LA PRIMAVERA – di SANDRO BOTTICELLI

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Sandro Botticelli, La Primavera, 1478 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

A quella che ormai possiamo considerare la destinazione originale del dipinto di Botticelli oggi comunemente noto come” La Primavera, gli storici si sono avvicinati progressivamente, anche se già nelle fonti antiche appariva evidente la sua stretta connessione con la famiglia Medici. La citazione più antica e autorevole, completa di descrizione e perfino del nome con cui è conosciuta oggi, è dovuta a Giorgio Vasari che, nella biografia del pittore nella prima edizione delle Vite 1550, la descrive nella villa di Castello a quel tempo appartenente al granduca Cosimo I de Medici. Dice Vasari:Per la città in diverse case Botticelli fece tondi di sua mano, et femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, luogo del Duca Cosimo di Fiorenza, sono due quadri figurati, l’uno, Venere che nasce, et quelle aure et venti che la fanno venire in terra con gli amori; et cosi un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera: le quali da lui con grazia si vengono espresse” .

Nella descrizione succitata è facile riconoscere “La Primavera” di Sandro Botticelli, ma anche l’altro famosissimo dipinto “La nascita di Venere”, anche esso oggi conservato agli Uffizi a Firenze. Nella villa di Castello, “La Primavera” rimase fino al 1815, condividendo l’oblio che aveva circondato l’opera di Botticelli per oltre tre secoli. In quell’ anno fu trasferita agli Uffizi, rimossa nel 1853 e spostata alla Galleria dell’Accademia, destinazione secondaria rispetto alle grandi collezioni medicee presenti a Firenze. Solo nel 1919 insieme ad altre opere di Botticelli,” La Primavera” fece ritorno agli Uffizi, diventando a mio parere personale, uno dei quadri più belli del museo. Un’altra Venere che le Grazie la fioriscono dinotando la Primavera. Appare chiaro che ci troviamo di fronte a un raro dipinto profano di grandi dimensioni, fra i pochi superstiti dalle epurazioni della fine del secolo XV, una di quelle favole mitologiche, come venivano chiamati i dipinti di questo genere, dipinti che avevano come protagoniste le divinità antiche, cariche di simboli e attributi. Era ben nota ai contemporanei di Botticelli la sua predilezione per gli scrittori e i filosofi  greci e latini. E’ questa la chiave di lettura della “Primavera”, una chiave sulla quale i critici d’arte concordano da tempo.

I personaggi raffigurati sono distribuiti su una scena composta da un prato semicircolare. Ci troviamo davanti ad una specie di raduna delimitata da aranci carichi di fiori, foglie e frutta. Il verde tappeto su cui posano i piedi affusolati delle divinità è cosparso di fiori ed erbe di moltissime varietà tuttora esistenti e quasi tutte perfettamente riconoscibili: ranuncoli, fiordalisi, viole, crisantemi, iris, rose, non-ti-scordar-di-me, papaveri, margherite, oltre a soffioni, fragole ,crescione….Dietro alla cortina di aranci, tra i quali spiccano qualche fronda d’abete, troviamo alcune piante di alloro, allusive per assonanza (laurus in latino) al nome di Lorenzo de Medici.

Tutto è avvolto in un’atmosfera distesa e luminosa, calma e profonda.

Al centro, racchiusa come in un trittico trecentesco, dentro un’ogiva, composta naturalmente dagli alberi che si diradano per far posto alla pianta di mirto che le è dedicata…è Venere, regina di questo luogo di delizie, nel quale la primavera è perenne, identificato giustamente come “Giardino delle Esperidi”, quel giardino dove le figlie del dio Atlante coltivavano frutti dorati riservati a lei, alla dea della Bellezza.

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Particolare della dea Venere

La dea è ammantata come una figura classica, ma anche con elementi desunti dai vestiti e dai canoni di bellezza quattrocenteschi, come la posa considerata di grande eleganza, e la veste che alla scollatura e sotto il seno presenta una decorazione a fiammelle dorate rivolte verso il basso; indossa inoltre, una collana di perle con un pendant a forma di mezza luna, all’interno del quale è incastonato un rubino. Inclinando soavemente la testa verso la spalla destra e alzando la mano corrispondente, essa sembra voler attirare, verso il gruppo su quel lato, l’attenzione dello spettatore, introducendolo così nel giardino.

Sopra la sua testa è librato il figlio Cupido, dio dell’Amore, raffigurato come uno dei tanti putti alati della scultura greca antica, bendato come vuole la tradizione, perché lui colpisce fatalmente, senza vedere le proprie vittime. Egli indossa solo la faretra colma di frecce e ne sta scagliando una dalla punta infiammata contro la figura centrale del gruppo danzante nel quale sono riconoscibili le Tre Grazie, tradizionalmente al seguito di Venere; erano considerate protettrici dell’Accademia Platonica.

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Particolare con le tre Grazie

Raffigurate secondo uno schema desunto dalla scultura antica, esse danzano in cerchio con passi lievi e ritmici, le mani intrecciate, muovendo con eleganza le teste dai lunghi e biondi cappelli (bionde erano le donne più belle secondo i cannoni estetici dell’epoca.) Coperte da veli trasparenti e fluttuanti, ornate di perle che sono, come quelli di Venere, oggetti di splendida oreficeria, le 3 Grazie sono: al centro, Thalia, simbolo della castità, a sinistra Aglaia e infine, Eufrosine.

Thalia guarda verso il giovane in piedi all’estrema sinistra, identificato come il dio Mercurio, il quale le volta le spalle, intento col suo bastone, ornato di serpenti attorcigliati-il caduceo, a disperdere le nubi che tentano di entrare nel giardino. Mercurio, fin dall’antichità pure associato a Venere, ha ai piedi i calzari alati, al fianco una spada ricurva e sulla testa un elmetto di foggia quattrocentesca, ed è vestito solo di un drappo rosso ornato di fiamme d’oro.

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Particolare con il dio Mercurio

Dall’ estrema destra entrano in scena tre figure. La prima, alata e di colore verdastro, che irrompe tra le curve piante di lauro, è Zefiro, vento primaverile per eccellenza, che soffiando e aggrottando la fronte per la foga e il desiderio, insegue la ninfa Clori che fugge davanti a lui, ma in qualche modo sembra anche volgersi a cercarlo.

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Particolare con la ninfa Clori e dio del vento Zefiro

Dell’episodio troviamo la spiegazione nei Fasti del poeta latino Ovidio: Clori che ha suscitato la passione di Zefiro, viene da questi raggiunta e posseduta, ma egli la farà poi sua sposa, conferendole il potere di far germogliare i fiori. Anche il suo nome verrà cambiato da Clori in Flora, a indicare la sua trasformazione, la sua nuova prerogativa, che viene cosi magistralmente descritta da Ovidio:Ero Clori, che ora son chiamata Flori!”

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Particolare con la ninfa Clori dalla cui bocca escono i fiori

Dalla bocca di Clori escono rose. I fiori del resto, sono proprio il tramite attraverso il quale nel dipinto viene evidenziata la metamorfosi rappresentata nelle due versioni dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori, finiscono per confondersi con quelli che ornano l’abito del suo alter ego, Flora, e che a loro volta si confondono con quelli che le cingono la vita e la testa, e, con gli altri che ha raccolto nel grembo e sta spargendo sul prato. E’ lei la dea che viene riconosciuta come la personificazione della Primavera!

 

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Particolare con la dea Flori, la personificazione della primavera

La critica ha  evidenziato i rapporti del dipinto con altre fonti letterarie, antiche e moderne, quali per esempio i testi di  Lucrezio, Apuleio, Poliziano, Marullo. Di recente, Claudia Villa (1998) ha messo in relazione la composizione di Botticelli con il trattato De nuptiis Mercurii et Philologiae, scritto dal rettore africano Marziano Capella nel IV-V secolo d.C. e commentato da Remigio di Auxerre (IX-X secolo), testo ben noto nell’ambito mediceo, apprezzato dallo stesso Agnolo Poliziano: il dipinto presenterebbe le personificazioni presentate dal trattato e dal suo commento. La scena è ambientata nel Pomerium rethorice, dai cui alberi pendono i pomi dorati delle Esperidi, simbolo di eternità. Iniziando da sinistra, Mercurio, allegoria dell’Ermeneutica e dell’Eloquenza, si volge verso Apollo-Sole (la Poesia) per chiedere consiglio per sposare Filologia (di solito ritenuta Venere) posta al centro; questa è accompagnata da un lato dalle tre Grazie favorevoli alle nozze, in alto dal Genio volante dio dell’Amore, e dall’altra parte da Filologia (alias Flora); la ninfa in fuga dalla cui bocca fuoriescono fiori, avvinta dal Genio alato, è protettrice delle unioni coniugali. Il dipinto rappresenterebbe dunque la celebrazione della nuova filologia, promossa dai letterati fiorentini.

