Anatomia, gesto e influenza michelangiolesca:uno studio a sanguigna di guerriero in relazione al disegno dell’Albertina

Autori:

Annalisa Di Maria{1} Andrea da Montefeltro{2} Cinzia Paraboschi{3} Lucica Bianchi{4}

1 Esperta d’arte rinascimentale , Membro del gruppo di esperti in Arte e Letteratura del Club per l’UNESCO di Firenze, Firenze, Italia.

2 Biologo molecolare e Studioso d’arte (competenza nell’analisi comparata scientifica e  figurativa).

3 Esperta di supporti cartacei antichi (specializzata nello studio e nell’identificazione dei materiali cartacei in ambito storico-artistico), Studio di Conservazione e Restauro, Monza, Italia.

4 Storica dell’arte, filosofa e project manager, titolare dello Studio ARTEC, Talamona (SO). Specializzata in ricerca archivistica, attribuzione opere d’arte e gestione progetti culturali.

Abstract

Il presente studio propone una valutazione stilistica, iconografica, archivistica e iconologica di un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, di dimensioni 18,67 x 9,93 cm. Attraverso analisi tecniche e comparazioni con opere rinascimentali, il disegno è stato associato con alta probabilità alla mano di Sebastiano del Piombo, o a un artista a lui vicino, probabilmente ispirato da un prototipo attribuito a Michelangelo Buonarroti conservato presso l’Albertina di Vienna. Le indagini hanno rivelato un uso controllato della sanguigna, talvolta diluita con acqua per effetti sfumati, e una tecnica grafica che richiama chiaramente lo stile michelangiolesco, in particolare nello studio della muscolatura e nella costruzione del corpo umano in movimento. L’opera si distingue per l’interruzione deliberata del tratto prima dei margini, tipico del “non finito”, e presenta chiari riferimenti formali all’anatomia michelangiolesca, ma con peculiarità riconducibili all’elaborazione autonoma di Sebastiano del Piombo, forse con il supporto di Michelangelo stesso. Il confronto con opere di Cesari, Procaccini, Raffaello e i suoi allievi, evidenzia la distanza stilistica dell’autore del disegno in esame rispetto alla scuola raffaellesca. L’ipotesi più accreditata è che il disegno sia una copia realizzata direttamente da un originale michelangiolesco, con finalità di studio e non di incisione. Questo lavoro si inserisce nel contesto delle rivalità e delle sinergie artistiche del primo Cinquecento romano, offrendo un nuovo contributo alla comprensione della diffusione del linguaggio visivo michelangiolesco nel disegno del tempo.

Introduzione

Il presente contributo si propone di analizzare un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, che presenta rilevanti affinità con la produzione grafica dell’ambito michelangiolesco. L’opera, di notevole qualità esecutiva e complessità iconografica, si inserisce in un contesto artistico e stilistico profondamente legato alla cultura figurativa della prima metà del Cinquecento, ponendosi in dialogo diretto con alcuni celebri disegni conservati presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, in particolare con l’opera inventariata al n. 236, a lungo attribuita a Raffaello, Scuola di Michelangelo e infine al Semolei. L’obiettivo dello studio è duplice: da un lato, fornire un’analisi tecnico-materiale approfondita attraverso indagini diagnostiche non invasive, quali la riflettografia infrarossa e l’osservazione microscopica del supporto cartaceo e del medium; dall’altro, avviare un confronto sistematico di carattere stilistico, iconologico e attributivo con opere note della tradizione rinascimentale, con particolare riferimento alla produzione di Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Battista Franco, Giuseppe Cesari e Giovan Francesco Penni. Nel corso dell’analisi sono emerse peculiarità grafiche che richiamano fortemente il linguaggio visivo michelangiolesco, come l’attenzione alla struttura anatomica, la tensione plastica delle membra e l’uso sapiente della sanguigna in funzione chiaroscurale. Particolarmente significativo risulta il concetto di “non finito”, ravvisabile nella scelta consapevole dell’artista di interrompere il tratto prima del margine del foglio, attribuendo al disegno una propria autonomia espressiva anche in assenza di compiutezza formale. Lo studio si avvale della collaborazione di specialisti in differenti ambiti – dalla storia dell’arte alla diagnostica, dalla biologia molecolare all’analisi dei supporti cartacei – al fine di restituire una lettura integrata e multidisciplinare dell’opera, con l’obiettivo ultimo di avanzare una nuova ipotesi attributiva e collocare il disegno entro un più preciso orizzonte storico e culturale.

Materiali e Metodi

Supporto e analisi della carta

Il disegno oggetto di studio è stato realizzato su carta artigianale prodotta con fibre di canapa, lino e cotone, come rilevato dalle analisi microscopiche condotte. Lo spessore delle fibre risulta compreso tra 10 e 20 µm, mentre lo spessore complessivo del foglio è pari a 70 µm. L’analisi qualitativa ha inoltre evidenziato la presenza di additivi minerali quali calcio e talco, compatibili con le pratiche di fabbricazione cartaria rinascimentale.La carta presenta vergelle (linee di filigrana orizzontali) distanziate di 2 mm, e filoni (verticali) a 28 mm, caratteristiche che permettono una datazione tipologica. Lungo il bordo sinistro è visibile una traccia di filigrana, difficilmente leggibile a causa del deterioramento del foglio. I margini superiore e destro mostrano un taglio netto, eseguito con forbici, mentre i bordi inferiore e sinistro appaiono strappati manualmente o incisi con strumenti rudimentali, presumibilmente in un momento successivo all’esecuzione del disegno.

Tecnica esecutiva e materiali grafici

L’opera è stata eseguita interamente con sanguigna, senza l’aggiunta di grafite, inchiostro o altri pigmenti. In alcune aree è stata applicata sanguigna diluita con acqua, allo scopo di ottenere effetti sfumati e variazioni tonali. L’analisi mediante riflettografia infrarossa (IRR) ha confermato l’assenza di materiali coprenti visibili nell’infrarosso, coerente con l’uso esclusivo di sanguigna, la cui ematite risulta trasparente in questo spettro. Le linee tracciate presentano una modulazione accurata della pressione e del tratto, con utilizzo del tratteggio incrociato, in funzione della definizione volumetrica e anatomica della figura. La diluizione della sanguigna in zone selezionate ha prodotto effetti di chiaroscuro sfumato, coerenti con lo studio plastico del corpo umano in movimento.

Tecniche di imaging e indagini diagnostiche

L’impiego della riflettografia all’infrarosso ha permesso l’individuazione di tracce secondarie di numeri, lettere e disegni parziali, verosimilmente trasferiti per pressione da altri fogli, suggerendo l’ipotesi che il supporto cartaceo fosse parte di un quaderno da studio o di un album di appunti. La totale trasparenza del pigmento conferma l’assenza di underdrawing (disegni preparatori), indicando un’esecuzione diretta, istintiva ma controllata.

Analisi comparativa e confronto stilistico

Un approfondito confronto è stato condotto con disegni attribuiti a Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Giovan Francesco Penni, Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino) e Battista Franco detto il Semolei, con riferimento a opere conservate presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, la Casa Buonarroti di Firenze, il British Museum e il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. In particolare, il disegno in studio risulta derivato direttamente dall’opera n. inv. 236 dell’Albertina, eseguita a carboncino e storicamente attribuita a Raffaello, Michelangelo e infine al Semolei. Il confronto formale e morfologico ha evidenziato una somiglianza strutturale diretta, sebbene con dimensioni ridotte e leggere semplificazioni nel tratto. La ricerca non ha rilevato finalità incisorie nel disegno, escludendo dunque che sia stato prodotto per una stampa. La mancanza di tratti sistematici per il ricalco conferma che l’opera è stata probabilmente concepita a scopo di studio o come copia autonoma da un originale, piuttosto che come modello destinato alla riproduzione seriale.

Stato di conservazione e interventi di restauro

Le indagini tecniche e visive hanno evidenziato tracce di restauro sul supporto, in particolare lungo i bordi. L’adesione del pigmento risulta stabile, senza segnali di abrasione o sovrapposizione. In alcuni punti si evidenzia la presenza di due differenti tipologie di sanguigna, elemento che potrebbe indicare un intervento successivo, o una variazione deliberata dell’autore, anche se non è stato possibile stabilire con certezza se entrambe le mani appartengano allo stesso artista.


Come da indagini scientifiche, il supporto impiegato per la realizzazione di questo disegno è una carta creata a partire da stracci, costituita da fibre di canapa, lino e qualche fibra di cotone. Lo spessore di queste fibre varia da 10 a 20 µm. Nella carta c’è la presenza di additivi quali Calcio e Talco. Lo spessore della carta risulta essere pari a 70 µm.

Fig.1

Il foglio risulta rifilato con tagli netti, realizzati con delle forbici sul lato superiore e sul lato destro. Mentre sul lato sinistro e in quello inferiore il taglio è stato effettuato senza forbici ma probabilmente a strappo, vista la sfibratura, oppure con strumenti di taglio più rudimentali.

Fig. 2

Il foglio ha una vergatura. Lo spazio tra le vergelle è di 2 mm, mentre lo spazio tra i filoni è di 28 mm. E’ identificabile sul bordo sinistro, una traccia di filigrana, non di facile lettura. Si conferma inoltre quanto espresso dallo studio tecnico di laboratorio, circa il fatto che il foglio debba aver subito un intervento di restauro.

Fig. 3

punti in cui il disegno a ematite è stato diluito.jpgIn alcuni punti la sanguigna è stata diluita con acqua per ottenere una tecnica sfumata. Come possiamo osservare in questa immagine con i punti interessati, segnati con frecce rosse.

Fig. 4

Nell’immagine a lato ottenuta attraverso la tecnica ad infrarosso, possiamo notare che il disegno non risulta essere più visibile, questo elemento ci da la conferma che l’intero disegno sia stato realizzato con tecnica a sanguigna senza l’impiego di altri materiali per il tratto. Infatti l’ematite che costituisce la sanguigna risulta essere trasparente alla visione infrarossa.

Grazie alla riflettografia che si è compiuta sull’opera, si è potuto evidenziare anche la presenza di tracce di numeri, scritte e disegni che sono rimaste impresse sulla carta, probabilmente perché questo foglio era parte di un taccuino o altro nella quale venivano presi appunti o annotati elementi, in questo modo si può spiegare il trasferimento per pressione  di questi.

Fig. 5

Quello che appare nell’immediatezza di fronte allo sguardo di questo disegno, è che ritroviamo un controllato utilizzo delle linee, con meticolosa realizzazione di segni incrociati in alcuni punti sovrapposti e ispessiti necessari per descrivere la muscolatura, creando una manipolazione sicura che infonde una qualità classica all’opera. Ritroviamo elementi di forte richiamo, nello specifico con lo stile classico michelangiolesco.

Fig. 6

Nelle immagini sopra, possiamo osservare come in questo disegno, e nello specifico nei bordi più esterni, prossimi al limite del foglio, il tratto si interrompa molto prima del bordo. Questo aspetto risulta essere molto interessante, in particolar modo legato ad un linguaggio del segno che potremmo definire del “non finito”. L’interruzione del tratto prima del margine del foglio, manifesta la volontà da parte dell’autore di far si che il disegno anche se come schizzo, possa avere una sua centralità. Inoltre, l’interruzione del tratto, ci fa presupporre che sia un disegno realizzato a schizzo di getto, altrimenti l’artista avrebbe impiegato un foglio più grande, oppure avrebbe ridotto le dimensioni dell’opera, visto che il disegno risulta in parte mancante non a causa di una rimozione della parte esterna, ma a causa di una interruzione del tratto grafico, come bene si può vedere nelle immagini sopra. Sul bordo inferiore il disegno del piede termina dunque prima del limite, questo ci fa comprendere che l’opera fosse terminata in quel punto e non che c’era dall’altra parte del foglio il proseguo del disegno. Possiamo inoltre ipotizzare che il taglio sinistro e inferiore compiuto a strappo, sia stato eseguito in successione alla realizzazione del disegno.

Fig. 7

Questo aspetto del non finito lo ritroviamo in diversi artisti, uno tra i più famosi che riportano questo concetto anche al di fuori del disegno, era Michelangelo Buonarroti che imprimeva questa caratteristica anche nella propria opera scultorea oltre che negli affreschi e nei disegni. Dietro questa idea del “non finito” si ritrova spesso una riflessione sulla tensione tra il potenziale creativo e l’impossibilità di realizzare completamente l’opera. Inoltre, nel caso di Michelangelo, lavorò spesso sotto pressione, con scadenze rigorose che potevano influenzare la sua capacità di completare tutte le sue opere con la perfezione che immaginava. Dunque, questo lasciare incompiuto, può essere visto come un modo per rappresentare l’incompiutezza della condizione umana e come una sorta di sfida alla perfezione assoluta.

Il disegno dell’opera analizzata presenta il soggetto di un guerriero con specifici elementi anatomici e studi della struttura muscolare e di fisicità. I muscoli disegnati presentano ombreggiature intricate per riflettere profondità e dimensione, indicando la forma dinamica come elemento caratteristico che si ritrova nelle opere di Michelangelo. Questo studio rappresenta un ottimo esempio di come  catturare il realismo e la vitalità del corpo umano, fungendo da lavoro preparatorio come per i capolavori più rinomati del Buonarroti.

Fig. 8

In questa immagine possiamo osservare come venga in realtà utilizzata non un’unica sanguigna ma la presenza di due diverse tipologie di sanguigne. Non è possibile in base alle analisi condotte capire se queste due sanguigne siano state utilizzate dallo stesso artista, oppure in due momenti diversi, magari in fase di un restauro. Le due frecce che troviamo sopra indicano le due tipologie di sanguigne utilizzate. In alcuni punti questa sanguigna è stata passata con acqua fornendo un effetto sfumato.

Fig.9 Studio per la Pietà del Giudizio Universale, Casa Buonarroti – Firenze, 39,8 cm x 28,2 cm, Inchiostro

Opere e stile di Michelangelo

Questo disegno di nudo maschile con la schiena inarcata come un arco, si basa sia su modelli classici che su modelli viventi.

                                                                                 

Fig.10 Studio di Nudo Maschile 1503-1504, Penna e inchiostro – 40,9 cm x 28,5 cm, Casa Buonarroti – Firenze

Presenta un collegamento con lo studio compositivo della Battaglia di Cascina. Michelangelo conservò il presente disegno nella sua bottega e lo riutilizzò circa dopo 25 anni.

Fig.11 Studio per la Pietà del Giudizio Universale,  Casa Buonarroti – Firenze -39,8 cm x 28,2 cm – Inchiostro

Questo disegno fu creato da Michelangelo a Roma. Realizzato con inchiostro su carta, questo pezzo appartiene al movimento artistico del tardo rinascimento e funge da schizzo e studio. Il soggetto fa parte della serie di disegni per gli affreschi della cappella Sistina attualmente ospitati presso Casa Buonarroti a Firenze. Il soggetto che ritroviamo in quest’opera in studio, ovviamente è un guerriero che stà combattendo. Se pensiamo a scene di combattimento, tra le immagini più emblematiche, ci viene in mente Michelangelo, e tra le opere da lui create con la presenza di battaglie ci viene subito alla mente la Battaglia di Cascina.

Fig 12 Michelangelo, Studio di Composizione per la Battaglia di Cascina, 1504-1505 – Firenze, Penna e Punta d’Argento su carta, 23,5 cm x 35,6 cm, Gallerie degli Uffizi (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

In questo schizzo per intero di Michelangelo vi si notano delle varianti rispetto alle stampe. Ad esempio nella porzione di destra è aggiunta qualche figura a quelle che si vedono nelle stampe.

Nel 1503-1504 Pier Soderini commissionò a Michelangelo e a Leonardo due cicli di affreschi, raffiguranti uno la battaglia di Cascina e l’altro la Battaglia di Anghiari, commissionati per il Salone dei cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. Purtroppo l’incarico non verrà portato a termine da Michelangelo perché l’anno successivo fu chiamato a Roma (1505) da Papa Giulio II per la realizzazione del proprio monumento funebre da collocare nella nuova Basilica di San Pietro. Michelangelo studiò il corpo umano in tutte le sue posizioni e tutte le possibilità di espressione. Nella Battaglia di Cascina, Michelangelo non voleva rappresentare uno studio  di paesaggio, o di atmosfera, o di effetti di luce, ma voleva rendere il senso dello spazio con i corpi, il loro movimento e la loro interazione. Molto interessante nel disegno posto sotto studio è l’approfondimento del movimento di torsione del busto, della testa e delle spalle. Scopo principale dunque di questo disegno, rimane lo studio della muscolatura e degli effetti d’ombra creati dalla torsione del busto.

Fig.13Michelangelo, Studio per la Battaglia di Cascina, Oxford Ashmolean Museum, Penna e inchiostro marrone, 17,8 cm x 25 cm

Fig.14 Michelangelo, Studio figure per la Battaglia di Cascina, Parigi – Louvre, Punta di metallo e inchiostro, 34 cm x 18 cm

Fig.15 Michelangelo, Foglio con altri studi e studio del movimento dei corpi nello spazio. Oxford Ashmolean Museum, Matita rossa -24,5 cm x 33,5 cm

Quando parliamo della Battaglia di Cascina dobbiamo considerare la voce degli artisti del tempo, e del loro pensiero circa quest’opera. Benvenuto Cellini scrisse in merito ai cartoni sia di Michelangelo che di Leonardo da Vinci definendoli la Scuola del Mondo. La Battaglia di Cascina venne descritta da Cellini nel seguente modo:

“questo cartone fu la prima bella opera di Michelangelo, il quale mostrò le sue meravigliose virtù, e lo fece a gara con un altro che lo faceva Leonardo da Vinci, che dovevano servire per la Sala del Consiglio del Palazzo della Signoria”.

Michelangelo sulle sue opere preparatorie riguardanti la Battaglia di Cascina, riporta nella scena, una quantità di soldati che a causa del calore estivo, si erano spogliati e denudati per rinfrescarsi nel fiume Arno e le raffigurazioni, ci fanno rivivere quegli istanti frenetici dell’allarme dell’attacco. Questi Fanti nudi in bellissime gesta, non si erano mai visti nell’antichità e nemmeno nell’epoca moderna da parte di nessun artista. Lo stile delle opere dei due cartoni messi a confronto furono studiati dai più grandi dell’epoca.

Fig.16 Marcantonio Raimondi, dal Cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina -Galleria degli Uffizi – Firenze

Un sentimento di ammirazione verso tali opere, la ritroviamo anche in Raffaello d’Urbino che nel 1506 visitò Firenze, il quale, nei suoi cartoni, seppe assimilare dall’uno e dall’altro maestro, elementi senza nulla perdere della sua propria grazia. Anzi, il viaggio a Firenze, fu per lui molto prolifero e costruttivo. La conoscenza relativa al cartone della Battaglia di Cascina, ci giunge a noi per via indiretta attraverso l’operato degli artisti che ne hanno copiato gli elementi e le incisioni che nel tempo sono state create. Le stampe dell’opera di Michelangelo non evocano la battaglia, ma l’appello improvviso al campo durante il bagno nell’Arno; fu un ottima scelta da parte di Michelangelo, che in questo modo riuscì a rappresentare la bellezza eroica del nudo in movimento. Osservando il disegno in studio si può affermare che non è un disegno di traduzione per futura incisione, ma forse per farne copia da un originale. Questo elemento va ad escludere la finalità del disegno studiato per essere utilizzato con scopo di stampa e per incisioni. Possiamo dunque escludere che l’artista che ha realizzato questo disegno sia un incisore, in quanto altrimenti avrebbe dovuto mantenere una aderenza ai caratteri intrinseci ed estrinseci dell’opera originale, mantenendo uno stile personale e con carattere distintivi, che in questo disegno non abbiamo. Deve essere dunque il disegno una traduzione da un originale. Dal primo sguardo si può identificare questa opera come non soggetta a definire una stampa che imita un disegno, in quanto per la stampa si richiede una tecnica complessa incisoria perfezionata nel corso del tempo, dunque c’erano artisti che si specializzarono proprio in tale tecnica, uno per tutti nel caso di Raffaello, era Marcantonio Raimondi.

