GIOVEDI’ LETTERARI IN BIBLIOTECA

TALAMONA per due giovedì di febbraio e due di marzo

 

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QUATTRO INCONTRI ALLA SCOPERTA DEGLI AUTORI VALTELLINESI E DELLE LORO OPERE di Antonella Alemanni

In principio erano i focolari dove gruppi di uomini si trovavano per raccontarsi le giornate, fatte prevalentemente di battute di caccia. Poi sono venuti i simposi greci, i banchetti romani, le corti del medioevo e del rinascimento e più avanti i salotti e i caffè mentre nei contesti contadini per secoli e secoli si è avuta la realtà delle veglie con tutti che stavano nelle stalle a raccontarsi le storie e la vita. La casa Uboldi si propone come una particolarissima sintesi di tutte queste realtà, ne evoca gli echi di serata in serata, di evento in evento durante i quali si è parlato di tutto. Dall’ arte alla memoria storica, dagli sport di montagna ai viaggi, disquisizioni religiose e persino lezioni di astronomia oltre naturalmente la letteratura. Siamo pur sempre in una biblioteca e la biblioteca è fatta in primo luogo di libri da presentare, commentare, condividere, libri di cui discutere con chi li ha scritti per arricchirsi e aprire nuovi orizzonti, nuovi percorsi. È con questo spirito che il gruppo dei volontari della biblioteca ha voluto proporre questo ciclo di serate denominate GIOVEDI’ LETTERARI che ricordano anche nella dicitura un sapore di altri tempi quando animare salotti era una sorta di moda, un fenomeno di costume cui chi voleva essere dentro lo spirito del tempo doveva attenersi (pare che anche Margherita di Savoia quando stava al Quirinale organizzasse in casa sua degli eventi, dei salotti culturali che in tutta Roma erano diventati famosi proprio con la dicitura di giovedì letterari). Ed è così che a partire da giovedì 4 febbraio, un giovedì si e uno no fino al 17 marzo, ci si è ritrovati alle 20.30 per dare spazio e voce a quattro autori che attraverso racconti, poesie e riflessioni vogliono proporre ciascuno la propria personale visione del Mondo.

 

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IL GIUBILEO SECONDO FRANCISCO DE TOLEDO

di Loredana Fabbri

saint peter's basilica holy door

 

                                                                      <<Antiquorum habet fida relatio, quod

                                                       accedentibus ad honorabilem Basilicam Principis Apostolorum

                                                                      de Urbe concessae sunt magnae remissiones,

                                                                                      et indulgentiae peccato rum>>.

                                                                                               (Bonifacio VIII, Bolla, Antiquorum habet fida relatio,

                                                                                                                        22 febbraio 1299)

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La Divina Commedia è tra le opere letterarie che fanno riferimento al primo Giubileo: Dante racconta di avere fatto il suo viaggio ultramondano durante la Settimana Santa del 1300, ossia nel primo anno giubilare proclamato da Bonifacio VIII. Il pellegrinaggio di Dante nell’oltretomba aveva lo scopo di portarlo alla salvezza e alla purificazione, come il pellegrinaggio del Giubileo consentiva la remissione delle colpe ai penitenti. Nella prima cantica, Dante sembra essere stato tra i pellegrini arrivati a Roma per acquistare l’indulgenza plenaria e ci racconta la sua impressione nel vedere la folla che passava sul ponte Sant’Angelo, paragonandoli con i dannati che si trovano nella prima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno: <<…Nel fondo erano ignudi i peccatori;/ dal mezzo in quaci venien verso ‘l volto,/ di là con noi, ma con passi maggiori,/ come i Roman per l’esercito molto,/ l’anno del giubileo, su per lo ponte/ hanno a passar la gente modo colto,/ che da l’un lato tutti hanno la fronte/ verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,/ da l’altra sponda vanno verso ‘l monte…>>.[1] Dante si riferisce al criterio adottato dai magistrati romani, i quali in occasione del primo Giubileo, allo scopo di regolare la marea dei pellegrini che transitavano sul ponte Sant’Angelo, lo divisero a metà con una transenna, in modo tale che su una corsia era convogliato il flusso di persone che andavano in direzione di Castel Sant’Angelo-San Pietro, sull’altra defluiva la folla di coloro che, lasciata la basilica, si dirigevano verso il monte di qua dal fiume (monte Gianicolo o monte Giordano: alcuni apparati critici dell’opera riportano il primo, altri il secondo). Anche nel Purgatorio, Dante affronta il tema del Giubileo connesso al valore delle indulgenze nell’episodio in cui incontra l’amico Casella (Purgatorio, II, 94-99), il poeta chiede all’amico come mai, essendo morto da qualche tempo, solo ora è giunto alla spiaggia dell’isola. Casella risponde che non gli è stato fatto alcun torto, perché l’Angelo nocchiero sceglie con molta cura, che coincide con la volontà stessa di Dio, quelle anime che, non essendo dannate, si raccolgono presso la foce del Tevere per essere traghettate in Purgatorio: molte volte Casella è stato respinto, ma da tre mesi, dopo la proclamazione del Giubileo, l’Angelo le accoglie tutte senza distinzione e tra gli altri accolse benevolmente anche lui. Dante si riferisce all’indulgenza che veniva concessa con il Giubileo per i vivi e per i morti, in seguito alla quale le anime potevano accedere direttamente al Purgatorio.[2]

Il Giubileo o Anno Santo è l’anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati. Il termine Giubileo deriva dal latino iubilaeus che a sua volta deriva da tre parole ebraiche: jobel (ariete); jobil (richiamo); jobal (remissione), nel XXIV capitolo del Levitico troviamo che il popolo ebraico viene sollecitato a far suonare il corno (jobel) ogni quarantanove anni per richiamare (jobil) tutta la gente del paese, dichiarando santo il cinquantesimo anno e annunciare la remissione (jobal) di tutti gli abitanti, perché, secondo l’Antico Testamento, il Giubileo portava la liberazione di tutti da una condizione di miseria, di sofferenza e di emarginazione. In osservanza della legge mosaica, durante quest’anno, non veniva coltivata la terra per ricordare che essa appartiene a Dio e gli uomini la possiedono solo temporaneamente, le case, se alienate, dovevano tornare ai loro proprietari, i debitori restavano sciolti dai loro debiti e gli schiavi di origine ebraica liberati. [3]

Nel Medioevo, la Chiesa cattolica attribuisce al Giubileo un significato spirituale e non più politico-sociale: è un Anno Santo che ricorre ogni cento anni, durante il quale viene concesso il perdono generale a coloro che ricevono la confessione e la comunione, in altri termini il Giubileo cristiano è un’indulgenza plenaria elargita dal papa, con lo scopo di supplicare speciali grazie per la riforma dei costumi e per il bene generale della Chiesa. Per i cristiani la vera liberazione era quella che cancellava i peccati e le pene, questo concetto si fondava sul principio della “comunione dei santi”, ovvero i meriti acquisiti dai santi dinanzi a Dio potevano essere utilizzati dalla Chiesa a vantaggio di tutti i cristiani per liberarli dai loro peccati, ciò avveniva mediante la concessione di indulgenze parziali o plenarie, consistenti nel condono delle pene del Purgatorio che i fedeli o i loro cari avrebbero dovuto subire nell’aldilà a causa dei loro peccati. Questa pratica venne in seguito condannata da Lutero e poi dai protestanti che la consideravano un deplorevole commercio. Il Giubileo può essere ordinario se legato a scadenze prestabilite, straordinario se viene indetto per qualche avvenimento di particolare importanza.[4]

Nel 1300 papa Bonifacio VIII, con la bolla “Antiquorum habei digna fide relatio” emanata il 22 febbraio, dà inizio al primo Giubileo ordinario celebrato con grande solennità, dichiarando di voler ristabilire un’ampia remissione dei peccati da guadagnarsi vistando la città di Roma e la basilica dei Santi Pietro e Paolo; in tale occasione papa Bonifacio decreta che questa indulgenza debba rinnovarsi ogni cento anni. Perché fu indetto questo primo Giubileo? La risposta non è univoca, molto dipende dall’interpretazione che viene data al personaggio di Bonifacio. Secondo Indro Montanelli e Roberto Gervaso: << Questo papa miscredente e blasfemo incarnava la maestà della Chiesa e non ammetteva che il suo primato terreno fosse revocato in dubbio. Essa era, secondo lui, padrona e proprietaria non solo delle anime, ma di tutto. Quindi anche i troni le appartenevano: i Re non erano che momentanei appaltatori. […] Ma naturalmente non tutti erano disposti a subire simili prepotenze, e re Filippo di Francia, per esempio, vi rispose a tono proibendo al Clero d’inviare a Roma le decime raccolte nei suoi stati. Era un colpo grave per le finanze della Chiesa perché la Francia era la loro fonte più grassa. Ma lo era anche per il prestigio del papato. Fu allora che Bonifacio indisse il Giubileo: un po’ per rivalersi dello smacco politico, un po’ per colmare i vuoti in cassaforte. E l’iniziativa non poteva essere più congeniale al carattere teatrale dell’uomo e alla sua vocazione di grande regista>>.[5]

Parole meno aspre nella sua lettura del personaggio sono usate da Attilio Agnoletto: << Ai provvedimenti papali intesi a controllare le tendenze nazionali francesi per cui non si volevano trasportare più le imposte a Roma, Filippo IV risponde impedendo l’uscita dell’oro e dell’argento dalla Francia, e in questa azione egli trovò consenziente tutta la nazione. Qualcosa di simile avverrà più tardi quando l’azione religiosa di Lutero troverà fortissima eco presso i tedeschi che non volevano più vedere stornate le loro grosse somme a Roma, sia pure per la costruzione di quella che sarà la bellissima basilica di San Pietro>>.[6]

Il secondo Giubileo invece fu indetto nell’anno 1350, abbreviando lo spazio temporale a cinquanta anni anziché cento; fu preannunziato dalla bolla “Unigenitus” il 27 gennaio 1343 da Clemente VI, il quale aggiunse alle due basiliche dei Santi Pietro e Paolo anche la visita a quella di San Giovanni in Laterano, questo fu il Giubileo senza papa, poiché Clemente VI non lasciò la sua sede di Avignone per recarsi a Roma. Nel 1389 l’intervallo di tempo tra due Giubilei fu ancora ridotto a trentatré anni da papa Urbano VI, ricordando gli anni della vita terrena di Gesù, ma causa la morte di questo papa, il Giubileo fu celebrato nel 1390 dal suo successore Bonifacio IX; in seguito papa Nicolò V decretò di tornare a quanto stabilito da Clemente VI. Quando salì sul soglio pontificio Sisto IV (1471-1484) l’Anno Santo venne celebrato ogni venticinque anni, ad eccezione del secolo XIX, in cui fu celebrato solo quello del 1825 sotto il pontificato di Leone XII.[7]

Il Giubileo del 1575, indetto l’anno precedente da papa Gregorio XIII, fu caratterizzato dall’assenza di sfarzo e dal rigore voluta dal papa, infervorato da continue prediche di famosi predicatori, processioni e da numerose confraternite differenziate per il ruolo liturgico e devozionale, in una Roma organizzata perfettamente per accogliere la grande folla dei pellegrini, le cronache e le testimonianze dell’epoca ne evidenziano lo straordinario successo. Gregorio XIII si circondò di Gesuiti, Cappuccini, Teatini, fu positivamente influenzato da San Carlo Borromeo e da San Filippo Neri, i quali contribuirono molto all’organizzazione di questo Anno Santo.[8] Tra i predicatori ci fu anche Francisco de Toledo, il quale in una sua predica inedita ci spiega che cosa è il Giubileo, ma soprattutto il significato dell’indulgenza plenaria.

Francisco Toledo Herrera nacque a Cordova nel 1532 da Alfonso de Toledo, attuario di origine ebrea e da Isabel de Herrera. Studiò filosofia a Valencia e teologia a Salamanca, dove fu allievo di Domingo de Soto, teologo spagnolo e cappellano di Carlo V e nel 1558 si trasferì a Simancas, dove entrò nella Compagnia di Gesù ; l’anno seguente, quando era ancora novizio, il Generale dei gesuiti Diego Lainez lo segnalò per la sua eccellente cultura a Roma perché fosse chiamato a leggere filosofia nel Collegio Romano, dove dopo pochi anni ottenne la cattedra di teologia e filosofia. Nel 1564, sempre a Roma, fece la professione di fede. Al Collegio Romano ebbe la carica di maestro dei novizi e professore di filosofia dal 1559 al 1562 e dal 1562 al 1569 fu professore di filosofia scolastica e teologia morale, divenendo in seguito anche rettore di alcuni seminari, tra cui del Collegio Germanico-Ungarico a Roma. Nel 1569 fu nominato anche predicatore apostolico: svolse questo incarico per ventiquattro anni (viene spontaneo associare l’attività predicatoria di Toledo a quella del francescano Francesco Panigarola, Milano 1548-Asti 1587, tra le cui prediche molto famosa è l’orazione funebre in occasione della morte di San Carlo Borromeo), nello stesso tempo fu nominato teologo della Sacra Penitenza e consultore del Santo Uffizio, nel 1570 partecipò al processo contro Carranza de Miranda, arcivescovo di Toledo, assumendone le difese. Per la sua vasta cultura ed altre qualità venne inviato in varie missioni diplomatiche. Nel 1580 papa Gregorio XIII lo inviò a Lovanio, dove accolse le ritrattazioni di Baio (Michel de Bay (1513-1589), le cui tesi teologiche, ispirate all’agostinismo rigido e precorrenti il giansenismo, erano state condannate da Pio V). Fu tra i revisori del testo della Vulgata, fu consigliere nelle trattative per la riconciliazione tra Enrico IV e la Chiesa Cattolica. Il 17 settembre 1593 fu nominato cardinale da Clemente VIII: Toledo fu il primo gesuita elevato alla dignità cardinalizia, ma l’anno successivo si ammalò gravemente e mori a Roma, dove è sepolto nella Basilica Liberiana, il 14 settembre 1596. Fu considerato uno degli uomini più colti del suo tempo e tra i più eclettici e insigni commentatori cinquecenteschi di Aristotele, seguace di Agostino e Tommaso d’Aquino e autore di trattati esegetici. Tra le principali opere troviamo i “Commentaria una cum quaestionibus in universam Aristotelis logicam”; il commento in tre libri al “De anima” e i due “De generazione et corruptione”, che ebbero grande successo, che videro molte edizioni e furono adottati come libri di testo nelle scuole paripatetiche. Altra opera molto divulgata fu la sua “Summa o De instructione Sacerdotum libri septem”. Nell’esegetica biblica scrisse i “Commentarii” al Vangelo di Giovanni, ai primi dodici capitoli di Luca e all’epistola ai Romani (postumi questi ultimi). La più importante opera di teologia dogmatica, con sue opinioni personali, è “Enarratio in Summam Theologiae S, Thomae”, che fu edita solo nel 1869-70. Le prediche, molto numerose, non furono mai stampate.[9]

Le prediche di Toledo risalgono agli anni settanta del Cinquecento, un secolo denso di avvenimenti e cambiamenti storico-politico-religiosi. La rapidissima discesa in Italia di Carlo VIII (1494) mise in evidenza la divisione degli Stati italiani e aprì la strada ad un maggiore coinvolgimento delle potenze europee nella penisola, cancellando la possibilità di qualsiasi processo di unificazione. Quando Carlo d’Asburgo salì sul trono imperiale col nome di Carlo V concepì fin dall’inizio il progetto di restaurazione dell’autorità imperiale sull’Europa, progetto che incontrò non pochi ostacoli interni ed esterni, tra questi la difficile questione della Riforma, che in Germania si era trasformata da corrente di contestazione religiosa in movimento di contestazione sociale e politico. La lotta tra Francia e Spagna per la conquista dell’Italia, e che ebbe come teatro la penisola italiana, caratterizzò il regno di Carlo V, il quale, sconfitto Francesco I, insediò Francesco II Sforza nel Ducato di Milano, la cui posizione geografica era di fondamentale importanza perché metteva in comunicazione Spagna e Germania; il re di Francia reagì dando vita ad un’alleanza antiasburgica cui aderì anche il papa, con la conseguenza che migliaia di mercenari al servizio dell’imperatore, per la maggior parte lanzichenecchi, noti per la loro fede luterana e per l’odio verso la Chiesa Cattolica, scesero in Italia e di loro iniziativa posero l’assedio a Roma e la occuparono per circa otto mesi saccheggiando la città (1527). Altro avvenimento molto importante fu l’espansione degli Ottomani, che, con il sultano Solimano, raggiunsero il centro dell’Europa (assedio di Vienna) ed il tentativo di controffensiva di Carlo V, con la conquista di Tunisi, si rivelò un successo molto effimero. La pressione turca sull’Europa determinò anche il tramonto dell’idea di cristianità testimoniato dall’alleanza del re di Francia con il sultano in funzione antiasburgica. Quando salì sul trono di Spagna il cattolicissimo Filippo II, lo scontro tra cristiani e musulmani nel Mediterraneo si ridusse in quello tra Impero Ottomano e Spagna, mischiando alla guerra la pirateria da entrambe le parti, fenomeno importante nella storia dell’epoca. La tensione tra Spagnoli e Ottomani precipitò in conseguenza della conquista turca di Cipro: a Lepanto la flotta della Lega Santa formata dal papa, dalla Spagna e dalla Repubblica di Venezia, inflisse ai Turchi una grande sconfitta (1571), che riuscì a limitare notevolmente la loro presenza nel Mediterraneo.

Le speranze in una profonda riforma della Chiesa, che si erano diffuse fin dall’XI secolo, erano state deluse e tra i molti mali che affliggevano il complesso ecclesiastico, c’era anche quello, molto rovente, dell’acquisto delle indulgenze. La necessità di una riforma era avvertita anche nell’ambito del movimento umanistico d’Oltrape: il denominato Umanesimo cristiano preparò il terreno alla Riforma Protestante, fornendole elementi essenziali della nuova teologia. Le 95 tesi di Lutero furono proprio dedicate alla condanna dell’indulgenza come strumento di salvezza, in seguito, il monaco Agostiniano imperniò la sua critica sulla giustificazione per fede e sul sacerdozio universale, quest’ultimo implicava un rapporto diretto del fedele con Dio e la limitazione del papato ad istituzione unicamente umana. La diffusione delle idee luterane trovò due grandi alleate: la stampa e la lingua volgare, che fece perdere ai dotti, ma soprattutto al clero il privilegio di essere i lettori dei testi sacri. L’area della Riforma in Europa fu molto vasta, in Italia ebbe una diffusione più limitata e non diventò mai un movimento popolare, sia per la mancanza della profonda ostilità verso la Chiesa di Roma esistente in altri paesi, sia per la dipendenza dei signori dal papa e dall’imperatore. La Riforma protestante incalzò il pontefice Paolo III a convocare un concilio, richiesto da tempo nel mondo cristiano, ma già prima dell’inizio del Concilio di Trento (1545-1563) le speranze di rappacificamento erano perdute, poiché i protestanti decisero di non parteciparvi. Sul piano dottrinale il Concilio operò una netta chiusura nei confronti del protestantesimo: la Chiesa di Roma si propose come unica interprete delle Sacre Scritture: fu affermato il principio della salvezza per mezzo non solo della fede ma anche delle opere, condannando la tesi luterana della “sola fide”, venne ribadito il libero arbitrio dell’uomo, fu stabilito il numero dei sacramenti (sette) e la loro efficacia non solo simbolica, venne decretato l’obbligo di residenza per i preti e i vescovi, affidando a quest’ultimi la totale responsabilità sulla propria diocesi, con l’obbligo di visitarla, venne riformata la predicazione, fu proibito il cumulo dei benefici, vennero creati i seminari per la formazione del clero: sull’esempio di grandi vescovi come Carlo Borromeo a Milano e Francesco di Sales a Ginevra, fu rinnovato l’impegno pastorale delle guide della Chiesa. Vennero anche prese delle misure contro il nepotismo, la simonia, il concubinaggio: complessivamente la Chiesa di Roma uscì rafforzata dal Concilio ed ebbe nel catechismo uno strumento molto importante per la diffusione dell’ortodossia tridentina. A tutto questo si accompagnò un’azione repressiva, che trovò il suo principale strumento nel potenziamento dell’Inquisizione Romana o Congregazione del Sant’Uffizio, tra le vittime più celebri si ricordano: Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei. L’intento di riforma del Cattolicesimo si espresse anche attraverso i nuovi ordini religiosi e in questo la Chiesa ebbe come principale strumento la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, su una struttura rigorosamente gerarchica, su una rigida obbedienza e sulla notevole preparazione culturale dei suoi membri, i quali riservarono grande attenzione all’istruzione, di cui presto detennero il monopolio. La divisione in seno alle Chiese cattolica, luterana e calvinista fu profonda e tale da sentire la necessità di sottolineare i loro elementi distintivi, nacque così il “confessionalismo”, ossia quella tendenza a subordinare le scelte e le decisioni politiche, morali e civili ad una determinata confessione religiosa, che trovò la sua realizzazione nel disciplinamento sociale, cioè nel controllo delle Chiese su tutte le manifestazioni della vita di relazione, con lo scopo di uniformare i comportamenti e concepire nei singoli un atteggiamento di obbedienza. L’intolleranza divenne comune a tutte le Chiese non solo nei confronti delle altre confessioni, ma contro chiunque fosse considerato un “diverso”; dilagò così il fenomeno della caccia alle streghe: decine di migliaia di persone furono mandate a morte in tutta Europa, accusate di stregoneria, con confessioni ottenute sotto tortura, la psicosi della stregoneria si diffuse al punto che finì per coinvolgere molti “diversi”, emarginati dalla società che trovavano nella stregoneria un modo di evasione da quella società che li aveva respinti. Oggetto di crudeli persecuzioni furono anche gli Ebrei, i quali vennero confinati in ghetti nei quali erano costretti a risiedere e a portare un segno di riconoscimento; in Spagna, già nel secolo precedente, la riconquista cattolica e l’Inquisizione avevano imposto agli ebrei sefarditi conversioni forzate, dando luogo al fenomeno dei marrani, molti dei quali mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando fedeli all’ebraismo in privato. Nel 1565, infine, venne stilata la confessione “Professio fidei tridentina”, in contrapposizione a quella luterana di Augusta. Controllo e repressione delle eresie e rinnovamento della vita ecclesiale furono, dunque, le linee guida della Chiesa Cattolica dopo il Concilio di Trento.[10] Concludiamo questa breve e incompleta panoramica del secolo XVI con le parole di Attilio Agnoletto: << Si può dire che quella che si ama definire la “Riforma cattolica” trovi il suo approdo nel Concilio di Trento, che forse è nella storia della Chiesa Cattolica il più importante tra quelli ecumenici sia per le definizioni dogmatichebsia per i decreti di riforma interna. Occorre infatti arrivare al 1869 perché la Chiesa riconvochi un altro concilio. E anche il Concilio Vaticano II, che si è svolto a circa quattro secoli di distanza, non ha certo intaccato la sostanza di decisioni che appaiono irreformabili […]. Se si vuole comprendere il cattolicesimo del mondo moderno bisogna risalire alle decisioni del Concilio Tridentino, che chiusero la porta alla Riforma protestante, ma realizzarono e diedero l’avvio a una riforma cattolica […]. Esaminando, alla luce attuale, gli effetti delle decisioni tridentine, si deve riconoscere che il Tridentino è la chiave di volta di tutto il cattolicesimo fino ai nostri giorni. La sua importanza non consiste solo nel ripudio dogmatico delle istanze della Riforma, ma anche nell’eliminazione di infiniti abusi e nella costituzione di ordinamenti tuttora vigenti. Si potrebbe dire che il Concilio di Trento ha ridato vigore al cattolicesimo, facendone una rinnovata confessione religiosa che si colloca accanto alle altre rampollate dalla Riforma. Ne è nata una Chiesa poderosa, giuridicamente strutturata, dogmaticamente fissata >>.[11]

E’ in questo clima austero della Riforma Cattolica che Francisco de Toledo si trova a Roma e tra i suoi vari uffici c’era anche quello di predicatore. Toledo inizia la sua predica sul Giubileo portando come esempio san Basilio, il quale sostiene, parlando del Salmo 28, che la più grande benedizione che Dio può dare è la pace : <<Pax mentem liberata ab intemperie peccato rum>>. La pace contiene tutte le virtù e tutti i beni, continua il predicatore, non esiste né bene né virtù che non si contenga nella benedizione della pace, perché tutte le virtù sono comprese in tre cose: nel comportarsi bene verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi. Con il concetto di pace inizia, dunque, la spiegazione di Francesco Toledo sull’Anno Santo.[12]

<< Questo e quel che habbiamo nell’Anno Santo et anno di Giubileo Anno di pace, nel qual Iddio ci dà la benedizione di pace di questo Giubileo vorrei trattare quattro cose con brevità perché non basta una né due prediche per poter dire quel che se poteva dire dell’indulgentia et Giubileo. La seconda perché se domanda Giubileo. 3° perché se domanda Anno Santo. Quarta quanto sia l’efficacia del Giubileo. Queste quattro cose trattaremo nella prima et seconda parte: le prime due nella prima, l’altre due nella seconda con la gratia et aiuto di Dio >>. [13]

Il Gesuita, fatta la premessa, inizia col dire: << Quanto al primo che cosa è Giubileo. Giubileo contiene due parti: l’indulgenza plenaria cum relatione vinculorum fori  conscentia . Queste due cose contiene questo nome Giubileo, la prima che è indulgentia plenaria, la seconda ch’oltre d’esser indulgentia plenaria dà la relaxatione et remissione delli vinculi del foro di conscientia. In questo ce controversia con gli heretici, ma non perché parlamo con cathlolici, le diremo in modo che se un catholico, se ben sa, che sono veritade possa intendere come sono et per dichiarare che cosa sia questo Giubileo diremo quattro veritade della Santa Chiesa, quattro fondamenti veri dalli quali se potrà vedere chiaramte che cosa sia quest’indulgenza et Giubileo >>.[14]

La prima verità, sostiene Toledo, è che Dio quando perdona la colpa, non sempre perdona la pena, non sempre perché alcune volte perdona sia la colpa sia la pena come avviene nel Battesimo: l’uomo quando nasce ha in sé il peccato originale, ma nel momento in cui riceve il Battesimo diventa puro e se dovesse morire in quel momento andrebbe subito alla gloria di Dio. La differenza che c’è tra il Battesimo e la penitenza consiste proprio in questo: che con il primo vengono perdonate la colpa e la pena e con la seconda solo la colpa, infatti a colui che fa penitenza gli è perdonata la colpa, ma gli restano le piaghe, le ferite dei peccati. Questo è sostenuto prima da san Teodoreto, poi da sant’Ilario, i quali alludono al Salmo 31: <<Beati quorum remisse sunt iniquitates, Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno>>,[15] sono molto rare le volte in cui viene perdonato sia la colpa che la pena con la penitenza, almenoché questa non sia veramente molto grande e i peccati molto piccoli. Molte volte Dio perdona la pena per la penitenza, perché il peccato che l’uomo ha fatto merita la pena eterna, ma fecendo grande penitenza, la pena eterna può essere commutata in pena temporale, tutto questo lo troviamo negli scritti dei Padri della Chiesa e nella Sacra Scrittura (2 Libro dei Re: Dixitque Nathan ad David: Dominus quoque transtulit peccatum tuum: non morieris). Stessa cosa dice Sat’Agostino nel “De peccatorum meriti sed remissione”, lib. II, cap. XXIV, il quale cita queste parole e dice che Dio perdonò a David la pena eterna e gli dette quella temporale, così anche San Gregorio. Giustino martire, in “Quaestinibus ad responsiones gentilium”, racconta che Giosia, re di Gerusalemme, fu un re pio e osservante delle Leggi, e i “Gentili” gli chiesero perché Dio permise che un uomo probo come Giosia fosse ammazzato dal re d’Egitto, Giustino rispose loro che egli si era reso reo di disubbidienza verso il profeta Geremia, ma poi comportandosi molto bene, Dio gli commutò la pena eterna in quella temporale, consistente nell’essere ucciso in battaglia dal faraone egiziano.[16] Toledo porta anche l’esempio di Maria (Miriam), sorella di Mosè, la quale rimproverò il fratello per avere contratto matrimonio con una donna madianita e per questo fu colpita dalla lebbra anziché dalla pena eterna.[17] Il predicatore, portando anche altri esempi conclude dicendo di avere dimostrato come Dio quando perdona la colpa non sempre perdona la pena, <<…et di questo fondamento seguitano necessariamente tre veritade principalissime della Chiesa Catholica di qua se seguita che ce purgatorio, perché come si da che ce pena non essendo colpa è necessario che se dia il purgatorio, nel quale se sodisfacia alla pena che è obligato prima d’intrare nel Cielo di quasi seguita anchora la sodisfatione et la giustificazione >>.[18]

Il secondo fondamento, continua Toledo, <<…è che gli giusti comunicano li suoi meriti con gl’altri huomini>>.[19] Questo significa, secondo il Gesuita, che <<…alcuni giusti havendo pochissimi peccati fecero gran penitentia molto maggiore di quel che era necessario per gli suoi peccati et questi meriti che avanzavano alli giusti fanno profitto a gli altri, che non hanno tanti meriti…>>. Ma nel giorno del Giudizio Universale  <<…non ci saranno più meriti dei giusti che ci possano giovare, adesso sì che ci giovano l’opere et meriti che avanzano alli Santi…>>.[20]

Il terzo fondamento <<…è che nella Chiesa furono et sono anchora hoggi di alcuni giusti, che patirono molte tribulationi et afflittioni più di quel che era di bisogno…>>,[21] portando come esempio Giobbe, il cui nome significa “perseguitato”, infatti il Patriarca rappresenta l’immagine del giusto la cui fede è messa alla prova da parte di Dio, Giobbe sopporta tutte queste prove con rassegnazione, perché capisce che non bisogna giudicare l’operato divino con la mentalità umana, divenendo in tal modo l’antinomia del giusto che subisce senza avere colpe e l’iniquo che invece progredisce; Giobbe rappresenta la metafora della giustizia che dovrebbe percuotere il malvagio e assolvere colui che opera il bene. San Paolo dice, prosegue Toledo, che <<…Christo due volte ci ha redento: la prima volta per se stesso quando lui medemo (sic) morì et sparse il suo sangue per noi, et questa fu la vera redenzione. La seconda volta per gli suoi membri Christo per la sua morte liberò l’huomo della colpa con li suoi membri lo libera della pena et perciò dice S. Paulo: “Io che sono membro di Christo adimpleo ea que sunt passionum Christi, patendo molto di più di quel che ho di bisogno per me, ma li patisco per gl’altri, acciché possa avanzare a gl’altri che hanno di bisogno. A talché la Chiesa ha quest’avanzo , questo cumulo delli meriti delli giusti et questo è il tesoro della Chiesa”>>.[22] Il quarto fondamento <<…è che ce potestà di spartir questo thesauro, che bella cosa saria che ci fusse il thesauro et non ce fusse chiave per poter aprirlo. Nostro Signore non le fa le cose in questo modo, ha dato il thesoro alla Chiesa et gli ha dato anchora la potestà>>.[23]

Il papa,vicario di Cristo, ha la potestà di aprire questo tesoro, <<…due cose possono impedire che alchuno non entri nel cielo: la colpa et la pena, qualsivoglia di queste due cose che l’huomo habbia non può entrare nel cielo, ma il Vicario di Christo ha le chiavi del regno del cielo et perciò può liberare di queste due cose, ha il thesoro et ha la chiave per aprirle et ha la potestà di spartirlo del modo che vorrà>>.[24]  Prima di parlare dell’indulgenza, continua il predicatore, vuole mettere in luce quello che ha detto San Tommaso, cioè che nell’indulgenza ci sono comprese la giustizia e la misericordia: <<…ha giustitia perché ce paga et sodisfattione et ha misericordia perché se ben sodisfa non sodisfa con li suoi meriti, ma con li meriti degl’altri…>>.[25] Toledo si spiega meglio portando uno dei tanti esempi di cui si serve in tutte le sue prediche, dicendo che è come un uomo che viene incarcerato e un altro paga mille scudi al giudice perché liberi quell’uomo, questa libertà sarebbe frutto della giustizia e della misericordia: giustizia perché è liberato dalla pena, ma ha pagato per ottenere la libertà; misericordia in quanto sono gli altri, mossi dalla misericordia, che pagano per riscattare la pena. Ora si può capire, sostiene Toledo, che cosa sia l’indulgenza plenaria: aprire la Porta Santa affinché tutti possano godere di quei meriti che sono “avanzati” ai santi. <<Ecco dechiarata la prima parte del Guibileo, che è indulgentia plenaria. La seconda, cioè Cum relaxatione vinculorum fori conscientia […] sia anchora la remissione de vinculi del foro di conscientia dia se licentia alli confessori che possono assolvere di tutti gli peccati et che non sia necessario andare dal Pontefice…>>.[26]

Dopo avere esaminato che cosa sia il “Giubileo”, Toledo passa a spiegare “…perché sia domandato Giubileo…” e rifacendosi al Vecchio Testamento (Lev. XXII) spiega la derivazione e il significato del termine, dice che Dio comandava che ogni cinquanta anni venisse celebrato un anno in cui le terre non dovevano essere seminate, le case tornassero ai loro padroni, gli schiavi liberati e perdonati tutti i delitti. <<…et quest’anno comandava Iddio, che se chiamasse Jovel. Questa parolla Jovel nel hebraico significa castrato […] Joval significa colui che governava gli Castrati. Non pensate che voglia dire qualche cosa di grammaticha, ma dechiararò questo perché ha gran misterio di modo che Jovel significa il Castrato […] questo castrato è quello (Genes. XXII) quando Abramo voleva sacrificare il figliolo Isac apparvoli un Castrato che fu sacrificato in luoco di Isac et questo Castrato è Christo, che fu poi sacrificato per Isac per tutto il mondo […] ma guardi quanta differenza c’era di quest’anno di Giudei al nostro, perché quell’anno era figura di questo et questo si vede chiara che è figura, perché Iddio comandò che fusse chiamato Anno Santo, ma che santità haveva: non haveva santità quell’anno, tutto era cosa temporale, ma se domandava anno santo, perché doveva essere figura di questo nostro anno, il quale è veramente santo>>.[27] Il Gesuita ribadisce il concetto di temporalità delle cose alludendo alla terra, alle proprietà, agli schiavi, ai debiti, perché cose materiali e temporali, mentre nel Giubileo cristiano tutto si riferisce alla spiritualità. L’anno dei Giudei, inoltre, giovava ad alcuni, come ad esempio agli schiavi che venivano liberati, ma non conveniva ai padroni che perdevano gli schiavi; era efficace per la terra che diventava più fertile, ma non ai padroni dei terreni che non ricevevano i  frutti. L’Anno Santo cristiano, continua Toledo, è favorevole per tutti e non nuoce a nessuno. Altri fanno derivare il termine Giubileo dal verbo latino “iubilo”, <<…che questo verbo significa il canto che se soleva fare in segno di vittoria et triumpho…>>, ma sono i cristiani che <<…possono giubilare et allegrarse, perché noi habbiamo havuto il Castrato nostro Signore che sé sacrificato per noi […]perché habbiamo havuto la vittoria et habbiamo havuto il vero Jovel Christo Nostro Signore. Habbiamo visto che cosa è Giubileo et perché sia detto Giubileo fermamoci et diremo quattro parole nella seconda parte>>.[28]

Come già annunciato all’inizio della predica, nella seconda parte Francesco Toledo parlerà del perché il Giubileo si chiama anche Anno Santo, poi spiegherà quanto esso sia efficace.

