TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA. SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA

TALAMONA 18 settembre 2015 la prima delle due serate dell’iniziativa TALAMONA SCRIGNO DI CULTURA

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SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI E IL CANTO CORALE

UN SAGGIO DELLA DOTTORESSA FAUSTA MESSA E UN PICCOLO CONCERTO DEL CORO VALTELLINA PER UNA CELEBRAZIONE DELLA NOSTRA IDENTITA’ DI POPOLO

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Con la nuova amministrazione, vecchie iniziative di successo riaprono i battenti. E così eccoci qui stasera alla Casa Uboldi alle ore 20.45 a furor di popolo per la prima di due nuove serate nell’ambito dell’iniziativa delle giornate europee per il patrimonio, un’occasione unica per chi vi aderisce di riscoprire e valorizzare tutti quegli elementi che vanno a costruire e mantenere salda l’identità di un territorio e del popolo o dei popoli che lo abitano. Ed ecco che Talamona quest’anno in occasione di questa iniziativa si trasforma in uno scrigno di cultura “che si apre mostrando i suoi tesori” ha commentato l’assessore alla cultura Lucica Bianchi in chiusura di questa serata. Ma cominciamo da principio. Il tesoro che questa sera Talamona e tutta la sua comunità hanno voluto ricordare a se stesse non è un patrimonio immateriale o un capolavoro artistico (tutte cose peraltro molto importanti) bensì una persona, una persona che purtroppo non c’è più, ma che per più di una generazione di talamonesi ha significato molto, determinandone l’istruzione e la formazione. Stiamo parlando di Ines Busnarda Luzzi, colei alla quale è intitolata la nostra biblioteca e alla quale erano già state dedicate serate in un periodo in cui l’intera struttura della Casa Uboldi era ancora, per così dire, in rodaggio. Ed eccoci ancora qui tutti a ricordare di nuovo la figura di questa maestra che è stata anche una notevole scrittrice nonché un’istituzione socio culturale per Talamona che divenne sua patria d’adozione dopo il matrimonio.

Questa sera di fronte ad una platea di tutte le età  la dottoressa Fausta Messa (docente di materie letterarie in un liceo sondriese nonché direttrice dell’Istituto Sondriese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea) ha esposto i contenuti del suo saggio su questa importante figura pubblicato in un quaderno di studi intitolato SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA edito proprio dallo stesso istituto diretto dalla dottoressa Messa. Un saggio attraverso il quale è stato possibile scoprire (o riscoprire a seconda se si conosceva già la maestra Ines come tutti la chiamavano) la vita di questa donna, le sue opere tratte sempre dal suo vissuto personale e dalle memorie della sua terra. “libri dei quali non bisogna guardare la quantità quanto piuttosto il messaggio che sta dietro la sua produzione” ha esordito l’assessore alla cultura Lucica Bianchi introducendo l’intervento della dottoressa Fausta Messa “questa sera faremo appunto un viaggio alla scoperta di questo messaggio. Parlando proprio l’altro giorno con la dottoressa Messa, le riflessioni fatte in merito ci hanno portato sul territorio dell’Umanesimo. L’abbiamo chiamato così per esprimere quello che di più umano, di più profondo ognuno di noi può trovare negli scritti di Ines Busnarda Luzzi” a questo punto la parola è passata ufficialmente alla dottoressa Fausta Messa per il suo intervento suddiviso in più parti.

Ines Busnarda Luzzi una scrittrice di montagna

Buonasera a tutti sono molto contenta di essere qui stasera ad omaggiare questa scrittrice che mi ha molto colpito quando ho letto le sue opere proprio nella biblioteca a lei intitolata. UNA SCRITTRICE DI MONTAGNA è il sottotitolo del mio saggio intitolato ATTRAVERSO LA SCRITTURA DI INES BUSNARDA LUZZI. Qualcuno si chiederà come mai ho scritto questo saggio e poi l’ho pubblicato in un quaderno dedicato agli studi sulla Resistenza. Ho pensato che fosse giusto perché, leggendo i libri di Ines Busnarda Luzzi e avendola anche conosciuta avendo conosciuto la figlia Giulia qui presente stasera tra il pubblico, ho pensato fosse doveroso renderle questo omaggio in virtù del suo impegno civile, sociale e culturale nei confronti della sua comunità. Lei credeva profondamente nei valori della Resistenza, quei valori che sono stati declinati nei principi fondamentali della nostra Costituzione, credeva molto nella giustizia, nel cammino che la Storia deve fare verso la giustizia, perché purtroppo questo cammino è sempre aperto e la fine di questo cammino ancora non si vede. Mi sembrava quindi giusto fare questo studio e pubblicarlo su questo quaderno, un quaderno speciale perché è uscito nel trentennale dell’Istituto ed è dedicato a una donna sindacalista e al suo interno contiene vari saggi dedicati a donne: donne semplici, donne colte, comunque tutte unite dall’ideale dell’istruzione e dell’educazione perché tutte sono state maestre, chi di sartoria, chi maestra elementare, comunque tutte innamorate della cultura e soprattutto animate dal desiderio di comunicarla. È molto bello a proposito che in queste serate si celebri la cultura perché mi sembra che Ines sia stata una signora della cultura, un’animatrice culturale, una dispensatrice di cultura, sia della cultura alta, che lei ha sempre amato fin da quando era bambina e sui banchi di scuola ha cominciato a leggere e a scrivere dimostrando fin da subito la sua vocazione per la scrittura, sia la cultura contadina, agropastorale che lei ha riscoperto in età adulta.

Dalla costiera dei Cech al Mondo attraverso uno sguardo femminile

Io anni fa avevo letto CASE DI SASSI nell’edizione del 1982. Adesso mi è capitato di rileggere l’edizione successiva che credo sia del 1984 e ho trovato una pagina che non avevo visto precedentemente che mi ha dato la conferma di alcune cose che avevo già intuito. Scorrendo la bibliografia messami a disposizione dalla figlia di Ines insieme a queste splendide fotografie di famiglia, avevo visto che Ines aveva scritto in maniera molto viva soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Aveva scritto anche precedentemente, ma il corpus più significativo della sua opera lo si ritrova proprio a partire dagli anni Ottanta e così avevo pensato: Ines era ormai in pensione dal 1978, i suoi figli erano grandi e poteva dedicarsi maggiormente alle sue passioni e avrà voluto scrivere, ma scrivere, ma scrivere che cosa? Evidentemente all’improvviso Ines si era resa conto che quel mondo da cui lei proveniva, quel mondo che l’aveva fatta crescere e maturare, diventare donna e maestra, quel mondo non c’era più, era sparito, perché ormai anche i piccoli paesi di montagna si spopolavano, non c’era più un’economia basata sull’agricoltura e sull’allevamento, soprattutto in montagna. Allora, ho pensato, le sarà sorta dentro l’onda dei ricordi e di tutte le narrazioni che la sua prima maestra ed educatrice, sua madre, nel corso della vita le aveva fatto e probabilmente Ines ha sentito il bisogno e il dovere morale di far rivivere quel mondo, un mondo durissimo, nei confronti del quale Ines non aveva nessuna nostalgia, un mondo che non aveva nessuna voglia di riproporre ai giovani quel modello di vita che lei aveva vissuto e da cui in un certo senso aveva anche cercato di scappare studiando, diventando maestra e quindi spezzando quella catena che sembrava appunto costringere tutti gli abitanti del suo paese di Naguaredo, ma anche tutti gli altri paesi di montagna, a restare legati al lavoro durissimo di quei pochi appezzamenti di terreno che si riusciva a strappare e a dedicarsi all’allevamento riuscendo semplicemente a sopravvivere. Si lavorava moltissime ore senza riuscire ad accumulare molto di più dello stretto necessario. Dunque a distanza di tanti anni Ines sente il dovere morale di trasmettere ai giovani un mondo che non c’è più, un mondo difficile nei confronti del quale però bisogna essere riconoscenti. Se noi tutti ora stiamo meglio e siamo riusciti a raggiungere determinati traguardi di cultura e civiltà lo dobbiamo infatti anche a tutti quei nostri antenati che si sono sacrificati così tanto proprio per mantenere la terra e per trasmetterla poi in eredità ai loro figli tant’è vero che Ines scrive (tratto da CASE DI SASSI ndr) nella dolce e tribolata terra di Naguaredo passava in quel tempo la mia fanciullezza e quella dei miei coetanei. Ma l’adolescenza ci separava, portava i maschi a Roma a fare i commessi di bottega e lasciava noi ragazze a coltivare insieme ai genitori campi, prati e selve belli all’apparenza sino alla poesia, ma succhiatori di energie e di sudori, tanto che senza quel contributo proveniente dalla forza delle braccia di giovani ed anziani rimanevano aridi e selvaggi come ora sono diventati. Tutto è diventato arido, ci dice Ines, selvatico perché nonostante la scienza ecologica venga insegnata a scuola e sia diventata di moda non ci sono più i pastori, le donne pastore e gli agricoltori di montagna che tengono pulita la terra, che raccolgono la legna caduta per terra e liberano i sentieri da erbacce e sterpi. Tutto è inselvatichito, il bosco avanza e si riappropria dei vecchi pascoli. Scrive ancora Ines in quel tempo nessuno di noi, giovani ed anziani, avrebbe potuto supporre che si potesse abbandonare quella terra a se stessa, che potesse venire il tempo in cui non si vangasse, non si seminasse, che si potesse fare a meno di coltivare e raccogliere i cereali che ci davano pane e polenta, che sarebbe venuto il tempo in cui molte specie di uccelli sarebbero emigrate per sempre dalla nostra terra, che i prati non si sarebbero più falciati ne che non ci sarebbe più stata una mucca in tutto il paese che con il suo bronzino dal suono d’argento vi avrebbe pascolato d’autunno. Quindi rendendosi conto di questo  Ines decide di ripercorrere a ritroso quel mondo, di ritrovare se stessa bambina. Lei ormai è una donna adulta, un’insegnante a riposo, non è più quella persona che viene da quel mondo però fa lo sforzo di ritrovare se stessa bambina e lo sguardo con cui lei bambina si rivolgeva a quel mondo.

Raccontare per vivere: le parole come atto d’amore e di educazione tra madre e figlia

Sicuramente, e io questo l’ho percepito moltissimo, la voce narrante che è scaturita dentro al suo cuore nel suo ricordo era la voce della sua mamma, un personaggio che è la voce narrante e protagonista del capolavoro di Ines intitolato NASCERE SOTTO UNA STELLA. In questo libro Ines chiama sua madre Erminia. I personaggi del libro sono tutti reali, ma Ines, per una sorta di pudore personale e di rispetto verso i compaesani, attribuisce a ciascuno uno pseudonimo. Il libro da anni non è più ristampato ed è diventato introvabile, ma per molte persone è stato ed è ancora significativo per ritrovarci dentro ognuno la storia dei propri “vecchi”. Leggendo questo libro ho dunque capito che il flusso del racconto, il narratore primario è proprio la madre. Io immagino che, nella durezza della vita che la madre di Ines aveva condotto, forse l’unica consolazione e svago era raccontare e confidarsi con sua figlia e in questo modo insegnarle e prepararla alla vita con un’educazione molto severa e intransigente perché la vita è dura e i giovani devono essere attrezzati per affrontarla. Questo è ancora, io ritengo, un grande insegnamento di Ines Busnarda Luzzi: l’educazione deve essere severa, non si può essere blandi perché altrimenti, anche se non viviamo più sui monti, la vita ovunque ci mette di fronte a delle prove nonostante la tecnologia e le comodità cui ci siamo abituati.

