UL TALAMUN (dialetto)- IL TALAMONESE

TALAMONA 6 aprile 2014 padre Abramo al teatro dell’oratorio

 

Panorama di Talamona, Sondrio

Panorama di Talamona, Sondrio

 

LA PRESENTAZIONE DELLA NUOVA EDIZIONE DEL VOCABOLARIO DEL DIALETTO TALAMONESE

Con l’avvento della modernità il dialetto, anzi i dialetti, perché ce ne sono moltissimi, si vanno sempre più perdendo: pochi seguitano a parlarli e pochissimi nella forma pura. Si tende a vedere il dialetto come qualcosa di rozzo, di arcaico, associato alla mancanza di cultura e invece il dialetto è in sé cultura, racconta la storia di un popolo, ne custodisce le memorie, permette a volte di capire anche la mentalità delle persone che lo parlano. Per questo è necessario custodirlo come un prezioso patrimonio che non deve essere mandato perso. È con queste parole che Don Sergio, il parroco di Talamona ha introdotto Padre Abramo che questa sera alle ore 21 ha presentato al piccolo teatro dell’oratorio la nuova edizione del suo vocabolario del dialetto talamonese, preceduto da una presentazione fotografica di vecchie istantanee offerta da Giancarlo Ruffoni. Un vocabolario che è frutto di una grande passione nonché l’epilogo di una storia che parte da lontano, che comincia negli anni Ottanta del Novecento quando esplode il fenomeno della dialettologia, il verificarsi di un interesse per il dialetto come ricerca studio e cultura attraverso il fiorire di piccoli vocabolari e saggi per esempio a Livigno, a Morbegno, a Verceia ad opera del professor Massera, a Sondrio ad opera del professor Pontiggia, a Bormio ad opera di don Branchi scienziato del dialetto, tutti lavori che si ispirano ad uno studio pubblicato da Pietro Monti nel 1835 intitolato VOCABOLARIO DEI DIALETTI DELLA DIOCESI DI COMO. Considerato tutto questo padre Abramo ha convenuto che ci fosse una grande lacuna in questo campo e cioè uno studio dedicato al dialetto talamonese, che si distingue dagli altri per originalità e musicalità, una lacuna che Padre Abramo ha pensato bene di colmare armandosi di una grande pazienza e di un quaderno suddiviso in 21 scomparti, uno per ogni lettera dell’alfabeto (che in corso d’opera sono diventati 22 avendo i talamonesi un modo tutto loro di pronunciare la lettera A un po’ chiusa che rende questo suono una sorta di sesta vocale) nel qual quaderno annotava parole attingendole dalla propria memoria, dalla specifica ricerca e dall’ascolto della parlata soprattutto delle persone anziane le uniche che hanno saputo mantenere nel tempo la pronuncia originale e più in generale la purezza della lingua (perché secondo padre Abramo il talamonese ha dignità di vera e propria lingua). Il risultato di tutto cio è stato il piccolo vocabolario intitolato UL TALAMUN uscito nel 1991 e distribuito a tutte le famiglie talamonesi nonché ai talamonesi e valtellinesi sparsi per il Mondo (compreso pare un ricercatore al Polo Sud), un vocabolario composto da circa 2200 parole (escluse quelle frutto di contaminazioni o che hanno perso la dicitura originale) e comprendente anche una piccola grammatica che illustra le peculiarità del nostro idioma come il fatto di avere i plurali sia dei nomi che dei verbi e la declinazione dei verbi irregolare difficilmente comprensibile per chi non è avvezzo al talamonese fin dalla nascita. Un lavoro che in realtà non è mai finito, un work in progress che nel tempo, con altre ricerche, si è arricchito di nuovi vocaboli e che padre Abramo ha portato avanti sotto l’egida dei soci dell’accademia della crusca. Il risultato è la nuova edizione ampliata presentata questa sera, che, nelle intenzioni di padre Abramo avrebbe dovuto essere un supplemento del primo vocabolario ed è invece divenuta una vera e propria seconda edizione con alcune novità rispetto alla precedente: una veste grafica leggermente rinnovata (a cura del nipote di padre Abramo che questa sera presentava con lui il libro) ma che ha conservato sulla copertina la foto del campanile Trecentesco di San Giorgio, in qualche modo il simbolo di Talamona, il fatto di non avere più la grammatica, ma piuttosto una lista delle vecchie località di Talamona anche illustrate su una cartina (un’occasione unica per immergersi con la fantasia nella vita dei nostri antenati che in quelle località hanno vissuto) e delle poesie dialettali a dimostrazione di come il nostro idioma si presti ad essere espresso anche in forma letteraria. Alcune di queste poesie sono la traduzione in talamonese di capolavori poetici italiani e durante la presentazione padre Abramo ha deliziato il pubblico presente con un paio di letture per poi dare vita ad un piccolo, spontaneo, amichevole dibattito. Anche questa nuova edizione sarà distribuita gratuitamente a tutte le famiglie col bollettino parrocchiale nel periodo pasquale e in più sarà disponibile anche sul sito della parrocchia che verrà avviato a settembre e nel quale sarà ripubblicata anche la grammatica talamonese se ci saranno richieste. Un lavoro che padre Abramo avrebbe voluto arricchire anche con i soprannomi delle famiglie e delle persone, ma che poi non sono più stati aggiunti perché alcuni risultano offensivi. Un vero peccato infondo, questa sarebbe stata un’ulteriore sfumatura di quel vasto patrimonio che rappresenta la cultura rurale dei nostri padri ben espressa dall’idioma talamonese.

 

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

La Chiesa Parrocchiale di Talamona

Antonella Alemanni

BOSCHI E LEGNO A TALAMONA – UN FILO ROSSO

 

TALAMONA ,22 marzo 2014, la casa Uboldi diventa anche archivio storico. Gli statuti della magnifica comunità di Talamona

VIAGGIO NELL’ANTICO COMUNE DI TALAMONA

IN OCCASIONE DEL TRASFERIMENTO DELL’ARCHIVIO STORICO DAL COMUNE ALLA CASA DELLA CULTURA UNA MOSTRA RIEVOCA UNO SPACCATO DELLA TALAMONA CHE FU, COSI’ COME EMERGE PROPRIO DAI DOCUMENTI

Da quando ormai due anni fa cominciò ufficialmente l’avventura culturale della Casa Uboldi, si sono susseguiti diversi eventi di vario genere e tutti preparati con grande entusiasmo, ma, senza nulla togliere al resto, credo che nessun evento sia mai stato preparato con un lavoro, una cura, un impegno, una passione, pari a quelle spese per l’evento presentato oggi a partire dalle ore 16.30. Un evento che, lo possiamo dire fin d’ora, merita senz’altro di essere ricordato come il momento clou della stagione culturale 2013-2014, un evento che rappresenta in qualche modo il traguardo di un’avventura cominciata cinque anni fa quando sono cominciati anche i progetti di ristrutturazione della Casa Uboldi per far si che diventasse ciò che è ora, uno spazio, per dirla con le parole del sindaco Italo Riva che ha aperto col suo intervento questa ricca giornata, “in cui i talamonesi di tutte le età e generazioni hanno la possibilità di passare piacevolmente del tempo arricchendosi culturalmente anche attraverso un patrimonio di memorie che conta elementi unici nel panorama archivistico. Ecco dunque il motivo per cui oggi siamo qui ad inaugurare una nuova sala di questa casa che conterrà il nostro archivio storico e contemporaneamente ad inaugurare una mostra con la quale si intende celebrare questo importante evento”. Un evento che, come dicevamo, è il coronamento di un’avventura che parte da lontano e che quest’oggi è stata sinteticamente narrata dall’assessore alla cultura Simona Duca che ha preso la parola subito dopo il sindaco. Un’avventura cominciata per l’assessore già nel 2000 dunque quattordici anni fa quando un giorno si trovò a dover fare una ricerca che necessitava proprio la consultazione dell’archivio. Allora la sala che lo conteneva era ubicata ai piani alti del comune e versava in uno stato di disordine e abbandono. Da li l’idea di dare una sistemata, un proposito portato a termina nel 2007 quando tutti i faldoni hanno trovato posto dentro un armadio. Ma poteva questa sistemazione essere quella giusta? L’archivio aveva un senso in questo modo finalmente ordinato, ma nascosto, come chiuso in prigione? Che cos’è un archivio innanzi tutto? Un insieme di documenti certo anche molto vecchi, talmente vecchi che il sentire comune della gente è di estraneità, un pensare “ma noi che c’entriamo?” ma anche e soprattutto un tesoro che scopri, che trovi e che studi al punto che ti entra dentro e diventa parte di te, al punto che non sei più tu a possedere l’archivio, ma ne sei posseduto, un tesoro che racchiude l’identità di una comunità, il suo passato, da traghettare nel presente verso il futuro. Un tesoro cui bisogna dare un senso, una collocazione che ne valorizzi il contenuto e tutto ciò che rappresenta. Ecco dunque l’idea di un’analisi più accurata e di una sua collocazione alla casa della cultura dove già ha trovato posto la biblioteca. Archivio e biblioteca altro non sono che due diverse sfumature di cultura, la nostra cultura che ci identifica e ci caratterizza. Ed eccoci dunque oggi dopo un paziente lavoro di riordino, studio, catalogazione dei documenti durato cinque anni ad opera delle archiviste Rita Pezzola (che si è occupata dei documenti più antichi), Annalisa Castangia e Simona Cometti (che si sono occupate dei documenti più recenti a partire da quelli successivi all’età napoleonica) a condividere finalmente col pubblico questa avventura presentando questo evento.

 

L’intervento di Rita Pezzola

Ed è con grande emozione che Simona Duca ha condiviso il suo racconto di questa avventura paragonandola ad un’intensa scalata in montagna e passando poi la parola a Rita Pezzola la quale ha subito tenuto a sottolineare come questo evento di oggi rappresenta si il coronamento di un percorso, ma anche un punto di partenza di un nuovo rapporto della comunità con la propria identità culturale. Che cos’altro rappresenta l’archivio se non la testa dell’enorme corpo collettivo, la mente, la guida, il pensiero? Come può essere definito se non come la progettualità che si manifesta in un pensiero collettivo, un’identità da ritrovare e riordinare in modo sensato, un tesoro da leggere, da valorizzare, da vivere? Come un patrimonio da conoscere? Un tesoro prezioso che, nel nostro caso, contiene carte risalenti alla fine del Quattrocento e un’ampia documentazione risalente al Cinque e Seicento tra cui multe. Secondo il presidente della soprintendenza archivistica Maurizio Savoia, nessun comune, perlomeno in Lombardia, contiene multe del Cinquecento. Ma queste carte sono anche verbali di consigli comunali ininterrottamente dal Seicento fino agli anni Ottanta del Novecento e poi gli Statuti del 1525. Una memoria storica che riguarda tutti indistintamente e del quale la mostra inaugurata oggi (che rimarrà aperta per i prossimi 15 giorni sino al 6 aprile negli orari di apertura della biblioteca più la domenica dalle 15 alle 18 con aperture straordinarie su richiesta per gruppi e scolaresche ndr) e che sarà portata anche all’Expo di Milano del 2015 (che detiene anche parte del patrocinio) rappresenta un primo approccio aperto a più persone possibile, una sorta di reazione chimica tra l’oggi, l’habitat e il contesto di Talamona e ciò che le carte offrono in merito alle questioni di natura gestionale del patrimonio naturalistico che ci circonda così come venivano affrontate nei secoli passati. Una miniera di informazioni di natura storico-giuridica, ma anche naturalistica con descrizioni dettagliate della vegetazione che, a detta di se medesima, hanno permesso a Rita Pezzola di riuscire a vedere il bosco con occhi diversi sotto la lente di una maggiore conoscenza degli organismi che lo popolano. Una miniera di informazioni che testimoniano (come ha giustamente sottolineato in chiusura l’assessore alla cultura Simona Duca riportando le osservazioni dei suoi alunni delle scuole medie) lo stato avanzato della legislazione talamonese in materia di tutela del patrimonio ambientale già nel Cinquecento. La mostra si propone di raccontare tutto questo di dare voce in modo schematico chiaro e conciso alle storie e ai personaggi che ruotano intorno al bosco storie prese direttamente dai documenti, vivida testimonianza della Storia come materia viva, un punto di inizio di un meraviglioso canto possibile che si sprigiona da questi documenti.

L’archivio e il bosco: gli interventi congiunti di esponenti della Comunità Montana, del Parco delle Orobie Valtellinesi e dell’ufficio archivistico della regione Lombardia

Poiché, come stiamo appunto dicendo, molti documenti ritrovati nell’archivio riguardano il bosco e il suo ruolo fondamentale nella vita della comunità, non potevano mancare alla realizzazione di questo evento e in particolar modo della mostra enti che col bosco hanno direttamente a che fare tutt’oggi portando in qualche modo avanti l’opera di tutela del patrimonio boschivo già promossa dagli antichi statuti ritrovati. Non potevano nemmeno mancare alla presentazione, non potevano mancare di arricchire con le loro osservazioni questa ricca giornata, non potevano mancare di sottolineare, come di già l’esponente del parco delle Orobie, quanto questa collaborazione sia stata piacevole ed arricchente permettendo di conoscere la storia dei comuni di Talamona e di Tartano e la loro civiltà basata sul patrimonio boschivo e da esso dipendenti, un patrimonio che rappresenta l’identità comunitaria e che, come ha sottolineato il referente per l’Ufficio archivistico della regione Lombardia, non ha nulla da invidiare a quello di Trentino e Val d’Aosta anche per quanto riguarda la grande competenza con cui tutto viene gestito, un patrimonio che, come ha raccontato la referente della comunità montana, è stato rievocato persino durante una conferenza a Bolzano in occasione della quale Talamona è stata citata da un professore universitario toscano nel corso di un suo intervento riguardante le antiche teleferiche.

