Anatomia, gesto e influenza michelangiolesca:uno studio a sanguigna di guerriero in relazione al disegno dell’Albertina

Autori:

Annalisa Di Maria{1} Andrea da Montefeltro{2} Cinzia Paraboschi{3} Lucica Bianchi{4}

1 Esperta d’arte rinascimentale , Membro del gruppo di esperti in Arte e Letteratura del Club per l’UNESCO di Firenze, Firenze, Italia.

2 Biologo molecolare e Studioso d’arte (competenza nell’analisi comparata scientifica e  figurativa).

3 Esperta di supporti cartacei antichi (specializzata nello studio e nell’identificazione dei materiali cartacei in ambito storico-artistico), Studio di Conservazione e Restauro, Monza, Italia.

4 Storica dell’arte, filosofa e project manager, titolare dello Studio ARTEC, Talamona (SO). Specializzata in ricerca archivistica, attribuzione opere d’arte e gestione progetti culturali.

Abstract

Il presente studio propone una valutazione stilistica, iconografica, archivistica e iconologica di un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, di dimensioni 18,67 x 9,93 cm. Attraverso analisi tecniche e comparazioni con opere rinascimentali, il disegno è stato associato con alta probabilità alla mano di Sebastiano del Piombo, o a un artista a lui vicino, probabilmente ispirato da un prototipo attribuito a Michelangelo Buonarroti conservato presso l’Albertina di Vienna. Le indagini hanno rivelato un uso controllato della sanguigna, talvolta diluita con acqua per effetti sfumati, e una tecnica grafica che richiama chiaramente lo stile michelangiolesco, in particolare nello studio della muscolatura e nella costruzione del corpo umano in movimento. L’opera si distingue per l’interruzione deliberata del tratto prima dei margini, tipico del “non finito”, e presenta chiari riferimenti formali all’anatomia michelangiolesca, ma con peculiarità riconducibili all’elaborazione autonoma di Sebastiano del Piombo, forse con il supporto di Michelangelo stesso. Il confronto con opere di Cesari, Procaccini, Raffaello e i suoi allievi, evidenzia la distanza stilistica dell’autore del disegno in esame rispetto alla scuola raffaellesca. L’ipotesi più accreditata è che il disegno sia una copia realizzata direttamente da un originale michelangiolesco, con finalità di studio e non di incisione. Questo lavoro si inserisce nel contesto delle rivalità e delle sinergie artistiche del primo Cinquecento romano, offrendo un nuovo contributo alla comprensione della diffusione del linguaggio visivo michelangiolesco nel disegno del tempo.

Introduzione

Il presente contributo si propone di analizzare un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, che presenta rilevanti affinità con la produzione grafica dell’ambito michelangiolesco. L’opera, di notevole qualità esecutiva e complessità iconografica, si inserisce in un contesto artistico e stilistico profondamente legato alla cultura figurativa della prima metà del Cinquecento, ponendosi in dialogo diretto con alcuni celebri disegni conservati presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, in particolare con l’opera inventariata al n. 236, a lungo attribuita a Raffaello, Scuola di Michelangelo e infine al Semolei. L’obiettivo dello studio è duplice: da un lato, fornire un’analisi tecnico-materiale approfondita attraverso indagini diagnostiche non invasive, quali la riflettografia infrarossa e l’osservazione microscopica del supporto cartaceo e del medium; dall’altro, avviare un confronto sistematico di carattere stilistico, iconologico e attributivo con opere note della tradizione rinascimentale, con particolare riferimento alla produzione di Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Battista Franco, Giuseppe Cesari e Giovan Francesco Penni. Nel corso dell’analisi sono emerse peculiarità grafiche che richiamano fortemente il linguaggio visivo michelangiolesco, come l’attenzione alla struttura anatomica, la tensione plastica delle membra e l’uso sapiente della sanguigna in funzione chiaroscurale. Particolarmente significativo risulta il concetto di “non finito”, ravvisabile nella scelta consapevole dell’artista di interrompere il tratto prima del margine del foglio, attribuendo al disegno una propria autonomia espressiva anche in assenza di compiutezza formale. Lo studio si avvale della collaborazione di specialisti in differenti ambiti – dalla storia dell’arte alla diagnostica, dalla biologia molecolare all’analisi dei supporti cartacei – al fine di restituire una lettura integrata e multidisciplinare dell’opera, con l’obiettivo ultimo di avanzare una nuova ipotesi attributiva e collocare il disegno entro un più preciso orizzonte storico e culturale.

Materiali e Metodi

Supporto e analisi della carta

Il disegno oggetto di studio è stato realizzato su carta artigianale prodotta con fibre di canapa, lino e cotone, come rilevato dalle analisi microscopiche condotte. Lo spessore delle fibre risulta compreso tra 10 e 20 µm, mentre lo spessore complessivo del foglio è pari a 70 µm. L’analisi qualitativa ha inoltre evidenziato la presenza di additivi minerali quali calcio e talco, compatibili con le pratiche di fabbricazione cartaria rinascimentale.La carta presenta vergelle (linee di filigrana orizzontali) distanziate di 2 mm, e filoni (verticali) a 28 mm, caratteristiche che permettono una datazione tipologica. Lungo il bordo sinistro è visibile una traccia di filigrana, difficilmente leggibile a causa del deterioramento del foglio. I margini superiore e destro mostrano un taglio netto, eseguito con forbici, mentre i bordi inferiore e sinistro appaiono strappati manualmente o incisi con strumenti rudimentali, presumibilmente in un momento successivo all’esecuzione del disegno.

Tecnica esecutiva e materiali grafici

L’opera è stata eseguita interamente con sanguigna, senza l’aggiunta di grafite, inchiostro o altri pigmenti. In alcune aree è stata applicata sanguigna diluita con acqua, allo scopo di ottenere effetti sfumati e variazioni tonali. L’analisi mediante riflettografia infrarossa (IRR) ha confermato l’assenza di materiali coprenti visibili nell’infrarosso, coerente con l’uso esclusivo di sanguigna, la cui ematite risulta trasparente in questo spettro. Le linee tracciate presentano una modulazione accurata della pressione e del tratto, con utilizzo del tratteggio incrociato, in funzione della definizione volumetrica e anatomica della figura. La diluizione della sanguigna in zone selezionate ha prodotto effetti di chiaroscuro sfumato, coerenti con lo studio plastico del corpo umano in movimento.

Tecniche di imaging e indagini diagnostiche

L’impiego della riflettografia all’infrarosso ha permesso l’individuazione di tracce secondarie di numeri, lettere e disegni parziali, verosimilmente trasferiti per pressione da altri fogli, suggerendo l’ipotesi che il supporto cartaceo fosse parte di un quaderno da studio o di un album di appunti. La totale trasparenza del pigmento conferma l’assenza di underdrawing (disegni preparatori), indicando un’esecuzione diretta, istintiva ma controllata.

Analisi comparativa e confronto stilistico

Un approfondito confronto è stato condotto con disegni attribuiti a Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Giovan Francesco Penni, Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino) e Battista Franco detto il Semolei, con riferimento a opere conservate presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, la Casa Buonarroti di Firenze, il British Museum e il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. In particolare, il disegno in studio risulta derivato direttamente dall’opera n. inv. 236 dell’Albertina, eseguita a carboncino e storicamente attribuita a Raffaello, Michelangelo e infine al Semolei. Il confronto formale e morfologico ha evidenziato una somiglianza strutturale diretta, sebbene con dimensioni ridotte e leggere semplificazioni nel tratto. La ricerca non ha rilevato finalità incisorie nel disegno, escludendo dunque che sia stato prodotto per una stampa. La mancanza di tratti sistematici per il ricalco conferma che l’opera è stata probabilmente concepita a scopo di studio o come copia autonoma da un originale, piuttosto che come modello destinato alla riproduzione seriale.

Stato di conservazione e interventi di restauro

Le indagini tecniche e visive hanno evidenziato tracce di restauro sul supporto, in particolare lungo i bordi. L’adesione del pigmento risulta stabile, senza segnali di abrasione o sovrapposizione. In alcuni punti si evidenzia la presenza di due differenti tipologie di sanguigna, elemento che potrebbe indicare un intervento successivo, o una variazione deliberata dell’autore, anche se non è stato possibile stabilire con certezza se entrambe le mani appartengano allo stesso artista.


Come da indagini scientifiche, il supporto impiegato per la realizzazione di questo disegno è una carta creata a partire da stracci, costituita da fibre di canapa, lino e qualche fibra di cotone. Lo spessore di queste fibre varia da 10 a 20 µm. Nella carta c’è la presenza di additivi quali Calcio e Talco. Lo spessore della carta risulta essere pari a 70 µm.

Fig.1

Il foglio risulta rifilato con tagli netti, realizzati con delle forbici sul lato superiore e sul lato destro. Mentre sul lato sinistro e in quello inferiore il taglio è stato effettuato senza forbici ma probabilmente a strappo, vista la sfibratura, oppure con strumenti di taglio più rudimentali.

Fig. 2

Il foglio ha una vergatura. Lo spazio tra le vergelle è di 2 mm, mentre lo spazio tra i filoni è di 28 mm. E’ identificabile sul bordo sinistro, una traccia di filigrana, non di facile lettura. Si conferma inoltre quanto espresso dallo studio tecnico di laboratorio, circa il fatto che il foglio debba aver subito un intervento di restauro.

Fig. 3

punti in cui il disegno a ematite è stato diluito.jpgIn alcuni punti la sanguigna è stata diluita con acqua per ottenere una tecnica sfumata. Come possiamo osservare in questa immagine con i punti interessati, segnati con frecce rosse.

Fig. 4

Nell’immagine a lato ottenuta attraverso la tecnica ad infrarosso, possiamo notare che il disegno non risulta essere più visibile, questo elemento ci da la conferma che l’intero disegno sia stato realizzato con tecnica a sanguigna senza l’impiego di altri materiali per il tratto. Infatti l’ematite che costituisce la sanguigna risulta essere trasparente alla visione infrarossa.

Grazie alla riflettografia che si è compiuta sull’opera, si è potuto evidenziare anche la presenza di tracce di numeri, scritte e disegni che sono rimaste impresse sulla carta, probabilmente perché questo foglio era parte di un taccuino o altro nella quale venivano presi appunti o annotati elementi, in questo modo si può spiegare il trasferimento per pressione  di questi.

Fig. 5

Quello che appare nell’immediatezza di fronte allo sguardo di questo disegno, è che ritroviamo un controllato utilizzo delle linee, con meticolosa realizzazione di segni incrociati in alcuni punti sovrapposti e ispessiti necessari per descrivere la muscolatura, creando una manipolazione sicura che infonde una qualità classica all’opera. Ritroviamo elementi di forte richiamo, nello specifico con lo stile classico michelangiolesco.

Fig. 6

Nelle immagini sopra, possiamo osservare come in questo disegno, e nello specifico nei bordi più esterni, prossimi al limite del foglio, il tratto si interrompa molto prima del bordo. Questo aspetto risulta essere molto interessante, in particolar modo legato ad un linguaggio del segno che potremmo definire del “non finito”. L’interruzione del tratto prima del margine del foglio, manifesta la volontà da parte dell’autore di far si che il disegno anche se come schizzo, possa avere una sua centralità. Inoltre, l’interruzione del tratto, ci fa presupporre che sia un disegno realizzato a schizzo di getto, altrimenti l’artista avrebbe impiegato un foglio più grande, oppure avrebbe ridotto le dimensioni dell’opera, visto che il disegno risulta in parte mancante non a causa di una rimozione della parte esterna, ma a causa di una interruzione del tratto grafico, come bene si può vedere nelle immagini sopra. Sul bordo inferiore il disegno del piede termina dunque prima del limite, questo ci fa comprendere che l’opera fosse terminata in quel punto e non che c’era dall’altra parte del foglio il proseguo del disegno. Possiamo inoltre ipotizzare che il taglio sinistro e inferiore compiuto a strappo, sia stato eseguito in successione alla realizzazione del disegno.

Fig. 7

Questo aspetto del non finito lo ritroviamo in diversi artisti, uno tra i più famosi che riportano questo concetto anche al di fuori del disegno, era Michelangelo Buonarroti che imprimeva questa caratteristica anche nella propria opera scultorea oltre che negli affreschi e nei disegni. Dietro questa idea del “non finito” si ritrova spesso una riflessione sulla tensione tra il potenziale creativo e l’impossibilità di realizzare completamente l’opera. Inoltre, nel caso di Michelangelo, lavorò spesso sotto pressione, con scadenze rigorose che potevano influenzare la sua capacità di completare tutte le sue opere con la perfezione che immaginava. Dunque, questo lasciare incompiuto, può essere visto come un modo per rappresentare l’incompiutezza della condizione umana e come una sorta di sfida alla perfezione assoluta.

Il disegno dell’opera analizzata presenta il soggetto di un guerriero con specifici elementi anatomici e studi della struttura muscolare e di fisicità. I muscoli disegnati presentano ombreggiature intricate per riflettere profondità e dimensione, indicando la forma dinamica come elemento caratteristico che si ritrova nelle opere di Michelangelo. Questo studio rappresenta un ottimo esempio di come  catturare il realismo e la vitalità del corpo umano, fungendo da lavoro preparatorio come per i capolavori più rinomati del Buonarroti.

Fig. 8

In questa immagine possiamo osservare come venga in realtà utilizzata non un’unica sanguigna ma la presenza di due diverse tipologie di sanguigne. Non è possibile in base alle analisi condotte capire se queste due sanguigne siano state utilizzate dallo stesso artista, oppure in due momenti diversi, magari in fase di un restauro. Le due frecce che troviamo sopra indicano le due tipologie di sanguigne utilizzate. In alcuni punti questa sanguigna è stata passata con acqua fornendo un effetto sfumato.

Fig.9 Studio per la Pietà del Giudizio Universale, Casa Buonarroti – Firenze, 39,8 cm x 28,2 cm, Inchiostro

Opere e stile di Michelangelo

Questo disegno di nudo maschile con la schiena inarcata come un arco, si basa sia su modelli classici che su modelli viventi.

                                                                                 

Fig.10 Studio di Nudo Maschile 1503-1504, Penna e inchiostro – 40,9 cm x 28,5 cm, Casa Buonarroti – Firenze

Presenta un collegamento con lo studio compositivo della Battaglia di Cascina. Michelangelo conservò il presente disegno nella sua bottega e lo riutilizzò circa dopo 25 anni.

Fig.11 Studio per la Pietà del Giudizio Universale,  Casa Buonarroti – Firenze -39,8 cm x 28,2 cm – Inchiostro

Questo disegno fu creato da Michelangelo a Roma. Realizzato con inchiostro su carta, questo pezzo appartiene al movimento artistico del tardo rinascimento e funge da schizzo e studio. Il soggetto fa parte della serie di disegni per gli affreschi della cappella Sistina attualmente ospitati presso Casa Buonarroti a Firenze. Il soggetto che ritroviamo in quest’opera in studio, ovviamente è un guerriero che stà combattendo. Se pensiamo a scene di combattimento, tra le immagini più emblematiche, ci viene in mente Michelangelo, e tra le opere da lui create con la presenza di battaglie ci viene subito alla mente la Battaglia di Cascina.

Fig 12 Michelangelo, Studio di Composizione per la Battaglia di Cascina, 1504-1505 – Firenze, Penna e Punta d’Argento su carta, 23,5 cm x 35,6 cm, Gallerie degli Uffizi (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

In questo schizzo per intero di Michelangelo vi si notano delle varianti rispetto alle stampe. Ad esempio nella porzione di destra è aggiunta qualche figura a quelle che si vedono nelle stampe.

Nel 1503-1504 Pier Soderini commissionò a Michelangelo e a Leonardo due cicli di affreschi, raffiguranti uno la battaglia di Cascina e l’altro la Battaglia di Anghiari, commissionati per il Salone dei cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. Purtroppo l’incarico non verrà portato a termine da Michelangelo perché l’anno successivo fu chiamato a Roma (1505) da Papa Giulio II per la realizzazione del proprio monumento funebre da collocare nella nuova Basilica di San Pietro. Michelangelo studiò il corpo umano in tutte le sue posizioni e tutte le possibilità di espressione. Nella Battaglia di Cascina, Michelangelo non voleva rappresentare uno studio  di paesaggio, o di atmosfera, o di effetti di luce, ma voleva rendere il senso dello spazio con i corpi, il loro movimento e la loro interazione. Molto interessante nel disegno posto sotto studio è l’approfondimento del movimento di torsione del busto, della testa e delle spalle. Scopo principale dunque di questo disegno, rimane lo studio della muscolatura e degli effetti d’ombra creati dalla torsione del busto.

Fig.13Michelangelo, Studio per la Battaglia di Cascina, Oxford Ashmolean Museum, Penna e inchiostro marrone, 17,8 cm x 25 cm

Fig.14 Michelangelo, Studio figure per la Battaglia di Cascina, Parigi – Louvre, Punta di metallo e inchiostro, 34 cm x 18 cm

Fig.15 Michelangelo, Foglio con altri studi e studio del movimento dei corpi nello spazio. Oxford Ashmolean Museum, Matita rossa -24,5 cm x 33,5 cm

Quando parliamo della Battaglia di Cascina dobbiamo considerare la voce degli artisti del tempo, e del loro pensiero circa quest’opera. Benvenuto Cellini scrisse in merito ai cartoni sia di Michelangelo che di Leonardo da Vinci definendoli la Scuola del Mondo. La Battaglia di Cascina venne descritta da Cellini nel seguente modo:

“questo cartone fu la prima bella opera di Michelangelo, il quale mostrò le sue meravigliose virtù, e lo fece a gara con un altro che lo faceva Leonardo da Vinci, che dovevano servire per la Sala del Consiglio del Palazzo della Signoria”.

Michelangelo sulle sue opere preparatorie riguardanti la Battaglia di Cascina, riporta nella scena, una quantità di soldati che a causa del calore estivo, si erano spogliati e denudati per rinfrescarsi nel fiume Arno e le raffigurazioni, ci fanno rivivere quegli istanti frenetici dell’allarme dell’attacco. Questi Fanti nudi in bellissime gesta, non si erano mai visti nell’antichità e nemmeno nell’epoca moderna da parte di nessun artista. Lo stile delle opere dei due cartoni messi a confronto furono studiati dai più grandi dell’epoca.

Fig.16 Marcantonio Raimondi, dal Cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina -Galleria degli Uffizi – Firenze

Un sentimento di ammirazione verso tali opere, la ritroviamo anche in Raffaello d’Urbino che nel 1506 visitò Firenze, il quale, nei suoi cartoni, seppe assimilare dall’uno e dall’altro maestro, elementi senza nulla perdere della sua propria grazia. Anzi, il viaggio a Firenze, fu per lui molto prolifero e costruttivo. La conoscenza relativa al cartone della Battaglia di Cascina, ci giunge a noi per via indiretta attraverso l’operato degli artisti che ne hanno copiato gli elementi e le incisioni che nel tempo sono state create. Le stampe dell’opera di Michelangelo non evocano la battaglia, ma l’appello improvviso al campo durante il bagno nell’Arno; fu un ottima scelta da parte di Michelangelo, che in questo modo riuscì a rappresentare la bellezza eroica del nudo in movimento. Osservando il disegno in studio si può affermare che non è un disegno di traduzione per futura incisione, ma forse per farne copia da un originale. Questo elemento va ad escludere la finalità del disegno studiato per essere utilizzato con scopo di stampa e per incisioni. Possiamo dunque escludere che l’artista che ha realizzato questo disegno sia un incisore, in quanto altrimenti avrebbe dovuto mantenere una aderenza ai caratteri intrinseci ed estrinseci dell’opera originale, mantenendo uno stile personale e con carattere distintivi, che in questo disegno non abbiamo. Deve essere dunque il disegno una traduzione da un originale. Dal primo sguardo si può identificare questa opera come non soggetta a definire una stampa che imita un disegno, in quanto per la stampa si richiede una tecnica complessa incisoria perfezionata nel corso del tempo, dunque c’erano artisti che si specializzarono proprio in tale tecnica, uno per tutti nel caso di Raffaello, era Marcantonio Raimondi.

Fig.17 Antonio Veneziano, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina , Galleria degli Uffizi

Fig.18 Luigi Schiavonetti, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina, Galleria degli Uffizi

In questa stampa dello Schiavonetti è rappresentato l’intero gruppo di guerrieri che si prepara a correre verso la battaglia.

Fig.19 Copia di Bastiano da Sangallo della “Battaglia di Cascina di Michelangelo”- 1542, 78,7 cm – 12,9 cm, Collezione Ear of Leicester, Holkham Hall

Tra i primi disegni di Michelangelo ritroviamo le sue riproduzioni dei personaggi del “ Tributo di Masaccio” nella Cappella Brancacci al Carmine, e delle storie di San Giovanni Evangelista di Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce, a Firenze. Negli studi giovanili effettuati a penna dal Buonarroti, si evince una tecnica grafica per la resa degli effetti chiaroscurali e di risalto volumetrico, mediante un fitto tratteggio incrociato a linee corte, molto simili a quelle di alcuni schizzi del contemporaneo Rodolfo del Ghirlandaio, figlio del suo maestro Domenico, dal quale  Michelangelo copiò probabilmente elementi. La Battaglia di Cascina nacque dall’episodio dei “bagnanti” che viene narrato dalla cronaca di Filippo Villani, dove il giorno prima della Battaglia a causa di un eccessivo caldo la maggior parte dei soldati fiorentini che erano accampati a Cascina, si era disarmata. Ma in quell’occasione di fronte al pericolo imminente, Michelangelo, sfruttò tale situazione come impareggiabile pretesto per rappresentare corpi nudi in movimento.

Nel reale, la battaglia di Cascina si verificò in due giornate, ma nella sua raffigurazione, Michelangelo unisce le due cose, in un unico drammatico evento.

Fig.20 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Vienna – Graphische Sammlung Albertina

Fig.21 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Londra – British Museum

Il soggetto rappresentato nel disegno in studio non può essere associabile ad un personaggio della Battaglia di Cascina, per diverse motivazioni. La Battaglia di Cascina si svolse il 28 luglio 1362 tra le forze di Firenze e quelle di Pisa, due delle principali potenze del XIV sec.

Al comando di Firenze, all’epoca, c’era Galeotto Malatesta, mentre Pisa era comandata da Giovanni d’Acuto. La battaglia fu vinta da Firenze, che riuscì a respingere l’attacco pisano nei pressi di Cascina vicino a Pisa. Gli indumenti indossati dai combattenti in questa battaglia erano quelle tipiche della moda del tardo medioevo. Nella battaglia di Cascina disegnata da Michelangelo, però si mostravano i soldati colti nell’atto di spogliarsi per fare il bagno, perciò nei disegni preparatori troviamo tutti i soggetti nudi o seminudi, mettendo in risalto l’anatomia più che l’equipaggiamento, ma era una scelta simbolica non realistica dal punto di vista militare.  Oltre al fatto che i soldati fossero nudi, abbiamo come altri elementi negativi a questa ipotesi,  la tipologia degli indumenti indossati dal guerriero posto sotto studio, indumenti che sembrano richiamare più l’epoca romana.

Fig.22 La Conversione di Saulo (o di san Paolo), dettaglio, è un affresco (625×661 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 15421545 e situato nella Cappella Paolina in Vaticano.

Nel presente affresco ritroviamo come il soldato indossi i medesimi elementi del gonnellino che ritroviamo nell’opera in studio, con l’unica differenza che nel disegno abbiamo il torace nudo. Questo affresco, ci porta ulteriore conferma relativa all’identità del guerriero che, molto probabilmente, è associabile ad un guerriero romano piuttosto che a un soldato fiorentino. Nel disegno in studio, non è possibile identificare l’arma del guerriero perché probabilmente era sfoderata posizionata nella mano destra che purtroppo non è visibile nel disegno. Lo scudo che ritroviamo nel disegno sembra assomigliare ad uno scudo usato dai romani nel IV sec. chiamato clipeus , scudo ovale delle truppe ausiliarie. Gli scudi erano realizzati in legno, ricoperti di cuoio dipinto con i bordi legati con pelle non conciata.

Fig.23 Uomo Nudo in piedi di Schiena, Intorno al 1503, Michelangelo Buonarroti, Penna e inchiostro bruno su tracce di un disegno preparatorio a gessetto nero, 38,7 cm x 19,5 cm

Allievi e copisti dello stile e opere di Michelangelo

Michelangelo uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano, non aveva “copisti”nel senso moderno del termine.

Tuttavia, molti suoi disegni e opere sono stati copiati o riprodotti da altri artisti per diversi scopi, come studi per la trasmissione delle idee e diffusione del suo stile.

Alcuni dei suoi allievi e seguaci lo hanno fortemente imitato e copiato nelle loro opere principali. Tra questi possiamo annoverare i seguenti nomi:

  • Giorgio Vasari, il quale ammirava profondamente Michelangelo descrivendolo nei suoi scritti come una figura centrale, nel panorama artistico dell’epoca.
  • Daniele da Volterra, considerato spesso uno dei principali allievi di Michelangelo, fu influenzato in modo significativo dal maestro e ne riprese molti elementi stilistici che riportò nelle sue opere.
  • Marcello Venusti, altro allievo di Michelangelo che copiò le opere del maestro.
  • Sebastiano del Piombo, non fu tecnicamente un allievo di Michelangelo ma il loro rapporto fu molto stretto e ricco di collaborazioni artistiche e intellettuali con un rapporto tra maestro e discepolo.

Inoltre, ci furono molti artisti che operarono a Roma e in altre città italiane nel periodo post-rinascimentale che furono influenzati da Michelangelo.

Michelangelo, proprio per il suo genio, si è sempre rifiutato di prendere qualche artista per metterlo nella sua bottega come spettatore e osservatore, motivo per cui oggi non abbiamo un vero e proprio gruppo dei suoi discepoli che abbiano continuato la sua arte, come invece è accaduto per Raffaello.

Queste informazioni ci derivano dalle parole di uno storico, Paolo Giovio, che evidenziava quanto sostanziale fosse la diversità tra l’operato di Michelangelo e quello di altri artisti che operavano all’interno di botteghe ben organizzate.

Opere similari compiute da Raffaello

Fig.24 Studio di Nudo – Raffaello Sanzio, Fondo Corsini – Prima metà del XVI sec. , 26,2 cm x 20,3 cm

Un’ importante raccolta di disegni di Raffaello, ci deriva dalla collezione del museo dell’Albertina di Vienna. C’è comunque da dire che delle 144 opere presenti associate inizialmente all’artista, dopo un accurato esame nel tempo si è messo in evidenza che solo poche di queste sono ascrivibili alla mano dell’urbinate. La collezione dell’Albertina conserva una delle più importanti raccolte di disegni rinascimentali italiani, inclusi numerosi studi di Raffaello e Michelangelo. Nel corso dei secoli, molti artisti hanno copiato e reinterpretato queste opere contribuendo alla diffusione e alla comprensione del linguaggio visivo rinascimentale.

Queste opere furono passate in eredità dalle prime collezioni, quella del Crozat, del Mariette, di Giuliano da Parma e dal Principe di Ligne. Raffaello invogliò fin da subito i falsificatori e sembra che persino Andrea del Sarto abbia effettuato copie, come fecero i Carracci per guadagnare.

Per Raffaello il disegno fu soprattutto uno strumento indispensabile del processo creativo e produttivo. E’ infatti attraverso una elaborazione metodica e simmetrica puntuale che portò avanti nei disegni, con delle soluzioni efficaci, che prendevano forma in fase finale nelle tavole, negli affreschi e negli arazzi.

I suoi disegni possono andare dal primo schizzo al cartone vero e proprio, cioè al progetto finale che poi sarà realizzato nella stessa scala in altra tecnica, fino a bozzetti appena accennati. Ricordiamoci che isolare il segno autografo di Raffaello all’interno dei disegni non è cosa semplice ne sempre possibile. Dietro ai disegni di Raffaello ci furono tanti nomi che spaziarono a livello temporale, i quali se ne sono presi cura e ne hanno valorizzato l’opera e la loro custodia. Tra questi nomi potremmo citare personaggi di diversi periodi storici, come ad esempio Timoteo Viti, che nel tempo ne riconobbe il grande valore e che li utilizzò come modelli. Timoteo Viti era conterraneo di Raffaello e occasionalmente collaborò con lui. Ritroviamo anche l‘artista Peter Lely celebre artista del ‘600 inglese e Sir Thomas Lawrence, il ritrattista alla moda del primo ottocento. Abbiamo dunque luoghi e circostanze diverse, dove ognuno di loro raccolse i disegni di Raffaello per poi farli confluire in molte collezioni importanti. Se prendiamo ad esempio le collezioni londinesi di Raffaello possiamo osservare come molti di questi disegni derivassero dalla collezione di Timoteo Viti, e che rimasero sempre all’interno della sua famiglia e giunsero in Inghilterra nel 1823 quando il mercante d’arte Samuel Woodburn si assicurò la collezione a Pesaro dagli ultimi eredi.

Opere e Stile di Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino)

Viene riportato di seguito degli esempi da utilizzare come confronto con il disegno in studio, visto che l’opera era stata attribuita in passato a questo artista.

La carriera artistica del Cavalier d’Arpino, possiamo dire che  incomincia con il suo ingresso a Roma all’interno della bottega del Circignani. La sua mansione fu quella iniziale del garzone, in quel tempo fu impiegato presso le logge del terzo piano del palazzo vaticano.

La sua tecnica artistica e il suo operato divenne estremamente apprezzato a Roma e le figure da lui create, mostrano un forte accademismo formale e nel complesso manca di monumentalità.

Fig. 25 Queste due immagini fanno riferimento all’opera di Schizzo di Nudo virile – 26 cm x 14,2 cm Tecnica a Carboncino, Gabinetto Disegni e stampe del fondo nazionale

Sotto Clemente VIII Aldobrandini il Cesare, divenne il pittore ufficiale più importante a Roma soprattutto da commissioni e da grandi imprese decorative. In questi disegni assistiamo ad una tecnica a carboncino riguardanti schizzi veloci, questi schizzi veloci non permettono di fare un raffronto ottimale.

Fig.26 Giuseppe Cesari, Dettaglio Adamo ed Eva Cacciata dal Paradiso, 1602-1603, 17,3 cm X 12,8 cm Kunsthaus di Zurigo

Fig.27 Confronto opera in studio e Cacciata di Adamo ed Eva di Giuseppe Cesari.

Il disegno posto a confronto, risulta essere un disegno curato con più dettagli rispetto ad uno schizzo, e possiamo dunque comprendere meglio alcune tecniche di disegno specifiche. In entrambe le opere si ritrovano la rifilatura in alcuni punti dei bordi, questo conferisce un maggior effetto d’ombra e uno snellimento delle linee. Ritroviamo in entrambe le opere uno sfumato interessante della muscolatura, particolarmente curato e aree invece quelle in ombra, che hanno un tratto più pesante. Il tocco appare leggero con un aumento delle irregolarità nelle linee e aumento della sinuosità per quanto riguarda le parti degli svolazzi che sono mossi dal vento. In entrambe le opere ritroviamo un tratto netto nei riguardi delle linee di contorno, accurato e preciso. Ma rimane comunque la differenza evidente della mano che realizza i due disegni: siamo infatti di fronte chiaramente per stile, e modo di realizzazione a due artisti ben distinti.

Fig.28 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Mosè con le Tavole della legge, 1580 – Kunstpalast di Dusseldorf, 21 cm x 15,3 cm – Pietra nera e sanguigna – Francia – Lille

Fig.29 Confronto tra il Combattimento degli Orazi e Curiazi di Giuseppe Cesari e il disegno in studio.