La memoria materna: essere donna, essere uomo, l’amore

Dunque tutta la memoria materna nutre il racconto di Ines. La madre che l’aveva sempre sostenuta nel suo desiderio di studiare e che aveva poi felicemente salutato la sua unione con un professore di matematica anch’egli proveniente dal mondo contadino. La memoria materna per Ines prende corpo soprattutto nel già citato romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA di cui ora leggerò l’incipit, secondo me un inizio di romanzo veramente riuscitissimo e molto raffinato. Ines dopo aver raccolto i materiali preparatori e i suoi ricordi in CASE DI SASSI pubblicato nel 1982 si cimenta poi con questo romanzo in una prova molto più difficile che è la stesura appunto di uno scritto letterario e anche di un certo spessore una saga familiare il cui inizio è molto denso: come al solito si svegliò al primo nghenghe della bambina. Doveva essere ancora presto e doveva aver dormito ben poco data la fatica e la sofferenza che le procurava quel risveglio. Il cuore le mancava e la mente le oscillava paurosamente fra realtà e sogno tuttavia, prima che la piccola riprendesse i vagiti Erminia riuscì a muoversi e spostarsi a destra sull’orlo del letto cercando di non pesare troppo sul saccone di grano turco per non farlo scricchiolare. Scivolò verso i piedi del letto e strisciò fuori tastando il pavimento coi piedi nudi evitando di toccare la culla. Quando fu in piedi la toccò con le mani, la guardò lungo gli orli ondulati fino ai pomelli degli angoli e si orientò verso la vocetta che stava diventando acuta, avvolse l’esserino nelle coperte, la strappò dal pagliericcio e se la strinse al petto. La bimba sentendosi muovere ed avvertendo la presenza della madre per un attimo tacque. Erminia cercò con i piedi i suoi zoccoli. Il pavimento di calcestruzzo era gelido come tutto l’ambiente intorno. Li trovò ma nell’infilarseli i chiodi dell’uno batterono contro quelli dell’altro. Erminia s’irrigidì tutta, trattenendo il respiro. La voce insonnolita, ma già un po’ stizzita di suo marito la sciolse e le bruciò il cuore. – eri già fuori? Non si può più dormire qui! Chi lavora avrebbe il diritto di dormire! Non sei capace di regolarla in modo da farla dormire una notte? Cos’ha in corpo quella lì?- Erminia sentiva bollirsi dentro rabbia e dolore, ma siccome era più il dolore le si formò un nodo alla gola e la voce le uscì strozzata – è che ha fame, non ho potuto darle latte a sufficienza, ora provo ancora tu dormi, vedrai che poi dormirà anche lei-. A questo punto Erminia cerca di allattare la bambina. In casa non avevano una mucca da latte, non avevano niente e lei era devastata dalla mastite che le faceva uscire dal seno più sangue che latte e rendeva l’allattamento molto doloroso. Dunque Erminia è disperata. La porta della stanza si aprì con un lieve cigolio. Batté contro la parete –allora? Non vuole mangiare o non ne hai?- scattò aspro il marito. Erminia sobbalzò al rumore e alla voce improvvisa –ohimè lei succhia poverina ha fame- rispose – ma io sono tutta una piaga e ne esce più sangue che latte- -ho capito- disse ironico lui –nemmeno a latte sei buona-. Ecco come questo inizio fa capire quale modello di uomo e di donna Ines interiorizza. L’ambiente era aspro e duro per tutti e il matrimonio non era certamente basato sugli affetti, sullo scambio di sentimenti, sul prendersi cura l’uno dell’altra, sulla tenerezza. Tutti questi sentimenti emergono un poco tra gli anziani e coi bambini, ma non più di tanto. Tra marito e moglie c’era una sorta di contratto economico e un aiutarsi l’un l’altro per lavorare e per venirsi incontro nelle fatiche domestiche e della campagna per poter tirare avanti e sopravvivere alla miseria perché la miseria era dura e il destino dei maschi già a dieci-dodici anni era quello di andare via di casa presto per andare nelle città a lavorare ed essere impiegati come garzoni per sedici ore al giorno e pagati pochissimo, perché pur essendo la montagna già spopolata (il paesello di Naguaredo aveva all’incirca cento abitanti nel 1920) la terra non era sufficiente a sfamare tutti e dunque i maschi dovevano andare a lavorare a bottega in qualche grande città, Roma soprattutto, per riuscire ad accumulare una miseria e mentre erano via alleggerivano l’economia famigliare. Per quanto riguarda le bambine facevano la scuola dell’obbligo. Le più fortunate riuscivano ad arrivare in quarta elementare, qualcuna in quinta, ma poi anche il loro destino era quello di lavorare. Persino i giochi dei bambini avevano in fin dei conti una finalità pratica. Ines descrive questi giochi in CASE DI SASSI giochi che in qualche modo dovevano abituare i bambini alla durezza della vita, abituarli ad andare poi col bestiame al pascolo, andare a raccogliere i funghi, i mirtilli, la legna. Momenti di vero e proprio svago non ce n’erano mai, ma tutto era finalizzato all’utile, anche il rapporto con la natura che era un rapporto lavorativo, un rapporto che ne permetteva il mantenimento. In cambio della fatica dell’uomo la natura restituiva i suoi tesori e tutto si manteneva grazie a questo ciclo armonico fatto di povertà e di durezza che inquadrava anche i rapporti tra le persone, tra uomo e donna, le dinamiche famigliari. Il padre di Ines ad un certo punto emigra nel Connecticut per cercare un lavoro migliore rispetto a quello che il territorio poteva offrire, lasciando la madre sola ad occuparsi di tutto. Questa madre diventa un modello di donna tenace di montagna che lavora senza risparmiarsi anche più di uomo in campagna in casa in giro facendo quel che serve e grazie a questo suo impegno riesce a comprare una mucca che apporta latte e un maggior benessere in casa. Nonostante l’economia in casa cresca il sistema educativo è sempre rigido perché le difficoltà della vita sono sempre in agguato il padre al suo ritorno sarà severissimo e non perdonerà momenti di svago. Ines però vuole studiare appoggiata dalla madre. Quando anche il padre tornerà dall’America riuscirà a frequentare la quarta poi la quinta poi ad intraprendere il percorso che la porterà a diventare maestra e ad uscire dall’atavico cerchio di fatica che aveva sempre caratterizzato la vita dei suoi avi.

Vivere per raccontare: dalla memoria alla storia alla civiltà

Mentre la madre di Ines aveva raccontato per sopravvivere, per avere un appoggio affettivo, Ines, secondo me, a partire da un certo periodo della sua vita, vive per raccontare quindi il suo racconto si costruisce sul filo della memoria però non si limita a questo perché per lei la memoria non è nostalgia non si ferma al desiderio di rievocare i bei tempi andati dimenticandosi delle sofferenze come spesso succede. Quella di Ines è una memoria che si potrebbe definire militante, educatrice, la memoria di una donna di cultura, insegnante che è sempre insegnante in ogni momento della vita e che dunque dalla memoria passa alla riflessione sulla Storia per cercare di capire se davvero la storia porta verso il progresso. La Storia è allontanamento dalla barbarie e avvicinamento alla civiltà oppure è regresso? Ines riflette molto su questo tema e lo fa attraverso un altro romanzo, in verità piuttosto breve, intitolato E NOI PAGHIAMO, ambientato durante la seconda guerra mondiale e in particolar modo durante la Resistenza a Naguaredo e poi una parte anche nel primo dopoguerra. Un libro scritto con grande equilibrio probabilmente con l’aiuto di Giulio Spini. Negli archivi dell’Istituto della Resistenza a Sondrio è emersa una lettera che Giulio aveva mandato a Ines e dalla quale si comprende che lei aveva mandato una bozza del libro chiedendo consigli. Giulio Spini ha per questo romanzo gli stessi giudizi che ho avuto io. Ne parla di un romanzo ben scritto, equilibrato, ma che necessita di un maggiore sviluppo dei dialoghi e manca del pathos del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA forse perché meno partecipato, forse perché Ines punta maggiormente sull’indagine storica (col risultato di creare anziché un romanzo quella che oggi si chiamerebbe una docufiction ndr) sulla riflessione appunto. Ines presenta la Resistenza in questo romanzo con tutto il dramma di una vera e propria guerra civile che comporta morte, famiglie distrutte, paesi che perdono quasi del tutto i loro abitanti in special modo i piccoli paesi. La guerra civile è ancora peggio perché va ad intaccare il senso di comunità molto forte e importante in questi mondi rurali. La vita dura richiedeva spessissimo a queste genti di lavorare insieme di aiutarsi di essere comunità ad esempio durante la fienagione, la potatura, i raccolti, le semine, quando qualcuno si ammalava fare anche la sua parte. La Resistenza fa si che bisogna per forza schierarsi o coi partigiani o coi nazifascisti e questo crea un clima di tutti contro tutti che cozza letteralmente contro il fatto di sentirsi fortemente appartenenti ad una comunità sebbene con tutti gli screzi del caso. Una figura emblematica da questo punto di vista che compare nel libro è la figura storica di don Giuseppe Cantone parroco di Roncaglia che si schiera con la Resistenza ma è pieno di dubbi, soprattutto quando entra a diretto contatto con la violenza presente da entrambe le parti. Una violenza che però nell’ambito dell’antifascismo è determinata da un progetto superiore e umano, da ideali di libertà eccetera cosa che il nazifascismo non è anzi è l’esatto opposto. Dunque schierato con dolore dalla parte dei partigiani si ritroverà partecipe di episodi drammatici, tra cui uno che non è raccontato nel libro di Ines, l’episodio di due partigiani giustiziati perché sorpresi a rubare per i quali don Cantone ha offerto invano la sua vita. Per quanto riguarda Ines invece le è capitato di assistere all’esecuzione di una ragazza accusata di essere una spia. Nel suo libro racconterà questi fatti facendone una lettura da storica e da insegnante per consegnare una lettura della Resistenza come portatrice di pacificazione nazionale soprattutto attraverso la stesura della Costituzione. In particolare Ines pone l’accento su una vicenda che ha toccato praticamente tutte le famiglie della Valtellina che è quella dei deportati militari. Quattro o cinquemila giovani più o meno nel nostro territorio fatti prigionieri soprattutto dopo l’8 settembre una vicenda di cui anche altri scrittori locali più recentemente hanno parlato. Di questi giovani per molto tempo le famiglie non hanno saputo più nulla. Ines ad esempio racconta la storia di Giacomo la cui mamma Amalia, anziana del paese che narra la vicenda poi alla stessa Ines molti anni più tardi. Giacomo rientra in paese e fa l’esperienza di molti reduci in quegli anni che ritornano e sono sconvolti per come sono accolti, come dei traditori, sconvolti dal fatto che la guerra ha devastato persino i loro piccoli paesi di montagna. Era arrivato in Italia dopo innumerevoli sfibranti tappe che in quel momento non voleva ricordare. In ogni luogo dove si era fermato aveva visto miseria e distruzione ed ogni volta aveva pensato a quando, varcato il confine, avrebbe potuto lasciare indietro quelle visioni squallide e deprimenti. Ma anche in Italia aveva trovato distruzioni e gente che cercava di cavarsela alla men peggio e a Narosa (cioè Naguaredo nota della professoressa durante la lettura riportata ora da chi scrive) non poteva immaginare che anche lassù avrebbe trovato un disastro simile. Guerra si, ma apocalisse no. Intanto camminava, era stanco, ma camminava per la strada che entrava nella notte per arrivare alla sua Narosa. Un paio di persone lo oltrepassarono, gli dettero uno sguardo ed affrettarono il passo. Giacomo prese tutte le accorciatoie che conosceva. Era contento che fosse notte, preferiva non essere visto da gente che lo conosceva. Un paio di giorni prima non avrebbe pensato così, ma giunto in Italia, dal modo in cui veniva guardato, aveva preso coscienza della precarietà del suo aspetto. Domani, dopo che si fosse lavato bene, vestito da cristiano, mangiato a sufficienza sarebbe stato un altro. Forse la mamma aveva avanzato un po’ di minestra oppure gli avrebbe preparato un’insalata di verze crude che avrebbe mangiato col pane, tanto pane e non gli importava che fosse raffermo o ammuffito gli bastava che fosse pane, bianco o nero faceva lo stesso. Il pane e la polenta erano nei sogni di questi soldati che avevano patito moltissimo la fame e tornano dai campi di concentramento dimagriti di trenta-quaranta chili. Il primo impatto con il paese fu un profumo caro e stuzzicante che si era disperso nel labirinto della sua fame fatta di sapori e profumi di cui non ce n’era uno che non fosse falso e illusorio. Quello che ora sentiva era un profumo sicuro di cibi che d’ora in poi sarebbero esistiti anche nella realtà, odore fragrante di bruciato  

Il mondo perduto della società agropastorale: la Storia tra progresso e barbarie, guerra, emigrazione, paura, lotte sociali e diritti.