Un’altra recente interpretazione in chiave cristiana vede nella “Primavera” una allegoria delle tre fasi del “viaggio nel Paradiso terreno”: “l’ingresso nelle vie del Mondo”, il “cammino nel Giardino e l’esodo nel Cielo” (Marino 1997).

Cristina Acidini (2001), proponendo una lettura della composizione in chiave storica, vede nella Primavera la celebrazione della “rinnovata fioritura di Firenze” (l’antica Florentia, richiamata nel dipinto da Flora) “nell’eterna primavera ristabilita dai Medici”, richiamati fra l’altro – come spesso è stato notato – dagli aranci, per la loro denominazione latina mala medica. Il dipinto potrebbe essere stato infatti concepito dopo la primavera del 1480, quando il Magnifico con un’abile politica e un trattato riuscì a porre fine ai due anni di guerra con Ferdinando d’Aragona e di interdetto papale, che avevano colpito Firenze dopo la congiura dei Pazzi. L’opera sarebbe stata poi di fatto eseguita dopo il ritorno di Botticelli da Roma, fra il 1482 e il 1485, probabilmente su commissione proprio del Magnifico, la cui diplomazia pacificatrice sarebbe riecheggiata dal Mercurio raffigurato nella composizione.

Nell’iconografia della Primavera, Botticelli esprime una chiara rappresentazione dello stile del Rinascimento italiano, dove il ritrovamento della scuola classica si pone come elemento caratterizzate in un tutte le arti: dalla scultura alla pittura.

Lo storico e studioso dell’arte Igino Benvenuto Supino, già direttore del Museo Nazionale del Barghello pubblicò una monografia dedicata all’Allegoria all’inizio del ‘900[1] , in un momento nel quale l’interesse per le opere botticelliane riscuoteva grande successo in Europa.

Ed è proprio tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso che l’attività di ricerca e gli studi sull’interpretazione del dipinto si intensificarono. Adolfo Venturi, storico dell’arte di origini modenesi pubblicò nel 1892 un articolo sulle arti figurative de la Primavera nella rivista Arti [2]. Nasce un dibattito vivace imperniato sulla figura della Venere che da un lato viene identificata ad una ninfa, sulla base dello stretto rapporto tra Botticelli e Poliziano, tesi poi osteggiata da Supino secondo il quale non era possibile tracciare alcun tipo di affinità tra le Stanze di Poliziano ed il dipinto; dall’altro, Venuti associa invece le Veneri a Simonetta Vespucci.

L’interpretazione iconografica della Primavera verrà poi successivamente integrata dalla visione delle figure come rappresentazioni o meglio personificazioni vive della natura primaverile, tesi condivisa anche da Paolo D’Ancona, allievo del Venturi e docente di storia dell’Arte all’Università degli Studi di Pisa in un suo studio del 1947[3].

In conclusione, il dipinto come qualsiasi altra opera complessa, è stato oggetto di diverse interpretazioni da parte degli studiosi, ed oggi, dopo oltre 500 anni, è un’opera che per certi aspetti è tutta ancora da scoprire.

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1Sandro Botticelli, Igino Benvenuto Supino, Roma, A.F. Formiggini, 1910.

2Storia dell’arte italiana, Volume 3, Adolfo Venturi, U. Hoepli, 1904.

3Pittura e scultura in Europa, Eric Newton, Paolo D’Ancona, A. Tarantala, 1947.

                                                                                                                        Lucica Bianchi

LA FAMIGLIA DI UNA VOLTA

ISTANTANEA IN BIANCO E NERO DI VITA QUOTIDIANA

Tanto tempo fa la famiglia era composta da molti membri. Era costume che i figli maschi restassero tutta la vita all’interno della propria famiglia di origine mentre le donne, dopo il matrimonio, diventavano parte della famiglia del marito (un’usanza sopravvissuta ancora oggi in altre parti del mondo). In queste famiglie più generazioni vivevano insieme nella stessa casa (si partiva dai nonni  ma a volte anche dai bisnonni o dai trisnonni) e man mano i figli si sposavano generando altri figli (un minimo di quattro o cinque) la famiglia diveniva sempre più numerosa, ma tutti sottostavano all’autorità dei componenti più anziani che svolgevano dunque il ruolo di capifamiglia.

I maschi della famiglia che avevano l’età per lavorare potevano scegliere tra i mestieri diffusi all’epoca: boscaiolo, casaro (cioè l’addetto alla lavorazione del latte), mugnaio (l’addetto ai mulini) o artigiano.

Le donne e i componenti ormai troppo anziani per lavorare si occupavano dei campi (che erano più o meno estesi a seconda della ricchezza della famiglia) della cura della casa e dei bambini raccontando loro storie, leggende, tramandando le usanze e le tradizioni.

All’ ora dei pasti ci si ritrovava tutti insieme e prima di mangiare si recitava sempre una preghiera di ringraziamento. La preghiera e la religiosità rivestivano un ruolo molto importante per la vita di quei tempi. Anche alla sera quando terminava la giornata e si rientrava dai campi e dalle varie attività ci si ritrovava per pregare nel cortile (d’estate) o nella stalla (d’inverno).

La ricchezza delle famiglie dipendeva dalle risorse possedute che recavano i profitti grazie alla loro vendita: poteva trattarsi dei frutti della terra, dei derivati del latte, di manufatti artigianali a seconda delle attività svolte. Ogni famiglia anche se molto povera possedeva comunque almeno un fazzoletto di terra coltivata a patate, grano turco, grano saraceno, alberi di castagne e noci, le coltivazioni più diffuse e più utili per il sostentamento nella vita di tutti i giorni che, nel caso di castagne e noci, si potevano reperire anche direttamente in natura senza bisogno di coltivarle. Queste risorse spontanee erano, per ovvi motivi, quelle sfruttate maggiormente dai più poveri che avevano messo a punto metodi per poter conservare grandi accumuli di questi frutti senza che, col tempo,  venissero assalite dai vermi. Per far seccare le castagne ad esempio le si depositava in un apposito locale a due piani chiamate cassine. Al piano superiore trovavano posto i depositi di castagne e sotto un focolare veniva costantemente ravvivato da un addetto a tale scopo e mantenuto a temperatura costante sufficiente a far seccare le castagne senza cuocerle. Quando le castagne erano secche al punto giusto si diceva che erano stagionate. A questo punto esse venivano stipate in sacchi di iuta e sbattute su un robusto tavolo di pietra. Questa operazione serviva a sbucciare le castagne mantenendole intatte anche se a volte capitava che qualche frutto si rompesse del tutto. Questi locali per la conservazione delle castagne potevano essere di proprietà familiare (cioè locali privati appartenenti ad una sola famiglia) oppure appartenere in comune a più famiglie soprattutto se vicine d’abitazione. In questo caso ognuno comunque possedeva e lavorava le proprie castagne trovando un accordo sull’utilizzo dei locali per non intralciarsi a vicenda.

Le castagne potevano essere consumate direttamente come frutto oppure macinate nei mulini per ottenere una farina molto dolce tanto che i bambini andando e tornando da scuola entravano furtivamente nei mulini per prenderne un po’.

Con la farina di castagne si preparava il pane ma anche dei dolci tipici come il mulun ottenuto facendo cuocere insieme castagne e fagioli fino ad ottenere un unico impasto simile a polenta che veniva poi fatto raffreddare e tagliato a pezzetti.

Con le noci invece quando non venivano anch’esse consumate come frutto, venivano utilizzate per ricavare olio con cui alimentare le lampade. Pochissime famiglie a quel tempo potevano contare sulla corrente elettrica.

Antonella Alemanni

L’ARTISTA AL LAVORO

ESPERIENZE PERSONALI E IMMAGINAZIONE

Molti letterati, molti pittori e anche molti musicisti elaborano avvenimenti, sentimenti e situazioni che hanno vissuto in qualche particolare momento. Per fare due esempi, il poeta inglese William Wordsworth (1770-1850) che sentiva appassionatamente la natura, cristallizzò in alcune intense poesie, fugaci ma fortissime sensazioni procurategli dal paesaggio.

Immagine” Il mio cuore esulta quando ammiro un arcobaleno nel cielo:

così è stato quando la mia vita è cominciata;

così è adesso che sono un uomo;
 
Che sia così quando invecchierò,
 
o lasciatemi morire!
 
