DA ZERO A SEI ANNI

TALAMONA 11ottobre 2014 alla casa Uboldi impariamo a prenderci cura dei nostri figli

 

 

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IL PRIMO DI TRE INCONTRI FORMATIVI RIVOLTI A GENITORI EDUCATORI E CHIUNQUE DIMOSTRI INTERESSE PER L’ARGOMENTO

Ci troviamo ora in un momento molto particolare nella storia del nostro Paese. Il tasso di natalità sembra essere ai minimi storici tanto che anche i politici cominciano a fare inopportune inchieste sulla vita privata degli italiani per cercare di inquadrare il fenomeno. Ecco come in questo momento, la casa Uboldi con un tempismo perfetto, decide di promuovere, nella sua sede, tre incontri pensati come corsi di formazione, ma che sono in realtà momenti di riflessione sulla genitorialità, sul nostro rapporto con i figli e su come il ruolo dei genitori e il modo in cui viene svolto si riveli fondamentale per la loro crescita e di conseguenza su larga scala per il futuro dell’umanità perché, non bisogna dimenticare, i bambini di oggi sono gli adulti di domani, quelli che un domani vivranno nel Mondo, prenderanno decisioni importanti, lavoreranno e, in alcuni casi, faranno la Storia. Il primo incontro si è svolto oggi a partire dalle ore 15.30 ed è stato tenuto, così come lo saranno i due incontri successivi, da Maurizia Bertolini psicologa e psicoterapeuta che del suo lavoro dice di amare “soprattutto l’aspetto divulgativo per far comprendere ad un vasto pubblico l’incisività di queste tematiche nella vita quotidiana”. Di scena oggi la primissima infanzia, quella fascia di età che va dalla nascita all’ingresso nella scuola elementare e che è molto importante per la formazione del bambino al punto che molte cose (come il linguaggio, la stimolazione dei cinque sensi fondamentali, la postura eretta) se inibite in questa fascia d’età non possono essere più recuperate in seguito (emblematici i vari casi, documentati in varie parti del Mondo, di bambini selvatici ritrovati nelle foreste allevati dagli animali). Ed è dunque in questa fascia di età che il lavoro del genitore si rivela fondamentale. “bisogna tenere conto” ha spiegato la dottoressa Bertolini “che nel rapporto con i nostri figli, questo rapporto, questo insieme di cose che passano tra mio figlio e me è come se fosse un terzo personaggio. Non sono solo io e mio figlio, ma tutto cio che intercorre tra noi che quando il bambino è ancora piccolissimo ricade per la maggior parte su di me per poi arrivare alla relazione cinquanta e cinquanta che comincia nell’adolescenza e prosegue poi per tutta l’età adulta del figlio, un momento in cui anche i figli hanno a loro volta figli e può verificarsi un maggiore avvicinamento ai genitori oppure un definitivo allontanamento a seconda dei casi, della storia che ognuno ha alle spalle” ad ascoltare con attenzione erano presenti cinque mamme ciascuna con la sua storia, i suoi dubbi, le sue motivazioni d’interesse personale, ma tutte accomunate dal desiderio di tornarsene a casa da questo colloquio arricchite di qualche risorsa in più per essere madri migliori per i loro figli alcuni dei quali intrattenuti dai volontari al piano di sotto con animazioni e merenda. Gli argomenti fondamentali che sono stati trattati sono: il pianto e i capricci del bambino, come affrontare le sue paure i suoi dubbi, le sue curiosità, come accompagnarlo alla scoperta del Mondo anche e soprattutto di quelle questioni che anche per un adulto sono difficili da capire o da spiegare (ad esempio la morte, la sessualità, le notizie molto brutte che danno al telegiornale). Nello spiegare tutto questo, anche seguendo le personali domande poste dalle madri, la dottoressa Bertolini è stata sufficientemente esauriente. “il pianto” ha detto “è una normale espressione del bambino per comunicare in quanto non riesce a farlo in un altro modo. Capita anche alle persone adulte di manifestare rabbia e disappunto, non tutte le situazioni in cui ci troviamo ci fanno piacere e capita anche di avvertire delle mancanze, qualcosa che desideriamo tanto, ma non abbiamo. I bambini esprimono tutto questo col pianto e con quelli che vengono definiti capricci che altro non sono il modo dei bambini di comunicarci una loro frustrazione. Sta a noi genitori capire come possiamo venire incontro ai desideri dei nostri figli. Se il bambino cerca molto la presenza della mamma o comunque delle sue figure di riferimento o di attaccamento, nessuna linea di pensiero dice che cio è sbagliato, tutto questo fa parte anzi di quel processo di costruzione del rapporto di cui si parlava prima. Sta al genitore cercare di capire fino a che punto il capriccio è una legittima espressione di disagio ed eventualmente frenare eccessivi egocentrismi, eccessive affermazioni della propria individualità ad oltranza, a scapito degli altri, una cosa che si rivelerà ancor più fondamentale negli anni dell’adolescenza quando il figlio cerca il conflitto per diventare poi un individuo autonomo. Per gestire al meglio tutto questo un genitore deve innanzitutto lavorare molto bene su se stesso per poi essere sicuro di fare sempre la cosa giusta e non farsi manipolare da un figlio quando persegue scopi egoistici. Di certo cio che tutti, parenti e società devono fare è abbandonare lo stereotipo del figlio perfetto, quello che è sempre tranquillo, non si sveglia mai di notte, non fa mai capricci. Se davvero un figlio è davvero così inerte è in quel caso che bisogna preoccuparsi seriamente quando manca la naturale propensione ad esprimere le emozioni e in generale ad esprimersi, fare domande, manifestare paure o curiosità. Come bisogna comportarsi in queste situazioni? Bisogna tener conto che quella in cui l’uomo vive è una realtà complessa soprattutto nel nostro presente dove succedono molte cose in un arco di tempo breve dove si registrano continui mutamenti. Come dare ai nostri figli gli strumenti per muoversi nel mondo, come aiutarli quando ne avranno paura? Non si può non tener conto che un figlio non è solo di sua madre e che tutto il tessuto sociale e parentale ne influenza la crescita come sanno bene le società più arcaiche e come tutti sapevano bene una volta. Non si può non tener conto che la protezione ci deve essere, bisogna che i bambini sappiano riconoscere anche le negatività senza essere troppo esposti bisogna informare, ma senza generare effettive paure. Il male non può essere ignorato perché esiste e i figli crescendo devono essere in grado di affrontarlo nel modo giusto senza che gli si racconti verità manipolate o peggio bugie”.

Non c’è che dire decisamente molto su cui riflettere in attesa dei prossimi appuntamenti che saranno il 25 ottobre e il 15 novembre stesso posto stessa ora.

Antonella Alemanni

BUON COMPLEANNO ARIOSTO!

TALAMONA 8 settembre 2014 la stagione culturale riapre i battenti

 

UN INTENSO POMERIGGIO RICCO DI ARTE E CULTURA

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Ritratto di Ludovico Ariosto

L’8 settembre di 540 anni fa nasceva in quel di Reggio Emilia il poeta dell’ORLANDO FURIOSO Ludovico Ariosto, un compleanno che l’Associazione Bradamante (attiva in Valtellina dal 2008 nella riscoperta della figura e delle opere dell’Ariosto in particolar modo dei cicli ariosteschi affrescati a Palazzo Valenti a Talamona, a Palazzo Besta a Teglio e a Castel Masegra di Sondrio) non poteva non festeggiare unendosi ai festeggiamenti nazionali. È molto insolito che si festeggi il 540esimo anniversario di un qualcosa, ma in questo caso la scelta è stata determinata dalla necessità di impedire eventuali accavallamenti con i dovuti festeggiamenti che avranno luogo nel 2016 e che festeggeranno i 500 anni dell’ORLANDO FURIOSO, dell’apparizione dell’opera sulla scena letteraria.

 

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Prima edizione dell’opera “Orlando Furioso”

 

Un compleanno che a Talamona è stato festeggiato con un pomeriggio, si potrebbe quasi dire saturo di arte e cultura. Il contributo artistico è stato dato da un pittore locale, Gigi Valsecchi, nato a Milano, vissuto a Domaso e insegnante presso il Liceo Artistico di Morbegno dal 1994 fino al pensionamento forzato dovuto ad una grave malattia circa un anno dopo, che lo ha portato a vivere ora alla Casa San Vincenzo di Gravedona, qui in mostra con una sua antologica dei suoi migliori dipinti e di schizzi dal vero degli ospiti e del personale della struttura dove ora si trova a vivere. Una mostra vivida ed emozionante che l’Associazione Bradamante ha voluto parte della giornata di quest’oggi per ricordare la stima che l’Ariosto nutriva nei confronti degli artisti figurativi e in generale. Il contributo culturale è stato dato da due esimi professori, Alessandro Rovetta e Cristina Zampese con due conferenze sospese tra storia locale, storia generale, letteratura e arte e da Beatrice Pellegrini che ha presentato la sua tesi di laurea dedicata proprio ai cicli ariosteschi affrescati valtellinesi. Immancabile inoltre la coinvolgente lettura recitata di Elena Riva, presenza fissa di tutti gli appuntamenti organizzati dall’Associazione Bradamante che alla fine della ricchissima giornata ha offerto un buffet nei giardini di Palazzo Valenti.

Antonella Alemanni

A seguire la locandina coi prossimi appuntamenti.

 

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Per accedere a tutte le informazioni, manifestazioni, incontri e approfondimenti sugli eventi culturali organizzati dalla Biblioteca di Talamona, clicca: http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577

UN’ESTATE TRA DRAGHI E PRINCIPESSE

TALAMONA dal 7 al 26 luglio tre settimane all’insegna di giochi e compiti

 

L’IMPEGNO DELLA COOPERATIVA INSIEME PER INTRATTENERE CON ALLEGRIA I BAMBINI E LE BAMBINE DELLA COMUNITA’ TALAMONESE

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Un’attività davvero ricca e variegata quella che si è da poco conclusa tenutasi presso il tendone della palestra comunale ogni lunedì, mercoledì e venerdì dalle 14 alle 17 e, per quanto riguarda la parte relativa ai compiti in biblioteca ogni martedì e giovedì dalle 14.30 alle 16.30. Un’attività organizzata dal Comune di Talamona, la Cooperativa Insieme, da anni impegnata nel sociale, supportate dalle associazioni del Paese. Quest’anno l’iniziativa è stata sostenuta economicamente anche dall’associazione denominata Gruppo della Gioia: importante riferimento per la disabilità all’interno del comune di Talamona.

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Un’attività che ho seguito e documentato anche io (attraverso foto e qualche video che ho realizzato per la pagina FACEBOOK della Cooperativa Insieme:) nell’ambito soprattutto del servizio civile che sto svolgendo proprio nell’arco di quest’anno. Un’attività nella quale i bambini che hanno aderito sono stati divisi in gruppi, corrispondenti a diverse attività che sono state proposte, per la scelta, al momento dell’adesione al progetto nel corso del mese precedente. Due gruppi di pittura, uno di danza, uno di yoga, uno di giochi cooperativi e uno di murales e graffiti ciascuno tenuto da un’educatrice supportata da due o tre assistenti. Personalmente ho avuto modo di seguire certe attività più di altre. Nel corso della prima settimana ho assistito ad una lezione di yoga durante la quale, con l’ausilio di strumenti musicali e in forma di gioco e animazione, l’educatrice ha spiegato l’importanza del rapporto con la terra e con la natura per il benessere fisico e mentale della persona. A partire invece dalla seconda settimana mi sono ritrovata ad essere una sorta di supporto del gruppo di murales e graffiti che oltre a documentarne l’attività qualche volta ha collaborato attivamente alla decorazione di una parete laterale della palestra previo consenso del comune (e con qualche incidente come l’intervento di anonimi graffitari abusivi con disegni e scritte fuori tema). In generale ho potuto osservare l’allegria dei bambini nel prendere parte a questi laboratori creativi integrati da qualche extra (una giornata al tempietto degli alpini, purtroppo sospesa a causa del maltempo, giochi d’acqua, un pomeriggio al bocciodromo e la possibilità offerta ai bambini dal gruppo pompieri di Talamona di diventare provetti pompieri per un giorno) e conclusi ogni volta con una magnifica merenda allietata dall’intrattenimento musicale offerto da Francesco Lietti, Emanuele Petrelli e Luca Toma addetti alla consolle.

