IT. ITINERARI TALAMONESI. CASA VALENTI

 

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TALAMONA 25 luglio 2015 una giornata alla scoperta del nostro patrimonio storico

 

LA STORICA DIMORA TALAMONESE APRE OGGI AL PUBBLICO LE SUE PORTE E IL SUO BAGAGLIO DI PERSONAGGI E DI VISSUTI

di Antonella Alemanni

Un itinerario artistico all’insegna della Storia alla scoperta dell’arte, della musica e delle tradizioni enogastronomiche valtellinesi. Così l’assessore per le politiche culturali Lucica Bianchi ha introdotto il nutrito evento che ha avuto luogo oggi a partire dalle ore 17 “e dove se non qui a Palazzo Valenti?” ha proseguito l’assessore, “uno dei notevoli esempi di architettura cinquecentesca valtellinese, rappresentativa per Talamona anche per capire il modo di essere talamonesi, il modo di pensare e di vivere il nostro paese”. Un percorso culturale reso possibile dalle competenze di Giampaolo Angelini e Simona Duca, studiosi appassionati e sensibili di storia locale, dalle esponenti dell’associazione Bradamante Elena Riva e Beatrice Pellegrini e dal maestro assaggiatore Renato Ciaponi per la degustazione finale di prodotti tipici valtellinesi “professionisti che per il loro bagaglio di conoscenza, per il loro vissuto personale, le loro esperienze e la preparazione professionale sono intimamente e profondamente legati a questa dimora” ha sottolineato l’assessore nel presentarli. “…siccome bellezza significa anche armonia” ha proseguito l’assessore “nel corso di questo percorso saremo accompagnati dal quartetto di fiati della filarmonica di Talamona”. Un percorso reso possibile però in primo luogo dalla famiglia Airoldi che detiene la proprietà e abita tuttora il palazzo, dalla disponibilità con cui ha deciso di condividere, almeno per questo giorno questo bene che ha l’inusuale caratteristica di essere un bene comune, ma nello stesso tempo anche privato. Ed è ringraziando le figlie della signora Adriana Airoldi (nipote diretta dell’ingegner Clemente Valenti purtroppo recentemente scomparsa) che l’assessore Lucica Bianchi ha concluso il suo intervento introduttivo cedendo la parola al sindaco Fabrizio Trivella che ha spiegato brevemente la genesi di questa iniziativa “il primo evento culturale organizzato sotto la nostra amministrazione, nato da un suggerimento della famiglia Airoldi desiderosa di porre all’attenzione dei Talamonesi questo patrimonio culturale e architettonico il cui valore, che tutti possiamo apprezzare, è stato in passato riconosciuto anche dalla soprintendenza ai beni culturali. Dietro suggerimento della famiglia Airoldi si è dunque mossa la macchina amministrativa con lo scopo di creare una scenografia e una coreografia che potessero dare un ulteriore valore a quest’opera. È stato così che si è pensato di creare questa giornata con l’obiettivo di promuovere il nostro territorio coinvolgendo tutte le eccellenze di Talamona, le eccellenze culturali radicate sul nostro territorio del quale hanno una profonda conoscenza e soprattutto che si spendono per il paese e per dare un ulteriore contesto abbiamo coinvolto anche la nostra banda che rappresenta già in sé un patrimonio d’eccellenza di Talamona. Il tutto con lo scopo di mettere in atto un primo tentativo di sinergia tra pubblico e privato proprio con l’obiettivo di valorizzare il territorio, perché saper valorizzare le nostre eccellenze e saperle anche promuovere è ciò di cui la nostra comunità ha realmente bisogno”. A questo punto la parola è passata alla signora Paola Airoldi che ha illustrato il profondo legame della sua famiglia con il palazzo “noi raccogliamo un’eredità” ha spiegato “dai nostri genitori e insieme a questa eredità il compito di conservarla sia per mantenerne l’abitabilità senza stravolgerne l’architettura sia esterna che interna, ma anche, come già faceva mia madre circondandosi di studiosi interessati, per portare avanti un’attività di recupero della storia legata a questa casa che è il passato della nostra famiglia, il suo patrimonio immateriale che comprende anche le famiglie che hanno preceduto la nostra nell’abitare questa casa. Quindi per noi c’è il senso di una continuità storica che non è soltanto una questione affettiva personale, ma un qualcosa che riguarda tutta la comunità perché ritengo che, per una comunità, la conoscenza delle proprie radici storiche sia fondamentale per la coscienza della propria identità individuale. Se per esempio un bambino non conosce la propria famiglia, l’identità dei suoi genitori gli risulterà poi molto difficile crescendo determinare la sua stessa identità. Se noi invece ci riappropriamo della nostra cultura e della nostra storia questo ci renderà più forti. In questo senso, osservando la facciata, che oggi appare molto deteriorata, ma che un tempo doveva essere splendida, non si può non pensare ai suoi committenti che sicuramente avranno voluto, tramite questi affreschi, celebrarsi come famiglia, celebrare la loro potenza e la loro ricchezza e che oggettivamente hanno fatto un regalo alla gente nei secoli a venire sino a noi, perché una facciata affrescata di tale fattura è molto difficile da trovare sul nostro territorio. Questa è dunque la sua ricchezza, ma anche il suo limite perché, essendo una facciata è un patrimonio facilmente visibile, ma nello stesso tempo facilmente deteriorabile. Parlando di arte storia e cultura io ho sempre inteso tutto questo non semplicemente come erudizione, ma come la possibilità di utilizzare questa conoscenza per godere della bellezza che l’arte comunica. Nel caso di questi affreschi, passarci vicino, osservarli e sapere quello che raccontano costituisce un valore rispetto ad una non conoscenza” dopo i necessari ringraziamenti a tutti coloro che non solo hanno contribuito a rendere possibile questa giornata (“che sia l’inizio di un percorso che continui e che attraverso lo studio del territorio ci permetta di capire chi siamo” ha ancora sottolineato Paola Airoldi) , ma che nel corso degli anni si sono impegnati nello studio e nella valorizzazione della facciata, ma anche dei documenti che sono stati di volta in volta ritrovati, è venuto il momento di entrare nel vivo di questa giornata.

La facciata ariostesca, immagini e poesia

Il primo intervento è stato quello di Beatrice Pellegrini ed Elena Riva. La prima, autrice di una tesi di laurea sugli affreschi della facciata di palazzo Valenti (che ha avuto modo di presentare nel corso di un passato evento culturale) ha descritto uno per uno gli affreschi della fila superiore della facciata, ciascuno corrispondente ad un canto dell’Orlando Furioso, magistralmente recitato da Elena Riva, che in questo senso già da qualche anno svolge la funzione di lettrice ufficiale dell’associazione Bradamante.

Ci troviamo di fronte a questo splendido palazzo del XVI secolo ha esordito Beatrice Pellegrini introducendo la sua presentazione appartenuto alla famiglia Spini fino al 1837 anno in cui la proprietà è passata alla famiglia Valenti che la detiene tuttora. La facciata del palazzo si può dividere in due registri di cui quello superiore è il meglio conservato. Vi si possono osservare sei affreschi a monocromo nei toni del bronzo ispirate alle vicende ariostesche. Mentre la lettura tradizionale vedeva e poneva il primo riquadro alla vostra sinistra oggi tenterò di proporvi una mia nuova interpretazione ponendo invece come primo riquadro quello alla vostra destra nonché il primo che si scorge salendo la stretta via che conduce dalla chiesa al palazzo.

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Come possiamo vedere il primo riquadro rappresenta una donna a cavallo che cerca di fuggire da un cavaliere ritratto in secondo piano. La scena è tratta dal primo canto dell’Orlando Furioso nel quale Angelica cerca di fuggire ai propri pretendenti, in questo caso da Rinaldo “che a piè venia verso di lei”

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Nel secondo riquadro una scena di lotta tra due cavalieri e l’interpretazione è stata resa possibile dal fatto che uno è senza elmo e dunque lo si è potuto ricondurre alla figura di Ferraù che nel poema, nel gesto di bere fa cadere il proprio elmo nell’acqua. Sullo sfondo scorgiamo ancora una volta Angelica in fuga

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Nel terzo riquadro ancora una volta vediamo un combattimento, questa volta a cavallo, nel quale, il cavaliere vincitore, come possiamo notare è rappresentato con tratti spiccatamente femminili sicuramente più delicati rispetto a quelli del suo avversario che presenta invece dei folti baffi. Ci troviamo di fronte a Sacripante che disarciona l’avversario Bradamante.

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Gli ultimi tre affreschi della facciata si svolgono nel secondo canto. Come possiamo notare, nel quarto riquadro è rappresentata ancora una scena di lotta nel quale il cavaliere e il suo prode destriero Baiardo scacciano con forza l’avversario mentre sullo sfondo vediamo altre due figure a cavallo che sono Angelica, che incontra l’eremita il quale, per salvarla ancora una volta dai pretendenti invoca un valletto rappresentato tra le fronde degli alberi.

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Il penultimo riquadro è caratterizzato invece da una figura centrale nella quale si riconosce Bradamante che erra trascinando il proprio cavallo. Con un po’ di difficoltà possiamo scorgere tra le fronde degli alberi un cavaliere che incede tacito solerte e pensoso e triste per aver perso la propria amata. Un altro particolare molto interessante è quello dell’alta rupe dalla quale si può scorgere l’Ippogrifo che fugge dalla propria dimora con il mago Atlante.

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Questi due protagonisti li ritroviamo anche nell’ultima scena affrescata dove Pinabello, riconosciuta l’acerrima nemica Bradamante, cerca di spingerla con un grosso ramo all’interno di una grotta. Quel che è interessante e che mi ha permesso di rivalutare l’intero ciclo è un particolare ora difficilmente visibile. Bradamante, in tutte le scene che troviamo in quest’ordine, è affrescata con un particolare molto interessante sullo sbuffo della manica, una testa leonina, un particolare che ha permesso una nuova identificazione e una nuova lettura.

Intervento di Giampaolo Angelini, docente all’università degli studi di Pavia

Il percorso conoscitivo di palazzo Valenti si è spostato a questo punto nel cortile interno che dà sui giardini dove, prima della visita guidata vera e propria all’interno delle varie stanze è stato possibile ascoltare un excursus dei principali personaggi e delle principali vicende legate alla storia di questa dimora, intervallati dagli intermezzi musicali del quartetto di fiati della filarmonica di Talamona. Il primo racconto ascoltato, una volta passati dalla pesante porta di ferro alla sinistra della facciata per chi viene da fuori è stato quello di Giampaolo Angelini, che ha dato inizio alla sua trattazione con una serie di ringraziamenti, in particolar modo alla signora Adriana Valenti-Airoldi “che negli ultimi decenni è stata l’anima di questa casa”.