Fig.17 Antonio Veneziano, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina , Galleria degli Uffizi

Fig.18 Luigi Schiavonetti, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina, Galleria degli Uffizi

In questa stampa dello Schiavonetti è rappresentato l’intero gruppo di guerrieri che si prepara a correre verso la battaglia.

Fig.19 Copia di Bastiano da Sangallo della “Battaglia di Cascina di Michelangelo”- 1542, 78,7 cm – 12,9 cm, Collezione Ear of Leicester, Holkham Hall

Tra i primi disegni di Michelangelo ritroviamo le sue riproduzioni dei personaggi del “ Tributo di Masaccio” nella Cappella Brancacci al Carmine, e delle storie di San Giovanni Evangelista di Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce, a Firenze. Negli studi giovanili effettuati a penna dal Buonarroti, si evince una tecnica grafica per la resa degli effetti chiaroscurali e di risalto volumetrico, mediante un fitto tratteggio incrociato a linee corte, molto simili a quelle di alcuni schizzi del contemporaneo Rodolfo del Ghirlandaio, figlio del suo maestro Domenico, dal quale  Michelangelo copiò probabilmente elementi. La Battaglia di Cascina nacque dall’episodio dei “bagnanti” che viene narrato dalla cronaca di Filippo Villani, dove il giorno prima della Battaglia a causa di un eccessivo caldo la maggior parte dei soldati fiorentini che erano accampati a Cascina, si era disarmata. Ma in quell’occasione di fronte al pericolo imminente, Michelangelo, sfruttò tale situazione come impareggiabile pretesto per rappresentare corpi nudi in movimento.

Nel reale, la battaglia di Cascina si verificò in due giornate, ma nella sua raffigurazione, Michelangelo unisce le due cose, in un unico drammatico evento.

Fig.20 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Vienna – Graphische Sammlung Albertina

Fig.21 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Londra – British Museum

Il soggetto rappresentato nel disegno in studio non può essere associabile ad un personaggio della Battaglia di Cascina, per diverse motivazioni. La Battaglia di Cascina si svolse il 28 luglio 1362 tra le forze di Firenze e quelle di Pisa, due delle principali potenze del XIV sec.

Al comando di Firenze, all’epoca, c’era Galeotto Malatesta, mentre Pisa era comandata da Giovanni d’Acuto. La battaglia fu vinta da Firenze, che riuscì a respingere l’attacco pisano nei pressi di Cascina vicino a Pisa. Gli indumenti indossati dai combattenti in questa battaglia erano quelle tipiche della moda del tardo medioevo. Nella battaglia di Cascina disegnata da Michelangelo, però si mostravano i soldati colti nell’atto di spogliarsi per fare il bagno, perciò nei disegni preparatori troviamo tutti i soggetti nudi o seminudi, mettendo in risalto l’anatomia più che l’equipaggiamento, ma era una scelta simbolica non realistica dal punto di vista militare.  Oltre al fatto che i soldati fossero nudi, abbiamo come altri elementi negativi a questa ipotesi,  la tipologia degli indumenti indossati dal guerriero posto sotto studio, indumenti che sembrano richiamare più l’epoca romana.

Fig.22 La Conversione di Saulo (o di san Paolo), dettaglio, è un affresco (625×661 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 15421545 e situato nella Cappella Paolina in Vaticano.

Nel presente affresco ritroviamo come il soldato indossi i medesimi elementi del gonnellino che ritroviamo nell’opera in studio, con l’unica differenza che nel disegno abbiamo il torace nudo. Questo affresco, ci porta ulteriore conferma relativa all’identità del guerriero che, molto probabilmente, è associabile ad un guerriero romano piuttosto che a un soldato fiorentino. Nel disegno in studio, non è possibile identificare l’arma del guerriero perché probabilmente era sfoderata posizionata nella mano destra che purtroppo non è visibile nel disegno. Lo scudo che ritroviamo nel disegno sembra assomigliare ad uno scudo usato dai romani nel IV sec. chiamato clipeus , scudo ovale delle truppe ausiliarie. Gli scudi erano realizzati in legno, ricoperti di cuoio dipinto con i bordi legati con pelle non conciata.

Fig.23 Uomo Nudo in piedi di Schiena, Intorno al 1503, Michelangelo Buonarroti, Penna e inchiostro bruno su tracce di un disegno preparatorio a gessetto nero, 38,7 cm x 19,5 cm

Allievi e copisti dello stile e opere di Michelangelo

Michelangelo uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano, non aveva “copisti”nel senso moderno del termine.

Tuttavia, molti suoi disegni e opere sono stati copiati o riprodotti da altri artisti per diversi scopi, come studi per la trasmissione delle idee e diffusione del suo stile.

Alcuni dei suoi allievi e seguaci lo hanno fortemente imitato e copiato nelle loro opere principali. Tra questi possiamo annoverare i seguenti nomi:

  • Giorgio Vasari, il quale ammirava profondamente Michelangelo descrivendolo nei suoi scritti come una figura centrale, nel panorama artistico dell’epoca.
  • Daniele da Volterra, considerato spesso uno dei principali allievi di Michelangelo, fu influenzato in modo significativo dal maestro e ne riprese molti elementi stilistici che riportò nelle sue opere.
  • Marcello Venusti, altro allievo di Michelangelo che copiò le opere del maestro.
  • Sebastiano del Piombo, non fu tecnicamente un allievo di Michelangelo ma il loro rapporto fu molto stretto e ricco di collaborazioni artistiche e intellettuali con un rapporto tra maestro e discepolo.

Inoltre, ci furono molti artisti che operarono a Roma e in altre città italiane nel periodo post-rinascimentale che furono influenzati da Michelangelo.

Michelangelo, proprio per il suo genio, si è sempre rifiutato di prendere qualche artista per metterlo nella sua bottega come spettatore e osservatore, motivo per cui oggi non abbiamo un vero e proprio gruppo dei suoi discepoli che abbiano continuato la sua arte, come invece è accaduto per Raffaello.

Queste informazioni ci derivano dalle parole di uno storico, Paolo Giovio, che evidenziava quanto sostanziale fosse la diversità tra l’operato di Michelangelo e quello di altri artisti che operavano all’interno di botteghe ben organizzate.

Opere similari compiute da Raffaello

Fig.24 Studio di Nudo – Raffaello Sanzio, Fondo Corsini – Prima metà del XVI sec. , 26,2 cm x 20,3 cm

Un’ importante raccolta di disegni di Raffaello, ci deriva dalla collezione del museo dell’Albertina di Vienna. C’è comunque da dire che delle 144 opere presenti associate inizialmente all’artista, dopo un accurato esame nel tempo si è messo in evidenza che solo poche di queste sono ascrivibili alla mano dell’urbinate. La collezione dell’Albertina conserva una delle più importanti raccolte di disegni rinascimentali italiani, inclusi numerosi studi di Raffaello e Michelangelo. Nel corso dei secoli, molti artisti hanno copiato e reinterpretato queste opere contribuendo alla diffusione e alla comprensione del linguaggio visivo rinascimentale.

Queste opere furono passate in eredità dalle prime collezioni, quella del Crozat, del Mariette, di Giuliano da Parma e dal Principe di Ligne. Raffaello invogliò fin da subito i falsificatori e sembra che persino Andrea del Sarto abbia effettuato copie, come fecero i Carracci per guadagnare.

Per Raffaello il disegno fu soprattutto uno strumento indispensabile del processo creativo e produttivo. E’ infatti attraverso una elaborazione metodica e simmetrica puntuale che portò avanti nei disegni, con delle soluzioni efficaci, che prendevano forma in fase finale nelle tavole, negli affreschi e negli arazzi.

I suoi disegni possono andare dal primo schizzo al cartone vero e proprio, cioè al progetto finale che poi sarà realizzato nella stessa scala in altra tecnica, fino a bozzetti appena accennati. Ricordiamoci che isolare il segno autografo di Raffaello all’interno dei disegni non è cosa semplice ne sempre possibile. Dietro ai disegni di Raffaello ci furono tanti nomi che spaziarono a livello temporale, i quali se ne sono presi cura e ne hanno valorizzato l’opera e la loro custodia. Tra questi nomi potremmo citare personaggi di diversi periodi storici, come ad esempio Timoteo Viti, che nel tempo ne riconobbe il grande valore e che li utilizzò come modelli. Timoteo Viti era conterraneo di Raffaello e occasionalmente collaborò con lui. Ritroviamo anche l‘artista Peter Lely celebre artista del ‘600 inglese e Sir Thomas Lawrence, il ritrattista alla moda del primo ottocento. Abbiamo dunque luoghi e circostanze diverse, dove ognuno di loro raccolse i disegni di Raffaello per poi farli confluire in molte collezioni importanti. Se prendiamo ad esempio le collezioni londinesi di Raffaello possiamo osservare come molti di questi disegni derivassero dalla collezione di Timoteo Viti, e che rimasero sempre all’interno della sua famiglia e giunsero in Inghilterra nel 1823 quando il mercante d’arte Samuel Woodburn si assicurò la collezione a Pesaro dagli ultimi eredi.

Opere e Stile di Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino)

Viene riportato di seguito degli esempi da utilizzare come confronto con il disegno in studio, visto che l’opera era stata attribuita in passato a questo artista.

La carriera artistica del Cavalier d’Arpino, possiamo dire che  incomincia con il suo ingresso a Roma all’interno della bottega del Circignani. La sua mansione fu quella iniziale del garzone, in quel tempo fu impiegato presso le logge del terzo piano del palazzo vaticano.

La sua tecnica artistica e il suo operato divenne estremamente apprezzato a Roma e le figure da lui create, mostrano un forte accademismo formale e nel complesso manca di monumentalità.

Fig. 25 Queste due immagini fanno riferimento all’opera di Schizzo di Nudo virile – 26 cm x 14,2 cm Tecnica a Carboncino, Gabinetto Disegni e stampe del fondo nazionale

Sotto Clemente VIII Aldobrandini il Cesare, divenne il pittore ufficiale più importante a Roma soprattutto da commissioni e da grandi imprese decorative. In questi disegni assistiamo ad una tecnica a carboncino riguardanti schizzi veloci, questi schizzi veloci non permettono di fare un raffronto ottimale.

Fig.26 Giuseppe Cesari, Dettaglio Adamo ed Eva Cacciata dal Paradiso, 1602-1603, 17,3 cm X 12,8 cm Kunsthaus di Zurigo

Fig.27 Confronto opera in studio e Cacciata di Adamo ed Eva di Giuseppe Cesari.

Il disegno posto a confronto, risulta essere un disegno curato con più dettagli rispetto ad uno schizzo, e possiamo dunque comprendere meglio alcune tecniche di disegno specifiche. In entrambe le opere si ritrovano la rifilatura in alcuni punti dei bordi, questo conferisce un maggior effetto d’ombra e uno snellimento delle linee. Ritroviamo in entrambe le opere uno sfumato interessante della muscolatura, particolarmente curato e aree invece quelle in ombra, che hanno un tratto più pesante. Il tocco appare leggero con un aumento delle irregolarità nelle linee e aumento della sinuosità per quanto riguarda le parti degli svolazzi che sono mossi dal vento. In entrambe le opere ritroviamo un tratto netto nei riguardi delle linee di contorno, accurato e preciso. Ma rimane comunque la differenza evidente della mano che realizza i due disegni: siamo infatti di fronte chiaramente per stile, e modo di realizzazione a due artisti ben distinti.

Fig.28 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Mosè con le Tavole della legge, 1580 – Kunstpalast di Dusseldorf, 21 cm x 15,3 cm – Pietra nera e sanguigna – Francia – Lille

Fig.29 Confronto tra il Combattimento degli Orazi e Curiazi di Giuseppe Cesari e il disegno in studio.

Fig. 30 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi , 1612-1613 , Museo Capitolino di Roma

Questo confronto non serve per descrivere che si tratti di un disegno preparatorio per quest’opera, ma serve ad evidenziare le similarità dei soggetti rappresentati, aiutando a delineare il tipo di guerriero disegnato. Dalle frecce ritroviamo il gonnellino con i doppi ornamenti, la fascia passante sul petto, il pennacchio sopra l’elmo e la fascia al braccio dell’indumento. I disegni di Giuseppe Cesari della sua età tardiva, risultano essere caratterizzati da una economia e da una certa geometrizzazione delle forme e dei volumi. Dallo stile, è dunque evidente che si tratti di guerriero romano e che lo stile di realizzazione sia differente.

Fig.31 Disegno di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, Nudo maschile visto da dietro, Collezione privata

 Fig.32 A sinistra il disegno in studio, a destra disegno del Cavalier D’Arpino.

Nell’immagine sopra, mettiamo in confronto l’opera in studio, con un disegno del Cesari. Come si può chiaramente notare, il tratto, lo sfumato, le linee, i contorni e la modalità di esecuzione, sono totalmente differenti. Inoltre, e dettaglio fondamentale, è il gonnellino del guerriero, punto chiave nel disegno di destra, associabile con i dettagli esecutivi al Cavalier d’Arpino. Si ipotizza dunque che il Casari, abbia visto il disegno in studio e che si sia ispirato allo stile del disegno in studio. Un ductus grafico molto differente.

Fig.33 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Studio di Braccio e Piede, Stadel Museum

Il Cavalier d’Arpino fu uno dei disegnatori più vivaci e fecondi della sua epoca, e nel corso di oltre sessant’anni di carriera, il pittore si dedicò senza interruzione alla pratica e all’insegnamento del disegno. Molto spesso Giuseppe Cesari era consueto fare il tratteggio dello sfondo. Nel disegno in studio però non ritroviamo questa peculiarità. I disegni di Giuseppe Cesari presentano molte volte l’utilizzo di due Medium Grafici di colore diverso, ad esempio matita nera e sanguigna. L’impiego della matita nera non è solo una scelta coloristica, ma si rivela un indispensabile escamotage tecnico per camuffare la linea di ricalco. Quando ad esempio la tramatura risultava essere fitta, questo serviva per nascondere la traccia del ricalco rosso. Nell’opera in studio non si riscontrano la presenza di due medium.

Fig.34 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino Ercole e Anteo Matita rossa e matita nera, 40,2 cm x 25,6 cm

Anticamente l’opera è stata attribuita a Daniele da Volterra, il disegno è uno degli studi preparatori per una delle lunette delle logge Orsini.I l foglio fu ricopiato dal Cesari in due diverse versioni, di cui una conservata presso il Cabinet des Dessins del Museo del Louvre.

Fig.35 Cavaliere romano in armatura con spada sguainata che carica ,Gesso rosso, carta marroncina 44,7 cm x 35,3 cm ,Albertina –Vienna (Provenienza da Alberto di Sassonia), Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino

Fig.36 Ercole Procaccini – Il Vecchio (1520-1595), Conversione di San Paolo, Pittura a olio su tela, Pala d’Altare, Basilica di San Giacomo Maggiore (Bologna)

Altro artista che merita un confronto con lo stile del disegno in studio, Ercole Procaccini il Vecchio. La Pala nella foto sopra, fu realizzata da Procaccini seguendo un impianto compositivo tibaldesco(da Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi (Puria, 1527 – Milano, 1596), è stato un architetto e pittore italiano) e nel ricordo della cultura romana della metà del secolo. Ercole Procaccini Il Vecchio, nacque a Bologna e poi si trasferì a Milano dove lavorò gran parte della sua carriera.

Il suo stile risulta essere tardo rinascimentale con influenze manieriste, caratterizzato da eleganza compositiva e colori delicati.

La famiglia Procaccini fu una delle più importanti dinastie artistiche dell’Italia del nord tra XVI sec. e XVII sec.

Nelle opere di Procaccini si possono trovare delle influenze riconducibili a Michelangelo e in misura minore a Sebastiano del Piombo. Ercole risulta spesso accostato a Michelangelo per la resa scultorea dei corpi e l’uso del colore; questa affinità stilistica suggerisce una profonda conoscenza da parte del Procaccini delle opere di Michelangelo.

Fig.37 Confronto tra l’opera in studio a destra e l’opera di Ercole Procaccini a sinistra

Dobbiamo considerare che la famiglia Procaccini, trasferitasi da Bologna a Milano nel 1585, fu protagonista del rinnovamento artistico lombardo durante l’era borromea. La loro bottega era dunque un centro di produzione e diffusione artistica, dove le influenze dei grandi maestri rinascimentali erano studiate e reinterpretate. Anche il Procaccini dunque, potrebbe aver visto il disegno in studio.

Ci sono stati molti artisti, che nel tempo si sono ispirati a questi disegni copiandoli oppure apportando loro delle modifiche. Di seguito si riporteranno alcuni esempi in merito.

Fig.38 Studio di Nudo Virile, Orsi Lelio (1508-1511), Gabinetto dei Disegni del Fondo Corsini , soggetto ripreso da un disegno di Raffaello.

Lelio Orsi, è stato un disegnatore italiano molto noto, fu educato tra Mantova e l’Emilia, e il suo stile grafico e pittorico riprende fortemente elementi di Giulio Romano, Correggio e Parmigianino. Tra il 1545 e il 1546 Lelio fece un viaggio a Roma nel quale ebbe la possibilità di studiare le opere di Michelangelo, rimanendo particolarmente colpito dalla Cappella Paolina dei Palazzi Vaticani.  Un altro artista che realizzò opere ispirandosi a Raffaello e Michelangelo fu Alberti Cherubino.

Fig.39 Figura maschile con copricapo di un soldato- Alberti Cherubino  – Collocazione: Famiglia Alberti Opera copiata da un’opera di Raffaello -Tecnica Sanguigna – 36,2 cm x 25,6 cm. Presenza di una filigrana con albero inscritto in un cerchio.

Alberti Cherubino nato a Sansepolcro dal quale il suo soprannome di Borghegiano, figlio d’arte studio a Roma con Cornelius Cort e Agostino Carracci. Nel corso degli anni realizzò disegni e incisioni ispirati da opere di Raffaello, Michelangelo, Polidoro da Caravaggio, Andrea del Sarto e Rosso Fiorentino. Nel tempo divenne anche principe dell’Accademia di San Luca.

Fig.40 Studi di Busti Maschili – Alberti Cherubino, Gabinetto Disegni e stampe, Famiglia Alberti. Derivazione da Michelangelo -1591 a.c 28,2 cm x 42 cm, Penna inchiostro bruno,sanguigna,matita Presenza di una filigrana con ancora inscritta in un cerchio sormontato da una stella.

Fig.41 Alberti Giovanni, Il Crepuscolo della Cappella Medicea, Derivazione da Michelangelo Buonarroti, 20 cm x 28,6 cm, Matita nera e sanguigna. Giovanni Alberti lavorò a Sansepolcro e Mantova

Fig.42 Studio di Gambe, Alberti Cherubino, Autore originale Michelangelo Buonarroti, 43,8 cm x 28,8 cm Matita nera. Presenza di filigrana con giglio

Fig.43 Studio di figura maschile nuda visto di spalle, Allori Alessandro, Carta e matita nera. Il foglio è attribuito all’Allori da due antiche inscrizioni

Fig.44 Girolamo Romani detto il Romanino, Carta e matita, 32,4 cm x 22 cm – Galleria Nazionale della Puglia. Il foglio riporta un’antica attribuzione a Michelangelo Buonarroti. Da notare come la derivazione da disegni di Michelangelo sia assolutamente presente, ma lo stile dell’artista molto diverso dall’artista toscano.

