ME, IL MATU E POI ALTRO ANCORA

Racconti e pensieri di un Talamonese– Giuanin Fant de Pic

Il Matu era uno affettato col coltello grosso. Gli importava mica di scureggiare davanti alle femmine, tanto, diceva, doveva piacergli così com’era o niente. Al bar metteva sempre i diti dentro al naso e poi lanciava le taccole addosso a quelli vicini. Gli piaceva vedere se si accorgevano o no, poi dopo se si giravano per mollargli una sberla alzava il bicchiere e gli faceva “Prosit”. Beveva tutto quello che c’aveva giù nel calice in un fiato, si puliva la bocca giù nel braccio e correva via prima di prenderle. Il Matu era un mio socio poi anche per quello. Una volta gli ho detto che se mangiava un maggiolino io gli pagavo una pizza e lui il giorno dietro è venuto a casa mia con un sacchetto pieno di maggiolini, saranno stati una ventina. Ha aperto un panino e ce li ha infilati dentro tutti. Quando l’ha messo in bocca c’erano le antenne che cercavano di scappare dalle fette di pane. Io son stato lì a guardarlo perché se no ci credevo mica che lo faceva. Alla fine l’ha mangiato tutto, si è ciucciato i diti, si è pulito la bocca col braccio e ha pestato un rutto da stending ovescion. Poi, mi ha detto: “Adesso mi paghi venti pizze”.

Dopo, mi ricordo di quella volta d’estate che io, il Matu e l’Erminio Stagnola siamo andati al cimitero a fumare l’erba tutto il dopo mezzogiorno anche se faceva un caldo della madonna. Ora della fine si era talmente stonati che era difficile tornare a casa, ma lo Stagnola mi ha dato uno strappo col motorino lo stesso, così ce l’abbiamo fatta. Il Matu sapeva mica come fare e c’aveva sonno, così si è imbucato in un loculo per dormire perché diceva che era più fresco e ha messo una scala a pioli davanti al buco per nascondersi. Passa un po’ di tempo e arriva una vecchia che ha da bagnare i fiori del suo uomo sciopato e fa per prendere la scala davanti al loculo del Matu. La tira, la tira ma viene mica e allora guarda cos’è che succede e così vede una mano magra spuntare fuori dalla tomba che la blocca e sente una voce che le dice: “lascia stare la scala, vecchia!”. Il Matu dice che è volata per terra come un sacco di cemento e si è sentito stom! così forte che c’aveva paura che i morti si svegliavano e uscivano per mangiargli il cervello. Sta signora non si è più ripresa, neanche dopo che i dottori l’hanno guardata dietro per bene: tutti pensano che è l’Alzehimer ma io lo so che è stato il mio socio a farla andare fuori di matto.

Se lo scopriva il mio papà me le dava anche a me solo perché vado in giro con uno così. Quando ero piccolo mi diceva che essere amico di uno che pensa solo a fare asinate m’avrebbe mica aiutato a imparare a far su i muri. Il mio papà è un valtellinese doc e ha la sensibilità di un sasso. Quando sono nato mi ha visto prima della mia mamma e lei gli ha chiesto com’è che ero perché lei era ancora dentro nel letto, e lui le fa “è così un robo”. La mia mamma si è messa a piangere. Il mio papà si chiama Franco ma tutti lo conoscono come il “Francu che fa su le case”. Mi ricordo che da piccolo mi portava con lui al cantiere per farmi fare la molta, che doveva essere bella fresca altrimenti poi dopo era un casino tirar su i muri dritti. Si faceva una fatica della madonna e quando ero stanco mi fermavo a guardare i suoi dipendenti che erano uno più brutto dell’altro. Avevano delle facce cattive e sporche di lavoro. Secondo me se c’era gente che doveva finire in galera erano proprio quelli lì. Quando il mio papà mi vedeva lì imbambolato a studiare i suoi muratori veniva tutto rosso e gridava “cosa fai lì coi denti in bocca? Muoviti!” e io sapevo che dovevo ricominciare subito a lavorare, se no a casa mi prendeva per l’orecchio e mi trascinava su per le scale fino al terzo piano. Era un tipo così, era un po’ come il suo, di papà. E’ colpa sua se io e il Matu non siamo più soci adesso.

 

 

TALAMONA E IL SUO DIALETTO

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Foto panoramica di Talamona

CONSIDERAZIONI SEMISERIE SUL NOSTRO DIALETTO: “UL TALAMUN”
Guido Combi (GISM)

Questo titolo non vuol significare che il dialetto nostro non sia serio. Tutt’altro. Del dialetto bisogna parlare seriamente e soprattutto scrivere, per il solito detto latino verba volant, scripta manent, che tradotto in parole povere significa che noi possiamo parlarne finchè vogliamo, ma se vogliamo che rimanga traccia del nostro dire dobbiamo scrivere, perchè altri possano leggere, commentare, criticare, discutere anche a distanza di tempo e dopo di noi.
Allora voglio iniziare con alcune considerazioni che sentiamo spesso.
Prima considerazione, fondamentale: ul nos dialèt n’è numò lüu, da per lüu, ghè n’è mingo n’otru cumpàgn, l’è ünèc.
Seconda considerazione: apèno nün en se bun da parlàl asèn. Impusibèl per tücc i otri.
Terza considerazione: a scrìvel l’è ‘n prublémo.
Quarta considerazione: la giängio en gu l’àa apeno (numò) nun.
Quinta considerazione: ‘n de la noso “linguo” ghè del parol nosi, e apeno nosi, che i otri i capìss mingo.
Sesta considerazione: l’è da tegnì present ch’el parol ch’el se riferìs a tüt quel che l’è femno, el fenìss per o e mingo per a, cume ‘n di otri dialèt.
Ci sono altre considerazioni, ma le farò poi, qui di seguito, dentro il discorso.
E’ appena uscito “Ul Talamùn”, 2a edizione, vocabolario del dialetto talamonese, scritto da Padre Abramo M. Bulanti. Anche lui, emerito studioso e traduttore degli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, iniziati nel 1525, la cui ultima stesura è del 1560, con altre parole, sostiene l’unicità del nostro dialetto a causa di parole e modi di dire originali; della nostra pronuncia di alcune lettere che è una caratteristica solo nostra e della tipica e unica inflessione che noi talamonesi diamo alla nostra parlata, la giängio, che trasportiamo anche nel nostro parlare in italiano, tanto da farci distinguere come talamùn in mezzo a tutti, non appena apriamo bocca, pure parlando la lingua di Dante.
Tutto questo fa sì che solo chi è nato e cresciuto a Talamona, sia in grado di parlare ul talamùn correttamente, con tutte le caratteristiche tipiche, soprattutto per chi ha conservato modi di dire e parole come quelli della parlata originale. Pensiamo, ad esempio, ai nostri emigranti in varie parti del mondo, che hanno conservato inalterata la parlata, perchè in famiglia hanno sempre parlato in dialetto e non hanno subito influssi esterni che lo hanno modificato, come invece è avvenuto qui da noi. Ma se si può parlare di dialetto originale per gli emigranti, cioè di quando hanno lasciato, spesso definitivamente la patria, si può usare l’appellativo “parlata originale” qui da noi? Di quale originalità si può parlare? A che periodo della nostra storia si può attribuire? Tutto questi quesiti, probabilmente, sono destinati a non avere una risposta precisa. Se qualcuno la sa dare, è caldamente invitato a farcela conoscere.
Visto che il dialetto, nel tempo, si è evoluto, sotto l’influsso della lingua italiana e degli altri dialetti valtellinesi e di fuori provincia, è difficile sostenere l’affermazione che in un certo periodo ci sia stata una fase originale che ha generato le successive. Se poi siamo attenti alle parlate delle varie contrade, dobbiamo constatare che a Cà di Giuàn si parla con inflessioni e accenti diversi rispetto a la Pciazzo, u a Cà di Bar, tanto per citare tre poli diversi. Alcune parole sono pronunciate con accenti o anche con vocali diverse come garlöos a Cà di Giuàn e garlüus in Ränscigo, e altre.
Tra l’altro, c’è da tenere presente che il dialetto, nelle scuole soprattutto nelle elementari e anche dopo, fino agli anni attorno al 1970, è stato combattuto come negativo in quanto rendeva difficile l’apprendimento della lingua italiana, la lingua di tutti, e quindi anche l’acquisizione delle nozioni scolastiche.
Infatti per noi non era facile scrivere in un italiano corretto, in quanto avevamo difficoltà ad esprimerci con proprietà di linguaggio. Inoltre il nostro scrivere, sempre molto stringato, era infarcito di quei termini chiamati in italiano barbarismi, che sono poi parole e modi di dire dialettali, che noi trasportavamo alla lettera nel nostro parlare e nel nostro scrivere, assieme a modi di dire. E questo con la lingua italiana non andava d’accordo. Evidentemente il dialetto era considerato come un linguaggio a sè, semplicemente come un’espressione fonetica che ostacolava l’apprendimento della grammatica e della sintassi italiane, creando una reale inferiorità a scuola rispetto ai compagni che avevano sempre parlato in italiano fin dalla più tenera età. Personalmente, a scuola ho sperimentato direttamente queste difficoltà, infatti ho sempre avuto problemi, sia con l’italiano scritto, sia con l’orale, che poi, con l’età e lo studio ho superato.
Dopo il 1960/70, i linguisti, pian piano, hanno capito che il dialetto, i vari dialetti, erano qualcosa di più di un modo di parlare, erano una ricchezza che aveva dei contenuti importanti.
Rappresentavano, come ogni linguaggio umano, dietro e sotto l’espressione vocale , una realtà molto complessa, cioè la cultura di una popolazione, le sue radici, le sue tradizioni di vita, di lavoro, di usanze, di concezioni morali, di progonda religiosità ecc. cioè una grande ricchezza.
Per capire tutto questo basta scorrere i vari Statuti delle Magnifiche Comunità: il nostro, quello di Fusine, di Grosotto, di Bormio, solo per citarne alcuni. Ma anche pensare a quello che ci hanno insegnato i nostri regiùur, alla realtà contadina profondamente religiosa, in cui sono cresciuti, realtà di lavoro e di sacrificio, ma anche di grande saggezza e serenità, che ha formato uomini e donne delle generazioni che ci hanno preceduto.
Ecco il grande patrimonio che abbiamo alle spalle e che non possiamo dimenticare.
Ho parlato di espressione vocale, perchè, con la mentalità imperante cui ho accennato prima, in un atteggiamento generale e una considerazione negativi nei confronti del dialetto, nessuno provava a scriverlo. Non ci pensava proprio, magari ricercando grafie adatte a mettere per iscritto certi suoni unici nel loro genere. Solo la lingua italiana era degna di essere scritta. E ci si riferiva ai grandi della nostra letteratura: Manzoni, Leopardi, Carducci ecc. Nessuno, o pochissimi studiosi, mettevano per iscritto lemmi, cioè vocaboli, modi di dire, preghiere, tradizioni, usi, racconti, credenze, storie di uomini e donne, avvenimenti, magari semplici composizioni poetiche, descrizioni di persone e di luoghi, in termini brevi, la storia di una popolazione cioè la sua cultura. Ecco quindi cosa dobbiamo intendere per “cultura” degli abitanti di un paese e quindi anche del nostro. Riprendendo il concetto di dialetto originale dobbiamo quindi riferirci solo a quello che noi abbiamo ricevuto dai nostri padri? Il nostro ricordo non può portarci più lontano nel tempo. Dobbiamo parlare solo di tradizione orale, come è avvenuto per molti popoli, che noi chiamiamo selvaggi, i quali di padre in figlio, con un grande esercizio della memoria, si trasmettono storia, miti, leggende, principi e comportamenti religiosi dei loro antenati. Quasi come eccezioni, ricordiamo i grandi poeti e gli scrittori dialettali come Carlo Porta che ha scritto nel dialetto milanese, Trilussa in quello romanesco romanesco, i poeti napoletani e pochi altri.
Dobbiamo ricordare che abbiamo anche noi un poeta che ha scritto poesie in dialetto chiavennasco: il Cantore delle Alpi Giovanni Bertacchi: Un violìn de carne sèca, oppure, Un momént de nustalgìa, dedicata a Chiavenna, sono due della quindicina di altre poesie che ha scritto.
Se ricordo bene, anche Don Vincenzo scriveva componimenti scherzosi in poesia in dialetto, che recitava dopo le rappresentazioni teatrali che presentavamo nel teatro dell’oratorio, negli anni 50 del 900. Chissà dove sono finiti i suoi scritti dialettali.
Non è che non esistano documenti della storia della nostra comunità di Talamona. Gli statuti ne sono il massimo esempio, gli archivi comunali e quelli parrocchiali rappresentano un altro grande patrimonio di documenti. Non esistono invece documenti scritti in dialetto che ci possano dire come era il parlare in talamùn in una certa epoca della nostra storia.
Negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato anche a scuola, a rivalutare il dialetto come un’altra lingua rispetto alla lingua nazionale, che rappresenta, come dicevamo, una diversa cultura, quindi una ricchezza.
Non è che allora è scoppiata la mania del dialetto, semplicemente si è iniziato a studiare il dialetto nelle sue diverse realtà, con scritti e iniziative di varia natura, perchè si è capita la sua importanza nella formazione dei giovani. A partire da quel periodo, in Valtellina e in Valchiavenna, molti studiosi si sono messi all’opera e hanno scritto libri sui toponimi di molti paesi come Livigno, Grosio, Chiuro, la Val Masino e altri; vocabolari ponderosi come quello della Val Tartano di Giovanni Bianchini, dove sono riportate tradizioni civili e religiose, usanze, testimonianze di vita e di lavoro. E’ sorto, a coordinare tante iniziative, l’Istituto di Diallettologia con sede a Bormio formato da emeriti studiosi come Remo Bracchi, Gabriele Antonioli, che stanno svolgendo una gran mole di lavoro che già costituisce una importante patrimonio della cultura delle varie realtà comunali e vallive della nostra provincia. Se ricordo bene, anche da noi, negli anni 50 del 900, la maestra Palmira Gusmeroli, aveva scritto un volumetto sui toponimi, le filastrocche e le preghiere in dialetto. Ma anche questo, non l’ho più visto in circolazione. Spero che ci sia nella biblioteca comunale.
A questo punto possiamo quindi affermare che il dialetto costituisce una grande ricchezza per conoscere l’identità originale di una comunità. E anche della nostra.
Padre Abramo, in relazione alla scoperta, o riscoperta, della nostra identità e delle nostre tradizioni, ha accumulato grandi meriti con i suoi studi e le sue ricerche sul dialetto e la storia talamonesi. Ci ha indicato la strada. Sta a noi e, in primis, alla Casa della cultura, incentivare e portare avanti approfondimenti e nuove iniziative sul nostro dialetto e su tutto quello che rappresenta per la nostra comunità.
Credo che anche la Pro Loco potrebbe trovare un suo spazio specifico nella valorizzazione del nostro dialetto.
E il Gustavo Petrelli, il menestrello, dove lo mettiamo? E’ stato il primo a creare le canzoni in dialetto talamonese e soprattutto a registrarle, che poi è un altro modo di scriverle e tramandarle. Sono poi seguiti altri cantautori che, in modo altrettanto originale, hanno composto e musicato testi in talamùn e anche loro si esibiscono in pubblico e diffondono le nostre tradizioni.
In questi ultimi mesi c’è poi stato un altro fenomeno, diciamo, on line: facebook.
Prima Emanuelel Milivinti in “Sei di Talamona se…” ha lanciato il censimento dei soprannomi e sulla sua scia è iniziata la raccolta di detti, piccole sentenze, modi di dire, proverbi ecc., che hanno avuto moltissime adesioni. Ma, ancora una volta, tutto questo, se lo lasciamo così episodico e in modo frammentario, solo sparso nella varie schermate del computer, finirà per passar via e scomparire anche dalla memoria. Perciò con un paio di appassionati, meglio, appassionate, stiamo accogliendo il tutto e poi lo pubblicheremo prossimamente su questo nostro giornale on line, della biblioteca, che spero leggano in tanti. Cercheremo cioè di dare un ordine agli interventi appassionati dei talamonesi e una stesura che tutti possano leggere.

