SANTUARIO DI TIRANO

10628014_570196976425909_6712696300614207656_n

“BENE AVRAI”

Il Santuario di Tirano sorge proprio nel punto dove, il 29 settembre 1504, festa di S. Michele, la Vergine Maria apparve al beato Mario Homodei, salutandolo con le parole: “Bene avrai” e chiedendo espressamente la costruzione di un tempio in suo onore con la promessa di salute spirituale e corporale a chi l’avesse invocata. L’immediato consenso creatosi intorno all’apparizione indusse le autorità di Tirano a chiedere alla Curia di Como l’autorizzazione per la costruzione del santuario. Questa fu subito concessa. Infatti il 10 ottobre 1504, undici giorni dopo l’evento, Guglielmo Cittadini, vicario del vescovo di Como, cardinale Antonio Trivulzio, autorizzava, con il permesso di celebrare la messa, la costruzione di una basilicam seu ecclesiam in onore della Vergine, sul luogo dell’Apparizione, dove già era stata eretta con frenetico zelo una cappella. Neppure sei mesi dopo l’apparizione, esattamente il 25 marzo 1505, fu posta la prima pietra. Presunti architetti i fratelli Rodari, Tommaso, Giacomo, Donato e Bernardino, originari di Maroggia sul lago di Lugano, nel Canton Ticino della Svizzera. Nel 1513 la chiesa era già officiata, anche se incompleta. Numerosi maestri d’arte, nei secoli successivi, gli diedero l’attuale bellezza e ricchezza artistica. La veridicità dell’apparizione, supportata dall’immediato verificarsi di miracoli, indusse la gente a sollecitare l’edificazione del tempio e rappresentò un’occasione per manifestare più apertamente la religiosità e la profonda devozione mariana di quella terra. La gente contadina era per lo più abituata a vivere l’esperienza religiosa anche negli episodi della vita quotidiana: è facile capire come spontaneamente corresse a quel luogo benedetto e poi alla cappella per i problemi di tutti i giorni, e il compiersi dei miracoli non poteva che accrescere questo fenomeno. Il santuario di Tirano è stato un punto di riferimento importante per i valligiani, soprattutto durante l’occupazione e le guerre, e la devozione alla Madonna come protettrice della valle e simbolo della sua libertà si è sicuramente andata consolidando nel tempo. Ora come allora il santuario è meta di numerosi pellegrini e turisti che, come recita la formella in marmo (1534) apposta sopra il portale principale del tempio, affidano alla Vergine Maria con cuore sincero le proprie preghiere. Qui, in questo santuario, ogni giorno accorrono i devoti per deporre ai piedi della Vergine gioie, speranze e sofferenze e per avere salute e consolazione.

VIDEO DEL SANTUARIO

Notizie storiche. Le prime notizie storiche documentate risalgono al secolo XI. Un documento del 1073 parla del castello del Dosso, costruito dalla famiglia Omodei; in seguito Tirano si costituisce in Comune, quindi è sottoposto alla Signoria dei Capitanei, dei Visconti e degli Sforza di Milano. Lodovico il Moro fortifica Tirano con una nuova cerchia di mura, con tre porte e con il nuovo castello di Santa Maria. Proprio in quel periodo, politicamente e religiosamente tanto agitato, avviene l’apparizione prodigiosa della Madonna che, con la costruzione del Santuario, rende celebre la città e l’intera regione.

Don Simone Cabassi, parroco di Tirano, l’8 settembre 1601 ne descrive per primo la storia:

Il giorno di San Michele29 settembre 1504, un contadino “di santa vita e religiosi costumi”, di nome Mario, della nobile famiglia degli Omodei, esce di casa prima dello spuntar del sole, per andare nella vigna a raccogliere alcuni pochi frutti, quando improvvisamente, ha l’impressione che le cime dei monti siano illuminate da una nuova strana luce.

Mentre incerto si domanda da dove provenga tanto chiarore, si sente alzare da terra e trasportare in un piccolo orticello, coltivato in quella zona solitaria. Deposto a terra, gli si presenta davanti agli occhi una fanciulla, dall’apparente età di 14 anni, o poco più, con una veste candidissima, dalla quale Mario comprende provenire la strana luce che lo avvolge. La fanciulla, circondata da una moltitudine di angeli, gli rivolge la parola, chiamandolo per nome «Mario! Mario!». Il buon Mario, rincuorato, risponde «Bene?». «Bene avrai!» riprende la fanciulla.

«Vai a Tirano, e chiedi a quella gente di costruire, in questo luogo, una chiesa per il culto del Signore ed in onore del mio santo Nome».

A Mario, preoccupato per l’incarico ricevuto, che teme di non essere creduto dai compaesani, la fanciulla assicura che, se non crederanno, la pestilenza che al presente affligge il bestiame, si estenderà anche alla popolazione. Come segno dell’autenticità delle sue parole, gli annuncia la guarigione del fratello Benedetto che ha appena lasciato infermo. Terminato il colloquio, la visione scompare lasciando un’intensa fragranza di soavi profumi.  Fattosi giorno, Mario, colmo di meraviglia, si precipita nella chiesa parrocchiale dedicata a San Martino,nella quale i fedeli stanno assistendo alla celebrazione della prima Messa, ed annuncia loro a gran voce quanto la Madonna gli ha comunicato. Dopo un primo iniziale momento di incredulità e di incertezza, i fedeli corrono alla casa di Mario, dove constatano la guarigione del fratello Benedetto che ormai credevano morto, e che invece li accoglie, in piedi, senza febbre, con solo una leggera debolezza dovuta alla lunga malattia.

Il 25 marzo del 1505 vengono gettate le fondamenta del Santuario di Nostra Signora di Tirano, su un terreno appartenente a un capitano degli Sforza. Molte furono le grazie ricevute dalla popolazione, tanto che nella sacrestia è conservato un “libro dei miracoli” che riferisce con minuziosi particolari i prodigi avvenuti nel periodo 1504-1519.

Ma proprio in questo periodo, anche i contrasti religiosi coi Grigioni si vanno acuendo e conducono alla sanguinosa rivolta del 1620, che sfocia, la mattina del 19 luglio, nella strage dei riformati che si estende poi per tutta la Valle. La mattina del 11 settembre gli Svizzeri prendono d’assalto Tirano. Ma i Valtellinesi, sostenuto il primo urto, escono in campo aperto e la battaglia si svolge con sorti alterne; alla fine gli Svizzeri sono sopraffatti e lasciano sul campo numerosi morti, tra i quali gli stessi comandanti. Gli storici riferiscono che in quel giorno la statua di bronzo di San Michele arcangelo, posta sulla cupola del Santuario, fu vista roteare su se stessa e brandire la spada di fuoco contro il campo avversario.

 

 

Lucica Bianchi

W DI WALTER

MORBEGNO 2 ottobre 2014 serata alla memoria

IN OCCASIONE DELLA PROIEZIONE DEL DOCUFILM DI ROSSANA PODESTA’ E PAOLA NESSI PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE AMICI DI WALTER BONATTI E COMMEMORAZIONE DELLA SUA FIGURA

09C72D44-1ECD-11

Nella splendida cornice dell’auditorium della chiesa sconsacrata di S. Antonio nella piazza omonima di Morbegno, dove ai banchi e all’altare si sono sostituiti poltrone e palco, ma sono rimasti, discretamente conservati, gli affreschi e le cripte originali, questa sera, a partire dalle ore 20.30, un nutrito pubblico ha potuto assistere alla celebrazione di una figura di grande rilievo nazionale e internazionale, ma anche molto importante a livello del nostro territorio: Walter Bonatti, grande alpinista, esploratore, giornalista, scrittore, una leggenda, ma soprattutto un uomo di grandi principi e dalle grandi qualità che nel corso della serata sono state raccontate con molta passione da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo personalmente.

 

locandina_W.di.Walter
Introduzione di Giuseppe Ronconi
L’importanza di Walter Bonatti nell’ambito del nostro territorio è ulteriormente dimostrata dal fatto che proprio qui in Valtellina si è costituita un’associazione chiamata proprio GLI AMICI DI WALTER che si propone di portarne avanti il ricordo e il pensiero per dare lustro al nostro territorio e per formare, nello spirito dell’eredità lasciata da Walter, le nuove generazioni, collaborando dunque anche con l’istituzione scolastica. Un’associazione che Giuseppe Ronconi, principale cicerone della serata, ha avuto l’onore di presentare in apertura introducendo a cospetto del pubblico i membri principali.
Il Presidente Onorario Franco Moro
Franco Moro è stato amico personale di Walter Bonatti (hanno fatto tra le altre cose un viaggio insieme nelle remote isole Vanuatu) e questa sera ha voluto introdurre il suo discorso con una citazione del grande alpinista: chi più in alto sale più lontano vede, chi più lontano vede più a lungo sogna. “Walter è stato un atleta e una persona eccezionale che teneva in grande considerazione il valore dell’amicizia” ha raccontato Moro “il suo più grande sogno era che emergesse una volta per tutte la verità sul K2. Con la grande determinazione di cui era dotato, ha lottato per cinquant’anni a tal scopo e poco tempo prima della sua morte è riuscito a vincere questa battaglia passando però attraverso molte traversie cui ha sempre opposto il suo coraggio e i suoi saldi principi. Esemplare da questo punto di vista un episodio. Walter venne convocato a Roma per ricevere una medaglia dall’allora presidente Ciampi. Al momento del ritiro si trovò con Compagnoni e Lacedelli che ricevettero anch’essi delle onorificenze. Al momento Walter ritirò la medaglia, ma poi, una volta a casa, fece un pacco accompagnato da una lettera di rifiuto e lo spedì al presidente. Potrei raccontare anche un altro episodio che testimonia la grande levatura di Walter. Durante il nostro viaggio alle Vanuatu, nel corso di un’immersione, Walter venne senza ossigeno a soccorrere me e un altro membro della spedizione dopo che eravamo rimasti indietro. La personalità di Walter emerge anche nel corso del suo legame con Rossana Podestà, soprattutto i primi tempi”. Rossana Podestà è stata una grande attrice italiana già sposata con un importante regista (Marco Vicario ndr) dal quale ha avuto due figli (Francesco e Stefano a loro volta registi di rilievo una volta cresciuti ndr). “Una volta,” ha raccontato ancora Moro “ospite in tv di Catherine Spaak, dichiarò che se avesse dovuto trascorrere qualche tempo su un isola deserta con qualcuno quel qualcuno sarebbe stato Walter Bonatti. Gli amici di Walter glielo comunicarono così egli volle incontrarla, ma i primi incontri furono molto difficili e burrascosi” “Venivamo da due mondi diversi” ha dichiarato la stessa Rossana Podestà (nella parte finale del film che è stato poi proiettato ndr) “ma ci accomunavano infondo gli stessi obiettivi e questo ci ha poco a poco avvicinato”, un canovaccio molto comune nell’ambito dei grandi amori, quelli destinati ad entrare nella leggenda e a far sognare le generazioni a venire per molto e molto tempo. Un amore in virtù del quale Rossana Podestà ha vissuto momenti difficili come, secondo la testimonianza di Franco Moro “una notte da sola in Patagonia, mentre Walter scalava una parete, dentro una tenda con un puma che si aggirava nei paraggi. Quella di Walter insomma è stata una vita che val la pena far conoscere, soprattutto ai giovani, in quanto lo stesso Walter aveva molto a cuore l’educazione ambientale e culturale”.