La Storia ha visto lo spopolamento delle montagne e la scomparsa di un mondo che oggi non esiste più se non forse in luoghi sperduti di altri continenti. Un mondo scomparso dapprima per via delle emigrazioni e delle guerre poi con le dittature, le persecuzioni, gli scontri sociali. Una storia che, pur attraverso tante fatiche, ha portato alla conquista dei diritti, quelli ben declinati nella Costituzione che però non possono considerarsi una conquista definitiva. Ines infatti è sempre stata dalla parte dei più deboli, delle donne, sempre e comunque proiettata verso il futuro pur comprendendo l’importanza di non dimenticare il passato. Ha scritto ad esempio una raccolta di racconti CLAUDINA DELLE ERBE in cui presenta molti tipi di donne di montagna di città ma sempre ascrivibili ad una comune tipologia di donna interiorizzata e ingabbiata nel ruolo di mater dolorosa. Ines vuole sottolineare questa condizione della donna incapace di avere dall’altro sesso il meritato riconoscimento. Un mondo raccontato con partecipazione, ma ripetiamolo, senza nostalgia di quando si scriveva con penna e calamaio. Ines aveva imparato ad usare il computer e usava la tecnologia.

E noi paghiamo: il racconto della Seconda Guerra Mondiale della Resistenza e del Dopoguerra dalla visuale di un piccolo villaggio sulla costiera dei Cek

Ho già anticipato prima alcuni brani di questo libro che ci permette di passare dalla riflessione sulla Storia alla civiltà al fatto che l’epopea dolorosa della guerra di liberazione, i partigiani e i reduci non ricevono il giusto spazio nelle coscienze e nel ricordo di cio che è stato. Ines in questo senso va controcorrente nelle sue opere e si dimostra progressista.

La poetica: la scrittura come insegnamento di moralità e di stile

Essendo un’insegnante di lettere mi interessava analizzare la scrittura di Ines non solo il Mondo e la cultura che lei fa affiorare nei suoi libri, ma anche lo stile, la poetica appunto. Poetica significa la visione personale di ciascuno scrittore circa la letteratura e la scrittura e lo stile personale utilizzato per trasmettere questa sua visione del mondo. Secondo me la scrittura per Ines è sempre stato insegnamento. Ines è sempre insegnante anche quando scrive e proprio per questo fa delle scelte particolari di lessico e di sintassi. Lei, come tutti gli insegnanti e genitori che si sono formati negli anni Cinquanta ritiene che il dialetto sia uno svantaggio e che ai bambini vada insegnato l’italiano corretto perché, come poi dirà anche don Milani successivamente negli anni Sessanta, essere fuori dalla vita nazionale significa essere fuori socialmente e svantaggiati. Dunque Ines fa una scelta di italiano standard pur ambientando le sue storie in tempi e luoghi dove si parlava prevalentemente dialetto, una scelta che va a scapito del realismo di cio che poi viene raccontato e della creazione autentica dei personaggi, ma una scelta dettata dalla consapevolezza che usando il dialetto con l’andar del tempo i suoi libri non sarebbero più stati capiti, una scelta dettata dal voler essere maestra di italiano anche quando fa la scrittrice.

Case di sassi: di strumenti, di tecniche, un modello educativo

Questo libro di cui ho già parlato non è un romanzo, ma una raccolta di memorie su persone, luoghi e fatti della sua infanzia che secondo me fungono da materiale preparatorio per la stesura del romanzo NASCERE SOTTO UNA STELLA cui si aggiunge una seconda parte forse dettata da richieste avute a Talamona di raccontare la vita di un tempo, gli antichi mestieri e la scuola. Accogliendo queste richieste Ines trasmette un mondo di saperi, strumenti e tecniche che appartengono ad un mondo che ormai non c’è più e dunque queste tecniche ormai sono andate perdute. Ma non solo questo mondo di saperi, di competenze, che permettono a chi ne fa parte di riuscire a sopravvivere praticamente con nulla, o comunque con quel poco che la natura offre, cosa che non riesce più a nessuno oggi nel cosiddetto mondo moderno, un mondo in cui tutti sanno fare tutto o comunque tutto il necessario per la sopravvivenza, un mondo che si pone anche come un modello educativo, un mondo su cui Ines, pur senza rimpiangerlo, riflette. Riflettendo sul modello educativo ricevuto e sui nuovi modelli educativi della moderna pedagogia dovuti anche e soprattutto ad un più generale cambiamento dei sistemi di vita entrati in vigore a partire dagli anni Settanta e Ottanta e operando una sorta di comparazione, Ines si è resa conto che, se nel passato c’era troppa durezza, troppo autoritarismo ora si va invece verso un eccesso di lassismo, un eccesso contrario e dunque forse valeva la pena ripercorrere queste vie per avere un modello di moralità. Dunque credo che la sua scrittura avesse questo scopo, quello di essere una scrittura educativa e di denuncia dettata dal bisogno di giustizia, una scrittura a tesi che non si trova nei romanzi autobiografici, ma nei testi di riflessione. Una scrittura che risponde alla necessità di analizzare un argomento, un problema per trovare razionalmente delle soluzioni o comunque di denunciare come quando prende a cuore la condizione femminile, ma anche, in un altro libro intitolato CHIUSURA ANTICIPATA la condizione degli anziani in casa di riposo sfiorando anche il tema del suicidio raccontando di un uomo che fa questa scelta nel momento in cui si sente sradicato dal suo mondo e dai suoi affetti. Una denuncia contro una società sempre più individualista e spietata nei confronti della fragilità, ricca, ma foriera di solitudine e disagio. Una denuncia che risponde ad un bisogno di giustizia.

L’impegno civile: una serena e operosa vecchiaia al servizio della propria comunità

Gli ultimi anni della sua vita vedono Ines particolarmente impegnata nella scrittura e nella divulgazione di temi storiografici. Gli interessi maggiori Ines li riversa sulla Storia e sulla Scienza e lei mette la sua operosità a disposizione della comunità.

Conclusioni

A questo punto, come conclusione del suo intervento la dottoressa Fausta Messa ha presentato più ampliamente il volume che contiene la storia di Ines Busnarda Luzzi così ampliamente rievocata questa sera. In questo quaderno Ines si trova in buona compagnia. Nel quaderno 11-12 dell’Istituto Sondriese di studi sulla Resistenza sono infatti contenuti altre storie interessanti: quella di Angela Samaden, una giovane che, attraverso lo studio, diventa maestra e ispettrice scolastica e dunque si emancipa socialmente; la storia di Rosa Da Sogno, maestra proveniente da una famiglia borghese madre di un grande economista; la storia di Rosa Genoni; quella dell’ospedale psichiatrico di Sondrio; quella di una maestra di 74 anni che ritrovandosi senza pensione è costretta a fare l’accattona e rischia di essere arrestata finchè il ministro credaro si interessa al suo caso e riesce a farle avere la pensione. Insomma un contenuto pienamente aderente al titolo SCORCI DI NOVECENTO IN VALTELLINA  raccontati da questo istituto da trent’anni con passione e contando su esigue risorse (come chiunque fa cultura in Italia ndr) per trasmettere a tutti il nostro patrimonio civile e culturale attraverso le testimonianza e la divulgazione dei valori della Costituzione.

Non è senza una certa partecipazione emotiva che ho ascoltato questa piccola conferenza, con la consapevolezza che la mia vita di oggi, la possibilità di acquistare libri, di informarmi, di scegliere se sposarmi e avere figli oppure no, deve molto a queste figure che per prime nel nostro territorio hanno lottato per affermarsi, figure che dovrebbero entrare nella grande Storia. È curioso ad esempio il fatto che Ines Busnarda Luzzi e Grazia Deledda siano partite più o meno dagli stessi presupposti, ma la prima è rimasta confinata nel suo territorio mentre la seconda è riuscita a diventare sinora l’unica donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura, così come è curioso che le opere di Ines non vengano più ristampate e non conoscano più diffusione.

Concerto del coro Valtellina

È venuto ora il momento di ascoltare una scelta di brani del coro Valtellina che, un po’ come i racconti di Ines Busnarda Luzzi ci riportano ad un mondo scomparso che rivive nel canto in sei canti scelti appositamente dal coro per allinearsi con lo spirito di questa serata come LA VALTELLINA che è un vero e proprio inno alla terra UL PRA DE FIUR che racconta le storie d’amore di una volta così come LE MASCHERE che narra di quando si approfittava dei travestimenti del carnevale per incontrarsi clandestinamente, DANZA MACABRA ispirata alla leggenda dei cavalieri che ballarono con le fanciulle di San Giorgio e al mattino si trasformarono in ossa e infine LA VALLE e LA CANZONE DEL BOSCAIOLO finestre su di un mondo ormai scomparso. Una conclusione degna di questa serata offerta dal coro che, partendo da Talamona è diventato col tempo rappresentativo di tutta la Valtellina. Una conclusione durante la quale non sono mancati ulteriori tributi e onori alla protagonista indiscussa di questa serata.

