dall’alba al tramonto ogni giorno non si beve, non si mangia, non si fuma, non ci si lava, non ci si profuma e ci si astiene dai rapporti sessuali. A partire dalla pubertà (per le ragazze dal menarca cioè la prima mestruazione) tutti osservano il ramadan ad eccezione delle persone molto vecchie, i malati, le donne incinte o che allattano e quelle col ciclo solo nella settimana in cui sono impure che devono poi recuperare in seguito. Il quarto pilastro è l’elemosina obbligatoria per aiutare poveri e bisognosi, soprattutto vedove ed orfani, ma anche per le spese delle moschee. Il quinto e ultimo pilastro prevede il pellegrinaggio a La Mecca, obbligatorio almeno una volta nella vita. Una volta giunti, vestiti tutti con abiti bianchi senza cuciture a sottolineare l’uguaglianza, bisogna fare sette giri intorno alla Kaaba, una pietra nera che troneggia al centro della piazza principale della città , la piazza con la moschea. Questa reliquia è l’unica risalente all’epoca e ai culti preislamici che Maometto nel corso del suo cammino di predicazione non ha distrutto, ma assimilato. Secondo la leggenda è un meteorite nero a causa dei peccati dell’uomo perché l’islam non ha trovato ancora abbastanza diffusione nel mondo. Quando tutti diventeranno retti musulmani, secondo la leggenda, la pietra diverrà bianca. Anche le donne si recano in pellegrinaggio, ma accompagnate da un maschio della famiglia che fa da tutore e che può essere il padre, il marito o un fratello. Le donne non sono considerate esseri autonomi e sono generalmente ritenute inferiori. Nel mondo arabo in questo senso non si registrano troppe aperture. Durante i pellegrinaggi molta gente si accalca tutta in una volta specie nei periodi prestabiliti dal calendario islamico. Molte persone vengono schiacciate e altre muoiono negli accampamenti improvvisati da fornelletti e fuochi accesi per scaldarsi perché non hanno trovato posto negli alberghi. Durante i culti, i pellegrinaggi, le preghiere, i non musulmani non possono accedere ai luoghi preposti e anche in periodi, diciamo più neutri devono chiedere permessi. I musulmani sono molto più restrittivi rispetto a ebrei e cristiani per quanto riguarda l’accesso ai luoghi sacri. Anche i musulmani hanno il loro testo sacro, il Corano, però riconoscono anche la Torah, i salmi e i vangeli nonché la Sunnà, raccolta di detti, racconti e leggi della giurisprudenza islamica. Il Corano contiene la parola di Allah, da sempre esistente, increata, chiamata la madre del libro. Per vent’anni è stata trasmessa a Maometto da Gibril ma egli non l’ha scritta così come non ha mai messo per iscritto la Sunnà limitandosi a raccoglierne i contenuti. Sono stati i discepoli a scrivere tutto inizialmente su pietre, pelli di animali e scapole di cervo.  Hanno trascritto il Corano e anche la Sunnà che viene interpretata dagli Ulema, dei saggi, i giudici. A loro vengono poste tutte le questioni che possono interessare la comunità ed essi, leggendo e interpretando la Sunnà, emettono un verdetto definitivo. Per quanto riguarda il Corano è composto da 114 sure (capitoli) per un totale di 6633 versetti. Ogni casa contiene una copia del Corano in un angolo appositamente preposto e spesso avvolta in un foulard di seta. Il giorno che i musulmani dedicano al riposo e alla preghiera è il venerdì. I musulmani pensano che quando verrà il momento di incontrare l’Altissimo i primi ad andargli incontro saranno proprio loro seguiti dagli ebrei e dai cristiani. Ecco perché il loro giorno di preghiera viene prima rispetto a quelli delle altre due religioni. Il venerdì si va nella moschea a pregare tutti insieme spalla contro spalla su un pavimento pieno di tappeti. Ma la moschea non è soltanto luogo di culto, di preghiera o di riflessione personale come può essere la chiesa per noi. La moschea è anche scuola coranica, luogo di ritrovo, di ristoro dove si va anche a mangiare, dove si incontra il medico e l’imam che ogni venerdì sceglie, legge e commenta un brano del Corano facendo anche degli interventi sociali e politici messaggi a volte sbagliati che possono portare al compimento di atti terroristici, motivo per cui gli imam vengono controllati dai servizi segreti. Prima di accedere alla moschea bisogna fare le abluzioni all’ingresso o anche a casa, pulirsi accuratamente per purificare tutte quelle parti del corpo che possono costituire veicolo di peccato. Alla moschea poi si accede senza scarpe e questo vale per chiunque accede anche non musulmani. Persino papa Benedetto XVI si tolse le scarpe. Ma che cos’è il peccato per i musulmani? Come per tutti i culti peccato è fondamentalmente non seguire ciò che dio ha prescritto e dunque nel caso specifico non seguire il corano, non seguire i pilastri, non andare in moschea il venerdì, non credere, non attenersi ai precetti. Loro hanno un’idea netta di bene e male di Paradiso e Inferno dove i malvagi vengono portati a cospetto di Satana che i musulmani credono un angelo caduto perché non si è voluto inginocchiare a cospetto di Abramo. Per i musulmani non esiste la bestemmia, prerogativa dei cattolici. I musulmani immigrati nel nostro Paese si sentono in diritto di bestemmiare il nostro Dio perché sentono che noi italiani, che dovremmo credere e rispettare la nostra fede, come i musulmani rispettano la loro, non lo facciamo. Loro credono anche che la donna nasca senza l’anima per questo è inferiore e necessita di sottostare all’autorità dell’uomo. La salvezza della donna risiede totalmente nelle mani di Allah pertanto la donna deve fare ancora più attenzione rispetto all’uomo nel comportarsi bene. Occorre fare una distinzione però tra i Paesi eccessivamente rigidi e fondamentalisti e quelli che permettono una maggiore influenza della cultura occidentale. Nei Paesi fondamentalisti le donne devono coprirsi a partire dalla pubertà, dal menarca. In realtà il Corano dice che devono coprirsi solo all’interno dei luoghi di culto, ma poi l’uomo ha voluto dire la sua assimilando il corpo femminile ad uno strumento di tentazione che trascina l’uomo verso il peccato e il desiderio carnale così nel mondo islamico si vedono spesso donne coperte. Si va da quelle che coprono i capelli a quelle che lasciano scoperti solo gli occhi o solo la faccia a chi copre tutto come in Afghanistan dove alle donne è proibito, pena la flagellazione, leggere, scrivere, farsi una cultura propria. I talebani afghani affermano di applicare la sharia cioè la legge islamica contenuta nella Sunnà, una legge che vale sia in ambito civile che religioso due ambiti che nel contesto islamico non sono separati, una legge che prevede anche la lapidazione degli adulteri (una legge che anche gli ebrei avevano come testimoniano i vangeli che raccontano di Gesù che difende l’adultera dicendo “chi è senza peccato scagli per primo la pietra conto di lei”) con due pesi e due misure. Sia uomini che donne sono prigionieri in una buca, ma l’uomo emerge dalla terra più che la donna e riesce più facilmente a scappare. Se durante la lapidazione si riesce a scappare la gente vede in questo un intervento di Allah e tutto viene sospeso. Per la donna questo intervento può risiedere solo nella speranza di essere ferita dai sassi e non uccisa. Ma come dicevamo, esistono anche Paesi più aperti dove sorgono movimenti femministi che si ergono contro questi principi islamici che sono a sfavore delle donne e dove portare il velo o meno diventa una libera scelta diventa espressione della propria fede del fatto di praticarla. Capita dunque di vedere nelle medesime città donne occidentalizzate accanto a donne tradizionali che non sempre sono così perché obbligate dai padri i quali al contrario a volte confidano nel buon senso delle loro figlie più che nelle restrizioni. L’islam sembra dunque un mondo che si fonda moltissimo sulle contraddizioni e questo è tanto più chiaro se si osservano i riti musulmani che, come nel caso di tutte le altre religioni, accompagnano l’individuo dalla nascita alla morte. Quando nasce un bambino si recita una preghiera al suo orecchio destro e una al suo orecchio sinistro gli si da un bel nome e lo si deve dare al feto anche in caso di aborto. Per un maschio si fa una grande festa e si uccidono due pecore. La femmina non viene festeggiata e per lei si uccide una pecora sola. I musulmani dunque sottolineano sin da principio la loro idea di superiorità del maschio poi però arriva il momento del matrimonio ed emergono molte contraddizioni: per principio il matrimonio deve essere espressione di amore reciproco, per principio religioso proprio, ma poi la donna è di fatto una proprietà del marito sottomessa a lui e il trattamento che riceverà sta tutto nella lungimiranza del maschio nella sua scelta di essere aperto o tradizionalista. Secondo il principio religioso un padre non può obbligare la figlia a restare nubile a sposarsi non può sceglierle il marito, ma a conti fatti questi principi non sono osservati in tutti i Paesi musulmani allo stesso modo. Inoltre mentre la donna deve essere fedele al marito e non avere altri uomini, l’uomo non ha un vero e proprio obbligo di fedeltà e può avere sino a quattro mogli, anche se poi dovrebbe trattarle tutte allo stesso modo senza trascurarne nessuna. Il matrimonio musulmano non prevede la parità tra i coniugi anzi nel mondo musulmano i figli appartengono solo al padre. Ecco perché un uomo musulmano può sposare donne ebree o cristiane (chiamate le agenti del libro per sottolineare origini religiose comuni) ma non può accadere il contrario. Dopo la nascita e il matrimonio arriva il momento della morte. Anche al defunto si recitano preghiere in particolar modo la professione di fede, si lava il corpo lo si avvolge in un sudario e lo si seppellisce nelle terra rivolto verso La Mecca e quando si trovano in un Paese straniero i musulmani o cercano di far rimpatriare la salma nella terra d’origine o comunque rifiutano di essere seppelliti accanto a non musulmani. In qualche modo questa maggiore chiusura e ostinazione a mantenersi separati da altre fedi, a voler convertire tutti per forza più di quanto facessero i cristiani secoli fa è un tratto che colpisce della religione musulmana, un tratto che fa riflettere, un tratto che rende più difficili i rapporti tra cristiani e musulmani che non tra cristiani ed ebrei. Tra tutti e tre i monoteismi le ragioni di dissapore molto spesso vanno ben oltre le ragioni di fede, non si tratta soltanto di dire che si venera lo stesso Dio ma con forme e rituali diversi altrimenti non si sarebbe dovuto aspettare il secolo scorso per cominciare a vedere segni di apertura, volontà di dialogo interreligioso addirittura universale come l’incontro ecumenico di Assisi che vide la partecipazione di tutte le ramificazioni dei tre monoteismi, ma anche delle religioni orientali e animiste tribali di varie popolazioni sparse per il Mondo come i nativi americani. Le ragioni dei dissapori hanno molto più spesso una radice culturale si ritrovano nella Storia. Ad oggi musulmani ed ebrei si contendono il territorio dello stato d’Israele. Secoli fa la missione divina delle crociate di liberare il santo sepolcro dagli infedeli nascondeva anche l’intento di aprirsi nuovamente le rotte commerciali che i turchi avevano chiuso. In secoli più recenti oggetto d’interesse era il petrolio e in mezzo a tutto ciò troviamo pregiudizi culturali dovuti appunto all’ignoranza che porta a chiudersi in se stessi. Ecco perché al cristiano il musulmano appare violento e retrogrado anche per la questione della guerra santa (che ha la sua origine nell’episodio storico della cacciata di Maometto da La Mecca in seguito al quale si è rifugiato a Medina. A La Mecca nessuno voleva ascoltare Maometto, la nuova fede avrebbe provocato crisi all’economia basata sul commercio degli idoli pagani mentre invece Medina accolse Maometto perché rivale di La Mecca e quando Maometto ricevette dall’angelo Gabriele l’esortazione a diffondere la fede con ogni mezzo, anche con la guerra, Medina combatté con Maometto contro La Mecca) mentre agli occhi del musulmano l’occidente è il male, è corrotto, è vizioso. Due punti nevralgici della questione riguardano la posizione della donna che nell’occidente ha conquistato dopo secoli e secoli maggiore libertà e l’educazione religiosa dei bambini all’interno della famiglia che i cristiani col tempo hanno perso e invece le altre fedi hanno mantenuto. Questi sono spunti da cui dovrebbe partire un dialogo che abbia come obiettivo l’incontro pacifico tra quelle che in fin dei conti sono le tre religioni dell’unico Dio.