Ci troviamo di fronte ad una dimora che è legata dal punto di vista storico-artistico in modo particolare al secolo XVI quando è stata decorata la grande facciata che dà sulla via Valenti. Però l’immagine che noi oggi abbiamo di questa dimora è un’immagine prevalentemente ottocentesca e delle vicende dei protagonisti che hanno animato questa casa dall’Ottocento in poi ci dirà meglio Simona Duca nel corso del suo intervento, in particolar modo del rilevante ruolo sociale dell’ingegner Clemente Valenti che ha dato il nome alla via che passa da questa casa. Ora però vorrei parlare brevemente di un aspetto della storia della famiglia Valenti a Talamona. I Valenti arrivano in questa dimora nei primi decenni dell’Ottocento lasciando una casa che ora ancora si trova all’inizio della via Torre che non è stata restaurata, ma che conserva il nome Valenti scritto a sanguigna sull’intonaco sopra il portone che in origine aveva anche un battente bronzeo a serpentello, simile a quello che si vede nel portale di questa casa. I Valenti arrivano in questa dimora perché, in particolar modo Giovanni Battista Valenti, il cui ritratto è esposto in casa, acquisiscono i beni degli Spini, un’antica famiglia originaria di Tartano che si è insediata a Talamona alla fine del Cinquecento e il cui coinvolgimento nella commissione della facciata non è ancora oggi ben chiaro, però la si può identificare come la famiglia legata alla storia di questa casa dal Cinquecento all’Ottocento, quando poi subentrano i Valenti in un momento che per la famiglia è significativo di affermazione sociale ed economica proprio attraverso questo passaggio di proprietà comprensiva di beni fondiari e immobili degli Spini un’importante famiglia esponente dell’aristocrazia locale. Un passaggio di proprietà che per i Valenti significa anche l’assunzione del notabilato di Talamona. Quasi da subito, almeno a partire all’incirca da Ciriaco e da Tommaso Valenti tutti gli esponenti della famiglia sviluppano un forte attaccamento alla memoria collettiva del paese un interessamento per la tutela del patrimonio artistico. Un interesse che ben si esprime attraverso la figura di Clemente Valenti, ingegnere che ha legato il suo nome alla fondazione della latteria e a varie iniziative sociali, ma anche agli scavi archeologici che hanno interessato l’area dell’attuale cimitero che viene costruito in quegli anni proprio su progetto dell’ingegner Valenti che disegna tra l’altro il modello del portale d’ingresso un po’ arcaico e poi si interessa personalmente degli scavi nel momento in cui emergono importanti rinvenimenti archeologici oggi conservati al museo civico di Sondrio perché Clemente Valenti ha segnalato a suo tempo questi ritrovamenti alle autorità provinciali in particolar modo al comitato archeologico e così facendo ne evita la dispersione. Un lavoro di non poca importanza non comune tra i notabili dell’epoca che quando si trovano di fronte a reperti che riemergono dal passato li disperdono oppure li acquisiscono per collezioni private. In questo caso invece Clemente Valenti si adopera affinchè questi reperti, testimonianza più antica della storia talamonese, divengano di pubblico interesse. Lo zio di Clemente, Tommaso, diventa arciprete di Bormio, nel 1842. Fervente patriota, (il patriottismo è un leitmotiv della famiglia Valenti) viene ricordato soprattutto per due motivi. Innanzitutto perché è dalla sua figura che sono cominciati i primi studi relativi alla storia di questa casa e i primi contatti con la signora Adriana, ma anche perché Tommaso è stato autore, nel 1881, degli SCHIZZI ARCHEOLOGICI SUL BORMIESE, il primo studio sistematico del patrimonio artistico della contea di Bormio, un testo ancora oggi di imprescindibile riferimento per la conoscenza di opere e di un territorio che poi il turismo e le successive edificazioni hanno profondamente segnato. Studi che comprendono non soltanto l’archeologia, ma tutto quanto concerne il patrimonio architettonico e artistico di quel territorio risalente all’età medievale. Dopo Tommaso Valenti altri suoi eredi sono consapevoli di essere in qualche modo tutori di un patrimonio collettivo che altrimenti sarebbe andato perso tenendo conto che la comunità talamonese si deve occupare anche di altri problemi, la sopravvivenza, la povertà, il lavoro e questo avrebbe probabilmente fatto dimenticare l’aspetto culturale. Un’altra figura molto importante nella storia della casa e della famiglia è Giovanni Battista che nel 1937-38 pubblica, sull’allora bollettino storico valtellinese, la prima notizia relativa agli statuti cinquecenteschi di Talamona, anche questo un fatto significativo di divulgazione e conservazione del patrimonio. Dopo Giovanni Battista a raccogliere questa eredità è stata la signora Adriana la quale, a partire dai suoi primi articoli sul bollettino storico valtellinese, di cui alcuni dedicati a Francesca Scannagatta, figura singolarissima di donna soldato di età napoleonica, aveva avviato una sorta di scandaglio degli archivi familiari sulla figura dei suoi antenati più importanti che sono stati citati. La sua attività ha ben incarnato questo percorso familiare di memoria collettiva attività lasciata come testimone anche agli attuali discendenti. In quest’opera di tutela delle memorie collettive i Valenti non furono soli perché in connessione con loro ha operato, sul doppio fronte delle attività sociali e della tutela del patrimonio artistico anche Giovanni Gavazzeni, conosciuto soprattutto come pittore ritrattista di soggetti sacri, autore anche della lunetta datata 1907 che si può vedere vicino all’ingresso e che proviene dalla cappella cimiteriale dei Valenti. Una lunetta che testimonia i rapporti tra Gavazzeni e la famiglia Valenti, anche di vicinato perché la casa del Gavazzeni stava nei pressi di quello che oggi è il palazzo Bertolini, ma che allora si chiamava casa Mazzoni e che è un’altra dimora storica importante del rinascimento valtellinese. Giovanni Gavazzeni, negli anni Ottanta-Novanta dell’Ottocento si prodiga su vari fronti, ad esempio quello della tutela dell’acqua potabile a Talamona e poi invita da Milano Vittorio Grubissì, un pittore divisionista mecenate e amico di Segantini, lo invita a visitare il suo studio e Grubissì arriva nel 1891 e di questa visita scriverà un resoconto dettagliato che descrive molto bene com’era Talamona a quei tempi, l’enorme distanza tra la stazione e il centro abitato con praticamente in mezzo il nulla, l’ora tarda, l’accoglienza richiesta nelle locande in attesa che Gavazzeni lo accogliesse nella sua dimora. L’attenzione di Grubissì non si concentra tanto sulle opere pittoriche del collega Gavazzeni, quanto sulla denuncia riguardo allo sfruttamento dell’acqua potabile a Talamona. Pubblica sul bollettino storico valtellinese il ritratto di un povero di Talamona, un ritratto fotografico, importante documento socio-etnografico. Gavazzeni inoltre tramite un suo scritto denuncia l’intenzione del prete di demolire la vecchia chiesa per costruirne una più ampia. Lo scritto, pubblicato nel 1894, si intitola VANDALISMO termine indicativo del carattere di Gavazzeni, una denuncia rimasta lettera morta, perché di li a trent’anni nel 1920 l’ampliamento della chiesa è stato fatto Don Cusini ha dato l’avvio ai lavori e in quell’occasione alcuni dipinti confluirono nella nuova costruzione mentre altri vennero dispersi. Nel 1900 Gavazzeni pubblica una serie di articoli in collaborazione col poeta morbegnese Guglielmo Felice Damiani che parlano dell’arte e della storia della Valtellina. Nove tappe e dunque l’intenzione non era quella di produrre un testo di studio quanto una descrizione della bassa Valtellina indirizzata ad un ampio pubblico perché, LA VALTELLINA, il giornale su cui questi articoli erano pubblicati, era un periodico molto letto all’epoca. Curiosamente in questi articoli non si fa cenno alla facciata di casa Valenti ed è a partire da questo periodo che gli affreschi conoscono un lungo oblio che termina solo nel 2001-2002 quando riprenderanno gli studi sulla facciata e in particolare sarà pubblicato da Adriana Valenti il primo studio a riguardo sul bollettino storico valtellinese. Non è ben chiaro il motivo per cui Gavazzeni non ha citato gli affreschi visto e considerato che inoltre ci passava di fronte tutti i giorni però in compenso cita altri dipinti. Uno si trova tutt’ora in via Coseggio di mezzo all’inizio della via raffigurante la Madonna col bambino e i santi Gerolamo e Giorgio, un dipinto cinquecentesco. L’altro dipinto citato con cui Gavazzeni chiude la sua descrizione di Talamona è una Madonna col bambino e i santi che si trova sempre in contrada Coseggio. Dipinti entrambi ricollegati alla scuola di Gaudenzio Ferrari e alle sue ramificazioni valtellinesi. Un dipinto, il secondo che ora non si può più vedere, perché negli anni Settanta, il proprietario di quel terreno lo privatizzò staccandolo dalla sua sede originaria. Una testimonianza di questo dipinto rimane oggi nella fotografia di Federico Zeri di Bologna una foto che Gavazzeni descrisse permettendoci così di conoscere un tassello del nostro patrimonio di cui si sarebbe altrimenti persa memoria. Tutto questo discorso per fare capire il senso del concetto di valorizzazione che non significa dare un valore, bensì riconoscere il valore che già le cose, i luoghi eccetera recano in sé. Un compito questo che non appartiene solo alle amministrazioni pubbliche e ai privati cittadini, ma al complesso della collettività. Iniziative come queste possono essere occasione di felici collaborazioni tra questi vari aspetti della vita talamonese.

Intervento di Simona Duca ex assessore alla cultura e docente di Storia all’Istituto Comprensivo Giovanni Gavazzeni, nonché esperta di Storia Locale

Simona Duca ha voluto cominciare il suo intervento con un ricordo personale della signora Adriana Valenti che ha conosciuto in tenera età, le ha regalato un libro (che Simona Duca ha mostrato commossa al pubblico) e l’ha spronata ad essere curiosa fino ad arrivare poi alla strettissima collaborazione nell’ambito del recupero delle memorie cui si è avuto già modo di accennare.

Questo palazzo è in primo luogo un’abitazione. Se prendiamo i documenti, a partire dal 1822, la descrizione di questa casa inizia con “abitazione civile in via Pianteina n°54”. Sottolineo in particolar modo la dicitura abitazione civile, questo perché, lo abbiamo visto dalla facciata rinascimentale, qui diventa ottocentesca e da questi dettagli capiamo come la storia di questa casa abbia percorso il tempo. Non c’è un elemento caratteristico unico. Ci sono invece tanti piccoli particolari che ci fanno capire che questa abitazione è stata vissuta. Questa casa ha visto la Storia, ha fatto la Storia, ma chi ha vissuto qua dentro prima di essere un personaggio è stato una persona. Tanti sono diventati personaggi storici sia fra gli Spini che tra i Valenti, ma tutti qua dentro per prima cosa sono state delle persone che hanno voluto condividere con tutti, in particolare con il territorio di Talamona, le bellezze e le ricchezze di questa casa e la spinta a migliorare, sicuramente dal punto di vista culturale, ma poi anche dal punto di vista sociale ed economico. Il primo personaggio che incontriamo e che ha probabilmente anch’egli calpestato questi luoghi, diversi all’epoca rispetto a come li vediamo adesso è Giovanbattista Spini che si può considerare un po’ il primo proprietario, il quale ha voluto lasciare la sua firma, che troviamo addirittura sui ferri da stiro, un segno che attesta come questa abitazione sia rappresentativa di cultura, ma anche di vita quotidiana. Facendo un salto temporale verso la fine del Settecento incontriamo don Celestino Spini che sposerà donna Francesca Scannagatta un po’ la Lady Oscar valtellinese. Persone che hanno vissuto la loro vita, l’hanno trasformata in Storia e ora ce la regalano. Dal 1822 fino alla metà del secolo la famiglia Valenti andrà a soppiantare la famiglia Spini. In particolare iniziando ad acquisire i beni degli Spini da Cosio fino ad arrivare a Tartano perché così vasti erano i possedimenti di questa ricca e nobile famiglia. Ecco dunque come nel nostro percorso storico si passa poi a Ciriaco Valenti e infine a Clemente. A questo proposito per dimostrare come questa casa parli da sola e come sia intrisa di sentimenti e di forti legami familiari intercorsi tra i suoi abitanti anche col territorio che li circondava ho qui una lettera di Ciriaco al figlio Clemente scritta quando quest’ultimo, negli anni Sessanta dell’Ottocento, periodo in cui era studente di ingegneria, ma anche periodo del Risorgimento e dei suoi fermenti, seguendo le orme dell’amico Giovanni Gavazzeni molla gli studi e va a combattere. Gavazzeni era partito nel 1859, Clemente Valenti parte nel 1866. Ed è proprio a questo periodo che risale questa lettera. Clemente Valenti era partito per la guerra senza avvisare nessuno a casa. i suoi familiari lo scopriranno dopo. Il padre manderà la missiva seguente (ne riporto ora il testo ndr)