Fig. 30 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi , 1612-1613 , Museo Capitolino di Roma

Questo confronto non serve per descrivere che si tratti di un disegno preparatorio per quest’opera, ma serve ad evidenziare le similarità dei soggetti rappresentati, aiutando a delineare il tipo di guerriero disegnato. Dalle frecce ritroviamo il gonnellino con i doppi ornamenti, la fascia passante sul petto, il pennacchio sopra l’elmo e la fascia al braccio dell’indumento. I disegni di Giuseppe Cesari della sua età tardiva, risultano essere caratterizzati da una economia e da una certa geometrizzazione delle forme e dei volumi. Dallo stile, è dunque evidente che si tratti di guerriero romano e che lo stile di realizzazione sia differente.

Fig.31 Disegno di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, Nudo maschile visto da dietro, Collezione privata

 Fig.32 A sinistra il disegno in studio, a destra disegno del Cavalier D’Arpino.

Nell’immagine sopra, mettiamo in confronto l’opera in studio, con un disegno del Cesari. Come si può chiaramente notare, il tratto, lo sfumato, le linee, i contorni e la modalità di esecuzione, sono totalmente differenti. Inoltre, e dettaglio fondamentale, è il gonnellino del guerriero, punto chiave nel disegno di destra, associabile con i dettagli esecutivi al Cavalier d’Arpino. Si ipotizza dunque che il Casari, abbia visto il disegno in studio e che si sia ispirato allo stile del disegno in studio. Un ductus grafico molto differente.

Fig.33 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Studio di Braccio e Piede, Stadel Museum

Il Cavalier d’Arpino fu uno dei disegnatori più vivaci e fecondi della sua epoca, e nel corso di oltre sessant’anni di carriera, il pittore si dedicò senza interruzione alla pratica e all’insegnamento del disegno. Molto spesso Giuseppe Cesari era consueto fare il tratteggio dello sfondo. Nel disegno in studio però non ritroviamo questa peculiarità. I disegni di Giuseppe Cesari presentano molte volte l’utilizzo di due Medium Grafici di colore diverso, ad esempio matita nera e sanguigna. L’impiego della matita nera non è solo una scelta coloristica, ma si rivela un indispensabile escamotage tecnico per camuffare la linea di ricalco. Quando ad esempio la tramatura risultava essere fitta, questo serviva per nascondere la traccia del ricalco rosso. Nell’opera in studio non si riscontrano la presenza di due medium.

Fig.34 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino Ercole e Anteo Matita rossa e matita nera, 40,2 cm x 25,6 cm

Anticamente l’opera è stata attribuita a Daniele da Volterra, il disegno è uno degli studi preparatori per una delle lunette delle logge Orsini.I l foglio fu ricopiato dal Cesari in due diverse versioni, di cui una conservata presso il Cabinet des Dessins del Museo del Louvre.

Fig.35 Cavaliere romano in armatura con spada sguainata che carica ,Gesso rosso, carta marroncina 44,7 cm x 35,3 cm ,Albertina –Vienna (Provenienza da Alberto di Sassonia), Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino

Fig.36 Ercole Procaccini – Il Vecchio (1520-1595), Conversione di San Paolo, Pittura a olio su tela, Pala d’Altare, Basilica di San Giacomo Maggiore (Bologna)

Altro artista che merita un confronto con lo stile del disegno in studio, Ercole Procaccini il Vecchio. La Pala nella foto sopra, fu realizzata da Procaccini seguendo un impianto compositivo tibaldesco(da Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi (Puria, 1527 – Milano, 1596), è stato un architetto e pittore italiano) e nel ricordo della cultura romana della metà del secolo. Ercole Procaccini Il Vecchio, nacque a Bologna e poi si trasferì a Milano dove lavorò gran parte della sua carriera.

Il suo stile risulta essere tardo rinascimentale con influenze manieriste, caratterizzato da eleganza compositiva e colori delicati.

La famiglia Procaccini fu una delle più importanti dinastie artistiche dell’Italia del nord tra XVI sec. e XVII sec.

Nelle opere di Procaccini si possono trovare delle influenze riconducibili a Michelangelo e in misura minore a Sebastiano del Piombo. Ercole risulta spesso accostato a Michelangelo per la resa scultorea dei corpi e l’uso del colore; questa affinità stilistica suggerisce una profonda conoscenza da parte del Procaccini delle opere di Michelangelo.

Fig.37 Confronto tra l’opera in studio a destra e l’opera di Ercole Procaccini a sinistra

Dobbiamo considerare che la famiglia Procaccini, trasferitasi da Bologna a Milano nel 1585, fu protagonista del rinnovamento artistico lombardo durante l’era borromea. La loro bottega era dunque un centro di produzione e diffusione artistica, dove le influenze dei grandi maestri rinascimentali erano studiate e reinterpretate. Anche il Procaccini dunque, potrebbe aver visto il disegno in studio.

Ci sono stati molti artisti, che nel tempo si sono ispirati a questi disegni copiandoli oppure apportando loro delle modifiche. Di seguito si riporteranno alcuni esempi in merito.

Fig.38 Studio di Nudo Virile, Orsi Lelio (1508-1511), Gabinetto dei Disegni del Fondo Corsini , soggetto ripreso da un disegno di Raffaello.

Lelio Orsi, è stato un disegnatore italiano molto noto, fu educato tra Mantova e l’Emilia, e il suo stile grafico e pittorico riprende fortemente elementi di Giulio Romano, Correggio e Parmigianino. Tra il 1545 e il 1546 Lelio fece un viaggio a Roma nel quale ebbe la possibilità di studiare le opere di Michelangelo, rimanendo particolarmente colpito dalla Cappella Paolina dei Palazzi Vaticani.  Un altro artista che realizzò opere ispirandosi a Raffaello e Michelangelo fu Alberti Cherubino.

Fig.39 Figura maschile con copricapo di un soldato- Alberti Cherubino  – Collocazione: Famiglia Alberti Opera copiata da un’opera di Raffaello -Tecnica Sanguigna – 36,2 cm x 25,6 cm. Presenza di una filigrana con albero inscritto in un cerchio.

Alberti Cherubino nato a Sansepolcro dal quale il suo soprannome di Borghegiano, figlio d’arte studio a Roma con Cornelius Cort e Agostino Carracci. Nel corso degli anni realizzò disegni e incisioni ispirati da opere di Raffaello, Michelangelo, Polidoro da Caravaggio, Andrea del Sarto e Rosso Fiorentino. Nel tempo divenne anche principe dell’Accademia di San Luca.

Fig.40 Studi di Busti Maschili – Alberti Cherubino, Gabinetto Disegni e stampe, Famiglia Alberti. Derivazione da Michelangelo -1591 a.c 28,2 cm x 42 cm, Penna inchiostro bruno,sanguigna,matita Presenza di una filigrana con ancora inscritta in un cerchio sormontato da una stella.

Fig.41 Alberti Giovanni, Il Crepuscolo della Cappella Medicea, Derivazione da Michelangelo Buonarroti, 20 cm x 28,6 cm, Matita nera e sanguigna. Giovanni Alberti lavorò a Sansepolcro e Mantova

Fig.42 Studio di Gambe, Alberti Cherubino, Autore originale Michelangelo Buonarroti, 43,8 cm x 28,8 cm Matita nera. Presenza di filigrana con giglio

Fig.43 Studio di figura maschile nuda visto di spalle, Allori Alessandro, Carta e matita nera. Il foglio è attribuito all’Allori da due antiche inscrizioni

Fig.44 Girolamo Romani detto il Romanino, Carta e matita, 32,4 cm x 22 cm – Galleria Nazionale della Puglia. Il foglio riporta un’antica attribuzione a Michelangelo Buonarroti. Da notare come la derivazione da disegni di Michelangelo sia assolutamente presente, ma lo stile dell’artista molto diverso dall’artista toscano.

Fig.45 Daniele da Volterra (Daniele Ricciarelli), 14 cm x 21,2 cm, Gesso Rosso

Daniele da Volterra (Il Braghettone) ricordato soprattutto per la sua associazione con le ultime opere di Michelangelo. Inizialmente allievo del Sodoma e di Baldassarre Peruzzi diventò in seguito apprendista di Perin del Vaga. Michelangelo gli fornì degli schizzi sui quali Daniele basò alcuni dei suoi dipinti.

Daniele da Volterra è famoso per aver coperto con le vesti e foglie di fico i genitali dell’affresco del Giudizio Universale nel 1565, appena un anno dopo la morte di Michelangelo. Grazie al suo intervento censorio, gli affreschi non vennero rimossi del tutto, come invece era previsto inizialmente, e potevano conservarsi fino ad oggi. Questi schizzi per tecnica risultano essere molto calibrati, non associabili direttamente allo stile Michelangiolesco se non nel soggetto.

Fig.46 Dettaglio dell’Incisione di Marcantonio Raimondi  su Opera originale Raffaello

Un soggetto che presenta alcune caratteristiche simile all’opera in studio anche se in posizione diversa, ci deriva da copie e incisioni eseguite su un’opera di Raffaello Sanzio. L’opera in questione è la Strage degli Innocenti. La Strage degli innocenti è una stampa a bulino dell’incisore Marcantonio Raimondi, su invenzione di Raffaello, pervenutaci in più copie e stati.

Il disegno relativo alla strage degli innocenti di Raffaello, risulta essere un’opera preparatoria per un dipinto che rappresenta una scena tragica tratta dal Vangelo, nel quale viene immortalato il momento in cui su ordine di Re Erode, tutti i bambini maschi di Betlemme sotto i due anni, dovevano essere uccisi, per cercare di eliminare il neonato Gesù.

Raffaello realizzò un disegno preparatorio utilizzato poi dai suoi seguaci destinato ad un grande altare. Nel disegno, Raffaello pone al centro della scena la figura di Erode circondato da soldati che compiono l’atroce strage.

La composizione è particolarmente complessa, con figure in movimento che trasmettono il dramma e la sofferenza. Il disegno giovanile evidenzia il talento precoce di Raffaello e il suo approccio innovativo alla rappresentazione del movimento e delle emozioni.

Il soldato che sfodera la spada, presenta uno studio di torsione molto importante che risulta essere accostabile al disegno posto sotto studio. Non va quindi eliminata l’ipotesi che in principio furono stati eseguiti dei bozzetti preparatori con situazione similare con attributi però diversi come ad esempio gli indumenti, copricapo e variazioni.

Fig.47 Guerriero che cammina a grandi passi, Anonimo, Albertina –Vienna

In questo disegno ritroviamo da un punto di vista dell’abito e delle impostazioni del soggetto, grandi elementi similari, non ritroviamo però una similarità nel ductus grafico.

Fig.48 Nudo maschile da dietro-Girolamo Romanino, 21 cm x 12,9 cm – Gesso Rosso, Albertina Museum

Fig.49 Baccio Bandinelli – Due nudi maschili in piedi, 42,2 cm x 27,9 cm – inchiostro,penna

Fig.50 Agostino Veneziano, un modello di Raffaello Sanzio, 1515-1530 – Incisione su lastra di rame, 15,4 cm x 10,4 cm. In questa lastra ritroviamo la presenza di un guerriero probabilmente romano.

Fig. 51 Agostino Veneziano, Copia da Marcantonio Raimondi, 1515-1530, Incisione su rame, 25,2 cm x 18,2 cm, Albertina Museum

Fig.52 Bellona, Andrea Meldolla detto Schiavone, 22,4 cm x 11,7 cm, Acquaforte

In quest’opera ritroviamo elementi interessanti molto simili all’opera in studio, in particolar modo negli svolazzi che attorniano la figura.

Fig.53 Andrea Schiavone – Il Ratto di Elena – 1547

Andrea Meldolla detto Schiavone è stato un pittore attivo e incisore italiano a Venezia e fu considerato uno dei protagonisti del manierismo veneto.

Fig.54 Battaglia di Scudo e Lance – Giovanni Jacopo Caraglio – Ispirato a Raffaello Sanzio

Caraglio fu un grande incisore, orafo e medagliere italiano, attivo a Verona, Roma e anche in Polonia. Fu importante per la sua capacità di tradurre in stampe i disegni di maestri come Raffaello, Rosso Fiorentino, Parmigianino e Tiziano.

In quest’opera di grande dinamicità conservata presso l’Art Institute di Chicago, si raffigura un violento scontro tra soldati armati di lance, spade e scudi, sia a cavallo che a piedi. L’incisione di quest’opera di Caraglio si ispira agli affreschi della stanza di Costantino in Vaticano, eseguiti su disegno di Raffaello dai suoi collaboratori, in particolare da Giulio Romano. Il soggetto riprende un dettaglio della Battaglia di Ponte Milvio, evento storico fondamentale per la cristianizzazione dell’Impero Romano.

Attraverso la sua maestria Caraglio è riuscito ad infondere grande movimento e forte tensione alla scena, ha contribuito fortemente alla diffusione dello stile manierista in Europa; influenzando anche la scuola francese di Fontainebleau, pur non avendo mai lavorato direttamente in Francia. Il soggetto rappresentato in quest’opera non è frutto di Caraglio ma a lui si deve la traduzione in forma stampata attraverso incisione, probabilmente è una copia a partire da un  modello di Raffaello oggi andato perduto, ma la sua invenzione è arrivata a noi proprio grazie al bulino di Jacopo Caraglio che la creata tra il 1525 e il 1527. Potrebbe rappresentare dunque un soggetto per l’idea per un particolare della composizione della Battaglia di Ponte Milvio, però scartata, l’anomalia è che il disegno non presenta i dettami di Raffaello ma di altra scuola improntata su Michelangelo. In questa battaglia l’Imperatore Costantino schiacciò con le sue truppe l’usurpatore Massenzio nel 313 d.c. Nel gabinetto delle stampe e dei disegni degli Uffizi è custodito un disegno con lo stesso soggetto che reca un’antica ma non possibile attribuzione a Perin del Vaga, tutto questo per portare verso un’opera originale di Raffaello. Il ruolo delle stampe e delle incisioni è stato fondamentale per la trasmissione, conoscenza e ricostruzione dell’opera di molti maestri del Rinascimento, in particolar modo di Raffaello Sanzio, la cui produzione è in parte andata perduta o rimasta incompiuta. Molte opere di Raffaello sono andate distrutte nel tempo soprattutto affreschi e cartoni preparatori tra cui molti disegni. Le incisioni e le stampe permettono di ricostruire solo in parte queste composizioni perdute, anche perché gli incisori dovevano tradurre l’opera a loro modo apportando modifiche.

Fig.55 Visione della Croce, Sala di Costantino – Vaticano-Affresco. Eseguito dagli allievi di Raffaello (Giulio Romano, Giovanni Francesco Penni, Raffaellino del Colle)

La sala di Costantino presente nella stanze di Raffaello in Vaticano, fu decorata da lui e dai suoi allievi, che dopo la sua morte utilizzarono per completare le decorazioni, i cartoni del maestro e completando i lavori nel 1524. La commissione venne affidata a Raffaello da Leone X nel 1517, questo era ricordato sia da Vasari che da Giovan Francesco Penni. Raffaello però negli ultimi anni di vita affidava il compito molto spesso ai suoi allievi. A Raffaello è attribuita l’ideazione del complesso decorativo, ma l’intera stesura è probabilmente, anche la composizione della scena nella parete, spetta agli allievi. Nel 1524 all’epoca di Clemente VII la decorazione doveva essere già terminata, quando Giulio Romano partì per Mantova. La Sala di Costantino è dedicata alla vittoria del cristianesimo sul paganesimo e all’affermazione del primato dalla chiesa romana, con evidenti richiami alla delicata situazione contemporanea. Vasari assegnò la visione della croce a Giulio Romano, posizione ripresa poi da tutta la critica successiva con interventi forse di Raffaellino del Colle.

Fig.56 Costantino sconfigge il tiranno Massenzio con angeli con portano le spade, Giulio Bonasone, 1544, 37,3 cm x 44,5 cm, Metropolitan Museum, Incisione

L’opera qui sopra è una incisione di Giulio Bonasone, in parte ispirato a Marcantonio Raimondi e dal sarcofago romano (oggi custodito a villa medici a Roma) che fu una delle fonti principali d’ispirazione di Raffaello per il progetto. Bonasone mostra molto meno interesse per le forme scultoree. La sua versione più lirica del soggetto è composta da figure morbide e modellate con dei motivi più fluidi. Giulio Bonasone era attivo principalmente a Bologna nel XVI sec. ed è stato uno degli incisori più importanti del manierismo italiano.

Nella scena dello scontro tra Costantino e Massenzio presso il ponte Milvio, viene ritratta una scena di battaglia di soldati armati di scudi e lance, con cavalli in corsa, in una composizione molto dinamica, tipica dello stile manierista.

Come detto in precedenza, la natura compositiva iniziale è quasi certamente ispirata a cartoni perduti e progetti per la Battaglia di Ponte Milvio. Oggi purtroppo abbiamo solo testimonianze indirette frutto degli allievi di Raffaello e degli incisori dell’epoca, con diversità nello stile. Dunque chi ha realizzato il disegno deve aver visto questi soggetti iniziali, ma sono stati reinterpretati seconda altra scuola. Pur avendo ricevuto la committenza di realizzare i progetti della “Sala di Costantino” Raffaello morì prima di completarli. Le scene della sala furono eseguite dalla sua scuola, in particolare da Giulio Romano, uno dei suoi più bravi allievi. Giuseppe Bonasone per la realizzazione di queste incisioni, avrebbe potuto trarre ispirazione da cartoni preparatori, bozzetti e composizioni conosciute nella bottega di Raffaello. Tra queste impostazioni che ritroviamo in queste incisioni e il disegno in studio, abbiamo molte analogie e punti in comune, anche se non è possibile rintracciare il guerriero con certezza di compatibilità e il suo stile è molto più michelangiolesco. Questa mancanza di un match di comparazione più elevato, ci deriva dal fatto che ciò che conosciamo oggi nelle stampe è frutto di copie e rivisitazioni eseguite su opere a sua volta copiate da allievi a partire da originali di Raffaello, mancano sempre alcuni elementi di contatto con questo disegno, che invece ritroviamo nella tecnica michelangiolesca.

Fig.57 Frammento del cartone preparatorio di Giulio Romano relativo alla Sala di Costantino

Dunque, è fortemente plausibile che il guerriero che vediamo nel disegno in studio, sia un soggetto dei prototipi iniziali per la Sala di Costantino, però non realizzati da Raffaello. L’influenza dell’urbinate sulle arti grafiche del tempo è evidente anche nelle composizioni, nella drammaticità dalla postura e nell’eroismo classico che traspare da queste scene.

Fig.58 Cartone di Giovan Francesco PenniLouvre  Sala di Costantino

Quando pensiamo all’opera della Battaglia di Ponte Milvio, dobbiamo sempre tenere presente che l’opera fu commissionata a Raffaello dal Papa. In quel periodo, Raffaello affidava il compito molto spesso ai suoi collaboratori di operare per lui, sia a livello di cartoni preparatori che a livello operativo in affresco.

Quindi non possiamo conoscere con precisione quanto ci sia di Raffaello in quell’opera. Risulta altamente probabile che Raffaello, abbia realizzato dei bozzetti iniziali e la stesura della organizzazione dei soggetti per poi essere ripreso e riproposto da Giulio Romano e da Penni.

Di questi bozzetti iniziali di Raffaello oggi non conosciamo nulla, quindi rimane una tesi ancora aperta e discussa. I suoi due principali collaboratori furono appunto Giulio Romano e Giovan Francesco Penni che collaboravano direttamente, ereditando anche i lavori non ultimati di Raffaello.

Giovan Grancesco Penni detto il Fattore, entrò in bottega da Raffaello molto giovane e la sua personalità artistica si è rivelata sfuggente, si sa però che prediligesse alla pittura il disegno e infatti realizzò molti disegni finiti. Dopo la fine del sodalizio con Giulio Romano nel 1524 Penni, fu chiaramente incapace di intraprendere una carriera autonomamente.

Successivamente seguì Giulio Romano a Mantova nella speranza di poter continuare la collaborazione, ma fu respinto, non sappiamo le motivazioni di questo rifiuto a continuare la collaborazione. Penni riprodusse molte composizioni di Raffaello.

Ci sono opere oggi attribuite a Giovan Francesco Penni, che riproducono per lo più composizioni di Raffaello, è plausibile pensare che alla morte di quest’ultimo, Penni abbia utilizzato il posto di privilegio dentro la bottega, per compiere molte copie di questi soggetti dai disegni originali, questo perché da tali disegni si nota la presenza di piccole variazioni e pentimenti con segni di difficoltà creativa. Dobbiamo quindi considerare Giovan Francesco Penni come un assistente addestrato a fungere da amanuense artistico, capace di interpretare le idee del maestro e di elaborarle in modelli ordinati su uno stile strettamente basato al suo.

Fig.59 Studio per la Battaglia di Ponte Milvio, Associato a Raffaello, Gesso rosso e penna su carta, 22 cm x 24 cm

L’opera a matita rossa su carta è stata di recente attribuita e identificata come un disegno tardo di Raffaello, inizialmente associato alla scuola. Questo disegno, servì per la decorazione degli appartamenti papali in Vaticano. I dettagli compositivi e stilistici confermano che si tratti di uno studio preparatorio di Raffaello per il celebre affresco.

Fig.60 Confronto con disegno sopra

Confronto con lo stile di Sebastiano del Piombo e aiuto di Michelangelo

Il disegno in studio, sembra presentare elementi di analogia con Michelangelo per quanto concerne l’aspetto stilistico. L’aspetto allungato del corpo ci porta infatti verso un effetto più manieristico discostante da Raffaello. Anche se come abbiamo visto come impostazione e tipologia di soggetto, ci sono dei punti di avvicinamento alla Battaglia di Ponte Milvio della scuola raffaellesca.

Fig. 61 Studio per il Cristo nella Flagellazione in San Pietro in Montorio, Roma -Sebastiano del Piombo

La profondità di Sebastiano del Piombo a livello di disegno, risulta essere particolarmente evidente, sebbene in alcuni casi aiutato da Michelangelo. Sebastiano rimane comunque un artista con un tratto inferiore a quello di Raffaello.

In questo disegno qui a lato ritroviamo un ottimo sfumato e molti punti d’incontro con la tecnica del disegno posta sotto studio.

Sebastiano del Piombo è stato un grande artista dotato di forte raffinatezza. Il disegno di S. del Piombo è stato nel tempo fortemente influenzato da Michelangelo, soprattutto nella resa anatomica e nel senso del volume. Molto spesso utilizzava il carboncino e gesso bianco per modulare la luce e ottenere così dei chiaroscuri drammatici. Nel disegno in studio, si nota un approccio molto scultoreo, con contorni netti e muscolatura esagerata per accentuare la forza delle figura.

Il legame tra Michelangelo e Sebastiano fu particolarmente stretto e strategico, infatti, Michelangelo vedeva in Sebastiano un alleato contro Raffaello, e gli fornì Cartoni e Disegni per alcune sue opere.

Infatti, Michelangelo non voleva competere direttamente con Raffaello e delegò a Sebastiano il compito di contrastarlo.

Anche se Sebastiano fu fomentato da Michelangelo contro Raffaello, la sua rivalità fu indiretta e per certi versi ci fu ammirazione da parte di Sebastiano, il quale fu anche lui influenzato dalla sua grazia compositiva.

Nel periodo in cui fu creata la Battaglia di Ponte Milvio, Sebastiano era li a Roma e conosceva bene il progetto; Michelangelo stesso potrebbe aver discusso con lui delle grandi battaglie come soggetti pittorici. Quando fu creata la Battaglia di Ponte Milvio Raffaello era morto, quindi anche se con riluttanza il Papa diede il compito agli allievi di Raffaello di portare a compimento l’opera.

Dopo la morte di Raffaello nel 1520, ci fu un momento delicato e di forte tensione artistica e politica riguardo le commissioni papali, in particolare la Sala di Costantino nei Palazzi Vaticani.

Raffaello alla sua morte aveva lasciato bozzetti e studi sulla sala; Giulio Romano che all’epoca era il capo bottega e allievo più dotato, e che rappresentava di fatto l’erede della gestione tecnica e creativa dei lavori, prese in mano le committenze in sospeso, ma la Sala di Costantino non fu una commissione così scontata perchè Papa Leone X e successivamente Adriano VI non si fidavano completamente dei giovani discepoli di Raffaello. La vittoria di Costantino sul paganesimo era un tema troppo importante per la chiesa, per essere lasciato a un allievo per quanto talentuoso. Giulio Romano ottenne comunque l’incarico, ma non lavorò da solo, fu affiancato da altri allievi come Giovan Francesco Penni. I lavori vennero eseguiti a condizione di una continua supervisione del papato.

Si può ipotizzare che Michelangelo potesse essere stato consultato e che Sebastiano del Piombo fosse stato preso in considerazione come alternativa. La Battaglia di Ponte Milvio, affrescata nella Sala di Costantino, mostra un linguaggio ancora legato a Raffaello, ma con una maggiore teatralità e dinamismo, tratta proprio dall’impronta giuliesca.

Sebastiano del Piombo, cercò attivamente di inserirsi nella decorazione della Sala di Costantino dopo la morte di Raffaello con il sostegno e la spinta di Michelangelo stesso. Michelangelo sosteneva infatti che Sebastiano avrebbe potuto portare a termine l’opera con maggiore qualità e spirito, seguendo un’ideologia più affine alla sua. Si può ipotizzare dunque che Michelangelo possa aver creato alcuni bozzetti e disegni che sarebbero stati poi usati da Sebastiano del Piombo come presentazione per le opere della Sala. Alla fine, i committenti del Vaticano, non accettarono perché rischiavano di avere con l’allievo di Michelangelo una eccessiva differenza di stile tra le tecniche utilizzate.

Esiste un disegno custodito all’Albertina di Vienna con lo stesso soggetto, che potrebbe essere l’opera autografa di Michelangelo, disegnata per Sebastiano come schizzo da presentare di uno dei personaggi della battaglia e, il disegno posto sotto studio, sarebbe la copia di Sebastiano del Piombo. Il disegno dell’Albertina, dopo una serie di attribuzioni, viene associato dalla Dottoressa Veronika Birke e da Janine Kentesz nel 1997 a Battista Franco detto il Semolei.

Fig.62 Attribuito a Giovanni Battista Franco gen. Semolei (Venezia c. 1510 – 1561 Venezia), sanguigna, 27,8 x 14,2 cm. Numero di inventario 236

Una lettera di Sebastiano a Michelangelo, datata 5 settembre 1520, conferma questo tentativo. In essa, Sebastiano esprime la sua frustrazione per non essere stato scelto e menziona che Michelangelo aveva scritto al Papa per raccomandarlo. E dunque, la commissione fu affidata agli allievi di Raffaello, come Giulio Romano e Giovanni Francesco Penni, per garantire la continuità stilistica con i progetti originali di Raffaello. Questo episodio evidenzia le tensioni artistiche dell’epoca e la rivalità presenti tra le scuole di Raffaello e Michelangelo. Nonostante il sostegno di Michelangelo, Sebastiano non riuscì a ottenere l’incarico desiderato, ma l’episodio testimonia la sua ambizione e il desiderio di affermarsi nel panorama artistico romano.

Fig. 63 Particolare per uno studio per la Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo Roma, Sebastiano del Piombo, Royal Collection, Disegno a gessetto nero. Per questo disegno Sebastiano richiese e probabilmente e ricevette l’aiuto grafico di Michelangelo, in una lettera del 25 marzo 1532 esiste una testimonianza scritta in merito.

Nel giorno di venerdì santo del 1520, avvenne la morte di Raffaello, questo fu annunciato a Michelangelo da Sebastiano del Piombo con una lettera datata 12 aprile 1520. In occasione di questa sciagura, tutta Roma era in lutto, il Papa lo piangeva e il popolo accorse a pregare sulla salma, dietro la quale era stata collocata la tavola della Trasfigurazione non ancora compiuta.

A causa della morte di Raffaello, la posizione di Michelangelo si avvantaggiava. Nel giorno della morte di Raffaello, Michelangelo era fuori da Roma.

Anche nelle lettere successive alla morte di Raffaello non si abbassavano i toni di livore contro la bottega degli allievi di Raffaello.

Sebastiano, cercò fin da subito di approfittarsi della scomparsa di Raffaello per ottenere una commissione importante. Infatti, come menzionato in precedenza nella medesima lettera scritta da Sebastiano a Michelangelo dove si annunciava la morte di Raffaello lo pregava di poter scrivere a monsignor reverendissimo perché gli venisse concessa la Sala di Costantino, lagnandosi che il Papa l’avesse già concessa ai garzoni di Raffaello, i quali bramavano molto e volevano dipingerlo a olio.

Michelangelo scrisse al Cardinal Dovizi di Bibbiena, il 3 luglio venne ricevuto dal Cardinale che però non potè assecondare i suoi desideri.

Nella lettera del 7 settembre 1520 Michelangelo scrive che ha parlato con il Papa circa i termini per l’opera, e scrisse così:

« et tuto quello che io ho parlato al Papa, ed i termini che io ho uxato circha questa hopera è statto per puro amore et riverenzia vi porto. Et con mezzo vostro far le vendette vostre et mie a un tratto et dare ad intendere a le persone maligne che ‘1 c’è altri semidei che Rafael da Urbino con i soi garzoni… Me scrivete ancora che non m’empromettete affirmative. Vi prego per l’amore vui me portate, vui vogliate risolvervi de questa cossa ; sì, over non è, a ciò possi tornar la resposta al Papa, perchè el manda a veder quello me havete scripto et io dico che non ho havuta resposta ancora : et se vui volete lì mostri la vostra Httera gela mostrare : dateme aviso di questo : che io no voria far cossa centra vostra volontà » .

Finisce con questo pistolotto : « quello desiderava io lo faceva per fare miracoli, et dare ad intendere a le persone che quelli homeni che non sono semidei sanno dipingere anche loro ». Sebastiano con tutti questi suoi sforzi non riuscì nell’intento e sotto il pontificato di Clemente VII la sala di Costantino fu condotta a termine dagh scolari di Raffaello. Durante le trattative fu offerto al Luciani di dipingere la sala di sotto a quella di Costantino ; ma egli la rifiutò, come si esprime nelle sue lettere, non volendo che i garzoni di Raffaello dipingessero le sale dorate, e a lui si riservassero le cantine.

Sebastiano non ebbe la fortuna di entrare nelle grazie di Leone X, il Sanzio e Michelangelo lo assorbivano non poteva restarvi posto per altri. Egli però aveva acquistato forti relazioni col cardinale Giulio de’ Medici e col Cardinale Rangoni, per i quali fece delle cospicue opere.

Tutte queste vicissitudini accaddero in seno a forti cambiamenti in Vaticano. Infatti, nel 1521 Papa Leone X morì e gli succedette Papa Adriano VI. Questo provocò un grande cambiamento nel campo delle arti e dei maestri. Il nuovo Papa aveva smesso con il fasto e la grandezza del suo predecessore, e non nutriva amore per i soggetti artistici. Inoltre era infastidito dal classico perchè aveva orrore dei nudi e fece cessare i lavori nella Sala di Costantino. Anche se questo Papa aveva di buon occhio Sebastiano del Piombo tanto da commissionargli il suo ritratto, non potè ottenere la commissione per la Sala di Costantino.

Fig.64 confronto tra opera in studio a sinistra e opera dell’Albertina

Confronto tra opera in studio e il disegno presente all’Albertina Museum di Vienna

Il disegno posto in studio è stato portato in confronto con una immagine fotografica eseguita dall’Alinari relativa al disegno collocato presso l’Albertina Museum di Vienna. Il colore scuro che troviamo nell’immagine fotografica è da imputare al tipo di scatto. La tecnica dell’opera risulta essere a carboncino.

