SANTUARIO DI TIRANO

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“BENE AVRAI”

Il Santuario di Tirano sorge proprio nel punto dove, il 29 settembre 1504, festa di S. Michele, la Vergine Maria apparve al beato Mario Homodei, salutandolo con le parole: “Bene avrai” e chiedendo espressamente la costruzione di un tempio in suo onore con la promessa di salute spirituale e corporale a chi l’avesse invocata. L’immediato consenso creatosi intorno all’apparizione indusse le autorità di Tirano a chiedere alla Curia di Como l’autorizzazione per la costruzione del santuario. Questa fu subito concessa. Infatti il 10 ottobre 1504, undici giorni dopo l’evento, Guglielmo Cittadini, vicario del vescovo di Como, cardinale Antonio Trivulzio, autorizzava, con il permesso di celebrare la messa, la costruzione di una basilicam seu ecclesiam in onore della Vergine, sul luogo dell’Apparizione, dove già era stata eretta con frenetico zelo una cappella. Neppure sei mesi dopo l’apparizione, esattamente il 25 marzo 1505, fu posta la prima pietra. Presunti architetti i fratelli Rodari, Tommaso, Giacomo, Donato e Bernardino, originari di Maroggia sul lago di Lugano, nel Canton Ticino della Svizzera. Nel 1513 la chiesa era già officiata, anche se incompleta. Numerosi maestri d’arte, nei secoli successivi, gli diedero l’attuale bellezza e ricchezza artistica. La veridicità dell’apparizione, supportata dall’immediato verificarsi di miracoli, indusse la gente a sollecitare l’edificazione del tempio e rappresentò un’occasione per manifestare più apertamente la religiosità e la profonda devozione mariana di quella terra. La gente contadina era per lo più abituata a vivere l’esperienza religiosa anche negli episodi della vita quotidiana: è facile capire come spontaneamente corresse a quel luogo benedetto e poi alla cappella per i problemi di tutti i giorni, e il compiersi dei miracoli non poteva che accrescere questo fenomeno. Il santuario di Tirano è stato un punto di riferimento importante per i valligiani, soprattutto durante l’occupazione e le guerre, e la devozione alla Madonna come protettrice della valle e simbolo della sua libertà si è sicuramente andata consolidando nel tempo. Ora come allora il santuario è meta di numerosi pellegrini e turisti che, come recita la formella in marmo (1534) apposta sopra il portale principale del tempio, affidano alla Vergine Maria con cuore sincero le proprie preghiere. Qui, in questo santuario, ogni giorno accorrono i devoti per deporre ai piedi della Vergine gioie, speranze e sofferenze e per avere salute e consolazione.

VIDEO DEL SANTUARIO

Notizie storiche. Le prime notizie storiche documentate risalgono al secolo XI. Un documento del 1073 parla del castello del Dosso, costruito dalla famiglia Omodei; in seguito Tirano si costituisce in Comune, quindi è sottoposto alla Signoria dei Capitanei, dei Visconti e degli Sforza di Milano. Lodovico il Moro fortifica Tirano con una nuova cerchia di mura, con tre porte e con il nuovo castello di Santa Maria. Proprio in quel periodo, politicamente e religiosamente tanto agitato, avviene l’apparizione prodigiosa della Madonna che, con la costruzione del Santuario, rende celebre la città e l’intera regione.

Don Simone Cabassi, parroco di Tirano, l’8 settembre 1601 ne descrive per primo la storia:

Il giorno di San Michele29 settembre 1504, un contadino “di santa vita e religiosi costumi”, di nome Mario, della nobile famiglia degli Omodei, esce di casa prima dello spuntar del sole, per andare nella vigna a raccogliere alcuni pochi frutti, quando improvvisamente, ha l’impressione che le cime dei monti siano illuminate da una nuova strana luce.

Mentre incerto si domanda da dove provenga tanto chiarore, si sente alzare da terra e trasportare in un piccolo orticello, coltivato in quella zona solitaria. Deposto a terra, gli si presenta davanti agli occhi una fanciulla, dall’apparente età di 14 anni, o poco più, con una veste candidissima, dalla quale Mario comprende provenire la strana luce che lo avvolge. La fanciulla, circondata da una moltitudine di angeli, gli rivolge la parola, chiamandolo per nome «Mario! Mario!». Il buon Mario, rincuorato, risponde «Bene?». «Bene avrai!» riprende la fanciulla.

«Vai a Tirano, e chiedi a quella gente di costruire, in questo luogo, una chiesa per il culto del Signore ed in onore del mio santo Nome».

A Mario, preoccupato per l’incarico ricevuto, che teme di non essere creduto dai compaesani, la fanciulla assicura che, se non crederanno, la pestilenza che al presente affligge il bestiame, si estenderà anche alla popolazione. Come segno dell’autenticità delle sue parole, gli annuncia la guarigione del fratello Benedetto che ha appena lasciato infermo. Terminato il colloquio, la visione scompare lasciando un’intensa fragranza di soavi profumi.  Fattosi giorno, Mario, colmo di meraviglia, si precipita nella chiesa parrocchiale dedicata a San Martino,nella quale i fedeli stanno assistendo alla celebrazione della prima Messa, ed annuncia loro a gran voce quanto la Madonna gli ha comunicato. Dopo un primo iniziale momento di incredulità e di incertezza, i fedeli corrono alla casa di Mario, dove constatano la guarigione del fratello Benedetto che ormai credevano morto, e che invece li accoglie, in piedi, senza febbre, con solo una leggera debolezza dovuta alla lunga malattia.

Il 25 marzo del 1505 vengono gettate le fondamenta del Santuario di Nostra Signora di Tirano, su un terreno appartenente a un capitano degli Sforza. Molte furono le grazie ricevute dalla popolazione, tanto che nella sacrestia è conservato un “libro dei miracoli” che riferisce con minuziosi particolari i prodigi avvenuti nel periodo 1504-1519.

Ma proprio in questo periodo, anche i contrasti religiosi coi Grigioni si vanno acuendo e conducono alla sanguinosa rivolta del 1620, che sfocia, la mattina del 19 luglio, nella strage dei riformati che si estende poi per tutta la Valle. La mattina del 11 settembre gli Svizzeri prendono d’assalto Tirano. Ma i Valtellinesi, sostenuto il primo urto, escono in campo aperto e la battaglia si svolge con sorti alterne; alla fine gli Svizzeri sono sopraffatti e lasciano sul campo numerosi morti, tra i quali gli stessi comandanti. Gli storici riferiscono che in quel giorno la statua di bronzo di San Michele arcangelo, posta sulla cupola del Santuario, fu vista roteare su se stessa e brandire la spada di fuoco contro il campo avversario.

