IL LIBRO D’ORE DI LORENZO DE’ MEDICI

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Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ms. Ashburnam 1874

Con la dicitura ‘Libro d’Ore di Lorenzo de’ Medici’ si designa un prezioso manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, un breviario di devozione privata che il Signore della città – uno dei più rinomati mecenati del Rinascimento italiano – volle donare a una delle sue figlie in occasione delle nozze.
Il codice è uno dei cinque “libriccini delli offitii, di donna” (ossia piccoli Libri d’Ore a destinazione femminile) citati nell’inventario redatto nel 1492 alla morte di Lorenzo de’ Medici.
Già questa definizione,“di donna”, evoca qualcosa di piccolo e insieme prezioso come un gioiello, atto a essere sfogliato dalle dita delicate di una dama rinascimentale. Poco più grande di una moderna cartolina (misura infatti appena 10 x 15 cm), il codice Ashburnam 1874 (il codice assegnato al libro), si impone prima ancora di essere aperto per la sua straordinaria legatura in velluto viola, con borchie e cantonali in argento dorato filigranato, nei quali sono incastonati su ciascun piatto un grande lapislazzuli e quattro quarzi rosa.

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Tutto in questo codice parla di una origine e di una destinazione di prestigio: dalla legatura alla melodiosa scrittura, sino al raffinatissimo corredo di miniature attribuite a Francesco Rosselli, incisore, miniatore, cartografo e pittore, che insieme a Francesco di Antonio del Chierico fu il massimo esponente della scuola fiorentina. Ognuna delle 233 carte del manoscritto contiene almeno un elemento, un capolettera, un fregio che impreziosisce il testo, incastonato nella pagina secondo i canoni armonici più rigorosi dell’arte libraria.

Lucica Bianchi

CHIESA DI SAN MAURIZIO IN PONTE DI VALTELLINA

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Affresco di Bernardino Luini, raffigurante la Vergine con il Bambino e San Maurizio

Stupendo esempio di arte sacra rinascimentale valtellinese!

La chiesa parrocchiale di Ponte, eretta nel XIII secolo, fu ampliata una prima volta nel 1347 -come attesta una lapide posta all’entrata – e portata alle attuali dimensioni durante la metà del XV secolo. L’intitolazione a San Maurizio -molto rara e forse unica nella nostra diocesi -pare sia da attribuire alla famiglia Quadrio, stabilitasi nel borgo dopo l’abbandono di Como, a seguito delle vicende belliche che videro la città lariana contrapposta ai milanesi. Ne potrebbe essere conferma uno dei due stemmi scolpiti sui piedritti di un portale laterale: quello con tre cubi disposti a piramide rovesciata, è quello dei Quadrio; l’altro, che ricorda il vessillo crociato del Santo martire, è divenuto stemma del comune di Ponte.
La facciata principale e l’esterno

 

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Completata nel 1460, dopo l’ampliamento della chiesa, ad opera del maestro Jacopo Corti di Valsolda, la facciata esibisce un maestoso portale in marmo decorato con fregi a motivi vegetali e colonnina tortile; si conclude superiormente con una lunetta ad ogiva – con effigie del Santo -, che racchiude il bell’affresco cinquecentesco di Bernardino Luini, raffigurante la Vergine con il Bambino e San Maurizio.
Il portone ligneo è stato rifatto dall’artigiano locale Raffaele Galimberti nel 1886 sul modello di quello originale, di cui si conservano alcune tessere – prezioso e raro documento delle opere di intaglio del Quattrocento lombardo – presso il Museo parrocchiale.
Sulla facciata meridionale, oltre il portalino con gli stemmi, sono degni di nota la meridiana realizzata nel 1879 e il vasto affresco che raffigura San Cristoforo, ascrivibile ad un maestro del XVI secolo.
Ad est si eleva l’elegante torre campanaria, alleggerita dalle aperture monofore, bifore e trifore. Sugli spigoli sono visibili alcuni conci con incisioni arcaiche.

L’interno

La chiesa è a pianta basilicale, a tre navate, scandite da poderose colonne granitiche, ornate da capitelli scolpiti, che reggono archi a tutto sesto. Il fregio sovrastante, realizzato nel XIX secolo dal pittore Giuseppe Reina, è intervallato da tondi con volti di Santi, titolari di alcune delle numerose chiese della parrocchia. Il pulpito, realizzato nel 1611 dal maestro ebanista Baldassarre Heger, è pregevole opera di scultura, intaglio e intarsio: è adorno di statue poste entro nicchie e volti di cherubini; sulla faccia principale è collocata una tarsia raffigurante il Santo titolare con i compagni che rifiutano l’idolatria.

L’organo è pure rilevante, sia per la cassa lignea, riccamente scolpita e intagliata, attribuita a Baldassarre Heger, sia per la parte strumentale, opera seicentesca di Carlo Prati da Gera Lario.
Sul pavimento ricoperto da pesanti lastre di pietra si aprono, riconoscibili da iscrizioni, stemmi e date incise, le tombe dei fedeli e dei parroci di Ponte.
Il soffitto delle navate presenta ancora le originali capriate lignee.
Alle pareti laterali sono accostati artistici confessionali ed è esposta una Via Crucis settecentesca, inviata alla parrocchia dai “benefattori di Roma”, migranti che, lasciato il paese per l’Urbe, si riunivano in confraternite e, periodicamente, inviavano alla chiesa del borgo natio – segno di gratitudine e di nostalgia -offerte in denaro, suppellettili preziose o paramenti realizzati con ricchi tessuti.
L’altare di sinistra
La cappella è intitolata a Santa Elisabetta; il polittico affrescato sulla parete è opera di Giovanni Battista da Musso ed è stato realizzato nel 1501: al centro sta la Vergine con il Bambino, alla sua destra San Maurizio e Santa Maria Maddalena, alla sua sinistra San Nicola da Tolentino e un Santo Papa. La cornice in stucco fu realizzata nel XVII secolo per ospitare una tela con la Visita di Maria ad Elisabetta, ora esposta sulla parete meridionale della chiesa. Gli affreschi della volta sono opera del pittore valtellinese Giovanni Gavazzeni (1899). Presso l’altare si trova il fonte battesimale costituito da una vasca monolitica in marmo, scolpita nel 1585, coperta da un coprifonte ligneo intagliato, a foggia di tempietto a base ottagonale.
L’altare di destra
La cappella è intitolata alla Madonna delle Grazie e custodisce l’ancona di Giacomo del Maino, scolpita, dipinta e dorata nell’ultimo decennio del XV secolo.

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Sopra la predella con tondi di Profeti, l’ancona è ripartita in due ordini:in quello inferiore, scandito da candelabri, sei formelle narrano le Storie di San Gioacchino e Sant’Anna, mentre nella nicchia centrale è posta la Vergine; nell’ordine superiore quattro nicchie accolgono altrettante statue con San Rocco, San Bernardino da Siena, San Pietro Martire e San Sebastiano. Tre lunette con angeli scolpiti e, al centro, Cristo, concludono la cimasa.
La volta è stata affrescata da Felice Scotti, che vi ha dipinto angeli musicanti e busti di Profeti e Sibille, occhieggianti, in suggestive prospettive, da cornici tonde. Alle pareti l’affresco raffigurante San Nicola da Tolentino e tre affreschi tardo quattrocenteschi “strappati” e riportati su tela, raffiguranti Sant’Antonio Abate e San Giovanni Battista.
Una cancellata in ferro battuto artisticamente lavorata chiude la cappella.
Gli altri altari laterali
Rimaneggiati sul finire del XIX secolo, i due altari posti a lato del presbiterio sono dedicati, quello di sinistra, al Sacro Cuore e, quello di destra, alla Madonna del Rosario. Gli affreschi delle volte e delle pareti sono opera del pittore Giovanni Gavazzeni.
Il presbiterio e l’abside
Si tratta delle ultime opere in muratura realizzate, e concluse nel 1500; furono dapprima commissionate all’architetto milanese Giovanni Antonio Amadeo, che, tuttavia, non potè portarle a conclusione; intervennero quindi i fratelli Giacomo e Tommaso Rodari di Mareggia che ultimarono la cappella, abbellendola con lesene culminanti in capitelli scolpiti e un grazioso portale che immette nella sagrestia. Alla stessa area rodariana è ascrivibile il tabernacolo degli Olii Santi, sulla parete sinistra, scolpito e datato 1536. Otto medaglioni in marmo bianco, di altissima fattura, con volti di Apostoli, sono disposti nel fregio che corre tutt’intorno alle pareti.
Il ciborio in bronzo, realizzato nel 1578 secondo i canoni controriformistici dettati da San Carlo Borromeo, è opera quasi unica di due orafi pontaschi, i fratelli Innocenzo e Francesco Guicciardi. A forma di piccolo tempio ottagonale, è abbellito da statue a tutto tondo, formelle lavorate a cesello e sbalzo raffiguranti scene dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, i quattro Evangelisti, iscrizioni. Oltre una breve balaustra, si innalza la cupoletta terminale su cui si erge la statua del Cristo Risorto. Alle spalle del ciborio si trovano gli stalli corali, opera realizzata in momenti diversi, con l’intervento di Pietro Brasca, (1500), Pietro Ramus (seconda metà del 1600) e Giovanni Picceni (XX secolo).
Alle pareti tre tele del pittore morbegnese Giovan Pietro Romegialli: l’Ultima Cena, la Lavanda dei Piedi, sul fondo San Maurizio e Compagni. Le settecentesche quadrature che le ornano sono di Giuseppe Porro. Nell’arco trionfale, da una grande croce lignea del Cinquecento posta sopra una trave si legge l’ iscrizione, “Cristo volge il suo sguardo sofferente e misericordioso verso i fedeli.”