<<Anno Santo è questo che habbiamo detto, questo anno del Giubileo se domanda anchora Anno Santo. Anno nel quale se concede questo Giubileo s’apreno le porte sante, non che sia necessario per il Guibileo aprire le porte, ma se apprino in segno che quest’anno sta aperto il thesoro della Chiesa se dà il Giubileo et indulgentia plenaria quest’aprire le porte sante in quest’anno è come quello che faceva Ezechiel 46, che comandava  Iddio, che stesse sempre serrata una porta, la quale se dovesse aprire il sabbato in segno di festa s’apriva la porta, che guardava all’Oriente>>,[29] Toledo si riferisce al passo di Ezechiele 46 in cui troviamo: <<La porta del cortile interno che guarda a est resterà chiusa durante i sei giorni di lavoro; ma sarà aperta il giorno di sabato e sarà pure aperta il giorno dei noviluni>>. La porta aveva il compito di essere aperta per sei giorni della settimana e di rimanere chiusa il settimo, cioè il sabato, questo riutuale aveva lo scopo di ricordare che nel primo libro della Bibbia, Dio si riposò il settimo giorno dopo avere compiuto l’opera della creazione e decise di consacrare questo giorno (sabato) con lo scopo di benedire l’intera creazione e le sue creature intelligenti potevano, in questo giorno, adorare Cului che le aveava create.[30] <<…così tutto questo tempo sta serrata una porta, la quale se apre la porta aurea, la Porta Santa in segno che sta aperto il thesoro della Chiesa et vengono a Roma tutti a guadagnar questo Giubileo et indulgentia plenaria, così anchora si vede che comandava Iddio, che tutti gli giudei anchora quelli che stavano fuora della terra di promissione venissero tre volte all’anno a Gierusalemme, così anchora la Chiesa ha ordinato quest’Anno Santo, nel quale vengono tutti li cristiani di tutte le nattioni a Roma a guadagnare quest’indulgentia et questo Giubileo è cosa antiquissima nella Chiesa, sempre mai se ha fatto questo et se ha havuto per tradizione, perché è cosa antiquissima, che quello di Bonifacio sono trecento anni non è che lui ordenasse quest’Anno Santo, ma confermò quel che ab antiquo se soleva fare et così dice accepissimus per traditionem maiorum et per consuetudine se ha sempre osservato questo nella Chiesa se ben non sta scritto, perché non pèossono stare scritte tutte le cose>>.[31]

Bonifacio VIII, per giustificare l’indizione del Giubileo si rimette a documenti antichi degni di fede, in mancanza di una reale documentazione.[32]

<< Basta che ci sia la consuetudine et tradizione, come è questa del Giubileo, che  sempre mai se ha fatto ancoraché nel medesimo tempo o lo faciamo in 60 o in 50 anni questo non importa, perché il Pontefice et Vescovo romano ha potestà di concederlo quando vorrà […], ma dirà alchuno: “ Padre questo Giubileo è differente di quelli li quali suol concedere?”. Il papa alchune volte nell’anno ha niente di più questo Giubileo di quelli! Vi dirò per dire il vero anticamente non se solevano concedere tante volte indulgentie plenarie non so come dire questo non se soleva concedere così (c. 266v) facilmente il Giubileo. Quelli Giubilei che se concedono alchune volte sono come questo, quelli giubileo sono robati a quest’anno, perché di quest’anno è proprio il Giubileo et quando alchune volte li pontefici concedono alchuno Giubileo fuora di quest’ anno lo pigliano a quest’anno, ma lo fanno con raggione et cause urgenti, ma in sé quel Giubileo non differisce da questo, è il medesimo solo differisce nelle cause, quelli giubilei sono concessi per diverse cause, perché quali è concesso questo Giubileo del Anno Santo dirò brevemente tre cause per le quali è concesso questo Giubileo et volse Dio che sapendo noi le cause le volessimo essequire, perché all’hora ci apparecchiassimo bene per guadagnare il Giubileo>>. [33]

La prima causa<<… perché se fa quest’Anno Santo, nel quale hanno ordinato li pontefici che venghino a Roma tutti gli Christiani non per guadagno, come dicono gli heretici, ma per guadagno dell’anime, acciocché vengano a guadagnare questa indulgentia plenaria. La prima causa, dunque, è acciocché tutti gli cristiani, che per essere di diverse nationi stanno separtati, qui s’uniscano insieme et si faccia la vera unione cristiana: Sanctorum Communionem si ha ordinato che sia un anno santo nel quale vengano a Roma l’Alamani, li Spagnuoli, gl’Ittaliani et tutti gl’altri et qui in Roma se conoscano, s’uniscano et se faccia una vera et fraterna unione di tutti i membri della Chiesa, che stanno divisi per diverse provincie: chi sta in Polonia, chi in Francia, chi in Sopagna, chi in Ittalia, venga un anno nel qual tutti se congregano in Roma et s’uniscono>>.[34]

La seconda causa<<… è acciocché tutti gli Catholici riconoscano un capo, che tutti vengano a Roma a conoscere il suo capo che è il Vicario di Christo il Vescovo romano non qual se voglia vescovo è capo universal, ma il capo universale è solo il Vescovo romano et in questo Anno Santo vengono sì a conoscere il suo capo del quale sono membri. Il che è necessario dice san Cipriano lib. IIII epis. IX che tutte l’heresie se causano di questo di non volere riconoscere un capo et perciò è molto necessario che tutti gli Cattolici riconoscano il suo capo et perciò vengano a Roma, dove sta il Vicario di Christo, che è capo universale di tutta la Chiesa. In Roma sta la sua sedia et se ben ad tempus li pontefici stanno fuora di Roma nondimeno in Roma sta la sua sedia, perché sono vescovi romani, vescovi lateranenses et quando li pape stavano in Avignone anchora se veniva a Roma, perché in Roma stava la sedia et però procurono che se tornasse a Roma.[35]

La terza causa <<…per mostrare la gratitudine, essendo che gli Catholici hanno la fede et tutto il bene di Roma è bene che vengano alchune volte a vedere dove nasce tanto bene et che vengano a mostrarci grato a San Pietro et Santo Paulo, dalli quali hanno havuto tanto bene, dice sant’Agostino sopra il psalm LIIII dice bene come che lui è che la chiesa è rigata col sangue di san Pietro et san Paulo sparsero. Il suo sangue rigarono questa terra, la fecero crescere, adunque bisogna che gli siamo grati et che veniamo alchuna volta a mostrargli la nostra gratitudine, volendo vedere da chi riceviamo tanto bene. S’un huomo havesse un campo al qual venisse un canal d’acqua d’alchun fonte che rigasse quel campo et gli facesse crescere il grano et il frutto, che cosa saria che non venisse voglia alchuna volta a quest’huomo d’andare a veder di dove gli veniva quell’acqua, così di Roma va il canal d’acqua che riga la Chiesa et fa dar il frutto a tutta la Chiesa è raggione che alchuna volta vengano a mostrare la sua gratitudine et vengano a vedere il fonte dal quale mena quel canal. Vengono a veder Roma, dove fu sparso il sangue di san Pietro et san Paulo et di tant’altri martiri, perché se ben in altre parti del mondo ci furono anchora molti martiri, non dimeno in nissuna furono tanti martiri come in Roma. […] a talché per queste tre cause hanno ordinato che se venga un anno a Roma a guadagnare il Giubileo, le quali tre cause in nessun tempo furono tante necessarie come sono ad esso e adesso molto necessaria la prima causa, cioè l’unione di Catholici, perché sono tanto divisi et segnar da tanto a dire o Polaco, o Alemano, o Spagnuolo, o Ittaliano non se dovrebbe guardare il Paese del quale sono, ma che tutti sono cristiani et che debbono esser vinti con vera unione fraterna e molto necessaria anchora in questo tempo. La seconda causa, cioè che tutti riconoscano per  universal capo il Vescovo romano, perché sono adesso tanto pochi che lo vogliono riconoscere per capo, ma molti lo negano et non vogliono tenerlo per capo et anchora. E’ anchora necessaria la terza causa, cioè la gratitudine a san Piretro et san Paulo massime in questo tempo che se ritrovano tanti che non hanno questa gratitudine.[36]

Le cause per cui era stato indetto un Anno Santo non erano molto diverse da quelle di oggi: nel secolo XVI c’erano stati fatti che avevano sconvolto tutta l’Europa, avvenimenti che avevano portato cambiamenti radicali specialmente nell’ambito religioso e nella Chiesa Cattolica, infatti, quando padre Toledo dice che i cristiani sono divisi tra loro e molti non riconoscono più come capo supremo del Cristianesimo il Pontefice, si riferisce alle conseguenze scaturite dalla Riforma Protestante ed anche a quello che, nel corso di secoli, si era verificato nella Chiesa (eresie, mondanizzazione e comportamento del clero etc.), quando parla di un incontro di tutti i cristiani a Roma indipendentemente dalla loro nazionalità, allude non solo alla fraternità, ma anche e soprattutto ad un dialogo interreligioso che unisca tutti gli uomini in un afflato fraterno: tutto questo rende la predica di Toledo estremamente attuale, il termine “misericordia”, che deriva dal latino “misericors” e da “misereor (ho pietà) e cor-cordis (cuore) e significa sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad alleviarla, che muove a soccorrere a perdonare: “Dio perdona tante cose, per un’ opera di misericordia”, sono le parole che Manzoni dice per bocca di Lucia all’Innominato per ben due volte, nel XXI capitolo dei “Promessi Sposi”, parole che ci trasmettono una grande verità e consapevolezza di essere oggi spettatori di un tempo in cui le guerre si succedono alle guerre, gli attentati terroristici uccidono persone innocenti, la disperazione crescente, il nichilismo, il disprezzo, l’abbandono, l’indifferenza: è questo il “panorama” che ci circonda. La misericordia è lo straripare di questi sentimenti in un atto di soccorso, in un aiuto concreto rivolto al soggetto che suscita pietà, quindi non esiste una misericordia intima che rimane rimane ferma e nascosta.

<<La quarta et ultima cosa che dobbiamo vedere è l’afficacia del Giubileo. Il che faremo molto  brevemente, perché non ce tempo. Primamente che viene a Roma a guadagnare quest’indulgentia fa atto di fede , perché crede che ci è questo thesoro et che la Chiesa ha potestà d’aprir. Lo secondo in questo Giubileo s’essercita la charità, perché s’uniscono gli fratelli insieme et fanno l’unione cristiana. Terzo si mostra la gratitudine che si ha verso la Chiesa et san Pietro et san Paulo et gli altri santi. Quarto si fa atto di religione perché chi viene a guadagnare quest’indulgentia honora li santi dalli quali avanzarano li meriti per li quali gli è concessa quest’indulgentia. Quinto se perdona la coilpa, perché chi viene a guadagnare iul Giubileo se confessa et se dà auttorità alli confessori di poter assolvere. Sexto se perdona la poena per li meriti di san Pietro et san Paulo et degl’altri santi. Settima se ha la pace et questa è una gran cosa perché s’haveremo questa pace sarà il maggiore essercito che potrà esser contra il Turco, perché confessandosi bene ci è perdonata la colpa et la pena eterna se muta in poena temporale, ma se guadagnamo quest’indulgentia plenaria sa disfaremo per quella poena temporale con li martiri delli santi et così non ci sarà che castigare in noi poiché habbiamo sodisfato per la poena temporale, che miritavamo dopo che ci fu perdonata l’eterna. Ottavo con questo se provocano li santi a pregare a Dio per noi, perché quando veniamo a Roma a guadagnare questo Giubileo quel che facciamo a mettere inanzi a Dio il sangue et meriti di san Pietro et san Paulo et degl’altri santi et loro vedendo questo, diranno Signore perdonategli per amore nostro, per quel che noi habbiamo patito et così provochiamo li santi a pregare a Dio per noi. Nono et ultimo con questo se fa gran piacere a Dio, perché non può essere a Dio cosa più grata che Christo e la Maddona con venire a guadagnare quest’indulgentia mettiamo inanzi a Dio il sangue di Christo che bastava per redimere mille miglia di mondi et gli meriti della Maddona che sono tanto grati a Dio a talché faciamo gran piacere a Iddio. Piaccia  a Iddio che faciamo tra le opere che possiamo guadagnare in questo mondo il vero Giubileo et null’altro la vita sempiterna>>.[37]

Per la religione cattolica, ogni volta che un credente offende Dio e disobbedisce ai suoi insegnamenti commette peccato, di cui esistono due diverse categorie: quello originale, commesso da Adamo, che ogni uomo eredita nascendo e che viene cancellato con il sacramento del Battesimo e il peccato attuale, che è quello che viene commesso volontariamente con pensieri, parole, opere ed omissioni, che a sua volta è diviso in peccato mortale e peccato veniale. Il primo è costituito da una grave disubbidienza alla legge divina (bestemmie, stile di vita contrario ai precetti cristiani, la non partecipazione alla liturgia domenicale), con il pentimento e la confessione sacramentale il fedele può riconquistare la grazia di Dio. Anche il peccato veniale consiste nel disubbidire alla legge di Dio, ma senza avvertenza e consenso nell’atto del compimento: il pentimento e le opere buone sono sufficienti per dimostrare il ravvedimento, senza necessità della confessione sacramentale. Peccare significa distaccarsi da Dio con la conseguenza della pena eterna, che si può cancellare con la confessione sacramentale, ma il vero perdono presuppone la purificazione dell’anima mediante una penitenza consistente in una pena temporale, il peccatore, pentito sinceramente, può vedere annullate le conseguenze dei suoi peccati attraverso la dottrina delle indulgenze. Come ha spiegato padre Toledo l’indulgenza consiste in una remissione parziale o totale della pena temporale, che dall’età apostolica al secolo VIII si poteva ottenere mediante le suppliche dei martiri in punto di morte, i quali chiedevano in punto di morte ai vescovi (supplices belli Martyrum) di sgravare i peccatori dalle pene temporali, sollevandoli così dal gravoso percorso della penitenza pubblica per la redenzione dei peccati. Alcuni ottenevano un biglietto di raccomandazione per il vescovo, chiamato “libellum pacis”, che induceva il vescovo stesso, per riguardo verso i martiri, ad abbreviare o condonare la penitenza. Dopo il secolo VIII si attenuò molto la severità delle penitenze, il cui percorso divenne privato, concedendo l’indulgenza a coloro che avevano partecipato alle crociate o intrapreso un pellegrinaggio come nel caso del primo Giubileo. Particolare importanza ebbero le indulgenze delle crociate, concesse a chi andava a combattere contro i mori in Spagna, i Saraceni in Sicilia e i Turchi in Palestina, i papi accordarono la remissione totale della penitenza dovuta per i peccati. Dal XIV al XVI secolo, la Chiesa abusò nella concessione delle indulgenze, s’introdusse la possibilità di ottenerle con offerte di denaro (oblationes), la gente cominciò a pensare che l’indulgenza non liberasse soltanto dalla pena temporale, ma anche dalla colpa e che bastasse comprarla per avere anche la remissione dei peccati.

Nelle tesi sull’efficacia delle indulgenze, Martin Lutero condanna il mercato delle indulgenze, nega la bontà delle stesse, in quanto generano eccessiva fiducia nelle forze dell’uomo e sostiene che il papa può rimettere solo la pena canonica: <<Il papa non vuole né può rimettere alcuna pena fuorché quelle che ha imposte per volontà propria o dei canoni (5). Il papa non può rimettere alcuna colpa se non dichiarando e approvando che è stata rimessa da Dio o rimettendo nei casi a lui riservati, fuori dei quali la colpa rimarrebbe certamente (6). Sbagliano pertanto quei predicatori d’indulgenze, i quali dicono che per le indulgenze papali l’uomo è sciolto e salvato da ogni pena (21). I perdoni apostolici devono essere predicati con prudenza, perché il popolo non intenda erroneamente che essi sono preferibili a tutte le altre buone opere di carità (41). Si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze (43). Poiché la carità cresce con le opere di carità e fa l’uomo migliore, mentre con le indulgenze non diventa migliuore ma solo più libero dalla pena (44). Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio (62). Ma questo tesoro è a ragione odiosissimo perché dei primi fa gli ultimi (63)”. Ma il tesoro delle indulgenze è a ragione gratissimo perché degli ultimi fa i primi (64).[38] Per ciò che riguarda le anime dei defunti Lutero si esprime con queste parole: <<…perché il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un numero infinito di anime in forza del funestassimo denaro dato per la costruzione della basilica, che è una ragione debolissima? (82)>>.[39]

Proprio questo atteggiamento della Chiesa fu una delle cause che dettero luogo a Martin Lutero di iniziare quella che poi sarà chiamata Riforma Protestante (1517). Il Concilio di Trento (1545-1563) fu indetto con lo scopo di tentare una riconciliazione tra la Chiesa Cattolica e quella Protestante e tra le tante leggi emanate ci fu anche quella che proibiva le questue e aboliva la figura dei “quaestores” di indulgenze, quindi vennero corretti gli abusi stabilendo che il tesoro delle indulgenze fosse offerto ai fedeli piamente, santamente e integralmente, <<…ut tandem caeleste hos Ecclesiae thesaurus no ad questum, sed ad pietatem exerceri omnes vere intelligant…>> e solennemente definiva che, col potere delle Chiavi, la Chiesa ha veramente quello di concedere le Sacre Indulgenze.[40]

In accoglimento di voti del Concilio Vaticano II viene emanata, il primo gennaio 1967, da papa Paolo VI la Costituzione Apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus”, che approfondì e regolò definitivamente la concessione delle indulgenze, le quali furono poi aggiornate dall’ “Enchiridion indulgentiarum” del 29 giugno 1968, che riduce moltissimo l’elenco di indulgenze, proponendosi di educare allo spirito di preghiera e all’esercizio delle virtù teologali, più che alla ripetizione di formule e pratiche. La Costituzione Apostolica inizia con la seguente affermazione: <<La dottrina e l’uso delle indulgenze, da molti secoli, in vigore nella Chiesa Cattolica, hanno un solido fondamento nella divina rivelazione, la quale, tramandataci dagli apostoli, “progredisce nella chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo>>, mentre <<la chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della divina verità, fino a quando in essa siano portate a compimento le parole di Dio>>. Questo documento dà anche la seguente definizione dell’indulgenza: <<L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale come Ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi>>.[41]

Il 2016 è un anno molto importante per la Chiesa Cattolica, infatti il 13 marzo 2015 papa Francesco annunciò che si sarebbe svolto un Giubileo straordinario della misericordia, l’11 aprile sempre dello stesso anno, nel corso di una funzione religiosa, è stato indetto ufficialmente per mezzo della bolla pontificia “Misericordiae Vultus”, questo Anno Santo ha avuto inizio l’8 dicembre 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016. E’ lo stesso Papa Francesco che ci spiega perché ha indetto il Giubileo della Misericordia, dicendo che questo che viviamo non è tempo per la distrazione, ma per restare <<… vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale>>. E’ arrivato per la Chiesa il momento <<… di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere segno e strumento della misericordia del Padre>>. Papa Francesco, partendo dalla Risurrezione di Cristo, ha parlato delle tragedie che angosciano attualmente moltissimi fedeli, dicendo che la pace è il bene più grande ed il desiderio di tanti popoli che subiscono violenze e morte perché portano il nome cristiano, sottolineando che <<… San Paolo ci ha ricordato che siamo stati salvati nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Lui è il riconciliatore, che è vivo in mezzo a noi per offrire la via della riconciliazione con Dio e tra i fratelli>> e che nonostante nella vita ci siano difficoltà e sofferenze, non si deve perdere la speranza nella salvezza che Dio ha seminato nei nostri cuori. Papa Francesco continua dicendo che: << La Chiesa, in questo momento di grandi cambiamenti epocali, è chiamata a offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio […] è per questo che l’Anno Santo dovrà mantenere vivo il desiderio di saper accogliere i tanti segni della tenerezza che Dio offre al mondo intero e soprattutto a quanti sono nella sofferenza , sono soli e abbandonati, e anche senza speranza di essere perdonati e di sentirsi amati dal Padre>>. Questo sarà un Giubileo durante il quale si potrà sentire in noi una grande gioia, <<…la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti. Un Giubileo per percepire il calore del suo amore quando ci carica sulle sue spalle per riportarci alla casa del Padre. Un Anno in cui essere toccati dal Signore Gesù e trasformati dalla sua misericordia, per diventare noi pure testimoni di misericordia. […] perché questo è il tempo della misericordia. E’ il tempo favorevole per curare le ferite, per non stancarci di incontrare quanti sono in attesa di vedere e toccare con mano i segni della vicinanza di Dio, per offrire a tutti la via del perdono e della riconciliazione>>.[42]

Un Giubileo, dunque, adeguato ai fedeli della società odierna, che si svolge in un clima molto diverso, ma in cui i concetti basilari sono gli stessi da quello predicato da Francesco Toledo nel 1575, quando La Chiesa di Roma usciva più potente di prima dal Concilio di Trento e l’atmosfera che si respirava era quella dell’austerità conforme alle nuove norme emanate dal Tridentino; oggi l’uomo vive in una società che ha visto, specialmente negli ultimi decenni, la disfatta di quei valori morali che sono le basi di qualsiasi fede religiosa e che il dialogo interreligioso potrebbe ripristinare e renderli di nuovo attuali. La Chiesa Cattolica, con il Giubileo, ci ricorda che il cammino del cristiano è quello di conversione e di penitenza, che conduce alla misericordia di Dio e degli uomini.

 

 

[1] D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XVIII,  vv. 25-33.

[2] Cfr. D. Alighieri, Divina… cit., Purgatorio, canto II, vv. 94-99.

[3] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giubileo_res-866277f7-8baf-dc-8e9d-001635

[4] Ibid.

[5] I. Montanelli-R. Gervaso, Storia d’Italia, Vol. 3, L’Italia dei secoli d’oro. Il Medioevo dal 1250 al 1492., Rizzoli, Milano 1967, https://books.google.it/books?id=aRCJmOOKtsC&hl=it#v=onepage&q&f=false

 

[6] A. Agnoletto, Storia del Cristianesimo, I.P.L., Milano 1981, p. 198. Certamente ciò che scrive Agnoletto deriva da una mentalità e da una visione di storico e non di giornalista (senza nulla togliere) come invece possiamo notare in Montanelli e Gervaso.

[7] Cfr. T.M. Alfani, Istoria degli Anni Santi, Napoli1725; V. Prinzivalli, Gli Anni Santi, Roma 1899; M. Tangheroni, Il Giubileo, origine e storia fino al secolo XIX, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/g_giubileo_fino_sec_xix.htm).

[8] Cfr. M. Tangheroni, Il Giubileo, origine e storia fino al secolo XIX, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/g_giubileo_fino_sec_xix.htm

[9] A. Ciaconius, Vitae et res gestae… S.R.E. Cardinalium, IV, Roma 1677; L. Cardarella, Memorie storiche de’ cardinali della Santa Romana Chiesa, 9 vols, Stamperia Pagliarini 1793, VI, 2-7.

 

[10] In questo brevissimo e non esaustivo escursus della storia del secolo XVI, abbiamo evidenziato solo i fatti più rilevanti e finalizzati al presente articolo

[11]A. Agnoletto, Storia del Cristianesiomo cit…, pp. 269-272.

[12] Cfr. Veneranda Biblioteca Ambrosiana (da ora in poi B.A.), Ms. O 232 sup., c. 258 r. Altra predica di Francisco de Toledo si trova presso la Biblioteca Ambrosiana, MS. G 40 inf., cc. 471 r.- 475 r., ma pur trattando lo stesso argomento e gli stessi concetti è molto più sintetica di quella da noi trascritta.

[13] Ibid., c. 258 v.

[14] Ibid.

 

[15] Cfr. Ibid., c. 259 r. Teodoreto nacque a Ciro in Antiochia di Siria nel 392 circa, fu teologo, monaco e scrittore dell’epoca Patristica, forse discepolo di San Giovanni Crisostomo. Nel 423 divenne vescovo di Ciro e iniziò la sua opera per estirpare le eresie praticate nella sua diocesi: il marcionismo e l’arianesimo; fu deposto dalla sua sede episcopale nel 449, per avere difeso Nestorio dalle accuse di Cirillo di Alessandria. Teodoreto rifiutò il teopaschismo, affermando che la morte di Cristo consistette nella separazione dell’anima immortale dal corpo mortale e che la risurrezione riguarda solo il corpo di Cristo non la sua anima o la sua divinità. Morì a Cirro nel 466. Cfr. it.cathopedia.org/wiki/Teodoreto_di_Ciro#Biografia; Francesco Toledo allude forse a Sant’Ilario, di Poitiers? Visto che tra le sue opere troviamo anche un “Tractatus super psalmorum”, il quale nacque a Poitiers nel 315 circa e mori nello stesso luogo nel 376, ma Toledo insiste dicendo che prima viene detto da Teodoreto, ciò farebbe supporre che si tratti invece di Ilario di Arles nato nel 401 e morto nel 449 nella città provenzale, poiché se il santo di Ciro lo ha affermato per primo non coincidono le date di nascita e di morte.

[16] Giosia, dicisssettesimo re di Gerusalemme, salì sul trono a soli otto anni e regnò per 31 anni (dal 639 al 608). Aveva circa 12 anni quando cercò di purificare il regno dai culti idolatrici, più avanti, nel 621, il ritrovamento nel Tempio di Gerusalemme del “Libro della Legge” lo spinse a una profonda riforma sociale-religiosa nel suo regno, nel cui ambito il popolo rinnovò l’alleanza con Yahweh e venne stabilito che i sacrifici prescritti potessero avere luogo solo a Gerusalemme limitando il rischio di culti sincretistici fra la fede di Yahweh e quella di Baal.Questa riforma produsse grandi effetti e lodi nella Bibbia al suo iniziatore, anche se non riuscì a sradicare tutto il male attecchito nel popolo. Morì nel 609 a.C. per le ferite ricevute in battaglia contro il faraone d’Egitto Nechao II, che attraversava attraversava la Palestina per invadere la Babilonia. Cfr. Secondo Libro dei Re 22-23, 35; Secondo libro delle Cronache 34-35; Secondo Libro dei Re 23,4-16; A. K. Grayrson, Assyrian and babilonian chronicles, 1975, 96, 11.66-69.; B.A. Ms. O 232 sup. c. 260r.

[17] Cfr. Numeri, XII.

[18] B. A., Ms. cit.,c. 261 r.

[19] Ibid.

[20] Ibid.

[21] Ibid., c. 262 r.

[22] Ibid., c. 263 r.