Fig.45 Daniele da Volterra (Daniele Ricciarelli), 14 cm x 21,2 cm, Gesso Rosso

Daniele da Volterra (Il Braghettone) ricordato soprattutto per la sua associazione con le ultime opere di Michelangelo. Inizialmente allievo del Sodoma e di Baldassarre Peruzzi diventò in seguito apprendista di Perin del Vaga. Michelangelo gli fornì degli schizzi sui quali Daniele basò alcuni dei suoi dipinti.

Daniele da Volterra è famoso per aver coperto con le vesti e foglie di fico i genitali dell’affresco del Giudizio Universale nel 1565, appena un anno dopo la morte di Michelangelo. Grazie al suo intervento censorio, gli affreschi non vennero rimossi del tutto, come invece era previsto inizialmente, e potevano conservarsi fino ad oggi. Questi schizzi per tecnica risultano essere molto calibrati, non associabili direttamente allo stile Michelangiolesco se non nel soggetto.

Fig.46 Dettaglio dell’Incisione di Marcantonio Raimondi  su Opera originale Raffaello

Un soggetto che presenta alcune caratteristiche simile all’opera in studio anche se in posizione diversa, ci deriva da copie e incisioni eseguite su un’opera di Raffaello Sanzio. L’opera in questione è la Strage degli Innocenti. La Strage degli innocenti è una stampa a bulino dell’incisore Marcantonio Raimondi, su invenzione di Raffaello, pervenutaci in più copie e stati.

Il disegno relativo alla strage degli innocenti di Raffaello, risulta essere un’opera preparatoria per un dipinto che rappresenta una scena tragica tratta dal Vangelo, nel quale viene immortalato il momento in cui su ordine di Re Erode, tutti i bambini maschi di Betlemme sotto i due anni, dovevano essere uccisi, per cercare di eliminare il neonato Gesù.

Raffaello realizzò un disegno preparatorio utilizzato poi dai suoi seguaci destinato ad un grande altare. Nel disegno, Raffaello pone al centro della scena la figura di Erode circondato da soldati che compiono l’atroce strage.

La composizione è particolarmente complessa, con figure in movimento che trasmettono il dramma e la sofferenza. Il disegno giovanile evidenzia il talento precoce di Raffaello e il suo approccio innovativo alla rappresentazione del movimento e delle emozioni.

Il soldato che sfodera la spada, presenta uno studio di torsione molto importante che risulta essere accostabile al disegno posto sotto studio. Non va quindi eliminata l’ipotesi che in principio furono stati eseguiti dei bozzetti preparatori con situazione similare con attributi però diversi come ad esempio gli indumenti, copricapo e variazioni.

Fig.47 Guerriero che cammina a grandi passi, Anonimo, Albertina –Vienna

In questo disegno ritroviamo da un punto di vista dell’abito e delle impostazioni del soggetto, grandi elementi similari, non ritroviamo però una similarità nel ductus grafico.

Fig.48 Nudo maschile da dietro-Girolamo Romanino, 21 cm x 12,9 cm – Gesso Rosso, Albertina Museum

Fig.49 Baccio Bandinelli – Due nudi maschili in piedi, 42,2 cm x 27,9 cm – inchiostro,penna

Fig.50 Agostino Veneziano, un modello di Raffaello Sanzio, 1515-1530 – Incisione su lastra di rame, 15,4 cm x 10,4 cm. In questa lastra ritroviamo la presenza di un guerriero probabilmente romano.

Fig. 51 Agostino Veneziano, Copia da Marcantonio Raimondi, 1515-1530, Incisione su rame, 25,2 cm x 18,2 cm, Albertina Museum

Fig.52 Bellona, Andrea Meldolla detto Schiavone, 22,4 cm x 11,7 cm, Acquaforte

In quest’opera ritroviamo elementi interessanti molto simili all’opera in studio, in particolar modo negli svolazzi che attorniano la figura.

Fig.53 Andrea Schiavone – Il Ratto di Elena – 1547

Andrea Meldolla detto Schiavone è stato un pittore attivo e incisore italiano a Venezia e fu considerato uno dei protagonisti del manierismo veneto.

Fig.54 Battaglia di Scudo e Lance – Giovanni Jacopo Caraglio – Ispirato a Raffaello Sanzio

Caraglio fu un grande incisore, orafo e medagliere italiano, attivo a Verona, Roma e anche in Polonia. Fu importante per la sua capacità di tradurre in stampe i disegni di maestri come Raffaello, Rosso Fiorentino, Parmigianino e Tiziano.

In quest’opera di grande dinamicità conservata presso l’Art Institute di Chicago, si raffigura un violento scontro tra soldati armati di lance, spade e scudi, sia a cavallo che a piedi. L’incisione di quest’opera di Caraglio si ispira agli affreschi della stanza di Costantino in Vaticano, eseguiti su disegno di Raffaello dai suoi collaboratori, in particolare da Giulio Romano. Il soggetto riprende un dettaglio della Battaglia di Ponte Milvio, evento storico fondamentale per la cristianizzazione dell’Impero Romano.

Attraverso la sua maestria Caraglio è riuscito ad infondere grande movimento e forte tensione alla scena, ha contribuito fortemente alla diffusione dello stile manierista in Europa; influenzando anche la scuola francese di Fontainebleau, pur non avendo mai lavorato direttamente in Francia. Il soggetto rappresentato in quest’opera non è frutto di Caraglio ma a lui si deve la traduzione in forma stampata attraverso incisione, probabilmente è una copia a partire da un  modello di Raffaello oggi andato perduto, ma la sua invenzione è arrivata a noi proprio grazie al bulino di Jacopo Caraglio che la creata tra il 1525 e il 1527. Potrebbe rappresentare dunque un soggetto per l’idea per un particolare della composizione della Battaglia di Ponte Milvio, però scartata, l’anomalia è che il disegno non presenta i dettami di Raffaello ma di altra scuola improntata su Michelangelo. In questa battaglia l’Imperatore Costantino schiacciò con le sue truppe l’usurpatore Massenzio nel 313 d.c. Nel gabinetto delle stampe e dei disegni degli Uffizi è custodito un disegno con lo stesso soggetto che reca un’antica ma non possibile attribuzione a Perin del Vaga, tutto questo per portare verso un’opera originale di Raffaello. Il ruolo delle stampe e delle incisioni è stato fondamentale per la trasmissione, conoscenza e ricostruzione dell’opera di molti maestri del Rinascimento, in particolar modo di Raffaello Sanzio, la cui produzione è in parte andata perduta o rimasta incompiuta. Molte opere di Raffaello sono andate distrutte nel tempo soprattutto affreschi e cartoni preparatori tra cui molti disegni. Le incisioni e le stampe permettono di ricostruire solo in parte queste composizioni perdute, anche perché gli incisori dovevano tradurre l’opera a loro modo apportando modifiche.

Fig.55 Visione della Croce, Sala di Costantino – Vaticano-Affresco. Eseguito dagli allievi di Raffaello (Giulio Romano, Giovanni Francesco Penni, Raffaellino del Colle)

La sala di Costantino presente nella stanze di Raffaello in Vaticano, fu decorata da lui e dai suoi allievi, che dopo la sua morte utilizzarono per completare le decorazioni, i cartoni del maestro e completando i lavori nel 1524. La commissione venne affidata a Raffaello da Leone X nel 1517, questo era ricordato sia da Vasari che da Giovan Francesco Penni. Raffaello però negli ultimi anni di vita affidava il compito molto spesso ai suoi allievi. A Raffaello è attribuita l’ideazione del complesso decorativo, ma l’intera stesura è probabilmente, anche la composizione della scena nella parete, spetta agli allievi. Nel 1524 all’epoca di Clemente VII la decorazione doveva essere già terminata, quando Giulio Romano partì per Mantova. La Sala di Costantino è dedicata alla vittoria del cristianesimo sul paganesimo e all’affermazione del primato dalla chiesa romana, con evidenti richiami alla delicata situazione contemporanea. Vasari assegnò la visione della croce a Giulio Romano, posizione ripresa poi da tutta la critica successiva con interventi forse di Raffaellino del Colle.

Fig.56 Costantino sconfigge il tiranno Massenzio con angeli con portano le spade, Giulio Bonasone, 1544, 37,3 cm x 44,5 cm, Metropolitan Museum, Incisione

L’opera qui sopra è una incisione di Giulio Bonasone, in parte ispirato a Marcantonio Raimondi e dal sarcofago romano (oggi custodito a villa medici a Roma) che fu una delle fonti principali d’ispirazione di Raffaello per il progetto. Bonasone mostra molto meno interesse per le forme scultoree. La sua versione più lirica del soggetto è composta da figure morbide e modellate con dei motivi più fluidi. Giulio Bonasone era attivo principalmente a Bologna nel XVI sec. ed è stato uno degli incisori più importanti del manierismo italiano.

Nella scena dello scontro tra Costantino e Massenzio presso il ponte Milvio, viene ritratta una scena di battaglia di soldati armati di scudi e lance, con cavalli in corsa, in una composizione molto dinamica, tipica dello stile manierista.

Come detto in precedenza, la natura compositiva iniziale è quasi certamente ispirata a cartoni perduti e progetti per la Battaglia di Ponte Milvio. Oggi purtroppo abbiamo solo testimonianze indirette frutto degli allievi di Raffaello e degli incisori dell’epoca, con diversità nello stile. Dunque chi ha realizzato il disegno deve aver visto questi soggetti iniziali, ma sono stati reinterpretati seconda altra scuola. Pur avendo ricevuto la committenza di realizzare i progetti della “Sala di Costantino” Raffaello morì prima di completarli. Le scene della sala furono eseguite dalla sua scuola, in particolare da Giulio Romano, uno dei suoi più bravi allievi. Giuseppe Bonasone per la realizzazione di queste incisioni, avrebbe potuto trarre ispirazione da cartoni preparatori, bozzetti e composizioni conosciute nella bottega di Raffaello. Tra queste impostazioni che ritroviamo in queste incisioni e il disegno in studio, abbiamo molte analogie e punti in comune, anche se non è possibile rintracciare il guerriero con certezza di compatibilità e il suo stile è molto più michelangiolesco. Questa mancanza di un match di comparazione più elevato, ci deriva dal fatto che ciò che conosciamo oggi nelle stampe è frutto di copie e rivisitazioni eseguite su opere a sua volta copiate da allievi a partire da originali di Raffaello, mancano sempre alcuni elementi di contatto con questo disegno, che invece ritroviamo nella tecnica michelangiolesca.

Fig.57 Frammento del cartone preparatorio di Giulio Romano relativo alla Sala di Costantino

Dunque, è fortemente plausibile che il guerriero che vediamo nel disegno in studio, sia un soggetto dei prototipi iniziali per la Sala di Costantino, però non realizzati da Raffaello. L’influenza dell’urbinate sulle arti grafiche del tempo è evidente anche nelle composizioni, nella drammaticità dalla postura e nell’eroismo classico che traspare da queste scene.

Fig.58 Cartone di Giovan Francesco PenniLouvre  Sala di Costantino

Quando pensiamo all’opera della Battaglia di Ponte Milvio, dobbiamo sempre tenere presente che l’opera fu commissionata a Raffaello dal Papa. In quel periodo, Raffaello affidava il compito molto spesso ai suoi collaboratori di operare per lui, sia a livello di cartoni preparatori che a livello operativo in affresco.

Quindi non possiamo conoscere con precisione quanto ci sia di Raffaello in quell’opera. Risulta altamente probabile che Raffaello, abbia realizzato dei bozzetti iniziali e la stesura della organizzazione dei soggetti per poi essere ripreso e riproposto da Giulio Romano e da Penni.

Di questi bozzetti iniziali di Raffaello oggi non conosciamo nulla, quindi rimane una tesi ancora aperta e discussa. I suoi due principali collaboratori furono appunto Giulio Romano e Giovan Francesco Penni che collaboravano direttamente, ereditando anche i lavori non ultimati di Raffaello.

Giovan Grancesco Penni detto il Fattore, entrò in bottega da Raffaello molto giovane e la sua personalità artistica si è rivelata sfuggente, si sa però che prediligesse alla pittura il disegno e infatti realizzò molti disegni finiti. Dopo la fine del sodalizio con Giulio Romano nel 1524 Penni, fu chiaramente incapace di intraprendere una carriera autonomamente.

Successivamente seguì Giulio Romano a Mantova nella speranza di poter continuare la collaborazione, ma fu respinto, non sappiamo le motivazioni di questo rifiuto a continuare la collaborazione. Penni riprodusse molte composizioni di Raffaello.

Ci sono opere oggi attribuite a Giovan Francesco Penni, che riproducono per lo più composizioni di Raffaello, è plausibile pensare che alla morte di quest’ultimo, Penni abbia utilizzato il posto di privilegio dentro la bottega, per compiere molte copie di questi soggetti dai disegni originali, questo perché da tali disegni si nota la presenza di piccole variazioni e pentimenti con segni di difficoltà creativa. Dobbiamo quindi considerare Giovan Francesco Penni come un assistente addestrato a fungere da amanuense artistico, capace di interpretare le idee del maestro e di elaborarle in modelli ordinati su uno stile strettamente basato al suo.

Fig.59 Studio per la Battaglia di Ponte Milvio, Associato a Raffaello, Gesso rosso e penna su carta, 22 cm x 24 cm

L’opera a matita rossa su carta è stata di recente attribuita e identificata come un disegno tardo di Raffaello, inizialmente associato alla scuola. Questo disegno, servì per la decorazione degli appartamenti papali in Vaticano. I dettagli compositivi e stilistici confermano che si tratti di uno studio preparatorio di Raffaello per il celebre affresco.

Fig.60 Confronto con disegno sopra

Confronto con lo stile di Sebastiano del Piombo e aiuto di Michelangelo

Il disegno in studio, sembra presentare elementi di analogia con Michelangelo per quanto concerne l’aspetto stilistico. L’aspetto allungato del corpo ci porta infatti verso un effetto più manieristico discostante da Raffaello. Anche se come abbiamo visto come impostazione e tipologia di soggetto, ci sono dei punti di avvicinamento alla Battaglia di Ponte Milvio della scuola raffaellesca.

Fig. 61 Studio per il Cristo nella Flagellazione in San Pietro in Montorio, Roma -Sebastiano del Piombo

La profondità di Sebastiano del Piombo a livello di disegno, risulta essere particolarmente evidente, sebbene in alcuni casi aiutato da Michelangelo. Sebastiano rimane comunque un artista con un tratto inferiore a quello di Raffaello.

In questo disegno qui a lato ritroviamo un ottimo sfumato e molti punti d’incontro con la tecnica del disegno posta sotto studio.

Sebastiano del Piombo è stato un grande artista dotato di forte raffinatezza. Il disegno di S. del Piombo è stato nel tempo fortemente influenzato da Michelangelo, soprattutto nella resa anatomica e nel senso del volume. Molto spesso utilizzava il carboncino e gesso bianco per modulare la luce e ottenere così dei chiaroscuri drammatici. Nel disegno in studio, si nota un approccio molto scultoreo, con contorni netti e muscolatura esagerata per accentuare la forza delle figura.

Il legame tra Michelangelo e Sebastiano fu particolarmente stretto e strategico, infatti, Michelangelo vedeva in Sebastiano un alleato contro Raffaello, e gli fornì Cartoni e Disegni per alcune sue opere.

Infatti, Michelangelo non voleva competere direttamente con Raffaello e delegò a Sebastiano il compito di contrastarlo.

Anche se Sebastiano fu fomentato da Michelangelo contro Raffaello, la sua rivalità fu indiretta e per certi versi ci fu ammirazione da parte di Sebastiano, il quale fu anche lui influenzato dalla sua grazia compositiva.

Nel periodo in cui fu creata la Battaglia di Ponte Milvio, Sebastiano era li a Roma e conosceva bene il progetto; Michelangelo stesso potrebbe aver discusso con lui delle grandi battaglie come soggetti pittorici. Quando fu creata la Battaglia di Ponte Milvio Raffaello era morto, quindi anche se con riluttanza il Papa diede il compito agli allievi di Raffaello di portare a compimento l’opera.

Dopo la morte di Raffaello nel 1520, ci fu un momento delicato e di forte tensione artistica e politica riguardo le commissioni papali, in particolare la Sala di Costantino nei Palazzi Vaticani.

Raffaello alla sua morte aveva lasciato bozzetti e studi sulla sala; Giulio Romano che all’epoca era il capo bottega e allievo più dotato, e che rappresentava di fatto l’erede della gestione tecnica e creativa dei lavori, prese in mano le committenze in sospeso, ma la Sala di Costantino non fu una commissione così scontata perchè Papa Leone X e successivamente Adriano VI non si fidavano completamente dei giovani discepoli di Raffaello. La vittoria di Costantino sul paganesimo era un tema troppo importante per la chiesa, per essere lasciato a un allievo per quanto talentuoso. Giulio Romano ottenne comunque l’incarico, ma non lavorò da solo, fu affiancato da altri allievi come Giovan Francesco Penni. I lavori vennero eseguiti a condizione di una continua supervisione del papato.

Si può ipotizzare che Michelangelo potesse essere stato consultato e che Sebastiano del Piombo fosse stato preso in considerazione come alternativa. La Battaglia di Ponte Milvio, affrescata nella Sala di Costantino, mostra un linguaggio ancora legato a Raffaello, ma con una maggiore teatralità e dinamismo, tratta proprio dall’impronta giuliesca.

Sebastiano del Piombo, cercò attivamente di inserirsi nella decorazione della Sala di Costantino dopo la morte di Raffaello con il sostegno e la spinta di Michelangelo stesso. Michelangelo sosteneva infatti che Sebastiano avrebbe potuto portare a termine l’opera con maggiore qualità e spirito, seguendo un’ideologia più affine alla sua. Si può ipotizzare dunque che Michelangelo possa aver creato alcuni bozzetti e disegni che sarebbero stati poi usati da Sebastiano del Piombo come presentazione per le opere della Sala. Alla fine, i committenti del Vaticano, non accettarono perché rischiavano di avere con l’allievo di Michelangelo una eccessiva differenza di stile tra le tecniche utilizzate.

Esiste un disegno custodito all’Albertina di Vienna con lo stesso soggetto, che potrebbe essere l’opera autografa di Michelangelo, disegnata per Sebastiano come schizzo da presentare di uno dei personaggi della battaglia e, il disegno posto sotto studio, sarebbe la copia di Sebastiano del Piombo. Il disegno dell’Albertina, dopo una serie di attribuzioni, viene associato dalla Dottoressa Veronika Birke e da Janine Kentesz nel 1997 a Battista Franco detto il Semolei.

Fig.62 Attribuito a Giovanni Battista Franco gen. Semolei (Venezia c. 1510 – 1561 Venezia), sanguigna, 27,8 x 14,2 cm. Numero di inventario 236

Una lettera di Sebastiano a Michelangelo, datata 5 settembre 1520, conferma questo tentativo. In essa, Sebastiano esprime la sua frustrazione per non essere stato scelto e menziona che Michelangelo aveva scritto al Papa per raccomandarlo. E dunque, la commissione fu affidata agli allievi di Raffaello, come Giulio Romano e Giovanni Francesco Penni, per garantire la continuità stilistica con i progetti originali di Raffaello. Questo episodio evidenzia le tensioni artistiche dell’epoca e la rivalità presenti tra le scuole di Raffaello e Michelangelo. Nonostante il sostegno di Michelangelo, Sebastiano non riuscì a ottenere l’incarico desiderato, ma l’episodio testimonia la sua ambizione e il desiderio di affermarsi nel panorama artistico romano.

Fig. 63 Particolare per uno studio per la Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo Roma, Sebastiano del Piombo, Royal Collection, Disegno a gessetto nero. Per questo disegno Sebastiano richiese e probabilmente e ricevette l’aiuto grafico di Michelangelo, in una lettera del 25 marzo 1532 esiste una testimonianza scritta in merito.