L’immagine dell’Archivio fotografico Alinari presenta le seguenti caratteristiche: Opera associata a Raffaello Sanzio – Datata 1500-1512. Collocazione Vienna Graphische Sammlung Albertina. Foto scattata 2002, Dimensione 26 cm x 14 cm

Di seguito si riporteranno tutta una serie di confronti tra le due opere. Sul lato sinistro opera in studio e sull’opera di destra quella collocata nel Museo dell’Albertina.

La freccia Verde vede i due tratteggi a confronto: nell’opera di sinistra abbiamo la perdita del tratto in quel punto, inoltre le linee presenti risultano avere un tratteggio meno fitto e meno lineare rispetto l’opera del museo.

La freccia azzurra indica la mancanza di un tratto del disegno che invece ritroviamo nell’opera del museo. La presenza di un numero di dettagli minori e un numero di tratti più ridotto nell’opera in studio, ci porta a dare una ipotesi di copia del manufatto posto in studio.

Nelle parti evidenziate con cerchi rossi ritroviamo tutta una serie di macchie causate da invecchiamento e carbonio. Queste macchie sono presenti nell’intero disegno a tutti i livelli. Tutte queste macchie risultano essere completamente assenti dal disegno posto in stud

Fig. 65 Confronto con altri particolari

Da questo secondo confronto, vediamo che la freccia rossa indicante il tratto grafico dello svolazzo laterale, porta diversità notevoli in parte dovute alla tipologia di pigmento utilizzato che risulta essere diverso. Sul lato sinistro troviamo infatti un tratto con una granulometria molto più spessa. La stessa identica cosa la possiamo ritrovare nella freccia nera che indica anche qui un tratto meno incisivo con perdita della linearità relativa all’opera.

Fig. 66 Confronto

Anche in questo confronto nella foto sopra, ritroviamo degli elementi di diversificazione. Nella freccia verde sulla sinistra ritroviamo la mancanza di questo tratto, mentre sulla destra tale linea la ritroviamo. Le linee blu mostrano anche qui variazioni nel tratto. Anche nelle frecce rosse ritroviamo la mancanza di corrispondenza. Dal confronto, nel complesso, possiamo dire che il disegno posto sotto studio sembra essere stato creato a partire da questo disegno come copia, emerge anche che l’intensità del tratto e una profusa titubanza nel disegno, sia legata da parte del copista di rendere il più possibile simili le due opere, infatti, solo da un attento controllo si può evidenziare queste anomalie. Inoltre, l’opera non può essere una copia da parte del medesimo autore, in quanto sicuramente lo stesso autore avrebbe apportato molte più variazioni o pentimenti rispetto all’opera originale, ma soprattutto, le variazioni che avrebbe apportato sarebbero state naturali.

Confronto opera dell’Albertina e valutazione con tecnica del Semolei

Fig.67 Collezione Albertina –Vienna, 27,8 cm x14,2 cm, Numero inventario 236, Scritta in basso a destra “Rap. Urb.” . Credits: Alinari

Attribuzioni storiche dell’opera: Raffaello Sanzio (Tradizionale); Artista michelangiolesco(Wickhoff); Nessuna associazione con cerchia di Raffaello (Fischel); Successore di Michelangelo Buonarotti (Stix); Cerchia di Michelangelo (Ragazzo); Semolei (Birke Veronika / Janine Kertesz).

La seguente opera, è presente presso la collezione Albertina di Vienna e nel tempo, ha subito tutta una serie di attribuzioni. L’opera in studio risulta con certezza creata a partire da questo soggetto. La realizzazione della versione risulta essere creata con una dimensione più ridotta rispetto al disegno collocato presso l’Albertina Collection.

Gli elementi di legame risultano essere fortissimi il che determina con assoluta certezza che il realizzatore dell’opera in studio, abbia avuto accesso direttamente all’opera originale per poter realizzare la sua.

Si esaminerà di seguito l’opera custodita presso l’Albertina con il tratto dell’ultimo artista al quale è stato attribuito e cioè il Semolei.

Battista Franco, detto il Semolei era un pittore e incisore (Venezia 1498-1561). Questo artista, a Roma, si ispirò profondamente alle opere di Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano, e in seguito dalle proprie invenzioni, seguendo la tradizione di Marcantonio Raimondi. Si inscrisse all’Accademia di San Luca nel 1535. Ma dopo aver visto il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, non volle fare altra cosa che disegnare per un certo tempo. Fu notato da Raffaello da Monte Lupo e fu raccomandato da Antonio da Sangallo il giovane, il quale lo impiegò nell’allestimento in onore dell’ingresso di Carlo V d’Asburgo, sia a Roma che a Firenze.

Il giovane artista si distinse soprattutto per la grande abilità dei suoi disegni, che prevalevano sulla tecnica pittorica. Questo artista aveva l’ossessione di copiare non solo da Michelangelo ma anche da altri artisti perché non aveva un suo stile personale le sue invenzioni erano carenti e prive di freschezza e originalità. A Firenze Salomei, conobbe Vasari e strinse amicizia con Bartolomeo Ammanati presso cui andò ad abitare insieme al Genga di Urbino con cui ebbe un proficuo sodalizio artistico. Fu al servizio di Cosimo I de Medici e dipinse molte opere che furono apprezzate. A Roma, entra al servizio del Cardinale Francesco Corner e si mise in competizione con Francesco Salviati con un San Giovanni imprigionato da Erode, che risultò non all’altezza del confronto, questo a causa della sua estrema cura dei particolari disegnati che tolsero spontaneità e colore all’opera nel suo insieme.

Semolei aveva la capacità di creare composizioni complesse, spesso raffiguranti scene mitologiche, religiose e con numerose figure. Il disegno dell’Albertina, presenta una tensione muscolare creata con energia e una muscolatura dinamica con impiego dello sfumato e tratteggio incrociato, che modella le forme e crea profondità, questi elementi non li ritroviamo nelle opere del Semolei.

Fig.68 Dettaglio opera Allegoria con uomo barbuto seduto con libro, Metropolitan Museum, Battista Franco, 19 cm x 20,5 cm. Penna , inchiostro marrone, pennello e acquerello

Di seguito si riporterà un confronto tra l’opera qui sopra del Semolei, con il disegno del guerriero custodito presso l’Albertina Collection di Vienna. Sono stati valutati tutta una serie di parametri stilistici e del tratto. Il disegno dell’uomo barbuto, presenta un tratto del Semolei molto controllato, pulito e uniforme nella sua struttura. L’intensità del tratto risulta essere costante e molto descrittiva. Lo studio anatomico risulta essere dettagliato ma manca di movimento, risulta statico con una impostazione classica del corpo. Il tratteggio è lineare e omogeneo nell’intero disegno. La forza del tratto grafico offre un senso meditativo e con poca teatralità del soggetto. Il disegno presente presso l’Albertina Museum, ha un tratto grafico fluido, energico a volte tumultuoso, l’intensità del tratto è molto variegato, a tratti contrastanti e netti e in altre aree il tratto è più lieve conferendo una resa di dinamismo elevato con una muscolatura amplificata. Il tratteggio è misto con linee curve, semicircolari e drammatiche. La composizione con il corpo in torsione crea un movimento centrifugo e di grande emozionalità. Il disegno si presenta così con una forza molto alta ed una gestualità vibrante. Questo disegno presenta elementi di tratto molto elevati in forza espressiva, composizione dinamica e tratto grafico vigoroso, con marcata enfasi sulla torsione anatomica e tensione muscolare, contrariamente al disegno dell’uomo barbuto di Semolei che ha uno stile più stabile e misurato, con un’ottima padronanza anatomica, ma con una composizione meno teatrale e un tratto più sobrio. Questa analisi, suggerisce che i due artisti, abbiano approcci molto diversi, anche se condividono una certa raffinatezza tecnica. Tuttavia, il primo disegno mostra caratteristiche fortemente associate a Michelangelo e non al Semolei.

Grafico comparativo che offre una uno spaccato sulla compatibilità stilistica dei diversi elementi analizzati tra il disegno dell’Albertina associabile a Michelangelo, e quello del Metropolitan Museum associato al Semolei. La somma dei diversi elementi, da una compatibilità grafica dei due artisti al 47%

Fig.69 Grafico Comparativo

Studio Anatomico e la sua importanza

Lo studio dell’anatomia era importante per un artista, sia esso scultore o pittore. Lo studio approfondito della relazione tra la figura umana e il mondo in cui si muove, era necessario da parte degli artisti e i teorici del Rinascimento, soprattutto per poter organizzare e controllare lo spazio attraverso il sistema della prospettiva.

Fig.70 Nudo maschile con le proporzioni indicate, Sanguigna – Michelangelo, 28,9 cm x 18 cm, Royal Library

Il corpo era dunque studiato in termini di misure e proporzioni. Per questo motivo molto spesso, veniva incorniciato, racchiuso e suddiviso in diagrammi e schemi geometrici con cifre e numeri. Questo elemento era particolarmente evidente in Leonardo da Vinci. Tra i codici del tempo che maggiormente esplicitavano questi elementi, vi erano i codici di Leonardo, Piero della Francesca e Durer. Questo aspetto geometrico inserito nella figura umana, era importante per costruire degli schemi in relazione alla pratica architettonica.

Alcuni disegni di Piero della Francesca, mostravano che egli usò griglie lineari e geometriche per studiare le proporzioni del volto e del cranio. Fu uno dei suo allievi, il matematico Luca Pacioli, che nel 1509 pubblicò un trattato intitolato De Divina Proportione. Secondo Pacioli, la proporzione perfetta e ideale è quella della sezione aurea, e per lui, i numero hanno un significato mistico.

Fig. 71 Albrecht Durer, Simmetria dei Corpi Umani

Lo studio della proporzione, passò anche da un importantissimo personaggio: Leon Battista Alberti. Egli utilizzò le regole stabilite da Vitruvio esaminando le relazioni tra proporzioni e prospettiva. Anche Leonardo da Vinci cercò di stabilire una relazione tra proporzione e movimenti della figura umana e del sistema prospettico. Anche Durer basò i suoi studi su quello di Vitruvio, sottolineando la simmetria e la schematizzazione del corpo. Con Michelangelo, verso la fine del Rinascimento, assistiamo ad un certo allontanamento dal canone ideale, che si manifestava nella deliberata distorsione e allungamento della figura umana. Questa tendenza soggettiva in contrasto con l’oggettività matematica, si sviluppò ulteriormente con il manierismo e il barocco, quando gli effetti della muscolatura, dell’espressione facciale e del movimento, interessarono di più gli artisti rispetto alle regole dell’armonicità.

Fig.72 Adamo (disegno di costruzione), Albrecht Durer – 1504. Penna marrone,proporzione sulla gamba di supporto e linee di costruzione con penna marrone, pentimenti presenti sulle braccia superiori, 26,2 cm x 16,64 cm

Fig.73 Eva (disegno di costruzione), Albrecht Durer, 1506 – 26,2 cm x 16,5 cm. Tecnica: Penna marrone, linee di costruzione con penna

Gli studi anatomici nel Rinascimento rappresentarono un vero e proprio settore. Relativamente all’approccio di Michelangelo, è legittimo supporre che anche lui in modo simile ad altri artisti, come Leonardo da Vinci utilizzasse cadaveri o parti di cadavere a scopo di studio.

Fig.74 Da Michelangelo, Studio anatomico di gamba destra con marcatura dei muscoli, Tecnica : Sanguigna, 28,3 cm x20,7cm, Royal Library

Tale materiale, possiamo definirlo come materiale didattico e fu ripetutamente utilizzato come compendio di riferimento e servì a scopi propedeutici.

Di questa tipologia di studi anatomici, di quelli attribuibili direttamente a Michelangelo non c’è ne sono, e quelli oggi conosciuti probabilmente sono di suoi allievi e seguaci copiati dagli originali.

Visto le numerosissime copie superstiti, questo fa pensare che esistesse un vero e proprio corso di anatomia creato da Michelangelo, dove i muscoli erano siglati con delle lettere per facilitare il riconoscimento e l’individuazione.

A differenza di Leonardo da Vinci a Michelangelo, non interessava l’aspetto delle vene, arterie e capillari, ma solo l’articolazione strutturale dell’organismo, soprattutto per ciò che riguarda la posizione dei muscoli e le combinazioni volumetriche che determinano rilievi e le depressioni della pelle. Dunque i disegni anatomici di Michelangelo, vanno trattati più come studi anatomici d’artista che come trattato medico.

Fig.75 Confronto tra opera in studio a sinistra e studio anatomico della muscolatura ripreso da un disegno di allievi di Michelangelo.

Da questo confronto è possibile individuare elementi molto interessanti, infatti nella gamba posta sotto studio. abbiamo una muscolatura che riporta sia elementi muscolari visti da dietro che elementi muscolari visto da una zona latero-posteriore. Questo aspetto risulta essere molto interessante perché in questo disegno, non solo l’effetto del movimento viene garantito dalle doppie linee della gamba e dalle variazioni d’intensità del tratto, ma la presenza di una muscolatura ibrida come se fosse in due posizioni in contemporaneo è unica. Questo aspetto aiuta a rendere maggiore l’effetto della dinamicità.

Considerazioni Finali e Conclusioni

Il seguente studio è stato un percorso alla ricerca non solo del possibile realizzatore di questo disegno, ma anche per capire lo scopo e la destinazione finale di esso. Si è cercato dunque di collocare l’opera all’interno di un contesto specifico. Di seguito si riportano elementi importanti di conclusione. Il disegno presenta caratteristiche stilistiche e tecniche spiccatamente importanti che richiamano senza dubbio l’ambiente michelangiolesco, riprendendo anche elementi di prassi grafica di Sebastiano del Piombo. Si può ipotizzare dunque che il disegno possa essere stato creato sotto l’influenza di Michelangelo. L’uso della tecnica a sanguigna, con tratti morbidi e il chiaroscuro presente tramite sfumature ottenuto per pressione modulare, è una tecnica molto vicina a quella di Michelangelo, soprattutto nei disegni preparatori per affreschi. Le differenze che ritroviamo tra questo disegno a confronto con quello di medesimo soggetto dell’Abertina Museum, è dato da gradi di incertezza grafica presenti. Per quanto concerne la muscolatura, è volumetrica e plastica resa con attenzione come avrebbe fatto uno scultore; dunque visto che Sebastiano del Piombo non era uno scultore, tale elemento è un segno distintivo dell’influenza diretta di Michelangelo, che impostava il disegno come fosse una scultura su carta. Lo studio di figura è perfetta nella sua posa dinamica e torsionato alla maniera michelangiolesca. Lo studio anatomico risulta spinto e accentuato, con la muscolatura resa ipertrofica tipica del Buonarroti, con la presenza di un grande senso del movimento. Un altro elemento di rilevanza è la visione posteriore della spalla, che punta sull’enfasi della potenza fisica. Sebastiano del Piombo non era un disegnatore di questo tipo prima di conoscere Michelangelo, infatti, i suoi primi disegni veneziani erano molto meno plastici. Dopo l’incontro con Michelangelo e il suo aiuto soprattutto durante il lavoro della flagellazione e alla Pietà di Viterbo del 1512-1516, Sebastiano sviluppò un linguaggio più scultoreo influenzato da Michelangelo. Possiamo dunque affermare che l’opera in studio è frutto di un artista della cerchia michelangiolesca, probabilmente creata come copia da Michelangelo, sotto la sua diretta influenza e con l’ausilio di un disegno autografo di Michelangelo. Per quanto concerne lo studio anatomico, abbiamo da parte dell’artista una buona conoscenza dell’aspetto anatomico, specialmente dalla parte posteriore della coscia e del polpaccio. Si noti una chiara definizione del grande gluteo che sfuma verso il bicipite femorale presente nella parte esterna della coscia, che risulta essere  correttamente orientato e ben raccordato al ginocchio. Il muscolo gastrocnemio del polpaccio è ben evidente e si divide correttamente nelle due teste muscolari, con una lieve torsione che denota il movimento delle gambe. Quindi, il disegno, offre anche l’effetto della flessione posteriore. Per quanto riguarda l’inserzione finale del tendine del ginocchio, appare di un tratto troppo rigido mancando di morbidezza. Un’altra anomalia è derivata dal perone laterale lungo non rappresentato con chiarezza, motivo per cui questo disegno possa essere stato realizzato a partire da quello dell’Albertina Museum meglio strutturato. Possiamo dunque  affermare che da un punto di vista anatomico abbiamo un disegno plausibile anatomicamente, e i piccoli aggiustamenti espressivi puntano all’enfasi del dinamismo più che all’esattezza reale. Da un punto di vista stilistico l’elmo è chiaramente visibile sulla testa, con una cresta o cimiero, la decorazione è quella  usata da contesti artistici rinascimentali per evocare il mondo classico, piuttosto che autentici modelli storici.  L’indumento sulla zona pelvica è una sorta di “pteyges”, cioè un indumento fatto da strisce di cuoio e stoffa sovrapposte, tipiche delle armature romane, questo elemento è associabile fortemente alle raffigurazioni di guerrieri romani nelle arti figurative Rinascimentali. La posa è eroica, con un forte movimento rotatorio del busto e slancio del braccio, come se stesse per lanciare qualcosa o per difendersi, un gesto dunque molto comune nelle rappresentazioni dei combattenti antichi. Potremmo definire questo guerriero una rappresentazione di un guerriero romano ideale ispirato al mondo classico ma filtrato da un’estetica manierista. Il disegno è molto raffinato e presenta un’ottima padronanza del chiaroscuro pieno di energia. Il gesto artistico di questo disegno dimostra una conoscenza consapevole dell’anatomia, ma sceglie volontariamente di forzare alcune proporzioni per ottenere una maggiore tensione drammatica. L’uso della sanguigna, le curve morbide e le linee di contorno fluttuanti per i panneggi e a costruzione volumetrica, sono coerenti con gli studi michelangioleschi con l’ideale di una figura eroica romana. Nel disegno posto sotto studio la rappresentazione della muscolatura, in particolare delle gambe, mostra una notevole attenzione al volume e alla tensione muscolare, elementi caratteristici che possiamo ritrovare anche in alcune opere di Sebastiano del Piombo, come ad esempio nella Pietà di Viterbo(1512-1516), qui la figura del Cristo presenta, infatti, un campo modellato con cura, evidenziando la struttura muscolare e la tensione dei tendini, elementi che richiamano l’influenza di Michelangelo. Tuttavia, è importante ricordare che Sebastiano del Piombo, pur collaborando con Michelangelo, non raggiungerà la medesima precisione anatomica dei disegni. Sebbene Sebastiano non abbia lasciato opere con soggetti militari, la sua capacità di rappresentare figure eroiche e la sua attenzione ai dettagli dell’abbigliamento sono evidenti in opere come il Martirio di Santa’Agata del 1520, dove i carnefici indossano abiti dettagliati e realistici. L’uso della tecnica a sanguigna presente nel disegno in studio, presenta tratti morbidi e sfumature ottenute tramite variazioni di pressione, tecnica che Sebastiano del Piombo ha utilizzato intenzionalmente. Ad esempio, nella preparazione della Pietà di Ubeda, Sebastiano si avvale di disegni forniti da Michelangelo, che mostrano un uso raffinato del chiaroscuro e una modellazione accurata del corpo. Questo disegno basato su quello dell’Albertina Museum, potrebbe essere l’opera realizzata su spunto da Michelangelo, che pur non essendo mai direttamente coinvolto nella decorazione delle stanze vaticane, prestò a Sebastiano del Piombo disegni e appoggio nel tentativo di ostacolare l’egemonia raffaellesca, e per far si che la committenza venisse affidata a lui. Pensiamo dunque che, il soggetto sia stato ideato da Michelangelo(disegno Albertina) per Sebastiano del Piombo che a sua volta creò il suo(opera in studio). I pittori del tempo, infatti, dovevano convincere il committente con disegni preparatori, Sebastiano con questo disegno, e forte del suo rapporto con Michelangelo, avrebbe voluto proporre uno stile muscolare eroico perfettamente in linea con il soggetto della Battaglia di Ponte Milvio, evento simbolo della vittoria del Cristianesimo sul paganesimo. In conclusione, per questa nostra ipotesi attributiva, riassumiamo di seguito gli elementi di forte interesse. Per la tecnica l’uso della sanguigna con tratto energico e accenni di movimento spiraliforme, coerenti con gli studi influenzati da Michelangelo, compatibile con il Sebastiano del Piombo nella sua fase matura. La figura rappresentata un guerriero con elmo, muscolatura marcata e postura dinamica che sono elementi assolutamente coerenti con un soggetto per la Battaglia di Ponte Milvio. L’anatomia attenta, espressiva e plastica associata ad un potenziale stile di Sebastiano del Piombo compatibile con un lavoro preparato con l’aiuto di Michelangelo che gli forniva i modelli disegnati. Gli indumenti indossati dal guerriero, con il gonnellino piumato (pteryges), l’elmo con cimiero e la nudità parziale, tutti elementi di raffigurazioni di soldati romani idealizzati nel Rinascimento e tardo Rinascimento. Dunque è plausibile affermare che, questo disegno sia parte di un ciclo di studi eseguiti da Sebastiano del Piombo come proposta per la Sala di Costantino, un bozzetto dunque di presentazione destinato alla commissione vaticana di valutazione. Tale disegno fu realizzato con la consulenza anatomica di Michelangelo, e forse proprio con il suo diretto intervento in molti punti, e rappresenta un raro esempio di studio militare della produzione grafica di Sebastiano del Piombo eseguita partendo da un’opera di Michelangelo.

Conclusioni

Il presente studio ha condotto un’indagine multidisciplinare su “Studio di Guerriero”, combinando analisi tecniche del supporto cartaceo con un esame stilistico, iconografico e archivistico. Le indagini scientifiche hanno rivelato che il supporto è costituito da carta prodotta a partire da stracci di canapa, lino e cotone, con uno spessore omogeneo di 70 µm e l’impiego di additivi quali calcio e talco. La presenza di vergatura regolare (2 mm tra le vergelle, 28 mm tra i filoni) e una traccia di filigrana, seppur non pienamente leggibile, contribuiscono alla datazione e all’identificazione delle origini del supporto.

Le osservazioni relative alla tecnica esecutiva confermano l’uso della sanguigna, talvolta diluita, e un processo di rifilatura differenziato, con tagli precisi sui margini superiore e destro e strappi o interventi meno regolari sui margini sinistro e inferiore. Queste evidenze tecniche, unitamente all’indicazione di un pregresso intervento di restauro, forniscono un quadro dettagliato della materialità e della storia conservativa dell’opera.

Dal punto di vista attributivo, l’analisi iconografica e stilistica suggerisce una complessa relazione con il contesto artistico romano del XVI secolo, con richiami significativi alle opere di Sebastiano del Piombo e al dibattito attributivo che include figure come Michelangelo. L’assenza di dati archivistici diretti impone un approccio cautelativo all’attribuzione definitiva.

In sintesi, lo studio ha fornito dati materiali e osservazioni stilistiche fondamentali per una più approfondita comprensione dello “Studio di Guerriero”. Sebbene la questione attributiva richieda ulteriori indagini comparative e magari l’impiego di tecniche non invasive avanzate per l’analisi dei pigmenti, i dati raccolti rappresentano un contributo significativo alla conoscenza dell’opera e del contesto in cui è stata prodotta

Bibliografia

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 6. P. Joannides, Michelangelo and his Influence, 1996

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RAFFAELLO: INTERPRETE DEL CONNUBIO TRA IL BELLO DI NATURA E IL BELLO ARTISTICO

di Loredana Fabbri

 “Il pittore ha l’obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare”

                                                                                                                              (Raffaello Sanzio)

 

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                                                                                                       “Raffaello è sempre riuscito a fare quello

                                                                                                              che gli altri vagheggiavano di fare”

                                                                                                                                 (W. Goethe)

Cosimo de’ Medici governa Firenze per trent’anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1464. La forma di governo è la repubblica ed egli non assume titoli particolari, ostenta una vita da privato cittadino, ma si comporta chiaramente da “signore”, amministrando il potere coadiuvato da uomini a lui fedeli, trattando da pari a pari con principi italiani e stranieri, facendosi protettore delle lettere e delle arti e nel 1439 il suo prestigio è accresciuto da un eclatante successo diplomatico: lo spostamento da Ferrara a Firenze del Concilio che doveva sancire la riunificazione delle Chiese d’Occidente e d’Oriente. Cosimo è molto abile, sa agire con razionalità, saggezza e moderazione, ma il suo modo di vivere non è più quello di un mercante: riceve ed è ricevuto da principi e imperatori, organizza giochi e tornei in cui la nuova aristocrazia si mette in mostra, anche gli eventi familiari diventano occasione per fare sfoggio di grandi sfarzi.

Già nella prima metà del XV secolo, Firenze è una città ricca e politicamente potente ed è in questo clima che la cultura assume un importante ruolo politico e ideologico: Coluccio Salutati e Leonardo Bruni ricoprono per decenni la carica di cancellieri del Comune di Firenze e a loro è affidata la divulgazione del prestigio di questa città ad un pubblico colto, ma l’arte, come forma di comunicazione sociale, aveva la possibilità di raggiungere un pubblico più vasto, motivando la ripresa di investimenti pubblici nell’ambito artistico, che nella città medicea risultano moltiplicati già alla fine del Trecento, fornendo, in molti casi, l’opportunità per il manifestarsi di quella grande rivoluzione artistica che fu il Rinascimento.

Nei trattati sulla pittura, l’architettura e la scultura, Leon Battista Alberti sostiene che l’artista medievale era responsabile solo dell’esecuzione dell’opera, poiché i contenuti gli erano imposti; ora, invece, deve trovarli e definirli, in quanto è proprio l’artista che determina autonomamente l’orientamento ideologico e culturale del proprio lavoro: l’arte non è più un’attività manuale (mechanica), ma intellettuale (liberalis); la forma non è più semplicemente un’esposizione o trasposizione in figura, ma possiede un suo intrinseco contenuto e questo contenuto che si manifesta e si realizza nella forma che cosa è se non la realtà? L’arte, quindi, diventa un processo di conoscenza finalizzato non tanto alla conoscenza della cosa quanto alla conoscenza dell’intelletto umano, alla facoltà di conoscere.[1]

Complessivamente il Quattrocento è, per l’Italia, un periodo di pace: non si verificano invadenze straniere, ingerenze politiche di potenze europee, ma alla fine di questo secolo, nel 1494, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, il re di Francia Carlo VIII scende in Italia con il suo esercito per conquistare il Regno di Napoli. Piero de’ Medici, figlio e successore di Lorenzo, si sottomette al re francese e gli cede Pisa, ma la reazione popolare determina la fine del regime mediceo: Piero viene cacciato da Firenze, dove si instaura un nuovo governo, rappresentativo di tutti i ceti sociali, di cui il massimo organo legislativo è il Gran Consiglio, che si riunisce in una sala del Palazzo della Signoria e comprende tremila membri, ossia un quinto della popolazione maschile adulta della città. A dominare i primi anni della nuova Repubblica fiorentina è un frate, priore del convento di San Marco: Girolamo Savonarola, il quale sa suscitare grandi entusiasmi, ma anche incertezze e crisi nelle folle. Il suo progetto è quello di fare di Firenze la nuova Gerusalemme, in contrapposizione alla ricca e corrotta Roma dei papi, egli condanna il lusso, il decadimento dei costumi, la corruzione nella cultura e nell’arte, che hanno traviato gli uomini dall’autentico Cristianesimo. Savonarola finisce sul rogo nel 1498 e con lui si chiude la stagione culturale ed artistica dell’Umanesimo, spalancando la porta alla nuova cultura del tormentato Rinascimento cinquecentesco.

I primi decenni del Cinquecento vedono un’Italia che è ancora uno dei paesi più fiorenti e ricchi d’Europa, con città e corti che sono centri di cultura, dove la vita artistica e il sapere sono all’avanguardia, ma l’effettiva debolezza politica e militare degli stati regionali la rendono facile ed ambita preda delle nuove potenze nazionali e di quella imperiale, la penisola resterà sostanzialmente esclusa dalle grandi novità del secolo: la Riforma protestante, l’espansione dei commerci atlantici, le conquiste extracontinentali, tutto ciò determinerà una marginalità sia rispetto ai centri politici decisionali sia ai mutamenti sociali e culturali europei.

Il Cinquecento è un secolo drammatico e pieno di contrasti, in cui si assiste alla mutazione dei valori religiosi, politici, filosofici, scientifici e artistici, dai quali scaturiranno le idee su cui si fonderà la struttura culturale dell’Europa moderna. L’arte non è più osservazione e riproduzione dell’ordine del creato, ma ansiosa ricerca della propria natura, della ragion d’essere e dei propri fini: non ha più senso rappresentare nell’arte la forma dell’universo se questa è sconosciuta ed oggetto d’indagine, come non ha senso contemplare l’armonia del creato se Dio non si trova là, ma nell’interiorità dell’anima che combatte per la propria salvezza.[2]

Nell’arte, durante il XVI secolo, assistiamo da un lato all’esaltazione della grandezza e della dignità umana, ma in senso aristocratico, dall’altro al superamento delle rigide regole dell’arte quattrocentesca, attraverso nuovi ideali di nobiltà e di grazia, dando vita all’ultima fase di un percorso di ripensamento iniziato nel secolo precedente, consistente nel superamento della prospettiva prettamente geometrico-matematica, nella conquista di esatte conoscenze anatomiche, in una resa più naturalistica ed espressiva delle figure e in un rapporto più intimo e profondo con la cultura classica: l’Umanesimo comprende, dunque, il Rinascimento. Durante il Cinquecento non viene recuperata la mentalità greca, ma viene riscoperta, dando una rinnovata energia alla speculazione umana, iniziata grazie anche allo sviluppo dei mercati, all’invenzione della stampa, che agevola gli studi: l’uomo vuole conoscere sempre di più. Rinascimento, dunque, non è la rinascita contro l’inciviltà, non è la cultura contro le barbarie, il sapere contro l’ignoranza, ma nascita di un’altra civiltà, di un’altra cultura, di un altro sapere. [3]

Anche in campo artistico il legame con l’antichità fu basilare: attraverso il linguaggio dell’arte antica, gli artisti prendevano polemicamente le distanze dal mondo medievale e riproponevano la dignità dell’uomo e la sua centralità nel creato e nella storia, coniugando, come sosteneva Machiavelli, “una continua lezione delle cose antique” con “una lunga esperienza delle moderne”. Si cominciava, comunque, ad avere un nuovo rapporto con la natura, un modo nuovo di guardare, rappresentare e interpretare la realtà: gli artisti del Rinascimento furono grandi cultori dell’antichità, ma furono anche acuti indagatori della natura, scienziati, matematici e tecnici. Questo rinnovamento esistenziale viene individuato nel “ritorno al principio”, concetto prettamente religioso: il principio è Dio e il ritorno a Dio è il compimento del destino umano, che consiste nel ripercorrere inversamente il processo emanativo, per il quale gli uomini si sono allontanati da Dio e nel ritornare a Lui, ma nel Rinascimento il ritorno al principio assume un significato storico e umano, secondo il quale il principio cui si deve ritornare consiste in una specifica situazione del passato della civiltà e la grandiosa arte di questo periodo, ha come emblema questo ritorno alla natura, che intende rappresentare ed esprimere nella sua forma più autentica, al di là delle immagini astratte e convenzionali dell’arte medievale, quindi il riconoscimento di Dio non esclude tuttavia lo spirito prevalentemente antropocentrico, che si differenzia da quello sostanzialmente teocentrico del Medioevo.[4]

In campo artistico il Rinascimento è legato soprattutto alle maestose figure di Bramante, Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

Donato Bramante fu più fedele all’esperienza reale della visione e meno persuaso della necessità di un modo matematico di concepire la prospettiva. Leonardo, allievo del Verrocchio, sviluppò un concetto dell’arte come forma di conoscenza fondata su basi scientifiche, sostituendo l’idea filosofica che l’artista dovesse imitare la natura con quella dell’indagine scientifica delle leggi di natura, indispensabili per comprenderla e ricrearla nell’opera d’arte; entrambi dettero vita ad un’arte di impronta classica che influenzò a fondo il contesto artistico lombardo, ancora molto legato alla tradizione gotica. Michelangelo Buonarroti ebbe il merito di superare l’orientamento tradizionale nei confronti dell’arte antica, cercando di riflettere consapevolmente sui modelli classici deducendo dal loro studio la premessa necessaria a quella rinascita degli ideali del mondo antico che l’Umanesimo si proponeva. Il quarto grande protagonista del Rinascimento fu Raffaello Sanzio, il quale, molto giovane, si trasferì a Firenze per studiare l’arte toscana, prima di andare a Roma; fu molto influenzato da Leonardo e da Michelangelo, specialmente nella composizione piramidale dei dipinti leonardeschi e nell’arte del ritratto, in cui Raffaello primeggiò, avvolgendo il soggetto nel paesaggio circostante.

