VERDI – “UN GIORNO DI REGNO”, “NABUCCO”,” LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA “

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Foto: Teatro Scala di Milano, “Un giorno di regno” di Giuseppe Verdi

Verdi è alla Scala di Milano nei primi anni Quaranta. La sua seconda opera, “Un giorno di regno“, concepita come melodramma con un tono giocoso, è un insuccesso totale e verrà cancellata dal cartellone la sera stessa della sua esecuzione. Verdi non è nello spirito d’una opera leggera: ha appena perso la moglie, Margherita Barezzi e i due figli. Poco dopo inizia a frequentare la giovane diva nascente Giuseppina Strepponi, che diventerà la sua seconda moglie. Sarà lei a cantare nel “Nabucco”, che dal 1842 segna il trionfo del giovane compositore, con 64 repliche in un anno. L’atmosfera melanconica e drammatica dei canti e la loro facile identificazione con la pulsione d’emancipazione italiana, trasformano l’opera in un mito immediato.

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   Foto:  Teatro Scala di Milano,  “Nabucco” di Giuseppe Verdi

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Foto: Teatro Scala di Milano, “Nabucco” di Giuseppe Verdi

Le tematiche teatrali diventano da quel momento sempre duplici, vicine nei significati e lontane nei collocamenti geografici, per passare così il vaglio della censura imperiale. Dalla Mesopotamia del “Nabucco “si passa l’anno successivo all’esotismo di Antiochia, dove s’incrociano passioni personali e collettive, di fede e di popolo nell’opera “ Lombardi alla Prima Crociata.” Questa è la quarta opera di Verdi, andata in scena al Teatro Scala l’11 febbraio 1843. Una nuova versione, in francese, intitolata “Jérusaleme” andrà in scena nel 1847.

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Foto: Teatro Scala di Milano “Lombardi alla Prima Crociata” di Giuseppe Verdi

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Locandina dell’opera “Lombardi alla Prima Crociata” di Giuseppe Verdi

UNO SGUARDO AL PASSATO – I TALAMONESI (quarta puntata)

Il nostro viaggio ci porta in mezzo alla gente di Talamona: come si tirava a campare nei secoli passati?

Per centinaia d’anni si è continuato a vivere perpetrando gli stessi ritmi e gli stessi lavori legati alla terra, l’allevamento bovino e la vita d’alpeggio in particolare.

A quei tempi, però, bisognava arrangiarsi e saper fare di tutto; così si diffuse la gelsibachicoltura, una parola per dire “allevamento dei cavaler e diffusione della pianta di murun“(1), attività tradizionale avviata grazie alla precedente usanza di coltivare, filare e tessere la canapa (XVIII).

Ogni angolo libero di territorio si riempì di gelsi perché i nostri avi dicevano che l’ombra del gelso era ombra d’oro: era sicura fonte di guadagno, per contadini e imprenditori.

Le foglie di questa pianta erano l’unico cibo per il baco da seta, animaletto allevato in ogni casa che, quando diventava bosul(2) veniva portato nelle filande dove iniziava la lavorazione del suo prezioso filo.

A partire da metà Ottocento qui da noi, a Morbegno e Sondrio vennero costruite le prime filande moderne, precisamente: nel 1861 la filanda Valenti; a inizio ‘900 le filande in Coseggio e presso le Orsoline. Vi lavoravano soprattutto le bambine e funzionarono fino agli anni ’30 del secolo scorso. Da ultimo, la vendita della seta grezza sul mercato comasco aiutò la raccolta fondi per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale.

Altre piante, nei secoli, fecero la differenza…tra lo stomaco vuoto e qualcosa nel piatto.  Il castagno prima di tutto, basta vedere lo stemma comunale.

Non è mancato l’olivo piantato presso le gere del Tartano, Nibabia, Fossato Grande, Serterio, Malasca, Prato dell’Acqua e Ranciga; l’olio non finiva sulle tavole di chi lo produceva, ma serviva per alimentare la lampada del Santissimo. Col tempo le piantagioni scomparirono gradatamente a causa delle alluvioni.

E qui veniamo ad un tasto dolente: i disastri che modificarono il mio territorio; a turno o contemporaneamente, esondavano i fiumi e i torrenti – gli stessi che avevano fornito la mia formazione. Le alluvioni furono frequenti, spesso accompagnate da pestilenze e carestie, danni alle coltivazioni e all’allevamento. Le notizie più antiche in proposito risalgono al 1450 e proseguono fino ad oggi.(3)

Una chicca: pare che a metà del secolo scorso, il reverendo don Vincenzo abbia benedetto la Tremenda – una delle campane della chiesa di San Giorgio – conferendole il potere di allontanare le tempeste. Quindi quando vedete avvicinarsi i nuvoloni, correte a suonarla: cielo limpido garantito!