Nel giorno di venerdì santo del 1520, avvenne la morte di Raffaello, questo fu annunciato a Michelangelo da Sebastiano del Piombo con una lettera datata 12 aprile 1520. In occasione di questa sciagura, tutta Roma era in lutto, il Papa lo piangeva e il popolo accorse a pregare sulla salma, dietro la quale era stata collocata la tavola della Trasfigurazione non ancora compiuta.

A causa della morte di Raffaello, la posizione di Michelangelo si avvantaggiava. Nel giorno della morte di Raffaello, Michelangelo era fuori da Roma.

Anche nelle lettere successive alla morte di Raffaello non si abbassavano i toni di livore contro la bottega degli allievi di Raffaello.

Sebastiano, cercò fin da subito di approfittarsi della scomparsa di Raffaello per ottenere una commissione importante. Infatti, come menzionato in precedenza nella medesima lettera scritta da Sebastiano a Michelangelo dove si annunciava la morte di Raffaello lo pregava di poter scrivere a monsignor reverendissimo perché gli venisse concessa la Sala di Costantino, lagnandosi che il Papa l’avesse già concessa ai garzoni di Raffaello, i quali bramavano molto e volevano dipingerlo a olio.

Michelangelo scrisse al Cardinal Dovizi di Bibbiena, il 3 luglio venne ricevuto dal Cardinale che però non potè assecondare i suoi desideri.

Nella lettera del 7 settembre 1520 Michelangelo scrive che ha parlato con il Papa circa i termini per l’opera, e scrisse così:

« et tuto quello che io ho parlato al Papa, ed i termini che io ho uxato circha questa hopera è statto per puro amore et riverenzia vi porto. Et con mezzo vostro far le vendette vostre et mie a un tratto et dare ad intendere a le persone maligne che ‘1 c’è altri semidei che Rafael da Urbino con i soi garzoni… Me scrivete ancora che non m’empromettete affirmative. Vi prego per l’amore vui me portate, vui vogliate risolvervi de questa cossa ; sì, over non è, a ciò possi tornar la resposta al Papa, perchè el manda a veder quello me havete scripto et io dico che non ho havuta resposta ancora : et se vui volete lì mostri la vostra Httera gela mostrare : dateme aviso di questo : che io no voria far cossa centra vostra volontà » .

Finisce con questo pistolotto : « quello desiderava io lo faceva per fare miracoli, et dare ad intendere a le persone che quelli homeni che non sono semidei sanno dipingere anche loro ». Sebastiano con tutti questi suoi sforzi non riuscì nell’intento e sotto il pontificato di Clemente VII la sala di Costantino fu condotta a termine dagh scolari di Raffaello. Durante le trattative fu offerto al Luciani di dipingere la sala di sotto a quella di Costantino ; ma egli la rifiutò, come si esprime nelle sue lettere, non volendo che i garzoni di Raffaello dipingessero le sale dorate, e a lui si riservassero le cantine.

Sebastiano non ebbe la fortuna di entrare nelle grazie di Leone X, il Sanzio e Michelangelo lo assorbivano non poteva restarvi posto per altri. Egli però aveva acquistato forti relazioni col cardinale Giulio de’ Medici e col Cardinale Rangoni, per i quali fece delle cospicue opere.

Tutte queste vicissitudini accaddero in seno a forti cambiamenti in Vaticano. Infatti, nel 1521 Papa Leone X morì e gli succedette Papa Adriano VI. Questo provocò un grande cambiamento nel campo delle arti e dei maestri. Il nuovo Papa aveva smesso con il fasto e la grandezza del suo predecessore, e non nutriva amore per i soggetti artistici. Inoltre era infastidito dal classico perchè aveva orrore dei nudi e fece cessare i lavori nella Sala di Costantino. Anche se questo Papa aveva di buon occhio Sebastiano del Piombo tanto da commissionargli il suo ritratto, non potè ottenere la commissione per la Sala di Costantino.

Fig.64 confronto tra opera in studio a sinistra e opera dell’Albertina

Confronto tra opera in studio e il disegno presente all’Albertina Museum di Vienna

Il disegno posto in studio è stato portato in confronto con una immagine fotografica eseguita dall’Alinari relativa al disegno collocato presso l’Albertina Museum di Vienna. Il colore scuro che troviamo nell’immagine fotografica è da imputare al tipo di scatto. La tecnica dell’opera risulta essere a carboncino.

L’immagine dell’Archivio fotografico Alinari presenta le seguenti caratteristiche: Opera associata a Raffaello Sanzio – Datata 1500-1512. Collocazione Vienna Graphische Sammlung Albertina. Foto scattata 2002, Dimensione 26 cm x 14 cm

Di seguito si riporteranno tutta una serie di confronti tra le due opere. Sul lato sinistro opera in studio e sull’opera di destra quella collocata nel Museo dell’Albertina.

La freccia Verde vede i due tratteggi a confronto: nell’opera di sinistra abbiamo la perdita del tratto in quel punto, inoltre le linee presenti risultano avere un tratteggio meno fitto e meno lineare rispetto l’opera del museo.

La freccia azzurra indica la mancanza di un tratto del disegno che invece ritroviamo nell’opera del museo. La presenza di un numero di dettagli minori e un numero di tratti più ridotto nell’opera in studio, ci porta a dare una ipotesi di copia del manufatto posto in studio.

Nelle parti evidenziate con cerchi rossi ritroviamo tutta una serie di macchie causate da invecchiamento e carbonio. Queste macchie sono presenti nell’intero disegno a tutti i livelli. Tutte queste macchie risultano essere completamente assenti dal disegno posto in stud

Fig. 65 Confronto con altri particolari

Da questo secondo confronto, vediamo che la freccia rossa indicante il tratto grafico dello svolazzo laterale, porta diversità notevoli in parte dovute alla tipologia di pigmento utilizzato che risulta essere diverso. Sul lato sinistro troviamo infatti un tratto con una granulometria molto più spessa. La stessa identica cosa la possiamo ritrovare nella freccia nera che indica anche qui un tratto meno incisivo con perdita della linearità relativa all’opera.

Fig. 66 Confronto

Anche in questo confronto nella foto sopra, ritroviamo degli elementi di diversificazione. Nella freccia verde sulla sinistra ritroviamo la mancanza di questo tratto, mentre sulla destra tale linea la ritroviamo. Le linee blu mostrano anche qui variazioni nel tratto. Anche nelle frecce rosse ritroviamo la mancanza di corrispondenza. Dal confronto, nel complesso, possiamo dire che il disegno posto sotto studio sembra essere stato creato a partire da questo disegno come copia, emerge anche che l’intensità del tratto e una profusa titubanza nel disegno, sia legata da parte del copista di rendere il più possibile simili le due opere, infatti, solo da un attento controllo si può evidenziare queste anomalie. Inoltre, l’opera non può essere una copia da parte del medesimo autore, in quanto sicuramente lo stesso autore avrebbe apportato molte più variazioni o pentimenti rispetto all’opera originale, ma soprattutto, le variazioni che avrebbe apportato sarebbero state naturali.

Confronto opera dell’Albertina e valutazione con tecnica del Semolei

Fig.67 Collezione Albertina –Vienna, 27,8 cm x14,2 cm, Numero inventario 236, Scritta in basso a destra “Rap. Urb.” . Credits: Alinari

Attribuzioni storiche dell’opera: Raffaello Sanzio (Tradizionale); Artista michelangiolesco(Wickhoff); Nessuna associazione con cerchia di Raffaello (Fischel); Successore di Michelangelo Buonarotti (Stix); Cerchia di Michelangelo (Ragazzo); Semolei (Birke Veronika / Janine Kertesz).

La seguente opera, è presente presso la collezione Albertina di Vienna e nel tempo, ha subito tutta una serie di attribuzioni. L’opera in studio risulta con certezza creata a partire da questo soggetto. La realizzazione della versione risulta essere creata con una dimensione più ridotta rispetto al disegno collocato presso l’Albertina Collection.

Gli elementi di legame risultano essere fortissimi il che determina con assoluta certezza che il realizzatore dell’opera in studio, abbia avuto accesso direttamente all’opera originale per poter realizzare la sua.

Si esaminerà di seguito l’opera custodita presso l’Albertina con il tratto dell’ultimo artista al quale è stato attribuito e cioè il Semolei.

Battista Franco, detto il Semolei era un pittore e incisore (Venezia 1498-1561). Questo artista, a Roma, si ispirò profondamente alle opere di Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano, e in seguito dalle proprie invenzioni, seguendo la tradizione di Marcantonio Raimondi. Si inscrisse all’Accademia di San Luca nel 1535. Ma dopo aver visto il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, non volle fare altra cosa che disegnare per un certo tempo. Fu notato da Raffaello da Monte Lupo e fu raccomandato da Antonio da Sangallo il giovane, il quale lo impiegò nell’allestimento in onore dell’ingresso di Carlo V d’Asburgo, sia a Roma che a Firenze.

Il giovane artista si distinse soprattutto per la grande abilità dei suoi disegni, che prevalevano sulla tecnica pittorica. Questo artista aveva l’ossessione di copiare non solo da Michelangelo ma anche da altri artisti perché non aveva un suo stile personale le sue invenzioni erano carenti e prive di freschezza e originalità. A Firenze Salomei, conobbe Vasari e strinse amicizia con Bartolomeo Ammanati presso cui andò ad abitare insieme al Genga di Urbino con cui ebbe un proficuo sodalizio artistico. Fu al servizio di Cosimo I de Medici e dipinse molte opere che furono apprezzate. A Roma, entra al servizio del Cardinale Francesco Corner e si mise in competizione con Francesco Salviati con un San Giovanni imprigionato da Erode, che risultò non all’altezza del confronto, questo a causa della sua estrema cura dei particolari disegnati che tolsero spontaneità e colore all’opera nel suo insieme.

Semolei aveva la capacità di creare composizioni complesse, spesso raffiguranti scene mitologiche, religiose e con numerose figure. Il disegno dell’Albertina, presenta una tensione muscolare creata con energia e una muscolatura dinamica con impiego dello sfumato e tratteggio incrociato, che modella le forme e crea profondità, questi elementi non li ritroviamo nelle opere del Semolei.

Fig.68 Dettaglio opera Allegoria con uomo barbuto seduto con libro, Metropolitan Museum, Battista Franco, 19 cm x 20,5 cm. Penna , inchiostro marrone, pennello e acquerello

Di seguito si riporterà un confronto tra l’opera qui sopra del Semolei, con il disegno del guerriero custodito presso l’Albertina Collection di Vienna. Sono stati valutati tutta una serie di parametri stilistici e del tratto. Il disegno dell’uomo barbuto, presenta un tratto del Semolei molto controllato, pulito e uniforme nella sua struttura. L’intensità del tratto risulta essere costante e molto descrittiva. Lo studio anatomico risulta essere dettagliato ma manca di movimento, risulta statico con una impostazione classica del corpo. Il tratteggio è lineare e omogeneo nell’intero disegno. La forza del tratto grafico offre un senso meditativo e con poca teatralità del soggetto. Il disegno presente presso l’Albertina Museum, ha un tratto grafico fluido, energico a volte tumultuoso, l’intensità del tratto è molto variegato, a tratti contrastanti e netti e in altre aree il tratto è più lieve conferendo una resa di dinamismo elevato con una muscolatura amplificata. Il tratteggio è misto con linee curve, semicircolari e drammatiche. La composizione con il corpo in torsione crea un movimento centrifugo e di grande emozionalità. Il disegno si presenta così con una forza molto alta ed una gestualità vibrante. Questo disegno presenta elementi di tratto molto elevati in forza espressiva, composizione dinamica e tratto grafico vigoroso, con marcata enfasi sulla torsione anatomica e tensione muscolare, contrariamente al disegno dell’uomo barbuto di Semolei che ha uno stile più stabile e misurato, con un’ottima padronanza anatomica, ma con una composizione meno teatrale e un tratto più sobrio. Questa analisi, suggerisce che i due artisti, abbiano approcci molto diversi, anche se condividono una certa raffinatezza tecnica. Tuttavia, il primo disegno mostra caratteristiche fortemente associate a Michelangelo e non al Semolei.

Grafico comparativo che offre una uno spaccato sulla compatibilità stilistica dei diversi elementi analizzati tra il disegno dell’Albertina associabile a Michelangelo, e quello del Metropolitan Museum associato al Semolei. La somma dei diversi elementi, da una compatibilità grafica dei due artisti al 47%

Fig.69 Grafico Comparativo

Studio Anatomico e la sua importanza

Lo studio dell’anatomia era importante per un artista, sia esso scultore o pittore. Lo studio approfondito della relazione tra la figura umana e il mondo in cui si muove, era necessario da parte degli artisti e i teorici del Rinascimento, soprattutto per poter organizzare e controllare lo spazio attraverso il sistema della prospettiva.

Fig.70 Nudo maschile con le proporzioni indicate, Sanguigna – Michelangelo, 28,9 cm x 18 cm, Royal Library

Il corpo era dunque studiato in termini di misure e proporzioni. Per questo motivo molto spesso, veniva incorniciato, racchiuso e suddiviso in diagrammi e schemi geometrici con cifre e numeri. Questo elemento era particolarmente evidente in Leonardo da Vinci. Tra i codici del tempo che maggiormente esplicitavano questi elementi, vi erano i codici di Leonardo, Piero della Francesca e Durer. Questo aspetto geometrico inserito nella figura umana, era importante per costruire degli schemi in relazione alla pratica architettonica.

Alcuni disegni di Piero della Francesca, mostravano che egli usò griglie lineari e geometriche per studiare le proporzioni del volto e del cranio. Fu uno dei suo allievi, il matematico Luca Pacioli, che nel 1509 pubblicò un trattato intitolato De Divina Proportione. Secondo Pacioli, la proporzione perfetta e ideale è quella della sezione aurea, e per lui, i numero hanno un significato mistico.

Fig. 71 Albrecht Durer, Simmetria dei Corpi Umani

Lo studio della proporzione, passò anche da un importantissimo personaggio: Leon Battista Alberti. Egli utilizzò le regole stabilite da Vitruvio esaminando le relazioni tra proporzioni e prospettiva. Anche Leonardo da Vinci cercò di stabilire una relazione tra proporzione e movimenti della figura umana e del sistema prospettico. Anche Durer basò i suoi studi su quello di Vitruvio, sottolineando la simmetria e la schematizzazione del corpo. Con Michelangelo, verso la fine del Rinascimento, assistiamo ad un certo allontanamento dal canone ideale, che si manifestava nella deliberata distorsione e allungamento della figura umana. Questa tendenza soggettiva in contrasto con l’oggettività matematica, si sviluppò ulteriormente con il manierismo e il barocco, quando gli effetti della muscolatura, dell’espressione facciale e del movimento, interessarono di più gli artisti rispetto alle regole dell’armonicità.

Fig.72 Adamo (disegno di costruzione), Albrecht Durer – 1504. Penna marrone,proporzione sulla gamba di supporto e linee di costruzione con penna marrone, pentimenti presenti sulle braccia superiori, 26,2 cm x 16,64 cm

Fig.73 Eva (disegno di costruzione), Albrecht Durer, 1506 – 26,2 cm x 16,5 cm. Tecnica: Penna marrone, linee di costruzione con penna

Gli studi anatomici nel Rinascimento rappresentarono un vero e proprio settore. Relativamente all’approccio di Michelangelo, è legittimo supporre che anche lui in modo simile ad altri artisti, come Leonardo da Vinci utilizzasse cadaveri o parti di cadavere a scopo di studio.

Fig.74 Da Michelangelo, Studio anatomico di gamba destra con marcatura dei muscoli, Tecnica : Sanguigna, 28,3 cm x20,7cm, Royal Library

Tale materiale, possiamo definirlo come materiale didattico e fu ripetutamente utilizzato come compendio di riferimento e servì a scopi propedeutici.

Di questa tipologia di studi anatomici, di quelli attribuibili direttamente a Michelangelo non c’è ne sono, e quelli oggi conosciuti probabilmente sono di suoi allievi e seguaci copiati dagli originali.

Visto le numerosissime copie superstiti, questo fa pensare che esistesse un vero e proprio corso di anatomia creato da Michelangelo, dove i muscoli erano siglati con delle lettere per facilitare il riconoscimento e l’individuazione.

A differenza di Leonardo da Vinci a Michelangelo, non interessava l’aspetto delle vene, arterie e capillari, ma solo l’articolazione strutturale dell’organismo, soprattutto per ciò che riguarda la posizione dei muscoli e le combinazioni volumetriche che determinano rilievi e le depressioni della pelle. Dunque i disegni anatomici di Michelangelo, vanno trattati più come studi anatomici d’artista che come trattato medico.

Fig.75 Confronto tra opera in studio a sinistra e studio anatomico della muscolatura ripreso da un disegno di allievi di Michelangelo.

Da questo confronto è possibile individuare elementi molto interessanti, infatti nella gamba posta sotto studio. abbiamo una muscolatura che riporta sia elementi muscolari visti da dietro che elementi muscolari visto da una zona latero-posteriore. Questo aspetto risulta essere molto interessante perché in questo disegno, non solo l’effetto del movimento viene garantito dalle doppie linee della gamba e dalle variazioni d’intensità del tratto, ma la presenza di una muscolatura ibrida come se fosse in due posizioni in contemporaneo è unica. Questo aspetto aiuta a rendere maggiore l’effetto della dinamicità.