Un’attività che, al momento della chiusura, ha coinvolto anche i genitori dei bambini tutti invitati allo spettacolo che si è tenuto sabato 26 luglio alle ore 20 alla palestra comunale, una rappresentazione  volta  a illustrare le attività dei laboratori creativi attraverso la messa in scena di un racconto intitolato LA PRINCIPESSA AZZURRA E IL DRAGONE GOLOSONE ad opera di Rossana Ciaponi, vera anima di tutta questa attività, qui in veste di presentatrice, narratrice e giullare. Una degna conclusione, cui ha preso parte anche la Filarmonica di Talamona, per questo coloratissimo progetto.

Un sentito ringraziamento va a tutte le associazioni che come ogni anno hanno dato un supporto prezioso per lo svolgimento delle attività:  MO.I.CA., PROTEZIONE CIVILE, GRUPPO DELLA GIOIA, AMICI DEGLI ANZIANI, BOCCIOFILA, ALPINI, ARCIDEMOS, PRO LOCO, VIGILI DEL FUOCO, U.S. TALAMONESE, FILARMONICA

Antonella Alemanni

SOLIDARIETA’, DIVERTIMENTO E …GIOIA!

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                                                   TALAMONA 21 giugno 2014 grande successo per la festa del “Gnocco fritto”
UNA GIORNATA ALL’INSEGNA DELLA SOLIDARIETA’ E DEL DIVERTIMENTO
SI CONCLUDE CON QUESTA GIORNATA UN’ALTRA FECONDA STAGIONE DI ATTIVITA’ PER IL GRUPPO DELLA GIOIA
Un successo senza precedenti quello che ha salutato quest’oggi la sesta edizione della festa dello gnocco fritto che, come ogni anno presso il tendone della palestra comunale, chiude in bellezza la sempre intensa stagione di attività del Gruppo della Gioia, attivo nel campo della lotta contro il disagio sociale. Una festa caratterizzata da una nutrita partecipazione popolare, allietata da giochi gonfiabili per i bambini, musica dal vivo ma soprattutto dall’attrazione culinaria principale, “il gnocco fritto” appunto, un piatto che una componente del Gruppo della Gioia ha importato dall’Emilia Romagna e che ogni anno si conferma apprezzatissimo dai talamonesi che hanno avuto la possibilità di comprarlo anche da asporto. Una festa alla quale il Gruppo della Gioia tiene particolarmente in quanto le offerte raccolte nell’ambito della giornata costituiscono un introito essenziale in base al quale stabilire nello specifico le attività da portare avanti, fondamentali per allietare le giornate di tanti talamonesi bisognosi di conforto, compagnia e distrazioni, disabili e anziani, ma anche volte a migliorare il rendimento scolastico degli alunni delle elementari e delle medie con difficoltà attraverso il progetto di assistenza compiti del doposcuola. Una festa che dunque, si spera, possa continuare con successo anche nel corso di molti, moltissimi anni a venire.
Antonella Alemanni e il Gruppo della Gioia

“OH,VANA GLORIA…”

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23 maggio, ore 21.00 in Auditorium delle scuole medie “G.Gavazzeni” di Talamona, un spettacolo inedito messo in scena dal gruppo letterario “Fontana vivace”

Fontana vivace” (una delle tante lodi con le quali San Bernardo si rivolge alla Vergine nella supplica di accompagnamento di Dante alla visione beatifica di Dio nel XXXIII canto del Paradiso) è il nome del gruppo letterario nato ad Ardenno tre anni fa. Persegue l’obiettivo di togliere dagli scaffali delle biblioteche i grandi poeti e scrittori per portarli nelle piazze tra la gente, consapevoli che anche ” l’alta” poesia e “l’alta” letteratura possono essere affascinanti e attuali.

Da tre anni il gruppo si cimenta nell’affrontare la Divina Commedia, mediante l’utilizzo di strumenti linguistici diversi: dalle parole all’immagine, alla musica, sempre nell’ottica di una migliore fruibilità. Il progetto ha trovato un buon consenso nel pubblico ed è stato “esportato” a Talamona e a Delebio.”

 

 

 

TALAMONA , serata di approfondimento su Dante e la Divina Commedia

OH, VANA GLORIA…

IL RITORNO DEL GRUPPO FONTANA VIVACE CHE ATTRAVERSO LETTURE E COMMENTI DEGLI IMMORTALI VERSI DANTESCHI PROPONE STIMOLANTI SPUNTI DI RIFLESSIONE VALIDI IN OGNI EPOCA 

Dopo il grande successo dello scorso anno, questa sera all’auditorium delle scuole medie alle ore 21 di nuovo di scena FONTANA VIVACE, un gruppo di persone accomunate dalla passione per Dante e i versi immortali della Divina Commedia nonché dalla voglia di far conoscere e apprezzare a più persone possibile questo grande patrimonio artistico e culturale attraverso un linguaggio scorrevole e interattivo che utilizza la musica e le nuove tecnologie che tolgono a Dante e alla sua opera la polvere dei secoli per restituirceli più che mai vivi e vibranti. Molto spesso si è sentito dire, nel corso di questi anni difficili di crisi che, ora che l’Italia sta attraversando un momento difficile in cui sembra sempre più un Paese alla deriva, è proprio questo il momento di sottolineare e valorizzare al meglio le nostre eccellenze, quelle che ci hanno resi conosciuti e apprezzati in tutto il Mondo. Tra queste eccellenze la punta di diamante è sicuramente Dante, un po’ anche l’ospite d’onore di questa serata come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca nella sua introduzione. “Dante è una presenza nota a chiunque si sia seduto su un banco di scuola” ha proseguito l’assessore dopo aver fatto le presentazioni “e chiunque lo abbia studiato almeno un po’ sa che è molto difficile da capire e da apprezzare. Il gruppo FONTANA VIVACE, attivo ormai da tre anni, si propone proprio di capire la profondità di Dante e di coglierne l’estrema grandezza che fa si che i suoi versi continuino tuttora a risultare di sconcertante attualità” soprattutto la tematica di questa sera, i vizi, sembra giungere dal passato per parlarci di noi ora, in questo preciso momento storico.

Il vizio

Dal latino, vitium, cioè difetto imperfezione, è un’abitudine inveterata e una pratica costante di cio che è male. Seneca disse che “vivere militare est”. La Bibbia sostiene che la vita dell’uomo sulla Terra è una milizia, una continua lotta morale tra il bene e il male. La scelta di approfondire nel corso della serata in particolar modo la superbia, madre di ogni male, e l’invidia, sorella sibillina e malevola, nasce dalla consapevolezza di quanto esse siano vive, vispe e prepotentemente operanti in noi e nel nostro contesto socio-politico-economico. Ci sono momenti, nelle nostre giornate, in cui a farla da padrone, per motivi diversi, sono questi due vizi che suscitano, spesso in forma inconsapevole, moti lontani dalla stima e dalla valorizzazione dell’altro per cio che è. Ancora una volta Dante ha colpito nel segno con la maestria e la magica abilità poetica che lo contraddistingue ci immerge in questo Mondo vizioso tanto vero quanto deprecabile eppure così umano.

Canto I del purgatorio: lettura collettiva e commento della professoressa Valentina Alessandrini

Il Sommo Poeta dopo aver attraversato tutto il regno dell’Inferno giunge ora nel Purgatorio insieme alla sua guida Virgilio il Sommo Poeta della latinità trovandosi ad affrontare un’esperienza nuova, completamente diversa da quella precedente. Il Purgatorio è più che mai un’invenzione dantesca in quanto, dal punto di vista teologico, l’esistenza di un vero e proprio locus purgatorium era stata oggetto di lunghe discussioni. Solo nel 1254 cioè pochi anni prima della Divina Commedia c’era stato un pronunciamento autorevole da parte di Papa Innocenzo IV che in una lettera affermò l’esistenza del Purgatorio, ne aveva sostenuto l’esistenza rifacendosi alla tradizione cristiana. Ma è proprio da questa tradizione cristiana che Dante si stacca perché la tradizione cristiana poneva il Purgatorio in un luogo vicino all’Inferno, in un luogo altrettanto sotterraneo. Dante trasforma completamente questa collocazione sia in senso topografico che in senso morale, infatti per Dante il Purgatorio è una grande montagna che si libra verso il cielo ed è il calco perfetto dell’Inferno in cui vengono replicati i peccati però in una successione inversa qui dai più gravi ai più lievi. Dunque perché, se i peccati sono gli stessi, li si incontra due volte sia nell’Inferno che nel Purgatorio? In realtà c’è una sostanziale differenza e consiste nel fatto che mentre all’Inferno il peccato non ha possibilità di riscatto infatti il peccatore è un dannato, nel Purgatorio si ha invece la presenza delle anime che in punto di morte si sono pentite dei peccati commessi nel corso della vita e hanno dunque ottenuto la possibilità di redimersi attraverso un percorso che le avvicinerà gradualmente alla beatitudine del Paradiso. Il pentimento è infatti il primo passo di un processo interiore e psicologico che, soprattutto in ambito moderno, nell’ambito delle analisi psicologiche e psicoanalitiche, è possibile apprezzare e capire maggiormente riferendosi alla grande modernità dell’intuizione dantesca. Dante inventa il Purgatorio come un lungo e faticoso processo di terapia, di guarigione spirituale e psicologica perché non basta pentirsi esiste anche dentro la psiche una durata confusa all’interno della quale vengono prese le decisioni morali più importanti, più drastiche e spesso queste decisioni in quella confusione hanno bisogno di essere coltivate e rafforzate per entrare poi a far parte a tutti gli effetti del vissuto in modo che ci si possa riconciliare con esse. Il Purgatorio quindi è la dimensione, il luogo in cui, le anime dei peccatori rivivono e ripensano ai loro sbagli, ai loro peccati, al loro passato, soffrono le conseguenze dei loro peccati però per disfarsene una volta per tutte. Da questo punto di vista c’è addirittura qualche commentatore di Dante che sostiene che il Purgatorio sia una sorta di ergastolo senza speranza. In realtà sarebbe più corretto assimilare la visione dantesca del Purgatorio ad una sorta di casa di correzione o a uno studio di psicoterapia dove si lavora per la riabilitazione morale, per il recupero morale e psicologico. Infatti non a caso le anime del Purgatorio non sono stanziali bensì in itinere per raggiungere la meta finale che è la visione beatifica di Dio. Il primo canto si apre proprio con la metafora della navicella che si eleva attraversando le acque. Una nuova avventura una navigazione all’aria aperta dell’anima col solo sostegno delle qualità personali che da una sensazione di libertà, respiro, freschezza in un paesaggio che Dante descrive aperto sull’oceano sovrastato dall’immensità del cielo azzurro e trasparente illuminato dal bagliore di quattro stelle di una costellazione australe. All’interno di questo paesaggio Venere che vela col suo fulgore la costellazione dei Pesci. Nell’insieme, questo paesaggio che apre la cantica del Purgatorio, rappresenta la metafora dell’alba di un nuovo giorno, l’alba di un Mondo nuovo, sicuramente un’esperienza totalmente diversa dall’esperienza di sofferenza dell’Inferno.