TYP-468372-4837760-bonatti

L’intervento di Maria Cristina Bertarelli Presidente dell’Associazione Amici di Walter
A questo punto la parola è passata a Maria Cristina Bertarelli la quale, dopo i ringraziamenti di rito al pubblico in sala, al comune di Morbegno, in particolare al vicesindaco Gabriele Magoni e all’assessore Claudio D’Agata “per il riconoscimento dell’importanza della valorizzazione del territorio” e all’ingegnere Milani “per aver messo a disposizione la sede delle antiche cantine Martinelli” ha raccontato la sua personale esperienza all’interno dell’associazione che in pochi giorni a partire dalla fondazione sta riscontrando parecchie adesioni “un’associazione che raccoglie l’eredità di Walter e ne omaggia la figura di uomo dalla personalità forte, determinata sincera, sicura, leale e molto fedele ai valori in cui credeva. Un uomo che poteva scegliere di vivere in qualunque punto dell’arco alpino, ma scelse la Valtellina (per la precisione Monastero di Dubino ndr) perché ne apprezzava la bellezza. Ed eccoci dunque qui oggi, con grande impegno, a raccogliere la sua eredità e a divulgare i suoi valori: conoscenza e rispetto del patrimonio storico, ambientale, sociale e più in generale culturale di un territorio, in particolare del nostro territorio che Walter amava tanto e che anche noi che ci viviamo dovremmo imparare ad apprezzare. Per questo un ruolo molto importante gioca la formazione dei giovani, un altro valore cui Walter teneva moltissimo”
L’intervento di Plinio Marini dell’Associazione Cancro Primo Aiuto
È stato un tumore a portarsi via Walter Bonatti tre anni fa e questo spiega perché, nel corso della serata a lui dedicata, è intervenuta un’associazione che si occupa della cura di questa malattia ed è stata anche promossa una piccola raccolta fondi ad offerta libera. “il cancro è un male bastardo” ha dichiarato Plinio Marini “un male che lascia dietro di se tanta rabbia e innumerevoli domande insolute, ma anche la voglia di impegnarsi a fare qualcosa. L’associazione è partita in sordina, ma nel corso del tempo ha creato tre nuovi centri Ospis ha finanziato studi e ricerche e ogni anno risponde ad un sempre maggior numero di richieste d’aiuto. Richieste cui tutti possono rispondere donando col cuore”
Presentazione del sentiero Bonatti che sarà inaugurato sabato 4 ottobre alle ore 17

paginebonatti1

A questo punto Giuseppe Ronconi ha introdotto il discorso del sentiero Bonatti, uno dei tanti progetti che l’Associazione ha messo in campo per valorizzare il nostro territorio nello spirito dell’eredità e della memoria di Walter. “questo sentiero nasce in particolar modo dall’iniziativa di quattro volontari che hanno percorso i dintorni della casa di Walter, le montagne circostanti fino ad aprire questa via che porterà il suo nome. Queste persone sono Giuseppe Lisciotti, Denis Pellegatta, Andrea della Bitta e Michele Ortelli. Nella realizzazione di questo sentiero l’Associazione Amici di Walter ha trovato un valido sostegno nella Pro Loco di Dubino” ed è stata proprio una rappresentante della Pro Loco di Dubino, Rosa Barri, introdotta da Giuseppe Ronconi e coadiuvata da una presentazione fotografica interattiva, ad illustrare il percorso del sentiero “che partendo da Monastero arriva a più di 2000 metri di altezza passando da San Giuliano, La Piazza, Monte Prusata, Val Bassa, La Forcelletta, Cino, Novate, Verceia per poi ridiscendere, una volta toccato il punto più alto (che corrisponde ai 2750 m del Rifugio Omio) verso i bagni di Masino dove si conclude. In questi giorni è stata posizionata la segnaletica verticale e un sistema di rilevamento GPS a cura della Pro Loco di Chiavenna”.
La parola a Paola Nessi regista del docufilm W di Walter
Paola Nessi insieme a Mirella Polverini (stimata giornalista e scrittrice di montagna) è un membro dell’associazione Amici di Walter. Introducendola Giuseppe Ronconi ha sottolineato il grande impegno, la passione e l’amore profusi in questo progetto fortemente voluto da Rossana Podestà “per raccontare il suo Walter” come ha detto la stessa Paola Nessi nel suo discorso durante il quale ha spiegato brevemente la genesi di questo film frutto di un lavoro di tre mesi interamente girato e montato, anche con materiale di repertorio, nella casa di Rossana e Walter a Monastero di Dubino una casa che oltre ad essere la scenografia principale del film rientra nel racconto perché ad un certo punto Rossana Podestà racconterà di come lei e Walter l’hanno avuta e ristrutturata con pazienza, una casa originale del Seicento che praticamente cadeva a pezzi cui loro hanno ridato nuova vita ristrutturandola in primis, ma anche abitandola e riempiendola dei cimeli di Walter e ora trasformandola in una scenografia. “ho ricevuto un giorno una telefonata di Rossana” ha raccontato Paola Nessi “mi diceva che voleva raccontare la vita di Walter in un film che fosse anche una sorta di documentario e voleva che mi occupassi della regia. Ci siamo trovate un giorno nella casa di Dubino in cui avremmo trascorso molto tempo per scegliere le immagini di repertorio da inserire nel film” “il film è stato presentato per la prima volta a Trento il 13 settembre dello scorso anno in occasione del secondo anniversario della morte di Walter” ha proseguito Giuseppe Ronconi “è un film che racconta la storia della vita di Walter ma anche la storia d’amore tra Rossana e Walter”
W di Walter diario di una visione
A questo punto le luci in sala si sono abbassate lo schermo ha cominciato ad animarsi ed è risuonata la voce di Rossana Podestà inquadrata in apertura mentre tiene in mano una foto di Walter bambino. È questa la prima immagine di un racconto che è insieme un delicato diario intimo, un’appassionante e appassionata testimonianza privata e un documento storico di valore, la biografia di una vita unica e irripetibile all’insegna dell’avventura e della conoscenza partendo dagli anni giovanili di Walter, le sue prime scalate, passando per l’avventura del K2, che nel bene e nel male ha segnato tutta la sua vita, fino ad arrivare ai reportage in giro per il Mondo realizzati per il mensile EPOCA e alla profonda amicizia col suo datore di lavoro, Arnoldo Mondadori, la cui scomparsa lo addolorò profondamente. Un docufilm emotivamente potente in cui la figura di Walter rivive in tutta la sua forza e in cui la sua leggenda viene percorsa passo dopo passo da tutti quelli che ne furono testimoni (le tv e le testate giornalistiche che lo intervistarono, anche straniere) ma in primis dalla sua compagna in tutto e per tutto che ha vissuto nel suo ricordo nella loro casa valtellinese finchè anche lei è purtroppo scomparsa molto recentemente. Un film che è stato vissuto intensamente dal pubblico in sala (il quale, durante una scena che mostrava Walter sulla cima del Cervino dopo una scalata difficile, si è lasciato andare ad un breve ma intenso applauso) e testimonia un grande esempio di coraggio, passione e virtù. Personalmente guardando il film ho avuto modo di conoscere vari aspetti della vita e della figura di Walter Bonatti che non conoscevo come la sua fantasia nel tracciare nuove vie e percorsi di tutti i livelli (nei discorsi di chiusura sono state citate alcune vie della Val Masino e Punta Fiorelli quali vie aperte proprio da Bonatti) che ne fa una specie di visionario, perché visionario dopotutto è colui che sa vedere nuovi mondi e nuove cose laddove i più non vedono. In particolare mi ha colpito la vicenda di una via aperta su un monte molto scosceso che è franata durante i funerali di Walter. In realtà questo è solo uno dei tanti aneddoti straordinari nell’ambito di una vita che ancora si ispirava ai grandi Esploratori Ottocenteschi e ha saputo coglierne l’eredità, una vita che, quello che i più considerano impensabile, lo trasforma in ordinaria amministrazione.
Premio speciale a Paola Nessi e discorsi conclusivi
Dopo la visione del film l’Associazione Amici di Walter ha voluto conferire un premio speciale a Paola Nessi. Durante la premiazione è intervenuto Giampietro Scherini presidente del comitato scientifico che ha voluto dare un suo personale omaggio alla figura di Walter “un autodidatta che si è fatto da se e ha saputo compiere grandi imprese, scrivere grandi libri e grandi reportage con una proprietà di linguaggio degna dei migliori intellettuali e accademici, è riuscito a sognare e a far sognare. È nello spirito del suo esempio e dei suoi insegnamenti che l’associazione nata in sua memoria vuole realizzare a breve, nella cornice di Castel Masegra a Sondrio (già famoso per i cicli di affreschi ariosteschi ndr) un museo della montagna che dedicherà un intero nucleo a Walter esponendo una collezione dei suoi cimeli e di tutto cio che lo riguarda. Sarà un piccolo passo di un grande percorso” “perché Walter rappresenta l’esempio di come la montagna va vissuta” ha dichiarato il vicesindaco Magoni “un uomo libero in tutti i sensi dalle grandi qualità morali che Rossana Podestà definiva senza sovrastrutture per dire che era sempre fedele a se stesso. È fondamentale tenere viva la memoria di un uomo eccezionale, di una autentica leggenda dell’alpinismo”
Conclusioni dell’ing Abbiati presidente SEV
“già da alcuni anni conduco studi ricerche ed incontri per comunicare la montagna e trasmettere la consapevolezza della cultura e dell’ambiente. Ecco perché ho voluto dare il mio sostegno a questo film”
A questo punto la serata si è definitivamente conclusa. Restava solo il buffet a base di bresaola e chat, piatti tipici nostri locali. Io mi sono trattenuta un po’ di più solo per guardare alcune foto disposte tutt’intorno al perimetro della platea. Istantanee dei viaggi avventurosi di Walter Bonatti soprattutto i deserti con le lunghe distese di sabbia dalle curve morbide che disegnano drappeggi come di seta. In alcune compare anche Walter. In una in particolare è ritratto come un puntino in mezzo al vasto nulla del deserto. Si può dire che sia l’immagine simbolo dell’esistenza umana in generale.