Antonella Alemanni

LA MIA BANDA SUONA IL ROCK

TALAMONA 26 giugno 2015 concerto rock della filarmonica di Talamona

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LA FILARMONICA DI TALAMONA COME NON L’AVETE MAI SENTITA

Un concerto pieno di novità quello che ha avuto luogo questa sera alle ore 21. In primo luogo perché per la prima volta da quando seguo i concerti della filarmonica, ha avuto luogo all’aperto, nella piazza antistante al municipio, per l’occasione riempita di panche pronte ad accogliere un vasto pubblico. In secondo luogo perché è il primo concerto tenuto a battesimo dalla nuova amministrazione, completamente rinnovata. Infine per via del repertorio, tratto dal meglio della musica rock che eseguita con gli strumenti della banda ha creato effetti sonori talvolta sorprendenti e sempre comunque originali che ha permesso di fare “un viaggio negli anni accompagnati dai gruppi che hanno fatto la storia del rock internazionale” come ha dichiarato nell’introduzione Eleonora, presentatrice ufficiale della filarmonica presentando velocemente tutti i generi che sono stati toccati durante il concerto e che sono stati via via presentati dettagliatamente come di consuetudine “l’eccezionalità della serata” ha proseguito Eleonora “non è da ricondurre unicamente al repertorio inusuale, ma principalmente alla presenza di un grande direttore ospite, il Maestro Arturo Andreoli, un nome assai noto nel panorama bandistico nazionale che ci ha accompagnato per tre giorni rendendo più speciale la preparazione di questo concerto. Inoltre, come avrete già avuto modo di notare, questa sera la filarmonica sarà accompagnata da una vera e propria band rock che ci aiuterà a proporre le sonorità proprie del rock: il quartetto ARTESUONO”. A questo punto la parola è passata al nuovo sindaco Fabrizio Trivella che, dopo i ringraziamenti al pubblico numeroso si è espresso favorevolmente nei confronti della banda definendola “uno dei vanti di Talamona di cui tutti dobbiamo essere fieri. Tra l’altro colgo questo momento per ringraziare la filarmonica del benvenuto che mi hanno dato subito dopo le elezioni con la serenata sotto casa i cui video sono stati diffusi su FACEBOOK . Una sorpresa molto gradita e soprattutto inaspettata perché non ero al corrente di questa tradizione”. Ai ringraziamenti e alle lodi del sindaco è seguita una piccola riflessione sulla musica del nuovo assessore alla cultura Lucica Bianchi che avrà sicuramente modo, in questa nuova veste, di continuare a manifestare sempre meglio il grande interesse per la cultura che ha più volte espresso in altre occasioni. “io credo che la musica abbia un grande potere” ha esordito Lucica nel suo intervento “il potere di riportarci indietro nel tempo attraverso le storie che ci racconta così come ha il potere di proiettarci nel futuro attraverso la fantasia e l’immaginazione così che tutti noi possiamo provare contemporaneamente sentimenti di nostalgia e di speranza. Questa sera la musica è qui semplicemente per parlare di cio che le parole non riescono a dire. La musica esprime cio che è impossibile dire con le parole ed è impossibile rimanere in silenzio così come è impossibile rimanere in silenzio su una storia di filarmonica che comincia nel 1870 e arriva sino ad oggi attraverso un passato tumultuoso di guerre per il potere politico, le due guerre del Novecento, per arrivare fino ad oggi cantando e suonando. Oggi la filarmonica di Talamona rappresenta uno dei pilastri culturali del nostro paese, uno dei più importanti e dei più attivi. Concludo dicendo che secondo me la musica si basa sull’armonia che c’è tra il cielo e la terra quindi questa armonia che ci entra nel cuore trova li la sua dimora. Buona armonia dunque a tutti”. E dopo questo splendido discorso è venuto il momento di cominciare, di entrare nel vivo di questo insolito concerto.

La serata si è aperta con i Queen. Nati ufficialmente nel 1970 sono uno dei più famosi gruppi del panorama rock britannico, facilmente identificabili nel proprio leader, cantante e pianista Freddy Mercury. I Queen, in oltre 20 anni di carriera, hanno venduto quasi trecento milioni di dischi. I concerti dal vivo della band, circa settecentosette in ventisei nazioni, dal 1971 al 1986 erano animati da Mercury considerato uno dei più carismatici frondmen di sempre. I loro eventi si trasformavano in veri e propri spettacoli teatrali e proprio per questo motivo al gruppo è stato spesso attribuito il titolo di miglior live band della storia. La produzione musicale dei Queen è stata influenzata da numerosi artisti rock britannici come i Pink Floyd, Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin. Nel corso della loro carriera infatti, i Queen hanno toccato varie forme di musica rock. Associati prevalentemente a sound progressive, arte gran rock, attinsero tuttavia ai più svariati generi musicali passando dall’hard rock al pop rock dall’heavy metal al rock and roll al rock psichedelico. Sperimentarono anche sonorità lontane dalla radice rock del quartetto come blues, dance rock, funk, falk, musica classica e rock sinfonico. La banda questa sera ha proposto un brano che è un miscuglio dei classici più famosi dei Queen.

A seguire una breve compilation di altre band e interpreti del rock soprattutto heavy metal. L’heavy metal, spesso abbreviato in metal è un genere musicale derivato dall’hard rock. Il metal ha, quale principale caratteristica, i ritmi fortemente aggressivi e la potenza del suono ottenuto attraverso l’enfatizzazione dell’amplificazione e della distorsione delle chitarre, dei bassi e spesso persino delle voci. Tra gli esponenti di maggior spicco proposti questa sera vanno menzionati gli Iron Maiden, gruppo heavy metal britannico, formatosi a Londra nel 1975, per iniziativa del bassista Steve Harris, sono considerati uno dei gruppi più importanti ed influenti del genere e fanno parte della new have o British heavy metal, corrente al cui sviluppo hanno fortemente contribuito. I Black Sabbath, nati a Birmingham nel 1968 sono uno dei gruppi più influenti di tutto il genere heavy metal che hanno contribuito in modo determinante alla nascita del suo sottogenere don metal. Gli Scorpion, nati ad Hannover, in Germania nel 1965 sin dall’inizio hanno avuto, quale leader carismatico, il chitarrista Rudolf Shenker. Tra i massimi esponenti storici dell’hard and heavy, sono considerati una delle maggiori realtà musicali della storia musicale tedesca e mondiale per i generi hard rock ed heavy metal appunto. Infine menzione particolare per Ozzy Osborne, cantautore e compositore britannico nato a Birmingham nel 1948, divenuto famoso prima con i Black Sabbath e poi con una carriera solista di grande successo Osborne è riconosciuto da tanti come il padrino dell’heavy metal per la sua musica e per il suo carisma sul palco un vero innovatore del genere. Il brano suonato dalla filarmonica dopo questa presentazione, chiamato genericamente METAL altro non è che un omaggio che contiene in sé richiami a ciascuno di questi artisti ora citati.

Ed è arrivato poi il momento clou della serata. Il CONCERTO GROSSO dei New Trolls riarrangiato per banda e diretto dal Maestro Arturo Andreoli. I New Trolls sono tra i pochissimi gruppi italiani che pur attraverso mille peripezie, sono riusciti ad arrivare ai giorni nostri partendo dagli anni Sessanta. Quando nel 1971 fu pubblicato il CONCERTO GROSSO per i New Trolls il panorama musicale italiano si trovò di fronte ad uno dei primi innovativi esempi di integrazione fra musica ad esplicita ispirazione classica ed elementi di espressione rock che arrivavano in quel periodo proprio direttamente dall’Inghilterra. Alla base di quell’esperimento c’erano le composizioni che Luis Bacalov ideava per il cinema al pari di altri suoi colleghi suoi contemporanei come Nino Rota ed Ennio Morricone. Su quelle musiche i New Trolls innestavano magistralmente le sonorità che gruppi come i Genesis cominciavano a proporre con successo. Il CONCERTO GROSSO scritto da Luis Enrique Bacalov è diviso in tre movimenti: il primo movimento, allegro, è un lavoro strumentale dove l’orchestra dialoga coi fraseggi della chitarra; il secondo movimento, adagio, è un brano lento immerso in piena atmosfera barocca che ci riporta indietro nel tempo, a palazzo di qualche corte francese; il testo sul finire, cita una famosa frase dell’AMLETO di Shakespeare “morire dormire forse sognare”; il terzo movimento cadenza, si apre con un assolo di clarinetto sul quale si innestano poi gli altri strumenti ed a seguire anche il gruppo per costruire poi insieme il ritorno al tema iniziale del primo movimento.

La filarmonica ha concluso il suo concerto con una raccolta di brani dei Deep Purple, un gruppo musicale rock inglese formatosi a Hartford nel 1968. Insieme ai Black  Sabbath sono considerati tra i principali pionieri del genere heavy metal nonché una delle band più influenti del panorama musicale degli anni Settanta con un substrato musicale molto vario che spazia dal blues al rock and roll dal funky al jazz e al falk, dalla musica orientale alla musica classica. Il suono della band comprende anche elementi di rock progressivo, genere in auge nel periodo. La raccolta eseguita dalla filarmonica presenta le più significative canzoni del gruppo. Nell’esecuzione si è distinto in particolar modo l’assolo di chitarra del gruppo ARTESUONO  i cui membri sono stati presentati al termine dell’esecuzione del brano. Alla chitarra Michele Rusmini. Chitarra e voce Joe Valenti. Al basso Andrea Cocilovo. Alla batteria Marco Lori. Nella parte finale della serata hanno tenuto un loro piccolo concerto presentato come I CLASSICI DEL ROCK , ma che a me è sembrato più un misto di brani tratti dalla musica leggera e popolare (soprattutto De Andrè) reinterpretati in chiave rock, un piccolo concerto al termine del quale ha preso la parola il presidente della filarmonica Stefano Cerri per il consueto momento degli omaggi dei ringraziamenti e degli auguri in seguito a lieti annunci (come quello delle imminenti nozze del Maestro Pietro Boiani).

Prima del congedo non poteva mancare il momento dei bis. Il primo bis acclamatissimo è stato quello del CONCERTO GROSSO diretto da Arturo Andreoli che prima di dirigere ha voluto prendere la parola “vorrei che il CONCERTO GROSSO possa rimanere nei cuori della banda e di questo meraviglioso pubblico in grado di creare una così intensa corrispondenza” ha esordito il Maestro Andreoli “vent’anni fa ho conosciuto la Valtellina e l’anno scorso il presidente della filarmonica, ma non pensavo che la Valtellina avesse questa grande forza e ospitalità che mi commuove e mi rende orgoglioso. Vent’anni fa col Maestro Della Fonte ho trovato una realtà diversa e ho potuto vedere come l’esperienza fa crescere e migliorare” il Maestro ha inoltre voluto condividere col pubblico alcuni brevi aneddoti dell’inizio della sua carriera e ha ricordato che proprio oggi compie 64 anni. Quale miglior modo di festeggiarli se non collaborando ad un concerto di tale successo che credo abbia lasciato a tutti l’imperituro ricordo di un’esperienza intensa?

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Antonella Alemanni

LA GIOIA DELL’APERITIVO

TALAMONA 14 giugno 2015 i giovani di Talamona presentano

 

 

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IL MIO RACCONTO PERSONALE DI UN EVENTO A META’ STRADA TRA CULTURA, ARTE, SOCIALE E FESTA

C’è ben poco da stare allegri in una giornata così. Piove incessantemente da due giorni e con un tempaccio del genere non viene certo voglia di uscire di casa. Oltretutto non so nemmeno in che cosa consiste bene questa cosa. In qualità di assistente scolastica ho potuto seguire alcune fasi dell’allestimento, in particolar modo la creazione dei quadri dei quali una selezione sarebbe andata a formare una mini esposizione che nella sala a pianterreno della Casa Uboldi era già stata allestita da qualche giorno. Di tutto il resto però non ho la più pallida idea. Mi era sembrato di capire che fosse un’iniziativa della biblioteca che si è fatta prestare i quadri dei bambini della scuola, ma in che cosa consista di preciso il tutto non lo so, come volontaria della biblioteca mi è stata chiesta disponibilità, ma per cosa in particolare non mi è stato specificato (oltre al mio solito ruolo di osservatrice che documenta e fa memoria naturalmente). Pioggia o non pioggia stanchezza o non stanchezza the show must go on  e dunque mi appropinquo al luogo della festa che il tempo ha costretto a cambiare. Non più la casa Uboldi, ma il teatro dell’oratorio.