 

 

Lucica Bianchi

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BUON COMPLEANNO ARIOSTO!

TALAMONA 8 settembre 2014 la stagione culturale riapre i battenti

 

UN INTENSO POMERIGGIO RICCO DI ARTE E CULTURA

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Ritratto di Ludovico Ariosto

L’8 settembre di 540 anni fa nasceva in quel di Reggio Emilia il poeta dell’ORLANDO FURIOSO Ludovico Ariosto, un compleanno che l’Associazione Bradamante (attiva in Valtellina dal 2008 nella riscoperta della figura e delle opere dell’Ariosto in particolar modo dei cicli ariosteschi affrescati a Palazzo Valenti a Talamona, a Palazzo Besta a Teglio e a Castel Masegra di Sondrio) non poteva non festeggiare unendosi ai festeggiamenti nazionali. È molto insolito che si festeggi il 540esimo anniversario di un qualcosa, ma in questo caso la scelta è stata determinata dalla necessità di impedire eventuali accavallamenti con i dovuti festeggiamenti che avranno luogo nel 2016 e che festeggeranno i 500 anni dell’ORLANDO FURIOSO, dell’apparizione dell’opera sulla scena letteraria.

 

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Prima edizione dell’opera “Orlando Furioso”

 

Un compleanno che a Talamona è stato festeggiato con un pomeriggio, si potrebbe quasi dire saturo di arte e cultura. Il contributo artistico è stato dato da un pittore locale, Gigi Valsecchi, nato a Milano, vissuto a Domaso e insegnante presso il Liceo Artistico di Morbegno dal 1994 fino al pensionamento forzato dovuto ad una grave malattia circa un anno dopo, che lo ha portato a vivere ora alla Casa San Vincenzo di Gravedona, qui in mostra con una sua antologica dei suoi migliori dipinti e di schizzi dal vero degli ospiti e del personale della struttura dove ora si trova a vivere. Una mostra vivida ed emozionante che l’Associazione Bradamante ha voluto parte della giornata di quest’oggi per ricordare la stima che l’Ariosto nutriva nei confronti degli artisti figurativi e in generale. Il contributo culturale è stato dato da due esimi professori, Alessandro Rovetta e Cristina Zampese con due conferenze sospese tra storia locale, storia generale, letteratura e arte e da Beatrice Pellegrini che ha presentato la sua tesi di laurea dedicata proprio ai cicli ariosteschi affrescati valtellinesi. Immancabile inoltre la coinvolgente lettura recitata di Elena Riva, presenza fissa di tutti gli appuntamenti organizzati dall’Associazione Bradamante che alla fine della ricchissima giornata ha offerto un buffet nei giardini di Palazzo Valenti.

Antonella Alemanni

A seguire la locandina coi prossimi appuntamenti.

 

Listener

Per accedere a tutte le informazioni, manifestazioni, incontri e approfondimenti sugli eventi culturali organizzati dalla Biblioteca di Talamona, clicca: http://www.comune.talamona.so.it/ev/hh_anteprima_argomento_home.php?idservizio=10054&idtesto=577

LA COSTITUZIONE DEL CONSORZIO DEI PREMESTINI (seconda parte)

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foto:Val Lunga dal Dos Tachèr  

                                                                             Guido Combi (GISM)

Solo nell’800 appare costituito il consorzio dei Premestini come gruppo chiuso, comprendente unicamente gli abitanti della Val Lunga, o meglio, i discendenti delle famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617. Questa “chiusura” trova la sua ragion d’essere nelle vicende che interessarono Tartano nel ‘700.

Già da quest’epoca, sia Campo che Tartano si erano di fatto rese ormai completamente indipendenti da Talamona, anche se il distacco non era stato dichiarato formalmente.

Nel 1816 i due paesi si unirono fra loro e, successivamente, con dispaccio governativo del 21 dicembre 1831, venne decretata la separazione di essi dal comune di Talamona, con la conseguente formazione del comune di Campo Tartano comprendente la Val Lunga, la Val Corta e Campo. Solo nel 1845 venne però approvata la divisione dell’estimo, realizzata nel 1850.

A questo punto parrebbe evidente l’operatività della clausola di reversibilità contenuta nell’atto del 1556 per la quale, nel caso di separazione del comune di Tartano da Talamona, i Premestini avrebbero dovuto tornare allo stesso comune di Tartano, ora divenuto, dopo l’unione con Campo, comune di Campo Tartano. Tuttavia, come risulta dal documento divisionale, fra i terreni appartenenti al comune di Talamona, oggetto di divisione, non sono compresi i Premestini, neppure elencati nei beni del nuovo comune di Campo Tartano.

I Premestini risultano invece intestati a “Gusmeroli consorti di Val Lunga” (probabilmente deve intendersi “Gusmeroli e consorti di Val Lunga”. La particolare indicazione del cognome Gusmeroli  è dovuta al fatto che la maggior parte dei consorti ha questo cognome poiché proviene dalla stessa famiglia d’origine), tenuti a corrispondere al comune, per il godimento di essi, L. 63.46.

La spiegazione di questo fatto va ricercata di nuovo nel tentativo di evitare che i beni Premestini, in quanto beni del comune, fossero utilizzati da tutti gli abitanti, compresi quelli di Campo e della Val Corta. Per conservare l’esclusiva titolarità dei terreni di loro appartenenza, nel ‘500, ma forse anche in epoche anteriori, gli abitanti dell’antico colondello formarono  appunto l’ente denominato dei “consorti di Val Lunga”. E’ dunque intervenuto un mutamento nella condizione giuridica di tali beni, passati da beni pubblici a beni privati.

Con tutta probabilità, l’ente in parola ebbe un’origine spontanea, inizialmente non formalizzata; non esiste infatti alcun atto di fondazione del consorzio. Successivamente, in coincidenza con l’emanazione delle leggi austriache sfavorevoli alla proprietà collettiva e con l’atteggiamento ostile dell’amministrazione comunale, i membri avvertirono l’esigenza di dare un fondamento giuridico al consorzio come ente chiuso, in modo da legittimarlo.

Fu utilizzato a tal scopo, con un’abile interpretazione, l’atto di stipulazione dell’enfiteusi del 1617.