[23] Ibid.

[24] Ibid.

[25] Ibid.

[26] Ibid., cc. 263v- 264 r.

[27] Ibid., c. 264 r.

[28] Ibid., cc. 264r. e v, 265 r.

[29] Ibid., c. 265 v.

[30] Cfr., Genesi 2,2-3.

[31] Ibid., c. 266 r.

[32] Cfr., Bonifacio VIII, Bolla pontificia 22 febbraio 1300. http://didattica.uniroma2.it/assets/uploads/corsi/33398/Antiquorum_habet_immagine.JPG. Bonifacio VIII approfittò di questo evento per escludere vari nemici dall’elenco di coloro che potevano ottenere l’indulgenza come i cristiani che negoziavano con i musulmani; il re Federico di Sicilia, il quale occupava il regno contro il volere della Chiesa; alcuni membri della famiglia Colonna e i loro sostenitori, fino a quando non si fossero sottonessi alla Santa Sede, insomma il Giubileo fu anche una buona occasione per Bonifacio per consolidare il potere del papato.

 

[33] Ibid., c. 266 v.

[34] Ibid., c. 367 r.

[35] Ibid., c. 367 v.

[36] Ibid., c. 368 r.

[37] Ibid., cc. 268 v.-269 r.

[38] A. Agnoletto, Storia del Cristianesimo… cit., pp. 259-267. Abbiamo riportato le tesi di Lutero che ci sono sembrate più significative.

[39] (M. Lutero, Disputa per chiarire l’efficacia delle indulgenze, in W[ormser] A[usgabe], I, pp. 233-238; trad. it. In G. Alberigo, La Riforma protestante, Milano 1959, pp. 50-58).

[40] Affinché tutti possano veramente comprendere che tali tesori celesti della Chiesa vengono dispensati non per trarne guadagno ma per devozione. Conc. Trid. Sess. XXI, De reform., 9.

[41] Paolo Vi, Indulgentiarum doctrina, Roma (San Pietro) 1 gennaio 1967. Digilander.iol.it/magistero/pa6indul.htm

[42] Omelia di papa Francesco, 11 aprile 2015, D. Agasso JR, La Stampa. Vatican Insider Vaticano, http://www.lastampa.it/2015/04/11/vaticanisider/ita/vaticano/il-papa-ecco-perch-ho-indetto-il-giubileo-della-misericordia-zQdlq1boWKTTsO7fzlO/pagina.html

 

 

IL GHETTO DELLE FARFALLE

 

TALAMONA 29 gennaio 2016 si ricorda la Shoah con un libro

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IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA L’ISTITUTO GIOVANNI GAVAZZENI PRESENTA UNA RAPPRESENTAZIONE DI PAROLE E MUSICHE DAL GHETTO DI TEREZIN

Un progetto preparato nelle scorse settimane dai ragazzi di terza dell’Istituto Comprensivo Giovanni Gavazzeni. Per essere pronti, come ogni anno, ad onorare la giornata della memoria, in questa occasione i ragazzi hanno analizzato un libro, intitolato LA REPUBBLICA DELLE FARFALLE che parla di un gruppo di bambini costretti a vivere rinchiusi nel ghetto di Terezin. Un libro scritto da Matteo Corradini, nato nel 1975 che per ripercorrere il filo della memoria si è basato su documenti ufficiali.

Sono gli stessi ragazzi che hanno presentato con queste parole il lavoro svolto da cui è scaturita questa serata ricca di memorie, riflessioni (e di pubblico) scandita da brani musicali suonati dai ragazzi stessi, da cartelloni che gli stessi ragazzi hanno descritto, da ricerche storiche che a turno i ragazzi hanno esposto e da letture dei brani del libro in esame dai quali emergono storie emotivamente forti di amicizia e vita in comune in situazioni estreme, una vita scandita da una sola e unica parola d’ordine: resistenza. Resistenza per ritagliarsi una parvenza di vita normale anche di fronte agli orrori che si palesano sempre più evidenti (attraverso ad esempio il pessimo cibo che viene fornito ai ragazzini, il fatto di dover vivere lontano dai propri affetti familiari, ma ancor più dalle strane grida di un gruppo di bambini che, a un certo punto, ai nostri giovani protagonisti, appaiono un po’ troppo spaventati da una semplice doccia, una stranezza che presto, loro malgrado, giungeranno infine a comprendere); resistenza per l’appunto attraverso le forti amicizie che vanno creandosi; resistenza attraverso le attività che i ragazzini cercano di mantenere, di traslare in questa nuova vita dalla vita di prima: resistenza disegnando, scrivendo, facendo i compiti, tenendo persino una sorta di giornalino cui tutti collaborano; resistenza aggrappandosi a cose che in circostanze normali verrebbero date per scontate come il suono di una mela che scrocchia sotto i denti. Tutto questo emerge dalle pagine di questo libro. La vita che cerca sempre in ogni modo di trovare una strada, di compiersi. Ed è esattamente questo che i ragazzi coordinati dalla professoressa Simona Duca (che però stasera non ha quasi avuto bisogno di intervenire, tanto i ragazzi se la cavavano), hanno tratto dalla lettura del libro e hanno trasmesso stasera in ogni modo. Ecco perché un ingrediente fondamentale di tutto il lavoro è stata la musica (che avrebbe dovuto essere coordinata dal professor Riccardo Camero, purtroppo assente), la musica come simbolo della vita che trionfa sulla morte, del bene che trionfa sul male, della bellezza che resiste contro chi la vuole cancellare. Il messaggio più importante che si vuole trasmettere con queste rievocazioni (oltre naturalmente alla memoria storica degli eventi in sé) credo sia proprio questo: la forza di ricercare la bellezza nelle cose e nella vita pur trovandosi di fronte all’orrore, al peggio del peggio della natura umana.

Antonella Alemanni

 

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DOROTEA QUAGLIA: santa o visionaria?

 

saggio di Loredana Fabbri

                                                                       “Multa corpora venerantur

                                                                         in terris quorum anime

                                                                            cruciantur in inferno”

                                                                            Sant’Agostino

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 “ Quanto sia ingiurioso a Dio e alla sua Chiesa e quanto dannoso alla pietà de fedeli il delitto di affetta santità non vi è chi nol sappia, poiché ogni buona morale c’insegna che le virtù finte sono molto peggiori delli vizi noti. Non vi è in vero chi operi più perversamente di quelli che coprendo le proprie malvaggità col manto di simulate virtù si usurpano credito e venerazione. Ciò da noi si concede, ma concedasi ancora dal fisco, che alle volte si prendono degl’abbagli confondendosi la santità non vera colla santità affettata. Ecco due termini diversi, ch’è necessario distinguere in questo giudizio criminale. Ed ecco il punto su cui rivolse la nostra presente diffesa. Parliamo di Dorotea Quaglia  o sia Christina di Gesù , religiosa Terziaria dell’ordine del Carmine e delli suoi direttori spirituali  il padre Giuseppe Antonio da S. Elia del medesimo ordine, il padre Eugenio di Gesù, Carmelitano scalzo e il sacerdote secolare don Urbano Isnardi, priore della chiesa parrocchiale di san Paolo della città d’Asti, tutti carcerati e inquisiti, cioè la prima come rea di santità affettata, e li altri pretesi fomentatori di essa. Premettiamo prima la serie del fatto ritratta dal contesto di tutto il processo circa il corso della vita di detta donna, circa le supposte sue rivelazioni, predizioni, locuzioni di Dio e muovimenti interni e sopra a quanto hanno posto in pratica colla medesima li nominati direttori, poiché di poi passeremo ad esaminare li detti e fatti particolari con dimostrare che fu un mero errore passivo, che illuse detta donna e li suoi inesperti direttori.” [1]

Con queste parole inizia l’arringa dell’avvocato Domenico Cesare Fiorelli, difensore di una donna piemontese nominata “la Santa” e dei suoi padri spirituali.[2] Il 31 agosto del 1719 il Tribunale del Santo Uffizio di Roma aveva disposto la carcerazione di Dorotea Quaglia, terziaria carmelitana, mentre i suoi tre padri spirituali erano stati carcerati il giorno precedente: l’accusa era quella di pretesa affettata santità per la donna e fomentazione di pretesa affettata santità per i detti confessori.[3] Durante il corso dell’interrogatorio, l’inquisita verrà anche accusata di quietismo a causa di certi suoi comportamenti e di una frase trovata scritta da padre Giuseppe Antonio, tra i suoi “appunti” sequestrati durante la perquisizione, concernenti Dorotea e dettati da lei stessa: “La via immobilativa è quando il corpo per virtù mia non può muoversi, perché l’anima allora sta meglio unita con me”. Padre Giuseppe Antonio, che dei tre ecclesiastici è quello che ha avuto più contatto con Dorotea, è anche quello che ha maggiormente creduto in lei, l’ha sostenuta e incoraggiata più degli altri.

La Santa Inquisizione, come aveva posto il suo controllo sulla bestemmia, sui sacrilegi, sulla superstizione, sulla stregoneria, aveva esteso, già da tempo, la sua repressione anche in questo campo, sia con il controllo d’ufficio degli atti relativi ai santi morti, sia con l’eliminazione della “santità viva”. Numerosi sono i casi sia in Italia che nel resto dell’Europa delle così dette “sante vive”, ciò dimostra la popolarità delle manifestazioni taumaturgiche e l’importanza che l’esperienza della santità aveva assunto nella vita sociale. Nella maggior parte dei casi le “sante vive” appartengono a ceti sociali modesti, hanno una scarsa cultura, quando non sono analfabete. Sono molto seguite dai loro confessori che trascrivono e interpretano le loro rivelazioni; riescono ad imporsi all’attenzione di persone importanti sia laiche che ecclesiastiche in virtù dei doni mistici e carismatici.[4] La loro sapienza non deriva né dai libri né dalle scuole, ma direttamente da Dio come dono divino. Sono circondate da gruppi più o meno vasti di persone che credono nelle loro virtù soprannaturali e ricorrono a loro per aiuti o consigli, ma spesso sono anche oggetto di diffidenza in quanto “mulierculae” e quindi più predisposte alle illusioni diaboliche. Caterina da Siena è il modello e il punto di riferimento di gran parte di queste donne, altre invece trovano il loro esempio nella vita della Vergine.

            L’origine sociale modesta di molte di queste donne è spesso la causa del loro mancato stato monacale, anche se spesso l’adesione all’ordine terziario è dovuto alla consapevolezza di avere un importante compito da svolgere nella società e nella chiesa, che non sarebbe stato attuabile da un monastero: da qui l’opzione di molte per la vita mista, ritenuta superiore alla clausura. Con la loro loquacità e capacità di persuasione, riuscivano non solo ad attrarre sostenitori, ma anche i loro padri spirituali: i sacerdoti e il clero regolare si mostrano molto incauti e poco preparati.[5] E’ proprio sull’ingenuità ed inesperienza che si baserà, come vedremo più avanti, la difesa dei confessori della “profetessa” di San Damiano.

 Le regole dettate dai teologi per distinguere la santità “vera” da quella “falsa” si trovano già dal XIV secolo e si basano sulla “discretio spirituum”; agli inquisitori invece viene affidato il compito di demolire la “simulazione”.[6] In pieno secolo XVI le estasi, i digiuni e le profezie sono ancora considerati indizi di santità e solo negli ultimi anni del Cinquecento la finzione di santità entra a far parte dell’ufficio dell’inquisitore.[7] “Riproposto in forme diverse nel ‘600 e ‘700, l’ideale soccombente della santità medievale decade a controideale negli ultimi due decenni del secolo XVI”.[8] Da questo periodo, la simulata santità diviene criterio di repressione ed intenzione di disciplinamento delle superstizioni, prima per opera della Congregazione del Santo Uffizio, poi demandata alla Congregazione dei Riti.[9] Progressivamente la simulata santità diviene per l’autorità ecclesiastica sinonimo di eresia: prima è imbroglio, poi malattia e successivamente eresia.[10]

In un contesto socio-religioso controriformistico si consumarono le vicende, spesso drammatiche, di uomini, ma soprattutto di donne, perché non c’è dubbio che i numerosi processi di affettata santità vedano come protagoniste le donne, accusate di simulazione, le quali erano poste sotto stretta sorveglianza di confessori e superiori soprattutto durante la reclusione in carceri inquisitoriali, statali o tra le mura dei conventi. Il legame che univa il direttore con le donne dirette era di completa fiducia, le devote obbedivano a questa figura che rappresentava l’autorità superiore, in modo incondizionato, senza tenere conto delle gerarchie sociali e familiari.[11]

 Dalla metà circa del secolo XVII, con le riforme di papa Urbano VIII si delinea chiaramente una situazione in cui la santità canonizzata diventa “…un luogo di celebrazione dell’incontro confessionale tra Chiesa e Stato, regolato dall’etichetta e dalla dottrina della ragion di Stato per come era stata definita da Giovanni Botero”.[12] I principi, i nobili, le gerarchie politiche contrastano agli ordini religiosi l’importante compito di appoggiare, favorire, incoraggiare nuovi “casi” di santità e sottoporli all’attenzione della Santa Sede per la canonizzazione. Assistiamo, dunque, ad un tentativo di sacralizzazione del potere laico, che cercava di allargare il proprio orizzonte fino a comprendere la sfera religiosa e rituale, ma l’accanita repressione dei falsi santi è il segno (prova-riscontro-indizio) di una Chiesa capace di influenzare il campo politico, culturale e morale, soprattutto avvalendosi del S. Uffizio, che con il controllo delle esperienze profetiche e mistiche, delle biografie di persone presunte sante, della produzione iconografica, cercò di affermare il suo primato su tutti i livelli della competenza agiografica, con l’appoggio, volente o nolente, dei principi laici.[13]

Dorotea Quaglia nasce a San Damiano, nella diocesi di Asti nel 1678 circa, da Francesco e “Beatrice iugali Quaglia”, famiglia contadina ma benestante.[14] Fin da piccola fu molto incline alla preghiera e disponendo di un altarino nella sua casa, chiamava le sue sorelle e le vicine per recitare le orazioni e quando c’erano dei temporali, anche i suoi genitori si raccoglievano a pregare con gli altri attorno all’altarino pieno di immagini di santi; la madre la faceva pregare soprattutto per le anime del Purgatorio. Fino all’età di dieci anni circa, Dorotea pascolava gli animali del padre e trovandosi, oltre che con le sorelle, anche con altri ragazzi e ragazze, convenne con questi che se l’avessero sentita dire qualche imprecazione o qualcosa di non conveniente l’avrebbero dovuta bastonare. A undici anni smise di pascolare gli animali ed ebbe più tempo per frequentare la chiesa del paese; fu ammessa alla Santa Comunione, che faceva regolarmente una volta al mese. Sia che lavorasse in campagna o che facesse le faccende domestiche, cantava continuamente le litanie ed altre orazioni. Compiuti quindici anni espresse il desiderio al suo confessore di potersi comunicare più spesso; era il tempo in cui “… andavano delli giovani a far l’amore con le sue sorelle e qualcheduno voleva farlo con lei, ma essa vi aveva ripugnanza e molte volte vi voltava le spalle e fugiva da loro e quando non poteva far di meno, perché detti giovani venivano alla stalla, ove essa era con l’altre, si sentiva un interno aborimento ed un gran tedio ed un vivo desiderio di restare senza maritarsi, ma poi era anco combattuta internamente dal pensare come l’avrebbe passata nella sua vecchiaia”.[15] Andava a ballare con le sorelle, non tanto per divertimento ma, soprattutto, per vedere se esse si comportavano bene.

Dorotea racconta che nel paese c’era una donna chiamata Maria Boara, di poco più di trent’anni, con la quale lei dormiva da quando era piccola e che, essendo molto devota, le aveva insegnato a pregare e a fare “l’orazione mentale sopra la passione di Gesù Christo” e quando erano a letto stavano delle ore a parlare di Dio.[16] Quando Dorotea aveva circa diciassette anni, Maria, in tempo di carnevale, la invitò ad andare ad ascoltare una predica a Costigliola, paese non molto lontano da San Damiano, ma quando arrivarono ad attraversare il fiume Tanaro, Dorotea ebbe come la sensazione che qualcuno la tirasse indietro e non volesse che proseguisse nel suo cammino, ma, su insistenza della compagna, arrivarono in paese e quando la ragazza si confessò “ risolvette di non voler più far l’amore, che però essendo dopo ritornati da lei nella sua casa li sudetti giovani essa gli chiese perdono se mai gli avesse detto qualche parola di troppa familiarità e li licenziò tutti protestandosi di non volerne sapere in conto alcuno”.[17] Dorotea sostiene di aver sempre rispettato questa decisione nonostante le imposizioni del padre e dei parenti che volevano che si maritasse, imposizioni che spesso sfociavano in minacce.

 Da allora frequentò più assiduamente i Sacramenti, comunicandosi ogni otto giorni ed anche più spesso. Disse al suo confessore di voler far voto di castità, povertà ed obbedienza; le venne accordato il voto di castità, purché fosse perpetuo e solo il confessore avrebbe potuto scioglierlo, quello di obbedienza avrebbe dovuto essere verso il confessore, non le fu concesso quello di povertà, ma ebbe facoltà di agire in suffragio delle anime del Purgatorio. Cominciò anche a fare penitenze corporali. Nel frattempo si confessava anche da don Francesco Pavarini, il quale era anche suo parente e fin dall’età di quindici anni circa le aveva fatto apprendere il modo di fare l’orazione mentale “sopra la Passione di Gesù Cristo, sopra li quattro Novissimi e li benefizi ricevuti da Dio”,[18] detto sacerdote rimase poi il suo confessore dopo la partenza per un convento di Asti dell’altro religioso. Dorotea non era serena, anzi era molto agitata, perché il primo confessore le aveva proibito “di dire a chi che sia , anche al Pavarino quando si confessava delle sue seccagini ed aridità, essa si trovava in continua aridità, con tentazioni di fede”;[19] quindi si recò a Costigliola per avere il consiglio del vicario, il quale le disse di raccontare tutto a don Pavarino, a cui rinnovò anche i voti già fatti e chiese il permesso di andarsene dalla casa paterna “ad imitazione di Maria sempre Vergine”, ma ciò non le fu accordato.

Dopo la morte dei genitori, Dorotea frequentò ancora di più la chiesa e dopo avere ricevuto la comunione, cominciò “a restare estatica ed immobile per ore”, lo che riferendo essa alli sudetti se ne ridevano con dirgli che era una bagiana. Sentendosi poi ella infervorata di tirar anime a Dio instruiva da 15 citelle nelle cose del Signore”[20] e nella sua stalla faceva venire gente del paese per parlare loro di Dio. I due preti continuarono a ridere delle sue estasi, delle immobilità e delle voci interiori che Dorotea aveva cominciato a sentire dentro se stessa. Un giorno, confessa Dorotea, dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo, le parve di sentirsi aprire il petto e “levare il cuore”; dopo alcuni giorni le sembrò di sentire Dio che le diceva che era stato Lui a toglierle il cuore.  Da allora la donna si sentì il petto più alto dalla parte destra e solo dopo due anni circa sentì il torace che era tornato normale.[21]

Dorotea continua la sua deposizione dicendo che fu chiamata a Pianezza, borgo ad ovest di Torino sulla riva sinistra del Dora Riparia, “per acconciar del lino” e nei due mesi che rimase in quel luogo istruì ragazze ed adulti alla frequentazione dei Sacramenti e all’orazione mentale. Poi fu chiamata nell’ospedale di Chieri, paese ad est di Torino situato sulle pendici della collina di San Giorgio, come aiutante, ma i due confessori non le concessero di andare. Fu allora che le parve di sentire una voce che le diceva che doveva aiutare il conte di Revigliasco,[22] anche se non aveva mai conosciuto questa persona; nel frattempo lavorava come sarta a San Damiano, la Madonna guidava il suo lavoro e le suggeriva che cosa fare, ma tutti i suoi guadagni furono trafugati dai suoi parenti.

Dorotea si trasferì a Magliano, altro borgo vicino al luogo di nascita della ragazza, col permesso dei suoi confessori, a servizio di una signora che lei definì molto fastidiosa ed importuna, dove stette circa un anno, in quel periodo suo confessore fu il prevosto di Magliano. Una notte, durante una sua immobilità, vide quel luogo pieno di demoni che stavano intorno alla signora Porta, questo il cognome della signora presso cui lavorava, e a suo marito Giacomo Francesco, ciascun demonio gettava un laccio al collo della signora a causa dell’odio che provava nei confronti del prevosto, così facendo si sarebbe dannata; ma avvertita da Dorotea, la signora si confessò e dopo le sembrò di sentirsi più leggera, come se si fosse tolta di dosso un grande peso. Un giorno, dopo avere ricevuto la comunione, rimase estatica e vide una stanza piena di “avellane”[23], non riuscendo a capire il significato di ciò, chiese a Dio la spiegazione: erano i peccati mortali che venivano commessi in casa dell’arciprete, dove lui stesso ed altre persone andavano a giocare giorno e notte, anche “ in tempo de divini offici”, quindi Dio la incaricò di avvisare il prete per potersi ravvedere, il quale promise di non giocare più.

Durante la guerra,[24] Dorotea si trovava ancora a San Damiano e temeva che i soldati la violentassero, un giorno la sua casa venne invasa da una squadra di soldati e uno di questi sparò a suo fratello che rimase incolume a causa dell’intercessione della Madonna o delle anime del Purgatorio.  Padre Eugenio, sempre riguardo al periodo della guerra così depone: “…essendo la guerra in Piemonte (Dorotea) consultò più volte il Signore sopra di quello che doveva succedere per prendere le sue misure per la sua verginità già consacrata nel suo cuore a Dio, ne ottenne sempre la risposta che conveniva: I che sarebbono i nemici venuti al suo villaggio; II che vi sarebbon venuti, ma non entrati in sua casa; III che sarebbono entrati ma non avrebbon cercata la sua persona.”[25] Ciò viene considerato dagli inquisitori contraddittorio, i quali sostengono che Dio, che è somma verità, infallibilmente prevede tutto insieme e non in fasi successive.

Quando Dorotea si confessava le sembrava che Gesù Cristo le gettasse addosso il suo preziosissimo sangue per lavarla e dopo ricevuta la comunione sentiva una grande fragranza che le durava fino a quando non mangiava, quindi per prolungare questa sensazione evitava di mangiare e si sentiva sempre più debole, tanto che doveva appoggiarsi alla balaustra dell’altare.[26] La donna digiuna spesso e l’astinenza dal cibo diviene sempre più frequente fino a trarre il proprio nutrimento dall’ostia. Ci troviamo di fronte ad un caso di anoressia nervosa? Conseguenza di un profondo disturbo psicologico, di cui il rifiuto del cibo è l’espressione più evidente. La famiglia della ragazza era di modeste condizioni, ma, per quei tempi, abbastanza agiata, i genitori, specialmente la madre, la incoraggiano a coltivare i suoi impulsi religiosi, partecipando e invitando, come già detto, vicini e conoscenti alle preghiere che Dorotea recitava davanti all’altarino allestito in casa; anche se, più tardi, il padre insisterà molto perché ella si trovi un marito e con il matrimonio condurre una vita più consona ad una ragazza della sua età: apparentemente non esistevano motivi gravi che potevano turbare la psiche della ragazza.

La giovane comincia a fare penitenze e digiuni; è docile, non si lamenta, è pronta ad eseguire ciò che le dicono di fare, ma pretende di dare consigli al papa: questo è uno dei motivi per cui vuole andare a Roma; vuole anche che i padri confessori rendano pubbliche le sue visioni e i colloqui con Dio, insiste per avere sovvenzioni dal re per il suddetto viaggio, infine non si ritiene la “serva” di Cristo, ma la sua sposa, la sua preferita, come vedremo più avanti. Confessa di essere sempre stata trasportata più dall’amore verso Dio che dai giochi infantili, crescendo queste “esigenze” religiose sono aumentate e sono diminuite quelle proprie delle ragazze della sua età, anche se, in un primo tempo non disdegna il rapporto sessuale con giovani occasionali, come facevano anche le sorelle, solo in seguito avrà repulsione verso tale rapporto e per il matrimonio. Dorotea è disposta a tutto pur di compiacere Colui che considera il suo sposo, il dolore, le rinunzie la rendono manzonianamente “santa del suo patir”, ma tutto ciò le dà soddisfazioni e ricompense estreme, che alla fine del processo, con grande umiltà, le faranno accettare tutto quello che gli inquisitori delibereranno per lei.[27]

Sempre durante il suo soggiorno a Magliano, Dorotea colse l’occasione della venuta di un prete esorcista e si fece esorcizzare per essere sicura che quelle voci interiori non provenissero dal Demonio. Tutto risultò negativo.

Quando era il tempo della filatura, la donna era solita andare a Costigliola, presso il parroco che le dava da mangiare e qualcosa per mantenersi, ma quando questa attività divenne scarsa, Dorotea, consigliata dal sacerdote, andò ad Asti in cerca di lavoro, ma non conoscendo la strada, sostiene che fu il Signore ad indicargliela tramite due uomini che trovò sul suo cammino. Giunta in città, andò dal priore Benigno, carmelitano scalzo, da lei precedentemente conosciuto, il quale le procurò il lavoro per circa quaranta giorni. Poi, dietro consiglio del priore, prese in affitto una stanza e si trattenne ad Asti sei mesi ed essendo disoccupata, spesso andava a Costigliola, a Magliano e a San Damiano; questi mesi passano senza che la donna abbia visioni e senza “interne locuzioni” ed ella sostiene di sentirsi internamente travagliata e molto inquieta. Successivamente si recò a San Damiano, ospite di suo fratello ed essendo il periodo di Quaresima, arrivò un padre Gesuita per le predicazioni, il quale le dette la licenza di fare “la disciplina a sangue per due ore, onde si batté con disciplina di ferro sì fortemente che si lacerò tutta dalli parti inferiori”,[28] al punto tale da dover stare a letto ed avere bisogno di medicazioni.

Sia dalla confessione della donna che da quella di padre Giuseppe Antonio ed anche dall’arringa del difensore apprendiamo che il prevosto di San Damiano ricevette una lettera dal conte di Revigliasco, il quale aveva sentito parlare di questa donna e della sua fama di santità (l’arciprete di Magliano la chiamava scherzosamente “la predicona” perché era solita riunire nell’oratorio uomini e donne cui insegnava a pregare), nella lettera il conte pregava di mandargli Dorotea, perché voleva che facesse da “guida” ad una giovane sua protetta che si trovava nel Conservatorio delle Convertite, di cui il nobiluomo era presidente; ma giunta di nuovo ad Asti, Dorotea capì che Mariana, questo il nome della ragazza cui doveva fare da guida, voleva andare in giro per la città e divertirsi, atteggiamento non consono alla vita austera condotta da Dorotea, anzi ella si lamenta col conte perché non aveva più tempo per pregare, quindi le giovani si trasferiscono entrambe nella stanza che Dorotea aveva precedentemente preso in affitto, “ma risaputosi dalla padrona della casa che la Mariana era stata nelle Convertite non ve la volle”.[29] Il conte trovò loro una stanza vicino al Duomo, ma il comportamento di Mariana non era quello adeguato ad una brava ragazza: invitava giovani e soldati, con i quali si intratteneva fino a notte fonda a cantare e invitava Dorotea ad andarsene a letto, pregandola di non riferire niente al conte. Non potendo più tacere, Dorotea parlò al nobiluomo che fece ritornare Mariana dalle Convertite e lasciò lei in quella stanza, dove, ritrovando un poco di tranquillità, una notte ebbe di nuovo “l’immobilità”, ma così a lungo che il conte, il giorno dopo, la trovò ancora a letto senza avere mangiato, così le disse di trasferirsi nella sua casa, “che ivi gli avrebbe portato da mangiare la serva, ma di nascosto dalla contessa e che esso avrebbe proveduto i denari per comprare la robba e farla muovere nella sua cucina”.[30] Nel frattempo Dorotea aveva conosciuto padre Giuseppe Antonio che divenne il suo nuovo confessore. Veniamo a conoscenza di questo dalla deposizione di questo teste, che coincide sempre con quelle degli altri due padri e con quella di Dorotea, ad eccezione di alcuni particolari non rilevanti.

 In tal modo la donna fu ospite nel palazzo del conte Roero Sanseverino di Revigliasco: Dorotea fece sapere al nobile che il Signore voleva che ella fosse ospitata in una stanza del palazzo, “…che poi Iddio gli avrebbe dato un’altra stanza a lui in cielo”.[31] Così fece il conte, il quale, anche senza il volere divino, era già disponibile ad ospitare Dorotea, pur se di nascosto alla contessa sua moglie, provvedendo al suo sostentamento e pregò padre Eugenio di assumere la direzione della donna. Un giorno, quando una domestica andò a portare a Dorotea del cibo, la trovò immobile nel suo letto, fu avvertito il conte, che constatò personalmente questa immobilità a cui ne seguirono molte altre, il confessore pregò il conte di riferire tutto quello che accadeva alla donna e lei stessa raccontava al padre le sue visioni e i suoi colloqui con Dio: il religioso annotava scrupolosamente tutto.