Il Bambino è Padre dell’Uomo:
 
vorrei che i miei giorni fossero
 
legati l’uno all’altro dall’affetto naturale.”
 
                                                                                             William Wordsworth, POEMS
 

La preoccupazione, che per tutta la vita accompagnò Emile Zola (1840-1902), per le condizioni infelici dei poveri in Francia verso la metà del XIX secolo traspare da quasi ogni riga del suo romanzo “Germinal”: egli tratteggiò un quadro cupamente realistico della povertà sostenendo essere quella la causa ( e non l’effetto, come molti credevano) della pigrizia, dell’ubriachezza e del vizio.

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Emile Zola con i suoi figli Denise e Jacques

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Il romanzo “Germinal”, prima edizione originale, 1885

Come quella di molti grandi artisti, quella di Zola mostra un’intensità che non è solo di sentimento ma anche di pensiero.

L’intensità di pensiero e di sentimento non conduce però necessariamente all’arte realistica: molti artisti scelgono infatti ambienti di fantasia, ma comunque nelle loro opere si ritrovano continui riferimenti al mondo reale. Nel racconto “Nella colonia penale“, Franz Kafka (1883-1924) descrive diffusamente la “macchina di punizione” di un innominato campo di detenzione. Nel 1919, quando fu pubblicata, la storia deve essere parsa assolutamente e puramente fantastica, ma oggi, decenni dopo la liberazione dei campi di concentramento nazisti, suona quasi come un resoconto reale.

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Lo scrittore Franz Kafka

A volte l’artista non ha coscienza diretta di cosa ispira la sua opera. Un breve racconto dello scrittore inglese Joyce Cary (1888-1957) ha per protagonista una ragazza dal viso pieno di rughe; lo stesso Cary era colpito dal fatto che non poteva descrivere il volto della ragazza senza le rughe, anche se parecchio tempo dopo che il racconto era terminato, ricordò improvvisamente che una volta aveva visto una ragazza proprio così.

In conclusione, sia la sua esperienza ricordata consciamente o inconsciamente, che l’ambiente scelto, realistico o fantastico, portano l’artista a rispecchiare la propria esperienza personale, così come il tipo di comunità in cui vive e il modo di pensare, di agire, di guardare della gente che lo circonda.

PROGETTAZIONE E IMPROVVISAZIONE 

Il compositore belga Cesar Franck (1822-1890) iniziava spesso il lavoro preparando la forma “architettonica” della composizione, che solo in un secondo momento rivestiva dell’aspetto melodico.

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Il compositore Cesar Franck

Analogamente si comportava il poeta irlandese W.B.Yeats(1865-1939), annotando le sue idee in prosa prima d’iniziare la composizione in versi.

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Il poeta W.B.Yeats

Al contrario, Franz Schubert (1797-1828) scrisse sei dei motivi della “Winterreise”in una sola mattina, e il poeta russo Aleksandr Puskin (1799-1837) compose di getto e con grande sveltezza enormi quantità di versi che sottoponeva poi a un’accurata selezione.

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                                                                                                                       Il compositore Franz Schubert                                                                                                                                                                                                                                                        

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Lo scrittore Aleksandr Puskin

Di questi quattro esempi, i primi due illustrano un’inconsueta progettazione. Gli ultimi due un’attività creativa straordinariamente intensa cui si dà talvolta il nome di ispirazione”. Gli artisti che lavorano solo attraverso l’ispirazione, spesso credono di essere posseduti da una specie di forza soprannaturale che opera per loro tramite. Questa convinzione può giovare all’artista se gli dà il coraggio di lavorare nonostante i dubbi e le avversità, ma certamente può nuocergli se lo priva del senso critico nei riguardi della propria opera.

Il nostro secolo, inoltre, ha visto nascere nuove forme d’arte, ad esempio il cinema, dove la realizzazione di un film richiede la massima collaborazione fra artisti e tecnici, collaborazione che risulterebbe impossibile senza una vasta progettazione preventiva.

                                                                                                                                                                                                             Lucica

L’UOMO E IL MONDO

I Greci, forse i primi ad amare la verità per se stessa, diedero al mondo il concetto di ricerca disinteressata e lo strumento essenziale alla sua alla sua espressione, la logica. Vennero poi i primi filosofi occidentali e le loro teorie (suffragate da argomenti razionali più che dall’intuizione) del mondo fisico considerato come un tutto armonico, retto da un ordine superiore (ordine che riappare anche nelle piccole cose, quali la stupefacente simmetria visibile in un girasole).

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Col Medio Evo il sistema filosofico greco fu incorporato nella dottrina della Chiesa Cristiana, e venne quindi sostenuto da tutta la forza della società organizzata. Ma l’ideale di un interesse del tutto distaccato per la natura del mondo si riaffacciò nel Rinascimento, acquistando quella forma che siamo giunti a considerare scientifica.

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Simbolo del Rinascimento- L’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci

Dal XVII secolo in poi le argomentazioni astratte dei filosofi furono in continua e fruttuosa tensione tra di loro: un indirizzo filosofico esaltava il ragionamento dimostrativo della matematica, sottolineando l’aspetto creativo e costruttivo dell’opera della mente, un altro metteva in risalto la fiducia che la conoscenza doveva necessariamente riporre nelle osservazioni compiute per mezzo dei sensi.

Nel XIX secolo, la società industriale sorta dall’applicazione delle scienze destò in molti filosofi un’ostilità profonda per le scienze della natura, portandoli a cercare di insidiarne le pretese di verità. Oggi i filosofi si dividono in due gruppi: quelli che lavorano al fine tradizionale di perfezionare i metodi di pensiero scientifico, e quelli che credono nella superiorità di altre vie alla conoscenza, da loro intesa soprattutto come la conoscenza dell’uomo stesso.

                                                                                                                                                                                  Lucica

CAMMINARE E SOGNARE

TALAMONA, 20 SETTEMBRE 2013, PRESENTAZIONE DI UN LIBRO

L’AVVENTURA DEL CAMMINO DI SANTIAGO ATTRAVERSO LE PAGINE DEL LIBRO DI WALTER ORIOLI

Dopo la pausa estiva, questa sera alle ore 20.45 la stagione culturale alla casa Uboldi ha riaperto i battenti e lo ha fatto con una serata molto speciale, una sorta di crasi tra le due iniziative che nel corso della passata stagione hanno avuto maggiore successo: le serate letterarie e la serie dei viaggi. Anche questa sera infatti si è parlato di un viaggio, un viaggio già noto al pubblico talamonese che ha seguito assiduamente la passata stagione: il cammino di Santiago. Un cammino che, come ha detto l’assessore alla cultura Simona Duca facendo come di consueto gli onori di casa, “è anche un sogno, il sogno in primo luogo di raggiungere questa meta, il sogno del percorso, dei luoghi attraversati”. Un sogno che il signor Walter Orioli ha voluto imprimere nelle pagine di un libro intitolato CAMMINARE E SOGNARE: verso Santiago di Compostela, edito dalla Albatros. Ed è dunque in questa doppia veste che la serata si è svolta: il racconto di un viaggio e la presentazione di un libro in un appassionante unicum. Un racconto durato poco più di un’ora circa, accompagnato da una presentazione fotografica che ha permesso di rievocare cio che già si conosce di questo itinerario (anche attraverso il racconto già ascoltato nel corso della scorsa stagione) ma anche di imparare molte altre cose tra cui non poche informazioni pratiche utili a chi pensa di incamminarsi.