La superbia: citazioni famose

Uno spirito presiede le leggi dell’universo, uno spirito di gran lunga superiore a quello dell’uomo e di fronte al quale noi, coi nostri poteri limitati, dobbiamo fare professione di umiltà  (Einstein)

Meglio essere umiliati con i mansueti che spartire la preda con i superbi (Proverbi 16, 19)

Vanità delle vanità tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il Sole   (Quelum figlio di Davide re di Gerusalemme 1,1)

Canto XI del Purgatorio: prima parte del commento    

Siamo nella prima cornice del Purgatorio, i penitenti sono superbi. Nel canto precedente l’immagine conclusiva vedeva i superbi come schiacciati, contratti sotto dei massi enormi simili a delle cariatidi che si devono muovere portando questo enorme peso piangendo, spremendo lacrime di disperazione dagli occhi. In questa posizione tutti sembravano dire “non ce la faccio più”. Se nel canto X i superbi venivano lasciati in sospeso con questa immagine, questa descrizione della loro condizione, nell’XI il racconto prosegue, ma non , come ci si potrebbe aspettare, in modo violento. Quanto poteva esserci e poteva essere raccontato di violento della violenza tutto sommato fisica che questi penitenti subiscono si esaurisce nella descrizione del canto precedente e viene qui alleggerita nell’esordio di questo canto che in realtà trasforma questa folla di penitenti, sicuramente castigati, in una comunità di oranti. Infatti il canto si apre con la recita del Padre Nostro come a voler dire che la pena è sublimata in preghiera e la sofferenza fisica viene quasi riscattata e ricondotta  al suo valore di terapia e riabilitazione cui si accennava prima. Nel Purgatorio si incontrano spesso personaggi che cantano e pregano molto spesso le anime cantano il miserere, il te deum eccetera. Così come nella liturgia nei rituali vengono scandite le varie fasi della giornata, vengono recitati i salmi, le liriche, allo stesso modo le anime del Purgatorio sembrano seguire una sorta di spartito spirituale che formato di musica e di canto nonché di profonda preghiera, per cui nel Purgatorio emerge una colonna sonora completamente diversa dalla cacofonia infernale, dall’oscurità, dalle tenebre. In questo canto è necessario ricordare ancora che è fondamentale la rieducazione, la terapia, l’uscire dalla propria colpa e quindi poter essere redenti per il Paradiso. Dunque il canto viene introdotto da una preghiera, una preghiera corale, la prima preghiera vera e propria che troviamo nel poema ed è l’unica preghiera che Gesù in persona ha insegnato agli uomini come sostenuto nel vangelo secondo Matteo capitolo 6 versetto 9, una preghiera di grande umiltà la preghiera che Dante rivolge egli stesso a Dio in quanto si considera estremamente superbo. Dante fa recitare la preghiera al coro dei superbi in volgare, non in latino e non si limita solo a tradurla, ma ad ogni versetto fa seguire un’interpolazione cioè una spiegazione, una chiarificazione, utilizza e applica proprio la tecnica, già usata da Sant’Agostino e dai padri della Chiesa secondo appunto questa modalità dell’esposizione prima e della spiegazione dopo. Dunque Dante il Padre Nostro lo traduce e lo spiega. Spiega che Dio sta nel cielo e che dunque non risiede in uno spazio delimitato sia esso uno spazio fisico o lo spazio del pensiero, egli sta ovunque e da nessuna parte perché è infinito. Laudato sia il tuo nome intendendo con questo al concetto della Trinità, la lode va tributata alla potenza di Dio. Questo recitano le anime dei superbi schiacciate dai massi, anime che si umiliano che nella recita di questa preghiera infondono una continua richiesta di soccorso, di aiuto divino vegna per noi la pace del tuo regno, dunque la pace non vista come conquista personale, ma come dono di Dio, una pace che queste anime da sole non riescono ad ottenere, a raggiungere, a costruire, dacci oggi la quotidiana manna, il cibo spirituale che è necessario per affrontare  le tentazioni e per andare avanti per questo cammino di redenzione, un cammino di affanno, rimetti a noi i nostri debiti, perché il merito la generosità non sono sufficienti a colmare il debito che si ha verso Dio, perché troppo fragile è l’anima troppa la fatica di fare il bene e di essere migliori e troppo viene messa alla prova anche per via delle continue tentazioni del demonio. Anche questa una profonda richiesta di soccorso che le anime rivolgono non tanto per esse stesse, ma per coloro che ancora vivono e che dunque sono maggiormente esposti alle insidie ai peccati alle tentazioni e che possono ancora salvarsi dall’essere dannati e dal dover affrontare una lunga espiazione. Una bellissima espressione del vincolo di carità che continua ad essere presente nelle anime anche se sono ormai staccate dalla dimensione terrena e che porta avanti cio che nella religione cattolica viene chiamata comunione dei santi, questa reciproca relazione tra i vivi e i morti, reciproca richiesta di preghiera. In questo atteggiamento profondo delle anime, Virgilio e Dante intanto procedono e stanno cercando una via, forse la via più veloce, la più corta per salire e continuare a percorrere la montagna del Purgatorio. Virgilio come al solito si preoccupa di trovare la strada da prendere e si rivolge alle anime per chiedere se qualcuna di esse conosce la salita più corta per arrivare alla cornice che sta sopra. Bisogna ricordare che questi penitenti sono sovrastati dai massi con la faccia a terra oppressi tanto da non potersi permettere nessuna gestualità spontanea da non potersi muovere sotto quegli enormi massi per cui quando qualcuno risponde ne Dante ne Virgilio sono in grado di capire chi ha risposto perché esce da questi sassi solo una voce, una voce da sotto i massi. Quanto è sottile la legge del contrappasso, ci comunica Dante: queste anime di questi penitenti così orgogliosi e superbi in vita, per il loro nome, il loro ruolo, le loro ricchezze ora sono ridotti a voce, sono ridotti ad un semplice anonimato, una voce oltretutto difficile da identificare. Quando Dante e Virgilio sentono una voce che risponde loro si avvicinano e la voce cerca di farsi riconoscere in primo luogo per impietosire Dante e per indurlo a pregare per lui. Ed è così che si incontra il primo dei tre personaggi che si incontrano complessivamente nel canto, un personaggio che si mostra in tutta la sua superbia e si dichiara dicendo di essere italiano, latino, nato d’un gran tosco cioè nato da un nobile toscano Guglielmo Aldobrandesco. Il nome del padre si stende come uno stendardo ed occupa un verso intero quasi a dimostrare ancora una punta di superbia che non demorde nemmeno li nel Purgatorio. Questa anima che dichiara il nome di suo padre, ma non il suo continua dicendo di non sapere se il nome del padre è ancora noto a Dante sebbene a suo tempo fosse un nome noto. Alcuni dantisti vedono in questo insistere sul padre di questo personaggio, un’ipercorrezione, un eccesso di modestia. Questo personaggio si presenterà, dichiarerà il suo nome solo dopo aver raccontato la sua storia, la sua nascita da una stirpe nobile la sua crescente arroganza il suo considerarsi superiore al di sopra di tutto e di tutti, una superbia che è in qualche modo collegabile all’alterigia che per molti secoli ha caratterizzato i nobili, il peccato che quest’anima deve espiare, il fatto di considerarsi parte di una sorta di elitè intoccabile al punto da credere quasi di appartenere ad una razza diversa e da mettersi al di sopra di tutti per disprezzare gli altri, una superbia che portò quest’anima ad una morte violenta mentre difendeva il castello di Campagnatico, una morte di cui tutti sanno. Ed è a questo punto che il penitente dichiara il suo nome Omberto. Prima di proseguire col commento a questo punto è stata fatta una piccola didascalia storica su questo personaggio.

Omberto Aldobrandesco

Fu il secondo figlio di messer Guglielmo dell’antica e nobile casata degli Aldobrandeschi, conti di Soana e Pitigliano, un ampio territorio corrispondente all’odierna provincia di Grosseto. Di famiglia Guelfa, mentre l’altro ramo della famiglia, i conti di Santafiora, era di parte ghibellina, continuò la politica di opposizione del padre alla ghibellina Siena anche con l’aiuto dei fiorentini. Omberto ebbe la signoria di Campagnatico nella valle dell’Ombrone grossetano dal quale sortiva per depredare i viandanti e per rappresaglia ai senesi. Morì nel 1259 combattendo valorosamente contro gli eterni nemici che avevano organizzato una spedizione per ucciderlo. Secondo la testimonianza del cronista trecentesco senese Angelo Dei Omberto fu soffocato nel letto da sicari di Siena travestiti da frati.

 

Commento del canto XI del Purgatorio: seconda parte

A questo punto dunque, dopo aver rievocato le sue vicende terrene, Omberto dichiara la sua identità, usando solo il nome e non il cognome probabilmente per umiltà: in segno di modestia rinuncia ora ad usare il nome di famiglia che è stato il suo orgoglio nel corso di tutta la sua vita, in segno di recupero, in segno che è sulla via di redenzione dal suo peccato. Mentre Dante ascolta il racconto di Omberto assume la posizione dei penitenti per farsi riconoscere, per ristabilire un rapporto personale e comincia a camminare curvo esprimendo, con tale atteggiamento, una profonda sollecitudine per l’amico che sta parlando, ma anche perché Dante è consapevole di essere colpevole dello stesso peccato ed è la seconda volta che mette in risalto il suo gesto di superbia. Mentre si abbassa, uno dei penitenti si torce sotto il peso che lo schiacciava. Ed ecco che dante si volge a guardarlo e si rivolge alla sua anima con una esclamazione. Dante ha riconosciuto in quell’anima Oderesi, la gloria di Gubbio e di quell’arte che a Parigi chiamano (o meglio chiamavano a quel tempo) dell’alluminar e cioè l’arte della miniatura. È venuto il momento ora di conoscere meglio anche questo personaggio tramite un’altra didascalia.

Oderesi di Gubbio

Famoso miniatore del tredicesimo secolo nativo di Gubbio in Umbria e operante, secondo alcuni documenti, a Bologna nel 1268 nel 1269 e nel 1271. Secondo il Vasari fu poi a Roma dove morì intorno al 1299. Dante potrebbe averlo conosciuto a Bologna, ma il rapporto tra i due è attestato unicamente da cio che il poeta stesso ci dice. Le opere di Oderesi ci sono ignote così come quelle del suo concorrente Franco Bolognese poiché nessuna miniatura può essere attribuita con certezza all’uno o all’altro, anche se l’arte di Oderesi era forse legata alla corrente tradizionale e allo stile bizantino, mentre quella di franco era più innovativa e aperta agli influssi francesi e alla pittura di Giotto.