Antonella Alemanni

TALAMONA E IL SUO DIALETTO

176213

Foto panoramica di Talamona

CONSIDERAZIONI SEMISERIE SUL NOSTRO DIALETTO: “UL TALAMUN”
Guido Combi (GISM)

Questo titolo non vuol significare che il dialetto nostro non sia serio. Tutt’altro. Del dialetto bisogna parlare seriamente e soprattutto scrivere, per il solito detto latino verba volant, scripta manent, che tradotto in parole povere significa che noi possiamo parlarne finchè vogliamo, ma se vogliamo che rimanga traccia del nostro dire dobbiamo scrivere, perchè altri possano leggere, commentare, criticare, discutere anche a distanza di tempo e dopo di noi.
Allora voglio iniziare con alcune considerazioni che sentiamo spesso.
Prima considerazione, fondamentale: ul nos dialèt n’è numò lüu, da per lüu, ghè n’è mingo n’otru cumpàgn, l’è ünèc.
Seconda considerazione: apèno nün en se bun da parlàl asèn. Impusibèl per tücc i otri.
Terza considerazione: a scrìvel l’è ‘n prublémo.
Quarta considerazione: la giängio en gu l’àa apeno (numò) nun.
Quinta considerazione: ‘n de la noso “linguo” ghè del parol nosi, e apeno nosi, che i otri i capìss mingo.
Sesta considerazione: l’è da tegnì present ch’el parol ch’el se riferìs a tüt quel che l’è femno, el fenìss per o e mingo per a, cume ‘n di otri dialèt.
Ci sono altre considerazioni, ma le farò poi, qui di seguito, dentro il discorso.
E’ appena uscito “Ul Talamùn”, 2a edizione, vocabolario del dialetto talamonese, scritto da Padre Abramo M. Bulanti. Anche lui, emerito studioso e traduttore degli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, iniziati nel 1525, la cui ultima stesura è del 1560, con altre parole, sostiene l’unicità del nostro dialetto a causa di parole e modi di dire originali; della nostra pronuncia di alcune lettere che è una caratteristica solo nostra e della tipica e unica inflessione che noi talamonesi diamo alla nostra parlata, la giängio, che trasportiamo anche nel nostro parlare in italiano, tanto da farci distinguere come talamùn in mezzo a tutti, non appena apriamo bocca, pure parlando la lingua di Dante.
Tutto questo fa sì che solo chi è nato e cresciuto a Talamona, sia in grado di parlare ul talamùn correttamente, con tutte le caratteristiche tipiche, soprattutto per chi ha conservato modi di dire e parole come quelli della parlata originale. Pensiamo, ad esempio, ai nostri emigranti in varie parti del mondo, che hanno conservato inalterata la parlata, perchè in famiglia hanno sempre parlato in dialetto e non hanno subito influssi esterni che lo hanno modificato, come invece è avvenuto qui da noi. Ma se si può parlare di dialetto originale per gli emigranti, cioè di quando hanno lasciato, spesso definitivamente la patria, si può usare l’appellativo “parlata originale” qui da noi? Di quale originalità si può parlare? A che periodo della nostra storia si può attribuire? Tutto questi quesiti, probabilmente, sono destinati a non avere una risposta precisa. Se qualcuno la sa dare, è caldamente invitato a farcela conoscere.
Visto che il dialetto, nel tempo, si è evoluto, sotto l’influsso della lingua italiana e degli altri dialetti valtellinesi e di fuori provincia, è difficile sostenere l’affermazione che in un certo periodo ci sia stata una fase originale che ha generato le successive. Se poi siamo attenti alle parlate delle varie contrade, dobbiamo constatare che a Cà di Giuàn si parla con inflessioni e accenti diversi rispetto a la Pciazzo, u a Cà di Bar, tanto per citare tre poli diversi. Alcune parole sono pronunciate con accenti o anche con vocali diverse come garlöos a Cà di Giuàn e garlüus in Ränscigo, e altre.
Tra l’altro, c’è da tenere presente che il dialetto, nelle scuole soprattutto nelle elementari e anche dopo, fino agli anni attorno al 1970, è stato combattuto come negativo in quanto rendeva difficile l’apprendimento della lingua italiana, la lingua di tutti, e quindi anche l’acquisizione delle nozioni scolastiche.
Infatti per noi non era facile scrivere in un italiano corretto, in quanto avevamo difficoltà ad esprimerci con proprietà di linguaggio. Inoltre il nostro scrivere, sempre molto stringato, era infarcito di quei termini chiamati in italiano barbarismi, che sono poi parole e modi di dire dialettali, che noi trasportavamo alla lettera nel nostro parlare e nel nostro scrivere, assieme a modi di dire. E questo con la lingua italiana non andava d’accordo. Evidentemente il dialetto era considerato come un linguaggio a sè, semplicemente come un’espressione fonetica che ostacolava l’apprendimento della grammatica e della sintassi italiane, creando una reale inferiorità a scuola rispetto ai compagni che avevano sempre parlato in italiano fin dalla più tenera età. Personalmente, a scuola ho sperimentato direttamente queste difficoltà, infatti ho sempre avuto problemi, sia con l’italiano scritto, sia con l’orale, che poi, con l’età e lo studio ho superato.
Dopo il 1960/70, i linguisti, pian piano, hanno capito che il dialetto, i vari dialetti, erano qualcosa di più di un modo di parlare, erano una ricchezza che aveva dei contenuti importanti.
Rappresentavano, come ogni linguaggio umano, dietro e sotto l’espressione vocale , una realtà molto complessa, cioè la cultura di una popolazione, le sue radici, le sue tradizioni di vita, di lavoro, di usanze, di concezioni morali, di progonda religiosità ecc. cioè una grande ricchezza.
Per capire tutto questo basta scorrere i vari Statuti delle Magnifiche Comunità: il nostro, quello di Fusine, di Grosotto, di Bormio, solo per citarne alcuni. Ma anche pensare a quello che ci hanno insegnato i nostri regiùur, alla realtà contadina profondamente religiosa, in cui sono cresciuti, realtà di lavoro e di sacrificio, ma anche di grande saggezza e serenità, che ha formato uomini e donne delle generazioni che ci hanno preceduto.
Ecco il grande patrimonio che abbiamo alle spalle e che non possiamo dimenticare.
Ho parlato di espressione vocale, perchè, con la mentalità imperante cui ho accennato prima, in un atteggiamento generale e una considerazione negativi nei confronti del dialetto, nessuno provava a scriverlo. Non ci pensava proprio, magari ricercando grafie adatte a mettere per iscritto certi suoni unici nel loro genere. Solo la lingua italiana era degna di essere scritta. E ci si riferiva ai grandi della nostra letteratura: Manzoni, Leopardi, Carducci ecc. Nessuno, o pochissimi studiosi, mettevano per iscritto lemmi, cioè vocaboli, modi di dire, preghiere, tradizioni, usi, racconti, credenze, storie di uomini e donne, avvenimenti, magari semplici composizioni poetiche, descrizioni di persone e di luoghi, in termini brevi, la storia di una popolazione cioè la sua cultura. Ecco quindi cosa dobbiamo intendere per “cultura” degli abitanti di un paese e quindi anche del nostro. Riprendendo il concetto di dialetto originale dobbiamo quindi riferirci solo a quello che noi abbiamo ricevuto dai nostri padri? Il nostro ricordo non può portarci più lontano nel tempo. Dobbiamo parlare solo di tradizione orale, come è avvenuto per molti popoli, che noi chiamiamo selvaggi, i quali di padre in figlio, con un grande esercizio della memoria, si trasmettono storia, miti, leggende, principi e comportamenti religiosi dei loro antenati. Quasi come eccezioni, ricordiamo i grandi poeti e gli scrittori dialettali come Carlo Porta che ha scritto nel dialetto milanese, Trilussa in quello romanesco romanesco, i poeti napoletani e pochi altri.
Dobbiamo ricordare che abbiamo anche noi un poeta che ha scritto poesie in dialetto chiavennasco: il Cantore delle Alpi Giovanni Bertacchi: Un violìn de carne sèca, oppure, Un momént de nustalgìa, dedicata a Chiavenna, sono due della quindicina di altre poesie che ha scritto.
Se ricordo bene, anche Don Vincenzo scriveva componimenti scherzosi in poesia in dialetto, che recitava dopo le rappresentazioni teatrali che presentavamo nel teatro dell’oratorio, negli anni 50 del 900. Chissà dove sono finiti i suoi scritti dialettali.
Non è che non esistano documenti della storia della nostra comunità di Talamona. Gli statuti ne sono il massimo esempio, gli archivi comunali e quelli parrocchiali rappresentano un altro grande patrimonio di documenti. Non esistono invece documenti scritti in dialetto che ci possano dire come era il parlare in talamùn in una certa epoca della nostra storia.
Negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato anche a scuola, a rivalutare il dialetto come un’altra lingua rispetto alla lingua nazionale, che rappresenta, come dicevamo, una diversa cultura, quindi una ricchezza.
Non è che allora è scoppiata la mania del dialetto, semplicemente si è iniziato a studiare il dialetto nelle sue diverse realtà, con scritti e iniziative di varia natura, perchè si è capita la sua importanza nella formazione dei giovani. A partire da quel periodo, in Valtellina e in Valchiavenna, molti studiosi si sono messi all’opera e hanno scritto libri sui toponimi di molti paesi come Livigno, Grosio, Chiuro, la Val Masino e altri; vocabolari ponderosi come quello della Val Tartano di Giovanni Bianchini, dove sono riportate tradizioni civili e religiose, usanze, testimonianze di vita e di lavoro. E’ sorto, a coordinare tante iniziative, l’Istituto di Diallettologia con sede a Bormio formato da emeriti studiosi come Remo Bracchi, Gabriele Antonioli, che stanno svolgendo una gran mole di lavoro che già costituisce una importante patrimonio della cultura delle varie realtà comunali e vallive della nostra provincia. Se ricordo bene, anche da noi, negli anni 50 del 900, la maestra Palmira Gusmeroli, aveva scritto un volumetto sui toponimi, le filastrocche e le preghiere in dialetto. Ma anche questo, non l’ho più visto in circolazione. Spero che ci sia nella biblioteca comunale.
A questo punto possiamo quindi affermare che il dialetto costituisce una grande ricchezza per conoscere l’identità originale di una comunità. E anche della nostra.
Padre Abramo, in relazione alla scoperta, o riscoperta, della nostra identità e delle nostre tradizioni, ha accumulato grandi meriti con i suoi studi e le sue ricerche sul dialetto e la storia talamonesi. Ci ha indicato la strada. Sta a noi e, in primis, alla Casa della cultura, incentivare e portare avanti approfondimenti e nuove iniziative sul nostro dialetto e su tutto quello che rappresenta per la nostra comunità.
Credo che anche la Pro Loco potrebbe trovare un suo spazio specifico nella valorizzazione del nostro dialetto.
E il Gustavo Petrelli, il menestrello, dove lo mettiamo? E’ stato il primo a creare le canzoni in dialetto talamonese e soprattutto a registrarle, che poi è un altro modo di scriverle e tramandarle. Sono poi seguiti altri cantautori che, in modo altrettanto originale, hanno composto e musicato testi in talamùn e anche loro si esibiscono in pubblico e diffondono le nostre tradizioni.
In questi ultimi mesi c’è poi stato un altro fenomeno, diciamo, on line: facebook.
Prima Emanuelel Milivinti in “Sei di Talamona se…” ha lanciato il censimento dei soprannomi e sulla sua scia è iniziata la raccolta di detti, piccole sentenze, modi di dire, proverbi ecc., che hanno avuto moltissime adesioni. Ma, ancora una volta, tutto questo, se lo lasciamo così episodico e in modo frammentario, solo sparso nella varie schermate del computer, finirà per passar via e scomparire anche dalla memoria. Perciò con un paio di appassionati, meglio, appassionate, stiamo accogliendo il tutto e poi lo pubblicheremo prossimamente su questo nostro giornale on line, della biblioteca, che spero leggano in tanti. Cercheremo cioè di dare un ordine agli interventi appassionati dei talamonesi e una stesura che tutti possano leggere.