Considerazioni Finali e Conclusioni

Il seguente studio è stato un percorso alla ricerca non solo del possibile realizzatore di questo disegno, ma anche per capire lo scopo e la destinazione finale di esso. Si è cercato dunque di collocare l’opera all’interno di un contesto specifico. Di seguito si riportano elementi importanti di conclusione. Il disegno presenta caratteristiche stilistiche e tecniche spiccatamente importanti che richiamano senza dubbio l’ambiente michelangiolesco, riprendendo anche elementi di prassi grafica di Sebastiano del Piombo. Si può ipotizzare dunque che il disegno possa essere stato creato sotto l’influenza di Michelangelo. L’uso della tecnica a sanguigna, con tratti morbidi e il chiaroscuro presente tramite sfumature ottenuto per pressione modulare, è una tecnica molto vicina a quella di Michelangelo, soprattutto nei disegni preparatori per affreschi. Le differenze che ritroviamo tra questo disegno a confronto con quello di medesimo soggetto dell’Abertina Museum, è dato da gradi di incertezza grafica presenti. Per quanto concerne la muscolatura, è volumetrica e plastica resa con attenzione come avrebbe fatto uno scultore; dunque visto che Sebastiano del Piombo non era uno scultore, tale elemento è un segno distintivo dell’influenza diretta di Michelangelo, che impostava il disegno come fosse una scultura su carta. Lo studio di figura è perfetta nella sua posa dinamica e torsionato alla maniera michelangiolesca. Lo studio anatomico risulta spinto e accentuato, con la muscolatura resa ipertrofica tipica del Buonarroti, con la presenza di un grande senso del movimento. Un altro elemento di rilevanza è la visione posteriore della spalla, che punta sull’enfasi della potenza fisica. Sebastiano del Piombo non era un disegnatore di questo tipo prima di conoscere Michelangelo, infatti, i suoi primi disegni veneziani erano molto meno plastici. Dopo l’incontro con Michelangelo e il suo aiuto soprattutto durante il lavoro della flagellazione e alla Pietà di Viterbo del 1512-1516, Sebastiano sviluppò un linguaggio più scultoreo influenzato da Michelangelo. Possiamo dunque affermare che l’opera in studio è frutto di un artista della cerchia michelangiolesca, probabilmente creata come copia da Michelangelo, sotto la sua diretta influenza e con l’ausilio di un disegno autografo di Michelangelo. Per quanto concerne lo studio anatomico, abbiamo da parte dell’artista una buona conoscenza dell’aspetto anatomico, specialmente dalla parte posteriore della coscia e del polpaccio. Si noti una chiara definizione del grande gluteo che sfuma verso il bicipite femorale presente nella parte esterna della coscia, che risulta essere  correttamente orientato e ben raccordato al ginocchio. Il muscolo gastrocnemio del polpaccio è ben evidente e si divide correttamente nelle due teste muscolari, con una lieve torsione che denota il movimento delle gambe. Quindi, il disegno, offre anche l’effetto della flessione posteriore. Per quanto riguarda l’inserzione finale del tendine del ginocchio, appare di un tratto troppo rigido mancando di morbidezza. Un’altra anomalia è derivata dal perone laterale lungo non rappresentato con chiarezza, motivo per cui questo disegno possa essere stato realizzato a partire da quello dell’Albertina Museum meglio strutturato. Possiamo dunque  affermare che da un punto di vista anatomico abbiamo un disegno plausibile anatomicamente, e i piccoli aggiustamenti espressivi puntano all’enfasi del dinamismo più che all’esattezza reale. Da un punto di vista stilistico l’elmo è chiaramente visibile sulla testa, con una cresta o cimiero, la decorazione è quella  usata da contesti artistici rinascimentali per evocare il mondo classico, piuttosto che autentici modelli storici.  L’indumento sulla zona pelvica è una sorta di “pteyges”, cioè un indumento fatto da strisce di cuoio e stoffa sovrapposte, tipiche delle armature romane, questo elemento è associabile fortemente alle raffigurazioni di guerrieri romani nelle arti figurative Rinascimentali. La posa è eroica, con un forte movimento rotatorio del busto e slancio del braccio, come se stesse per lanciare qualcosa o per difendersi, un gesto dunque molto comune nelle rappresentazioni dei combattenti antichi. Potremmo definire questo guerriero una rappresentazione di un guerriero romano ideale ispirato al mondo classico ma filtrato da un’estetica manierista. Il disegno è molto raffinato e presenta un’ottima padronanza del chiaroscuro pieno di energia. Il gesto artistico di questo disegno dimostra una conoscenza consapevole dell’anatomia, ma sceglie volontariamente di forzare alcune proporzioni per ottenere una maggiore tensione drammatica. L’uso della sanguigna, le curve morbide e le linee di contorno fluttuanti per i panneggi e a costruzione volumetrica, sono coerenti con gli studi michelangioleschi con l’ideale di una figura eroica romana. Nel disegno posto sotto studio la rappresentazione della muscolatura, in particolare delle gambe, mostra una notevole attenzione al volume e alla tensione muscolare, elementi caratteristici che possiamo ritrovare anche in alcune opere di Sebastiano del Piombo, come ad esempio nella Pietà di Viterbo(1512-1516), qui la figura del Cristo presenta, infatti, un campo modellato con cura, evidenziando la struttura muscolare e la tensione dei tendini, elementi che richiamano l’influenza di Michelangelo. Tuttavia, è importante ricordare che Sebastiano del Piombo, pur collaborando con Michelangelo, non raggiungerà la medesima precisione anatomica dei disegni. Sebbene Sebastiano non abbia lasciato opere con soggetti militari, la sua capacità di rappresentare figure eroiche e la sua attenzione ai dettagli dell’abbigliamento sono evidenti in opere come il Martirio di Santa’Agata del 1520, dove i carnefici indossano abiti dettagliati e realistici. L’uso della tecnica a sanguigna presente nel disegno in studio, presenta tratti morbidi e sfumature ottenute tramite variazioni di pressione, tecnica che Sebastiano del Piombo ha utilizzato intenzionalmente. Ad esempio, nella preparazione della Pietà di Ubeda, Sebastiano si avvale di disegni forniti da Michelangelo, che mostrano un uso raffinato del chiaroscuro e una modellazione accurata del corpo. Questo disegno basato su quello dell’Albertina Museum, potrebbe essere l’opera realizzata su spunto da Michelangelo, che pur non essendo mai direttamente coinvolto nella decorazione delle stanze vaticane, prestò a Sebastiano del Piombo disegni e appoggio nel tentativo di ostacolare l’egemonia raffaellesca, e per far si che la committenza venisse affidata a lui. Pensiamo dunque che, il soggetto sia stato ideato da Michelangelo(disegno Albertina) per Sebastiano del Piombo che a sua volta creò il suo(opera in studio). I pittori del tempo, infatti, dovevano convincere il committente con disegni preparatori, Sebastiano con questo disegno, e forte del suo rapporto con Michelangelo, avrebbe voluto proporre uno stile muscolare eroico perfettamente in linea con il soggetto della Battaglia di Ponte Milvio, evento simbolo della vittoria del Cristianesimo sul paganesimo. In conclusione, per questa nostra ipotesi attributiva, riassumiamo di seguito gli elementi di forte interesse. Per la tecnica l’uso della sanguigna con tratto energico e accenni di movimento spiraliforme, coerenti con gli studi influenzati da Michelangelo, compatibile con il Sebastiano del Piombo nella sua fase matura. La figura rappresentata un guerriero con elmo, muscolatura marcata e postura dinamica che sono elementi assolutamente coerenti con un soggetto per la Battaglia di Ponte Milvio. L’anatomia attenta, espressiva e plastica associata ad un potenziale stile di Sebastiano del Piombo compatibile con un lavoro preparato con l’aiuto di Michelangelo che gli forniva i modelli disegnati. Gli indumenti indossati dal guerriero, con il gonnellino piumato (pteryges), l’elmo con cimiero e la nudità parziale, tutti elementi di raffigurazioni di soldati romani idealizzati nel Rinascimento e tardo Rinascimento. Dunque è plausibile affermare che, questo disegno sia parte di un ciclo di studi eseguiti da Sebastiano del Piombo come proposta per la Sala di Costantino, un bozzetto dunque di presentazione destinato alla commissione vaticana di valutazione. Tale disegno fu realizzato con la consulenza anatomica di Michelangelo, e forse proprio con il suo diretto intervento in molti punti, e rappresenta un raro esempio di studio militare della produzione grafica di Sebastiano del Piombo eseguita partendo da un’opera di Michelangelo.

Conclusioni

Il presente studio ha condotto un’indagine multidisciplinare su “Studio di Guerriero”, combinando analisi tecniche del supporto cartaceo con un esame stilistico, iconografico e archivistico. Le indagini scientifiche hanno rivelato che il supporto è costituito da carta prodotta a partire da stracci di canapa, lino e cotone, con uno spessore omogeneo di 70 µm e l’impiego di additivi quali calcio e talco. La presenza di vergatura regolare (2 mm tra le vergelle, 28 mm tra i filoni) e una traccia di filigrana, seppur non pienamente leggibile, contribuiscono alla datazione e all’identificazione delle origini del supporto.

Le osservazioni relative alla tecnica esecutiva confermano l’uso della sanguigna, talvolta diluita, e un processo di rifilatura differenziato, con tagli precisi sui margini superiore e destro e strappi o interventi meno regolari sui margini sinistro e inferiore. Queste evidenze tecniche, unitamente all’indicazione di un pregresso intervento di restauro, forniscono un quadro dettagliato della materialità e della storia conservativa dell’opera.

Dal punto di vista attributivo, l’analisi iconografica e stilistica suggerisce una complessa relazione con il contesto artistico romano del XVI secolo, con richiami significativi alle opere di Sebastiano del Piombo e al dibattito attributivo che include figure come Michelangelo. L’assenza di dati archivistici diretti impone un approccio cautelativo all’attribuzione definitiva.

In sintesi, lo studio ha fornito dati materiali e osservazioni stilistiche fondamentali per una più approfondita comprensione dello “Studio di Guerriero”. Sebbene la questione attributiva richieda ulteriori indagini comparative e magari l’impiego di tecniche non invasive avanzate per l’analisi dei pigmenti, i dati raccolti rappresentano un contributo significativo alla conoscenza dell’opera e del contesto in cui è stata prodotta

Bibliografia

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L’UOMO SENZA LETTERE

Autore: Lucica Bianchi

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“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori danno alla tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoperati in tal modo in gioventù che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento”

Leonardo da Vinci, 1452-1519

Certe qualità eccezionali di cui danno prova esseri umani sono spesso doni piovuti loro dal cielo, ma ciò è naturale. Soprannaturale è invece che bellezza, virtù e talento possano confluire profusamente in un unico individuo rendendolo superiore a tutti gli altri uomini qualunque cosa egli faccia. Ogni sua azione sarà infatti così miracolosa da rivelarsi per quel che è: un fenomeno di origine divina, non il semplice risultato dell’ingegno umano. Leonardo da Vinci fu uno di questi fenomeni. C’erano in lui, oltre a una bellezza fisica mai sottolineata abbastanza, una facilità e una felicità d’azione sconfinate. Aveva cosi tante qualità che ovunque volgesse la sua attenzione riusciva a trasformare un problema insolubile in una cosa facile a farsi, e fatta alla perfezione. Alla sua forza fisica, possente, si associava abilità, ardimento e una nobiltà d’animo regale e prodiga di sé.

La fama di Leonardo fu illimitata: valicò i confini dell’epoca e raggiunse i posteri.

Non fosse stato tanto versatile e irrequieto, Leonardo sarebbe diventato un raffinato uomo di lettere e un erudito. Intraprese studi di ogni tipo, ma dopo un po’ si sentiva sazio e piantava tutto. E’ vero che iniziò molte opere d’arte senza mai finirle, ma era perché la sapeva troppo lunga in materia. Considerava la perfezione artistica che aveva in mente irraggiungibile sul piano pratico. Nemmeno con le sue stesse mani poteva venire a capo delle imprese grandiose e difficili che era solito immaginare.

Il suo maestro fu Andrea del Verrocchio, che all’epoca stava lavorando a una tavola raffigurante un San Giovanni in atto di battezzare Cristo. Leonardo ebbe il compito di dipingere nella tavola un angelo con in mano delle vesti. Allora era giovanissimo, ma lo disegnò cosi bene che l’angelo fece fare brutta figura alle figure dipinte da Andrea. Pare che Andrea, indispettito che un ragazzino ne sapesse più di lui, non volle più saperne di prendere in mano i pennelli.

E allora: è possibile, oggi, conoscere e “vedere” Leonardo da Vinci? Ovvero apprezzarlo nella sua opera e nel contesto delle vicende dell’arte, come si può fare per moltissimi altri artisti? Domanda apparentemente paradossale e incongrua, visto che su di lui è stata pubblicata una biblioteca di migliaia di tomi che si accresce di altre migliaia di contributi ogni anno, mentre istituzioni importanti sono solamente dedite alla conservazione e allo studio dei suoi “Codici”, e la “Gioconda” è notoriamente il quadro più conosciuto al mondo, oggetto di devoti pellegrinaggi anche da parte di genti che nulla conoscono della pittura occidentale. Ogni giorno escono libretti divulgativi in cui Leonardo è indicato come “il più”: “il più” grande genio della storia dell’umanità, “il più” grande scienziato, “il più” profetico nunzio dell’età delle macchine, e cosi via all’infinito, elencandone le benemerenze in campi dello scibile che invece datano da pochi secoli, e che Leonardo neppure conosceva. Domanda però giustificata dall’evidente frattura fra la documentazione archivistica nota e l’immagine dell’artista presso i contemporanei, fra la costruzione del mito dopo la sua morte, e le fasi successive, passate attraverso scoperte, infinite discussioni attributive, tentativi disperati per fermare in qualche modo il degrado progressivo e rapidissimo dell’unica sua opera pittorica del tutto certa: il “Cenacolo” di Milano.

 Giungere dunque a lui, attraverso simili intrichi, ricollocarlo in qualche modo nel suo tempo, appare impresa quasi disperata. E’ possibile evitare di considerarlo “l’uomo più ostinatamente curioso della storia” secondo la definizione di Sir Kenneth Clark, o l’espressione del “genio umano e universale” di Goethe? Comunque, Leonardo era già considerato la sintesi dell’età del Rinascimento nell’apologia costruita da Giorgio Vasari, che anche in questo caso, si dimostra un grande romanziere. A fine Ottocento Edmondo Solmi aveva intuito ed esposto: “Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurano l’intero Leonardo nelle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.” Ma Leonardo in realtà, non fu assolutamente capace di costruire una teoria, almeno nelle accezioni scientifiche e filosofiche, e ideologiche, che noi diamo al termine. Non fu né sistematico né sperimentale, ma portò l’arte dell’osservazione, sostenuto dal meraviglioso ed eccezionale talento di disegnatore, ai vertici possibili nel suo tempo. E tale osservazione trasferì in quella pittura che così diventa un’ arte di sottile invenzione, la quale con delicata a attenta speculazione considera tutte le qualità delle forme. Questa tensione fra l’osservazione e le qualità formali costituì un assillante rovello, determinante per l’insoddisfazione nei confronti dell’opera limitata e incompiuta. Ed è proprio questa tensione fra Arte e Natura, Pittura e Osservazione, portata ad un estremo limite di perfezione e gentilezza a costituire il motivo primo del fascino di Leonardo da Vinci. Questa inesausta ricerca era certamente rara, ma del tutto coerente con il suo tempo, negli anni in cui gli artisti cominciano a emanciparsi dalla condizione artigianale, aspirando essi stessi a quell’ideale di “Uomo Universale”.

Chiunque volesse vedere fino a che punto l’arte è in grado di imitare la natura, basta guardare Leonardo da Vinci.

Leonardo da Vinci rappresenta il culmine della tradizione ingegneristica italiana quattrocentesca: egli più di ogni altro artista-ingegnere precedente e contemporaneo riesce a staccarsi dalla dimensione artigianale per assumere quella del dotto tecnologo.

Il percorso di riqualificazione culturale e professionale degli ingegneri quattrocenteschi è espresso in maniera esemplare dalla biografia di Leonardo da Vinci. Leonardo comincia la sua carriera a Firenze come apprendista presso la bottega di Andrea del Verrocchio e la conclude come ingegnere e pittore al servizio del re di Francia Francesco I. La sua maturazione intellettuale sul piano scientifico si completa con il tentativo, poi fallito, di elaborare una nuova meccanica a partire da un’integrazione tra i teoremi dei filosofi e le esigenze costruttive degli artigiani.

L’eccezionalità dell’ascesa sociale e culturale di Leonardo è suggellata dalle parole di Benvenuto Cellini il quale, quando narra il momento della sua morte, lo descrive con l’appellativo di “grandissimo filosafo”. Sarebbe tuttavia un errore considerare Leonardo come la massima espressione del genio rinascimentale staccandolo dal contesto culturale degli altri artisti-ingegneri quattrocenteschi a contatto con i quali si è formato e con i quali ha condiviso gli sforzi per l’affermazione del sapere tecnico e per il riconoscimento della dimensione intellettuale degli “omini senza lettere”. I legami con la tradizione sono fin troppo evidenti, tuttavia è opportuno riconoscere a Leonardo il merito di essere stato l’ingegnere che più di ogni altro ha saputo dar voce e visibilità grafica ai “sogni tecnologici” condivisi dalla maggioranza degli artisti-ingegneri del Quattrocento.

Dopo l’infanzia trascorsa a Vinci, Leonardo si trasferisce a Firenze col padre, Piero, e nel 1469 entra nella bottega di Andrea del Verrocchio, nella quale si afferma come pittore e apprende tutti i segreti che costituiscono il bagaglio tecnico di un abile artigiano. Il primo riferimento di un interesse di carattere tecnico da parte di Leonardo si ha in occasione della realizzazione e messa in opera, da parte del Verrocchio, dell’enorme sfera di rame che sovrasta la cupola di Santa Maria del Fiore nel 1472. Da un riferimento più tardo alla tecnica utilizzata per la saldatura delle enormi lastre di rame che costituiscono la sfera, attraverso specchi ustori, veniamo a conoscenza della presenza nel cantiere dell’Opera del duomo del giovane Leonardo, il quale in quest’occasione ha modo di visionare le macchine progettate da Filippo Brunelleschi. È infatti significativo notare come nei suoi primi progetti di macchine l’elemento più ricorrente sia la vite, ampiamente usata da Brunelleschi.

Gli anni milanesi

Nel 1482 Leonardo lascia Firenze per trasferirsi a Milano al servizio di Ludovico il Moro, dove rimane per quasi 20 anni. Sul piano artistico questo periodo è caratterizzato, oltre che dall’attività pittorica (Cenacolo, Vergine delle rocce, Dama con l’ermellino), anche dai preparativi per la fusione del monumento equestre a Francesco Sforza che però, a causa dell’invasione francese di Milano, non viene portato a termine.

Durante gli anni milanesi Leonardo si impegna anche in studi di natura tecnologica e architettonica. Intorno al 1487 sembrano risalire i suoi disegni relativi alla città ideale a due livelli, così concepita per far fronte ai problemi di sovraffollamento urbano. Le città devono essere progettate secondo un’organizzazione razionale degli spazi, separando le aree destinate all’attività produttiva e commerciale dagli spazi destinati alla vita sociale. Durante questo periodo formula anche il progetto di un trattato sull’acqua, che per Leonardo costituisce una premessa necessaria per la risoluzione di problemi di carattere idraulico, come la costruzione e la manutenzione dei canali.

Con l’invasione francese del 1499 Leonardo abbandona Milano insieme all’amico e maestro Luca Pacioli, che lo aveva introdotto allo studio della matematica e della geometria. Dopo aver soggiornato a Venezia e a Firenze, nel 1502 entra al servizio di Cesare Borgia come ingegnere militare. Per lui esegue rilievi topografici e piante di città e regioni dell’Italia centrale, come lo splendido disegno della pianta di Imola. Nel 1503 è nuovamente a Firenze, dove offre prestazioni di consulenza e assume incarichi ingegneristici nella guerra contro la città di Pisa, proponendo alla magistratura fiorentina uno studio per la deviazione del corso dell’Arno così da tagliare fuori dal corso del fiume la città nemica, progetto che poi risulterà inattuabile.

Nel 1508 torna nuovamente a Milano, per entrare al servizio, con la qualifica di “peintre et ingénieur ordinaire”, del governatore francese Carlo d’Amboise, per il quale studierà il sistema idrico lombardo. Dal 1513 al 1516 è a Roma, dove alterna gli studi di anatomia a progetti di carattere idraulico per la bonifica dell’Agro Pontino e per il porto di Civitavecchia.

Nel 1516 si trasferisce in Francia, alla corte di Francesco I, al servizio del quale resterà fino alla morte.

 

MARIA GAETANA AGNESI

“Par che il Tempo arrossisca e si lamenti che in lei l’ingegno i voli suoi preceda”

                                                                                                                                               (anonimo)

 

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Il busto di Maria Gaetana Agnesi,  Accademia di Brera, Milano.

Nel principiare del secolo passato cresceva in una patrizia famiglia milanese una vispa fanciulla, cara delizia de’ parenti e degli amici per prontezza d’ingegno e amabilità di carattere, talché nel 1723 stampavasi un sonetto a lodarla, perché parlasse a cinque anni francamente il francese, e questo era il meno, poiché tosto apprese il tedesco, lo spagnuolo, l’ebraico, e a nove anni sapea sì di greco e di latino che tradusse in greco una mitologia… L’ingegno che appalesava la giovinetta indusse il padre di lei ad iniziarla nello studio della filosofia e delle scienze…”. Così esordisce alla voce “Agnesi” un’ottocentesca Enciclopedia milanese.

Maria Gaetana Agnesi nacque a Milano, il 16 maggio 1718, figlia primogenita di Pietro Agnesi.  Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.