 

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 Qui c’è tutto l’amore di un padre che sa che il figlio è in pericolo però lo sostiene. Tra le persone che sapevano che fine avesse fatto Clemente, c’era zio Tommaso, arciprete, ma un po’ sopra le righe, anziché trattenere il nipote a casa gli aveva detto “vai e fai fuori tutti gli austriaci”. La famiglia Valenti ci teneva davvero molto affinchè l’aspetto risorgimentale emergesse in una vita nuova per Talamona e per l’Italia che potesse davvero iniziare. Una volta tornato da soldato e terminati gli studi Clemente Valenti si è dedicato anima e corpo alla sua comunità, affinchè Talamona cambi volto. Talamona in questo momento storico è un paese rurale, un paese che da pochi anni è entrato a far parte dell’Italia unita, del Regno d’Italia, ma, così come tutto il resto dell’Italia, ha bisogno di unirsi e di creare davvero la nazione. Clemente Valenti si è prodigato in questo senso in tutti i modi possibili. Ha svolto la funzione di sindaco di Talamona, è stato vicepresidente del comizio agrario di Sondrio, si è interessato praticamente di tutto, in particolare insieme a personaggi come Luigi Torelli ha capito che questa casa poteva essere il trampolino di lancio per il miglioramento di tutta la società valtellinese. Ora qui noi vediamo questo luogo come abitazione, ma bisogna tener presente che questa abitazione ha attorno tutta una serie di strutture. Oltre la casa c’era in questa zona dei giardini, quella che per molti anni è stata la filanda. Questa casa era dunque già aperta alla realtà di Talamona, si interessava alla vita della comunità. Dare la possibilità alla gente di lavorare e commerciare i propri prodotti col comasco era già un passo in avanti, ma la carta vincente sarà nel 1879-1880 l’apertura della prima latteria sociale fortemente voluta da Clemente Valenti che ne ha allestito la prima sede nella zona delle cantine del palazzo e poi dai primi anni Novanta al pianterreno di quella che allora era casa Gavazzeni dove sorge tutt’ora. Una latteria dove non ci si limitava a far stare tutti insieme contadini e allevatori per produrre i loro formaggi. Clemente Valenti prendendo contatti anche con scuole di Lodi e Reggio Emilia ne volle fare un luogo d’eccellenza che divenne un punto di riferimento per tutte le latterie valtellinesi e in un certo senso anche di tutta Italia. Basti pensare che il regolamento scritto da Clemente Valenti è stato utilizzato anche a Eboli. Nel 1883 la latteria diventa anche scuola-regio osservatorio di caseificio da cui sono passati i migliori produttori di formaggio e burro per quelli che noi oggi chiameremmo stage o tirocini da cui poi i più bravi passavano in Svizzera per terminare gli studi. Dunque questa casa è stata il punto di partenza di un miglioramento sociale, economico e anche in un certo senso culturale perché, per diventare casari, gli aspiranti dovevano innanzitutto saper leggere e scrivere per tenere i registri, per apprendere tecniche più moderne che andavano studiate eccetera. Non per niente la sede della latteria è stata anche una delle prime sedi della scuola di Talamona, punto di riferimento nazionale anche per l’istruzione, aperta anche alle ragazze dal 1884. Clemente Valenti si rendeva conto dell’importanza dell’istruzione per le donne, che poi diventavano madri e trasmettevano ai figli cio che avevano appreso. Questa casa diventa in qualche modo anche la casa di tutte queste fanciulle studentesse (mentre i maschi trovavano alloggio nei dintorni), perché bisogna considerare che gli apprendisti provenivano da ogni parte d’Italia, qualcuno anche dalla Sardegna e dunque qui studiavano e anche vivevano per tutto il periodo dei loro studi. Una casa aperta a tutti dunque, fondata su legami d’affetto perché tutti coloro che l’hanno abitata, hanno voluto regalare a tutti quelli che sono passati di qua una parte della bellezza della casa, ma soprattutto l’invito a migliorare per far migliorare la vita di tutti e l’intero territorio.

Visita guidata e degustazione

Dopo il suo discorso all’esterno della casa Simona Duca ne ha proseguito alcuni aspetti durante la visita che ha guidato nelle stanze all’interno dove non è stato possibile effettuare riprese o scattare foto. Il seguente resoconto della visita guidata è un mio racconto personale basato nella prima parte su appunti presi con lo smartphone e poi su riprese audio annerite coprendo gli strumenti di ripresa con la mano. Sarà un racconto che contrariamente alle mie intenzioni risulterà scarno di descrizioni.

Essendo proibite infatti le riprese o le fotografie all’interno ne ho ragionevolmente dedotto che lo sia anche la divulgazione di descrizioni degli interni della casa. Mi limiterò dunque all’essenziale ricalcando, in questo senso, le parole di Simona Duca.