Come si scrive
Su questo argomento il discorso si fa più difficile, perchè si tratta di stabilire delle regole relative alla grafia che possano essere condivise e capite nelle loro motivazioni, da tutti.
Anche in questo settore ritengo che Padre Abramo abbia indicato la strada.
All’inizio del vocabolario, ha indicato delle regole che condivido e possono costituire il punto di riferimento per chi intende scrivere in dialetto. Ciò serve a capirci meglio e a uniformale il modo di scrivere ul Talamùn. Personalmente avevo qualche dubbio sul come scrivere quella che lui chiama la “sesta vocale” che abbiamo solo noi, cioè la a nasale di mämo (mamma) o di päa (pane), che ha un suono, appunto, nasale tra la a e la o.
Io, finora preferivo scriverla sottolineata a per distinguerla da quella normale.
A pensarci bene però, sono arrivato alla conclusione che l’autorevolezza di Padre Abramo in materia di dialetto non si può mettere in dubbio e quindi la nostra sesta vocale si scrive così: ä, come lui ha indicato. Anche per la consonante n che io scrivevo sottolineata n, quando è nasale, visto che ciò avviene sempre quando è finale di parola, concordo con lui che è inutile mettere segni particolari. Per il resto delle regole grafiche, vale quanto è scritto nella prefazione del vocabolario “ul Talamùn” , 2a edizione, che, mi risulta, è stato distribuito a tutte le famiglie talamonesi, come a suo tempo gli Statuti.
Ci sono poi le elisioni di vocali all’inizio di articoli e sostantivi che secondo me, per sentirle, prima di scriverle, bisogna pronunciarle come nel parlare normale. Es.: el in el m’äa ciamäa , diventa ‘l in lüu ‘l mäa ciamäa. Cioè si da precedere un apostrofo all’articolo o al nome.
Come si vede anche nelle due frasi scritte, nel nostro parlare, spesso le vocali finali si allungano, strascicando leggermente la voce e allora, a mio giudizio, vanno scritte doppie. Quando hanno una grafia speciale come la ä, la seconda a si può scrivere normalmente.
Comunque, penso che, quando si scrive, bisogna sempre, prima, pensare in talamùn la frase che si vuole riportare scritta.
Ci sono poi gli accenti tonici, cioè quegli accenti che ci fanno capire dove cade la voce nella pronuncia di una parola. In certi casi, è opportuno metterli, perchè la nostra pronuncia è diversa da altri dialetti. Un esempio è la e di curtél, ciapél, fradél…, che noi pronunciamo stretta, quindi con l’accento acuto, mentre negli altri dialetti, di solito, è aperta e si scrive con l’accento grave: curtèl, ciapèl, fradèl…
Abbiamo poi gli articoli che sono diversi da altre parlate: ul (il), el (le), ii (i e gli).
Ora non voglio dilungarmi in una esposizione che, capisco, può sembrare e diventare noiosa e quindi chiudo ritenendo di aver detto abbastanza nella speranza di suscitare un interesse sempre maggiore per la nostra parlata unica e, per noi, così bella.
Ovviamente si accettano altri interventi sul tema, che possano arricchire il discorso.

 

175488

La chiesa parrocchiale di Talamona

.

LA COSTITUZIONE DEL CONSORZIO DEI PREMESTINI (seconda parte)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

foto:Val Lunga dal Dos Tachèr  

                                                                             Guido Combi (GISM)

Solo nell’800 appare costituito il consorzio dei Premestini come gruppo chiuso, comprendente unicamente gli abitanti della Val Lunga, o meglio, i discendenti delle famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617. Questa “chiusura” trova la sua ragion d’essere nelle vicende che interessarono Tartano nel ‘700.

Già da quest’epoca, sia Campo che Tartano si erano di fatto rese ormai completamente indipendenti da Talamona, anche se il distacco non era stato dichiarato formalmente.

Nel 1816 i due paesi si unirono fra loro e, successivamente, con dispaccio governativo del 21 dicembre 1831, venne decretata la separazione di essi dal comune di Talamona, con la conseguente formazione del comune di Campo Tartano comprendente la Val Lunga, la Val Corta e Campo. Solo nel 1845 venne però approvata la divisione dell’estimo, realizzata nel 1850.

A questo punto parrebbe evidente l’operatività della clausola di reversibilità contenuta nell’atto del 1556 per la quale, nel caso di separazione del comune di Tartano da Talamona, i Premestini avrebbero dovuto tornare allo stesso comune di Tartano, ora divenuto, dopo l’unione con Campo, comune di Campo Tartano. Tuttavia, come risulta dal documento divisionale, fra i terreni appartenenti al comune di Talamona, oggetto di divisione, non sono compresi i Premestini, neppure elencati nei beni del nuovo comune di Campo Tartano.

I Premestini risultano invece intestati a “Gusmeroli consorti di Val Lunga” (probabilmente deve intendersi “Gusmeroli e consorti di Val Lunga”. La particolare indicazione del cognome Gusmeroli  è dovuta al fatto che la maggior parte dei consorti ha questo cognome poiché proviene dalla stessa famiglia d’origine), tenuti a corrispondere al comune, per il godimento di essi, L. 63.46.

La spiegazione di questo fatto va ricercata di nuovo nel tentativo di evitare che i beni Premestini, in quanto beni del comune, fossero utilizzati da tutti gli abitanti, compresi quelli di Campo e della Val Corta. Per conservare l’esclusiva titolarità dei terreni di loro appartenenza, nel ‘500, ma forse anche in epoche anteriori, gli abitanti dell’antico colondello formarono  appunto l’ente denominato dei “consorti di Val Lunga”. E’ dunque intervenuto un mutamento nella condizione giuridica di tali beni, passati da beni pubblici a beni privati.

Con tutta probabilità, l’ente in parola ebbe un’origine spontanea, inizialmente non formalizzata; non esiste infatti alcun atto di fondazione del consorzio. Successivamente, in coincidenza con l’emanazione delle leggi austriache sfavorevoli alla proprietà collettiva e con l’atteggiamento ostile dell’amministrazione comunale, i membri avvertirono l’esigenza di dare un fondamento giuridico al consorzio come ente chiuso, in modo da legittimarlo.

Fu utilizzato a tal scopo, con un’abile interpretazione, l’atto di stipulazione dell’enfiteusi del 1617.

Di fronte infatti alle pretese del comune che vantava diritti di proprietà sui beni consorziali, proclamandosi successore dell’antico comune di Val Lunga, poi colondello, i consorti sostennero che l’enfiteusi fu concessa non al colondello come persona giuridica, ma a tutti gli abitanti di esso “uti singuli”. Per provarlo, addussero il fatto che a costituire l’enfiteusi fossero intervenuti Antonio Caneva, Michele Mazzolini, Antonio Cavazzi e Giovanni Pietro Gusmeroli non quali consiglieri e sindaci del colondello, ma quali mandatari e procuratori degli uomini di Val Lunga. Per questo solo i discendenti delle famiglie abitanti la Val Lunga nel 1617 potevano vantare dei diritti sui Premestini, divenuti ormai loro patrimonio indiviso. Su di esso i membri del consorzio esercitavano dei diritti come se ne fossero i proprietari; sono documentati infatti i tentativi del comune di impedire il taglio di legname nei boschi Premestini.

 

Gli statuti di consorzio

 

Nel 1860, con rogito Mariani, “gli abitanti e uomini della Vallunga e dei colondelli del Corsuolo, dei Gavazzi, della Fracia e della Ceva, tutti consorti utilisti proprietari dei fondi detti i Premestini della Vallunga di Tartano, fondi che ora sono a boschi, pascoli e zerbi, zappativi e ceppo nudo, intestati in censo ai sottoscriti e loro ascendenti” redassero uno statuto “stando che detti fondi si godono in comunione e senza regole specifiche”.

Dal tenore dello statuto si comprende che numerose liti sorgevano nei rapporti tra i consorti per il taglio delle piante, ma soprattutto per il pagamento delle imposte cui ogni consorte doveva contribuire.

Con lo statuto “venne creata una amministrazione con il compito prevalente di autorizzare il taglio di piante di alto fusto e riscuotere un tenue corrispettivo che andasse a costituire un fondo per il pagamento delle imposte, del salario alla guardia boschiva e delle spese di amministrazione”.

In questo modo fu, in un certo senso, codificata la comunione fra i consorti e la proprietà dei Premestini, con piena facoltà di alienarli e di escluderne i terzi dal godimento.

Nel 1868, i consorti, giovandosi della legge 24 gennaio 1864 n. 1636, affrancarono il canone, dichiarando nel relativo rogito che, per effetto di tale affrancazione, “intendevano e volevano essere liberi e sciolti da obbligo per qualsiasi titolo verso il comune di Campo Tartano e pieni ed assoluti proprietari de beni in discorso”.

Lo statuto del 1860 subì tre modifiche, rispettivamente nel 1891, nel 1898 e nel 1924. Non vi furono tuttavia sensibili mutamenti, sia per quanto riguarda la gestione dei beni comuni, che la struttura amministrativa del consorzio.

Dalle modifiche di alcune norme, o da aggiunte, si possono dedurre quali fossero i principali problemi che il consorzio stesso si trovava ad affrontare.

L’intento fondamentale  è sempre quello di garantire l’utilizzazione del patrimonio consorziale a favore di tutti gli aventi diritto, prevenendo possibili usurpazioni sia da parte dei consorti che da parte di estranei. E’ interessante a tal proposito notare che il consorzio assume le stesse funzioni del comune rispetto ai beni che gli appartengono ed anche ai rapporti con i membri dell’ente. Vi è corrispondentemente una marcata analogia fra le norme degli statuti comunali in materia e quelle degli statuti consorziali in esame. Il parallelismo risulta ancor più evidente se si considera che sui Premestini i consorti, senza necessità di autorizzazione da parte dell’amministrazione, potevano esercitare dei diritti che erano in tutto e per tutto simili a quelli di uso civico che gli abitanti del comune esercitavano sui beni di questo.

Se, come si è già rilevato, lo statuto del 1860 era stato redatto soprattutto per sopperire all’inadempienza dei consorti relativamente alle imposte prediali, quello successivo del 1891 si dilunga sulla organizzazione amministrativa del consorzio, prevedendo specifiche modalità di convocazione dell’assemblea, fissando maggioranze speciali per deliberazioni relative a determinate materie, contemplando la possibilità di delega a favore di un altro consorte, ecc.

La modifica del 1898 è limitata all’aggiunta di tre capoversi all’art. 1 del precedente statuto con la quale, evidentemente con la preoccupazione ancora di conservare l’integrità dei beni, impedendo eventuali usurpazioni, si stabilirono dettagliatamente i compiti della guardia boschiva, consistenti nel denunciare le violazioni allo statuto ed applicare le corrispondenti contravvenzioni.

 

I conflitti fra i membri del consorzio e gli altri abitanti del comune. I conflitti fra il consorzio e l’amministrazione comunale.

 

E’ fuor di dubbio che il possesso dei consorti non doveva essere pacifico.

I consorti, titolari dei Premestini, godevano di una posizione privilegiata rispetto agli altri abitanti del comune di Campo Tartano, poiché, oltre ad avere i benefici che derivavano dal possesso dei pascoli utilizzati in comune, erano i soli contadini della Valle ad avere un utile in denaro, senza dover prestare alcuna opera, per la vendita di legname deliberata dall’amministrazione e per l’affitto dell’Alpe Gavedo, compresa nei Premestini. Tale denaro costituiva dunque un’eccedenza rispetto al consueto reddito familiare ed assumeva una rilevanza notevole in relazione alla economia contadina di montagna.