Vi giungo e tutto è in fermento. Gente che arriva, che si ritrova che si saluta, qualcuno sta fuori, qualcuno entra e prende posto. Dentro è stato allestito un rinfresco e pochi tra quelli che entrano (tra cui io) non ne approfittano. Ma guarda c’è pure la musica. In effetti questo era riportato sul manifesto dell’evento. Ma a fare musica sono gli alunni delle scuole medie diretti dal professor Riccardo Camero come quella volta a Morbegno al concorso intitolato allo scultore Salvatore Pisani. Allora suonava anche il bambino cui faccio da assistente che oggi non c’è, non vedo nemmeno il suo quadro appeso… ma forse devo guardare meglio… dunque vediamo… ci sono dei quadri appesi sul palco, appesi proprio alle quinte, alcuni sono quelli che avevo già visto nel precedente allestimento, quello alla casa Uboldi che ha poi dovuto essere spostato… li il quadro del mio bambino c’era, ma qui? Forse non lo hanno messo qui perché lo sfondo del nuovo allestimento è scuro e il quadro è già scuro di per sé non si noterebbe. Chissà perché il mio bambino così vivace ha deciso di usare tinte scure. Un momento! Ci sono dei quadri anche la nell’angolo a sinistra rispetto a chi giunge dall’ingresso. Quelli non li riconosco. A scuola non li ho mai notati. Devo dire che sono di squisita fattura. Però! Alcuni sembrano disegni per cartoni animati altri ritratti che sembrano vivi schizzi questi che sembrano dei quadri espressionisti quasi dei Van Gogh contaminati da uno stile graffitaro, arte moderna, arte astratta e questi… quadri che sembrano riprodurre le foto del telescopio spaziale Hubble. Ma da dove vengono? Sono sicura di non averli mai visti prima… c’è pure una Gioconda riprodotta con l’arte astratta. Qui comincia ad accalcarsi gente mi domando come si possano apprezzare questi quadri nel corso della serata. Intanto le prove continuano. Mi guardo intorno cerco di capire a chi potrei rivolgere qualche domanda per cercare di capirci qualcosa. Tra il pubblico c’è anche la signora Lucica che difficilmente si lascia scappare qualche evento se non quando è molto impegnata, ma sempre ad occuparsi di cultura. Mi dice subito che aspetta l’articolo di questo evento. Prima o poi qualcuno dirà qualcosa che possa permettermi di capire che sta succedendo, cosa succederà, qualcosa che potrò poi riportare.

Ecco che finalmente qualcuno sale sul palco e afferra un microfono. Questo dovrebbe essere il segno del fatto che si sta per cominciare davvero. Possiamo cominciare dice infatti l’uomo che nel corso del suo discorso si presenterà come Alberto della Cooperativa Insieme. Questa festa è per i giovani, ma in generale per tutta la popolazione. Da alcuni mesi a questa parte alcune associazioni del comune si stanno incontrando con la Cooperativa Insieme di Morbegno per provare a discutere insieme (appunto) del tema giovani e prevenzione. Mentre vengono enumerate tutte le associazioni che hanno preso parte a questa iniziativa (e ci sono proprio tutti UIDLM, Oratorio, Pro Loco Biblioteca, Gruppo della Gioia, le cooperative Insieme e Orizzonti, la scuola, infondo le idee confuse che avevo nonostante tutto non erano così lontane dalla realtà) penso che ci si riferisca in particolar modo al disagio sociale, all’importanza di mettere in campo delle attività per impedire che i giovani si ritrovino preda del vuoto di senso (che è di gran lunga peggio del senso di vuoto) e dunque portati a percorrere strade sbagliate, la dipendenza da alcool e droga. Il signor Alberto proseguendo il suo discorso conferma questa mia ipotesi. Nel corso di questi incontri si è stabilito di mettere in campo una serie di iniziative d’incontro tra giovani, associazioni e cittadinanza e la festa di oggi vuole essere l’inizio del percorso, l’evento simbolo. Non posso fare a meno di pensare a come ci siano territori che hanno una necessità vitale di risorse del genere e non posso non pensare al Mezzogiorno dove c’è chi è ben lieto di approfittare del vuoto di senso dei giovani per farli diventare dei delinquenti. Se fossimo a Napoli magari vedrei entrare improvvisamente degli uomini armati che sparano a tutto spiano. Ma forse questo è solo un pregiudizio. Nel frattempo ha preso la parola Laura del Gruppo della Gioia per ringraziare tutti coloro che hanno permesso di realizzare concretamente questa  che altrimenti sarebbe stata solo un’idea. Ai ringraziamenti si unisce poi di nuovo il signor Alberto che ringrazia in particolar modo il comitato ARTE LIBERA di Berbenno che ha fornito i quadri posti nell’allestimento nell’angolo (visto? Ci avevo visto giusto, non era roba nostra! Bella però) e segnala la presenza del furgoncino della cooperativa LOTTA CONTRO L’EMARGINAZIONE che mette a disposizione la possibilità di fare l’alcool test e per i giovani di rilasciare un’intervista su cio che vorrebbero vedere realizzato a Talamona perché serve a noi per orientarci per capire cosa fare. Dunque questo potrebbe significare l’inizio di una nuova era per la stagione culturale talamonese? E io che cosa potrei proporre? Tanto Saviano qui non lo inviteranno mai quindi è inutile che continuo a sprecare il fiato. Due o tre settimane prima ad Albosaggia c’era un festival letterario in occasione del quale era ospite Valerio Massimo Manfredi, un altro dei miei scrittori preferiti. Io però quel giorno avevo già in programma il cinema pomeriggio e sera. Due anni fa a Morbegno hanno invitato Antonia Arslan per ben due volte e io ho pure rimediato una copia de LA MASSERIA DELLE ALLODOLE autografata con dedica. A qualcuno interessano gli scrittori qui? Non mi è mai sembrato e comunque ora ho la mente vuota, ho sonno e non mi sento affatto nello spirito giusto per essere propositiva. Penso troppo da vecchia.

Sul palco nel frattempo è salita Simona Duca ex assessore alla cultura (ora dovremmo già averne uno nuovo e presto conto di scoprire chi è) qui in veste di insegnante di scuola secondaria per introdurre la parte dello spettacolo curata proprio dalle scuole medie e dedicata alla memoria di un ragazzo che ci ha lasciato troppo presto, Paolo Biella. Può sembrare stonato accostare questo pomeriggio gioioso al ricordo di una persona che non c’è più ha detto Simona ma lui era una persona gioiosa e positiva e dunque abbiamo pensato che a lui farebbe piacere essere onorato così. Oggi è come se anche lui fosse ancora con noi. Se la memoria dei morti è il principale motore della civiltà, il popolo di Talamona si caratterizza per essere un popolo molto civile visto che sono molti gli eventi che sono nati e proseguiti nel tempo per commemorare la memoria di un qualche compaesano che se ne è andato. In attesa di preparare gli strumenti e gli accordi Simona Duca chiama sul palco la preside della scuola, Eliana Giletti, seduta tra il pubblico, che non può che sottolineare ulteriormente il grande impegno profuso in tutto questo.

Per rompere il ghiaccio due assoli di motivi che richiamano al rock.

 

 

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Qualcuno dei ragazzi ha la funzione di voce fuori campo che introduce alcuni brani.

 

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È appena terminato l’assolo di batteria di Riccardo piano quando si leva la voce fuori campo (o forse sono semplicemente io che non vedo il ragazzo da quella posizione in cui mi trovo). A New Orleans i funerali erano accompagnati da musiche spesso allegre. L’espressione delle emozioni era ed è pubblica e non c’è dissociazione tra vita, silenzio e morte. Lo stesso concetto di distacco dalla persona cara è diverso rispetto a quello delle civiltà occidentali e tutto è caratterizzato da profonda fede. A questo punto partono le note di I UNDERSTAND GO MACHININ eseguite soprattutto col flauto. Però, non avevo idea che fosse un brano da funerale. Del resto non avevo neanche idea che a New Orleans i funerali si considerino quasi una festa. Mi sembra di ricordare che anche gli Etruschi la pensassero così.

Gli eventi cui non riusciamo a trovare una risposta la trovano idealmente nel vento. Ecco che mentre penso si è già passati alla presentazione di un altro brano. Meno male che sto registrando tutto. Questa canzone continua la voce si  rivolge idealmente all’umanità. Non poteva che essere BLOWININD THE WIND cui fa subito seguito un mix di repertorio classico, di brani tra gli altri di Mozart Beethoven e Vivaldi. Con la musica classica non si sbaglia mai, ha degli effetti benefici sull’anima che non si possono ottenere in altro modo.

Ogni tanto mentre ascolto la musica mi guardo un po’ in giro e noto che tutti osservano un piccolo bambino seduto in braccio a colei che immagino sia sua nonna nel pubblico, un piccolo bambino biondo dalle guance paffute e ridenti. È un po’ come se fosse lui la star occulta della serata. Quando un giorno potrebbe ritrovarsi assalito dalla tristezza e pensare di contare ben poco al mondo (questa fase la attraversano tutti anche se ognuno in modo diverso) che qualcuno gli ricordi questo giorno.

L’ultimo brano eseguito dagli alunni delle scuole medie è LET IT BE dei Beatles. Nella presentazione si dice che Paul McCartney dichiarò in un’intervista di aver avuto l’ispirazione per questo brano da un sogno durante il quale incontrò la madre Mary, morta di cancro nel 1956 quando lui aveva 14 anni e che proprio la madre nel sogno gli disse di lasciare che gli eventi facciano il loro corso (let it be appunto) e che tutto si aggiusterà. Perbacco. Io sapevo che YESTERDAY è nata da un sogno di Paul McCartney il quale sognò la melodia percependola come un qualcosa che aveva già composto e restando stupito quando nessuno dei compagni sembrava riconoscerla. Certo che i sogni portano davvero bene ai Beatles! Avessero gli stessi effetti o comunque effetti simili su tutti! Al Mondo ci sarebbe più bellezza più energia creativa…  dopo l’esecuzione di questo brano c’è chi ha voluto esprimere un pensiero personale del suo ricordo di Paolo.

A questo punto prima di lasciare spazio a giovani band e talenti musicali solisti di Talamona gli studenti di scuola media propongono una presentazione in lingua inglese del nostro Comune che non sfigurerebbe su un sito di viaggi internazionale. Simona Duca prova a cercare volontari che traducano il tutto in dialetto, ma nessuno si fa avanti così lo assegna come compito a casa che non penso sarà mai svolto.

Nel frattempo la prima rock cover band è gia pronta per trasformare il teatro in una discoteca. Cavoli mentre suonano sento vibrare tutto il pavimento le pareti persino i miei nervi. Quando si dice la musica psichedelica. Poco ci manca per la miseria. Il batterista è particolarmente bravo è come se la batteria fosse un prolungamento della sua stessa anima. Le cantanti invece sono molto meno coinvolgenti dovrebbero avere più presenza e invece se ne stanno ferme come statue e cantano come se stessero dicendo messa a momenti. Dovrebbero prendere esempio dal rapper che si è esibito dopo. Non si capisce cosa dice, forse è l’effetto del rimbombo, del suono non proprio gestito correttamente, però almeno si muove sul palco, si appropria della scena, sente quello che canta vuole coinvolgere tutti i presenti, invaderli con la sua musica.