Commento al canto XI del Purgatorio: terza parte

Siamo dunque ora passati da un aristocratico ad un artista quindi dall’alterigia di un nobile all’orgoglio di un pittore. Anche Oderesi come Omberto poco prima parla per esibire, per raccontare il suo pentimento. Cio significa avere la capacità di rileggere la propria vicenda al contrario e quindi di avere raggiunto un livello di pentimento. Come Omberto umilia il proprio nome di famiglia Oderesi umilierà la propria arte che Dante ha invece esaltato. Oderesi dice a Dante che l’onore non è più suo ma di Franco Bolognese che furoreggia nel Mondo come giovane maestro dopo essere stato suo rivale in vita, un nuovo artista dunque del quale si hanno pochissime notizie. L’affermazione di Oderesi l’onore è tutto suo (cioè del Bolognese) e mio in parte sta a significare ancora una volta il tentativo di smorzare queste lodi, un tentativo che in parte fallisce perché permane sempre una punta di superbia anche inconsapevole, una superbia, un costante desiderio di eccellenza nel corso della vita del quale Oderesi ha fatto in tempo a pentirsi in punto di morte ed è per questo, egli spiega a Dante, che è riuscito ad avere accesso perlomeno al Purgatorio. Ed è attraverso questa confidenza di Oderesi del suo bruciante desiderio di primeggiare, che Dante propone una riflessione sulla vanità della vita e della gloria, una riflessione che Dante riprende dai testi sapienziali della Bibbia nonché dalla morale stoica antica e che lui stesso medita dicendo oh vana gloria di potere dell’uomo riferita soprattutto ai poteri politici una gloria destinata comunque ad essere effimera sia che venga dal desiderio di dominio dei condottieri e dei signori sia che venga dal desiderio di eccellenza. Un verso di portata storica dunque quello che esprime questo concetto anche perché subito dopo Oderisi dimostra la fragilità della gloria attraverso una serie di esempi che alcuni storici considerano molto importanti perché sembra che qui Oderisi, con questi riferimenti, abbia fondato la storia dell’arte intesa come un processo di capolavori con un susseguirsi di artisti ciascuno dei quali ha evidenziato un aspetto significativo ed ha lasciato un’impronta indelebile. Qualche dantista parla addirittura, riferendosi alle parole di Oderesi, di progresso, cioè afferma che Oderesi abbia introdotto l’idea di progresso, quando cioè Oderesi fa riferimento a Cimabue che credeva di essere un gran maestro nella sua arte finchè non è stato superato da Giotto così come il poeta Guido Guinizzelli venne superato da Guido Cavalcanti a sua volta superato da Dante. I versi che esprimono tutto questo hanno fatto ammattire tanti critici i quali appunto sostenevano quanto fosse disdicevole il fatto che Dante rivendicasse questo primato. In realtà Dante riconosce di essere un superbo, ma è anche ben consapevole, nel momento in cui si dichiara di essere migliore, che un giorno anche lui sarà scavalcato, quindi Dante, nel momento in cui si candida ad essere il successore di Guinizzelli e Cavalcanti già aspetta il suo successore. In questo sta la fondazione della storia dell’arte, sta proprio nell’idea di continuo progresso di artisti che si succedono ogni volta migliori dei loro predecessori. Un critico, Sapegno, sostiene in tal senso che se Dante non avesse citato se stesso, ma solo i due poeti a lui precedenti avrebbe potuto far intendere che solo la gloria di questi due poeti fosse effimera e non la sua indebolendo anziché rafforzando il proprio atto di umiltà, perché il non riconoscere la propria gloria come effimera sarebbe stata una manifestazione di superbia. Nelle successive tre terzine Oderesi continua su questa strada dissertando sulla vana gloria paragonandola al vento che soffia senza una precisa direzione e a seconda di dove soffia prende nomi diversi. Secondo la professoressa Parolini, un’altra dantista, lo scopo di Oderesi con questa affermazione consiste nell’affermare quanto tutto cio che fa parte del mondo, gloria compresa, sia evanescente e che tutti gli individui che vivono sulla terra sono solo attori per un breve momento. A questo punto Oderesi pone un quesito a Dante gli chiede quale fama maggiore pensi di ottenere? Che differenza c’è se muori giovane oppure vecchio se tu confronti la lunghezza della vita da giovane o da vecchio rispetto a mille anni? Dunque il punto di riferimento di Oderisi e anche quello di Dante è il tempo storico, questo tempo che a sua volta risulta essere un nulla di fronte all’eternità. Dante confronta la fama con il tempo, ma quale tempo? Con il tempo della vita, con il tempo della storia e con il tempo delle stelle. Ed è per questo, di fronte a questo che la fama risulta un nulla incalcolabile, perché il vero obiettivo dell’uomo non è la fama che se ne va ma è l’eterno; è questo l’unico obiettivo importante da raggiungere, un principio che Dante condivide con san Tommaso il quale lo esprime nella Summa Teologica con queste parole: solo nella gloria dell’eternità presso Dio dipende la nostra fama e la nostra beatitudine. Dante dunque si rifà a questo. Oderisi nel frattempo, quasi come a volerlo ergere ad esempio del discorso che con Dante sta imbastendo, introduce un terzo personaggio, un politico che fu a suo tempo molto prestigioso, un grande esponente del comune di Siena che aveva dato filo da torcere ai conti di Santafiora al tempo della battaglia di Montapetti, un grande capo ghibellino che fece risuonare tutta la toscana di se dopo trent’anni dalla sua morte non era più nella memoria di nessuno. Questo personaggio è Provenzano Salvani del quale a questo punto è stata letta la didascalia.

Provenzano Salvani   

È stato un condottiero italiano, nobile comandante nipote della nobildonna senese Sapia Salvani con la quale non condivideva le idee politiche. Durante la lotta tra guelfi e ghibellini fu a capo della fazione ghibellina della repubblica di Siena che era maggioritaria in città. Nel 1260 ebbe un ruolo di primo piano nella battaglia di Montapetti dove i senesi, con l’appoggio delle truppe guidate da Farinata degli Uberti, fuoriuscito fiorentino, riuscirono a sconfiggere le truppe guelfe di Firenze. In occasione del convegno di Empoli si scontrò poi duramente con Farinata degli Uberti in quanto propugnava la distruzione di Firenze. Fu nominato podestà di Montepulciano nel 1262 e successivamente cavaliere per poi assumere il titolo di dominus di Siena. Dove sorgeva la sua residenza a Siena e dove, secondo la tradizione, si verificò un miracolo della Vergine fu poi costruita una chiesa che divenne la chiesa della madonna di Provenzano. Trovò la morte nella battaglia di Valdersa del 16-17 giugno 1269 ucciso dal suo nemico personale Regolino Tolomei. La sua testa fu staccata dal corpo e issata su una lancia per essere portata come un trofeo in giro per il campo di battaglia.

Commento al canto XI del Purgatorio: ultima parte

Sarà Oderisi da Gubbio dopo aver parlato di sé a raccontare a Dante anche la vicenda di Provenzano Salvani, la racconterà in terza persona mentre Provenzano non si esprime. Questo permette ad Oderisi di spiegare meglio i meriti di quel penitente che, se avesse invece parlato in prima persona forse sarebbe stato tacciato di maggiore superbia. Dante sa che Provenzano Salvani è morto da poco, di recente e sa che chi è morto da poco e soprattutto si è pentito all’ultimo momento deve stare nell’anti purgatorio e invece Dante trova questo personaggio nella cornice dei superbi così si chiede come mai può accadere questo come mai questo personaggio si trova qui. Tocca a Oderisi ricordare la motivazione per cui Provenzano è giunto li dall’anti purgatorio, raccontare sinteticamente la vicenda. Quando Provenzano Salvani viveva ed era grande, era un politico importante, all’apice della sua gloria, un suo amico cadde prigioniero di Carlo d’Angiò ed egli, superbo com’era, non esitò a mettere da parte ogni vergogna per mettersi a mendicare in piazza del campo a Siena per pagare il riscatto che avrebbe liberato questo suo amico. Dunque si umiliò fece accattonaggio in pubblico e questo in parte lo riscatta, lo trasforma in un grande personaggio, altruista nonostante la sua spiccata superbia. A questo punto Oderisi non prosegue più col racconto e si rivolge a Dante dicendogli, in riferimento al suo esilio, che anche lui presto avrebbe conosciuto l’umiliazione dell’accattonaggio e della mano tesa a chiedere l’elemosina, cose che per Dante costituiscono effettivamente una ferita dolorosa. Dante non chiede ad Oderisi spiegazioni in merito a queste sue osservazioni perché ha già capito tutto, questo è per Dante l’annuncio che egli dovrà vivere l’esilio come una penitenza terrena che si rivelerà durissima, ma che sconterà in parte i suoi peccati. In questo punto del Purgatorio l’esilio di Dante comincia ad assumere una luce nuova, una luce che comunica che a volte l’ingiustizia che gli uomini mettono sulle spalle delle persone deve essere letta come una provvidenziale anticipazione di penitenza già su questa terra. Il tema dell’umiliarsi a chiedere è diametralmente opposto alla superbia, all’arroganza. Ecco come alla fine in questo canto hanno sfilato tre diverse forme di superbia: quella di un nobile che si rifà alle regali origini, alla ricchezza, quella dell’artista che si rifà all’eccellenza e all’ingegno e la superbia del politico inerente al ruolo sociale. Il sunto di questo canto vuole comunicare che questo vizio, la superbia, non fa differenza di persone ma può contagiare chiunque.

Invidia: citazioni famose e riflessioni

È per la passione dell’invidia che il diavolo è diavolo (S. Agostino)

Per l’invidia del diavolo la morte entrò nel Mondo (Sapienza 2,24)

Per invidia Lucifero si ribellò a Dio per invidia Caino commise il primo omicidio, per invidia i figli di Giacobbe vendettero Giuseppe, per invidia Saul più volte minacciò di morte Davide e ancora l’invidia tra Romolo e Remo, tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo. L’invidia che Dante definisce la grande meretrice nel sessantaquattresimo verso del tredicesimo canto dell’Inferno.

Commento al canto XIII del Purgatorio: prima parte

Dopo aver lasciato i superbi, Dante e Virgilio giungono alla seconda cornice quella degli invidiosi. Dopo la superbia il secondo peccato più grave è l’invidia la cui natura verrà descritta in modo chiaro da Dante giocando su un colore uniforme, il grigio: la pietra grigia, il viso grigio, il tutto volto a sottolineare quell’aspetto, quella caratteristica tipica dell’invidioso espressa molto spesso anche sul volto. Anche in questo caso Dante, prima di incontrare le anime, è investito da un apparato acustico- didattico che serve a lui proprio raggiungere, per rientrare in quel programma di rieducazione e di riabilitazione morale cui si accennava all’inizio e che è presente in ogni balzo della montagna del Purgatorio e questa volta c’è questo aspetto acustico rappresentato dal suono di tre voci che passano velocissime in successione accanto ai due pellegrini e si disperdono girando subito intorno alla montagna. Queste voci propongono valori esattamente contrari al peccato di invidia, sono tre voci, tre esempi d’amore, questo amore che non è generico, ma che con gradualità si va specificando. Le tre voci parlano di un amore al suo inizio inteso come sollecitudine. La prima voce ripete le parole che Maria rivolse a Gesù durante il banchetto delle nozze di Cana per sottolineare la premura, la sollecitudine appunto, un primo esempio d’amore. Successivamente un’altra voce anch’essa velocissima che si dichiara col nome di Oreste è portatrice di un altro tipo di amore, l’amore inteso come abnegazione, in riferimento ad un mito antico che racconta di due amici Oreste e Pilade pronti a morire l’uno per l’altro scambiandosi l’identità. Il mito infatti ci tramanda di come Oreste per salvare Pilade dall’esecuzione capitale si sostituisce a lui. Ed infine una terza voce che esprime l’amore come sublime carità quella che il Cristo ha sintetizzato nella massima amate i vostri nemici, la massima tratta dal vangelo secondo Matteo capitolo 15 versetto 47 e dal vangelo secondo Luca capitolo 6 versetto 27-28. Già la dichiarazione, in queste voci, che l’invidia, si deve e si può riscattare con l’amore, ma ad un certo punto Dante viene invitato da Virgilio ad osservare tutto cio che li circonda con sguardo più attento in modo da vedere come queste anime se ne stanno accucciate tutte alla parete della montagna tutte con un colore livido avvolti nei mantelli e circondati da pietre del medesimo colore. Dante dunque osserva le anime e le ascolta anche e ascoltando si accorge che anch’esse, così come i superbi del canto XI, cantano e cantano le litanie dei santi, uno spettacolo che colpisce Dante al cuore lo commuove al punto che egli afferma che non può esistere al mondo cuore abbastanza duro da restare indifferente. Queste anime si appoggiano le une sulle altre come mendicanti ciechi visto che la Provvidenza divina li condanna proprio ad avere questa caratteristica per aver desiderato in vita tutto cio che apparteneva agli altri senza badare a sé a quello che era la loro vita, per aver dunque usato gli occhi, qui inteso in senso metaforico, in modo in qualche modo malevolo sugli altri, ecco che qui sono condannati, per via della legge del contrappeso, le palpebre forate cucite da un fil di ferro come si faceva con gli sparvieri selvatici per domarli. Anche qui, come nel caso dei superbi, il contrappeso è perfetto: l’invidia che significa guardare gli altri con ostilità augurando loro il male, l’invidia il cui massimo strumento d’espressione è lo sguardo viene appunto soppressa attraverso l’accecamento dei penitenti. Ma che cos’è l’invidia? L’invidia è uno dei sette vizi capitali e trae origine dall’amore per i beni mondani che l’invidioso non vuole mai dividere con gli altri. Quindi l’invidia è il piacere nel vedere cadere qualcuno o addirittura il dispiacere nel vederlo innalzarsi, ma non tanto perché lo si vuole superare, ma semplicemente perché l’invidioso vede il bene di un’altra persona come una privazione del suo. Il dantista Bosco afferma che l’invidia è un sentimento che unico tra tutti non si traduce mai in azione, non esplode, ma implode, cioè si consuma dentro se stesso e si tramuta in una sorta di perpetuo livore che fa si che gli invidiosi non siano mai tranquilli, non vivono mai in pace perché c’è sempre questo desiderio, questo confronto. L’invidioso non si augura le sventure altrui per avere un vantaggio, ma solo per poterne godere. San Tommaso afferma che l’invidioso considera il bene altrui come limitativo della propria eccellenza, della propria gloria, però c’è una differenza tra la superbia e l’invidia. La superbia nasce dalla speranza di eliminare l’avversario per poter emergere e per superarlo in eccellenza in modo che l’avversario nei risulti poi schiacciato e annientato, mentre l’invidia nasce da un compiacimento verso il male altrui per mera soddisfazione. Dante si avvicina dunque a queste anime e prima di interloquire con loro chiede a Virgilio se è possibile. Virgilio intuisce sempre al volo le intenzioni di Dante e gli da un suggerimento, gli dice di essere breve e arguto nel parlare, sintetico e incisivo. Camminando dunque contro la parete con Virgilio accanto rivolto verso lo strapiombo Dante si avvicina alle anime e si rivolge loro incominciando con l’augurio che la grazia divina possa mondare le loro anime dal peccato per poter raggiungere infine Dio poiché è questo l’obiettivo di tanta sofferta penitenza, poi prosegue chiedendo se fra loro c’è qualche anima italiana che possa trarre conforto dalla notizia della sua presenza e voglia raccontarsi. Dal mare d’anime giunge una risposta siamo tutti cittadini di Gerusalemme, ma tu vuoi forse sapere se qui tra noi c’è qualche esule italiano come te? A Dante par d’udire questa risposta, ma non comprende chi sta parlando e deve osservare meglio così riesce a vedere un’ombra in atteggiamento di risposta, di attesa a sua volta della risposta alla domanda da essa posta. In una similitudine rapidissima Dante descrive quest’anima, la descrive col mento rivolto verso l’alto come un cieco che non riuscendo a vedere si mette in questa posizione. Ed ecco che dunque Dante si avvicina a quest’anima e le chiede di raccontarsi, di identificarsi e dunque quest’anima si presenta e comincia col dire la sua provenienza, la città di Siena, e poi il suo nome Sapia, sottolineando come, essendo qui a doversi purificare da un peccato, non ha certo saputo tenere fede al suo nome. Sapia ma non savia cioè saggia nel corso della sua vita prima di ascoltare la quale è stata letta la didascalia del personaggio.