Come si scrive
Su questo argomento il discorso si fa più difficile, perchè si tratta di stabilire delle regole relative alla grafia che possano essere condivise e capite nelle loro motivazioni, da tutti.
Anche in questo settore ritengo che Padre Abramo abbia indicato la strada.
All’inizio del vocabolario, ha indicato delle regole che condivido e possono costituire il punto di riferimento per chi intende scrivere in dialetto. Ciò serve a capirci meglio e a uniformale il modo di scrivere ul Talamùn. Personalmente avevo qualche dubbio sul come scrivere quella che lui chiama la “sesta vocale” che abbiamo solo noi, cioè la a nasale di mämo (mamma) o di päa (pane), che ha un suono, appunto, nasale tra la a e la o.
Io, finora preferivo scriverla sottolineata a per distinguerla da quella normale.
A pensarci bene però, sono arrivato alla conclusione che l’autorevolezza di Padre Abramo in materia di dialetto non si può mettere in dubbio e quindi la nostra sesta vocale si scrive così: ä, come lui ha indicato. Anche per la consonante n che io scrivevo sottolineata n, quando è nasale, visto che ciò avviene sempre quando è finale di parola, concordo con lui che è inutile mettere segni particolari. Per il resto delle regole grafiche, vale quanto è scritto nella prefazione del vocabolario “ul Talamùn” , 2a edizione, che, mi risulta, è stato distribuito a tutte le famiglie talamonesi, come a suo tempo gli Statuti.
Ci sono poi le elisioni di vocali all’inizio di articoli e sostantivi che secondo me, per sentirle, prima di scriverle, bisogna pronunciarle come nel parlare normale. Es.: el in el m’äa ciamäa , diventa ‘l in lüu ‘l mäa ciamäa. Cioè si da precedere un apostrofo all’articolo o al nome.
Come si vede anche nelle due frasi scritte, nel nostro parlare, spesso le vocali finali si allungano, strascicando leggermente la voce e allora, a mio giudizio, vanno scritte doppie. Quando hanno una grafia speciale come la ä, la seconda a si può scrivere normalmente.
Comunque, penso che, quando si scrive, bisogna sempre, prima, pensare in talamùn la frase che si vuole riportare scritta.
Ci sono poi gli accenti tonici, cioè quegli accenti che ci fanno capire dove cade la voce nella pronuncia di una parola. In certi casi, è opportuno metterli, perchè la nostra pronuncia è diversa da altri dialetti. Un esempio è la e di curtél, ciapél, fradél…, che noi pronunciamo stretta, quindi con l’accento acuto, mentre negli altri dialetti, di solito, è aperta e si scrive con l’accento grave: curtèl, ciapèl, fradèl…
Abbiamo poi gli articoli che sono diversi da altre parlate: ul (il), el (le), ii (i e gli).
Ora non voglio dilungarmi in una esposizione che, capisco, può sembrare e diventare noiosa e quindi chiudo ritenendo di aver detto abbastanza nella speranza di suscitare un interesse sempre maggiore per la nostra parlata unica e, per noi, così bella.
Ovviamente si accettano altri interventi sul tema, che possano arricchire il discorso.

 

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La chiesa parrocchiale di Talamona

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SOLIDARIETA’, DIVERTIMENTO E …GIOIA!

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                                                   TALAMONA 21 giugno 2014 grande successo per la festa del “Gnocco fritto”
UNA GIORNATA ALL’INSEGNA DELLA SOLIDARIETA’ E DEL DIVERTIMENTO
SI CONCLUDE CON QUESTA GIORNATA UN’ALTRA FECONDA STAGIONE DI ATTIVITA’ PER IL GRUPPO DELLA GIOIA
Un successo senza precedenti quello che ha salutato quest’oggi la sesta edizione della festa dello gnocco fritto che, come ogni anno presso il tendone della palestra comunale, chiude in bellezza la sempre intensa stagione di attività del Gruppo della Gioia, attivo nel campo della lotta contro il disagio sociale. Una festa caratterizzata da una nutrita partecipazione popolare, allietata da giochi gonfiabili per i bambini, musica dal vivo ma soprattutto dall’attrazione culinaria principale, “il gnocco fritto” appunto, un piatto che una componente del Gruppo della Gioia ha importato dall’Emilia Romagna e che ogni anno si conferma apprezzatissimo dai talamonesi che hanno avuto la possibilità di comprarlo anche da asporto. Una festa alla quale il Gruppo della Gioia tiene particolarmente in quanto le offerte raccolte nell’ambito della giornata costituiscono un introito essenziale in base al quale stabilire nello specifico le attività da portare avanti, fondamentali per allietare le giornate di tanti talamonesi bisognosi di conforto, compagnia e distrazioni, disabili e anziani, ma anche volte a migliorare il rendimento scolastico degli alunni delle elementari e delle medie con difficoltà attraverso il progetto di assistenza compiti del doposcuola. Una festa che dunque, si spera, possa continuare con successo anche nel corso di molti, moltissimi anni a venire.
Antonella Alemanni e il Gruppo della Gioia

LEGGERE… CHE PASSIONE!

Biblioteca scolastica

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Le biblioteche hanno bisogno dei lettori, e non solo perché i libri senza chi li sfoglia e li ama non hanno senso di esistere, ma anche perché l’anima di una biblioteca è formata da tutti coloro che gli varcano l’ingresso, che si soffermano un’attimo a prendere un libro, che si scambiano opinioni, riflessioni, contribuendo così a diffondere il messaggio della biblioteca, a volte “nascosto”dentro i libri: un luogo per eccellenza di cultura, di incontro, di crescita insieme.

L’anno scolastico appena concluso ha visto impegnati nel progetto culturale “LEGGERE…CHE PASSIONE!”, volto alla “scoperta” della biblioteca, la classe quarta elementare dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni” di Talamona. Ecco alcuni dei titoli di questi laboratori: La carta fatta in casa, Il mio libro nascondiglio, Anima di carta, Sono bibliotecario. In conclusione del progetto, abbiamo raccolto le testimonianze dei bambini della classe quarta in merito a quello che ha significato per ogni uno di loro questa esperienza.

                                                                                                                La biblioteca è…
La nostra biblioteca è situata a Talamona, in provincia di Sondrio. In questa biblioteca si possono trovare libri interessanti e divertenti, anche per i più anziani.
A noi piace stare in questa biblioteca perché è molto divertente imparare a leggere certi libri molto istruttivi anche per prepararsi per le verifiche. Vi consigliamo di leggere molto libri perché possono trascinarvi in un’avventura magnifica che ricorderete per tutta la vita. 
                                                                                                                                                                                     Giulia Motta, Giulia Piazza, Angelica Valsecchi

Quest’anno scolastico abbiamo avuto la fortuna di andare in Biblioteca con il volontario per la cultura Lucica. I primi giorni ci siamo conosciuti e abbiamo preso in prestito i libri; dopo alcune settimane invece abbiamo iniziato vari progetti molto divertenti e utili. Il progetto che preferiamo è “IL LIBRO DA COSTRUIRE”, ma ci è piaciuto anche fare il laboratorio “LA CARTA FATTA IN CASA”.
Consigliamo ai nostri coetanei di venire in Biblioteca e leggere i molti libri che contiene. 
                                                                                                                                               Alessia Colombini, Melissa Mariani, Sarah Acquistapace Bertolini

 

                                                                                                                        L’anno dei libri
E’ stato molto bello in quest’ anno scolastico andare in biblioteca una o due volte al mese. E’ stato molto interessante fare i laboratori come “La carta fatta in casa”,” Il libro nascondiglio” e “Il nostro libro”. Poi qualche volta i bibliotecari siamo stati noi: abbiamo messo i libri nel giusto ordine sugli scaffali seguendo i simboli che sono diversi a seconda della tipologia di libri. 
                                                                                                                                                                         Giosuè Sassella, Michele Gusmeroli, Tommaso Maffia

 

                                                                                                                   I libri fanno storia
Ci è piaciuto venire in Biblioteca, perché i libri contengono storie e argomenti molto interessanti e anche perché servono per studiare. Noi vi consigliamo di venire qui, ci sono libri per tutti, grandi e piccoli, di paura e di cose inventate e molti altri libri.
Qui, c’è il gusto della scelta fra tantissimi libri. Abbiamo fatto anche alcuni laboratori: “La carta-come si fa?” , “Il libro nascondiglio”, e con la carta abbiamo costruito dei libri…e tanti altri ancora! 
                                                                                                                                                                                                                     Sara Falcetti, Leonardo Bulanti

 

                                                                                                                                   I libri
In quest’anno scolastico la maestra Flavia ci ha fatto conoscere la Biblioteca portandoci una volta ogni tre settimane. In questi giorni ci ha aiutato Lucica, che ci ha fornito delle tessere per poter ordinare i libri e scoprire novità interessanti.
Abbiamo scoperto perché la Biblioteca è utile e che dobbiamo farla conoscere agli altri in modo che possano vivere nuove avventure fantastiche e imparare nuove informazioni.
I nostri libri preferiti sono stati: “Lupo chi sei”, “La gatta magica” e “Un cucciolo da salvare”. Abbiamo vissuto un’esperienza fantastica! 
                                                                                                                                                                                                   Elisa Bonetti, Alice Papoli, Anita Ciaponi

Quest’anno abbiamo cambiato il sistema del prestito dei libri, non lo abbiamo più fatto a scuola ma siamo venuti in biblioteca, abbiamo conosciuto Lucica, la nostra guida. Ci ha insegnato tutti i simboli dei libri; con lei abbiamo fatto molti laboratori: “La carta fatta in casa”, “Il libro nascondiglio”, “Sono bibliotecario”, e poi abbiamo anche scritto noi un libro: il nostro si intitola “La nonnina con il porto d’armi”.
Ci è piaciuto venire in biblioteca, vi consigliamo di venire qui, poi c’è anche l’Internet! 
                                                                                                                                                                                                                           Fabio Bulanti, Dennis Callina

 

Che bello venire in biblioteca e poter leggere molti libri! Abbiamo gradito i vari laboratori, tra cui quello della “Carta fatta in casa”. C’è piaciuto stare in Biblioteca a riordinare gli scaffali durante il progetto “Leggere che passione”. I nostri libri preferiti sono stati: “Il grande libro dei dinosauri”, “Sandokan”, “Parlo subito inglese”, “Il quarto viaggio nel regno della fantasia”.
                                                                                                                                                                          Luca Lombardi, Giorgio Bertolini, Giovanni Popescu

 

Quest’anno in biblioteca abbiamo imparato che i libri sono molto belli da leggere, fanno imparare cose nuove. Ci sono tanti tipi di libri: di avventure, di cose paurose, di astronomia, di fiabe ecc…In biblioteca abbiamo imparato a fare la carta riciclata, abbiamo visto una mostra del legno, abbiamo riordinato gli scafali, abbiamo fatto un libro nuovo e preso in prestito altri per leggerli a casa. In biblioteca si può anche studiare. E’ stato bellissimo, vorremmo farlo anche l’anno prossimo, perché leggere è bellissimo! 
                                                                                                                                                                       Simone Petrelli, Alan Colombini, Francesco Simonetta

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foto di gruppo: Classe Quarta Elementare, Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Talamona

galleria immagini laboratori in biblioteca

LA COSTITUZIONE DEL CONSORZIO DEI PREMESTINI (seconda parte)

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foto:Val Lunga dal Dos Tachèr  

                                                                             Guido Combi (GISM)

Solo nell’800 appare costituito il consorzio dei Premestini come gruppo chiuso, comprendente unicamente gli abitanti della Val Lunga, o meglio, i discendenti delle famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617. Questa “chiusura” trova la sua ragion d’essere nelle vicende che interessarono Tartano nel ‘700.

Già da quest’epoca, sia Campo che Tartano si erano di fatto rese ormai completamente indipendenti da Talamona, anche se il distacco non era stato dichiarato formalmente.

Nel 1816 i due paesi si unirono fra loro e, successivamente, con dispaccio governativo del 21 dicembre 1831, venne decretata la separazione di essi dal comune di Talamona, con la conseguente formazione del comune di Campo Tartano comprendente la Val Lunga, la Val Corta e Campo. Solo nel 1845 venne però approvata la divisione dell’estimo, realizzata nel 1850.

A questo punto parrebbe evidente l’operatività della clausola di reversibilità contenuta nell’atto del 1556 per la quale, nel caso di separazione del comune di Tartano da Talamona, i Premestini avrebbero dovuto tornare allo stesso comune di Tartano, ora divenuto, dopo l’unione con Campo, comune di Campo Tartano. Tuttavia, come risulta dal documento divisionale, fra i terreni appartenenti al comune di Talamona, oggetto di divisione, non sono compresi i Premestini, neppure elencati nei beni del nuovo comune di Campo Tartano.

I Premestini risultano invece intestati a “Gusmeroli consorti di Val Lunga” (probabilmente deve intendersi “Gusmeroli e consorti di Val Lunga”. La particolare indicazione del cognome Gusmeroli  è dovuta al fatto che la maggior parte dei consorti ha questo cognome poiché proviene dalla stessa famiglia d’origine), tenuti a corrispondere al comune, per il godimento di essi, L. 63.46.

La spiegazione di questo fatto va ricercata di nuovo nel tentativo di evitare che i beni Premestini, in quanto beni del comune, fossero utilizzati da tutti gli abitanti, compresi quelli di Campo e della Val Corta. Per conservare l’esclusiva titolarità dei terreni di loro appartenenza, nel ‘500, ma forse anche in epoche anteriori, gli abitanti dell’antico colondello formarono  appunto l’ente denominato dei “consorti di Val Lunga”. E’ dunque intervenuto un mutamento nella condizione giuridica di tali beni, passati da beni pubblici a beni privati.

Con tutta probabilità, l’ente in parola ebbe un’origine spontanea, inizialmente non formalizzata; non esiste infatti alcun atto di fondazione del consorzio. Successivamente, in coincidenza con l’emanazione delle leggi austriache sfavorevoli alla proprietà collettiva e con l’atteggiamento ostile dell’amministrazione comunale, i membri avvertirono l’esigenza di dare un fondamento giuridico al consorzio come ente chiuso, in modo da legittimarlo.

Fu utilizzato a tal scopo, con un’abile interpretazione, l’atto di stipulazione dell’enfiteusi del 1617.

Di fronte infatti alle pretese del comune che vantava diritti di proprietà sui beni consorziali, proclamandosi successore dell’antico comune di Val Lunga, poi colondello, i consorti sostennero che l’enfiteusi fu concessa non al colondello come persona giuridica, ma a tutti gli abitanti di esso “uti singuli”. Per provarlo, addussero il fatto che a costituire l’enfiteusi fossero intervenuti Antonio Caneva, Michele Mazzolini, Antonio Cavazzi e Giovanni Pietro Gusmeroli non quali consiglieri e sindaci del colondello, ma quali mandatari e procuratori degli uomini di Val Lunga. Per questo solo i discendenti delle famiglie abitanti la Val Lunga nel 1617 potevano vantare dei diritti sui Premestini, divenuti ormai loro patrimonio indiviso. Su di esso i membri del consorzio esercitavano dei diritti come se ne fossero i proprietari; sono documentati infatti i tentativi del comune di impedire il taglio di legname nei boschi Premestini.