È venuto a questo punto il momento di toccare con mano e vedere quanto sino ad ora presentato.

Inaugurazione della sala dell’archivio storico intitolata a Fausto Pasina

Per consuetudine, tutte le sale della casa della cultura sono intitolate a persone che non ci sono più, ma che in vita si sono distinte per essere talamonesi di spicco, la cui vita e opere si sono spese in gran parte a beneficio della comunità e dello sviluppo generale di Talamona. Per l’intitolazione della sala dell’archivio storico è stato scelto Fausto Pasina per il contributo da egli dato nel recupero dell’archivio stesso e in generale per il suo sapere e le sue competenze messi sempre generosamente a disposizione. Una figura rivissuta oggi attraverso le parole di un suo amico, Elio Luzzi, che ha letto un testo abbozzato di suo pugno. Eccolo riportato di seguito.

Fausto Pasina fu geometra nel senso euclideo del termine, appassionato della scienza della geometria da quella che ci permette di distinguere i confini degli orti e calcolarne la superficie a quella che permette di relazionare il movimento gravitazionale delle stelle alla piccola pallina cui siamo ancorati dalla gravità con tutte le speculazioni filosofiche suggerite nell’andare dall’orto alle stelle. Fausto Pasina amava i paradossi. Discutendo una volta delle professioni a noi prossime, quelle degli ingegneri e degli architetti, egli disse “sul frontone del tempio di Atene vi è la critta NON ENTRI CHI NON E’ GEOMETRA” conseguentemente gli ingegneri e gli architetti dovevano restare fuori ad aspettare il verbo. Ricordo una sera, forse all’uscita di un’aggrovigliata riunione di attivisti politici. Si fermò un momento ad osservare il cielo pensoso commentando “guarda su, noi al confronto siamo due moscerini e contiamo come tali” poi alzando la voce al resto del gruppo disse “e adesso che ci siamo confessati possiamo ricominciare a beccarci”. Era un talamonese con la consapevolezza (che per altri è comunque un’atavica e latente percezione) che i talamonesi non sono soltanto abitanti di un paesetto delle Orobie ma un piccolo popolo. Conosceva egregiamente la storia italica, quella europea, quella del socialismo, quella internazionale, quella antica delle grandi civiltà e la nostra storia locale di piccolo popolo. Mi raccontò di una volta che si trovava in vacanza da pensionato solitario su alcune isole greche e venne ospitato per una festa su una barca da alcuni pescatori ingegnandosi a far cantare loro una nostra canzone locale in dialetto. Sul finire degli anni Ottanta mi aveva invitato a cena, era il suo compleanno, l’11 marzo, quando il sole è nella costellazione dei Pesci. Mi informò che aveva recentemente recuperato delle fotografie delle pagine di un manoscritto degli statuti di Talamona. Un suo conoscente le possedeva per via di discendenze familiari e le aveva date a Fausto in cambio di consultazioni tecniche, ma anche cimeli e carabattole varie. È un ricordo ben preciso il mio: la cena di compleanno, i discorsi sul manoscritto da recuperare e i contenuti che aveva iniziato ad indagare, i suoi contatti con gli amministratori del comune. Per farla breve, in tempi successivi propose agli amministratori del comune dell’epoca la sua disponibilità a fornire fotocopie di quanto in suo possesso a condizione che venisse fatta una traduzione stampa da distribuire gratuitamente alle famiglie talamonesi. La cosa bella è che grazie all’interessamento del sindaco Domenico Luzzi fu curata dal sodalizio soci della crusca del quale era componente padre Mario Abramo Guatti che li tradusse e commentò sommando alla sua competenza specifica la profonda conoscenza della lingua e della cultura del nostro piccolo popolo. Il resto è storia recente. I preziosi testi originali degli statuti e del libro degli estimi (documenti catastali con descrizioni delle varie proprietà ndr) sono riemersi dagli anfratti del mansardato archivio del municipio perché Italo Riva, curioso e caparbio, convinto assertore del valore fondante della storia e della cultura, ha attivato tutto quanto era nelle sue facoltà.

Nel ricordare con voce rotta dall’emozione il suo caro amico e libero pensatore Fausto Pasina, Elio Luzzi ha voluto estendere il pensiero anche ad altri amici vivi solo nel ricordo: Mario Tarabini, Emilio Guerra, Mario Ciocchini e Mario Pasina. Amici di tante passioni.

 La mostra e le sue storie.

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È venuto dunque il momento tanto atteso di vedere finalmente la mostra che ho potuto rivedermi con calma più volte durante i turni dell’apertura. Una mostra decisamente non convenzionale studiata nei minimi dettagli nel corso di circa una decina di riunioni o poco meno.  Una mostra che si ripropone di raccontare l’archivio storico talamonese (per quanto riguarda la parte dedicata ai boschi e alle norme contenute negli statuti riguardante il loro utilizzo) attraverso le immagini le storie e i personaggi risalenti a quel periodo. Un racconto che scrollando via la polvere dei secoli riporta il passato a parlare al presente. Un racconto che è stato ben introdotto di già durante la conferenza nella sala Valenti da due dei curatori, Marco Brigatti (che ha curato l’allestimento e la grafica dei pannelli) e Annalisa Azzalini (che ha illustrato i personaggi). Attraverso le loro parole i presenti si sono già potuti fare una prima idea di ciò che avrebbero visto.

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Il piccolo Giovanni

 

Ciò che colpisce immediatamente entrando alla mostra è il forte odore del legno. L’odore del compensato delle strutture che sostengono i pannelli illustrativi realizzati appositamente da una falegnameria e studiati per essere montati ad incastro non soltanto per essere più facilmente smontabili e rimontabili in vista delle trasferte cui la mostra è destinata, ma anche per fungere da richiamo alla struttura dei nuclei abitativi in utilizzo in zona all’epoca (che saranno approfonditi in seguito). Questa mostra è stata concepita per essere tutta di legno e di carta, per essere un percorso intellettuale, ma anche un percorso sensoriale, una mostra che riproduce un bosco e le sensazioni che suscita il fatto di passeggiarvi al suo interno.

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Il legno e l’archivio dei documenti sono i protagonisti principali dell’evento di oggi e della mostra che segue. A legarli un filo rosso che, complice il profumo del bosco ci guida idealmente indietro nel tempo. Dalle nebbie del passato così diradate fa capolino il piccolo Giovanni con la sua veste color crema e il suo bastone che ci prende idealmente per mano e ci conduce nel suo mondo, un mondo dove i bambini avevano a che fare con la natura e con il legno sin dalla più tenera età in ogni ambito della vita quotidiana. Ricevevano giocattoli in legno e giocavano molto all’aria aperta dove si divertivano a raccogliere rametti e bastoni come Giovanni (e come facevo anche io da piccola) e la piccola Caterina, bionda con la veste azzurra, due piccoli che le pagine dei documenti ci hanno restituito e che sono stati fatti rivivere da Annalisa Azzalini grazie a ricerche accurate anche da Internet da vari libri, affreschi secondo un procedimento di ricostruzione antropologica di genere seguito per tutti i personaggi che qui appaiono (il clamator, il notaio, il sindaco, il boscaiolo…).

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I nomi dei due bambini non sono stati scelti a caso, ma perché dai documenti è emerso che parecchi bambini venivano battezzati così e che dunque questi erano i nomi più utilizzati. Essi appaiono talmente vividi che sembra quasi di vederli mentre corrono, ridono e si inoltrano nel bosco, del quale sapevano tutto. I nos regiur ancora raccontano che loro da bambini avevano una sola sapienza ed era quella trasmessa dal bosco e dagli adulti che avevano acquisito la sapienza del bosco prima di loro. La gente di allora sapeva riconoscere ogni pianta, ogni erba, gli animali, gli uccelli dai loro nidi, sapevano dove li costruivano, distinguevano le uova, i diversi canti. Il rapporto col bosco era qualcosa di vivo, di concreto ed è questo che si è cercato di far emergere. Un rapporto di persone consapevoli di relazionarsi ad altri esseri viventi tanto che c’era l’usanza di piantare un albero ogni volta che un bambino nasceva. Così il legno non era soltanto un materiale utile come descritto nel pannello qui sopra. Certo utile lo era moltissimo, indispensabile in un’epoca dove non esistevano altri combustibili dove non c’era altro modo per cuocere e conservare i cibi e dove c’era solo un altro materiale disponibile, la pietra essendo lontanissima l’epoca dove c’è fin troppa roba a disposizione (non è un caso se allora non c’era l’emergenza rifiuti).  Ecco dunque le antiche storie che il bosco ha vissuto e che potremmo vivere ancora oggi se solo non ci dimenticassimo che il bosco è ancora li a due passi da noi e che oggi come allora può ispirare persino l’ingegno di creazione artistica dell’uomo, come ben mostra la tavola intagliata di Egidio Ruffoni (già ospite ad una mostra precedente)  che rappresenta il capolettera che caratterizza quasi tutti i documenti dell’archivio.

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La piccola Caterina

 

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Questo pannello mostra il territorio di Talamona che anticamente era un tutt’uno con la Val Tartano. Un territorio fatto di acqua, legno e pietra e con una nutrita presenza di verde ancora oggi. L’Adda costituiva e costituisce tutt’ora il confine del comune di Talamona fino alle cime del versante. Il nucleo abitativo più antropizzato sorgeva sul conoide del torrente Tartano e presso i torrenti Roncaiola e Malasca e fu abitato sin dai tempi più remoti come testimonia anche la necropoli romana ritrovata in tempi relativamente recenti sotto l’attuale cimitero.

La chiesa altomedievale di Talamona si trova ancora oggi laddove sorgono la piazza principale e il comune. La chiesa attuale risale all’XI secolo.

Dal conoide si sale fino a mezza montagna dove sono ancora ben visibili le tracce della transumanza nelle selve composte da castagni che salendo sempre più verso la Val Tartano si convertono in boschi di conifere prima di arrivare al confine con la provincia di Bergamo e condurre nel suo territorio.

Il paesaggio è composto da case di pietra di tutte le tonalità del grigio ravvivato dal verde dell’erba e dai colori della frutta e delle coltivazioni.

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Questo pannello illustra invece il contesto storico dell’epoca abbracciata dai documenti dell’archivio e dunque anche dalla mostra, un periodo che abbraccia i secoli dalla fine del Quattrocento, tutto il Cinque e Seicento. Si vuole in particolar modo mettere in evidenza il confronto tra gli eventi salienti della Storia universale di quell’epoca e le vicende più strettamente legate al nostro territorio. A partire dal 1512 la Valtellina cominciò ad essere assoggettata ai Grigioni (un popolo della Svizzera meridionale) divenne un distretto del suo governo delle tre leghe, l’unico che riuscì a mantenere la fede cattolica in un contesto dove imperversava il protestantesimo cosa portò qualche tensione e alcuni cambiamenti (come nell’ambito dei commerci del vino prima molto fiorenti con la Svizzera). Il governo delle tre leghe a sua volta suddivideva la Valtellina in tre terzieri: quello superiore che faceva capo a Tirano, quello medio che faceva capo a Sondrio e quello inferiore a sua volta suddiviso in retico che faceva capo a Traona e orobico che faceva capo a Morbegno. Talamona apparteneva a quest’ultimo. Il suo territorio era diviso in colondelli (dai quali pare siano derivate le nostre contrade attuali), cioè nuclei abitativi (colondello deriva dal latino colere che significa abitare). I capi delle famiglie dei vari colondelli una volta all’anno (tendenzialmente nel mese di gennaio) tenevano delle assemblee pubbliche per leggere e discutere gli statuti. In occasione di eventi particolari (come l’arrivo di nuovi amministratori o preti) si potevano convocare assemblee straordinarie con pubbliche discussioni trascritti su verbali che riportavano i nomi dei colondelli e delle famiglie che li rappresentavano. Tali documenti sono tutt’ora custoditi nel nostro archivio storico a fungere da spaccati di vita. La loro lettura risulta complicata dal fatto di essere scritti a mano in un linguaggio misto tra il latino e il parlato dell’epoca.

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Giovan Battista Camozzi

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Gli statuti di cui ogni famiglia possiede una copia stampata in casa (e di cui il comune di Talamona pare sia l’unico a possedere ancora gli originali) sono stati scritti dal notaio Giovan Battista Camozzi nel 1525 il 21 gennaio su incarico ufficiale del comune e del sindaco. Quest’uomo apparteneva ad una famiglia che ha “sfornato” notai per generazioni e ha influenzato molto la cultura. I documenti all’epoca erano artigianali e più di adesso erano davvero il frutto della cultura di chi li produceva.