La vita dell’Urbinate è molto conosciuta, ma alcuni fatti, anche se noti, vale la pena ricordali: come morì Raffaello? Cosa sappiamo di vero sulla sua sepoltura nel Pantheon?

Secondo le innumerevoli biografie egli si era ammalato circa quindici giorni prima della morte, con febbri molto alte, quindi gli vennero praticati dei salassi, come era usanza dei tempi per ogni tipo di patologia, queste febbri, secondo alcuni, erano causate da esagerati sforzi amorosi, forse un modo di dire diplomatico per menzionare una malattia venerea, vista la sua nomea di libertino; altri invece sostenevano che fosse affetto dalla malaria, o da un colpo di freddo, o ancora dal troppo lavoro, fu ipotizzato anche l’avvelenamento, la peste  e l’utilizzo di pigmenti tossici. Fu anche detto che il medico di Leone X andò dal malato solo in punto di morte, cosa poco probabile vista l’amicizia, almeno apparente, che c’era tra l’artista e il Papa, il quale sembra che sia stato a trovarlo circa sei volte durante i quindici giorni di malattia. Ma la vera causa della morte di Raffaello rimane sconosciuta e sembra incredibile che un uomo così amato e stimato da tutti non sia stato sottoposto ad accurate visite mediche e siano stati sottovalutati i sintomi che manifestava, anche se non è conosciuto il suo stato di salute prima della morte.

Una cosa molto strana, per il suo tempo, fu che non gli venne fatta nessuna maschera funeraria e ancora più strano il fatto che non esista nessun oggetto personale, nemmeno la sua corrispondenza, ad eccezione di qualche dubbia lettera, come vedremo più avanti. Sembra che un certo notaio Apocelli, forse Johannes Jacobus Apocellus, operante a Roma dal 1518, abbia raccolto le sue volontà, che videro quasi unico erede Giulio Romano, suo migliore allievo, ad eccezione di alcuni lasciti ad altre persone e, del suo patrimonio, ammontante a sedicimila ducati, destinò mille scudi per la manutenzione del Pantheon, dove desiderava essere sepolto, così sostiene il Vasari, ma di questo testamento non si conserva traccia.[5]

Raffaello muore a Roma il Venerdì Santo 6 aprile 1520, a soli trentasette anni, era nato ad Urbino il 6 aprile del 1483, giorno del Venerdì Santo, alle tre di notte iniziava la sua breve vicenda terrena, così intensa e eccezionale da essere considerata leggenda, coincidenze che troviamo negli scritti del Vasari, il quale farà coincidere perfino l’ora dei due avvenimenti, le tre di notte; da queste date discordano la maggior parte degli studiosi. Il Sanzio  viene sepolto nel Pantheon, dove troviamo l’epitaffio scritto da Pietro Bembo: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori” (Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’esser vinta, ora che egli è morto, teme di morire), secondo alcuni studiosi, in quel periodo il Bembo non si trovava a Roma, quindi è poco probabile che lo abbia composto questo scrittore. L’epitaffio originale fu tolto nel 1820 e distrutto due anni dopo per ordine del Papa: Perché? Anche su questa iscrizione spira aria di mistero?

Nel 1833, il Professor Giuseppe Del Chiappa[6] scrive una lunga lettera a Defendente Sacchi[7]  “Sullo scoprimento delle ceneri di Raffaello Sanzio”, il quale si trovava a Roma proprio in quei giorni, infatti egli racconta che dopo poco il suo arrivo nella Città eterna, si sparse la voce che fossero stati ritrovati i resti del grande artista e lui poté assistere a questo avvenimento e descriverlo nei suoi particolari.

I motivi che indussero a cercare le spoglie di Raffaello furono sostanzialmente di natura economica: sia da parte del Vaticano sia da parte dei collezionisti che volevano potenziare il valore e commercializzare le opere dell’artista.

Il 9 settembre la Congregazione <<detta de’ virtuosi del Panteon sotto l’invocazione di San Giuseppe di Terra santa, la quale è composta di soli artisti, inviata dal suo degno reggente il cav. Fabris in cospirazione del capitolo de’ canonici dello stesso, cioè di S. M. della Rotonda, e coll’assenzo del Governo>>[8] iniziava le indagini per il ritrovamento dei resti di Raffaello per collocarli in luogo degno dell’artista. Dai documenti, continua la relazione, era noto che il corpo era stato tumulato sotto l’altare della Madonna del Sasso nel Panteon (chiesa di Santa Maria della Rotonda), per suo volere come da testamento. Appena iniziati gli scavi furono trovate delle ossa non appartenenti a Raffaello, ma a vari santi e martiri, quindi lo scavo continuò <<…e dentro un arco chiuso a sassi legati a cala, e posto in fondo all’altare istesso e immediatamente sotto il ceppo della statua della Madonna, ne si parve finalmente il deposito dell’Urbinate. E questo memorabile scoprimento avvenne il dì 14 del corrente al mezzodì in punto, e due ore dipoi ne apparve lo scheletro col suo teschio…>>. Smentendo in tal modo la credenza, durata moltissimi anni, che il teschio conservato all’Accademia di San Luca fosse quello di Raffaello. Del Chiappa continua dicendo che tale equivoco nacque perché il noto pittore Carlo Maratta, 153 anni dopo la morte dell’urbinate, gli eresse un busto e, cominciò a circolare la voce che egli avesse anche dissotterrata la testa, che fu tenuta come una preziosa reliquia, <<Né importa che io qui ti discorra del lucro che se ne ritrasse, mentre tutti volevano di quel teschio un gesso, e ne andarono infiniti per l’Europa […] E i giovani artisti ponevano le matite e i pennellini su quel teschio ond’ispirarsi, e levarsi al bello ideale, al bello pittorico raffaellesco>>.[9] In realtà la testa apparteneva, come sostiene Del Chiappa, a un uomo degnissimo, ma era ben altro che il grande artista. I resti di Raffaello, ridotti a mero scheletro, erano chiusi in un una cassa di abete, che sia per l’umidità sia per 313 anni che si trovava in quel luogo, era quasi del tutto distrutta. Lo scheletro giaceva con le mani giunte ed incrociate sul petto, la testa era un poco rialzata, le mascelle avevano ancora con tutti i denti. I resti vennero puliti dalla patina che li ricopriva e dall’argilla depositata dalle inondazioni del Tevere, penetrate dentro alla tomba. <<Né qui mi piace di lamentare e quasi riprendere la trascuranza o poca sollecitudine o provvidenza di quei che ne tumularono le ossa, vale a dire del non aver collocato il suo corpo in un’urna marmorea onde fosse al coperto dalle ingiurie del luogo e degli anni>>,[10] il narratore esprime con queste ed altre parole lo sdegno per una sepoltura non degna del personaggio: dentro la cassa non fu messo nessun indizio (pergamena, medaglia etc.) che indicasse l’identità del defunto, la quale, dopo accurati esami, non fu messa in dubbio: <<Egli è di certezza morale che sia desso, perocché tutte cospirano le circostanze del luogo e della figura dello scheletro e dell’età di esso, e le iscrizioni che sono fuori, e quella di Maria Bibbiena già stata sposa a Raffaello; colla quale però egli non giacque pur mai mentre visse, e che essa pur volle essere posta appresso lui morta, dappoiché non le fu dato di starvi viva…>>.[11] Maria Antonietta Bibbiena, nipote del Cardinale di Bibbiena, Camerlengo di Leone X dei Medici, promessa sposa di Raffaello, non fu mai sua sposa e il suo desiderio di essere sepolta accanto a lui appare piuttosto strano, perché la donna morì vari anni prima dell’urbinate

Intorno allo scheletro furono trovati dei tubetti di ottone cilindrici, che furono individuati come rinforzi per stringhe che servivano per allacciare gli abiti, sotto ai resti fu trovata una “stelletta” d’acciaio, che, da alcuni, fu creduta un oggetto facente parte del distintivo dei cubiculari, camerieri segreti del Papa e Raffaello fu cubiculare di Leone X; altri invece lo definirono un pezzo del fermaglio con cui il pittore teneva la tunica che indossava.[12] Tutto questo avvenne con la massima cautela: tutte le porte chiuse ad eccezione di quella laterale e segreta del tempio, vigilata giorno e notte dalle guardie svizzere, i rogiti fatti da pubblico notaio, le varie tappe del ritrovamento immortalate dai disegni di Vincenzo  Camuccini.[13]

Del Chiappa continua dicendo che il luogo verrà inizialmente protetto con una sbarra per tenere a distanza la folla che vorrà visitare e rendere omaggio a una simile personalità, in seguito, le ossa verranno poste in un’urna di marmo e lasciate nello stesso luogo, che era quello desiderato dallo stesso Raffaello.

Questa non fu l’unica relazione, ma molte altre cronache attestarono l’esumazione del 1833, ognuna con particolari discordanti dalle altre, che dettero e danno tutt’oggi adito a molti misteri sia sulla morte sia sui resti di Raffaello.

Molto interessante per conoscere alcuni aspetti della già celeberrima vita dell’Urbinate sono le famose sette lettere e i sei sonetti che restano degli scritti attribuiti a Raffaello, anche se alcuni di questi testi sono considerati estranei alla sua produzione letteraria, mentre altri contengono solamente i concetti, in quanto la forma è stata attribuita a scrittori come il Castiglione o il Bembo, suoi amici nel periodo che l’artista visse a Roma, il paragone con quelle scritte dal Sanzio non lascia dubbi, anche se si può notare un continuo miglioramento culturale rispetto ai suoi primo scritti. Nonostante privi d’interesse letterario, questi scritti hanno un notevole valore documentario, specialmente la lettera a Leone X, nella quale troviamo << talune idee che dovettero esser correnti in un periodo densissimo di fatti capitali per l’arte>>, gli altri riportano notizie sulle opere compiute o in programma dello stesso Raffaello, su avvenimenti o persone, che li rendono interessanti e preziose non solo per le notizie, ma soprattutto per la personalità dell’autore.[14]

Le composizioni poetiche non meritano certamente gli elogi della sua arte pittorica, ma valgono la pena di essere maggiormente conosciute.

Nella prima lettera, un promemoria per “Meneco”, ossia Domenico Alfani, pittore e amico di Raffaello, si può notare, nonostante le varie correzioni, specialmente le erronee unioni di più parole, la modesta preparazione letteraria del giovane artista.[15]

Importante per le notizie circa la vita e l’attività dell’artista è la prima lettera allo zio “Simone de Batista di Ciarla da Urbino, “Carissimo quanto patre”, fratello di Magia, madre dell’artista, scritta da Firenze il 21 aprile 1508, anche questa lettera dimostra la mediocre preparazione letteraria del Sanzio, ma è importante per le varie notizie intorno alla vita e all’attività dell’artista: <<Averia caro se fosse possibile d’avere una letera di recomandazione al gonfalonero di Fiorenza dal signor prefetto […] me faria grande utilo per l’interesse de una certa stanza da lavorare, la quale toca a Sua Signoria de alocare…>>.[16] Si tratta del Confaloniere Pier Soderini, al quale Raffaello era già stato raccomandato nel 1504 al suo arrivo a Firenze, il lavoro da assegnare era forse la Sala del Consiglio in Palazzo Vecchio, di cui una parte doveva essere affrescata da Leonardo, che però vi aveva rinunciato e lasciato la città; la data della lettera dimostra che il 21 aprile 1508 Raffaello si trovava ancora a Firenze. Mentre nella lettera successiva, indirizzata al “Francia”, Francesco Raibolini, pittore bolognese e datata 5 settembre dello stesso anno, l’artista si trovava a Roma. L’autenticità della missiva è sempre stata messa in dubbio: sembra poco probabile che a distanza di poco più di quattro mesi, che la separano dalla precedente, l’artista fosse sovraccarico di lavori in Roma da dover ricorrere ai collaboratori per eseguire il ritratto commissionato dal destinatario, il quale aveva mandato a Raffaello un suo autoritratto come modello, di cui si parla nella lettera: << …pregovi a compatirmi, e perdonarmi la dilazione e longhezza del mio che, per le gravi e incessanti occupazioni, non ho potuto sin ora fare di mia mano, ché ve l’avrei mandato fatto da qualche mio giovine, e da me ritocco, che non si conviene…>>.[17]

La lettera a Baldassarre Castiglione, senza firma e senza data, è probabilmente una copia, l’originale andò perduto, riferibile al 1514 circa, lo stile, molto più elevato delle altre, ha fatto supporre agli studiosi che Raffaello l’abbia dettata a Pietro Aretino, che però è incerta la sua presenza in quel periodo a Roma, o a Pietro Bembo, molto amico dell’artista. Nella lettera troviamo una possibile allusione alla Stanza Vaticana dell’”Incendio del Borgo”, affrescata dal 1514 al 1517 e alla nomina di Architetto di San Pietro del 1° aprile 1514: <<Nostro Signore con l’onorarmi m’ha messo un gran peso sopra le spalle. Questo è la cura della fabrica di San Pietro. Spero bene di non cadervici sotto…>>.[18]

Molte le notizie che possiamo trovare nella seconda lettera allo zio, “carissimo in locho de patre”, scritta il 1° di luglio 1514, in cui lo informa sui nuovi e redditizi incarichi affidatigli da Leone X: <<…ché fin in questo dì mi trovo avere roba in Roma per tre mila ducati d’oro, e d’entrata cinquanta scudi d’oro, perché la Santità di nostro signore mi ha dato perché io attenda alla fabbrica di San Petro trecento scudi d’oro di provisione, li quali non mi sono mai per mancare sinché vivo, e son certo averne degl’altri, e poi sono pagato di quello [che] io lavoro quanto mi pare a me, e ho un’altra stanza per Sua Santità a dipingere, che montarà mille duecento ducati d’oro…>>.[19] La Stanza che il Papa gli ha dato l’incarico di affrescare è sicuramente identificabile con quella dell’”Incendio del Borgo”, perché la precedente, quella di Eliodoro era già ultimata, anche se da poco tempo e il 1° agosto 1514 l’artista riceveva il saldo dei pagamenti. Raffaello comunica allo zio, tra le altre cose, che Bernardo Dovizi Bibbiena, Cardinale di Santa Maria in Portico gli aveva offerto in sposa la propria nipote Maria Bibbiena, la quale sarebbe morta prima dell’Urbinate: <<Sono uscito da proposito della moglie; ma, per ritornare, vi rispondo che voi sapete che Santa Maria in Portico me vòl dare una sua parente, e con licenza del zio prete e vostra li promesi di fare quanto Sua reverendissima Signoria voleva; non posso mancar di fede: simo più che mai alle strette, e presto vi avviserò del tutto; abiate pazienza che questa cosa si risolva così bona, e poi farò – non si facendo questa – quello [che]voi vorite; e sapia che se Francesco Buffa ha delli partiti, che ancor io ne ho, ch’io trovo una mamola bella, secondo [che] ho inteso, di bonissima fama lei e li loro, che mi vòl dare tre mila scudi d’oro in docta, e sono in casa in Roma, che vale più cento ducati qui, che duecento là: siatene certo>>.[20] E’ da notare lo spirito pratico di Raffaello, completamente privo di ogni forma di romanticismo sia per quanto riguarda il matrimonio con Maria Bibbiena sia per quello proposto dallo zio, ed è probabilmente questo senso pratico che gli permette di gestire proficuamente le sue botteghe e un gran numero di allievi, di cui parleremo più avanti.[21] Secondo Vasari l’artista avrebbe indugiato ad accettare un matrimonio così prestigioso perché Leone X gli avrebbe prospettato la possibilità di una nomina cardinalizia.[22] La lettera continua dicendo che egli deve stare a Roma per attendere alla Fabbrica di San Pietro <<…ché sono in loco di Bramante, ma qual loco è più degno al mondo di Roma? Qual impresa è più degna di San Petro, ch’è il primo tempio del mondo? E che questa è la più gran fabrica che si sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro; e sappiate che ‘l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabrica, e non pensa mai altro>>.[23] Giulio II affianca Raffaello, per questo lavoro, ad un personaggio notissimo, ma molto anziano: Giovanni Giocondo da Verona, il quale possedeva una cultura enciclopedica: latinista, grecista, botanico, architetto, epigrafista,  il 1° novembre 1513 fu nominato architetto di San Pietro e nel giugno dell’anno successivo, quando arrivò a Roma, Leone X gli assegnò la posizione principale nella Fabbrica di San Pietro, come successore del defunto Bramante, probabilmente per la sua notorietà come grande ingegnere, infatti ogni giorno il Papa si riuniva con entrambi gli artisti per discutere sulla nuova costruzione e sempre prevalsero le scelte di fra Giocondo. Durante l’anno passato insieme, Raffaello cercò di apprendere i segreti dell’architettura dell’anziano frate e di fare tesoro delle sue esperienze; fra Giocondo morì il 1° luglio 1515.[24] Questa lettera testimonia, oltre a notizie importanti anche alcuni progressi nella scrittura compiuti dall’artista durante il suo soggiorno a Roma, nonostante il persistere di forme dialettali, errori grammaticali e di sintassi.

La sesta lettera è indirizzata a Fabio Calvo,[25] umanista e amico di Raffaello, in cui l’artista lo ringrazia per avergli inviato la traduzione in italiano del “De Architectura” di Vitruvio e promette di preparare le illustrazioni, ciò significa che da agosto 1514 egli è interessato al trattato di Vitruvio e non conoscendo il latino si avvale di questa versione. Migliorata la grammatica e la sintassi, ma non da tutti gli studiosi questa lettera fu ritenuta autentica.

Il 1° agosto 1514 venne ufficializzata la nomina fatta da Leone X a Raffaello come architetto della Fabbrica di S. Pietro, carica già ottenuta “de facto” a partire dal 1° aprile a seguito della presentazione di un proprio modello per la nuova basilica. Pochi giorni dopo, il 27 agosto, il Pontefice nominò Raffaello, tramite un breve redatto da Pietro Bembo, “Praefectus marmorum et lapidum omnium”, non solo di tutti i marmi e le lapidi scavati a Roma, ma anche entro un raggio di dodici miglia dalla città, per rifornire di materiali la Fabbrica di S. Pietro, richiedendo che ogni antica iscrizione venisse sottoposta all’Urbinate prima dell’eventuale riutilizzo, con lo scopo di rivalutarne l’importanza per lo studio della letteratura e della lingua latina.

Nell’autunno del 1519, l’Urbinate inviò la famosissima lettera a Leone X, aiutato nella stesura da Baldassarre Castiglione: incaricato dal destinatario di studiare il territorio di Roma in relazione alle sue rovine per eseguire la pianta dell’antica Roma imperiale, la missiva è un allegato alla raccolta di disegni, in cui l’artista, anche se nella retorica intonazione del dettato, deplora le preoccupanti condizioni delle strutture esposte a secoli di incuria e alla razzia dei materiali, di cui si era fatto riuso durante il Medioevo. Raffaello espone, non senza sfoggio di erudizione,[26]il metodo adottato per distinguere le strutture del periodo imperiale da quelle posteriori e i principi e le idee che hanno portato a tale opera; descrive poi le modalità tecniche usate in questo importante lavoro di ricognizione.

Dal punto di vista del contenuto si possono distinguere tre parti: la prima, introduttiva, è inerente alle “reliquie” di Roma e all’opportunità di salvaguardarle, quindi viene enunciato lo scopo culturale del lavoro; la seconda parte costituisce un’ecfrasi storico-architettonica, dall’epoca romana ai tempi in cui vive l’artista: molto importante è il passo dove viene spiegata la scomparsa dell’arte classica, non solo causata dai fatti storici, come le invasioni barbariche, ma soprattutto dall’incuria e dall’ottusità degli uomini ed anche dai precedenti pontefici, che hanno utilizzato i monumenti antichi come giacimenti di materiale e le statue di marmo come calcina.[27]

Quando nel 1515 Raffaello viene nominato Prefetto alle antichità di Roma, da papa Leone X, non esisteva il concetto di conservazione e tutela dei monumenti antichi, ma con il suddetto incarico, l’Urbinate si trova nella necessità di codificare un enorme patrimonio disperso per vari motivi, come possiamo capire da quello che scrive, e non certamente classificato, quindi egli gode anche fama di grande studioso di architettura e di conservatore dei beni architettonici del suo tempo.

Tra la perfezione dell’epoca classica e quella dei “barbari”, l’età moderna, legata allo studio e all’imitazione di quel mondo perduto, si poteva considerare in una posizione intermedia, mostrando come Raffaello aveva chiaro il concetto di “Rinascita”, basata sull’assimilazione dell’arte antica come archetipo prezioso.

La terza parte della lettera si riferisce ai lavori pratici di rilievo grafico-strutturale degli edifici antichi, quindi ha un tenore prevalentemente tecnico. Il disegno di tutti gli edifici, diviso in tre parti: la pianta, l’esterno, l’interno con le loro decorazioni, deve seguire regole ben precise, fino a parlare di teoria di architettura generale.

L’importanza della lettera è sottolineata anche da Baldassarre Castiglione nell’epigramma composto in occasione della morte del Divino pittore: <<Mentre tu con mirabile ingegno ricomponevi Roma tutta dilaniata e restituivi a vita e all’antico decoro il cadavere dell’Urbe lacero per ferro, per fuoco e per il tempo, destasti l’invidia degli Dei; e la morte si sdegnò che tu sapessi rendere l’anima agli estinti, e che tu rinnovassi, spezzando le leggi del destino, quando era stato a poco a poco distrutto>>. Essa è importante anche perché rappresenta una delle ultime testimonianze dell’artista, che, purtroppo, morì dopo pochi mesi, anche se la possibilità che Raffaello fosse l’ispiratore di questa lettera fu messa molte volte in dubbio dagli studiosi, comunque sia, riflette la mentalità della società romana al tempo di Leone X e vi si può cogliere sia l’accenno a quella che sarà poi la politica della tutela e l’affermazione che l’arte antica deve essere uno stimolo per i moderni per “uguagliarla et superarla”.

Raffaello, come già detto, si dilettò anche nella poesia, se pure le composizioni poetiche non occuparono certamente un posto centrale nella sua carriera artistica, ma ci mostrano come lo zoppicante illetterato del 1508, a distanza di poco tempo, abbia fatto dei passi da gigante anche nella fluttuante lingua rinascimentale ed esprimono la mentalità eclettica dell’artista.

Dei sei sonetti conosciuti (il sesto è notoriamente apocrifo), i primi cinque sono annotazioni a margine dei disegni preparatori della “Disputa del Sacramento”, affresco eseguito nel 1509 e quindi ritenuti autentici.

Il loro tema è l’amore, la passione che arde e tormenta: nel primo Raffaello si rivolge ad Amore, che lo ha “invischiato” attraverso gli occhi, il volto e la bella voce di una donna; afferma di ardere d’amore al punto che <<…né mar né fiumi spegnar potrian quel foco…>>,[28] ma ciò non gli spiace, perché ardendo si consumerà e non si sentirà più avvampare dalle fiamme; rivolgendosi poi alla donna, le ricorda quanto sia doloroso staccarsi dalle braccia candide allacciate al suo collo, quindi non aggiunge altro temendo che sul suo amore cali la morte. Nel secondo, dopo aver appurato l’incapacità di esprimere i propri sentimenti, paragonandosi a San Paolo, il quale dopo essere sceso dal cielo ed avere avuto esperienza dei misteri divini, non disse a nessuno ciò che aveva visto, si rivolge alla donna di cui è innamorato invocando il suo aiuto: << Ma pensa ch’el mio spirto a poco a poco/ el corpo lasarà, se tua mercede / socorso non li dia a tempo e loco>>.[29] Nel terzo sonetto l’artista si lamenta del distacco nell’”ora sesta”, ossia all’alba, dalla sua amata, ricordando dolcemente l’ “asalto” amoroso avvenuto tra i due amanti poco prima e il pensiero di lasciare la sua donna lo fa sentire come coloro che hanno perso la propria stella nel mare. Nel quarto l’Urbinate dichiara la sua intenzione di tenere segreto il suo amore e di non far trapelare con nessuno il suo sentimento e nel quinto, probabilmente la passione amorosa si era affievolita, perché dichiara di volersi dedicare completamente alla sua arte. Ma se leggiamo i sonetti nella seguente sequenza, possiamo seguire la nascita e la fine di un grande amore, un amore non solo “cortese”, ma anche molto carnale: il sonetto “un pensier dolce”(sonetto III) fu forse scritto dopo il primo convegno; Raffaello rievoca l’”asalto”e la separazione, il “patir”. Dice di essere stato sciocco e: <<mai mi ero ingannato a tal punto; eppure, le son grato d’avermi resistito. Era notte: tutto potevo osare, ma ansia e trepidazione mi tolsero ogni ardire>>. Il monologo prosegue in “S’a te servir”(sonetto IV): <<Se ti è parso, o dio dell’Amore, che io sdegnassi di servirti, per il modo da me tenuto in quell’occasione, tu ben ne conosci la causa pur senza che la scriva. Ero sopraffatto da te, e contro di te non esiste valido riparo>>.

La situazione appare cambiata in “Amor, tu m’envesscasti” (sonetto I). L’innamorato è ora sicuro di sé e disposto conoscere tutti i pregi della propria donna: gli occhi luminosi, il roseo volto, il “bel parlar” e il tratto delicatamente femminile. A poco a poco s’infiamma, arde, è felice, vorrebbe avvampare di nuovo: troppo soffrì a sciogliersi dalle braccia di lei e altro che tace.

Pare che la dama tema per il proprio buon nome esaudendo troppo di frequente alle richieste dell’amante e questi in “Como non podde”(sonetto II), le giura silenzio sul loro segreto. Non riferirà ciò che vide né ciò che fece, mai verrà meno al dovere della riservatezza. Certamente ella si denigra amandolo; ma egli morirà se non riceve aiuto da lei, sia pure con prudenza.

La relazione amorosa sembra non avere avuto vita lunga, un altro amore legava l’artista: quello dell’arte, alla quale egli si propone, nel V sonetto, di dedicarsi completamente, sciogliendosi dal legame che gli carpisce gli anni migliori.

Raffaello elogia l’esempio dei grandi che si affaticano a raggiungere la gloria e supplica da esso lo stimolo per risvegliare il proprio pensiero ozioso (che viene meno ai propri doveri, mancando a impegni presi) e conquistare una fama maggiore.[30]

Ma chi fu l’ispiratrice dei sonetti, ammesso che ne esistesse una? Da quasi tutti gli studiosi fu proposta la Fornarina, dopo infinite divergenze sull’identità di questa donna, la cui immagine compare nella celeberrima opera della Galleria Borghese e nella “Velata” della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, oltre che in alcune composizioni sacre. Sembra però strano che la senese Margherita di Francesco Luti, fornaio nella contrada romana di Santa Dorotea, alias Fornarina, che nel 1517 acconsentì a posare seminuda nel ritratto e che veniva richiesta come modella anche da altri pittori, verso il 1509 pretendesse tanta riservatezza; inoltre è poco verosimile che una medesima donna mantenesse impegnato a lungo Raffaello, dal Vasari e dai contemporanei  presentato come protagonista di molteplici imprese amorose, che davano luogo a numerosi pettegolezzi, si può ipotizzare che la donna dei sonetti sia stata qualche dama appartenente ad una famiglia importante, della quale si ignora il nome; la stessa, forse, alla quale si riferisce il Vasari, ricordando come, nei primi tempi del soggiorno romano, il pittore <<…in luogo importante andava di nascosto ai suoi amori>>;[31] certamente si può escludere che la donna misteriosa sia stata Maria Bibbiena, sua promessa sposa, verso la quale l’artista forse non ebbe, come abbiamo potuto anche evincere dalla seconda lettera allo zio, pensieri così ardenti e appassionati.

Nessuno ha la certezza che Raffaello si sia rivolto ad una donna o i sonetti non siano altro che un esercizio per misurarsi con la letteratura e stare con la “moda” del tempo di scrivere componimenti di imitazione petrarchesca e infarciti con le teorie neoplatoniche di Marsilio Ficino, il quale, oltre ad avere frequenti contatti con la corte di Urbino, era il fulcro della corte Medicea. Attraverso i sonetti, l’Urbinate racconta una storia d’amore, che raggiunge il grado superiore dell’estasi passando anche dall’esperienza carnale, egli aspirava al terzo stadio dell’amore platonico, dove avviene la fusione degli spiriti, i quali hanno l’opportunità di innalzarsi fino al mondo delle idee, in tal modo la ricerca dell’amore tendeva a uno stato di grazia, in grado di trasportare l’anima ad una spiritualità più alta, consentendo il passaggio ad un mondo superiore (come a Dante e a Petrarca), da cui si poteva osservare la realtà nei suoi tratti essenziali e nei suoi valori fondamentali. In Raffaello questo rapimento amoroso è il punto di partenza per raggiungere la fusione dello spirito, non escludendo l’implicazione sensuale e carnale, seguendo un culto neoplatonico che troviamo nella filosofia di Marsilio Ficino, di cui l’artista conosceva certamente il pensiero. Ficino aveva distinto quattro stadi, in cui l’anima percorreva una discesa, allontanandosi dalla verità di Dio, con la conseguente perdita di una visione illuminata e illuminante della realtà (prigionia dell’anima). La salvezza avviene attraverso il “furore divino”, ossia il percorso inverso al primo, dove il primo gradino è formato dal furore poetico, sotto l’egida delle Muse, che risveglia l’anima e ne elimina i disturbi; il secondo è quello misterico, salvaguardato da Bacco e reso sostanziale dall’orfismo, dove avvengono sacrifici e purificazioni, atti ad eliminare il caos che ha disorientato l’uomo dall’ascesi spirituale e dalla conseguente conoscenza; il terzo è il furore della divinazione privilegiato da Apollo, esso consente all’anima di accedere sopra della sfera della razionalità, arrivando a possibilità di divinazione e chiaroveggenza; il quarto è l’affetto d’amore, ossia il più nobile e potente, di cui tutti gli altri gradi hanno necessariamente bisogno. Raffaello cerca di percorrere la risalita attraverso il rapimento amoroso, non separato dall’amore carnale, per arrivare alla verità rivelata.[32]Così scriveva l’artista: <<La Bellezza è la linfa che ha reso viva la mia arte, ma si è rivelata anche la mia unica e grande debolezza. La natura mi ha voluto sensibile alle virtù femminili, non ho saputo resistere ai diletti carnali, mi sono fatto incantare da molte donne; non di meno, conosco l’Amore vero…>>.