Di fronte infatti alle pretese del comune che vantava diritti di proprietà sui beni consorziali, proclamandosi successore dell’antico comune di Val Lunga, poi colondello, i consorti sostennero che l’enfiteusi fu concessa non al colondello come persona giuridica, ma a tutti gli abitanti di esso “uti singuli”. Per provarlo, addussero il fatto che a costituire l’enfiteusi fossero intervenuti Antonio Caneva, Michele Mazzolini, Antonio Cavazzi e Giovanni Pietro Gusmeroli non quali consiglieri e sindaci del colondello, ma quali mandatari e procuratori degli uomini di Val Lunga. Per questo solo i discendenti delle famiglie abitanti la Val Lunga nel 1617 potevano vantare dei diritti sui Premestini, divenuti ormai loro patrimonio indiviso. Su di esso i membri del consorzio esercitavano dei diritti come se ne fossero i proprietari; sono documentati infatti i tentativi del comune di impedire il taglio di legname nei boschi Premestini.

 

Gli statuti di consorzio

 

Nel 1860, con rogito Mariani, “gli abitanti e uomini della Vallunga e dei colondelli del Corsuolo, dei Gavazzi, della Fracia e della Ceva, tutti consorti utilisti proprietari dei fondi detti i Premestini della Vallunga di Tartano, fondi che ora sono a boschi, pascoli e zerbi, zappativi e ceppo nudo, intestati in censo ai sottoscriti e loro ascendenti” redassero uno statuto “stando che detti fondi si godono in comunione e senza regole specifiche”.

Dal tenore dello statuto si comprende che numerose liti sorgevano nei rapporti tra i consorti per il taglio delle piante, ma soprattutto per il pagamento delle imposte cui ogni consorte doveva contribuire.

Con lo statuto “venne creata una amministrazione con il compito prevalente di autorizzare il taglio di piante di alto fusto e riscuotere un tenue corrispettivo che andasse a costituire un fondo per il pagamento delle imposte, del salario alla guardia boschiva e delle spese di amministrazione”.

In questo modo fu, in un certo senso, codificata la comunione fra i consorti e la proprietà dei Premestini, con piena facoltà di alienarli e di escluderne i terzi dal godimento.

Nel 1868, i consorti, giovandosi della legge 24 gennaio 1864 n. 1636, affrancarono il canone, dichiarando nel relativo rogito che, per effetto di tale affrancazione, “intendevano e volevano essere liberi e sciolti da obbligo per qualsiasi titolo verso il comune di Campo Tartano e pieni ed assoluti proprietari de beni in discorso”.

Lo statuto del 1860 subì tre modifiche, rispettivamente nel 1891, nel 1898 e nel 1924. Non vi furono tuttavia sensibili mutamenti, sia per quanto riguarda la gestione dei beni comuni, che la struttura amministrativa del consorzio.

Dalle modifiche di alcune norme, o da aggiunte, si possono dedurre quali fossero i principali problemi che il consorzio stesso si trovava ad affrontare.

L’intento fondamentale  è sempre quello di garantire l’utilizzazione del patrimonio consorziale a favore di tutti gli aventi diritto, prevenendo possibili usurpazioni sia da parte dei consorti che da parte di estranei. E’ interessante a tal proposito notare che il consorzio assume le stesse funzioni del comune rispetto ai beni che gli appartengono ed anche ai rapporti con i membri dell’ente. Vi è corrispondentemente una marcata analogia fra le norme degli statuti comunali in materia e quelle degli statuti consorziali in esame. Il parallelismo risulta ancor più evidente se si considera che sui Premestini i consorti, senza necessità di autorizzazione da parte dell’amministrazione, potevano esercitare dei diritti che erano in tutto e per tutto simili a quelli di uso civico che gli abitanti del comune esercitavano sui beni di questo.

Se, come si è già rilevato, lo statuto del 1860 era stato redatto soprattutto per sopperire all’inadempienza dei consorti relativamente alle imposte prediali, quello successivo del 1891 si dilunga sulla organizzazione amministrativa del consorzio, prevedendo specifiche modalità di convocazione dell’assemblea, fissando maggioranze speciali per deliberazioni relative a determinate materie, contemplando la possibilità di delega a favore di un altro consorte, ecc.

La modifica del 1898 è limitata all’aggiunta di tre capoversi all’art. 1 del precedente statuto con la quale, evidentemente con la preoccupazione ancora di conservare l’integrità dei beni, impedendo eventuali usurpazioni, si stabilirono dettagliatamente i compiti della guardia boschiva, consistenti nel denunciare le violazioni allo statuto ed applicare le corrispondenti contravvenzioni.

 

I conflitti fra i membri del consorzio e gli altri abitanti del comune. I conflitti fra il consorzio e l’amministrazione comunale.

 

E’ fuor di dubbio che il possesso dei consorti non doveva essere pacifico.

I consorti, titolari dei Premestini, godevano di una posizione privilegiata rispetto agli altri abitanti del comune di Campo Tartano, poiché, oltre ad avere i benefici che derivavano dal possesso dei pascoli utilizzati in comune, erano i soli contadini della Valle ad avere un utile in denaro, senza dover prestare alcuna opera, per la vendita di legname deliberata dall’amministrazione e per l’affitto dell’Alpe Gavedo, compresa nei Premestini. Tale denaro costituiva dunque un’eccedenza rispetto al consueto reddito familiare ed assumeva una rilevanza notevole in relazione alla economia contadina di montagna.

E’ dunque comprensibile che questo stato di fatto generasse fortissime rivalità tra gli abitanti del comune di Campo Tartano, che erano esclusi dal godimento dei Premestini, e i consorti di Val Lunga, rivalità che spesso sfociavano in reciproci danneggiamenti nello svolgimento della vita comunale. Il contrasto contrapponeva in particolare la Val Lunga alla Val Corta, e Tartano a Campo, dando luogo ad un acceso campanilismo che impediva ogni pacifico rapporto fra gli abitanti delle due frazioni; ancora all’inizio del secolo erano rarissimi i matrimoni tra gli appartenenti alle comunità rivali.

Per quanto riguarda il possesso esclusivo dei Premestini da parte degli uomini di Val Lunga, era opinione diffusa negli abitanti di Campo e della Val Corta che rappresentasse un abuso, poiché i beni avrebbero dovuto spettare al comune ed essere amministrati come gli altri beni comunali senza privilegio alcuno.