Il cammino di Santiago è un cammino storico le cui origini risalgono all’epoca medievale. È in quell’epoca infatti che un umile frate sognò una stella che cadeva sulla terra in un punto ben preciso. Andando a scavare in quel punto venne rinvenuta una tomba col corpo decapitato di un uomo, una tomba risalente all’epoca di Gesù e attribuita ad uno dei suoi apostoli, San Giacomo (Santiago in spagnolo). Da allora sono cominciati i pellegrinaggi di fede in onore di questo santo. Un cammino che si è evoluto nel tempo. Mentre agli inizi era irto di pericoli con le strade che pullulavano di briganti pronti a rapinare e uccidere, oggi è diventato molto più comodo, ricco di indicazioni, di servizi (alberghi, ostelli, bar, conventi, presidi sanitari per chi non dovesse sentirsi bene) di gente che ti saluta, ti indica il cammino quando ti vede smarrito o si accorge che stai prendendo la direzione sbagliata. Cio non toglie che il tutto vada affrontato con un certo allenamento e un po’ di disciplina fisica. Si tratta comunque di un totale di 780 km che richiede il dover camminare sette ore al giorno partendo dalle 6 di mattina fino a mezzogiorno (quando ci si rifocilla con un pasto leggero preferibilmente un panino al sacco) per poi riprendere il cammino sino al tardo pomeriggio quando giunge il momento di pernottare negli alberghi e ostelli dei pellegrini appositamente preposti. Un cammino che si può approcciare in vari modi in relazione alle proprie forze (bisogna considerare che i pellegrini possono avere qualunque età dai più giovani agli anziani pensionati). C’è chi sceglie una maniera molto estrema uscendo di casa con lo zaino e camminando fino alla meta senza l’ausilio di alcun mezzo (ma sono molto pochi). C’è chi arriva coi mezzi fino alla prima tappa ufficiale del cammino (Saint Jean Pied de Port sui Pirenei) e da li prosegue a piedi.  C’è chi intervalla le camminate ad alcuni tratti in autobus. C’è chi anziché a piedi sceglie di fare il percorso in bici o a cavallo (quest’ultima alternativa si rivela particolarmente congegnale per il trasporto bagagli). C’è chi sceglie di percorrere solo alcune tappe. Principalmente il cammino è suddiviso in tre tappe. La prima tappa consiste in 270 km partendo da Saint Jean Pied de Port passando da Roncisvalle sino a Burgos. La seconda va da Burgos a Leon distanti tra loro 170 km. La terza infine copre i 280 km da Leon sino a Santiago dove tutti pellegrini si ritrovano ai piedi della maestosa cattedrale che nel corso del tempo ha subito vari ampliamenti e che custodisce al suo interno la tomba e una statua di San Giacomo (che volendo si può abbracciare) nonché il buttafumero, un incensiere gigante che viene fatto oscillare sulla testa dei pellegrini, in origine per stemperarne la puzza, inevitabile dopo il lungo tragitto, ma attualmente più per motivi di spettacolo, per offrire uno spettacolo. Nonostante Santiago sia la meta ultima, il cammino prosegue ancora di un tratto fino alla località di Filisterre a picco sull’oceano dove un tempo qualcuno credeva finisse il mondo. Una volta giunti lì è costume fare un bagno nell’oceano e sino a qualche tempo fa bruciare un indumento, un rituale che simboleggiava il rinnovamento personale auspicato dal cammino, ma che attualmente è vietato.

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Come alternativa di percorso non bisogna dimenticare infine il mezzo più classico per i lunghi viaggi: l’aereo. Da Orio al Serio a Bergamo c’è un volo diretto per Pamplona da dove degli autobus permettono di ricongiungersi a Burgos, sul cammino vero e proprio. In alternativa si può atterrare a Madrid oppure direttamente a Santiago. Il signor Walter ha raccontato di essere arrivato in aereo sino a Pamplona e di aver camminato a partire da Burgos perché si sentiva poco allenato. Al di la del pellegrinaggio di fede infatti, il cammino ha lo scopo di permettere a ciascun pellegrino di misurarsi con le proprie forze di fare i conti con se stesso e i propri limiti. È soprattutto a tale scopo, più che a scopo pratico, che il cammino è suddiviso in tappe, in quanto ciascuna tappa rappresenta una sorta di valenza simbolica. Nel corso della prima tappa ci si svuota dei pensieri e delle preoccupazioni lasciate progressivamente alle spalle, poi ci si raccoglie in sé stessi in una sorta di ricerca interiore delle proprie motivazioni (non soltanto quelle che hanno portato ad intraprendere il cammino, ma anche quelle che concernono lo stare al mondo, le ragioni profonde della propria esistenza) fino ad elevarsi, una volta giunti a Santiago, ad una nuova dimensione di leggerezza e gratificazione rinascendo poi a nuova vita tramite il rituale del bagno nell’oceano a Filisterre. In questo senso il cammino di Santiago può essere inteso come un cammino di meditazione, un cammino laico, trasversalmente aperto a pellegrini da ogni dove (ma soprattutto europei) e di ogni confessione religiosa.

Un cammino che offre diversi percorsi. Oltre al cammino classico ci sono il cammino primitivo, quello del nord parallelo a quello classico, ma che si snoda tutto vicino al mare (con molti meno ostelli) e infine quello che risale partendo dal Portogallo.

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Nella foto: la mappa raffigurante i vari percorsi del cammino di Santiago

Un cammino che è anche di contemplazione del paesaggio che progressivamente smette di essere una componente esterna per diventare parte del viaggiatore, della sua dimensione interiore. Un paesaggio che lungo il percorso è soggetto a diverse variazioni. Si passa dai prati fioriti alla pianeggiante e soleggiata Mesetas tra Leon e Burgos dalla connotazione quasi desertica poi via via, attraverso borghi e villaggi rurali dalle connotazioni semplici e rustiche come se li il tempo non fosse passato mai e poche città, si arriva al paesaggio roccioso che porta a Filisterre. Un paesaggio punteggiato di sculture originali dedicate ai pellegrini, di chiese romaniche e di epoca templare torreggianti su piccole parrocchie gestite da preti gioviali lungo il quale si trovano cappellette chiese abbandonate, edicole e croci presso cui depositare sassi raccolti lungo la via, simbolo dei fardelli che man mano ci si lascia alle spalle.

Un cammino lungo il quale, in corrispondenza dei centri abitati, ci si imbatte sempre in qualche sagra o festa paesana.

Un cammino che offre poche sicurezze che applica la contemplazione e la meditazione in movimento (a cominciare dal fatto che bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi) e che permette al corpo di acquisire un migliore metabolismo e una maggiore ossigenazione.

Un cammino che si può considerare una sorta di terapia psicofisica nonché una ricerca di qualcosa che di preciso non si sa.

Un cammino che educa all’essenzialità, in primo luogo per il fatto che lo zaino deve essere leggero dato che deve essere portato in spalla a lungo (la durata massima del cammino è di un mese e una settimana).

Un cammino da compiere da soli per fare parallelamente anche un viaggio dentro se stessi, ma anche in compagnia per potersi scambiare memorie e impressioni che comunque c’è sempre la possibilità di scambiare anche coi pellegrini incontrati lungo la via perché il cammino è anche questo, un’infinita possibilità di incontri interessanti impossibili da fare nella vita di tutti i giorni.

Un cammino che di solito si intraprende su consiglio di qualcuno che si conosce e che c’è già stato oppure quando si percepisce un momento di crisi nella propria vita si ha la necessità di staccare. Il signor Walter raccontava che per lui le cose sono andate esattamente in questo modo, ha sentito la necessità di partire perché si sentiva invischiato in tutta una serie di situazioni percepite come poco piacevoli da cui non riusciva ad uscire. Partire e percorrere questo cammino con un ritmo lento (ma c’è chi cammina più velocemente, ognuno naturalmente sceglie il ritmo che gli è più congeniale) gli ha permesso di uscire da se stesso, ma anche, paradossalmente, di acquisire una maggiore consapevolezza del suo corpo, migliorare la sua ipertensione (è scientificamente provato che questo tipo di malattie traggono giovamento da lunghe camminate) e di tornare con le idee più chiare circa le migliorie da apportare alla sua vita partendo da piccole cose come una maggior consapevolezza del gesto di salutare come modo per valorizzare il prossimo, un maggior attaccamento agli affetti, una maggior attenzione all’essenzialità, al cibo che tendenzialmente si è abituati a consumare in maniera automatica. Un percorso interiore che ha dovuto fare i conti col riacclimatamento alla quotidianità, ma che poi si è rivelato positivo non solo per il signor Walter, ma anche per tutti coloro che lo circondano perché, ha detto il signor Walter, quando si sceglie di variare il proprio atteggiamento a poco a poco anche chi ci circonda ci segue in modo quasi automatico.

Un cammino che in qualche modo fortifica anche l’autostima dato che ci si trova ad affrontare situazioni in cui non si può contare sulle comodità della vita moderna.

Un cammino tendenzialmente privo di controindicazioni (se si escludono quelle in cui incorre chi non sa misurare correttamente le proprie forze) alla portata di tutti che richiede una certa dose di adattabilità.