E’ dunque comprensibile che questo stato di fatto generasse fortissime rivalità tra gli abitanti del comune di Campo Tartano, che erano esclusi dal godimento dei Premestini, e i consorti di Val Lunga, rivalità che spesso sfociavano in reciproci danneggiamenti nello svolgimento della vita comunale. Il contrasto contrapponeva in particolare la Val Lunga alla Val Corta, e Tartano a Campo, dando luogo ad un acceso campanilismo che impediva ogni pacifico rapporto fra gli abitanti delle due frazioni; ancora all’inizio del secolo erano rarissimi i matrimoni tra gli appartenenti alle comunità rivali.

Per quanto riguarda il possesso esclusivo dei Premestini da parte degli uomini di Val Lunga, era opinione diffusa negli abitanti di Campo e della Val Corta che rappresentasse un abuso, poiché i beni avrebbero dovuto spettare al comune ed essere amministrati come gli altri beni comunali senza privilegio alcuno.

I contrasti delineati si fecero più accesi nel 1899, quando il Prefetto di Sondrio, Hoffer, la cui attenzione sui beni Premestini venne richiamata dalla domanda di autorizzazione ad un taglio di piante, ritenne tali beni appartenenti al comune e non agli abitanti di Val Lunga, che ne godevano “uti singuli”. Il Prefetto, sostituendosi al consiglio comunale di Tartano, deliberò di rivendicare in nome di esso i beni Premestini ed ordinò che venissero nominati tre commissari per rappresentare la frazione di Val Lunga. Nel frattempo, gli successe il Prefetto Giustiniani, il quale, in luogo di far nominare i tre commissari, nominò a rappresentarlo il segretario Triantafilis. Questo chiese agli amministratori dei Premestini la consegna dei beni ed il resoconto dell’amministrazione. In seguito al loro rifiuto, ottenne dal Prefetto un ordine di sequestro dei documenti riguardanti il consorzio che tuttavia non poté avere esecuzione per l’opposizione dei consorti. In conseguenza del rifiuto di eseguire l’ordine del Prefetto, vennero denunciati dalle autorità dodici contadini di Val Lunga, processati per oltraggio e resistenza alla pubblica autorità e condannati. L’esito della causa accentuò i contrasti fra i consorti e l’amministrazione comunale.

Nel 1904 fu il comune a rivendicare la proprietà dei beni Premestini, promuovendo una causa contro i consorti.

La sentenza fu però favorevole a questi ultimi, ed accolse le ragioni dell’avvocato Merizzi, il quale sostenne che i beni menzionati appartenevano anticamente alla vicinanza di Val Lunga ed erano poi passati al comune politico con l’aggravio degli usi civici a favore di tutti gli abitanti. Il difensore dei consorti sostenne che poi con l’investitura livellare e l’affrancazione del livello, solo i discendenti degli antichi originari che avevano affrancato il canone fossero divenuti assoluti proprietari e risultasse così estinto l’uso civico.

Le controversie tuttavia non erano destinate a sopirsi e si riacutizzarono in seguito alla decisione del comune di trasferire il municipio da Campo a Tartano; la notte antecedente il trasferimento venne dato fuoco all’archivio comunale.

La rivalità tra i due paesi permarrà anche dopo che la causa della controversia, il godimento dei Premestini, avrà di fatto perso importanza. E ciò avvenne in seguito al decreto 22 maggio 1924 n. 751 per il riordinamento degli usi civici, convertito nella legge 16 giugno 1927 n. 1766.

Sulla base della legge citata, il Commissariato usi civici della Lombardia, con decreto 13 gennaio 1939, “dichiara che i cosiddetti Beni Premestini che hanno formato oggetto del rogito Camozzi del 13 giugno 1617 e di cui allo statuto 28 aprile 1924 (rogito Lavizzari), non costituiscono né una comunione di carattere meramente privato governata dal codice civile, né un’associazione agraria, né una proprietà puramente patrimoniale e quindi non gravata di usi civici della Frazione di Valle Lunga, ma il demanio civico della Frazione stessa”.

All’epoca dell’emanazione del decreto l’importanza economica di questi beni era ormai grandemente scemata, sia perchè troppi risultavano essere i beneficiari rispetto al valore dei beni stessi, sia per il miglioramento generale delle condizioni economiche dovuto soprattutto all’emigrazione, sia per il sopravvivere di norme restrittive volte a tutelare il patrimonio boschivo. Tuttavia, ancora negli anni 50 del 1900, l’amministrazione del divenuto demanio civico frazionale volle ricordare con una lapide, che avrebbe dovuto essere murata sul piccolo edificio scolastico, da poco costruito con i fondi del demanio stesso in Val Lunga, l’esito favorevole della causa promossa dal comune contro il consorzio nel 1904. Non essendoci ancora la strada carrozzabile, la lapide fu trasportata fino alla contrada Dosso con il carrello della società idroelettrica Comacina, per poi essere trasferita a spalle fino a Tartano il giorno seguente.

Durante la notte venne però ridotta in frantumi da ignoti e non fu più rinnovata.

 

Note

(1) -La Val Tartano è una valle sospesa delle Orobie situata nella bassa Valtellina, percorsa dal torrente Tartano. Essa comprende due paesi: Campo e Tartano. Il bacino si divide in prossimità del paese di Tartano in due sub-bacini: quello di Val Lunga e quello di Val Corta; le due valli terminano con le testate che le separano dalla Val Brembana. La sponda destra della Val Lunga è prativa fino all’altezza di circa 1300-1400 metri s.m.; da qui inizia una fascia di lariceto ad andamento irregolare, intramezzato da roccia, fino a 1500-1600 metri s.m. dove cominciano gli alpeggi. Sulla sponda sinistra prevale il bosco di abete rosso all’inizio della valle, soppiantato quasi del tutto verso la testata dal larice; anche qui al di sopra del bosco si trovano gli alpeggi. La Val Corta è prativa e coperta di bosco di abete rosso. E. Bassi, “La Valtellina. Guida illustrata”. Monza 1927, pagg. 96, 97.

(2) -Il termine “premestino”  è molto diffuso nei territori montani, non solo della Valtellina, e trae origine quasi sicuramente dalla caratteristica dei luoghi che designa: quella di essere pascoli di mezza montagna, quindi utilizzati prima dell’estate; da qui primaestivum da cui poi i vari derivati. In un documento del 30.12.1555 è citato un pascolo “quod appellatur Premestinum” di proprietà del Comune di Campo. Questo termine è richiamato spesso anche negli Statuti di Talamona del 1525.

3) –Accola: canone annuo, esistente solo in Valtellina, versato da privati, anche estranei alla vicinìa, ai quali venivano concessi i beni comunali in affitto, locazione o enfiteusi.

Contratti similari erano:

a)  l’ enfiteusi: diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, secondo il quale il titolare (enfiteuta) ha la facoltà di godimento pieno sul fondo stesso, ma deve migliorarlo e pagare al proprietario un canone annuo in derrate o in denaro;

b)  Il livello: contratto agrario in uso nel Medioevo, cessato nel 1800, è simile all’ enfiteusi e poteva essere fatto anche per abitazioni oltre che per terreni. Era molto usato per le proprietà di monasteri e dalla Chiesa.

 

BIBLIOGRAFIA: Simona Tachimiri: Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina. Tesi di laurea – Anno accademico 1985-86.

I BENI PREMESTINI

La proprietà collettiva di Val Lunga di Tartano e i rapporti con il Comune di Talamona

                                                                                                                                                                                                            Guido Combi (GISM)

Qualche anno fa’, per caso, come avviene spesso, ho avuto occasione di prendere visione della tesi di laurea della dott. Simona Tachimiri che, nell’a.a. 1985/86, ha affrontato l’argomento in modo documentato e completo.
Il titolo della tesi è “Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina” e da essa ho tratto, con l ‘approvazione dell’autrice, cercando di sintetizzarlo in modo ragionevole, il testo che propongo all’attenzione dei lettori.
L’argomento delle proprietà collettive e degli usi civici, conosciuto di solito solo di nome, salvo che dagli storici locali, è, come si vedrà, parte integrante delle tradizioni della nostra gente e se ne trovano tracce in molti statuti delle “Magnifiche” Comunità Valtellinesi e Valchiavennasche.
Secondo alcuni studiosi, le proprietà collettive e gli usi civici sono nati con le norme primitive del diritto romano. L’istituto giuridico, presente un po’ in tutta l’Italia, si è poi perpetuato nel tempo, evolvendosi e diversificandosi lungo i secoli, fino ai giorni nostri, subendo l’influsso dei popoli che hanno invaso l’Italia, dopo la caduta dell’Impero Romano, e dei vari governi, nelle varie epoche.
Non è facile risalire alla loro origine in Valtellina, perchè molte di queste comunità sono nate per consuetudine e solo molto più tardi hanno elaborato norme statutarie che poi sono state regolamentate da leggi dello Stato.
Il Consorzio dei Beni Premestini di Val Lunga è tra quelli meglio studiabili per la documentazione esistente ed è per questo che su di esso è caduta la scelta, trattandosi anche della realtà meglio e più ampiamente trattata, anche dal punto di vista storico, tra quelle riportate nella tesi della dott. Tachimiri, che ringrazio per la disponibilità.

LE PROPRIETA’ COLLETTIVE IN VALTELLINA
In Valtellina esistono diversi organismi che sono titolari di proprietà collettive: le quadre di S. Giovanni e S. Maria a Montagna; il consorzio dei beni Premestini di Val Lunga a Tartano; la quadra di Acqua; il consorzio dei beni “Piessa”, “Margonzin” e di “Sasso Bisolo” in Val Masino; i frazionisti di Samolaco per il “Bosco della Vicinanza”.
Sono, questi, enti di origine molto varia che ritengo si possano accomunare per i seguenti caratteri:
– il patrimonio goduto collettivamente è costituito senza dubbio dagli antichi beni vicinali, cioè delle vicinìe, (i vicinalia), poichè, là dove esistono questi organismi, i beni comunali (i comunalia) risultano essere molto limitati;
– hanno tutti origine piuttosto recente;
– la loro nascita è legata all’esigenza di mantenere integro il patrimonio di un piccolo comune o di una frazione, in concomitanza con il verificarsi di eventi che avrebbero potuto metterne in pericolo la sussistenza. Può trattarsi di un’unione fra due comuni, come nel caso di Tartano, come si vedrà, oppure di assorbimento di frazioni nell’ambito dell’ente territoriale maggiore, come nel caso di Montagna, o ancora dell’unione di più frazioni che vanno a formare un nuovo comune. Altre volte gli organismi in parola si costituirono come enti privati per evitare l’efficacia delle leggi sfavorevoli alla proprietà collettiva. Fu pertanto la preoccupazione da parte di un nucleo di abitanti di riservarsi il godimento esclusivo dei territori comuni utilizzati a determinare la nascita di questi enti chiusi, i quali, col tempo, perdettero qualsiasi carattere pubblico.
I titoli richiesti per farvi parte erano, e sono, o la discendenza da famiglie di antichi originari, o l’incolato (la residenza, cioè “avere foco”), o il possesso di terreni nel comune.
Non essendo possibile ricostruire la nascita e l’evoluzione di tutti questi organismi, per mancanza di fonti documentali, prendiamo in esame il caso del consorzio dei beni Premestini di Val Lunga, per il quale è stato relativamente facile reperire più ampie fonti.