Mentre il rapper canta mi accorgo che lo smartphone non sta più registrando nulla. Non so chi si deve ancora esibire e per quanto tempo ancora, ma penso che comunque possa bastare questa musica così forte mi sta martellando le orecchie. Un mal di testa oggi è proprio l’ultima cosa che voglio. Vedo che anche altri a poco a poco stanno andando via o se ne sono andati da prima. Credo che ormai lo spirito di cio che si intendeva comunicare sia ben chiaro e dunque non c’è bisogno che io resti. Esco e ancora piove mentre torno a casa.

Antonella Alemanni

 PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

 

“Una persona umile che ha fatto grandi cose”

A cura di Guido Combi

 

Nel mese di Gennaio 2003, Piera Milivinti “va avanti”, come dicono gli alpini, con una formula che lascia spazio alla speranza di poterci rivedere un domani in un mondo migliore.

Nel mese di Luglio 2012, sulla sua casa di via Coseggio alla presenza delle autorità comunali, militari e religiose, viene posta una targa in bronzo con “l’affettuoso ricordo di quanti hanno apprezzato e mai dimenticato l’opera, silenziosa ma efficace, di Piera Milivinti, Madrina degli Alpini”.

 

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Ma chi era la Piera tanto amata dagli alpini?

Penso valga la pena richiamare la sua figura, cercando di delinearla attraverso varie testimonianze, per dare un quadro più completo della sua personalità e di quello che ha fatto per guadagnarsi, nella sua semplicità e umiltà, tanta stima e tanto affetto.

Ecco la prima testimonianza della giornalista Marialuisa Bendinelli in un suo articolo  pubblicato nel 1987, che contiene anche una interessante intervista .

 

La mamma degli Alpini

Si chiama Piera Milivinti, ha settantadue anni, non si è mai sposata, ma in migliaia la chiamano mamma.

Sono gli alpini dei quali si è occupata per tutta la sua vita e per i quali lei è ormai una leggenda vivente.

di Marialuisa Bendinelli

 

Quando una sua lettera arriva nelle caserme viene subito messa in bacheca perché tutti possano leggerla e sentirsi confortati.

Ma come è cominciata questa storia?

“E’ cominciata quando io avevo quindici anni – racconta adesso Piera – e i ragazzi del mio paese partivano per il servizio militare.

Erano belli nella loro divisa e mi pareva che fossero fortunati ad andare lontano a vivere nuove esperienze, a farsi uomini.

Ma quando tornavano raccontavano di solitudine, di malinconia, di magoni grossi così… e allora io ho cominciato a scrivere a qualcuno, per tirarlo su, per fargli pesare meno la lontananza.”

Ma erano così belle, quelle lettere, contenevano tanta speranza e tanto calore che i ragazzi cominciarono a leggerle ad alta voce, nelle camerate.

Chi aveva una pena in cuore cominciò a scriverle e ben presto lei si trovò a dover rispondere a decine di soldati che non conosceva ma che aspettavano ansiosamente la sua lettera.

Lei lavorava in una ferriera e lo stipendio in casa serviva tutto; erano tempi duri, così per procurarsi  i soldi per la carta e i francobolli la ragazza va sui monti la domenica a far carichi di legna che poi rivende.

«Può sembrare una pazzia – commenta oggi – ma quei ragazzi avevano bisogno di amicizia più che del pane e io come potevo abbandonarli?»

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 Piera nella sua casa.

 

Abitava a Talamona, in provincia di Sondrio, ma cominciò, appena poteva, a spostarsi per raggiungere ospedali e sanatori nei quali i suoi alpini venivano ricoverati, per rendere cosi più concreta la sua solidarietà.

«Piccola amica…» le scrivevano e lei non aveva cuore di lasciare inascoltati i loro appelli.

Ha risolto casi umani e problemi d’ogni genere.

Di fronte al dolore di uno di quei ragazzi che non sapeva come venir fuori dal cruccio che lo assillava lei si metteva in moto.

Scriveva e bussava a tutte le porte, finché non le veniva aperto, parlava con le autorità, «muoveva le montagne» finché non otteneva l’aiuto richiesto, e subito ricominciava con un altro caso.

Scoppia la seconda guerra mondiale e le sue lettere partono per il fronte a consolare chi non sa darsi pace di tanto orrore e piange di nostalgia.

Alcuni dei ragazzi che ricevevano le sue lettere in Russia hanno raggiunto alti gradi nell’esercito, due sono diventati generali e, in ricordo di quei giorni bui rischiarati però dalle lettere piene di speranza che ricevevano dalla loro «piccola amica», lei ancora oggi viene considerata «una di casa».

Conosce le loro mogli, è stata al battesimo dei loro figli per i quali è zia Piera.

I suoi viaggi, con la guerra si fecero più lunghi, pieni di disagi e la sofferenza che incontrava le sembrava a volte intollerabile.

Ma come poteva abbandonare chi era certo di una sua visita?

Eccola allora da un ospedale all’altro, non più e solo alle prese con la TBC ma con mutilazioni e piaghe sconvolgenti, ed anime ferite ed esacerbate.

Piange ricordando le sofferenze dei suoi alpini in quei giorni di follia.

Ormai la conoscevano tutti, non solo i soldati ma anche il personale medico, i cappellani militari, gli ufficiali e tutti avevano imparato a rispettare ed amare quella donna che portava amicizia e conforto e nulla chiedeva in cambio, come una mamma.

Nacque in quei giorni l’appellativo mamma degli alpini, che la accompagna ancor oggi.

Finita la guerra cominciò regolarmente a spostarsi da una caserma all’altra per far visita ai ragazzi.

Utilizzando così tutte le sue vacanze, tutto il suo tempo libero.

Ora erano gli alpini che venivano a prenderla e la portavano a far visita ai commilitoni.

Le chiedo di raccontare qualche episodio che più di altri l’ha commossa e lei snocciola racconti su racconti, tanti da poterne scrivere un libro, ma uno in particolare merita d’essere ricordato.

Erano i tempi del terrorismo altoatesino, nella settimana tra il Natale e Capodanno; in compagnia di un capitano e del cappellano militare va al Passo del Brennero.

L’intenzione è di portare qualche stecca di cioccolata, sigarette, un po’di grappa ai ragazzi che stanno nei posti di vigilanza a Malga Sasso, Malga Longo, Pian dei Morti, Pian dei Mughi.

Nonostante la tensione e il freddo polare i visi dei ragazzi si illuminano quando riconoscono i visitatori.

“In tutti i posti di vigilanza, tutti – ricorda lei adesso – i ragazzi avevano allestito un alberello e, portando da casa ognuno una statuina, avevano messo insieme un presepe minimo.

Sono i più bei presepi che ho visto.

Quanta serenità,  quanta voglia di pace e di calore nei loro cuori!”.

Dice che i ragazzi di oggi non sono diversi da quelli di allora, mai come in questo caso è vero che l’abito non fa il monaco!

Hanno in cuore le stesse angosce, le stesse ansie, le stesse speranze, gli stessi sogni.

Difficile che cambi il cuore dell’uomo, commenta.

Continua a scrivere le sue lettere con inchiostro e pennino, come una volta, e siccome i pennini sono difficilissimi da trovare è una gara riuscire a procurarglieli, fare in modo che non ne rimanga sprovvista.

Lavoratrice e parsimoniosa avrebbe potuto costruirsi una vecchiaia agiata e serena ma ha speso tutto in quest’insolito e utilissimo servizio, generosa e incurante del futuro, come tutte le anime buone.

Vive nella casa più modesta del paese, due stanze senza riscaldamento, l’una al di qua l’altra al di là della strada; da una parte la cucina, dall’altra la camera da letto, con una pensione minima.

La casa però ha il telefono, sottolinea con orgoglio, dono dei suoi alpini per poterle parlare in qualsiasi momento. «Saranno bravi!» commenta, fiera dei suoi figli, come tutte le mamme.

 

 

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Piera con le autorità militari.

 

Su  “Il Giorno-Valtellina” Annalisa Acquistapace il  28 gennaio 2003, in occasione della sua morte, scriveva:

 

 LA “MADRINA” DI TALAMONA

Per tutti era “la Piera” una vita dedicata agli Alpini

 

TALAMONA

“L’attaccamento agli Alpini era la vocazione a cui ha dedicato tutta la vita”.

Così chi l’ha conosciuta racconta Piera Milivinti, la “madrina degli Alpini” di Talamona, morta nel giorni scorsi a 88 anni.

A dare l’addio a Piera è arrivato da Vipiteno un picchetto d’onore degli Alpini, per rendere omaggio a una donna che si è sempre impegnata per questo corpo militare e per tutti i giovani che ne hanno fatto parte.

La sua storia parte da lontano, quando i giovani valtellinesi partirono per la seconda guerra mondiale.

“A quell’epoca – ricorda Mario Berini, 83enne reduce di Russia e per 30 anni presidente dell’Associazione combattenti reduci di Talamona – Piera apparteneva al  gruppo di donne che sostenevano i giovani al fronte con lettere in cui si riconoscevano il suo patriottismo, la capacità di incoraggiare e di alleviare le  sofferenze di quegli anni difficili e dolorosi.

La sua vocazione verso gli Alpini è nata in quegli anni ed è continuata grazie alla sua capacità di adeguarsi al cambiamento delle esigenze dei giovani in servizio di leva”.

Mario Berini ricorda il carisma di Piera: “Da giovanissima aveva perso il padre – racconta- e qualche anno dopo anche la madre,  rimanendo sola nella sua casa che con gli anni si è riempita di ricordi, incontri, persone.

Viste le difficili condizioni di quel tempo, Piera non aveva nemmeno il diploma di quinta elementare, ma tale era la convinzione che metteva nelle sue lettere che è riuscita ad avere contatto con le più alte cariche militari e dello Stato.

Basti pensare che nella sua piccola casa di Talamona non c’è, uno spazio sui muri che non sia coperto di fotografie  con comandanti e generali, e di lettere firmate ad esempio da Giulio Andreotti”.

Se durante la guerra il suo impegno era per alleviare le sofferenze e le paure dei soldati al fronte, in seguito Piera Milivinti si è prodigata per i ragazzi che avevano difficoltà durante il servizio di leva.

“Capitava spesso che qualche giovane partito per il militare avesse alla spalle una storia di povertà o di difficoltà familiari – ricorda ancora Berini – e Piera in quei casi si prodigava per trovargli la collocazione migliore e più agevole.

In altre occasioni, quando sapeva che la famiglia aveva bisogno del ragazzo a casa, faceva di tutto per sorpassare i regolamenti, e spesso riusciva ad ottenere che il giovane tornasse a casa”.

A ricordare con affetto la “madrina” non sono solo i numerosissimi Alpini e non che da lei hanno ricevuto lettere o aiuti, ma anche gli ufficiali del corpo militare che l’hanno conosciuta.

“Riceveva spesso inviti da molte caserme – dice ancora Berini – ed è stata ospite a Torino, Belluno, Merano, Malles, Pordenone. In una di queste caserme era stata addirittura preparata per lei una camera da letto che poteva utilizzare quando  veniva  invitata”.

Una figura forte: “Era un personaggio particolare, impetuosa e molto decisa – conclude Berini – e chiunque avesse una conversazione con Piera ne usciva convinto che avesse ragione lei.

La speranza, ora che non c’è più, è che la sua morte riporti in alto i valori per cui ha vissuto.”

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 Piera coi suoi alpini in caserma.

 

 

La testimonianza del nipote

“Era conosciuta in tutte le Alpi”

 

TALAMONA

“Di giorno lavorava chiodi e reti in ferro nella fabbrica morbegnese Martinelli, e la sera correva a casa tra francobolli e lettere”.