Dal cortile interno che dà sui giardini si entra in una cucina piccola, ma riccamente arredata attraverso una porta ottocentesca molto piccola in quanto probabilmente risalente all’epoca medievale, quando la casa era una struttura fortificata. In quei secoli Talamona veniva chiamato il paese delle torri. Pare che ce ne fossero moltissime, tutte torri di avvistamento, delle quali ora sopravvive solo quella che dà il nome alla via. Gli ambienti sono molto bui al loro interno, perlomeno in questa stanza, nonostante un’ampia finestra che sta alla sinistra della porta d’ingresso per chi viene da fuori e accanto alla quale troneggia un ampio camino che occupa gran parte dello spazio. Simona ha raccontato che la posizione del camino è stata voluta apposta in questo modo, perché d’inverno l’angolo camino finestra diventava angolo lettura. Le porte interne, tramite le quali si accede alle stanze attigue, sono di fattura rinascimentale, sia le porte che le ante della cucina. Il modello, racconta ancora Simona è fiorentino che fu oggetto di contesa tra due grandi artisti di quella città Brunelleschi (famoso per il cupolone) e Ghiberti (che pare, insistesse a operare seguendo ancora criteri medievali non apprezzando le novità introdotte per l’appunto da Brunelleschi e altri). Il discorso che faceva Simona sulla casa come scrigno di storia, ma nel contempo anche di vita quotidiana è ben espresso in questa stanza dove si trovano oggetti di uso quotidiano (come stoviglie da cucina in rame che occupano quasi tutta una parete, la parete sinistra per chi viene da fuori) ma anche collezioni di famiglia che sono dei veri brandelli di Storia. Berretti dell’epoca garibaldina e della Grande  Guerra nonché sciabole appartenute a Celestino Spini che fu combattente tra le file di Napoleone, dove si distinse per la grande umanità dimostrata in un contesto sostanzialmente di crudeltà dimostrato dalle truppe francesi e fu proprio in quell’occasione che conobbe la sua futura moglie, Francesca Scannagatta, combattente tra le file austriache. Una storia davvero molto interessante che Simona ha raccontato brevemente lasciando intendere che c’è molto più da sapere e che lei sa perché ha letto tutti i dettagli della faccenda negli archivi. In poche parole Francesca Scannagatta apparteneva ad una famiglia nobile di Milano, capitale del Lombardo-Veneto a quel tempo territorio austriaco cosa che faceva di lei un’antinapoleonica convinta. Era una personalità sopra le righe, mi pare d’aver capito, lontanissima dallo stereotipo della classica dama da salotto, amante delle armi e dell’equitazione, si faceva chiamare con un nome maschile Franz (se volessimo trovare un paragone storico più famoso, questo potrebbe essere la scrittrice francese George Sand il cui vero nome completo ora mi sfugge, ricordo solo Aurore, se non sbaglio). Franz aveva un fratello che invece delle armi e soprattutto di essere chiamato alle armi pare non fosse entusiasta e così quando arriva il momento di combattere Napoleone che fa il bello e il cattivo tempo in tutta Europa chi parte? Ovviamente Franz che, tenendo ben nascosta la sua identità di donna e dimostrando non poco valore sul campo di battaglia arriva a fregiarsi del grado di tenente. Qui il racconto di Simona diventa più vago. A un certo punto, non si capisce bene perché, Franz Scannagatta deve essere visitata da un medico che così scopre il suo piccolo segreto. Viene congedata dall’esercito, mantenendo tutti i suoi gradi e ricevendo persino una pensione. Come incontra Celestino Spini e come accade che un napoleonico e un’austriaca si innamorino si sposino e poi lei venga a vivere qui non si sa, Simona non ha raccontato dettagliatamente questa parte (o può essere che mi sia sfuggita?) e soprattutto come l’hanno presa le famiglie? Su questa storia ci si potrebbe scrivere un romanzo sopra, fare un film una telenovela… non nascondo quanto la cosa mi intrighi e come ad un certo punto mi sono messa ad osservare la casa con l’occhio di chi vorrebbe allestirvi un set cinematografico. Un film sulla casa Valenti sulla sua storia e i suoi abitanti girato nei suoi interni ancora così densi di storia sarebbe un film alla Luchino Visconti e non ci potrebbe essere modo migliore per valorizzare questo patrimonio. Ma ora torniamo al nostro racconto, a questa stanza che grazie a tutti questi cimeli riesce ad attraversare un arco di tempo piuttosto lungo dal Cinquecento alla Grande Guerra più o meno, cimeli tra cui ci sono anche cartine per avvolgere i proiettili, un ritratto di Garibaldi non autentico che però riporta una firma autentica del medesimo e ricordi del pittore Giovanni Gavazzeni. Lui e Clemente Valenti furono molto amici, dopotutto avevano un anno di differenza (Gavazzeni è nato nel 1841, Valenti nel 1842). I ricordi di Gavazzeni (sostanzialmente suoi dipinti autentici) più che qui si trovano in un’altra stanza, un piccolo salottino. Ogni villa o palazzo nobiliare che si rispetti ha la sua sala degli intrattenimenti. Per Casa Valenti questo salottino è la stanza degli intrattenimenti dove tra l’altro si faceva della musica come in ogni salotto nobiliare che si rispetti. E giusto per onorare la tradizione, è qui che il quartetto di fiati della filarmonica ha onorato gli astanti con un altro intermezzo musicale che va ad aggiungersi a quelli già eseguiti sotto la facciata e nel cortile interno che dà sui giardini “vorrei far notare che stanno suonando di fianco a un forte piano” ha detto Simona la quale, mentre si era appena entrati nel cucinino e stavano entrando anche i suonatori per preparare l’esibizione ha osservato “parlando del Valenti mi è sfuggita una cosa importante. È stato anche il fondatore della filarmonica”. Nel salottino si trova inoltre un’ulteriore testimonianza dei forti legami intercorsi tra gli abitanti della casa e l’intera comunità: in una vetrinetta si trovano statuine di un presepe (con particolare e giustificato orgoglio Simona ha indicato in particolar modo la Madonna restaurata da suo padre) che i Valenti avevano l’abitudine di allestire all’aperto in modo che tutti lo potessero visitare. Chissà che non sia nata così in questa casa la tradizione dei presepi di Talamona che ancora oggi ci caratterizza (come ha osservato Simona). In un angolo di questo salotto fa sentire la sua presenza anche lo zio Tommaso essendoci li posizionati oggetti di sua proprietà. “non si può non notare l’odore di questa casa, l’odore della Storia” ha fatto notare Simona. Io però non avrei avuto bisogno in realtà di questo appunto. In ogni dimora specie di una certa età l’odore è sempre la prima cosa che mi colpisce anche inconsciamente. Dal salottino degli intrattenimenti attraverso un piccolo corridoio si passa alla sala soggiorno con elementi della nostra epoca moderna incastonati tra mobili in stile forse impero o forse Luigi XVI, non che mi intenda di mobili in realtà. Bisogna ricordare che questa casa è tutt’oggi un’abitazione, non è una casa museo e questa zona soggiorno è la prima che si incontra salendo dal piano di sotto, sovrastata dallo stemma della famiglia Valenti, una stanza rappresentativa di tutta la casa l’ha definita Simona “con elementi religiosi e artistici di diverse epoche che però in una casa abitata dove sono stati voluti appositamente assumono oltre al valore artistico, quello affettivo dei ricordi, degli oggetti quotidiani che raccontano il vissuto”. Particolarmente interessanti si sono rivelati i manici degli ombrelli dalle forme fantasiose indicative proprio dello status nobiliare, segno di distinzione di una famiglia che ha segnato la storia di Talamona, ma ha lasciato la sua impronta anche nella grande Storia, ma che non si è mai distaccata emotivamente dalla popolazione. Questo non era un luogo dove si intrattenevano tra loro dei nobili, ma era un luogo per la gente ed è una cifra stilistica che non tutte le abitazioni nobiliari possono vantare. Essendo poi che Clemente Valenti ha fondato la filarmonica c’era la tradizione che ogni anno nei giardini si tenesse un piccolo concerto ad uso e consumo della famiglia e che i casari regalassero i loro prodotti a ricordo dell’operato di Clemente Valenti. Un altro particolare interessante di questa stanza sono le decorazioni alle pareti e la soffittatura a cassettoni sui quali si possono ancora osservare residui di dipinti a motivo floreale e frutti. Per l’ultima parte della visita guidata è stato necessario fare il percorso a ritroso, ritornare fuori nel cortile interno che dà sui giardini passando da una porta sovrastata dalla lunetta dipinta da Giovanni Gavazzeni e dalla porta che da sulle cantine purtroppo chiuse. “il portone che dà sull’ingresso non è originale” ha raccontato Simona “quello originale doveva essere molto più spesso perché aveva funzioni difensive. L’apertura originale era a ponte levatoio. Da questo ingresso si passava coi cavalli e le carrozze, i carri dei rifornimenti, la porta di servizio in un certo senso”. A questo punto la visita è tornata al punto di partenza, la facciata “della facciata mi piace ricordare un dettaglio” ha detto Simona. Il dettaglio da notare è osservabile mettendosi agli estremi della facciata e ha a che fare con la sua particolare prospettiva che rende merito agli affreschi, costruiti come una scenografia teatrale. “In qualsiasi punto ci si posiziona gli affreschi appaiono come delle cartoline” ha spiegato Simona “e sono un dettaglio talmente spiccato da impedire a occhio di farsi un’idea sulla reale prospettiva della casa, come se fosse un enorme telone dietro cui non c’è niente. Un gioco di prospettiva che non permette di comprendere la profondità e che esalta quella che dovrebbe essere la parte migliore della casa e che sicuramente lo era nelle intenzioni di chi questa facciata l’ha voluta. Un effetto creato perché la parete che sembra piatta e invece è leggermente concava (un po’ come le colonne del Partenone ad Atene, costruite leggermente storte di modo che da lontano sembrassero dritte ndr)”. Sotto la facciata c’è una porta che sembrerebbe esattamente al centro, ma in realtà non lo è, un effetto che deve dare un’illusione di perfetta simmetria a chi giunge dalla strada. Ed è nella stanza su cui dà quella porta che si è concluso il giro turistico. Una porta su cui spicca uno splendido batacchio originale di altri tempi a forma di serpente. Questa stanza in realtà è la prima che accoglie il visitatore e si caratterizza per la frescura nei mesi estivi. È in questa stanza e nella cantina attigua che è stata creata la prima sede della latteria. Ora qui spiccano delle foto degli affreschi e di scorci di Talamona con la villa com’è ora e com’era negli anni Venti, una foto che permette di notare la casa vecchia dei Valenti nei pressi della Torre. Su un’altra parete spicca una foto di Giuseppe Piazzi il mitico astronomo scopritore dell’asteroide Cerere, imparentato con la famiglia Valenti tramite una cugina entrata diventata Valenti per matrimonio. La cantina attigua purtroppo è rimasta chiusa al pubblico, ma Simona ha raccontato che vi si può trovare un testo del CINQUE MAGGIO trascritto a mano da Clemente Valenti, accanto ad un ritratto di Napoleone. Da questa visita emerge il ritratto di una dimora capace di parlare a chi sa ascoltarla, una dimora pervasa da un’atmosfera intima che ha saputo però anche aprirsi all’esterno. Una dimostrazione di questa apertura sta nella stanza che si trova proprio di fronte entrando in questa sorta di anticamera. Li è stato allestito lo spazio per la degustazione. Bresaola, bisciola, ricotta e due tipi di formaggio, bitto e semigrasso, un classico di tutti i rinfreschi legati ad eventi del genere. Non resta solo che farsi un ultimo giro. Ora l’atmosfera è quella di un ricevimento. Tutti sono ansiosi di scambiarsi impressioni riguardo a cio che hanno visto e sentito. Nei giardini i bambini giocano a rincorrersi e io mi immagino scene di altri tempi, dame fasciate in bustini stretti e gonne ampie che passeggiano scambiandosi confidenze riparandosi con ventagli e ombrellini, amori clandestini, baci nascosti tra il verde e magari anche qualche dramma chissà. Mi viene in mente che questi luoghi sono lo scenario perfetto per un romanzo sospeso tra lo stile deleddiano e quello dei cosiddetti feulietton. Ci dovrei passare un po’ di tempo e magari trovo qualche ispirazione più dettagliata. Infondo al vialetto dei giardini c’è pure una porta chiusa in stile giardino segreto sopra tre gradini che chissà quanti e quali misteri custodisce.  Per ora questa casa e le sue storie non mi sono ancora pienamente accessibili, chissà se avrò mai modo di approfondire tutto quel che ho ascoltato oggi. Di certo non accadrà ora e dunque mi avvio verso l’uscita, mentre il quartetto di fiati ancora suona. Lo sentirò ancora a una certa distanza sulla via di casa.

 

LA MIA BANDA SUONA IL ROCK

TALAMONA 26 giugno 2015 concerto rock della filarmonica di Talamona

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LA FILARMONICA DI TALAMONA COME NON L’AVETE MAI SENTITA

Un concerto pieno di novità quello che ha avuto luogo questa sera alle ore 21. In primo luogo perché per la prima volta da quando seguo i concerti della filarmonica, ha avuto luogo all’aperto, nella piazza antistante al municipio, per l’occasione riempita di panche pronte ad accogliere un vasto pubblico. In secondo luogo perché è il primo concerto tenuto a battesimo dalla nuova amministrazione, completamente rinnovata. Infine per via del repertorio, tratto dal meglio della musica rock che eseguita con gli strumenti della banda ha creato effetti sonori talvolta sorprendenti e sempre comunque originali che ha permesso di fare “un viaggio negli anni accompagnati dai gruppi che hanno fatto la storia del rock internazionale” come ha dichiarato nell’introduzione Eleonora, presentatrice ufficiale della filarmonica presentando velocemente tutti i generi che sono stati toccati durante il concerto e che sono stati via via presentati dettagliatamente come di consuetudine “l’eccezionalità della serata” ha proseguito Eleonora “non è da ricondurre unicamente al repertorio inusuale, ma principalmente alla presenza di un grande direttore ospite, il Maestro Arturo Andreoli, un nome assai noto nel panorama bandistico nazionale che ci ha accompagnato per tre giorni rendendo più speciale la preparazione di questo concerto. Inoltre, come avrete già avuto modo di notare, questa sera la filarmonica sarà accompagnata da una vera e propria band rock che ci aiuterà a proporre le sonorità proprie del rock: il quartetto ARTESUONO”. A questo punto la parola è passata al nuovo sindaco Fabrizio Trivella che, dopo i ringraziamenti al pubblico numeroso si è espresso favorevolmente nei confronti della banda definendola “uno dei vanti di Talamona di cui tutti dobbiamo essere fieri. Tra l’altro colgo questo momento per ringraziare la filarmonica del benvenuto che mi hanno dato subito dopo le elezioni con la serenata sotto casa i cui video sono stati diffusi su FACEBOOK . Una sorpresa molto gradita e soprattutto inaspettata perché non ero al corrente di questa tradizione”. Ai ringraziamenti e alle lodi del sindaco è seguita una piccola riflessione sulla musica del nuovo assessore alla cultura Lucica Bianchi che avrà sicuramente modo, in questa nuova veste, di continuare a manifestare sempre meglio il grande interesse per la cultura che ha più volte espresso in altre occasioni. “io credo che la musica abbia un grande potere” ha esordito Lucica nel suo intervento “il potere di riportarci indietro nel tempo attraverso le storie che ci racconta così come ha il potere di proiettarci nel futuro attraverso la fantasia e l’immaginazione così che tutti noi possiamo provare contemporaneamente sentimenti di nostalgia e di speranza. Questa sera la musica è qui semplicemente per parlare di cio che le parole non riescono a dire. La musica esprime cio che è impossibile dire con le parole ed è impossibile rimanere in silenzio così come è impossibile rimanere in silenzio su una storia di filarmonica che comincia nel 1870 e arriva sino ad oggi attraverso un passato tumultuoso di guerre per il potere politico, le due guerre del Novecento, per arrivare fino ad oggi cantando e suonando. Oggi la filarmonica di Talamona rappresenta uno dei pilastri culturali del nostro paese, uno dei più importanti e dei più attivi. Concludo dicendo che secondo me la musica si basa sull’armonia che c’è tra il cielo e la terra quindi questa armonia che ci entra nel cuore trova li la sua dimora. Buona armonia dunque a tutti”. E dopo questo splendido discorso è venuto il momento di cominciare, di entrare nel vivo di questo insolito concerto.