Un cammino economico. Gli alberghi più cari che offrono i maggiori comfort costano tra i 25 e i 30 euro. Poi ci sono gli ostelli con dei dormitori che arrivano fino a 100 posti che ricordano quelli dei campi militari il cui prezzo si aggira in media intorno ai 5 euro, ma alcuni prevedono donazioni libere. In alcune parrocchie c’è persino la possibilità, per i pellegrini più poveri, di prendere i soldi anziché portarli (di solito sono dei preti a gestire simili servizi) ed esistono conventi con fontane che zampillano vino anziché acqua. Solitamente la cena servita ai pellegrini consiste in un piatto di minestra seguito da un piatto di pesce o carne a scelta per un valore totale di 15 euro, ma esistono anche locali dove le cucine sono collettive e possono essere gestite direttamente dai pellegrini che cucinano ognuno cio che preferisce, i piatti di casa propria. Tutti questi luoghi di ristoro sono accomunati dal fatto di essere gestiti da persone affabili. A questo proposito il signor Walter ha raccontato uno specifico aneddoto. Una sera si è trovato ad alloggiare in un convento che prevedeva il rientro per tutti i pensionati alle 10 di sera. Quella sera il signor Walter rientrò troppo tardi e fu costretto a chiedere ospitalità ad un albergo che gliela offerse nonostante il signor Walter non avesse con se i documenti o i soldi, prontamente mostrati e consegnati la mattina dopo.

Un cammino che va affrontato con alcune accortezze pratiche. Le calzature migliori che non fanno sudare i piedi ne producono vesciche sono le sandale da portare anche con le calze di cotone sotto quando fa un po’ più freddo. Il miglior bagaglio è uno zaino pieno di tasche e impermeabile o con telo coprente, dove stipare gli spuntini le bottiglie d’acqua, le kiway e gli ombrelli in caso di pioggia, asciugamani di fibre, pezzi di giornali antiumidità per imbottire le scarpe, un cappellino per ripararsi dal sole e sacchi a pelo leggeri per chi volesse dormire all’aperto qualche volta. Il miglior periodo è l’autunno o la primavera.

Un cammino ricco di soddisfazioni durante il quale in più punti è costume fare messe di benedizione ai pellegrini e fare la lavanda di un piede e alla fine del quale si riceve un diploma mostrando una tessera che viene rilasciata all’inizio del percorso e timbrata ad ogni tappa, un diploma che però si riceve soltanto se non si è abusato troppo dei mezzi pubblici durante il percorso.

Un cammino che non è il solo possibile da fare. Esiste ad esempio un cammino che in epoca medievale era altrettanto famoso del cammino di Santiago: la via Francigena cosiddetta perché partiva dalla Francia per i pellegrinaggi sino a Roma toccando molti borghi italiani dalla Val d’Aosta alla Toscana (Pontremoli, Siena San Gimignano, San Quirico per citarne alcuni), ma che oggi ha perso lo smalto di un tempo. In Italia nonostante la forte influenza esercitata dalla chiesa non si è mantenuta la cultura del pellegrinaggio, dell’accoglienza, dell’ospitalità che è possibile vivere lungo il cammino di Santiago e dunque la via Francigena non è quasi più praticata. In Italia esistono anche cammini più brevi e poco conosciuti come il cammino dei tre giorni sulle colline nei dintorni del lago di Como partendo da Abbadia Lariana.

Un cammino che da secoli non smette di affascinare e che questa sera si è reso protagonista di uno degli eventi più riusciti alla casa Uboldi (come ha sottolineato anche l’assessore alla cultura Simona Duca) una serata caratterizzata dalla condivisione delle esperienze tra il signor Walter e chi tra il pubblico ha compiuto anch’esso questo cammino, chi è in procinto di partire e chi, dopo aver ascoltato il racconto del signor Walter ha sentito la voglia di partire e lo ha incalzato con tante domande. Una serata che, come si auspicano i volontari sin dall’apertura della Casa Uboldi, ha avuto il sapore di una serata in famiglia che ha permesso di rendere davvero onore alla casa della cultura, come luogo di cultura in primis appunto, ma anche come vera e propria casa.

Antonella Alemanni

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Nella foto la copertina del libro di Walter Orioli con la fotografia del rudere di una chiesa templare attraverso la quale attualmente passa un tratto di cammino e al cui interno è stato allestito un ostello

IL POTERE CREATIVO DELL’INTELLETTO

La facoltà di pensare e di esprimere il pensiero per mezzo del linguaggio- cioè la facoltà di accumulare e di trasmettere idee ed esperienze- ha consentito all’uomo di intervenire sul suo mondo, sia dal punto di vista fisico (modificando l’ambiente in cui vive), sia dal punto di vista intellettuale (creando un sistema di pensiero in cui inserirsi).

L’incastellatura di idee da cui dipende la civiltà stessa sorge dalla continua interazione fra gli eventi storici, le nuove situazioni sociali e le nuove scoperte da una parte, e le qualità razionali e immaginative delle menti, dall’altra. E’ infatti raro che idee completamente nuove sboccino di colpo dalle menti dei singoli individui, per quanto dotati possano essere; in realtà le idee si evolvono lentamente e attraverso esperimenti, e gli individui più dotati, che noi tendiamo a ritenere creatori di tali idee, sono di norma soprattutto dei chiarificatori delle stesse.

Hammurabi, Dalton, Darwin, Voltaire e Einstein- tanto per fare alcuni nomi- trasformarono le teorie e gli studi precedenti, che erano solo allo stadio sperimentale, in sistemi coerenti e convincenti, i quali potevano a loro volta essere ulteriormente sviluppati da molti altri uomini, di minore o di maggiore intelligenza. Così, la teoria atomica di Dalton si riallaccia da una parte a quella di Democrito, e dall’altra alla moderna fisica atomica; il codice di leggi di Hammurabi si allaccia ai costumi tribali da una parte, e dall’altra-attraverso la legislazione romana e il codice napoleonico-ai riformatori contemporanei.

Prologo del Codice di Hammurabi, tabella di argilla, 1780 A.C., Museo Louvre, Parigi, Francia.

Prologo del Codice di Hammurabi, tabella di argilla, 1780 A.C., Museo Louvre, Parigi, Francia.

Busto di Hammurabi

Busto di Hammurabi

John Dalton (1766-1844) fisico e chimico britannico

John Dalton (1766-1844) fisico e chimico britannico

                                                             Teoria atomica proposta da John Dalton


La teoria di Dalton si è basata sulla premessa che gli atomi di elementi diversi si riconoscevano dalle differenze nei loro pesi. Ha dichiarato la sua teoria in una conferenza alla Royal Institution nel 1803. La teoria ha proposto una serie di idee di base: Tutta la materia è composta di atomi. Gli atomi non possono essere creati o distrutti .Tutti gli atomi di uno stesso elemento sono identici. Usando la sua teoria, Dalton ha razionalizzato le varie leggi di combinazione chimica che esistevano a quel tempo. Tuttavia, ha fatto un errore nel ritenere che il composto più semplice dei due elementi deve essere binario, formato da atomi di ogni elemento in un rapporto di 1:1. Nonostante alcuni errori, la teoria di Dalton ha fornito una spiegazione logica di concetti, e ha aperto la strada a nuovi campi di sperimentazione.

La teoria evolutiva di Darwin ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare

La teoria evolutiva di Darwin ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare l’evoluzione della specie umana.

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Charles Robert Darwin (1809-1882)

             naturalista britannico

Albert Einstein (1879-1955), fisico e filosofo della scienza, tedesco naturalizzato statunitense. Il suo grande merito è di aver mutato per sempre il modello di interpretazione del mondo fisico e dell'universo.

Albert Einstein (1879-1955), fisico e filosofo della scienza, tedesco naturalizzato statunitense. Il suo grande merito è di aver mutato per sempre il modello di interpretazione del mondo fisico e dell’universo.

Questi grandi sistemi di pensiero sono abbastanza vasti da costituire sistemi autonomi i cui singoli stadi di sviluppo sono permanentemente fissati nella storia dell’umanità. E, come la storia stessa ci mostra, questi sistemi sono, in ogni società e a ogni momento, in costante interazione tra loro: alcuni possono essere a uno stadio più avanzato di evoluzione, altri a uno stadio tanto embrionale che solo una paziente analisi storica li riesce a scoprire. C’è quindi una specie di selezione naturale delle idee, e ogni nuovo contributo deve sfidare i sistemi di pensiero già esistenti in una lotta in cui qualcosa deve cedere a vantaggio della coerenza.

Per comprendere il processo senza fine di chiarificazione e di miglioramento delle idee derivante da questa competizione sempre in atto occorre essere abbastanza audaci da generalizzare-dire cioè fu qui che l’idea di un unico essere divino venne per la prima volta espressa, fu qui che la scienza moderna ebbe veramente inizio, e così via-, e occorre dividere il campo del pensiero in un certo numero di campi minori, non tanto numerosi da rendere confusa la delineazione generale, ma neppure tanto pochi da far perdere i vantaggi della suddivisione.