 

Gli statuti di consorzio

 

Nel 1860, con rogito Mariani, “gli abitanti e uomini della Vallunga e dei colondelli del Corsuolo, dei Gavazzi, della Fracia e della Ceva, tutti consorti utilisti proprietari dei fondi detti i Premestini della Vallunga di Tartano, fondi che ora sono a boschi, pascoli e zerbi, zappativi e ceppo nudo, intestati in censo ai sottoscriti e loro ascendenti” redassero uno statuto “stando che detti fondi si godono in comunione e senza regole specifiche”.

Dal tenore dello statuto si comprende che numerose liti sorgevano nei rapporti tra i consorti per il taglio delle piante, ma soprattutto per il pagamento delle imposte cui ogni consorte doveva contribuire.

Con lo statuto “venne creata una amministrazione con il compito prevalente di autorizzare il taglio di piante di alto fusto e riscuotere un tenue corrispettivo che andasse a costituire un fondo per il pagamento delle imposte, del salario alla guardia boschiva e delle spese di amministrazione”.

In questo modo fu, in un certo senso, codificata la comunione fra i consorti e la proprietà dei Premestini, con piena facoltà di alienarli e di escluderne i terzi dal godimento.

Nel 1868, i consorti, giovandosi della legge 24 gennaio 1864 n. 1636, affrancarono il canone, dichiarando nel relativo rogito che, per effetto di tale affrancazione, “intendevano e volevano essere liberi e sciolti da obbligo per qualsiasi titolo verso il comune di Campo Tartano e pieni ed assoluti proprietari de beni in discorso”.

Lo statuto del 1860 subì tre modifiche, rispettivamente nel 1891, nel 1898 e nel 1924. Non vi furono tuttavia sensibili mutamenti, sia per quanto riguarda la gestione dei beni comuni, che la struttura amministrativa del consorzio.

Dalle modifiche di alcune norme, o da aggiunte, si possono dedurre quali fossero i principali problemi che il consorzio stesso si trovava ad affrontare.

L’intento fondamentale  è sempre quello di garantire l’utilizzazione del patrimonio consorziale a favore di tutti gli aventi diritto, prevenendo possibili usurpazioni sia da parte dei consorti che da parte di estranei. E’ interessante a tal proposito notare che il consorzio assume le stesse funzioni del comune rispetto ai beni che gli appartengono ed anche ai rapporti con i membri dell’ente. Vi è corrispondentemente una marcata analogia fra le norme degli statuti comunali in materia e quelle degli statuti consorziali in esame. Il parallelismo risulta ancor più evidente se si considera che sui Premestini i consorti, senza necessità di autorizzazione da parte dell’amministrazione, potevano esercitare dei diritti che erano in tutto e per tutto simili a quelli di uso civico che gli abitanti del comune esercitavano sui beni di questo.

Se, come si è già rilevato, lo statuto del 1860 era stato redatto soprattutto per sopperire all’inadempienza dei consorti relativamente alle imposte prediali, quello successivo del 1891 si dilunga sulla organizzazione amministrativa del consorzio, prevedendo specifiche modalità di convocazione dell’assemblea, fissando maggioranze speciali per deliberazioni relative a determinate materie, contemplando la possibilità di delega a favore di un altro consorte, ecc.

La modifica del 1898 è limitata all’aggiunta di tre capoversi all’art. 1 del precedente statuto con la quale, evidentemente con la preoccupazione ancora di conservare l’integrità dei beni, impedendo eventuali usurpazioni, si stabilirono dettagliatamente i compiti della guardia boschiva, consistenti nel denunciare le violazioni allo statuto ed applicare le corrispondenti contravvenzioni.

 

I conflitti fra i membri del consorzio e gli altri abitanti del comune. I conflitti fra il consorzio e l’amministrazione comunale.

 

E’ fuor di dubbio che il possesso dei consorti non doveva essere pacifico.

I consorti, titolari dei Premestini, godevano di una posizione privilegiata rispetto agli altri abitanti del comune di Campo Tartano, poiché, oltre ad avere i benefici che derivavano dal possesso dei pascoli utilizzati in comune, erano i soli contadini della Valle ad avere un utile in denaro, senza dover prestare alcuna opera, per la vendita di legname deliberata dall’amministrazione e per l’affitto dell’Alpe Gavedo, compresa nei Premestini. Tale denaro costituiva dunque un’eccedenza rispetto al consueto reddito familiare ed assumeva una rilevanza notevole in relazione alla economia contadina di montagna.

E’ dunque comprensibile che questo stato di fatto generasse fortissime rivalità tra gli abitanti del comune di Campo Tartano, che erano esclusi dal godimento dei Premestini, e i consorti di Val Lunga, rivalità che spesso sfociavano in reciproci danneggiamenti nello svolgimento della vita comunale. Il contrasto contrapponeva in particolare la Val Lunga alla Val Corta, e Tartano a Campo, dando luogo ad un acceso campanilismo che impediva ogni pacifico rapporto fra gli abitanti delle due frazioni; ancora all’inizio del secolo erano rarissimi i matrimoni tra gli appartenenti alle comunità rivali.

Per quanto riguarda il possesso esclusivo dei Premestini da parte degli uomini di Val Lunga, era opinione diffusa negli abitanti di Campo e della Val Corta che rappresentasse un abuso, poiché i beni avrebbero dovuto spettare al comune ed essere amministrati come gli altri beni comunali senza privilegio alcuno.

I contrasti delineati si fecero più accesi nel 1899, quando il Prefetto di Sondrio, Hoffer, la cui attenzione sui beni Premestini venne richiamata dalla domanda di autorizzazione ad un taglio di piante, ritenne tali beni appartenenti al comune e non agli abitanti di Val Lunga, che ne godevano “uti singuli”. Il Prefetto, sostituendosi al consiglio comunale di Tartano, deliberò di rivendicare in nome di esso i beni Premestini ed ordinò che venissero nominati tre commissari per rappresentare la frazione di Val Lunga. Nel frattempo, gli successe il Prefetto Giustiniani, il quale, in luogo di far nominare i tre commissari, nominò a rappresentarlo il segretario Triantafilis. Questo chiese agli amministratori dei Premestini la consegna dei beni ed il resoconto dell’amministrazione. In seguito al loro rifiuto, ottenne dal Prefetto un ordine di sequestro dei documenti riguardanti il consorzio che tuttavia non poté avere esecuzione per l’opposizione dei consorti. In conseguenza del rifiuto di eseguire l’ordine del Prefetto, vennero denunciati dalle autorità dodici contadini di Val Lunga, processati per oltraggio e resistenza alla pubblica autorità e condannati. L’esito della causa accentuò i contrasti fra i consorti e l’amministrazione comunale.

Nel 1904 fu il comune a rivendicare la proprietà dei beni Premestini, promuovendo una causa contro i consorti.

La sentenza fu però favorevole a questi ultimi, ed accolse le ragioni dell’avvocato Merizzi, il quale sostenne che i beni menzionati appartenevano anticamente alla vicinanza di Val Lunga ed erano poi passati al comune politico con l’aggravio degli usi civici a favore di tutti gli abitanti. Il difensore dei consorti sostenne che poi con l’investitura livellare e l’affrancazione del livello, solo i discendenti degli antichi originari che avevano affrancato il canone fossero divenuti assoluti proprietari e risultasse così estinto l’uso civico.

Le controversie tuttavia non erano destinate a sopirsi e si riacutizzarono in seguito alla decisione del comune di trasferire il municipio da Campo a Tartano; la notte antecedente il trasferimento venne dato fuoco all’archivio comunale.

La rivalità tra i due paesi permarrà anche dopo che la causa della controversia, il godimento dei Premestini, avrà di fatto perso importanza. E ciò avvenne in seguito al decreto 22 maggio 1924 n. 751 per il riordinamento degli usi civici, convertito nella legge 16 giugno 1927 n. 1766.

Sulla base della legge citata, il Commissariato usi civici della Lombardia, con decreto 13 gennaio 1939, “dichiara che i cosiddetti Beni Premestini che hanno formato oggetto del rogito Camozzi del 13 giugno 1617 e di cui allo statuto 28 aprile 1924 (rogito Lavizzari), non costituiscono né una comunione di carattere meramente privato governata dal codice civile, né un’associazione agraria, né una proprietà puramente patrimoniale e quindi non gravata di usi civici della Frazione di Valle Lunga, ma il demanio civico della Frazione stessa”.

All’epoca dell’emanazione del decreto l’importanza economica di questi beni era ormai grandemente scemata, sia perchè troppi risultavano essere i beneficiari rispetto al valore dei beni stessi, sia per il miglioramento generale delle condizioni economiche dovuto soprattutto all’emigrazione, sia per il sopravvivere di norme restrittive volte a tutelare il patrimonio boschivo. Tuttavia, ancora negli anni 50 del 1900, l’amministrazione del divenuto demanio civico frazionale volle ricordare con una lapide, che avrebbe dovuto essere murata sul piccolo edificio scolastico, da poco costruito con i fondi del demanio stesso in Val Lunga, l’esito favorevole della causa promossa dal comune contro il consorzio nel 1904. Non essendoci ancora la strada carrozzabile, la lapide fu trasportata fino alla contrada Dosso con il carrello della società idroelettrica Comacina, per poi essere trasferita a spalle fino a Tartano il giorno seguente.

Durante la notte venne però ridotta in frantumi da ignoti e non fu più rinnovata.

 

Note

(1) -La Val Tartano è una valle sospesa delle Orobie situata nella bassa Valtellina, percorsa dal torrente Tartano. Essa comprende due paesi: Campo e Tartano. Il bacino si divide in prossimità del paese di Tartano in due sub-bacini: quello di Val Lunga e quello di Val Corta; le due valli terminano con le testate che le separano dalla Val Brembana. La sponda destra della Val Lunga è prativa fino all’altezza di circa 1300-1400 metri s.m.; da qui inizia una fascia di lariceto ad andamento irregolare, intramezzato da roccia, fino a 1500-1600 metri s.m. dove cominciano gli alpeggi. Sulla sponda sinistra prevale il bosco di abete rosso all’inizio della valle, soppiantato quasi del tutto verso la testata dal larice; anche qui al di sopra del bosco si trovano gli alpeggi. La Val Corta è prativa e coperta di bosco di abete rosso. E. Bassi, “La Valtellina. Guida illustrata”. Monza 1927, pagg. 96, 97.

(2) -Il termine “premestino”  è molto diffuso nei territori montani, non solo della Valtellina, e trae origine quasi sicuramente dalla caratteristica dei luoghi che designa: quella di essere pascoli di mezza montagna, quindi utilizzati prima dell’estate; da qui primaestivum da cui poi i vari derivati. In un documento del 30.12.1555 è citato un pascolo “quod appellatur Premestinum” di proprietà del Comune di Campo. Questo termine è richiamato spesso anche negli Statuti di Talamona del 1525.

3) –Accola: canone annuo, esistente solo in Valtellina, versato da privati, anche estranei alla vicinìa, ai quali venivano concessi i beni comunali in affitto, locazione o enfiteusi.

Contratti similari erano:

a)  l’ enfiteusi: diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, secondo il quale il titolare (enfiteuta) ha la facoltà di godimento pieno sul fondo stesso, ma deve migliorarlo e pagare al proprietario un canone annuo in derrate o in denaro;

b)  Il livello: contratto agrario in uso nel Medioevo, cessato nel 1800, è simile all’ enfiteusi e poteva essere fatto anche per abitazioni oltre che per terreni. Era molto usato per le proprietà di monasteri e dalla Chiesa.

 

BIBLIOGRAFIA: Simona Tachimiri: Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina. Tesi di laurea – Anno accademico 1985-86.

“OH,VANA GLORIA…”

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23 maggio, ore 21.00 in Auditorium delle scuole medie “G.Gavazzeni” di Talamona, un spettacolo inedito messo in scena dal gruppo letterario “Fontana vivace”

Fontana vivace” (una delle tante lodi con le quali San Bernardo si rivolge alla Vergine nella supplica di accompagnamento di Dante alla visione beatifica di Dio nel XXXIII canto del Paradiso) è il nome del gruppo letterario nato ad Ardenno tre anni fa. Persegue l’obiettivo di togliere dagli scaffali delle biblioteche i grandi poeti e scrittori per portarli nelle piazze tra la gente, consapevoli che anche ” l’alta” poesia e “l’alta” letteratura possono essere affascinanti e attuali.

Da tre anni il gruppo si cimenta nell’affrontare la Divina Commedia, mediante l’utilizzo di strumenti linguistici diversi: dalle parole all’immagine, alla musica, sempre nell’ottica di una migliore fruibilità. Il progetto ha trovato un buon consenso nel pubblico ed è stato “esportato” a Talamona e a Delebio.”

 

 

 

TALAMONA , serata di approfondimento su Dante e la Divina Commedia

OH, VANA GLORIA…

IL RITORNO DEL GRUPPO FONTANA VIVACE CHE ATTRAVERSO LETTURE E COMMENTI DEGLI IMMORTALI VERSI DANTESCHI PROPONE STIMOLANTI SPUNTI DI RIFLESSIONE VALIDI IN OGNI EPOCA 

Dopo il grande successo dello scorso anno, questa sera all’auditorium delle scuole medie alle ore 21 di nuovo di scena FONTANA VIVACE, un gruppo di persone accomunate dalla passione per Dante e i versi immortali della Divina Commedia nonché dalla voglia di far conoscere e apprezzare a più persone possibile questo grande patrimonio artistico e culturale attraverso un linguaggio scorrevole e interattivo che utilizza la musica e le nuove tecnologie che tolgono a Dante e alla sua opera la polvere dei secoli per restituirceli più che mai vivi e vibranti. Molto spesso si è sentito dire, nel corso di questi anni difficili di crisi che, ora che l’Italia sta attraversando un momento difficile in cui sembra sempre più un Paese alla deriva, è proprio questo il momento di sottolineare e valorizzare al meglio le nostre eccellenze, quelle che ci hanno resi conosciuti e apprezzati in tutto il Mondo. Tra queste eccellenze la punta di diamante è sicuramente Dante, un po’ anche l’ospite d’onore di questa serata come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca nella sua introduzione. “Dante è una presenza nota a chiunque si sia seduto su un banco di scuola” ha proseguito l’assessore dopo aver fatto le presentazioni “e chiunque lo abbia studiato almeno un po’ sa che è molto difficile da capire e da apprezzare. Il gruppo FONTANA VIVACE, attivo ormai da tre anni, si propone proprio di capire la profondità di Dante e di coglierne l’estrema grandezza che fa si che i suoi versi continuino tuttora a risultare di sconcertante attualità” soprattutto la tematica di questa sera, i vizi, sembra giungere dal passato per parlarci di noi ora, in questo preciso momento storico.

Il vizio

Dal latino, vitium, cioè difetto imperfezione, è un’abitudine inveterata e una pratica costante di cio che è male. Seneca disse che “vivere militare est”. La Bibbia sostiene che la vita dell’uomo sulla Terra è una milizia, una continua lotta morale tra il bene e il male. La scelta di approfondire nel corso della serata in particolar modo la superbia, madre di ogni male, e l’invidia, sorella sibillina e malevola, nasce dalla consapevolezza di quanto esse siano vive, vispe e prepotentemente operanti in noi e nel nostro contesto socio-politico-economico. Ci sono momenti, nelle nostre giornate, in cui a farla da padrone, per motivi diversi, sono questi due vizi che suscitano, spesso in forma inconsapevole, moti lontani dalla stima e dalla valorizzazione dell’altro per cio che è. Ancora una volta Dante ha colpito nel segno con la maestria e la magica abilità poetica che lo contraddistingue ci immerge in questo Mondo vizioso tanto vero quanto deprecabile eppure così umano.