 

http://www.panoramic-photo.com/qtvr/Arte/SanMaurizio/VirtualTour_maurizio.html

 

Lucica Bianchi

IO VOLONTARIO PER LA CULTURA

TALAMONA 3 ottobre 2014 il punto sul volontariato

 

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IN PROSSIMITA’ DELLA TERZA ANNUALITA’ ALLA CASA UBOLDI UN MEETING DI TUTTI I VOLONTARI DELLA BASSA VALLE PER FARE UN BILANCIO DI QUESTO IMPORTANTE PROGETTO

Pochi ma buoni, dice un adagio popolare che questa sera, alle ore 17 nella sala conferenze della Casa Uboldi ha trovato una ulteriore applicazione. Sono sicuramente molti di più i volontari della bassa valle coinvolti nel progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA (del quale a breve partirà la terza annualità) ma non molti quelli che hanno risposto all’invito di questo incontro per discutere di come effettivamente questo progetto si è svolto, dei progetti che grazie all’apporto dei volontari sono stati effettivamente messi in campo, dei benefici per tutta la comunità.

A presiedere questa tavola rotonda Gloria Busi, referente del servizio cultura per la provincia di Sondrio e Francesca Menaglio che si occupa del monitoraggio dell’attività attraverso colloqui personali con i volontari e la distribuzione di questionari on line che in forma anonima (chi li compila non è obbligato a scrivere il proprio nome) raccolgono, tra i vari partecipanti al progetto, umori, opinioni, idee, eventuali proposte di nuove attività di miglioramento ed eventuali segnalazioni di cio che non funziona in modo da valutare, tra le altre cose, anche l’effettivo contributo dei volontari ai progetti messi in campo.

Ad aprire il discorso Gloria Busi la quale ha spiegato che “molta importanza ha nell’ambito di questo progetto il fatto di coniugare la cultura e le politiche sociali poiché la socialità è un aspetto fondamentale del volontariato, anche nella percezione stessa dei volontari e anche nell’ambito del volontariato della cultura perché la cultura può diventare essa stessa veicolo di socialità. Il progetto lavora di pari passo con la LAVOPS che si occupa dei servizi per il volontariato nonché della formazione dei volontari. La formula del progetto si è costruita nel tempo attraverso la collaborazione tra la provincia, che promuove l’attività e garantisce tra le altre cose a tutti i partecipanti un’assicurazione in caso di infortunio, e i vari referenti delle biblioteche e dei musei del territorio per i quali mette in campo corsi di formazione che consentono l’acquisizione di competenze che non sono direttamente connesse col ruolo ricoperto (come la gestione dei volontari).

 

 

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Nel corso della seconda annualità il progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha visto l’adesione di quindici biblioteche e sei musei. L’adesione è naturalmente volontaria a partire da quella del comune. Una volta che il comune attiva il progetto aderiscono le strutture e poi si procede col reclutamento dei volontari ognuno dei quali presta la sua opera in relazione alle proprie capacità e al proprio tempo libero. Chi promuove il progetto, ai volontari non chiede altro che impegno, interesse, consapevolezza di cio che si andrà a svolgere, senza imporre altri vincoli di sorta come può accadere ad esempio nelle associazioni più codificate. I volontari contattati per la seconda annualità sono stati 250, quelli che hanno effettivamente aderito sono stati 150, di cui 76 presenti sin dalla prima edizione del progetto.

Le dinamiche che si creano in un contesto di volontariato non sono le stesse che si creano in un ambito professionale, si creano relazioni più distese che diventano amicizie che durano nel tempo anche tra generazioni diverse che creano connessioni speciali all’interno delle comunità. La presenza dei volontari apporta creatività e qualità oltreché nuove iniziative. Si può dire che senza i volontari non sarebbe la stessa cosa. A tal proposito Gloria Busi nel corso della sua presentazione (coadiuvata da diapositive di power point) ha mostrato la fotografia di una vendita di libri di una biblioteca, libri che per vari motivi non potevano rientrare in catalogo e che sono stati venduti in una maniera molto interessante, allestendo una bancarella con una bilancia d’epoca per valutarne il peso. Giocando sul detto “la cultura ha un suo peso”, i libri sono stati venduti proprio così, a peso.

A questo punto sono stati i volontari presenti ad illustrare in modo specifico come hanno messo in pratica il progetto nelle biblioteche e nei musei dei loro comuni.

Patrizia Pasina, responsabile della biblioteca di Ardenno (e nonostante il cognome talamonese, originaria di Paniga) ha parlato di un progetto chiamato SOS COMPITI creato con la collaborazione di tre volontari (quelli che ad Ardenno hanno aderito al progetto) e due maestre delle elementari. “il progetto vorrebbe essere esteso anche alle medie, ma occorrono più volontari” e anche di un progetto chiamato SOS COMPUTER che si occupa della parte digitale e telematica della biblioteca di Ardenno offrendo servizi di consulenza agli utenti grazie all’opera di volontari esperti che spiegano a tutti come usare i computer.

Il progetto SOS COMPITI è un progetto attivato da molte biblioteche del territorio perché necessario in tutte le comunità. In particolar modo Delebio con una vasta percentuale di stranieri non cristiani che dunque non frequentano l’oratorio, ha particolarmente bisogno di un progetto del genere che viene sperimentato già da diversi anni con risultati positivi anche per quanto riguarda i rapporti tra le volontarie e i bambini i quali realizzano lavoretti di Natale in omaggio all’aiuto ricevuto. Anche Dubino ha attuato un progetto simile e Talamona anche in collaborazione con associazioni di volontariato estranee a questo progetto di IO VOLONTARIO PER LA CULTURA.

Per quanto riguarda le attività di Talamona, l’onere e l’onore di illustrarle è andato a Simona Duca, ex assessore alla cultura e dunque figura fondamentale nella coordinazione del progetto e nei rapporti tra volontari e amministrazione che ora, dopo il commissariamento del comune, continua a far parte del progetto come volontaria vera e propria.