<<Nacque adunque Raffaello in Urbino, città notissima in Italia, l’anno MCCCCLXXXIII, in Venerdì Santo, a ore tre di notte, da un tale Giovanni de’ Santi, pittore non meno eccellente, ma sì ben uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostra nella sua bellissima gioventù>>.[33] Con queste parole Giorgio Vasari ci annuncia la nascita di Raffaello: nell’anno 1483 la Pasqua cadeva il giorno 30 marzo, ma se veramente era nato il Venerdì Santo doveva essere il 26 o il 28 secondo che il computo venga fatto basandosi sulle tavole astronomiche dell’anno 1483 o su quelle del Calendario Giuliano. Lo scrittore fece anche coincidere l’ora della morte con quella della nascita: le tre di notte del 6 aprile 1520. Raffaello lavorava alla “Trasfigurazione” quando si ammalò, e la tavola incompiuta fu posta a capo del letto funebre, <<la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore>>.[34] Ma quanto è attendibile la biografia del Vasari? Al tempo non si usava annotare la data e l’ora della nascita, mentre la data della morte era, nella maggior parte dei casi, registrata.

La biografia dell’Urbinate è descritta da molti studiosi del passato e moderni, ma quella del Vasari è la più famosa, non sempre aderente alla realtà, per creare un’immagine mitica di Raffaello, ma è un valido documento per mostrare la fama dell’artista nel suo tempo.

Giovanni de Santo, il padre, pittore in rapporto con la corte dei Montefeltro, dovette offrire al figlio un determinante stimolo culturale, nonostante la prematura morte nel 1494, la madre era morta nel 1491. In un documento del 10 dicembre 1500, Raffaello, non ancora diciottenne, viene già definito “magister” e anche se la sua formazione nella bottega del Perugino non risulta documentata, egli fu certamente in rapporto con Bernardino Pinturicchio, con il quale collaborò alla progettazione degli affreschi per la Libreria Piccolomini nel Duomo di Siena nel 1502, l’anno successivo fu a Perugia: è di questo periodo il tempio dello “Sposalizio della Vergine”, che colloca l’artista al vertice della ricerca pittorica a proposito della pianta centrale, tema analizzato da artisti come il Perugino e Luca Signorelli. Nell’opera di Raffaello si nota non solo il distacco dal maestro, ma soprattutto il superamento dello stesso: nell’Urbinate il tempio è il cardine di tutta la composizione, che infonde armonia e mette in evidenza i personaggi, anche grazie all’ampliarsi, come un ventaglio, della pavimentazione lastricata della piazza; la collocazione raffaellesca è invertita: a sinistra del sacerdote la Vergine con le sue compagne, a destra San Giuseppe con i corteggiatori amareggiati. Raffaello muove i personaggi e le cose, rendendo il tutto sublime senza pesantezze, l’opera è un insieme di simboli in perfetta armonia tra loro. Nel dipinto del Perugino il tempio appare sullo sfondo e le figure in primo piano, “tagliando”in due parti l’opera, che non riesce a comunicare il clima di pace, la rappresentazione di un luogo paradisiaco. Quest’opera segna il momento in cui Raffaello si distacca da ogni soggezione ai modi del Perugino, collegandosi alle più avanzate ricerche architettoniche condotte da Bramante e Leonardo, segnando la fine della fase giovanile e l’inizio del periodo artisticamente maturo.[35]

Nel 1504, in autunno, Raffaello si trasferisce a Firenze con la famosa lettera di presentazione scritta dalla duchessa Giovanna Feltria Della Rovere al Gonfaloniere Pier Soderini, ritenuta, da alcuni studiosi un falso settecentesco. Il Soderini non poté dare al giovane pittore nessuna commissione, perché aveva di recente acquistato il “David” di Michelangelo e stava progettando le grandiose opere della Sala del Gran Consiglio, quindi si trovava in ristrettezze economiche. Ma dopo poco tempo l’artista ebbe commissioni da facoltosi cittadini per i quali dipinse opere famose come la “Madonna del Cardellino”, strinse amicizia con molti artisti e intellettuali del tempo, protagonisti del pensiero neoplatonico e il soggiorno fiorentino fu fondamentale nella sua formazione, che gli permise di approfondire lo studio dei modelli quattrocenteschi e soprattutto le innovazioni di Leonardo e Michelangelo: <<Studiò Rafaello in Fiorenzale cose vecchie di Masaccio, e vide ne i lavori di Lionardo e di Michele Agnolo cose tali, che gli furono cagione di augumentare lo studio in maniera per la veduta di tali opere, che gran miglioramento e grazia accrebbe in tale arte>>.[36] In poco tempo divenne il più stimato ritrattista del periodo: i due ritratti di “Agnolo Doni” e “Maddalena Strozzi” sono un esempio di come i due grandi del Rinascimento abbiano indotto Raffaello a seguire le nuove espressioni che rivolgono attenzione particolare ai sentimenti umani, al paesaggio e al dinamismo. Nel secondo ritratto la donna assume una posizione che rimanda inevitabilmente a quella della “Gioconda”, ma a differenza di Monna Lisa, nel ritratto raffaelliano è evidente la ricerca dell’armonia nel viso e nel paesaggio e i dettagli accurati degli abiti e dei gioielli mostrano quella matrice fiamminga che troveremo sempre nello stile di Raffaello, anche nel primo ritratto possiamo notare la morbidezza degli abiti dell’uomo in contrapposizione della durezza del suo sguardo, mostrando ancora una volta il suo studio sulla resa materica dei tessuti, che nonostante l’espressività dei volti li rendono molto distanti dalla penetrazione psicologica di Leonardo. L’influenza di Michelangelo appare evidente nell’opera “Il trasporto di Cristo al Sepolcro”, realizzata per una famiglia di Perugia, in cui la figura di Cristo ricorda nella posizione del corpo e nel braccio abbandonato la “Pietà”, anche la figura dell’ancella accovacciata a destra è un richiamo michelangiolesco. Nel cosiddetto periodo fiorentino (1504-1508 circa) la cultura del giovane Urbinate, a contatto con la tradizione toscana del Quattrocento (Masaccio, Donatello, Luca della Robbia) e con le grandi novità della “maniera moderna” di Fra Bartolomeo, Leonardo da Vinci e Michelangelo, subisce un’importante crescita.[37]

Come nel 1504 l’artista si era trasferito a Firenze per il bisogno di un nuovo e più idoneo campo dove esprimersi, circa quattro anni dopo, probabilmente sentendo di avere messo a frutto ciò che poteva offrirgli l’ambiente fiorentino, abbandonando improvvisamente vari e importanti lavori, come la tavola commissionata dalla famiglia Dèi, per la loro cappella in Santo Spirito, si trasferì a Roma: il Vasari fa risalire la causa di questo spostamento a papa Giulio II, desideroso di servirsi di Raffaello in Vaticano, dietro suggerimento di Bramante, che sarebbe stato unito al giovane concittadino  da “un poco di parentela”, tuttavia non documentata.[38]

Giulio II, grandissimo mecenate e desideroso di lasciare una traccia indelebile nella storia, il quale ha convocato una serie di artisti per far decorare i suoi appartamenti: si tratta di quattro stanze che dovranno servire a scopo di rappresentanza e propaganda e devono affermare il potere del Papato e il prestigio personale di Giulio II. Raffaello viene messo alla prova con una parete su cui dovrà esprimere il concetto di teologia e la struttura gerarchica della Chiesa, l’artista dipinge “La disputa del Sacramento” che soddisfa talmente tanto il Pontefice che gli affida l’intera decorazione delle stanze, allontanando tutti gli altri artisti che erano già all’opera.

Ogni stanza ha un tema portante ed ogni parete rappresenta un aspetto specifico di quel tema: la prima è la “Stanza della Segnatura” (1508-1511), così detta per avere ospitato, dal 1541, il Tribunale ecclesiastico della “Signatura gratiae”. Nel 1507 papa Giulio II lasciò l’appartamento abitato dal suo predecessore Alessandro VI Borgia, affrescato dal Pinturicchio con temi mitologici, ermetici e astrologici, e si trasferì al piano superiore dei Palazzi Apostolici, questa Stanza fu voluta nella sua forma artistica dal Papa stesso perché doveva essere la sede del suo studio e della sua biblioteca personale, la cui tematica generale è il Sapere.[39] La Stanza, parte integrante del nuovo appartamento voluto dal Papa, fa parte delle quattro affrescate da Raffaello: quella di Eliodoro, 1511-1514), con la tematica dell’affermazione del Potere spirituale e temporale del Papa;[40] dell’Incendio del Borgo e di Costantino.

La seconda stanza è quella di Eliodoro (1511-1514), con la tematica dell’affermazione del Potere spirituale e temporale del Papa.[41]

La terza stanza è chiamata la “Stanza dell’incendio del Borgo” (1514-1517) e la tematica è la celebrazione del papa Leone X mediante episodi miracolosi, riguardanti altri papi di nome Leone[42]

La quarta stanza è la cosiddetta la “Stanza di Costantino” (1517-1524), ha come tematica “Il Trionfo del Cristianesimo sul Paganesimo”,[43] questa stanza fu eseguita interamente dagli allievi di Raffaello su cartoni del Maestro. La decorazione delle Stanze è, insieme alle Logge Vaticane, la più grande impresa pittorica di Raffaello, che lo impegna fino al 1520, anno della sua morte: l’ultima Stanza verrà completata dal suo collaboratore più talentuoso: Giulio Romano.

Nelle Stanze Vaticane troviamo l’unione di due menti somme: Giulio II e Raffaello, il primo ha lasciato molti dubbi dal punto di vista religioso, ma è stato il più grande mecenate tra tutti i pontefici, è il papa della nuova Basilica di San Pietro di Bramante, della Cappella Sistina e di Michelangelo, delle indulgenze che portarono, in seguito, alla scissione tra Cattolici e Protestanti. Uomo molto ambizioso che si serviva della cultura anche per la sua imperitura memoria, grande umanista che riuscì a fare di Roma il centro supremo del Rinascimento. Il secondo, un genio che ha saputo rappresentare con la sua arte l’equilibrio tra il Vero e il mondo della realtà. Gli affreschi realizzati dall’Urbinate nella Stanza della Segnatura esprimono l’apice del primo classicismo cinquecentesco e, per secoli, sono stati un modello di euritmica unione tra la lingua figurativa moderna e quella ammirevole degli antichi, nonché armoniosa coesione tra le varie maniere italiane.

Raffaello fu anche un grande imprenditore, specialmente negli ultimi anni della sua carriera, il ricorso a un vasto numero di collaboratori nacque soprattutto dai numerosissimi impegni affidatigli da Leone X e dalle committenze private: l’artista non aveva il tempo materiale per fronteggiare personalmente tali incombenze, quindi la necessità di affidarsi alla bottega e ai suoi assistenti si fece sempre più impellente.[44]

Sia le Botteghe più importanti, come quelle del Verrocchio e del Ghirlandaio, sia gli artisti più famosi si avvalevano ripetutamente dei loro modelli tramandati da cartoni e disegni, che erano tenuti gelosamente conservati. Con Raffaello abbiamo un cambiamento: il disegno non era più ritenuto un semplice mezzo di lavoro ereditato, ma rappresentava il momento in cui l’artista concepisce la creazione artistica originale, in tal modo l’opera d’arte è, per l’Urbinate, un’intuizione che si attua nel disegno, che diventa, in tal modo, <<la diretta trasposizione visibile del pensiero dell’autore. La realizzazione viene dopo, e può essere demandata ad altri, poiché l’essenza vera dell’arte sta nell’ideazione e non più nell’esecuzione >>.[45] Anche Leonardo e Michelangelo consideravano <<l’atto creativo come unica base dell’attività dell’artista, Raffaello ne dette una lettura tutta personale, attuata in un inedito modello di lavoro collettivo>>,[46] progettando e portando a compimento interi cantieri concepiti come opere d’arte, dove erano impiegati una pluralità di diverse competenze e dove egli stesso non aveva un ruolo personale.

Arrivato a Roma, l’artista cominciò ad avvalersi della collaborazione di famosi artisti nelle diverse attività: orafi, incisori, ebanisti, carpentieri, i quali contribuirono a diffondere la sua fama in tutta l’Europa e ad assicurargli ingenti guadagni. <<E sempre tenne infiniti in opera, aiutandoli et insegnandoli con quello amore che non ad artifici, ma a figliuoli proprii si conveniva. Per la qual cagione si vedeva che non andava mai a corte che partendo di casa non avesse seco cinquanta pittori tutti valenti e buoni che gli facevano compagnia per onorarlo. Egli insomma non visse da pittore, ma da principe>>.[47] La possibilità di dirigere interi cantieri l’ebbe nel 1512, quando iniziò la costruzione (ex novo) della cappella sepolcrale in Santa Maria del Popolo, commissionatagli da Agostino Chigi, di cui Raffaello si occupò del progetto architettonico e di ogni aspetto delle decorazioni, ispirandosi all’antichità classica, ma anche al periodo paleocristiano: la cupola, il tamburo e i pennacchi dovevano essere ricoperti con l’antichissima tecnica del mosaico, ma sia per il tamburo sia per i pennacchi il lavoro non fu completato e, in seguito, dopo la morte dell’artista, vennero affrescati. Agostino Chigi, illustre banchiere senese e grande amico di Raffaello, era già riuscito a distogliere l’artista dai suoi impegni in Vaticano, affidandogli le decorazioni della Villa Farnesina, il cui progetto era stato affidato a Baldassarre Peruzzi, concittadino del Chigi. [48] L’amicizia che legava Raffaello ad Agostino Chigi fu, a dir poco, singolare: quando la focosa passione per la Fornarina distrasse l’Urbinate dal suo lavoro commissionato da Leone X, questi si rivolse al Chigi perché lo incentivasse (motivasse) a terminare le Logge superiori in Vaticano, sapendo che il banchiere aveva un certo carisma sull’artista. Agostino accettò di fare da intermediario, ma pensò soprattutto ai lavori che l’amico doveva finire per la sua villa, fece rapire la ragazza e disse al pittore che lo avrebbe aiutato a ritrovarla se egli avesse lavorato con più alacrità, ma Raffaello, vedendo che la sua amata non tornava, cadde di nuovo in uno stato di apatia, che gli impediva di lavorare, così il Chigi mise fine a questo finto rapimento e ospitò i due amanti nella sua villa.[49]

Nello stesso tempo in cui Raffaello stava affrescando la terza Stanza (Incendio del Borgo), il Papa lo incaricò di approntare i cartoni per gli arazzi destinati alla Cappella Sistina, per fare fronte a tutti questi impegni fu necessario affidare la realizzazione completa dei lavori a tutti i suoi allievi, non sempre con ottimi risultati, tanto che nell’enorme cantiere delle Logge Vaticane, sempre su commissione di Leone X, il suo coordinamento fu più meticoloso.[50]  Questo, purtroppo, fu l’ultimo grande cantiere dell’artista, poiché dell’ambiziosa opera del Pontefice, di costruire una superba villa suburbana, in un terreno sulle pendici di Monte Mario, per riecheggiare il fasto delle ville dell’antica Roma, Raffaello riuscì a vedere solo l’inizio.[51]

Con la morte di Raffaello ebbe fine tale modello di lavoro, che solo il Maestro, con il suo carattere disponibile e il suo carisma, era riuscito a tenere insieme senza conflitti e gelosie: <<lavorando ne l’opere in compagnia di Raffaello stavano uniti e di concordia tale che tutti i mali umori nel veder lui si amorzavano, et ogni vile e basso pensiero cadeva loro di mente: la quale unione mai non fu più in altro tempo che nel suo>>, queste parole del Vasari concludono la biografia sull’artista.[52]

Quando Raffaello si ammalò stava lavorando alla tavola della “Trasfigurazione”, che rimase incompiuta e <<Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ogni uno che quivi guardava>>, così scrive il Vasari. Il quadro era stato commissionato all’artista nel 1517 da Giulio de’ Medici (futuro papa con il nome di Clemente VII), e destinato alla cattedrale di Narbona, ma per la stessa cattedrale, il Cardinale aveva incaricato anche Sebastiano del Piombo, che faceva parte del gruppo di Michelangelo, di realizzare un quadro sulla Resurrezione di Lazzaro, quindi per l’Urbinate significava affrontare un confronto con il Maestro fiorentino e dimostrare che non era inferiore. Raffaello, per dare maggiore ricchezza alla sua opera, aggiunse all’episodio della Resurrezione quello della guarigione dell’indemoniato, ma i due episodi restano visibilmente separati, quasi fossero due dipinti posti uno su l’altro.

Raffaello è consapevole della sua eccezionale bravura e la usa come mezzo di razionalizzazione dello spirito, concepito dal neoplatonismo: a differenza di Leonardo, il quale colloca la scena nell’ambito di una logica di cui vuole dominare il sistema, Raffaello la pone in uno scenario idealistico tenuto insieme dalla forma, che si prende carico di un compito esplicativo ed espressivo di una teoria che la destrezza tecnica riesce a motivare. Egli è stato l’interprete di una bellezza classica, canonica, tale che nelle sue opere non si distingue più tra il bello di natura e quello artistico, perché egli è riuscito ad eliminarne la barriera: egli è andato oltre al concetto dell’arte come imitazione della natura, la sua non è stata solo capacità di imitare l’apparenza delle cose, ma di comprendere anche l’equilibrio, l’armonia, la grandiosità calma e serena. Ma cos’è la bellezza?

Anton Raphael Mangs (1728-1779),[53]pittore, storico e critico d’arte, artista considerato come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo e grande ammiratore di Raffaello, nel suo trattato “Gedanken über die Schönheit und über den Geschmack in der Malerei”, pubblicato a Zurigo nel 1762 (Edito anche in Italia nel 1780 con il titolo “Opere di Antonio Raffaello Mengs primo pittore della Maestà di Carlo III”), teorizza l’imitazione dei grandi maestri come unico strumento in grado di pervenire alla bellezza ideale, quella che non esiste in natura, ma che è il frutto di una scelta di ciò che in natura è eccellente, sostiene il concetto del bello ideale che perfeziona la natura trascendendola, collocando gli ideali della cultura neoclassica in tre punti basilari: la superiorità dell’antico e la sua imitazione non servile; la scelta e il concetto della bellezza ideale; la supremazia dell’intellettualismo del disegno contro il sensualismo del colorito, (ossia il disegno greco, le espressioni di Raffaello, i chiaroscuro del Correggio e il colore di Tiziano). Mengs sostiene che la perfezione appartiene solo a Dio, non all’uomo, il quale è capace di comprendere solamente ciò che cade sotto i sensi, quindi il Signore gli ha voluto improntare un’idea visibile della perfezione, questa è ciò che si chiama “bellezza” e si trova in tutte le cose create, ogni volta l’idea che abbiamo di una cosa e il nostro senso intellettuale non possono andare, nell’immaginazione, oltre ciò che vediamo nella materia creata. <<Platone chiama i movimenti che la bellezza produce nell’anima, una ricordanza della suprema perfezione; e crede esser questo il motivo della sua forza incantatrice>>,[54]ossia l’anima è commossa dalla bellezza perché è dall’anima stessa che deriva trasportata da un’effimera beatitudine, <<che ella spera ed aspetta presso Iddio per tutta l’eternità, ma che si perde subito in tutte le materie>>. La bellezza è, quindi, in tutte le cose, perché la natura non fece niente che fosse inutile, la bellezza rapisce ed incanta, trasporta i sensi dell’uomo fuori dall’umano, attrae tutti, perché è la luce di tutte le materie e la similitudine della divinità stessa. <<L’arte della pittura vien detta una imitazione della natura: laonde sembra che nella perfezione debba ella esserle inferiore; ma ciò non sussiste se condizionatamente. Vi son delle cose della natura, che l’arte non può affatto imitare, ed ove questa comparisce assai fiacca, e debole in confronto di quella, come, per esempio, nella luce e nell’oscurità. Al contrario ha l’arte una cosa molto importante, in cui supera di gran lunga la natura, e questa è la bellezza. La natura nelle sue produzioni è soggetta ad una quantità di accidenti: l’arte però opera liberamente, poiché si serve di materie del tutto flessibili, e che niente resistono. L’arte pittorica può scegliere da tutto lo spettacolo della natura il più bello, raccogliendo e mettendo insieme le materie di diversi luoghi, e la bellezza di più persone: all’incontro la natura è costretta a prendere, verbigrazia, per l’uomo la materia soltanto alla madre, ed a contentarsi di tutti gli accidenti; onde è facile che gli uomini dipinti possono essere più belli di quello che sieno i veri>>.[55] L’arte può superare la natura e “l’avveduto” pittore può scegliere le cose più belle che vi sono <<e produrre con questo artifizio la più grande espressione e dolcezza>>.[56] Mengs sostiene che Raffaello è: << il primo tra’ Pittori più grandi, non per essere egli stato più ricco degli altri in possedere maggior quantità di parti perfette della sua Professione, ma per averne posseduta la qualità più importante; poiché componendosi la Pittura di Disegno, di Chiaroscuro, di Colorito, d’Imitazione, di Composizione, e d’Ideale, è certo che Raffaello possedé il Disegno, e la Composizione in alto grado, e l’ideale sufficientemente; mentre Correggio si rese eccellente soltanto nel Chiaroscuro; e Tiziano riuscì egregio solo nel Colorito, e nella Imitazione della Natura. Onde Raffaello si può dire il più stimabile, perché possedé le parti più necessarie, e più nobili dell’Arte: Correggio le più amene, e più incantatrici: Tiziano si contentò della pura necessità, che è la semplice imitazione della Natura>>.[57]

Più avanti, nel suo trattato, Mengs parla molto del grande Urbinate: <<Egli non usò l’ideale nella Pittura più oltre del naturale; ma n’ebbe molto nell’esecuzione de’ caratteri, che voleva rappresentare. Non si oppose a ciò la Bellezza, con cui fece le teste delle Madonne, perché questo proviene dalla bellezza dell’Espressione. Raffaello faceva visibili la modestia, la nobiltà, la pudicizia, e l’amore verso il suo divin Figliuolo; e perciò c’incanta. Ma chi ha la finezza di gusto converrà meco, che se la figlia di Niobe fosse in un’espressione consimile, supererebbe di molto le Vergini di Raffaello, e sembrerebbe, che questi avesse dipinta una Regina con tutta la grazia, e nobiltà; e l’Artista antico una Divinità, e la Madre degli Dei>>. Raffaello, continua Mengs, modificò e migliorò la Natura per quello che riguarda l’Espressione, ma per ciò che concerne la Bellezza la lasciò come l’aveva trovata: di solito egli dava alle figure che dipingeva un’aria molto gradevole, ma erano sempre persone umane, infatti il suo Cristo, paragonato a Giove o ad Apollo, non è che un uomo e i suoi Padri Eterni in Natura si possono trovare anche più belli, ma affinché queste figure sembrassero divine, egli avrebbe dovuto dare loro un’aria più maestosa e nascosto quelle parti che rivelano la mortalità, come la pelle rugosa, gli sguardi torbidi, indizi che mostrano la debolezza della Natura ed è veramente inopportuno rappresentare il Creatore sottoposto alle miserie umane.[58] <<Giacchè è prevalso l’uso di rappresentarlo sotto la figura d’un attempato, convien farlo in modo, che comparisca venerabile d’età, ma senza le sue imperfezioni, e che ci riempia l’immaginazione della grande idea, che dobbiamo avere dell’Onnipotente; ma per fare ciò non è necessario attenersi tanto alla verità, come ha fatto Raffaello, che lo ha effigiato con le miserie della vecchiaja>>.[59] I Greci, prosegue Mengs, che furono mirabili nella parte dell’Ideale, non rappresentarono le figure degli Dei mostrando le vene, i tendini, ossia non mettendo in evidenza quei tratti come negli umani. Gli “Antichi” furono superiori a Raffaello anche nell’Armonia: <<Egli conobbe come dovea far la fronte, per esempio, serena, o torbida, pensierosa, o allegra, ec., ma non avvertì qual naso, e quali guance andassero bene a quella fronte. Quando gli Antichi facevano una fronte piana, e serena, facevano anche il naso quadrato, e le guance della stessa forma, e carattere. Finalmente il particolare degli Antichi è, che per una parte del viso si può conoscere il carattere di tutto il restante. Raffaello non ha questo vantaggio, potendosi togliere il naso d’uno de’ suoi visi, e sostituirvene un altro senza far dissonanza. Le sue Vergini hanno tutte una fronte serena, credendo così di manifestare la nobiltà, e il pudore: lo stesso è nelle teste delle figlie di Niobe. Raffaello faceva questo per motivo d’Espressione, e non di Bellezza; perché se avesse conosciuto il bello ideale avrebbe unito a quella fronte un naso di contorno moderato, e non così caricato come l’ha fatto. Faceva rotondette le guance delle predette immagini, per dare alle sue Vergini l’aria di gioventù; ma ciò non concorda con la verità, perché una persona, che abbia le guance carnose, ha sempre la fronte divisa in varie parti pel volume de’ muscoli. L’Antico non è così: tutte le parti si concordano con loro. Le bocche delle Vergini di Raffaello hanno tutte un piccolo movimento di riso, per denotare l’amore, e l’innocenza della gioventù; ma questo non si accorda con la vera bellezza. Lo stesso potrebbesi dire dell’Espressione di modestia, che metteva negli occhi. Da ciò io inferisco, che Raffaello non era ideale nella Bellezza, ma solamente nell’esecuzione dell’Espressione. Chi è poco soddisfatto delle mie ragioni mi dica, perché Raffaello non fece Angeli sì belli, come dovevano essere? Poiché figure puramente ideali ha campo l’immaginazione del Pittore di spaziarsi nella Bellezza quanto vuole. Mi dica ancora, perché non dipinse Venere, e le Grazie nel gusto degli Antichi, o in un altro, che almeno gli si avvicinasse? Quando egli non avea alcuna Espressione forte da dipingere era un puro imitatore della Natura, né sapeva, che cosa fosse Bellezza ideale. Quindi io per poter conchiudere, che Raffaello aveva gusto squisito, e poco ideale nel disegno; nel Colorito meno; e nel Chiaroscuro niente. Che nel generale della Composizione avea molto ideale, e nell’Espressione anche molto, e molta Bellezza. Da ciò si deduce quanto egli debba essere lodato nella Composizione, nell’Espressione, e nella simmetria de’ corpi di certi generi di figure; e si deduce altresì, che il suo gusto del Disegno era eccellente; e che egli ha aperto il cammino de’ belli panneggiamenti, benché pochissimo variati>>.[60]Mengs sostiene la teoria del bello ideale, cioè di una bellezza formata dalla scelta opportuna di varie parti perfette, dando a Raffaello il primato per il disegno e l’espressione, al Correggio per la grazia e il chiaroscuro, a Tiziano per il colore.

Durante la sua breve vita, Raffaello ebbe tutto quello che un artista può desiderare, non fece parte certamente di quegli artisti il cui riconoscimento avvenne molto tempo dopo la scomparsa, come, ad esempio, Caravaggio. Gentile e disponibile con tutti, quasi presago di un destino che presto avrebbe visto la sua dipartita, lavorò sempre alacremente e non perse l’occasione di trasmettere le sue conoscenze ai suoi collaboratori: <<Dicesi che ogni pittore che l’avesse conosciuto, se lo avessi richiesto di qualche disegno che gli bisognasse, egli lasciava l’opera sua per sovvenirle>>.[61]

Come si può vedere sia nelle madonne del periodo fiorentino, sia nelle opere di quello romano, il sentimento della natura è, in Raffaello, una costante molto importante della sua pittura.

Raffaello pone al centro delle sue opere l’ideale di bellezza, di equilibrio compositivo e di perfezione formale, la sua arte segna il trionfo dell’armonia tra l’uomo, la natura e la storia, in sintonia con la mentalità raffinata, aristocratica e colta del suo tempo, che fanno di lui il pittore più completo ed amato del Rinascimento. Seppe fondere la più alta tradizione quattrocentesca con gli apporti più innovativi del Cinquecento in una visione completa, personale e unitaria, con una grande padronanza dei mezzi espressivi e un “linguaggio” chiaro e preciso, che resero il suo stile inconfondibile.

 

NOTE

[1] Cfr. G. C. Argan, Storia dell’Arte italiana, Milano 1981, pp. 75-76.

2 Cfr. L. Fabbri, L’Universo in una stanza: Manfredo Settala e l’Ambrosiana, in “https://itesoriallafinedellarcobaleno.com/2018/04/17/luniverso-in-una-stanza-manfredo-settala-e-lambrosiana/

3Il preconcetto dell’età romantica di una frattura tra Medioevo e Rinascimento è stato avversato dal tedesco Konrad Burdach, che ha mostrato come il Rinascimento abbia avuto le sue radici nell’idea di rinascita politica e religiosa dello Stato romano, l “humanitas” del Quattrocento si concretizzò dunque in questa prospettiva di riconciliazione tra fede e spirito nazionale, concetto avvalorato anche dallo studioso italiano Eugenio Garin.

4Il ritorno alla natura assume un significato centrale anche nei filosofi naturalisti del XVI secolo (Telesio, Bruno, Campanella). Cfr. N. Abbagnano-G. Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Torino 1986, vol. II, pp. 15 e segg.

5Cfr. M. E. Graziani, Il mistero della tomba di Raffaello e altre storie. http//:la-morte-di-raffaello-da-urbino.blogspot.com/2016/

6Giuseppe Antonio Del Chiappa visse tra 1781 e il 1866, fu docente di Clinica Medica e Terapia Speciale per chirurghi dal 1819 al 1854, quasi inesistenti le notizie sulla sua vita, numerosissimi e reperibili i suoi scritti. Una lapide, in calcare nero di Saltrio, voluta dal figlio Ludovico, un anno dopo la morte del padre (1867) si trova presso l’Università degli Studi di Pavia, la cui scritta non aggiunge niente a quanto sopra.  http://pellegrinidelsapere.unipv.eu/scheda-nomi.php?ID=61

7Defendente Sacchi nacque a Casa Matta di Siziano nel 1796, fu giornalista, filosofo e scrittore, si occupò di storia, letteratura, storia e critica dell’arte, romanzi e novelle, oltre agli innumerevoli articoli nelle più importanti riviste culturali dell’epoca, fu direttore del “Cosmorama Pittorico”, rivista illustrata fondata a Milano, di cui Carlo Cattaneo fu assiduo collaboratore. Fu corrispondente di Fauriel e di Melchiorre Gioia. Per la sua attività editoriale ebbe numerosi riconoscimentie venne ammesso come socio nella “Reale Accademia delle Scienze di Torino”; nel 1840 creò una Civica Scuola di Pittura a Pavia, lo stesso anno morì a Milano e la sua prematura scomparsa fu attribuita ad un fisico debole, malato e provato da dolori, i suoi beni furono impiegati per l’apertura della suddetta Scuola. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/defendente-sacchi_%28Dizionario-Biografico%29/. Per la biografia di questo personaggio si veda anche: Autobiografia di Defendente Sacchi (prefazione e commento di Maria Fanny Sacchi), Pavia 1899.

8D. Sacchi, Le Belle Arti a Milano nell’anno 1833. Relazione di Defendente Sacchi, Si aggiunge una lettera sullo scoprimento delle ceneri di Raffaello Sanzio scritta da Roma il 17 settembre 1833 dal Prof. Giuseppe Del Chiappa, Milano 1833, pp. 37-43.

9Ibid., p. 39.

10Ibid., p. 40.

11Ibid., pp. 40-41. Maria Antonietta Bibbiena, nipote di Bernardo Dovizi da Bibbiena, nominato cardinale da Leone X per ricompensarlo del sostegno che il Bibbiena aveva dato durante il conclave del 1513. Il Cardinale la promise in sposa a Raffaello, ma il pittore non si unì mai in matrimonio con Maria, la quale morì diversi anni prima dell’artista, quindi pare poco probabile che i resti siano proprio quelli della nipote del Cardinale. Cfr. M. E. Graziani, Il mistero della tomba di Raffaello…, cit.