Altro momento di crisi: nel 1815 fanno le valige i Grigioni e la Valtellina entra a far parte dell’Impero austriaco con la parola d’ordine “modernizzazione”. E in effetti la Valle viene spinta verso una nuova gestione del territorio, ma a pagare sono i Comuni costretti a vendere i beni demaniali e a ricorrere alla vendita del legname per pagare le tasse e i progetti delle strade Stelvio – Spluga. Per quanto mi riguarda, sono andati persi ettari dei miei boschi, quindi niente combustibile per i talamonesi e rischio altissimo di alluvioni.

Inoltre, dal 1816 è un continuo susseguirsi di cattive annate; risultato: raccolti scarsi e cinghia tirata per la maggior parte della gente alla quale, come al solito, non restava che voltarsi a qualche santo del Paradiso. Ecco perché ancora oggi potete ammirare un numero elevato di dipinti sacri per le vie.

Oppure, in alternativa, bisognava emigrare… e gente di Talamona in giro per il mondo ce n’è stata e ce n’è parecchia, tutti però partivano con il pallino di ritornare e di comprarsi almeno “una crosta al sole”.(4)

Con l’unificazione d’Italia la musica cambia, soprattutto perché c’è gente che si rimbocca le maniche e sa che per migliorare le cose bisogna partecipare. Così, posso vantarmi di avere tra le fila dei miei abitanti altre due figure di spicco. Due giovanotti, che negli anni ’40 dell’Ottocento sono vicini di casa e diventano amici per la pelle: Giovanni e Clemente, il Gavazzeni e il Valenti. Il pittore e l’ingegnere.

Tutti e due – da bravi studentelli scappati da scuola all’insaputa dei genitori – parteciparono alle Guerre d’Indipendenza, Gavazzeni nel 1859 e Valenti nel 1866.

Il pittore Giovanni Gavazzeni

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Tutti e due si diedero da fare; il primo si distinse come ritrattista, pittore sacro e difensore della  buona arte, e non disdegnò di affrescare baite e gisoi anche a persone che per compenso potevano offrirgli solo un piatto di polenta.

Al secondo si deve la mia ripresa economica e sociale: l’istituzione di asilo e scuole serali, biblioteca ambulante, banda, casa di risparmio e latteria…tutto ha preso vita grazie al suo intervento. E per quanto riguarda la latteria Valenti – ai tempi si chiamava Latteria Sociale Talamona – merita di essere ricordato che è stata la prima in Valtellina, è stata la sede della seconda scuola superiore di caseificio a livello nazionale. I suoi prodotti sono finiti sulle tavole di tutta l’Italia, in Francia, in Egitto e ai concorsi caseari a cui ha partecipato si è sempre piazzata ai primi posti.

Correndo, correndo, siamo arrivati alla fine del XIX secolo. Sul mio territorio risultano presenti importanti istituzioni come: cassa rurale, cooperativa agricola e società operaia, Monte di Pietà e forme varie di assistenza sociale. Non manca nemmeno una sezione sportiva: Aquila. Il merito? Ovviamente è dello spirito talamonese. Magari un po’ rustico e pratico ma d’effetto. Un esempio: l’inaugurazione del palazzo scolastico nel 1908, giornata memorabile per la scazzottata con quelli di Morbegno (acerrimi nemici) che avevano la pretesa di decidere i brani che la banda doveva eseguire durante i festeggiamenti pomeridiani.

E poi? Poi ci sarebbe la mia storia recente, quella del XX sec., quella delle guerre e del boom dell’area industriale, quella che per l’ennesima volta mi ha fatto cambiare volto. Ma io mi fermo qui. Raccontatemela voi! Frugate nei cassetti e nella vostra memoria, così ritroveremo le pagine di quegli avvenimenti che non hanno ancora trovato posto sui libri…soltanto perché non sono stati ancora scritti!

A presto, Talamona

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(1) Bacchi da seta e gelsi

(2) Bozzolo

(3) Nel XVII sec. La popolazione si era addirittura dimezzata e i superstiti dovettero supplicare il vescovo di Como affinché aiutasse a far fronte ai debiti. Un’altra alluvione particolarmente disastrosa fu quella del 1911 che spazzò la chiesa di San Bernardo nei pressi del Tartano.