“nel corso degli anni molti progetti sono stati realizzati a Talamona” ha raccontato Simona Duca “ma nessuno ha preso piede come questo, non soltanto grazie all’appoggio congiunto della provincia e di tutti coloro che hanno partecipato e continuano a partecipare ma anche per il clima familiare e amichevole che si creato che fa si che quando ci si ritrova periodicamente per mettere le idee sul tavolo esse nascono molto spesso in un’atmosfera molto allegra, un po’ buttate li dicendo si potrebbe fare questo e quello e solo una volta che ci si trova per le serate ci si rende conto di come tutto sia maledettamente serio. Da non sottovalutare l’importanza dei volontari che permettono di tenere aperta la biblioteca cinque giorni a settimana in modo da consentire tra le altre cose aperte collaborazioni con l’istituzione scolastica”

Per quanto riguarda Morbegno non era presente nessun referente diretto e dunque è stata Gloria Busi a spiegare i progetti messi in campo come l’organizzazione di gruppi di lettura in biblioteca con molte adesioni soprattutto tra i giovani e il trasferimento dell’archivio del tribunale in biblioteca (con sentenze dell’Ottocento che costituiscono un importante documento storico che offre spaccati di vita quotidiana dell’epoca) ad opera di un’archivista che già vi lavora. È questa una cosa molto significativa il fatto che in ambito di volontariato si portino avanti le stesse attività svolte in ambito lavorativo, denota una grande passione per quello che si fa. Molto spesso invece i volontari vorrebbero essere reclutati per fare qualcosa di diverso rispetto a cio che fanno abitualmente.

Molto utile a Morbegno l’apporto di volontari anche per quanto riguarda la gestione del museo civico di Storia Naturale nonché di quasi tutti i musei ed ecomusei della Valtellina che tramite questo progetto, ma anche il servizio civile e la dote comune possono contare sempre su un personale vario e dinamico, anche attraverso soluzioni innovative come quella adottata dal museo vallivo Valfurva che da quando si è convenzionato col comune e ha preso parte al progetto IO VOLONTARIO PER LA CULTURA ha risolto il problema, che andava avanti da diverso tempo, di non riuscire a trovare nuove leve.

A questo punto la parola è passata a Francesca Menaglio che ha tracciato il bilancio della seconda annualità del progetto illustrando i risultati dei questionari di monitoraggio.

Gli elementi di maggior successo di questo progetto secondo i volontari, i referenti e gli utenti sono la possibilità di potersi esprimere e mettere in campo le proprie conoscenze e attitudini, ma anche la possibilità di sperimentarsi con tutta una serie di attività stimolanti che permettono l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze (ad esempio nel caso dei gruppi di lettura la possibilità di scoprire nuovi titoli e autori), dunque di crescere personalmente, ma anche di rinnovare l’immagine della biblioteca e del museo in cui si presta la propria opera, di creare un contesto dinamico e accattivante che risponde ai bisogni di tutti, che crea gruppo, integrazione con le famiglie e le scuole e che con poche flessibili regole permette a chi vi rientra di potersi investire in un qualcosa di utile per la comunità senza sentirsi troppo condizionato, cosa che consente in un certo qual modo una personalizzazione dei servizi che diventano meno schematici e burocratici e più umani. È esemplare il fatto che siano soprattutto le donne a diventare volontarie in maggior numero rispetto agli uomini, tra cui molte madri di famiglia che dichiarano di sentire il bisogno di esprimersi in un contesto diverso al di fuori della quotidianità dell’ambito familiare delle dinamiche di cura dei figli e dell’ambiente domestico.

Dai sondaggi sono emersi anche aspetti su cui bisogna ancora lavorare come ad esempio aspetti logistici dovuti a locali troppo piccoli o comunque inadeguati (un problema che la biblioteca di Grosio ha recentemente risolto avendo ristrutturato la sua sede storica, il palazzo Visconti-Venosta, rendendolo adeguato a tutte le necessità) o il problema di un coinvolgimento dell’utenza che spesso non va oltre le attività specificatamente programmate.

Di tutto questo se ne terrà conto nel corso della terza annualità il cui successo dipenderà molto dalla campagna promozionale (on line e tramite passaparola e grande impegno dei comuni per massicce campagne informative) per quanto riguarda il reclutamento di nuovi volontari e dall’impegno di questi ultimi per far si che il tutto proceda col successo delle annualità precedenti. Un successo che di certo sarà maggiormente garantito da volontari energici e ben nutriti. Ed ecco come a questo punto si è concluso il meeting per dare inizio al rinfresco.

Antonella Alemanni

 

Per tutte le informazioni, manifestazioni,archivio della Biblioteca” Ines Busnardi Luzzi” nonchè altri articoli di Antonella Alemanni, clicca qui:

http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577

W DI WALTER

MORBEGNO 2 ottobre 2014 serata alla memoria

IN OCCASIONE DELLA PROIEZIONE DEL DOCUFILM DI ROSSANA PODESTA’ E PAOLA NESSI PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE AMICI DI WALTER BONATTI E COMMEMORAZIONE DELLA SUA FIGURA

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Nella splendida cornice dell’auditorium della chiesa sconsacrata di S. Antonio nella piazza omonima di Morbegno, dove ai banchi e all’altare si sono sostituiti poltrone e palco, ma sono rimasti, discretamente conservati, gli affreschi e le cripte originali, questa sera, a partire dalle ore 20.30, un nutrito pubblico ha potuto assistere alla celebrazione di una figura di grande rilievo nazionale e internazionale, ma anche molto importante a livello del nostro territorio: Walter Bonatti, grande alpinista, esploratore, giornalista, scrittore, una leggenda, ma soprattutto un uomo di grandi principi e dalle grandi qualità che nel corso della serata sono state raccontate con molta passione da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo personalmente.

 

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Introduzione di Giuseppe Ronconi
L’importanza di Walter Bonatti nell’ambito del nostro territorio è ulteriormente dimostrata dal fatto che proprio qui in Valtellina si è costituita un’associazione chiamata proprio GLI AMICI DI WALTER che si propone di portarne avanti il ricordo e il pensiero per dare lustro al nostro territorio e per formare, nello spirito dell’eredità lasciata da Walter, le nuove generazioni, collaborando dunque anche con l’istituzione scolastica. Un’associazione che Giuseppe Ronconi, principale cicerone della serata, ha avuto l’onore di presentare in apertura introducendo a cospetto del pubblico i membri principali.
Il Presidente Onorario Franco Moro
Franco Moro è stato amico personale di Walter Bonatti (hanno fatto tra le altre cose un viaggio insieme nelle remote isole Vanuatu) e questa sera ha voluto introdurre il suo discorso con una citazione del grande alpinista: chi più in alto sale più lontano vede, chi più lontano vede più a lungo sogna. “Walter è stato un atleta e una persona eccezionale che teneva in grande considerazione il valore dell’amicizia” ha raccontato Moro “il suo più grande sogno era che emergesse una volta per tutte la verità sul K2. Con la grande determinazione di cui era dotato, ha lottato per cinquant’anni a tal scopo e poco tempo prima della sua morte è riuscito a vincere questa battaglia passando però attraverso molte traversie cui ha sempre opposto il suo coraggio e i suoi saldi principi. Esemplare da questo punto di vista un episodio. Walter venne convocato a Roma per ricevere una medaglia dall’allora presidente Ciampi. Al momento del ritiro si trovò con Compagnoni e Lacedelli che ricevettero anch’essi delle onorificenze. Al momento Walter ritirò la medaglia, ma poi, una volta a casa, fece un pacco accompagnato da una lettera di rifiuto e lo spedì al presidente. Potrei raccontare anche un altro episodio che testimonia la grande levatura di Walter. Durante il nostro viaggio alle Vanuatu, nel corso di un’immersione, Walter venne senza ossigeno a soccorrere me e un altro membro della spedizione dopo che eravamo rimasti indietro. La personalità di Walter emerge anche nel corso del suo legame con Rossana Podestà, soprattutto i primi tempi”. Rossana Podestà è stata una grande attrice italiana già sposata con un importante regista (Marco Vicario ndr) dal quale ha avuto due figli (Francesco e Stefano a loro volta registi di rilievo una volta cresciuti ndr). “Una volta,” ha raccontato ancora Moro “ospite in tv di Catherine Spaak, dichiarò che se avesse dovuto trascorrere qualche tempo su un isola deserta con qualcuno quel qualcuno sarebbe stato Walter Bonatti. Gli amici di Walter glielo comunicarono così egli volle incontrarla, ma i primi incontri furono molto difficili e burrascosi” “Venivamo da due mondi diversi” ha dichiarato la stessa Rossana Podestà (nella parte finale del film che è stato poi proiettato ndr) “ma ci accomunavano infondo gli stessi obiettivi e questo ci ha poco a poco avvicinato”, un canovaccio molto comune nell’ambito dei grandi amori, quelli destinati ad entrare nella leggenda e a far sognare le generazioni a venire per molto e molto tempo. Un amore in virtù del quale Rossana Podestà ha vissuto momenti difficili come, secondo la testimonianza di Franco Moro “una notte da sola in Patagonia, mentre Walter scalava una parete, dentro una tenda con un puma che si aggirava nei paraggi. Quella di Walter insomma è stata una vita che val la pena far conoscere, soprattutto ai giovani, in quanto lo stesso Walter aveva molto a cuore l’educazione ambientale e culturale”.