Per quanto concerne la sua formazione, Agnesi ebbe occasione di studiare sotto la guida di insegnanti eccellenti che frequentavano la casa del padre, fra i quali figurano il teatino G. M. Reina, L. Voigt, insegnante di greco presso le Scuole Palatine di Milano, l’abate G. Tagliazucchi o ancora, l’abate N. Gemelli. Di un discorso di quest’ultimo intorno agli studi delle donne, Maria Gaetana recitò, il 18 agosto 1727 e all’età di appena nove anni, nel salotto paterno, una traduzione da lei stessa condotta. In un’occasione analoga, nel 1738 si cimentò nel sostenere centonovantuno tesi di argomento filosofico e scientifico, che furono edite a Milano nello stesso anno, con il titolo “Propositiones philosophicae quas crebris disputationibus domi habitis coram clariss. viris explicabat extempore et ab obiectis vindicabat M.G. de A. mediolanensis.” In quest’opera emergono già gli interessi scientifici accanto all’acume intellettuale di Agnesi, che spazia su una varietà di argomenti: logica, ontologia, pneumatologia, meccanica dei gravi, dei fluidi, dei corpi elastici, dei corpi celesti, meteore, terre e mari, fossili, metalli, piante e animali (zoologia, botanica, geologia), con un approccio di carattere enciclopedico. Che gli interessi di Agnesi fossero più genuinamente rivolti allo studio della matematica, d’altro canto, è confermato dal fatto che già nel 1737, un anno prima cioè della pubblicazione delle “Propositiones”, ella avesse intrapreso lo studio del Traité analitique des sections coniques del Marchese de l’Hôpital (1661-1704), opera intorno alla quale scrisse un ampio commento, mai pubblicato, conservato in uno dei venticinque volumi di inediti conservati presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. E’, tuttavia, solo nel 1740, grazie all’incontro con il padre olivetano Ramiro Rampinelli, che Agnesi comincia ad allargare gli orizzonti dei propri studi in matematica, applicandosi all’approfondimento dell’algebra.

“…ella non si deve stupire che mi vengan dei dubbi, perché il dubbio è compagno dell’ignoranza, sebben molte volte conduca al sapere, e io sono ignorante e ho tanta voglia di sapere” (M.G.Agnesi)

I testi più significativi, sotto questo profilo, con cui Agnesi viene a contatto, attraverso la mediazione del padre Rampinelli, sono l‘Analyse demontrée (pubblicata in due volumi a Parigi nel 1708 e quindi a Venezia, trent’anni più tardi, nel 1738) di C. Reyneau, i lavori di G. Grandi nonché una serie di studi di analisi prodotti negli anni più recenti. Nell’arco di poco più di sette anni, le cui tappe sono testimoniate da un carteggio (sono significativi soprattutto gli scambi con Vincenzo Riccati) che contribuì a divulgare i risultati ottenuti lungo il percorso, Agnesi giunge al punto di ricevere l’offerta, nel 1748, di aggregarsi all’Accademia delle Scienze di Bologna, ancor prima della pubblicazione del suo lavoro. Nello stesso anno infatti, escono, per i tipi del Richini, le” Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana“, con dedica all’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Fra quanti pensieri o io ravvolto nell’anima per sollevarmi a sperare, che Voi poteste, Sacra Cesarea Real Maestà, con estrema degnazione accogliere quest’opera mia, che va superba del Vostro Augustissimo Nome, e dei Vostri Fortunatissimi Auspici, un solo mi conforta, ed è questa la considerazione del Vostro sesso, che da Voi illustrato per bella sorte è pur mio. Questo pensiero mi ha sostenuta nella fatica, e non mi ha lasciato sentire il rischio dell’impresa.”(la dedicatoria delle Istituzioni)

 

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Il testo viene stampato nella casa milanese, sotto la personale supervisione di Agnesi. Come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro.L’introduzione si apre con una interessante dichiarazione sull’opportunità di aver usato l’idioma natio anziché il latino: “Finalmente siccome non è stata mia mente da principio il pubblicar colle stampe la presente Opera da me cominciata e proseguita in lingua italiana per mio particolare divertimento, o al più per istruzione d’alcuno de’ miei minori fratelli, che inclinato fosse alle matematiche facoltà, ne essendomi determinata di darlo al pubblico che dopo esser già molto avanzata l’opera, e pervenuta a considerabile volume; mi sono perciò dispensata dal tradurla in Latio idioma, sì per l’autorevole esempio di tanti celebri matematici oltramontani, e Italiani ancora, le di cui opere nella loro natia favella vanno a comune vantaggio stampate…”

Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.

Il XVIII secolo è caratterizzato oltre che dalle mirabili scoperte scientifiche, dall’aspirazione delle donne, ovviamente nobili, ad addentrarsi nello studio delle scienze e della matematica in particolare e, più in generale, si potrebbe dire da un primo fenomeno di femminismo. Basti ricordare Sofia di Hannovere che Leibnitz ammirò, la principessa di d’Anhalt – Dessau che ispirò a Leonardo Eulero le sue famose “Lettere ad una principessa d’Alemagna”, Carolina di Brandeburgo che attirò la stima di Newton, Emilie du Chalet che affascinò, oltre a Voltaire, il finissimo Alexis Clairaut, e ancora Lady Marsham e Lady Wortley Montagu. Non meno alla moda fu nello stesso periodo di tempo in Italia, Maria Gaetana Agnesi. L’Agnesi, come la du Chalet, amò le scienze, come la du Chalet rivendicò la parità intellettuale delle donne. Agnesi è rimasta famosa per la sua opera, il cui titolo è molto significativo per quell’epoca: “Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana”; inoltre, il suo nome è legato ad una curva, la cubica di Agnesi, molto nota tra i professori perché oggetto di studio nella preparazione ai concorsi a cattedre di insegnamento delle discipline matematiche.  La ragione di tutto ciò risiede nel diverso modo di guardare alla scienza, nell’alta concezione a cui l’avevano portata Galileo e poi Newton e Leibnitz, ma ancora di più ad una caratteristica del secolo dei lumi e cioè l’esodo della cultura dalla corte del principe al salotto di città. E’ del salotto di città l’Agnesi era una componente essenziale,  il che la rendeva partecipe, in modo rilevante, del nuovo modo di fare cultura. Per aiutarla in questo nuovo ruolo, facilitandole altresi l’apprendimento, la stampa assunse un ruolo essenziale: il libro si costituì come luogo dell’accumulo del sapere alla portata di tutti. Mirabile fu, soprattutto, la produzione di manuali scientifici ed in particolare matematici. Lo storico della matematica C. Boyer così commenta: “Il XVIII secolo fu, per eccellenza, il secolo dei manuali di matematica mai prima di allora erano usciti così tanti libri in edizioni così numerose”, e il Riccardi nella sua” Bibliografia matematica” parla di 3815 pubblicazioni a carattere fisico – matematico solo in Italia e 38 opere stampate in un solo anno, il 1748, l’anno delle Istituzioni della Agnesi. Ma per svolgere il suo ruolo sociale il libro doveva risultare intelligibile a tutti e presentare i concetti e le procedure matematiche in forma intuitiva e concreta. Così Leonardo Eulero nelle sue più volte citate Lettere inventa quei “diagrammi” ancor oggi utilissimi e noti ai bambini in età scolare, ma in definitiva non solo a loro, detti appunto diagrammi di Eulero. Lo scopo di una tale invenzione, vera e propria strategia didattica, era per Eulero quello di spiegare la logica e la matematica alla principessa tedesca con uno strumento che traducesse i concetti e le idee in immagini visivamente e chiaramente percepibili con facili disegni. Le stesse Istituzioni della Agnesi si pongono e sono un’opera didattica di grande valore e successo,scritta in lingua italiana( per una più facile comprensione da parte degli studenti italiani), testimoniato peraltro dalle numerose edizioni e dalle traduzioni in lingua francese e inglese che di essa furono fatte. M. G. Agnesi fu anche la prima donna cui fosse affidato, dal papa Benedetto XIV, un insegnamento universitario della matematica con una cattedra  all’Università di Bologna. Il 16 settembre 1750 il senato accademico dell’Università decretò la nomina, ma Agnesi non assunse mai l’incarico, preferendo continuare a condurre un’esistenza improntata a religiosità e devozione. Le opere di beneficenza furono in effetti l’altro elemento caratterizzante, accanto agli studi matematici, della vita di Agnesi, che alla morte del padre, sopravvenuta il 19 marzo del 1752, trasformò la sua dimora di via Pantano a Milano in ospizio. Una serie di contestazioni e di cause ereditarie intentatele dai fratelli la obbligarono ad abbandonare la casa, e fu costretta a vendere uno scrigno incastonato di gemme e un anello ricevuti in dono da Maria Teresa d’Austria quale ringraziamento per l’omaggio delle Istituzioni. Con i proventi della vendita dei due preziosi, Agnesi riuscì ad aprire un nuovo ospizio dedicato alla cura dei minorati psichici. Ancora, nel 1771, in seguito all’apertura del Luogo Pio Trivulzio, a Milano, l’arcivescovo G. Pozzobonelli la invitò a ricoprire l’incarico di visitatrice e direttrice delle donne dell’istituto, dove Agnesi spese gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi, tra l’altro, alla composizione di un’opera di edificazione religiosa dal titolo “Il Cielo mistico”, cioè contemplazione delle virtù, dei misteri e delle eccellenze del Nostro Signore Gesù Cristo.

Lì continuo a lavorare fino al 9 gennaio 1799, quando morì all’età di 80 anni.

La fama e la fortuna di cui godette Maria Gaetana Agnesi tra i suoi contemporanei dovettero essere ragguardevoli se si tiene conto delle testimonianze, anche di natura letteraria che la riguardano. De Brosses la considerava un fenomeno vivente e la accostava, non senza ironia, a Pico della Mirandola per la sua straordinaria conoscenza delle lingue e la sua versatilità in certa misura enciclopedica (cf. Lettres familières écrites d’Italie en 1739 et 1740 par Ch. de Brosses, a cura di R. Colomb, Paris, I, 1904, p. 94). Una lettera di Goldoni ad ignoto, del 25 giugno 1753, testimonia che i due dovevano aver avuto occasione di conoscersi prima di quella data, dal momento che Agnesi gli aveva donato una copia delle Istituzioni (cf. Lettere di Carlo Goldoni, a cura di E. Masi, Bologna, 1880, p. 108). Oltre a ciò, un significativo riconoscimento letterario da parte di Goldoni le viene tributato anche nella II scena del I atto della commedia intitolata Il Medico olandese:

«Stupitevi piuttosto, che con saper profondo

Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.

È italiana l’autrice, signor, non è olandese,

Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;

Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,

Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi»

(C.Goldoni, Il Medico Olandese, 1827, pp. 230-231)

 

Una delle finalità dei due volumi realizzati da Maria Gaetana era quella di servire da manuale per l’istruzione dei fratellini più promettenti, per i quali la sorella maggiore aveva sovente fatto le veci della madre. Tale testo, a cui attinsero anche le generazioni più mature, rappresentò per l’Italia il punto di svolta diffusionale dell’Analisi. La giovane matematica milanese contribuì, quindi, a diffondere in Italia una materia destinata ad avere grande applicazione e nel contempo divulgò le scoperte dei due autori ancora poco conosciuti, Leibniz e Newton, che si stavano contendendo, a torto, polemizzando aspramente, il primato dell’invenzione del nuovo calcolo infinitesimale. L’Agnesi suddivise gli ambiti di competenza di ciascun metodo, quello geometrico di Leibniz e quello cinematico di Newton e riconobbe le scoperte di ciascuno, la semplificazione della notazione leibniziana e la connessione tra calcolo differenziale e integrale nell’opera newtoniana.

L’opera “Istituzioni” ricalca il lavoro di Charles René  Reyneau (matematico francese 1656-1728), nell’intento di sviluppare uno studio sistematico in cui potessero essere coerentemente inquadrati gli innumerevoli risultati che, per lo più in modo indipendente,erano stati conseguiti nel campo del calcolo infinitesimale, nel corso dei decenni precedenti. Tali scoperte, ottenute mediante approcci e ispirazioni differenti, erano, per dirla con le parole della stessa Agnesi “scollegate, senz’ordine e sparse qua e là nelle opere di molti autori”, sicché sarebbe stato difficile, se non impossibile per “un principiante ridurre a metodo le materie, quando anche egli fosse di tutti i libri fornito”.

Per quanto concerne la struttura dell’opera dell’Agnesi, il primo tomo contiene l’esposizione dell’algebra elementare, cui segue la teoria delle equazioni algebriche e della geometria analitica piana e, infine, l’esposizione dei metodi di ricerca dei massimi e minimi.

 

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Il secondo tomo procede con l’esposizione del calcolo differenziale e del calcolo integrale, gli sviluppi in serie, le equazioni differenziali del primo e del secondo ordine. Oggetto di studio della Agnesi, in questa parte dell’opera, sono numerose curve piane, in particolare laddove si presentano casi di singolarità complicate, tema questo che verrà sviluppato dallo studio di maggior respiro e originalità, pubblicato solo due anni più tardi, nel 1750, da G. Cramer (1704-1752) con il titolo Introduction à l’analyse des lignes courbes algébriques (Genève, 1750). Tra gli studi di curve condotti dall’Agnesi, sopra agli altri vanno ricordati, quelli che comunemente cadono sotto il nome di ‘curva’ o ‘versiera’ di Agnesi: un insieme variegato di curve sostanzialmente riconducibili alla equazione della cubica piana razionale x^2y = a^2(a-y), già conosciuta da Fermat (v. Oeuvres de F., Paris 1891, pp. 279-280; III, ibid. 1896, pp. 233-234) e studiata, più tardi, da G. Grandi nella Nota al trattato del Galileo sul moro naturalmente accelerato, in G. Galilei, Opere, III, Firenze 1718, p. 393). All’Agnesi se ne deve la divulgazione (v. Instituzioni analitiche, I, pp. 380-381, 391-393).

Le “Istituzioni Analitiche ad uso della Gioventù” di Maria Gaetana Agnesi

Le “Istituzioni Analitiche ad uso della Gioventù” di Maria Gaetana Agnesi

E’opportuno a questo punto indicare brevemente il contenuto dell’opera, compito reso agevole dalla premessa di un indice assai minuziosamente dettagliato. Il primo libro occupa l’intero Tomo I e s’intitola “Dell’Analisi delle Quantità Finite”. Esso contiene la trattazione dell’Algebra e le sue applicazioni a problemi geometrici, distribuite in sei capitoli:

1.”Delle primarie Notizie, ed Operazioni dell’Analisi delle Quantità finite”, dedicato al calcolo letterale;

2.”Delle Equazioni, e de Problemi piani determinati”, analisi della geometria di Euclide;

3.””Della Costruzione de Luoghi e de Problemi indeterminati che non eccedono il secondo grado”, dedicato alla retta e alle conchiglie;

4.”Delle Equazioni e de Problemi solidi”, e per problemi solidi occorre intendere quelli di grado superiore al secondo;

5.”Della Costruzione de Luoghi, che superano il secondo grado”, capitolo sulla “versiera della Agnesi”

6.”Del Metodo de Massimi, e de Minimi, delle Tangenti delle curve, de Flessi contrari, e Regressi, facendo uso della sola Algebra Cartesiana”.

I libri II, III, IV, contenuti nel Tomo II, comprendono l’analisi infinitesimale. Il libro II ha titolo “Del calcolo Differenziale”, ed è diviso in cinque capitoli:

1.”Dell’Idea de Differenziati di diversi ordini, e del Calcolo de medesimi”;

2.”Del metodo delle Tangenti”, dove sono calcolate la lunghezza di tangente e la sottotangente, la lunghezza di normale e la sottonormale;

3.”Del Metodo de Massimi e Minimi;

4.”De Flessi Contrari e de Regressi;

5.”Delle Evolute e de Raggi Osculatori;

Il libro III ha titolo “Del calcolo Integrale” ed è diviso in quatro capitoli:

1.”Delle Regole dell’Integrazioni espresse da formule finite algebriche, o ridotte a quadrature supposte”, ove le “quadrature supposte”sono quelle che non si possono esprimere algebricamente.

2.”Delle Regole dell’Integrazioni facendo uso di Serie;

3.”Dell’uso delle accennate Regole nelle Rettificazioni delle Curve, Quadrature de Spazio, Appianazioni della Superficie, e Curbature de Solidi”;

4.”Del Calcolo delle Quantità Logaritmiche ed Esponenziali”;

Il libro IV ha titolo “Del Metodo Inverso delle Tangenti”, ossia delle equazioni differenziali, ed è diviso in quatro capitoli.

1.”Della Costruzione delle Equazioni del primo grado, senza alcuna precedente separazione delle indeterminate;

2.”Della Costruzione delle Equazioni differenziali del primo grado per mezzo della precedente separazione delle indeterminate;

3.”Della Costruzione d’altre Equazioni più limitate per mezzo di varie sostituzioni;

4.”Della Riduzione delle Equazioni differenziali del secondo grado”.

Si è sostenuto dell’Agnesi che la vera, grande scoperta fu quella di aver intravisto il carattere rivoluzionario della divulgazione e della sistemazione delle scoperte scientifiche altrui, fino a quel momento sparpagliati nei fogli delle gazzette o poste le une contro le altre da infuocate polemiche, alla ricerca soltanto di una pietosa mano unificante e pacificatrice.

Motivo di apprezzamento del lavoro dell’Agnesi dovettero essere in particolare la chiarezza con cui è condotta l’esposizione dei temi e la notevole accuratezza del linguaggio impiegato dalla studiosa milanese, come testimoniano alcune recensioni apparse, a poca distanza dalla pubblicazione dell’opera, su periodici scientifici (come ad esempio, quella di Jean-Jacques Dortous de Marain ed Etienne de Montigny pubblicata nel 1749 sui registri dell’Accademia reale delle scienze di Parigi) nonché due traduzioni che il testo ricevette negli anni a seguire: una inglese, per mano del matematico J. Colson (1680-1760), traduttore e commentatore del De Methodis Serierum et Fluxionum di Isaac Newton, che fu pubblicata postuma, nel 1801, a cura di J. Hellins col titolo Analytical Institutions (London, 1801) e una francese, relativa al secondo tomo, a cura di P. Th. Anthelmy con annotazioni di Ch. Bossut, apparsa nel 1775 a Parigi, con il titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral traduits de l’italien de Mademoiselle A., avec des additions. Circa la traduzione di Colson, va segnalato un aneddoto curioso: il traduttore è all’origine di un equivoco sul nome attribuito in inglese alla curva, che è nota come “Witch (=strega) of Agnesi”. L’errore deriva dalla confusione del termine impiegato dall’Agnesi con il vocabolo”avversiera” che significa appunto “strega”.

La parola versiera viene dal Latino vertere, verbo che significa ruotare, ma è anche una abbreviazione per avversiera, che significa diavolo di sesso femminile. Qualcuno in Inghilterra tradusse il termine in strega, e lo sciocco gioco di parole è ancora amorevolmente ricordato nella maggior parte dei nostri libri di testo in lingua inglese.La curva era apparsa già negli scritti di Fermat (Oeuvres, I, 279-280; III, 233-234) e di altri; il nome Versiera fu coniato da Guido Grandi(Quadratura circuli et hyperbolae, Pisa, 1703). la curva è il tipo 63 nella classificazione di Newton.Il primo a usare il termine ‘strega’ in questa accezione potrebbe essere stato B. Williamson, Integral calculus, 1875. (dal Oxford English Dictionary).

 

 

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Medaglione neoclassico col ritratto dell’Agnesi, a Milano.

Il manuale di introduzione all’algebra, alla geometria cartesiana e al calcolo infinitesimale di Maria Gaetana Agnesi è stato il primo testo di matematica pubblicato da una donna.  Le Istituzioni analitiche per uso della gioventù italiana sono state un testo di riferimento per lo studio di tali materie per tutta la seconda metà del Settecento in Europa, in quanto ne fornivano un’introduzione dettagliata e completa e, nel contempo, semplice e adatta allo studio dei principianti. Il secondo volume delle Istituzioni fu tradotto in francese nel 1775 col titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral; l’intera opera fu tradotta in inglese da John Colson (1680-1760),  professore all’Università di Cambridge, e pubblicata postuma nel 1801 col titolo Analytical Institutions.