(4) Dalle nostre interviste il motivo principale che spingeva i Talamonesi ad emigrare era la ricerca di un lavoro per mantenere la famiglia. I periodi in cui si emigrava di più sono gli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale e quelli che seguono la Seconda. Le mete raggiunte erano soprattutto le Americhe ( Argentina in testa e Stati Uniti). Seguivano la Svizzera, Francia e Africa. All’inizio partivano solo gli uomini, poi le donne. Alcuni ritornavano dopo 5 o 6 anni senza essere riusciti a guadagnare molto. Le occupazioni principali svolte dai Talamonesi erano: boscaiolo, muratore, falegname, capo mandria, coltivatore, costruttore di pali della luce.

Puntata realizzata e curata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Secondaria, primo grado

LO SPIRITO CREATIVO – I PRIMI ARTISTI

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Non sapremo probabilmente mai quando gli uomini cominciarono per la prima volta a cantare e a danzare o a raccontare e a rappresentare avvenimenti che li avevano commossi; i primi uomini che lo fecero, infatti, morirono molto prima che iniziasse la storia scritta. Sappiamo tuttavia per certo che gli uomini cantavano e danzavano già almeno 15.000 anni fa: lo sappiamo perché pitture rupestri all’incirca di quel periodo raffigurano uomini che danzano e cantano.

Quando gli uomini cominciarono a dipingere e a incidere la pietra per rappresentare animali e uomini, lo scopo principale fu quasi certamente quello di fare della magia: essi credevano infatti, o almeno così riteniamo, che gli oggetti che creavano contenessero poteri occulti in grado di dominare gli eventi naturali. Secondo questa credenza, perciò, un cacciatore che disegnava, per esempio, un cervo otteneva una specie di potere su un cervo vero.

Attorno a questi primi dipinti, disegni e graffiti si svilupparono probabilmente serie fisse di parole e di gesti che venivano ripetute in determinate occasioni, dando inizio così al rituale. Insieme, magia e rituale diedero all’uomo il primo impulso a quell’estremo perfezionamento dell’uso della voce, del corpo e della mano che chiamiamo “arte”. Gli uomini preistorici non avevano probabilmente una parola equivalente ad “arte”, ma graffiti e disegni erano semplicemente gli elementi principali della loro magia, sebbene qualcuno fra questi uomini dovesse già ricavare un piacere artistico da ciò che stava facendo. Verosimilmente, nelle primissime forme di questa arte-magia (forse addirittura 90.000 anni fa) c’era il tentativo di imprigionare per sempre delle ombre disegnando i loro profili sulla roccia.

Alcuni esperti ritengono che questi primi tentativi meccanici di disegno possano essere stati garanzie magiche che qualcosa della personalità del loro autore sarebbe sopravvissuta, un impulso che ancora si manifesta nel desiderio dell’uomo moderno di farsi immortalare nel ritratto fotografico o pittorico. In ogni modo, anche se non comprendiamo appieno i motivi che ispirarono quanto l’uomo primitivo ci ha lasciato, possiamo ricavarne piacere e interesse, e anche trarre qualche congettura sul perché della loro creazione.

Alcuni fra gli esempi più suggestivi ed emozionanti dell’arte dell’Età della Pietra si trovano nelle grotte della Francia meridionale e della Spagna settentrionale, nelle cui profondità mai raggiunte dalla luce del giorno, considerate luoghi magici o sacri, gli uomini dipinsero e scolpirono, alla luce vacillante delle torce e penetrati da sacro timore, le raffigurazioni fedeli di bisonti, di cervi e di altri animali. Le bestie devono essere state dipinte per garantire il successo alla caccia, ma accanto a tali raffigurazioni appaiono segni e simboli misteriosi con significato, forse almeno in parte, di mezzi magici intesi ad assicurare alla tribù la nascita di bambini in numero sufficiente a permetterle di sopravvivere. Le pitture scoperte nella grotta dei Trois-Frères nel sud della Francia sembrano dimostrare che i rituali venivano eseguiti contemporaneamente alle pitture: ci sono raffigurazioni di uomini vestiti di pelli e con maschere di animali sul volto che sembrano danzare, cantare, e suonare una specie di strumento musicale; ciò suggerisce l’idea che i nostri antenati possedessero una cultura complessa e molte delle capacità che si svilupparono più tardi in arti distinte.