I contrasti delineati si fecero più accesi nel 1899, quando il Prefetto di Sondrio, Hoffer, la cui attenzione sui beni Premestini venne richiamata dalla domanda di autorizzazione ad un taglio di piante, ritenne tali beni appartenenti al comune e non agli abitanti di Val Lunga, che ne godevano “uti singuli”. Il Prefetto, sostituendosi al consiglio comunale di Tartano, deliberò di rivendicare in nome di esso i beni Premestini ed ordinò che venissero nominati tre commissari per rappresentare la frazione di Val Lunga. Nel frattempo, gli successe il Prefetto Giustiniani, il quale, in luogo di far nominare i tre commissari, nominò a rappresentarlo il segretario Triantafilis. Questo chiese agli amministratori dei Premestini la consegna dei beni ed il resoconto dell’amministrazione. In seguito al loro rifiuto, ottenne dal Prefetto un ordine di sequestro dei documenti riguardanti il consorzio che tuttavia non poté avere esecuzione per l’opposizione dei consorti. In conseguenza del rifiuto di eseguire l’ordine del Prefetto, vennero denunciati dalle autorità dodici contadini di Val Lunga, processati per oltraggio e resistenza alla pubblica autorità e condannati. L’esito della causa accentuò i contrasti fra i consorti e l’amministrazione comunale.

Nel 1904 fu il comune a rivendicare la proprietà dei beni Premestini, promuovendo una causa contro i consorti.

La sentenza fu però favorevole a questi ultimi, ed accolse le ragioni dell’avvocato Merizzi, il quale sostenne che i beni menzionati appartenevano anticamente alla vicinanza di Val Lunga ed erano poi passati al comune politico con l’aggravio degli usi civici a favore di tutti gli abitanti. Il difensore dei consorti sostenne che poi con l’investitura livellare e l’affrancazione del livello, solo i discendenti degli antichi originari che avevano affrancato il canone fossero divenuti assoluti proprietari e risultasse così estinto l’uso civico.

Le controversie tuttavia non erano destinate a sopirsi e si riacutizzarono in seguito alla decisione del comune di trasferire il municipio da Campo a Tartano; la notte antecedente il trasferimento venne dato fuoco all’archivio comunale.

La rivalità tra i due paesi permarrà anche dopo che la causa della controversia, il godimento dei Premestini, avrà di fatto perso importanza. E ciò avvenne in seguito al decreto 22 maggio 1924 n. 751 per il riordinamento degli usi civici, convertito nella legge 16 giugno 1927 n. 1766.

Sulla base della legge citata, il Commissariato usi civici della Lombardia, con decreto 13 gennaio 1939, “dichiara che i cosiddetti Beni Premestini che hanno formato oggetto del rogito Camozzi del 13 giugno 1617 e di cui allo statuto 28 aprile 1924 (rogito Lavizzari), non costituiscono né una comunione di carattere meramente privato governata dal codice civile, né un’associazione agraria, né una proprietà puramente patrimoniale e quindi non gravata di usi civici della Frazione di Valle Lunga, ma il demanio civico della Frazione stessa”.

All’epoca dell’emanazione del decreto l’importanza economica di questi beni era ormai grandemente scemata, sia perchè troppi risultavano essere i beneficiari rispetto al valore dei beni stessi, sia per il miglioramento generale delle condizioni economiche dovuto soprattutto all’emigrazione, sia per il sopravvivere di norme restrittive volte a tutelare il patrimonio boschivo. Tuttavia, ancora negli anni 50 del 1900, l’amministrazione del divenuto demanio civico frazionale volle ricordare con una lapide, che avrebbe dovuto essere murata sul piccolo edificio scolastico, da poco costruito con i fondi del demanio stesso in Val Lunga, l’esito favorevole della causa promossa dal comune contro il consorzio nel 1904. Non essendoci ancora la strada carrozzabile, la lapide fu trasportata fino alla contrada Dosso con il carrello della società idroelettrica Comacina, per poi essere trasferita a spalle fino a Tartano il giorno seguente.

Durante la notte venne però ridotta in frantumi da ignoti e non fu più rinnovata.

 

Note

(1) -La Val Tartano è una valle sospesa delle Orobie situata nella bassa Valtellina, percorsa dal torrente Tartano. Essa comprende due paesi: Campo e Tartano. Il bacino si divide in prossimità del paese di Tartano in due sub-bacini: quello di Val Lunga e quello di Val Corta; le due valli terminano con le testate che le separano dalla Val Brembana. La sponda destra della Val Lunga è prativa fino all’altezza di circa 1300-1400 metri s.m.; da qui inizia una fascia di lariceto ad andamento irregolare, intramezzato da roccia, fino a 1500-1600 metri s.m. dove cominciano gli alpeggi. Sulla sponda sinistra prevale il bosco di abete rosso all’inizio della valle, soppiantato quasi del tutto verso la testata dal larice; anche qui al di sopra del bosco si trovano gli alpeggi. La Val Corta è prativa e coperta di bosco di abete rosso. E. Bassi, “La Valtellina. Guida illustrata”. Monza 1927, pagg. 96, 97.

(2) -Il termine “premestino”  è molto diffuso nei territori montani, non solo della Valtellina, e trae origine quasi sicuramente dalla caratteristica dei luoghi che designa: quella di essere pascoli di mezza montagna, quindi utilizzati prima dell’estate; da qui primaestivum da cui poi i vari derivati. In un documento del 30.12.1555 è citato un pascolo “quod appellatur Premestinum” di proprietà del Comune di Campo. Questo termine è richiamato spesso anche negli Statuti di Talamona del 1525.

3) –Accola: canone annuo, esistente solo in Valtellina, versato da privati, anche estranei alla vicinìa, ai quali venivano concessi i beni comunali in affitto, locazione o enfiteusi.

Contratti similari erano:

a)  l’ enfiteusi: diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, secondo il quale il titolare (enfiteuta) ha la facoltà di godimento pieno sul fondo stesso, ma deve migliorarlo e pagare al proprietario un canone annuo in derrate o in denaro;

b)  Il livello: contratto agrario in uso nel Medioevo, cessato nel 1800, è simile all’ enfiteusi e poteva essere fatto anche per abitazioni oltre che per terreni. Era molto usato per le proprietà di monasteri e dalla Chiesa.

 

BIBLIOGRAFIA: Simona Tachimiri: Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina. Tesi di laurea – Anno accademico 1985-86.