Sapia Salvani

Zia di Provenzano Salvani, incluso, come si è visto, tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio. Fu sposa di Guirivaldo di Saracino signore di Castiglioncello presso Montericcioni. Non si conosce molto della vita di Sapia tranne che forse collaborò col marito per la fondazione dell’ospizio di santa Maria per i pellegrini lungo la via Francigena. Vi lasciò un legato nel testamento del 1274.

Commento al canto XIII del Purgatorio: seconda parte

Sapia esordisce raccontando la sua storia a Dante dicendo, dopo aver sottolineato di esser saggia solo di nome e non di fatto, di esser stata più lieta, nel corso della vita, delle sventure altrui che delle sue vicissitudini liete. Il nome Sapia è imparentato, dal punto di vista etimologico, col termine sapienza, con l’aggettivo tardo latino sapius, savio cioè saggio ed era un’abitudine soprattutto medievale, ma non solo, cercare una corrispondenza tra i nomi e le cose come già si può leggere anche nel vangelo quando Gesù dice a Pietro tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia chiesa (Matteo 16,18). Ma questa anima invidiosa è la prima ad ammettere che stavolta la corrispondenza tra il suo nome e quello che dovrebbe rappresentare non hanno nessuna corrispondenza in quanto il suo peccato, l’aver goduto delle disgrazie altrui, viene definito da Sapia stessa come folle un peccato che la colse nella seconda parte della sua vita. Ed è a questo punto che comincia a raccontare la sua vita. Era il tempo in cui i senesi combattevano contro i fiorentini ed ella pregava affinchè perdessero. La sconfitta venne alla fine, ma solo perché già era nel piano di Dio. I ghibellini senesi vennero messi in fuga dai guelfi fiorentini e Sapia, che faceva parte della minoranza guelfa di Siena, dichiara a quel punto di aver provato grande letizia che non ebbe mai eguali. Quindi la sua grande invidia venne resa palese nell’avere gioito di fronte alla sconfitta dei suoi concittadini. L’invidia dunque non è associata al desiderio di emulazione, ma è pura malevolenza, il rattristarsi per un qualcosa che avrebbe potuto essere positiva per un altro e l’augurarsi che diventasse negativa. Nel caso di Sapia si arriva addirittura all’autolesionismo, essa arriva addirittura a godere di una disgrazia che avrebbe dovuto portare un vantaggio alla sua famiglia e un vantaggio personale se non fosse avvenuta e arriva a non temere più nemmeno Dio tanto sente grande in se questa sua soddisfazione come, secondo una leggenda locale, fa il merlo quando in pieno inverno si verificano dei giorni di sole e si rallegra di cio come se fosse già arrivata la primavera. Sapia continua il suo racconto dicendo che essendosi pentita proprio all’ultimo minuto sarebbe dovuta stare nell’anti purgatorio se non fosse che a suo favore sono intervenute le orazioni di Pier Bettinaio, un terziario francescano di Siena, in odore di santità, che conoscendo la vita di Sapia iniziò appunto a pregare per lei per un forte sentimento di carità. Di nuovo l’amore e la carità che riscattano l’invidia come la solidarietà e l’amore riscattano la superbia. È solo a questo punto che Sapia si rende pienamente conto di trovarsi alla presenza di Dante vivo con gli occhi aperti e solo ora chiede perché Dante si interessa così tanto delle anime, solo ora che ripercorrendo la sua vita ha completato il suo percorso di pentimento allontanando dunque il peccato da sé può rendersi conto di cio che le sta attorno. Dante le racconta dunque che sta compiendo questo viaggio per volere di Dio e che anche se ora si trova tra gli invidiosi non sarà suo destino essere collocato qui, ma piuttosto forse in quella precedente dei superbi ed è qui che Dante confessa pienamente la sua percezione di sé come superbo. Quando Sapia si rende conto che Dante è vivo e che Dio gli ha concesso il privilegio di visitare da vivo il regno dei morti se ne compiace vedendo in cio il segno dell’amore di Dio verso Dante vedendo un segno di carità e chiede dunque un po’ di carità anche per sé affidando a Dante un compito, quello di restituirle la fama una volta che sarà tornato in terra di Toscana, recarsi presso i parenti per rassicurarli sul luogo ove essa si trova e della sua redenzione, alla quale però, in chiusura del canto, si aggiunge una coda velenosa, un ultimo rimasuglio di invidia. Sapia chiede a Dante di osservare i suoi sciocchi concittadini intenti a cercare uno sbocco marinaro nel porto di Talamone cocciuti come quando cercavano un fiume sotterraneo a Siena per tentare di risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico. Sapia nonostante tutto non si astiene dal definire sciocchi i suoi concittadini persi dietro progetti inutili. Nonostante la sua salvezza e il suo pentimento Sapia non ha cancellato del tutto da sé l’ironia e il veleno quasi a dimostrare quanto sia difficile staccare il male da sé e liberarsi delle antiche abitudini. Ed è così che si chiude il canto ancora una volta caratterizzato dalla pietà di Dante che si commuove sempre davanti alle donne che incontra nel corso del suo cammino sebbene per ognuna in modo diverso a seconda della storia di ciascuna. La pietà provata per Sapia, dice il professor Sapegno, è una pietà senza simpatia, quasi una pietà costretta. Infatti il poeta non spende parole di commossa partecipazione per la vicenda di Sapia che viene registrata come una cronaca. I dantisti si sono espressi su due linee di pensiero. Alcuni parlano di Sapia come di un personaggio malriuscito perché nonostante abbia dichiarato il suo pentimento ha poi voluto sfogare ulteriore odio nei confronti dei cittadini senesi, un astio che nonostante tutto non pare del tutto superato e che la mette in una posizione anomala rispetto alle altre anime che una volta raccontata la loro vicenda, una volta pentite si addolciscono e si fanno premurose mentre lei conserva i suoi sarcasmi che la rendono quasi più simile ad un’anima infernale. Altri invece pensano che Dante, attraverso le parole di Sapia, ha voluto dimostrare il disprezzo atavico che egli stesso prova per i senesi e Siena essendo appunto in grande contrapposizione con la sua Firenze. La seconda linea di pensiero considera Sapia un personaggio valente e ben riuscito. Il critico Varanini infatti sostiene che questo personaggio abbia permesso a Dante di cogliere e trasmettere magistralmente la complessità del cuore umano. Cio che succede a Sapia succede un po’ a tutti, questa oscillazione tra il desiderio di ripudiare un vizio un qualcosa di sé che non piace il combattimento con le parti meno nobili di sé e allo stesso tempo le punte di vivace positività che si posseggono. Dunque Sapia è una donna che di certo riconosce il suo peccato, ma il cui pentimento non le impedisce di nascondere il suo carattere schietto, i suoi taglienti giudizi il suo sarcasmo. Ecco perché questa seconda scuola di pensiero ritiene che Sapia sia uno splendido personaggio che coi suoi chiaroscuri è ben rappresentativa della natura umana in generale.

Ecco dunque come Dante ci racconta i due peggiori vizi umani affidandoli al riscatto a alla riabilitazione che viene però raggiunta solo con la pratica della carità e con amore.

Finale a sorpresa

Abbanera, Carmen di George Biset. La fatalità e l’imprevedibilità emesse nel canto di Carmen si intrecciano alla cruda malizia provocatoria nascosta nei gesti e negli sguardi della zingara. Il vizio la fa da padrone, niente e nessuno può controllarlo, niente lo scalfisce, ne minacce ne preghiere, credi di prenderlo esso fugge, pensi di evitarlo esso ti prende.

A questo punto uno dei lettori si è esibito nel canto di questo brano famoso della Carmen. Per ricordare come i vizi percorrono i secoli.

Conclusioni

E dopo questo finale inaspettato è giunto il momento di rifare nuovamente le presentazioni che erano già state fatte all’inizio. Si è conclusa così questa serata altrettanto bella e ricca di quella che è stata presentata l’anno precedente. Serate che scaldano il cuore e riempiono l’anima e che sono sempre più necessarie in epoche come questa caratterizzate da grande avidità, aridità, da vizi, momenti in cui riscoprire la bellezza della poesia della musica, di un buon libro diventa fondamentale come ha detto la professoressa Alessandrini nel suo discorso di commiato. Serate che ogni volta lasciano un gran senso di stupore e meraviglia di fronte alla grandezza dell’opera dantesca che sembra contenere un intero universo di volti di storie che se estrapolati potrebbero essere da spunto per opere ulteriori come romanzi o film, volti e storie che parlandoci di loro ci parlano un po’ anche di noi stessi e ci fanno riflettere in un insieme maestoso che da le vertigini e incute quasi paura quando si tratta di leggerlo perché la lettura non può che risultare superficiale e spicciola tanto è immenso il mondo che quei versi sottendono. La Divina Commedia non si può leggere come si leggerebbe un libro qualsiasi è un libro che deve accompagnare per tutta la vita deve essere meditato, compreso considerando che, come succede sempre con i libri, non a tutti parla nello stesso modo. Probabilmente se venisse un altro gruppo a parlare di Dante e del suo poema non verrebbero dette esattamente le stesse cose che si sono ascoltate questa sera. Questa è la magia di ogni libro il fatto di essere si principalmente il prodotto di chi lo scrive, ma nello stesso anche di chi lo legge, perché la lettura è sempre un’esperienza interattiva. In questo caso l’effetto è ancora più forte perché il poema di Dante contiene in sé gia di per sé un numero quasi infinito di libri e di chiavi di lettura possibili che probabilmente non basterebbe una vita intera per capire e indagare fino in fondo nemmeno per uno studioso come ho sentito dire una volta alla tv proprio ad uno studioso di Dante che ha curato di recente un meridiano delle sue opere. Se Italo Calvino diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire allora in questo senso la Divina Commedia si può considerare un classico tra i classici.