La serata si è aperta con i Queen. Nati ufficialmente nel 1970 sono uno dei più famosi gruppi del panorama rock britannico, facilmente identificabili nel proprio leader, cantante e pianista Freddy Mercury. I Queen, in oltre 20 anni di carriera, hanno venduto quasi trecento milioni di dischi. I concerti dal vivo della band, circa settecentosette in ventisei nazioni, dal 1971 al 1986 erano animati da Mercury considerato uno dei più carismatici frondmen di sempre. I loro eventi si trasformavano in veri e propri spettacoli teatrali e proprio per questo motivo al gruppo è stato spesso attribuito il titolo di miglior live band della storia. La produzione musicale dei Queen è stata influenzata da numerosi artisti rock britannici come i Pink Floyd, Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin. Nel corso della loro carriera infatti, i Queen hanno toccato varie forme di musica rock. Associati prevalentemente a sound progressive, arte gran rock, attinsero tuttavia ai più svariati generi musicali passando dall’hard rock al pop rock dall’heavy metal al rock and roll al rock psichedelico. Sperimentarono anche sonorità lontane dalla radice rock del quartetto come blues, dance rock, funk, falk, musica classica e rock sinfonico. La banda questa sera ha proposto un brano che è un miscuglio dei classici più famosi dei Queen.

A seguire una breve compilation di altre band e interpreti del rock soprattutto heavy metal. L’heavy metal, spesso abbreviato in metal è un genere musicale derivato dall’hard rock. Il metal ha, quale principale caratteristica, i ritmi fortemente aggressivi e la potenza del suono ottenuto attraverso l’enfatizzazione dell’amplificazione e della distorsione delle chitarre, dei bassi e spesso persino delle voci. Tra gli esponenti di maggior spicco proposti questa sera vanno menzionati gli Iron Maiden, gruppo heavy metal britannico, formatosi a Londra nel 1975, per iniziativa del bassista Steve Harris, sono considerati uno dei gruppi più importanti ed influenti del genere e fanno parte della new have o British heavy metal, corrente al cui sviluppo hanno fortemente contribuito. I Black Sabbath, nati a Birmingham nel 1968 sono uno dei gruppi più influenti di tutto il genere heavy metal che hanno contribuito in modo determinante alla nascita del suo sottogenere don metal. Gli Scorpion, nati ad Hannover, in Germania nel 1965 sin dall’inizio hanno avuto, quale leader carismatico, il chitarrista Rudolf Shenker. Tra i massimi esponenti storici dell’hard and heavy, sono considerati una delle maggiori realtà musicali della storia musicale tedesca e mondiale per i generi hard rock ed heavy metal appunto. Infine menzione particolare per Ozzy Osborne, cantautore e compositore britannico nato a Birmingham nel 1948, divenuto famoso prima con i Black Sabbath e poi con una carriera solista di grande successo Osborne è riconosciuto da tanti come il padrino dell’heavy metal per la sua musica e per il suo carisma sul palco un vero innovatore del genere. Il brano suonato dalla filarmonica dopo questa presentazione, chiamato genericamente METAL altro non è che un omaggio che contiene in sé richiami a ciascuno di questi artisti ora citati.

Ed è arrivato poi il momento clou della serata. Il CONCERTO GROSSO dei New Trolls riarrangiato per banda e diretto dal Maestro Arturo Andreoli. I New Trolls sono tra i pochissimi gruppi italiani che pur attraverso mille peripezie, sono riusciti ad arrivare ai giorni nostri partendo dagli anni Sessanta. Quando nel 1971 fu pubblicato il CONCERTO GROSSO per i New Trolls il panorama musicale italiano si trovò di fronte ad uno dei primi innovativi esempi di integrazione fra musica ad esplicita ispirazione classica ed elementi di espressione rock che arrivavano in quel periodo proprio direttamente dall’Inghilterra. Alla base di quell’esperimento c’erano le composizioni che Luis Bacalov ideava per il cinema al pari di altri suoi colleghi suoi contemporanei come Nino Rota ed Ennio Morricone. Su quelle musiche i New Trolls innestavano magistralmente le sonorità che gruppi come i Genesis cominciavano a proporre con successo. Il CONCERTO GROSSO scritto da Luis Enrique Bacalov è diviso in tre movimenti: il primo movimento, allegro, è un lavoro strumentale dove l’orchestra dialoga coi fraseggi della chitarra; il secondo movimento, adagio, è un brano lento immerso in piena atmosfera barocca che ci riporta indietro nel tempo, a palazzo di qualche corte francese; il testo sul finire, cita una famosa frase dell’AMLETO di Shakespeare “morire dormire forse sognare”; il terzo movimento cadenza, si apre con un assolo di clarinetto sul quale si innestano poi gli altri strumenti ed a seguire anche il gruppo per costruire poi insieme il ritorno al tema iniziale del primo movimento.

La filarmonica ha concluso il suo concerto con una raccolta di brani dei Deep Purple, un gruppo musicale rock inglese formatosi a Hartford nel 1968. Insieme ai Black  Sabbath sono considerati tra i principali pionieri del genere heavy metal nonché una delle band più influenti del panorama musicale degli anni Settanta con un substrato musicale molto vario che spazia dal blues al rock and roll dal funky al jazz e al falk, dalla musica orientale alla musica classica. Il suono della band comprende anche elementi di rock progressivo, genere in auge nel periodo. La raccolta eseguita dalla filarmonica presenta le più significative canzoni del gruppo. Nell’esecuzione si è distinto in particolar modo l’assolo di chitarra del gruppo ARTESUONO  i cui membri sono stati presentati al termine dell’esecuzione del brano. Alla chitarra Michele Rusmini. Chitarra e voce Joe Valenti. Al basso Andrea Cocilovo. Alla batteria Marco Lori. Nella parte finale della serata hanno tenuto un loro piccolo concerto presentato come I CLASSICI DEL ROCK , ma che a me è sembrato più un misto di brani tratti dalla musica leggera e popolare (soprattutto De Andrè) reinterpretati in chiave rock, un piccolo concerto al termine del quale ha preso la parola il presidente della filarmonica Stefano Cerri per il consueto momento degli omaggi dei ringraziamenti e degli auguri in seguito a lieti annunci (come quello delle imminenti nozze del Maestro Pietro Boiani).

Prima del congedo non poteva mancare il momento dei bis. Il primo bis acclamatissimo è stato quello del CONCERTO GROSSO diretto da Arturo Andreoli che prima di dirigere ha voluto prendere la parola “vorrei che il CONCERTO GROSSO possa rimanere nei cuori della banda e di questo meraviglioso pubblico in grado di creare una così intensa corrispondenza” ha esordito il Maestro Andreoli “vent’anni fa ho conosciuto la Valtellina e l’anno scorso il presidente della filarmonica, ma non pensavo che la Valtellina avesse questa grande forza e ospitalità che mi commuove e mi rende orgoglioso. Vent’anni fa col Maestro Della Fonte ho trovato una realtà diversa e ho potuto vedere come l’esperienza fa crescere e migliorare” il Maestro ha inoltre voluto condividere col pubblico alcuni brevi aneddoti dell’inizio della sua carriera e ha ricordato che proprio oggi compie 64 anni. Quale miglior modo di festeggiarli se non collaborando ad un concerto di tale successo che credo abbia lasciato a tutti l’imperituro ricordo di un’esperienza intensa?

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Antonella Alemanni

LA GIOIA DELL’APERITIVO

TALAMONA 14 giugno 2015 i giovani di Talamona presentano

 

 

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IL MIO RACCONTO PERSONALE DI UN EVENTO A META’ STRADA TRA CULTURA, ARTE, SOCIALE E FESTA

C’è ben poco da stare allegri in una giornata così. Piove incessantemente da due giorni e con un tempaccio del genere non viene certo voglia di uscire di casa. Oltretutto non so nemmeno in che cosa consiste bene questa cosa. In qualità di assistente scolastica ho potuto seguire alcune fasi dell’allestimento, in particolar modo la creazione dei quadri dei quali una selezione sarebbe andata a formare una mini esposizione che nella sala a pianterreno della Casa Uboldi era già stata allestita da qualche giorno. Di tutto il resto però non ho la più pallida idea. Mi era sembrato di capire che fosse un’iniziativa della biblioteca che si è fatta prestare i quadri dei bambini della scuola, ma in che cosa consista di preciso il tutto non lo so, come volontaria della biblioteca mi è stata chiesta disponibilità, ma per cosa in particolare non mi è stato specificato (oltre al mio solito ruolo di osservatrice che documenta e fa memoria naturalmente). Pioggia o non pioggia stanchezza o non stanchezza the show must go on  e dunque mi appropinquo al luogo della festa che il tempo ha costretto a cambiare. Non più la casa Uboldi, ma il teatro dell’oratorio.

Vi giungo e tutto è in fermento. Gente che arriva, che si ritrova che si saluta, qualcuno sta fuori, qualcuno entra e prende posto. Dentro è stato allestito un rinfresco e pochi tra quelli che entrano (tra cui io) non ne approfittano. Ma guarda c’è pure la musica. In effetti questo era riportato sul manifesto dell’evento. Ma a fare musica sono gli alunni delle scuole medie diretti dal professor Riccardo Camero come quella volta a Morbegno al concorso intitolato allo scultore Salvatore Pisani. Allora suonava anche il bambino cui faccio da assistente che oggi non c’è, non vedo nemmeno il suo quadro appeso… ma forse devo guardare meglio… dunque vediamo… ci sono dei quadri appesi sul palco, appesi proprio alle quinte, alcuni sono quelli che avevo già visto nel precedente allestimento, quello alla casa Uboldi che ha poi dovuto essere spostato… li il quadro del mio bambino c’era, ma qui? Forse non lo hanno messo qui perché lo sfondo del nuovo allestimento è scuro e il quadro è già scuro di per sé non si noterebbe. Chissà perché il mio bambino così vivace ha deciso di usare tinte scure. Un momento! Ci sono dei quadri anche la nell’angolo a sinistra rispetto a chi giunge dall’ingresso. Quelli non li riconosco. A scuola non li ho mai notati. Devo dire che sono di squisita fattura. Però! Alcuni sembrano disegni per cartoni animati altri ritratti che sembrano vivi schizzi questi che sembrano dei quadri espressionisti quasi dei Van Gogh contaminati da uno stile graffitaro, arte moderna, arte astratta e questi… quadri che sembrano riprodurre le foto del telescopio spaziale Hubble. Ma da dove vengono? Sono sicura di non averli mai visti prima… c’è pure una Gioconda riprodotta con l’arte astratta. Qui comincia ad accalcarsi gente mi domando come si possano apprezzare questi quadri nel corso della serata. Intanto le prove continuano. Mi guardo intorno cerco di capire a chi potrei rivolgere qualche domanda per cercare di capirci qualcosa. Tra il pubblico c’è anche la signora Lucica che difficilmente si lascia scappare qualche evento se non quando è molto impegnata, ma sempre ad occuparsi di cultura. Mi dice subito che aspetta l’articolo di questo evento. Prima o poi qualcuno dirà qualcosa che possa permettermi di capire che sta succedendo, cosa succederà, qualcosa che potrò poi riportare.