Maria Gaetana Agnesi ha spesso rappresentato un “enigma psicologico” (Anzoletti, 1901,) per chi ha scritto di lei; Charles de Brosses (1709-1777), che ne scrisse nelle sue Lettere, era rimasto colpito dal suo “meraviglioso conversare in argomenti tanto astratti” e la sua “affezione alla filosofia di Newton” (Mazzotti, 2007, p. 156]. Secondo Pietro Verri (1728-1797) “ritrovava spesso volte nei sogni la soluzione dei problemi più ardui e l’invenzione de’ metodi più semplici ed eleganti” (Vettori Sandor, 1988, p. 105).

Maria Gaetana Agnesi

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Maria Gaetana Agnesi

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nelle foto: alcune pagine delle “Istituzioni”

Il fisico astronomo Jean-Jacques Dortous De Mairan e l’ingegnere matematico Étienne De Montigny firmano nel 1749 la recensione alle Istituzioni nei Registri dell’Accademia reale delle scienze di Parigi, sostenendo che “l’ordine, la chiarezza, la precisione regnano in tutte le parti di quest’Opera”. E aggiungono, raccomandandone la traduzione in francese: “Non c’è alcun altro testo, in qualsiasi lingua, che permetta di penetrare così in fretta e così in profondità nei concetti fondamentali dell’Analisi: lo consideriamo il trattato più completo e ben fatto che ci sia in questo genere” (Vettori Sandor, 1988, p. 108).

Il grande merito di Maria Gaetana Agnesi non fu quello di scoprire qualcosa in particolare, ma nel raggruppare tutti i dati su un argomento ed esporli nella maniera più completa e coerente possibile.

 

Lucica Bianchi

 

 

Bibliografia consultata:

Biblioteca Ambrosiana, Manoscritti di Maria Gaetana Agnesi con collocazione O184 SUP-O204 SUP

A.F.Frisi, “Elogio storico di Maria Gaetana Agnesi”, Milano 1965, SLY IV31 Biblioteca Ambrosiana

Luisa Anzoletti, “Maria Gaetana Agnesi”, Tipografia Editrice Milano, 1900, SPF VI Biblioteca Ambrosiana

Cornelia Benazzoli, “Maria Gaetana Agnesi”, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1939, SPS III 68 Biblioteca Ambrosiana

“Le Istituzioni Analitiche: un esame complessivo”, in Bicentenario della Morte di M.G.Agnesi, 1799-1999, Parrocchia di Montevecchia, 1999

E. A. Kramer, “Biography”, in Dictionary of Scientific Biography, New York, 1970-1990

“Agnesi, Maria Gaetana”, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, 1960, vol. 1

C. de Brosses, Lettres historique et critiques sur l’Italie, Paris, 1799

L. Pepe, “Sulla trattatistica del Calcolo infinitesimale in Italia nel secolo XVIII”, in Atti del Convegno “La storia delle matematiche in Italia”, Cagliari, 1982, Tip. Monograf., Bologna, 1984

Maria Gaetana Agnesi, Propositiones Philosophicae, Milano,1738

A.F. Frisi, Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, ristampa della edizione milanese del 1799 curata e commentata da Arnaldo Masotti e Giuseppina Biggiogero, Scuola Tipografica del Pio Istituto dei Figli della Provvidenza Milano (1965).

C.B. Boyer, Storia della Matematica, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,1990

G. Tilche, Maria Gaetana Agnesi, la scienziata santa del settecento, Rizzoli, Milano,1984

C. Truesdell,  Gli archivi di Storia di Scienze,1989

Luisa Anzoletti, Maria Gaetana Agnesi in Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie,1900

M. Mazzotti, The World of Maria Gaetana Agnesi, Mathematician of God, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 2007

 

Il mio ringraziamento per la realizzazione di questo studio va a Nino Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana,per la sua disponibilità, supporto costante e preziosi suggerimenti nelle mie ricerche in questa Istituzione. (L.B.)

 

Maria Gaetana Agnesi, Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana. Tomo 1, Milano, Regia-ducal corte, 1748

Maria Gaetana Agnesi, Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana. Tomo 2, Milano, Regia-ducal corte, 1748

 

L’OCCHIO DI LEONARDO DA VINCI

 

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Ritratto secentesco di Leonardo fatto eseguire su quello del Museo Giovio in Como dal Cardinale Federico Borromeo per la Biblioteca Ambrosiana

 

 

L’occhio dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dai contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita, si priva della  rappresentazione di tutte le opere della natura, per la veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri, mediante gli occhi, per i quali essa anima si rappresenta tutte le varie cose di natura.” Leonardo da Vinci

Tra gli studi di Leonardo da Vinci di particolare importanza fu uno studio del sistema nervoso in cui si proponeva di capire il funzionamento degli organi di senso. Nella concezione tradizionale, il cervello conteneva tre cavità: la prima, l‘impressiva, raccoglieva le informazioni provenienti dai cinque sensi. Queste informazioni venivano passate al cervello, il sensus comunis, dove erano interpretate, e poi depositate nel terzo ventricolo, la memoria.

Tra i cinque sensi Leonardo collocò la vista al vertice della gerarchia sensoriale, descrivendola come il mezzo più importante in nostro possesso per comprendere gli infiniti meccanismi della natura.

Ai tempi di Leonardo la comprensione dell’ottica era ancora aggrappata alle false convinzioni di Aristotele e Platone. L’errore più evidente era l’idea platonica che gli esseri umani percepissero l’universo perché l’occhio proiettava particelle che venivano poi nuovamente riflesse all’occhio. Leonardo si rese conto che questa ipotesi era illogica, e pervenne alla conclusione che se la vista avesse funzionato in quel modo, allora noi avremmo potuto vedere tutti gli oggetti con la stessa velocità perché le particelle emesse dall’occhio impiegherebbero tempi deformi per raggiungere obbiettivi a distanze diverse e tornare poi ai nostri occhi. Dopo numerosi studi sostituì questa teoria con una semplice descrizione, affermando che la luce si comporta come un’onda. Leonardo poi proseguì descrivendo il modo in cui la luce è riflessa da superficie diverse, il meccanismo con cui l’occhio percepisce i riflessi, giudica le distanze e riconosce le prospettive, e quello in cui la luce, cadendo sugli oggetti, genera le onde. In gran parte del pensiero di Leonardo sentiamo riecheggiare il grande filosofo Alhazen, il quale all’inizio di Prospectiva communis osservava:

“tra tutti gli studi delle cause e delle motivazioni la luce massimamente delizia i contemplatori; tra le grandi cose della matematica, la certezza delle sue dimostrazioni eleva la mente dei ricercatori nel modo più illustre; la prospettiva deve dunque essere preferita a tutti i discorsi e le discipline umane, nello studio delle quale i raggi si espandono per mezzo delle dimostrazioni e in cui si trova la gloria non solo della matematica ma anche delle fisica, contemporaneamente adorna dei fiori dell’una e dell’altra.” 

 

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Problema di Alhazen . Il problema di Alhazen (o anche problema del bigliardo circolare) è la ricerca del cammino che un raggio luminoso deve percorrere (in un mezzo omogeneo) perché giunga all’occhio da una sorgente data dopo aver subito riflessione su uno specchio sferico. Per note proprietà della riflessione, il problema si riduce subito a due dimensioni.  Qui, una celebre soluzione meccanica che utilizza un sistema articolato a 5 aste. Nella prima asta, imperniata in Q (fisso sul piano), è praticata una scanalatura ove scivola il cursore A, al quale sono incernierate due aste uguali AB, AC. Altre due sbarre BM e CL (incernierate in B, C) si intersecano su un perno P (QP=cost.), formano un rombo articolato ABPC e sorreggono (nei tratti PM, PL) due scanalature. PM scivola attraverso un cursore S (fisso sul piano) che rappresenta la sorgente. Spostando PL fino a farla passare per l’occhio O, si risolve automaticamente il problema.

 

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Per la risoluzione del problema di Alhazen, Leonardo fece una macchina chiamata Ellissiogrado.

Nei suoi taccuini, Leonardo tradusse dal latino questo passaggio che rappresenta perfettamente il suo punto di vista sull’ottica.

Peckham e altri pensatori medioevali avevano sostenuto che il vuoto fosse riempito dalle immagini provenienti da oggetti solidi. Secondo costoro, come per Leonardo, ogni corpo opaco riempiva l’aria circostante con infinite immagini: in poche parole “la luce viene riflessa in tutte le direzioni da tutte le parti degli oggetti solidi opachi e viaggia in linea retta”. 

Peckham introdusse il concetto di “piramide” per riferirsi alla traiettoria dei raggi luminosi dall’oggetto all’osservatore; esso fu in seguito adottato dal Leon Batista Alberti e poi ripreso da Leonardo. Nei suoi taccuini, in cui egli parla della luce, si presenta il termine “piramide radiante” o “piramide ottica”. L’espressione si riferisce all’idea che i raggi di luce provenienti dai bordi di un oggetto e che convergono con quelli che viaggiano esattamente in linea retta, li intersecano a livello dell’occhio, al quale giungono sotto forma di una piramide o di un cono. Tale idea era basata sull’assunto che la luce viaggi in linea retta: Leon Batista Alberti l’aveva estesa per spiegare il modo in cui l’artista raccoglie informazioni da un oggetto.

Leonardo si servì di alcune parti del lavoro di Alberti per giungere alle proprie conclusioni. Egli fece una distinzione tra” visione sferica”e “visione centrale”, affermando che l’occhio aveva una singola direttrice centrale e che tutti gli oggetti la cui immagine giungeva all’occhio lungo quella linea erano percepiti bene. Intorno a quella linea ce n’erano infinite altre, che hanno tanto meno valore ai fini di una visione chiara e distinta, quanto maggiore è la loro distanza dalla direttrice centrale. Leonardo fu quasi certamente il primo a scrivere sulla “visione stereoscopica” e sul modo in cui gli occhi, in virtù del fatto di essere due, raccolgono informazioni riguardo ad un oggetto. Egli capì anche che queste informazioni venivano poi trasmesse per essere interpretate “dall’anima”, o da quella che oggi sappiamo essere la corteccia cerebrale, ossia la regione del cervello responsabile dell’elaborazioni sensoriali in entrata.Essendo Leonardo ostinatamente deciso a studiare e rappresentare il reale secondo la «somma certezza» delle scienze matematiche, le leggi proporzionali della visione oculare e la loro applicazione alla prospettiva pittorica non potevano non affascinarlo. Ma la visione non è fatta solo di rapporti quantitativi. Accanto a forma e dimensione degli oggetti, esistono altri più duttili elementi, assai meno«misurabili»: colore, ombra, luminosità. […]Dopo aver preso in considerazione come la «qualità dell’aria», cioè la sua maggiore o minore umidità per specie, influenza la propagazione delle specie o immagini degli oggetti, passa a un altro tipo di alterazione «fisica», quella dovuta alla struttura anatomica dell’occhio. Sviluppando premesse contenute negli autori medievali di ottica, che in un primo momento aveva sottovalutato, Leonardo osserva una serie di discrepanze tra il meccanismo della visione ipotizzato dalla prospettiva lineare e centrale degli artisti, e la visione reale degli oggetti. I raggi visivi che recano le similitudini o immagini degli oggetti quando entrano nell’occhio vanno incontro a variazione del loro angolo di incidenza e a una duplice rifrazione. Ne consegue che la visione «piramidale» ipotizzata dagli artisti non corrisponde alla realtà. La «piramide visiva» implicava infatti che tutti i raggi visivi confluissero in un punto unico e centrale dell’occhio. Ma la situazione era ben diversa. L’immagine di un oggetto non confluisce in un sol punto ma su di una superficie: «la virtù visiva è sparsa per tutta la pupilla dell’occhio» (Manoscritto F dell’Institut de France). Quindi la «piramide prospettica» (base nella cornice del quadro, vertice nel punto di fuga verso il quale convergono le linee della rappresentazione pittorica) era stata costruita dagli artisti in base a una «piramide visiva» (base nell’oggetto visto, vertice nell’occhio) che, di fatto, non esiste. Anche la prospettiva perde il suo «centro visivo: «La virtù visiva non è in un punto come vogliono e perspectivi pittori» (Manoscritto D dell’Institut de France).

Collegando il funzionamento dell’occhio a quello della camera oscura, Leonardo procedette creando strani congegni ottici in grado di aumentare l’ampiezza del campo visivo; a tal proposito scriveva:

“se torrai una mezza palla di vetro e metteravvi il volto e stopperella bene alla(…)congiunzione del viso e empierella di sottile acqua, vederai tutte le cose che son vedute dalla superficie d’essa palla, in modo quasi ti vederai dirieto alle spalli.” 

Questi studi lo condussero infine al progetto del proiettore e alla costruzione di un congegno affine a un cannocchiale.

 

L’OCCHIO DI LEONARDO

mostra a cura di Pietro C. Marani

catalogo a cura di Pietro C. Marani-Edizioni De Agostini, Novara

La  Biblioteca Ambrosiana mette in atto la ventesima mostra del Codice Atlantico, una mostra volta all’interesse di Leonardo per l’occhio, inteso come l’organo umano della percezione visiva. I disegni  selezionati dimostrano come lo studio dell’ottica in stretta relazione con lo studio della geometria si rilevi di grande importanza per Leonardo, non solo ai fini della raffigurazione prospettica, ma anche per la definizione teorica di problemi che la scienza “d’ombra e lume” li solleva, tutto questo confluendo poi nel Trattato della Pittura. Nel catalogo realizzato in occasione della mostra, il professor Marani afferma: “L’ottica è dunque terreno di ricerca e sperimentazione in strettissimo rapporto con la creazione artistica, cioè con la pittura ed è singolare che le trattazioni e gli appunti di Leonardo sull’ottica, sembrino essere stati provocati dalla volontà di teorizzare o darsi ragione di fenomeni luministici, o inerenti il chiaroscuro o ancora il rapporto tra luce e rilievo, che egli aveva in prima battuta risolto nella pittura, come se egli abbia voluto, a posteriori, dare ragione scientificamente di quanto egli aveva realizzato con la pratica della pittura.”

 

 

(disegni di Leonardo da Vinci con il tema dell’ottica e della prospettiva)

 

La mostra-aperta dal 10 Giugno al 7 Settembre- e suddivisa tra due sedi: la prima sezione è esposta nella Sala Federiciana della Biblioteca Ambrosiana, mentre la seconda si può ammirare nella Sacrestia del Bramante nel convento di Santa Maria delle Grazie.

 

ambrosiana - Copia                                   sacrestia-del-bramante

 

 

Lucica Bianchi

IL MONDO SLAVO. DIES ACADEMICUS, AMBROSIANA

Gli Slavi come una razza nuova e sconosciuta, si affacciarono ai confini del vecchio mondo europeo già nei primi secoli dopo Cristo. L’impero d’Oriente entrò in contatto immediato appena nel Quinto secolo, quando varie tribù slave apparvero minacciosamente ai suoi confini settentrionali, lungo il Danubio. Gli imperatori di Roma, come adesso i loro successori al trono di Costantinopoli, avevano ormai conosciuto, col passaggio del tempo, numerosi invasori, alcuni dei quali erano riusciti perfino a spingersi profondamente nel interno del territorio, ma poi si erano ritirati, erano stati sconfitti oppure scomparvero in qualche altro modo. Sembra che anche questa volta il Costantinopoli non si sia turbato eccessivamente dinanzi alle ondate slave, tanto meno si è pensato che queste tribù si potessero stabilire  in modo definitivo e duraturo dentro i confini dell’Impero. Ma nel corso di un periodo relativamente breve, la maggior parte della Penisola Balcanica venne occupata dagli Slavi, che si spinsero fino all’interno del Peloponneso, arrivando perfino in alcune isole dell’Egeo. Nei secoli che seguirono, intorno al territorio dell’Impero, al nord, al nord-ovest e al nord-est, si formarono i primi stati dei popoli slavi. Così, già nei secoli VI-VII nacque per l’Impero Bisantino quel grande interrogativo: come regolare cioè i suoi rapporti con la numerosa popolazione slava che si era stabilita dentro i confini ma anche con i giovani stati slavi appena formati. Numerosi fatti nella vita politica, culturale e militare dell’Impero sono strettamente connessi con i rapporti bisantino-slavi e possono essere chiariti soltanto in questa luce.Dopo aver intrecciato molteplici rapporti con Bisanzio e dopo aver subito un’importante influenza dalla civiltà bisantina, questi popoli slavi ne assunsero-dopo la caduta dell’Impero sotto il dominio turco nel 1453-la gran parte dell’eredità culturale.

Gli avvenimenti politici nei tempi posteriori diminuirono sensibilmente il potere bisantino e offuscarono il prestigio dell’Impero nel mondo europeo. Quello che il Bisanzio perdeva continuamente sul piano politico, veniva almeno parzialmente recuperato nel campo dell’influsso religioso, ecclesiastico e quindo culturale. Già i primi successi dell’attività missionaria dei Bisantini per la conversione degli Slavi erano accompagnati immancabilmente dall’istituzione di una gerarchia ecclesiastica-costituiti dai metropoliti, arcivescovi, vescovi ecc-nei rispettivi paesi slavi subordinati almeno teoricamente al patriarcato di Costantinopoli, ritenuto il vero interprete e detentore dell’ortodossia.

Attraverso tutte queste vicende intrinseche tra la Chiesa di Costantinopoli e delle Chiese nei vari paesi slavo-ortodossi, la religiosità bisantina esercitò un’influenza considerevole nella vita dei popoli slavi del Sud e dell’Est europeo. Senza toccare l’aspetto dogmatico  e liturgico di quest’influsso, soffermiamoci su ciò che contribui alla cultura slava medievale. Considerando la lingua nazionale dei popoli slavi adatta per l’uso liturgico, i bisantini favoriscono la formazione di un alfabeto slavo, e la traduzione, per mezzo di esso dei testi liturgici necessari per l’opera di cristianizzazione degli Slavi. L’alfabeto” glagolitico”,(il più antico alfabeto slavo conosciuto) inventato da Costantino Filosofo Cirillo all’inizio della seconda meta del IX secolo, venne sostituito verso la fine dello stesso secolo dall’alfabeto “cirillico” .Questi due alfabeti slavi, adattati ad esprimere alla perfezione le caratteristiche delle slave parlate, furono presto adoperate per un uso ampio, diventando la base di una ricchissima attività letteraria e religiosa. L’invenzione di un alfabeto slavo ed il suo uso per a scopi letterari e religiosi significava in realtà, innalzare la lingua parlata dei popoli slavi a lingua letteraria, e ciò rappresentava nel vecchio mondo europeo un’innovazione culturale straordinaria. Nasce così la letteratura detta paleoslava, che-sviluppatasi verso la fine del IX secolo e nella prima meta del X fra i Bulgari-presto si propagò anche fra i altri popoli della” Slavia ortodossa”. Le traduzioni della letteratura patristica contribuirono non solo ad arricchire una cultura in formazione, ma servirono come base per lo sviluppo delle lingue slavi nazionali come lingue letterarie. Le traduzioni prepararono, dall’altro canto un atmosfera favorevole all’apparire di opere originali in lingua slava. Le traduzioni slave hanno anche un’importanza maggiore nello studio della letteratura patristica e quella bisantina in lingua greca. Si possono menzionare varie opere di patristica e bisantina, che sono giunte fino a noi non nella loro lingua originale, ma unicamente in traduzione slava medioevale. In altri casi la versione slava risale indubbiamente ad un originale molto più antico oppure ad un testo migliore e più completo di quello conosciuto oggi nei manoscritti greci. In tal modo la traduzione slava acquista un’importanza particolare anche per la ricostruzione dell’originale. Alcune delle versioni slave sono poi conservate nei manoscritti che per la loro antichità e qualità artistica e letteraria possono essere messi accanto agli migliori manoscritti col testo greco. Non per ultimo, va rilevato che alcune opere della letteratura bisantina, sia letteraria che religiosa, furono scritte utilizzando fonti d’origine slava, oggi scomparse. Per tutte queste considerazioni,i manoscritti slavi, hanno il valore di preziosissime testimonianze, non tanto per la ricostruzione dei manoscritti originali, quanto per la storia dell’eredità spirituale di questi popoli. Possiamo ricordare le figure storiche di alcuni dei maggiori promotori della civiltà slava- come ad esempio i fratelli Costantino Filosofo Cirillo e Metodio, gli inventori dell’alfabeto slavo e fondatori della letteratura paleoslava-che hanno saputo promuovere una cultura e un’identità slava assieme ad una propria coscienza etnica.