Lo studio della filosofia, della scienza e del pensiero sociale hanno una base comune: la ricerca della conoscenza del mondo, da una parte,  e della conoscenza dell’uomo e della società umana, dall’altra parte. Spesso questa conoscenza è stata cercata per se stessa, indipendentemente da una sua utilità pratica diretta, ma spesso è stata cercata proprio per le sue applicazioni, o anche è nata da necessità strettamente pratiche. Dietro tale ricerca sta quella particolare forma di curiosità che noi definiamo amore per la conoscenza”. Ogni progresso umano, ognuna delle grandi differenze esistenti fra le condizioni di vita del mondo contemporaneo e quelle del mondo dei nostri lontanissimi antenati si fonda sulle idee sorte dallo spirito di ricerca. E così, come la tecnologia subisce un arresto se le viene a mancare lo stimolo della ricerca scientifica pura, senza l’ispirazione fornita dalle nuove idee ,l’intero svolgersi della vita umana diverrebbe una semplice routine.

Occorre però ricordare che le nostre generalizzazioni e le nostre distinzioni sono fortemente influenzate dal nostro particolare sistema di pensiero: infatti, analizzando lo sviluppo delle idee, noi prendiamo inevitabilmente l’ispirazione dal modo di pensare della nostra epoca, e procedendo nell’analisi scopriamo una costante sfida a tale modo di pensare. Ma apprendendo ciò che impararono i nostri antenati proviamo un senso nuovo di umiltà, assieme a un nuovo senso di speranza. E accettando un retaggio di idee tanto ricco ci avviciniamo di più al compimento di noi stessi, sia come individui, sia come membri della specie umana.

                                                                                                                                  Lucica

FRANCIS DRAKE

                                                                              G. A B R A M – C O R N E R

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Francis Drake nacque in Inghilterra nella contea di Devon attorno al 1540, figlio di un pastore anglicano. La sua famiglia purtroppo incappò nella persecuzione contro i protestanti scatenata dalla cattolicissima regina Maria Tudor detta “la Sanguinaria”, che aveva in mente di restaurare la religione cattolica dopo lo scisma di Enrico VIII. Questo sovrano si era staccato dalla Chiesa di Roma in seguito al rifiuto del Papa di annullare il suo pur valido matrimonio con la regina in carica, essendo egli innamorato di un’altra donna, Anna Bolena, che intendeva ad ogni costo sposare. Difficile è immaginare quanti sanguinosi guai possono causare gli insulsi capricci dei potenti!

Enrico VIII si era allora autoproclamato, con l’appoggio di vescovi compiacenti, Capo della Chiesa d’Inghilterra, aveva troncato ogni rapporto con la Chiesa Cattolica Romana ed infine si era reso scapolo facendosi annullare il matrimonio dai suddetti vescovi conniventi.

A causa di queste vicende, la famiglia Drake, avendo aderito alla nuova fede protestante, fu perseguitata dalle mire restauratrici di Maria Tudor e, spogliata di ogni bene, fu costretta alla fuga.

Il giovane Francis, in seguito a queste traversie che gli cambiarono la vita, finì come mozzo su una nave contrabbandiera invece che su un pulpito. Questa attività era molto praticata dagli abitanti del Devon, e serviva ad integrare i loro scarsi ed incerti guadagni, alla stregua degli spalloni nostrani che a cavallo degli anni ’50 e ’60, attraverso il confine svizzero, traghettavano sigarette e caffè, al fine di rimpolpare lo scheletrico reddito di una misera agricoltura di sussistenza, con proventi al limite della legge ed anche oltre.

Dal contrabbando alla pirateria il passo fu breve ed il suo apprendistato come uomo di mare, esperto navigante e reggitore di uomini fu rapido, essendo il giovane Francis dotato di intelligenza, ambizione e capacità di comando.

Dai miseri traffici sulla costa del Devon passò alla guerra corsara combattendo gli Spagnoli nel golfo del Messico, e trasportando in patria tesori e ricchezze rapinate agli ispanici che a loro volta li avevano sanguinosamente sottratti ai nativi di Perù.

Sul trono inglese intanto era salita Elisabetta, quella che avrebbe consegnato al boia la cugina Maria Stuarda, regina di Scozia, e Drake e la nuova sovrana, entrambi spregiudicati e privi di scrupoli, erano fatti per intendersi.

Nel 1572 il pirata ottenne da Elisabetta una regolare “patente di corsa”, che lo autorizzava e lo legittimava nelle sue imprese corsare, che da quel momento vennero compiute sotto il patrocinio della monarchia inglese.

La fine del 1577 vide l’inizio dell’impresa più clamorosa di Drake, il quale partì, sempre sotto il patrocinio di Elisabetta, verso terre sconosciute oltre lo stretto di Magellano, con cinque piccoli velieri e 166 uomini di equipaggio.

Salpò dall’Inghilterra, doppiò capo Horn, la punta più meridionale del Sud-America, e risalì le coste del Cile e del Perù saccheggiando e predando città e vascelli fino a raggiungere la California che ribattezzò “Nuova Albione” in omaggio alla sua terra.

Diresse quindi la prua ad ovest verso il mare aperto, verso l’immensità del Pacifico. Attraversò la vastità di quell’oceano che proprio pacifico non era, passando a poche centinaia di miglia a Nord dell’Australia, della Nuova Zelanda e della Nuova Guinea, che furono scoperte da Cook due secoli dopo.

Toccò in seguito molte isole ignote dell’arcipelago della Sonda, l’attuale Indonesia, e dopo aver attraversato l’oceano Indiano, doppiò il Capo di Buona Speranza, giunse nella Azzorre e da lì in patria.

Era il settembre del 1580, aveva circumnavigato il globo in 33 mesi, ed aveva riportato delle cinque una sola nave, la “Golden Hind” (Cerva Dorata), che però traboccava del bottino rastrellato sulla costa peruviana, essendo le altre colate a picco col relativo equipaggio, a dimostrazione dei rischi mortali che a quei tempi si correvano solcando i mari.

La regina Elisabetta andò di persona a Plymouth ad incontrare Drake, e per l’occasione lo armò, seduta stante, col titolo di cavaliere donandoli una spada d’oro tempestata di brillanti, probabilmente anch’essa frutto di rapina.

In seguito, scoppiata la guerra con la Spagna, Drake riprese il mare, e conquistò città nemiche nelle indie occidentali, nelle isole di capo Verde e nel 1587 nelle acque di Cadice distrusse una potente flotta spagnola.

L’anno seguente fu uno dei comandanti della flotta inglese che sfasciò e disperse una delle più colossali flotte, che mai fino ad allora avessero solcato i mari: l’Invencible Armada, che segnò la fine della supremazia spagnola sugli oceani.

Il corsaro elisabettiano morì il 25 gennaio 1596, poco più che cinquantenne, di malattia, a bordo della sua nave durante una delle solite spedizioni corsare nelle Indie occidentali, avventure a cui non riusciva a rinunciare.

Francis Drake spirò vestito di armi e corazza, come se dovesse andare in battaglia, e fu sepolto in mare dentro una cassa di piombo. Con lui vennero affondati due vascelli spagnoli catturati e due bastimenti inglesi, come viatico e lasciapassare per l’eternità, mentre i colpi di molti cannoni laceravano il cupo silenzio del mare oceano.

AFORISMA: La vita è come Las Vegas, vince sempre il banco…e tu perdi.

                                                                             G.Abram, Il Trionfo di Kaino, ediz. El Tiburon, Sondrio,2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

Ritratto di Sir Francis Drake, realizzato da Gheeraerts il Giovane

Ritratto di Sir Francis Drake, realizzato da Gheeraerts il Giovane

Il ritratto di Elisabetta  I fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell'Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo terrestre, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l'evento.

Il ritratto di Elisabetta I fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell’Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo terrestre, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l’evento.

Mappa che mostra il viaggio di circumnavigazione di Sir Francis Drake tra 1577-1580

Mappa che mostra il viaggio di circumnavigazione di Sir Francis Drake tra 1577-1580. (clicca sulla foto per ingrandimento)

LA CONCEZIONE DELL’UNIVERSO NELL’ANTICO EGITTO

GLI DEI COSMICI

L’universo appariva agli Egiziani come il manifestarsi di una serie di esseri divini, più o meno personificati o umanizzati, ciascuno con una propria storia mitica che ne interpretava immaginosamente le manifestazioni. Così anche gli Egiziani, come ogni altro popolo, si domandarono anzitutto come fosse sorto il nostro mondo. A questo eterno interrogativo essi fornirono una serie di risposte contrastanti che, con la loro stessa profondità, sembravano attestare come nessuna delle soluzioni apparisse completamente soddisfacente, ma come piuttosto esse si completassero in un certo modo, a vicenda.