Ed è con questo augurio di pace dialogo e fratellanza futura che si è conclusa questa sera l’ultima serata (per ora) dedicata alla cultura religiosa. Perché per essere fratelli bisogna amarsi almeno un po’ ma si può amare e dunque non temere solo ciò che si conosce.

Antonella Alemanni

BOSCHI E LEGNO A TALAMONA – UN FILO ROSSO

 

TALAMONA ,22 marzo 2014, la casa Uboldi diventa anche archivio storico. Gli statuti della magnifica comunità di Talamona

VIAGGIO NELL’ANTICO COMUNE DI TALAMONA

IN OCCASIONE DEL TRASFERIMENTO DELL’ARCHIVIO STORICO DAL COMUNE ALLA CASA DELLA CULTURA UNA MOSTRA RIEVOCA UNO SPACCATO DELLA TALAMONA CHE FU, COSI’ COME EMERGE PROPRIO DAI DOCUMENTI

Da quando ormai due anni fa cominciò ufficialmente l’avventura culturale della Casa Uboldi, si sono susseguiti diversi eventi di vario genere e tutti preparati con grande entusiasmo, ma, senza nulla togliere al resto, credo che nessun evento sia mai stato preparato con un lavoro, una cura, un impegno, una passione, pari a quelle spese per l’evento presentato oggi a partire dalle ore 16.30. Un evento che, lo possiamo dire fin d’ora, merita senz’altro di essere ricordato come il momento clou della stagione culturale 2013-2014, un evento che rappresenta in qualche modo il traguardo di un’avventura cominciata cinque anni fa quando sono cominciati anche i progetti di ristrutturazione della Casa Uboldi per far si che diventasse ciò che è ora, uno spazio, per dirla con le parole del sindaco Italo Riva che ha aperto col suo intervento questa ricca giornata, “in cui i talamonesi di tutte le età e generazioni hanno la possibilità di passare piacevolmente del tempo arricchendosi culturalmente anche attraverso un patrimonio di memorie che conta elementi unici nel panorama archivistico. Ecco dunque il motivo per cui oggi siamo qui ad inaugurare una nuova sala di questa casa che conterrà il nostro archivio storico e contemporaneamente ad inaugurare una mostra con la quale si intende celebrare questo importante evento”. Un evento che, come dicevamo, è il coronamento di un’avventura che parte da lontano e che quest’oggi è stata sinteticamente narrata dall’assessore alla cultura Simona Duca che ha preso la parola subito dopo il sindaco. Un’avventura cominciata per l’assessore già nel 2000 dunque quattordici anni fa quando un giorno si trovò a dover fare una ricerca che necessitava proprio la consultazione dell’archivio. Allora la sala che lo conteneva era ubicata ai piani alti del comune e versava in uno stato di disordine e abbandono. Da li l’idea di dare una sistemata, un proposito portato a termina nel 2007 quando tutti i faldoni hanno trovato posto dentro un armadio. Ma poteva questa sistemazione essere quella giusta? L’archivio aveva un senso in questo modo finalmente ordinato, ma nascosto, come chiuso in prigione? Che cos’è un archivio innanzi tutto? Un insieme di documenti certo anche molto vecchi, talmente vecchi che il sentire comune della gente è di estraneità, un pensare “ma noi che c’entriamo?” ma anche e soprattutto un tesoro che scopri, che trovi e che studi al punto che ti entra dentro e diventa parte di te, al punto che non sei più tu a possedere l’archivio, ma ne sei posseduto, un tesoro che racchiude l’identità di una comunità, il suo passato, da traghettare nel presente verso il futuro. Un tesoro cui bisogna dare un senso, una collocazione che ne valorizzi il contenuto e tutto ciò che rappresenta. Ecco dunque l’idea di un’analisi più accurata e di una sua collocazione alla casa della cultura dove già ha trovato posto la biblioteca. Archivio e biblioteca altro non sono che due diverse sfumature di cultura, la nostra cultura che ci identifica e ci caratterizza. Ed eccoci dunque oggi dopo un paziente lavoro di riordino, studio, catalogazione dei documenti durato cinque anni ad opera delle archiviste Rita Pezzola (che si è occupata dei documenti più antichi), Annalisa Castangia e Simona Cometti (che si sono occupate dei documenti più recenti a partire da quelli successivi all’età napoleonica) a condividere finalmente col pubblico questa avventura presentando questo evento.