 Dorotea fu mandata a Revigliasco, feudo del conte, per essere osservata meglio dal prevosto di quel luogo, ma dopo poco tempo il nobile si ammalò e la donna ritornò ad Asti per assisterlo: dopo quattro mesi l’uomo morì e durante questo tempo Dorotea non ebbe quasi mai delle immobilità. Dopo la morte del conte Alberto, l’erede Giovanni Tommaso, fratello del defunto, “diede alla Dorotea l’incombenza di governante della lingeria”.[32] La donna ricominciò ad avere le immobilità, specialmente quando si trovava in chiesa, che duravano circa un’ora, mentre quelle più lunghe le aveva a letto durante la notte e potevano durare anche fino alla mattina, Dorotea sostiene che Dio le aveva detto che avrebbe potuto fare l’orazione della mattina a letto, perché in seguito ad una caduta non poteva stare in ginocchio. Anche durante la giornata aveva queste immobilità, “…o si trovasse a sedere su una cadrega o in piedi…”,[33] ma erano di breve durata. Il nuovo conte e altri preti cercano di distogliere la donna da queste convinzioni, anche con parole dure e offensive, ma lei insiste a raccontare ciò che vede e quello che Dio le dice durante i loro colloqui, padre Giuseppe Antonio annota scrupolosamente tutto ed è colui che crede e “incoraggia” Dorotea più degli altri. Tra i suoi appunti scrive anche che il Signore dice all’imputata: “Chi sei tu? E poi tu sei Cristina di Gesù et io Gesù di Cristina, sai quello che voglion dire queste parole, vogliono dire che siccome io ho patito, così tu devi anche patire…”,[34] per effettuare la seconda redenzione per redimere gli uomini dai peccati; quindi Dio avrebbe incaricato la donna di svolgere un compito non solo arduo, ma che era stato compiuto da Dio stesso incarnandosi nel Figlio. Queste parole suscitano molto sdegno negli astanti al processo e padre Giuseppe Antonio ammette che se avesse riflettuto non avrebbe scritto cose del genere, ammette anche di essersi ingannato, ma insiste nel dire che Dorotea non gli ha riferito ciò per malizia, ma perché ingannata dal Maligno o dalla sua fantasia ed anche lui stesso chiede perdono ai giudici del Santo Uffizio perché se ha sbagliato a scrivere tutto questo, lo ha fatto in buona fede e ingannato dal Demonio, non ha avuto la capacità di discernere la verità dall’inganno, però, sostiene che anche il priore Isnardi annotava tutto quello che la donna gli raccontava, avendo visto lui stesso un libretto con dette annotazioni.[35]

La testimonianza sfocia nel fanatismo quando Dorotea racconta al suo confessore che Dio le dice di aver “cavato” il proprio cuore dal petto per farglielo ammirare, poi tolse quello della donna con grande dolore come se le avesse rotto un osso del petto che poi le rimise al posto, dandole i titoli di sua sposa, sua diletta, sua regina, le disse: ” Figlia tu mi hai tanto compiacciuto in questi tuoi desideri che io ti dono l’esser di Dio. Dimandami tutte le grazie che brami, ecco metto nelle tue mani le chiavi del Paradiso”.[36] Don Giuseppe Antonio si difende dalle accuse conseguenti a questa frase dicendo che lui non intendeva che Dio volesse dare all’imputata l’autorità concessa a san Pietro, ma che le volesse dare molte grazie. Viene anche tacciato di troppa fantasia e di aver istigato quella della donna nelle sue convinzioni, sostiene anche che dal tempo in cui si trova in carcere sente due voci: quella di Dorotea e quella di padre Eugenio, le sente qualche volta di giorno e altre volte di notte, ma non capisce di che cosa vogliano lamentarsi.[37] Tra i suoi appunti gli inquisitori trovano annotato che la donna desiderava avere “un tesoro” per suffragio delle anime del Purgatorio e Dio l’accontentò facendole avere la statua della Madonna col Bambino eseguita da san Giovanni evangelista, il quale, con un miracolo, convertì il fango con cui era fatta in avorio. Il Signore la fece avere a Dorotea nel seguente modo: la statua, che apparteneva al convento del Carmine di Asti, era alta circa un palmo e fu ritrovata in una camera del convento, insieme a delle reliquie, circa trent’anni prima; passata nelle mani di vari religiosi, ultimamente si trovava presso don Giuseppe Antonio, il quale, con l’approvazione dei suoi superiori, la donò al conte di Revigliasco. Il nobiluomo fece fare nella statua un piccolo foro da sotto, dove collocò frammenti di ossa di santi ed una scheggia del legno della Croce, poi sigillò il foro con la cera. Dorotea aveva visto questa statua quando si trovava nel palazzo del conte, quindi gli disse che il Signore avrebbe avuto piacere che le fosse donata, perché aveva la virtù di liberare le anime dal Purgatorio se si fossero fatte tante croci quanti erano gli anni che quelle dovevano stare in quel luogo; il conte gliela donò e lei riuscì a liberare moltissime anime, le quali prima di salire in Paradiso venivano a ringraziarla. Quando gli inquisitori sostengono che san Giovanni non faceva statue, il prete risponde che ne era consapevole, ma tutto ciò era un miracolo voluto da Dio. Ma dalla deposizione di Dorotea veniamo a conoscenza che era stato don Giuseppe Antonio che le aveva suggerito di chiedere a Dio chi avesse fatto tale statua e la voce interna (Dio) rispose che era stata fatta da san Giovanni, ma non sapeva se si trattasse del Battista o dell’Evangelista, era di terra, ma poi fu miracolosamente tramutata in avorio e le era stata regalata dal conte, il quale l’aveva avuta, in cambio di alcuni libri, dal padre Giuseppe Antonio. Il confessore, quindi, sprona Dorotea a “parlare” e a chiedere spiegazioni a Dio, il Quale, secondo la versione della donna, sembra più umano che divino con le sue incertezze. Sostiene anche che una notte vide molti demoni sotto le spoglie di uomini venuti per romperle le braccia, perché non fosse più in grado di fare quelle croci, liberando le anime purganti, ma una voce disse che sarebbe stato meglio rompere un braccio alla statua e al Bambino che teneva in braccio piuttosto che a lei: al mattino, Dorotea vide che la statua era stata mutilata di un braccio della Madonna ed uno del Bambino. Raccontato l’accaduto al confessore, questo le consigliò di riattaccare le braccia con “lo sputo” e dopo venti giorni circa ricominciò a fare segretamente i segni della Croce per le anime del Purgatorio, sostiene di averli fatti anche a Roma durante il processo per le anime di parenti ed amici del Papa, anzi non è sicura che la voce le abbia detto di farle anche per il padre del papa.

La deposizione di padre Eugenio coincide con quella del primo teste, anche lui sostiene che ciò che Dorotea raccontava non poteva che venire da Dio perché vedeva la donna “in continuo esercizio di virtù”[38], però lui non aveva mai approvato le immobilità e le rivelazioni, nonostante l’avesse vista immobile, ma dice anche di non aver riconosciuto nessuna finzione in lei. Aveva annotato nei suoi scritti che una volta il Signore fece vedere alla donna “…una grande quantità di demoni ed anime dannate e calando giù per una scala stretta vidde un gran pozzo molto largo tutto lastricato di chieriche di sacerdoti, egli disse guarda figlia queste chieriche sono tutte di sacerdoti e quelli che stanno sul fondo di quel pozzo sono parrochi e prelati e dimandandole i peccati da essi commessi, sappi, le disse che i parrochi spendono il sopra più in mantener donne di mala vita, in darlo a parenti et amici e lasciar perire i poveri…”[39]

Durante una delle tante immobilità, Dorotea vide una grande veste che ammantava tutto il mondo, la veste era tutta dipinta con occhi di pernice, lei sentì porsela addosso e il Signore le disse che doveva portarla a Roma al papa, perché facesse penitenza, altrimenti avrebbe mandato flagelli e castighi. Gli occhi di pernice, come l’inquisita sostenne, simboleggiavano i peccati del mondo. Se i suoi padri spirituali non l’avessero accompagnata a Roma, Dio l’avrebbe trasportata in questa città attraverso l’aria, in quanto il suo colloquio col papa avrebbe inciso molto sulla vittoria contro i Turchi.[40]

A questo punto del processo, la personalità della donna subisce un cambiamento: da un atteggiamento altero e sicuro, passa a uno umile e dimesso, Dorotea ha una crisi, piange per la paura di sbagliare a raccontare questi fatti, e quando le viene ricordato il giuramento fatto sul Vangelo, lei sostiene che i fatti narrati possono non essere in ordine cronologico, ma tutti reali. Continua dicendo che ha visto due montagne, una più alta dell’altra e Dio che le spezza in mezzo e le dice che simboleggiano una la difficoltà di parlare di tutto quello che le sta accadendo al re, l’altra la difficoltà di ottenere la licenza per andare a Roma. Il Priore Isnardi, come gli altri, sostiene le buone qualità della donna e racconta come lei abbia insistito perché andasse a parlare col re del viaggio a Roma voluto da Dio. Il priore scrisse al cardinale Sacripanti dicendo che aveva cose importantissime da riferire a Sua Santità. Mentre si preparavano per il viaggio, Dorotea disse ad Isnardi che Dio voleva che venisse informato il re, “…perché voleva che il re si riunisse col papa, per mezzo della qual riunione s’unirebbon assieme i prencipi cristiani e si farebbe l’universal penitenza e riforma de’ costumi, in specie delli ecclesiastici, quale seguita, voleva si andasse contro il Turco e gli avrebbe dato gran vittoria e l’acquisto de’ luoghi santi.”[41] La vigilia di Pentecoste, Dorotea disse al priore di andare subito a prendere l’autorizzazione dal re per il viaggio a Roma , altrimenti “il negozio sarebbe a male, né più sarebbono venuti a Roma, perché i di lui nemici avevano saputo impressionare contro di lui il re”.[42] Arrivato a Roma, Isnardi consegnò le relazioni e le annotazioni dei fatti occorsi alla donna, tra questi c’era anche la relazione circa il miracolo dell’ostia accaduto nel Conservatorio Migliavacca di Asti, che al tempo aveva suscitato molto scalpore, e tanti altri documenti meticolosamente divisi in fascicoli e contraddistinti con le lettere dell’alfabeto; il papa “…si degnò di rispondergli che eran cose di gran conseguenza che si avrebbe parlati in Congregazione del Santo Offizio e che poi andasse dal signor cardinale Sacripante che gli avrebbe detto quello occorreva”.[43] Così cominciarono le perquisizioni delle loro stanze, le requisizioni dei loro scritti e il processo, di cui, purtroppo non conosciamo esplicitamente, come nella maggior parte di questi processi, le sentenze e le condanne comminate agli inquisiti, ma da una frase pronunciata durante l’arringa possiamo dedurre che per i quattro inquisiti non siano state emesse condanne gravi: “Concludiamo dunque che la vita esemplare della donna, il suo parlare di cose di spirito con termini che eccedevano la di lei capacità per essere ignorante e inesperta anche nel leggere, la sua applicazione nell’orazione vocale e mentale, e quei estatici rapimenti e immobilità del corpo misero in opinione gli inquisitori di ben credere del di lei stato spirituale e stimarla favorita da Dio di grazie straordinarie. Sicché se si sono ingannati anche per omissione di quei mezzi necessari per tale discernimento potranno sempre essere scusati da ogni dolo e dalla censura di avere fomentati sentimenti presuntuosi e superbi ed avranno peccato “Peccato negligentie” ma non già peccato heresis”.[44]

     La donna procede col racconto della partenza per Roma, dopo aver avuto il permesso dal re. Lasciata Alessandria, Dorotea e i padri spirituali incontrarono una donna a cavallo “…quale attraversava il calesse dove era ella, né voleva andare avanti, che il priore Isnardi pose la detta donna con lei nel calesse et esso montò sul cavallo. Questa donna quando fu seco in calesse cantava delle canzoni profane e le metteva un braccio al collo, onde essa ne sentiva grande inquietitudine non potendo far orazione. Giunta poi all’ostaria la detta donna trovò un signore su la porta col quale si mise a parlare e la sera voleva andasse a dormire seco, ma essa mai non volle”.[45] La voce interna le disse che quella donna era una strega e il cavallo un diavolo, come pure l’uomo trovato sulla porta dell’osteria e se la strega l’avesse convinta a dormire con lei, l’avrebbe strangolata. Ecco perché Dio aveva voluto che andasse a Roma con i tre religiosi: per proteggerla; arrivati a Genova proseguirono per mare e Dorotea vide un gran numero di demoni legati sulla riva dal Signore perché non impedissero il loro viaggio, mentre Dio le ordinò di recitare il Te Deum e le dette la sua benedizione.[46]

La donna sostiene che, durante i suoi colloqui con Dio, Egli si rivolge a lei dicendole: ”Sei il mio giardino, la mia figlia, la mia sposa” e che ha ricevuto molte grazie, paragonandosi alla Madonna, a Maddalena de’ Pazzi, a Caterina da Siena, a Teresa d’Avila, a Orsola Benincasa e come un angelo annunciò la nascita di Maria Vergine alla madre sant’Anna, così una zingara predisse a sua madre la nascita di una figlia bella come il sole, la donna credette che alludesse alla bellezza fisica e pensò si trattasse di un’altra sua figlia molto bella, invece parlava di Dorotea e della bellezza spirituale che avrebbe posseduto. Tutto questo è avvalorato dalla deposizione di don Giuseppe Antonio.[47]

Racconta, inoltre, che la Madonna la difese dai demoni durante una delle sue immobilità, restandole seduta su un ciglio e che poi, passata l’immobilità, le doleva l’occhio. Le viene chiesto di raccontare il fatto della particola, riportato da padre Giuseppe Antonio nelle sue annotazioni: una mattina, Dorotea mentre si stava comunicando nella chiesa del Carmine di Asti, sente che un frammento dell’ostia consacrata le era rimasto fra le labbra, per non farla cadere e per non toccarla con le dita, prese l’estremità della stoffa che le copriva il capo e con quella cercò di spingere in bocca il frammento, ma restò “…sopra del Zendalo in larghezza d’una piccola lenticchia, quale racchiuse con detto velo nel pugno…” ;[48] la donna andò verso il confessionale e, aperto il pugno, vide quel frammento trasformato in una croce piccola come l’unghia del dito mignolo. Il confessore le disse di chiedere a Dio il significato di questo mistero e il Signore le rispose che Lui era sempre “in corpo et anima” dentro di lei e che si conservava nel suo cuore da una comunione all’altra, inoltre la particola era stata portata dall’arcangelo san Michele. Un’asserzione del genere viene considerata dai giudici una finzione piena di superbia e capziosa.[49]

Viene redarguita più volte ed accusata dai giudicanti di affettata santità, in quanto tutto ciò che ella ha raccontato non può venire da Dio, Dorotea, ripresa piena padronanza di se stessa, risponde sorridendo che

Tutto ciò non la turba affatto, in quanto non sa se l’immobilità venga da Dio o dal Demonio, perché non è in grado di saperne la provenienza, comunque in lei non c’è assolutamente simulazione; sostiene di non avere mai finto e che ha giurato sul Vangelo di dire la verità, possiede una sola anima e sarebbe una pazza a perderla dicendo cose non vere.[50] Dopo avere descritto l’arrivo a Roma, le viene chiesto se sa leggere e scrivere ed ella risponde di avere imparato a leggere da un suo cugino quando aveva circa vent’anni, anche se non speditamente e quando trovava parole in latino non capiva e andava oltre nella lettura; da sola aveva imparato a scrivere anche se a malapena. Aveva letto il “Thomas à Kempis, “Il gioiello spirituale”, “Le strade della salute”,“…ed a San Damiano, in casa sua, qualche scorcio della vita di Caterina da Siena e di s. Dorotea. Ma aver bensì poi sentito a leggere molti libri spirituali e vite di santi mentre nella stalla di casa sua l’inverno ci andavano delle persone a leggere…”[51].

Dorotea viene interrogata sul miracolo occorso al Conservatorio dell’opera Migliavacca, di Asti, ma ella sostiene di sapere poco circa quel luogo, qualche volta ci andava chiamata dalla Madre superiora, sa solo che quell’istituzione “vive d’entrata”. Questo istituto di beneficenza era stato fondato dal vescovo Innocenzo Migliavacca, monaco cistercense milanese, già abate del monastero di Casanova presso Torino, che fu vescovo di Asti dal 1693 al 1714: nel 1712 il prelato fondò questa istituzione per le ragazze desiderose di fare una vita ritirata e solitaria.[52]

Riguardo al miracolo dice di avere visto l’ostia consacrata, alzata dal prete, spaccata e grondante sangue, poi non l’ha più vista; in seguito veniamo a conoscenza che Dorotea non solo non era presente al fatto, ma non ha niente in comune con tutto questo. La testimonianza di padre Giuseppe Antonio coincide con quella della “Santa”, ma il confessore conosceva l’accaduto secondo il racconto della donna, in quanto entrambi non erano presenti. Dalla deposizione di padre Eugenio di Gesù veniamo a conoscenza che quando va a trovare Dorotea, “…la trovò immobile e lei raccontò che Dio aveva fatto il noto miracolo per aiutare la fede nel mondo a sua istanza, perché essa aveva pregato Dio a farlo, che quella mattina successe il miracolo essendo applicata agli uffizi della casa in cui era governante; dimandò al Signore se in vero avesse fatto quel miracolo, Egli rispose di sì, ma che allora non gli voleva dir altro per non disturbarla da’ suoi affari. Il dì seguente poi il Signore gli spiegò i misteri di quel miracolo, conforme lui ha difusamente scritto ne’ quinterni ritrovatili e riconosciuti, a quali si riporta.”[53]

Tutto cominciò il 10 maggio del 1718 tra le “14 e 15 ore”, nessuno dei quattro inquisiti si trovava nel Conservatorio Migliavacca, dove un giovane sacerdote, Giovanni Francesco Scotto stava celebrando la messa. Dalla deposizione del priore Isnardi, molto dettagliata, precisa e non enfatizzata come le altre, specialmente quella del giovane celebrante, veniamo a conoscenza dei fatti: durante la consacrazione, nell’ostia si è prodotta una spaccatura da cui sembra sia uscito del sangue. Il  priore Isnardi fu chiamato dal canonico Argenta che gli disse di andare subito alla cappella dell’opera Migliavacca, dove si recò col prete Vignola, suo vicario e notaio apostolico. Arrivati sul luogo, trovarono sulla porta della cappella i canonici Goria e Vaglio e il notaio e amministratore dell’opera pia Alessandro Ambrosio, entrato dentro, vide all’altare il sacerdote Francesco Antonio Scotto confuso, tremante e bagnato di sudore, “a cornu evangeli c’erano molte figlie del Conservatorio tutte piangenti”[54]. Il priore Isnardi si avvicinò all’altare e vide sopra la patena l’ostia consacrata spaccata: “sicché le parti erano allargate quanto la costa di un cortello, con una linea nel labro di dette parti come di sangue, osservò pure nel calice, alla parte di dentro, una goccia come di sangue che si protraeva contiguo alla specie del vino et al di fuori della coppa quattro goccie come di sangue e sul piede del calice quatro altre simili goccie”.[55] Volle che tutti i sacerdoti presenti osservassero bene il tutto e don Scotto, che non riusciva a reggersi in piedi, disse che ciò era accaduto quando aveva consacrata l’ostia e fatta l’elevazione. “Fece descrivere dal detto Vignola tutto il visum repertum, poi avendo fatto venire il vicario del Santo Offizio coram ipsis esaminò ivi il sacerdote sudetto, che depose qualmente avendo fatta l’elevazione del calice e depostolo sul corporale s’accostò all’altare il procurator Alessandro Ambrosio e gi disse che guardasse bene l’ostia che a lui era sembrata rotta e che allora esso, con l’estremità delle dita, allargò detta ostia e la trovò spaccata”.[56] Il priore Isnardi e il vicario del Santo Uffizio esaminarono con cura il celebrante per vedere se gli era uscito il sangue da qualche parte, controllarono anche il suo fazzoletto, ma trovarono niente. Fecero anche venire tre medici e tre chirurghi, “che visitarono il detto come sangue e lo testificarono come in processo”.[57] Il vicario interrogò anche Alessandro Ambrosio, il quale ripeté ciò che aveva visto e poi chiamò la direttrice e le ragazze del Conservatorio per vedere il “miracolo”, queste osservarono con grande commozione e si misero a piangere. A questo punto Isnardi consacrò un’altra ostia, versò in un altro calice il vino in modo che le gocce non si alterassero, poi ripose gli arredi sacri, notando qualche spruzzo di sangue sul corporale, in una cassetta che legò e sigillò con “sette sigilli in cera spagna”. Dopo avere esaminato, insieme col vicario del Santo Uffizio, il soffitto della cappella senza trovare nessun indizio che potesse dare una spiegazione valida a ciò che era accaduto, quest’ultimo consegnò ad Isnardi “gli atti fatti, sopra  quali formò un processo ex integro e mandò a Roma alla Congregazione de Riti”.[58]

 Nella sua relazione, Isnardi è molto cauto, infatti non parla di sangue ma di “liquore color sanguigno” e il “miracolo” è, probabilmente, frutto dell’inesperienza e dell’errore del giovane sacerdote, che sembra abbia celebrato la sua prima messa da pochi giorni.[59] Francesco Antonio Scotto viene descritto come una persona molto introversa e solitaria, anche se considerato un buon religioso.[60] La testimonianza del giovane sacerdote sembra avere un tono profetico, infatti egli sostiene che Dio ha operato quel miracolo “per la pace e la concordia tra i principi cristiani, l’estirpazione delle eresie e l’esaltazione di Sua Maestà Cesarea”.[61] Questa spiegazione richiama, anche se non in modo identico, quella fatta da Dorotea ai suoi confessori e riportata anche dall’avvocato Fiorelli nella sua arringa: quando la donna chiede spiegazioni al Signore del significato del “miracolo” Egli le risponde che non è stato un solo miracolo, bensì due. “Uno è che una parte di esso sangue è uscita dall’ostia, e un’altra parte è uscita dal calice, per denotare che molti sacerdoti piuttosto accostarsi a celebrate come fanno con tanti peccati, mi sarebbe più caro che versassero via per terra il mio sangue”.[62] Dalla testimonianza di padre Giuseppe Antonio veniamo a conoscenza che Dorotea per ordine dei suoi confessori interrogò nuovamente il Signore circa il significato del prodigio durante una delle sue estasi che durò molte ore e Dio le disse che “…l’ostia rotta in due parti significava la separazione che voleva fare da molti e che il sangue sparso significava il suo gran furore”.[63] Abbiamo, quindi, sia da parte del prete che da Dorotea delle spiegazioni “profetiche”, ma pare che il profetismo non fosse estraneo all’ambiente ed alla città di Asti: “Cette tendance à la construction de contextes ambigus et dangereux est d’autant plus évidente, et semble constituer un des objectifs de l’intendant, si on examine de plus près son analjse du prophétisme. Granella soutient qu’une culture prophétique existe dans la ville, mais il la ramène à un milieu social, ou mieux, à un contexte de sociabilité politique.”[64]

Continuando con la sua deposizione, Dorotea sostiene di conoscere Ambrosio da un po’ di tempo, che egli è una persona perbene e molto pia, la conoscenza risale a quando la donna frequentava Marianna, la ragazza che le era stata affidata dal conte di Revigliasco, ma con la quale non si era trovata bene. Dorotea sostiene che tre anni prima Ambrosio fu recluso, insieme con altre sette o otto persone, nel carcere di Torino, dove stette circa sei mesi “per delitto di omicidii impostoli dalla detta Marianna”; per questo Dorotea pregava molto per lui, lo raccomandava a Dio  e gli chiedeva se avesse potuto ottenere vera salvezza, il Signore le rispondeva di pregare per lui perché era “un fiore”, ma in quel periodo era molto tormentato e ritornando ad Asti, dopo essere dichiarato innocente, sarebbe incorso in gravi pericoli; infatti, durante il viaggio di ritorno aveva avuto un incidente col cavallo che Dorotea aveva previsto. La donna spiega anche che dopo un po’ di tempo il priore Urbano Isnardi, convocò nella chiesa di San Paolo (di cui era priore) coloro che avevano assistito al “miracolo” insieme all’inquisitore del Santo Uffizio di Asti, dove lessero una relazione sul fatto accaduto, che fu approvata da Dorotea, la quale disse che era tutto vero: probabilmente si riferiva alle spiegazioni che Dio, durante le estasi, le aveva dato. Il vicario ordinò ad Isnardi di scrivere una relazione dettagliata “…di tutto quello che aveva sentito dalla Dorotea che l’avrebbero mandata a Roma, come fece indirizzandola con sua lettera a monsignor vescovo di Lipari”.[65] Il 25 luglio il vicario convocò Isnardi e Giuseppe Antonio e ordinò loro di consegnargli tutto ciò che avevano scritto circa il “miracolo” e di non parlarne più, disse loro di riferire a Dorotea di non pensare più a quel fatto. Per quattro o cinque mesi padre Eugenio non vide più la donna, gli altri due religiosi dissero prima che avevano mandato gli scritti a Roma, poi sostennero di averli “abbruggiati”.[66]

Continua la deposizione della donna, la quale sostiene che nel tempo in cui è stata nel convento che l’ha ospitata a Roma, le suore si sono rivolte a lei perché intercedesse presso il Signore per farle guarire da varie malattie, ciò fa pensare che Dorotea godesse di una certa fama o di una buona credibilità.

Domenico Cesare Fiorelli, difensore dei quattro imputati, dopo un discorso introduttivo, in cui spiega in che cosa consista il reato di affettata santità e la fomentazione di tale reato, basa la sua arringa sull’ingenuità, sull’avventatezza e sull’inesperienza dei padri spirituali di Dorotea; mentre la difesa della donna consiste nel porre in evidenza la buona fede della stessa, ma soprattutto l’inganno da parte del Demonio, che fa apparire, appunto con l’inganno, una realtà completamente stravolta, ma reale per chi è sottoposto all’inganno, quindi non colpevole di ciò che dice, di ciò che fa e di ciò che racconta: “…veniamo ora a vedere se Christina di Gesù e li suoi direttori siano veramente ingannati senza loro delitto…”,[67] infatti sostiene che né la donna né i tre religiosi “…hanno asseria alcuna delle censurate proposizioni e che tutto fu scritto per esaminarlo e soggettarlo al giudizio  della Chiesa”.[68] Prosegue dicendo che chi forma un processo contro questo reato, deve avere ben chiaro di che cosa sia la santità e il suo opposto; quindi per dimostrare la simulazione, si cerca di trovare nell’inquisita qualche vizio opposto, come la  superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, la gola, la lussuria, di cui era stata tacciata dall’accusa durante l’interrogatorio; l’avvocato Fiorelli cerca di dimostrare, o meglio di chiarire gli equivoci in cui sono caduti gli inquisitori: “…facendo vedere che tali proposizioni possono provare la santità non vera, ma non già la santità affettata”.[69] Fa notare all’accusa e ai presenti che gli scritti trovati in possesso dei religiosi, sono stati redatti con lo scopo di raccontare in modo preciso quello che la donna riferiva ai suoi confessori, cioè ciò che le accadeva durante le sue supposte visioni, rivelazioni e colloqui con Dio, quindi nessuno dei fatti narrati “…può dirsi proposizione di Christina né delli inquisiti direttori. Non di Christina, perché essa non afferma che l’esitenza delle proposizioni da lei udite, ma non è autrice dell’essenza ed asserzione di esse, né delli direttori, poiché questi niente asseriscono nel senso proprio, se non che la relazione avutane da detta Christina. Per obiettare giustamente le colpe di una falsa proposizione censurata come ereticale, bisogna che il proferente o scribente abbia parlato in senso proprio et sit assertor talis propositionis, perché qui aliquo dicit, aut scribit recitando, vel adnotando tanquam ab alio dicta non videtur ea approbare, come prova.”[70] L’arringa prosegue sostenendo che tanto Dorotea che i tre religiosi non possono essere colpevoli, perché la donna non ha mai detto che tutto quello che le è accaduto sia veramente opera di Dio, ma ha sempre avuto dei dubbi, infatti non solo si è fatta esaminare da vari religiosi, ma si è fatta anche esorcizzare per paura che fosse il demonio a causarle visioni, immobilità ed altro. Allo stesso modo non si possono considerare colpevoli i padri confessori, in quanto si sono limitati a scrivere ciò che la donna raccontava loro e se non fossero stati in buona fede non avrebbero portato personalmente a Roma tali scritti, affinché fossero esaminati dal tribunale del Santo Uffizio. Si può, quindi, dire che gli inquisiti non hanno esaminato e di conseguenza riflettuto su quello che scrivevano, non comprendendo la gravità di certe asserzioni. A questo punto, secondo la difesa, cade l’indizio di dolo e di simulazione, fondato sugli scritti non compresi: tutto ciò deriva dall’errore della povera donna illusa “… o da effetti naturali o da opera diabolica”.[71] D’altra parte i tre religiosi dovevano pure indagare nella vita e nel comportamento di Dorotea e relazionare il tutto come avevano fatto, da questo si evince che la donna conduceva una vita irreprensibile sotto tutti i punti di vista, insomma Dorotea Quaglia è considerata una santa, una profetessa e tutte le grazie che il Signore le concede devono essere conosciute dal papa. In quanto alle rivelazioni avute dalla donna, tutti i teologi, i mistici, i dottori, i filosofi hanno dimostrato la facilità con cui possiamo cadere in inganno: vengono da Dio o dalla fantasia o sono opera diabolica? Per ciò che concerne l’immobilità del corpo, testificata anche dal vicario capitolare di Asti, può derivare da una speculazione naturale che occupa tutte le forze interne e impedisca ogni funzione dei sensi esterni, come può essere opera demoniaca, potendo il demonio “legare o sciogliere” i sensi esteriori.

La difesa passa ad esaminare alcune proposizioni scritte da padre Giuseppe Antonio e quella che fa scattare l’accusa di quietismo per Dorotea è, come già riportato all’inizio del presente lavoro, la seguente: “La via immobilativa è quando il corpo per virtù mia non può muoversi, perché l’anima allora sta meglio unita con me”.[72] Tale proposizione viene qualificata come pericolosa, perniciosa e coincidente con la dottrina di Miguel de Molinos.

La condanna di Molinos avvenne il 20 novembre 1687, il processo istruito contro la “mistica” Dorotea iniziò dopo il mese di agosto del 1719: è noto come si diffusero ampiamente e velocemente le dottrine di Molinos in tutta Europa, ma una povera donna, ignorante come ci viene presentata l’inquisita dal Fiorelli, suo difensore, che ha cominciato a leggere all’età di venti anni, la cui “cultura” si basa su pochi libri letti stentatamente come lei sostiene, può essere a conoscenza delle dottrine quietiste e del molinosismo? Quanto potevano avere inciso prima gli insegnamenti del sacerdote Francesco Pavarino e poi quelli di Maria Boara, la donna che insegnò a Dorotea a fare l’orazione mentale, sulla formazione religiosa della ragazza? Qual era il grado di cultura di Maria? Era forse a conoscenza delle concezioni quietiste e del pensiero di Molinos? Le condizioni economiche familiari non dovevano essere così disastrose se la ragazza poteva permettersi di lavorare solo saltuariamente ed avere molto tempo da dedicare agli altri, insegnava a pregare, come lei stessa sostiene a circa quindici ragazze, ciò significa che insegnava loro il catechismo? Dopo aver imparato a fare l’orazione mentale era solita radunare persone di ogni età per raccontare loro ciò che leggeva o studiava dai libri che aveva a disposizione, non per niente la chiamavano “la predicona”, con questa gente, era solita, durante le sere invernali, fare delle letture e commentarle, ma Dorotea era veramente ignorante o la sua ignoranza le servì per evitare la condanna del Tribunale del Santo Uffizio? Durante le estasi la donna aveva delle visioni che sono comuni a tutte le mistiche e Dorotea conosceva bene la vita di alcune di loro, come lei stessa aveva asserito.