Canto I del purgatorio: lettura collettiva e commento della professoressa Valentina Alessandrini

Il Sommo Poeta dopo aver attraversato tutto il regno dell’Inferno giunge ora nel Purgatorio insieme alla sua guida Virgilio il Sommo Poeta della latinità trovandosi ad affrontare un’esperienza nuova, completamente diversa da quella precedente. Il Purgatorio è più che mai un’invenzione dantesca in quanto, dal punto di vista teologico, l’esistenza di un vero e proprio locus purgatorium era stata oggetto di lunghe discussioni. Solo nel 1254 cioè pochi anni prima della Divina Commedia c’era stato un pronunciamento autorevole da parte di Papa Innocenzo IV che in una lettera affermò l’esistenza del Purgatorio, ne aveva sostenuto l’esistenza rifacendosi alla tradizione cristiana. Ma è proprio da questa tradizione cristiana che Dante si stacca perché la tradizione cristiana poneva il Purgatorio in un luogo vicino all’Inferno, in un luogo altrettanto sotterraneo. Dante trasforma completamente questa collocazione sia in senso topografico che in senso morale, infatti per Dante il Purgatorio è una grande montagna che si libra verso il cielo ed è il calco perfetto dell’Inferno in cui vengono replicati i peccati però in una successione inversa qui dai più gravi ai più lievi. Dunque perché, se i peccati sono gli stessi, li si incontra due volte sia nell’Inferno che nel Purgatorio? In realtà c’è una sostanziale differenza e consiste nel fatto che mentre all’Inferno il peccato non ha possibilità di riscatto infatti il peccatore è un dannato, nel Purgatorio si ha invece la presenza delle anime che in punto di morte si sono pentite dei peccati commessi nel corso della vita e hanno dunque ottenuto la possibilità di redimersi attraverso un percorso che le avvicinerà gradualmente alla beatitudine del Paradiso. Il pentimento è infatti il primo passo di un processo interiore e psicologico che, soprattutto in ambito moderno, nell’ambito delle analisi psicologiche e psicoanalitiche, è possibile apprezzare e capire maggiormente riferendosi alla grande modernità dell’intuizione dantesca. Dante inventa il Purgatorio come un lungo e faticoso processo di terapia, di guarigione spirituale e psicologica perché non basta pentirsi esiste anche dentro la psiche una durata confusa all’interno della quale vengono prese le decisioni morali più importanti, più drastiche e spesso queste decisioni in quella confusione hanno bisogno di essere coltivate e rafforzate per entrare poi a far parte a tutti gli effetti del vissuto in modo che ci si possa riconciliare con esse. Il Purgatorio quindi è la dimensione, il luogo in cui, le anime dei peccatori rivivono e ripensano ai loro sbagli, ai loro peccati, al loro passato, soffrono le conseguenze dei loro peccati però per disfarsene una volta per tutte. Da questo punto di vista c’è addirittura qualche commentatore di Dante che sostiene che il Purgatorio sia una sorta di ergastolo senza speranza. In realtà sarebbe più corretto assimilare la visione dantesca del Purgatorio ad una sorta di casa di correzione o a uno studio di psicoterapia dove si lavora per la riabilitazione morale, per il recupero morale e psicologico. Infatti non a caso le anime del Purgatorio non sono stanziali bensì in itinere per raggiungere la meta finale che è la visione beatifica di Dio. Il primo canto si apre proprio con la metafora della navicella che si eleva attraversando le acque. Una nuova avventura una navigazione all’aria aperta dell’anima col solo sostegno delle qualità personali che da una sensazione di libertà, respiro, freschezza in un paesaggio che Dante descrive aperto sull’oceano sovrastato dall’immensità del cielo azzurro e trasparente illuminato dal bagliore di quattro stelle di una costellazione australe. All’interno di questo paesaggio Venere che vela col suo fulgore la costellazione dei Pesci. Nell’insieme, questo paesaggio che apre la cantica del Purgatorio, rappresenta la metafora dell’alba di un nuovo giorno, l’alba di un Mondo nuovo, sicuramente un’esperienza totalmente diversa dall’esperienza di sofferenza dell’Inferno.

La superbia: citazioni famose

Uno spirito presiede le leggi dell’universo, uno spirito di gran lunga superiore a quello dell’uomo e di fronte al quale noi, coi nostri poteri limitati, dobbiamo fare professione di umiltà  (Einstein)

Meglio essere umiliati con i mansueti che spartire la preda con i superbi (Proverbi 16, 19)

Vanità delle vanità tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il Sole   (Quelum figlio di Davide re di Gerusalemme 1,1)

Canto XI del Purgatorio: prima parte del commento    

Siamo nella prima cornice del Purgatorio, i penitenti sono superbi. Nel canto precedente l’immagine conclusiva vedeva i superbi come schiacciati, contratti sotto dei massi enormi simili a delle cariatidi che si devono muovere portando questo enorme peso piangendo, spremendo lacrime di disperazione dagli occhi. In questa posizione tutti sembravano dire “non ce la faccio più”. Se nel canto X i superbi venivano lasciati in sospeso con questa immagine, questa descrizione della loro condizione, nell’XI il racconto prosegue, ma non , come ci si potrebbe aspettare, in modo violento. Quanto poteva esserci e poteva essere raccontato di violento della violenza tutto sommato fisica che questi penitenti subiscono si esaurisce nella descrizione del canto precedente e viene qui alleggerita nell’esordio di questo canto che in realtà trasforma questa folla di penitenti, sicuramente castigati, in una comunità di oranti. Infatti il canto si apre con la recita del Padre Nostro come a voler dire che la pena è sublimata in preghiera e la sofferenza fisica viene quasi riscattata e ricondotta  al suo valore di terapia e riabilitazione cui si accennava prima. Nel Purgatorio si incontrano spesso personaggi che cantano e pregano molto spesso le anime cantano il miserere, il te deum eccetera. Così come nella liturgia nei rituali vengono scandite le varie fasi della giornata, vengono recitati i salmi, le liriche, allo stesso modo le anime del Purgatorio sembrano seguire una sorta di spartito spirituale che formato di musica e di canto nonché di profonda preghiera, per cui nel Purgatorio emerge una colonna sonora completamente diversa dalla cacofonia infernale, dall’oscurità, dalle tenebre. In questo canto è necessario ricordare ancora che è fondamentale la rieducazione, la terapia, l’uscire dalla propria colpa e quindi poter essere redenti per il Paradiso. Dunque il canto viene introdotto da una preghiera, una preghiera corale, la prima preghiera vera e propria che troviamo nel poema ed è l’unica preghiera che Gesù in persona ha insegnato agli uomini come sostenuto nel vangelo secondo Matteo capitolo 6 versetto 9, una preghiera di grande umiltà la preghiera che Dante rivolge egli stesso a Dio in quanto si considera estremamente superbo. Dante fa recitare la preghiera al coro dei superbi in volgare, non in latino e non si limita solo a tradurla, ma ad ogni versetto fa seguire un’interpolazione cioè una spiegazione, una chiarificazione, utilizza e applica proprio la tecnica, già usata da Sant’Agostino e dai padri della Chiesa secondo appunto questa modalità dell’esposizione prima e della spiegazione dopo. Dunque Dante il Padre Nostro lo traduce e lo spiega. Spiega che Dio sta nel cielo e che dunque non risiede in uno spazio delimitato sia esso uno spazio fisico o lo spazio del pensiero, egli sta ovunque e da nessuna parte perché è infinito. Laudato sia il tuo nome intendendo con questo al concetto della Trinità, la lode va tributata alla potenza di Dio. Questo recitano le anime dei superbi schiacciate dai massi, anime che si umiliano che nella recita di questa preghiera infondono una continua richiesta di soccorso, di aiuto divino vegna per noi la pace del tuo regno, dunque la pace non vista come conquista personale, ma come dono di Dio, una pace che queste anime da sole non riescono ad ottenere, a raggiungere, a costruire, dacci oggi la quotidiana manna, il cibo spirituale che è necessario per affrontare  le tentazioni e per andare avanti per questo cammino di redenzione, un cammino di affanno, rimetti a noi i nostri debiti, perché il merito la generosità non sono sufficienti a colmare il debito che si ha verso Dio, perché troppo fragile è l’anima troppa la fatica di fare il bene e di essere migliori e troppo viene messa alla prova anche per via delle continue tentazioni del demonio. Anche questa una profonda richiesta di soccorso che le anime rivolgono non tanto per esse stesse, ma per coloro che ancora vivono e che dunque sono maggiormente esposti alle insidie ai peccati alle tentazioni e che possono ancora salvarsi dall’essere dannati e dal dover affrontare una lunga espiazione. Una bellissima espressione del vincolo di carità che continua ad essere presente nelle anime anche se sono ormai staccate dalla dimensione terrena e che porta avanti cio che nella religione cattolica viene chiamata comunione dei santi, questa reciproca relazione tra i vivi e i morti, reciproca richiesta di preghiera. In questo atteggiamento profondo delle anime, Virgilio e Dante intanto procedono e stanno cercando una via, forse la via più veloce, la più corta per salire e continuare a percorrere la montagna del Purgatorio. Virgilio come al solito si preoccupa di trovare la strada da prendere e si rivolge alle anime per chiedere se qualcuna di esse conosce la salita più corta per arrivare alla cornice che sta sopra. Bisogna ricordare che questi penitenti sono sovrastati dai massi con la faccia a terra oppressi tanto da non potersi permettere nessuna gestualità spontanea da non potersi muovere sotto quegli enormi massi per cui quando qualcuno risponde ne Dante ne Virgilio sono in grado di capire chi ha risposto perché esce da questi sassi solo una voce, una voce da sotto i massi. Quanto è sottile la legge del contrappasso, ci comunica Dante: queste anime di questi penitenti così orgogliosi e superbi in vita, per il loro nome, il loro ruolo, le loro ricchezze ora sono ridotti a voce, sono ridotti ad un semplice anonimato, una voce oltretutto difficile da identificare. Quando Dante e Virgilio sentono una voce che risponde loro si avvicinano e la voce cerca di farsi riconoscere in primo luogo per impietosire Dante e per indurlo a pregare per lui. Ed è così che si incontra il primo dei tre personaggi che si incontrano complessivamente nel canto, un personaggio che si mostra in tutta la sua superbia e si dichiara dicendo di essere italiano, latino, nato d’un gran tosco cioè nato da un nobile toscano Guglielmo Aldobrandesco. Il nome del padre si stende come uno stendardo ed occupa un verso intero quasi a dimostrare ancora una punta di superbia che non demorde nemmeno li nel Purgatorio. Questa anima che dichiara il nome di suo padre, ma non il suo continua dicendo di non sapere se il nome del padre è ancora noto a Dante sebbene a suo tempo fosse un nome noto. Alcuni dantisti vedono in questo insistere sul padre di questo personaggio, un’ipercorrezione, un eccesso di modestia. Questo personaggio si presenterà, dichiarerà il suo nome solo dopo aver raccontato la sua storia, la sua nascita da una stirpe nobile la sua crescente arroganza il suo considerarsi superiore al di sopra di tutto e di tutti, una superbia che è in qualche modo collegabile all’alterigia che per molti secoli ha caratterizzato i nobili, il peccato che quest’anima deve espiare, il fatto di considerarsi parte di una sorta di elitè intoccabile al punto da credere quasi di appartenere ad una razza diversa e da mettersi al di sopra di tutti per disprezzare gli altri, una superbia che portò quest’anima ad una morte violenta mentre difendeva il castello di Campagnatico, una morte di cui tutti sanno. Ed è a questo punto che il penitente dichiara il suo nome Omberto. Prima di proseguire col commento a questo punto è stata fatta una piccola didascalia storica su questo personaggio.

Omberto Aldobrandesco

Fu il secondo figlio di messer Guglielmo dell’antica e nobile casata degli Aldobrandeschi, conti di Soana e Pitigliano, un ampio territorio corrispondente all’odierna provincia di Grosseto. Di famiglia Guelfa, mentre l’altro ramo della famiglia, i conti di Santafiora, era di parte ghibellina, continuò la politica di opposizione del padre alla ghibellina Siena anche con l’aiuto dei fiorentini. Omberto ebbe la signoria di Campagnatico nella valle dell’Ombrone grossetano dal quale sortiva per depredare i viandanti e per rappresaglia ai senesi. Morì nel 1259 combattendo valorosamente contro gli eterni nemici che avevano organizzato una spedizione per ucciderlo. Secondo la testimonianza del cronista trecentesco senese Angelo Dei Omberto fu soffocato nel letto da sicari di Siena travestiti da frati.

 

Commento del canto XI del Purgatorio: seconda parte

A questo punto dunque, dopo aver rievocato le sue vicende terrene, Omberto dichiara la sua identità, usando solo il nome e non il cognome probabilmente per umiltà: in segno di modestia rinuncia ora ad usare il nome di famiglia che è stato il suo orgoglio nel corso di tutta la sua vita, in segno di recupero, in segno che è sulla via di redenzione dal suo peccato. Mentre Dante ascolta il racconto di Omberto assume la posizione dei penitenti per farsi riconoscere, per ristabilire un rapporto personale e comincia a camminare curvo esprimendo, con tale atteggiamento, una profonda sollecitudine per l’amico che sta parlando, ma anche perché Dante è consapevole di essere colpevole dello stesso peccato ed è la seconda volta che mette in risalto il suo gesto di superbia. Mentre si abbassa, uno dei penitenti si torce sotto il peso che lo schiacciava. Ed ecco che dante si volge a guardarlo e si rivolge alla sua anima con una esclamazione. Dante ha riconosciuto in quell’anima Oderesi, la gloria di Gubbio e di quell’arte che a Parigi chiamano (o meglio chiamavano a quel tempo) dell’alluminar e cioè l’arte della miniatura. È venuto il momento ora di conoscere meglio anche questo personaggio tramite un’altra didascalia.

Oderesi di Gubbio

Famoso miniatore del tredicesimo secolo nativo di Gubbio in Umbria e operante, secondo alcuni documenti, a Bologna nel 1268 nel 1269 e nel 1271. Secondo il Vasari fu poi a Roma dove morì intorno al 1299. Dante potrebbe averlo conosciuto a Bologna, ma il rapporto tra i due è attestato unicamente da cio che il poeta stesso ci dice. Le opere di Oderesi ci sono ignote così come quelle del suo concorrente Franco Bolognese poiché nessuna miniatura può essere attribuita con certezza all’uno o all’altro, anche se l’arte di Oderesi era forse legata alla corrente tradizionale e allo stile bizantino, mentre quella di franco era più innovativa e aperta agli influssi francesi e alla pittura di Giotto.