Ecco che finalmente qualcuno sale sul palco e afferra un microfono. Questo dovrebbe essere il segno del fatto che si sta per cominciare davvero. Possiamo cominciare dice infatti l’uomo che nel corso del suo discorso si presenterà come Alberto della Cooperativa Insieme. Questa festa è per i giovani, ma in generale per tutta la popolazione. Da alcuni mesi a questa parte alcune associazioni del comune si stanno incontrando con la Cooperativa Insieme di Morbegno per provare a discutere insieme (appunto) del tema giovani e prevenzione. Mentre vengono enumerate tutte le associazioni che hanno preso parte a questa iniziativa (e ci sono proprio tutti UIDLM, Oratorio, Pro Loco Biblioteca, Gruppo della Gioia, le cooperative Insieme e Orizzonti, la scuola, infondo le idee confuse che avevo nonostante tutto non erano così lontane dalla realtà) penso che ci si riferisca in particolar modo al disagio sociale, all’importanza di mettere in campo delle attività per impedire che i giovani si ritrovino preda del vuoto di senso (che è di gran lunga peggio del senso di vuoto) e dunque portati a percorrere strade sbagliate, la dipendenza da alcool e droga. Il signor Alberto proseguendo il suo discorso conferma questa mia ipotesi. Nel corso di questi incontri si è stabilito di mettere in campo una serie di iniziative d’incontro tra giovani, associazioni e cittadinanza e la festa di oggi vuole essere l’inizio del percorso, l’evento simbolo. Non posso fare a meno di pensare a come ci siano territori che hanno una necessità vitale di risorse del genere e non posso non pensare al Mezzogiorno dove c’è chi è ben lieto di approfittare del vuoto di senso dei giovani per farli diventare dei delinquenti. Se fossimo a Napoli magari vedrei entrare improvvisamente degli uomini armati che sparano a tutto spiano. Ma forse questo è solo un pregiudizio. Nel frattempo ha preso la parola Laura del Gruppo della Gioia per ringraziare tutti coloro che hanno permesso di realizzare concretamente questa  che altrimenti sarebbe stata solo un’idea. Ai ringraziamenti si unisce poi di nuovo il signor Alberto che ringrazia in particolar modo il comitato ARTE LIBERA di Berbenno che ha fornito i quadri posti nell’allestimento nell’angolo (visto? Ci avevo visto giusto, non era roba nostra! Bella però) e segnala la presenza del furgoncino della cooperativa LOTTA CONTRO L’EMARGINAZIONE che mette a disposizione la possibilità di fare l’alcool test e per i giovani di rilasciare un’intervista su cio che vorrebbero vedere realizzato a Talamona perché serve a noi per orientarci per capire cosa fare. Dunque questo potrebbe significare l’inizio di una nuova era per la stagione culturale talamonese? E io che cosa potrei proporre? Tanto Saviano qui non lo inviteranno mai quindi è inutile che continuo a sprecare il fiato. Due o tre settimane prima ad Albosaggia c’era un festival letterario in occasione del quale era ospite Valerio Massimo Manfredi, un altro dei miei scrittori preferiti. Io però quel giorno avevo già in programma il cinema pomeriggio e sera. Due anni fa a Morbegno hanno invitato Antonia Arslan per ben due volte e io ho pure rimediato una copia de LA MASSERIA DELLE ALLODOLE autografata con dedica. A qualcuno interessano gli scrittori qui? Non mi è mai sembrato e comunque ora ho la mente vuota, ho sonno e non mi sento affatto nello spirito giusto per essere propositiva. Penso troppo da vecchia.

Sul palco nel frattempo è salita Simona Duca ex assessore alla cultura (ora dovremmo già averne uno nuovo e presto conto di scoprire chi è) qui in veste di insegnante di scuola secondaria per introdurre la parte dello spettacolo curata proprio dalle scuole medie e dedicata alla memoria di un ragazzo che ci ha lasciato troppo presto, Paolo Biella. Può sembrare stonato accostare questo pomeriggio gioioso al ricordo di una persona che non c’è più ha detto Simona ma lui era una persona gioiosa e positiva e dunque abbiamo pensato che a lui farebbe piacere essere onorato così. Oggi è come se anche lui fosse ancora con noi. Se la memoria dei morti è il principale motore della civiltà, il popolo di Talamona si caratterizza per essere un popolo molto civile visto che sono molti gli eventi che sono nati e proseguiti nel tempo per commemorare la memoria di un qualche compaesano che se ne è andato. In attesa di preparare gli strumenti e gli accordi Simona Duca chiama sul palco la preside della scuola, Eliana Giletti, seduta tra il pubblico, che non può che sottolineare ulteriormente il grande impegno profuso in tutto questo.

Per rompere il ghiaccio due assoli di motivi che richiamano al rock.

 

 

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Qualcuno dei ragazzi ha la funzione di voce fuori campo che introduce alcuni brani.

 

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È appena terminato l’assolo di batteria di Riccardo piano quando si leva la voce fuori campo (o forse sono semplicemente io che non vedo il ragazzo da quella posizione in cui mi trovo). A New Orleans i funerali erano accompagnati da musiche spesso allegre. L’espressione delle emozioni era ed è pubblica e non c’è dissociazione tra vita, silenzio e morte. Lo stesso concetto di distacco dalla persona cara è diverso rispetto a quello delle civiltà occidentali e tutto è caratterizzato da profonda fede. A questo punto partono le note di I UNDERSTAND GO MACHININ eseguite soprattutto col flauto. Però, non avevo idea che fosse un brano da funerale. Del resto non avevo neanche idea che a New Orleans i funerali si considerino quasi una festa. Mi sembra di ricordare che anche gli Etruschi la pensassero così.

Gli eventi cui non riusciamo a trovare una risposta la trovano idealmente nel vento. Ecco che mentre penso si è già passati alla presentazione di un altro brano. Meno male che sto registrando tutto. Questa canzone continua la voce si  rivolge idealmente all’umanità. Non poteva che essere BLOWININD THE WIND cui fa subito seguito un mix di repertorio classico, di brani tra gli altri di Mozart Beethoven e Vivaldi. Con la musica classica non si sbaglia mai, ha degli effetti benefici sull’anima che non si possono ottenere in altro modo.

Ogni tanto mentre ascolto la musica mi guardo un po’ in giro e noto che tutti osservano un piccolo bambino seduto in braccio a colei che immagino sia sua nonna nel pubblico, un piccolo bambino biondo dalle guance paffute e ridenti. È un po’ come se fosse lui la star occulta della serata. Quando un giorno potrebbe ritrovarsi assalito dalla tristezza e pensare di contare ben poco al mondo (questa fase la attraversano tutti anche se ognuno in modo diverso) che qualcuno gli ricordi questo giorno.

L’ultimo brano eseguito dagli alunni delle scuole medie è LET IT BE dei Beatles. Nella presentazione si dice che Paul McCartney dichiarò in un’intervista di aver avuto l’ispirazione per questo brano da un sogno durante il quale incontrò la madre Mary, morta di cancro nel 1956 quando lui aveva 14 anni e che proprio la madre nel sogno gli disse di lasciare che gli eventi facciano il loro corso (let it be appunto) e che tutto si aggiusterà. Perbacco. Io sapevo che YESTERDAY è nata da un sogno di Paul McCartney il quale sognò la melodia percependola come un qualcosa che aveva già composto e restando stupito quando nessuno dei compagni sembrava riconoscerla. Certo che i sogni portano davvero bene ai Beatles! Avessero gli stessi effetti o comunque effetti simili su tutti! Al Mondo ci sarebbe più bellezza più energia creativa…  dopo l’esecuzione di questo brano c’è chi ha voluto esprimere un pensiero personale del suo ricordo di Paolo.

A questo punto prima di lasciare spazio a giovani band e talenti musicali solisti di Talamona gli studenti di scuola media propongono una presentazione in lingua inglese del nostro Comune che non sfigurerebbe su un sito di viaggi internazionale. Simona Duca prova a cercare volontari che traducano il tutto in dialetto, ma nessuno si fa avanti così lo assegna come compito a casa che non penso sarà mai svolto.

Nel frattempo la prima rock cover band è gia pronta per trasformare il teatro in una discoteca. Cavoli mentre suonano sento vibrare tutto il pavimento le pareti persino i miei nervi. Quando si dice la musica psichedelica. Poco ci manca per la miseria. Il batterista è particolarmente bravo è come se la batteria fosse un prolungamento della sua stessa anima. Le cantanti invece sono molto meno coinvolgenti dovrebbero avere più presenza e invece se ne stanno ferme come statue e cantano come se stessero dicendo messa a momenti. Dovrebbero prendere esempio dal rapper che si è esibito dopo. Non si capisce cosa dice, forse è l’effetto del rimbombo, del suono non proprio gestito correttamente, però almeno si muove sul palco, si appropria della scena, sente quello che canta vuole coinvolgere tutti i presenti, invaderli con la sua musica.

Mentre il rapper canta mi accorgo che lo smartphone non sta più registrando nulla. Non so chi si deve ancora esibire e per quanto tempo ancora, ma penso che comunque possa bastare questa musica così forte mi sta martellando le orecchie. Un mal di testa oggi è proprio l’ultima cosa che voglio. Vedo che anche altri a poco a poco stanno andando via o se ne sono andati da prima. Credo che ormai lo spirito di cio che si intendeva comunicare sia ben chiaro e dunque non c’è bisogno che io resti. Esco e ancora piove mentre torno a casa.

Antonella Alemanni

SU VETRO E SU CARTA UN ARCOBALENO DI COLORI

MORBEGNO 3 aprile 2015 mostra di pittura

 

VENT’ANNI DI PITTURA E FANTASIA

 

 

Il vetro come supporto di sogni, suggestioni e omaggi a grandi artisti (due su tutti Kandinsky e Matisse) che prendono vita in forme e colori vari e inaspettati: scorci paesaggistici, nature morte, animali, figure umane vigorose e dinamiche, sogni ad occhi aperti. Tutto questo è la mostra di Giovanna Maria Cavallo di scena in piazza S. Giovanni a Morbegno dal 23 marzo all’11 aprile tutti i giovedì, venerdì e sabato dalle 16 alle 19 che commemora i vent’anni di attività dell’artista alla scoperta continua di tecniche modalità espressive e materiali sempre più vari: oltre al vetro, sabbia ceramica (sotto la guida di Giulietta Bacchiega Mottarella) cartone in un percorso di ricerca artistica volto a dare sempre maggiore spessore artistico ed emotivo alle opere con risultati inattesi e sorprendenti. Tutto cominciato come un’attività didattica coi bambini (perché la signora Cavallo è prima di tutto una maestra di scuola che solo recentemente è andata in pensione) che ha poi portato alla partecipazione a diverse rassegne d’arte fruttate vari premi e riconoscimenti facendo raggiungere all’artista un notevole livello tecnico e artistico ma soprattutto d’inventiva. La mostra proposta in questi giorni è solo un piccolo assaggio della sua sterminata opera ma sufficiente in sé per coglierne la potenza e l’essenza espressiva. Vi si trovano figure il cui bordo è stato rifinito col silicone (una tecnica che richiede molta precisione perché al minimo sbaglio bisogna buttare tutto il quadro come ha spiegato l’artista stessa) e opere che sono il risultato della sovrapposizione di tre vetri come ad esempio quella intitolata UN CANCELLO APERTO SULLA SPERANZA dedicato ad una casa di sollievo per malati di AIDS e si compone di un primo strato con un sole che potrebbe essere sia all’alba che al tramonto poi un secondo strato con un paesaggio semplice che raffigura una casa circondata da alberi con uccellini sui rami e una bambina che li contempla ed infine un cancello che può essere semiaperto ma anche semichiuso, un’entrata così come una via d’uscita. Infine opere dove il colore gioca un ruolo più importante rispetto alla figura come un tramonto sul mare molto sfumato o il ritratto di un gallo ruspante. Insomma un piccolo gioiello che merita di essere visto perché il vetro dopotutto si può considerare un paradigma dell’anima.