Durante l’inquisizione viene accusata più volte del peccato di orgoglio, specialmente quando racconta che Dio la chiama sua sposa o l’appella con termini molto intimi e la considera alla stessa stregua della Madonna. Lei, la “profetessa” di San Damiano, come veniva chiamata da quelle parti, sosteneva che il Signore si sarebbe servito di lei addirittura per una seconda redenzione. A questo proposito don Giuseppe Antonio sostiene che durante il viaggio a Roma, arrivati nei pressi di Siena, il Signore dice a Dorotea di avere dato più grazie a lei che a Caterina da Siena e ad Orsola Benincasa e come avevano fatto le due sante con i papi dei loro tempi, anche Dorotea avrebbe dovuto parlare col pontefice e se questo avesse ascoltato lei e i padri spirituali, Dio avrebbe dato al papa “lumi e grazie molto singolari”. Don Giuseppe Antonio insiste nel dire che il Signore aveva elargito più grazie a lei che a santa Teresa e a santa Maria Maddalena de’ Pazzi, affidandole un’opera di grandissima importanza, quale quella della seconda redenzione. Ciò viene considerato fantastico, temerario e superbo, perché le grazie suppongono il merito. Rendendosi, forse, conto di ciò che ha asserito, il padre spirituale aggiunge “che intendo la 2° redenzione lato modo et improprio per procurare la salute degli uomini, non ha questa maggioranza sopra le altre opere fatte da Dio dopo la redenzione” e ancora confessa che se ci avesse riflettuto bene non avrebbe scritto certe cose e insiste nel dire che Dorotea non gli ha dettato ciò per malizia, ma per inganno del Demonio o della fantasia della stessa.[73] La difesa, nella sua arringa, dice che per discernere le locuzioni e rivelazioni false da quelle vere bisogna avere molta esperienza e cognizione di causa, qualità che purtroppo mancano negli inquisiti: “ E’ facile confondersi nel giudizio, tanto da chi prova in se stesso quelli tali effetti strordinari, quanto da chi lo dirrigge, particolarmente se vi regna la semplicità, la quale abbonda nel padre Giuseppe Antonio da Sant’Elia, che ha un commune concetto d’esser facile a credere alle visioni, siccome testificano il vicario capitolare d’Asti”.[74] E’ proprio questa semplicità che ha indotto il religioso nell’errore, convincendo poi con i suoi scritti e racconti anche padre Eugenio ed il priore Isnardi allo stesso abbaglio.

 La difesa controbatte poi l’accusa di molinosismo dicendo: “Ma il Molinos, che colla perversa dottrina poneva quella dannata anichilazione e asseriva essere inconvenienti le operazioni anche virtuose e l’attività rispetto all’anime della via interna, congiongeva con delle proposizioni anche la seguente e diceva: Per la via interna si arriva a starsene immobile continuamente in una pace imperturbabile”. Ma nessuno degli inquisiti, Dorotea compresa, ha mai asserito, durante il processo, quali fossero le cause delle immobilità della donna che sono sempre state loro sconosciute.[75]

In sostanza Molinos insegnava un modo facile per arrivare alla contemplazione attraverso l’abbandono passivo nelle mani di Dio; ne consegue l’inutilità della vita sacramentale, della mortificazione dei sensi e delle passioni. L’abbandono passivo, per Molinos, dovrebbe estendersi anche alle tentazioni ed inganni demoniaci, cioè l’anima dovrebbe accettare senza resistenza i peccati di impudicizia o di bestemmia dettati dal demonio. Per Molinos la chiesa e i sacramenti erano solo dei semplici aiuti all’unione con Dio; la pietà comprendeva tre gradi: nel primo i “principianti” dovevano affidarsi completamente alla Chiesa; nel secondo si arrivava alla devozione verso Gesù; nel terzo c’era il superamento della Chiesa e di Gesù come “Deiformes sed non Deus”, e restava solo Dio.[76] Proseguendo la linea mistica principiata agli inizi del Seicento da Francesco di Sales, Molinos indicava la via per arrivare alla perfetta contemplazione e alla pace interiore, tale via consisteva nella purificazione passiva, cioè nella rimozione di ogni pensiero e volizione, in tal modo l’anima poteva ritornare alla sua origine, cioè a Dio. Ma tutto ciò comporta l’indifferenza alla propria salvezza eterna, agli esercizi ordinari di pietà, alle opere di devozione, l’anima perde la propria volontà ed è vuota del volere stesso di Dio.[77] Certamente questa sfiducia delle pratiche religiose, questo annichilamento delle potenze dell’anima che portavano alla contemplazione e all’unione con Dio preoccuparono molto le autorità inquisitoriali, che reagirono con interventi repressivi sempre più numerosi. Un esempio eclatante fu il caso di Francesca Fabbroni, badessa nel monastero di San Benedetto di Pisa, la quale fu processata nel 1680 per affettata santità, ebbe un buon numero di seguaci sia dentro che fuori del monastero. Gli svenimenti ed altre mancanze di cui spesso soffriva divennero un segno di Dio e considerate estasi mistiche, ma queste doti mistiche e le pratiche religiose che la donna praticava furono viste con sospetto e quindi sottoposte a controlli ed esami; furono esaminati anche i suoi scritti dalla Congregazione del Santo Uffizio e successivamente fu rinchiusa nel monastero di Santa Caterina a San Gimignano, dove morì nel 1681, rifiutando la comunione e senza pentirsi: il suo corpo fu sepolto in terra sconsacrata. Nel 1689 fu promulgata la sentenza di condanna capitale e la donna fu riconosciuta sia in vita che in morte eretica, perseverante e insolente dall’inquisitore di Firenze; la defunta era rappresentata da un ritratto posto accanto alla cassa con i suoi resti, dopo la lettura della sentenza il tutto fu messo al rogo e le ceneri sparse al vento: una vera e propria damnatio memoriae.[78]

Demolita dalle domande incalzanti e dalle dure deduzioni dei suoi giudici, le certezze di Dorotea oppongono la sua intima convinzione di ciò che ha visto e sentito durante le sue estasi provocate da Dio o dal Demonio, e, con un linguaggio ingenuo, incolto ma molto efficace, sosterrà fino da ultimo ciò che ha raccontato per tutta la durata del processo, facendo emergere un’intelligenza lucida, pronta e capace di cogliere in pieno la sua esperienza mistica. Quello di Dorotea e dei suoi padri spirituali, in conclusione, sarebbe stato un errore di interpretazione di vari segni prodigiosi e non una simulazione: si è ingannata ed è stata ingannata, come molte altre “sante vive”; il suo percorso vitale, esposto dettagliatamente sia da lei che dai suoi confessori, non è altro che il racconto di un’illusione durata molti anni. La “profetessa” riconosce sì che tutto ciò può derivare dal Demonio e non da Dio, ma non può negare la presenza di visioni straordinarie nella sua vita e se lei ha contribuito a fomentare tale inganno è perché era ed è convinta nella sua illusione da segni che le sembrano straordinari.

Se le “sante vive” ebbero una forte popolarità nella prima metà del Cinquecento, in seguito il loro valore perderà rilievo soprattutto a causa di mutate condizioni politiche ed ecclesiali, per tornare in auge nei momenti più difficili come guerre, carestie, epidemie; la riforma protestante prima e quella cattolica dopo inducono il clero ad una sempre crescente cautela verso il culto delle “sante vive”, destinate a divenire sospette e ad essere inquisite dal Tribunale del Santo Uffizio.[79] Il processo a Dorotea Quaglia si svolge nel primo ventennio del secolo dei lumi e paradossalmente in una Chiesa in cui il potere era saldamente in mano agli uomini, anche le donne come le “profetesse”, le “finte sante”, furono capaci di esternare le proprie sensazioni, il loro stato d’animo, i loro impulsi, ma soprattutto riuscirono a trovare un po’ di spazio vitale.

[1] Biblioteca Ambrosiana (d’ora in poi B.A.), Ms. P 247 sup., c.25 v. Il manoscritto, depositato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, è una copia del ristretto del processo, non riporta l’eventuale condanna degli inquisiti, anche se possiamo intuire che non furono emesse gravi sentenze dai giudici del Santo Uffizio di Roma. Dalle deposizioni dei padri spirituali possiamo ricavare le seguenti notizie circa la vita degli stessi: Giuseppe Antonio da Sant’Elia, Carmelitano scalzo, nato a Cherasco dal fu Carlo Bellino, di 41 anni circa. Dopo avere studiato due anni retorica e un poco di logica a Chieri e a Torino, andò a Milano come segretario del signor de Burgoy, uomo d’armi, con cui va in Spagna, dove fa il soldato per circa tre anni nel presidio di Barcellona, da dove diserta e va a Marsiglia, dove è obbligato a prender servizio nelle truppe francesi e mandato in Fiandra. Dopo un anno diserta e si reca a Bruxelles, qui viene ingaggiato al servizio del duca di Savoia e mandato “in Alemagna”, poi a Torino nel reggimento delle guardie. Più volte fece presente che voleva “farsi religioso”, non ascoltato, fugge a Cherasco e fa il noviziato nei Carmelitani nel convento del Carmine di Asti. Continua gli studi e diviene sacerdote, in seguito viene nominato priore di Cherasco, poi di Asti, Torino e nuovamente di Asti. Fu carcerato il 30 agosto 1719. “Costituito giudicialmente ha riconosciuti i scritti trovati nella perquisizione della sua stanza. Cinque quinternetti manoscritti di suo carattere e uno del priore Isnardi. Un fascio di 10 altri quinternetti scritti da lui medesimo”, contenenti cose da lui annotate, riguardanti “le virtù, grazie e cose soprannaturali, predizioni, communicazioni et allocuzioni segrete con Dio” . “…riferiteli dalla medesima e più volte anche sentite da lui nel tempo che la sudetta Dorotea era nello stato d’immobilità ed in estasi…”.  Cfr. B.A. Ms. cit, c.37v. e r.

Di Eugenio di Gesù, carmelitano scalzo, sappiamo che aveva 35 anni, che era nato a Montechiaro, nella diocesi di Asti, dal fu Giovanni Domenico, che era di modeste condizioni e a quattordici anni andò a studiare per un anno retorica presso i Gesuiti, poi per tre anni filosofia e teologia presso i padri Minimi. Tornato al suo paese prese gli ordini minori, poi a Mondovì vestì l’abito di Carmelitano scalzo e fatta la professione fu mandato ad Asti a studiare teologia, scrittura e morale. Fu carcerato lo stesso giorno dell’altro padre confessore e per la stessa accusa di preteso fautore della pretesa affettata santità; anche nella sua stanza furono trovati scritti riguardanti fatti miracolosi e allocuzioni fatti da Dio a Dorotea, scritti di suo pugno. (cfr. B.A.,Ms.cit., c.73v)

Anche Urbano Isnardi, sacerdote secolare, fu carcerato lo stesso 19 agosto 1719 con la stessa accusa, aveva 34 anni ed era priore della chiesa parrocchiale di san Paolo in Asti ; era nativo di Guarena nella diocesi di Asti, a undici anni andò in seminario nella stessa città e in quello di Alba e nel 1697 andò a Torino, dove proseguì gli studi di retorica, filosofia e legge. A ventitre anni viene ordinato sacerdote e nel 1707 si laurea in giurisprudenza all’Università di Mondovì. A Torino, oltre che studiare morale, frequenta la congregazione dei Gesuiti e celebra messa nella chiesa della “Trinità del S. Sudario”, dove anche confessava. Dal 1713 era di permanenza ad Asti, dove esercitava l’avvocatura “…e che nel suseguente febbraio fu fatto fiscale della Curia Capitolare e dopo poco Provinciale. Nel 1716 ottenne la parrocchia di San Paolo, dove esercita il suo ufficio di parroco.”. (B.A., Ms. cit.,c.172r) Le scritture trovate in suo possesso sono molto più numerose delle altre e molto dettagliate, oltre a spiegare ciò che accadeva alla donna, ci sono anche varie relazioni che il priore aveva dovuto scrivere al papa, al re, al vicario del Santo Uffizio di Asti e alcune lettere, tutto ciò coincide perfettamente con le deposizioni degli altri direttori e con quella di Dorotea: i fatti sono addirittura spiegati con le stesse parole. (cfr. B.A., Ms. cit., c. 113v).

[2] Domenico Cesare Fiorelli, dell’Ordine di San Domenico, era l’avvocato dei rei del Santo Uffizio, aveva scelto di fare da difensore a coloro che erano imputati come iniqui da quel Tribunale, nei Padri della Chiesa aveva trovato conforto, ispirazione e certezze; il suo era un ruolo molto delicato ed importante, in quanto garante della giusta interpretazione eresiologica dei crimini e dell’applicazione equa e rigida della legge divina. Fu ritenuto un imparziale e coscienzioso giudice della Fede, il quale indagava profondamente nella coscienza degli imputati per dirigerli verso la redenzione o la condanna o ad entrambi. Un’ altra copia del discorso del Fiorelli la troviamo sotto la segnatura L 35 suss., sempre presso la Biblioteca Ambrosiana, il cui contenuto non si discosta da quello riportato ed è diretto alla “Sacra Congregatione del Santo Offitio”.Cfr. B.A., Ms. L 35 suss., cc. 3 v./ 18r.Troviamo menzionato l’avvocato Domenico Cesare Fiorelli in una sentenza assolutoria a Favore di “Hieronymi Alphanis Perusini” del 26 novembre 1711. Cfr. Biblioteca Augusta Perugia, Misc. B-38-45-46. Lo ritroviamo giudice criminale nel 1732 in un processo istruito a Roma contro il cardinale Coscia per truffa, inganni etc. : “Fattone intanto il processo dal Giudice Criminale Domenico Cesare Fiorelli, quegli appunto, che in tempo d’Innocenzo XIII avea formato il processo del Cardinale Alberoni al 9 maggio 1733…”; Giuseppe de Novaes, Elementi della storia de’ Sommi Pontefici da S. Pietro al felicemente regnante Pio Papa VII, Siena, Stamperia del Magistrato Civico, Tomo XIII, p. 189. Nel 1737 l’avvocato Fiorelli risolve un caso molto delicato che riguardava un presunto furto di un’ostia consacrata. Cfr. L. Ciappetta, <<Costui è un uomo sciocco, e mezzo scemo>>. Il furto di un’ostia consacrata. https://www.carmillaonline.com/2015/07/31/costui-e-uomo-sciocco-e-mezzo-scemo-il-furto-di-unostia-consacrata/

[3] La falsa santità è un problema che risale alle origini del cristianesimo, infatti nell’Apocalisse troviamo che l’anticristo avrà l’aspetto della santità e affascinerà anche gli eletti, ma la questione assumerà particolare rilievo quando nella chiesa si svilupperà il culto dei santi. Nei secoli successivi il problema diverrà secondario a causa dell’indebolimento dell’autorità nell’ambito delle strutture ecclesiastiche e per la crescente importanza delle reliquie; si riproporrà nel secolo XII, quando il papato comincerà ad interessarsi e a controllare maggiormente questi culti. Cfr. A. Vauchez, La nascita del sospetto, in G. Zarri a cura di, Finzione e santità tra Medioevo ed età moderna, Rosemberg & Sellier, Torino 1991, p. 39.

[4] Cfr. G. Zarri, Le sante vive. Profezie di corte e devozione femminile tra ‘400 e ‘500, Rosemberg & Sellier,Torino 1990, p. 102 e segg.

[5] Cfr. G. Zarri, Le sante vive, cit., p. 104; Cfr. anche anche A. JacobsonSchutte, “Piccole donne”, “grandi eroine”: santità femminile<simulata> e <vera> nell’Italia della prima età moderna, p.283 e segg., in Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, a cura di G. Zarri-L. Scaraffia, Laterza 1994).

[6] Sulle trasformazioni della discretio spirituum tra Medioevo ed età moderna si veda G. Zarri a cura di, Dal consilium spirituale alla discretio spirituum. Teoria e pratica della direzione spirituale tra i secoli XIII e XV, in C. Casagrande-C. Crisciani-S. Vecchio.

[7] Cfr. G. Zarri, Finzione e santità cit., p.14. I primi processi risalgono agli anni 1580-1590 nel viceregno di Napoli.

[8] Ibid., p.15.

[9]La Congregazione dei Riti o latinamennte Congregatio pro Sacri Ritibus et Caeremoniis venne istituita da papa Sisto V con la costituzione apostolica “Immensa Aeterni Dei” dell’11 febbraio 1588, le competenze originarie erano vaste: dal culto divino (amministrazione dei sacramenti, liturgia) al cerimoniale, ma presto perse numerose spettanze, mantenendo quelle relative alla liturgia della Chiesa latina e al culto dei santi. Paolo VI con la costituzione “Sacra Rituum Congregatio” divise la Congregazione dei Riti in Congregazione per le Cause dei Santi, tuttora esistente ed in Congregazione per il Culto Divino, confluita nel 1975 in quella per la Disciplina dei Sacramenti).

[10] Cfr. G. Zarri, Finzione e santità cit., p. 20.

[11] Cfr. G. Zarri, Il carteggio tra don Leone Bartolini e un gruppo di gentildonne bolognesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), “Archivio italiano per la storia della pietà, VII, 1986, p. 337 e segg.

[12] A. Prosperi, Tribunali della coscienza: inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi 1996, p. 438 e segg.; Cfr. anche M. Gotor, I beati del papa. Inquisizione santità e obbedienza in età moderna, Firenze, Leo Olschki 2002, p. 90.

[13] Cfr. M. Gotor, Chiesa e santità nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2004 p. 87-89.

[14] Cfr. B.A., Ms. cit., c.147 v. Non si può definire la data esatta di nascita, in quanto i testimoni non riferiscono la stessa età della donna, la cui vita si può evincere sia dall’arringa della difesa che dalla deposizione della stessa in modo particolareggiato: alcune volte la dicono di 40 anni, altre di 46. La parola Iugali non si riferisce al cognome della madre di Dorotea, ma al fatto che fosse sposata col padre, dal latino iugalis, aggettivo che in senso figurato significa: coniugale, nunziale, maritale.

 

[15]Ibid., c.147 r.

[16] Ibid., c. 147 v. Più avanti, durante il processo, gli inquisitori accuseranno Dorotea di molinosismo. La pratica dell’orazione mentale è uno degli elementi costitutivi della vita interiore e delle dottrine quietiste e di quelle di Molinos. Papa Benedetto XIV aveva pubblicato un’enciclica “Quemadmodum nihil est hominibus”del 1746, in cui promuoveva la pratica dell’orazione mentale, “sconsigliata” poi in una lettera dello stesso pontefice al cardinale de Tencin nel 1749. Cfr. G. Orlandi, Vera e falsa santità in alcuni predicatori popolari e direttori di spirito del Sei Settecento, in G. Zarri a cura di, Finzione e santità cit., p. 435.

[17] Cfr. B.A., Ms. cit., c. 147 v.

[18] Ibid., c. 25 v.

[19]Ibid., c. 148 v. Francesco Pavarino era un sacerdote ed anche un parente di Dorotea, fu lui che le insegnò a leggere all’età di circa 20 anni e a prestarle dei libri. “L’aridità del senso è una sottrazione della divozione sensibile; ma l’aridezza dello spirito è una abbondanza di luminosissima luce. Iddio dunque infonde nell’anima un lume sì chiaro e penetrante, che le fa conoscere la sua miseria, le sue imperfezioni, e tutto il suo niente. Penetra ella sì delicatamente quanto mal corrispose alle divine grazie, e lo conosce con tale chiarezza, che non si stima più degna né di Dio, né delle creature. Le pare certo, che il Signore l’abbia da se discacciata, che non la guardi da amico, che l’abbi gettata nelle tenebre…”. F. Bernardo da Castelvetere, cappuccio della provincia di Reggio in Calabria, Direttorio Mistico per li confessori, ovvero Instruzione in cui con modo chiaro, breve, e facile si dà la pratica al Direttore di cominciare, proseguire e perfezionare un’anima nel cammino spirituale fino alli più elevati gradi di unione. Venezia MDCCLXXXVII, Presso Simone Occhi; cap. VIII, p. 215.

[20] Ibid.

[21] Cfr. B.A., Ms. cit., c.149 r.

[22] Nel 1371 il sindaco e procuratore di Asti cedette la villa e gli uomini di Revigliasco ad Amedeo Roero, il quale dette inizio alla linea dei Roero di Revigliasco. Nel 1561 Roberto Roero, per volontà della madre Eleonora San Severino, assumerà il nome Roero San Severino, che rimarrà alla famiglia fino all’estinzione, avvenuta verso la metà del secolo XIX. Cfr. G. Mola di Nomaglio, Feudi e nobiltà negli stati dei Savoia: materiali, spunti, spigolature…, Hoepli, Milano 2006, p. 433 e segg.

[23] Trattasi di figurazione composta da quattro nocciole in forma di croce specialmente in araldica.

[24] E’ probabile che Dorotea si riferisca alla guerra del 1706, quando il futuro re Vittorio Emanuele II stava per perdere Torino assediato dalle truppe francesi.

[25] B. A., Ms. cit., c. 78 v.

[26] “L’astinenza totale dal cibo, <singulare dono et veramente sopra el corso comune de la natura humana>, considerata segno di santità e talvolta occultata per umiltà, ha qui un significato che supera la tradizionale norma ascetica per essere presentato in stretta connessione col mistero eucaristico. Prive di cibo corporale, queste donne vivono solo di eucarestia…” G. Zarri, Le sante vive cit., p. 106.

[27] L’anoressia era già nota al tempo di Dorotea: il primo caso citato nella letteratura medica è relativo al 1686. Richard Morton, medico inglese (1637/1698), famoso anche per i suoi studi sulla tubercolosi, descrive le condizioni di una ragazza di vent’anni e i sintomi della malattia. Cfr. R. Morton, Phthisiologia or, A Treatise of Consumption, London 1720; Cfr. R. M. Bell, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, Editori Laterza 1998.

[28] B.A., Ms. cit., c. 151 v.

[29] Ibid., c. 152 r.

[30] Ibid., c. 153 v.

[31] Ibid., c.168 v.

[32] Ibid., c.38 v.

[33] Ibid., c. 39 r.

[34] Ibid., c. 40 v.

[35] Cfr. B. A., Ms., c. 160 v.

[36] Ibid., cc. 53 r., 55 v.

[37] Cfr. B. A., Ms. cit.,c. 61 v.

[38]  B. A., Ms. cit. c.78 r.

[39] Ibid., c c. 83 v. r.

[40] Ibid., c. 157 r. Probabilmente Dorotea allude alla guerra tra l’Impero ottomano e Venezia-Austria del 1715/18, terminata con la pace di Passarowitz.

[41] Ibid., c. 116 v.

[42] Ibid.,  c.117 v.

[43] Ibid., c. 30 r.

[44] Ibid., c.160 v.

[45] B.A., Ms. cit, c. 159 r.

         [46] Ibid.

[47] Cfr. B. A., Ms. cit., c. 59 v.

[48] B.A., Ms. cit., c. 57 v. Lo zendalo è un tessuto molto leggero di seta con cui le donne si coprivano la testa e le spalle.

[49] Ibid., c. 166 v.

[50] Ibid., c. 168 v.

[51] Ibid., c. 160 r. Il primo libro si tratta di Thomas à Kempis, The imitation of Christ; gli altri due titoli non sono stati da noi rintracciati. Santa Dorotea, santa e martire venerata dalla Chiesa cattolica, fu originaria della Cappadocia e visse negli anni 300-311 circa; la commemorazione ricorre il 6 febbraio ed è patrona dei fioristi e della città di Pescia. A differenza del Medioevo, quando la donna era esclusa da una formazione culturale universitaria, in età umanistico-rinascimentale assistiamo ad una modifica della situazione, per cui le donne hanno la possibilità di una buona se non ottima preparazione, anche se la maggior parte di queste mistiche ostentano la loro ignoranza e si dichiarano illetterate soprattutto per seguire il topos della modestia; ne è esempio il caso di Maria Maddalena dé Pazzi, la cui cultura religiosa, come si può apprendere da varie testimonianze, era piuttosto ampia, anche se il suo biografo (Cepari) la definisce illetterata e semianalfabeta. Cfr. F. Brezzi, La passione di pensare, Carocci, Roma 1998, pp.18-61. Non è il caso della mistica di San Damiano, la cui preparazione culturale, piuttosto limitata, non le permise di fare tanto, ma non le impedì di profetizzare fatti politici e di convincere Vittorio Amedeo II di Savoia a finanziare ed organizzare il viaggio a Roma presso il papa, non solo perché i suoi padri spirituali potessero far conoscere un “miracolo” accaduto ad Asti, ma per parlare delle sue visioni e rivelazioni, ed infine, come lei sostiene, per dare “consigli” suggeriti da Dio al pontefice.

[52] A. Zuccagni-Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia corredata di un atlante, 1837; si veda anche A. Torre, “Les lieux de l’action: transcription documentaire et contexte historique”, Les dossier du Grihl, 2008-01, Localités: localisation des écrits et production locale d’actions, [En ligne], mis en ligne le 2 novembre 2008, https://dossiersgrihl.revues.org/2842.

[53] B. A., Ms. cit., c. 74 v.

[54] Ibid., c. 118 v.

[55] Ibid.

[56] Ibid.,  c.118v. a margine troviamo: “E’ da notarsi che il sacerdote per vedere se l’hostia era rotta bisognò l’allargasse e separasse, come pure che nell’allargarla e separarla non vide che fusse colorita ne’ labri ed essendo andato il procurator Alessandro a prender la scattola dell’ostia, nell’accostarsi all’altare osservò che il labro di detta ostia era di color rosso”.

[57] Ibid., c. 119 v.

[58] Ibid., c.119 v; si veda anche A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., nota n. 44, p.20, il quale riporta per esteso la relazione che Isnardi fece a SS.R.Maestà, che non si discosta dalla deposizione dello stesso fatta a Roma durante il processo

[59] A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.10  “Mais le vrai centre du discours du provicaire Isnardi est la compétence. La genése même du prodige est liée à l’incompétence du jeune prêtre: puisqu’on ne peut pas la présence du sang, il lui faut au moins souligner que la présence des gouttes de sang dans le calice est due à une série d’actions erronées de la part du célébrant. Le sang se trouve sur le pied du calice, et surtout sur la coupe, mais il est bien séparé du restant du vin: on veut par ceci signifier que le sang est tombé d’en haut, il n’est pas le fruit de la transsubstantiation du vin. Au contraire, dans le discours du provicaire Isnardi il est essentiel que le vin soit resté vin, puisque le célébrant ne l’a pas consacré après l’intervention du notaire Ambrosio (ce qui est en partielle contradiction avec le témoignage de celui-ci). Le prodige, en somme, serait le fruit d’une erreur”.

[60] Cfr. A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.10

[61] Cfr. A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p. 21, nota 53

[62] B. A., Ms. cit., c. 32 v.

         [63] Ibid.

[64] A. Torre, “Les lieux de l’action… cit., p.13. Si veda anche: A. Torre, Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Roma, Donzelli, 2011, pp.407; Elisabetta Lurgo in una recensione dell’opera del Torre così scrive: “ Il rapporto tra religione e spazio è ribadito dall’approfondita analisi di un miracolo eucaristico avvenuto ad Asti nel 1718: si tratta di un evento molto complesso, che ruota intorno alla fondazione dell’opera Migliavacca, istituzione destinata all’accoglienza delle giovani nubili e benestanti della città […] L’analisi di Torre si limita a suggerire un rapporto fra una cultura religiosa e politica di tendenze antisabaude e una tradizione di profetismo visionario utilizzata per esprimere istanze di legittimazione giurisdizionale: tale ipotesi, effettivamente, pare confermata dall’identità delle profetesse coinvolte nella vicenda astigiana. La “profetessa Dorotea” (p.92), che l’Autore non è riuscito ad identificare e che avrebbe ispirato la fondazione dell’Opera, è sicuramente Dorotea Quaglia da San Damano (1673-1749): quest’ultima risulta anche nella fondazione dell’Opera Isnardi, un’istituzione astigiana destinata all’accoglienza delle giovani nubili di bassa estrazione sociale. Fondata nel 1746 come istituto meramente laico sotto controllo reale, peraltro in palese concorrenza con l’Opera Migliavacca, l’Opera Isnardi passò in breve tempo sotto il controllo del vescovo. Il mutamento di stato giuridico fu possibile grazie a un altro miracolo, questa volta ruotante intorno a un’immagine di Cristo, a cui si accompagnò una complessa vicenda di possessione diabolica che vide protagoniste alcune ospiti dell’istituzione e la stessa direttrice dell’Opera, un’altra profetessa già coinvolta nella fondazione Migliavacca. Il caso dell’Opera Isnardi riproduce in modo pressoché speculare strategie e moventi riscontrati nell’analisi del miracolo eucaristico del 1718, confermando l’esattezza dell’ipotesi avanzata da Torre. Anche la relazione fra cultura profetica e fazioni antisabaude, suggerita dall’Autore, è rafforzata da altre fonti: i personaggi coinvolti, a vario titolo, nel miracolo eucaristico sono, infatti, al centro di una serie di congiure antisabaude denunciate dall’autorità torinese fra il 1704 e il 1716, nelle quali un ruolo chiave assume, ancora una volta, l’idioma profetico e visionario”.

[65] Ibid. , c. 74 v. Il vescovo di Lipari era, probabilmente, monsignor Nicola Maria Tedeschi (1710-1722), Cfr. Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Messina-Lipari-Santa_Lucia_del_Mela

[66] Ibid.

[67] Ibid., c. 27 r.

[68] Ibid., c. 28 v.

[69] Ibid., c. 27 r.

[70] Ibid., c.28 r.

         [71] Ibid., c. 30 r.

[72] Ibid., c. 53 v.

[73] Ibid., c.30 v.

[74] Ibid., c. 31 v.

[75] Ibid.

[76] Cfr. AA. VV., Dizionario ecclesiastico , Unione Tipografico-Editrice Torinese 1955, p.1028

[77] Cfr. M. Vannini, Il volto del Dio nascosto. L’esperienza mistica dall’Iliade a Weil, Mondadori, Milano 1999, pp. 273-281

[78] Cfr. A. Malena (a cura di), Il velo e la maschera. “Santità” e “illusione” di suor Francesca Fabbroni (1619-1681), Città di S. Gimignano 2002; cfr. anche A del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori, Milano 2006, pp. 669 e seg.