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L’intervento di Maria Cristina Bertarelli Presidente dell’Associazione Amici di Walter
A questo punto la parola è passata a Maria Cristina Bertarelli la quale, dopo i ringraziamenti di rito al pubblico in sala, al comune di Morbegno, in particolare al vicesindaco Gabriele Magoni e all’assessore Claudio D’Agata “per il riconoscimento dell’importanza della valorizzazione del territorio” e all’ingegnere Milani “per aver messo a disposizione la sede delle antiche cantine Martinelli” ha raccontato la sua personale esperienza all’interno dell’associazione che in pochi giorni a partire dalla fondazione sta riscontrando parecchie adesioni “un’associazione che raccoglie l’eredità di Walter e ne omaggia la figura di uomo dalla personalità forte, determinata sincera, sicura, leale e molto fedele ai valori in cui credeva. Un uomo che poteva scegliere di vivere in qualunque punto dell’arco alpino, ma scelse la Valtellina (per la precisione Monastero di Dubino ndr) perché ne apprezzava la bellezza. Ed eccoci dunque qui oggi, con grande impegno, a raccogliere la sua eredità e a divulgare i suoi valori: conoscenza e rispetto del patrimonio storico, ambientale, sociale e più in generale culturale di un territorio, in particolare del nostro territorio che Walter amava tanto e che anche noi che ci viviamo dovremmo imparare ad apprezzare. Per questo un ruolo molto importante gioca la formazione dei giovani, un altro valore cui Walter teneva moltissimo”
L’intervento di Plinio Marini dell’Associazione Cancro Primo Aiuto
È stato un tumore a portarsi via Walter Bonatti tre anni fa e questo spiega perché, nel corso della serata a lui dedicata, è intervenuta un’associazione che si occupa della cura di questa malattia ed è stata anche promossa una piccola raccolta fondi ad offerta libera. “il cancro è un male bastardo” ha dichiarato Plinio Marini “un male che lascia dietro di se tanta rabbia e innumerevoli domande insolute, ma anche la voglia di impegnarsi a fare qualcosa. L’associazione è partita in sordina, ma nel corso del tempo ha creato tre nuovi centri Ospis ha finanziato studi e ricerche e ogni anno risponde ad un sempre maggior numero di richieste d’aiuto. Richieste cui tutti possono rispondere donando col cuore”
Presentazione del sentiero Bonatti che sarà inaugurato sabato 4 ottobre alle ore 17

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A questo punto Giuseppe Ronconi ha introdotto il discorso del sentiero Bonatti, uno dei tanti progetti che l’Associazione ha messo in campo per valorizzare il nostro territorio nello spirito dell’eredità e della memoria di Walter. “questo sentiero nasce in particolar modo dall’iniziativa di quattro volontari che hanno percorso i dintorni della casa di Walter, le montagne circostanti fino ad aprire questa via che porterà il suo nome. Queste persone sono Giuseppe Lisciotti, Denis Pellegatta, Andrea della Bitta e Michele Ortelli. Nella realizzazione di questo sentiero l’Associazione Amici di Walter ha trovato un valido sostegno nella Pro Loco di Dubino” ed è stata proprio una rappresentante della Pro Loco di Dubino, Rosa Barri, introdotta da Giuseppe Ronconi e coadiuvata da una presentazione fotografica interattiva, ad illustrare il percorso del sentiero “che partendo da Monastero arriva a più di 2000 metri di altezza passando da San Giuliano, La Piazza, Monte Prusata, Val Bassa, La Forcelletta, Cino, Novate, Verceia per poi ridiscendere, una volta toccato il punto più alto (che corrisponde ai 2750 m del Rifugio Omio) verso i bagni di Masino dove si conclude. In questi giorni è stata posizionata la segnaletica verticale e un sistema di rilevamento GPS a cura della Pro Loco di Chiavenna”.
La parola a Paola Nessi regista del docufilm W di Walter
Paola Nessi insieme a Mirella Polverini (stimata giornalista e scrittrice di montagna) è un membro dell’associazione Amici di Walter. Introducendola Giuseppe Ronconi ha sottolineato il grande impegno, la passione e l’amore profusi in questo progetto fortemente voluto da Rossana Podestà “per raccontare il suo Walter” come ha detto la stessa Paola Nessi nel suo discorso durante il quale ha spiegato brevemente la genesi di questo film frutto di un lavoro di tre mesi interamente girato e montato, anche con materiale di repertorio, nella casa di Rossana e Walter a Monastero di Dubino una casa che oltre ad essere la scenografia principale del film rientra nel racconto perché ad un certo punto Rossana Podestà racconterà di come lei e Walter l’hanno avuta e ristrutturata con pazienza, una casa originale del Seicento che praticamente cadeva a pezzi cui loro hanno ridato nuova vita ristrutturandola in primis, ma anche abitandola e riempiendola dei cimeli di Walter e ora trasformandola in una scenografia. “ho ricevuto un giorno una telefonata di Rossana” ha raccontato Paola Nessi “mi diceva che voleva raccontare la vita di Walter in un film che fosse anche una sorta di documentario e voleva che mi occupassi della regia. Ci siamo trovate un giorno nella casa di Dubino in cui avremmo trascorso molto tempo per scegliere le immagini di repertorio da inserire nel film” “il film è stato presentato per la prima volta a Trento il 13 settembre dello scorso anno in occasione del secondo anniversario della morte di Walter” ha proseguito Giuseppe Ronconi “è un film che racconta la storia della vita di Walter ma anche la storia d’amore tra Rossana e Walter”
W di Walter diario di una visione
A questo punto le luci in sala si sono abbassate lo schermo ha cominciato ad animarsi ed è risuonata la voce di Rossana Podestà inquadrata in apertura mentre tiene in mano una foto di Walter bambino. È questa la prima immagine di un racconto che è insieme un delicato diario intimo, un’appassionante e appassionata testimonianza privata e un documento storico di valore, la biografia di una vita unica e irripetibile all’insegna dell’avventura e della conoscenza partendo dagli anni giovanili di Walter, le sue prime scalate, passando per l’avventura del K2, che nel bene e nel male ha segnato tutta la sua vita, fino ad arrivare ai reportage in giro per il Mondo realizzati per il mensile EPOCA e alla profonda amicizia col suo datore di lavoro, Arnoldo Mondadori, la cui scomparsa lo addolorò profondamente. Un docufilm emotivamente potente in cui la figura di Walter rivive in tutta la sua forza e in cui la sua leggenda viene percorsa passo dopo passo da tutti quelli che ne furono testimoni (le tv e le testate giornalistiche che lo intervistarono, anche straniere) ma in primis dalla sua compagna in tutto e per tutto che ha vissuto nel suo ricordo nella loro casa valtellinese finchè anche lei è purtroppo scomparsa molto recentemente. Un film che è stato vissuto intensamente dal pubblico in sala (il quale, durante una scena che mostrava Walter sulla cima del Cervino dopo una scalata difficile, si è lasciato andare ad un breve ma intenso applauso) e testimonia un grande esempio di coraggio, passione e virtù. Personalmente guardando il film ho avuto modo di conoscere vari aspetti della vita e della figura di Walter Bonatti che non conoscevo come la sua fantasia nel tracciare nuove vie e percorsi di tutti i livelli (nei discorsi di chiusura sono state citate alcune vie della Val Masino e Punta Fiorelli quali vie aperte proprio da Bonatti) che ne fa una specie di visionario, perché visionario dopotutto è colui che sa vedere nuovi mondi e nuove cose laddove i più non vedono. In particolare mi ha colpito la vicenda di una via aperta su un monte molto scosceso che è franata durante i funerali di Walter. In realtà questo è solo uno dei tanti aneddoti straordinari nell’ambito di una vita che ancora si ispirava ai grandi Esploratori Ottocenteschi e ha saputo coglierne l’eredità, una vita che, quello che i più considerano impensabile, lo trasforma in ordinaria amministrazione.
Premio speciale a Paola Nessi e discorsi conclusivi
Dopo la visione del film l’Associazione Amici di Walter ha voluto conferire un premio speciale a Paola Nessi. Durante la premiazione è intervenuto Giampietro Scherini presidente del comitato scientifico che ha voluto dare un suo personale omaggio alla figura di Walter “un autodidatta che si è fatto da se e ha saputo compiere grandi imprese, scrivere grandi libri e grandi reportage con una proprietà di linguaggio degna dei migliori intellettuali e accademici, è riuscito a sognare e a far sognare. È nello spirito del suo esempio e dei suoi insegnamenti che l’associazione nata in sua memoria vuole realizzare a breve, nella cornice di Castel Masegra a Sondrio (già famoso per i cicli di affreschi ariosteschi ndr) un museo della montagna che dedicherà un intero nucleo a Walter esponendo una collezione dei suoi cimeli e di tutto cio che lo riguarda. Sarà un piccolo passo di un grande percorso” “perché Walter rappresenta l’esempio di come la montagna va vissuta” ha dichiarato il vicesindaco Magoni “un uomo libero in tutti i sensi dalle grandi qualità morali che Rossana Podestà definiva senza sovrastrutture per dire che era sempre fedele a se stesso. È fondamentale tenere viva la memoria di un uomo eccezionale, di una autentica leggenda dell’alpinismo”
Conclusioni dell’ing Abbiati presidente SEV
“già da alcuni anni conduco studi ricerche ed incontri per comunicare la montagna e trasmettere la consapevolezza della cultura e dell’ambiente. Ecco perché ho voluto dare il mio sostegno a questo film”
A questo punto la serata si è definitivamente conclusa. Restava solo il buffet a base di bresaola e chat, piatti tipici nostri locali. Io mi sono trattenuta un po’ di più solo per guardare alcune foto disposte tutt’intorno al perimetro della platea. Istantanee dei viaggi avventurosi di Walter Bonatti soprattutto i deserti con le lunghe distese di sabbia dalle curve morbide che disegnano drappeggi come di seta. In alcune compare anche Walter. In una in particolare è ritratto come un puntino in mezzo al vasto nulla del deserto. Si può dire che sia l’immagine simbolo dell’esistenza umana in generale.