 

L’intervento di Rita Pezzola

Ed è con grande emozione che Simona Duca ha condiviso il suo racconto di questa avventura paragonandola ad un’intensa scalata in montagna e passando poi la parola a Rita Pezzola la quale ha subito tenuto a sottolineare come questo evento di oggi rappresenta si il coronamento di un percorso, ma anche un punto di partenza di un nuovo rapporto della comunità con la propria identità culturale. Che cos’altro rappresenta l’archivio se non la testa dell’enorme corpo collettivo, la mente, la guida, il pensiero? Come può essere definito se non come la progettualità che si manifesta in un pensiero collettivo, un’identità da ritrovare e riordinare in modo sensato, un tesoro da leggere, da valorizzare, da vivere? Come un patrimonio da conoscere? Un tesoro prezioso che, nel nostro caso, contiene carte risalenti alla fine del Quattrocento e un’ampia documentazione risalente al Cinque e Seicento tra cui multe. Secondo il presidente della soprintendenza archivistica Maurizio Savoia, nessun comune, perlomeno in Lombardia, contiene multe del Cinquecento. Ma queste carte sono anche verbali di consigli comunali ininterrottamente dal Seicento fino agli anni Ottanta del Novecento e poi gli Statuti del 1525. Una memoria storica che riguarda tutti indistintamente e del quale la mostra inaugurata oggi (che rimarrà aperta per i prossimi 15 giorni sino al 6 aprile negli orari di apertura della biblioteca più la domenica dalle 15 alle 18 con aperture straordinarie su richiesta per gruppi e scolaresche ndr) e che sarà portata anche all’Expo di Milano del 2015 (che detiene anche parte del patrocinio) rappresenta un primo approccio aperto a più persone possibile, una sorta di reazione chimica tra l’oggi, l’habitat e il contesto di Talamona e ciò che le carte offrono in merito alle questioni di natura gestionale del patrimonio naturalistico che ci circonda così come venivano affrontate nei secoli passati. Una miniera di informazioni di natura storico-giuridica, ma anche naturalistica con descrizioni dettagliate della vegetazione che, a detta di se medesima, hanno permesso a Rita Pezzola di riuscire a vedere il bosco con occhi diversi sotto la lente di una maggiore conoscenza degli organismi che lo popolano. Una miniera di informazioni che testimoniano (come ha giustamente sottolineato in chiusura l’assessore alla cultura Simona Duca riportando le osservazioni dei suoi alunni delle scuole medie) lo stato avanzato della legislazione talamonese in materia di tutela del patrimonio ambientale già nel Cinquecento. La mostra si propone di raccontare tutto questo di dare voce in modo schematico chiaro e conciso alle storie e ai personaggi che ruotano intorno al bosco storie prese direttamente dai documenti, vivida testimonianza della Storia come materia viva, un punto di inizio di un meraviglioso canto possibile che si sprigiona da questi documenti.

L’archivio e il bosco: gli interventi congiunti di esponenti della Comunità Montana, del Parco delle Orobie Valtellinesi e dell’ufficio archivistico della regione Lombardia

Poiché, come stiamo appunto dicendo, molti documenti ritrovati nell’archivio riguardano il bosco e il suo ruolo fondamentale nella vita della comunità, non potevano mancare alla realizzazione di questo evento e in particolar modo della mostra enti che col bosco hanno direttamente a che fare tutt’oggi portando in qualche modo avanti l’opera di tutela del patrimonio boschivo già promossa dagli antichi statuti ritrovati. Non potevano nemmeno mancare alla presentazione, non potevano mancare di arricchire con le loro osservazioni questa ricca giornata, non potevano mancare di sottolineare, come di già l’esponente del parco delle Orobie, quanto questa collaborazione sia stata piacevole ed arricchente permettendo di conoscere la storia dei comuni di Talamona e di Tartano e la loro civiltà basata sul patrimonio boschivo e da esso dipendenti, un patrimonio che rappresenta l’identità comunitaria e che, come ha sottolineato il referente per l’Ufficio archivistico della regione Lombardia, non ha nulla da invidiare a quello di Trentino e Val d’Aosta anche per quanto riguarda la grande competenza con cui tutto viene gestito, un patrimonio che, come ha raccontato la referente della comunità montana, è stato rievocato persino durante una conferenza a Bolzano in occasione della quale Talamona è stata citata da un professore universitario toscano nel corso di un suo intervento riguardante le antiche teleferiche.

È venuto a questo punto il momento di toccare con mano e vedere quanto sino ad ora presentato.

Inaugurazione della sala dell’archivio storico intitolata a Fausto Pasina

Per consuetudine, tutte le sale della casa della cultura sono intitolate a persone che non ci sono più, ma che in vita si sono distinte per essere talamonesi di spicco, la cui vita e opere si sono spese in gran parte a beneficio della comunità e dello sviluppo generale di Talamona. Per l’intitolazione della sala dell’archivio storico è stato scelto Fausto Pasina per il contributo da egli dato nel recupero dell’archivio stesso e in generale per il suo sapere e le sue competenze messi sempre generosamente a disposizione. Una figura rivissuta oggi attraverso le parole di un suo amico, Elio Luzzi, che ha letto un testo abbozzato di suo pugno. Eccolo riportato di seguito.

Fausto Pasina fu geometra nel senso euclideo del termine, appassionato della scienza della geometria da quella che ci permette di distinguere i confini degli orti e calcolarne la superficie a quella che permette di relazionare il movimento gravitazionale delle stelle alla piccola pallina cui siamo ancorati dalla gravità con tutte le speculazioni filosofiche suggerite nell’andare dall’orto alle stelle. Fausto Pasina amava i paradossi. Discutendo una volta delle professioni a noi prossime, quelle degli ingegneri e degli architetti, egli disse “sul frontone del tempio di Atene vi è la critta NON ENTRI CHI NON E’ GEOMETRA” conseguentemente gli ingegneri e gli architetti dovevano restare fuori ad aspettare il verbo. Ricordo una sera, forse all’uscita di un’aggrovigliata riunione di attivisti politici. Si fermò un momento ad osservare il cielo pensoso commentando “guarda su, noi al confronto siamo due moscerini e contiamo come tali” poi alzando la voce al resto del gruppo disse “e adesso che ci siamo confessati possiamo ricominciare a beccarci”. Era un talamonese con la consapevolezza (che per altri è comunque un’atavica e latente percezione) che i talamonesi non sono soltanto abitanti di un paesetto delle Orobie ma un piccolo popolo. Conosceva egregiamente la storia italica, quella europea, quella del socialismo, quella internazionale, quella antica delle grandi civiltà e la nostra storia locale di piccolo popolo. Mi raccontò di una volta che si trovava in vacanza da pensionato solitario su alcune isole greche e venne ospitato per una festa su una barca da alcuni pescatori ingegnandosi a far cantare loro una nostra canzone locale in dialetto. Sul finire degli anni Ottanta mi aveva invitato a cena, era il suo compleanno, l’11 marzo, quando il sole è nella costellazione dei Pesci. Mi informò che aveva recentemente recuperato delle fotografie delle pagine di un manoscritto degli statuti di Talamona. Un suo conoscente le possedeva per via di discendenze familiari e le aveva date a Fausto in cambio di consultazioni tecniche, ma anche cimeli e carabattole varie. È un ricordo ben preciso il mio: la cena di compleanno, i discorsi sul manoscritto da recuperare e i contenuti che aveva iniziato ad indagare, i suoi contatti con gli amministratori del comune. Per farla breve, in tempi successivi propose agli amministratori del comune dell’epoca la sua disponibilità a fornire fotocopie di quanto in suo possesso a condizione che venisse fatta una traduzione stampa da distribuire gratuitamente alle famiglie talamonesi. La cosa bella è che grazie all’interessamento del sindaco Domenico Luzzi fu curata dal sodalizio soci della crusca del quale era componente padre Mario Abramo Guatti che li tradusse e commentò sommando alla sua competenza specifica la profonda conoscenza della lingua e della cultura del nostro piccolo popolo. Il resto è storia recente. I preziosi testi originali degli statuti e del libro degli estimi (documenti catastali con descrizioni delle varie proprietà ndr) sono riemersi dagli anfratti del mansardato archivio del municipio perché Italo Riva, curioso e caparbio, convinto assertore del valore fondante della storia e della cultura, ha attivato tutto quanto era nelle sue facoltà.