Quella che è forse la più antica sembra ispirata dalla annuale vicenda della Valle del Nilo: la campagna spariva ogni anno sotto le acque di inondazione per riemergere poi a poco a poco, rinnovata come da una rinascita.

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Fiume Nilo con le principale città lungo il suo corso

Si immaginò così che l’intera terra fosse stata un giorno sommersa dalle acque primordiali da cui era poi misteriosamente emersa una collina “la meravigliosa collina delle età primordiali” che in seguito lo spirito campanilistico volle identificare con questa o con quella eminenza di terreno, un po’ dappertutto in Egitto. Nel fango che ricopriva la collina si trovano quattro coppie di divini animali acquatici, rane le femmine, serpenti i maschi, i cui nomi evocano un ambiente ancora inarticolato e caotico: Num e Naunet, che indicano il caos liquido; Kuk e Kauket, che rappresentano l’oscurità; Huh e Hauhet l’indefinito, e infine Amon e Amaunet, l’ignoto: potenze imprecisate ed oscure che simboleggiano una primitiva ed inesauribile potenza generatrice. Sulla collina era poi apparso un uovo da cui era nata un’oca che aveva inondato di luce quella culla del mondo, perché l’oca era il Sole.

Essa per prima, tra tutte quelle creature dalle origini striscianti nel fango, si era distaccata dal limo generatore alzandosi in volo e lanciando alte grida: per la prima volta la luce e il suono laceravano il silenzio e l’oscurità che avevano regnato fino ad allora sulla Terra.

A Eliopoli si riteneva invece che il dio del sole- chiamato in quella città Atum– fosse sorto, generandosi da sé, “dall’acqua primordiale, prima che il cielo e la terra fossero nati, prima che un solo verme o rettile fosse creato, e non trovò nessun luogo su cui posarsi”. Allora si era rizzato su una pietra, chiamata ben-ben, sul luogo dove sarebbe sorta Eliopoli. Vedendo che era solo, pensò a crearsi dei compagni: dalla saliva nacquero il dio Shu e la dea Tefnet

Il mondo appena creato (o piuttosto appena sorto, perché come si vede gli Egiziani non arrivano ancora a concepire una creazione dal nulla), era qualcosa di indistinto: il cielo e la terra non vi erano ancora separati e la dea celeste Nut era prona sul corpo del suo sposo e fratello, il dio della terra, Geb.

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Il loro padre, Shu, il dio dell’aria, si interpose tra di loro e sollevò sulle sue braccia Nut facendone la volta del cielo. La dea, nella sua ascesa, trascinò  tutti gli dei che nel frattempo erano sorti all’esistenza e li trasformò in stelle.

Anche il Sole non le sfuggì e anch’esso, con le altre stelle, naviga ora lungo il corpo di Nut sulla propria barca.

Probabilmente quest’ultima concezione sorse da una contaminazione con un’altra leggenda che immaginava il cielo come una grande distesa d’acqua, “l’acqua vivente che è nel cielo” dalla quale aveva origine la pioggia. Del resto, la volta del cielo fu immaginata dagli Egiziani anche come una gigantesca vacca. (identificata ulteriormente con la dea Hathor) Simili contraddizioni non li urtavano affatto. Anche perché ogni “spiegazione” che gli uomini possono dare delle realtà soprannaturali non possono essere che incomplete e non si può pretendere di esaurire tutti gli aspetti complessi che tali problematiche fanno sorgere.

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La separazione di Nut e Geb segnò l’inizio dell’esistenza del mondo attuale, in cui l’aria separa dalla terra la volta celeste e gli astri.

Tra le divinità cosmiche quella che esercitò la funzione più alta e insieme più complessa e costante in tutta la storia religiosa dell’Egitto fu il Sole. Sotto gli aspetti e nelle funzioni più varie, esso domina sempre e ovunque in Egitto, nel mondo religioso come nella realtà fisica. Molteplici sono le sue manifestazioni; il suo nome più comune è Ra, ma in quanto sole che sorge può manifestarsi come un grande scarabeo chiamato Khepri.

 Esso fa rotolare davanti a sé, attraverso il cielo, il disco solare, così come il comune scarabeo fa rotolare sul suolo la sua sfera di sterco: un accostamento, sia detto per inciso, che ci fa ben comprendere come gli Egiziani sapessero vedere manifestazioni o simboli della divinità anche negli aspetti più prosaici della natura. Alla sera si manifesta poi come Atum, il dio di Eliopoli, ma in ogni caso questa distinzione non ha un valore assoluto. Notevole è poi la raffigurazione, che si sovrappone alle precedenti, del Sole come Horo, figlio di Osiride; egli si incarna anche nel faraone regnante ed è rappresentato come un uomo a testa di falco, originariamente il dio della città di Ieraconpoli.

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Il Pantheon Egizio

I L  M I T O  D I  O S I R I D E  E  I S I D E

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Raffigurazione del dio Osiride con i simboli della regalità

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Raffigurazione della dea Iside con le ali aperte

La dea del cielo Nut e il dio della terra  Geb  generarono  OsirideIsideNefti e Seth .  Iside, dea dell’amore, sin da quando erano insieme nel ventre materno amava Osiride e i due, dopo la nascita, divennero faraoni e civilizzarono il mondo.

Un giorno Osiride, ubriaco, ingravidò Nefti che era la sposa di Seth; questi, saputolo, decise di uccidere il fratello. Assieme ad alcuni complici costruì quindi un sarcofago riccamente decorato in oro, argento e lapislazzuli e, durante una festa, proclamò che l’avrebbe regalato a chiunque fosse riuscito ad entrarci perfettamente.
Mentre Osiride, incoraggiato da Seth, tentava di entrarvi, il fratello lo chiuse dentro e gettò il sarcofago nel  Nilo, uccidendo il malcapitato all’interno. Il sarcofago discese il fiume fino al mare per poi arenarsi a Biblo, dove un’acacia lo avvolse coi propri rami. In tempi successivi l’acacia venne tagliata e dal tronco si ricavò un pilastro per il palazzo del re di Biblo,  Malcandro.

Nella disperata ricerca dell’amato, Iside giunse a Biblo dove, sotto le sembianze di comune mortale, riuscì ad entrare a far parte della corte reale, a guadagnarsi la fiducia della regina Nemano ed a divenire nutrice del giovane principe della città. Uno giorno Nemano scoprì Iside mentre poneva il principe bambino sulle braci ardenti: non consapevole del fatto che si trattava di un rito atto a garantire l’immortalità al bambino, la regina si allarmò ed Iside fu costretta ad assumere le sue vere sembianze ed a svelare il vero motivo per cui si trovava nella città. Messa al corrente, Nemano consegnò il sarcofago, che ancora era contenuto nel pilastro d’acacia, alla dea.

Iside tentò vanamente di resuscitare Osiride, ma ne rimase fecondata. Ne nascose quindi il corpo a Buto, mentre qualche tempo dopo partorì Horus e lo allevò in segreto nelle paludi del Delta.
Un giorno Seth trovò il corpo di Osiride. Furibondo, lo smembrò e ne disperse i pezzi per l’Egitto, sicuro che Iside si sarebbe arresa ed infine, per maggior sicurezza, mise Iside e Nefti sotto chiave. Queste vennero liberate successivamente da Selket e altre sette dee, e si misero subito alla ricerca delle parti del corpo di Osiride. Dopo averlo ricomposto lo mummificarono, affinché il dio potesse rinascere nei campi Aaru, una sorta di paradiso egizio. Iside sarebbe poi andata, insieme ai cari di Osiride, nell’Oltretomba per vivere in eterno con Lui.

Sarebbe spettato ad Horus, il figlio di Iside ed Osiride concepito a Biblo, sconfiggere lo zio Seth in una serie di battaglie e divenire faraone.

    • Nut e Geb, genitori di Osiride, Iside, Nefti e Seth, separati da loro padre Shu

  • Un defunto, Ani, si prostra dinnanzi ad Osiride, dietro al quale vi sono Iside e Nefti.

  • Triade divina: Horo, Osiride ed Iside.

  • Horus, figlio di Osiride

Di origine egiziana, il mito fu oggetto di grande culto. Iside e Osiride furono associati alle piene del Nilo, momento di grande festa. Il mito, evolutosi nel corso dei secoli, fu adottato dai romani e dai greci. Ancora oggi nel mondo alcuni credono in questo mito. Essi sono chiamati Kemetisti e formano una vera e propria religione, sebbene fra le meno praticate.

fonte: Wikipedia 

                                                                                                                                                            Lucica

ISAAC NEWTON – L’UNIVERSO MATEMATICO

        “Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un oceano!”