A ricordare Piera è il nipote Giovanni Milivinti, anche lui Alpino e da sempre sostenuto dal forte carattere della zia.

“Scriveva ogni giorno a persone di ogni parte dell’arco alpino – ricorda – e in più occasione sono arrivati a casa sua dei personaggi anche molto in vista fra i militari, per salutarla e ricordare i vecchi incontri.

Era molto conosciuta fra gli alpini di diverse regioni d’Italia, e ricordo un episodio che mi dimostrò il rispetto che tutti

avevano per lei.

Svolgevo il servizio militare a Cuneo, e un giorno ho sentito squillare la tromba, come per l’arrivo di un’autorità militare.

Poco dopo – conclude Giovanni – ho scoperto che quell’autorità era mia zia, che era venuta a farmi visita”.

Alcuni a Talamona la ricordano ancora quando Piera scendeva a piedi fino a San Carlo per prendere la corriera che la portava al lavoro.

“Li chiamava “i miei alpini” e parlava sempre di loro – ricorda chi la incontrava la mattina andando al lavoro – per lei era quasi una ragione di vita, una vera passione che portava avanti con tutte le sue possibilità, anche economiche”.

E ancora negli ultimi anni, anche se l’età aveva diminuito la sua attività.

Piera riceveva la visita di gente che aveva aiutato, la stessa gente che domenica non – ha voluto mancare all’ultimo saluto alla “madrina degli Alpini”.

 

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Ettore Leali, allora presidente dell’ ANA Valtellinese, su “Valtellina Alpina”, l’ha ricordata così:

“Il  24 gennaio scorso si e` spenta a Talamona “la Piera”, nota anche come “la sorella degli Alpini”, la “zia Piera”, la “madrina degli Alpini”e, nel secondo dopo-guerra, “la mamma degli Alpini”.

Quando vanno a trovarla a Talamona qualcuno resta sconcertato dalla semplicità della sua casa: due locali (una piccola cucina che fa anche da tinello e una camera da letto) uno di qua e l’altro al di là della strada. Nella cucina-tinello un telefono rosso: linea diretta con gli Alti Comandi, con i Capitani, con i Cappellani, con semplicissimi alpini e con le famiglie dei casi più difficili. Tante conoscenze e gli infiniti biglietti di ricambio degli Auguri dai più umili ai “Dalla Chiesa”, agli “Andreotti”, ai “Federici” ecc. ecc. Punto di riferimento del “mondo alpino” ben al di là della Valle lascia un ricordo indelebile in tantissimi per aver risolto con semplicità casi umani e situazioni altrimenti irrisolvibili. In tanti gli erano riconoscenti quasi come ad un genitore.

Lascia un vuoto profondo in coloro che l’ hanno conosciuta ed apprezzata per la semplicità con la quale ha sempre saputo testimoniare un grande cuore, altissimi valori ed un amore sviscerato per il cappello con la penna nera ma soprattutto per tutti coloro che in quel simbolo hanno riconosciuto la bandiera di una vera Umanità.

Ettore Leali

 

 

Il MIO RICORDO DI  PIERA MILIVINTI “LA MAMMA DEGLI ALPINI”

Per gli alpini che hanno conosciuto bene la Piera, non credo che di lei questo mio scritto possa dire qualcosa di nuovo. Per chi non l’ha conosciuta, data l’età, “la mamma degli alpini” potrebbe rappresentare una figura del passato da considerare un po’ anacronistica proiettata nella realtà virtuale odierna, ma che  se esplorata a fondo, magari attraverso i ricordi di noi vecchi e gli scritti che hanno preceduto questo mio, potrebbe riservare un esempio che richiama alla memoria virtù e pregi che oggi potrebbero essere (e lo sono per molti?)  ritenuti superati. Se poi qualcuno ha  potuto consultare i suoi scritti e quelli che ha ricevuto dalle personalità militari e politiche di primo piano con cui ha avuto rapporti cordiali, l’impressione di una personalità complessa e forte che si è elevata sulla maggioranza delle donne del suo ambiente sociale e del suo tempo, è netta e indiscutibile.

Ad esempio, il dedicarsi ad un ideale di altruismo nei confronti di persone sconosciute,  ideale legato all’amor patrio, che oggi spesso è bistrattato in nome di settarismi di varia natura, pur a oltre 150 dall’unità d’Italia, è stato appannaggio di pochi e di poche. Ancora, il sacrificare le proprie aspirazioni personali, che oggi sono giudicate prioritarie, come il costituirsi una propria famiglia, il dotarsi di una casa comoda e di una serie di sicurezze che si ritengono irrinunciabili sul piano economico, in nome di un ideale, da qualcuno potrebbe essere giudicato fuori del tempo.

La “Piera degli alpini”, come veniva chiamata a Talamona, tutto questo l’ha praticato con grande convinzione e con entusiasmo, nonostante i sacrifici che le imponeva.

Abitava in via Coseggio inferiore, più precisamente nel gruppo di case chiamate “di Mälvain”, e lei stessa era una Mälvaìna, appartenente alla dinastia dei Milivinti, che abitavano e abitano quella contrada. I miei rapporti con lei risalgono al periodo della mia gioventù, durante le scuole superiori. Abitavo poco sopra, in via Civo, e, si può dire che l’ho conosciuta da sempre, in quanto anche da ragazzo lei mi ha visto crescere e ha seguito, anche se da lontano, la mia crescita e i miei studi. Verso i 16 anni ho incominciato, con alcuni amici, a frequentare la sua casa, almeno due o tre sere al mese. Spesso andavamo a trovarla dopo la prova di musica (suonavamo nella banda di Talamona) e lei ci accoglieva sempre con entusiasmo, ci offriva il caffè fatto con la  famosa napoletana e pian piano ci parlava dei suoi amici alpini. Ci mostrava la sua corrispondenza e le fotografie, parte delle quali erano in bella mostra e la maggior parte raccolte in un album di ricordi che era la ricostruzione di una parte di storia della guerra e del corpo degli alpini al quale la sua vita era stata ed era legata.

Per noi è stata la scoperta di un mondo che avevamo appena immaginato qualche volta e che ora ci si presentava nella sua realtà con una semplicità che  all’inizio ci sconcertava, ma che poi abbiamo accettato con altrettanta ovvietà, così come lei, con semplicità e senza trionfalismi, ce lo presentava.

Ricordo il cucinotto-tinello, allora era chiamato semplicemente la casa, arredato con l’ essenziale, dove si faceva fatica a starci tutti, perchè era molto piccolo. Dall’unica finestra riceveva la luce e dando su un cortile adiacente alla strada, da lì si vedevano tutti i passanti. In inverno una stufa economica riscaldava il localino e i pasti frugali. Ricordo che, pian pianino, man mano che ci introduceva in questo nuovo mondo, ho scoperto la sua personalità senza che lei si sia mai vantata del rapporto privilegiato che aveva con le personalità militari e politiche con cui corrispondeva. Ci presentava i personaggi per mezzo di foto, dove spesso era ritratta con loro nelle varie caserme e in mezzo ai suoi alpini, e degli scritti che ci presentava con molta semplicità e naturalezza come si presentano degli amici che si vogliono far conoscere, ai quali si tiene molto. Uno lo ricordo particolarmente per la sua figura imponente, dotata di baffi, e per l’ espressione del suo viso simile a quella di un padre severo, ma comprensivo: era il generale Rasero.

 

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Piera a una cerimonia ufficiale

 

Un ricordo particolare è legato alla mia mancata ammissione al corso allievi ufficiali di complemento (AUC) che credo le abbia dato una grande delusione. Terminate le scuole superiori e fatta la visita di leva, essendo a casa in attesa di preparare il concorso magistrale, ho deciso che forse la naja sarebbe stato meglio farla possibilmente da ufficiale, visto che ero ancora a completo carico dei miei genitori che dovevano provvedere anche al altri sei figli. Inoltrai perciò la domanda e lo comunicai alla Piera. Ricordo ancora la sua contentezza, nella speranza che poi una volta superato il corso sarei stato assegnato al corpo degli alpini; credo che lei si preparasse a fare di tutto per farmi arrivare a Malles, a Merano o in qualche altra caserma degli alpini, magari al “Morbegno”, e mi diceva che mi vedeva già sottotenente. Gli avvenimenti però sono andati diversamente da quanto desideravamo entrambi. Non fui ammesso al corso per R.A.M. e poi non feci nemmeno la naja. La sua delusione fu grande, perchè avrei potuto essere allora uno dei pochi talamonesi, ufficiale dei suoi alpini. Ciononostante, la sua amicizia è rimasta intatta perchè mi diceva:

“Puoi far bene anche in altri campi”.

Credo che per la Piera la sua vita sia stata molto ricca di soddisfazioni, anche se a volte ha sofferto per le incomprensioni di cui era oggetto nell’ ambiente che la circondava, che non sempre era in grado di capire gli ideali che riempivano la sua vita e perchè cercasse soddisfazioni al di fuori del suo paese.

Quante persone ha aiutato? Molte e anche, a volte, sconosciute.

Rimasta senza genitori a 15 anni, avrebbe potuto pensare solo a se stessa. Ha iniziato subito, invece a pensare a quei giovani ragazzi che in divisa andavano a combattere nelle varie guerre, lontano da casa, e si metteva in contatto con loro epistolarmente facendoli sentire vicino a casa e al loro paese. Poi altri, spesso sconosciuti, sono entrati in corrispondenza con lei e per tutti aveva parole di sostegno e di conforto. Aveva frequentato solo le scuole elementari e non era riuscita a finirle come avrebbe voluto, come è capitato a parecchi in quei tempi per esigenze familiari. Lavorava come operaia alla Martinelli di Morbegno e si recava al lavoro in bicicletta, spingendola in salita, al ritorno, per oltre un chilometro, tutti i giorni, fino a casa. Tutto quello che risparmiava andava in spese postali e non ha mai chiesto nulla a nessuno. Anche con noi giovani, non si è mai lamentata delle sue condizioni economiche difficili, e noi allora non le avvertivamo, perchè si accontentava di una vita frugale. Quanti giovani soldati si sono sentiti rincuorati dalle sue lettere, che, nonostante avesse frequentato solo la quinta elementare, avevano raggiunto un bello stile sciolto ed erano scritte con una grafia chiara che tutti potevano leggere e capire, tanto che spesso venivano lette nelle camerate o nelle tende dell’ accampamento, perchè servivano a tutti, rincuoravano tutti e nessuno si sentiva dimenticato, tutti le ascoltavano volentieri e le sentivano come proprie. Quante volte si è fatta carico dei problemi delle famiglie dei suoi alpini, non solo talamonesi, in difficoltà vuoi per i lavori della campagna a cui mancavano forti giovani braccia, vuoi per situazioni familiari disagiate che richiedevano la presenza  a casa dei giovani in servizio di leva, che magari erano in caserme lontane.