100 ANNI IN MONTAGNA. L’ ALPINISMO E LE GUIDE ALPINE

Quando vogliamo parlare delle montagne, una domanda sorge naturalmente: “Chi furono i primi locali a frequentare le montagne?” Con l’eccezione delle famiglie agiate del fondovalle che dai “freschi delle località di villeggiatura partivano per escursioni fuori porta, gli alpinisti ante litteram furono sicuramente i cacciatori. Non ci sono pervenuti ne diari, ne resoconti pubblicati sui giornali, gelosi come erano delle loro riserve di caccia, ma solo racconti delle loro imprese, tramandate oralmente a figli, nipoti e amici.

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ALFONSO VINCI

Un posto speciale in questa carrellata di alpinisti, lo ebbe sicuramente Alfonso Vinci che negli anni 1938 e 1939 portò a termine una delle più interessanti salite della Val Masino: sulla Punta Milano, sul Pizzo Ligoncio, sulla Punta Sertori e sul Pizzo Cengalo.

Val Masino

Val Masino

Alfonso Vinci nasce a Dazio in Valtellina nel 1915. Ufficiale nella Scuola Militare degli Alpini, negli anni ’30 fu un alpinista di punta (è famoso lo “Spigolo Vinci” al Cengalo, ma più significativa una via estremamente difficile sull’Agner, ancor’oggi poco ripetuta), insignito con la medaglia al valore sportivo dal Regime Fascista. In Italia, all’Università di Milano, si laurea in Lettere e Filosofia e in Scienze naturali con la specializzazione in Geologia. Aderisce alla Resistenza ed è conosciuto come “Bill”, il leggendario capo partigiano della divisione valtellinese delle Brigate Garibaldi. Subito dopo la guerra si imbarca, con in tasca un biglietto di sola andata, per il Sud America.

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Alfonso Vinci alla Savana Kirisuochi (Spedizione Shiriana, Venezuela, 1953)

Fu alpinista,esploratore,cercatore di diamanti in Brasile Cile e Venezuela.Ebbe anche il tempo di scrivere diversi libri alcuni dei quali ambientati in Amazzonia,e molti articoli sull’alpinismo,dove poté mettere in evidenza il suo modo di concepire l’arrampicata.

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“Quando qualche rara struttura permette un’arrampicata estremamente difficile,ma che sia vera e naturale,allora essa non presenta che le solite conosciute e talvolta esagerate differenze:appigli lontani e scarsi;loro conformazione tendente all’arrotondamento,o piuttosto pianeggiante,dove occorre lavorare di palmo per poter sostenersi.Struttura a grande disegno,quindi arrampicata più atletica,elegante ma faticosa,e sebbene meno delicata,molto più precisa e misurata che quella in dolomia (roccia sedimentaria carbonatica costituita principalmente dal minerale dolomite).La caratteristica particolare del sesto grado sul granito della Val Masino si compendia non in acrobatismi,ma in fatica bruta,in estremo coraggio,in lunghezza di itinerari che nascondono sempre sorprese sgradevoli,nell’applicazione di tutte le più raffinate risorse artificiali della moderna tecnica.Per la mancanza di asperità, per la levigatezza delle placche enormi che si accavallano nel cielo,la cuspide di granito è ben più terribile della dolomitica”.

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L’impresa più importante di Alfonso Vinci,per la quale ricevette la medaglia oro al valore atletico nel 1939,fu la salita alla parete OSO del Monte Agner nelle Pale di S.Martino.Parete di 1300 m,ritenuta l’ultimo problema alpinistico delle Dolomiti,che richiese due giorni di scalata,per di più avversate dal maltempo,e due bivacchi( l’accampamento notturno all’aperto).

In suo onore, il Pizzo Cengalo,cresta Sud Sud Ovest fu denominato “Vinci.”

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Pizzo Cengalo-Spigolo Vinci

Tutto questo fa di Alfonso Vinci un personaggio straordinario,emblematica figura di italiano intraprendente,indipendente e coraggioso,uomo di azione ma anche di grande cultura che dai lontani e “spensierati”anni ’50 ci trasmette spunti interessanti  di riflessione.

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi

studentesse,scuola secondaria di primo grado

fonte:Album Club Alpino Italiano,2002,”Cent’anni di montagna in bassa Valtellina”.

PERSONAGGI CHE HANNO RESO CELEBRI LE ALPI OROBIE VALTELLINESI

Alla fine del 1800, quando era in atto l’esplorazione delle montagne e delle loro valli nelle parti più elevate, anche grazie alla nascita del Club Alpino Italiano,  la loro “pubblicizzazione”  che le ha portate alla conoscenza  generale avvenne, normalmente, per opera di personaggi di cultura appassionati della montagna e curiosi   di  approfondirne la  conoscenza in tutti i loro aspetti. Questi personaggi diffondevano le loro scoperte con scritti  vari su giornali locali e nazionali e con altre pubblicazioni, come abbiamo visto con Bruno Galli Valerio.

La stessa nascita del CAI era stata  opera di questi personaggi e fino ai primi del novecento furono praticamente solo loro a frequentare la montagna, ma non da soli. Le loro  curiosità e la loro passione erano in parte fermate dalle difficoltà nell’affrontare le asperità delle cime  e delle terre alte, dove, peraltro, vivevano i montanari. Molti di loro erano  pastori, e soprattutto i cacciatori,  ed erano abituati a muoversi su questi aspri terreni con   disinvoltura per la dimestichezza che avevano con  l’ambiente che abitavano e che percorrevano continuamente  per svolgere i loro lavori.

E’ quindi a loro che si rivolsero i cittadini aspiranti alpinisti, ma anche i cartografi che erano incaricati di stendere le mappe delle zone montuose, per la  conoscenza che essi avevano della loro zona e per l’abilità con cui si muovevano su questi terreni rocciosi e senza sentieri. I cittadini a loro volta, il CAI in particolare, formarono i loro accompagnatori, dando loro le conoscenze tecniche  sull’uso di attrezzi nuovi come, corde, piccozze, ramponi necessari per potersi muovere  in ambienti rocciosi e ghiacciati. Furono quindi istituiti dei corsi  per la formazione delle “Guide Alpine” col rilascio di apposti titoli per poter esercitare la nuova professione.