                                                                                                        Isaac Newton

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Sir Isaac Newton

Il maggiore fisico del XVII secolo fu Isaac Newton (1642-1727). Un altro grande fisico, il contemporaneo Albert Einstein, ha definito l’opera di Newton “forse il più grande passo nel campo intellettuale che sia mai stato concesso a un uomo di fare”.

Newton non era adatto a lavorare in collaborazione con altri. Le sue cose migliori non le fece alla Royal Society e nemmeno a Cambridge, ove ottenne a 27 anni una cattedra di matematica, ma, come egli stesso affermò, quando la peste portò alla chiusura dell’Università ed egli poté ritirarsi a casa sua in campagna, isolato da tutti.

Negli anni 1665-66 inventò la formula del binomio che da lui prende nome, il calcolo differenziale e quello integrale. Quindi fece la sua più famosa scoperta, quella della legge della gravitazione universale (essa completava l’opera di Keplero fornendo una spiegazione matematica del movimento dei pianeti). Newton elaborò inoltre, con l’aiuto di prismi, una teoria ottica e una della luce.

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Nel telescopio riflettente (1688) Newton usò come “raccoglitore di luce” uno specchio anziché una lente, che avrebbe provocato errori cromatici.

Tra il 1665 e il 1666, Isaac Newton realizzò col prisma una serie di esperimenti che trasformarono radicalmente le idee tradizionali intorno alla natura della luce e dei colori. Egli praticò un forellino nella finestra della sua stanza perfettamente oscurata. Fece in modo che un prisma intercettasse il raggio di luce che penetrava dalla piccola apertura, proiettando l’immagine su una parete a molti metri di distanza, sulla quale osservò uno spettro non circolare, ma di forma allungata nel quale erano riconoscibili tutti i colori dell’iride. Newton mostrò anche la reversibilità dell’esperimento: proiettando lo spettro policromo su una lente convergente, veniva infatti rigenerato il raggio di luce bianca. Da questi esperimenti dedusse che i colori non erano, come si era ritenuto da Aristotele a Cartesio, modificazioni accidentali della luce bianca. Quest’ultima non appariva più una sostanza elementare, ma eterogenea: il prodotto cioè della miscelazione dei diversi colori. Newton affermò correttamente che lo spettro appariva allungato perché i vari colori presentano diversi indici di rifrazione. Egli derivò da questa scoperta l’idea del telescopio a riflessione, capace di attenuare notevolmente i fastidiosi effetti dell’aberrazione cromatica. I risultati di queste ricerche furono pubblicati da Newton nelle Philosophical Transactions della Royal Society nel 1672 e 1675.

Il link sotto è un’invito nel museo “Galileo Galilei” di Firenze, con un video che tratta l’esperimento di Newton.

http://catalogo.museogalileo.it/multimedia/EsperimentoPrisma.html

 ESPERIMENTO  “PRISMA 1666”
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PRISMA 1666 è un’installazione luminosa interattiva ispirata a questa scoperta, che consiste in quindici cristalli triangolari disseminati casualmente su una superficie bianca all’interno di una sala buia. I visitatori possono utilizzare un’interfaccia gestita da un iPad con cui orientano i fasci di luce proiettati, sperimentando quello che Newton ebbe l’occasione di scoprire molti anni fa.
L’installazione nasce dalla collaborazione tra Wonwei (società tecnologica con sede a Tokyo) e lo studio di design, con base a Shanghai, Super Natura Design. È stata esposta per la prima volta all’International Science and Exhibition Art di Shanghai di quest’anno dove ha ricevuto il Premio per il Miglior Design Creativo.
Newton fece tutte queste scoperte fra i 23 e i 24 anni d’età, ma le pubblicò solo sedici anni più tardi. Carattere chiuso per natura, lui non amava la pubblicità. Inoltre era inquieto per la sua teoria della gravitazione universale. Si racconta, a proposito di questa sua grande scoperta, che un giorno vide una mela cadere da un albero del suo frutteto, e questo gli fece pensare che doveva essere la Terra che attirava la mela. In realtà, egli si stava chiedendo quale forza d’attrazione poteva tenera la Luna nella sua orbita, quando la vista di una mela che cadeva gli fece balenare l’idea che potesse trattarsi della stessa attrazione che agiva sulla mela. Ma era perplesso sulla collocazione dell’attrazione terrestre. Era possibile che la gravità attirasse la mela verso il centro della Terra?
Solo molto più tardi Newton poté rispondere a questo interrogativo con certezza, ma già allora i suoi calcoli erano abbastanza avanzati da poter dimostrare che una sfera uniforme di materia gravitazionale, quale la Terra, attrae i corpi esterni come se tutta la sua massa fosse concentrata nel suo punto centrale. Si possono facilmente immaginare le conseguenze che tale scoperta ebbe sull’astronomia poiché, una volta stabilito che il Sole e i pianeti sono corpi solidi, anche i calcoli astronomici avrebbero potuto raggiungere l’esattezza matematica.
Newton si rese conto che se le particelle si fossero attratte l’una l’altra in modo aleatorio, ci sarebbe stato ben poco ordine nella natura. Così nel primo libro della sua opera Principia Mathematica, dimostrò non solo che le forze di attrazione dei pianeti agiscono come se fossero concentrate ai rispettivi centri, ma anche che esse variano in misura inversamente proporzionale al quadrato della distanza fra i loro centri.
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 Isaac Newton – Principia Mathematica, l’opera in cui lo scienziato espose un unico sistema di leggi fisiche atto a spiegare sia i movimenti dei corpi sulla superficie della Terra, sia quelli dei corpi celesti. 
LA LEGGE DELLA GRAVITAZIONE DI NEWTON
Ogni punto materiale attrae ogni altro singolo punto materiale con una forza che punta lungo la linea di intersezione di entrambi i punti. La forza è proporzionale al prodotto delle due masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza fra loro.
 
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Schema di due masse che si attraggono l'un l'altra

Era così dimostrato che la natura non solo è una macchina, ma una macchina dotata di un’armonia e di un equilibrio veramente eccelsi.
Newton, che era una persona religiosa, considerò tutte le sue scoperte sul funzionamento dell’universo come una prova dell’esistenza di Dio, della sua grandezza e della sua perfezione. Egli era anche estremamente modesto, e fu solo per insistenza dell’astronomo Edmund Halley (1656-1743) che pubblicò la sua opera Principia. I rapporti fra Newton e gli altri membri della Royal Society furono però a volte poco felici, e alcuni dei suoi contemporanei, fra cui lo scienziato Robert Hooke (1635-1703), gli contestarono la priorità di certe scoperte di matematica. tali controversie erano in parte dovute al grande ritardo con cui Newton pubblicava le sue scoperte.
Newton divenne più socievole invecchiando. Quando Giacomo II tentò di abolire i privilegi delle Università, egli si batté tenacemente in Parlamento per Cambridge. Più tardi fu eletto presidente della Royal Society e direttore della Zecca Reale.
Nel suo trattato del 1705, Edmund Halley, basandosi sul metodo di Newton, calcolò gli elementi orbitali di 24 comete, le sole per cui avesse osservazioni affidabili. Halley era convinto già da alcuni anni che le comete fossero oggetti permanenti del Sistema Solare, caratterizzate da orbite ellittiche estremamente eccentriche. Notando come gli elementi orbitali da lui calcolati per le comete del 1531,1607 e 1682 fossero estremamente simili, propose che si trattasse di una stessa cometa che si ripresentava a intervalli regolari di circa 76 anni. Imputò la differenza di periodo tra i successivi passaggi della cometa, più’ di 76 anni tra il primo e il secondo, ma meno di 75 tra il secondo e il terzo, all’effetto di “perturbazione” che i grandi pianeti, Giove e Saturno, esercitavano sull’orbita cometaria. Halley previde il ritorno della cometa per l’anno 1759! Era la prima volta che qualcuno annunciava l’arrivo di una cometa e la cosa suscitò grande scalpore. Per calcolare il periodo esatto con cui la cometa sarebbe tornata e la zona del cielo in cui sarebbe inizialmente apparsa era dunque necessario includere questi effetti perturbativi nei calcoli della sua orbita. Per le capacità di calcolo di cui disponevano gli astronomi dell’epoca, le difficoltà dell’impresa erano formidabili.
Tabella astronomica di Halley con i movimenti delle comete da lui studiate (ed. del 1752). Si noti la somiglianza tra gli elementi orbitali per le comete del 1531, 1607 e 1682.
Orrery ( dal nome del conte d'Orrery (1676-1731), un modello meccanico dell'universo newtoniano.

Orrery ( dal nome del conte d’Orrery (1676-1731), un modello meccanico dell’universo newtoniano.

                                                                                                                                                              Lucica