Antonella Alemanni

Credits

Commento ai canti: Valentina Alessandrini

Lettura delle didascalie: Nadia Fascendini

Responsabile del gruppo nonché della biblioteca di Ardenno: Michele Libera

Lettori dei canti: Daniele Patisso, Claudio Barlascini, Andrea Civetta, Martino Della Torre, Giuliana Frosio, Gianluca Salini, Liliana Speziale, Giampaolo Tuana Franguel, Barbara Reganzini e Fabio Scimurri

Tecnico: Claudio Bongini

Cantante nella fase finale: Andrea Civetta

 

IN CANTO D’AMICIZIA

TALAMONA 17 maggio 2014 concerto canoro in Auditorium

                                                                                  TRE CORI PER UN’INIZIATIVA SOLIDALE
Un evento tra cultura e solidarietà quello che ha avuto luogo questa sera alle ore 20.45 all’Auditorium delle Scuole Medie. Tre cori hanno prestato la loro voce e la loro arte per una raccolta fondi a favore del GFB ONLUS un’associazione di genitori di bambini affetti da una rarissima malattia genetica per la quale ci può essere speranza di cura soltanto con la ricerca, con la continua informazione e sensibilizzazione di un pubblico sempre più vasto con l’organizzazione di convegni e serate di discussione tra gli addetti ai lavori in tutto il Mondo ma anche con la gente comune e infine anche con serate come questa dove, attraverso il divertimento e l’arricchimento culturale si contribuisce nel frattempo ai progressi nella lotta contro questa malattia chiamata sarcoglicanopatia, una variante della più conosciuta distrofia muscolare, per la quale esistono nel Mondo pochi gruppi di ricerca che se ne occupano. Madrina dell’evento Beatrice Vola, presidente e fondatrice del GFB ONLUS, madre di due ragazzi affetti da questa malattia, che, come in occasione di ogni evento benefico promosso, ha introdotto la serata facendo il punto sullo stato della ricerca e sulle iniziative finora portate avanti dall’associazione come ad esempio la creazione di un portale Internet per mettere in contatto le famiglie che in tutto il Mondo fanno i conti con questa malattia o l’adesione ad una campagna di raccolta punti dell’Iperal, una sorta di concorso che premiava le ONLUS scegliendo tra quelle maggiormente patrocinate dai consumatori attraverso la raccolta punti (il GFB si è piazzato terzo vincendo più di sedicimila euro), tutte iniziative che non possono che andare a beneficio della ricerca. È notizia recente che negli Stati Uniti alla Columbia University si è costituito un gruppo di ricerca che si occuperà in modo specifico di questa malattia.
Una volta informato il pubblico circa l’importanza di questa serata è venuto il momento di introdurre i tre cori.
I primi ad esibirsi sono stati i membri della Schola Cantorum di Madonna di Tirano. Questo coro polifonico si è costituito nel 1996 su iniziativa di un gruppo di appassionati desiderosi di ricercare nuove sfumature e stimoli di crescita attraverso un repertorio che spazia dai brani sacri finanche ai popolari e ai profani di epoche diverse, un repertorio del quale stasera, sotto la direzione di Mario Riva, è stato dato un assaggio attraverso sette brani alcuni accompagnati al pianoforte da Federico Bianchi (il secondo il quarto e il quinto).
Il primo brano presentato è stato O SACRUM CONVIVIUM di Luigi Molfino, uno dei più stimati e poliedrici compositori del XX secolo formatosi al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano presso il quale ha conseguito diplomi d’organo, musica corale, direzione di coro, composizione e polifonia vocale. Dal 1938 al 1941 è stato organista dell’orchestra della Scala e dal 1974 al 1986 è stato docente di organo e composizione organistica presso il conservatorio di Milano e di armonia e composizione e organo presso il Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra a Milano nonché autore di vari brani sacri e organistici.
Il secondo brano è stato MADONNA DE CLARITATE di Marco Enrico Bossi nato a Salò, in provincia di Brescia nel 1861 discendente di una famiglia di organari attiva dal XVI secolo in Lombardia e nel Nord Italia, autore di opere teatrali, messe, oratori, composizioni sinfoniche, musiche da camera, studi di pianoforte ed organo, spesso ispirati ai modelli romantici tedeschi in particolar modo Mendelsson e Brahms. Il brano cantato questa sera è tratto dal testo di una lauda francescana del XIII secolo dedicata a Santa Chiara.
A seguire TOURDION di Pierre Attaignant un editore e compositore musicale francese vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e la prima del Cinquecento che stampò più di 1500 canzoni polifoniche sfruttando la tecnica a caratteri mobili che allora era stata recentemente inventata e che permise una rapida e vasta diffusione delle sue opere soprattutto danze e canzoni negli stili ad esso coevi. TOURDION in particolare identificava un tipo molto particolare di danza francese.
È venuto poi il momento di LIFE UP YOUR HEART di Sally de Ford, una preghiera.
A seguire un salto nell’Ottocento con VERLEIH UNS FREIDEN di Felix Mendelsson nato ad Amburgo da una famiglia aristocratica di origine ebraica, compositore prolifico sin dalla più tenera età fino a diventare nel 1835 direttore dell’orchestra del Gewandhous di Lipsia e a fondare nel 1843 il conservatorio nella città medesima.
Col brano successivo si resta nell’Ottocento facendo un piccolo salto geografico. OCULI OMIUM è una composizione di Charles Wood nato nel 1866 ad Armagh in Irlanda, fin da ragazzo corista nella Cattedrale di San Patrizio poi, dal 1883, studente di composizione, corno e pianoforte al Royal College of Music e infine insegnante ricordato soprattutto per le sue composizioni nell’ambito della musica da Chiesa e per gli inni sacri per coro a cappella che ben esprimono grande maestria nel trasmettere calore e ricchezza di espressione.
L’ultimo brano eseguito dalla Schola Cantorum è stato IL CARNEVALE DI VENEZIA di Gioacchino Rossini fra i massimi esponenti dell’opera buffa sicuramente tra i più rappresentativi, divertenti ed istrionici.
A questo punto il testimone è passato al coro dei Cech di Traona costituitosi nel 1997 sempre ad opera di un gruppo di appassionati con un repertorio che si rifà quasi esclusivamente ai canti popolari, di montagna, degli alpini soprattutto quelli del nostro territorio con l’intenzione di unire la passione per il bel canto al mantenimento della memoria delle genti, degli usi dei costumi della storia e della cultura delle nostre valli. Di questo spirito naturalmente anche i brani presentati questa sera, ciascuno con una sua storia, diretti da Davide Mainetti.
Il primo brano intitolato SABATO DI SERA di Angelo Mazza, è ambientato sul lago Maggiore è racconta di una notte d’amore che inizia in tragedia, ma che si conclude con un lieto fine.
A seguire un’ AVE MARIA musicata da Bepi de Marzi, per dare, come da tradizione nei concerti tenuti da questo coro, una nota devozionale.
Il terzo brano di Benedetto Michelangeli intitolato CHE FAI BELLA PASTORA racconta di un vecchio che si ostina a corteggiare una bellissima donna molto più giovane credendo di avere ancora delle risorse. Tutti i suoi tentativi sono però destinati a fallire.
A seguire I RADISS tratto da un testo di Marco Sironi musicato da Angelo Mazza, il canto nostalgico di un uomo che è costretto a lasciare la sua terra natale dove hanno origine i suoi avi, costretto a salutare tutti i suoi amici, i suoi legami per poi ritrovarli tutti alla fine carichi di ricordi.
Angelo Mazza ritorna anche col brano successivo intitolato QUEL MAT DE TONI RONDOLA che racconta di un qualcosa di molto familiare alle nostre genti fino a due o tre generazioni fa, la vita semplice delle montagne tra povertà e ristrettezze, ma arricchita da personaggi come quello della canzone che riescono comunque a non perdere l’allegria e la voglia di cantare, una canzone che trasmette il ritmo allegro attraverso la ripetizione della parola quattro.
In conclusione al proprio concerto il coro ha proposto un motivo tradizionale musicato da Gianni Malatesta A MEZZANOTTE IN PUNTO che racconta di un appuntamento galante nel bel mezzo della notte.
È venuto ora il momento dell’ultimo coro costituitosi a Talamona il 15 ottobre 1982 e intitolato a Don Vincenzo Passamonti indelebile presenza nella memoria collettiva dei talamonesi quale grande figura di uomo generoso deciso e spontaneo. Inizialmente sotto la guida di Oscar Pasina il coro prevedeva esclusivamente un repertorio sacro classico per accompagnare le funzioni religiose poi dal 1999 col nuovo direttore Tomaso Ronconi (che ha diretto anche questa sera naturalmente) il repertorio ha aperto anche alla musica polifonica moderna a cappella o con accompagnamento strumentale.
Il primo brano presentato è stato un inno sacro intitolato JESU REX AMIRABILIS composto da Giovanni Pierluigi da Palestrina vissuto nel Cinquecento tra i più importanti musicisti del Rinascimento italiano autore prevalentemente di messe e musica sacra, maestro cantore ammirato dalle maggiori personalità della sua epoca.
A seguire tre brani della musica sacra ortodossa: OCE NASH (PADRE NOSTRO) di Nikolaj Kedrov IZE CHERUVIMI di Gavril Lomakin e BOGORODITZE DIEVO di Serghej Rachmaninov, quest’ultimo particolarmente degno di nota in quanto lo scorso anno ricorreva il 140° anniversario della nascita e il 70° della morte di questo compositore prolifico musicista soprattutto nell’ambito della musica sacra russa della quale toccò il vertice in particolar modo con questo brano.
Dopo tanta musica sacra è venuto il momento di quella popolare con altri tre brani.
Il primo AY LINDA AMIGA di autore anonimo spagnolo del XV secolo musicato in seguito da Eduardo Torner fa parte di una raccolta conosciuta come CANCIONIERO DE PALACIO un’antologia di musica polifonica eseguita alla corte dei re Cattolici (un’importante centro di cultura musicale) e racconta i tormenti dell’amore.
Il secondo SZELLO SUG di Lajos Bàrdos un compositore ungherese che è stato anche insegnante e direttore di coro che, insieme a Zoltàn Kodàly gettò le basi della musica corale ungherese; in ungherese da voce solista è stata eseguita la prima parte del brano, tutto il resto in italiano dal coro, in una traduzione poco letterale.
Il terzo brano popolare che è anche quello che ha chiuso il concerto è stato LA CABANA tratto dalla tradizione popolare colombiana con testo di Julio Florez, musica di Emilio Murillo e armonizzazione di Efrain Orozco.
A questo punto dopo un bis eseguito insieme dalla Schola Cantorum e dalla corale Passamonti si è chiuso il concerto ed è cominciata l’ultima parte della serata consistente in un rinfresco e in una piccola festicciola per concludere il tutto in allegria.

Antonella Alemanni

PER DIRE NO ALLA DROGA

TALAMONA 5 maggio 2014 una serata dedicata all’operato della comunità San Patrignano

TRE MADRI DI FIGLI CON PROBLEMI DI TOSSICODIPENDENZA RACCONTANO LA LORO TESTIMONIANZA E DICONO: FATE ATTENZIONE AI VOSTRI FIGLI, NON LASCIATELI MAI DA SOLI!