Antonella Alemanni

NUOVI CLASSICI IN AMBROSIANA

 

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 Letture di Nuovi Classici in Ambrosiana.

I Classici dall’VIII al XIII sec. di tutte le religioni diventano ogni mese in Ambrosiana le “Letture di Nuovi Classici”.

Lunedì 6 ottobre 2014 ore 18: I Fioretti di San Francesco con C.Ferrero, A.Ghisalberti, D.Assael.  (ingresso libero e gratuito)

 

 

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 Nuovi Classici: confronto in Ambrosiana mai generico, fondato su riscontri testuali dei Classici proposti dall’esperienza accademica.

I testi degli Autori ebrei, cristiani e musulmani, scritti tra l’VIII e il XIII secolo, consegnarono al mondo moderno un deposito di fede e di conoscenza ricco del sapere dell’eredità classica ed esteso oltre ogni possibile confine. Come noi possiamo interrogarli e come loro sappiano rispondere, con la loro stessa voce, oggi, è l’esercizio continuo delle nostre letture.

 Letture di Nuovi Classici in Ambrosiana: confronto vitale tra le religioni e con chi considera fede e conoscenza doni mai posseduti.

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 Nuovi Classici in Ambrosiana: oltre i limiti del dubbio senza la prospettiva metafisica ogni problema potrebbe risultare insolubile.

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Per ulteriori informazioni click Sito ufficiale Veneranda Biblioteca Ambrosiana: http://www.ambrosiana.eu/jsp/index.jsp

IL RATTO DI ELENA

 

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GUIDO RENI, Il RATTO DI ELENA, 1631, Museo del Louvre, Parigi.

Nel 1627 il re di Spagna Filippo IV commissionò a Guido Reni un Ratto di Elena destinato ad ornare, accanto ad altri capolavori della pittura italiana, spagnola e fiamminga, il Salon Nuevo dell’Alcàzar di Madrid. Reni, confidando nella magnificenza del sovrano, si rifiutò di fissare un compenso, ingaggiando una prova di forza con la monarchia spagnola. Il risultato fu la rottura: il dipinto venne quindi offerto a Maria de’ Medici, regina madre di Francia, che lo acquistò subito prima del fallimento della congiura da lei ordita contro Richelieu. La regina dovette lasciare la Francia nel 1631, e del Ratto di Elena si persero le tracce per oltre dieci anni. Ma un suo ‘doppio’, realizzato da un allievo nella bottega del maestro, comparve a Roma nel 1632, e fu come se si trattasse dell’originale del ‘divino’Guido. Solo dopo la morte di Maria de’ Medici, nel 1642, l’originale ritornò sulla scena; e fu un ritorno trionfale. La storia del Ratto di Elena, il dipinto più noto e costoso del secolo, subito celebrato da letterati e intendenti d’arte, non è solo illuminante del diverso e sempre mutevole concetto di originale e copia, ma deve anche essere letta sullo sfondo storico della guerra dei Trent’anni: il mancato arrivo nella Madrid di Filippo IV e il suo successivo approdo nella Parigi di Luigi XIV costituisce quasi una metafora dei cambiamenti dei rapporti di forza in atto tra le due maggiori potenze dell’epoca.

 

LA SACRA SINDONE

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La Sindone è un documento la cui unicità e irripetibilità dell’immagine è sconvolgente. L’uomo della Sindone è lì, muto, a farci discutere. Presenza enigmatica che attualizza un evento bimillenario.

Il credente è del tutto libero e sereno nella ricerca-ha sottolineato il cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino e custode della Sindone-mentre l’incredulità potrebbe trovarsi a disagio se, sulla base degli esami storico-scientifici, dovesse essere obbligata a comporsi con la convinzione di avere in mano il vero lenzuolo in cui Cristo fu avvolto. 

C’è da considerare che l’accettare o meno l’autenticità della Sindone è proporzionale alla conoscenza delle problematiche ad essa connesse. Il primo approccio di una persona colta ma disinformata nel campo specifico, è forzatamente scettico. Poi, se si supera questo rifiuto iniziale e si approfondisce l’argomento, subentrano il dubbio, la possibilità, lo stupore, la commozione. E’ questo il percorso di tanto studiosi, che dopo aver piegato la mente all’evidenza, hanno piegato le ginocchia alla preghiera.

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E’ questo il percorso cui viene invitato il lettore, alla luce di notizie documentate. Scrive il cardinale Saldarini: Comunque sia prodotta la Sindone-è bisognerà pure che questo unicum storico-scientifico, oggi più sorprendente che mai, sia spiegato positivamente dalla scienza attraverso una ricerca interdisciplinare concorde e interiormente libera-per chi la guarda e nello stesso tempo legge i Vangeli è inevitabile l’impressione che offra la descrizione figurativa di quanto essi narrano. 

La Sindone ci interpella e ci inquieta. Perciò merita di essere considerata dono di Dio alla Chiesa: il mistero della sua origine continua a richiedere atteggiamento di umiltà e di ricerca, spirituale e storico-scientifica.

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La parola “sindone”deriva dal termine greco sindon (tela di lino), che veniva usato nell’antichità per definire una porzione di panno destinato ad un determinato uso, ad esempio un lenzuolo. La Sindone, conservata a Torino da più di quattro secoli, è un grande pezzo di stoffa rettangolare, che misura 4,36 m di lunghezza e 1,10 m di larghezza. Il tessuto, consistente e robusto, è di lino puro di colore giallastro. Dal 1534 è cucito e impunturato su una tela bianca d’Olanda applicata come fodera di sostegno dopo l’incendio del 1532; quest’incendio provocò le bruciature che percorrono tutto il lenzuolo e sembrano incorniciare la doppia figura umana, frontale e dorsale, che vi si scorge.