Commento al canto XI del Purgatorio: terza parte

Siamo dunque ora passati da un aristocratico ad un artista quindi dall’alterigia di un nobile all’orgoglio di un pittore. Anche Oderesi come Omberto poco prima parla per esibire, per raccontare il suo pentimento. Cio significa avere la capacità di rileggere la propria vicenda al contrario e quindi di avere raggiunto un livello di pentimento. Come Omberto umilia il proprio nome di famiglia Oderesi umilierà la propria arte che Dante ha invece esaltato. Oderesi dice a Dante che l’onore non è più suo ma di Franco Bolognese che furoreggia nel Mondo come giovane maestro dopo essere stato suo rivale in vita, un nuovo artista dunque del quale si hanno pochissime notizie. L’affermazione di Oderesi l’onore è tutto suo (cioè del Bolognese) e mio in parte sta a significare ancora una volta il tentativo di smorzare queste lodi, un tentativo che in parte fallisce perché permane sempre una punta di superbia anche inconsapevole, una superbia, un costante desiderio di eccellenza nel corso della vita del quale Oderesi ha fatto in tempo a pentirsi in punto di morte ed è per questo, egli spiega a Dante, che è riuscito ad avere accesso perlomeno al Purgatorio. Ed è attraverso questa confidenza di Oderesi del suo bruciante desiderio di primeggiare, che Dante propone una riflessione sulla vanità della vita e della gloria, una riflessione che Dante riprende dai testi sapienziali della Bibbia nonché dalla morale stoica antica e che lui stesso medita dicendo oh vana gloria di potere dell’uomo riferita soprattutto ai poteri politici una gloria destinata comunque ad essere effimera sia che venga dal desiderio di dominio dei condottieri e dei signori sia che venga dal desiderio di eccellenza. Un verso di portata storica dunque quello che esprime questo concetto anche perché subito dopo Oderisi dimostra la fragilità della gloria attraverso una serie di esempi che alcuni storici considerano molto importanti perché sembra che qui Oderisi, con questi riferimenti, abbia fondato la storia dell’arte intesa come un processo di capolavori con un susseguirsi di artisti ciascuno dei quali ha evidenziato un aspetto significativo ed ha lasciato un’impronta indelebile. Qualche dantista parla addirittura, riferendosi alle parole di Oderesi, di progresso, cioè afferma che Oderesi abbia introdotto l’idea di progresso, quando cioè Oderesi fa riferimento a Cimabue che credeva di essere un gran maestro nella sua arte finchè non è stato superato da Giotto così come il poeta Guido Guinizzelli venne superato da Guido Cavalcanti a sua volta superato da Dante. I versi che esprimono tutto questo hanno fatto ammattire tanti critici i quali appunto sostenevano quanto fosse disdicevole il fatto che Dante rivendicasse questo primato. In realtà Dante riconosce di essere un superbo, ma è anche ben consapevole, nel momento in cui si dichiara di essere migliore, che un giorno anche lui sarà scavalcato, quindi Dante, nel momento in cui si candida ad essere il successore di Guinizzelli e Cavalcanti già aspetta il suo successore. In questo sta la fondazione della storia dell’arte, sta proprio nell’idea di continuo progresso di artisti che si succedono ogni volta migliori dei loro predecessori. Un critico, Sapegno, sostiene in tal senso che se Dante non avesse citato se stesso, ma solo i due poeti a lui precedenti avrebbe potuto far intendere che solo la gloria di questi due poeti fosse effimera e non la sua indebolendo anziché rafforzando il proprio atto di umiltà, perché il non riconoscere la propria gloria come effimera sarebbe stata una manifestazione di superbia. Nelle successive tre terzine Oderesi continua su questa strada dissertando sulla vana gloria paragonandola al vento che soffia senza una precisa direzione e a seconda di dove soffia prende nomi diversi. Secondo la professoressa Parolini, un’altra dantista, lo scopo di Oderesi con questa affermazione consiste nell’affermare quanto tutto cio che fa parte del mondo, gloria compresa, sia evanescente e che tutti gli individui che vivono sulla terra sono solo attori per un breve momento. A questo punto Oderesi pone un quesito a Dante gli chiede quale fama maggiore pensi di ottenere? Che differenza c’è se muori giovane oppure vecchio se tu confronti la lunghezza della vita da giovane o da vecchio rispetto a mille anni? Dunque il punto di riferimento di Oderisi e anche quello di Dante è il tempo storico, questo tempo che a sua volta risulta essere un nulla di fronte all’eternità. Dante confronta la fama con il tempo, ma quale tempo? Con il tempo della vita, con il tempo della storia e con il tempo delle stelle. Ed è per questo, di fronte a questo che la fama risulta un nulla incalcolabile, perché il vero obiettivo dell’uomo non è la fama che se ne va ma è l’eterno; è questo l’unico obiettivo importante da raggiungere, un principio che Dante condivide con san Tommaso il quale lo esprime nella Summa Teologica con queste parole: solo nella gloria dell’eternità presso Dio dipende la nostra fama e la nostra beatitudine. Dante dunque si rifà a questo. Oderisi nel frattempo, quasi come a volerlo ergere ad esempio del discorso che con Dante sta imbastendo, introduce un terzo personaggio, un politico che fu a suo tempo molto prestigioso, un grande esponente del comune di Siena che aveva dato filo da torcere ai conti di Santafiora al tempo della battaglia di Montapetti, un grande capo ghibellino che fece risuonare tutta la toscana di se dopo trent’anni dalla sua morte non era più nella memoria di nessuno. Questo personaggio è Provenzano Salvani del quale a questo punto è stata letta la didascalia.

Provenzano Salvani   

È stato un condottiero italiano, nobile comandante nipote della nobildonna senese Sapia Salvani con la quale non condivideva le idee politiche. Durante la lotta tra guelfi e ghibellini fu a capo della fazione ghibellina della repubblica di Siena che era maggioritaria in città. Nel 1260 ebbe un ruolo di primo piano nella battaglia di Montapetti dove i senesi, con l’appoggio delle truppe guidate da Farinata degli Uberti, fuoriuscito fiorentino, riuscirono a sconfiggere le truppe guelfe di Firenze. In occasione del convegno di Empoli si scontrò poi duramente con Farinata degli Uberti in quanto propugnava la distruzione di Firenze. Fu nominato podestà di Montepulciano nel 1262 e successivamente cavaliere per poi assumere il titolo di dominus di Siena. Dove sorgeva la sua residenza a Siena e dove, secondo la tradizione, si verificò un miracolo della Vergine fu poi costruita una chiesa che divenne la chiesa della madonna di Provenzano. Trovò la morte nella battaglia di Valdersa del 16-17 giugno 1269 ucciso dal suo nemico personale Regolino Tolomei. La sua testa fu staccata dal corpo e issata su una lancia per essere portata come un trofeo in giro per il campo di battaglia.

Commento al canto XI del Purgatorio: ultima parte

Sarà Oderisi da Gubbio dopo aver parlato di sé a raccontare a Dante anche la vicenda di Provenzano Salvani, la racconterà in terza persona mentre Provenzano non si esprime. Questo permette ad Oderisi di spiegare meglio i meriti di quel penitente che, se avesse invece parlato in prima persona forse sarebbe stato tacciato di maggiore superbia. Dante sa che Provenzano Salvani è morto da poco, di recente e sa che chi è morto da poco e soprattutto si è pentito all’ultimo momento deve stare nell’anti purgatorio e invece Dante trova questo personaggio nella cornice dei superbi così si chiede come mai può accadere questo come mai questo personaggio si trova qui. Tocca a Oderisi ricordare la motivazione per cui Provenzano è giunto li dall’anti purgatorio, raccontare sinteticamente la vicenda. Quando Provenzano Salvani viveva ed era grande, era un politico importante, all’apice della sua gloria, un suo amico cadde prigioniero di Carlo d’Angiò ed egli, superbo com’era, non esitò a mettere da parte ogni vergogna per mettersi a mendicare in piazza del campo a Siena per pagare il riscatto che avrebbe liberato questo suo amico. Dunque si umiliò fece accattonaggio in pubblico e questo in parte lo riscatta, lo trasforma in un grande personaggio, altruista nonostante la sua spiccata superbia. A questo punto Oderisi non prosegue più col racconto e si rivolge a Dante dicendogli, in riferimento al suo esilio, che anche lui presto avrebbe conosciuto l’umiliazione dell’accattonaggio e della mano tesa a chiedere l’elemosina, cose che per Dante costituiscono effettivamente una ferita dolorosa. Dante non chiede ad Oderisi spiegazioni in merito a queste sue osservazioni perché ha già capito tutto, questo è per Dante l’annuncio che egli dovrà vivere l’esilio come una penitenza terrena che si rivelerà durissima, ma che sconterà in parte i suoi peccati. In questo punto del Purgatorio l’esilio di Dante comincia ad assumere una luce nuova, una luce che comunica che a volte l’ingiustizia che gli uomini mettono sulle spalle delle persone deve essere letta come una provvidenziale anticipazione di penitenza già su questa terra. Il tema dell’umiliarsi a chiedere è diametralmente opposto alla superbia, all’arroganza. Ecco come alla fine in questo canto hanno sfilato tre diverse forme di superbia: quella di un nobile che si rifà alle regali origini, alla ricchezza, quella dell’artista che si rifà all’eccellenza e all’ingegno e la superbia del politico inerente al ruolo sociale. Il sunto di questo canto vuole comunicare che questo vizio, la superbia, non fa differenza di persone ma può contagiare chiunque.

Invidia: citazioni famose e riflessioni

È per la passione dell’invidia che il diavolo è diavolo (S. Agostino)

Per l’invidia del diavolo la morte entrò nel Mondo (Sapienza 2,24)

Per invidia Lucifero si ribellò a Dio per invidia Caino commise il primo omicidio, per invidia i figli di Giacobbe vendettero Giuseppe, per invidia Saul più volte minacciò di morte Davide e ancora l’invidia tra Romolo e Remo, tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo. L’invidia che Dante definisce la grande meretrice nel sessantaquattresimo verso del tredicesimo canto dell’Inferno.

Commento al canto XIII del Purgatorio: prima parte

Dopo aver lasciato i superbi, Dante e Virgilio giungono alla seconda cornice quella degli invidiosi. Dopo la superbia il secondo peccato più grave è l’invidia la cui natura verrà descritta in modo chiaro da Dante giocando su un colore uniforme, il grigio: la pietra grigia, il viso grigio, il tutto volto a sottolineare quell’aspetto, quella caratteristica tipica dell’invidioso espressa molto spesso anche sul volto. Anche in questo caso Dante, prima di incontrare le anime, è investito da un apparato acustico- didattico che serve a lui proprio raggiungere, per rientrare in quel programma di rieducazione e di riabilitazione morale cui si accennava all’inizio e che è presente in ogni balzo della montagna del Purgatorio e questa volta c’è questo aspetto acustico rappresentato dal suono di tre voci che passano velocissime in successione accanto ai due pellegrini e si disperdono girando subito intorno alla montagna. Queste voci propongono valori esattamente contrari al peccato di invidia, sono tre voci, tre esempi d’amore, questo amore che non è generico, ma che con gradualità si va specificando. Le tre voci parlano di un amore al suo inizio inteso come sollecitudine. La prima voce ripete le parole che Maria rivolse a Gesù durante il banchetto delle nozze di Cana per sottolineare la premura, la sollecitudine appunto, un primo esempio d’amore. Successivamente un’altra voce anch’essa velocissima che si dichiara col nome di Oreste è portatrice di un altro tipo di amore, l’amore inteso come abnegazione, in riferimento ad un mito antico che racconta di due amici Oreste e Pilade pronti a morire l’uno per l’altro scambiandosi l’identità. Il mito infatti ci tramanda di come Oreste per salvare Pilade dall’esecuzione capitale si sostituisce a lui. Ed infine una terza voce che esprime l’amore come sublime carità quella che il Cristo ha sintetizzato nella massima amate i vostri nemici, la massima tratta dal vangelo secondo Matteo capitolo 15 versetto 47 e dal vangelo secondo Luca capitolo 6 versetto 27-28. Già la dichiarazione, in queste voci, che l’invidia, si deve e si può riscattare con l’amore, ma ad un certo punto Dante viene invitato da Virgilio ad osservare tutto cio che li circonda con sguardo più attento in modo da vedere come queste anime se ne stanno accucciate tutte alla parete della montagna tutte con un colore livido avvolti nei mantelli e circondati da pietre del medesimo colore. Dante dunque osserva le anime e le ascolta anche e ascoltando si accorge che anch’esse, così come i superbi del canto XI, cantano e cantano le litanie dei santi, uno spettacolo che colpisce Dante al cuore lo commuove al punto che egli afferma che non può esistere al mondo cuore abbastanza duro da restare indifferente. Queste anime si appoggiano le une sulle altre come mendicanti ciechi visto che la Provvidenza divina li condanna proprio ad avere questa caratteristica per aver desiderato in vita tutto cio che apparteneva agli altri senza badare a sé a quello che era la loro vita, per aver dunque usato gli occhi, qui inteso in senso metaforico, in modo in qualche modo malevolo sugli altri, ecco che qui sono condannati, per via della legge del contrappeso, le palpebre forate cucite da un fil di ferro come si faceva con gli sparvieri selvatici per domarli. Anche qui, come nel caso dei superbi, il contrappeso è perfetto: l’invidia che significa guardare gli altri con ostilità augurando loro il male, l’invidia il cui massimo strumento d’espressione è lo sguardo viene appunto soppressa attraverso l’accecamento dei penitenti. Ma che cos’è l’invidia? L’invidia è uno dei sette vizi capitali e trae origine dall’amore per i beni mondani che l’invidioso non vuole mai dividere con gli altri. Quindi l’invidia è il piacere nel vedere cadere qualcuno o addirittura il dispiacere nel vederlo innalzarsi, ma non tanto perché lo si vuole superare, ma semplicemente perché l’invidioso vede il bene di un’altra persona come una privazione del suo. Il dantista Bosco afferma che l’invidia è un sentimento che unico tra tutti non si traduce mai in azione, non esplode, ma implode, cioè si consuma dentro se stesso e si tramuta in una sorta di perpetuo livore che fa si che gli invidiosi non siano mai tranquilli, non vivono mai in pace perché c’è sempre questo desiderio, questo confronto. L’invidioso non si augura le sventure altrui per avere un vantaggio, ma solo per poterne godere. San Tommaso afferma che l’invidioso considera il bene altrui come limitativo della propria eccellenza, della propria gloria, però c’è una differenza tra la superbia e l’invidia. La superbia nasce dalla speranza di eliminare l’avversario per poter emergere e per superarlo in eccellenza in modo che l’avversario nei risulti poi schiacciato e annientato, mentre l’invidia nasce da un compiacimento verso il male altrui per mera soddisfazione. Dante si avvicina dunque a queste anime e prima di interloquire con loro chiede a Virgilio se è possibile. Virgilio intuisce sempre al volo le intenzioni di Dante e gli da un suggerimento, gli dice di essere breve e arguto nel parlare, sintetico e incisivo. Camminando dunque contro la parete con Virgilio accanto rivolto verso lo strapiombo Dante si avvicina alle anime e si rivolge loro incominciando con l’augurio che la grazia divina possa mondare le loro anime dal peccato per poter raggiungere infine Dio poiché è questo l’obiettivo di tanta sofferta penitenza, poi prosegue chiedendo se fra loro c’è qualche anima italiana che possa trarre conforto dalla notizia della sua presenza e voglia raccontarsi. Dal mare d’anime giunge una risposta siamo tutti cittadini di Gerusalemme, ma tu vuoi forse sapere se qui tra noi c’è qualche esule italiano come te? A Dante par d’udire questa risposta, ma non comprende chi sta parlando e deve osservare meglio così riesce a vedere un’ombra in atteggiamento di risposta, di attesa a sua volta della risposta alla domanda da essa posta. In una similitudine rapidissima Dante descrive quest’anima, la descrive col mento rivolto verso l’alto come un cieco che non riuscendo a vedere si mette in questa posizione. Ed ecco che dunque Dante si avvicina a quest’anima e le chiede di raccontarsi, di identificarsi e dunque quest’anima si presenta e comincia col dire la sua provenienza, la città di Siena, e poi il suo nome Sapia, sottolineando come, essendo qui a doversi purificare da un peccato, non ha certo saputo tenere fede al suo nome. Sapia ma non savia cioè saggia nel corso della sua vita prima di ascoltare la quale è stata letta la didascalia del personaggio.