In Valtellina nacquero le celebri guide della Valmasino, della Valmalenco, di Bormio e della Valfurva, e altre sporadicamente come a Delebio, Ponte Valtellina e Piateda dove troviamo  Giovanni Andrea Bonomi che fu, praticamente l’unica guida delle Alpi Orobie Valtellinesi, molto nota nell’ambiente alpinistico dell’epoca per le sue doti di abilità, sicurezza e affidabilità.

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Giovanni Andrea Bonomi

Come si vedrà, Giovanni Andrea deve a Bruno Galli Valerio il fatto di essere diventato Guida Alpina, professione che gli portò un po’ di benessere.

Anche  grazie  alle Guide Alpine, le nostre montagne, le nostre valli e le popolazioni che vi abitavano furono portate alla conoscenza del grande pubblico.

GIOVANNI ANDREA BONOMI (1860-1939)

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Giovanni Bonomi (l’ultimo a destra), nella foto di gruppo delle guide del corso CAI 1899.

Nasce a Piateda, nella frazione di Agneda, a 1228 m di altitudine, in una della convalli della val Venina. Il papà, Giovanni Angelo, alla fine degli anni ’70, accompagnava occasionalmente, alpinisti della neonata sezione C.A.I. di Sondrio e cacciatori, sulle sue montagne. Giovanni Andrea seguiva queste comitive, portando i bagagli, dando così una mano al padre e facendo i primi guadagni. Cresciuto, iniziò a svolgere autonomamente l’attività di guida ad alpinisti e cacciatori, ma la sua attività alpinistica si sviluppò soprattutto negli anni ’90 ed è legata a Bruno Galli Valerio, che si dedicò all’esplorazione sistematica delle Alpi Orobie e a descriverne le bellezze negli articoli che pubblicava sul giornale “La Valtellina”. La sua attività di guida, diventata ufficiale, dopo che aveva frequentato, nel 1899, in Grigna, il primo corso per la formazione della Guide alpine organizzato dal CAI Milano, si sviluppò, nel primo periodo sulle Orobie, per poi allargarsi ai gruppi del Disgrazia, del Bernina, al Badile, al Cengalo, al monte Bianco e al Rosa.

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Marino Amonini  ha recuperato, fra i documenti personali conservati dagli eredi Bonomi, anche la documentazione degli attestati di guida alpina, che di per sé sono un certo pregio archivistico (si tratta infatti dei primi attestati di guida alpina rilasciati dal CAI di Sondrio).

Nella sua carriera, il Bonomi accompagnò anche personaggi famosi come D. W. Freshfield sul pizzo Redorta e il principe Scipione Borghese sullo Scais e sul Redorta, nello stesso giorno. Dopo il 1900, il suo rapporto alpinistico con Bruno Galli Valerio, di cui era anche molto amico, si affievolì per allargarsi ad altri alpinisti del CAI di Milano. Nel 1898, in occasione di una salita al Cengalo in Val Masino, il Bruno Galli Valerio scriveva : …“è sufficiente non aver paura e seguire esattamente i suoi ordini”. La sua attività si sviluppò per circa un ventennio e seppe guadagnarsi una meritata fama di guida affidabile, prudente e sicura. Era impareggiabile nell’individuare sempre, in ogni salita, la via più logica per raggiungere la vetta. Ecco un giudizio dell’alpinista Enrico Ghisi del CAI di Milano: “…Giovanni Andrea Bonomi, tipo di forza e di intelligenza alpinistiche straordinarie, congiunte ad una semplicità di costumi, ad un ingenuo candore, ad una modestia così intensa che davvero se ne rimane ammirati. Splendido arrampicatore, imperturbato per nevi e per ghiacci, la sua  celebrità alpinistica sarebbe grande se il suo domicilio non lo rilegasse in una valle così ingiustamente negletta”. Infine, di lui così scrive Giuseppe Miotti: “…il Bonomi continuò un’intensa carriera che conobbe solo i limiti imposti dalla sua infelice residenza che lo teneva fuori dal grande giro della clientela. Ciò nonostante fu una guida leggendaria… per qualche anno fu seguito anche dal figlio Bortolo che però, dovette smettere per scarsità di clienti”. La carriera di  Giovanni Bonomi fu, tra alti e bassi, molto longeva.

Morì ad Agneda nel 1939, dove fu sepolto.

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La “Via Bonomi” alla vetta dello Scais.

Bibliografia

– Marino Amonini: “Giovanni Bonomi, guida alpina”- Biblioteca Civica Piateda-1985.

-G.Miotti, G.Combi, GL.Maspes: “Dal Corno Stella al K2 e oltre, storia dell’alpinismo valtellinese” – CAI Valtellinese, Sondrio 1996.

Guido Combi (GISM)

PERSONAGGI CHE HANNO RESO CELEBRI LE ALPI OROBIE

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Talamona, Il nostro paese, sorge ai piedi delle Alpi Orobie, sul conoide formato nei millenni dal Torrente Roncaiola che iniziando al Ponte dei Frati presso la chiesetta di San Gregorio, si estende verso nord, allargandosi  a est fino a incontrarsi con quello del Torrente Tartano e  ovest unendosi a quello minore del torrente Ranciga, arrivando a nord fino al Fiume Adda.

I nostri confini non raggiungono lo spartiacque  con il versante bergamasco, perchè sono  separati dalla Val Tartano, in particolare dalla Val Corta, e dalla Val Gerola.

Le nostre montagne, che abbiamo visto tanto protette e curate nelle norme degli antichi statuti, sono una conca che va da la costiera dei maggenghi Scalübi e Dondone  a est, fino al Pitalone  e la costiera di Baitridana che ci divide con la Valle di Albaredo a ovest, culminando  nel punto più a sud con il Monte Lago a 2353 m.

La  “nostra” parte  di Orobie è molto più “addomesticata” rispetto alle 14 valli che solcano da sud a nord la catena che vale la pena di conoscere per la loro bellezza unica.

Le valli e le cime principali delle Orobie, furono praticamente sconosciute al grande pubblico fino alla seconda metà del 1800. Gli unici a frequentarle erano gli abitanti locali e, nelle parti più alte, i pastori e i cacciatori.

Dal 1880, circa, in poi, furono progressivamente esplorate e descritte sulla stampa locale da eminenti personaggi che non si limitavano alla ricerca alpinistica, ma cercavano di conoscere soprattutto gli abitanti dei paesini che sorgevano nelle parti più interne e nascoste delle valli,  con i loro usi e costumi, lavoro e tutto il territorio.