All’inizio la Sindone era probabilmente più lunga di circa 30 cm: si hanno varie notizie di asportazioni di piccoli frammenti, distribuiti a chiese e monasteri come reliquie. Un bordo di raso azzurro segue il perimetro del lino. Lungo il lato superiore della Sindone, disposta come vuole la tradizione, e cioè con l’immagine frontale del corpo a sinistra di chi guarda, fu cucito nel 1868 dalla principessa Maria Clotilde di Savoia un telo di raso rosso che viene stesso a proteggere l’immagine quando il lenzuolo è riposto nel reliquiario.

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Un esperto tessile, Virgilio Timossi, esaminò la Sindone nel 1931: constatò che il lino presenta una manifattura rudimentale. La conferma venne da Silvio Curto, incaricato di Egittologia all’Università di Torino, sovrintendente alle Antichità Egizi, il quale dal 16 al 18 giugno 1969 fece parte di una commissione di esperti che studiò la Sindone per incarico del cardinale Michelle Pellegrino, arcivescovo di Torino. Il lino usato per la fabbricazione della Sindone fu filato a mano. Ogni filo del tessuto, composto di 70-120 fibrille, presenta un diametro variabile e la torcitura “Z”, in senso orario, opposta a quella “S”, antioraria, più comune nell’antico Egitto. Questo elemento fa pensare ad un’origine siro-palestinese: lini con torcitura “Z” sono stati infatti rinvenuti a Palmyra (Siria), Al-Tar (Iraq) e nel deserto della Giudea. L’intreccio del tessuto, anch’esso irregolare, fu realizzato con un metodo arcaico su un telaio manuale molto rudimentale. Esso presenta salti di battuta ed errori.

La Sindone potrebbe risalire benissimo al sec. 1 d.C., dato che, in antiche tombe egizie (Beni Assan, 3000 a.C.), si trovano già raffigurati telai idonei a produrre tale tipo di tela. Il lino veniva tessuto dagli Egiziani in teli di grandi dimensioni. Per quanto riguarda i lenzuoli funebri, è normale che venissero rapidamente distrutti dalla stessa decomposizione dei corpi. In Egitto invece, la mummificazione del corpo e l’applicazione di molteplici bende e fasciature hanno assicurato la conservazione di alcuni lenzuoli tombali.

Un lenzuolo che risale al 1996-1784 a.C., lungo sette metri e stretto come la Sindone, si trova nel Museo egizio di Torino ed è perfettamente conservato. La tela di lino, secondo Curto, fu il tessuto egiziano per eccellenza fino al 111 sec. d.C. E’ probabile che durante la prigionia in Egitto, gli Ebrei abbiano imparato bene l’arte della tessitura. Curto però fa una distinzione sul tipo di “impianto” del tessuto. I panni egizi, infatti, sono quasi tutti lavorati “a tela” ortogonale; il tessuto “a spina di pesce”, invece, è di origine mesopotamica o siriaca. Ai tempi di Gesù questa tecnica era diffusa nell’area medio-orientale ed era largamente usata in Siria. Il tessuto della Sindone deve essere dunque arrivato in Palestina da regioni limitrofe come la Siria, Mesopotamia.

Il famoso scrittore Italo A. Chiusano nota che la figura umana visibile sull’antico lino conservato a Torino non rientra in alcuna stile artistico; nessuno avrebbe potuto realizzare un’opera simile, in nessuna epoca. Ogni immagine del mondo-sottolineava Chiusano-, dai graffiti preistorici ad oggi, reca tracce evidentissime dello stile di chi l’ha fatto, o dell’epoca in cui è nata. C’è un Cristo Romano, un Cristo Gotico, un Cristo Roccocò, un Cristo Astratto. La sacra Sindone, non soltanto non può essere un dipinto, ma non può essere opera né di un francese, né di un bisantino, né di un gotico. Infatti, tutte le altre immagini create dall’uomo, da quelle delle grotte di Lascaux o di Altamira, fino alle creazioni di Picasso o di Salvator Dal’, recano sempre lo stile di un’epoca e di una personalità artistica, mentre la Sindone si sottrae del tutto a questo “sigillo” culturale e formale. 

E’ molto difficile scrivere la parola “fine” quando si parla della Sindone. Resta la domanda: “E voi, chi dite che io sia? ” ( Marco 8,29-30)

Per questo la Sindone-ha ricordato Lamberto Schiatti, sacerdote e giornalista- continua ad appassionare l’opinione pubblica, sfidando la scienza e provocando credenti e non-credenti con il fascino di un ,mistero che ciascuno lo vorrebbe definitivamente svelato. Nel silenzio della morte, L’Uomo della Sindone interpella l’umanità come il Cristo duemila anni fa: “E voi, chi dite che io sia?

Noi sappiamo-ha affermato il cardinale Ballestro-, che nella Sacra Sindone l’immagine misteriosa dell’Uomo crocifisso è sconvolgente. E’un segno al quale possiamo fare riferimento per rendere più viva la nostra meditazione sulla passione e la morte del Signore.

Cosi Giovanni Paolo 11 ha definito la Sindone: Una reliquia insolita e misteriosa, singolarissimo testimone-se accettiamo gli argomenti di tanti scienziati-della Pasqua, della Passione, della Morte e della Resurrezione. Testimone muto, ma nella stesso tempo sorprendentemente eloquente!.

In quella carne miserabile-rifletteva lo scrittore Francois Mauriac-, uscito dal un abisso di umiliazione e di tortura, Dio risplende con una grandezza dolce e terribile e quel volto augusto richiama l’adorazione forse ancor più dell’amore.

E’ nudo. Tutto ha dato per redimerci.

E’ muto. Parlano per Lui le Sue pieghe.

Ci guarda con gli occhi chiusi da dietro quel lino che un giorno ha attraversato. E così ci accoglierà quando noi, a nostra volta, lo attraverseremo.

Lucica Bianchi

LETTURE D’ARTE IN BIBLIOTECA AMBROSIANA

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Riprendono a Settembre gli Incontri in Ambrosiana per le Letture nella Sala delle Accademie, dalle 18:00 alle 20:00.

Le “Letture d’Arte” sono proposte  per meglio conoscere opere, temi e particolari della Pinacoteca Ambrosiana.  Gli Incontri in Ambrosiana, e per tutte le Letture, sono aperti gratuitamente al pubblico, per arricchire la Città. Si svolgono mensilmente e sono preparati da un opuscolo di Sala che ne anticipa i contenuti.  In ogni incontro è presente un moderatore per favorire gli interventi e la partecipazione del pubblico. Per il pubblico lontano sarà disponibile l’edizione in e-book degli opuscoli di Sala.
Per un rapporto “Incontri” ed istituzioni educative e formative,
opera uno specifico Segretariato, cui rivolgersi direttamente,
anche in Sala:   E
lena Girolimetto e Sara Pozzi.