Sapia Salvani

Zia di Provenzano Salvani, incluso, come si è visto, tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio. Fu sposa di Guirivaldo di Saracino signore di Castiglioncello presso Montericcioni. Non si conosce molto della vita di Sapia tranne che forse collaborò col marito per la fondazione dell’ospizio di santa Maria per i pellegrini lungo la via Francigena. Vi lasciò un legato nel testamento del 1274.

Commento al canto XIII del Purgatorio: seconda parte

Sapia esordisce raccontando la sua storia a Dante dicendo, dopo aver sottolineato di esser saggia solo di nome e non di fatto, di esser stata più lieta, nel corso della vita, delle sventure altrui che delle sue vicissitudini liete. Il nome Sapia è imparentato, dal punto di vista etimologico, col termine sapienza, con l’aggettivo tardo latino sapius, savio cioè saggio ed era un’abitudine soprattutto medievale, ma non solo, cercare una corrispondenza tra i nomi e le cose come già si può leggere anche nel vangelo quando Gesù dice a Pietro tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia chiesa (Matteo 16,18). Ma questa anima invidiosa è la prima ad ammettere che stavolta la corrispondenza tra il suo nome e quello che dovrebbe rappresentare non hanno nessuna corrispondenza in quanto il suo peccato, l’aver goduto delle disgrazie altrui, viene definito da Sapia stessa come folle un peccato che la colse nella seconda parte della sua vita. Ed è a questo punto che comincia a raccontare la sua vita. Era il tempo in cui i senesi combattevano contro i fiorentini ed ella pregava affinchè perdessero. La sconfitta venne alla fine, ma solo perché già era nel piano di Dio. I ghibellini senesi vennero messi in fuga dai guelfi fiorentini e Sapia, che faceva parte della minoranza guelfa di Siena, dichiara a quel punto di aver provato grande letizia che non ebbe mai eguali. Quindi la sua grande invidia venne resa palese nell’avere gioito di fronte alla sconfitta dei suoi concittadini. L’invidia dunque non è associata al desiderio di emulazione, ma è pura malevolenza, il rattristarsi per un qualcosa che avrebbe potuto essere positiva per un altro e l’augurarsi che diventasse negativa. Nel caso di Sapia si arriva addirittura all’autolesionismo, essa arriva addirittura a godere di una disgrazia che avrebbe dovuto portare un vantaggio alla sua famiglia e un vantaggio personale se non fosse avvenuta e arriva a non temere più nemmeno Dio tanto sente grande in se questa sua soddisfazione come, secondo una leggenda locale, fa il merlo quando in pieno inverno si verificano dei giorni di sole e si rallegra di cio come se fosse già arrivata la primavera. Sapia continua il suo racconto dicendo che essendosi pentita proprio all’ultimo minuto sarebbe dovuta stare nell’anti purgatorio se non fosse che a suo favore sono intervenute le orazioni di Pier Bettinaio, un terziario francescano di Siena, in odore di santità, che conoscendo la vita di Sapia iniziò appunto a pregare per lei per un forte sentimento di carità. Di nuovo l’amore e la carità che riscattano l’invidia come la solidarietà e l’amore riscattano la superbia. È solo a questo punto che Sapia si rende pienamente conto di trovarsi alla presenza di Dante vivo con gli occhi aperti e solo ora chiede perché Dante si interessa così tanto delle anime, solo ora che ripercorrendo la sua vita ha completato il suo percorso di pentimento allontanando dunque il peccato da sé può rendersi conto di cio che le sta attorno. Dante le racconta dunque che sta compiendo questo viaggio per volere di Dio e che anche se ora si trova tra gli invidiosi non sarà suo destino essere collocato qui, ma piuttosto forse in quella precedente dei superbi ed è qui che Dante confessa pienamente la sua percezione di sé come superbo. Quando Sapia si rende conto che Dante è vivo e che Dio gli ha concesso il privilegio di visitare da vivo il regno dei morti se ne compiace vedendo in cio il segno dell’amore di Dio verso Dante vedendo un segno di carità e chiede dunque un po’ di carità anche per sé affidando a Dante un compito, quello di restituirle la fama una volta che sarà tornato in terra di Toscana, recarsi presso i parenti per rassicurarli sul luogo ove essa si trova e della sua redenzione, alla quale però, in chiusura del canto, si aggiunge una coda velenosa, un ultimo rimasuglio di invidia. Sapia chiede a Dante di osservare i suoi sciocchi concittadini intenti a cercare uno sbocco marinaro nel porto di Talamone cocciuti come quando cercavano un fiume sotterraneo a Siena per tentare di risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico. Sapia nonostante tutto non si astiene dal definire sciocchi i suoi concittadini persi dietro progetti inutili. Nonostante la sua salvezza e il suo pentimento Sapia non ha cancellato del tutto da sé l’ironia e il veleno quasi a dimostrare quanto sia difficile staccare il male da sé e liberarsi delle antiche abitudini. Ed è così che si chiude il canto ancora una volta caratterizzato dalla pietà di Dante che si commuove sempre davanti alle donne che incontra nel corso del suo cammino sebbene per ognuna in modo diverso a seconda della storia di ciascuna. La pietà provata per Sapia, dice il professor Sapegno, è una pietà senza simpatia, quasi una pietà costretta. Infatti il poeta non spende parole di commossa partecipazione per la vicenda di Sapia che viene registrata come una cronaca. I dantisti si sono espressi su due linee di pensiero. Alcuni parlano di Sapia come di un personaggio malriuscito perché nonostante abbia dichiarato il suo pentimento ha poi voluto sfogare ulteriore odio nei confronti dei cittadini senesi, un astio che nonostante tutto non pare del tutto superato e che la mette in una posizione anomala rispetto alle altre anime che una volta raccontata la loro vicenda, una volta pentite si addolciscono e si fanno premurose mentre lei conserva i suoi sarcasmi che la rendono quasi più simile ad un’anima infernale. Altri invece pensano che Dante, attraverso le parole di Sapia, ha voluto dimostrare il disprezzo atavico che egli stesso prova per i senesi e Siena essendo appunto in grande contrapposizione con la sua Firenze. La seconda linea di pensiero considera Sapia un personaggio valente e ben riuscito. Il critico Varanini infatti sostiene che questo personaggio abbia permesso a Dante di cogliere e trasmettere magistralmente la complessità del cuore umano. Cio che succede a Sapia succede un po’ a tutti, questa oscillazione tra il desiderio di ripudiare un vizio un qualcosa di sé che non piace il combattimento con le parti meno nobili di sé e allo stesso tempo le punte di vivace positività che si posseggono. Dunque Sapia è una donna che di certo riconosce il suo peccato, ma il cui pentimento non le impedisce di nascondere il suo carattere schietto, i suoi taglienti giudizi il suo sarcasmo. Ecco perché questa seconda scuola di pensiero ritiene che Sapia sia uno splendido personaggio che coi suoi chiaroscuri è ben rappresentativa della natura umana in generale.

Ecco dunque come Dante ci racconta i due peggiori vizi umani affidandoli al riscatto a alla riabilitazione che viene però raggiunta solo con la pratica della carità e con amore.

Finale a sorpresa

Abbanera, Carmen di George Biset. La fatalità e l’imprevedibilità emesse nel canto di Carmen si intrecciano alla cruda malizia provocatoria nascosta nei gesti e negli sguardi della zingara. Il vizio la fa da padrone, niente e nessuno può controllarlo, niente lo scalfisce, ne minacce ne preghiere, credi di prenderlo esso fugge, pensi di evitarlo esso ti prende.

A questo punto uno dei lettori si è esibito nel canto di questo brano famoso della Carmen. Per ricordare come i vizi percorrono i secoli.

Conclusioni

E dopo questo finale inaspettato è giunto il momento di rifare nuovamente le presentazioni che erano già state fatte all’inizio. Si è conclusa così questa serata altrettanto bella e ricca di quella che è stata presentata l’anno precedente. Serate che scaldano il cuore e riempiono l’anima e che sono sempre più necessarie in epoche come questa caratterizzate da grande avidità, aridità, da vizi, momenti in cui riscoprire la bellezza della poesia della musica, di un buon libro diventa fondamentale come ha detto la professoressa Alessandrini nel suo discorso di commiato. Serate che ogni volta lasciano un gran senso di stupore e meraviglia di fronte alla grandezza dell’opera dantesca che sembra contenere un intero universo di volti di storie che se estrapolati potrebbero essere da spunto per opere ulteriori come romanzi o film, volti e storie che parlandoci di loro ci parlano un po’ anche di noi stessi e ci fanno riflettere in un insieme maestoso che da le vertigini e incute quasi paura quando si tratta di leggerlo perché la lettura non può che risultare superficiale e spicciola tanto è immenso il mondo che quei versi sottendono. La Divina Commedia non si può leggere come si leggerebbe un libro qualsiasi è un libro che deve accompagnare per tutta la vita deve essere meditato, compreso considerando che, come succede sempre con i libri, non a tutti parla nello stesso modo. Probabilmente se venisse un altro gruppo a parlare di Dante e del suo poema non verrebbero dette esattamente le stesse cose che si sono ascoltate questa sera. Questa è la magia di ogni libro il fatto di essere si principalmente il prodotto di chi lo scrive, ma nello stesso anche di chi lo legge, perché la lettura è sempre un’esperienza interattiva. In questo caso l’effetto è ancora più forte perché il poema di Dante contiene in sé gia di per sé un numero quasi infinito di libri e di chiavi di lettura possibili che probabilmente non basterebbe una vita intera per capire e indagare fino in fondo nemmeno per uno studioso come ho sentito dire una volta alla tv proprio ad uno studioso di Dante che ha curato di recente un meridiano delle sue opere. Se Italo Calvino diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire allora in questo senso la Divina Commedia si può considerare un classico tra i classici.

Antonella Alemanni

Credits

Commento ai canti: Valentina Alessandrini

Lettura delle didascalie: Nadia Fascendini

Responsabile del gruppo nonché della biblioteca di Ardenno: Michele Libera

Lettori dei canti: Daniele Patisso, Claudio Barlascini, Andrea Civetta, Martino Della Torre, Giuliana Frosio, Gianluca Salini, Liliana Speziale, Giampaolo Tuana Franguel, Barbara Reganzini e Fabio Scimurri

Tecnico: Claudio Bongini

Cantante nella fase finale: Andrea Civetta

 

I BENI PREMESTINI

La proprietà collettiva di Val Lunga di Tartano e i rapporti con il Comune di Talamona

                                                                                                                                                                                                            Guido Combi (GISM)

Qualche anno fa’, per caso, come avviene spesso, ho avuto occasione di prendere visione della tesi di laurea della dott. Simona Tachimiri che, nell’a.a. 1985/86, ha affrontato l’argomento in modo documentato e completo.
Il titolo della tesi è “Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina” e da essa ho tratto, con l ‘approvazione dell’autrice, cercando di sintetizzarlo in modo ragionevole, il testo che propongo all’attenzione dei lettori.
L’argomento delle proprietà collettive e degli usi civici, conosciuto di solito solo di nome, salvo che dagli storici locali, è, come si vedrà, parte integrante delle tradizioni della nostra gente e se ne trovano tracce in molti statuti delle “Magnifiche” Comunità Valtellinesi e Valchiavennasche.
Secondo alcuni studiosi, le proprietà collettive e gli usi civici sono nati con le norme primitive del diritto romano. L’istituto giuridico, presente un po’ in tutta l’Italia, si è poi perpetuato nel tempo, evolvendosi e diversificandosi lungo i secoli, fino ai giorni nostri, subendo l’influsso dei popoli che hanno invaso l’Italia, dopo la caduta dell’Impero Romano, e dei vari governi, nelle varie epoche.
Non è facile risalire alla loro origine in Valtellina, perchè molte di queste comunità sono nate per consuetudine e solo molto più tardi hanno elaborato norme statutarie che poi sono state regolamentate da leggi dello Stato.
Il Consorzio dei Beni Premestini di Val Lunga è tra quelli meglio studiabili per la documentazione esistente ed è per questo che su di esso è caduta la scelta, trattandosi anche della realtà meglio e più ampiamente trattata, anche dal punto di vista storico, tra quelle riportate nella tesi della dott. Tachimiri, che ringrazio per la disponibilità.

LE PROPRIETA’ COLLETTIVE IN VALTELLINA
In Valtellina esistono diversi organismi che sono titolari di proprietà collettive: le quadre di S. Giovanni e S. Maria a Montagna; il consorzio dei beni Premestini di Val Lunga a Tartano; la quadra di Acqua; il consorzio dei beni “Piessa”, “Margonzin” e di “Sasso Bisolo” in Val Masino; i frazionisti di Samolaco per il “Bosco della Vicinanza”.
Sono, questi, enti di origine molto varia che ritengo si possano accomunare per i seguenti caratteri:
– il patrimonio goduto collettivamente è costituito senza dubbio dagli antichi beni vicinali, cioè delle vicinìe, (i vicinalia), poichè, là dove esistono questi organismi, i beni comunali (i comunalia) risultano essere molto limitati;
– hanno tutti origine piuttosto recente;
– la loro nascita è legata all’esigenza di mantenere integro il patrimonio di un piccolo comune o di una frazione, in concomitanza con il verificarsi di eventi che avrebbero potuto metterne in pericolo la sussistenza. Può trattarsi di un’unione fra due comuni, come nel caso di Tartano, come si vedrà, oppure di assorbimento di frazioni nell’ambito dell’ente territoriale maggiore, come nel caso di Montagna, o ancora dell’unione di più frazioni che vanno a formare un nuovo comune. Altre volte gli organismi in parola si costituirono come enti privati per evitare l’efficacia delle leggi sfavorevoli alla proprietà collettiva. Fu pertanto la preoccupazione da parte di un nucleo di abitanti di riservarsi il godimento esclusivo dei territori comuni utilizzati a determinare la nascita di questi enti chiusi, i quali, col tempo, perdettero qualsiasi carattere pubblico.
I titoli richiesti per farvi parte erano, e sono, o la discendenza da famiglie di antichi originari, o l’incolato (la residenza, cioè “avere foco”), o il possesso di terreni nel comune.
Non essendo possibile ricostruire la nascita e l’evoluzione di tutti questi organismi, per mancanza di fonti documentali, prendiamo in esame il caso del consorzio dei beni Premestini di Val Lunga, per il quale è stato relativamente facile reperire più ampie fonti.