Nessun argomento al mondo come la droga è allo stesso tempo oggetto di numerosi dibattiti e ostracizzato. Di droga si sente parlare spesso: di chi ne fa uso, di chi si arricchisce producendola e vendendola, della vasta rete criminale che sottintende. Di droga se ne parla soprattutto ai giovani attraverso campagne di informazione scientifica che spiegano gli effetti delle sostanze su un corpo in crescita e soprattutto sul cervello e in campagne di sensibilizzazione volte a istillare nelle giovani coscienze valori che in chi si avvicina alle droghe non sono presenti in maniera così solida come dovrebbero invece essere. Nonostante questi sforzi il problema della droga continua a sussistere. I giovani in età sempre più precoce (recenti statistiche fanno risalire a 10-11-12 anni la prima sigaretta, la prima canna e anche la prima ubriacatura) ne fanno uso, sottovalutano i rischi che corrono e molto spesso fanno riferimento a delle informazioni erronee come quella ad esempio secondo cui la cannabis curerebbe il cancro (in realtà i cannabinoidi vengono a volte usati come cure palliative più spesso nei pazienti terminali con modalità diverse da quelle usate in contesti di dipendenza, in dosi diverse e sotto stretto controllo del medico) o che una canna farebbe meno male di una sigaretta (cosa non vera in quanto per fabbricare una canna pare si usi il principio attivo, il tabacco della sigaretta come eccipiente e un pessimo filtro che aumenta il potere cancerogeno delle sostanze presenti nella sigaretta, un dettaglio che viene confermato da tutti coloro che hanno fatto uso di tali sostanze). Ne fanno uso perché? Per sballare? Ma perché i giovani hanno bisogno di sballare? Da cosa fuggono, quali ferite spirituali o disagi vogliono lenire? Perché hanno bisogno di assumere sostanze tossiche per stare bene, per ritrovarsi in gruppo e divertirsi, perché si genera in loro la curiosità di provare queste sostanze nonostante la loro pericolosità più e più volte dichiarata? Che ruolo hanno la famiglia e la società in questa piaga sociale, nelle sue origini, ma soprattutto nella sua soluzione? Che si può fare quando ci si trova faccia a faccia con il problema perché un parente o un conoscente si droga e molto spesso i suoi familiari più stretti gli creano intorno un muro di omertà e di ostinazione a non voler vedere il problema, non volerlo affrontare? Come si può essere d’aiuto a chi ci è intorno a chi ci è caro e si fa del male credendo che delle sostanze chimiche siano in grado di riempire profondi vuoti esistenziali? È per cercare di rispondere a queste domande che questa sera alle ore 20.30 al piccolo teatro dell’oratorio è stato organizzato un incontro con tre madri di figli tossicodipendenti ora in via di recupero: Marisa (che è presidente della sezione di Sondrio della ONLUS che fa capo alla comunità di San Patrignano attiva dal 2009) Diana e Letizia. Tre madri con tre storie tutte simili eppure tutte diverse così come lo sono le storie di tutti coloro che approdano a San Patrignano dopo un vissuto doloroso in cerca di un’opportunità per ricominciare a vivere una vita normale. Da quando è stata fondata negli anni Settanta da Vincenzo Muccioli a partire da un vecchio casolare abbandonato nelle campagne riminesi e da alcune roulotte recuperate dopo un sisma, San Patrignano è divenuta sempre più un punto di riferimento fondamentale per persone che, come si è detto in un filmato proposto a inizio serata, hanno quasi più paura di vivere che di morire. Già al tempo della fondazione del centro di San Patrignano la tossicodipendenza era una realtà sociale grave e chi faceva uso di droga doveva subire anche i pregiudizi degli altri, l’emarginazione, l’ostracismo sociale. Alla comunità hanno potuto trovare chi ha restituito loro la vita hanno potuto studiare da zero oppure riprendere gli studi laddove li avevano interrotti hanno potuto imparare dei mestieri per potersi creare delle opportunità, ma soprattutto si sono riscoperti come persone e molti una volta rinati sono rimasti per proseguire questa grande opera sociale restituendo ad altri la speranza che essi stessi avevano ricevuto. Un percorso che continua ancora oggi purtroppo e per fortuna. Purtroppo perché cio significa che gli anni passano, ma la droga non passa mai di moda e per fortuna perché per ogni nuova vittima della droga c’è sempre pronto un sostegno un’opportunità per rialzarsi e riprendersi la propria vita com’è accaduto ai ragazzi le cui madri sono intervenute questa sera. È stata soprattutto la signora Marisa a tenere un lungo e appassionato discorso partendo dalle vicende del figlio (approdato a San Patrignano dopo un periodo trascorso in una struttura statale) per arrivare a una trattazione più ampia dell’argomento un discorso che ha sfatato molti miti come ad esempio quello che suddivide le droghe in leggere e pesanti facendo apparire le prime come un male tutto sommato minore (dimenticando però di sottolineare come negli ultimi decenni, il principio attivo della cannabis sia passato, grazie a sementi geneticamente modificate dal 3 al 21% cosa che ne ha aumentato la tossicità) o come quello che considera veri e propri drogati solo quelli che si iniettano l’eroina in vena dando l’illusione a chi assume altre sostanze o anche l’eroina ma con altre modalità di non esserlo, di non avere un problema o come l’errore in cui cadono molti genitori nel pensare che la tossicodipendenza si possa risolvere nell’ambito della famiglia e che non occorrano percorsi di recupero con persone competenti. Certo dalla famiglia non si può prescindere. È in famiglia che ci si forma è in famiglia che si impara a capire cosa è giusto e cosa non lo è e i genitori non possono mai in nessun caso delegare sempre la formazione dei figli ad altri. La famiglia diventa ancor più determinante quando si tratta di cogliere i segnali di qualcosa che non va. Tutte e tre le madri sono state concordi nel dire che bisogna ascoltare i figli e ancor più i loro silenzi. Tutto questo perché molto spesso quando ci si accorge del problema è gia troppo tardi e i ragazzi non possono più essere recuperati. Senza arrivare alle morti del sabato per collasso dovuto a disidratazione (in quanto le pasticche alterano i centri della termoregolazione sicché i ragazzi si ritrovano a ballare in discoteca tutta la notte con temperature da febbre senza accorgersene senza sentire il bisogno di bere acqua) non vanno trascurati i danni cerebrali irreversibili e le negative ripercussioni sulla salute in generale che si manifestano anche dopo anni a volte anche dopo essersi disintossicati. A questo proposito i medici, risonanze magnetiche alla mano diffondono dati sempre più allarmanti: l’abuso delle cosiddette droghe leggere compromette per sempre i centri cerebrali delle emozioni e in generale la comparsa di sostanze sempre più pericolose ed elaborate farà si che tra non molti anni ci saranno sempre più trentenni malati del morbo di Parkinson come conseguenza degli effetti delle sostanze sul cervello. Com’è possibile che tutto cio non basti a tenere tutti lontano dalla droga? Com’è possibile che i nostri giovani vivano un disagio interiore talmente forte da dover rischiare la propria vita per placarlo per acquisire una sorta di forza d’animo che non sanno trovare altrimenti? È da questo che bisogna partire parlando di droga un argomento che non deve più fare paura che non deve più essere ignorato o sottovalutato. Che non si abbia paura dunque di farsi avanti offrire sostegno anche facendosi odiare, anche ricevendo porte in faccia. Che non si abbia paura ad educare i figli anche con fermezza se serve. Che non ci si nasconda che non ci si indigni per gli interventi delle forze dell’ordine che spesso, come ha sottolineato il maresciallo Sottile, intervenuto a metà serata, salvano la vita ai nostri figli perché sono il primo passo verso la risalita e che ci si liberi da ogni ignoranza e pregiudizio che impediscono un corretto approccio al problema. Non bisogna dimenticare che i giovani sono il nostro futuro e che come ha detto la signora Marisa, se non ci occupiamo del nostro futuro siamo una ben misera società.
Antonella Alemanni

MUSICA MAESTRI !

TALAMONA 1 maggio 2014 concerto del primo maggio

                                                 UNA SERATA DI MUSICA PER CELEBRARE LA FESTA DEL LAVORO

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In occasione di questo appuntamento annuale che per i talamonesi è diventato una vera e propria tradizione, questa sera, alle ore 21, presso la palestra comunale, la Filarmonica di Talamona ha deciso di far aprire il concerto alla banda giovanile, reduce da un concorso nazionale che si è tenuto sempre presso la palestra comunale, nel corso della giornata del 30 marzo di quest’anno. Un’occasione per valorizzare e far conoscere la scuola di musica attraverso la quale si formano i musicisti di domani e il futuro stesso della filarmonica.
Il primo brano che la banda giovanile ha eseguito è OPEN ROAD del compositore statunitense Robert Sheldon, un’opera che descrive in musica il viaggio attraverso le ampie strade americane a bordo di un’automobile, un modo per scoprire l’immensa vastità delle terre oltreoceano alla scoperta di nuovi luoghi e nuove avventure. OPEN ROAD è stato suonato durante il concorso nazionale nella sezione B dedicata ai ragazzi fino a 15 anni.
A seguire ATTACK OF CYCLOPS di Mark Williams. I ciclopi sono gigantesche divinità con un occhio solo appartenenti alla mitologia greca. Con questo brano il compositore ci aiuta ad immaginare proprio un attacco di queste creature.
E ora siamo all’ultimo brano eseguito questa sera dalla banda giovanile. FLASH FLOOD è dedicato alla grande forza dello spirito umano e si ispira un particolar modo alla capacità umana di riprendersi dalle catastrofi che la natura talvolta ci riserva. Questo brano ad opera di Chris Bernotas, prende spunto dal modo in cui è stato affrontato l’uragano Irene che nell’estate del 2011 ha devastato la costa atlantica degli Stati Uniti. Questo brano è stato eseguito durante il concorso nazionale nella sezione A dedicata ai giovani fino ai 18 anni. L’esecuzione di questo brano è stata accolta da una grande ovazione e dalla richiesta di un bis. Prima di proporlo sono stati presentati i componenti della banda giovanile alcuni presenti anche nella filarmonica. Ai flauti Mara Bertolini e Sofia Bianchini. All’oboe Nicolas Duca (che insieme con Sofia Bianchini è entrato nelle file della filarmonica a partire dal gennaio di quest’anno). Ai clarinetti Silvia Bedognè, Elena Cassera, Elisa Libera, Monica Nirosi, Laura Petrelli, Alessia Tarabini. Al sax alto Nicolas Cerri, Michele Ciaponi, Lorenzo Duca, Valentina Perlini. Al corno Loris Gusmeroli e Simone Spini. Alla tromba Mirco Simonetta, Tommaso Sterlocchi, Luca Togni. Al trombone Stefano Cerri (che è anche presidente della filarmonica) e Gabriele Luciani. Al’euphonium Emanuele Petrelli. Alle percussioni Raffaello Barri, Alessandro Bertolini, Damiano Bertolini, Emanuela Gusmeroli e Denni Perlini. Sono stati presentati anche gli allievi della scuola di musica che frequentano i corsi propedeutici all’ingresso nella banda e allo studio degli strumenti: Alex Cerri, Leonardo Perlini, Alice e Martina Papoli, Mattia Scalina, Pierangelo Bertoletti, Samuele Caligari, Giacomo Ciaponi, Fabian Duca, Alessio Lanza, Giulia Mazzoni e Marta Perlini.
Dopo il bis è venuto il momento della filarmonica che ha aperto il suo concerto con l’INNO DEI LAVORATORI di Filippo Turati, il brano con cui ogni anno la filarmonica apre questo concerto. Quest’anno, come l’anno passato, questo brano vuole essere di sostegno ai lavoratori la cui situazione si mantiene difficile e precaria. La presentazione del brano è stata l’occasione per fare una piccola dedica a Celso Bedognè che è stato membro della banda per sessantacinque anni e che stasera era presente tra il pubblico che gli ha dedicato un’ovazione.
Il secondo brano eseguito si intitola CONDACUM di Jan Van de Roost, un compositore belga. Il brano fu composto nel 1996 in occasione del venticinquesimo anniversario della Arts Concil nel quartiere belga Contic. La storia della piccola comunità belga viene raffigurata in musica cercando di ricreare, in apertura, l’avanzata dell’esercito romano. Lo sviluppo del tema iniziale crea una sempre maggiore vitalità sino alla solenne conclusione.
A seguire CHILDREN’S MARCH di Percy Aldrige Grainger. Questa deliziosa opera si caratterizza per la spensieratezza con cui viene esposto il tema iniziale sempre presente fino al termine del brano con variazioni e cambi di colore continui. Ricco di ritmi anche stravaganti è un classico esempio di composizione originale per banda che può esprimere spunti e motivi di approfondimento per la crescita musicale di un gruppo. Ispirandosi alle più classiche melodie per bambini il compositore vuole ricalcare la spensieratezza e l’allegria di un girotondo tra amici.
È venuto poi il momento di DANZA UNGHERESE N. 4 di Johannes Brahms. Le danze ungheresi per pianoforte a quattro mani sono state scritte da Brahms agli inizi della sua carriera musicale nel 1852. Nella partitura originale le danze venivano qualificate come ungheresi perché a quel tempo il folclore magiaro era del tutto sconosciuto e soprattutto confuso con la musica zigana che quel popolo nomade aveva diffuso. Le danze ungheresi sono impregnate del ritmo e delle melodie zigane affrancate dal virtuosismo che veniva inserito dagli esecutori. La danza ungherese n. 4 si ispira alla melodia KALAXAI NEMLEC.
Il quarto brano di questa sera è OLIMPICA di Giovanni Orsomando, un compositore vissuto tra il 1895 e il 1988, uno dei maggiori direttori di banda musicale e uno tra i massimi autori italiani di brani originariamente scritti per questo organico. Ufficiale dell’esercito, è stato clarinetto solista nella banda di fanteria. Trascorse gran parte della vita a Caserta dirigendo bande musicali, insegnando e componendo. Fu direttore della banda della provincia di Roma e nella parte finale della sua vita si trasferì a vivere nella capitale. Tra le sue composizioni oltre 120 opere. Una delle più conosciute, tipica dei repertori delle bande del sud è proprio questo brano, OLIMPICA.
A seguire GOLDEN EAGLE MARCH di Alfred Reed, un compositore americano. Si tratta di una marcia dalla forma classica composta nel 1991 in occasione del quarantaseiesimo meeting nazionale giapponese di bioetica. Il tema del brano deriva infatti da una canzone tradizionale del folclore nipponico e vuole essere un inno gioioso per l’apertura dei giochi in cui si trovano a cimentarsi concorrenti di ogni età.
Prima dell’esecuzione dell’ultimo brano ha preso la parola il sindaco Italo Riva che dopo aver ringraziato l’assessore alla cultura di Morbegno Cristina Ferrè tra il pubblico del concerto, poi la filarmonica sottolineando come essa si sia sempre prestata ad onorare la festa del primo maggio, una festa cui l’amministrazione comunale tiene particolarmente come tributo a tutti coloro che con il loro lavoro migliorano le nostre vite però anche a ricordo di quanti ora vivono delle difficoltà lavorative perché hanno perso il lavoro o perché, come accade ai più giovani soprattutto faticano a trovarlo e infine di tutti coloro che a volte perdono la vita a causa del lavoro, un evento che vuol essere di speranza e di conforto per tutte queste realtà in attesa che la situazione possa migliorare (il che era stato detto anche un anno fa si spera che l’anno prossimo da questo punto di vista “la musica cambi” ndr). A questo punto la parola è passata a Simona Duca, assessore alla cultura del comune di Talamona che ha sottolineato l’importanza della filarmonica come parte dell’identità culturale talamonese e ha condiviso le sue impressioni personali incentrate soprattutto sull’eleganza dei gesti degli strumentisti.
A questo punto, dopo vari ringraziamenti, è venuto il momento del brano conclusivo della serata intitolato GRAN VARIETA’ di Marco Marzi, musicista milanese. Un brano espressamente dedicato alla tradizione televisiva degli anni Ottanta, anni in cui il varietà nasceva come evento principale dei palinsesti tv. Un brano di cui è stato chiesto il bis.
Dopo aver così ben nutrito lo spirito con questi brani magistralmente eseguiti e presentati a fine serata è venuto il momento di nutrire anche il corpo con un rinfresco offerto dalle officine meccaniche Barni. Essendo infatti Talamona il principale paese dell’area industriale insieme con Morbegno è tradizione che il rinfresco venga offerto ogni anno da qualcuno che ha un’attività in quell’area. Il risultato è stato una serata arricchente sotto tutti i punti di vista.