Nel ricordare con voce rotta dall’emozione il suo caro amico e libero pensatore Fausto Pasina, Elio Luzzi ha voluto estendere il pensiero anche ad altri amici vivi solo nel ricordo: Mario Tarabini, Emilio Guerra, Mario Ciocchini e Mario Pasina. Amici di tante passioni.

 La mostra e le sue storie.

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È venuto dunque il momento tanto atteso di vedere finalmente la mostra che ho potuto rivedermi con calma più volte durante i turni dell’apertura. Una mostra decisamente non convenzionale studiata nei minimi dettagli nel corso di circa una decina di riunioni o poco meno.  Una mostra che si ripropone di raccontare l’archivio storico talamonese (per quanto riguarda la parte dedicata ai boschi e alle norme contenute negli statuti riguardante il loro utilizzo) attraverso le immagini le storie e i personaggi risalenti a quel periodo. Un racconto che scrollando via la polvere dei secoli riporta il passato a parlare al presente. Un racconto che è stato ben introdotto di già durante la conferenza nella sala Valenti da due dei curatori, Marco Brigatti (che ha curato l’allestimento e la grafica dei pannelli) e Annalisa Azzalini (che ha illustrato i personaggi). Attraverso le loro parole i presenti si sono già potuti fare una prima idea di ciò che avrebbero visto.

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Il piccolo Giovanni

 

Ciò che colpisce immediatamente entrando alla mostra è il forte odore del legno. L’odore del compensato delle strutture che sostengono i pannelli illustrativi realizzati appositamente da una falegnameria e studiati per essere montati ad incastro non soltanto per essere più facilmente smontabili e rimontabili in vista delle trasferte cui la mostra è destinata, ma anche per fungere da richiamo alla struttura dei nuclei abitativi in utilizzo in zona all’epoca (che saranno approfonditi in seguito). Questa mostra è stata concepita per essere tutta di legno e di carta, per essere un percorso intellettuale, ma anche un percorso sensoriale, una mostra che riproduce un bosco e le sensazioni che suscita il fatto di passeggiarvi al suo interno.

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Il legno e l’archivio dei documenti sono i protagonisti principali dell’evento di oggi e della mostra che segue. A legarli un filo rosso che, complice il profumo del bosco ci guida idealmente indietro nel tempo. Dalle nebbie del passato così diradate fa capolino il piccolo Giovanni con la sua veste color crema e il suo bastone che ci prende idealmente per mano e ci conduce nel suo mondo, un mondo dove i bambini avevano a che fare con la natura e con il legno sin dalla più tenera età in ogni ambito della vita quotidiana. Ricevevano giocattoli in legno e giocavano molto all’aria aperta dove si divertivano a raccogliere rametti e bastoni come Giovanni (e come facevo anche io da piccola) e la piccola Caterina, bionda con la veste azzurra, due piccoli che le pagine dei documenti ci hanno restituito e che sono stati fatti rivivere da Annalisa Azzalini grazie a ricerche accurate anche da Internet da vari libri, affreschi secondo un procedimento di ricostruzione antropologica di genere seguito per tutti i personaggi che qui appaiono (il clamator, il notaio, il sindaco, il boscaiolo…).

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I nomi dei due bambini non sono stati scelti a caso, ma perché dai documenti è emerso che parecchi bambini venivano battezzati così e che dunque questi erano i nomi più utilizzati. Essi appaiono talmente vividi che sembra quasi di vederli mentre corrono, ridono e si inoltrano nel bosco, del quale sapevano tutto. I nos regiur ancora raccontano che loro da bambini avevano una sola sapienza ed era quella trasmessa dal bosco e dagli adulti che avevano acquisito la sapienza del bosco prima di loro. La gente di allora sapeva riconoscere ogni pianta, ogni erba, gli animali, gli uccelli dai loro nidi, sapevano dove li costruivano, distinguevano le uova, i diversi canti. Il rapporto col bosco era qualcosa di vivo, di concreto ed è questo che si è cercato di far emergere. Un rapporto di persone consapevoli di relazionarsi ad altri esseri viventi tanto che c’era l’usanza di piantare un albero ogni volta che un bambino nasceva. Così il legno non era soltanto un materiale utile come descritto nel pannello qui sopra. Certo utile lo era moltissimo, indispensabile in un’epoca dove non esistevano altri combustibili dove non c’era altro modo per cuocere e conservare i cibi e dove c’era solo un altro materiale disponibile, la pietra essendo lontanissima l’epoca dove c’è fin troppa roba a disposizione (non è un caso se allora non c’era l’emergenza rifiuti).  Ecco dunque le antiche storie che il bosco ha vissuto e che potremmo vivere ancora oggi se solo non ci dimenticassimo che il bosco è ancora li a due passi da noi e che oggi come allora può ispirare persino l’ingegno di creazione artistica dell’uomo, come ben mostra la tavola intagliata di Egidio Ruffoni (già ospite ad una mostra precedente)  che rappresenta il capolettera che caratterizza quasi tutti i documenti dell’archivio.

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La piccola Caterina

 

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Questo pannello mostra il territorio di Talamona che anticamente era un tutt’uno con la Val Tartano. Un territorio fatto di acqua, legno e pietra e con una nutrita presenza di verde ancora oggi. L’Adda costituiva e costituisce tutt’ora il confine del comune di Talamona fino alle cime del versante. Il nucleo abitativo più antropizzato sorgeva sul conoide del torrente Tartano e presso i torrenti Roncaiola e Malasca e fu abitato sin dai tempi più remoti come testimonia anche la necropoli romana ritrovata in tempi relativamente recenti sotto l’attuale cimitero.

La chiesa altomedievale di Talamona si trova ancora oggi laddove sorgono la piazza principale e il comune. La chiesa attuale risale all’XI secolo.

Dal conoide si sale fino a mezza montagna dove sono ancora ben visibili le tracce della transumanza nelle selve composte da castagni che salendo sempre più verso la Val Tartano si convertono in boschi di conifere prima di arrivare al confine con la provincia di Bergamo e condurre nel suo territorio.

Il paesaggio è composto da case di pietra di tutte le tonalità del grigio ravvivato dal verde dell’erba e dai colori della frutta e delle coltivazioni.