Il cosiddetto “stregone” dei Trois-Frères, che indossa pelli di animali e porta corna di cervo maschio, presiede a tutte queste pitture di animali e di ballerini. Probabilmente, qualcuno come lui dirigeva le cerimonie con cui si iniziavano i ragazzi della tribù alla caccia o con cui si cercava di garantire che il cibo e la continuità della razza sarebbero stati salvaguardati. Riti simili ottennero sicuramente un certo successo rendendo gli uomini più fiduciosi, più arditi e più audaci di quanto sarebbero stati altrimenti.

Lucica Bianchi

LE NUOVE TECNOLOGIE DELLA COMUNICAZIONE

 

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Ogni riflessione sulle nuove tecnologie della comunicazione non può prescindere da come il recettore delle comunicazioni, l’uomo, reagisce e si adatta alla rivoluzione digitale. Le tecnologie sono infatti indissociabili dal cammino dell’uomo verso la conoscenza e l’affrancamento delle forze della natura. Il potenziamento delle capacità umane può però, portarsi dietro, aspetti fortemente problematici. Oltre ai benefici immediati – maggiore velocità e capacità di calcolo, possibilità di accedere a enormi quantità di informazioni- possono subentrare effetti che, alla lunga, rischiano di vanificare i benefici conseguiti. Non è infrequente che l’espansione di una funzionalità possa tradursi nella sostanziale atrofizzazione di un’altra; questo fenomeno è molto frequente quando a essere coinvolti sono i nostri sensi: un utilizzo eccessivo della vista, per esempio, toglie rilevanza all’udito, che quindi, progressivamente, tende a diventare meno sensibile.

In passato, se l’uomo non era in grado di usare una specifica tecnologia, si limitava a non utilizzarla, o la faceva usare a chi ne era esperto. Oggi, con le tecnologie digitali, questo non è più possibile. E questo per la loro percepita “necessarietà”. Internet è considerato addirittura un autentico diritto e il cosiddetto “digital divide”- la separazione fra chi accede a Internet e chi no- viene ritenuto una nuova forma di esclusione che vuole essere combattuta a tutti i costi, con attenzioni e investimenti superiori a quelle rivolte verso tragiche malattie che inginocchiano alcune zone della Terra. L’uomo non può quindi chiamarsi fuori dalle tecnologie digitali e dal loro impatto sulla vita, anche se nel frattempo queste tecnologie continuano a progredire e a complicarsi, mentre l’uomo contemporaneo legge e studia meno. Questo dislivello tra l’uomo e la tecnologia da lui creata sta facendo nascere una vera e propria patologia dell’anima, intesa come mancata armonizzazione e sincronizzazione tra il mondo umano e quello tecnico.

Nella nostra cultura dimenticare ha una valenza prevalentemente negativa. Colui che dimentica è distratto, poco attento alle cose, forse addirittura malato.  Montaigne , per esempio si lamentava della debolezza della propria memoria, una facoltà che Platone aveva considerato addirittura divina. Egli considera questa debolezza scandalosa, tanto che a volte lo faceva sentire una sciocco. La mancanza di memoria serve però a Montaigne a far perdere le tracce e le fonti delle cose che impara: egli le fa sue, e dimentica dove e da chi le ha prese. E’ proprio questa mancanza di memoria, questo smarrimento delle origini del proprio sapere che rende originale il suo lavoro. Se non si dimenticano concetti obsoleti, non c’è spazio per le nuove idee.

L’economista Joseph Schumpeter introduce il concetto di “distruzione creatrice”. Per indicare che cosa? La necessità di cancellare attività non più remunerative per liberare risorse da allocare su progetti innovativi. Se noi non scordassimo positivamente e attivamente alcune esperienze, o perlomeno se non fossimo in grado di contrastare precedenti ricordi, non potremmo apprendere qualcosa di nuovo, correggere i nostri errori, innovare vecchi sistemi.

 

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Per fare buon uso della memoria è necessario sia saper ricordare sia, soprattutto, saper dimenticare. E’ importante tanto saper accumulare informazioni nella mente quanto saper alleggerire quest’ultima dal suo fardello, ogni qualvolta rischiasse di diventare eccessivo. Possiamo parlare quindi, di una vera e propria auspicabilità dell’obliò, soprattutto nella società attuale, dove il bombardamento informativo ha superato i livelli di guardia.