[79] Cfr., G. Zarri, Le sante… cit., p. 120

 

 

 

 

 

 

 

ALLA CASA UBOLDI UN PUNTO SU FURTI E TRUFFE

TALAMONA 10 dicembre 2015 incontro con le forze dell’ordine

 

CON IL LUOGOTENENTE ANTONIO SOTTILE DELL’ARMA DEI CARABINIERI UNA SERIE DI DRITTE PER TUTELARE I NOSTRI DIRITTI E LE NOSTRE PROPRIETA’

di Antonella Alemanni

Nonostante la tv e i canali di comunicazione in genere dedichino ampio spazio a queste tematiche dispensando consigli e talvolta proponendo simulazioni, la questione dei furti in casa e delle truffe, perpetrate soprattutto a danno degli anziani, è una questione perennemente d’attualità della quale sembra non si parli mai abbastanza. Ed ecco perché anche il comune di Talamona ha voluto dedicare un incontro informativo a riguardo questo pomeriggio alle 14.30 alla Casa Uboldi, un’incontro nato dalla specifica collaborazione tra l’Assessorato per le Politiche Culturali e l’Arma dei Carabinieri.“Un incontro facente parte di un ciclo che coinvolge vari comuni allo scopo soprattutto di informare le fasce più deboli, quelle che vengono più facilmente colpite da questo tipo di reati” come ha sottolineato Fabrizio Trivella, sindaco di Talamona, nell’introdurre il luogotenente Antonio Sottile, nuovo comandante della stazione dei carabinieri di Morbegno che dopo i ringraziamenti ha cominciato il suo intervento sottolineando il particolare interesse delle forze dell’ordine a creare una campagna informativa intorno a queste tematiche “non solo per cercare di individuare e consegnare all’autorità giudiziaria i responsabili di tali azioni, ma anche perché questi ultimi, nei casi più recenti di truffe, stanno cominciando a palesarsi come forze di polizia”. Una campagna che, come ha ribadito il comandante riprendendo le parole del sindaco “si rivolge in particolar modo agli anziani perché sono le fasce più deboli e dunque più esposte a questo tipo di reati, avendo capacità di difesa limitate rispetto ai giovani sia dal punto di vista delle reazioni mentali che di quelle fisiche”. Il comandante si è anche premurato di fornire delle dispense scritte con i punti salienti delle sue spiegazioni in modo da fornire al Gruppo Anziani, intervenuto all’incontro di oggi, uno strumento concreto di conoscenza e di difesa. “La figura del truffatore si è evoluta nel corso degli anni” ha poi ripreso a spiegare “ha imparato a presentarsi al cittadino sotto varie vesti. In questi ultimi anni si è camuffato principalmente sotto le vesti di rappresentante di enti pubblici dunque dipendenti dell’ENEL piuttosto che dell’IMPS e via dicendo, ma si sono verificati anche, nella nostra provincia, degli episodi in occasione dei quali i truffatori si sono qualificati come carabinieri, finanzieri, in generale come membri delle forze dell’ordine. Questo naturalmente ci spinge a intervenire per evitare che possa essere pregiudicata la fiducia del cittadino nei confronti di questi enti, cosa che succede facilmente nel caso di chi subisce una truffa da un soggetto qualificatosi ad esempio come carabiniere. La prima cosa da dire a riguardo è che, perlomeno in Valtellina sono rarissimi, se non nulli del tutto gli episodi in occasione dei quali un carabiniere o altro funzionario delle forze dell’ordine si potrebbe presentare a casa vostra da solo e in borghese. I carabinieri, poliziotti o finanzieri in servizio indossano sempre la divisa riconoscibile e si presentano in casa dei privati cittadini per motivi validi, di certo non per verificare la validità del denaro tenuto in casa o l’effettiva purezza e autenticità dei preziosi. Questi sono tra gli stratagemmi utilizzati dai truffatori per introdursi in casa, un punto su cui riflettere per capire come riconoscere sicuramente un truffatore. L’attenzione che bisogna avere va posta non solo dentro casa, ma già andando in posta o in banca a ritirare la pensione. Questo perché è dimostrato dalla casistica degli episodi che si verificano che la scelta della vittima avviene già al di fuori di questi uffici o davanti allo sportello del bancomat”. Un truffatore individua facilmente i soggetti che possono essere potenziali prede perché deboli fisicamente e/o mentalmente. A questo punto il comandante Sottile ha citato un caso avvenuto a Sondrio di un’anziana che poco dopo essere rientrata a casa coi soldi della pensione ritirati all’ufficio postale, ha sentito suonare il campanello e si è trovata davanti un soggetto con un improbabile cappello riportante lo stemma dell’arma che dopo essersi qualificato come carabiniere, ha chiesto di vedere i soldi facendole credere che all’ufficio dove era stata le avevano dato dei soldi falsi. Egli l’aveva pedinata dall’ufficio fino a casa e poi si è mostrato molto gentile, disponibile ad andare egli stesso all’ufficio a risolvere la questione senza scomodare la signora che così si è lasciata convincere a consegnare i soldi che poi il finto carabiniere si è portato via sparendo poi nel nulla naturalmente. “gli anziani tendono a tenere tutti i loro soldi in casa sebbene non abbiano grandi necessità che implichino grandi disponibilità di contanti” ha sottolineato il comandante “bisognerebbe che si convincano a depositarli in banca o in posta, o quantomeno a detenerli nei luoghi più sicuri della casa che non sono cassetti, comodini o vasi dove possono essere facilmente trovati. Se in casa c’è un quantitativo minimo di contante, anche nel caso in cui si verificassero episodi di raggiro il danno sarebbe più contenuto. Se poi quando si effettuano i prelievi agli uffici ci si accorge di soggetti che destano dei sospetti è meglio non andare subito a casa, ma entrare in un bar o comunque confondersi tra la gente cercare qualcuno che possa assistere e dissuadere il truffatore dall’entrare in azione. Chi truffa tende a mettere in atto i suoi piani quando le persone sono rientrate in casa e sono sufficienti dei piccoli accorgimenti per impedire comunque al truffatore di agire. Il primo è quello di non aprire la porta, interloquire dal terrazzo piuttosto che dal citofono, dalla finestra da dietro la porta chiusa o aperta solo con la catenella. Evitando di aprire si pone davanti al truffatore un ostacolo notevole, perché una volta che il truffatore riesce a farsi aprire sa già quali strategie mettere in atto per portare la sua truffa a compimento, attraverso piani ben congeniati che chi truffa è in grado di modificare anche in corso d’opera, a seconda delle specifiche situazioni che si presentano. Oltre ad evitare di aprire bisognerebbe evitare di far capire al truffatore ce si è soli in casa è meglio sempre essere pronti a dichiarare l’imminente ritorno di un parente in modo da togliere al truffatore tutte le possibilità di agire. La tecnica dei truffatori procede a step. Il primo è accertarsi che la persona da truffare sia sola in casa, il secondo consiste nel riuscire a entrare in casa e a quel punto sa adeguarsi alle varie situazioni, a seconda che il truffato sia uomo o donna o che il truffatore sia uomo o donna il tutto per farsi consegnare i soldi o quantomeno farsi dire dove i soldi sono custoditi per riuscire poi a prenderli di nascosto. Nel momento in cui chi si presenta dichiara ad esempio di essere dell’ENEL  e di dover effettuare la lettura dei contatori, bisogna sapere innanzitutto che la lettura dei contatori è automatica e che in ogni caso per queste operazioni non si è tenuti mai a mostrare la bolletta e poi bisogna cercare di prendere tempo di farsi dire dal presunto funzionario da che ufficio viene così da chiamare e verificare. Ad ogni possibile stratagemma dei truffatori bisogna essere pronti a controbattere. Così come non è possibile che impiegati dell’ENEL richiedano di mostrare la bolletta altrettanto non richiederanno versamenti. Se qualcuno si presenta parlando di bollette non pagate e richiedendo l’immediato versamento delle somme, quelli sono senza ombra di dubbio dei truffatori, perché nel caso di bollette non pagate arrivano i solleciti per posta non vengono mandate persone a riscuotere” A questo  punto il comandante ha chiesto alle persone del pubblico di raccontare eventuali aneddoti, anche solo avvistamenti di persone sospette e quasi tutti avevano qualcosa da dire, ma non sempre si trattava effettivamente di situazioni poco pulite, a volte le persone avvistate erano semplicemente tecnici che effettuavano rilevamenti senza la benché minima intenzione di avvicinarsi a persone o case. In alcuni casi ascoltare questi aneddoti si è rivelato utile per fare ulteriori considerazioni, la più importante delle quali è stata quella di porsi con atteggiamento di diffidenza nei confronti di qualsiasi sconosciuto che viene a suonare alla porta, annunciare sempre l’intenzione di chiamare le forze dell’ordine e farlo per davvero. Già da come la persona che abbiamo di fronte reagisce a questa nostra difesa si può capire con chi si ha a che fare: una persona che davvero è stata mandata da un qualche ente pubblico e non ha nulla da nascondere accetterà il controllo dei carabinieri i quali identificheranno la persona stessa e saranno in grado di identificarla anche per successive segnalazioni in modo da tranquillizzare i cittadini; una persona che invece si dimostra nervosa, cerca di scappare e riesce a dileguarsi prima che arrivino i controlli non è mai chi afferma di essere. Inoltre i funzionari di enti pubblici (come i soggetti preposti a proporre nuovi contratti energetici a domicilio) devono seguire tutta una serie di regole, devono comunicare al comune la presenza sul territorio, di modo che si possa informare la polizia locale e inoltre le autorità devono disporre delle generalità di tutti questi soggetti. Questo perché i truffatori sanno bene che per determinati servizi ci sono enti che mandano effettivamente persone a domicilio e sperano di approfittare dei dubbi di chi li riceve per poter agire. Ma se il cittadino nel dubbio non perde la lucidità fa attendere il soggetto fuori casa e nel frattempo verifica, allerta le forze dell’ordine si ha sempre modo di sventare i piani di chi ha cattive intenzioni. L’importante è togliersi i dubbi subito. Non tutto quello che si vede è per forza sospetto, ma è meglio verificare certi dettagli nel momento in cui si presentano piuttosto che, come accade molto spesso, quando l’evento è già avvenuto. Qualcuno ha raccontato di telefonate sospette e non è un mistero che le truffe passano spesso anche da quel canale senza bisogno di una persona che si presenti fisicamente in casa. Nel corso di queste telefonate spesso vengono richiesti dati sensibili. Chi effettua queste telefonate molto spesso, pur affermando il contrario non si trova nemmeno in Italia e utilizza questi dati per mettere in atto illeciti. Infine la testimonianza di un uomo circa un furto subito in casa ha offerto lo spunto per passare all’altro argomento oggetto dell’incontro, i furti nelle abitazioni appunto, una realtà che in Valtellina, essendo una zona relativamente tranquilla si sta scoprendo solo da pochi anni e per fortuna, almeno per ora, non con le modalità aggressive riportate dai notiziari che si verificano tuttalpiù nei grandi centri urbani, nelle zone residenziali eccetera. Nonostante tutto è necessario imparare a fronteggiare questo fenomeno, a dargli il giusto peso, perché si tratta comunque di eventi in grado di creare danni che si protraggono nel tempo e non soltanto dal punto di vista economico, ma anche morale e psicologico, nel fatto di vedere invaso il proprio spazio, di veder violata la sua intimità, di vedersi sottrarre oggetti importanti che rimandano a legami affettivi. “Avrete certamente appreso dai giornali e dai notiziari locali che la lotta contro questo fenomeno si è fatta particolarmente intensa da parte delle forze dell’ordine” ha ripreso a spiegare il comandante “una lotta che ha portato ad un discreto numero di arresti, soprattutto di cittadini albanesi e ha permesso di capire in che modo operano questi gruppi che si specializzano nei furti in casa. Formano gruppi di tre persone chiamati in gergo batterie. Tra queste uno ha compito di autista e di palo mentre gli altri due eseguono materialmente il furto. Queste bande però, contrariamente a quanto si pensa, non effettuano appostamenti di giorni, non spiano di nascosto i nostri movimenti per individuare il momento opportuno. Nel 99% dei casi non è così. Si tratta si di ladri di mestiere che dunque hanno una certa esperienza e hanno dei metodi precisi, ma questi metodi consistono innanzitutto nella scelta della zona, preferibilmente zone residenziali di villette e case isolate, non certo condomini dove ci sono più movimenti di persone a tutte le ore ed è altissimo il rischio di essere scoperti. Una volta scelta la zona, devono poi scegliere un obiettivo preciso e un periodo propizio. L’inverno è un periodo ottimale perché viene presto buio e se in casa c’è qualcuno c’è la luce accesa dunque scarteranno le case con le luci accese dentro” ecco perché il comandante ha consigliato di tenere sempre una luce accesa in almeno una stanza, anche quando si è fuori casa, una luce che faccia pensare ai ladri che c’è qualcuno in casa anche se non è così (questo però crea dei problemi in materia di consumi energetici e di surriscaldamento globale; è di questi giorni la conferenza di Parigi sul clima che dice chiaramente che la temperatura della Terra non deve più aumentare pena sconvolgimenti ecologici inimmaginabili scomparsa di habitat e di specie animali già a rischio, la cui vita vale molto di più di quella dei ladri di mestiere contro i quali si dovrebbero adottare misure un po’ più crudeli ndr). “una volta scelta la casa” ha proseguito il comandante “il passo successivo dei ladri consiste nel cercare di capire se in casa c’è un sistema d’allarme. A questo proposito bisogna dire che è bene per tutti dotarsi di allarmi e soprattutto di accenderli perché c’è gente che denuncia furti e poi si scopre che l’allarme era spento. Si crede che se ci si assenta pochi minuti da casa non può succedere nulla e invece la realtà è che il furto è questione di minuti non di ore. C’è chi invece non li accende perché possono partire anche accidentalmente e producono rumori molesti”. A questo punto c’è stato chi ha voluto sapere la classica questione che tutti si pongono almeno una volta nella vita: come comportarsi se siamo in casa e sentiamo i ladri che entrano? “La casistica dei furti sul nostro territorio dimostra che non ci si trova di fronte a bande aggressive che entrano in casa e non si limitano a rubare, ma brutalizzano anche gli abitanti qualora li trovassero presenti” ha puntualizzato subito il comandante “questo fenomeno è una realtà che per ora riguarda altre zone, Milano e dintorni tuttalpiù. Dunque la prima cosa importante è non lasciarsi prendere dal panico, non perdere la lucidità. Queste persone entrano dalla porta-finestra che è l’infisso che offre minore resistenza e lo forzano servendosi di un grosso cacciavite da 30 cm che lascia tracce riconoscibili e che i ladri sanno infilare nelle cerniere che dunque vengono forzati con pochi colpi, senza nemmeno fare troppo rumore a volte. Quando poi si accorgono di essere scoperti scappano. Dunque il consiglio è gridare, minacciare di chiamare i carabinieri o la polizia. Questi soggetti non hanno alcun interesse a rimanere dopo aver compiuto il furto e nemmeno a terminare il colpo una volta che ci si è accorti di loro. Se il colpo va male in una casa ne scelgono un’altra dopo essersi tempestivamente allontanati. Addirittura per assicurarsi la fuga bloccano l’ingresso con una chiave o un catenaccio così rientrando il proprietario trova la porta bloccata, cerca di forzarla, fa rumore e nel lasso di tempo in cui realizza che potrebbero esserci dei ladri in casa questi se ne vanno. In questo contesto è determinante che anche i vicini abbiano gli occhi aperti. Si vuole stimolare una sorta di senso civico che porti a pensare anche per gli altri non solo per sé. Certo è un senso civico molto difficile da sviluppare, perché nel momento in cui si è testimoni di un reato, bisogna presentarsi in tribunale, riconoscere una persona arrestata, i cittadini potrebbero avere timore a prendere posizione, però anche da questo punto di vista si può stare tranquilli in realtà, perché nessun testimone di eventi simili ha mai ricevuto minacce o ritorsioni di un qualche tipo. I ladri mettono in conto che qualcosa possa andare storto e si tratta quasi sempre di persone non residenti che arrivano con dei visti turistici e una volta compiuto un determinato numero di furti in una zona, si spostano in un’altra e si spostano in continuazione, assoldati da organizzazioni con sede nel milanese perlopiù che li pagano come ladri operai in base al bottino che riescono a raccogliere, per poi sostituirli spesso. Questo non vuole essere un modo per creare pregiudizi verso gli stranieri, ovviamente ci sono anche italiani che commettono queste azioni”. Il ladro può essere chiunque e può essere anche il più insospettabile e dovunque lo si può incontrare. Qualcuno tra il pubblico ha raccontato degli aneddoti personali che fanno capire come molto spesso, proprio come dice il proverbio, è l’occasione che fa l’uomo ladro, tra la folla e nei luoghi pubblici soprattutto. “l’importante è denunciare e non subire passivamente questi atti” ha chiarito il comandante “nel momento in cui entrano in casa e siamo presenti, bisogna prima di tutto farli scappare e poi allertare subito le forze dell’ordine”. A questo punto ha cominciato a farsi strada nel pubblico una certa dose di indignazione. Qualcuno ha voluto sapere precisamente le pene previste per queste persone e se tali pene poi si rivelino effettivamente deterrenti “il codice penale prevede pene precise per questo tipo di reati” ha risposto il comandante “pene che dipendono dal trovarsi di fronte ad un soggetto già noto alle forze dell’ordine oppure no, un soggetto che abbia dei precedenti, che sia recidivo e dipende anche quanti sono questi precedenti, quanto sono gravi. In genere in seguito al primo arresto e in assenza di precedenti sono due anni con la condizionale, il che significa che il soggetto viene arrestato e dopo il processo rimesso in libertà e questo è garantito indipendentemente dalla nazionalità”. E se, una volta rimesso in libertà, il ladro torna a colpire, si è chiesto qualcuno “può capitare che una stessa casa sia oggetto di più furti” ha risposto il comandante “ma questo non perché i ladri si accaniscono, ma perché la casa in questione è collocata in un luogo particolarmente buio, isolato, è senza allarme, è incustodita e dunque più bande di ladri giungono a ritenerla particolarmente idonea al loro scopo. Di solito c’è una zona più esposta in ogni comune e si tratta sempre di zone che rispondono a queste caratteristiche suddette. Bisogna investire sui mezzi di difesa passiva (oltre ad assicurarsi di aver chiuso bene ogni porta, finestra o altro possibile accesso), allarmi soprattutto, che possono essere accompagnati da impianti di videosorveglianza i quali però, da soli servono a poco . ormai gli allarmi si trovano nei supermercati a prezzi abbordabili. Non bisogna sottovalutare l’importanza degli animali domestici, anche quelli piccoli, tenuti nelle gabbiette” e a questo punto il comandante ha descritto il caso di una donna che è stata svegliata nel cuore della notte da un animaletto che teneva in casa, porcellino d’India o simile, che ha avvertito la presenza di un ladro in casa e agitandosi nella gabbietta ha allertato la padrona e messo in fuga il ladro in questione che ha abbandonato la sua attrezzatura “a seconda dei periodi e del gruppo di ladri si riscontrano più tecniche di scasso” ha spiegato il comandante “non soltanto col cacciavite dal retro, ma anche praticando buchi sui vetri delle finestre con trapani a mano relativamente silenziosi e inserendo poi dal buco dei marchingegni che permettono di girare la maniglia della finestra. Il tutto cercando di produrre il minor rumore possibile. Chi fa furti di notte sa che si introduce in un’abitazione dove i proprietari sono facilmente presenti e dunque sa che deve fate il possibile per non farsi sentire. A questo proposito un altro mito da sfatare è la convinzione che i ladri utilizzino un qualche tipo di sostanza soporifera per addormentare gli abitanti della casa. Ci possono essere solo due modi per mettere in atto questo: il primo è impregnare un fazzoletto di una qualche sostanza e premerlo sulla bocca, ma in quel caso la persona si accorgerebbe e ricorderebbe il giorno dopo questo fatto; il secondo modo consisterebbe nel diffondere nell’ambiente un qualche gas soporifero che però costringerebbe i ladri ad indossare delle protezioni per introdursi in casa. dunque nessun ladro cercherà mai di anestetizzare le persone presenti in casa. Se ci si sveglia col mal di testa cio è dovuto allo stress causato dall’aver subito un furto”. Nel mentre il comandante spiegava, in più d’uno tra il pubblico sentiva il bisogno di intervenire per raccontare delle esperienze dirette oppure sentite dire che permettevano di confermare quanto detto o di fare nuove considerazioni. “Un’altra tecnica usata che non fa rumore consiste nel rompere la serratura” ha ripreso a spiegare il comandante “una tecnica che si può sventare applicando dei chiavistelli, catenacci, eccetera proprio perché i ladri non sono interessati a produrre rumore, cercano di evitarlo e dunque tali protezioni, che non si possono forzare in silenzio, li farebbero desistere. Un’altra cosa importante da tenere a mente è che i ladri si comportano anche a seconda del bottino che intendono fare. Ci sono quelli che una volta introdottisi in casa arraffano tutto il più possibile di quello che trovano e ci sono quelli che ricercano specificatamente valori e oro piuttosto che denaro contante o attrezzature specifiche. C’è chi si specializza con le auto di lusso o che se le ritrova facilmente a portata anche se molto spesso le auto vengono prese esclusivamente perché sono un mezzo per assicurarsi la fuga, perché molto spesso i ladri vengono accompagnati da chi li ha assoldati solo all’andata e non più al ritorno. Va detto inoltre che per la maggior parte i ladri quando entrano in una casa non sanno di preciso cosa troveranno. Sta a noi impedire loro di trovare cose che destino il loro interesse come ad esempio chiavi bene in vista, denaro e preziosi facilmente scovabili”.

L’ultima parte dell’incontro è stata riservata esclusivamente al pubblico che ha espresso ulteriori perplessità, opinioni dando luogo anche ad accesi dibattiti. C’è chi ha fatto notare il fatto di ricevere telefonate a ogni ora portando l’attenzione sul fatto che i dati sensibili tramite internet sono facilmente acquisibili perché basta acconsentire al trattamento dei dati e questi si diffondono (c’è da dire che per certe cose come lo scarico legale di programmi o altri dispositivi viene bloccato se non si acconsente al trattamento dei dati e così l’iscrizione a siti, gruppi, forum a concorsi, tipo letterari o fotografici ndr). C’è chi ha fatto notare come, chi si spaccia per carabiniere o poliziotto riesce a procurarsi divise false che sono indistinguibili da quelle vere. Il comandante assicurava che le divise false sono riconoscibilissime e ribadiva il fatto che chi ha commesso truffe spacciandosi per carabiniere o poliziotto ci è riuscito anche esibendo abbigliamenti assurdi come cappellini con le scritte magari comprati all’autogrill e presentandosi in casa di anziani mettendoli in confusione infilando una dietro l’altra una gran quantità di domande. Ancora una volta il principio è quello di verificare nel dubbio, telefonare al 112. C’è chi ha fatto notare che non tutti gli uffici postali o gli istituti di credito sono dotati di telecamere che potrebbero monitorare eventuali adescamenti e chi ha osservato come per gli anziani sarebbe meglio delegare tali operazioni di prelievo anche se le deleghe non sono mai così semplici da mettere in atto, scegliendo un familiare a scapito di tutti gli altri che potrebbero risentirsene. Sono stati discussi casi specifici e qualcuno ha sottolineato il grande disagio che tali azioni provocano. Il dibattito più acceso si è scatenato quando il discorso è caduto sull’opportunità di reagire ai ladri che entrano. La cronaca racconta spesso casi di persone che reagiscono ai furti aggredendo i ladri o uccidendoli addirittura e tutti sanno come in questi casi si passino grossi guai. Il comandante ha spiegato bene questo punto. Non si può sempre invocare con leggerezza la legittima difesa, bisogna poi essere in grado di descrivere dettagliatamente la situazione (che le forze dell’ordine sono comunque in grado di ricostruire al giorno d’oggi) e da tali ricostruzioni deve emergere indubbiamente una situazione di pericolo che faccia capire come chi ha aggredito, ucciso, lo ha fatto perché in quel frangente non poteva fare altrimenti. Questo ha scatenato proteste e indignazioni nei presenti e io non nascondo di essere la più accesa detrattrice di questi principi di legge che secondo me dovrebbero essere completamente rivisti. Chi entra in casa mia senza il mio permesso ha comunque torto e io cittadino ho il diritto di agire verso quella persona come più ritengo opportuno. Non ritengo assolutamente corretto dare ai delinquenti di mestiere (che sono ben diversi da chi si trova a dover rubare per bisogno perché si trova in stato di indigenza; di solito questi ultimi agiscono commettendo un sacco di errori e vergognandosi pure di quello che si trovano a fare) i miei stessi diritti perché chi sceglie di fare il ladro di mestiere potrebbe benissimo scegliere altrimenti, un mestiere più onesto, oppure mettere in conto di venire ferito o ucciso senza sentirsi in diritto, come è stato detto a un certo punto, di armarsi per tutelare la propria vita. Si è parlato di senso civico durante questo incontro. Senso civico significa anche non scordare le regole base della convivenza civile come ad esempio non sentirsi in diritto di entrare in una casa solo perché si trovano luci spente o passaggi aperti. D’estate in molti dormono con le finestre aperte per via del caldo.  Io ritengo a questo punto doverosa una riflessione. Un privato cittadino per colpa di tali soggetti non è più padrone in casa propria deve vivere costantemente in ansia e terrorizzato dalla minima disattenzione, deve rinchiudersi come se fosse lui in galera e nascondere tutto, quando in realtà dovrebbero essere tutte le persone ad avere ben chiaro il principio secondo cui cio che non ci appartiene non va preso e non ci si può introdurre ovunque solo perché si trovano le vie d’accesso spianate. Chi ancora non lo ha capito deve essere punito, ma non soltanto con l’arresto e la detenzione. Questo però è il mio pensiero che durante l’incontro ho espresso solo in parte e che credo di avere in comune con molte altre persone. In questo dibattito è rientrata anche la questione del porto d’armi, consentito dalla legge a patto di dimostrare la necessaria dose di responsabilità ed ecco perché dal 2002 le leggi si sono fatte più severe intensificando i controlli periodici per monitorare lo stato psicofisico di chi detiene armi.

Esaurito questo discorso si è passati a spiegare più dettagliatamente come le forze dell’ordine agiscono effettivamente una volta allertate per questi fatti. Ultimamente si tende a non soffermarsi più sul sopralluogo nelle abitazioni quanto a concentrarsi sui controlli a tappeto nelle strade. È così ad esempio che sono stati effettuati qui sul territorio degli arresti importanti come si diceva all’inizio. Dunque è molto importante che le persone non premano per avere i carabinieri in casa, ma che capiscano la maggiore utilità della ricerca del ladro o dei ladri sul territorio. Certo è anche da sottolineare l’importanza di controlli preventivi costanti sul territorio anche senza che si verifichino episodi. Qualcuno in sala ha lamentato ad esempio la scarsità di controlli nella sua zona. Ma sicuramente dopo questa giornata chi ha ascoltato ha sicuramente acquisito degli strumenti in più per fronteggiare determinate eventualità. Una cittadinanza più informata facilita notevolmente l’operato delle forze dell’ordine. Ecco perché questi incontri si rivelano particolarmente utili, ma devo dire che oltre alle informazioni mi sono portata a casa anche un po’ d’amarezza.

 

 

 

 

 

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Legione Carabinieri Lombardia

 Stazione di Morbegno

Tel./fax 0342/610210

e-mail stso12b140@carabinieri.it – pec tso27802@pec.carabinieri.it

Il piacere della condivisione e dell’appartenenza ad una comunità

 

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nella foto: il Coro Valtellina nel Museo della Chiesa Parrocchiale di Talamona

 

Da sempre il Coro Valtellina si attiva con successo per realizzare iniziative volte a valorizzare e promuovere il patrimonio musicale e per rispondere con sollecitudine a richieste di partecipazione a eventi culturali e, anche quest’anno, ha dato ampiamente prova di tale costante impegno.

A titolo informativo segnalo, con alcuni flash, le attività che lo hanno coinvolto negli ultimi tempi.

A Piateda, presso il Polifunzionale, sabato 14 novembre ha preso parte, con i Giovani Cantori “G. Fumasoni” di Berbenno ed il Coro Lareit di Bormio, alla 9^ edizione Autunno in Canto organizzata dall’Associazione Culturale L’Ghirù. Una serata all’indomani di una immane tragedia che ha colpito profondamente il mondo intero; una serata particolare in cui si è affermato con vigore il potere unificante della musica, portatrice di intese, pace, dialogo tra le genti e si è lanciato, attraverso il bel canto, l’augurio fiducioso e speranzoso di un futuro migliore.

A Villa di Tirano, nell’ampia chiesa di San Lorenzo, il 26 dicembre, si è tenuto il “Concerto di S. Stefano” promosso dal Coro Bernina con la partecipazione del Coro Valtellina, i quali hanno dato vita ad un coinvolgente spettacolo che ha contribuito a ricreare, grazie alla piacevolezza e all’armonia della musica, l’atmosfera magica del Natale.

Il Natale, un’importantissima ricorrenza religiosa, che via via si è connotata come la festa dei sentimenti, della famiglia, dell’amicizia, degli affetti, dei valori, del ritrovare l’essenza e del ritrovarsi.

I molteplici messaggi emersi dai testi dei brani proposti – appartenenti al classico repertorio natalizio e, al contempo, estremamente attuali – hanno acceso nei presenti il desiderio di un domani intriso di fiducia e serenità.

E proprio nel periodo natalizio, il Coro Valtellina nell’ambito della manifestazione I presepi delle Contrade –  una tradizione che va avanti dal lontano 89 e che, nel corrente anno, con il logo ha meritatamente ottenuto un riconoscimento ufficiale per la creatività, la vivacità, la laboriosità della comunità talamonese, fortemente sostenuta da spirito di squadra e di fraterna collaborazione – ha ulteriormente tradotto la sua disponibilità regalando canti in giro per le vie del paese.

Domenica 27 dicembre è stata la volta del Tempietto Votivo – un luogo sacro, ai piedi della montagna, lontano dai ritmi frenetici e rumorosi del quotidiano quasi a voler preservare le anime delle molte vite spezzate per ideali di patria -, dove Alpini di diverse generazioni, con l’infaticabilità di sempre, hanno realizzato un presepe denso di tristi ricordi. In una fredda sera sotto le stelle, i coristi, con una apprezzata parentesi canora sui temi della grande guerra, hanno levato gradevoli note al cielo per ricordare e non dimenticare! Un doveroso omaggio alla nostra memoria storica.

Lunedì 28 il punto di incontro è stato il presepe del regno dei Puffi, i fantastici omini blu che, anni addietro, tanto hanno divertito moltissimi bambini e continuano ancora a suscitare curiosità ed interesse in grandi e piccini. Anche nel salotto di via Mazzoni, allestito con semplicità ma con tanta fantasia e voglia di ospitalità, il numeroso pubblico ha accolto con gioia i doni offerti dal Coro Valtellina: una serie di pezzi che, con delicatezza e garbo, rievocano paesaggi e personaggi di quella famosa notte santa; narrano di quell’evento misterioso che ha determinato il corso della storia; annunciano gaudio; diffondono fermenti di pace e semi di armonia che pervadono i cuori.

E per finire – su gentile invito del Gruppo del presepe di Cà Giovanni –  mercoledì 30, non poteva certo mancare il consueto appuntamento nella suggestiva chiesetta di San Giorgio, primo nucleo abitativo di Talamona, dove si avverte ancora la forte presenza del passato. In quella sobria cornice, un numeroso gruppo di persone – uomini, donne, bambini, giovani, meno giovani -, dopo una salutare camminata in compagnia dell’amica luna che ha illuminato il cammino, ha avuto la fortuna di gustare prodotti speciali. Infatti, oltre al Coro Valtellina – abilmente diretto dal direttore Mariarosa Rizzi – erano presenti alcuni poeti afferenti al Laboratorio Poetico di Morbegno, a cura della responsabile Paola Mara De Maestri, che hanno generosamente offerto immagini ricordi suggestioni emozioni riflessioni pensieri personali, fissati in bella rima sulla carta.

Un fruttuoso momento di pausa per assaporare musica e poesia: due arti antichissime che, fin dalla loro nascita, furono intimamente e inscindibilmente legate, accomunate da una ritmica ed armoniosa trama di suoni e parole toccanti.

Il ben riuscito sodalizio fra “parole recitate” e “parole cantate” è proseguito domenica 3 gennaio con il Cantico di Natale – sempre organizzato dal Laboratorio Poetico di Morbegno, sotto la guida della capace Paola Mara De Maestri e dall’Assessore alla Cultura Anna Tonelli del Comune di Cosio Valtellino -, a Piagno, nella raccolta ed accogliente chiesetta parrocchiale, a chiusura delle molteplici manifestazioni che hanno vivacizzato e caratterizzato il clima festoso e gioioso del Natale.