Iniziamo dal professore che le ha esplorate maggiormente, studiate e fatte conoscere,  formando anche come Guida Alpina, un abitante di Agneda, un paesino in Val di Scais, che  poi operò anche in altre parti della Alpi, essendo molto stimato nel mondo alpinistico del Club Alpino Italiano.

 

BRUNO GALLI VALERIO

L’esploratore delle Alpi Orobie Valtellinesi

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Nella storia della Alpi Orobie, soprattutto nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, vi furono alcuni eminenti personaggi che con esse e con la gente che le abitavano ebbero un rapporto particolare di conoscenza e attaccamento. Esplorarono sistematicamente le valli, salirono le cime, valicarono i passi e scalarono le pareti e i canaloni, compiendo imprese memorabili.  In particolare, i primi  pionieri, se, come al solito, escludiamo pastori e cacciatori, furono: Bruno Galli Valerio, Antonio Cederna, Alfredo Corti e la guida Giovanni Bonomi.  Altri più tardi  le frequentarono con assiduità, le studiarono e aprirono nuove vie, come Bruno Credaro, Peppo Foianini e i fratelli Messa. Le Alpi Orobie, che, ancora fino verso la metà del secolo scorso, furono spesso chiamate Prealpi, probabilmente per la loro posizione spostata  verso Sud, rispetto alle Alpi Retiche, contrariamente al resto delle Alpi, non videro la presenza  esplorativa e la conquista sistematica da parte degli inglesi. La loro presenza, per altro sporadica, la troviamo solo nel 1894 con il grande alpinista D. W. Freshfield, che fu accompagnato in una lunga scarpinata, proprio da Bruno Galli Valerio sul Pizzo Redorta, come vedremo più sotto.

Bruno Galli Valerio fu, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, uno dei più  assidui frequentatori e certamente il più profondo conoscitore delle montagne valtellinesi. Noi però parleremo in particolare del suo rapporto con le Alpi Orobie Valtellinesi e con le genti che abitavano le loro valli, delle quali ci ha lasciato, nelle sue opere, dei ritratti e degli scorci di vita indimenticabili. Lasceremo al lettore il piacevole compito di approfondire questi aspetti nella pubblicazione dello stesso alpinista citata nella bibliografia.

Bruno Credaro, altro grande frequentatore e conoscitore delle Alpi Orobie   nella prima metà del novecento, scive di lui: “Il Galli Valerio era un ometto basso e asciutto, di quelli che vanno più a forza di nervi che di muscoli; aveva un profilo aquilino con una barbetta un po’ brizzolata che lo faceva assomigliare molto a Giuseppe Verdi… era un famoso camminatore”. Salì quasi tutte le cime delle valli Venina-Caronno, d’Ambria e del Liri e alcune della Val Malenco, come il Cassandra e il Giumellino, partendo direttamente da Sondrio e superando dislivelli fortissimi. “Il professor Bruno Galli Valerio era originario della Provincia di Como e quando decise di venire in Valtellina a passare le vacanze estive se ne innamorò. Dopo le prime passeggiate, nei cui resoconti sono prevalenti le descrizioni e le notazioni a carattere scientifico, le osservazioni dei fenomeni naturali come le rane e i tritoni del Lago della Casera e un uragano sul Meriggio, si dedicò poi brillantemente alla semplice descrizione delle varie località, delle loro attrattive e dei loro abitanti.

Il professore iniziò le sue passeggiate sui nostri monti nel 1888 e dallo stesso anno iniziò anche una assidua collaborazione con i giornali locali e in particolare con “La Valtellina”, che, soprattutto nel periodo estivo, ospitò i suoi articoli alpinistici. In questa sua attività divulgativa delle scoperte e delle notizie alpinistiche, si dimostrò molto più moderno di altri personaggi dell’epoca, come Alfredo Corti, che riservavano i loro scritti alle riviste specializzate, mentre lui aprì il dialogo con il più vasto pubblico di un giornale”. Forse, scrive ancora Giuseppe Miotti, perché non si sentiva un alpinista, come lui stesso affermò nel suo primo articolo: “Non sono un alpinista né mai mi sono piccato di esserlo. Sono semplicemente un dilettante di scienze naturali che ama le gite sui monti, perché su di essi si può studiare la natura in tutta la sua maestà”. Nel giro di pochi anni, dopo questo inizio tranquillo, divenne un frequentatore assiduo, delle nostre valli. In particolare con le sue peregrinazioni, le sue salite, le sue scarpinate nelle valli e sulle cime orobiche. Nel 1891, in estate, avvenne l’incontro con la “Guida Bonomi Seniore e di suo figlio” quando l’8 Settembre, con Antonio Facetti e Attilio Villa, Galli Valerio salì il Pizzo Porola e fece la sua prima traversata fra i bacini delle vedrette di Porola e del Lupo. E’ qui il primo accenno a quella che sarà la sua guida preferita, compagno e amico in tante scalate: “Era Giovanni Andrea, figlio della Guida Bonomi Seniore”, destinato a divenire in breve una delle più brave guide valtellinesi. Il loro rapporto durò fino al 1898, quando divenne meno intenso. Nel 1894, mantenendo fede ad una promessa fatta al giovane Bonomi in vetta al Rodes, Galli Valerio si fece accompagnare sulla Punta Scais, sulla quale, non sappiamo se volutamente o per mancanza di indicazioni, i due aprirono una nuova via. Nell’ Agosto dello stesso anno, fu la volta delle “Punte di Coca”. Nel 1894, l’inglese D. W. Freshfield, uno dei massimi alpinisti del momento, presidente dell’ Alpine Club e segretario della Geographic Society, trovandosi a passare da Sondrio, volendo conoscere le Alpi Orobie, volle farsi accompagnare in una ascensione sul Rodes. In un’epica ascensione, a causa di una ferita ad un piede, il Galli Valerio accompagnò il celebre alpinista, assieme alla sua Guida Francois Devouassoud e a Giovanni Bonomi, in cima al Pizzo Redorta, il 25 luglio.

L’esplorazione delle Orobie, delle valli e delle cime, proseguì, dal Legnone al Torena, con lunghissime camminate e ascensioni, sempre puntualmente riportate su “La Valtellina”, fino al 1910, aprendo numerose vie nuove.

I suoi articoli, fino a quel periodo, documentarono anche le sue ascensioni negli altri gruppi montuosi della Valtellina come quelli della Val Masino, del Disgrazia, del Bernina, della Val Grosina e dell’Ortles-Cevedale.