Antonella Alemanni

 

 

 

GIOVANNA MARIA CAVALLO

“…la magia delle cose viste, sognate, immaginate e desiderate”

Osservando le opere della pittrice valtellinese Giovanna Maria Cavallo, con i suoi temi preferiti, fiori, frutta, paesaggi e soggetti decorativi, tutti rigorosamente dipinti su vetro, ci si rende conto di come, in modo efficace, risalti il suo stile personale, infatti, lavora con colori e soggetti che ricordano, a volte, la pittura giapponese o il mondo onirico e decorativo. Le tecniche usate, inoltre, contribuiscono anche a creare un’atmosfera particolare dove le pennellate, spontanee e veloci, ci riportano, in alcuni casi, anche al genere “Naif”.

L’artista, che vive e lavora a Talamona, ha iniziato a dipingere nel 1995 quando, come insegnante, ha organizzato una prima mostra collettiva coinvolgendo i suoi alunni. L’“entusiasmante successo” ottenuto le ha lasciato un forte bisogno di “imbrattare” vetri liberamente, per esprimersi con decise, gentili o sinuose pennellate. Giovanna Maria Cavallo, fin dal 1995, ha iniziato a esporre i propri lavori in mostre collettive, partecipando anche a importanti manifestazioni artistiche e validi concorsi, ricevendone positivi apprezzamenti.

La sua arte è nata in modo graduale, “a piccoli passi”, infatti, anche per lei, è stata quasi una sorpresa, accorgersi che poteva lavorare cercando di migliorare i risultati man mano ottenuti, con costanza, ma sempre in libertà d’esecuzione. Si è resa conto che riuscire a sviluppare concretamente la sua grande passione per l’arte, appaga il suo desiderio di sperimentare ed esprimersi sulla difficile strada intrapresa.

“A volte, -ci confida- parto da un’idea e finisco con un’altra, perché, strada facendo, mi accorgo che devo cambiare. Dipingo da una parte della lastra di vetro, ma poi penso che il quadro si possa anche girare, a volte, per ottenere effetti diversi e più interessanti. Nell’ultima opera trovo sempre la serenità; adesso penso di aver anche acquistato una certa sicurezza nella manualità tecnica, riesco a capire dove serve una pennellata scura al posto di una chiara o, quando serve, appunto, capovolgere il quadro per ottenere i risultati sperati”. Maria Giovanna Cavallo, parla, attraverso le sue opere, della “… magia delle cose viste, sognate, immaginate, desiderate, scandite dallo scintillio dei colori e dal frullar d’idee! E così, idea dopo idea, la magia si rinnova e i colori prendono forma dove più che il tutto mi piace sottolineare il particolare o ricreare un’atmosfera emozionale”.

Quando i suoi soggetti sono paesaggi, con titoli studiati e sentiti, come in “Parigi…ricordi! Ricordi ammantati dalla nebbia del tempo”, si nota una visione classica della città, con pennellate veloci, sentite e delicate. In ”Immaginario”, invece, abbiamo Bormio con una neve-tormenta, che però non riesce a togliere luminosità al soggetto. Nel quadro “E a un tratto è tutto un…brillar d’oro” troviamo dei colori caldissimi stesi su un paesaggio sfumato, in contrasto con l’opera “E, il Ganda, riflesso, dall’Adda si lascia cullar…” dove il ponte è trattato con toni freddi, ma resi speciali da una velatura di fucsia e una generale lucentezza. Se parliamo delle “Esaltazione dei colori –Rivisitazione e studio su Kandinsky”, le tinte sono sempre molto splendenti, ma anche contrastanti e violente, rendendo le figure come appartenenti a un presepe surreale, dove il sogno si confonde e unisce con la realtà.

Insomma, l’artista, nei suoi “vetri”, con un vero sfarzo di concetti e di colori, sembra voler trasmettere messaggi che inducano alla riflessione, a volte anche su seri problemi del mondo, ma tutto visto attraverso la grande emozione dell’arte.

(tratto dall’articolo di Anna Maria Goldoni, Gruppo Casa dell’Arte)

LA MUSICA AL CINEMA

 

 

TALAMONA dal 6 al 27 marzo 2015 un’iniziativa inedita della biblioteca

 

 

Cineforum

 

PICCOLO CINEFORUM TEMATICO CURATO DAI VOLONTARI DELLA BIBLIOTECA

Più e più volte durante le introduzioni o gli interventi conclusivi delle serate in biblioteca è stata sottolineata l’importanza versatile che la Casa Uboldi ha assunto nel corso del tempo per la comunità talamonese (o almeno per una parte di essa, quella che partecipa). Qualcuno ha osservato come più volte vi si può ricreare la stessa atmosfera delle società contadine quando gli unici svaghi consistevano nel ritrovarsi tutti insieme nelle stalle a raccontarsi storie o nelle locande per sentire anche le testimonianze dei viandanti. Il racconto è sempre stato sin dagli albori dell’umanità un modo per veicolare informazioni, scambiare idee e conoscenze. In qualche modo alla Casa Uboldi ci si è presi il tacito impegno di portare avanti queste tradizioni s si può dire che è in questo spirito che hanno avuto luogo tutte le serate che sono state proposte (o comunque molte di esse). Tradizione si, ma senza rinunciare alla tecnologia moderna (anche se non sempre necessaria) come presentazioni interattive di foto e video, slide, spezzoni di film. Ed è così che tra modernità e tradizione la vita culturale va avanti da ormai tre anni molto spesso grazie a proposte che nascono per caso e che toccano vari argomenti con varie modalità. Ed è così che per caso, durante una riunione del gruppo volontari, durante le quali si mettono a confronto le idee e si discutono anche proposte di esterni che vorrebbero intervenire, qualcuno ha proposto di realizzare un piccolo cineforum: si è parlato di tutto in biblioteca perché non dedicare un piccolo spazio anche al cinema? Certo non si sarebbe trattato di un cineforum come quello realizzato a Morbegno (questo anche solo per non “pestarsi i piedi” come si suol dire), ma un qualcosa più casereccio più nel nostro stile, cicli più brevi e tematici. In realtà ci è voluto un po’ prima che questa proposta venisse vagliata. In realtà ci sono state già in passato delle serate che hanno preso avvio dalla proiezione di film, documentari soprattutto (come un paio di serate organizzate dal gruppo RIFIU-TAL-0)  o film per bambini (per i quali non è pensabile però proporre un cineforum continuativo, più logiche sarebbero delle serate dislocate), ma non un cineforum vero e proprio, mirato, organizzato con questo specifico scopo.Poi Stefano Ciaponi, membro onorevole non solo del gruppo volontari della biblioteca, ma anche della filarmonica, ha cominciato a lavorare ad un breve ciclo della durata di un mese sul suo argomento preferito, la musica, mettendo insieme film che sanno dare una fotografia efficace non solo dei compositori di cui parlano, ma anche dell’epoca in cui sono vissuti. Ah quei secoli! Personalità eccelse che si incontravano, stringevano profonde amicizie o intense rivalità, ma comunque interagivano tra loro, discutevano, esprimendo ognuno la propria idea sulla musica (come ben si è visto nei film proposti) ma in generale su tutte le arti, le scienze. Secoli di invenzioni, scoperte, nuove teorie, di viaggi esplorativi alla continua ricerca di nuove terre, popoli, culture. Secoli di grandi fermenti dei quali oggi nella nostra epoca, rimane a malapena lo scheletro. Ed ecco come questo cineforum l’ho vissuto personalmente soprattutto all’insegna della nostalgia. Ed ora ecco qui la rassegna dei film proposti subito dopo il ciclo di viaggi di quest’anno come stabilito durante le riunioni dei volontari.

Venerdì 6 marzo 2015 AMADEUS di Milos Forman

Un film di cui tutti hanno perlomeno sentito parlare se non lo hanno visto. Un film che non punta tanto sull’aderenza storica quanto sulla sfarzosa rappresentazione della vivacità culturale di quell’epoca tra Illuminismo e Post barocco nonché delle personalità dei personaggi coinvolti (l’esuberanza di Mozart e l’invidia lacerante di Salieri). AMADEUS è tutto questo. Il racconto della vita e del genio di quello che è considerato il più grande musicista di tutti i tempi, ma dal punto di vista di colui che fu il suo più acerrimo rivale (sebbene con una certa dose di ammirazione), Salieri, la cui invidia lo porterà gradualmente alla pazzia. Un film che è soprattutto una non indifferente esperienza di visione e grazie al quale si può entrare nel vivo di grandi opere che hanno positivamente e indelebilmente segnato la cultura universale.

Venerdì 13 marzo 2015 IO E BEETHOVEN di Agniezska Holland

Ludwig Van Beethoven nasce a Bonn nel 1770 (il mio stesso giorno il 15 dicembre che coincidenza!) ed è considerato il più grande musicista e compositore di tutti i tempi secondo solo a Mozart il quale però è considerato talmente grande da essere unico e dunque inarrivabile persino per le classifiche. Pare che i due potrebbero essersi incontrati una volta nel 1787, quando Mozart aveva 31 anni e Beethoven 17, ma quest’ultimo a quell’epoca ancora non lasciava intendere chiaramente cio che sarebbe diventato. Se Beethoven non è passato alla Storia come un bambino prodigio lo è però passato per essere stato un grande innovatore della musica l’ultimo grande della musica classica e allo stesso tempo il precursore della musica romantica con innovazioni che hanno permesso alle sue opere di travalicare i tempi molte delle quali composte dopo il sopraggiungere della sordità ed è stato forse questo, il fatto di aver composto opere da sordo, a consacrarlo davvero come un grande genio. Nove sinfonie, fughe, sonate per piano e per quartetti d’archi e una sola opera lirica il FIDELIO che esalta l’amore coniugale. E pensare che lui non si è mai sposato e quando morirà nel 1827 a Vienna suo unico erede sarà il nipote Karl. Il film racconta proprio gli ultimi atti della vita di Beethoven (in modo romanzato), il suo declino più umano che artistico (se non si considera che alcune opere di quel tempo, considerate oggi le più geniali, vennero accolte con disgusto dalla società dell’epoca, come ad esempio la sua grande fuga) la sua personalità difficile e il rapporto un po’ ambiguo con la copista Anna Holz (che personalmente mi ha ricordato il rapporto che si crea tra il pittore Vermeer e la sua modella ne LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA). Un film che fa notare una maggiore sobrietà rispetto all’epoca di Mozart soprattutto per quanto riguarda i costumi, ma anche per una generale sobrietà e che propone comunque rimandi all’epoca precedente nonché allo stesso film su Mozart visto la scorsa settimana. È un caso che le scene finali della morte dei due artisti sopraggiunta mentre dettavano l’ultima opera sia molto simile nei due film?