Antonella Alemanni

 

 

                                          TALAMONA 3 maggio 2014 un insolito spettacolo al piccolo teatro dell’oratorio

                                                                                                      ZIMMER FRY SHOW

UNA SERATA IN ALLEGRIA FATTA DI MUSICA E INTRATTENIMENTO

Questa sera  alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio si è voluto proporre uno spettacolo insolito che vira dal teatro puro verso uno stile di intrattenimento più simile ai vecchi varietà con tanto di presentatore dallo stile esilarante come i mattatori televisivi di una volta. Uno spettacolo che mira a divertire il pubblico coinvolgendolo direttamente abbattendo quella che Pirandello chiamava la quarta parete del teatro vale a dire quella barriera invisibile che separa gli attori dalla platea. Uno spettacolo proposto dagli Zimmer Fry un gruppo canoro diretto dalla talamonese Valentina Mazzoleni, il primo gruppo pop rock a cappella animato al Mondo che si è esibito questa sera per la prima volta in assoluto a due anni di distanza dalla sua costituzione. Un percorso lungo e tortuoso fatto di impegno, passione e sacrificio che questa sera ha trovato il suo coronamento grazie alla sentita partecipazione del pubblico. Gli Zimmer Fry cantando senza strumenti o basi musicali (a cappella appunto) dandosi il ritmo e le sonorità con un uso animato della voce hanno proposto un variegato repertorio musicale (dalla dance anni Sessanta alle sigle dei cartoni animati passando per Michael Jackson e i Queen) aiutati in alcuni frangenti da alcuni componenti del pubblico (che sono stati scelti personalmente dal presentatore per accompagnare il gruppo la prima volta con strumenti e la seconda con precisi e codificati versi) quando non dal pubblico intero che doveva, in chiusura, prima battere le mani e poi pronunciare alcune parole onomatopeiche per dare il ritmo. Uno spettacolo in due tempi durato circa due ore che ha divertito grandi e piccini e che ha visibilmente riempito di gioia gli stessi Zimmer Fry (i cui membri sono anch’essi di età variabile dai giovani adulti ai signori di mezza età più o meno equamente ripartiti tra uomini e donne) i quali inseguendo con tenacia il loro sogno hanno ottenuto questa sera di regalare al pubblico presente una serata fuori dagli schemi.

Antonella Alemanni

 

UL TALAMUN (dialetto)- IL TALAMONESE

TALAMONA 6 aprile 2014 padre Abramo al teatro dell’oratorio

 

Panorama di Talamona, Sondrio

Panorama di Talamona, Sondrio

 

LA PRESENTAZIONE DELLA NUOVA EDIZIONE DEL VOCABOLARIO DEL DIALETTO TALAMONESE

Con l’avvento della modernità il dialetto, anzi i dialetti, perché ce ne sono moltissimi, si vanno sempre più perdendo: pochi seguitano a parlarli e pochissimi nella forma pura. Si tende a vedere il dialetto come qualcosa di rozzo, di arcaico, associato alla mancanza di cultura e invece il dialetto è in sé cultura, racconta la storia di un popolo, ne custodisce le memorie, permette a volte di capire anche la mentalità delle persone che lo parlano. Per questo è necessario custodirlo come un prezioso patrimonio che non deve essere mandato perso. È con queste parole che Don Sergio, il parroco di Talamona ha introdotto Padre Abramo che questa sera alle ore 21 ha presentato al piccolo teatro dell’oratorio la nuova edizione del suo vocabolario del dialetto talamonese, preceduto da una presentazione fotografica di vecchie istantanee offerta da Giancarlo Ruffoni. Un vocabolario che è frutto di una grande passione nonché l’epilogo di una storia che parte da lontano, che comincia negli anni Ottanta del Novecento quando esplode il fenomeno della dialettologia, il verificarsi di un interesse per il dialetto come ricerca studio e cultura attraverso il fiorire di piccoli vocabolari e saggi per esempio a Livigno, a Morbegno, a Verceia ad opera del professor Massera, a Sondrio ad opera del professor Pontiggia, a Bormio ad opera di don Branchi scienziato del dialetto, tutti lavori che si ispirano ad uno studio pubblicato da Pietro Monti nel 1835 intitolato VOCABOLARIO DEI DIALETTI DELLA DIOCESI DI COMO. Considerato tutto questo padre Abramo ha convenuto che ci fosse una grande lacuna in questo campo e cioè uno studio dedicato al dialetto talamonese, che si distingue dagli altri per originalità e musicalità, una lacuna che Padre Abramo ha pensato bene di colmare armandosi di una grande pazienza e di un quaderno suddiviso in 21 scomparti, uno per ogni lettera dell’alfabeto (che in corso d’opera sono diventati 22 avendo i talamonesi un modo tutto loro di pronunciare la lettera A un po’ chiusa che rende questo suono una sorta di sesta vocale) nel qual quaderno annotava parole attingendole dalla propria memoria, dalla specifica ricerca e dall’ascolto della parlata soprattutto delle persone anziane le uniche che hanno saputo mantenere nel tempo la pronuncia originale e più in generale la purezza della lingua (perché secondo padre Abramo il talamonese ha dignità di vera e propria lingua). Il risultato di tutto cio è stato il piccolo vocabolario intitolato UL TALAMUN uscito nel 1991 e distribuito a tutte le famiglie talamonesi nonché ai talamonesi e valtellinesi sparsi per il Mondo (compreso pare un ricercatore al Polo Sud), un vocabolario composto da circa 2200 parole (escluse quelle frutto di contaminazioni o che hanno perso la dicitura originale) e comprendente anche una piccola grammatica che illustra le peculiarità del nostro idioma come il fatto di avere i plurali sia dei nomi che dei verbi e la declinazione dei verbi irregolare difficilmente comprensibile per chi non è avvezzo al talamonese fin dalla nascita. Un lavoro che in realtà non è mai finito, un work in progress che nel tempo, con altre ricerche, si è arricchito di nuovi vocaboli e che padre Abramo ha portato avanti sotto l’egida dei soci dell’accademia della crusca. Il risultato è la nuova edizione ampliata presentata questa sera, che, nelle intenzioni di padre Abramo avrebbe dovuto essere un supplemento del primo vocabolario ed è invece divenuta una vera e propria seconda edizione con alcune novità rispetto alla precedente: una veste grafica leggermente rinnovata (a cura del nipote di padre Abramo che questa sera presentava con lui il libro) ma che ha conservato sulla copertina la foto del campanile Trecentesco di San Giorgio, in qualche modo il simbolo di Talamona, il fatto di non avere più la grammatica, ma piuttosto una lista delle vecchie località di Talamona anche illustrate su una cartina (un’occasione unica per immergersi con la fantasia nella vita dei nostri antenati che in quelle località hanno vissuto) e delle poesie dialettali a dimostrazione di come il nostro idioma si presti ad essere espresso anche in forma letteraria. Alcune di queste poesie sono la traduzione in talamonese di capolavori poetici italiani e durante la presentazione padre Abramo ha deliziato il pubblico presente con un paio di letture per poi dare vita ad un piccolo, spontaneo, amichevole dibattito. Anche questa nuova edizione sarà distribuita gratuitamente a tutte le famiglie col bollettino parrocchiale nel periodo pasquale e in più sarà disponibile anche sul sito della parrocchia che verrà avviato a settembre e nel quale sarà ripubblicata anche la grammatica talamonese se ci saranno richieste. Un lavoro che padre Abramo avrebbe voluto arricchire anche con i soprannomi delle famiglie e delle persone, ma che poi non sono più stati aggiunti perché alcuni risultano offensivi. Un vero peccato infondo, questa sarebbe stata un’ulteriore sfumatura di quel vasto patrimonio che rappresenta la cultura rurale dei nostri padri ben espressa dall’idioma talamonese.

 

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

Antonella Alemanni