12“La stelletta o sperone non aveva nulla a fare con l’abbigliamento dei cubiculari, né poteva essere una fibbia per fermare la tunica, che non era certo un indumento usato all’epoca. Tuttalpiù poteva essere il simbolo dell’Ordine dello Sperone di origine Templare i cui appartenenti venivano sepolti con i loro speroni. Anche i puntalini della veste non figuravano né nell’abbigliamento dei cubiculari, né potevano appartenere ai borzacchini, perché è impensabile che Raffaello fosse stato sepolto con degli stivali ma senza alcun abito, i cui resti si sarebbero dovuti in parte reperire. E’ più probabile che tali oggetti fossero stati messi li di proposito assieme alle spoglie”. M. E. Graziani, Il mistero della tomba di Raffaello…, cit.

13Vincenzo Camuccini nacque a Roma nel 1771 da modesta famiglia, rimase orfano molto giovane e fu indirizzato alla pittura dal fratello maggiore Pietro, che lo aiutò anche economicamente. Fu uno dei più importanti pittori del Neoclassicismo italiano e il suo stile si accostava molto a quello di Raffaello. Frequentò gli ambienti ospedalieri di Roma per i suoi studi sui cadaveri con lo scopo di capire il funzionamento dell’anatomia umana. Durante il corso degli anni la sua fama crebbe molto, tanto che Pio VII lo nominò Direttore generale della Fabbrica di San Pietro ed ebbe l’incarico di Sovrintendente ai Musei Vaticani, incarico che in passato era stato di Michelangelo, Bernini etc. Sempre nella Città Eterna aprì un importante laboratorio frequentato da molti artisti italiani e stranieri. Fu anche restauratore: numerosi gli interventi di restauri nelle chiese romane da lui compiuti; nel 1806 fu eletto Principe dell’accademia di San Luca, quattro anni dopo gli successe Antonio Canova, Camuccini ricoprì di nuovo la carica nel 1826. Morì a Roma nel 1844. Cfr. E. Gombrich, Dizionario della pittura e dei pittori, Einaudi Editore, 1997.

14“Le sette missive e i sei sonetti qui riuniti sono ciò che rimane dell’opera letteraria di Raffaello. Sebbene il Vasari alluda, peraltro assai confusamente, a ulteriori prose del Sanzio, è da credere che la sua attività in tal senso si estendesse non molto oltre i saggi superstiti. Per di più taluni dei testi pubblicati son da ritenersi estranei all’urbinate, mentre altri conservano di lui soltanto il concetto, essendone la forma riferibile a scrittori ben più versati. Baldassar Castiglione fu sicuramente uno di coloro che prestarono la propria penna al pittore; cui pertanto, sarebbe vano attribuire la sonora rotondità di stile e la vivezza delle immagini improntanti la lettera a Leone X; così come al Bembo o a qualcun altro dei numerosi umanisti che in Roma si legarono a Raffaello, va attribuita l’abile, “cortigiana” scorrevolezza dell’epistola al Castiglione medesimo. Il paragone con le lettere vergate dal Sanzio non lascia adito a dubbi, quantunque l’artista palesi un continuo accrescimento culturale rispetto alla forma tanto stentata dei suoi scritti più antichi. Nondimeno l’importanza di queste poche pagine ben meritava la presente raccolta. Il carattere stesso dei testi riuniti, così autonomi l’uno rispetto all’altro, si oppone a una definizione complessiva della loro validità: il volerla tentare equivarrebbe affrontare l’esame che, per comodità del lettore, si è creduto meglio premettere a ogni singolo scritto. Comunque, specie la lettera a Leone X riveste un valore documentario assai notevole, conservandoci talune idee che dovettero esser correnti in un periodo densissimo di fatti capitali per l’arte. Nelle altre, notizie su opere raffaellesche compiute o in programma, su avvenimenti o persone, costituiscono pure un elemento di elevato interesse, e talora la portata ne è insostituibile. Ma, quand’anche fosse da scorgervi non più d’un mero contributo, magari marginale, alla conoscenza di chi compose o ispirò queste lettere, la personalità dell’autore è tale per cui sarebbero ugualmente preziosissime”. Raffaello Sanzio. Tutti gli scritti, a cura di Ettore Camesasca, Milano 1956, pp. 9-10.

15Cfr. Ibid., p. 13.

16Ibid., pp. 17-18.

17Ibid., p. 23.

18Ibid., p. 29.

19Ibid., pp. 33-34.

20Ibid.

21Raffaello si riferisce a Don Bartolomeo Santi, zio paterno e suo tutore. Non sono state reperite notizie su Francesco Buffa, mediatore di matrimoni, come appare dalla lettera.

22Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/raffaello-santi_%28Dizionario-Biografico%29/ 

23E. Camesasca a cura di, Raffaello Sanzio. Tutti gli scritti… cit.,  pp. 33-34.

24Ibid., p. 34. “ [il  papa]Mi ha dato un compagno, frate doctissimo e vecchio de più d’octant’anni; el papa vede che ‘l puol vivere poco: ha risoluto la Sua Santità darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione sapientissimo, acciò ch’io possa imparare, se ha alcun bello secreto in architectura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte; ha nome fra’ Giocondo e ogni dì il papa ce manda a chiamare, e ragiona un pezzo con noi di questa fabrica”. Giovanni Giocondo nacque a Verona o nei dintorni della città nel 1434 circa, visto che Raffaello, nel 1514, gli attribuisce più di ottanta anni, anche se negli otto anni precedenti aveva navigato fino al Peloponneso per controllare le fortificazioni veneziane, percorreva in barca e a cavallo lunghe distanze, saliva su torri e campanili per ispezionare dall’alto terreni e progettare sistemazioni idrauliche. Non si hanno notizie sulla sua famiglia e nei primi cinquant’anni della sua vita, le prime informazioni sono del 1489, quando era già famoso per la sua cultura che abbracciava molteplici campi. A partire dagli ultimi anni del Quattrocento è documentata anche la sua posizione religiosa: nei vari documenti egli è sempre chiamato frate e sembra essere appartenuto all’Ordine Francescano, anche se Vasari ed altri studiosi lo dicono appartenente all’Ordine Domenicano. E’ probabile che fino all’età di trentacinque anni Fra Giocondo sia rimasto in Veneto e che la sua formazione culturale sia avvenuta in quest’ambito, ricco di studi filologici e antiquari, frequentò Pietro Bembo, Luca Pacioli, Aldo Manuzio e altri; fu grande studioso di Vitruvio, di cui pubblicò a Venezia nel 1511 il “De architectura”, l’importanza di questa edizione, oltre alla precisione filologica, letteraria e tecnica, era dovuta all’apparato iconografico, basilare per la chiave di lettura dell’opera vitruviana. Nel 1489 si trovava a Roma, dove fu consulente per il progetto del palazzo del Cardinale Riario e dove svolgeva la sua attività di epigrafista; sempre lo stesso anno sembra sia stato a Napoli presso Alfonso II, e, l’anno successivo, abbia seguito Carlo VIII in Francia, dove collaborò alla ricostruzione del ponte di Notre-Dame, quello precedente, in legno, fu distrutto il 25 novembre 1499. Fu molto ricercato per creare e ammodernare fortificazioni, data la sua esperienza anche in questo campo dell’architettura. Intensa fu la sua attività di ricerca di codici antichi, tra i tanti, il ritrovamento più importante fu il manoscritto di Plinio il Giovane, nei pressi di Parigi. Innumerevoli furono i suoi lavori e le collaborazioni per la costruzione di importanti edifici, fino a quando nel giugno 1514 arrivò a Roma e Leone X gli assegnò la posizione principale nella Fabbrica di San Pietro, per la sua fama di grande ingegnere. Numerosissimi i suoi scritti.  Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-giocondo-da-verona_(Dizionario-Biografico)/

25Marco Fabio Calvo nacque a Ravenna nel 1440 circa, coltivò interessi archeologici, antiquari e medici, tradusse dal greco il “Corpus Hippocraticum”, collaborò con Raffaello al grandioso progetto di ricostruzione della topografia di Roma antica, di cui parleremo nella lettera a papa Leone X, probabilmente per la sua fama di esperto di antiquaria. Per Raffaello, che non conosceva il latino, tradusse in volgare il “De Architectura” di Vitruvio, di essa restano due redazioni manoscritte conservate alla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, in una delle quali possiamo leggere questa postilla: “…tradocto di latino in lingua e sermone proprio e volgare da Messere Fabio Calvo ravennate, in Roma in casa di Raphaello di Giovan de Sa(n)cte da Urbino e a sua instantia…”, infatti, sappiamo che fu ospitato e trattato con particolare considerazione e cura dall’artista. Morì a Roma durante il sacco del 1527. Cfr.http://www.treccani.it/enciclopedia/marco-fabio-calvo_(Dizionario-Biografico)/  

26“Onde essendo io stato assai studioso di queste tali antiquitati, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente e in misurarle con diligenza, e leggendo di continuo li buoni auctori e conferendo l’opere con le loro scripture, penso aver conseguito qualche notizia di quell’antiqua architectura”. E. Camesasca a cura di, Raffaello Sanzio. Tutti gli scritti… cit.,  p. 51.

27E’ noto che la calcina si può ricavare anche dal marmo.

28E. Camesasca a cura di, Raffaello Sanzio. Tutti gli scritti… cit.,  p. 79.

29Ibid., p. 80.

30Cfr. Ibid., pp. 79-88.

31G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e archi tettori, Vita di Raffaello da Urbino, Firenze 1568.

32Cfr. M. Bernardelli Curuz, Raffaello: le sue poesie d’amore in originale e nella versione dell’italiano di oggi. Qui – Stile Arte https:

33G. Vasari, Le vite… cit.

34Ibid.

35Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/raffaello-santi_%28Dizionario-Biografico%29/ “Lo Sposalizio della Vergine” è datato 1504, sulla facciata del grande edificio troviamo la firma di Raffaello, l’opera è conservata presso la Pinacoteca di Brera di Milano.

36G. Vasari, Le vite… cit.

37Per un’ampia biografia su Raffaello si vedano oltre a quella del Vasari: E. Müntz, Raphael. Sa vie, son oevre et son temps, Paris 1886; P. De Vecchi, Raffaello, Milano 1975; B. Santi, Raffaello, in “I protagonisti dell’Arte italiana”, Firenze 2001.

38“E questo avvenne perché Bramante da Urbino, essendo a’ servigi di Giulio IIper un poco di parentela che avevano insieme e per essere di un paese medesimo, gli scrisse che aveva operato col papa che, volendo far certe stanze, egli potrebbe in quelle mostrare il valor suo” . Giorgio Vasari, Le Vite… cit.“ La data del trasferimento di Raffaello da Firenze a Roma non è conosciuta, ma il primo pagamento ricevuto per i lavori nei palazzi vaticani risale al 13 gennaio 1509, per decorazioni ed affresco realizzate nella Stanza della Segnatura “ad bonum comptum picture camere de medio eiusdem Sanctitatis testudinate”  Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/raffaello-santi_%28Dizionario-Biografico%29/

39Sulle pareti troviamo: La disputa del Sacramento (Teologia); La Scuola di Atene (Filosofia); Allegoria della Giustizia e San Romualdo consegna a Gregorio IX le Decretali (Diritto); Il monte Parnaso con Apollo e le Muse (Poesia).

40Alle pareti: La cacciata di Eliodoro dal Tempio (Punizione per chi tenta di sottrarre beni materiali ai sacerdoti); La liberazione di San Pietro dal Carcere (Dio soccorre il suo rappresentante in terra); La Messa di Bolsena (Celebrazione del Corpus Domini); L’incontro di San Leone Magno con Attila (La Chiesa sottomette gli eserciti nemici).

41Gli affreschi eseguiti nella Stanza di Eliodoro sono una sfida assunta da Raffaello con i linguaggi figurativi del suo tempo: egli vuole dimostrare di saper padroneggiare sia l’eroismo anatomico di Michelangelo, sia l’appassionato cromatismo dei Veneti, come la scioltezza narrativa e compositiva dei rilievi antichi e gli effetti luministici della pittura nordica. 

42Alle pareti: Leone III incorona Carlo Magno (il potere temporale dei Re viene concesso dal Papa); Il giuramento di Leone III (Il Papa è responsabile delle sue azioni solo di fronte a Dio); L’incendio di Borgo (Leone IV invoca e ottiene l’aiuto divino); La battaglia di Ostia (Leone IV affronta in battaglia i saraceni).

43Sulle pareti: La visione di Costantino a Ponte Milvio; La battaglia di Costantino; Il Battesimo di Costantino; La donazione di Roma.

44S. Pasti, Raffaello e l’invenzione di una magnifica utopia, ovvero l’opera d’arte come progetto globale, https://www.aboutartonline.com/raffaello-elopera-darte-come-progetto-globale-linvenzione-di-una-magnifica-utopia/

45Ibid.

46Ibid.

47G. Vasari, Le vite… cit.

48Cfr. Ibid. La parte scultorea della Cappella fu affidata ad uno degli allievi preferiti da Raffaello: Lorenzetto, a cui, negli ultimi giorni di vita, dette l’incarico di innalzare sulla sua tomba, nel Pantheon, una scultura della Madonna con Bambino (Madonna del Sasso). Agostino Chigi nacque a Siena nel 1465 circa da una famiglia di ricchi mercanti e presso il padre Mariano fece il suo apprendistato. Nel 1487 si trasferì a Roma, dove cominciò la sua ascesa, che lo vide banchiere, imprenditore e armatore più ricco d’Europa: prestò denaro alle più grandi famiglie italiane ed europee, finanziò imprese belliche, organizzò feste sontuose per i papi, ebbe importanti rapporti d’affari con Alessandro VI, Giulio II e Leone X, fu un grande mecenate. Dopo la morte della prima moglie, Margherita Saracini, dalla quale non aveva avuto figli, sposò, dopo vari anni di convivenza, la bellissima cortigiana conosciuta a Venezia Francesca Ordeaschi, da cui ebbe cinque figli, l’ultimo dei quali nato dopo la sua morte; il matrimonio fu celebrato il 28 agosto 1519 da papa Leone X, matrimonio che fece molto scalpore: una donna dal passato molto criticabile e amante del Chigi quando era ancora viva la moglie, che riuscì a conquistare e sposare uno degli uomini più potente del tempo. In tal modo la bella Francesca entrò (già prima del matrimonio) nella meravigliosa Villa Farnesina (Villa Chigi: Farnesina, perché acquistata dai Fanese nel 1580), progettata da Baldassarre Peruzzi, nello stile del Rinascimento toscano (tra il 1508 e il 1511) e affrescata da Raffaello con la favola di Amore e Psiche (tratta dalle Metamorfosi di Apuleio) per celebrare l’amore di Agostino e Francesca. La morte colse Agostino Chigi pochi giorni dopo quella di Raffaello: il10 aprile 1520 e la giovane moglie gli sopravvisse solo sette mesi. I funerali del banchiere furono celebrati a Santa Maria del Popolo alla presenza di più di cinquemila persone e furono degni di un sovrano con otto ordini di frati, 36 vescovi, un grande numero di preti secolari e cardinali, 86 carrozze con la famiglia del Papa, il feretro era circondato da 250 torce, quando i cardinali ne avevano diritto a 100.  Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/agostino-chigi_%28Dizionario-Biografico%29/  

49Cfr. . http://www.treccani.it/enciclopedia/agostino-chigi_%28Dizionario-Biografico%29/    

50Ibid. Nel 1515 venne ultimata la costruzione delle Logge, iniziate da Bramante, di cui Raffaello aveva preso le redini come architetto e nel 1519 furono conclusi anche i decori del piano centrale, per la pavimentazione fu chiamato da Firenze Luca della Robbia il Giovane, figlio di Andrea e nipote del più celebre Luca.

51Il Vasari descrive come un posto di rigogliosa bellezza naturale il terreno che Leone X aveva comprato sulle pendici di Monte Mario nel 1515, lo scopo di quest’acquisto era quello di costruire una maestosa villa suburbana con boschi, giardini, specchi d’acqua, zone invernali ed estive disposte secondo i venti, impianti termali, , saloni, logge, un teatro e tante opere d’arte , per far rivivere l’opulenza delle ville suburbane di Roma antica. Raffaello è l’architetto di questo ambizioso progetto, coadiuvato da Antonio da Sangallo il Giovane, purtroppo la morte coglie l’artista quando i lavori non sono ancora arrivati a metà; anche Leone X muore il 1° dicembre 1521 e il tutto viene ereditato da Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, cugino di Leone X, ma anche lui muore nel 1534 lasciando questo grandioso progetto di Raffaello solo un sogno. Cfr. S. Pasti, Raffaello e l’invenzione di una magnifica utopia, ovvero l’opera d’arte come progetto globale, https://www.aboutartonline.com/raffaello-elopera-darte-come-progetto-globale-linvenzione-di-una-magnifica-utopia/

52Non erano ancora passati due mesi dalla morte di Raffaello, che cominciarono i primi contrasti per la divisione e la preminenza nei lavori di restauro di Villa Madama, iniziati nel 1518 su progetto dell’artista. A testimonianza di ciò sono due lettere datate 4 e 17 giugno 1520, scritte da Giulio de’ Medici al Cardinale Mario Maffei, il quale controllava i lavori, dove lo prega di ristabilire la pace e l’armonia tra Giulio Romano e Giovanni da Udine, che sotto la guida di Raffaello avevano lavorato per anni in accordo. Cfr. Ibid.  

53Anton Raphael Mengs nacque ad Aussig (Repubblica Ceca) nel 1728, compì i suoi studi a Desdra e nel 1741 andò a Roma, dove studiò la pittura classicista del XVII secolo, le statue antiche del Belvedere e le Stanze di Raffaello. Nel 1744 fu di nuovo a Desdra, dove venne nominato pittore di corte; due anni dopo tornò a Roma: si convertì al Cattolicesimo e sposò Margarita Quazzi, popolana romana. Alcuni anni dopo entrò a far parte dell’Accademia di San Luca e nel 1771 ebbe la carica di Principe della stessa Accademia. Nel 1755 termina la copia dell’affresco “Scuola d’Atene” di Raffaello, su commissione del duca di Northumberland e sempre nello stesso anno conosce e stringe amicizia con Johann Joachim Winckelmann, accomunati dall’interesse per le antichità romane, il quale definisce Mengs come il maggiore artista del suo tempo e anche di quelli a venire. Questo fu un periodo molto proficuo per l’artista e tra le numerose opere, nel 1761, ultimò quella che lo rese molto famoso: l’affresco del “Parnaso” per il salone della villa del Cardinale Alessandro Albani, dove si riscontrano numerosi riferimenti col “Parnaso” affrescato nella Stanza della Segnatura da Raffaello. L’anno successivo viene pubblicato il suo trattato “Gedanken über die Schönheit und über den Geschmack in der Malerei”, dove teorizza il suo concetto di bellezza ideale e confuta la pittura dei secoli XVII e XVIII, criticando, della prima, l’uso del chiaroscuro, il sentimentalismo angoscioso e devoto; della seconda le tematiche vuote di scopi morali e formativi. Mengs soggiornò alcuni anni in Spagna presso la corte di Carlo III, tornò a Roma nel 1777, dove morì due anni dopo. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/anton-raphael-mengs/

54A. R. Mengs, Opere di Antonio Raffaello Mengs. Primo pittore della Maestà del Re cattolico Carlo III, Pubblicate dal Cav. D. Giuseppe Niccola D’Azzara, Bassano MDCCLXXXIII, p. 7 e segg.

55Ibid., p. 18.

56Ibid.

57Ibid., p. 131.

58 Cfr., Ibid., pp. 171-172. Come si può vedere sia nelle madonne del periodo fiorentino, sia nelle opere di quello romano, il sentimento della natura è, in Raffaello, una costante molto importante della sua pittura.

59Ibid.

60Ibid., pp.172-174.

61G. Vasari, Le vite… cit.

 

 

 

 

 

 

 

LA PORTA DEL PARADISO FIRENZE

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Lorenzo Ghiberti, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, 1425-52
La Porta del Paradiso del Battistero di Firenze torna visibile al pubblico dopo un restauro durato 27 anni, senza eguali per complessità, e dopo 560 da quando Lorenzo Ghiberti terminò quello che può essere considerato uno dei grandi capolavori del Rinascimento. Secondo il Vasari fu Michelangelo a darle il nome di Porta del Paradiso: ”elle son tanto belle che starebbon bene alle porte del Paradiso”. Il restauro, che ha permesso di salvare la mitica doratura, è stato diretto ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore, grazie ai finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al contributo dell’Associazione Friends of Florence. Realizzata in bronzo e oro, la Porta del Paradiso (del peso di 8 tonnellate, alta 5 metri e venti, larga 3 metri e dieci, dello spessore di 11 centimetri) sarà conservata nella grande teca, realizzata dalla Goppion spa, in condizioni costanti di bassa umidità per evitare il formarsi di sali instabili, tra la superficie del bronzo e la pellicola dorata, che salendo, sollevano e perforando l’oro, possono causare la distruzione. La collocazione dentro il cortile coperto del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze è temporanea: al termine dei lavori di realizzazione del nuovo Museo, previsti nel 2015, la Porta del Paradiso sarà esposta in una nuova sala espositiva, di 29 metri x 21 x 16 di altezza, con accanto le altre due Porte del Battistero a cui sarà riservato in futuro lo stesso destino.
DESCRIZIONE

Dopo un breve soggiorno a Venezia, nel 1424, subito dopo la conclusione della porta nord del Battistero, Lorenzo Ghiberti fece ritorno a Firenze, dove gli venne affidato l’incarico di realizzare una nuova porta di bronzo, sempre per il Battistero. Anche questa porta, al pari dell’altra, ha avuto una lunga gestazione e realizzazione, durata ben 27 anni: fu infatti messa in opera solo nel 1452, quando il Ghiberti aveva ben 74 anni.

Il programma stilistico iniziale non doveva essere molto differente dalle altre due porte. È facile immaginare che anche questa porta doveva contenere 28 riquadri, nei quali dovevano collocarsi Scene del Vecchio Testamento, secondo un piano iconografico predisposto dal letterato umanista Leonardo Bruni. Ma il Ghiberti, questa volta, impose una decisa svolta stilistica, progettando una porta con soli dieci grandi scene di formato quadrato.

I dieci grandi riquadri sono collocati nei due battenti, cinque per parte: le due file verticali sono poi circondate da quattro cornici ciascuna, contenenti in tutto 24 piccole nicchie, nelle quali sono inserite dei personaggi biblici, alternate con 24 piccoli medaglioni dai quali sporgono dei busti (uno di questi si ritiene sia l’autoritratto del Ghiberti).

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Lorenzo Ghiberti, Storie dalla Genesi, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Ognuno dei grandi pannelli quadrati raggruppa due o più storie, secondo una concezione di rappresentazione sincrona che, abbiamo visto, era molto utilizzata nel Duecento e Trecento. Ma in questi riquadri domina una visione spaziale unitaria, con molti particolari architettonici costruiti in prospettiva più o meno perfetta. Il Ghiberti mostrò così di saper aggiornare il suo stile sulle novità rinascimentali che andavano maturando in quegli anni, e in ciò non dovette essere secondario il contributo che al maestro diede l’opera di Donatello. Molti elementi delle scene, realizzate a rilievo schiacciato, quasi un puro disegno inciso sul piano della lastra, sembrano proprie dello stile di Donatello. Ma in questi grandi pannelli rimane il gusto ancora tardo gotico per il dettaglio minuto, nonché per la varietà, da atlante naturalistico, di piante e animali. Tardo gotico è anche l’insistere sulle cadenze lineari in motivi curvi e spiraliformi.L’opera ebbe grande fortuna critica, e deve il suo nome di «Porta del Paradiso» a Michelangelo, uno dei primi e maggiori estimatori di questo capolavoro della fusione in bronzo.

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Lorenzo Ghiberti, Storie di Giuseppe, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Lucica Bianchi

 

BASILICA DELLA SS. ANNUNZIATA, FIRENZE

La basilica della Santissima Annunziata è il principale santuario mariano di Firenze casa madre dell’ordine servita. La chiesa, è collocata nell’omonima piazza nella parte nord-est del centro cittadino, vicino all’Ospedale degli Innocenti.

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L’ampio porticato in pietra serena che s’apre sull’entrata della Basilica, fu eretto da Giovanni Caccini, continuando il disegno dell’arco centrale di Michelozzo (1453). Lo stemma del Papa Leone X campeggia su un dipinto molto deteriorato di lacopo Carucci detto il Pontormo. Tutto il loggiato fu compiuto nel 1601, ed una iscrizione latina che corre sopra gli archi, ricorda i nomi dei fratelli Alessandro e Roberto Pucci che lo fecero costruire in onore della Vergine.

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Sotto il porticato si aprono tre porte: quella centrale, che conduce nel chiostro dei Voti e per esso nella Chiesa; quella del Chiostro Grande a sinistra, e la porta dell’Oratorio di S. Sebastiano, a destra. Sulla porta centrale, possiamo ammirare un’Annunciazione in mosaico di David Ghirlandaio (1512).

IL CHIOSTRO DEI VOTI.

Svelte colonne di ordine corinzio reggono gli archi di un portico quadrilatero, iniziato nel 1447 su disegno di Michelozzo di Bartolommeo. Il Chiostro servì per diverso tempo a raccogliere gli ex-voto e le immagini che i fedeli offrivano alla Madonna in segno di gratitudine per le grazie ricevute. Di qui il suo appellativo di Chiostro dei Voti.

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Ma la sua nota caratteristica consiste nell’essere divenuto come una palestra e un manifesto artistico per un gruppo di giovani pittori fiorentini dei primi del XVI sec. i quali assommano in sé quella ricerca inquieta, propria del periodo di transizione, che dall’arte di Leonardo, Raffaello, Michelangelo, sfocerà poi nel manierismo toscano. Non è puro caso che, sulle pareti bianche del Chiostro, oltre agli artisti Baldovinetti , Cosimo Rosselli, e al ventiquattrenne Andrea del Sarto, trovano libertà di espressione giovani artisti come il Pontormo, il Rosso Fiorentino e il Franciabigio. Il mecenatismo dei Servi di Maria per le arti in genere era proverbiale, e si concretizzerà sempre nello stesso secolo, con il fattivo aiuto dato alla Compagnia delle Arti del Disegno, da un artista dello stesso Ordine, Giovanni Angelo Montorsoli (v. Cappella dei Pittori). Sedici lunette si susseguono sotto il porticato, e di queste, dodici furono affrescate quasi tutte nello stesso periodo di tempo, perché i lavori dovevano essere fatti per l’8 settembre del 1514, data della pubblicazione del Giubileo perpetuo concesso alla Chiesa da Leone X. Le pitture a destra di chi entra, svolgono scene ed episodi della vita della Madonna: l’Assunzione (1513), è di Giovanni Battista Rosso fiorentino; lo Sposalizio di Maria (1514) di Andrea del Sarto; la Visitazione (1515), del Pontormo. I guasti di questo affresco sono dovuti alla suscettibilità dello stesso artista, che deteriorò la pittura in un momento di sdegno provocato dalla curiosità dei committenti. Nelle due lunette che seguono, vi erano un tempo gli sportelli dell’armadio dell’argenteria, dipinti dal Beato Angelico per la Cappella della Madonna e ora al Museo di S. Marco. Al loro posto vediamo la Madonna della Neve, altorilievo di marmo attribuito recentemente a Luca della Robbia. Di Andrea del Sarto sono la Natività della Vergine e il Corteo dei Magi (1513-1514). In quest’ultimo affresco, nel gruppo delle tre persone a destra, l’artista ritrasse il suo amico Iacopo Sansovino, e Francesco d’Agnolo Aiolle (musico famoso, insegnante di canto e composizione di Benvenuto Cellini) nella figura intera che guarda verso di noi; nel volto in profilo, dietro le spalle dell’Aiolle, eseguì un’autoritratto. Le due acquasantiere di bronzo sulle colonne davanti all’entrata principale della Chiesa, sono di Francesco Susini (1615).Dopo le due porte della chiesa, troviamo l’Adorazione dei Pastori (1463) di Alessio Baldovinetti, opera pregevole ma molto deperita nei colori.

magi

Il ciclo narrativo della vita di S. Filippo, occupa tutto il lato sinistro del portico. Il primo affresco è di Cosimo Rosselli, pittore appartenente con il Baldovinetti alla vecchia generazione, ma le altre cinque lunette sono tutte di Andrea del Sarto. Esse rappresentano la Vestizione religiosa del santo del Rosselli (1475); S. Filippo risana un lebbroso (tra le lunette, il busto in marmo di Andrea del Sarto, opera del Caccini); i Bestemmiatori puniti; la Liberazione di una indemoniata; Morte del Santo e risurrezione di un fanciullo; Devozione dei fiorentini alle reliquie di S Filippo (nel vecchio, vestito di rosso, è ritratto Andrea della Robbia. Andrea del Sarto affrescò queste sue cinque lunette tra il 1509 e il 1510. In soli sei anni (1509-15) il Chiostro della Madonna (fatta eccezione per i due affreschi del Baldovinetti e del Rosselli) raccoglieva e ci tramandava il meglio della pittura fiorentina del sec. XVI.Gli altri affreschi nei pennacchi delle volte sono di Chimenti di Lorenzo, del Bechi, del Cinelli e di Andrea di Cosimo.Tutti gli affreschi del Chiostrino sono stati staccati e restaurati nella seconda metà del secolo scorso.

L’INTERNO DELLA CHIESA.

Entrati in chiesa, la ricca decorazione barocca ci lascia un istante a disagio, per il contrasto che nasce con la purezza e la grazia rinascimentale del Chiostro dei Voti. Ma è un attimo. Il soffitto meraviglioso del Volterrano, la profusione di marmi e stucchi e dorature, le sfarzosità dell’insieme, non tolgono quel senso di raccoglimento proprio ai luoghi sacri.I grandi quadri in alto, tra gli spazi dei finestroni, narrano i più famosi Miracoli della Madonna e furono dipinti da Cosimo Ulivelli (1671), tranne il primo a destra che è di Giovanni Fiammingo, e l’ultimo a sinistra, di Ferdinando Folchi. I cori d’angeli sopra i due organi sono di Alessandro Nani a destra, e Alessandro Rosi a sinistra. Le pitture dei medaglioni (1693-1702) sono di Tommaso Redi, di Pietro Dandini, di Alessandro Gherardini, e gli stucchi di Vittorio Barbieri, Carlo Marcellini e Giovanni Battista Comasco. Da notare sopra il secondo medaglione a destra la grata dorata che chiude un finestra orizzontale. È la ”finestra dei Principi”, dalla quale la famiglia del Granduca, venendo dal Palazzo della Crocetta (oggi Museo Archeologico), poteva assistere in privato alle funzioni liturgiche che si svolgevano nella Cappella della Madonna.

Quasi tutte le cappelle della Basilica, nacquero per iniziativa di ricche famiglie fiorentine che ambivano di avere la propria sepoltura e il proprio stemma nella chiesa della Madonna. Scomparso, poi, l’uso di seppellire nelle chiese, queste cappelle, invece di mantenere il loro antico nome e patronato, furono chiamate col nome del Santo o del soggetto sacro dipinto nella pala dell’altare.

Cappella di S. Nicola da Bari.