Gli influssi positivi emanati dai brani poetici alternati ai componimenti musicali hanno trovato terreno favorevole negli animi ben disposti dell’attento pubblico e sono stati un’utile occasione per un’esplosione di auguri per invitare a costruire relazioni autentiche, a lasciare tracce significative, a continuare ad assumere un atteggiamento di stupore verso le meraviglie del reale. Una ventata di positività, di ottimismo in un periodo caratterizzato da continui eventi tragici, di profondo cambiamento – a livello non solo locale ma nazionale e mondiale – per spingere ciascuna persona a celebrare la speranza e ad impegnarsi per un mondo migliore.

Rifacendomi all’accezione etimologica di Natalerelativo alla nascita – e al correlato significato di ri-nascita riscoperta rinnovamento – personale e collettivo -, formulo a tutti noi l’augurio di onorare il Natale nei nostri cuori  e di cercare di tenerlo stretto tutto l’anno, per poter così dire:- Ogni giorno è Natale!

Grazie a Anna, Cesare, Giuseppina, Giusy, Mariella, Paola, Paolo, Patrizia che hanno recitato con passione le loro belle poesie, frutto di creatività e sensibilità, e grazie a tutto il Coro Valtellina che, proprio nella coralità d’insieme, conferisce espressione e spessore alle singole belle voci.

A questo proposito, ricordo che il Coro Valtellina, fermamente convinto della necessità di investire sul capitale umano, sarebbe ben lieto di vedere aumentare la sua famiglia… perciò chi volesse intraprendere un divertente viaggio nell’avventura canora non ha che da farsi avanti!

E con tale ottimo auspicio, naturalmente do appuntamento all’anno prossimo per rinnovare – nell’incontro con l’altro – la magia del Natale!

In conclusione non posso fare a meno di rivolgere un affettuoso ringraziamento a tutte le persone – e sono davvero tante – che con estro creativo, impegno, sacrifico, buona volontà, dedizione rendono possibili lodevoli iniziative, a testimonianza di una comunità attiva, operosa, appassionata che incarna il valore della condivisione, della solidarietà e del piacere dello stare insieme.

Cinzia Spini, presentatrice del Coro Valtellina

 

Aldo Manuzio, il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato.

di Donatella Salambat

Aldo Manuzio genio dell’umanesimo e fondatore dell’arte tipografica. In mostra all’Ambrosiana nel V° centenario della sua morte.

 

http://www.valtellinanews.it/articoli/Aldo-Manuzio-il-perfetto-equilibrio-tra-arte-tecnica-e-mercato-20151212/#prettyPhoto

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In un’epoca in cui il libro corre velocemente verso trasformazioni digitali, grandi gruppi editoriali si uniscono e l’e-book tenta di cambiare le nostre abitudini di lettura. La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal cardinale Federico Borromeo (e  che ha oggi come prefetto monsignor Franco Buzzi) tuttora legittima espressione e vanto della Chiesa cattolica per essere uno dei centri mondiali d’irradiazione culturale, celebra con un evento straordinario la figura di Aldo Manuzio, uno dei più famosi tipografi ed editori d’Europa.

Nato a Bassiano (oggi comune di Latina) nel 1449, morì a Venezia nel 1515. Dopo anni di formazione umanistica vissuta tra Roma e Ferrara, si trasferì nel capoluogo veneto, città che fu per secoli crocevia di creatività, apertura culturale e fonte d’ispirazione per artisti, scrittori e umanisti.

Aldo Manuzio diventa uno dei maggiori tipografi del suo tempo, il primo editore moderno in quanto introduce innovazioni destinate a segnare la storia della tipografia e dell’editoria sino ai giorni nostri, come nell’ambito della punteggiatura l’apostrofo, il punto, la virgola ed il punto e virgola. In questa mostra si può constatare che tra le immagini appare il geroglifico con l’ancora e il delfino che dal 1502 diviene l’emblema della tipografia.

L’esposizione delle “Aldine”, curata dalla dott.ssa Marina Bonomelli, dell’Accademia Ambrosiana, e dal dott. Angelo Colombo, Catalogatore della Biblioteca, che si terrà presso la Pinacoteca Ambrosiana, dal 2 dicembre 2015 al 28 febbraio 2016, ripercorrerà il meticoloso lavoro di Manuzio, attraverso una selezione dei suoi stampati custoditi nella Biblioteca.

Aldo Manuzio rappresenta il perfetto equilibrio tra arte, tecnica e mercato e per comprendere al meglio la sua figura, ciò che ha rappresentato e tuttora rappresenta abbiamo rivolto alcune domande sia alla curatrice della mostra, dott.ssa Marina Bonomelli, sia al dott. Angelo Colombo, catalogatore della Biblioteca Ambrosiana e sia al Dott. Federico Gallo, direttore dell’Ambrosiana.

Rivolgiamo il primo quesito al dottore dell’Ambrosiana, Federico Gallo, direttore della Biblioteca.

Prima della Mostra delle “Aldine”, in Ambrosiana si è svolto un convegno internazionale su Aldo Manuzio. Qual è il bilancio degli studi presentati?

Il Convegno internazionale svoltosi in Ambrosiana il 19-20 novembre si è chiuso con un bilancio altamente positivo. Sono intervenuti, tra gli altri, i maggiori specialisti sull’argomento a livello mondiale. La biografia di Aldo Manuzio, la storia della sua attività, lo studio delle collezioni dei suoi libri hanno ricevuto nuova luce, nuovi dati, nuove prospettive per la ricerca. Particolarmente interessanti sono stati i momenti di dibattito tra gli studiosi, ai quali ha partecipato in modo costruttivo e competente il pubblico qualificato presente.

Alcune domande specifiche sull’obiettivo della mostra e il messaggio che vuole trasmettere le abbiamo invece rivolte ai curatori della medesima, il dott. Angelo Colombo e la dott.ssa Marina Bonomelli. Cominciamo con il dott. Colombo.

Che cosa vi siete prefissi con questa esposizione?

La mostra ha uno scopo didattico: far conoscere la figura e l’opera di Aldo Manuzio. Non vuole essere un evento riservato ad una ristretta cerchia di bibliofili, bensì aperto al grande pubblico per far conoscere un protagonista della nostra storia culturale. Manuzio fu stampatore, editore, umanista. Alla base della sua attività c’era un deale ben preciso: rivelare, far conoscere il bello, additare agli uomini la grandezza dei pensieri di Platone, la profondità delle ricerche di Aristotele, la suggestione delle liriche greche … pubblicare opere belle … moltiplicare i libri per tutti … far partecipi tutti della ricchezza spirituale della cultura classica.

Che cosa dice a noi contemporanei un personaggio come Manuzio?

Manuzio introduce nella sua stamperia alcune importanti novità, che sono all’origine del libro moderno. Per comprenderne il valore e la portata, potremmo definire Manuzio lo Steve Jobs dell’umanesimo: colui che ha saputo introdurre nella nuova arte della stampa, criteri insieme di bellezza e di efficienza, fino allora sconosciuti. Un vero salto di qualità!

Quali sono queste novità introdotte da Aldo e dalla sua stamperia?

La prima riguarda i caratteri di stampa: l’italico e il corsivo. La seconda il formato dei volumi: non più i grossi volumi che connotavano i manoscritti, ma il formato tascabile, in ottavo. La terza la disposizione grafica del testo, con l’utilissima introduzione della punteggiatura, che rende finalmente leggibili testi alle volte di ostica comprensione. Il suo messaggio per l’uomo d’oggi è riassumibile nelle sue stesse parole:

“ … se si maneggiassero di più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture, tanta insipida e tetra lussuria …”

Con la dottoressa Marina Bonomelli ci siamo invece avventurati nelle campo delle sensazioni persnali.

Quanto tempo l’ha impegnata a pensare la mostra e quanto tempo le è occorso per allestirla?

L’allestimento di questa mostra ha comportato un accurato lavoro, durato più di anno, di ricognizione e analisi del patrimonio delle aldine della Biblioteca Ambrosiana che conserva in tutto ben 296 esemplari, una collezione preziosissima, fra le più rilevanti a livello internazionale. Una suggestiva selezione di 30 aldine è esposta in mostra, in un percorso tematico-cronologico lungo il quale il visitatore potrà ammirare le edizioni più rappresentative della produzione aldina, come anche gli esemplari più singolari di questa collezione.

C’è un lavoro di Manunzio che predilige e che trova spazio nella mostra da lei curata?

In realtà sono due le opere che prediligo e che segnano in modo profondo e durevole la storia del libro. La prima è l’Hypnerotomachia Poliphili del 1499,in assoluto il più bel libro illustrato del Rinascimento, per la varietà della composizione tipografica con cui Aldo sa unire il testo alle immagini. La seconda è il Virgilio del 1501, il primo libro in formato portatile e stampato con il carattere corsivo, opera con la quale Aldo dà avvio alla produzione dei classici latini, greci e in volgare.

 

Il cittadino chiede “certezza della pena”, come Beccaria 250 anni fa

di Donatella Salambat

Una recente mostra alla Biblioteca Ambrosiana ha riproposto il tema della giustizia partendo dal pensiero dell’illustre Milanese vissuto nel secolo XVIII e diventato celeberrimo nel mondo per il suo “Dei delitti e delle pene”.

 

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Nell’apprendere notizie su reati contro le persone o la proprietà la reazione del cittadino, dell’uomo della strada, è di chiedere che il reo sia arrestato e condannato. Ognuno di noi pretende che si possa contare sulla cosiddetta “certezza della pena”, intesa soprattutto come presupposto per la sicurezza.

Spesso, però, dimentichiamo che l’insicurezza che oggi ciascuno di noi avverte è dovuta non solo agli atti criminali, ma anche a un’ assoluta mancanza di legami all’interno della società. È mutato il rapporto con le autorità; il lavoro precario è aumentato così come è cresciuta enormemente la disoccupazione. Di fatto l’intera realtà che ci circonda ha subito trasformazioni epocali.

La Biblioteca Ambrosiana (l’importante centro d’irradiazione della cultura cattolica voluto dal cardinale Federico Borromeo), nei mesi scorsi ha allestito la mostra “Giustizia e ingiustizia a Milano tra Cinquecento e Settecento” e una serie d’incontri con la partecipazione di selezionati studiosi italiani e stranieri.

La mostra, che si articolava in sette vetrine ricche di documenti e incisioni, affrontava questo tema attraverso una capillare e metodica ricerca iconografica e documentaria del materiale presente nei fondi della Biblioteca per ricostruire un quadro sintetico delle diverse rappresentazioni attinenti la sfera della giustizia.

Nella Sala del Prefetto dell’Ambrosiana, si trova una targa con il motto “Securitas propriae vitae jus nautrale est securitas bonorum jus societatis” che rievoca l’ispirazione e il fondamento dell’opera “Dei delitti e delle pene” del nobile Cesare Beccaria (Milano 15 marzo 1738 – Milano 28 Novembre 1794), giurista, filosofo, economista ed anche una figura di spicco della scuola illuminista milanese.

Il libro, un’approfondita analisi politica e giuridica contro la pena di morte e la tortura, ispirò il codice penale voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Toscana e fu fonte di ispirazione per i padri fondatori degli Stati Uniti d’America come Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e John Adams.

Beccaria ebbe quattro figli; la primogenita Giulia sposò un gentiluomo lecchese, Pietro Manzoni, più anziano di ventisei anni, padre di quell’Alessandro scrittore e poeta italiano di fama internazionale, il quale, dopo la scomparsa del Beccaria, riprenderà alcune riflessioni sulla giustizia nel suo capolavoro “I Promessi Sposi” e ancor di più nella “Storia della colonna infame”.

La storia della giustizia annovera, tra gli studiosi più rappresentativi, ben tre personaggi milanesi, Cesare Beccaria, Pietro Verri ed Alessandro Manzoni, legati tra di loro oltre che per i contenuti dell’opera “Dei delitti e delle pene”, da una riflessione più ampia sul sistema di detenzione e di rieducazione dei carcerati.

Beccaria riteneva che l’entità della pena dovesse essere commisurata al delitto. La sua critica ai metodi barbarici dell’espiazione della pena in vigore ai suoi tempi ottenne un successo mondiale. Beccaria inoltre criticava quei regimi in cui non esisteva la presunzione di innocenza né la certezza della pena; sosteneva poi che il processo dovesse avere una ragionevole durata e che la sentenza dovesse arrivare in tempi certi.

Oggi chiedere più sicurezza significa innanzi tutto realizzare uno stato di diritto che tutela i cittadini proteggendoli da coloro che li vessano o minacciano. Purtroppo nel nostro Paese l’operato delle forze di pubblica sicurezza viene spesso vanificato dalla lentezza di un sistema giudiziario ed istituzionale incapace di consegnare i delinquenti alla giustizia. La pubblica opinione chiede quello che Cesare Beccaria intuì molto tempo fa: “la certezza della pena”.

La giustizia è un pilastro fondamentale di ogni società; e con Beccaria dovremmo pensare alla pena detentiva non solo come ad una “condanna”, ma vedere in essa la capacità di “rieducare” il reo, almeno in tutti casi in cui ciò sia possibile. La mostra tenuta alla Biblioteca Ambrosiana avrà dato qualche suggerimento al dibattito sulla riforma della giustizia in atto in Italia?

 

http://www.valtellinanews.it/articoli/Il-cittadino-chiede-certezza-della-pena-come-Beccaria-250-anni-fa-20160107/#.Vo7Bwq_oJYk.email

VALTELLINA NEL PARADISO DELLO SCIALPINISMO

TALAMONA 18 dicembre 2015 con Beno alla scoperta delle montagne

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RACCONTI, AVVENTURE E IMMAGINI COME UN DOCUMENTARIO IN PRESA DIRETTA

Le montagne sono le cattedrali della terra. con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i colori dei torrenti e gli altari di neve. Così Lucica Bianchi, assessore alla cultura nel presentare questa serata dedicata appunto alle montagne, un discorso che riprende in parte le parole del comunicato stampa preventivamente diffuso per annunciare la serata medesima, permettendo così a tutti gli appassionati di montagna di poter trovare spazio e momenti di condivisione nell’ascoltare i racconti di Beno, Enrico Benedetti, classe 1979, una laurea in ingegneria elettrica e una sconfinata passione per la montagna alla quale ha dedicato tutte le sue energie attraverso molteplici attività: alpinista, corridore, pastore, scrittore, fotografo, divulgatore ed editore di libri e pubblicazioni sul territorio alpino valtellinese e sulla sua cultura fra cui, sopra tutti, la rivista trimestrale LE MONTAGNE DIVERTENTI, nata nel 2007. Ma è sulla sua attività di fotografo che Beno tende a dare un maggiore accento raccontandola così: “La mia fotografia va di pari passo con il mio modo d’andare in montagna, senza badare alla lunghezza degli avvicinamenti o all’isolamento dei luoghi, e si distingue per scatti in ambienti severi: dalle vette delle montagne, alle creste o alle pareti anche nelle condizioni meteo più strane.”  Una serata per approfondire la conoscenza delle nostre montagne durante la quale si è parlato di scialpinismo in occasione dell’apertura della stagione ed è stato presentato il libro ALPI SELVAGGE che racconta l’arco alpino a tutto tondo. Una serata che ha preso il via a partire dalle ore 20.30 alla Casa Uboldi e che è stata ben accolta anche dal sindaco Fabrizio Trivella che questa sera, come lui stesso ha detto nel suo intervento di saluto, non è intervenuto alla serata in veste di amministratore, ma in veste di sciatore, di sci alpinista amatoriale “scio fin da bambino cominciando con la discesa e finendo per convertirmi allo scialpinismo, un modo più spirituale di vivere la montagna. Riguardo a questa serata non si può che apprezzare l’operato dell’assessore Bianchi che accanto a tematiche legate all’arte e alla cultura alta riesce anche a proporre serate come queste, tematiche più godibili da un maggior numero di persone” che infatti riempivano la sala “difficilmente nell’organizzare le nostre serate abbiamo riempito la sala come questa sera” ha osservato ancora il sindaco “dunque significa che il tema è davvero stimolante per tutti”.

A questo punto ha preso la parola Beno stesso cominciando a introdurre il suo racconto “questo doveva essere un incontro di presentazione del libro ALPI SELVAGGE, ma ho pensato di non fare una presentazione classica, di non presentare il libro sempre nello stesso modo e così ho pensato di proporre come corollario una serata sullo scialpinismo per riuscire a vedere un po’ di neve a dicembre quest’anno”.

Il racconto di Beno è cominciato dalla fine si può dire, con una prima presentazione dedicata alle gite da lui effettuate in montagna proprio quest’anno con immagini realizzate in modo anche un po’ grezzo, perché, come lo stesso Beno ha puntualizzato “in montagna si pensa più a sciare che a girare delle immagini”. Ed ecco ora il suo racconto.

La Valtellina secondo me è il paradiso dello scialpinismo perché per il 90% le montagne valtellinesi sono completamente sconosciute e quindi si riesce ancora a fare esplorazione ed è quasi un lusso poter dire questo a 100 km da Milano. Quel che mi piace fare quando vado in montagna è proprio questo, esplorare, conoscere. È molto raro incontrare altre persone durante queste escursioni. La Valtellina, rispetto ad altre zone alpine dove ho viaggiato, ha la splendida particolarità di avere in pochissimo spazio tantissime valli e tantissime montagne, se pensiamo ad esempio alle Dolomiti c’è una singola montagna che la vedi a chilometri di distanza. Qui ci sono montagne con distese infinite di valli. Una volta salita una montagna viene la frenesia di andare alla scoperta delle altre, capire se si può sciare. Le mie escursioni sono spesso il risultato di anni e anni di preparazione e di osservazioni. Bisogna tornare nello stesso posto più e più volte prima di pianificare precisamente l’escursione vera e propria. Il tempo non è buono oppure non si ha tempo, bisogna che questi due elementi vengano a coincidere, bisogna che nevichi per andare a sciare. Per questo ci sono annate buone in cui cadono fino a due metri di neve, come due anni fa e annate meno buone piene di notti serene, che se per tutti sono una gioia, per uno sci alpinista sono un incubo.

Il racconto di Beno era accompagnato sia dalle immagini che dalla musica, sottofondi di musica pop rock a sottolineare la versatilità delle sue passioni.

Finalmente a febbraio di un anno caratterizzato da notti serene e da spolverate (il 2013) il tempo è cambiato. Una bella nevicata consente di partire per un’altrettanta bella gita. Le prime nevicate possono essere pericolose per il rischio valanghe, ma i veri sci alpinisti non le evitano perché per chi ha questa passione sono i momenti migliori.

Le gite classiche

Queste escursioni sono molto diverse dalle gite classiche che possono venire in mente più facilmente a tutti e dunque fanno si che i luoghi siano piuttosto affollati. Un luogo per una gita classica può essere ad esempio Cima Piazzi scendendo da passo del Foscagno che richiede abilità sciistiche di base. Non è un luogo in realtà così frequentato, non è molto facile da trovare, ma è comunque una delle gite più classiche e famose. Un’altra meta classica è punta Cadini che siccome ha poco dislivello quando viene aperta la strada in aprile è trafficata come al supermercato, come in città all’ora di punta. I giorni migliori per godersi questa gita sono quelli infrasettimanali in periodi in cui ha nevicato da poco così da non trovarsi tutti insieme così come accade in val Tartano dove tutti si ritrovano sui medesimi percorsi. Le gite sono bellissime però dover fare la fila anche in montagna non è molto emozionante. In Val Masino poca gente esce dai soliti percorsi montani del Sasso Moro appena sopra gli impianti sciistici di Palù, oppure Pizzo Scalino che conta sulla cima almeno settecento persone di domenica. Da pizzo Scalino la cima regala una splendida vista sulla val di Togna e la val Fontana, due posti eccezionali per chi ama lo sci. Le due cime che ritengo più interessanti sono quelle accanto a pizzo Scalino. Bisogna andarci esplorarle e conoscerle partendo da zero perché non si sa nemmeno come salire, come trovare un percorso, bisogna procedere per tentativi ed errori, riorganizzare più volte. Comunque ne vale la pena.

A questo punto Beno ha presentato due discese da lui effettuate in val Fontana. Nel suo archivio Beno ha i ricordi, le immagini di almeno seicento gite di scialpinismo. Per stasera ha scelto di portare quelle di sci ripido.

La val Fontana è composta da una sfilza di montagne sul cui fondo si intravede Talamona, dunque dalla statale si può intravedere un piccolo brandello di val Fontana. Dal 2004 ho cominciato a pianificare la mia esplorazione della val Fontana, di tutte le cime che vi si trovano. Alcune sembrano appetibili per lo sci, altre, come la vetta di Ron, sembrano totalmente repulsive, però a questa montagna che guarda direttamente il fondovalle valtellinese c’ero particolarmente affezionato allora ho cominciato a condurre i miei tentativi nei modi più strampalati. Nel 2004 decido di voler salire in invernale. Per quanto riguarda l’attrezzatura ero ancora agli albori, equipaggiamento molto artigianale, arrangiato. A cavallo del periodo di Natale il primo giorno affondando nella neve ho battuto traccia fino all’altitudine di 2008 e il giorno dopo sfruttando questa traccia sono salito fino a 3050 raggiungendo quasi la vetta mentre stava scendendo la notte, il che mi ha costretto a tornare indietro. Questi posti sono caratterizzati da pendii adatti più ai camosci che alle persone, ma non ho proprio potuto fare a meno di tornarci nel 2006 col mio amico Matteo approfittando di una splendida nevicata da un metro a novembre. Sulle guide turistiche le informazioni relative alla cima di Ron per quanto riguarda i consigli per escursionisti e sciatori recano “assolutamente da evitare con neve” e questo mi attraeva particolarmente, come una sfida che dovevo assolutamente vincere. In realtà poi questa salita non offriva particolari problemi tranne che per il fatto che era stretta. Dapprima a novembre con Matteo e poi il 26 dicembre da solo per la mia discesa con gli sci. Dopo la val Fontana un’altra montagna che volevo assolutamente sciare era pizzo Calino perché è una montagna strana a forma di tronco di piramide, con la punta piatta grande come un campo di calcio, ricorda un po’ il cratere di un vulcano, come se questo monte fosse un po’ il Vesuvio valtellinese. Credevo di poter scendere questa montagna con gli sci perché la via normale che sale dallo spigolo di destra non ha grandi pendenze soprattutto in presenza di molta neve, però bisognava studiare e aspettare le condizioni ottimali. Ho studiato e osservato dal 2005 al 2008 poi nel 2008 nei giorni di Natale non c’è neve per tre giorni. Cio vuol dire che sulla montagna c’è la giusta quantità di neve senza cornici, le condizioni ideali. Ho fatto la mia escursione il giorno stesso di Natale del 2008 seguita dalla discesa con gli sci lungo il pendio accompagnato da un gruppo di camosci sulla cresta montuosa. Quel giorno ero da solo arrivo al punto dove si lascia la macchina e mi ritrovo impantanato rischiando che salti tutto. Fortunatamente incontro un cacciatore che mi ha aiutato con la macchina poi ognuno è andato per i fatti suoi finchè alla sera ci siamo ritrovati nello stesso momento e nello stesso punto dopo che ho disceso in sciata continua più di duemila metri di dislivello. Di fronte al Calino c’è il monte Combolo. Chi guarda questo monte da Ponte in Valtellina dopo le prime nevicate afferma di vedere sulla parete il volto della Madonna che rende il monte famoso ai credenti del luogo, mentre i non credenti nello stesso punto ci vedono Madonna la cantante. Questa montagna di per sé non è difficile da sciare però ha dovuto aspettare tanti anni perché è pericolosissima per le valanghe. Dalla cima c’è tutto un pendio che scende a quaranta gradi immettendosi in una valle sempre più stretta che infondo diventa un canyon. La pala sud della montagna esposta al sole tende facilmente a scaldarsi e a creare valanghe che scendono fino a valle spazzando via tutto sul loro cammino. Ci sono poche piante disposte a ciuffettini qua e là. A gennaio di due anni fa col mio amico Giovanni abbiamo trovato le condizioni ideali per la gita sognata da tempo, una arrampicata sul pendio seguita da discesa libera con sci. Alla salita vera e propria, il 25 gennaio, è preceduta due giorni prima una salita preliminare per studiare le condizioni della neve. Gli ultimi metri prima della vetta erano più scivolosi a causa del vento che ha fatto ghiacciare la neve. Il mio amico era particolarmente in forma e mi distanziava spesso. Salendo si intravedevano le piste dell’Aprica. Dalla cima si poteva poi intravedere il gruppo del Bernina. La maggiore difficoltà in alto sono le rocce nascoste sotto la neve poi il bello comincia dopo i primi 100 m. una delle più belle emozioni quando si condivide una salita con gli sci è, tanto per citare una frase di un altro mio amico Pietro, arrivare sulla cima per stringere la mano al compagno, come simbolo appunto della condivisione dello sforzo. Un’altra montagna che mi ha fatto dannare è la corna Brutana che si trova nel comune di Tresivio ed è la sua cima più alta che si affaccia sulla Valtellina e si trova vicino alla vetta di Ron e presenta a sud una parete che può sembrare del tutto rocciosa, ma in realtà ha al suo centro un canale nevoso nemmeno troppo ripido che ritenevo sciabile. Il problema di questa parete è che è orientata a sud e questo rende difficile trovare una neve che sia nelle condizioni adatte per consentire una discesa con gli sci. Di solito o la neve è ghiacciata oppure è farinosa con pericolo di valanghe e quindi bisogna aspettare i giorni con pericolo 4 per provare l’escursione. Quando ci sono andato è stato in compagnia di un mio amico di Caspoggio, uno dei migliori sciatori valtellinesi, molto spericolato. Due giorni prima di andare con questo amico, visto che sembravano esserci le condizioni giuste ho provato ad andare da solo, ma una volta in salita la neve si è rivelata non molto stabile. Finalmente arriva il giorno. Una nevicata, seguita da un pomeriggio di sole, l’ideale per una bella gita a quattro con anche le fidanzate in attesa in una piazzola sicura che possono dunque ammirarci dal basso come due puntini sul fianco della montagna. Il segreto dello sci ripido sta tutto nell’atteggiamento mentale, nel superare le paure e acquisire sicurezza in sé stessi. Solo così si evitano errori e dunque anche di farsi male. La cima del monte dava su un canale incuneato che dava il via a tutta una serie di curve e poi ad un tratto ripido. Una volta rientrati dal canale principale tutto diventa più bello e più facile. Un’altra pazzia che avevo in mente da anni era quella di poter sciare la montagna del Painale. Rocciosa e uniforme su tutti i lati più o meno, particolarmente ripida sulla parete nord ovest un’altra che tende ad essere verticale in basso, la parete sud ovest a strapiombo e la parete est dove i primi escursionisti di fine Ottocento erano riusciti a trovare una via, è una montagna che, dopo molte salite, ho ritenuto potesse prestarsi per dare una possibilità anche agli sciatori. Anche questa montagna la salgo con l’amico spericolato di Caspoggio. C’è una speranza per poter sciare probabilmente sulla cresta, ma è ancora da testare. Noi si è ripiegato sulla parete est, non altissima, intorno ai 400 m che però presenta una grossa barra di rocce. Bisognava capire se fosse possibile salire comunque, aggirarla in qualche modo e poi capire come organizzare la discesa con pendenze che si aggirano intorno ai sessanta gradi. Col mio amico saliamo in un giorno in cui la neve non è particolarmente bella, prevalentemente ghiacciata coi passaggi stretti tra le rocce e una discesa che complessivamente metteva in difficoltà con le picozze, ma il mio amico la scendeva a salti con gli sci. Nel complesso e se si esclude la parte finale, il Painale è stata la montagna più difficile tra quelle affrontate. Tra le vette valtellinesi, le Orobie in particolare, la più famosa è il pizzo di Coca dalla cui vetta scende un lungo canalone diretto a nord ovest. Dagli anni Ottanta questo monte è diventato un classico dello sci ripido. Ci si è finiti a fare una gita qui per caso, avendo inizialmente in mente un’altra montagna che però quel giorno programmato per quella gita aveva un notevole rischio valanghe che ha spinto ad optare per il pizzo di Coca esposto a nord con una buona neve al contrario delle esposizioni est con neve troppo instabile. Il canalone di discesa del Coca è molto famoso coi suoi 1200 m di dislivello in sci ripido, un must per gli specialisti di questa disciplina da provare almeno una volta nella vita, ma anche due o tre con la neve bella come quella di quel giorno. La montagna che si era pensato di scalare originariamente era il pizzo di Scotes, la sesta cima più alta delle Orobie con una pala rivolta a nord ovest molto ripida che scende fino a digradare in un vallone  della Piota, un vallone che sfocia su delle cascate di ghiaccio. In un’annata eccezionale come il 2014 le cascate di ghiaccio erano ridotte ad una striscia di una ventina di metri e per il resto era tutto sciabile allora finalmente è arrivato l’anno scorso il momento anche per la gita allo Scotes che si può osservare da Teglio con un binocolo per studiarlo e programmare l’escursione. La cima è preceduta da un avvallo ripidissimo ma prima di raggiungerlo c’è un tratto più pianeggiante con una barra di rocce. Mi è capitato di leggere schede tecniche che riportavano temperature di quaranta gradi, ma sono state redatte da persone che qui non sono mai salite. Io e il mio amico Giovanni salendo abbiamo trovato una cima dalla neve immacolata cui è seguita una discesa molto ripida. La ripidità si può dedurre dagli spostamenti della neve. Una difficoltà nello sci ripido consiste nel saper scegliere l’attrezzatura corretta che non deve essere mai troppo leggera, ma affidabile. Chi risparmia sul peso deve essere abilissimo a sciare perché l’attrezzatura leggera è sottoposta a maggiori sollecitazioni ambientali. Una volta discesa la parte alta del vallone, ritorno alle cascate da fare sempre in discesa e dopodiché il percorso si snoda in mezzo ad un labirinto di grossi massi. Questa montagna è visibile dalla valle e vedendola si può notare chiaramente che è adatta ad essere sciata. Nonostante questo non si trova mai nessuno lassù e neanche nei valloni vicini eppure vi sono zone su questa montagna che non richiedono neppure troppo sforzo per essere sciate. Una volta chiusa questa esperienza la mia attenzione si è concentrata sulla Val Malenco dove si trova una montagna caratterizzata da rocce scure e cime repulsive, il pizzo di Recastello di 2888 m che sorge completamente in terra bergamasca sul retro della valle. col mio amico di Caspoggio molto spericolato l’abbiamo raggiunta direttamente dalla Valtellina con gli sci. Particolarmente interessante per la discesa, la parete nord. L’itinerario seguito è stato particolarmente lungo, dal passo di Bondone si scende al lago del Marmellino e da li si risale alla cima di Recastello. Il tutto con un dislivello di 3004-3005 m. Il mio amico qui è stato particolarmente spericolato scegliendo per la discesa un percorso pieno di rocce che non si sapeva bene come andava a finire. Restando sulle Orobie una cima molto interessante è il Medasc caratterizzato da sette picchi frequentati soprattutto d’estate per discese alpinistiche, ma io volevo provare a fare una discesa con gli sci. Nel 2012 si comincia a provare la traiettoria di sinistra un po’ stretta. Ci si ritorna un’altra volta nel 2014 e ci si accorge che questa via è piena di voragini così il mio amico Giovanni decide di optare per la via di destra caratterizzata da tutta una serie di placche rocciose inaccessibili su cui però si può scendere quando si deposita la neve sopra. Questa non è stata la discesa più difficile del 2014, ma è stata la più pericolosa per via della nutrita presenza di ghiaccio che rendeva la neve dura e compatta come marmo. Non sempre intestardirsi per voler scendere a tutti i costi una montagna comporta dei buoni risultati. Il corno di Braccia l’avevo salito in tutti modi. Nelle guide moderne nessuno diceva che c’era un accesso sulla parete nord. In un libro di fine Ottocento ho letto di alcuni pionieri che partiti da Sondrio che un passaggio lo hanno trovato, ma è un canaletto stretto difficile da scovare. Subito non l’ho trovato nemmeno io quando sono andato apposta a cercarlo. Dopo un mesetto decido di tornare e riprovarci, ma mi sono scontrato con una grande valanga, c’erano persino i gipeti che volteggiavano e io mi sono trovato li vicino al versante che veniva trascinato a valle. le valanghe spesso hanno una velocità pari a quella di una persona che cammina, ma questo non impedisce loro di trascinare tutto con se. E mentre si stava li ad osservare la valanga il gipeto portava via a poco a poco i pezzi di una carcassa, forse proprio quella di un animale morto travolto dalla valanga. Questo gipeto insieme ad un altro esemplare sono la prima coppia di gipeti insediatisi in Val Malenco dopo anni in cui erano estinti sterminati dalla superstizione popolare, soprattutto dei pastori che temevano di vedersi portare via gli agnelli. Appena al di là delle creste della Valmalenco, una valle rinomata per lo scialpinismo, si trova un’altra valle, la Val di Forno che dal Maloja si incunea fino ai versanti settentrionali della Val Masino. Un posto incredibile per lo sci che si può raggiungere in camminata da Chiareggio. Dietro monte del forno c’è passo Vatseda e dietro ancora vari versanti tra cui la discesa della cima di Rosso. Al nostro amico spericolato dei salti un po’ troppo temerari rompono gli sci a percorso appena iniziato. Si procede lungo valle Rosso finchè da lontano si vede arrivare qualche perturbazione e allora si va verso nord della cima di Rosso coi suoi 45-50 gradi di dislivello che l’amico temerario ha disceso con uno sci legato con lo scotch, ma poi ha fatto seguito un’altra avventura sul pizzo del Torrone Centrale con un versante ripido che scende sul versante nord la cui difficoltà è un crepaccio terminale di 6-7 m. Nel 2014 è arrivata molta neve che ha chiuso il crepaccio così la salita è stata possibile, dopo aver fatto quella della cima di Rosso. Io col mio amico temerario partendo dalla Val Malenco, mentre altri due amici sono partiti dal Maloja finchè ci siamo trovati in mezzo alla valle alle 7.30 di mattina perché qualcuno doveva andare a lavorare. Una valle enorme che dalla fine dell’Ottocento si è abbassata mediamente di 180 metri di spessore. Li l’amico temerario ha voluto gareggiare con un gruppo di ragazzi accampati nella valle per girare un documentario sullo sci ripido. Solo che loro avevano degli sci più spessi e specifici lui degli sci più standard. Lui così si ribalta due volte e la seconda perde uno sci. Così gli presto un mio sci. In salita sono andato io con uno sci solo e poi lui è sceso dal pendio con uno sci solo. Oltre a questa piccola selezione il nostro territorio presenta altre mete sciistiche interessanti, in val Masino, il Canal Corto, una cresta rocciosa su cui si scia nel lato che rimane dietro, io con un amico ci sono andato nel 2009, una discesa ripidissima che è sempre sul dosso piano, ma con una barra di rocce che protegge l’altopiano sommitale. Una neve che sembrava glassa, nonostante tutto faceva caldo perché l’estate era alle porte. E poi il Ligoncio sciata dopo un po’ di salite a piedi e due tentativi. Il vero sci estremo è questo: trascinarsi per tre ore sugli sci per sciare effettivamente solo un’ora e mezza incontrando ostacoli climatici come la grandine e cercando di individuare la traiettoria migliore, tenendo conto che alcuni passaggi sono particolarmente problematici, strettoie, barre di roccia. Nulla che potesse spaventare il mio amico temerario che scivolava tranquillo tra curve e passaggi stretti distanziandomi parecchio. In questo sta l’essenza dello sci. La val Masino offre altre cime interessanti, due tutte vicine su cui sono salito e sceso. La cima della Moldasca o ferro centrale (le cime infatti sono le cime del ferro) poi c’è il ferro orientale con salita a S. La Moldasca reca dietro i colossi del Cingalo del Badile tra l’Italia e la Svizzera. Io l’ho fatta da entrambe le parti e la cosa più lunga è il ritorno coi mezzi pubblici più che i 2500 m di dislivello. Per quanto riguarda il ferro orientale, esiste una guida di scialpinismo che dice che questa cima si raggiunge facilmente dalla cresta, ma in realtà la salita si è rivelata ardua così sono tornato indietro accontentandomi della salita fatta l’inverno prima da un’altra parte.