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Questo pannello illustra invece il contesto storico dell’epoca abbracciata dai documenti dell’archivio e dunque anche dalla mostra, un periodo che abbraccia i secoli dalla fine del Quattrocento, tutto il Cinque e Seicento. Si vuole in particolar modo mettere in evidenza il confronto tra gli eventi salienti della Storia universale di quell’epoca e le vicende più strettamente legate al nostro territorio. A partire dal 1512 la Valtellina cominciò ad essere assoggettata ai Grigioni (un popolo della Svizzera meridionale) divenne un distretto del suo governo delle tre leghe, l’unico che riuscì a mantenere la fede cattolica in un contesto dove imperversava il protestantesimo cosa portò qualche tensione e alcuni cambiamenti (come nell’ambito dei commerci del vino prima molto fiorenti con la Svizzera). Il governo delle tre leghe a sua volta suddivideva la Valtellina in tre terzieri: quello superiore che faceva capo a Tirano, quello medio che faceva capo a Sondrio e quello inferiore a sua volta suddiviso in retico che faceva capo a Traona e orobico che faceva capo a Morbegno. Talamona apparteneva a quest’ultimo. Il suo territorio era diviso in colondelli (dai quali pare siano derivate le nostre contrade attuali), cioè nuclei abitativi (colondello deriva dal latino colere che significa abitare). I capi delle famiglie dei vari colondelli una volta all’anno (tendenzialmente nel mese di gennaio) tenevano delle assemblee pubbliche per leggere e discutere gli statuti. In occasione di eventi particolari (come l’arrivo di nuovi amministratori o preti) si potevano convocare assemblee straordinarie con pubbliche discussioni trascritti su verbali che riportavano i nomi dei colondelli e delle famiglie che li rappresentavano. Tali documenti sono tutt’ora custoditi nel nostro archivio storico a fungere da spaccati di vita. La loro lettura risulta complicata dal fatto di essere scritti a mano in un linguaggio misto tra il latino e il parlato dell’epoca.

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Giovan Battista Camozzi

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Gli statuti di cui ogni famiglia possiede una copia stampata in casa (e di cui il comune di Talamona pare sia l’unico a possedere ancora gli originali) sono stati scritti dal notaio Giovan Battista Camozzi nel 1525 il 21 gennaio su incarico ufficiale del comune e del sindaco. Quest’uomo apparteneva ad una famiglia che ha “sfornato” notai per generazioni e ha influenzato molto la cultura. I documenti all’epoca erano artigianali e più di adesso erano davvero il frutto della cultura di chi li produceva.

La figura del notaio all’epoca era molto importante, rivestiva un ruolo ben più di rilievo rispetto a quello che gli viene attribuito oggi. Era suo compito cogliere il significato storico di una proprietà e nel nostro caso di sottolineare l’importanza del legno come materiale naturale, protagonista assoluto della vita della nostra comunità dell’epoca per ogni generazione, in una società rurale ancora lontana dall’industria e dalla tecnologia e l’importanza del bosco come patrimonio identitario da custodire e non sprecare centro della vita quotidiana sociale e politica. Non a caso l’80% delle regole scritte riguardavano il bosco ed è questo il significato profondo degli statuti, la loro grande importanza.

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Gli statuti cominciano con la lettera I. In particolar modo gli statuti aprono con la dicitura in primis impreziosita dallo splendido capolettera illustrato nel pannello e che, lo abbiamo visto prima, è stato riprodotto sulla tavoletta intagliata.

L’importanza della figura di Camozzi e di questi statuti risiede nel fatto che se essi fossero andati persi avremmo perso la nostra identità storica e culturale. Cio che sta scritto in questi documenti non è soltanto un insieme di norme, ma anche un resoconto della struttura sociale e della vita quotidiana di un tempo. È grazie a Camozzi e al suo inestimabile lavoro se noi oggi sappiamo come si viveva nel Cinquecento e nel Seicento.

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Gli statuti venivano continuamente aggiornati in relazione soprattutto ai mutamenti sociali. Vecchi proprietari che morivano nuovi che compravano e in generale tutti quei piccoli eventi che caratterizzano la vita della comunità ancora oggi.

 

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Le regole circa l’utilizzo del bosco erano tanto precise quanto intransigenti le multe che punivano le trasgressioni. Multe che ammontavano a somme insormontabili per la gente dell’epoca. Ecco perché i boscaioli raccontano che chi veniva sorpreso ad abbattere alberi senza permesso, in quantità maggiore rispetto a quella regolamentata, un tipo di pianta diversa da quella che si era autorizzati a prendere,  in zone vietate soprattutto quella offlimits sui versanti che prevedeva le frane, non potendo molto spesso pagare, subiva l’amputazione delle dita nonché la confisca di tutto cio che possedeva.

Queste leggi e queste multe derivavano soprattutto da una questione di cuore, dal legame affettivo che, come già abbiamo detto, univa la comunità ai suoi boschi.

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Il clamator

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Oggi come allora la legge non ammette ignoranza. Ecco perché una volta che le leggi venivano emesse dal podestà (il capo che dominava le nostre valli per conto dei Grigioni) molto importante diventava la figura del clamator. Questo termine deriva dal latino clamare cioè gridare e il clamator era appunto colui che annunciava gridando nelle piazze le nuove leggi emesse che, appunto per questo motivo venivano denominate gride. Tali gride venivano poi lasciate appese in piazza in modo che tutti potessero vederle, ma bisogna considerare che allora erano molto pochi coloro i quali sapevano leggere e scrivere e dunque il clamator diventava un punto di riferimento molto importante per essere messi al corrente di tutto.

 

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Oggi come allora a capo della comunità c’era un sindaco. Fare il sindaco allora e più in generale ricoprire una carica politica non era vissuto come viene vissuto al giorno d’oggi, ma veniva davvero inteso nel modo in cui la politica dovrebbe sempre essere e cioè un servizio alla comunità. Il sindaco con la sua comunità stringeva un vero e proprio patto di sangue pungendosi il dito con uno spino di rosa canina. Era una grande cerimonia cui tutta la comunità assisteva. Proprio per questo veniva scelta la rosa canina, una pianta già documentata a quei tempi con spine abbastanza grandi in modo che anche chi si trovava ad una certa distanza poteva assistere al rituale.

 

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Il sindaco Giovanni Battista Spini

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Oltre agli statuti altri documenti fondamentali per viaggiare idealmente nel tempo e riscoprire un’epoca perduta sono gli estimi, i documenti catastali scritti elegantemente sia per quanto riguarda la grafia che per quanto riguarda la struttura, lo stile della scrittura. Anche se furono scritti essenzialmente a scopo burocratico per essere poi in grado di distribuire le tasse in modo equo, essi a tutt’oggi valgono più come preziosa testimonianza storica e per il loro essere mappa di parole che descrivono magistralmente tutto l’abitato casa per casa ciascuna coi suoi dintorni. Chi ha una certa età ancora oggi riesce a riconoscere i luoghi descritti in questi documenti.

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Gli estimi ci permettono di ricavare informazioni sulle coltivazioni diffuse a Talamona in quell’epoca lontana. Coltivazioni che ritroviamo ancora oggi. Tutto ciò che è scritto nei pannelli che compongono la mostra è una semplificazione e una schematizzazione delle informazioni ricavate dai documenti.

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Qui siamo giunti in quello che è in qualche modo il cuore del nostro percorso. Con i dovuti permessi e nel rispetto delle regole erano i boscaioli a recarsi materialmente nel bosco ad effettuare i tagli necessari ai bisogni comunitari.

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Il boscaiolo

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Ancora oggi il paesaggio talamonese è costellato di vitigni di cui si prendono cura uomini volenterosi seguendo la tradizione che viene da lontano, seguendo i tempi giusti della raccolta, della potatura e avvolgendo i tralci con rametti di salice appositamente preparati.

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Le castagne venivano denominate il pane dei poveri. Proprio un tipo di pane (e in altre zone dell’arco alpino e della pianura padana anche di polenta) si ricavava dalle castagne e si può trovare tutt’oggi in alcuni panifici artigianali.