Lucica Bianchi

fonti: Ivan Dujcev,  “Medioevo Bisantino-Slavo”, volume 1, Roma 1965, Edizioni di Storia e Letteratura.

DIES ACADEMICUS della Classe di Slavistica, Biblioteca Ambrosiana

Mentre in Europa l’Italia celebra nella pace la festa della sua costituzione in repubblica e mentre sempre più acute e sorde le lacerazioni rischiano di devastare i confini, le case e le vite dei popoli slavi, La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, con la sua Accademia, offre un concreto auspicio di dialogo e comprensione con la testimonianza dello studio di una pietra miliare su cui è stata edificata la civiltà europea: il libro. Il libro, con la sua portata di conoscenze, la sua reticolare diffusione e la salutare costituzione dei luoghi della sua custodia. Sul libro è incentrato il Dies Academicus della Classe di Slavistica

In giugno 2014 la Classe di Slavistica organizza l’annuale Dies Academicus dedicato al tema “Libro manoscritto e libro a stampa nel mondo slavo (XV-XX sec.)”.

Durante l’apertura del Dies Academicus, si terrà il solenne Atto Accademico presieduto da mons. Franco Buzzi, Prefetto della Biblioteca e Presidente dell’Accademia Ambrosiana, che consegnerà ai neo Accademici della Classe di Slavistica i diplomi di appartenenza all’Accademia.

Seguiranno la presentazione del facsimile dell’Evangeliario di Strahov, donato alla Biblioteca Ambrosiana, la presentazione del facsimile del paleotipo ambrosiano “Libro per varie occorrenze” di Jakov Krajkov e la prolusione tenuta dal professor Sergejus Temčinas.

A questo momento di incontro sono invitati i Consoli di tutti i Paesi dell’area slava e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane (sia Cattoliche che Ortodosse) dei Paesi Slavi, presenti nella città di Milano.

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Questi i neoaccademici, cui verrà consegnato il diploma del Gran Cancelliere, l’Arcivescovo di Milano:
Pavel Ambros (Olomouc),
Slavia Barlieva (Sofia),
Michail Bibikov (Mosca),
Aleksander Filonenko (Charkiv – Char’kov),
Jitka Křesálková (Milano),
Ol’ga Sedakova (Mosca),
Konstantin Sigov (Kyïv – Kiev),
Sergejus Temčinas (Vilnius)

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Si ricorda inoltre che anche con il Patrocinio della Biblioteca Ambrosiana è stato pubblicato in aprile 2014 il volume curato dal Direttore della Classe di Slavistica, mons. Francesco Braschi: Liturgia ed ecumenismo con gli scritti di mons. Enrico Rodolfo Galbiati, dottore e prefetto dell’Ambrosiana (1953-1989), che tanta luce gettano sulla comprensione, anche storica, della divaricazione dei popoli in Europa e sulla possibilità, anche immediata, di una reale reciproca comprensione, stima e aspettative comuni.

Curatore della Newsletter
della Veneranda Biblioteca Ambrosiana
dr. prof. Fabio Trazza

 

Chi frequenta l’Ambrosiana sa che nell’Accademia , la Classe di Slavistica è un fiore all’occhiello. Ora sotto il Prefetto Buzzi abbiamo visto un mons. Braschi attivissimo  in questo ruolo. Due figure di grandi viaggiatori e tessitori del mondo della slavistica , che sul filo di eventi fondamentali intessono relazioni che ogni giorno portano un grande arricchimento. 

 Si è iniziato con l’emozione dell’atto accademico e consegna dei diplomi ai neoaccademici. E li vedevi in ordine , come studenti alla laurea, rispondere alla chiamata e gli leggevi l’emozione che provavano a essere chiamati in una “classe” unica, rara. Pavel Ambros di Olomuc, Slavia Barlieva di Sofia, Michail Bibikov di Mosca, Alexander Filonenko di Charkiv Char’kov,Jitka Kresalkova di Milano e Praga, Ol’ga Sedakova di Mosca,Konstantin Sigov di Kiev,Sergeius Temcinas di Vilnius.Il lettore e gli interessati ci scuseranno se stiamo saltando accenti che storpiano i loro nomi.E’ bene precisare che seppur grandi accademici di saggia età non mancavano fra loro giovani professori.

Poi Evermod Geiza Sidlovsky ha presentato e donato alla Ambrosiana il prezioso evangelario della  biblioteca Strahov luogo magico dove gli amanti dei libri sono autorizzati a sognare. Axinija Dzurova di Sofia ha descritto e raccontato il prezioso “libro per varie occorrenze” del paleolitico ambrosiano di cui se ne conoscono solo tre copie.

Bellissima esposizione a opera del prof.Sergejus Temcinas di Vilnius “La tradizione libraria in rus’ka mova nel Granducato Lituano e nel regno di Polonia come modello di integrazione culturale” colmando e chiarendo una lacuna che la sua esposizione ha esposto in modo dettagliatissimo ed esaustivo. Aiutati da una precisa traduzione italiana abbiamo potuto seguire la relazione in russo altrimenti per noi intelligibile. 

Tratto dal “Il Guglielmo”, periodico di informazione, cultura e turismo.

 

LEONARDO ICON

Nel XV secolo l’Italia era la più prospera e colta regione d’Europa. Fu qui che per primo e con maggior rigoglio, fiorì il Rinascimento dell’arte e della letteratura, della scienza e della tecnologia. E fu in questo ambiente che uomini come Leonardo da Vinci ebbero la possibilità di esprimere la propria eccezionale, ricchissima personalità.

Nel Trattato di Pittura del 1492 (precedente alla conoscenza di Luca Pacioli, colui che diventerà un mentore nel campo della matematica), Leonardo scrisse:“...nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze matematiche over che sono unite con esse matematiche […] quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano.” In Leonardo compariva quindi una prima affermazione puntuale sulla necessità di usare la matematica per conoscere la natura, ma egli fino all’ incontro con Luca Pacioli-1496- non fu in grado di usarla perché, non la conosceva, come non conosceva il latino, un vero grave limite che Leonardo riconobbe, criticando chi disquisiva e basta e rivendicando però la migliore scuola della sperienzia:Sebbene, come loro, non sapessi allegare gli autori, molto più degnia cosa a leggere allegando la sperienzia, maestra ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati non delle loro, ma delle altrui fatiche; e le mia a me medesimo non conciedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto
maggiormente loro, non inventori ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati [dal Codice Atlantico, f. 117, r.b.].

Da Luca Pacioli, Leonardo impara cosa vuol dire “la dimostrazione” ed assume la denominazione di “avversaria” per l’enunciato da refutare. La sua geometria si fa dunque più colta, i problemi proposti sono quasi sempre tratti dagli scritti di Pacioli, spesso a sua volta tratti da Euclide. Un particolare interesse Leonardo mostra per la Sezione Aurea, presentatagli da Pacioli, che la chiama “divina proporzione”. Molti dei disegni e molte delle riflessioni delle pagine geometriche dei codici leonardeschi hanno come tema la sezione aurea. Uno di questi Codici, cosiddetto Codice Atlantico è il  “libro grande” descritto nella donazione di Galeazzo Arconati alla Biblioteca Ambrosiana. In foglio grande (mm. 440 X 650), consta di 393 carte che raccolgono circa 1600 foglietti, per lo più autografi. La legatura in cuoio rosso reca la legenda: Disegni di machine et delle arti segrete et altre cose di Leonardo da Vinci, raccolte da Pompeo Leoni. La sua compilazione risale al tempo del soggiorno spagnolo di Leone Leoni, il quale, smembrando i manoscritti vinciani in suo possesso, ne formò due raccolte fittizie, seguendo il criterio di separare gli schizzi e gli appunti artistici e di anatomia dagli altri ritenuti di meccanica e in genere di scienza. La prima, venduta al re di Inghilterra è conservata al castello di Windsor; la seconda, giunta in possesso del conte Galeazzo Arconati, nel 1637 entrò a far parte della Biblioteca Ambrosiana insieme agli altri codici vinciani, con i quali nel 1796 fu trasferita a Parigi già con la denominazione di Codice Atlantico (dal formato di atlante), e fu anche il solo codice a essere restituito all’Italia,(per merito dello scultore Antonio Canova), mentre gli altri rimasero alla Biblioteca dell’Istituto di Francia.

Parlare del Codice Atlantico risulta alquanto difficile, ove non si voglia parafrasare la stessa somma del sapere vinciano. Le note biografiche si aggiungono alle osservazioni dei fenomeni naturali, alle sperimentazioni scientifiche, agli studi di meccanismi diversi. È a f. 391 recto-b la nota minuta di lettera a Ludovico il Moro ritenuta non autografa ma originale, in cui il Maestro all’atto della sua venuta a Milano illustra le sue capacità nel campo dell’ingegneria militare, dell’artiglieria, dell’architettura e offre i suoi servigi per la modellazione della grande statua onoraria in bronzo di Francesco Sforza: in tutto ciò egli afferma di esser disposto a concorrere e paragone di ogni altro, sia chi vuole”. Molti, anzi in preponderanza sono nel Codice Atlantico i fogli che si riferiscono al soggiorno milanese di Leonardo. Le notazioni di ingegneria idraulica documentano l’importante apporto recato agli studi di canalizzazione dell’agro lombardo iniziati già sotto la signoria viscontea e realizzati, con imprese che hanno del colossale, soltanto allo scorcio del Cinquecento. Nella nobile schiera di valenti progettisti che lo avevano preceduto, da Filippino degli Organi ad Aristotele Fioravanti, Leonardo si inserisce con nuovi ritrovati, come il perfezionamento delle “conche” o con progetti grandiosi, come congiunzione a Milano dell’Adda derivata alla località Tre Corni. Larga parte hanno pure i disegni di macchine belliche (balestre, mitragliere, cannoni a retrocarica) e di fortificazioni militari, i dispositivi nautici, le invenzioni tecnologiche, gli studi di architettura e di cartografia, le esercitazioni grammaticali, incisivi abbozzi di schemi alari per il volo meccanico,profili per medaglie, idee per dipinti, modelli per i monumenti equestri : tutti ingemmano i preziosi foglietti, vari di grafia e di tecnica, raramente spuri, sempre partecipi del favoloso mondo vinciano.

All’interno del Codice troviamo la pianta della città di Milano disegnata da Leonardo,(f.199v, c.1507-10) collocando il centro di Milano nell’esatta posizione oggi occupata dalla Biblioteca Ambrosiana, confermando quanto di recente fu scoperto in seguito agli scavi archeologici: la Biblioteca Ambrosiana sorge sul Foro della Milano Romana, ovvero all’incrocio del cardo e del decumano, le due arterie principali attorno a quali sorgeva l’antica Mediolanum.

A seguito della pedonalizzazione di piazza Pio XI, la Fondazione Federico Borromeo ha svelato alla città di Milano Leonardo Icon, opera ispirata al genio di Leonardo, un tributo agli studi del maestro, con particolare riferimento agli studi della curvità della Terra e sulla teoria delle ombre contenuti nel celebre Codice Atlantico; manoscritto che la biblioteca Ambrosiana mostra al pubblico attraverso un grandioso progetto espositivo che la condurrà fino ad Expo 2015 e per cui, a pieno titolo, ama definirsi “La Casa di Leonardo a Milano”.

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Commissionata da Giorgio Ricchebuono, Presidente della Fondazione Cardinale Federico Borromeo,e ideata dall’architetto Daniele Libeskind, Leonardo Icon “nasce dall’idea di dare vita alla complessità della mente e delle idee di Leonardo: l’unione tra natura e cultura, arte, scienza e innovazione, una sorta di macchina per l’immaginazione”, ha dichiarato l’artista Libeskind.

La scultura è basata sulla forma geometrica del frattale, più precisamente il” frattale aleatorio”-un concetto di dimensione geometrica presente nel lavoro di da Vinci-che si propone di dare un interpretazione matematica a fenomeni reali dominati dal caso e dal caos. Un frattale è un oggetto geometrico dotato di omotetia interna: si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, dando così nascere ad altre forme geometriche che pur cambiando forma, mantengono la matrice originaria da cui sono evolute.

Per generare un frattale di questo tipo si può cominciare con un triangolo giacente su un piano arbitrario. In Leonardo Icon, questo piano è dato dall’antica pianta della città di Milano, disegnata da Leonardo da Vinci, presente nel Codice Atlantico.

Partendo da un punto medio del triangolo, alzando o abbassando di una quantità scelta, il procedimento è applicato  è ripetuto all’infinito. Leonardo Icon è un’evoluzione che vede l’inizio nell’antica Mediolanum, e attraverso il linguaggio universale della matematica, si sviluppa verso l’infinito, in un gioco continuo dell’immaginazione.Pertanto, quando si disegna concretamente un frattale, ci si può fermare dopo un congruo numero di iterazioni.

All’aumentare del numero delle iterazioni, comincia a formarsi una superficie sempre più ricca di particolari. In questo «metodo dello spostamento dei punti medi», l’entità aleatoria dello spostamento  è retta da una legge di distribuzione che può essere modificata fino ad ottenere una buona approssimazione della superficie di cui si vuol costruire il modello.

Leonardo dunque seppe sfidare la cultura e l’arte del suo tempo con un acume ed una freschezza che, a distanza di secoli, non cessano di conquistare. In questa freschezza, nella ricerca appassionata e libera è, forse,il grande messaggio dell’ uomo Leonardo.

 

 

Bibliografia
Bagni GT., D’Amore (2006). Leonardo e la matematica. Firenze: Giunti.
D’Amore B., Matteuzzi M. (1976). Gli interessi matematici. Venezia: Marsilio.
Marcolongo R. (1937). Studi vinciani. Memorie sulla geometria e la meccanica di Leonardo
da Vinci. Napoli: Stabilimento Industrie Editoriali Meridionali.
Marinoni A. (1982). La matematica di Leonardo da Vinci. Milano: Philips-Arcadia.
Marinoni A. (1986). Introduzione a De divina proporzione. Milano: Silvana.
Nardini B. (2004). Vita di Leonardo. Firenze: Giunti.
Vasari G. (1964). Vite scelte. A cura di A.M. Brizio. Torino: UTET. (Opera originale:
Firenze: Giunti, 1568).

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                       Lucica Bianchi

 

 

 

L’INIZIO DEL TEMPO DELL’UNIVERSO

«Equipaggiato dei suoi cinque sensi, l’uomo esplora l’universo attorno a lui e chiama l’avventura Scienza.»

Edwin Powell Hubble.

E’ possibile pensare che l’estensione dell’universo che oggi vediamo con i nostri strumenti più perfezionati non sia poi molto più limitata di quella che sarà sempre visibile, perché l’universo si sta espandendo, come risulta fra l’altro dal fatto che le linee spettrali delle galassie si spostano verso il rosso.

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(Esempio di spostamento verso il rosso: a sinistra lo spettro del Sole, a destra quello di una galassia)

Lo spostamento verso il rosso (chiamato anche effetto batocromo o, in inglese redshift) è il fenomeno per cui la frequenza della luce, quando osservata in certe circostanze, è più bassa della frequenza che aveva quando è stata emessa. Ciò accade in genere quando la sorgente di luce si muove allontanandosi dall’osservatore (o equivalentemente, essendo il moto relativo quando l’osservatore si allontana dalla sorgente).

Nonostante questa espansione le galassie non cambiano di estensione: quello che ingigantisce è lo spazio tra loro.

Gli ammassi di galassie che ora vediamo ai limiti della visione terrestre si stanno allontanando da noi a una velocità pari a quella della luce e certo dietro di loro ci sono altre galassie o ammassi di galassie che si stanno allontanando a velocità anche maggiore.

Quanto si è detto sopra non significa però che la Terra( e noi con lei) si trovi al centro dell’universo, perché come abbiamo già visto, molte teorie danno l’universo come infinito e quindi senza centro.

Le tre principali teorie riguardanti l’espansione dell’universo sono quella dell’esplosione primordiale, dell’espansione-contrazione o oscillatoria e la teoria dello statu quo o universo stazionario.

TEORIA DELL’ESPLOSIONE

Nell’ipotesi che l’universo abbia continuato a espandersi fino alla sua attuale dimensione, gli astrofisici hanno calcolato che ciò ha avuto origine circa 10.000 milioni di anni fa dall’esplosione di una massa estremamente compressa.Dopo circa 1.000 milioni di anni si formarono ammassi di galassie che, secondo questa teoria, hanno continuato, e continueranno, ad allontanarsi fra loro.

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Rappresentazione del “Big-bang”, foto dall’Enciclopedia Treccani

TEORIA DELL’ESPANSIONE-CONTRAZIONE O OSCILLATORIA

Questa teoria si basa sul concetto opposto, cioè che l’espansione dell’universo sia in declino e che quindi avrà una fine a cui seguirà una contrazione. Questa farà sì che l’universo ritorni a essere una massa compressa, che sarà sottoposta a una nuova esplosione, a una nuova espansione e a una conseguente continua contrazione.

La teoria del Big Crunch, foto dall'Enciclopedia Treccani

La teoria del Big Crunch, foto dall’Enciclopedia Treccani

“Big Crunch” (Grande schiacciamento, ingl.) è un’ipotesi sul destino dell’Universo.Essa sostiene che l’Universo smetterà di espandersi ed inizierà a collassare su se stesso.

In base a questa teoria, l’universo può essere immaginato come qualcosa che può avere ad ogni momento non solo un centro ma anche un limite.

Le due teorie presentate si basano entrambe sul principio che anche se la materia può subire cambiamenti di stato e forma con una conseguente produzione o distruzione di energia, la somma totale di materia e/o energia non cambia. Questo principio divenne più comprensibile se si pensa che materia ed energia siano intercambiabili. Sulla base di questo principio alcuni astronomi hanno supposto che se mai c’è stato un momento d’inizio, cioè di superdensità, quando l’universo era una massa compatta, doveva trattarsi di una massa d’energia. Da quel momento in poi l’evoluzione generale dell’universo deve essere stata da energia a materia.

TEORIA DELLO STATU QUO

Questa teoria si basa sull’ipotesi che la creazione materia-energia sia continua, ad un ritmo tale da compensare la rarefazione provocata dall’esplosione, ed elimina quindi il problema dell’inizio e della fine dell’universo.

La sua base filosofica è il cosiddetto Principio cosmologico perfetto, che afferma che il nostro punto di osservazione dell’Universo non sarebbe per nulla particolare, non solo dal punto di vista della posizione, ma anche da quello temporale: non solo l’uomo, la Terra, il Sole o la Via Lattea non sono al centro dell’Universo (né in alcun’altra posizione privilegiata), ma su scala cosmologica anche l’epoca in cui viviamo non sarebbe significativamente differente da ogni altra. L’universo su grande scala sarebbe quindi eterno ed immutabile.

De Sitter negli anni '20 ipotizzò un universo con densità di materia costante, ma in espansione.

De Sitter negli anni ’20 ipotizzò un universo con densità di materia costante, ma in espansione.

Einstein introdusse il principio cosmologico nel 1917.

Einstein introdusse il principio cosmologico nel 1917.

Quattro secoli di osservazioni con i telescopi hanno creato una coerente immagine del cosmo, ma la strada da percorrere è ancora lunga e molte importanti questioni rimangono aperte. Comprendere la nascita dell’Universo e il suo destino finale è essenziale per svelare i meccanismi del suo funzionamento.

                                                                                                                                                                  Lucica