La figura del notaio all’epoca era molto importante, rivestiva un ruolo ben più di rilievo rispetto a quello che gli viene attribuito oggi. Era suo compito cogliere il significato storico di una proprietà e nel nostro caso di sottolineare l’importanza del legno come materiale naturale, protagonista assoluto della vita della nostra comunità dell’epoca per ogni generazione, in una società rurale ancora lontana dall’industria e dalla tecnologia e l’importanza del bosco come patrimonio identitario da custodire e non sprecare centro della vita quotidiana sociale e politica. Non a caso l’80% delle regole scritte riguardavano il bosco ed è questo il significato profondo degli statuti, la loro grande importanza.

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Gli statuti cominciano con la lettera I. In particolar modo gli statuti aprono con la dicitura in primis impreziosita dallo splendido capolettera illustrato nel pannello e che, lo abbiamo visto prima, è stato riprodotto sulla tavoletta intagliata.

L’importanza della figura di Camozzi e di questi statuti risiede nel fatto che se essi fossero andati persi avremmo perso la nostra identità storica e culturale. Cio che sta scritto in questi documenti non è soltanto un insieme di norme, ma anche un resoconto della struttura sociale e della vita quotidiana di un tempo. È grazie a Camozzi e al suo inestimabile lavoro se noi oggi sappiamo come si viveva nel Cinquecento e nel Seicento.

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Gli statuti venivano continuamente aggiornati in relazione soprattutto ai mutamenti sociali. Vecchi proprietari che morivano nuovi che compravano e in generale tutti quei piccoli eventi che caratterizzano la vita della comunità ancora oggi.

 

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Le regole circa l’utilizzo del bosco erano tanto precise quanto intransigenti le multe che punivano le trasgressioni. Multe che ammontavano a somme insormontabili per la gente dell’epoca. Ecco perché i boscaioli raccontano che chi veniva sorpreso ad abbattere alberi senza permesso, in quantità maggiore rispetto a quella regolamentata, un tipo di pianta diversa da quella che si era autorizzati a prendere,  in zone vietate soprattutto quella offlimits sui versanti che prevedeva le frane, non potendo molto spesso pagare, subiva l’amputazione delle dita nonché la confisca di tutto cio che possedeva.

Queste leggi e queste multe derivavano soprattutto da una questione di cuore, dal legame affettivo che, come già abbiamo detto, univa la comunità ai suoi boschi.

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Il clamator

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Oggi come allora la legge non ammette ignoranza. Ecco perché una volta che le leggi venivano emesse dal podestà (il capo che dominava le nostre valli per conto dei Grigioni) molto importante diventava la figura del clamator. Questo termine deriva dal latino clamare cioè gridare e il clamator era appunto colui che annunciava gridando nelle piazze le nuove leggi emesse che, appunto per questo motivo venivano denominate gride. Tali gride venivano poi lasciate appese in piazza in modo che tutti potessero vederle, ma bisogna considerare che allora erano molto pochi coloro i quali sapevano leggere e scrivere e dunque il clamator diventava un punto di riferimento molto importante per essere messi al corrente di tutto.

 

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Oggi come allora a capo della comunità c’era un sindaco. Fare il sindaco allora e più in generale ricoprire una carica politica non era vissuto come viene vissuto al giorno d’oggi, ma veniva davvero inteso nel modo in cui la politica dovrebbe sempre essere e cioè un servizio alla comunità. Il sindaco con la sua comunità stringeva un vero e proprio patto di sangue pungendosi il dito con uno spino di rosa canina. Era una grande cerimonia cui tutta la comunità assisteva. Proprio per questo veniva scelta la rosa canina, una pianta già documentata a quei tempi con spine abbastanza grandi in modo che anche chi si trovava ad una certa distanza poteva assistere al rituale.

 

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Il sindaco Giovanni Battista Spini

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Oltre agli statuti altri documenti fondamentali per viaggiare idealmente nel tempo e riscoprire un’epoca perduta sono gli estimi, i documenti catastali scritti elegantemente sia per quanto riguarda la grafia che per quanto riguarda la struttura, lo stile della scrittura. Anche se furono scritti essenzialmente a scopo burocratico per essere poi in grado di distribuire le tasse in modo equo, essi a tutt’oggi valgono più come preziosa testimonianza storica e per il loro essere mappa di parole che descrivono magistralmente tutto l’abitato casa per casa ciascuna coi suoi dintorni. Chi ha una certa età ancora oggi riesce a riconoscere i luoghi descritti in questi documenti.

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Gli estimi ci permettono di ricavare informazioni sulle coltivazioni diffuse a Talamona in quell’epoca lontana. Coltivazioni che ritroviamo ancora oggi. Tutto ciò che è scritto nei pannelli che compongono la mostra è una semplificazione e una schematizzazione delle informazioni ricavate dai documenti.

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Qui siamo giunti in quello che è in qualche modo il cuore del nostro percorso. Con i dovuti permessi e nel rispetto delle regole erano i boscaioli a recarsi materialmente nel bosco ad effettuare i tagli necessari ai bisogni comunitari.

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Il boscaiolo

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Ancora oggi il paesaggio talamonese è costellato di vitigni di cui si prendono cura uomini volenterosi seguendo la tradizione che viene da lontano, seguendo i tempi giusti della raccolta, della potatura e avvolgendo i tralci con rametti di salice appositamente preparati.

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Le castagne venivano denominate il pane dei poveri. Proprio un tipo di pane (e in altre zone dell’arco alpino e della pianura padana anche di polenta) si ricavava dalle castagne e si può trovare tutt’oggi in alcuni panifici artigianali.

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Ecco dunque il salice scialesc in dialetto così come veniva utilizzato per legare i tralci di vite potata. Venivano scelti dei rametti molto sottili che venivano scortecciati con uno strumento di legno simile alle mollette per i panni, ma di forma molto più allungata. La scortecciatura avveniva nel periodo primaverile quando si diceva che il salice era in amore e si scortecciava più facilmente. I tralci così scortecciati venivano avvolti in fascine e prima di usarli era sempre meglio lasciarli un po’ di tempo a stagionare e poi metterli a bagno prima di legare con essi i tralci di vite.

Con le varietà di salice più selvatico si potevano realizzare dei cestini intrecciati. Il salice più selvatico si riconosce per il fatto di essere più scuro.

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 Preparazione dei tralci di scialesc

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Come abbiamo gia accennato i documenti, sebbene per motivi essenzialmente di funzione burocratica e amministrativa fornivano anche dettagliate informazioni naturalistiche. Leggendoli si impara a conoscere la vegetazione spontanea, da quali specie era composta e come distinguerle l’una dall’altra. Il percorso della mostra propone degli spazi dove si possono vedere e toccare le piante i tronchi, i rami, gli aghi, le pigne, le ghiande e con alcune indicazioni capirne le peculiarità. Si impara ad esempio che il larice è l’unica conifera che perde gli aghi ma dal quale le pigne si staccano con difficoltà. Si impara a distinguere l’abete bianco dall’abete rosso. L’abete bianco ha i rami più chiari ha le pigne erette verso l’alto, ha delle piccole righe bianche sotto gli aghi disposti a pettine che pungono meno rispetto a quelli dell’abete rosso, inoltre cresce molto in alto perché vuole ambienti umidi e ombreggiati. L’abete rosso ha molti più aghi per ramo, rami di colore scuro, rossiccio appunto, pigne pendule e cresce più in basso. Sapienze queste che ormai sembrano non contare più nulla nella nostra civiltà odierna ma che sarebbe bene conservare.

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Essendo gli estimi descrittivi delle varie proprietà, molto spazio è dedicato alla minuziosa descrizione delle case. Da ciò riemerge il carden una particolare abitazione in legno presente soprattutto nella val Tartano. La struttura su cui sono stati montati i pannelli di questa mostra è stata pensata come delle tavole di compensato ad incastro proprio per richiamare alla struttura di questi carden molti dei quali tuttora presenti nel territorio della Val Tartano anche se non sono più abitati.

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I vari nuclei abitativi è un tema che si è pensato di approfondire quando la mostra era già in corso d’opera. Sulle strutture di queste case esiste un’ipotesi che al momento non è comprovata dai documenti. Si è notata una certa rassomiglianza coi nuclei abitativi tirolesi e dunque si pensa ad una qualche connessione tra le nostre popolazioni e quelle di quei territori in tempi remoti. L’indagine continua.

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Non poteva mancare un piccolo approfondimento anche sulla Val Tartano che, come abbiamo detto, a quel tempo con Talamona faceva comune unico tanto che si sono mantenuti rapporti molto stretti tra i due centri abitati che durano ancora oggi. Molti talamonesi hanno la loro origine in Val Tartano soprattutto quelli che portano i cognomi Spini e Bertolini.

 

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Didascalia in braille

La particolarità di questa mostra è il fatto di essere stata pensata per un’ampia fascia di persone e per avere più piani di lettura. Unica nel suo genere questa mostra propone anche delle didascalie in braille per i non vedenti, anche quella una cosa che è emersa in corso d’opera.

 

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Ad opera di Antonella Alemanni e di tutti i volontari che si sono prodigati nell’accompagnare i visitatori in questo viaggio nel tempo. Il gruppo boscaioli, Luigi Scarpa, Simona Duca e Lucica Bianchi.

PAR VES CUNSIDERAA’ BISOGNA PROPI CREPA’, dialetto talamonese; trad: PER ESSERE CONSIDERATO BISOGNA PROPRIO MORIRE)

LA CULTURA TEATRALE IN DIALETTO LOCALE

 

MORBEGNO 7 marzo 2014 spettacolo teatrale all’auditorium di piazza S. Antonio

IL RITORNO DELLA COMPAGNIA FIL DE FER DA DUBINO CON UNA NUOVA DIVERTENTE COMMEDIA DIALETTALE ISPIRATA ALLA QUOTIDIANITA’

Molto spesso si sente dire che ci si accorge del valore di cio che abbiamo e delle persone che ci accompagnano nel corso della nostra vita soltanto quando le perdiamo. Ed è da questo spunto che prende l’avvio la commedia dialettale PAR VES CUNSIDERAA’ BISOGNA PROPI CREPA’ proposta dalla compagnia FIL DE FER di Dubino questa sera alle ore 21 all’auditorium di Morbegno. Una commedia che racconta la quotidianità di una coppia normale composta da Arturo e Lucrezia alle prese con le loro beghe coniugali, le continue incursioni della madre di Lucrezia che non fa alcun mistero di non sopportare suo genero e la vicina strampalata da poco vedova che crede di essere in qualche modo perseguitata dallo spirito del marito defunto. Una situazione che il povero Arturo mal sopporta al punto che un giorno, con la complicità dell’amico medico Giacomo, escogita un piano ardito: fingersi morto sperando in questo modo di suscitare dei sensi di colpa nella moglie e nella terribile suocera. Questa messa in scena darà avvio ad una sequela di situazioni sempre più esilaranti e alla comparsa di personaggi sempre più strampalati che visitano la casa dei nostri: l’ispettore dell’assicurazione sulla vita che Arturo ha stipulato, accorso per sondare una situazione a suo avviso poco pulita; la portinaia che apre la posta; la presidentessa dell’associazione delle vedove combattenti che lottano per cremare i loro mariti in modo da averli sempre vicini e vuol convincere anche Lucrezia a cremare Arturo; la becchina che vuole fare un clistere ad Arturo il quale troverà il modo di cacciarla via; la vicina di casa strampalata che ritorna in preda di uno dei suoi deliri e si trova faccia a faccia con Arturo vivo e in piedi che ha approfittato di un momento di solitudine per alzarsi a prendere qualcosa da mangiare; Leo, titolare di un negozio di scarpe col quale Lucrezia, che ha fiutato l’inganno del marito, finge di avere una tresca; l’immancabile suocera che non si dimostra affatto dispiaciuta della dipartita di Arturo e avrà alla fine una brutta sorpresa; infine l’amico Giacomo complice dell’inganno che per tutta la durata dello scherzo starà sempre sul chi vive ma alla fine troverà l’amore nella persona della presidentessa delle vedove combattenti, amore che alla fine tornerà a trionfare anche tra Lucrezia e Arturo, il quale non potrà fare a meno di concludere che “Par ves cunsideraà bisogna propi crepà”. Una commedia recitata con grande brio e che ha divertito molto il pubblico in sala, uno spettacolo organizzato a favore del GFB ONLUS un’associazione di genitori di bambini affetti da una rara forma di distrofia muscolare, la beta-sarcoglicanopatia, poco conosciuta e studiata e della quale nessuno parla, motivo per cui la signora Beatrice Vola, fondatrice nonché presidente del GFB ONLUS che ha due figli affetti da questa malattia, ha creato un sito Internet che potesse proporsi come punto di riferimento mondiale per i malati (50 in Italia e 350 in tutto il Mondo) e le loro famiglie e lo scorso anno è riuscita ad organizzare il primo convegno che facesse il punto sulla ricerca, una ricerca che sta dando ottimi risultati che fanno ben sperare tutti coloro che sono affetti da questa patologia, rarissima ma, a differenza delle altre forme di distrofia muscolare, potenzialmente curabile a patto però di poter disporre di tutti i fondi e gli strumenti necessari. È stata la stessa Beatrice Vola supportata dall’assessore alla cultura del comune di Morbegno, Cristina Ferrè, e dalla ricercatrice Paola Bonetti, a spiegare tutte queste cose durante l’intervallo tra un atto e l’altro  e ad informare il pubblico in sala che si può destinare una quota del 5×1000 a questa associazione che svolge un lavoro importantissimo “soprattutto mettendo in comunicazione il mondo spesso asettico della ricerca in laboratorio con quello delle persone che sperano nella ricerca per uscire da situazioni drammatiche di malattia, due mondi che molto spesso, a torto, restano distanti e non si parlano” come ha sottolineato la ricercatrice Bonetti. Il risultato è stato, per dirlo con le parole dell’assessore Ferrè “una serata che coniuga il divertimento, il teatro e quindi la cultura, all’impegno sociale”.