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Ecco dunque il salice scialesc in dialetto così come veniva utilizzato per legare i tralci di vite potata. Venivano scelti dei rametti molto sottili che venivano scortecciati con uno strumento di legno simile alle mollette per i panni, ma di forma molto più allungata. La scortecciatura avveniva nel periodo primaverile quando si diceva che il salice era in amore e si scortecciava più facilmente. I tralci così scortecciati venivano avvolti in fascine e prima di usarli era sempre meglio lasciarli un po’ di tempo a stagionare e poi metterli a bagno prima di legare con essi i tralci di vite.

Con le varietà di salice più selvatico si potevano realizzare dei cestini intrecciati. Il salice più selvatico si riconosce per il fatto di essere più scuro.

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 Preparazione dei tralci di scialesc

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Come abbiamo gia accennato i documenti, sebbene per motivi essenzialmente di funzione burocratica e amministrativa fornivano anche dettagliate informazioni naturalistiche. Leggendoli si impara a conoscere la vegetazione spontanea, da quali specie era composta e come distinguerle l’una dall’altra. Il percorso della mostra propone degli spazi dove si possono vedere e toccare le piante i tronchi, i rami, gli aghi, le pigne, le ghiande e con alcune indicazioni capirne le peculiarità. Si impara ad esempio che il larice è l’unica conifera che perde gli aghi ma dal quale le pigne si staccano con difficoltà. Si impara a distinguere l’abete bianco dall’abete rosso. L’abete bianco ha i rami più chiari ha le pigne erette verso l’alto, ha delle piccole righe bianche sotto gli aghi disposti a pettine che pungono meno rispetto a quelli dell’abete rosso, inoltre cresce molto in alto perché vuole ambienti umidi e ombreggiati. L’abete rosso ha molti più aghi per ramo, rami di colore scuro, rossiccio appunto, pigne pendule e cresce più in basso. Sapienze queste che ormai sembrano non contare più nulla nella nostra civiltà odierna ma che sarebbe bene conservare.

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Essendo gli estimi descrittivi delle varie proprietà, molto spazio è dedicato alla minuziosa descrizione delle case. Da ciò riemerge il carden una particolare abitazione in legno presente soprattutto nella val Tartano. La struttura su cui sono stati montati i pannelli di questa mostra è stata pensata come delle tavole di compensato ad incastro proprio per richiamare alla struttura di questi carden molti dei quali tuttora presenti nel territorio della Val Tartano anche se non sono più abitati.

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I vari nuclei abitativi è un tema che si è pensato di approfondire quando la mostra era già in corso d’opera. Sulle strutture di queste case esiste un’ipotesi che al momento non è comprovata dai documenti. Si è notata una certa rassomiglianza coi nuclei abitativi tirolesi e dunque si pensa ad una qualche connessione tra le nostre popolazioni e quelle di quei territori in tempi remoti. L’indagine continua.

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Non poteva mancare un piccolo approfondimento anche sulla Val Tartano che, come abbiamo detto, a quel tempo con Talamona faceva comune unico tanto che si sono mantenuti rapporti molto stretti tra i due centri abitati che durano ancora oggi. Molti talamonesi hanno la loro origine in Val Tartano soprattutto quelli che portano i cognomi Spini e Bertolini.

 

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Didascalia in braille

La particolarità di questa mostra è il fatto di essere stata pensata per un’ampia fascia di persone e per avere più piani di lettura. Unica nel suo genere questa mostra propone anche delle didascalie in braille per i non vedenti, anche quella una cosa che è emersa in corso d’opera.

 

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Ad opera di Antonella Alemanni e di tutti i volontari che si sono prodigati nell’accompagnare i visitatori in questo viaggio nel tempo. Il gruppo boscaioli, Luigi Scarpa, Simona Duca e Lucica Bianchi.

CHIARO DI LUNA, UNA VITA

 

TALAMONA 21 marzo 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

IL RACCONTO DI UN’ESPERIENZA UMANA CHE SI INTRECCIA CON LA STORIA ENNESIMA DIMOSTRAZIONE DI COME LA STORIA QUELLA GRANDE ALTRO NON E’ CHE UN INTRECCIO DI MOLTEPLICI PICCOLE STORIE

Ogni individuo è un Mondo a sé, un Mondo, una vita, costruita sulla base delle esperienze vissute, degli incontri fatti e delle storie di chi ci ha preceduto, il tessuto familiare di cui tutti siamo il prodotto. Sono questi piccoli mondi queste piccole storie a creare tutte insieme il grande arazzo dell’umanità e della Storia, un concetto più e più volte ribadito nel corso delle serate alla Casa Uboldi, serate durante le quali molto spesso le piccole grandi storie di gente comune con vite a volte fuori del comune hanno trovato il loro spazio per essere raccontate. L’ultima in ordine di tempo questa sera alle ore 20.45. La storia della signora Adriana Peregalli, un’insegnante e pittrice che, come ha spiegato lei stessa in un videomessaggio in chiusura, ha voluto lasciare una testimonianza concreta del suo vissuto in primo luogo come eredità ai figli. Ed è così che è nato il libro CHIARO DI LUNA, UNA VITA che ha poi inaspettatamente (a detta dell’autrice) riscosso anche un discreto successo di pubblico. Un libro che nasce anche in primo luogo dalla grande abilità della signora Adriana di conversare e raccontare storie. È così che un giorno i suoi amici, Sandro e Gina Dell’Oca col marito di quest’ultima Pinuccio Corti, hanno deciso di registrare queste conversazioni mettendole poi per iscritto cercando di mantenere lo stile e la freschezza del linguaggio originale le espressioni dialettali, non badando alla grammatica e alla sintassi quanto piuttosto la volontà di favorire il magico fluido scorrere del racconto in modo che le parole della signora Adriana non andassero perdute. Ed è il risultato di questo lavoro che questa sera ci è stato presentato dai suoi solerti artefici attraverso letture di spezzoni del libro e una presentazione fotografica, un racconto come quelli che chiunque potrebbe ascoltare dalle proprie nonne di casa se ne avesse il tempo, la voglia, la pazienza. Una storia che comincia nel 1925 quando Adriana nasce a Rogolo, ultima di quattro fratelli accolta con grande festa e circondata dall’amore della famiglia. Una storia popolata da persone di spessore in primis i genitori in particolare il padre (figlio di una maestra talamonese Rosa Maggi), il cui nome, Esuberanzio, ne tradiva la personalità forte, il carattere originale, la tendenza ad avere le proprie idee e a difenderle ad oltranza, un padre cui Adriana sarà sempre molto legata e che intratteneva col prete del paese rapporti burrascosi che ricordavano molto don Camillo e Peppone, un padre a cui la madre di Adriana non è da meno, anche lei con una forte personalità e un grande amore per la cultura che diffondeva trasformando al pomeriggio il suo negozio di sarta in un salotto come quello delle dame dei due secoli precedenti dove si leggevano i romanzi di Carolina Invernizio, la scrittrice più in voga all’epoca. Una storia intrisa di valori e sistemi di vita perduti dove una famiglia amorevole come quella di Adriana non era così scontata, una famiglia che nonostante non usasse eccessiva severità, come invece si usava allora, ha saputo trasmetterle l’importanza dell’onestà e del rispetto da dare, ma anche da pretendere da tutti. Una storia che attraversa e viene attraversata da anni difficili come quelli del fascismo resi ancor più difficili dal fatto che il padre di Adriana era un socialista che rifiutava di tesserarsi al fascismo cosa che ad Adriana rese la vita difficile, soprattutto a scuola dove veniva presa di mira dalle maestre senza che questo facesse venire meno il suo amore per la cultura, amore che la portò a divenire maestra a sua volta ascoltando le lezioni di nascosto per non essere arrestata; gli anni della sua formazione come insegnante coincisero infatti con quelli difficili della lotta partigiana, anni caratterizzati da episodi poco piacevoli, in cui si uccideva e si moriva, in cui i confini tra bene e male non erano ben definiti, anni di cui gli è stato proibito di parlare, durante i quali Adriana doveva nascondersi perché ben nota alle autorità come collaboratrice partigiana, un ruolo che tuttora Adriana continua ad onorare come presidente dell’ANPI (l’associazione nazionale dei partigiani) di Delebio. Una storia fatta di momenti terribili che l’hanno costretta a crescere in fretta, ma anche di momenti lieti, normali per ogni ragazza, come le prime esperienze amorose prima della sorella maggiore e poi sue e gli anni più felici della sua vita da insegnante. Una storia caratterizzata anche da incontri inconsapevoli con uomini che poi sono diventati famosi come lo scrittore Alberto Bevilacqua da poco scomparso e Silvio Berlusconi. Una storia intitolata CHIARO DI LUNA perché la signora Adriana ha visto il suo passato sfocato e lattiginoso come un paesaggio al chiaro di luna, un titolo che ella ha dato anche ad un suo quadro che compare sulla copertina del libro. Una storia che la signora Adriana ha tramandato con la pacata saggezza che dona l’esperienza, l’aver attraversato e affrontato con coraggio la maggior parte della propria esistenza. Una storia che non si dipana secondo un preciso percorso cronologico, ma che segue il caotico filo dei ricordi. Una storia che ha appassionato il purtroppo esiguo pubblico in sala e che, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca nella sua introduzione “rappresenta uno spaccato di vita ai tempi della resistenza che, come tutte le storie di questo genere sono testimonianze preziose che tutti dovremmo portarci dietro.