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L’INFINITA MUSICA DEL VENTO

TALAMONA 18 settembre 2014 presentazione di un libro alla casa Uboldi

 

IL LIBRO SCRITTO DA LORENZO DELLA FONTE INTRODUCE AD UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA SOSPESA TRA STORIA E LEGGENDA

 

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L’infinita musica del vento. Un titolo simile su una locandina fa pensare che l’evento cui ci si riferisce è un evento musicale. Di certo di musica si parlerà molto questa sera. L’infinita musica del vento è però quella di un libro, scritto da Lorenzo Della Fonte che questa sera, coadiuvato da Donatella Quadrio, ci trasporterà sulle ali del vento attraverso un’avventura umana straordinaria. Così Simona Duca, ex assessore alla cultura, ha introdotto l’evento di questa sera alle ore 20.45, seguito da un nutrito pubblico, per poi passare la parola a Della Fonte il quale, dopo i ringraziamenti di rito alla biblioteca di Talamona e al suo staff, alla libreria di Alice, al Maestro Boiani della Filarmonica di Talamona e alla Maestra Rizzi del coro (che hanno spostato le prove per essere presenti questa sera) e appunto alla signora Donatella Quadrio “metà talamonese e metà di Berbenno, con la quale proprio a Berbenno mesi fa feci una presentazione di questo libro, critica eccellente e avida lettrice che non conoscevo prima di imbarcarmi nell’avventura di questo libro” è passato ad introdurre il suo libro che narra la storia in parte romanzata, ma assolutamente vera di Francesco Scala, clarinettista vissuto all’incirca a metà Ottocento che nel 1841 si imbarca su un mercantile in partenza da Napoli diretto verso Washington. Il libro dunque è diviso in tre parti. La prima è ambientata nella Napoli dei Borboni, la seconda durante la traversata in mare e la terza in America. “è stato molto difficile trovare informazioni su questo personaggio” ha dichiarato l’autore “esistono poche fonti storiche certe. Per esempio nessuno conosce il motivo vero per cui Francesco Scala decise ad un certo punto di imbarcarsi per le americhe, ho dovuto cercarmi un pretesto inventato, ma che potesse essere in qualche modo plausibile” qual è questo pretesto lo si è scoperto nel corso dell’efficace presentazione, ma intanto la parola è passata a Donatella Quadrio, che ha presentato l’opera come “un meccanismo a molle e ad ingranaggi i quali devono stare al loro posto esattamente come gli strumenti musicali. Questo libro ha ingranaggi che marciano a partire dal titolo dalla sua musicalità e in generale si rivela essere un racconto molto vivace. Come già anticipato dall’autore un racconto diviso in tre parti ricostruite con grande fedeltà storica, dalla Napoli dei Borboni che allora era un centro di eccellenza della cultura europea prima che arrivassero i piemontesi a farne scempio, passando dalla rocambolesca traversata che comprende l’episodio di un attacco pirata (i pirati soprattutto di nazionalità africana in quel momento furono combattuti per tre anni dalla marina americana) fino ad arrivare agli episodi americani narrati con le atmosfere degli western di una volta. Un libro che si può definire un romanzo storico con un linguaggio elegante quasi old fashion, dalla struttura moderna, ma con un personaggio superclassico. Un romanzo da una parte biografico che ricostruisce la storia di questo straordinario personaggio Francesco, che poi una volta fatta fortuna in America si chiamerà Frances, ma parallelamente un romanzo musicale non solo nei sensi del linguaggio, ma perché inframmezzato da una serie di interludi, ciascuno con una sua particolare tonalità che raccontano in modo rigoroso l’evolversi della musica, degli strumenti, delle tonalità, un libro insomma godibile, per tutte le età, ma dal quale si può anche imparare perché infondo è anche per questo motivo che si legge no? Un libro che mostra la profondità della cultura musicale del Maestro Della Fonte” che ha ripreso a questo punto la parola “ritenevo importante per lo sviluppo stesso del romanzo parlare delle innovazioni degli strumenti musicali che hanno avuto luogo proprio in quegli anni e che hanno permesso un salto di qualità dalla musica più datata, di stampo Settecentesco ad una musica più moderna, un salto di qualità che coinvolgerà anche le bande” “insomma” ha ancora sottolineato Donatella Quadrio “un romanzo delicato con una sua grazia e liricità che lungi dall’essere gratuite vogliono dimostrare qualcosa. Interessante per esempio il modo in cui Rossini (uno dei tanti grandi che si incontrano tra le pagine di questo romanzo) viene qui reso con la sua passione per i tartufi e con l’episodio dove lo si trova a Parigi a suonare per pagarsi un allevamento di maiali. Un romanzo storico popolare che affronta tematiche sociali come la povertà e l’emigrazione passando attraverso la storia della musica. Un romanzo che racconta in modo specifico come le bande, partite come complessi di serie B nell’immaginario pubblico siano riusciti con fatica a conquistarsi una loro dignità. Esemplare a questo proposito l’interludio che racconta di un grande compositore, Henderson, che scrive un overture che non si riesce a vendere. Interpellato a riguardo Henderson risponde che non vuole che il suo pezzo finisca per essere acquisito dalle bande perché le bande suonano male. Gli viene ribattuto che non sono le bande che suonano male, ma che non vengono date alle bande occasioni per esprimersi al meglio e maturare. Un’altra curiosità che si trova nel libro riguarda il pregiudizio che vuole i componenti delle bande e soprattutto i maestri sempre ubriachi” “il grande merito di Francesco Scala è stato proprio questo” ha ripreso Della Fonte “quello di essere arrivato, anche per fortunata coincidenza, al momento giusto in un Paese che in quel momento non aveva cultura, era un Paese ancora in formazione, giovane, in cui città come Washington valevano come i nostri villaggi valtellinesi. I primi centri che si stavano formando erano altri, Boston ad esempio. Li si sono formati i primi fermenti di un Paese che, proprio perché mancava di una cultura propria, ne era affamato. Sul piano musicale a soddisfare questa fame è arrivato, con ottimo tempismo, Francesco Scala che ha fatto conoscere la musica europea in America finendo col diventare direttore della banda dei Marines di Washington. Lincoln addirittura creerà il titolo di maestro di Banda apposta per lui. Lincoln è stato amico personale di Scala così come lo furono altri otto presidenti (tra cui anche Jefferson, creatore della banda dei marines) e delle loro mogli deputate proprio alla gestione degli eventi soprattutto musicali.Anche per questo, per tali notevoli vicissitudini oltreché per meriti personali questa figura merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto possibile” a questo punto il Maestro Della Fonte ha accompagnato il suo racconto con una serie di immagini raccolte durante la lunga ricerca, durata un anno, per questo libro, materiale reperito via internet attraverso contatti con esponenti del corpo dei Marines e con i bibliotecari del Congresso presso cui Scala è sepolto insieme ai grandi nomi della politica americana.

La prima foto ritrae la banda dei Marines nel 1864 quando Scala era in America già da tredici anni. È questa la prima foto ufficiale della banda dei marines dove compare Scala che suona il clarinetto e un ancora giovanissimo, praticamente bambino John Philip Susa, forse il più grande autore di marce “dal libro Scala può apparire come un personaggio fittizio” ha spiegato Della Fonte “ed ecco come vederlo qui ritratto in foto, capire che è realmente vissuto, costituisca una grande emozione, capire come la sua vita ricercando la fortuna sapendo di trovarla (per via di quel discorso che si faceva prima sulla cultura, sulla fame di cultura che ben accoglieva chiunque sapesse soddisfarla) sia stata una vita reale e straordinaria”

La seconda immagine mostra un ritratto di Scala di corporatura non molto imponente così come nessuno se lo immaginerebbe mai leggendo il libro. Nel ritratto ha in mano un clarinetto piccolo strumento del quale divenne un grande virtuoso venendo appunto da una grande tradizione, quella del Teatro San Carlo di Napoli, il maggior centro di eccellenza della musica europea ancor più della Scala di Milano. Se alla Scala di Milano la gente entrava portandosi da mangiare e spesso si intratteneva in chiacchiericci al San Carlo il pubblico entrava con lo specifico intento di ascoltare la musica. È a questo punto che ritorna la questione sul perché Scala abbia deciso di lasciare questa Napoli così sviluppata, paradiso dei musicisti. “nel libro ho immaginato che Scala fosse allievo del grande clarinettista Ferdinando Sebastiani, cosa plausibile” ha ripreso Della Fonte “ho immaginato che ad un certo punto Sebastiani si dimette dall’incarico di direttore d’orchestra del San Carlo e che viene indetto un concorso per sostituirlo, un concorso cui Scala partecipa, ma che è pieno di imbrogli e che Scala non vince ed è per questo che deciderà di imbarcarsi per le americhe.

La terza immagine riporta un censimento della città di Washington dove Scala è registrato con la moglie e sette figli. In realtà avrà in tutto venti figli da due mogli diverse la prima delle quali lo lascia vedovo in circostanze sconosciute mentre la seconda gli sopravvivrà avendola lui sposata quindicenne alla matura età di quarant’anni. Su questo personaggio esistono pochi documenti tra cui una cronaca dei suoi funerali svoltisi nel 1903 (è morto ad ottant’anni) e un’intervista rilasciata negli ultimi anni della sua vita nella quale racconta aneddoti personali e familiari, intervista sulla quale si è tornati in seguito.