Antonella Alemanni

Galleria foto manifestazione

 

 

TALAMONA 8 marzo 2014 spettacolo al teatro dell’oratorio

LA PAGURA LE SICURA LA SICUREZZA MAI (dialetto talamonese)

“La paura è sicura, la sicurezza mai”

UNA COMMEDIA DIALETTALE IN TRE ATTI CHE RACCONTA CON IRONIA TEMI DI ATTUALITA’

È possibile raccontare un dramma molto attuale come i frequenti furti nelle case attraverso il registro della commedia brillante? È quello che hanno provato a fare questa sera alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio gli ATTORI PER CASO della compagnia di Andalo Valtellino proponendo lo spettacolo in tre atti intitolato LA PAGURA LE SICURA LA SICUREZZA MAI che narra le vicende della famiglia Sciopa: il padre Bruno, la madre Ida e le due figlie Elena e Luigina. Tutto comincia quando una sera i coniugi Sciopa, rientrando tardi a casa dopo aver festeggiato l’anniversario di matrimonio, la trovano svaligiata e vanno a finire di aggredire i loro due amici, accorsi alla chetichella con le figlie per organizzare una festicciola a sorpresa, scambiandoli per i ladri ritornati sui loro passi. È l’inizio di un cambiamento nella vita della famiglia soprattutto del padre Bruno che si fa sempre più ossessionato dalla sicurezza al punto di prendere, anche consigliato dall’amico, delle misure ben precise come montare un impianto antifurto all’avanguardia,  prendere contatti con la compagnia assicurativa contro i furti cui si è affidato l’amico e pagare il maresciallo svitato del paese affinché tenga tutto maggiormente sotto controllo e talmente diffidente da sospettare che il ladro sia nientemeno che l’amico della sua figlia maggiore Elena (che poi si scoprirà, durante una scena intrisa di esilaranti equivoci e qualche doppio senso essere più che un amico), nonché il pretesto per eventi che rompono il tran- tran  quotidiano come la visita degli operatori di Teleunica per un’intervista e l’iniziativa di Bruno di coinvolgere la moglie in un corso di autodifesa autogestito fino alla risoluzione finale con qualche colpo di scena come la scoperta dei veri ladri e l’annuncio che la figlia Elena aspetta un figlio da quello che si rivela essere non il suo amico, ma il suo ragazzo.

Dopo l’esordio dello scorso anno la compagnia ATTORI PER CASO di Andalo Valtellino ritorna quest’anno con un’altra commedia dalla comicità un po’ contenuta e qualche svarione (durante il primo atto si dice che il luogo dove è ambientata la Storia è Andalo poi nei due atti successivi si fa riferimento a Talamona) nonché dal fatto che gli attori danno vita a personaggi un po’ stereotipati che non si distinguono molto da quelli della commedia precedente soprattutto i personaggi dei due coniugi: da una commedia all’altra cambiano i nomi ma non il fatto che lui è un marito ancora dopo molti anni totalmente innamorato e attratto dalla moglie la quale dal canto suo si dimostra più rude e distaccata. Nonostante queste piccole pecche e una comicità un po’ meno brillante e briosa rispetto a quella di altre compagnie che si sono viste la commedia riesce comunque a regalare una serata di divertimento se non fosse che nel seguire la vicenda lo spettatore si potrebbe chiedere: potrei trovare anch’io la mia casa svaligiata quando torno?

 

Antonella Alemanni

 

LA SOCIETA’ FILARMONICA DI TALAMONA

Ricordi, episodi, personaggi, e magari anche un po’ di storia spicciola.

Guido Combi (GISM)

” Ancöo l’è ‘l dì ‘lla  Noso, la festo dul paiis…e ‘l suno la bando, la fèsto l’è grando... così canta il Gustavo Petrelli in una sua canzone dedicata a  “Ul dì ‘lla Noso”.

E alla nostra  unica, nel suo genere, grande  festa  della nascita della Madonna, a cui è dedicata la nostra grande novecentesca chiesa, tutti i Settembre, di ogni anno, non manca mai  “la müsico” alla processione religiosa e, per l’occasione, prepara un concerto in piazza o in auditorium.

Perchè, comunemente,  a Talamona, “la bando” è chiamata “la müsico”.

Viene cioè  identificata con il nome dell’arte che esprime con i suoi strumenti e per  la quale è stata fondata.

Il corpo musicale talamonese è una gloriosa  libera associazione, nata nel lontano 1870, si ritiene per volontà dell’ illustre  ing. Clemente Valenti, di cui campeggia un grande ritratto  su una parete della sala prove, posta al piano terra del Palazzo Comunale.

O meglio, c’era quando anch’io facevo parte dei musicanti, fino al 1961 e penso che sia rimasto al suo posto.  Pare però che qualche fonte abbia dei dubbi e attribuisca le origini a un gruppo di fondatori. Qui però non voglio indagare, anche perchè la “questio” è tutt’altro che semplice e, pare, manchino documenti certi,  il mio intento è solamente quello  di  riportare alla memoria aspetti ed episodi della vita della banda e dei suonatori e ricordare maestri e suonatori.

La sala prove.

La sala prove non è sempre stata nell’edificio comunale, dove, dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, , le è stato riservato un apposito locale che potesse contenere gli strumenti, i leggii, le sedie, gli armadi per l’archivio delle partiture, più tardi, anche il palco che viene portato fuori per i concerti, e soprattutto dove gli allievi potessero partecipare alle lezioni e i suonatori effettivi   riunirsi una o due volte alla settimana per le prove, necessarie per preparare i concerti e le uscite per le processioni religiose, le manifestazioni civili e le trasferte, cioè  “i servizi”.

Il palazzo comunale è stato costruito alla fine degli anni 50 del secolo scorso, quando l’Amministrazione Comunale ha deciso che il piano terra della casa arcipretale, dove  erano posti gli uffici comunali, non  era più sufficiente. E’ da allora che la banda ha una sede stabile e bella. Prima aveva cambiato diverse sedi. Quando ho iniziato come suonatore, nel 1955, la sede era in una casa privata che si trova,  appena sopra la piazza Don Cusini, in via Valenti,  sul lato sinistro salendo, di fronte all’entrata della casa dei canonici; precedentemente era stata in Piazzetta, nel cortile interno della casa Mazzoni, al quale si accede  passando sotto un androne decorato. Ancora prima, quando ero piccolo e mio padre mi portava alle processioni, ricordo che era in un locale a fianco degli uffici comunali al piano terra dell’arcipretura. I suonatori infatti si trovavano in sala prove, prima di uscire per il servizio religioso, per accordare gli strumenti, prendere i libretti delle marce religiose, e  tutti gli strumenti come i bassi, il tamburo, i piatti ecc.

Gli strumenti

Senza gli strumenti, la banda non esiste, quindi nemmeno i suonatori esisterebbero, e questo significa che strumenti e suonatori costituiscono un “unicum” inscindibile. I suonatori devono imparare a suonare gli strumenti e tenerli bene, curarli, pulirli, oliarli, perchè costano. Quando la banda si esibisce, gli ottoni devono essere ben lucidi e bisogna stare attenti che non siano ammaccati. Per questo, ogni suonatore è molto affezionato al proprio strumento, anche se non è di sua proprietà. Ci sono infatti degli strumenti, che a causa del loro costo, delle loro dimensioni e del fatto che vengono usati esclusivamente in banda, non sono di proprietà personale, ma del corpo musicale che li fornisce gratuitamente ai singoli suonatori che scelgono di suonarli, o almeno era così ai miei tempi. Sono (chiedo perdono se non uso con esattezza i termini tecnici completi, ma è per essere capito da tutti, anche dai non specialisti): il basso, cioè il flicorno basso o tuba, che una volta era a forma di cerchio e il suonatore lo portava  a tracolla, infilandovi  la testa e appoggiandolo su una spalla, con il bocchino a portata della bocca e la “tromba” in alto rivolta in avanti; il flicorno contralto, comunemente chiamato genis.; il flicorno baritono, detto bombardino o anche eufonio; il trombone; il tamburello (roll in talamonese) e la grancassa (ul tàmbür). Gli strumenti come il flauto, il clarinetto, l’ottavino (il clarinetto piccolo),  il flicornino (tromba piccola), la tromba, il sassofono soprano e il contralto, normalmente erano e sono di proprietà del suonatore. Il sassofono tenore, a volte sì a volte no, come il baritono e il basso e il trombone. Io suonavo il clarinetto, da primo, come eredità di famiglia, infatti mio padre lo suonava. Un bel giorno però, il maestro mi dà  in mano un sax tenore e mi dice che devo imparare a suonarlo entro un mese, in quanto avevamo il concerto e bisognava aiutare il settore dei bombardini col contrappunto, che era piuttosto debole, perchè erano in pochi. In questo caso, lo strumento era di proprietà della banda. L’ho suonato per alcuni anni, tenendolo a casa anche per potermi esercitare, e poi l’ho restituito. Era uno strumento in ottime condizioni e con un ottimo suono, anche se era passato da più mani, perchè ciascun suonatore che l’aveva usato l’aveva tenuto con la massima cura.

I clarinetti e le trombe si distinguevano in primi e secondi, secondo la bravura e la preparazione di ciascuno. Era però importante anche l’anzianità di servizio. C’erano poi dei suonatori, di solito i migliori, che all’occorrenza facevano i solisti, (come oggi)  quando era richiesto dalla partitura appositamente scritta. In prevalenza erano: l’ottavino, il clarinetto, il flicornino, la tromba, il trombone e il bombardino.

A proposito di strumenti, non tutti  conoscevano il loro nome e la loro funzione.  Nel 1938, in occasione dell’entrata del nuovo prete,  la nostra  banda, a piedi, è salita a Campo  con gli strumenti in spalla, per accompagnare la processione e rallegrare la festa  eseguendo alcune marcette  sul sagrato. Quando è arrivato l’Austìn con il  tamburo sulle spalle dal gruppo dei bambini   se sente uscire una voce squillante che grida: “Pà uarda  i gaa scià ‘l penacc.”  E subito dopo, quando arriva il Caldirola col roll: “ I gaa scià daa ‘l penagii”.

Non avendoli mai visti, i bambini, avevano creduto che la grancassa e il tamburello,  fossero i due recipienti che conoscevano benissimo e che usavano a casa loro per fare il burro. A quei tempi i bambini scendevano raramente da Tartano.

La scuola

Come si impara a suonare uno strumento? Prima bisogna imparare a leggere la musica: le note, il loro valore, gli accidenti (diesis e bemolle), le chiavi, i tempi… Quindi bisogna studiarla.

Ai miei tempi, anche perchè la banda non aveva tanti finanziamenti per pagare  il maestro, interveniva il Ministero della Pubblica Istruzione che istituiva i Corsi di Avviamento musicale. Erano corsi annuali, affidati di solito al maestro della banda, che veniva  retribuito con il finanziamento che veniva dato al Corpo musicale. Essendo i corsi per tutti, poteva iscriversi chiunque, senza limiti di età. Quando ho frequentato io, eravamo una ventina di iscritti, le lezioni venivano effettuate alla sera, in casa del maestro, che era il Franco Pasina, perchè la sala musica era fredda. Dopo un inizio promettente, già nelle prime lezioni iniziarono gli abbandoni, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per la difficoltà, per alcuni, di riprendere a studiare, dopo magari diversi anni da quando avevano lasciato la scuola. Allora si finiva la scuola con la quinta elementare o al massimo con le post elementari, e poi si andava a lavorare. Io ero l’unico studente e quindi anche quello da cui il maestro pretendeva di più. I corsi musicali erano sottoposti alla vigilanza del Direttore Didattico, che allora risiedeva ad Ardenno, e che ogni tanto veniva fare la sua ispezione. Alla fine, partecipava, anche con un suo rappresentante se non sapeva di musica, agli esami finali sul solfeggio e sull’apprendimento dello strumento, per poter fare  la relazione che giustificasse il finanziamento. Se arrivava l’autorizzazione, venivano tenuti anche corsi di secondo e di terzo livello. Un corso durava sei mesi. Erano i maestri che si incaricavano di preparare le nuove leve, per sostituire i suonatori che abbandonavano o erano poco presenti soprattutto per problemi di lavoro. Molti emigravano. Col maestro Ruman, che  amava tanto la musica, voleva che fosse eseguita alla perfezione e perciò era molto severo, mi diceva mio padre, che gli allievi dovevano studiare il solfeggio per almeno sei mesi sul metodo Bona, che viene usato ancora oggi, poi finalmente potevano imparare lo strumento. Gli iscritti erano quasi sempre un buon numero, ma la maggior parte si perdeva per strada. Del mio corso, su una ventina di iscritti, siamo entrati in banda in cinque o sei. Eravamo nel 1954. Io poi sono entrato  l’anno dopo i miei compagni, perchè mio padre non voleva che la banda mi portasse via tempo allo studio.