Ecco allora che la “sorella degli alpini”, “la mamma degli alpini”, “la madrina degli alpini”, ”la Piera degli alpini”, questi i vari appellativi con cui veniva chiamata, si metteva in moto. Scriveva ai vari comandi rivolgendosi agli alti ufficiali dai quali era stimata e ascoltata; più tardi alzava il famoso telefono rosso di cui l’avevano dotata i suoi amici alpini, e si metteva in contatto, ottenendo licenze agricole e straordinarie, e trasferimenti in sedi più comode per poter raggiungere la famiglia nel più breve tempo possibile. Quante madri si sono rivolte a lei? Eppure la Piera non ha mai chiesto nulla a nessuno e neppure si è mai fatta vanto di quanto otteneva, nè delle sue conoscenze. Agiva a favore degli altri e basta. Questa è carità? Penso proprio di si. Possiamo anche chiamarla “carità alpina”? O altruismo come virtù tipica degli alpini che, terminata la naja, si impegnano in tante opere di volontariato: dalla protezione civile, all’ intervento in caso di calamità, senza pesare su nessuno: Friuli e Irpinia possono esserere citati come due casi simbolo.

I momenti che più la riempivano di soddisfazione  erano quelli delle sue ferie che in parte passava in qualche caserma degli alpini del Trentino o dell’ Alto Adige, in mezzo ai suoi ragazzi in divisa: i suoi Alpini. Infatti, in estate, era regolarmente invitata dagli alti comandi sia alle cerimonie del giuramento, sia a trascorrere le ferie con loro. Era alloggiata in caserma, in appositi locali preparati per lei; le veniva messo a disposizione un alpino che l’accompagnava ovunque volesse andare e colonnelli e generali la trattavano da loro pari, con un rispetto pari alla stima che di lei avevano, e la portavano nelle loro famiglie, invitandola ai vari avvenimenti come battesimi e matrimoni, trattandola appunto come una di famiglia. Tutto questo traspariva nelle serate passate a casa sua quando, come dicevo prima, ci presentava, attraverso le foto e gli scritti, gli ufficiali di tutti i gradi, dal sottotenente al generale,  che erano onorati della sua amicizia, e le erano sinceramente affezionati. Tutto questo la appagava delle difficoltà di ogni giorno a cui comunque si era adattata.

La “Piera degli alpini”, credo sia stata una persona, unica nel suo genere, che con le  sole proprie forze si è elevata ad di sopra degli  altri, mettendo in evidenza, con un grande coraggio personale, aspetti della sua personalità che altri avrebbero potuto anche non condividere. Io mi chiedo: quante donne sono state capaci di fare scelte coraggiose come le sue e di dedicarsi agli altri senza pensare a se stessa?  Forse non le conosciamo tutte. Ricordiamo che i tempi in cui ha operato erano molto diversi da quelli di oggi.

Cara Piera, spero di non averti deluso ancora una volta. Ma forse sì? Forse non avrei dovuto mettere in evidenza gli aspetti migliori del tuo grande carattere che io ho visto in te. Ma credimi, non potevo farne ameno di cercare di farli conoscere anche a chi ti ha conosciuto magari in modo casuale. Se ti ho deluso, scusami ancora una volta. Una cosa però penso ti abbia fatto piacere. Che questi scritti possano portare i giovani che non ti hanno conosciuto, a conoscere ed apprezzare il tuo mondo “il mondo alpino” e ciò che tu hai fatto per i tuoi “ragazzi”, come li chiamavi con tanto affetto.

 

                                                                     Guido Combi

 

IL SENSO DEI TALAMONESI PER IL NATALE

TALAMONA fine dicembre  2014 – 6 gennaio 2015 festività

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DOVE SI SCOPRE COME UNA COMUNITA’ GIA’ DI PER SE’ MOLTO VIVACE CON LE FESTE NATALIZIE SI ANIMA ULTERIORMENTE 

Da circa poco più di una ventina d’anni Natale, per i Talamonesi, significa elevamento a potenza del già molto spiccato senso della comunità. Le associazioni presenti sul territorio e sempre attive in tutti i periodi dell’anno, nel periodo delle feste fanno a gara nel proporre le iniziative più disparate: dai tornei sportivi a scopo benefico (come il torneo rosazzurro organizzato dal Gruppo della Gioia che però quest’anno è stato annullato quasi all’ultimo momento e l’HAPPYFANIA, confermata invece anche per questa edizione, svoltasi sempre un po’ a Talamona e un po’ a Morbegno) alle lotterie a premi organizzate dai vari esercizi commerciali… capofila dell’animazione natalizia è sempre stata la Pro Loco, seppur con una presenza sul territorio un po’ altalenante nel corso di questi anni, ma sempre comunque foriera di iniziative di grande successo che hanno letteralmente vestito a festa Talamona. Come non ricordare il grande impegno profuso nell’allestimento dei presepi delle contrade, che proprio lo scorso anno hanno festeggiato il venticinquesimo anniversario e, almeno fino a qualche anno fa, l’impegno nell’incentivare le vetrine più belle istituendo una gara tra i vari negozi, gara che ha fatto si che le vie di Talamona si vestissero letteralmente a festa, o ancora l’organizzazione dello ZUCCHINO D’ORO non più confermato quest’anno. Non si può non citare anche il grande impegno della filarmonica, coi suoi bellissimi concerti annuali d’inverno, ma anche quelli estemporanei seguendo il percorso dei presepi o quello dei gruppi coristici (di volta in volta il coro Valtellina o la corale Passamonti).

La cosa più bella del Natale talamonese è proprio questa, il fatto che ogni edizione non è mai esattamente uguale ad un’altra. Ogni anno non sono sempre le stesse contrade ad aderire per l’allestimento dei presepi (a parte la presenza fissa di Ca’ Giovanni e via Erbosta che lo scorso anno è valsa loro una menzione speciale) e ogni anno l’allestimento varia, i volontari sanno, di edizione in edizione, riempire di stupore i visitatori per la loro grande fantasia nell’interpretazione dell’evento della natività del Salvatore. Ogni anno non ci sono sempre le stesse iniziative. L’anno scorso ci sono stati i mercatini lungo il centro storico quest’anno invece no, l’evento della gara delle vetrine, come già detto, non viene più proposto da alcuni anni, la lotteria non ha sempre lo stesso regolamento, di edizione in edizione si verificano alcune variazioni.

Quest’anno ci sono state, nel calendario delle iniziative, quattro novità assolute.

La casa di Babbo Natale

Le letterine a Babbo Natale che i bambini potevano consegnare in piazza è sempre stato uno degli eventi cardine delle festività, così come le befane in piazza all’Epifania. In questa edizione però la Pro Loco, con la collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, ha voluto superare se stessa allestendo, nel piccolo piazzale di fronte alla biblioteca, una vera e propria casetta di Babbo Natale, molto ben curata nei dettagli. Lettere e disegnini dei bambini sono state consegnate li, ma, grazie a questo nuovo allestimento e sempre grazie alla collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, l’evento delle letterine non è stato l’unico rivolto ai bambini in questa edizione, ma hanno fatto seguito anche altri tre pomeriggi di giochi e animazioni per i bambini, ma anche per le loro famiglie.

 

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La casa di Babbo Natale in notturna

 

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La casa di Babbo Natale in diurna

 

Gonfiabilandia

Lo spirito del Natale è soprattutto spirito di generosità e solidarietà e chi meglio dei talamonesi può saperlo, avendo fatto, nel corso del tempo, di questo spirito un arte con tantissime tra associazioni e gruppi di volontariato e assistenza attivi sul territorio. Tra questi gruppi uno dei più recenti è il GFB ONLUS nato con l’intento di sconfiggere una rarissima malattia genetica prima di tutto accendendo i riflettori su di essa per incentivare la ricerca. A questo scopo è andato tutto l’impegno profuso per l’organizzazione di iniziative (mercatini, spettacoli teatrali, concerti, punti spesa dell’IPERAL). Non poteva dunque mancare la presenza di questa associazione anche nel corso del Natale talamonese, con l’organizzazione dell’evento GONFIABILANDIA previsto per domenica 4 gennaio dalle 10 alle 22.30 alla Palestra Comunale. Un evento che ha riscontrato un grandissimo successo, che ha coniugato il divertimento offerto ai bambini con l’impegno per una sempre più massiccia campagna di sensibilizzazione nella lotta contro questa rarissima forma di distrofia muscolare.

 

Alcuni momenti dell’evento GONFIABILANDIA

 

 

Mostra fotografica al museo dei sotterranei della chiesa parrocchiale

Solidarietà, gioia, divertimento. Il Natale è tutto questo, ma c’è spazio anche per la cultura e per l’arte. Arte sacra naturalmente, arte che va a riscoprire i nostri antichi patrimoni. Ed è a questo scopo che la sottoscritta ha fatto un’indagine a tutto campo per le vie di Talamona per andare a scovare e fotografare gli affreschi e le cappellette a tema sacro presenti su tutto il territorio con l’intento di realizzare una mostra permanente da donare al museo etnografico di Talamona gestito dall’Associazione Amici degli Anziani, una mostra che è stata inaugurata nel corso di queste feste, in concomitanza con l’evento dei presepi, ma che rimarrà per alcuni anni finchè non verrà proposto qualcosa di nuovo, così come per molti anni in quegli stessi spazi, prima di questa mostra si è potuta ammirare una mostra fotografica che aveva per tema i vecchi cortili.

Tombolata

L’unica novità, per quanto riguarda questo evento che va avanti da qualche anno, è il cambio di location, dall’oratorio alla palestra dalle ore 20.30. I fondi raccolti durante la serata sono comunque destinati  al mantenimento dell’oratorio “un luogo di ritrovo per i giovani talamonesi, un luogo di comunità” ha detto il parroco prima di cominciare l’estrazione “un punto di riferimento per loro e le loro famiglie”. Serata di divertimento, condivisione e ricchi premi.

Due parole sui presepi

Il mezzo secolo sembra non farsi sentire per i presepi delle contrade che anche quest’anno ripropongono il tema della natività con rinnovata fantasia. Vorrei ora proporre una piccola carrellata personale di cio che più mi ha colpito nel corso del giro dei presepi.

 

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Il presepe di Ca’ Saracch’ colpisce per la ricchezza di dettagli

 

 

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Un presepe di pasta e riso all’agriturismo Sciaresola. Che sia un richiamo all’Expo dedicato all’alimentazione?

 

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Il Gruppo Alpini ha puntato sul recupero dei valori scrivendoli a chiare lettere sulle magliette dei personaggi. Chissà se simili gesti potranno davvero salvare il Mondo.

http://www.teleunica.tv/frontend.…/content/…/ContentId/15504

 

Ecco come quest’anno ha ancora avuto modo di manifestarsi il senso dei talamonesi per il Natale.

Antonella Alemanni

 

 

PRESEPI DELLE CONTRADE A TALAMONA

Raffigurazioni della Natività allestite negli angoli più suggestivi delle sue contrade fanno di Talamona il “Paese dei Presepi” da visitare immersi in profumi e suoni capaci di ricreare la magica atmosfera del Natale di una volta. Dal 21 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015

 

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Come ogni anno a Talamona, paese della bassa Valtellina, nei pressi di Morbegno si rinnova la tradizione dei Presepi grazie all’impegno e alla dedizione degli abitanti che, per settimane, si attivano, ciascuno secondo il proprio estro, nell’allestimento di splendide raffigurazioni della Natività che posizionano ad arte negli angoli caratteristici delle numerose contrade.  Cortili, fienili, vecchie stalle e persino il greto del torrente si affollano di grandi e piccini per il tradizionale allestimento dei presepi. E’ questo un appuntamento particolarmente sentito nel quale brillano la fantasia, l’ingegno e l’abilità creativa dei contradaioli. I presepi sono realizzati utilizzando i più disparati materiali e propongono il tema della Natività con prospettive a volte inconsuete ma sempre coinvolgenti.
Talamona è orgogliosa dei suoi presepi e, a ragione, si può definire “il paese dei presepi”.