Lucica Bianchi

Bibliografia

Roger Chartier, Inscrivere e cancellare. Cultura scritta e letteratura dall’XI all XVIII secolo, Roma-Bari, Laterza 2006

Pierre Levy, Il virtuale, Milano, Cortina, 1997

LA REGGENZA E LO STILE LUIGI XV

Luigi XIV morì la mattina del 1 settembre 1715. Il giorno seguente il duca Filippo d’Orleans reclamò la reggenza per diritto di nascita, e i magistrati gliela accordarono per la durata del periodo di minore età del piccolo Luigi XV. Il duca non aveva in simpatia Versailles, ove aveva subito tanti soprusi, e quindi il 9 settembre partì, assieme al futuro re, alla volta della capitale. Versailles subì un grave contraccolpo, poiché la corte, in assenza del re, presto l’abbandonò. La tradizione instaurata da Luigi XIV si interrompeva, un’epoca finiva, e subentrò un clima di rinnovata spensieratezza, verificabile anche nei cambiamenti di gusti e costumi. Dai frequenti contatti con l’Oriente nasce la preferenza per i colori caldi, più chiari e per le sete dell’Estremo Oriente. Era finito ormai anche il tempo del rigido abito della corte francese!
L’epoca di Luigi XV, fu, per la moda, un momento particolarmente felice, l’attenzione e la cura per l’aspetto dei propri vestiti si estese anche ad altri strati sociali della popolazione.
Artisti come Watteau e Chardin ebbero un’influenza considerevole sui gusti: la grazia, la distinzione e la nobiltà furono le qualità che caratterizzarono l’estetica del periodo della reggenza. Il nome di Wateau è praticamente inscindibile dall’abbigliamento, in questi anni di passaggio da un Luigi ad un’altro. Lui influenzò la moda, aprendo la via al stile che diventerà la firma di Luigi XV; egli seppe rinnovare il costume riunendo e interpretando l’eleganza dei due grandi centri del gusto europeo d’allora, l’Italia e Francia. A lui si devono due delle fogge di questo periodo: la robe volante, e la robe a plis Watteau.
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la robe volante

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la robe a plis Watteau

Quest’ultima tipologia assunse nel tempo significati diversi. All’inizio questo tipo di veste era una foggia ampia, lenta, talvolta così lunga da dover essere alzata con una mano o ripresa con delle spille. L’effetto di ampiezza era dato da varie pieghe che, partendo dalle spalle e ricadendo verso il basso, andavano quindi a formare con essa un sol corpo. Anche le maniche avevano una foggia particolare: si ornavano infatti di una ricca plissettatura verticale e, talvolta, nella loro forma più ampia, potevano essere dotate di paramani. Veniva indossato anche un corsetto balenato, realizzato in tela robusta, doppiato e fermato sul mezzo davanti.

puntata curata dalle volontarie dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni

PERCHE’ E’ NATA LA MODA?

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Il termine moda deriva dal latino modus che significa maniera, norma. Nel 1645, l’abate Agostino Lampugnani, nel suo trattato “La carrozza da nolo”, ovvero del vestire alla moda, utilizzò per la prima volta il termine moda.

                                                             Perché è nata la moda?
La moda è nata principalmente per motivi di sopravvivenza, poi successivamente per distinguere le diverse classi sociali.
Dal XIV secolo il lavoro del sarto si sviluppò molto. Un buon sarto doveva saper soddisfare ogni necessità dei suoi clienti. Il sarto doveva essere un uomo ed era servo del cliente presso cui viveva. Ogni vestito era un pezzo unico, infatti, i sarti cucivano abiti su misura per i loro padroni.
Alcuni pittori, come Giotto e Antonio del Pollaiolo creavano anche modelli di abiti e tessuti.
Dopo la rivoluzione francese del 1789, il nuovo governo abolì le regole rigidi della corte, stabilendo che ognuno poteva vestirsi a suo piacimento, quindi il sarto esprimeva nei modelli e nei tessuti tutta la sua creatività.
Le prime basi della moda furono dettate dalla Francia. Nei prossimi numeri vedremmo l’evoluzione della moda a partire dal fastoso stile di Luigi XV.

Sara Bulanti, Alessandra Luzzi, Giada Ciraulo

IL VIAGGIO CON TALAMONA CONTINUA (terza puntata)

Eccomi di nuovo cari amici! Siete pronti per ripartire?