Se ricordo bene, la preparazione musicale non era così accurata come oggi e i metodi diversi: c’era sempre la necessità di rimpolpare l’organico in fretta. Appena uno si arrangiava un po’ con lo strumento, veniva messo in banda. Poi si  perfezionava con l’esercizio.

L’organico

Il numero dei suonatori effettivi, da quanto mi ricordo, era abbastanza ridotto: si aggirava sulla trentina. Raramente arrivava a quaranta, quando rientravano gli emigranti, e coloro che lavoravano lontano. Non sempre i vari settori strumentali erano completi e questo imponeva al maestro la scelta di brani adatti alla formazione. C’è da dire che, come piccola banda, aveva una preparazione di tutto rispetto. Appena prima che entrassi tra i suonatori, aveva partecipato a un concorso musicale per bande, se non ricordo male, a  Bormio e si era classificata al secondo posto, appunto nella categoria delle piccole formazioni bandistiche. In seguito ha partecipato a vari concorsi, ottenendo sempre ottimi riconoscimenti.  Inutile dire che allora l’organico era esclusivamente maschile e formato fa adulti. L’età minima del suonatori era comunque attorno ai  16/17 anni.

Per fortuna, più tardi, sono arrivate le ragazze (la prima, nel 1974 è stata Alda Luzzi) e i giovanissimi, tanto che oggi  formano anche un complesso autonomo. Ma questa è cronaca di  oggi.

I presidenti

Nel periodo dal 1954 al 1961, in cui ho suonato nella banda e anche prima, che io ricordi, il personaggio centrale, il più importante, è sempre stato il maestro. Il presidente c’era, si sapeva chi era, di solito un suonatore anziano e autorevole, ma non rivestiva particolare importanza finché, nel 1972,  venne nominato, il primo presidente non suonatore, Antonino Caruso, siciliano che si era innamorato di Talamona e in particolare del Corpo Musicale. Ha accettato di assumere la presidenza e aveva già in mente parecchi programmi. Mi ricordo che, nei nostri incontri, mi parlava di quello che intendeva organizzare. Io avevo lasciato il servizio effettivo, come suonatore, perchè mi ero trasferito a Sondrio per lavoro (e per matrimonio), e avevo continuato nella banda del capoluogo, prima come suonatore poi come presentatore. Antonino mi  chiedeva periodicamente di presentare i concerti che la banda  eseguiva nel teatro dell’Oratorio e nel nuovo auditorium e io accettavo volentieri  come prima, quando me lo chiedeva mio padre, che ci teneva  tanto. Non sto a elencare tutto quello che il nuovo presidente ha fatto, perchè è  egregiamente documentato del sito web, e nella pubblicazione del 1990, celebrativa del 120°. Qui voglio solo mettere in evidenza il fatto che il presidente Caruso ha aperto la banda al contatto e alla collaborazione  con altre realtà, come la grande tradizione bandistica siciliana, portando i suonatori nel suo paese natale, stabilendo duraturi rapporti di amicizia tra le bande e personali. Certamente ha innovato per il corpo musicale di Talamona la funzione del presidente, dando una svolta decisiva. Un’ultima annotazione riguarda la sua preoccupazione che restasse qualcosa di scritto delle tappe della vita della banda e per questo ha curato l’edizione di due pubblicazioni: la prima per i 120 anni di vita nel 1990, dalla quale ho attinto parecchie notizie storiche, nella quale c’è una bella poesia in dialetto sui suonatori e la banda dul Rinu Petrèl (Puchét), e la seconda del 2000, celebrativa del 135° di vita della benemerita Società Filarmonica Talamonese. Prima ce n’era stata una edita in occasione del centenario nel 1970.

Il corpo musicale da lì in poi non poteva che progredire come ha fatto.

 Personaggi

Ho già detto che il personaggio principale è sempre il maestro, perchè soprattutto su di lui grava la responsabilità della preparazione musicale e quindi del prestigio del corpo musicale. Ci sono però anche i suonatori che hanno caratterizzato la vita della banda. Famiglie di musicanti che per generazioni, con passione, ne hanno tenuto alto l’onore. E  con legittimo orgoglio.

I Giàm, i “Sigifrédu”, i Puchècc, i Tunèlo,  e poi i suonatori longevi come mio padre, ul Batisto casèer, ul Guidu Gepì, ul Gutardu Pasina, ul Mudiulìn, che hanno prestato servizio fin verso gli ottant’anni, con una presenza sempre assidua alle prove. Ricordo che per noi giovani erano i punti di riferimento e un grande esempio di attaccamento. Di ognuno di essi bisognerebbe scrivere un elogio particolare. Forse ora il lettore può capire perchè scrivo questi ricordi: perchè penso che solo quello che è scritto rimane, oltre il ricordo personale.

I ricordi si affievoliscono nel tempo e spariscono con il venir meno delle figure storiche e di chi è vissuto loro vicino, condividendone le esperienze.

Anche adesso c’è chi nella banda milita da lunghi anni, dai miei tempi. Sono: il Franco Libera, storica prima tromba, che pur essendo mio coscritto, è entrato in banda prima di me, a continuare la tradizione familiare del padre Sigifredo e dei due fratelli, uno dei quali, l’Angelo, benemerito maestro per tanti anni, e l’eterno Cèci, il Celso Bedogné, ora meritatamente vice presidente, altro storico bombardino, perno indiscusso e prezioso del settore di contrappunto. La loro passione, la loro dedizione e il loro attaccamento alla banda sono infiniti. Quali esempi migliori per i giovani?

Se guardiamo le fotografie storiche pubblicate sul sito della Società Filarmonica, di personaggi ne troviamo altri di pari valore di quelli citati e chiedo scusa se ne ho dimenticato qualcuno. Vorrei che questi rappresentassero tutti.

C’è ancora una figura, però, che, se non venisse qui ricordata, verrebbe sicuramente dimenticata e che già ora molti talamonesi non sanno che ha fatto parte della banda. Non era un suonatore vero e proprio, ma era un membro effettivo: portava, ul tàmbür, quello grosso, la grancassa, per intenderci, nelle processioni, nei funerali e sempre quando  la banda marciava: lo portava sulle spalle e non mancava mai. Si chiamava Agostino Tirinzoni, per tutti l’Austìn. Quando aveva deciso di entrare nella banda, l’Austìn voleva suonare il basso. Però non ce l’aveva fatta, perchè  il solfeggio si era rivelato uno scoglio insormontabile, perciò, volendo comunque  entrare al far parte dell’organico, ha chiesto di fare il portatore del tamburo. E così è stato per 25 anni.

Per tanti anni è stata una figura familiare e amata da noi suonatori. Non alto e piuttosto tozzo di corporatura, faceva il contadino: le sue braccia forti  e il viso cotto dal sole lo dimostravano, e del contadino aveva anche la pazienza e la tenacia e pure la giovialità. Abitava in fondo a Ranscìgo e, nonostante non avesse bisogno di provare, spesso era presente alle prove serali e, bonariamente, richiamava qualche giovane che si distraeva.

Quando c’erano i servizi, come le processioni, partiva presto da casa con il berretto in testa, “ul capél de la müsico”, portato con fierezza, e con la sua andatura traballante, si avviava verso la piazza. Era sempre il primo, davanti alla porta della scuola. Il suo compito, che non so a quando risale, perchè io l’ho sempre visto nella banda fin da quando ero piccolo, era quello di portare la grancassa: ul tàmbür, e l’ha portato fino in tarda età.

Per mezzo di una larga cinghia, fissata su due punti della struttura della cassa, passata sul torace di traverso, poco sotto l’altezza delle spalle, dopo averla infilata dalla testa, la sosteneva verticalmente sulla schiena, mentre il “Tunèlo” batteva ritmicamente sulla pelle lateralmente e sul piatto fissato sopra. Quando si suonava marciando, nelle processioni, nei funerali e nelle feste civili come il 4 di novembre, marciava anche lui con noi e teneva egregiamente il passo sintonizzato con il ritmo del pezzo: più lento nelle marce religiose e nella marce funebri, più veloce in quelle militari. La sua andatura regolare, facilitava la lettura della parte fissata sopra e il battere ritmato dei colpi. Col Tunèlo formava una coppia indivisibile. La sua posizione era in coda al gruppo. Sempre molto concentrato, era sempre presente anche ai concerti in piazza. Era lui, ovviamente, che portava lo strumento in piazza, lo poneva sull’apposito trespolo di sostegno e si piazzava sul lato opposto a quello del suonatore, impettito e fiero della sua posizione e di far parte della banda.

Teneva ben fermo il tutto, mentre la mazza  dul Tunèlo batteva sulla pelle tesa  del grande tamburo e il piatto tenuto saldo nella mano sinistra  per mezzo di una apposita cinghia, batteva il tempo sull’altro piatto di ottone fissato sopra, vicino alla partitura.

Solo più tardi i piatti vennero tenuti e suonati da un singolo suonatore, che li  portava verticali davanti a sé, pronto  a batterli uno contro l’altro e a farli vibrare sonoramente.

In qualche foto storica troviamo anche lui: l’ Austìn.

I maestri

Non mi dilungo sui maestri, perchè il sito che ho già citato delinea le loro figure molto bene dal Zèpinin, fino all’attuale maestro Boiani. Mi permetto un’unica annotazione, che mi pare importante e che caratterizza, a mio parere la storia del Corpo Musicale. I maestri, dal primo fino all’Angelo Libera, che è stato quello che ha portato avanti l’incarico per un periodo di tempo superiore ad ogni altro, non hanno potuto frequentare corsi specialistici di tipo musicale istituzionalizzati di livello superiore come il Conservatorio. Erano dei grandi appassionati, che in generale, per proprio conto hanno, prima approfondito lo studio del proprio strumento e poi si sono formati con grande impegno per la direzione della banda studiando privatamente a volte con qualche maestro esterno.

I risultati sono stati pari all’impegno e alla costanza e si possono vedere scorrendo la storia. Sono riusciti, tutti, a preparare i tanti suonatori e a portarli a esecuzioni di assoluta eccellenza.

Dal punto di vista musicale, con il compianto maestro Corti, il primo diplomato al Conservatori e con  l’impegno del presidente Caruso, dal punto di vista organizzativo, però si è entrati nella fase moderna, caratterizzata da una grande crescita della preparazione: musicale e numerica. L’istituzione della Scuola di musica e la formazione della Banda Giovanile, come gruppo autosufficiente dal punto di vista musicale, lo dimostrano ampiamente. Da tutto questo non possono venire che ottimi frutti e meritati successi.

La divisa

Se scorriamo le foto storiche, possiamo vedere che non c’erano divise, come oggi.

Che distingueva i suonatori era il berretto “ul capél de la müsico”. Nel 1970, si è riusciti finalmente a dotare la banda di una bella divisa, come quelle più grandi e più ricche di Sondrio e Morbegno. La mia prima divisa  l’ho avuta quando ho iniziato a suonare appunto a Morbegno e a Sondrio. Anche le bande degli altri paesi erano nelle stesse condizioni della nostra.

Si capisce come i soldi erano sempre pochi e i suonatori pensavano all’essenziale: a fare della buona musica per loro soddisfazione e dei loro affezionati compaesani e per onorare il nostro paese e tutte le manifestazioni a cui partecipavano.           (continua)

 

 

 

seconda parte

Alcuni episodi

La bandéto

Non tutti ricordano, se non chi li ha vissuti, che nella storia della banda ci sono stati anche episodi e momenti di tensione, non comunque all’interno tra i suonatori o tra suonatori e maestro.

E forse non tutti sanno che alcuni suonatori, più o meno sotto la decina, formavano,  e ancora formano, quella che era chiamata “la bandèto”, la piccola banda.

Eravamo, se ricordo bene, subito dopo il 1950 e nei giochi delle bocce, dietro l’osteria del Sigifredo, che si trovava, sü ‘n summ a la munto” , dove ora c’è la piazzetta con la banca, il Partito Comunista aveva organizzato una delle prime feste dell’Unità.

E chi è stato chiamato a rallegrare la festa? La bandetta.

La festa è andata bene, ma il bello è venuto subito dopo.

I suonatori che accompagnano con i loro strumenti le funzioni religiose, sono andati a suonare per l’anticristo?   Apriti o cielo!  La condanna è  arrivata senza appello, da parte dell’arciprete, che  dal pulpito ha tuonato contro i reprobi. In paese se ne è parlato per parecchio tempo, anche perchè è arrivata subito la proibizione per la banda di accompagnare le processioni.