Ma le gite sono troppe per raccontarle tutte e dunque a questo punto Beno è passato alla presentazione del libro.

Alpi selvagge

Questo libro è il prodotto degli sforzi congiunti di 17 fotografi e di due autori di testi con lo scopo di fare un omaggio all’arco alpino, in particolare le 24 cime ritenute più rappresentative associando a ciascuna cima una specie animale anch’essa ritenuta rappresentativa, una sorta di simbolo per ciascuna cima descritta. L’intero arco alpino è molto lungo. Si parte dal colle di Caribona in Liguria fino a Vienna. Le montagne richiedono una trattazione molto vasta, anche perché di ogni montagna, come Beno ha fatto notare raccontando le sue avventure sulla neve e le cime, c’è moltissimo da dire, infiniti dettagli e curiosità. Ed è proprio la descrizione di una sfaccettatura diversa di ogni montagna la parte che Beno ha avuto nella realizzazione di questo libro, che stasera è stato presentato avvalendosi di una presentazione realizzata con una scelta di foto tratte dal libro medesimo. Il tutto partendo da una domanda: perché una montagna può risultare più famosa o più importante delle altre? Magari perché tale montagna ha una forma bellissima oppure per le storie degli uomini che sono saliti, che hanno fatto della conquista di quella specifica vetta la loro missione o per gli animali che ci vivono, per i particolari fenomeni geologici o climatici che vi si verificano o magari per la presenza di ghiacciai dalle proporzioni inimmaginabili.

Il viaggio del libro parte da un gruppo di monti nelle alpi Liguri famose per il loro interno con 40 mila chilometri di grotte calcaree. Una montagna in questa parte dell’arco alpino è divenuta tristemente famosa quando nel 2012 vi si è disperso il primario di chirurgia di Lecco durante un’escursione ed è stato ritrovato morto qualche tempo dopo, un paio d’anni dopo per la precisione con i due amici saliti con lui. Si diceva all’inizio che sono stati associati degli animali ad ogni montagna trattata. Un’associazione non facile perché gli animali tipici delle alpi sono presenti un po’ su tutto l’arco alpino e dunque a volte le associazioni sono state casuali. In alcuni casi invece come in quello del Gran Paradiso l’associazione è stata d’obbligo. Il Gran Paradiso di per sé non ha niente di che. In alcune descrizioni di inizio Novecento si legge che “ha roccia, ma non troppo, ghiaccio, ma non troppo, è alta ma non troppo, gli italiani ci tengono particolarmente semplicemente perché si tratta dell’unico Quattromila delle alpi che sorge completamente in territorio italiano”. L’animale rappresentativo di questo monte non poteva che essere lo stambecco. A fine Ottocento questi animali erano stati quasi completamente sterminati per delle stupide credenze come quella di un ossicino che gli stambecchi hanno vicino al cuore che preserverebbe dalle malattie cardiache improvvise o quella delle corna afrodisiache (un luogo comune che riguarda molti animali e anche per parti diverse dalle corna ndr), insomma per un motivo o per l’altro questi animali erano diventati trofei di guerra e pure in Svizzera non ce n’era più neanche uno. Essendo trofeo ambito, il re ne voleva un po’ per sé da cacciare. La sua riserva di caccia è diventata il nucleo di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, creato negli anni Venti del Novecento e preservato ora non più dalle guardie reali ma dal Corpo Forestale dello Stato. Gli stambecchi viventi oggi sono tutti discendenti di quei pochi esemplari preservati dal re per la sua caccia personale. Lo stambecco è uno splendido animale perfettamente adattato ai pendii ripidi coi loro zoccoli che si aprono sul davanti. L’età di uno stambecco si stabilisce contando i nodi sul corno. A me recentemente è capitato di trovare un corno (senza cervo perché capita che li perdono) con 27 nodi. Un nonno stambecco. Parlando delle alpi questa sera vi accennerò le principali. Il Monte Bianco, la più alta dell’arco alpino (ma non la più alta d’Europa perché recentemente ho scoperto che questo primato va ad un monte dell’Europa Orientale che mi pare stia sul Caucaso il Monte Ebron ndr) eccezionale sotto ogni punto di vista; altezza a parte un dato interessante è la cima, una cupola di ghiaccio che si trova a una quarantina di metri più in alto rispetto alla cima rocciosa e quaranta metri più ad ovest per via dell’azione dei venti. La storia della prima salita del monte a fine Settecento è particolarmente interessante. Erano stati promessi dei soldi a chi ci fosse riuscito da uno scienziato di Ginevra cui occorreva che qualcuno arrivasse in vetta per poter fare delle verifiche sperimentali sul barometro di Torricelli. Dopo ventisei anni due giovani riescono ad arrivare in vetta e lo scienziato che stava ad osservarli da lontano col binocolo per essere sicuro che tutto si svolgesse in regola ha chiesto che i due l’anno successivo lo accompagnassero, resosi conto che la salita non presentava particolari problemi. Una salita eccezionale perché questo scienziato si è portato dietro di tutto. Diciassette portatori che recavano damigiane di vino, tenda, un piccolo laboratorio scientifico per gli esperimenti in vetta, il suo letto e addirittura una stufa a legna. Essendo il monte Bianco dunque il monte più alto di tutti ed essendo che una funivia ne raggiunge facilmente le pendici ormai, ai giorni nostri ci salgono milioni di turisti ogni anno dunque il monte Bianco purtroppo non è più un posto dove fare esplorazione perché, sebbene sia un massiccio grandissimo c’è sempre tantissima gente. Io ci sono stato col mio amico Giovanni che in questo modo concludeva la sua esplorazione dei Quattromila delle alpi con cinque creste appunto situate sulla vetta principale del monte Bianco. Sulla cima del monte Bianco, abbiamo scoperto, non solo c’è molta gente, ma è tutta gente che lascia “ricordini” come quelli dei cani per le strade delle città, ma per accamparci siamo comunque riusciti, fortunatamente, a trovare un punto tutto con la neve bianca. Sulla cima dove saremmo dovuti salire ad un certo punto c’era un elicottero che portava via da quella stessa cima un gruppo di alpinisti come fossero delle salsicce. Il mattino dopo ci avviamo per la Cresta del Diavolo per raggiungere le famose cinque creste rocciose caratterizzate da un granito rosso, ruvido, generalmente solido, dove si alternano appunto passi di roccia a selle di neve e ghiaccio. All’inizio siamo soli, ma poi siamo raggiunti da carovane di gente; lì infatti le guide vengono pagate profumatamente per portare clienti e dunque la montagna diventa luogo di buisness, anche d’avventura ma regolata, dove tutti vanno negli stessi punti a fare le foto ricordo di fretta perché sono molti i gruppi che salgono. Una volta che noi raggiungiamo la cresta da scendere poi a corda doppia si sale si riscende un po’ di volte fino ad arrivare al punto dove avevamo visto l’elicottero che portava via come dei salsicciotti gli alpinisti. Arrivati li si scopre che è una calata nel vuoto da cui non ci si riesce più a liberare se non arriva appunto l’elicottero. Quando siamo arrivati c’era un gruppo di tedeschi che si stavano calando. L’ultima cresta rischiava di non essere conquistata per via della presenza di un ricordino particolarmente sovradimensionato che però non ha scoraggiato il mio amico dal compiere la sua impresa, la parte più coraggiosa di tutta la traversata. Dopo il monte Bianco non poteva mancare il Cervino, forse la montagna più bella delle alpi cui sono legate molte storie di alpinisti che l’hanno scalata, storie a volte tragiche; quella però cui la montagna è associata nell’immaginario collettivo è l’impresa di Walter Bonatti, la scalata della parete nord, un’impresa voluta per ricordare un gruppo di alpinisti che, cento anni prima, proprio su quella parete sono morti mentre erano di rientro dalla conquista della vetta: erano legati insieme in una cordata, è bastato che uno scivolasse per far precipitare tutti, tranne tre alpinisti che si sono salvati perché la corda (che a metà Ottocento era di canapa) si è rotta così loro non sono stati trascinati. Anche un altro monte, lo Iunfrao è associato ad imprese alpinistiche tragiche, ma è famoso soprattutto per l’imponente ghiacciaio dell’Aresh il più grande ghiacciaio delle alpi che è solo uno dei ghiacciai che occupano i vari versanti di questa montagna. I dati di questo grande ghiacciaio sono impressionanti: grande come 12 mila campi da calcio, 900 m di spessore nel punto più spesso e se pensassimo di mantenere l’attuale popolazione mondiale sciogliendone le acque ponendo che ogni abitante del mondo beva un litro di acqua al giorno, con l’acqua di questo ghiacciaio l’umanità potrebbe sopravvivere sei anni. è impressionante soprattutto se si considera il progressivo assottigliamento dei nostri ghiacciai che ormai non basterebbero al fabbisogno di una famiglia media per una settimana. Per quanto riguarda le montagna Valtellinesi nel libro c’è il pizzo Badile cui è associato il gallo Cedrone. Poi abbiamo il pizzo Bernina che è l’ultimo Quattromila delle Alpi a est delle stesse con una vasta distesa di neve mista a ghiaccio, la più vasta di tutto l’arco alpino. C’è poi la cima che porta alle Dolomiti con le loro rocce chiare i cui effetti cromatici si possono apprezzare in particolar modo all’alba e al tramonto. Sulle Dolomiti soggiorna spesso il nostro fotografo di punta, un ragazzo che ha realizzato la maggior parte degli scatti li ha fatti tra i diciannove e i vent’anni, un grande appassionato con una tecnica eccezionale, è riuscito, con mesi di appostamenti in tenda o in capanno, ad immortalare gli animali più difficili, uno di quei fotografi che cercano di  acquisire confidenza con gli animali da fotografare cercando di scomparire nell’ambiente, di mimetizzarsi al punto tale che gli animali giungono a considerarli come parte dell’ambiente, come se fossero rocce o alberi e poi usando varie tecniche ingegnose. In questo modo ha fotografato i cuculi, che depongono le uova nei nidi di altre specie che diventano genitori adottivi a tempo pieno, anche perché, una volta che il cuculo esce dall’uovo, butta fuori dal nido le uova e gli eventuali altri piccoli che vi trova al suo interno; ha fotografato anche il martin pescatore un bellissimo uccello dal piumaggio azzurro e arancione un po’ cangiante, difficile non solo da fotografare, ma anche da avvistare perché è molto veloce. Per scovarlo bisogna seguirne un esemplare per un po’ e conoscere le sue abitudini. Si tratta infatti di un uccello abitudinario che caccia sempre nello stesso posto e si mette sullo stesso rametto a mangiare il pesce che ha catturato, perché è di pesce che si nutre. Il nostro fotografo, Jacopo, ha passato mesi a fare amicizia col martin pescatore fino appunto, come dicevamo prima, ad apparire come un elemento del paesaggio, nascosto nel suo capanno, mentre studiava le tecniche migliori per catturare i momenti significativi. Ha montato la macchina fotografica su una slittina galleggiante, ha costruito gabbie di vetro da mettere sottacqua collegata ad un cavo di scatto remoto lungo otto metri. Naturalmente i fotografi (e non solo quelli di natura) devono fare tantissimi scatti per ottenerne uno solo che è quello giusto, perfetto, che si trova nel mucchio e neanche sempre c’è (conosco addirittura un fotografo che si occupa di altri generi, ma che dice sempre che se una persona che vuol fare questo mestiere riesce a realizzare nell’arco di tutta la vita cento scatti ottimi è un bravo fotografo, questo per dire che bisogna puntare sulla qualità e non sulla quantità, pochi ma buoni insomma ndr). Dallo scatto perfetto però si può notare la particolarità di questo animale, una membrana che gli copre gli occhi rendendoli impermeabili e permettendogli dunque di immergersi. Nel libro c’è tutta la foto sequenza (mostrata anche nella presentazione proiettata ndr), immersione, cattura del pesce, consumazione del pasto. In generale tutte le foto di animali che si trovano nel libro sono opera di Jacopo e sono di una qualità eccezionale. Bisogna tenere conto che Jacopo, che lo ricordiamo è un ragazzo di poco più di vent’anni, pubblica per TIME, NATIONAL GEOGRAPHIC è uno dei più bravi fotografi d’Italia. Restando sulle Dolomiti parliamo della cima della Marmolada, che ci fa conoscere un altro ragazzo prodigio. Un ragazzo che a ventitré anni è salito per una via molto difficile sulla montagna con pochi attrezzi senza dire nulla a nessuno, una via molto rocciosa di 1200 m di dislivello. Altri alpinisti lo hanno visto salire quasi allo sbaraglio da solo, nel libro c’è pure una parte di un’intervista che questo ragazzo ha rilasciato in seguito in cui dichiara che la via non è difficile ci sono solo un paio di strapiombi che richiedono attenzione e accorgimenti particolari. Uno strapiombo che si apre su 600 m di vuoto che va saltato avendo dall’altra parte un appiglio largo un dito. Comunque questo ragazzo è ancora vivo e sta continuando a fare questo tipo di scalate con una tecnica davvero sopraffina. È un ragazzo straniero dal nome impronunciabile che a vederlo sembra il classico secchione della classe timido e occhialuto per nulla portato all’attività fisica ed è invece tra i cinque più forti rocciatori al mondo con un forte autocontrollo. Nel libro si incontrano anche le tre cime di Lavaredo (una splendida foto con la via Lattea sullo sfondo), poi le montagne su cui Messner ha mosso i primi passi e poi arriviamo alla montagna più orientale dell’arco alpino che sorge vicino a Caporetto, località divenuta tristemente famosa durante la Grande Guerra, una piana dritta di pascolo senza capannoni. La cosa che mi è piaciuta di più di questa terra quando l’ho visitata sono i fiumi che escono di colpo dalla montagna con un’acqua talmente trasparente che la si nota solo sentendo il bagnato sui piedi. Il Trigla, la montagna più orientale dell’arco alpino è anche la montagna nazionale della Slovenia caratterizzato da un fenomeno ottico spettacolare chiamato fantasma di Broken che io sono riuscito a vedere appena ci sono andato. Per vederlo bisogna avere il sole basso alle spalle e la nebbia di fronte. Si tratta di una sorta di arcobaleno circolare con l’immagine di chi sta osservando come stampata in mezzo. Alzando le braccia, nel riflesso di questa immagine compaiono lunghissime. La particolarità è che ognuno vede solo il suo fantasma di Broken. Se voi state osservando il vostro fantasma di Broken e c’è in quel momento una persona accanto a voi, il vostro non lo vede, è tutta una questione di posizione e di gradi, basta essere sfasati di pochissimo per non vederlo più. Io ho scoperto questo fenomeno su un libro di fine Ottocento che racconta di una spedizione in val di Togno di Bruno Galli Valerio con altre persone tra cui tre cacciatori che raggiunse il passo del Forame; arrivati in cima, fucile alla mano per via degli orsi, raccontano di vedere tre fantasmi cui puntano il fucile, ma che a loro volta puntavano il fucile verso la spedizione. Da quando l’ho letto l’ho visto 10 volte perché a quel punto sapevo dove guardare, è facile ovunque ci sia nebbia bassa. Per chi è appassionato di fotografia, una piccola curiosità: il fantasma di Broken è difficile da fotografare e lo è per un motivo preciso ed è che, essendo un’illusione ottica non ha una posizione precisa nello spazio una profondità e dunque la macchina fotografica non può determinare la profondità di campo, regolare la messa a fuoco. Dunque le foto non rendono mai davvero la reale bellezza di questo insolito fenomeno.

Il momento dell’acquisto dei saluti e degli autografi

A questo punto Beno ha concluso, il suo ricco racconto dando alcune informazioni di servizio. Il libro presenta tre copertine diverse più una quarta in edizione limitata, una per ogni zona delle alpi. Per chi fosse stato in ritardo coi regali di Natale era possibile acquistare tre copie a 50 euro dunque un prezzo inferiore di quello di ogni copia singola che era 20 euro.

Dopo la presentazione di Beno, l’assessore Lucica Bianchi ha voluto condividere i pensieri personali suggeritigli dall’ascoltare gli avventurosi racconti delle gite in montagna, ha voluto in particolar modo mettere l’accento sul senso di libertà che le montagne sanno trasmettere, sottolineando che lei non ci va come alpinista.

In sala tra il pubblico erano presenti anche gli amici di Beno coprotagonisti delle sue avventure che sono stati dunque omaggiati (grande assente lo sciatore spericolato) e poi è venuto il tempo del dialogo, delle domande, dei libri da comprare con le dediche che Beno si è offerto gentilmente di fare.

La fidanzata di Beno vendeva i libri e ha portato alcune copie della rivista MONTAGNE DIVERTENTI così mi è venuto di chiedere qualche delucidazione sull’iter che ci vuole per fondare e portare avanti una rivista. Un grosso impegno. Bisogna andare in tribunale, fare la registrazione, avere un pubblicista che faccia da direttore responsabile, avere soldi da investire per la stampa, avere un locale dove stampare che non per forza deve essere una tipografia vera e propria purchè sia registrata legalmente come sede, bisogna avere dei bravi collaboratori che abbiano voglia di lavorare, che consegnino i pezzi in tempo, compatibilmente con i tempi della stampa. C’è stato un periodo nella storia in cui si fondavano riviste a gogò. Oggi si aprono blog e siti, ma anche in questo caso c’è tutto un iter dietro. Per quanto riguarda le avventure di Beno mi restava un’ultima curiosità mentre mi firmava la mia copia del libro. Sarà stato nella zona dove fu ritrovata la mummia del Similaun? Risposta. No. Magari una prossima gita. E chissà, una prossima serata.

Antonella Alemanni

L’EVENTO DI PACE

TALAMONA 12 dicembre 2012 incontro con poeti locali

 

LETTURE COLLETTIVE POESIE E CANZONI

poetianatale

Dicono i poeti che solo la poesia ispira la poesia. Credo che la poesia sia nata prima della scrittura, infatti le prime forme di poesia erano orali come gli antichissimi canti di pace, di amore, di armonia. Poi, via via che la poesia si evolve, si libera da schemi obbligati per poi diventare pura forma di espressione che si fonda sulle dimensioni musicali del linguaggio, sui ritmi, gli accenti, le sonorità per trasmettere contenuti ed evocare suggestioni ed emozioni. Il linguaggio poetico, sia nelle sue forme codificate da secoli sia in quelle più libere, è in grado di cogliere e di dare voce a esigenze profonde dell’uomo, mescolando in modo indissolubile scrittura, senso del ritmo, musicalità della parola, rivelazione di particolari significati. Proprio questi particolari significati andremo a scoprire questa sera insieme a un gruppo di poeti che tutti conosciamo perché sono nostri compaesani, un gruppo di poeti che magistralmente ci condurranno nel percorso di scoperta del messaggio di pace e di armonia che i versi da loro composti e recitati racchiudono. Sono solita dire che la poesia è la sorella della musica, che la poesia fa rima con la musica e dunque avremo anche il piacere di sentire cantare e suonare colui che viene chiamato il menestrello sondriese, Angelo Coppelli, che a molti sarà capitato di incontrare passeggiando per le vie del centro di Sondrio. Uomini come lui si incontrano nelle più rappresentative piazze del Mondo oppure nelle antiche strade della città. Uomini come lui si incontrano, si sentono suonare, cantare, portare, per quanto sia possibile, l’armonia e la gioia di vivere nelle nostre anime, nelle nostre case.

Così Lucica Bianchi, Assessore alla Cultura di Talamona, nel suo discorso introduttivo prima di lasciare spazio proprio ad Angelo Coppelli che ha avuto l’onore di aprire la serata offrendo agli astanti un primo assaggio della sua arte. Un brano suonato col flauto di Pan, quello fatto con canne in ordine di lunghezza, un brano suonato mentre sullo schermo alle spalle scorrevano immagini di pace, armonia, gioia e serenità. Le sue esibizioni (anche cantate di brani molto famosi come BLOWIN’IN THE WIND di Bob Dylan della quale Coppelli ha proposto anche un adattamento in italiano) hanno continuato ad intervallare, nel corso di tutta la serata, le letture dei poeti, che proponevano almeno due brani ciascuno, principalmente, inni alla pace e alla concordia anche in riferimento agli spiacevoli fatti che sono avvenuti nel Mondo come il dramma dei disperati che annegano in mare, l’attacco terroristico a Parigi.

Ad aprire poi la serata tra il gruppo di poeti è stata Anna Barolo con i brani IL CANTO DEGLI ANGELI e A DUE VOCI. Poi Teresa Cattaneo con IL ROSETO e FINESTRA ILLUMINATA.

Ogni due poeti che leggevano interveniva Angelo Coppelli. Purtroppo non ha potuto far ascoltare tutti i brani che aveva in programma perché due si sono persi chissà come. Il bello della diretta.

È venuto poi il turno del poeta dialettale talamonese per antonomasia Cesare Ciaponi che attraverso la sua arte racconta storie del passato, la vita e le memorie di un tempo, facendo anche a volte delle riflessioni e dei paragoni con il presente. Questa sera si parla di Natale e di pace. La prima poesia letta da Cesare Ciaponi, UL NATAL DA PININ (IL NATALE DA BAMBINI) la seconda in italiano si intitolava LA BELLEZZA “più che poesia qualcuno la chiama prosa poetica”. Confermo pienamente. Prosa poetica più filosofica che narrativa. La letteratura ha molte sfaccettature.

Dopo Cesare Ciaponi è stata Paola Mara De Maestri a proporre due chicche della sua arte intitolate IL PANE DEL SORRISO e RICORDO I NATALI.

Angelo Coppelli ha dato un contributo prezioso anche offrendo la sua musica come sottofondo musicale durante le letture dei poeti, strimpellando con la sua chitarra. Dopo queste ultime due letture ha proposto una canzone conosciuta più nei paesi di lingua anglofona che parla di un tamburino che si reca in visita ad un presepe portando un piccolo dono.

È stato poi il turno di Giusy Gosparini la quale aveva già fatto la scorsa primavera una piccola presentazione di una sua raccolta poetica nel negozio CATIA CREZIONI 2000 di una ex dipendente. Giusy Gosparini ha infatti esercitato per gran parte della sua vita il mestiere di parrucchiera, scoprendo la poesia (una vocazione che in realtà, come lei stessa raccontava, l’ha accompagnata per tutta la vita, ma che non aveva trovato un vero e proprio sbocco) in seguito ad un incidente accorso alle sue mani che l’ha costretta a chiudere la sua attività. Lei stessa nel raccontare questa vicissitudine personale disse “il Signore mi ha permesso di trovare una nuova strada”. Nel raccontare la sua poesia Giusy Gosparini dichiarò di “non utilizzare termini troppo ricercati, ma di basarsi molto sui sentimenti e sull’osservazione della natura”. Questa sera Giusy Gosparini ha proposto tre poesie intitolate SUSSURRA IL VENTO che riprende tematiche di attualità come appunto le morti del mare per la disperazione e gli orrori giustificati in nome della religione e A NATALE TUTTI BUONI, un sogno. Per finire IL BIMBO NON SA.

Anche Angelo coppelli ha questo punto non ha ne cantato ne suonato, ma letto una lirica intitolata CREARE PACE “perché la pace dobbiamo crearla noi, nessuno ce la offre” .

A seguire un’altra poetessa di nome Giuseppina ha letto  IL MIO NATALE e LETTERA DI UNA MADRE dedicata ovviamente alle sue figlie.

Angelo Coppelli per rimpiazzare i due brani che non è riuscito a trovare ha proposto un canto di pace dedicato a tutti i ragazzi e le ragazze del Mondo che se si dessero la mano potrebbero fare un girotondo intorno al Mondo. in chiusura di serata è stato riproposto questo brano e tutti hanno fatto un girotondo intorno alla stanza. Intanto però un momento teatrale, una scenetta che ha visto per protagonisti Angelo Coppelli e Giusy Gosparini. La prima di due scenette.

Il ciclo delle letture poetiche è poi proseguito con Paolo Mandelli che ha proposto i brani IMMAGINI DI SOGNO e IL SOLE DI DICEMBRE. A seguire Patrizia Biglioli con LA PACE e NATALE NON PER TUTTI.

E ora Angelo Coppelli con BLOWIN IN THE WIND scritta nel 1964 su un tovagliolo in un pub di Greenweech Village quando il suo autore Bob Dylan era ancora uno dei tanti cantanti underground emergenti. Meno male che qualcuno ce la fa. Dovremmo riflettere un po’ tutti su quello che ci perdiamo impedendo ai talenti di emergere e di esprimersi. I sogni uccisi e soffocati sono un danno che si ritorce contro l’umanità intera.

Non è mancato chi ha voluto dedicare un pensiero alla maestra Ines Busnarda Luzzi una persona che ha trasmesso cultura e senso civico. Il brano si intitola BLU CARTA DA ZUCCHERO.

Dopo la seconda piccola recita del duo Coppelli-Gosparini ecco un fuori programma di paolo Mandelli che ha voluto recitare una poesia inizialmente non prevista, dedicata al fratello e ai fratelli in generale. “si diventa fratelli quando si condivide qualcosa non esiste solo la fratellanza di sangue”. La poesia recava titolo NASCEMMO FRATELLI.

Siamo arrivati al gran finale dopo il quale l’Assessore Lucica Bianchi ha voluto dire ancora qualche parola.

Vorrei dare un corollario a questa bellissima serata riprendendo una strofa di una poesia letta in un opuscolo regalo di Angelo Coppelli, un testo che esprime benissimo i ringraziamenti che avrei voluto fare. Con queste parole di pace, amore, armonia ringrazio i poeti che sono intervenuti stasera che sono nostri, un nostro patrimonio locale. Non resta altro che augurare che la pace e l’armonia accompagnino tutti in ogni momento della vita perché non potrebbe esserci niente di più meraviglioso di queste tre semplici parole.

Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Antonella Alemanni