La quarta immagine riporta un acquarello che è stata pretesto per raccontare qualche aneddoto cui si è fatto cenno poc’anzi. Scala prima di diventare direttore della banda dei marines è stato piffero maggiore e poi majur nelle parate militari prima che lo promuovesse Lincoln.

Proprio un biglietto autografo di Lincoln è l’immagine proiettata successivamente ed è a questo biglietto che è legato un aneddoto che Scala avrebbe raccontato nella famosa intervista di cui si diceva un aneddoto riguardante il fratello Raffaele (durante l’intervista Scala non disse mai il nome del fratello, Della Fonte lo scoprirà dopo molte affannose ricerche) che dopo pochi anni lo raggiunge in America e si arruola durante una guerra in Messico. Rimasto ferito chiede a Francesco Scala di intercedere per lui presso il Presidente per farsi promuovere ed allontanare dal fronte. Scala inizialmente non vuole, ma il fratello insiste e allora lui ottiene il tanto agognato documento per il fratello. Dopo molti anni scoprirà che il fratello non lo avrà mai utilizzato talmente prezioso lo considerava con la firma autografa di Lincoln il quale tra l’altro incrocerà i destini della famiglia Scala anche il giorno in cui verrà assassinato. Nel teatro dove gli spararono si metteva in scena un’opera di Shakespeare accompagnata da un’orchestra nella quale suonavano i fratelli della seconda moglie di Scala. Questa è solo una delle tante coincidenze che Della Fonte troverà nel suo viaggio di conoscenza tra archivi, siti internet e faldoni. Un viaggio durato tre anni per la stesura e uno per la ricerca nei ritagli di tempo della sua attività di maestro di musica. Un viaggio cominciato durante un soggiorno in Giappone. In quell’occasione a Della Fonte venne in mente di rieditare una sua opera precedente, un saggio tecnico utilizzato come testo di studio nelle scuole di musica ormai fuori catalogo. In quel libro un trafiletto parlava già di Scala. Della Fonte volle saperne di più e cominciò a fare ricerche che lo appassionarono sempre di più al punto che al momento di terminare il libro e congedarsi dal personaggio ne fu commosso. “da sottolineare come il momento della morte di Scala sia accostato ad una fuga essendo quell’ultimo capitolo del romanzo intitolato FUGA SUL TEMA DI PIU’ PRESSI A TE che venne suonata ai funerali di Scala, ma anche, anni dopo, dall’orchestra del Titanic mentre la nave affondava” hanno raccontato insieme Della Fonte e Quadrio “un personaggio che” ha proseguito ancora una volta Della Fonte “può costituire un grande modello per tutti i giovani che verranno a conoscerlo, anche e soprattutto spero, attraverso il mio libro. È grazie anche a lui che gli Stati Uniti d’America sono passati dal non avere una cultura ad essere un modello di eccellenza dove la musica è radicata nella formazione scolastica e personale di ognuno. In America chiunque sa suonare almeno uno strumento e i manuali di musica sono molto diffusi perché diffusa è la concezione che la cultura deve essere patrimonio di tutti da diffondere a più persone possibile” “il problema della Vecchia Europa” ha sottolineato la signora Quadrio “consiste nell’avere eccellenze, ma nell’essere poco comunicativi ed efficaci quando si tratta di farle conoscere. La cultura degli States è molto più disinvolta. Un quartiere non funziona, è degradato o altro? Lo si butta giù senza tanti complimenti e si riedifica. C’è crisi? La quando c’è crisi si stampano dollari, qui si aumentano le tasse. I problemi tra loro li hanno risolti una volta per tutte con la guerra di Secessione noi i nostri continuiamo a portarceli dietro” “una disinvoltura che ha le sue radici proprio negli anni che sono stati teatro dell’avventura umana di Francesco Scala” ha ripreso Della Fonte “e che si è sviluppata su un impalcatura culturale ben riassunta nel termine WASP coniato dagli americani per indicare come doveva essere il perfetto americano: bianco, anglosassone e protestante. Il libro tocca anche questi temi, la Guerra di Secessione è stato un massacro su ampia scala, forse la prima guerra moderna in anticipo sui tempi rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Da tutto questo è nata la cultura americana ed è stato appassionante per me capire e rendere nei vari interludi, questo cammino, il percorso che ha portato la cultura musicale europea in America anche attraverso Scala ma non solo. La musica tutti la amano, ma non tutti la capiscono e non tutti sanno il suo percorso evolutivo, la progressiva raffinazione degli strumenti e delle sonorità. Attraverso la storia di Scala si può conoscere ad esempio l’evoluzione dello strumento da lui suonato, il clarinetto, il più importante all’interno di un organo bandistico col quale ha realizzato l’inno dei marines su adattamento di un’opera di Hoffenback. In quegli anni la banda dei marines era la più importante anche se esistevano bande di altri reggimenti si trattava ancora di realtà minori e poi cominciavano a formarsi le prime bande civili professionistiche, come quelle dell’irlandese Gilmore che fu grande avversario di Scala e come lui seppe sfruttare il particolare momento storico (totalmente scevro dalle complicazioni di oggi) per diventare ricchissimo con la musica, o come quella del già citato Susa, che divenne il maggior esponente ed interprete della musica per banda. Insomma un racconto costituito da un amalgama di musica, storia, epica e humor (esemplare da questo punto di vista l’episodio della traversata oceanica durante il quale Scala si accorse di soffrire di mal di mare e ritirò dunque la sua richiesta di adesione alla marina per arruolarsi nei marines) che ha animato una serata vivace dalla quale Simona Duca ha saputo trarre un efficace insegnamento “se volete conoscere bene la storia leggete romanzi”

Antonella Alemanni

 

 

Lorenzo Della Fonte (Sondrio, 1960) è musicista, compositore e insegnante al Conservatorio di Torino. Gira il mondo come direttore di orchestre di fiati o, come si diceva una volta, di bande. Studioso del repertorio originale per fiati, è autore del fortunato saggio “La Banda: Orchestra del nuovo millennio”.

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I QUATTRO CONTINENTI

 

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Rubens, I Quattro Continenti, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

PIETER PAUL RUBENS è senza dubbio il più grande dei pittori fiamminghi del Seicento. La sua formazione, avvenuta principalmente in Italia tra il 1600 e il 1608, fu estremamente varia e complessa. Durante un primo soggiorno a Venezia si appasionò alla pittura tonale e si esercitò copiando le opere di Tiziano, Tintoretto e Verronese. In seguito si trasferì a Mantova, a Genova e, infine, a Roma. Ritornato nelle Fiandre, Rubens mise subito a frutto le esperienze maturate in Italia riuscendo a conciliare la minuta analisi dei particolari, tipica della tradizione flamminga, con il colore e il disegno italiani. L’opera “I Quattro Continenti” rientra nei temi mitologico-allegorici cari alla maggior parte della ricca produzione rubensiana, all’interno della quale primeggiano le composizioni di grande formato, sempre animate da un convulso agitarsi di personaggi e caratterizzate da colori intensi e pastosi, che plasmano le figure con drammatica teatralità.I Quatro continenti sono rappresentati da altrettante figure femminili, ciascuna delle quali è accompagnata da un personaggio maschile raffigurante il maggior fiume di quella determinata regione geografica. Ecco dunque l’Europa che abbraccia il Danubio, in alto a sinistra; la nera Africa con il Nilo, di spalle al centro; l’Asia che si appoggia al Gange, all’estrema destra, e infine, la piu giovane America con il Rio delle Amazoni, in alto al centro. Le loro monumentali nudità sono mese in evidenza dall’uso di un colore evidentemente ispirato dal tonalismo veneto. Rubens si dimostra una vera e propria forza della natura, capace di animare le proprie tele di un moto perenne e convulso, nel quale i temi eterni del mito sembrano prendere miracolosamente vita e credibilità. Scrive l’artista: “Il mio talento è così fatto che nessuna opera, per quanto vasta possa essere per la quantità e la varietà delle cose da rappresentare, ha ancora superato il mio coraggio.”

 

 

Lucica Bianchi