Non si mischia il diavolo con l’acqua santa!

La banda era stata identificata con la bandetta. I dirigenti, ovviamente non hanno preso le distanze, né tanto meno hanno sconfessato l’operato dei suonatori. I “trasgressori” facevano parte della banda e quindi andavano difesi. Infatti, il presidente che era il Gottardo Pasina, i consiglieri e  i più anziani suonatori, come mio padre, che si sentivano offesi, dall’atteggiamento dell’arciprete, che aveva  pubblicamente condannato i traditori, hanno tentato di ricomporre i rapporti, andando in arcipretura per chiarire che la banda, anche se faceva i servizi religiosi, non era al servizio unicamente della Chiesa. Essendo una libera società, nata col preciso scopo di essere al servizio di tutti, non poteva accettare legami e condizionamenti da nessuno. L’arciprete, però, non volle sentire ragioni, non trattò molto bene gli ambasciatori e la condanna restò per un anno, durante il quale i talamonesi non sentirono le note delle marce religiose, nemmeno “ul dì ‘lla Noso”. Questo episodio, che ho raccontato come una curiosità, quasi folcloristica, della vita della banda, oggi fa sorridere coloro che lo leggono e che non c’erano allora, perchè ritengono il comportamento della bandetta del tutto legittimo e quello dell’arciprete, eccessivo e, aggiungo, prevaricatore. Allora invece il fatto è stato fonte di tensioni non indifferenti che solo il tempo ha ricomposto, calmando gli animi. Io poi l’ho vissuto in casa, con mio padre, che non sopportava questo tipo di imposizioni, men che meno alla “sua” banda, arrabbiatissimo (mi pare che della bandetta incriminata  facesse parte anche lui) e mia madre che cercava di calmarlo pur senza osare dare tutte le ragioni all’arciprete e  tutti i torti alla bandetta, e quindi a mio padre.  Cercava da medégà, di metter pace.

Sempre per chi non c’era, ricordo che eravamo in un periodo, subito dopo la guerra,  in cui c’era una contrapposizione netta e fortissima tra la Chiesa che sosteneva, anche elettoralmente, il partito della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, che a Talamona aveva la maggioranza assoluta, come in tutta la Valtellina e la Valchiavenna, e il Partito Comunista Italiano e coloro che vi aderivano. C’era una condanna senza appello nei confronti di tutto quello che dicevano e facevano i comunisti, quindi anche della Festa dell’Unità e di chi vi partecipava.

Per fortuna almeno da questo punto di vista abbiamo superato quei tempi e la banda può esercitare la sua libertà di scelta: sempre. Come deve essere, per tutti.

 

 

 

Ul Venardì Sant

Il secondo episodio riguarda ancora il rapporto della Banda con il parroco, ma, questa volta, senza, sfondi politici.

Era il 1955 o 56, il Venerdì Santo. Come sempre, alla sera si svolgeva la solenne processione con il  feretro del Cristo Morto portato dai coscritti; tantissima la gente: Azione Cattolica, Confratelli, Figlie di Maria. In coda, tutta la fila dei fedeli e ovviamente  la banda, che poco davanti al feretro, esegue, marciando le marce funebri, che notoriamente, data la loro solennità, hanno un ritmo molto lento. Stavamo suonando, camminando a ritmo con il nostro passo cadenzato e solenne, io ero in prima fila con mio padre al fianco, concentrato sulla parte, il maestro camminava davanti a fianco, dopo aver dato l’attacco, quando l’arciprete, sempre lo stesso del primo episodio, che non era il celebrante, ma si preoccupava che i fedeli seguissero con devozione, ci si presenta davanti e si mette a dire “ Su, su, più svelti! Dovete camminare più svelti!”  Lui era preoccupato, perchè  durante  l’esecuzione delle marce, il nostro passo, molto più lento di quello della colonna processionale, provocava  dei distacchi tra i gruppi, creando dei vuoti. Ma noi che ci potevamo fare? Da quando la banda suonava nelle processioni e nei funerali era sempre stato così. Per noi la richiesta, per non chiamarlo ordine, era una novità, Il maestro, cerca di spiegare all’arciprete che non è possibile andare più in fretta, ma lui non vuol sentire ragioni e continua a insistere che dobbiamo accelerare il passo.

Il maestro Franco allora, alza le braccia, con la bacchetta nella mano destra, in modo che tutti noi, anche quelli in coda al gruppo, lo vedessimo bene, dirige per un momento la marcia, dando il ritmo e poi al momento giusto, al termine di un fraseggio, abbassa di colpo la bacchetta.

Noi sapevamo che quello era il segnale che il pezzo era finito e tutti assieme cessammo di suonare. A quel punto, aumentammo il passo, con gli strumenti in mano. Qualcuno, sottovoce, sosteneva che  avremmo dovuto uscire dalla processione, ma prevalse il buon senso, nonostante l’indignazione, e seguimmo la funzione fino al rientro in chiesa con gli strumenti muti, ma senza gesti plateali.

Questa volta non ci furono prediche infuocate, ma furono i suonatori che si rifiutarono di fare servizio nelle processioni, a meno delle scuse da parte dell’autorità ecclesiastica.

Mio padre, che conosceva l’arciprete prima ancora che fosse nominato a Talamona, si sforzò di vincere i suoi sentimenti di ribellione e di fare da paciere nella controversia.

Infatti le cose andarono ancora una volta a buon fine, anche se non proprio subito, ma con la promessa che non ci sarebbero stati mai più interventi del genere. E la banda tornò a svolgere le sue funzioni, cioè a onorare con la sua musica sacra le processioni, dando loro maggior solennità.

Eseguire la musica sacra, non è il miglior modo di pregare?

Penso che questi due episodi sarebbero piaciuti anche a Giovanni Guareschi  e avrebbero potuto trovare degnamente un loro posto nelle vicende  di Don Camillo e Peppone .

 

La Cavalleria leggera

Il terzo episodio che voglio raccontare è di tutt’altro genere rispetto ai primi due.

Diciamo che è stata una occasione in cui, appena prima di completare la mia preparazione musicale per entrare in banda, ho imparato  qualcosa di nuovo, che andava ad aggiungersi alle altre nozioni sulla musica che stavo studiando, e da una persona che non faceva nemmeno parte della banda.

Stavo assistendo al concerto in piazza, che si teneva davanti all’osteria de la “Cèco”,  di fronte la cà dul Ratìn e di fianco la posta. C’era in programma, tra  gli altri pezzi, un cavallo di battaglia, che in seguito ho suonato tante volte anch’io, molto bello e orecchiabile:  la celebre ouverture de “La Cavalleria Leggera” del compositore austriaco  Franz von Suppè.

Di fianco a me c’era il Vittorino Zuccalli, il quale, ho poi appreso dopo perchè l’aveva detto lui stesso, aveva prestato servizio militare nella cavalleria.

Appena la banda ha iniziato a suonare, a voce bassa, ha incominciato a commentare il pezzo a un suo amico vicino e ha continuato man mano che l’esecuzione procedeva, fino alla fine. Io, vicino ero tutto orecchi. Il Vittorino spiegava come le varie parti dell’ouverture,  per mezzo della melodia e del l’armonia congiunte,  raccontavano quello  che lo squadrone di cavalleria  stava facendo: il trotto quando usciva dalla caserma, che poi  si trasformava in galoppo, alla fine diventava la carica dei cavalleggeri, l’infuriare della battaglia, la sua fine  con la tristezza nel ricordo dei caduti e, infine, il rientro triste dello squadrone negli acquartieramenti.

Grazie al Vittorino, ho capito allora che la musica non esprime solo sentimenti con cui ci si può immedesimare, ma che può anche descrivere fatti e avvenimenti. Basta saperli leggere nelle note. Molte musiche di Verdi sono di questo tipo. Da allora, ogni volta che mi capitava di illustrare al pubblico, in qualità di presentatore, questo pezzo, e l’ho fatto anche a Talamona con la nostra banda, riprendevo questa descrizione tale e quale. E devo dire che molti ascoltatori, dopo il concerto, mi dicevano che avevano seguito e capito meglio la ”Cavalleria leggera”. E questo, grazie al Vittorino Zuccalli.

 

 Albaredo, tanti anni fa’

Tutti sanno dov’è Arzo e dov’è Albaredo. Ma quanti conoscono la strada per andarci a piedi? E quanto tempo si impiega? Oggi basta prendere l’auto, andare a Morbegno, prendere la strada per  il Passo San Marco, salire al tempietto degli alpini e dopo non molto si è “in Ars”, poi a Val  e, in breve in Albarìi.

Ma una volta non era così, anche se la strada da Morbegno c’era già: sterrata, ma c’era. Era la Strada Priula, che risale al 1593, costruita da Alvise Priuli, podestà di Bergamo, nominato dalla Serenissima Repubblica di Venezia, per unire Bergamo con Morbegno attraverso il Passo di San Marco, il più basso delle Alpi Orobie.

Non credo però, che queste notizie interessassero molto ai nostri musicisti della Banda di Talamona, quando, per festeggiare San Rocco, a ferragosto, vennero chiamati a suonare in processione nella festa del patrono, ad Albaredo, e a rallegrare poi la  festa  con l’esecuzione di valzer, mazurke, marce in piazza davanti a qualche osteria. La banda infatti veniva chiamata spesso in occasione di simili manifestazioni nei paesi vicini, e non c’era il pullman.

Quindi, strumenti in spalla, di buon’ora, il gruppo dei suonatori si avviò, passando per Urtèsido, verso Arzo, prendendo la scorciatoia, e poi sulla strada sterrata, verso Albaredo per arrivare a tempo per la Meso Grando e la processione. Le marce religiose sono lente e non fanno soffiare, ma suonare e marciare contemporaneamente, sulle strade in salita di Albaredo provoca un fiatone che non vi dico. Un po’ come cantà e purtà la cruus. E soffia, soffia, secca la gola, ma in processione non la si può bagnare. Dopo sì però. E non con l’acqua di fonte. Per cui finita la processione, il pranzo, a base di polenta taragna col Bitto, viene annaffiato a dovere e la gola riprende la sua normale lubrificazione. I suonatori a questo punto sono pronti per il pomeriggio di allegria in musica: non sempre ad Albaredo sale la banda. Si susseguono quindi altre sonate, allegre questa volta, a base di valzer, mazurke, marce…che però fanno ancora seccare la gola. La pinta che girava provvedeva alla normale lubrificazione ancora una volta. Il risultato  fu che il ritorno, sempre a piedi, con le scarpe della festa, per le selve da Arzo passando per  Muntmàrs, un po’ anche  a causa delle scarpe con la suola liscia, vide qualcuno dei più anziani e non solo loro, a causa anche dell’incipiente oscurità, fare dei solenni ruzzoloni fuori dal sentiero, ammaccando  pure qualche strumento tra gli ottoni, vista anche l’ora tarda.

Il buio e il vino, rendevano poco visibile il sentiero con tutte le conseguenze del caso.

I più giovani però hanno recuperato strumenti e suonatori, portando a casa tutti più o meno sani e salvi.

Cose d’altri tempi, che oggi non capitano più.

Questo episodio, che a quanto pare non fu l’unico, me lo raccontava mio zio Battista casèer e lo confermava mio padre.

 

Ancora a Campo Tartano

Dopo l’episodio del 1938, citato nella prima parte di questo articolo, voglio terminare questa carrellata di raccontini brevi, ricordando un’altra uscita a Campo, avvenuta nel 1927, in un’occasione particolare (la banda era già salita nel novembre del 1926 per accompagnare  il funerale del vecchio parroco). Si trattava della elezione a parroco di Don Beniamino Stropeni, avvenuta dopo la morte del  parroco Don Giuseppe Foppoli. Don Beniamino era stato mandato a Campo dal Vescovo in qualità di curato, nell’Agosto 1926, il parroco era morto nel novembre, ma per diventare parroco non bastava la nomina vescovile, in quanto un’antica consuetudine (oggi non più in vigore) richiedeva l’approvazione da parte dei capifamiglia, mediante la “votazione del fagiolo”.  Ricordo che eravamo in pieno regime fascista e data la sua posizione non proprio favorevole, i simpatizzanti del regime non erano molto d’accordo sulla sua nomina. Ma i parrocchiani ormai l’avevano apprezzato per la sua rettitudine e per la correttezza nello svolgimento della sua missione pastorale sempre vicina a tutti. Fu così quindi che fu eletto a grande maggioranza con 131 fagioli bianchi deposti nell’urna contro 12 neri, su 143 votanti. Dopo due o tre mesi di ritardo, finalmente era giunto anche il “placet” del Prefetto e quindi Don Benamino era parroco a tutti gli effetti.  Era passato un po’ di tempo dalla votazione, gli  oppositori si erano ritirati in buon ordine e  per festeggiare la sua elezione definitiva fu invitata la nostra banda per un concerto in piazza, proprio da loro.

Ecco come riferisce Giulio Spini nel suo libro “Diario di un parroco di montagna” (1), mettendo le parole in bocca a don Beniamino che racconta:” …Ho, saputo, infatti, che furono proprio loro, a far salire da Talamona, a proprie spese, la banda musicale per il concerto serale sul sagrato, il giorno stesso del mio successo ”elettorale”.