Antonella Alemanni

CUCINA DELL’ AMERICA CENTRALE

 

 

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La cucina del centro America si distacca dalle altre per la sua singolarità, in quanto deriva  dalla fusione  di ogni popolo che abitò quest’area: dai maya agli Aztechi, dagli spagnoli agli africani. Questo “miscuglio di tradizioni” è caratterizzato da sapori forti e decisi confluiti ai cibi dalle numerose spezie e dai toni piccanti derivati dall’utilizzo del peperoncino che si presenta in numerose varietà.

I piatti, che donano particolarità alla cucina, sono tipicamente molto colorati grazie alla ricca varietà di verdure ( tra cui peperoncini, peperoni verdi, broccoli, cavolfiori, ravanelli…) e di carni del cibo messicano ( quali manzo, pollo, maiale…). Un piatto che certamente ricopre tutte queste caratteristiche è il chili.

 

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In particolare, quando si descrive la cucina del centro America si fa sopratutto riferimento alla cultura culinaria messicana. Quest’ultima, infatti, derivata dall’antica popolazione Maya e influenzata dalla cucina caraibica  è il cuore delle tradizioni del centro America.

I cibi messicani cambiano da regione a regione a causa delle differenze climatiche, geografiche ed etniche. La zona settentrionale del Messico è nota per la produzione di manzo e di conseguenza si distingue per le pietanze basate su queste carni. La zona meridionale, è invece conosciuta per i piatti con verdure piccanti e pollo. I prodotti del mare vengono preparati in un modo chiamato “stile Veracruz”.

Esistono anche piatti più esotici, cucinati in stile Azteco o Maya, con ingredienti piuttosto inusuali quali iguane, serpenti a sonagli,  cervi, scimmie, ragni e persino qualche tipo di insetto; queste pietanze sono note come comida prehispanica  (cibo preispanico) e, per quanto non molto comuni, sono comunque relativamente piuttosto conosciute.

I piatti tipici per eccellenza sono i tacos, i burritos ( tortillas con un ripieno a base di carne, cipolle e spezie) e  il guacamole, il tutto accompagnato con abbondante  tequila o mezcal, ma anche liquados, una  specie di frappè alla frutta, molto amata.  Un’altra tipica pietanza è la tortillas, la famosissima focaccia a base di farina di mais ricopre il ruolo che da noi è dato al pane, ma anche alla pasta: può infatti servire da accompagnamento ai piatti, ma spesso e volentieri li racchiude, cambiando nome a seconda del condimento.

 

 

 

 

 

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In Messico spesso si inizia il pasto con una zuppa, che può essere di sole verdure o dall’aggiunta di carne, ingrediente molto consumato, soprattutto al nord. Il pesce è molto amato, così come i crostacei e i frutti di mare. E non mancano certamente i dolci, soprattutto considerando il fatto che il cacao è proprio originario delle Americhe. Tra questi ultimi sono tipiche le torte di frutta, in particolare quelle di banane.

 

 

 

 

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Marta Francesca Spini, studentessa scuola secondaria di primo grado

 

 

 

DI MANO IN MANO

 

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TALAMONA 7 marzo 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

NEL LIBRO DI DOMIZIANO LISIGNOLI UNA ARMONICA COMMISTIONE TRA IMMAGINI EVOCATIVE E TESTI PROFONDI

Le mani. Dopo gli occhi sono il nostro primo e più immediato contatto con il Mondo che nel caso di persone affette da cecità diventano ancora più importanti. Le mani inoltre, come ha sottolineato l’assessore alla cultura Simona Duca facendo gli onori di casa “sono un tassello fondamentale della nostra storia evolutiva, sono quello che ci ha permesso di diventare quello che siamo, di virare da una forma scimmiesca verso la civiltà attraverso l’acquisizione della posizione eretta e la possibilità appunto di maneggiare strumenti. Ma le mani sono anche un’importantissima forma di comunicazione che si esprime attraverso la gestualità e, attraverso le impronte digitali determinano la nostra identità: si da il caso infatti che nessuno, nemmeno i gemelli omozigoti, hanno impronte digitali perfettamente identiche” le mani dunque presentano mille sfumature e si rivelano essere le porte su un mondo tutto da scoprire. Un Mondo che Domiziano Lisignoli (fotografo valtellinese titolare di uno studio fotografico apprezzatissimo a Sondrio e specializzato nello stile reportage) ha indagato a fondo. Il risultato di questa sua ricerca è il libro DI MANO IN MANO presentato questa sera alla Casa Uboldi alle ore 20.45. Una location che si è rivelata essere tutt’altro che casuale. L’ultima foto del libro infatti ritrae la mano di una donna malata terminale morta proprio il giorno successivo allo scatto ed è per questo motivo che il signor Lisignoli ha voluto fortemente fare una presentazione del libro a Talamona. Un libro che attraverso le mani, attraverso gesti quotidiani ritratti in bianco e nero con grande efficacia espressiva, racconta la vita stessa dalla nascita alla morte passando per varie fasi. Un libro che nella mente del signor Lisignoli ha cominciato a prendere forma nel 2005 durante un reportage che seguiva da vicino le sale parto. “Volendo cogliere il senso profondo della professione delle ostetriche” ha spiegato Lisignoli “ho capito che il punto focale del mio racconto per immagini avrebbero dovuto essere le mani, lo strumento fondamentale del loro lavoro. Nel 2011 mi sono invece trovato a bordo di un elicottero e anche in quell’occasione mi è venuto d’istinto focalizzarmi sulle mani del pilota, sui suoi gesti mentre guidava il mezzo. È stato allora che ho sentito sorgere in me la volontà di realizzare un reportage tutto incentrato sulle mani che attraverso le mani raccontasse la vita stessa”. Un reportage che questa sera Lisignoli ha raccontato al pubblico in sala attraverso una presentazione digitale delle foto che nel libro compaiono accostate a testi efficaci e di piacevole lettura che questa sera il signor Lisignoli ha cercato di rendere a voce. Punto di partenza della presentazione la foto di copertina: un intreccio di più mani appartenenti a cinque generazioni diverse per evocare un senso di continuità per descrivere la vita che si rinnova continuamente. Da li le mani di tutte le persone che il signor Lisignoli ha potuto incontrare nel corso della sua esperienza, di questo suo viaggio di scoperta a cominciare appunto dalle mani delle ostetriche che decretano l’inizio della vita, passando dalle mani dei bambini che le usano per scoprire il mondo che li circonda, le mani dei ragazzi dei quali si parla spesso e spesso a torto in modo banale, ritratti con le mani intente nell’uso di gadget digitali di ultima generazione,  fino ad arrivare a una galleria di gesti quotidiani (scrivere, prendere una tazzina di caffè, la classica stretta di mano) e di attività lavorative e artigianali dove le mani svolgono un ruolo di primo piano: le mani del contadino che semina e raccoglie, le mani di un chirurgo, del pilota dell’elicottero, le mani dei tecnici delle frecce tricolori, le mani che prestano soccorso, le mani del tastierista dei Subsonica, che ha vissuto senza regole per quarant’anni finchè ha deciso di darsi una disciplina attraverso il volo, quelle del macchinista del trenino del Bernina, le mani dei volontari del 118, le mani di un anziano, la mano volutamente sfocata di Finardi che si dichiara ateo con una sua personale concezione di spiritualità. Il tutto per arrivare alla conclusione che è stata anche il punto di partenza di questa serata: le mani alla fine della vita, una foto molto sofferta ad una persona che non ha mai potuto vederla e che dunque il signor Lisignoli ha voluto omaggiare e ricordare presentando il suo libro qui stasera per ringraziarla di aver aderito al suo progetto nonostante la sua sofferenza. Un racconto per immagini che non sono solo da guardare ed ecco perché sono accompagnate anche dal testo scritto. Un libro che attraverso le mani in alcuni scatti da uno sguardo inedito e originale anche sul nostro territorio e le sue attività. Un racconto di vita intriso in qualche modo della vita di tutti coloro che hanno contribuito al progetto (il signor Lisignoli ha voluto ringraziare in modo particolare l’Associazione  Siro Mauro e la psicologa dell’Ospis che ricorda con emozione il momento dello scatto alla mano della donna che chiude il libro). Un libro che ritrae nella loro semplicità piccoli gesti e piccoli momenti dell’esistenza proprio per sottolinearne l’importanza troppo spesso sottovalutata: momenti lieti, di contatto, momenti difficili che ci rendono bisognosi di un sostegno, momenti che caratterizzano la nostra vita e quella degli altri, momenti di crescita e momenti di perdita.