Appartenuta fin dal 1353 alla famiglia del Palagio, conserva a ricordo di questo patronato una parte del trecentesco monumento tombale, ora internato nel muro di sinistra. Taddeo Gaddi aveva affrescato le pareti con alcune scene della vita di S. Nicola, ma nel 1623 Matteo Rosselli sostituiva queste pitture con i suoi affreschi. La tavola dell’altare è di Iacopo Chimenti detto l’Empoli, e rappresenta la Vergine con S. Nicola ed altri Santi. Anche i quattro Evangelisti della volta, e i due episodi de/la vita di S. Nicola nelle lunette, sono di M. Rosselli.

Cappella del Beato Giovacchino da Siena, dell’Ordine dei Servi.

Ne ebbe il patronato, nel 1371, la famiglia Macinghi, come si legge ancora nella lapide dinanzi all’altare. Nel 1677, al posto della tavola della Natività di Nostro Signore, dipinta da Lorenzo di Credi (ora agli Uffizi), fu messa l’attuale, il Beato Giovacchino di Pietro Dandini. Sulla parete sinistra è appeso il Crocifisso in legno, già appartenente all’altare maggiore e intagliato da Antonio e Giuliano da Sangallo nel 1483. Il monumento sepolcrale al marchese Luigi Tempi, fu scolpito da Ulisse Cambi (1849).

Cappella dei Sette Santi Fondatori dei Servi di Maria.

In essa, dal 1387, ebbe la propria sepoltura la famiglia Cresci. Nel 1643 Matteo Nigetti disegnò la presente architettura, e la cupoletta fu affrescata da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano, che raffigurò S. Lucia davanti alla Trinità (alla Santa martire era prima dedicata la cappella). Il quadro dei Serre Santi Fondatori fu qui collocato nel 1888 ed è del pittore Niccolò Nannetti. Il monumento marmoreo a Fabrizio Colloredo è opera di Orazio Mochi.

Cappella di S. Pellegrino Laziosi dei Servi di Maria.

Fu fondata verso il 1425 e intitolata alla Pietà. Nel 1456 la cappella – che presentava nell’ancona l’affresco di un Calvario (croce e 4 figure ancora intatte dietro l’attuale tela) a sfondo di un gruppo in terracotta della Pietà, del pittore e scultore Dello Delli -, passò in patronato di Andrea di Gherardo Cortigiani. Nel 1675 Cosimo Ulivelli dipinse la tela dell’altare: il Crocifisso che risana da cancrena S. Pellegrino. Il monumento di marmo della parete di destra, in memoria del celebre medico Angelo Nespoli, è opera di Lorenzo Bartolini (1840); quello a sinistra, di Lorenzo Nencini ricorda l’incisore Luigi Garavaglia da Pavia (1835).

Cappella dell’Addolorata.

Fu edificata da Michelozzo intorno al 1450 per Orlando di Guccio Medici, di cui vediamo sulla parete di sinistra il bel monumento marmoreo attribuito a Bernardo Rossellino. Nel 1455 Andrea del Castagno dipingeva nell’ancona dell’altare una S. Maria Maddalena piangente ai piedi della croce (oggi distrutta). Al presente in una nicchia è collocata la statua della Madonna Addolorata. Prima dell’alluvione essa era normalmente ricoperta da una tela di Raffaello Sorbi, rappresentante S. Filippo Benizi al quale era stata dedicata la cappella nel 1885. Sulla parete destra un grande monumento marmoreo della fine del sec. XVI, raccoglie le ceneri di Tommaso Medici, condottiero della flotta del granducato operante nel Tirreno.Gli affreschi delle pareti sono di Cosimo Ulivelli: nella volta i Sette Fondatori dell‘Ordine dei Servi di Maria; nelle lunette: i BB. Martiri di Praga, il Martirio del B. Benincasa e del B. Piriteo Malvezzi dello stesso Ordine dei Servi.

Cappella del Salvatore.

Si trova sotto l’organo di destra e risale almeno al 1486. Passata a Salvatore Billi, fu adornata di marmi nel 1520 e sull’altare venne posta una tavola di Fra Bartolommeo della Porta: il Salvatore, i quattro Evangelisti, e ai lati: due quadri, con Isaia e Giobbe, sempre dello stesso autore.

Così il Vasari descrive la cappella: ” …Salvatore Billi mercante fiorentino, intesa la fama di fra Bartolommeo … gli fece fare una tavola, dentrovi Cristo Salvatore, alludendo al nome suo, ed i quattro evangelisti che lo circondano … sonvi ancora due profeti molto lodati. Questa tavola è posta nella Nunziata di Fiorenza sotto l’organo grande … è intorno l’ornamento di marmi tutto intagliato per le mani di Piero Rossegli …” (Vasari, Vite, etc. vol. IV, p. 190, Firenze Sansoni 1906).

Queste tavole furono tolte dal cardinale Carlo dei Medici (1556) e al loro posto furono messe delle copie eseguite dall’Empoli. Attualmente la tavola del Salvatore di fra Bartolommeo si trova alla Galleria dei Pitti, ed i due profeti (pitture e disegni) sono agli Uffizi. La copia dell’Empoli si può vedere (e non sappiamo perché non sia più alla SS. Annunziata) nell’antica chiesa fiorentina di S. Iacopo tra i Fossi.

Fino alla piena del 1966 era sull’altare una tavola di Maso da San Friano, con l’Ascensione di Gesù al cielo. Al suo posto vediamo ora un mosaico di Anna Brigida, rappresentante S. Antonio Pucci dei Servi di Maria, canonizzato nel 1962. I due Angeli oranti sui lati, sono attribuiti all’Empoli.

La coppia di piccole colonne di marmo a sostegno della mensa apparteneva all’altare della cappella dell’Annunziata disegnato da Michelozzo.

GLI ORGANI.

Sopra la cappella del Salvatore è un bellissimo organo con basamento e ringhiera scolpiti in marmo da Piero Rosselli, mentre il prospetto in legno, ricco d’intagli e dorature è, in parte, di Giovanni d’Alesso Unghero. Si tratta di un capolavoro del celebre organaio del sec. XVI Domenico di Lorenzo da Lucca, che lo terminò nel 1521. Una tela dipinta nel 1705 da Antonio Puglieschi con la Presentazione al Tempio serve a coprire la mostra. L’organo, giunto fino a noi quasi intatto, è stato sottoposto nel secolo scorso a restauro nella parte meccanica e lignea, a cura della Soprintendenza delle Belle Arti.

Di fronte all’organo di Domenico di Lorenzo, sul lato sinistro della navata, ve n’è uno simile costruito da Cosimo Ravani da Lucca nel 634. Il basamento in marmo è scolpito da Bartolommeo Rossi; la ringhiera di pietra tinta a marmo è di Alessandro Malavisti; la parte lignea è intagliata da Benedetto Tarchiani; il progetto è opera di Matteo Nigetti. Il pittore Giuseppe Romei dipinse la tela che ricopre la mostra con la Morte di S. Giuliana Falconieri (1772). Ambedue gli organi, nel 1763 furono ridotti alla medesima tonalità dal p. Bonfiglio Vambré dei Servi di Maria.

Altri tre organi si trovano nel coro, nella cappella della Madonna Annunziata e nella cappella dei Pittori.

L’Ordine della Madonna vanta una tradizione lunghissima di cultori della musica tra le sue file. Fin dalle origini, si può dire, abbiamo testimonianze che ci parlano di frati organai. Nessuna meraviglia che intorno all’altare della Vergine fiorisse un’arte che è parte integrate del culto e del sentimento religioso del popolo italiano. Già nel 1299 c’era nella chiesa di S. Maria di Cafaggio un organo che venne poi sostituito, nel 1379, con l’altro voluto dall’architetto fra Andrea da Faenza, generale dell’Ordine, il quale ne affidò il progetto ad Andrea di Giovanni dei Servi, la costruzione a fra Domenico, frate basiliano di Siena e il collaudo a Francesco Landino, detto il Cieco degli Organi.

Un altro organo, meno di cento anni dopo, rimpiazzò quello di Andrea dei Servi, fino a che non fu costruito quello di Domenico di Lorenzo da Lucca.

Di frati musicisti possiamo ricordare lo stesso fra Andrea, poeta e compositore di una parte dei madrigali conservati nel Codice Squarcialupi alla Biblioteca Medicea Laurenziana, e che fu tra coloro i quali diedero maggiore impulso all’Ars Nova fiorentina. Suoi discepoli, un fra Antonio, un fra Biagio, un fra Gabriele, dello stesso Ordine e il pittore Bonaiuto Corsini. Ma altri nomi di frati, che ebbero una certa fama nella musica, troviamo nei secoli: Mellini (eletto da Leone X maestro della Cappella Vaticana), Mauro, Berti, Borri, Braccini, Dreyer, Florimi, etc…

Come dimostrazione viva di questo culto plurisecolare alla musica sacra nella nostra Basilica, la Cappella Musicale è rimasta attiva dal 1480 fino all’alluvione del 1966.

Cappella di S. Barbara

Si trova a destra della crociera. Nel 1448 fu affidata alla Compagnia dei Tedeschi e dei Fiamminghi che vivevano e lavoravano a Firenze. Oltre alla cappella essi possedevano altre stanze e un oratorio, sempre sul lato destro della chiesa, e a questi locali si accedeva da una entrata privata, posta nell’attuale via Gino Capponi. Nel 1957, l’oratorio (chiamato fino a poco tempo fa Cappella degli Sposi) servì ad aprire un’uscita secondaria alla chiesa.

Le altre stanze appartenenti alta Compagnia dei Tedeschi, adibite in seguito a deposito di sagrestia, sono state adattate alle nuove attività del Convento. Nella cappella di S. Barbara, la Compagnia dei Tedeschi e dei Fiamminghi ebbe la propria sepoltura, ed ancora ne rimane la lapide sul pavimento. Un’altra lapide in graffito ricorda Arrigo Brunick, l’artista tedesco che sbalzò in argento il paliotto dell’altare maggiore. Sul pilastro di sinistra, in alto, è il ritratto in marmo del pittore belga Giovanni Stradano.

Sull’altare, il quadro di S. Barbara fu dipinto da Giuseppe Grisoni.

Cappella del SS. Sacramento o di S. Giuliana Falconieri.

Già esistente nel 1350 e chiamata di S. Donnino, in essa ebbe la sua sepoltura la famiglia dei Falconieri. La cappella venne poi detta della Concezione, per una tavola di M. Rosselli, posta sull’altare (1605), e rappresentante la Vergine Immacolata. Nel 1676 fu trasportato sotto l’altare ed esposto alla venerazione dei fedeli, il corpo della Beata Giuliana, fondatrice delle Suore Mantellate Serve di Maria. Dopo la canonizzazione della Santa fiorentina (1737), la famiglia dei Falconieri decise di arricchire di marmi rari la cappella secondo un progetto di Ferdinando Fuga, adattato da Filippo Cioceri, e nel 1767 i lavori erano terminati.

La cupoletta e la tela dell’altare sono di Vincenzo Meucci, e i due quadri laterali, Morte di S. Giuliana e Morte di S. Alessio Falconieri sono di Giuseppe Grisoni.

Nel 1937, in occasione del secondo centenario della canonizzazione di S. Giuliana Falconieri, i Servi di Maria del convento di Firenze, pensarono di sostituire alla vecchia urna in legno dorato, che racchiudeva le reliquie della Santa, un’ urna in bronzo, su disegno di Giuseppe Cassioli.

La guerra impedì l’attuazione del progetto. Nel 1957, sempre su iniziativa della Comunità di Firenze e con l’aiuto dei fedeli, vennero ripresi i lavori. Oltre all’urna in bronzo (realizzata dalla ditta Bearzi di Firenze sul primitivo disegno del Cassioli) veniva applicata al teschio della Santa una maschera di plastica, opera dello scultore E. Bava. Sempre nello stesso anno si restauravano anche i marmi dell’altare e di tutta la cappella, ad opera della ditta Tosetti di Firenze.

Recentemente è stato collocato sopra il ciborio dell’altare il Crocifisso delle Misericordie che la tradizione collegava al Movimento dei Bianchi degli inizi del sec. XV. In realtà, questo Crocifisso dipinto su tavola sagomata, è attribuito ad Alessio Baldovinetti e datato intorno al 1456 (v. Cappella del Crocifisso).

Cappella della Pietà.

Appartenne dal 1340 alla famiglia Pazzi, ma nel 1559 passò allo scultore Baccio Bandinelli e ai suoi discendenti. Il gruppo della Pietà è dello stesso Bandinelli che si effigiò nel vecchio che sostiene il Cristo morto. Ma il suo vero ritratto (insieme a quello della moglie) lo vediamo nella base posteriore del monumento. La cappella rimase incompleta e disadorna per la morte del Bandinelli, sopravvenuta breve tempo dopo la collocazione del “gruppo”.

A proposito di questa cappella, leggiamo nella autobiografia di Benvenuto Cellini che “il detto Bandinello aveva inteso, come io avevo fatto quel Crocifisso, che io ho detto di sopra; egli subito messe mano in un pezzo di marmo, e fece quella Pietà che si vede nella chiesa della Nunziata”.

Il Cellini aveva scolpito il Crocifisso per la tomba che si era scelto in Santa Maria Novella, ma trovò qualche difficoltà all’attuazione del suo desiderio. Quindi “subito mi volsi alla Chiesa della Nunziata, e ragionando di darlo in quel modo (il Crocifisso), che io volevo a Santa Maria Novella, quelli virtuosi frati di detta Nunziata tutti d’accordo mi dissono, che io lo mettessi nella loro chiesa, e che io vi facessi la mia sepoltura in tutti quei modi che a me pareva e piaceva. Avendo presentito questo il Bandinello, e’ si messe con gran sollecitudine a finir la sua Pietà, e chiese alla Duchessa (Eleonora da Toledo, moglie del Granduca Cosimo I) che gli facesse avere quella cappella che era dei Pazzi, la quale s’ebbe con difficultà, e subito ch’egli l’ebbe con molta prestezza ci messe su la sua opera; la quale non era finita del tutto, che egli si morì”. (B. Cellini, Vita, Firenze 1829).

Il Crocifisso in marmo destinato dal Cellini a questa cappella, ora si trova all’Escurial di Madrid. L’artista aveva ricevuto dai frati un altro luogo, sempre in chiesa, per la sua sepoltura (così scrive Benvenuto a Benedetto Varchi, Vita, vol. III, lettera XXIII), ma in realtà egli fu poi “sotterrato, per ordine suo” nella cappella dei Pittori, nel Chiostro grande.

L’ALTARE MAGGIORE.

Forse lo stesso Leon Battista Alberti, nel 1471 aveva dato il disegno dell’altare, per il quale, nel 1483 Antonio e Giuliano da Sangallo scolpivano in legno il Crocifisso ora collocato nella cappella di S. Gioacchino da Siena, Nel 1504 venne alzato dietro la mensa e, a separazione dal coro, un arco ad ancona in legno, lavoro pregevole ideato, si dice, da Leonardo da Vinci, e realizzato da Baccio d’Agnolo. Il fornice era chiuso da due grandi dipinti: dalla parte del Coro, una Assunzione del Perugino (ora sull’altare della cappella dell’Assunta), e verso il corpo della chiesa una Deposizione di Filippino Lippi, terminata però dal Perugino, perché la morte impedì al Lippi di completarla (ora essa si trova nella Galleria dell’Accademia). Nel 1546 i due dipinti vennero tolti dall’altare e al loro posto fu collocato un grande ciborio intagliato in legno da Filippo e Giuliano di Baccio d’Agnolo.

Nel 1655 Antonio di Vitale dei Medici donava alla chiesa il Sancta Sanctorum d’argento, sormontato da una croce di cristallo di rocca. Autore del Sancta Sanctorum è Alfonso Parigi, ed esecutori Giovan Battista e Antonio Merlini. Il paliotto d’argento dell’altare, disegnato da G. Battista Foggini fu eseguito ne 1682 dall’argentiere fiammingo Arrigo di Bernardo Brunick. Nel rilievo centrale del paliotto è L’Ultima Cena e ai lati sono episodi e personaggi simbolici dell’Eucarestia, tratti dal Vecchio Testamento.

L’altare nella ricchezza dei suoi marmi fu terminato nel 1704 su disegno di Giovacchino Fortini, al quale appartengono le sculture dei gradini della mensa, il piede e gli angeli in marmo del grande ciborio d’argento, le statue di S. Filippo Benizi e di S. Giuliana Falconieri(1705) sopra le due porte del coro e il disegno dei cherubini in bronzo dorato sulle stesse porte.

Ai lati del presbiterio, sono due edicole monumentali in marmo di Giovanni Caccini, con le statue di S. Pietro e S. Paolo. Il S. Pietro, gli angeli e i puttini sono opera di Gherardo Silvani, sempre su modello del Caccini. Sul pavimento, sotto la statua di S. Pietro, una lapide ci mostra il luogo ove fu sepolto Andrea del Sarto.

Addossati ai pilastri che reggono la cupola e formano l’arco del presbiterio, due monumenti sepolcrali in marmo di Carrara, racchiudono le spoglie di Mons. Angelo Marzi-Medici, a sinistra, e del senatore Donato dell’Antella, a destra. Il primo monumento è opera di Francesco di Giuliano da San Gallo (1546); l’altro, di Giovanni Battista Foggini (1702).

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Cappella di S. Filippo.

Proseguendo lungo la crociera, troviamo la cappella di S. Filippo Benizi. Le sue prime notizie risalgono al 1464 con il titolo di S. Giovanni evangelista. Nel 1671, anno della canonizzazione di S. Filippo, fu restaurata ed abbellita. La tavola dell’altare che rappresenta il Santo in gloria e il piccolo quadro di S. Giovanni Evangelista, sono del Volterrano.

Questa cappella fu sempre patronato della famiglia dei Tedaldi.

LE CAPPELLE DELLA TRIBUNA.

Saliti i due scalini e passati sotto l’arco che s’apre a sinistra della cappella di S. Filippo, entriamo nel vestibolo di sagrestia, che ha sul fondo il passaggio (1937) alla tribuna. Questo vestibolo, creato da Michelozzo, fu trasformato nel 1625 in cappella della Presentazione, di cui rimane ancora l’architettura, al posto dell’altare.

Le due piccole statue in pietra nelle nicchie laterali, sono di autore ignoto. Il tondo sopra il vano è lo stemma di Parte Guelfa. A destra, un busto di stucco, qui posto nel 1592, ci tramanderebbe la vera effigie di S. Filippo Benizi, come dice l’iscrizione della lapide.

Cappella della Natività.

Passati nella tribuna, abbiamo a destra la cappella della Natività della Madonna, che fu eretta nel 1471 dalla famiglia dei dell’Antella. La sua architettura è dell’anno 1600 su disegno dello scultore fiorentino Bartolommeo Rossi. Il grande quadro dell’altare, la Natività della Vergine (1602), è tra le opere più famose di Alessandro Allori, discepolo del Bronzino. Sulle pareti, altri quattro pregevoli dipinti narrano alcuni fatti della vita di S. Manetto dell’Antella, uno dei sette Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria. Il primo dipinto in alto a destra di chi guarda è di Iacopo Ligozzi, e rappresenta Il Santo al piedi del Papa Clemente IV. Quello inferiore, S. Manetto che risana uno storpio, è di Cristoforo Allori, figlio di Alessandro (nel vecchio che guarda verso di noi Cristoforo ritrasse il padre; l’altare che vi notiamo è l’altar maggiore della Basilica, con l’antico arco trionfale di Baccio d’Agnolo). A sinistra, il primo quadro in alto è di Alessandro Allori; in esso vediamo: i Sette Santi Fondatori diretti a Montesenario. Sotto, S. Manetto eletto Generale dell’ordine, è di Domenico Cresti detto il Passignano. La volta fu affrescata da Bernardino Poccetti, che vi rappresentò il Paradiso.

Cappella di S. Michele Arcangelo.

Appartenuta dal 1470 alla famiglia dei Benivieni passò poi a quella dei Donati che la restaurava nel 1666. Sia il quadro dell’altare, la Vergine e S. Michele (1671), che i due laterali, S. Carlo Borromeo e S. Maria Maddalena dei Pazzi, sono del pittore Simone Pignoni. Gli affreschi della volta sono di Cosimo Ulivelli.

Cappella di S. Andrea Apostolo.

Fu eretta nel 1456 da Francesco Romoli dei Bellavanti; ma nel 1721 ne ebbe il patronato la famiglia dei Malaspina che la restaurava nel 1726.

La tavola dell’altare, Madonna e Santi, è detta comunemente del Perugino; di ignoto sono i due quadri laterali rappresentanti il Martirio di S. Andrea.

Cappella della Risurrezione.

Così chiamata dalla pala dell’altare di Agnolo Bronzino. Pietro del Tovaglia, procuratore e tesoriere in Firenze de marchese Lodovico Gonzaga di Mantova (colui che fece proseguire con il suo aiuto finanziario i lavori della tribuna), fu il primo patrono della cappella, ma nel 1552 il patronato veniva assunto dalla famiglia Guadagni che la restaurava nel 1742. Oltre il dipinto del Bronzino, degna di nota è la statua di S. Rocco, in legno di tiglio di Veit Stoss. Il S. Francesco di Paola, in marmo, nella nicchia di fronte è di Giuseppe Piamontini (1700).

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Cappella della Madonna del Soccorso.

Nel 1444 mentre si innalzava la tribuna, la famiglia dei Pucci pensava di erigere qui la sua cappella. Ma terminata la tribuna con gli aiuti finanziari del Marchese di Mantova, questi si riservò il patronato della cappella che, in seguito era ceduto alla famiglia Dolci, e quindi, nel 1599, passava al famoso scultore Giambologna. L’architettura in pietra serena e il Crocifisso in bronzo, sono dello stesso Giambologna, e a lui appartengono anche sei bassorilievi in bronzo, con scene della Passione. Le statue invece (in marmo soltanto le due della parete di fondo, che rappresentano la Vita attiva e la Vita contemplativa), sono del suo allievo Pietro Francavilla. Le altre di stucco, Angeli e Apostoli, sono di Pietro Tacca.

Sull’altare, rifatto in marmo e decorazioni bronzee nel 1749, la tavola della Madonna del Soccorso, da cui prende il nome la cappella, sembra sia di Bernardo Daddi. Dietro l’altare, al di sopra del sarcofago che racchiude le spoglie del Giarnbologna e del discepolo Pietro Tacca, è il quadro della Pietà di Iacopo Ligozzi. Degli altri due dipinti, la Risurrezione è opera del Passignano, e la Natività di Cristo di Giovanni Battista Paggi.

Cappella di S. Lucia

(già dei SS. Martiri e S. Francesco). Prima appartenne alla famiglia del Giocondo, ma nel 1723 passò a quella degli Anforti che la restaurava nel 1727.

Sull’altare vi era un tempo il quadro delle Stimmate di S. Francesco di Domenico Puligo (ora alla Galleria Pitti), poi vi fu posto quello dei Sette Santi Fondatori (ora nella cappella omonima), e infine l’attuale S. Lucia, di Iacopo Vignali. I due quadri delle pareti, Storia di SS. Martiri e S. Francesco, sono di autore ignoto.

Cappella del Cieco Nato.

Questa cappella prende il nome dal quadro del Passignano, che rappresenta il miracolo operato da Cristo al cieco nato. Nel 1534, erano patroni della cappella i della Scala, e nel 1604 i Brunaccini. Sempre del Passignano si dico sia l’architettura della cappella. A destra l’Adorazione del cieco nato è dell’Empoli; il quadro di sinistra, di Piero Sorri senese; le pitture della volta, di Ottavio Vannini.

Cappella di S. Caterina.

I primi patroni di questa cappella furono i Bardi, quindi gli Accolti e nel 1612 Buontalenti, che l’adornarono su disegno di Gherardo Silvani. Il quadro dell’altare che rappresenta le Nozze mistiche della Santa con il Cristo (1642) è di Giovanni Bilivert, e i due laterali, S. Maria Maddalena e S. Margherita da Cortona con gli affreschi della volta, sono del Vignali.

Cappella di Sant’Anna.

Questa cappella appartenne alla famiglia Giacomini-Tedalducci. Nel 1543 veniva dipinto, da Antonio Mazzieri, il quadro di S. Anna, con i SS. Stefano, Lorenzo, Filippo Benizi e Giuliana Falconieri.

IL CORO E LA CUPOLA.

Tornando indietro dalla cappella di S. Anna soffermiamo la nostra attenzione sul Coro che costruito da Michelozzo nel 1444 in forma circolare, ebbe nel 1668 l’attuale sistemazione esterna ad opera di Alessandro Malavisti su disegno di Pier Francesco Silvani. La porta centrale con il gruppo della Carità (stucco) è del Giambologna (1578). Altre sei statue in marmo posano sulla spalletta del recinto. A sinistra (guardando l’altare maggiore) la prima che rappresenta S. Filippo Benizi è attribuita a fra Vincenzo Casali Servita; il Redentore, S. Gaudenzio e (dopo la porta del coro) il S. Girolamo sono di Giovanni Angelo Montorsoli Servita (c. 1542); l’Addolorata è di Alessandro Malavisti (1666), il B. Lottaringo della Stufa è di Agostino Frisson (c. 1668). All’interno del coro il pavimento di marmo risale al 1541; gli stalli di noce su modello dei precedenti, intagliati da Giovanni d’Alesso Unghero nel 1538 furono rifatti nel 1846. L’organo fu costruito da Carlo Vegezzi-Bossi nel 1912, ma dopo la piena del 1966, la consolle, completamente rifatta da Giovanni Bai, fu sistemata nel presbiterio (1969). I due leggii di ottone, con aquila ad ali spiegate, sono opera pregevole del XIV e XV secolo. Del più antico è stata riconosciuta la provenienza inglese. Il grande leggio in noce al centro del Coro è di Antonio Rossi (1852).

La Cupola fu dipinta dal Volterrano in soli tre anni (1680-83) L’autore intese esaltare l’Assunzione della Vergine Maria che, tra una folla di santi del Vecchio e del Nuovo Testamento, viene sollevata dagli Angeli al trono dell’Altissimo.

Prima di uscire dalla tribuna attraverso il vestibolo della sagrestia, possiamo soffermare la nostra attenzione sui piccoli quadri della Via Crucis appesi ai pilastri, che sono attribuibili al pittore Luigi Ademollo (c. 1828).

LA SAGRESTIA.

Tornati dalla tribuna nel vestibolo, troviamo a destra un breve corridoio che conduce alla cappellina delle Reliquie e alla Sagrestia.

Nella Cappellina delle Reliquie, detta così perché negli armadi a muro si conservano molte reliquie di Santi), il Passignano scelse la sua sepoltura e dipinse a olio sul muro dell’altare (1622) la Vergine e Santi e nella volta un volo di angeli.

La Sagrestia fu iniziata da Michelozzo nel 1445 e la sua architettura non ha subito fino ad oggi trasformazioni di rilievo. La Parte Guelfa che ne aveva sostenuto le spese, vi fece apporre nelle volte il suo stemma (l’aquila che artiglia un drago), e vi custodiva, dentro un bellissimo armadio a muro, il proprio archivio segreto, come ci informa Giovanni Villani nelle sue Croniche (libr. VII, cap. XVII). Di questo armadio, demolito nel 1570, è rimasto solo il frontespizio intagliato da Salvi Marocchi su disegno di Michelozzo, e che ora fa da portale all’entrata. I due grandi lavabo di marmo, opera di Giovacchino Fortini, provengono dal convento e furono qui collocati durante il restauro che interessò tutta la sagrestia: pavimento, altare, porte laterali, finestrone, armadi, bancone centrale (1766). Dello stesso periodo è la decorazione di Pietro Giarré, le statue di terracotta di Pompilio Ticciati (sopra gli armadi): l’orologio a muro è di fra Giovanni Poggi Servita. Il quadro dell’altare con Gesù morto e i due Beati dei Servi è di Cesare Dandini (1625), ed era stato dipinto per la Cappella della Presentazione (il vestibolo di sagrestia) ora soppressa.

LE CAPPELLE A SINISTRA NELLA NAVATA.

Cappella del Crocifisso.

Tornati in chiesa, nella crociera di sinistra è la cappella del Crocifisso. Qui era la vecchia sagrestia,prima che fosse edificata quella di Michelozzo. La vecchia sagrestia nel 1445, divenne cappella padronale della famiglia Villani, della quale si conserva ancora, sul pavimento, la lapide sepolcrale. Sull’altare il Crocifisso in legno, è uno di quelli detti del Movimento dei Bianchi (1400). Questa immagine che era collocata in una cappella della nostra chiesa dedicata a S. Martino, era molto venerata nella prima metà del secolo XV. Nel 1453 essa passò in dote della famiglia Villani che la accettò a condizione che mai più fosse rimossa dalla propria cappella. Venne così dipinto da Alesso Baldovinetti il Crocifisso delle Misericordie (v. cappella del Sacramento) al quale si tributò l’antica denominazione di Crocifisso dei Bianchi.

Ai piedi del Crocifisso ligneo, due pregevoli statue di terracotta a grandezza naturale, la Vergine e S. Giovanni Evangelista della metà del sec. XV) furono qui poste nel secolo XVII. Negli ultimi decenni sono state restaurate riportando alla luce i colori originali e sistemate nel convento.

La tela che a volte ricopriva l’ancona fu dipinta nel 1855 da Ferdinando Folchi, e rappresenta una Deposizione. La decorazione in finta architettura (1746) è di Giuseppe Sciaman, e la volta, di Vincenzo Meucci. La grande statua in terracotta del San Giovanni Battista sembra sia il modello del S. Giovanni ideato da Michelozzo (1452) per il dossale dell’altare del Battistero (ora al Museo dell’opera del Duomo). Il fonte battesimale è opera dell’architetto Giuseppe Cassioli (1958); il bel paliotto dorato dell’altare e l’urna che accoglie il Santo martire Fiorenzo, sono di Luca Boncinelli (1689).

Scesi i due gradini della Cappella del Crocifisso, troviamo a destra una porta che conduce nel Chiostro Grande. Vicino a questa porta, è la cappella di S. Biagio.

Cappella di S. Biagio.

Al suo posto era un tempo (aperta nel campanile dell’antica chiesa) la Cappella di S. Ansano. Infatti si conserva (non visibile di chiesa), tra la pala d’altare attuale e la scaletta dell’organo un affresco con il martire senese, di Bicci di Lorenzo (1440). La tela di S. Biagio ed altri Santi martiri è del secolo XV ma di autore ignoto, mentre di Iacopo Vignali sono le due piccole tele dei SS. Pietro e Paolo. La volta fu affrescata dal Volterrano, che vi effigiò una S. Cecilia in mezzo a uno stuolo di angeli musicanti. Il paramento di marmi della cappella è opera di Alessandro Malavisti.

Cappella dell’Organo.

Essa era un tempo dedicata a S. Rocco e sull’altare si vedeva la statua in legno del Santo che ora è nella cappella della Risurrezione, dietro il coro. Essendo stato costruito l’organo nel 1634, la cappella fu affidata alla famiglia Palli che pensò alla ricca decorazione marmorea a opera di Bartolomeo Rossi, e fece dipingere a Cesare Dandini il quadro dell’altare, La Vergine Assunta che protegge Firenze.

Cappella dell’Assunta.La famiglia dei da Rabatta fu la patrona della cappella fin dal 1451, al tempo dei lavori della tribuna. Essa venne restaurata nel 1667. L’Assunzione di Maria del Perugino, fu qui trasportata dall’altare maggiore dove prima si trovava. Sulle pareti, il David e Golia e l’Arca Santa sono di Luigi Ademollo (1828).

Sull’altare di Questa cappella, in una nicchia di pietra serena, era il S. Giovanni che abbiamo visto nella cappella del Crocifisso.

Cappella della Crocifissione.