Già, un magnifico concerto, nella sera primaverile, fresca e limpidissima, con la luna alta sulla valle. Verso la fine, mi fu dedicata una marcia trionfale, composta dal maestro di banda (a Talamona hanno talento e passione straordinaria per la musica). Accanto a me era seduto mio padre, che nei momenti di commozione si tormentava, ora uno ora l’altro , i grossi baffi, per non farsi scoprire. Ma gli occhi erano lucidi e assorti.

Appena, però, il maestro annunciò di sorpresa che l’ultimo pezzo era in suo omaggio, non riuscì a contenersi e ascoltò il Coro del Nabucco col fazzoletto sugli occhi. Quando mai, nella sua ormai lunga vita di modesto contadino del lago, era stato al centro dell’attenzione così pubblica ed emozionante, tutta per lui? Riuscì appena a mormorarmi in un singhiozzo: -Se fosse qui la mamma…”

Questo episodio dimostra come la musica ispira sentimenti umani di una delicatezza unica, soprattutto in coloro che la suonano.

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Ho scritto queste notizie, perchè la banda è fatta di molti avvenimenti, lieti e meno lieti, e molti dei lettori non le conoscono in quanto, beati loro, sono giovani e non le hanno vissute, e mi riferisco anche ai suonatori,  e molti, forse, le hanno dimenticate.

Se non le avessi scritte, sarebbero andate perse.

E’ troppo lungo il pezzo? abbiate pazienza, ma i ricordi sono come le ciliegie: uno attira l’altro, quando la memoria funziona. Mi sono permesso di ricordare anche avvenimenti forse spiacevoli, citando i protagonisti, essendo passato tanto tempo e non essendo più in vita  i protagonisti. Anche questi fanno parte della vita della nostra gloriosa  “Müsico”, con la emme maiuscola, a cui faccio tanti auguri, come antico suonatore, anche se non compaio mai nelle foto.

Altre notizie ci sarebbero da riportare. Chi fosse curioso di conoscerle, può leggerle in parte  nel mio articolo, pubblicato sul libro che ha ricordato i 120 anni della Società Filarmonica, nel 1990, voluto dal presidente Antonino Caruso, altrimenti può far parlare il Céci, memoria storica de   la Müsico.

La storia completa e aggiornata del corpo musicale, la trovate nel sito  “Società Filarmonica- Talamona”.

 

Nota: (1) Il brano su Campo è tratto dal volume: Giulio Spini “Diario di un parroco di montagna” -Cooperativa editoriale Quaderni Valtellinesi – Sondrio- 2013. Stampa Lito Polaris Sondrio

 

 

 Guido Combi

 

SAN GIORGIO- “SAN GIORSC”(in dialetto)

Esiste un talamonese che non conosca San Giorgio o non sappia dove si trova? Penso di no.

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Ritengo invece che, passando le generazioni, cambiando gli usi e i costumi, molti non sanno che San Giorgio per molti anni, si può dire per diversi secoli, è stato una centro vivo, in particolare in estate, attorno al quale gravitava una ricca presenza umana e vedeva il passaggio di persone e animali che salivano ai vari maggenghi e ne discendevano: gli animali, soprattutto mucche, quando venivano condotti  all’inizio dell’estate e riportati a valle a settembre, e le persone più  frequentemente con carichi di legna in discesa o con provviste in salita per le famiglie.

Tutto questo anche dopo essere stato “vicinìa” cioè contrada di Talamona fin dalle origini, abitata stabilmente. A piedi, si raggiunge passando per ul Pra da l’Acquo, da San Rigòri, o anche costeggiando il torrente Roncaiola dal Punt di Fraa; chi vuol fare più  in fretta sale da la Möio e arriva dritto dritto sotto il muro che sostiene il sagrato.

Da qui si può proseguire per una rosa di maggenghi che va da Prümgnano,  al Runc, a Grum, al Fopp, a la Curt dul Belàdru, a la Bgianco.   Se si procede, inoltrandosi nella valle della Roncaiola, in breve si giunge al Crusèti ,da dove parte il ventaglio formato da la  val Valeno e da la Val di Zapèi. I sentieri portano a la Baito del  Sciarèes, al Chignöol, al Baitun Bgianc, a Madréro, al Fuu del’Ustario e ‘n Pigolso. Proseguendo, si sale a Pédròrio. Traversate  le due valli, si prende il sentiero per ul Praa d’Olzo, per Olzo e la Baitelo. Proseguendo ancora, si sale al Custesèli. Come si vede, San Giorgio si trova al centro di un ventaglio di valli, e di baite, maggenghi e alpeggi, molto ampio, che era dotato di numerosi sentieri, anche intervallivi.

Dall’alto, partendo dalla corona delle cime, dal Piz Volt  a la Scimo de Laac, anche lo sguardo, scendendo, confluisce e si ferma proprio sulla cima del campanile di San Giorgio.

La Messa festiva

Un particolare e molto numeroso afflusso degli abitanti dei maggenghi avveniva alla domenica, durante l’estate, quando per più di cinquant’anni nel secolo scorso, veniva celebrata la Messa cantata da  quel sacerdote  molto amato dai Talamonesi che era Don Vincenzo Passamonti.

 

Don Vincenzo, all’inizio dell’estate, si trasferiva nella casetta azzurra, posta circa duecento metri sopra la chiesa e vi abitava tutta  la stagione estiva. San Giorgio diventava allora una succursale della parrocchia con la Messa tutte le mattine, le confessioni e le comunioni, il primo venerdì del mese, la recita del rosario e alla domenica, la messa cantata (méso grando), i vespri, la dottrina…

Ma andiamo in ordine.

Cenni di storia

La chiesa di San Giorgio, ricorda Don Turazza nella sua storia di Talamona (*), risale attorno al 1100-1200  e il bel campanile in stile romanico pare testimoniarlo.

A custodire la chiesa almeno dal 1390, fu  Pietro de Massizi, chiamato “frate di San Giorgio” che abitava in una casa vicina e aveva l’incarico di tenerla  in ordine, con i paramenti e tutti gli arredi. Dopo di lui proseguì suo figlio Giovanni (**). In quei tempi e in quelli immediatamente successivi, probabilmente vi abitava stabilmente anche un sacerdote che celebrava regolarmente la Messa per tutti gli abitanti dei vari maggenghi che allora erano vere e proprie frazioni chiamate vicinìe. Forse è di quegli anni l’origine delle leggende come quella dell’ Animo danado e del Cavalièr de San Giorsc, nate sulla storia tramandata di un castello che pare sia sorto sullo sperone che lo  divide dalla Valle della Roncaiola, e che conserva il  toponimo di Castèl  ancora oggi, accessibile solo dalla parte della chiesa e strapiombante sulla valle indicata come “despüs castèl”,  a significare un posto poco frequentato e nascosto: una grande forra altissima. Da questa parte non si può salire: la costruzione di un castello può quindi essere  più che giustificata, perchè avrebbe dominato tutta la valle e il conoide formato dalla Roncaiola, fino all’Adda.

Nelle cronache della visita pastorale del Vescovo di Como Feliciano Ninguarda del 1589 in Valtellina, che  allora, come adesso, era parte della diocesi lariana, si legge:

 “ A circa tre miglia sul monte di Premiana c’è la chiesa di S. Giorgio con il paese dello stesso nome, che conta quaranta famiglie, ma tutte sparse. La chiesa è consacrata e nella festa del santo è visitata processionalmente da tutti i paesi e frazioni vicini. Da poco in questa chiesa è stata costruita da un pio uomo di Talamona una cappella in onore di S. Lorenzo elegantemente ornata e dotata di molti paramenti, di un calice di argento dorato e di annui proventi costituiti da 32 botti di vino, 25 staia di mistura e sei grandi libbre di burro. A tutto ciò il benefattore decretò di aggiungere altri proventi e la casa così che fosse mantenuto un cappellano con l’obbligo di celebrare quattro messe la settimana; attualmente ne è cappellano il sac. Giacomo Mosizio di Talamona.”

La cronaca del vescovo, sempre precisa, ci fornisce alcune notizie certe come:

– S. Giorgio era un piccolo paese abitato tutto l’anno;

– la chiesa era molto conosciuta, tanto che la festa di S, Giorgio richiamava in processione gli abitanti dei paesi e delle frazioni vicine;

– la chiesa era tanto importante da essere dotata di una cappella laterale dedicata a San Lorenzo, di paramenti, di arredi sacri e di altri proventi da parte di un ricco benefattore;

– il cappellano aveva una casa dove   abitare e  aveva l’obbligo di celebrare 4 messe la settimana;

Il vescovo riporta  il nome del cappellano che reggeva la  chiesa al momento della visita pastorale: un prete di Talamona. Mosizio o anche Mosizi, infatti, è un antico cognome talamonese, di Premiana, ora estinto.

E’ lecito pensare che il vescovo Ninguarda si sia recato personalmente a visitare San Giorgio?

Io propendo per il sì, vista l’accuratezza con cui ha riportato i dati nella sua cronaca pastorale.

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Ormai S. Giorgio, nemmeno d’estate, ha più la vita di allora, quando le case portavano il numero civico della vicinìa. Alcuni numeri si possono ancora vedere sulle antiche abitazioni,  che, in generale  sono state ristrutturate e sono usate come seconde case. Di mucche, animali tipici dei maggenghi, con capre e pecore, che fino alla seconda metà del 1900, accompagnavano le famiglie che qui falciavano il fieno per avere da loro il latte, non se ne vedono più.

L’ Agnesìn

Di fronte alla facciata della chiesa, però, c’è sempre una casa, di là dall’ “ùo”, quella specie di canale selciato con grandi e molto grossi “pciutùn”, più ripido di una strada, che serviva a portare a valle i tronchi, “le borre”, e le priale della legna: è la casa della famiglia Zuccalli. Stando sul portone della chiesa e traguardando dal  quello  di accesso  al recinto del sagrato, la si vede proprio lì davanti.

La famiglia Zuccalli, che in paese abita in via Mazzoni, aveva avuto l’incarico di sagrestana della chiesa d San Giorgio,  almeno dal 1630, cioè continuava le funzioni che svolgeva la famiglia Massizi con quel “frate di San Giorgio” che abbiamo ricordato prima e poi suo figlio. Per tanti anni la vera sacrista di San Giorgio, da quando era giovane fino alla morte avvenuta pochi anni fa’, è stata Agnese Zuccalli, da tutta conosciuta  come “l’Agnesìn.

L’amore e l’attaccamento che aveva per San Giorgio erano infiniti. Quando l’ho conosciuta, proprio a San Giorgio, ero un ragazzino. Con la nonna Maria, da  Prümgnano, con i miei cugini, andavamo a messa d’estate, tutte le domeniche.  Lei era sempre presente, e la chiesa sempre pulita, come tutti i paramenti erano in ordine e preparati, pronti per essere usati da Don Vincenzo. Se qualcuno arrivava presto e lei non era in chiesa, bastava chiamare: Agnesìn , che lei si precipitava ad aprire.

E aveva il suo da fare, perchè alla domenica le tantissime famiglie  che,  provenienti dalle varie contrade del paese, erano salite ad abitare tutta l’estate i maggenghi, si radunavano per tempo al mattino, sul verde praticello del sagrato per poi assistere devoti alla S. Messa cantata, e suonata sull’armonium, da Don Vincenzo.

I vestiti

Gli uomini si vestivano “de la festo”, con gli abiti migliori che avevano “purtaa sù” dal paese, con le scarpe lucide e la camicia bianca, l’immancabile gilé e la giacca; non mancava mai il cappello. Le donne, anch’esse agghindate, avevano “la raselo da mez” ben stirata, con le grandi pieghe, magari   “cul scusal sü suro”, e portavano la camicetta bianca  sotto il busto scuro a volte ricamato finemente, freschi di bucato. Sopra  tutto l’immancabile “panèt”, che tutte le donne portavano per rispetto, quando si recavano alle funzioni in chiesa. Le più giovani portavano il velo.

“Ul panèt” era una grande quadrato di stoffa nera o marrone scuro, dotato di lunghe frange su tutti i lati, che veniva ripiegato in due a formare un triangolo. Il lato così piegato veniva appoggiato sul capo in modo che il vertice del triangolo, con le doppie frange, ricadesse sulla schiena, coprendola praticamente tutta, comprese le spalle e quasi tutte le braccia. Il bordo appoggiato su capo, ricadendo sui lati, veniva riunito sul davanti, quasi fosse un grande mantello. In generale il tessuto era lucido e, a volte, portava ricamato sui bordi, qualche discreto fiorellino come ornamento. Non si vedevano donne in chiesa, durante le funzioni, senza ul vél  u ‘l panét.  Quelle di passaggio che si fermavano ad ascoltare la S. Messa, si ponevano sulla testa un fazzoletto pulito. Ovviamente, non esistevano donne con i pantaloni né in chiesa né fuori: solo scusàal u i  petür lunc.

Finita le Messa, i fedeli tornavano alle loro baite, con calma, anche perchè le donne non dovevano

preparare il pranzo. Infatti si usava, particolarmente alla domenica, unire colazione e pranzo, mangiando verso le 10. La Messa era alle 11.