IL CONSORZIO DEI BENI PREMESTINI DI VAL LUNGA DI TARTANO.
FORMAZIONE (1)
L’attuale statuto che regola il godimento dei beni detti Premestini (2), i Premestii nel dialetto di Tartano, redatto nel 1924, qualifica l’ente titolare come un consorzio di famiglie originarie.
L’art. 1 recita infatti: I beni Premestini appartengono a titolo di condominio collettivo alle famiglie residenti in Vallunga di Tartano, discendenti dalle originarie famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617 e che ne furono e sono in legittimo possesso. Queste famiglie formano il consorzio Premestini. La norma citata riconnette dunque l’origine del consorzio alla stipulazione dell’enfiteusi, avente ad oggetto i beni denominati appunto Premestini, concessa a favore di tutti gli abitanti di Val Lunga da parte di Talamona.
In realtà, per ricostruire l’origine e le vicende dell’organismo in esame, bisogna ritornare indietro nel tempo fino alla metà del ‘500. In quest’epoca la sola Val Lunga formava il comune di Tartano, mentre la Val Corta e Campo, che oggi fanno parte anch’essi del comune di Tartano, erano uniti al comune di Talamona. Quest’ultimo, già nei secoli antecedenti, aveva attratto nella sua area politica e religiosa le vicinìe, o contrade, circostanti; Campo vi faceva parte da lungo tempo, anche se continuava ad avere i propri sindaci, come si legge in un documento del 1555 dove sono infatti menzionati “homines de Campo seu eorum sindici et agentes”.
Con tutta probabilità, la Val Lunga riuscì a mantenersi autonoma da Talamona e a costituirsi in comune, poichè era più lontana da essa rispetto a Campo ed i suoi traffici erano rivolti verso la Bergamasca, da cui si accede attraverso il passo di Tartano e il Passo di Porcile, situati nella testata della Val Lunga.
Il processo di trasformazione, da semplice vicinanza a comune autonomo non avvenne per Tartano certamente fino al 1347. In un documento che reca tale data, infatti, si trova menzione delle discordie e controversie “inter comune et homines de Ardeno ex una parte et infrascripti habitatores Vallistartani ex alia”. Non si trova mai citato il comune di Tartano ma sempre “nominati de Tartano”, “suprascripti de Tartano”.
Tralasciando questo problema, è certo che successivamente Tartano si costituì come comune autonomo, dotato di propri organi. Infatti nei documenti del ‘500 accanto agli “homines” è menzionato anche il comune, con i sindaci ed il console.
E’ proprio in quest’epoca che, nella storia del comune di Tartano, si inserisce la vicina Talamona, ed è fin da ora che si delineano i presupposti per la costituzione del consorzio dei Premestini.

LA DELIBERAZIONE DI UNIONE TRA I COMUNI DI TALAMONA E TARTANO.
1556, 1 gennaio.

L’autonomia del comune di Tartano non dovette avere lunga vita, come del resto accadde a tutte le vicinìe che si erano costituite in piccoli comuni a seguito della disgregazione politica e religiosa dei maggiori centri. Le spese necessarie per la costruzione, la manutenzione o la riparazione delle opere di carattere pubblico come strade, ponticelli, muri per consolidamento di terreni franosi, frequentemente distrutte dalle intemperie, le spese per il mantenimento del curato e la manutenzione della cappella, le spese dovute a titolo di retribuzione per i pubblici ufficiali, erano troppo gravose per comunità formate spesso da una sola frazione, costituita da pochi nuclei familiari. A ciò si deve aggiungere che i beni più redditizi di questi piccoli comuni appartenevano ai centri più grandi che avevano da sempre esercitato la loro influenza sulle vicinìe. E’ questo anche il caso del comune di Talamona, che possedeva l’Alpe Porcile, situata nel comune di Tartano, concessa “ad acolam”(3).
Causa le scarse risorse di cui disponeva, Tartano dovette seguire la sorte del vicino paese di Campo, chiedendo l’unione con Talamona. Gli abitanti di Talamona, chiamati dal suono della campana, si riunirono il 1° gennaio del 1556, nel portico della Chiesa di S. Maria, per discutere della possibilità di tale unione, in occasione dell’emanazione di nuovi ordini riguardanti il comune e del rinnovo delle cariche municipali.
La richiesta di unione fu accettata ed i motivi sono esposti nel documento che riporta la deliberazione: il comune di Tartano aveva un estimo troppo esiguo, costituito da 6 lire, 3 soldi e 4 denari.
In effetti si trattava di una cifra veramente minima se si considera che l’estimo di Talamona era tredici volte superiore, mentre le famiglie, secondo quanto riferisce il vescovo Ninguarda, erano solo il triplo.

LE COMUNITA’ DI TARTANO E TALAMONA SI UNISCONO.
MODALITA’ E CONDIZIONI DELL’UNIONE

Le trattative per giungere all’unione dovettero presentarsi molto laboriose, poichè questa trovò attuazione, solo dopo quasi un anno dalla deliberazione. Le condizioni per la realizzazione furono minuziosamente stabilite, affinchè i due comuni sopportassero le spese pubbliche in proporzione diretta ai singoli estimi. Poichè le entrate del comune di Talamona erano notevolmente superiori a quelle del comune di Tartano, quest’ultimo dovette porre in comunione, “pro coequatione et equali valore, bona comunia ac ficta et acolas”. L’elenco dei beni passati in possesso del comune maggiore è un quadro interessante circa la distribuzione della proprietà. Il comune risulta infatti titolare di quasi tutti i boschi e pascoli della Val Lunga, che sono concessi agli abitanti attraverso quella forma contrattuale che è tipica della Valtellina: l’accola.
Fra i “communia” elencati si fa menzione di una terra prativa e zerbiva. Accanto ai beni entrati a far parte del patrimonio del comune, sono dunque rimasti quelli aperti al godimento della collettività, probabilmente di scarso valore, utilizzati senza alcun corrispettivo, dal momento che per essi non e previsto il pagamento dell’accola.
L’unione fra i due comuni non rappresentò una vera e propria fusione, fu piuttosto di carattere personale .
E’ singolare che Tartano possa dettare delle condizioni per l’unione, riservando numerose comunanze al godimento esclusivo dei propri abitanti (una spiegazione si può addurre osservando la situazione geografica dei territori interessati: Talamona, situata sul fondovalle e circondata da una zona quasi esclusivamente boschiva, aveva grande interesse ad usufruire degli estesi pascoli situati in Val Lunga; per questo si piega a sopportare delle condizioni imposte dagli abitanti di essa). Saranno proprio questi territori a formare l’insieme di beni successivamente denominati Premestini, oggetto del consorzio che da essi prende nome.
Essi sono: i pascoli della Caslana, della Foppa dell’Orto, i terreni comuni e i pascoli del Dosso Chignolo, della Corna della Valle della Quaresima, delle Foppe, di Gavedo di Fuori.
Dalla clausola di riserva dell’atto di unione si osserva la preoccupazione degli abitanti della Val Lunga di tutelarsi dalle eccessive pretese del comune più grande, preoccupazione manifestata anche attraverso la statuizione di un patto di reversibilità per cui, se le comunità si fossero divise, i beni sarebbero stati nuovamente separati.

IL MANCATO RISPETTO DEI PATTI D’UNIONE DA PARTE DI TALAMONA
L’interesse di Talamona per i pascoli della Val Lunga si rivelò in modo palese attraverso il tentativo di utilizzare tutti i “communia” di Tartano che ormai era diventato un colondello (frazione) del comune, a prescindere dai territori che questo si era riservato nel patto d’unione del 1556. Nel 1614, i beni Premestini furono affittati ad un certo ser Giambellus di Talamona, in seguito a pubblico incanto, cui aveva partecipato anche un abitante di Tartano. L’incanto si svolse secondo le norme degli ordini di Talamona del 1526, le quali, richiamando ordini più antichi, regolamentavano tutta la materia relativa all’affitto dei beni del comune.
Il mancato rispetto della clausola con la quale gli abitanti di Tartano si erano riservati alcuni territori, determinò un profondo contrasto tra il comune ed il colondello. Tartano minacciò di separarsi da Talamona e chiese la restituzione dei beni conferiti in comunione nel 1556. Dopo un susseguirsi di giudizi civili e di decisioni contrastanti, emesse di volta in volta dai giudici aditi, finalmente le due comunità raggiunsero un accordo e la lite venne transatta con rogito 13 giugno 1617.

LA CONCESSIONE DEI BENI PREMESTINI AL COLONDELLO DI TARTANO A LIVELLO PERPETUO
Talamona, per evitare la separazione di Tartano, che le avrebbe sottratto estese zone pascolive e boschive, investì gli uomini di Tartano a livello perpetuo dei Premestini della Val Lunga, per un corrispettivo di 150 lire imperiali annue. Tuttavia, dei sette appezzamenti costituenti i Premestini, solo quelli denominati Foppa del Urso, alle Calsane, alle Brusade e Dosso Chignolo poterono essere utilizzati esclusivamente dagli abitanti della Val Lunga, mentre degli altri dovevano poter usufruire anche quelli di Talamona in caso di discesa forzata dai propri alpeggi.
La stipulazione dell’enfiteusi attesta l’esistenza di quello che il Cencelli Perti chiama “patto di accomendazione” tra due comuni, evento cui molto spesso bisogna risalire per chiarire la nascita di vicinanze, regole, società di antichi originari. Il patto è caratterizzato dalla ricerca di protezione di una piccola comunità che, per mettere al sicuro le persone ed i beni dalle invasioni e dalle guerre (nel nostro caso più che altro per realizzare le opere pubbliche necessarie ad impedire inondazioni e frane), si unisce ad un centro più grande, accomendando se stessa ed i propri beni. Questo, dopo l’atto di accomendazione, riconcede i “bona communia” alla collettività che già li possedeva, dietro corrispettivo del pagamento di un piccolo canone.
E’ evidente in tale pratica la tendenza dei centri minori a tenere per sè i beni collettivi, nel timore che, una volta posti in comunione con quelli di un’altra comunità, diventassero d’uso generale degli abitanti anche di quest’ultima o fossero venduti o locati come beni puramente patrimoniali, vista la tendenza dei comuni a cedere parte del loro patrimonio pascolivo e boschivo a privati o a largheggiare con concessioni a titolo oneroso su di esso, per sanare finanze disastrate. Alle volte, poi, tale patrimonio veniva sfruttato dall’ente pubblico in maniera indiscriminata, perchè fornisse un reddito immediato, atto a soddisfare esigenze contingenti.
Il documento di stipulazione dell’enfiteusi in questione ribadisce più volte che intervennero a costituire tale contratto quattro deputati, agenti e procuratori a nome di tutto il colondello. Non vi è menzionata alcuna condizione di originarietà richiesta per godere dei Premestini, segno evidente che questo elemento di discriminazione fra gli abitanti della Val Lunga interverrà solo più tardi. (continua)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La Val Tartano con Tartano e, sullo sfondo, Campo, visti dal Dos Tachèr, Alpe Gavedo.