Fu patronato dal 1450, della famiglia del Gallo. Sull’altare il fiammingo Giovanni Stradano dipinse la tavola della Crocifissione, dalla quale prende il nome la cappella. I due affreschi dei profeti Isaia e Abacuc sono di ignoto, la Resurrezione di Lazzaro, nella parete destra è di Nicola Monti (1837). Nella parete di sinistra, la grande tavola del Giudizio Universale, copia di un particolare del Giudizio di Michelangelo, è di Alessandro Allori, ed era già sull’altare della cappella di S. Girolamo.

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Cappella di S. Girolamo.

Nel 1451 il Convento cedeva alla famiglia Corboli questa cappella. Fino a poco tempo fa essa era chiamata del Giudizio Universale, per la tavola di Alessandro Allori, posta sull’altare, ma rimesso in luce (1933) il bellissimo affresco del S. Girolamo di Andrea del Castagno (1454 c.), la cappella ha ripreso il suo antico nome.

Gli affreschi delle pareti, i Profanatori scacciati dal Tempio, Gesù tra i dottori (notare il ritratto di Michelangelo Buonarroti, del Pontormo ed altri artisti e personaggi dell’epoca), e quelli della volta, il Paradiso terrestre, Profeti e Sibille, Annunciazione, Natività, Presentazione di Gesù al Tempio, Fuga in Egitto sono di Alessandro Allori.

Cappella di S. Giuliano o di S. Giuseppe.

Fu eretta nel 1451 e Andrea del Castagno vi affrescava, tra il 1455 e il 1456, il S. Giuliano. Nel fastoso restauro, ricco di marmi e stucchi, eseguito da Giovanni Battista Foggini (1693), fu messa sull’altare la tela del Transito di S. Giuseppe, del bavarese Giovanni Carlo Loth. Sui due monumenti sepolcrali, della famiglia Feroni, patrona della cappella, la statua di S. Francesco è del fiorentino Camillo Cateni, quella di S. Domenico, di Carlo Marcellini. Le altre sono degli scultori Francesco Andreozzi, Isidoro Franchi, Giuseppe Piamontini; i medaglioni di bronzo dorato sono di Massimiliano Soldani Benzi.

Studio e ricerca a cura di Lucica Bianchi

fonti:

Guida Turistica di Firenze

Il Santuario della SS: Annunziata di Firenze – Ordine dei Servi di Maria

Arte.it  http://www.arte.it/guida-arte/firenze/da-vedere/chiesa/basilica-santuario-della-santissima-annunziata-1868

IL LIBRO D’ORE DI LORENZO DE’ MEDICI

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Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ms. Ashburnam 1874

Con la dicitura ‘Libro d’Ore di Lorenzo de’ Medici’ si designa un prezioso manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, un breviario di devozione privata che il Signore della città – uno dei più rinomati mecenati del Rinascimento italiano – volle donare a una delle sue figlie in occasione delle nozze.
Il codice è uno dei cinque “libriccini delli offitii, di donna” (ossia piccoli Libri d’Ore a destinazione femminile) citati nell’inventario redatto nel 1492 alla morte di Lorenzo de’ Medici.
Già questa definizione,“di donna”, evoca qualcosa di piccolo e insieme prezioso come un gioiello, atto a essere sfogliato dalle dita delicate di una dama rinascimentale. Poco più grande di una moderna cartolina (misura infatti appena 10 x 15 cm), il codice Ashburnam 1874 (il codice assegnato al libro), si impone prima ancora di essere aperto per la sua straordinaria legatura in velluto viola, con borchie e cantonali in argento dorato filigranato, nei quali sono incastonati su ciascun piatto un grande lapislazzuli e quattro quarzi rosa.

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Tutto in questo codice parla di una origine e di una destinazione di prestigio: dalla legatura alla melodiosa scrittura, sino al raffinatissimo corredo di miniature attribuite a Francesco Rosselli, incisore, miniatore, cartografo e pittore, che insieme a Francesco di Antonio del Chierico fu il massimo esponente della scuola fiorentina. Ognuna delle 233 carte del manoscritto contiene almeno un elemento, un capolettera, un fregio che impreziosisce il testo, incastonato nella pagina secondo i canoni armonici più rigorosi dell’arte libraria.

Lucica Bianchi

MADONNA DEL MAGNIFICAT

 

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Sandro Botticelli, Madonna del Magnificat, 1482 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Secondo la narrazione del Vangelo di San Luca il “Magnificat” è l’inno che Maria, già in attesa di Cristo, innalzò a Dio quando si recò a trovare la cugina Elisabetta, futura madre di Giovanni Battista. Nel momento in cui le due donne si incontrarono, il bambino di Elisabetta si agitò nel grembo, e la Santa comprese che era stata sottomessa alla volontà divina. Fu così che Maria rivolse all’Onnipotente il suo canto di gioia e di ringraziamento.

In questa composizione Sandro Botticelli, come in altre occasioni, non fu fedele al testo. Qui infatti vediamo Maria incoronata dagli angeli – invece secondo l’iconografia più diffusa veniva incoronata da Gesù – mentre è intenta a scrivere la sua preghiera, guidata alla mano del Bambino.
Questa posa ritorna in una piccola tavola dello stesso periodo, conosciuta col titolo LA MADONNA DEL LIBRO (Museo Poldi Pezzoli, Milano).
Con sguardo dolce e sicuro il Bambino indica alla Madre già pensierosa, il passo biblico che allude al suo destino. Ma l’originalità del tondo è data dall’armonia con cui sono orchestrate le novità iconografiche e stilistiche.
Nell’impostazione formale c’è un’innovazione rispetto all’uso consueto della prospettiva: i personaggi e lo sfondo paesaggistico sono disposti in modo tale da creare l’illusione che il tondo sia concavo, una semisfera che attrae lo spettatore verso l’interno. Forse Botticelli ebbe questa idea guardando i giochi illusionistici o le prospettive poco ortodosse dei capolavori fiamminghi che arrivavano a Firenze proprio in quegli anni.
La raffinatezza espressa dal tipico linearismo botticelliano e l’eleganza nella profusione degli ori sarebbero stati sterili senza la tenerezza e la grazia delle espressioni e le movenze dei personaggi tutti silenziosamente dialoganti fra loro.

Nelle VITE del 1568, Giorgio Vasari ricorda che al suo tempo il tondo era molto ammirato; la preziosa testimonianza però non è chiara sulle notizie della committenza e della originale collocazione. E’ documentato, invece, l’acquisto della tavola, comprata dal granduca Pietro Leopoldo presso Ottavio Magherini come opera di un ignoto artista. Oggi la maggior parte degli studiosi è d’accordo nel datare l’opera dopo il viaggio di Botticelli a Roma (1481-1482), dove l’artista aveva affrescato la Cappella Sistina ricevendone fama e successo.

 

 

Lucica Bianchi

MICHELANGELO. “O notte, o dolce tempo”

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo Buonarroti

Come può esser, ch’io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
c’ha me fosse più presso
o più di me potessi che poss’io?
O Dio, o Dio, O Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, AMORE,
c’al cor entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca:
e s’avvien che trabocchi?

Michelangelo Buonarroti, “Che cosa è,questo amore

La tomba di Michelangelo Buonarroti si trova all’inizio della navata destra della chiesa di Santa Croce, a Firenze,appena varcata la porta principale della Basilica. Il monumento funebre fu progettato da Giorgio Vasari, amico e collaboratore di Michelangelo e autore della sua biografia nelle celebri Vite. 

La tomba di Michelangelo,Basilica di Santa Croce, Firenze

La tomba di Michelangelo,Basilica di Santa Croce, Firenze

Il busto è opera di Battista Lorenzi che scolpì anche la statua allegorica della Pittura, fiancheggiata dalla Scultura di Valerio Cioli e dall’ Architettura di Giovanni Dell’Opera.

L’affresco con la Pietà fu eseguito da Giovanni Battista Naldini.

Michelangelo Buonarroti era morto a Roma il 18 febbraio 1564, all’età di 89 anni. Il 20 febbraio 1564, il corpo di Michelangelo viene deposto nella Chiesa dei Santi Apostoli a Roma. Lionardo, il nipote organizza il trasporto della salma a Firenze, ma temendo di poter essere ostacolato,nasconde il corpo di Michelangelo in un rotolo di panni e lo carica su un barroccio con altra mercanzia così la salma dell’artista arriverà a Firenze tre settimane dopo, il 10 marzo 1564. Il corpo viene depositato nella compagnia dell’ Assunta, dietro San Pier Maggiore e due giorni dopo viene trasportato in Santa Croce ,di notte, dagli artisti dell’ Accademia, in mezzo ad una folla immensa, al lume delle torce. Il 14 luglio 1564, dopo numerosi rinvii, si svolgono nella Chiesa di San Lorenzo i funerali di Michelangelo dopo di che il corpo del grande artista fu collocato nella sua tomba in Santa Croce, dove tutt’ora riposa.

Lapide tomba di Michelangelo

Lapide tomba di Michelangelo

Michelangelo giace significativamente accanto al cenotafio di Dante, morto in esilio nel 1321 e sepolto a Ravenna. Lo scultore fu un grande ammiratore del sommo poeta, al punto di dedicargli due dei suoi sonetti e di aver pensato di progettare un monumento alla sua memoria.

O Notte, o dolce tempo, benchè nero, 
con pace ogn’opra sempre al fin assalta, 
ben vede e ben intende chi t’esalta, 
e chi t’onora ha l’intelletto intero. 
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero, 
che l’umid’ ombra e ogni quet’appalta, 
e dell’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti ov’ire spero. 
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria all’alma, al cor nemica, 
ultimo degli afflitti e buon rimedio, 
tu rendi sana nostra carn’ inferma, 
rasciugh’ i pianti e posi ogni fatica
e furi a chi ben vive ogni ira e tedio…

Michelangelo Buonarroti “O notte, o dolce tempo”

“Natura non soddisfa più dopo di lui, non potendola vedere con gli occhi grandi come i suoi”

                                                                                                                                                               J.W.von Goethe

Marta Francesca Spini, studentessa,Scuola Secondaria di Primo Grado

LE BELLE ARTI

Cristo crocifisso in un dipinto italiano del XIII secolo, le cui caratteristiche stilizzate seguono il disegno e gli schemi tradizionali.

Cristo crocifisso in un dipinto italiano del XIII secolo, le cui caratteristiche stilizzate seguono il disegno e gli schemi tradizionali.

La definizione delle “belle arti” si adatta a quel tipo di musica, di poesia, di prosa, di pittura, di scultura, di architettura eccetera, in cui sentiamo la forte influenza della personalità dell’artista.

Questo termine distingue ad esempio la letteratura dal giornalismo, una sinfonia da una canzone di successo, un capolavoro della pittura da un manifesto e una scultura in marmo da una statuina di cera.

sotto, Cristo dipinto da Giotto, l'artista fiorentino che ruppe la tradizione medioevale e seppe infondere nelle proprie opere la sua personalità creativa e una piena conoscenza della validità della realtà umana.

Cristo dipinto da Giotto, l’artista fiorentino che ruppe la tradizione medioevale e seppe infondere nelle proprie opere la sua personalità creativa e una piena conoscenza della validità della realtà umana.

Tali distinzioni sono ovviamente esatte solo in linea molto astratta e generica. E’ la qualità dell’idea dell’artista e della relativa realizzazione in una forma d’arte che giustifica l’uso della definizione “belle arti” per descrivere quell’opera.

Lo scopo ci dà un altro mezzo per capire la definizione di cui sopra: le “belle arti”, infatti, non hanno uno scopo immediato e facilmente definibile. Un buon lavoro di ebanisteria è in fondo un mobile e ha uno scopo preciso, ma molti buoni dipinti non hanno una funzione così immediata e ovvia, se si eccettua un certo fine decorativo, che è tuttavia sempre limitato.

L’artista, sempre inteso nel significato pieno del termine, usa questa libertà per cercare nuove idee, per trovare nuove forme di espressione. In questo senso, lo studio di un artista è come un laboratorio scientifico: come lo scienziato tenta incessantemente di estendere con nuove scoperte i confini della conoscenza, così l’artista nel suo lavoro cerca continuamente di trovare migliori e nuovi modi d’espressione. E ancora, come le scoperte dello scienziato sono sfruttate dai tecnici e dall’industria, così l’opera dell’artista favorisce nuovi sviluppi delle arti di massa.

Dato che l’opera dell’artista è spesso sperimentale, è difficile capirla a prima vista e questa asserzione è particolarmente vera per quanto riguarda le arti del XX secolo. Le opere del Rinascimento, del resto, contenevano  elementi immediatamente interpretabili, ma anche elementi che erano contemporaneamente profondi e sottili, cosa non facile a essere spiegata in poche parole. Per capire esattamente, dobbiamo infatti passare parecchio tempo in una galleria di dipinti del Rinascimento. Dopo un certo periodo, ci accorgiamo di aver progredito dallo stadio iniziale, in cui vedevamo i dipinti come pure e semplici illustrazioni di certi avvenimenti, a uno stadio in cui incominciamo a intravedere il mondo sotto una nuova prospettiva, una prospettiva che è in certo qual modo espressa dai quadri.

Se si vuole apprezzare l’opera di un artista, bisogna perciò rinunciare ai giudizi-lampo e studiarla con pazienza. Questo è vero, particolarmente oggi, quando l’artista, come accade in molte altre professioni, è divenuto uno specialista: cinquecento anni fa un uomo colto si poteva interessare di quasi tutto lo scibile del suo tempo, mentre oggi sono pochi gli industriali che pretendono di capire che cosa fanno i loro impiegati-scienziati. Ciò è valido anche per l’artista: non possiamo aspettarci di capire la sua opera ad un primo sguardo.

Data la difficoltà di spiegare in termini semplici le creazioni delle “belle arti”, molti critici d’arte ripiegano sull’idea che si debba essere nati con una speciale “simpatia”(cioè compartecipazione) per poter capire l’opera di un artista. Ma la comprensione non è così semplice: richiede una grande pazienza, la buona volontà di apprendere dall’opera d’arte stessa, di ascoltare e di leggere a lungo.

Marta Francesca,Matilde,Lucica

LA PRIMAVERA – di SANDRO BOTTICELLI

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Sandro Botticelli, La Primavera, 1478 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

A quella che ormai possiamo considerare la destinazione originale del dipinto di Botticelli oggi comunemente noto come” La Primavera, gli storici si sono avvicinati progressivamente, anche se già nelle fonti antiche appariva evidente la sua stretta connessione con la famiglia Medici. La citazione più antica e autorevole, completa di descrizione e perfino del nome con cui è conosciuta oggi, è dovuta a Giorgio Vasari che, nella biografia del pittore nella prima edizione delle Vite 1550, la descrive nella villa di Castello a quel tempo appartenente al granduca Cosimo I de Medici. Dice Vasari:Per la città in diverse case Botticelli fece tondi di sua mano, et femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, luogo del Duca Cosimo di Fiorenza, sono due quadri figurati, l’uno, Venere che nasce, et quelle aure et venti che la fanno venire in terra con gli amori; et cosi un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera: le quali da lui con grazia si vengono espresse” .

Nella descrizione succitata è facile riconoscere “La Primavera” di Sandro Botticelli, ma anche l’altro famosissimo dipinto “La nascita di Venere”, anche esso oggi conservato agli Uffizi a Firenze. Nella villa di Castello, “La Primavera” rimase fino al 1815, condividendo l’oblio che aveva circondato l’opera di Botticelli per oltre tre secoli. In quell’ anno fu trasferita agli Uffizi, rimossa nel 1853 e spostata alla Galleria dell’Accademia, destinazione secondaria rispetto alle grandi collezioni medicee presenti a Firenze. Solo nel 1919 insieme ad altre opere di Botticelli,” La Primavera” fece ritorno agli Uffizi, diventando a mio parere personale, uno dei quadri più belli del museo. Un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera. Appare chiaro che ci troviamo di fronte a un raro dipinto profano di grandi dimensioni, fra i pochi superstiti dalle epurazioni della fine del secolo XV, una di quelle favole mitologiche, come venivano chiamati i dipinti di questo genere, dipinti che avevano come protagoniste le divinità antiche, cariche di simboli e attributi. Era ben nota ai contemporanei di Botticelli la sua predilezione per gli scrittori e i filosofi  greci e latini. E’ questa la chiave di lettura della “Primavera”, una chiave sulla quale i critici d’arte concordano da tempo.

I personaggi raffigurati sono distribuiti su una scena composta da un prato semicircolare. Ci troviamo davanti ad una specie di raduna delimitata da aranci carichi di fiori, foglie e frutta. Il verde tappeto su cui posano i piedi affusolati delle divinità è cosparso di fiori ed erbe di moltissime varietà tuttora esistenti e quasi tutte perfettamente riconoscibili: ranuncoli, fiordalisi, viole, crisantemi, iris, rose, non-ti-scordar-di-me, papaveri, margherite, oltre a soffioni, fragole ,crescione….Dietro alla cortina di aranci, tra i quali spiccano qualche fronda d’abete, troviamo alcune piante di alloro, allusive per assonanza (laurus in latino) al nome di Lorenzo de Medici.

Tutto è avvolto in un’atmosfera distesa e luminosa, calma e profonda.

Al centro, racchiusa come in un trittico trecentesco, dentro un’ogiva, composta naturalmente dagli alberi che si diradano per far posto alla pianta di mirto che le è dedicata…è Venere, regina di questo luogo di delizie, nel quale la primavera è perenne, identificato giustamente come “Giardino delle Esperidi”, quel giardino dove le figlie del dio Atlante coltivavano frutti dorati riservati a lei, alla dea della Bellezza.

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Particolare della dea Venere

La dea è ammantata come una figura classica, ma anche con elementi desunti dai vestiti e dai canoni di bellezza quattrocenteschi, come la posa considerata di grande eleganza, e la veste che alla scollatura e sotto il seno presenta una decorazione a fiammelle dorate rivolte verso il basso; indossa inoltre, una collana di perle con un pendant a forma di mezza luna, all’interno del quale è incastonato un rubino. Inclinando soavemente la testa verso la spalla destra e alzando la mano corrispondente, essa sembra voler attirare, verso il gruppo su quel lato, l’attenzione dello spettatore, introducendolo così nel giardino.

Sopra la sua testa è librato il figlio Cupido, dio dell’Amore, raffigurato come uno dei tanti putti alati della scultura greca antica, bendato come vuole la tradizione, perché lui colpisce fatalmente, senza vedere le proprie vittime. Egli indossa solo la faretra colma di frecce e ne sta scagliando una dalla punta infiammata contro la figura centrale del gruppo danzante nel quale sono riconoscibili le Tre Grazie, tradizionalmente al seguito di Venere; erano considerate protettrici dell’Accademia Platonica.

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Particolare con le tre Grazie

Raffigurate secondo uno schema desunto dalla scultura antica, esse danzano in cerchio con passi lievi e ritmici, le mani intrecciate, muovendo con eleganza le teste dai lunghi e biondi cappelli (bionde erano le donne più belle secondo i cannoni estetici dell’epoca.) Coperte da veli trasparenti e fluttuanti, ornate di perle che sono, come quelli di Venere, oggetti di splendida oreficeria, le 3 Grazie sono: al centro, Thalia, simbolo della castità, a sinistra Aglaia e infine, Eufrosine.

Thalia guarda verso il giovane in piedi all’estrema sinistra, identificato come il dio Mercurio, il quale le volta le spalle, intento col suo bastone, ornato di serpenti attorcigliati-il caduceo, a disperdere le nubi che tentano di entrare nel giardino. Mercurio, fin dall’antichità pure associato a Venere, ha ai piedi i calzari alati, al fianco una spada ricurva e sulla testa un elmetto di foggia quattrocentesca, ed è vestito solo di un drappo rosso ornato di fiamme d’oro.

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Particolare con il dio Mercurio

Dall’ estrema destra entrano in scena tre figure. La prima, alata e di colore verdastro, che irrompe tra le curve piante di lauro, è Zefiro, vento primaverile per eccellenza, che soffiando e aggrottando la fronte per la foga e il desiderio, insegue la ninfa Clori che fugge davanti a lui, ma in qualche modo sembra anche volgersi a cercarlo.

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Particolare con la ninfa Clori e dio del vento Zefiro

Dell’episodio troviamo la spiegazione nei Fasti del poeta latino Ovidio: Clori che ha suscitato la passione di Zefiro, viene da questi raggiunta e posseduta, ma egli la farà poi sua sposa, conferendole il potere di far germogliare i fiori. Anche il suo nome verrà cambiato da Clori in Flora, a indicare la sua trasformazione, la sua nuova prerogativa, che viene cosi magistralmente descritta da Ovidio:Ero Clori, che ora son chiamata Flori!”

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Particolare con la ninfa Clori dalla cui bocca escono i fiori

Dalla bocca di Clori escono rose. I fiori del resto, sono proprio il tramite attraverso il quale nel dipinto viene evidenziata la metamorfosi rappresentata nelle due versioni dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori, finiscono per confondersi con quelli che ornano l’abito del suo alter ego, Flora, e che a loro volta si confondono con quelli che le cingono la vita e la testa, e, con gli altri che ha raccolto nel grembo e sta spargendo sul prato. E’ lei la dea che viene riconosciuta come la personificazione della Primavera!

 

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Particolare con la dea Flori, la personificazione della primavera

La critica ha  evidenziato i rapporti del dipinto con altre fonti letterarie, antiche e moderne, quali per esempio i testi di  Lucrezio, Apuleio, Poliziano, Marullo. Di recente, Claudia Villa (1998) ha messo in relazione la composizione di Botticelli con il trattato De nuptiis Mercurii et Philologiae, scritto dal rettore africano Marziano Capella nel IV-V secolo d.C. e commentato da Remigio di Auxerre (IX-X secolo), testo ben noto nell’ambito mediceo, apprezzato dallo stesso Agnolo Poliziano: il dipinto presenterebbe le personificazioni presentate dal trattato e dal suo commento. La scena è ambientata nel Pomerium rethorice, dai cui alberi pendono i pomi dorati delle Esperidi, simbolo di eternità. Iniziando da sinistra, Mercurio, allegoria dell’Ermeneutica e dell’Eloquenza, si volge verso Apollo-Sole (la Poesia) per chiedere consiglio per sposare Filologia (di solito ritenuta Venere) posta al centro; questa è accompagnata da un lato dalle tre Grazie favorevoli alle nozze, in alto dal Genio volante dio dell’Amore, e dall’altra parte da Filologia (alias Flora); la ninfa in fuga dalla cui bocca fuoriescono fiori, avvinta dal Genio alato, è protettrice delle unioni coniugali. Il dipinto rappresenterebbe dunque la celebrazione della nuova filologia, promossa dai letterati fiorentini.

Un’altra recente interpretazione in chiave cristiana vede nella “Primavera” una allegoria delle tre fasi del “viaggio nel Paradiso terreno”: “l’ingresso nelle vie del Mondo”, il “cammino nel Giardino e l’esodo nel Cielo” (Marino 1997).

Cristina Acidini (2001), proponendo una lettura della composizione in chiave storica, vede nella Primavera la celebrazione della “rinnovata fioritura di Firenze” (l’antica Florentia, richiamata nel dipinto da Flora) “nell’eterna primavera ristabilita dai Medici”, richiamati fra l’altro – come spesso è stato notato – dagli aranci, per la loro denominazione latina mala medica. Il dipinto potrebbe essere stato infatti concepito dopo la primavera del 1480, quando il Magnifico con un’abile politica e un trattato riuscì a porre fine ai due anni di guerra con Ferdinando d’Aragona e di interdetto papale, che avevano colpito Firenze dopo la congiura dei Pazzi. L’opera sarebbe stata poi di fatto eseguita dopo il ritorno di Botticelli da Roma, fra il 1482 e il 1485, probabilmente su commissione proprio del Magnifico, la cui diplomazia pacificatrice sarebbe riecheggiata dal Mercurio raffigurato nella composizione.

Nell’iconografia della Primavera, Botticelli esprime una chiara rappresentazione dello stile del Rinascimento italiano, dove il ritrovamento della scuola classica si pone come elemento caratterizzate in un tutte le arti: dalla scultura alla pittura.

Lo storico e studioso dell’arte Igino Benvenuto Supino, già direttore del Museo Nazionale del Barghello pubblicò una monografia dedicata all’Allegoria all’inizio del ‘900[1] , in un momento nel quale l’interesse per le opere botticelliane riscuoteva grande successo in Europa.

Ed è proprio tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso che l’attività di ricerca e gli studi sull’interpretazione del dipinto si intensificarono. Adolfo Venturi, storico dell’arte di origini modenesi pubblicò nel 1892 un articolo sulle arti figurative de la Primavera nella rivista Arti [2]. Nasce un dibattito vivace imperniato sulla figura della Venere che da un lato viene identificata ad una ninfa, sulla base dello stretto rapporto tra Botticelli e Poliziano, tesi poi osteggiata da Supino secondo il quale non era possibile tracciare alcun tipo di affinità tra le Stanze di Poliziano ed il dipinto; dall’altro, Venuti associa invece le Veneri a Simonetta Vespucci.

L’interpretazione iconografica della Primavera verrà poi successivamente integrata dalla visione delle figure come rappresentazioni o meglio personificazioni vive della natura primaverile, tesi condivisa anche da Paolo D’Ancona, allievo del Venturi e docente di storia dell’Arte all’Università degli Studi di Pisa in un suo studio del 1947[3].

In conclusione, il dipinto come qualsiasi altra opera complessa, è stato oggetto di diverse interpretazioni da parte degli studiosi, ed oggi, dopo oltre 500 anni, è un’opera che per certi aspetti è tutta ancora da scoprire.

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1Sandro Botticelli, Igino Benvenuto Supino, Roma, A.F. Formiggini, 1910.

2Storia dell’arte italiana, Volume 3, Adolfo Venturi, U. Hoepli, 1904.

3Pittura e scultura in Europa, Eric Newton, Paolo D’Ancona, A. Tarantala, 1947.

                                                                                                                        Lucica Bianchi

PITTURA DEL PRIMO RINASCIMENTO A FIRENZE

IL GOTICO INTERNAZIONALE A FIRENZE INTORNO AL 1400

L’arte fiorentina dell’inizio del XV secolo è dominata da una particolare forma del tardogotico, che gli storici dell’arte hanno battezzato “gotico internazionale”. Questo nome fu coniato nel XIX secolo dallo storico francese Louis Courajod, nel tentativo di ricondurre a un denominatore comune i tratti caratteristici dell’arte degli inizi del XV secolo, riscontrabili con una certa uniformità in gran parte dell’Europa. Tendenze verso un’arte sontuosa e ricca come decorazione, sono individuabili anche nell’area franco-fiamminga, in Germania (nel Nord e nel Sud, così come in Westfalia), nonché in Boemia, in Spagna e nell’Italia settentrionale. Questo stile è caratterizzato da una particolare cura per la resa realistica dei dettagli e, nei suoi migliori risultati, dimostrò una straordinaria eleganza dei tratti e una notevole finezza nell’uso dei materiali. Il punto di partenza di questa evoluzione è da collocare nell’area franco-fiamminga e, soprattutto, nelle corti di Borgogna, di Parigi e di Digione. Gli ideali artistici tardogotici si diffusero in tutta Europa, favoriti dalla domanda di opere di piccole dimensioni, facili da trasportare. Artisti girovaghi come lo Starnina, il Pisanello e Gentile da Fabriano diffusero con dovizia queste eleganti forme cortesi in tutta l’Italia centrale. Così facendo essi contribuirono a un rapido e grande successo dello stile tardogotico persino in una città come Firenze, che in un primo tempo l’aveva ignorato.

“L’ADORAZIONE DEI MAGI” di GENTILE DA FABRIANO

Uno dei più significativi rappresentanti del tardogotico a Firenze fu Gentile da Fabriano (1370 ca.-1427); i suoi dipinti, saldamente ancorati alla realtà, consentono di annoverarlo tra i precursori dell’arte rinascimentale. Nato a Fabriano, nelle Marche, prima di trasferirsi a Firenze nel 1420, aveva già ottenuto diversi riconoscimenti come pittore, sia a Venezia sia a Brescia. L’esperienza artistica da lui maturata nell’Italia settentrionale, roccaforte del gotico internazionale, si riflette nella straordinaria pala d’altare raffigurante l‘Adorazione dei Magi, realizzata nell’arco di tre anni per conto del mercante fiorentino Palla Strozzi e terminata, stando alla data riportata sulla base del dipinto, nel 1423.

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Foto: Gentile da Fabriano. Adorazione dei Magi, tempera su tavola, 303 x 282 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi

L’eccezionale sfoggio di ricchezze, la varietà  delle tecniche impiegate e la resa dei fenomeni naturali concorrono a creare un’opera estremamente innovativa che esercitò una notevole influenza sugli artisti fiorentini.

La centina del dipinto serve a descrivere l’episodio dell’Adorazione dei tre Magi come una narrazione coerente. I tre archi non toccano terra, cosicché l’impressione di trovarsi in presenza di un trittico è solo momentanea e vaga. Essi servono a introdurre una separazione tra la Sacra Famiglia, i tre Magi e il loro seguito, senza spezzare la scena. Gentile utilizzò, inoltre, lo spazio sottostante i tre archi per narrare gli eventi verificatisi prima dell’adorazione.

In alto a sinistra, i Magi sono raffigurati in abiti sfarzosi sulla cima di una collina affacciata su uno specchio d’acqua, mentre osservano la stella che annuncia la nascita di un nuovo Re.

Sotto il fornice centrale, i tre Re orientali, con il loro seguito, viaggiano alla volta di Gerusalemme, dove intendono informarsi presso Erode della nascita di questo nuovo Re.

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 Foto: Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, dettaglio

Infine, sotto l’arco di destra, i Magi giungono a Betlemme, destinazione finale del loro viaggio, ove ha luogo la scena dell’adorazione, tema fondamentale del dipinto. Sulla sinistra c’è la stalla, davanti alla quale è seduta la Vergine. I Magi sono prostrati ai suoi piedi, mentre il loro seguito, tra cui anche un cane, cavalli e animali esotici, si avvicina da destra. Due ancelle, in piedi accanto a Maria e a Giuseppe, osservano con aria interrogativa la coppa dorata donata dal più vecchio dei Magi ansiose di scoprire quali regali egli abbia portato a Gesù.

Gli effetti di luce studiati da Gentile e applicati in quest’opera, possono essere considerati i primi mai realizzati con tale rigore a Firenze. Sebbene le ombre avessero già fatto la loro comparsa in opere precedenti, si era sempre trattato di sperimentazioni. Qui, invece, si coglie l’intenzionalità dell’artista mirante alla cattura dei giochi di luci e ombre così come essi si manifestano.

L’esecuzione di questa magnifica  Adorazione fu commissionata a Gentile dal banchiere Palla Strozzi, che intendeva decorare la cappella di famiglia nella sacrestia di Santa Trinità a Firenze. La figura del committente, accanto a quella del figlio Lorenzo, è visibile al centro del dipinto, immediatamente alle spalle del più giovane dei Magi. E’ la prima volta che, nell’arte fiorentina, un committente viene raffigurato insieme agli personaggi del dipinto. Tale idea verrà ripresa in seguito, sebbene in forma diversa, dai Medici, grandi rivali della famiglia Strozzi. In ogni caso, questo intimo accostamento della figura del committente alla scena ritratta testimonia di una nuova fiducia e sicurezza in se stessi, che contrasta con l’umile subordinazione cui si attenevano in precedenza i clienti. Inoltre, lo splendore che caratterizza il dipinto, riflette l’orgoglio e la ricchezza di questo abilissimo banchiere che, secondo un documento del 1427, era l’uomo più ricco di Firenze.

                                                                                                         Lucica Bianchi