IL CONSORZIO DEI BENI PREMESTINI DI VAL LUNGA DI TARTANO.
FORMAZIONE (1)
L’attuale statuto che regola il godimento dei beni detti Premestini (2), i Premestii nel dialetto di Tartano, redatto nel 1924, qualifica l’ente titolare come un consorzio di famiglie originarie.
L’art. 1 recita infatti: I beni Premestini appartengono a titolo di condominio collettivo alle famiglie residenti in Vallunga di Tartano, discendenti dalle originarie famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617 e che ne furono e sono in legittimo possesso. Queste famiglie formano il consorzio Premestini. La norma citata riconnette dunque l’origine del consorzio alla stipulazione dell’enfiteusi, avente ad oggetto i beni denominati appunto Premestini, concessa a favore di tutti gli abitanti di Val Lunga da parte di Talamona.
In realtà, per ricostruire l’origine e le vicende dell’organismo in esame, bisogna ritornare indietro nel tempo fino alla metà del ‘500. In quest’epoca la sola Val Lunga formava il comune di Tartano, mentre la Val Corta e Campo, che oggi fanno parte anch’essi del comune di Tartano, erano uniti al comune di Talamona. Quest’ultimo, già nei secoli antecedenti, aveva attratto nella sua area politica e religiosa le vicinìe, o contrade, circostanti; Campo vi faceva parte da lungo tempo, anche se continuava ad avere i propri sindaci, come si legge in un documento del 1555 dove sono infatti menzionati “homines de Campo seu eorum sindici et agentes”.
Con tutta probabilità, la Val Lunga riuscì a mantenersi autonoma da Talamona e a costituirsi in comune, poichè era più lontana da essa rispetto a Campo ed i suoi traffici erano rivolti verso la Bergamasca, da cui si accede attraverso il passo di Tartano e il Passo di Porcile, situati nella testata della Val Lunga.
Il processo di trasformazione, da semplice vicinanza a comune autonomo non avvenne per Tartano certamente fino al 1347. In un documento che reca tale data, infatti, si trova menzione delle discordie e controversie “inter comune et homines de Ardeno ex una parte et infrascripti habitatores Vallistartani ex alia”. Non si trova mai citato il comune di Tartano ma sempre “nominati de Tartano”, “suprascripti de Tartano”.
Tralasciando questo problema, è certo che successivamente Tartano si costituì come comune autonomo, dotato di propri organi. Infatti nei documenti del ‘500 accanto agli “homines” è menzionato anche il comune, con i sindaci ed il console.
E’ proprio in quest’epoca che, nella storia del comune di Tartano, si inserisce la vicina Talamona, ed è fin da ora che si delineano i presupposti per la costituzione del consorzio dei Premestini.

LA DELIBERAZIONE DI UNIONE TRA I COMUNI DI TALAMONA E TARTANO.
1556, 1 gennaio.

L’autonomia del comune di Tartano non dovette avere lunga vita, come del resto accadde a tutte le vicinìe che si erano costituite in piccoli comuni a seguito della disgregazione politica e religiosa dei maggiori centri. Le spese necessarie per la costruzione, la manutenzione o la riparazione delle opere di carattere pubblico come strade, ponticelli, muri per consolidamento di terreni franosi, frequentemente distrutte dalle intemperie, le spese per il mantenimento del curato e la manutenzione della cappella, le spese dovute a titolo di retribuzione per i pubblici ufficiali, erano troppo gravose per comunità formate spesso da una sola frazione, costituita da pochi nuclei familiari. A ciò si deve aggiungere che i beni più redditizi di questi piccoli comuni appartenevano ai centri più grandi che avevano da sempre esercitato la loro influenza sulle vicinìe. E’ questo anche il caso del comune di Talamona, che possedeva l’Alpe Porcile, situata nel comune di Tartano, concessa “ad acolam”(3).
Causa le scarse risorse di cui disponeva, Tartano dovette seguire la sorte del vicino paese di Campo, chiedendo l’unione con Talamona. Gli abitanti di Talamona, chiamati dal suono della campana, si riunirono il 1° gennaio del 1556, nel portico della Chiesa di S. Maria, per discutere della possibilità di tale unione, in occasione dell’emanazione di nuovi ordini riguardanti il comune e del rinnovo delle cariche municipali.
La richiesta di unione fu accettata ed i motivi sono esposti nel documento che riporta la deliberazione: il comune di Tartano aveva un estimo troppo esiguo, costituito da 6 lire, 3 soldi e 4 denari.
In effetti si trattava di una cifra veramente minima se si considera che l’estimo di Talamona era tredici volte superiore, mentre le famiglie, secondo quanto riferisce il vescovo Ninguarda, erano solo il triplo.

LE COMUNITA’ DI TARTANO E TALAMONA SI UNISCONO.
MODALITA’ E CONDIZIONI DELL’UNIONE

Le trattative per giungere all’unione dovettero presentarsi molto laboriose, poichè questa trovò attuazione, solo dopo quasi un anno dalla deliberazione. Le condizioni per la realizzazione furono minuziosamente stabilite, affinchè i due comuni sopportassero le spese pubbliche in proporzione diretta ai singoli estimi. Poichè le entrate del comune di Talamona erano notevolmente superiori a quelle del comune di Tartano, quest’ultimo dovette porre in comunione, “pro coequatione et equali valore, bona comunia ac ficta et acolas”. L’elenco dei beni passati in possesso del comune maggiore è un quadro interessante circa la distribuzione della proprietà. Il comune risulta infatti titolare di quasi tutti i boschi e pascoli della Val Lunga, che sono concessi agli abitanti attraverso quella forma contrattuale che è tipica della Valtellina: l’accola.
Fra i “communia” elencati si fa menzione di una terra prativa e zerbiva. Accanto ai beni entrati a far parte del patrimonio del comune, sono dunque rimasti quelli aperti al godimento della collettività, probabilmente di scarso valore, utilizzati senza alcun corrispettivo, dal momento che per essi non e previsto il pagamento dell’accola.
L’unione fra i due comuni non rappresentò una vera e propria fusione, fu piuttosto di carattere personale .
E’ singolare che Tartano possa dettare delle condizioni per l’unione, riservando numerose comunanze al godimento esclusivo dei propri abitanti (una spiegazione si può addurre osservando la situazione geografica dei territori interessati: Talamona, situata sul fondovalle e circondata da una zona quasi esclusivamente boschiva, aveva grande interesse ad usufruire degli estesi pascoli situati in Val Lunga; per questo si piega a sopportare delle condizioni imposte dagli abitanti di essa). Saranno proprio questi territori a formare l’insieme di beni successivamente denominati Premestini, oggetto del consorzio che da essi prende nome.
Essi sono: i pascoli della Caslana, della Foppa dell’Orto, i terreni comuni e i pascoli del Dosso Chignolo, della Corna della Valle della Quaresima, delle Foppe, di Gavedo di Fuori.
Dalla clausola di riserva dell’atto di unione si osserva la preoccupazione degli abitanti della Val Lunga di tutelarsi dalle eccessive pretese del comune più grande, preoccupazione manifestata anche attraverso la statuizione di un patto di reversibilità per cui, se le comunità si fossero divise, i beni sarebbero stati nuovamente separati.

IL MANCATO RISPETTO DEI PATTI D’UNIONE DA PARTE DI TALAMONA
L’interesse di Talamona per i pascoli della Val Lunga si rivelò in modo palese attraverso il tentativo di utilizzare tutti i “communia” di Tartano che ormai era diventato un colondello (frazione) del comune, a prescindere dai territori che questo si era riservato nel patto d’unione del 1556. Nel 1614, i beni Premestini furono affittati ad un certo ser Giambellus di Talamona, in seguito a pubblico incanto, cui aveva partecipato anche un abitante di Tartano. L’incanto si svolse secondo le norme degli ordini di Talamona del 1526, le quali, richiamando ordini più antichi, regolamentavano tutta la materia relativa all’affitto dei beni del comune.
Il mancato rispetto della clausola con la quale gli abitanti di Tartano si erano riservati alcuni territori, determinò un profondo contrasto tra il comune ed il colondello. Tartano minacciò di separarsi da Talamona e chiese la restituzione dei beni conferiti in comunione nel 1556. Dopo un susseguirsi di giudizi civili e di decisioni contrastanti, emesse di volta in volta dai giudici aditi, finalmente le due comunità raggiunsero un accordo e la lite venne transatta con rogito 13 giugno 1617.

LA CONCESSIONE DEI BENI PREMESTINI AL COLONDELLO DI TARTANO A LIVELLO PERPETUO
Talamona, per evitare la separazione di Tartano, che le avrebbe sottratto estese zone pascolive e boschive, investì gli uomini di Tartano a livello perpetuo dei Premestini della Val Lunga, per un corrispettivo di 150 lire imperiali annue. Tuttavia, dei sette appezzamenti costituenti i Premestini, solo quelli denominati Foppa del Urso, alle Calsane, alle Brusade e Dosso Chignolo poterono essere utilizzati esclusivamente dagli abitanti della Val Lunga, mentre degli altri dovevano poter usufruire anche quelli di Talamona in caso di discesa forzata dai propri alpeggi.
La stipulazione dell’enfiteusi attesta l’esistenza di quello che il Cencelli Perti chiama “patto di accomendazione” tra due comuni, evento cui molto spesso bisogna risalire per chiarire la nascita di vicinanze, regole, società di antichi originari. Il patto è caratterizzato dalla ricerca di protezione di una piccola comunità che, per mettere al sicuro le persone ed i beni dalle invasioni e dalle guerre (nel nostro caso più che altro per realizzare le opere pubbliche necessarie ad impedire inondazioni e frane), si unisce ad un centro più grande, accomendando se stessa ed i propri beni. Questo, dopo l’atto di accomendazione, riconcede i “bona communia” alla collettività che già li possedeva, dietro corrispettivo del pagamento di un piccolo canone.
E’ evidente in tale pratica la tendenza dei centri minori a tenere per sè i beni collettivi, nel timore che, una volta posti in comunione con quelli di un’altra comunità, diventassero d’uso generale degli abitanti anche di quest’ultima o fossero venduti o locati come beni puramente patrimoniali, vista la tendenza dei comuni a cedere parte del loro patrimonio pascolivo e boschivo a privati o a largheggiare con concessioni a titolo oneroso su di esso, per sanare finanze disastrate. Alle volte, poi, tale patrimonio veniva sfruttato dall’ente pubblico in maniera indiscriminata, perchè fornisse un reddito immediato, atto a soddisfare esigenze contingenti.
Il documento di stipulazione dell’enfiteusi in questione ribadisce più volte che intervennero a costituire tale contratto quattro deputati, agenti e procuratori a nome di tutto il colondello. Non vi è menzionata alcuna condizione di originarietà richiesta per godere dei Premestini, segno evidente che questo elemento di discriminazione fra gli abitanti della Val Lunga interverrà solo più tardi. (continua)

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La Val Tartano con Tartano e, sullo sfondo, Campo, visti dal Dos Tachèr, Alpe Gavedo.

Foto Giuseppe Miotti.

GIOVINARTE

                                                              TALAMONA 17 maggio 2014 mostra estemporanea alla Casa Uboldi

I RAGAZZI DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO “G.GAVAZZENI” DI TALAMONA ESPONGONO I LORO LAVORI ARTISTICI

Quadri di tutti i tipi ma soprattutto di soggetto astratto riprodotti con le tecniche più varie (tra cui dei contenitori di cartoni per le uova disposti su tela a formare una composizione cromatica e geometrica) e sui più vari supporti (come ad esempio i sacchi di tela soprattutto per le figure umane abbigliate con classici costumi di Cino, Delebio e altri angoli della Valtellina) riproduzioni di quadri e autori famosi fedeli o anche reinventate (IL BACIO di Klimt, GUERNICA di Picasso, due tele dell’Arcimboldo, due ritratti fruttati, opere di Van Gogh, Gauguin, Mirò, Kandinsky e l’immancabile Orlando Furioso in due scene tratteggiate a carboncino. Tutto questo è GIOVANINARTE la mostra estemporanea presentata quest’oggi dalle 15 alle 19 alla sala mostre della Casa Uboldi con un piccolo rinfresco e intrattenimento a cura dei giovani artisti e col patrocinio della Pro Loco. Proprio la presidentessa della Pro Loco, Savina Maggi, ha avuto l’idea di mettere in mostra i lavori che i ragazzi realizzano a scuola e che finora li rimanevano, esposti nei corridoi tuttalpiù alla vista di genitori e insegnanti, ma che, anche a detta dell’assessore alla cultura Simona Duca, sarebbe positivo valorizzare meglio. Ecco dunque la possibilità di ammirare quest’oggi(con l’apertura per la settimana seguente nei orari della biblioteca) una selezione dei migliori lavori realizzati dai ragazzi negli ultimi cinque anni. L’idea originale prevedeva anche i lavori di quest’anno, ma non è andata in porto per motivi di spazio. Questo lascia ben sperare in una prossima edizione.
Antonella Alemanni

PER DIRE NO ALLA DROGA

TALAMONA 5 maggio 2014 una serata dedicata all’operato della comunità San Patrignano

TRE MADRI DI FIGLI CON PROBLEMI DI TOSSICODIPENDENZA RACCONTANO LA LORO TESTIMONIANZA E DICONO: FATE ATTENZIONE AI VOSTRI FIGLI, NON LASCIATELI MAI DA SOLI!