Foto Giuseppe Miotti.

I NOSTRI MAGGENGHI

Un bene paesaggistico da preservare

                                                                                                                                                                                                                        Guido Combi (GISM)

 

I nostri maggenghi talamonesi, che, sul versante settentrionale delle Alpi Orobie, si estendono numerosi, già in mezzo alle prime selve, appena sopra le contrade abitate del paese, come Sassella e Civo, e giungono fino ai 1500 metri di Madrera, stanno ad indicare l’operosità dei nostri antenati per strappare il terreno al bosco per farne prato da fieno. Dimostrano la cura con cui tenevano il territorio e i luoghi montani da cui sono scesi a formare nuovi nuclei abitati in zone meno impervie e più coltivabili, a partire da quelle più vicine alle selve, sul conoide del Torrente Roncaiola.
Questo, che il corso d’acqua principale del comune, raccoglie, sopra San Gregorio, la maggior parte della acque delle valli del bacino delimitato a Sud, alle spalle di Talamona, dalle creste che vanno dalla Cima del Pizzo Piscino (Piz Uolt per noi) al Monte Baitridana, toccando il punto più meridionale nel Monte Lago, punta estrema del nostro comune, e separandolo, come una barriera naturale, dalla più meridionale Val Corta di Tartano e dal resto della catena orobica.
In questa grande ventaglio compreso tra i 230 m del Fiume Adda a Nord e le cime più alte a Sud, che toccano i 2353 m del Monte Lago, possiamo individuare una grande varietà di aspetti nel paesaggio che Stefano Tirinzoni, ha ben descritto in un suo studio, pubblicato sul volume “Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere”, al quale abbiamo lavorato assieme. L’architetto Stefano Tirinzoni, prematuramente scomparso, era l’ultimo discendente maschio di una famiglia di origini talamonesi, trasferitasi a Sondrio all’inizio del secolo scorso, ed è stato uno studioso del versante orobico valtellinese a cui era legato anche affettivamente. Era infatti il proprietario degli alpeggi Madrera e Pedroria, che ha lasciato, nel 2011, in eredità, al F.A.I. (Fondo Italiano per l’Ambiente), per una loro idonea valorizzazione. E’ stato anche uno dei promotori del Parco delle Orobie Valtellinesi e l’estensore del Piano del Parco.
Ecco le sue parole: “LE UNITÀ DI PAESAGGIO”

Possiamo classificare i vari orizzonti paesaggistici in cinque diverse unità tipologiche:
1) Il paesaggio sommitale e delle energie di rilievo: interessa l’ambito compreso fra le creste delle Alpi Orobie e le praterie d’altitudine.
E’ un paesaggio aperto, dai grandi orizzonti visivi che si frammenta nel complesso articolarsi delle energie di rilievo, con i circhi glaciali, le emergenze rocciose, le vette, i crinali, i passi, le pareti, e nel diversificarsi dei sottostanti elementi paesistici con i ghiacciai, i nevai, i piccoli laghi, gli ambienti umidi, i corsi d’acqua, la vegetazione rupicola e nivale, le praterie d’altitudine caratterizzate dalla festuca.
2) Il paesaggio dei boschi subalpini e degli alpeggi: interessa un complesso di ambiti compresi fra le praterie d’altitudine ed il bosco delle conifere. E’ un paesaggio di versante caratterizzato dall’alternarsi di ampie superfici a pascolo con episodi di peccete subalpine e lariceti radi. La varietà paesistica é arricchita da cespuglieti a rododendro, da ambienti umidi e palustri, da torbiere, da vallette e corsi d’acqua e da segni della attività di carico degli alpeggi, con gli episodi puntuali degli edifici rurali isolati o a piccoli nuclei e con forme di paesaggio a rete costituite dai recinti dei “müràchi” (dei “bàrek” in particolare) e dai sentieri.

3) Il paesaggio delle conifere e dei maggenghi:interessa la parte più elevata dei fondivalle aperti, caratterizzati dalle superfici delle praterie falciate che spiccano nel rivestimento dei versanti a peccete montane.

Elemento determinante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di conifere. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali, a supporto delle attività di carico e cultura dei maggenghi, sia in episodi isolati che in nuclei, i segni del paesaggio a rete quali le recinzioni a “müràchi” ed i sentieri, le vallette con i corsi d’acqua ed alcuni frammenti di ambienti umidi.

4) Il paesaggio delle latifoglie e dei maggenghi: interessa la parte inferiore dei fondivalle aperti caratterizzati dai prati di versante che emergono nel rivestimento dei versanti a latifoglie. Elemento caratterizzante di questo paesaggio sono i prati da fieno ed i maggenghi che interrompono la continuità del bosco a prevalente copertura di latifoglie. Faggete e castagneti si alternano a boschi misti di aceri, frassini e tigli e compongono un quadro vegetazionale-paesistico di grande varietà. Rilevanza paesistica assumono le costruzioni rurali a supporto delle attività agro-pastorali con agglomerati e nuclei anche consistenti, arricchiti da edifici religiosi di interesse monumentale. Recinzioni, delimitazioni dei fondi, sentieri, vallette e corsi d’acqua compongono la struttura a rete.

5) Il paesaggio di transizione al piano alluvionale con insediamenti: interessa la fascia di versante dal limite dei maggenghi fino al fondovalle alluvionale e si caratterizza per il persistere dei boschi di latifoglie con i caratteristici castagneti, anche terrazzati, e con i prati di versante: è il contesto maggiormente insediato dove sorgono i nuclei abitati permanenti di più rilevante consistenza. Si caratterizza per la presenza degli ambienti di forra che sono posti principalmente allo sbocco dei torrenti sulle conoidi di deiezione.”

 

Entro questo quadro e in questa varietà di ambienti montani sono incastonati i nostri maggenghi, dove stanno le nostre radici. I Talamùn scendono da lì. Basta scorrere gli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, del 1525 e la cronaca della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda del 1589, dove si parla delle vicinìe o vicinanze. Il paese si era sviluppato, o stava sviluppandosi, dove si trova ora, con altre contrade o colondelli, ed è facile intuire come, in origine, gli abitati fossero tutti sulla montagna, soprattutto quando l’uomo non era ancora intervenuto a modificare il paesaggio di fondo valle invaso dal Fiume Adda e dai torrenti che scendevano dal versante orobico e a proteggerlo dalle loro inondazioni improvvise e devastanti, che si susseguivano con frequenza.

Come abbiamo già avuto modo di vedere i maggenghi come Premiana di Sotto e di Sopra, San Giorgio, Faedo Sopra e Sotto,  per citarne solo alcuni, sono le contrade storiche da cui, pian piano, nei secoli, i nostri antenati sono scesi  verso il basso, dove hanno trovato maggiori possibilità di coltivazioni e di allevamenti.  Stiamo parlando, e non solo per Talamona, di una società prettamente contadina basata sulla coltivazione della terra e sulla pastorizia. Non che con questa discesa  al piano siano stati abbandonati maggenghi e alpeggi. Tutt’altro. Essi sono diventati i luoghi di permanenza  primaverile ed estiva per le  famiglie con le bestie e, aggiunti ai terreni  del fondovalle, hanno rappresentato la possibilità di allevare un numero maggiore di bestie, soprattutto mucche.  I maggenghi erano il momento di passaggio primaverile  con le bestie, prima della salita agli alpeggi, dai quali poi, a fine Agosto o ai primi di settembre, si tornava per l’ultimo pascolo, prima di ridiscendere al piano. In alcuni testi il maggengo è chiamato anche premestino, nel senso di prima dell’estate, ma di questo parleremo più diffusamente in un prossimo articolo.

Un duro lavoro

Abbiamo accennato al fatto che i prati verdi, che circondano le baite e le case, sui maggenghi, sono stati strappati alla selva con un lavoro costante e faticoso.

A dimostrarlo abbiamo dei toponimi che lo testimoniano. Sotto il Monte Baitridana abbiamo il maggengo “Pràtaiado”, in altri posti, abbiamo el Taiàdi o la Taiàdo, come in Premiana e altrove. Questi toponimi, che si riferiscono a prati o a maggenghi, dati a luoghi ben precisi, stanno a dimostrare come i prati per la coltivazione dell’erba, siano il frutto di grandi operazioni di taglio del bosco  e conseguente utilizzo del legname, sia da costruzione che da fuoco. Seguiva poi  il lavoro di estirpazione dei ceppi, di spietramento (i sassi venivano usati per la costruzione di muretti di sostegno o anche per le baite), di pulizia da radici e arbusti vari, quindi di livellamento del terreno, per quanto ripido, e di semina (cul bgécc) e coltivazione del prato, da cui ricavare una ulteriore quantità di fieno, con la possibilità di aumentare il numero delle mucche per un miglior sostentamento della famiglia.

Bisogna pensare che gli arnesi per questi lavori erano molto semplici e il lavoro manuale degli uomini e delle donne, e per quanto possibile, anche dei ragazzi che partecipavano sempre, era preponderante, molto faticoso e con tempi molto lunghi. Per capire le fatiche che costavano queste opere per un migliore utilizzo del terreno, dobbiamo trasportarci con la mente a quando non esistevano mezzi meccanici come motoseghe, scavatori, mezzi di trasporto del materiale ecc. Tutto veniva fatto a mano. La pazienza e la costanza e la forza fisica non mancavano ai nostri avi.

E avevano, a volte, nonostante tutto, anche uno spiccato senso dell’ironia e dell’umorismo, se, ad esempio, in Premiana, un prato, ricavato dal bosco  e dalla pendenza impossibile, è stato chiamato la Pianezzo o el Pianezzi. Si poteva falciare solo usando i sciapéi feràa, e il fieno, perchè si potesse portar via, doveva essere fatto rotolare in basso dove c’era il sentiero sostenuto da un muretto. Solo lì si potevano caricare i cämpàcc  e fare  i mäzz dal fée.

I toponimi

Anche i toponimi dei nostri maggenghi sono interessanti, nel loro significato. Vediamone alcuni. Quagél deriva da quagià, cioè cagliare il latte. Scalübi: mi pare evidente che possa riferirsi alle scalinate scavate nella roccia che bisogna percorrere per raggiungerlo da Cà di Risc, unica via d’accesso dal basso. Canalècc: che si trova tra i canaletti che confluiscono nel Torrente Malasca. La Foppa e le Foppe: si riferiscono alla loro posizione in una conca ben riparata come una tana (in altri posti troviamo la Fopo del’urs o dul luf) e di solito anche ricca d’acqua sorgiva, che favoriva la vita delle persone e degli animali e l’irrigazione di prati e di piccole coltivazioni orticole. Bunänocc, potrebbe avere pure un significato ironico, vista la posizione della baita e i prati estremamente ripidi che la circondano: “se tu lisèt: buno nocc”. Runc si riferisce chiaramente all’operazione del “roncare”, cioè scavare il terreno in profondità per mettere le pietre sul fondo e coprirle con un abbondante (per quanto possibile) strato di terra. Per Pradalacquo il riferimento al prato ricco d’acqua mi pare chiaro vista anche la posizione, nel punto dove la Val de Faìi, in Taìdo,  si unisce alla Roncaiola, aumentando la portata del torrente principale anche con possibilità di esondamenti. Inoltre al confine Est  del maggengo, si trova la Möio, zona notoriamente umida, dove passa il sentiero scorciatoia da Sän Rigori per SänGiorsc. Ul Fuu del’ustario: deriva dalla presenza di alcuni grossi faggi, che ho sempre visto, e dal fatto probabile che qualche proprietario della baita avesse avuto l’idea di vendere qualche bicchiere di vino per togliere la sete a coloro che salivano in Pigòlsa, a Madréra o a Pedròria.  Faìi (Faedo) deriva dal latino fagus “faggio”, quindi zona di faggete. Toponimo molto diffuso (Faedo Valtellino, Faedo nel Trentino, Faido nel Canton Ticino…) è documentato anche nelle forme de Faedo, Faedum, Faiedum e Faye.