Vi stavo raccontando di quanto ero bella e prospera…Ma la mia prosperità termina con l’arrivo della dominazione grigiona: un periodaccio se pensiamo che è stato segnato dal Sacro Macello-1620- e, in generale dai dissidi tra cattolici e protestanti. Tanto per cambiare, ho fatto la differenza: prima di tutto entro i miei confini tutti erano cattolici… va bene, c’era il medico protestante, Ettore Guarinoni, ma era di origini morbegnesi, quindi non contava. E poi, nessun talamonese ha partecipato ai fatti-fattacci del Sacro Macello.

Non mancano i momenti curiosi: e chi se lo dimentica il processo alle Gatte Pelose? (1)

Da quei momenti, si fa più stretto il legame tra i talamonesi e la religione, tanto che anche le idee della Rivoluzione francese stentano a diffondersi. Questo è il commento del Turazza a proposito di quanti parteciparono a quell’importante evento: “…avidi ciarloni che con il vessillo dei Diritti dell’uomo passano sul sangue fraterno e sulle distruzioni.” Morale della favola, da noi scoppiò una sommossa antigiacobina sedata con la violenza, una fucilazione e condanne ai lavori forzati (1798).

Di quei momenti ci rimane , comunque, una traccia. Era inverno e faceva freddo; dei soldati di Napoleone si trovavano nei pressi della chiesa dell’Assunta a Morbegno e, per scaldarsi, stavano per bruciare una statua della Madonna. Caso volle che passasse da quelle parti un talamonese che barattò un carro di legna con la preziosa scultura che ora possiamo ammirare nella chiesa parrocchiale: la Madonna di legno!

Ed è stato anche il momento di Francesca Scanagatta. Una furesta, direte voi. Certo, era milanese, ma sposò Celestino Spini. Che centra? Di curioso c’è che il loro matrimonio finì sui giornali col titolo: “Il matrimonio di due tenenti” Sveliamo il gossip: Francesca, al posto del fratello, frequentò una scuola militare austriaca e divenne tenente. Combatte nell’esercito asburgico contro Napoleone fino a quando venne scoperto-una spifferata di suo papà- che era una donna. Il marito, invece, fu l’ultimo della famiglia nobiliare Spini a risiedere qui, era ufficiale dell’esercito napoleonico…che dire, un intreccio degno di un romanzo.

Ci salutiamo amici miei, e ci sentiamo alla prossima puntata!

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(1) Le gattane dei brucchi avevano infestato campi e prati distruggendo i raccolti. Per debellarle venne istituito un processo e una volta condannati, gli animaletti vennero “invitati” a lasciare Talamona passando su comode passerelle appositamente costruite per far loro raggiungere la zona del Tartano.

                                                                                                                            

                                                                              rubrica curata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo                                                          “G.Gavazzeni”, secondaria, primo grado

MISTERI D’EGITTO: GOBEKLI TEPE

                                         episodio 2                              

Gli scavi recenti in questo sito hanno portato alla luce il più antico esempio di tempio in pietra, datato tra l’11500 e l’8000 a.C. E sempre in Turchia, a Catal Huyuk, è stata rinvenuta quella che è considerata la più antica città della storia, con file di edifici decorati e ordinati lungo le strade, risalente al 6700 a.C. Anche  Gerico, in Palestina, già nel 7000 a.C. possedeva una cerchia di mura difensive e una colossale torre di pietra con una scala a spirale. Simili civiltà neolitiche così bene organizzate sarebbero state in grado di costruire monumenti di grandi proporzioni come la Sfinge. Forse una civiltà simile era sorta in Egitto e la Sfinge altro non è che il monumento più significativo che è rimasto fino ai giorni nostri.

Gli Egizi credevano di avere appreso dagli dèi le arti e le scienze. Ma molte altre antiche popolazioni raccontavano di popoli dalle origini misteriose che portavano i semi della civiltà. I babilonesi narravano di uno strano essere dalla forma di pesce chiamato Oannes che, a capo di altre creature simili, insegnò loro a scrivere, a praticare  l’agricoltura, a legiferare. I messicani adoravano la memoria di un essere simile a un dio, chiamato Quetzalcoatl (serpente piumato), “venuto dal mare a bordo di una barca che si muoveva da sé, senza ausilio di pagaie“, e che aveva insegnato loro a usare il fuoco, a costruire le case e a vivere in pace.

Chi erano dunque questi misteriosi portatori di cultura che, terminato il proprio compito, sparivano nel nulla?

Lo scopriremo insieme nella prossima puntata.

Lucica Bianchi