Nessun argomento al mondo come la droga è allo stesso tempo oggetto di numerosi dibattiti e ostracizzato. Di droga si sente parlare spesso: di chi ne fa uso, di chi si arricchisce producendola e vendendola, della vasta rete criminale che sottintende. Di droga se ne parla soprattutto ai giovani attraverso campagne di informazione scientifica che spiegano gli effetti delle sostanze su un corpo in crescita e soprattutto sul cervello e in campagne di sensibilizzazione volte a istillare nelle giovani coscienze valori che in chi si avvicina alle droghe non sono presenti in maniera così solida come dovrebbero invece essere. Nonostante questi sforzi il problema della droga continua a sussistere. I giovani in età sempre più precoce (recenti statistiche fanno risalire a 10-11-12 anni la prima sigaretta, la prima canna e anche la prima ubriacatura) ne fanno uso, sottovalutano i rischi che corrono e molto spesso fanno riferimento a delle informazioni erronee come quella ad esempio secondo cui la cannabis curerebbe il cancro (in realtà i cannabinoidi vengono a volte usati come cure palliative più spesso nei pazienti terminali con modalità diverse da quelle usate in contesti di dipendenza, in dosi diverse e sotto stretto controllo del medico) o che una canna farebbe meno male di una sigaretta (cosa non vera in quanto per fabbricare una canna pare si usi il principio attivo, il tabacco della sigaretta come eccipiente e un pessimo filtro che aumenta il potere cancerogeno delle sostanze presenti nella sigaretta, un dettaglio che viene confermato da tutti coloro che hanno fatto uso di tali sostanze). Ne fanno uso perché? Per sballare? Ma perché i giovani hanno bisogno di sballare? Da cosa fuggono, quali ferite spirituali o disagi vogliono lenire? Perché hanno bisogno di assumere sostanze tossiche per stare bene, per ritrovarsi in gruppo e divertirsi, perché si genera in loro la curiosità di provare queste sostanze nonostante la loro pericolosità più e più volte dichiarata? Che ruolo hanno la famiglia e la società in questa piaga sociale, nelle sue origini, ma soprattutto nella sua soluzione? Che si può fare quando ci si trova faccia a faccia con il problema perché un parente o un conoscente si droga e molto spesso i suoi familiari più stretti gli creano intorno un muro di omertà e di ostinazione a non voler vedere il problema, non volerlo affrontare? Come si può essere d’aiuto a chi ci è intorno a chi ci è caro e si fa del male credendo che delle sostanze chimiche siano in grado di riempire profondi vuoti esistenziali? È per cercare di rispondere a queste domande che questa sera alle ore 20.30 al piccolo teatro dell’oratorio è stato organizzato un incontro con tre madri di figli tossicodipendenti ora in via di recupero: Marisa (che è presidente della sezione di Sondrio della ONLUS che fa capo alla comunità di San Patrignano attiva dal 2009) Diana e Letizia. Tre madri con tre storie tutte simili eppure tutte diverse così come lo sono le storie di tutti coloro che approdano a San Patrignano dopo un vissuto doloroso in cerca di un’opportunità per ricominciare a vivere una vita normale. Da quando è stata fondata negli anni Settanta da Vincenzo Muccioli a partire da un vecchio casolare abbandonato nelle campagne riminesi e da alcune roulotte recuperate dopo un sisma, San Patrignano è divenuta sempre più un punto di riferimento fondamentale per persone che, come si è detto in un filmato proposto a inizio serata, hanno quasi più paura di vivere che di morire. Già al tempo della fondazione del centro di San Patrignano la tossicodipendenza era una realtà sociale grave e chi faceva uso di droga doveva subire anche i pregiudizi degli altri, l’emarginazione, l’ostracismo sociale. Alla comunità hanno potuto trovare chi ha restituito loro la vita hanno potuto studiare da zero oppure riprendere gli studi laddove li avevano interrotti hanno potuto imparare dei mestieri per potersi creare delle opportunità, ma soprattutto si sono riscoperti come persone e molti una volta rinati sono rimasti per proseguire questa grande opera sociale restituendo ad altri la speranza che essi stessi avevano ricevuto. Un percorso che continua ancora oggi purtroppo e per fortuna. Purtroppo perché cio significa che gli anni passano, ma la droga non passa mai di moda e per fortuna perché per ogni nuova vittima della droga c’è sempre pronto un sostegno un’opportunità per rialzarsi e riprendersi la propria vita com’è accaduto ai ragazzi le cui madri sono intervenute questa sera. È stata soprattutto la signora Marisa a tenere un lungo e appassionato discorso partendo dalle vicende del figlio (approdato a San Patrignano dopo un periodo trascorso in una struttura statale) per arrivare a una trattazione più ampia dell’argomento un discorso che ha sfatato molti miti come ad esempio quello che suddivide le droghe in leggere e pesanti facendo apparire le prime come un male tutto sommato minore (dimenticando però di sottolineare come negli ultimi decenni, il principio attivo della cannabis sia passato, grazie a sementi geneticamente modificate dal 3 al 21% cosa che ne ha aumentato la tossicità) o come quello che considera veri e propri drogati solo quelli che si iniettano l’eroina in vena dando l’illusione a chi assume altre sostanze o anche l’eroina ma con altre modalità di non esserlo, di non avere un problema o come l’errore in cui cadono molti genitori nel pensare che la tossicodipendenza si possa risolvere nell’ambito della famiglia e che non occorrano percorsi di recupero con persone competenti. Certo dalla famiglia non si può prescindere. È in famiglia che ci si forma è in famiglia che si impara a capire cosa è giusto e cosa non lo è e i genitori non possono mai in nessun caso delegare sempre la formazione dei figli ad altri. La famiglia diventa ancor più determinante quando si tratta di cogliere i segnali di qualcosa che non va. Tutte e tre le madri sono state concordi nel dire che bisogna ascoltare i figli e ancor più i loro silenzi. Tutto questo perché molto spesso quando ci si accorge del problema è gia troppo tardi e i ragazzi non possono più essere recuperati. Senza arrivare alle morti del sabato per collasso dovuto a disidratazione (in quanto le pasticche alterano i centri della termoregolazione sicché i ragazzi si ritrovano a ballare in discoteca tutta la notte con temperature da febbre senza accorgersene senza sentire il bisogno di bere acqua) non vanno trascurati i danni cerebrali irreversibili e le negative ripercussioni sulla salute in generale che si manifestano anche dopo anni a volte anche dopo essersi disintossicati. A questo proposito i medici, risonanze magnetiche alla mano diffondono dati sempre più allarmanti: l’abuso delle cosiddette droghe leggere compromette per sempre i centri cerebrali delle emozioni e in generale la comparsa di sostanze sempre più pericolose ed elaborate farà si che tra non molti anni ci saranno sempre più trentenni malati del morbo di Parkinson come conseguenza degli effetti delle sostanze sul cervello. Com’è possibile che tutto cio non basti a tenere tutti lontano dalla droga? Com’è possibile che i nostri giovani vivano un disagio interiore talmente forte da dover rischiare la propria vita per placarlo per acquisire una sorta di forza d’animo che non sanno trovare altrimenti? È da questo che bisogna partire parlando di droga un argomento che non deve più fare paura che non deve più essere ignorato o sottovalutato. Che non si abbia paura dunque di farsi avanti offrire sostegno anche facendosi odiare, anche ricevendo porte in faccia. Che non si abbia paura ad educare i figli anche con fermezza se serve. Che non ci si nasconda che non ci si indigni per gli interventi delle forze dell’ordine che spesso, come ha sottolineato il maresciallo Sottile, intervenuto a metà serata, salvano la vita ai nostri figli perché sono il primo passo verso la risalita e che ci si liberi da ogni ignoranza e pregiudizio che impediscono un corretto approccio al problema. Non bisogna dimenticare che i giovani sono il nostro futuro e che come ha detto la signora Marisa, se non ci occupiamo del nostro futuro siamo una ben misera società.
Antonella Alemanni

MUSICA MAESTRI !

TALAMONA 1 maggio 2014 concerto del primo maggio

                                                 UNA SERATA DI MUSICA PER CELEBRARE LA FESTA DEL LAVORO

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In occasione di questo appuntamento annuale che per i talamonesi è diventato una vera e propria tradizione, questa sera, alle ore 21, presso la palestra comunale, la Filarmonica di Talamona ha deciso di far aprire il concerto alla banda giovanile, reduce da un concorso nazionale che si è tenuto sempre presso la palestra comunale, nel corso della giornata del 30 marzo di quest’anno. Un’occasione per valorizzare e far conoscere la scuola di musica attraverso la quale si formano i musicisti di domani e il futuro stesso della filarmonica.
Il primo brano che la banda giovanile ha eseguito è OPEN ROAD del compositore statunitense Robert Sheldon, un’opera che descrive in musica il viaggio attraverso le ampie strade americane a bordo di un’automobile, un modo per scoprire l’immensa vastità delle terre oltreoceano alla scoperta di nuovi luoghi e nuove avventure. OPEN ROAD è stato suonato durante il concorso nazionale nella sezione B dedicata ai ragazzi fino a 15 anni.
A seguire ATTACK OF CYCLOPS di Mark Williams. I ciclopi sono gigantesche divinità con un occhio solo appartenenti alla mitologia greca. Con questo brano il compositore ci aiuta ad immaginare proprio un attacco di queste creature.
E ora siamo all’ultimo brano eseguito questa sera dalla banda giovanile. FLASH FLOOD è dedicato alla grande forza dello spirito umano e si ispira un particolar modo alla capacità umana di riprendersi dalle catastrofi che la natura talvolta ci riserva. Questo brano ad opera di Chris Bernotas, prende spunto dal modo in cui è stato affrontato l’uragano Irene che nell’estate del 2011 ha devastato la costa atlantica degli Stati Uniti. Questo brano è stato eseguito durante il concorso nazionale nella sezione A dedicata ai giovani fino ai 18 anni. L’esecuzione di questo brano è stata accolta da una grande ovazione e dalla richiesta di un bis. Prima di proporlo sono stati presentati i componenti della banda giovanile alcuni presenti anche nella filarmonica. Ai flauti Mara Bertolini e Sofia Bianchini. All’oboe Nicolas Duca (che insieme con Sofia Bianchini è entrato nelle file della filarmonica a partire dal gennaio di quest’anno). Ai clarinetti Silvia Bedognè, Elena Cassera, Elisa Libera, Monica Nirosi, Laura Petrelli, Alessia Tarabini. Al sax alto Nicolas Cerri, Michele Ciaponi, Lorenzo Duca, Valentina Perlini. Al corno Loris Gusmeroli e Simone Spini. Alla tromba Mirco Simonetta, Tommaso Sterlocchi, Luca Togni. Al trombone Stefano Cerri (che è anche presidente della filarmonica) e Gabriele Luciani. Al’euphonium Emanuele Petrelli. Alle percussioni Raffaello Barri, Alessandro Bertolini, Damiano Bertolini, Emanuela Gusmeroli e Denni Perlini. Sono stati presentati anche gli allievi della scuola di musica che frequentano i corsi propedeutici all’ingresso nella banda e allo studio degli strumenti: Alex Cerri, Leonardo Perlini, Alice e Martina Papoli, Mattia Scalina, Pierangelo Bertoletti, Samuele Caligari, Giacomo Ciaponi, Fabian Duca, Alessio Lanza, Giulia Mazzoni e Marta Perlini.
Dopo il bis è venuto il momento della filarmonica che ha aperto il suo concerto con l’INNO DEI LAVORATORI di Filippo Turati, il brano con cui ogni anno la filarmonica apre questo concerto. Quest’anno, come l’anno passato, questo brano vuole essere di sostegno ai lavoratori la cui situazione si mantiene difficile e precaria. La presentazione del brano è stata l’occasione per fare una piccola dedica a Celso Bedognè che è stato membro della banda per sessantacinque anni e che stasera era presente tra il pubblico che gli ha dedicato un’ovazione.
Il secondo brano eseguito si intitola CONDACUM di Jan Van de Roost, un compositore belga. Il brano fu composto nel 1996 in occasione del venticinquesimo anniversario della Arts Concil nel quartiere belga Contic. La storia della piccola comunità belga viene raffigurata in musica cercando di ricreare, in apertura, l’avanzata dell’esercito romano. Lo sviluppo del tema iniziale crea una sempre maggiore vitalità sino alla solenne conclusione.
A seguire CHILDREN’S MARCH di Percy Aldrige Grainger. Questa deliziosa opera si caratterizza per la spensieratezza con cui viene esposto il tema iniziale sempre presente fino al termine del brano con variazioni e cambi di colore continui. Ricco di ritmi anche stravaganti è un classico esempio di composizione originale per banda che può esprimere spunti e motivi di approfondimento per la crescita musicale di un gruppo. Ispirandosi alle più classiche melodie per bambini il compositore vuole ricalcare la spensieratezza e l’allegria di un girotondo tra amici.
È venuto poi il momento di DANZA UNGHERESE N. 4 di Johannes Brahms. Le danze ungheresi per pianoforte a quattro mani sono state scritte da Brahms agli inizi della sua carriera musicale nel 1852. Nella partitura originale le danze venivano qualificate come ungheresi perché a quel tempo il folclore magiaro era del tutto sconosciuto e soprattutto confuso con la musica zigana che quel popolo nomade aveva diffuso. Le danze ungheresi sono impregnate del ritmo e delle melodie zigane affrancate dal virtuosismo che veniva inserito dagli esecutori. La danza ungherese n. 4 si ispira alla melodia KALAXAI NEMLEC.
Il quarto brano di questa sera è OLIMPICA di Giovanni Orsomando, un compositore vissuto tra il 1895 e il 1988, uno dei maggiori direttori di banda musicale e uno tra i massimi autori italiani di brani originariamente scritti per questo organico. Ufficiale dell’esercito, è stato clarinetto solista nella banda di fanteria. Trascorse gran parte della vita a Caserta dirigendo bande musicali, insegnando e componendo. Fu direttore della banda della provincia di Roma e nella parte finale della sua vita si trasferì a vivere nella capitale. Tra le sue composizioni oltre 120 opere. Una delle più conosciute, tipica dei repertori delle bande del sud è proprio questo brano, OLIMPICA.
A seguire GOLDEN EAGLE MARCH di Alfred Reed, un compositore americano. Si tratta di una marcia dalla forma classica composta nel 1991 in occasione del quarantaseiesimo meeting nazionale giapponese di bioetica. Il tema del brano deriva infatti da una canzone tradizionale del folclore nipponico e vuole essere un inno gioioso per l’apertura dei giochi in cui si trovano a cimentarsi concorrenti di ogni età.
Prima dell’esecuzione dell’ultimo brano ha preso la parola il sindaco Italo Riva che dopo aver ringraziato l’assessore alla cultura di Morbegno Cristina Ferrè tra il pubblico del concerto, poi la filarmonica sottolineando come essa si sia sempre prestata ad onorare la festa del primo maggio, una festa cui l’amministrazione comunale tiene particolarmente come tributo a tutti coloro che con il loro lavoro migliorano le nostre vite però anche a ricordo di quanti ora vivono delle difficoltà lavorative perché hanno perso il lavoro o perché, come accade ai più giovani soprattutto faticano a trovarlo e infine di tutti coloro che a volte perdono la vita a causa del lavoro, un evento che vuol essere di speranza e di conforto per tutte queste realtà in attesa che la situazione possa migliorare (il che era stato detto anche un anno fa si spera che l’anno prossimo da questo punto di vista “la musica cambi” ndr). A questo punto la parola è passata a Simona Duca, assessore alla cultura del comune di Talamona che ha sottolineato l’importanza della filarmonica come parte dell’identità culturale talamonese e ha condiviso le sue impressioni personali incentrate soprattutto sull’eleganza dei gesti degli strumentisti.
A questo punto, dopo vari ringraziamenti, è venuto il momento del brano conclusivo della serata intitolato GRAN VARIETA’ di Marco Marzi, musicista milanese. Un brano espressamente dedicato alla tradizione televisiva degli anni Ottanta, anni in cui il varietà nasceva come evento principale dei palinsesti tv. Un brano di cui è stato chiesto il bis.
Dopo aver così ben nutrito lo spirito con questi brani magistralmente eseguiti e presentati a fine serata è venuto il momento di nutrire anche il corpo con un rinfresco offerto dalle officine meccaniche Barni. Essendo infatti Talamona il principale paese dell’area industriale insieme con Morbegno è tradizione che il rinfresco venga offerto ogni anno da qualcuno che ha un’attività in quell’area. Il risultato è stato una serata arricchente sotto tutti i punti di vista.

Antonella Alemanni

 

 

                                          TALAMONA 3 maggio 2014 un insolito spettacolo al piccolo teatro dell’oratorio

                                                                                                      ZIMMER FRY SHOW

UNA SERATA IN ALLEGRIA FATTA DI MUSICA E INTRATTENIMENTO

Questa sera  alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio si è voluto proporre uno spettacolo insolito che vira dal teatro puro verso uno stile di intrattenimento più simile ai vecchi varietà con tanto di presentatore dallo stile esilarante come i mattatori televisivi di una volta. Uno spettacolo che mira a divertire il pubblico coinvolgendolo direttamente abbattendo quella che Pirandello chiamava la quarta parete del teatro vale a dire quella barriera invisibile che separa gli attori dalla platea. Uno spettacolo proposto dagli Zimmer Fry un gruppo canoro diretto dalla talamonese Valentina Mazzoleni, il primo gruppo pop rock a cappella animato al Mondo che si è esibito questa sera per la prima volta in assoluto a due anni di distanza dalla sua costituzione. Un percorso lungo e tortuoso fatto di impegno, passione e sacrificio che questa sera ha trovato il suo coronamento grazie alla sentita partecipazione del pubblico. Gli Zimmer Fry cantando senza strumenti o basi musicali (a cappella appunto) dandosi il ritmo e le sonorità con un uso animato della voce hanno proposto un variegato repertorio musicale (dalla dance anni Sessanta alle sigle dei cartoni animati passando per Michael Jackson e i Queen) aiutati in alcuni frangenti da alcuni componenti del pubblico (che sono stati scelti personalmente dal presentatore per accompagnare il gruppo la prima volta con strumenti e la seconda con precisi e codificati versi) quando non dal pubblico intero che doveva, in chiusura, prima battere le mani e poi pronunciare alcune parole onomatopeiche per dare il ritmo. Uno spettacolo in due tempi durato circa due ore che ha divertito grandi e piccini e che ha visibilmente riempito di gioia gli stessi Zimmer Fry (i cui membri sono anch’essi di età variabile dai giovani adulti ai signori di mezza età più o meno equamente ripartiti tra uomini e donne) i quali inseguendo con tenacia il loro sogno hanno ottenuto questa sera di regalare al pubblico presente una serata fuori dagli schemi.

Antonella Alemanni