Antonella Alemanni con la collaborazione di Sonia Sassella

LA CUCINA AFRICANA

 

 

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L’ Africa è una terra straordinariamente affascinante e misteriosa; uno dei modi più belli e piacevoli di apprezzare la cultura, lo spirito e le tradizioni di questo paese è sicuramente conoscere e saper apprezzare le ricette tradizionali, venendo a contatto con sapori ed aromi caratteristici indubbiamente diversi rispetto a quelli normalmente conosciamo.

In Africa, in genere, si mangia da piatti comuni, seduti in cerchio sul pavimento (le donne separate dagli uomini). Buona regola, prima di accomodarsi, è togliersi le scarpe, facendo attenzione a non mostrare la pianta dei piedi, segno di maleducazione. Raramente esistono le posate: occorre prelevare il cibo con la mano, facendo attenzione a prenderne le giuste porzioni. Non bisogna abbuffarsi con avidità e occorre lasciare un po’ di cibo nella ciotola per mostrare al padrone di casa che si è mangiato a sufficienza. Prima e dopo il pranzo viene offerta all’ospite una brocca con un po’ di acqua: non va bevuta, ma usata per lavarsi le mani.

Nella tradizione africana il cibo rappresenta un momento magico, di pace ed armonia con i commensali, un evento sacro e contemporaneamente di allegria e profonda unione.

 

Spezie africane

Spezie africane

 

I piatti tipici della cucina africana sono estremamente ricchi e fantasiosi, si caratterizzano per gli intensi profumi ed i sapori forti e decisi grazie al grande utilizzo di spezie ed erbe aromatiche, quali cannella, chiodi di garofano, pepe, zenzero, curcuma,coriandolo, cumino curry, paprika e molte altre.  Quest’ultime sono il simbolo e la caratteristica che rende unica l’isola di Zanzibar, la più grande di un arcipelago situato nell’Oceano Indiano, a pochi chilometri dalla costa della Tanzania, in Africa orientale. Quest’isola era già nota nell’antichità come “isola delle spezie”, in quanto nel mondo antico erano considerate prodotti pregiati e preziosi, tanto da costituire il motivo principale per l’apertura di nuove rotte e  canali per favorire gli scambi commerciali. Spesso si pensa che il nome “Zanzibar” derivi dalla parola “zenzero”, in realtà si deve molto probabilmente a Zangi-bar, che nella lingua dell’antica Persia significava “terra dei neri”.

 

Isola di Zanzibar

Isola di Zanzibar

 

 

I piatti tipici sono diversi da regione a regione, per questo motivo quando si parla di cucina si può dividere l’Africa in quattro zone:Africa orientale, occidentale, settentrionale e meridionale .

AFRICA ORIENTALE

Questa zona comprende Kenya, Tanzania, Uganda e Zanzibar: qui, la cucina è caratterizzata da una commistione di sapori e contaminazioni provenienti da diverse parti del mondo. Si cucinano diverse carni e prodotti ittici, tra le spezie c’è un uso abbondante di vaniglia, ma anche di chiodi di garofano, zenzero, cannella e noci moscate. E’ di forte influenza la cucina araba, a seguito di numerose colonizzazioni; si possono inoltre osservare anche contaminazioni della dieta mediterranea, in particolare della cucina italiana. E’ inoltre molto diffuso il consumo di frutta tropicale, utilizzata per la preparazione di succhi di frutta, liquori, dolci, come torte di banane, cocco e ananas.

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AFRICA OCCIDENTALE

Fanno parte di questa fascia Mauritania, Mali, Niger, Chad, Senegal, Gambia, Guinea-Bissau, Sierra Leone, Liberia, Guinea,Costa d’Avorio, Ghana,Togo,Benin, Nigeria e Burkina Faso.La tradizione culinaria dell’Africa occidentale è legata a pochi elementi base, come la manioca, il miglio e le spezie, e all’uso di salse di condimento che, a seconda dei Paesi, sono più o meno piccanti. Dai contatti con il mondo arabo, la cucina africana occidentale ha ereditato il riso e la cannella, due ingredienti caratteristici molto usati, e certamente il cuscus, uno dei più famosi e tipici piatti africani. In questa zona il clima è particolarmente adatta alla coltivazione di cereali, come il grano,da cui deriva la semola di grano duro, ingrediente base di questo piatto. Dalla sua lavorazione si ottengono dei chicchi, che dopo essere cotti a vapore vengono conditi con verdure bollite, carne di montone, agnello e pollo e, in alcuni casi anche il pesce, a seconda delle zone. Il cuscus è preparato e apprezzato anche oltre i confini dell’Africa occidentale, come in Egitto e nel vicino oriente, anche se la sua vera “casa” è il Maghreb, dove rappresenta un elemento di unione tra le varie popolazioni che vi convivono.

 

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AFRICA SETTENTRIONALE

Fanno parte di questa categoria l’Algeria, l’Egitto, la Liberia, il Marocco e il Sudan. La cucina dell’Africa settentrionale è molto antica, anche in questo caso, comunque le contaminazioni sono tante e sono dovute ai contatti con i popoli che si sono succeduti in quest’area.  Gli ingredienti usati comunemente sono patate, pomodori, molte verdure e una vasta varietà di spezie, sopratutto la menta.Poiché la maggior parte della popolazione è musulmana si consuma solo carne halal.

AFRICA MERIDIONALE

Questa zona comprende Sud Africa,Botswana,Namibia,Mozambico,Zimbabwe,Zambia e Malawi. Questa cucina viene talvolta soprannominata “cucina arcobaleno” per la sua varietà di influenze provenienti da culture e da popoli diversi, a partire dagli indigeni africani per arrivare agli europei e agli asiatici Ne è derivata una cucina complessa e ricca. Gli ingredienti di base sono prodotti ittici, tutte le carni, frutta e verdura,grano e i suoi derivati.

 

Accostarsi alla cucina africana diventa pertanto un gesto altamente culturale, una modalità immediata e simpatica per conoscere e allargare la comunione.

 

 

 

 Marta  Francesca Spini,

studentessa scuola secondaria di primo grado