Fra le ascensioni che si susseguirono a ritmi impensabili e il suo lavoro di insegnante all’università di Losanna, il Galli Valerio trovò anche il tempo di scrivere un piccolo opuscolo dal titolo “Guida medica per l’alpinista” che venne pubblicato nel 1898 da Emilio Quadrio a Sondrio. Antonio Facetti (celebre alpinista) lo recensì sulla rivista del CAI e oltre ai dati salienti del volume rilevò che: “… l’autore, un appassionato alpinista, benché non socio del CAI, si augura che questo manualetto possa riuscire di qualche utilità”. Alla fine del secolo, come abbiamo accennato, si affievolì sempre più il suo rapporto con la Guida Bonomi, forse per adeguarsi alla moda del momento dell’alpinismo senza guide, contrariamente a quanto era avvenuto fin dalla nascita del CAI. Era nata intanto, in quegli anni una buona amicizia con un altro che diverrà un grande dell’alpinismo valtellinese: Alfredo Corti, che però era destinata a durare non molto. Compirono comunque qualche ascensione assieme con la Guida di Antonio Cederna, Luigi Valesini. A partire dal 1900, cambiò anche lo stile della sua collaborazione con “La Valtellina”. Più che prime ascensioni, l’autore racconta le sue lunghe peregrinazioni e la sua “immersione completa nel mondo delle Alpi, quasi una sua fuga dalla gente e dalla civiltà” come scrive ancora di lui Giuseppe Miotti. Nascono, in questo periodo, lunghi racconti di viaggio e descrizioni dei paesaggi, degli abitanti dei luoghi visitati. Come sognava le sue vacanze tra i monti come una fuga dalla vita convenzionale di tutti i giorni! Queste sue “cavalcate” si susseguirono fino alla vigilia della prima guerra mondiale, quando, come uomo di grande cultura e sensibilità, disapprovando l’entrata in guerra dell’Italia, esprimendo le sue idee, si trovò aspramente contestato in pubblico e dileggiato da un gruppo di giovani interventisti. Il giorno dopo una manifestazione sotto le sue finestre, partì per la Svizzera e non fece più ritorno in Valtellina, nonostante le preghiere di amici carissimi che lo andavano a trovare a Losanna. Morì nel 1943 a Losanna e pochi ricordarono la sua figura. Sul “Popolo Valtellinese” apparve un necrologio a firma A. P. (forse Amedeo Pansera?) che concludeva così: “… Da quasi trent’anni Bruno Galli Valerio non tornava tra noi; ma noi sappiano che, mentre i suoi occhi erano velati dalla morte hanno visto ancora, limpidi e puri, i profili delle sue montagne e li ha salutati sereno per l’ ultima volta. Quando era vivo e assente, abbiamo mantenuto con lui un contatto ideale per questa sua segreta passione: oggi che è morto ci sembra doveroso ricordarlo; anche, e soprattutto, a chi non lo ha conosciuto”.

I suoi scritti alpinistici pubblicati sul giornale “La Valtellina”, erano stati da lui riveduti e dati alle stampe in un volume “Cols e sommets” nel 1912 a Losanna in lingua francese. Il CAI Valtellinese nel 1998 ha provveduto alla traduzione del libro, per opera di Antonio Boscacci e Luisa Angelici, dandogli il titolo che lo stesso Galli Valerio aveva indicato di “Punte e passi”.

 

 

     Guido Combi (GISM) *

 

*Past president CAI Valtellinese

Bibliografia:

-Bruno Galli Valerio- Punte e passi – Ed. CAI Valtellinese Sondrio. 1998.

-G. Miotti, G. Combi, GL. Maspes -Dal Corno Stella al K2 e oltre, storia dell’ alpinismo dei valtellinesi. Ed. CAI Valtellinese Sondrio. 1996.

-G.Combi – Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere. Ed. Fondazione Luigi Bombardieri Sondrio. 2011.

TRADIZIONI CULINARIE VALTELLINESI – LA BISCIOLA E GLI SCIATT

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Dietro alla nascita di questo dolce tipico Valtellinese c’è una bellissima leggenda! Essa narra che nel 1797, quando le truppe napoleoniche invasero il nord Italia avanzarono fino in Valtellina dove si fermarono per una tappa. In quell’occasione, Napoleone, chiese al proprio cuoco di cucinargli un dolce usando ingredienti trovati in questa valle. Da questa richiesta nasce la Bisciola, un dolce di antiche tradizioni Valtellinesi, tramandato da oltre 200 anni.

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Ancora oggi in Valtellina, in occasione delle feste natalizie o feste tradizionali o anche come dessert, i valtellinesi preparono questo dolce usando gli stessi ingredienti genuini di sempre: farina, fichi, uvetta, noci, zucchero, burro, tuorlo d’uovo e miele. La lavorazione prevede la lievitazione della pasta usando solo lievito naturale, un procedimento che avviene in 36 ore. In questo modo si ottiene un dolce facilmente digeribile che può essere accompagnato con panna montata o una buona grappa bianca.

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GLI SCIATT

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Gli sciatt, nel dialetto valtellinese, significa letteralmente” rospo”, ma con questo animale hanno ben poco a che fare. In realtà sono frittelle tonde con un saporito cuore di formaggio filante. L’ingrediente base è il grano saraceno, un cereale molto resistente alle condizioni climatiche più avverse. Molto probabilmente è arrivato qui grazie agli scambi commerciali tra i veneziani e i mercanti orientali. Una seconda ipotesi, invece, attribuisce la diffusione del grano saraceno in Valtellina alle migrazioni delle popolazioni mongole in Europa.

In Valtellina la cultura del grano saraceno risale al 1600, diventando presto l’ingrediente fondamentale delle cucine valtellinesi.

Gli sciatt non richiedono una preparazione molto elaborata o di lunga durata, infatti la pastella  (grano saraceno insaporito con un bicchierino di grappa o acquavite e diluito con un bicchierino di birra) dopo una mezz’ora di riposo può essere modellata in forme rotonde, ripiene di formaggio rigorosamente “Valtellina Casera”.

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Cosi formati, gli sciatt si buttano subito nell’olio bollente per brevissimo tempo. Vengono solitamente serviti su un piatto d’insalata tagliata fine.

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Una cosa è certa, gli sciatt sono sfiziosi e saporiti, e uno tira l’altro!

Marta Francesca Spini e Matilde Cucchi, studenti classe 3°, secondaria, primo grado