Per la Baitélo o la Baito dul Crüin, la Baito dul Tumun, Ca la Vulp, Ca di Risc, Ca dul Märtul (da martora?), Cà ruti, Ursàt (la leggenda degli orsacchiotti), Faìi d’Ars,  Sän Giorsc e Sän Rigori,  dai nomi dei santi cui sono dedicate le rispettive chiese, le origini dei toponimi sono abbastanza evidenti, come per  ul Baitun Bgiänc.

Pigolso  è  un nome  che richiama l’altalena in dialetto talamonese; non saprei però se riferito al fatto che esistesse qualche altalena appesa i rami di qualche pèsc o ad altro fatto o fenomeno.

Premiana o meglio Prümgnäno, pare derivi (vedi Giampaolo Angelini in Itinerari talamonesi) dalla sua  “preminenza”  rispetto agli altri maggenghi-vicinìe, dovuta anche alla residenza,  storicamente provata, della famiglia del Massizi o Masizio, predominante per censo e potere, anche a San Giorgio, chiamato appunto San Giorgio di Premiana. Ca Lisèp significa casa del Giuseppe, Isèp nel vecchio dialetto.

Chignöol èpiantato  proprio come un  cuneo (chignöol in dialetto) tra la valle di Valéna e la montagna di Madrera, su un piccolo conoide di terreno alluvionale.

Per el Crusèti posso  fare un paio di ipotesi: la prima è basata sul fatto che si trova  proprio all’incrocio delle valli di Valéna e di Zapéi; la seconda, forse un po’ azzardata, è che nei pressi fosse posto il cimitero di San Giorgio, del quale non ho mai sentito parlare nè letto, ma che pur doveva esserci da qualche parte. Visti i ripidi pendii della zona attorno alla vicinìa, questo potrebbe essere il luogo più idoneo; poi forse con le sue croci (crocette appunto), che segnavano le tombe, è stato portato via da qualche alluvione non infrequente. Non so, però, fino a che punto possano reggere queste mie supposizioni.  Sasélo deriva da sasso, rupe. Péciarùs  da  pettirosso.

Per Mädrèro, (forse da madre?), Pédrorio (monte del Pietro, Pedru in dialetto?), Lünigo, Urtesìdo, Rusèro e per gli altri non azzardo ipotesi. Qualcuno potrebbe avere notizie più complete.

I cambiamenti nel tempo

Tutti questi maggenghi, che fino agli anni 1970/80 venivano abbastanza regolarmente abitati d’estate, con una presenza piuttosto  numerosa, soprattutto per quelli più grossi con parecchie case e baite, erano anche tenuti in ordine  soprattutto nei ripidi prati che venivano regolarmente falciati con notevole fatica, in quanto c’era ancora una certa quantità di bestiame, soprattutto di mucche, con qualche capra e qualche pecora.

Allora, osservando la montagna dal basso, si potevano vedere chiaramente i prati di color verde chiaro  che spiccavano in mezzo al verde scuro delle selve e delle peghère,  come gemme incastonate a creare un paesaggio quasi da favola con al centro del bacino il campanile trecentesco di S. Giorgio a fare da punto centrale di riferimento.

Da quegli anni in poi sono state riattate molte baite e case, ne sono state costruite nuove, mentre molte altre sono state abbandonate, forse perchè costava troppo ristrutturarle, e ora cadono in rovina, come a Premiana Sopra e non solo lì.

Soprattutto sono sparite, o vanno sparendo, “le gemme” verde chiaro, color smeraldo a contornare gli abitati costituiti a volte di più costruzioni, baite con stalle e fienili, a volte di poche casette o anche di una sola abitazione. Il perchè di questo degrado è dovuto al fatto che i prati non vengono più falciati con cura e il loro verde ha lasciato il posto al marrone e al giallo dell’erba seccata in piedi. Cosa ne fanno del fieno coloro che frequentano le varie località, a volte solo con andata e ritorno in basso in giornata, se non ci sono più le mucche che lo mangiano? E allora, come conseguenza, il bosco che circonda i prati avanza, anno dopo anno, sostituendosi ai coltivi e togliendo la vista dal basso sui vari nuclei sparsi sulla montagna. E’ cambiato il paesaggio per un mancato intervento dell’uomo  o per  interventi fatti a caso,  come certi recinti per pecore e capre che hanno sostituito i falciatori di un tempo e hanno eliminato le stagioni della fienagione con i tagli del mägenc (primo taglio del fieno), de l’adigöor (secondo taglio),  dul terzöol (nei prati posti in basso) e dul pàscul con le mucche appena arrivate da munt in autunno. Non c’è più, di conseguenza, nemmeno la fatica del trasporto a spalla del fieno fino al fienile con i cämpàcc e cul fraschéri, su o giù per i ripidi pendii.

Ovviamente è stata eliminata anche la fatica da‘ngrasà i praa. Fatica ingrata, col trasporto a spalla,  cul gerlu  su quei pendii, veramente in pée, tanto da dover portare i sciapéi feràa e magari la gianèto  cui appoggiarsi, per poter riuscire a salire col carico, senza correre il rischio di scivoloni che avrebbero potuto rivelarsi molto pericolosi. Poi c’era da distribuire la graso in modo uniforme su tutta la superficie del prato, se si voleva avere il fieno l’anno successivo. Oggi tutto questo, come si è visto, non avviene più. Sono fatiche di tempi passati quando anche il prato del maggengo costituiva una ricchezza per la famiglia, come il bosco, per il quale si può fare un discorso simile.

“O tempora o mores” dicevano i latini. Cambiano i tempi, la società si evolve e cambiano i costumi, i modi di vita.

Per raggiungere i maggenghi sono state costruite le strade consorziali, certo per la comodità di tutti, ma con quali criteri? I vecchi sentieri e le mulattiere costruite con tanta fatica dai nostri predecessori e, va detto, con molta oculatezza sul modo e sulla scelta dei percorsi, in sintonia con l’andamento delle pieghe della montagna, spesso sono state distrutte con la ruspa senza rispettare gli antichi percorsi che ora non si trovano più. Ora l’escursionista appassionato di andare a cercare i luoghi caratteristici, le maestose peghère con i loro magnifici esemplari di pèsc e di avèz, i fregèer, le tipiche bedülère, i gisöi, i tanti affreschi di Madonne e di Santi sui muri delle case, le condotte per il legname dette uue e reviùn, i ruscelli che convergono nelle valli minori con le loro bellissime cascatelle, con la possibilità di vedere nidi, vari esemplari di uccelli, scoiattoli (el gusi) e tutta una serie di altri abitatori delle selve e delle abetaie, deve andare a cercare i sentieri che non ci sono più perchè invasi dal bosco, in stato di abbandono, in quanto non più frequentati.

Quei percorsi che collegavano i maggenghi sono ora sostituiti dalla strada che si percorre, velocemente chiusi in auto. Anche la frequentazione dei maggenghi è cambiata. E’ venuta a mancare la vita, che soprattutto d’estate vi si svolgeva, le seconde case spesso sono frequentate solo di giorno, come abbiamo detto sopra, vista la facilità di raggiungerle e il breve tempo necessario. E gli incontri di amici e conoscenti che  si facevano sui sentieri in salita e in discesa? Pure quelli sono finiti. Come le soste per salutare parenti e amici passando per i vari maggenghi.

E’ cambiato il modo di frequentare la nostra montagna, e di conseguenza  è cambiata anche la montagna stessa : il paesaggio non è più  lo stesso.

E quanti sono coloro che si prendono la briga di visitare i numerosi maggenghi alla ricerca di antiche abitazioni, di segni della nostra storia e del lavoro dei nostri avi, della loro religiosità, della loro vita?

E quanti giovani conoscono il numero e i nomi e la posizione esatta dei maggenghi?

Un modo per portare all’attenzione questa nostra realtà forse ci sarebbe, per quanto di non facile realizzazione. Attraverso il recupero dei principali antichi sentieri e una  apposita segnaletica, forse sarebbe possibile  invogliare gli appassionati a effettuare visite di carattere etnografico di studio e di conoscenza uniti alla bella passeggiata nel verde e nel silenzio delle selve, alla riscoperta di un territorio ancora  vivibile. Non credo sia una cosa impossibile da fare.

A conclusione, propongo qui, ora, un elenco dei maggenghi talamonesi, con l’avvertenza che potrebbe mancarne qualcuno.

Galleria immagini Talamona e maggenghi Talamonesi

 

MAGGENGHI  POSTI ENTRO I CONFINI COMUNALI DI TALAMONA

 

Tra   il confine con Morbegno e la Val de Faii 

Ca la ulp (sul piano) – Baito fregio – Mamùnt – Urtesìdo – Ruséro -Peciarùs – Faii d’Ars – Mürado – Ul Praa – Ciif – Sasélo – Cabbetùi- Pra Taiàdo – Faii zut – Faii zuro – Lunigo.

Munt : El Curteséli

 

Tra la Val de Faii e la Val di Zapéi

Praa d’Olzo – Olzo – La Baitélo – Baito dul Cruìn.

 

Tra la Val di Zapéi e la Val Valéno

El Crusèti – Ul Chignöol – Ul Fuu de l’Ustario – Pigolso zuro – Pigolso zut – Ul Baitun Bgiänc- Valéno – Turìcc.                       

Munt:  Mädrèro  e Pedròrio.

 

Sotto San Giorgio

Ursatt- San Rigori – Praa da l’acquo- Sän Giorsc.

 

Tra la Val di Valéno e la Val Mälasco

Prümgnano zut – Prümgnano Zuro (con Cà Lisèp e la Cà de légn) – El Cà ruti – La Fopo –

Ul Runc – Bunanòcc – Grum -El Fopp – La Curt dul Beladro –  La Curt  del’Austin – Ul Curnél-La Bgiänco

 

Tra la Val Mälasca  e la Val  dul Tarten

Scalübi e Dundùn e Canälècc  ‘n de la Val de la Mälasco

Cà di Risc e Cà dul Martul, considerati maggenghi una volta, ora stanno popolandosi con abitazioni fisse.

 

De là dul Tàrten

Ul Quagèl – Sulla costa  dul Dos de la Cruus, poco sopra l’inizio della vecchia mulattiera per Tartano.

La Turascio – sul piano, senza abitazioni fisse.

 

I munt

El Curteséli – Mädrèro – Pèdròrio

 

N.B. -Per saperne di più sui possibili itinerari, vedasi su Internet, in “Paesi di Valtellina e Valchiavenna” di Massimo Dei Cas: http://www.Alpeggi di Talamona.it