Venerdì 20 marzo 2015 TUTTE LE MATTINE DEL MONDO di Alain Corneau

Un film completamente intriso di musica dove il personaggio principale è uno strumento oggi praticamente sconosciuto, la viola da gamba. È intorno ad essa che si muovono i drammi dei personaggi umani di questo film: un musicista, Saint Colombe, storicamente esistito ma del quale non si hanno notizie certe (nel film si dice che abbia aggiunto la settima corda della viola da gamba che fu ufficialmente adottata poi solo a Parigi ma non a Londra, che abbia introdotto nuove posizioni per tenere lo strumento e l’archetto, nuove armonie) anche perché la pellicola lo ritrae cupo e ritirato, in continuo rifiuto dei rapporti col Mondo e delle pressioni di chi lo vorrebbe musicista di corte, pervaso solo dalla missione di trasmettere la musica alle due figlie (che alleverà con freddezza) e dalla ricerca di un rapporto esclusivo con la musica, del suo valore assoluto, una ricerca che lo porterà a vedere il fantasma della moglie della cui morte lui non si è mai rassegnato. Un valore assoluto della musica che, negli ultimi anni della sua vita egli riuscirà a trasmettere all’altro protagonista (fittizio non storico) del film che fu suo allievo e ospite per anni (ebbe persino una relazione con la maggiore delle due figlie la quale, dopo il suo abbandono deperì e si suicidò) e che dopo essere divenuto musicista alla corte di Luigi XIV sentirà il bisogno di assimilare a pieno la concezione musicale del suo maestro. Un film che si propone come un apologo sulla musica e sul rapporto maestro-allievo.

Venerdì 26 marzo 2015 FARINELLI VOCE REGINA di Gérard Corbiau

Quando il proprio talento risiede in una voce cristallina d’infante capace di ammaliare e di toccare le corde più profonde del cuore fino a che punto si è disposti a sacrificarsi in nome di un simile talento? Il film di questa sera fornisce una possibilità di risposta raccontando la vita di Farinelli (nome d’arte di Carlo Broschi) il più grande cantante castrato della storia. Perché era appunto la castrazione il terribile prezzo da pagare per certi bambini dotati di voce angelica e abilità canore di modo che queste caratteristiche non svanissero con la pubertà. Un dramma che ha segnato irrimediabilmente molte vite, soprattutto tra i figli dei ceti più poveri, sottoposti a queste pratiche con la speranza che il loro talento li riscattasse dalla miseria (speranza non sempre ben riposta) vite che si cercava di tutelare imponendo, come condizione per effettuare la castrazione, il consenso scritto dei diretti interessati, i quali però perlopiù erano analfabeti e per nulla nelle condizioni di poter determinare il proprio destino. Sulle origini dell’usanza dei cantanti castrati il mistero è fitto. Si pensa che il tutto sia da ricondurre all’invettiva di San Paolo “le donne tacciano in chiesa” e dunque dalla necessità di sopperire alla mancanza di toni più acuti nei cori ecclesiastici, sacrificando per tutta la vita a questo scopo le migliori tra le voci bianche. Se questo può essere vero in ambito ecclesiastico non lo è però nei teatri dove si rappresentavano opere nelle quali comparivano sia donne che cantanti castrati. Il dibattito è aperto, ma certo arrivare alla soluzione non lenisce il dramma di chi ha dovuto subire tutto cio. Dramma che questo film racconta discretamente bene, soprattutto nelle scene finali. Farinelli nacque ad Andria nel 1705 e morì a Bologna nel 1782, figlio di un maestro di cappella del Duomo, la sua carriera musicale si sviluppo gomito a gomito col fratello Riccardo, considerato un discreto compositore, il cui unico strumento fu per tutta la vita la voce del suo eccezionale fratello che può essere considerata la vera protagonista del film (non purtroppo l’originale, ma una ricostruzione tecnica al computer, la sovrapposizione della voce di un soprano e quella di un controtenore), un film sontuoso che ben sa tracciare una fotografia della cultura di quell’epoca e che scava in modo abbastanza esauriente nella vita (anche amorosa nonostante la castrazione) del protagonista e di tutti i personaggi.

Ed è con questo film che si è conclusa la rassegna salutata da un pubblico non folto ma di affezionati che contribuiscono a rendere ancora più intimistica e raccolta l’atmosfera delle nostre serate. In realtà era previsto anche un quinto film di stampo più moderno rispetto a questi, un film ambientato nell’Inghilterra di Margareth Tatcher che racconta la storia di un gruppo di lavoratori che ha fondato anche una banda (cosa non così strana nei Paesi anglosassoni, dove l’insegnamento della musica, l’insegnamento vero, tecnico è considerato parte integrante della formazione individuale e non è relegata solo nei conservatori come in Italia) ma che a un certo punto rischia di perdere entrambi, lavoro e banda. Un film che, come mi ha spiegato Stefano Ciaponi (dandomi anche tutte queste informazioni a riguardo) non è stato proiettato per varie problematiche di tempistica, permessi e quant’altro. Un vero peccato che però non ha impedito il successo di questo primo esperimento per il quale bisogna ringraziare anche Luigi Scarpa, altro volontario, per i suoi personali riassunti dei vari film (si veda scheda qui sotto) ma soprattutto per gli aneddoti storici.

 

 

 

Schede presentazioni

Venerdì 13 marzo – “Io e Beethoven” di Agniezska Holland (2006)

Il film narra una vicenda di fantasia, seppure gli elementi biografici relativi a Beethoven siano reali.

La trama, in sintesi massima, è questa: siamo a Vienna, nel 1824. L’esecuzione della Nona Sinfonia è alle porte, ma Beethoven ha bisogno di un copista per terminare il lavoro. Il Conservatorio gli invia dunque il migliore tra i suoi allievi, Anna Holtz, una giovane studentessa di composizione. Nonostante le prime resistenze del proverbialmente burbero Maestro, alla fine Beethoven accetta l’aiuto della ragazza, che con sua sorpresa diventerà imprescindibile per l’esecuzione della sinfonia, essendo il compositore impedito dalla sordità pressoché totale.

Tutta la pellicola è incentrata sull’ultimo periodo di Beethoven. Dal punto di vista biografico viene dunque messa in risalto la sua sordità, mentre da quello musicale si sottolineano gli elementi rivoluzionari delle sue ultime composizioni, che in qualche maniera preannunciano l’atonalità e gli sperimentalismi del Novecento (si sentirà e si parlerà della “Grande Fuga”). Interessante la scena dove il compositore, costretto a letto da una malattia, detta alla copista la meravigliosa “Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito” – in modo lidio, stando all’indicazione dello stesso compositore – contenuta nel quartetto per archi n. 15, op.132, dove si mostra in parole e in musica il tentativo di Beethoven di esplorare regioni musicali al di là del sistema tonale.
Un altro elemento di rilievo nella narrazione è il rapporto di Beethoven col divino, che si configura in un panteismo nel quale la natura è il segno visibile della presenza di dio nel mondo (numerosi i dialoghi e le scene a questo proposito).

 

–          Venerdì 20 marzo – “Tutte le mattine del mondo” di Alain Corneau (1991)

Il vero protagonista del film è uno strumento musicale oggi estinto, la viola da gamba.
Si narrano le vicende di Marin Marais che, ormai anziano e affermatissimo musicista alla corte di Lugi XIV, ancorché profondamente insoddisfatto, ripercorre la sua vicenda umana e artistica. Marais racconta come in gioventù abbia fatto di tutto per farsi accettare quale allievo da Monsiueur de Sainte-Colombe, virtuoso della viola da gamba – personaggio realmente esistito, benché le informazioni sul suo conto siano scarsissime (sopravvivono ad oggi un pugno di sue composizioni e si crede che a lui si debba l’introduzione della settima corda sul basso di viola, ma non si hanno notizie certe né sul nome di battessimo né sull’anno di nascita e morte del musicista).
Viene dunque ritratto da vicino Monsieur de Sainte-Colombe. Si mostra come per tutta la vita rifiutò sempre gli onori e i numerosi incarichi offertigli presso la corte di Luigi XIV, ai quali preferì la vita solitaria nella campagna francese, dove passava le giornate suonando, circondato dalle sue figlie. La pellicola suppone che all’origine del disprezzo per il mondo di Monsieur de Sainte-Colombe stesse il dolore per la perdita della moglie, che mai avrebbe superato. Ci sono delle scene molto suggestive dove si mostra come, attraverso la musica, Sainte-Colombe riuscisse a rievocare il ricordo della compianta consorte.
Marais, dunque, nel racconto del suo singolarissimo apprendistato musicale, rende partecipe l’uditorio di quello che è il senso ultimo della musica così come lo ha appreso dal suo maestro, al di là delle parole, dei luoghi comuni e della vanagloria.

La colonna sonora del film è curata da Jordi Savall, musicista catalano al quale si deve la riscoperta in tempi odierni della viola da gamba e del suo repertorio.

 

–          Venerdì 26 marzo – “Farinelli, voce regina” – di Gérard Corbiau (1994)

La vita del celebre castrato Farinelli, al secolo Carlo Broschi, è ripercorsa per intero, dalla fanciullezza e gli studi a Napoli fino ai successi europei di Londra e Madrid. Al centro della vicenda, oltre alla voce straordinaria del più famoso dei castrati, è il dramma per la subìta castrazione, il complesso rapporto col fratello Riccardo, compositore spesso considerato mediocre, e la rivalità con Haendel. Una parte di rilievo spetta anche a Nicola Porpora, compositore napoletano, maestro di canto di tutti i più grandi castrati dell’epoca (fra gli altri, Caffarelli e il Porporino, oltre allo stesso Farinelli).
Una curiosità interessante riguarda le parti cantate della colonna sonora. Per ricreare la voce del castrato sono state registrate separatamente e poi sovrapposte al computer due diverse voci, quella di una soprano e quella di un controtenore (Derek Lee Ragin, uno dei rari esempi di voce maschile che al giorno d’oggi siano in grado di eguagliare la tessitura di un castrato).

 

 

Antonella Alemanni

FIABE NEL PIATTO IN GIRO PER IL MONDO

TALAMONA 21 marzo 2015 notte del racconto

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UNA SERATA SPECIALE PER I PIU’ PICCOLI

Imparare la tolleranza, l’apertura verso nuovi mondi anche attraverso il cibo, l’infinita armonia di sapori e odori e consistenze che in giro per il mondo si possono trovare. Questa la grande occasione offerta ai piccoli talamonesi nell’ambito del progetto IO MI RACCONTO TU TI RACCONTI NOI CI INCONTRIAMO dal gruppo A MILLE che ripete con successo l’esperienza della NOTTE DEL RACCONTO brillantemente sperimentata gia il 3 gennaio 2011 quando la biblioteca era ancora in fase di rodaggio nella sua attuale sede. Questa sera alle 20.30 di scena appunto il cibo che ossessiona le giornate di tre fratelli, stanchi di mangiare sempre la solita minestra e che dunque decidono di imbarcarsi in uno spericolato viaggio alla scoperta dei sapori del mondo seguiti dai nostri bambini. Per l’occasione stasera la CASA UBOLDI è diventata il Mondo e ogni locale un diverso Paese ciascuno con la sua storia da raccontare che i bambini hanno potuto scoprire suddivisi in tre gruppi. In Ecuador con Marta e suo zio Ugo, di professione cacciatore di gusti, alla scoperta dei mille segreti della fava del cacao. In India per vivere un’avventura mirabolante in stile fiaba delle mille e una notte alla scoperta dei segreti del the accompagnando una principessa, innamorata del suo burbero vicino, alla ricerca dell’Isola che non The che custodisce la varietà di the più buona che c’è, piante di the dalle foglie gigantesche. In Marocco con Sumiya alla scoperta delle infinite varietà di spezie dai mille colori e aromi. Infine di ritorno in Italia, nella sala conferenze, per seguire la storia di Raffaele Esposito e la nascita della pizza Margherita. Infine il momento clou tanto atteso dai bambini: pizzette e bibite per tutti grandi e piccini!

Antonella Alemanni