Noi ragazzi, trovandoci in molti, approfittavamo per giocare, rincorrendoci sul sagrato e attorno alla chiesa. Niente giochi con la palla: sarebbe finita giù per le selve. Il sagrato con il suo spazio piano, si prestava al gioco de la “varìo” , o del rincorrerci, anche uscendo, e poi rientrando, da uno dei due portoni del recinto, quello a est o quello a ovest,  e passando nello spazio stretto che divideva la chiesa dal muro di sostegno del terreno a monte, che serviva per facilitare lo scolo delle acque, verso valle, e tenere asciutto il muro della chiesa.

Quelli che abitavano nei maggenghi più vicini tornavano nel pomeriggio per i Vespri.

Don Vincenzo

Un certo numero di anziani, tutti erano molto amici di Don Vincenzo, si fermavano a San Giorgio, salivano fino alla casetta azzurra, dove lui abitava, e approfittavano del primo pomeriggio per fare alcune partite a bocce, annaffiate da un buon bicchiere di vino, offerto da Don Vincenzo. Dopo la partita, assistevano ai Vespri, cantavano i salmi col celebrante e poi tornavano alle proprie  baite per mungere e finire i lavori della stalla. Le mucche, si sa, mangiano e devono essere munte  e accudite anche di domenica.

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Foto: Don Vincenzo con il padre Bartolomeo(1859-1942)

Don Vincenzo, di fianco alla casa, aveva ricavato un ottimo gioco delle bocce, lavorando personalmente alla costruzione. Ricordo che, passando un giorno con i miei cugini e la zia, per recarci al torrente per il bucato  (che faceva la zia), sul sentiero che passava appena sopra la casa del prete, mi ero meravigliato nel vederlo senza veste talare. Infatti era in camicia, con i pantaloni neri alla zuava e gli scarponi. Aveva in mano un piccone e stava scavando per preparare il terreno per la costruzione dei muretti per il gioco delle bocce. Chissà se c’è ancora quel campo da gioco costato tanta fatica!

Don Vincenzo  per la gente si identificava con San Giorgio e San Giorgio  con lui: erano una sola cosa  per tutti noi. Credo ancora oggi nel ricordo del santo prete.

Momenti particolari

Durante l’inverno e nelle mezze stagioni, parlo sempre del periodo attorno alla metà del secolo scorso, San Giorgio era disabitato. Passavano quelli che andavano a fare la legna per l’inverno e c’erano  alcune di occasioni in cui ci si recava per la messa.

Una era il lunedì di Pasqua, quando si saliva per la messa, sempre celebrata da Don Vincenzo, e noi giovani approfittavamo per fermarci tutta la giornata, salendo al “castèl” a mangiare un panino e magari andando a vedere, più un basso, sull’altro versante, “ul böcc de l’animo danado”, buttandovi dentro un sasso per sentire il rumore della caduta. Tanto è profonda questa spaccatura nelle roccia, che non si riesce a sentirne la fine.

Un’altra occasione  era la terza e ultima processione delle Rogazioni, che, partendo dalla chiesa parrocchiale, saliva fino a San  Giorgio passando per “Ca di Giuan”, “San Rigori”, “ul punt di fraa”,

“Pra da l’acquo”. In cima ai prati, qui, si trova “la poso di prévecc”, un ripiano ricavato nel muro a monte della strada, a mò di panca. Credo che sia stata  chiamata così proprio perchè i sacerdoti, prima di affrontare l’ultimo tatto di mulattiera che attraversa il bosco, prima di San Giorgio, potessero riposarsi un pò.

Giunta la processione, che era molto frequentata, nella  chiesa, veniva celebrata la S. Messa e poi  i fedeli tornavano liberamente a valle, alle proprie case.

San Giorgio, rimaneva e rimane lassù, circondato dalla corona di montagne, carico di storia, con il suo misterioso “Castèl cul so böcc” e soprattutto con il ricordo della veneranda figura di Don Vincenzo che l’ ha caratterizzato per oltre mezzo secolo. E non dimentichiamo l’Agnesìn, altro simbolo di San Giorgio.

L’ossario

A San Giorgio, fino a qualche decennio fa’ c’era anche l’ossario, come in molte delle vecchie chiese dei paesi e delle frazioni valtellinesi di montagna. Erano delle costruzioni apposite, dove venivano custodite le ossa dei defunti ordinate in modo particolare, ed esposte al ricordo e alle preghiere dei  discendenti che le trattavano con particolare devozione.

Questa devozione era possibile esternarla con la recita di un Requiem o di un De profundis, tutte le volte che si passava per San Giorgio e non si poteva non passare davanti alla chiesa.

Proprio davanti alla chiesa, l’ossario di San Giorgio è posto, in un corpo dell’edificio che continua la parete sud, addossato al campanile, a formare un angolo retto con la facciata. Entrando nel recinto del sagrato dal portone a ovest, verso le case, vi si passa davanti per accedere  alla chiesa.

Ebbene qui è stato costruito un localino stretto, con un altarino sul lato lungo. Sotto l’altare è stata ricavata una cavità dove erano poste le ossa dei defunti, visibili, dal sagrato. Infatti la cappelletta era protetta da un muretto con una grata in ferro sopra. Di lato alla grata è posta una porticina di accesso e davanti un gradino a mo’ di inginocchiatoio.

I passanti, entravano e si inginocchiavano  per una preghiera. Difficilmente si passava senza fermarsi.

Ora le ossa sono state poste nel cimitero di Talamona e quindi lo spazio sotto l’altare è vuoto.

Il ricordo però rimane e deve rimanere a testimoniare la fede dei nostri antenati.

Ora da San Giorgio si passa in auto e la strada si trova sopra la chiesa. Le visite sono diventate più rare, a meno che non ci si fermi apposta per ammirare la contrada e soprattutto la chiesa con i suoi affreschi.

I maggenghi che gravitavano su San Giorgio per la messa domenicale.

Lascio immaginare al lettore, quanto erano frequentati alla domenica i sentieri che convergevano a San Giorgio e quanta gente vi passava all’andata e al ritorno.

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I fedeli provenienti dal Cà ruti, da Prümgnano de sut cun la Fopo, da Prümgnano de suro, dal Runc, da Bunanocc, da Grum, dal Fopp, da la Curt dul Beladru, da la Bgianco e qualche volta da Dundun, entravano nel recinto del sagrato e poi in chiesa, passando dalla porta posta a Est, verso le selve.

Quelli provenienti dal Pra da l’acquo e da Faii suto e suro, salivano dal basso ed entravano dalla porta posta a Ovest, passando davanti all’ossario per entrare in chiesa con tutti quelli che giungevano dal  Cruséti, dal Chignöol, dal Praa d?olzo e da Olzo. Poche volte scendevano anche da Madréro e da Pigolso,  più lontane.

A occhio e croce, si può calcolare, essendo la chiesa sempre piena, che fossero costantemente presenti almeno un centinaio di persone e, nelle grandi feste, come a Ferragosto, anche di più.

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(*) Il titolo esatto è: “TALAMONA – Notizie documentate di storia civile e religiosa” raccolte dal Sac. Don Giacinto Turazza – Arti Grafiche Valtellinesi- Sondrio – 1920.

(**) Della  storia di San Giorgio  parlerò più dettagliatamente prossimamente, con un’apposita scheda.

Nota: 1) In talamun esistono due lettere la a e la n che non sempre si pronunciano come in italiano. La a di mamo viene pronunciata con un suono a metà tra la a e la o, piuttosto nasale.

La n di talamun viene pronunciata con un suono nasale marcato e da dentale diventa palatale.

Volendo indicare graficamente il suono di queste due  lettere nel dialetto scritto, non ho trovato altro modo che scriverle sottolineate a e n per distinguerle da quando vengono pronunciate normalmente, come in Ca di Giuan.

2)  I nomi delle località sono scritti come vengono chiamate nella parte alta del paese, dove la parlata dialettale ha subito un po’ meno l’influsso dell’italiano a differenza della parta bassa, dove, forse per cercare di ingentilirli,  vengono un po’ modificati.

Es:  Prümgnano  a Cà di Giuan  diventa Premiana  in Piazza, Ranciga…  Dent a la Pciazzo  diventa Dent a  la Piazzo.

3) Le vocali o di föc (fuoco) e u  di mür (muro) sono scritte con la dieresi. Le stesse parole preferisco scriverle: föoc   e  müur ,  perchè, nella parlata, le due vocali sono strascicate, quindi un po‘ prolungate.

4) A Talamona, da sempre, i nomi femminili terminano con la o.  Tanto per distinguerci.

Guido Combi (GISM)

IL PAESE DEI PRESEPI

CRONISTORIA DI UNA TRADIZIONE DIVENUTA ORMAI IMPRESCINDIBILE

Il presepe. Dai tempi del primo presepe vivente allestito da San Francesco di ritorno dalla Terrasanta, presidiata dai saraceni e dunque interdetta ai cristiani, la tradizione di mettere in scena la natività del Salvatore è divenuta la più caratteristica per onorare il Natale. A partire dal 1988, ininterrottamente, per ben un quarto di secolo, con costanza, passione, impegno, tempo, denaro, tra mille difficoltà ma sempre con lo stesso entusiasmo, anche Talamona contribuisce a dare qualche sfumatura in più a questa tradizione secolare. Ciascuna contrada, mettendo in campo i propri volontari, da una sua interpretazione personale della rappresentazione dell’evento fondamentale della cristianità. Chi si mantiene sul classico rappresentando i luoghi originali con le case bianche dal tetto piatto, la sabbia, i viandanti coi dromedari, gli asini e i cavalli. Chi vira questa classicità al nostro ambiente montano rappresentando pastori, case e luoghi che somigliano alla nostra gente, alle nostre case, ai nostri luoghi, reinventandoli in modo immaginario oppure riproducendo perfettamente luoghi reali in particolar modo Talamona com’era una volta in modo da coniugare la tradizione religiosa ad una sorta di memoria storica locale. Chi crea rappresentazioni statiche e chi le integra con effetti luminosi oppure meccanici in modo da stupire l’osservatore. E chi di anno in anno propone soluzioni di volta in volta inedite ed originali ognuno seguendo la sua ispirazione e la sua fantasia e utilizzando i materiali più diversi. Per qualche anno per esempio in località Ca di Rish un presepe è stato allestito sulle fronde di un albero mentre un altro in via San Giorgio presso una casa privata è stato creato con delle ombre su di un panno ed infine un presepe molto bello con sagome colorate di cartone, è stato allestito per qualche anno nei pressi della cascata in località Civasca, un anno in particolare fece particolarmente effetto per via della cascata ghiacciata. Di volta in volta si sono creati presepi di stoffa, con la frutta secca, le pannocchie, i ricci delle castagne eccetera. Persino i pompieri per tre anni di fila hanno adibito a presepe un loro mezzo per aderire a questa manifestazione. Con gli anni c’è chi si è mantenuto sempre costante nella sua adesione, come i volontari della via Erbosta e quelli di Case Giovanni, e chi ha aderito solo per qualche edizione poi ha smesso, chi ha smesso poi ha ripreso, chi ha cambiato posto. Solo un anno ha visto registrarsi un calo d’entusiasmo con la realizzazione di soli 14 presepi mentre di solito ci si è sempre mantenuti su una media di venti fino ad arrivare ai 24 della scorsa edizione e ai 21 di questa. E pensare che tutto era partito senza troppo slancio i primi anni, su iniziativa di un eterogeneo gruppo di persone. Da una parte tutti coloro che ruotavano intorno alla Pro Loco che proprio in quegli stessi anni andava costituendosi e dall’altra da un gruppo formato dal comune e dai commercianti che indirono il primo Natale talamonese con tutta una serie di manifestazioni, tra cui appunto anche i presepi, per ragioni di solidarietà, per comprare cioè un pullmino all’oratorio. Negli anni immediatamente successivi si pensò di trasformare la manifestazione in una sorta di concorso con una giuria esterna a Talamona convocata da Savina Maggi, coinvolta in questa tradizione, che si è poi evoluta negli anni,sin dai suoi esordi, sia in veste di membro della Pro Loco (quest’anno presidente) sia come amministratore negli anni in cui è stata assessore in Comune, una giuria che votava ogni anno il presepe più bello. Dopo pochi anni i volontari hanno espresso parere contrario al fatto di gareggiare tra loro e la cosa non si è più fatta. È rimasta la volontà di creare i presepi ognuno secondo il proprio sentire, si è intensificata sempre di più nel tempo l’accoglienza verso i visitatori che sono circa 7-8 mila ogni anno e che vengono anche da fuori provincia organizzando pullman appositamente, ricompensati poi con dolci, vin brulé, sconti nei ristoranti, ma soprattutto con le emozioni e con le atmosfere particolari che i presepi sanno dare e che chi li realizza sa abilmente accentuare attraverso sottofondi musicali, luci soffuse e attraverso la scelta del luogo dove il presepe viene allestito, ad ulteriore riprova di come i presepi siano una vera e propria arte nonché un mezzo per difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura in un mondo di culture che sempre più si incontrano, si mescolano e talvolta si scontrano, una tradizione che vuole rappresentare la pace e la fratellanza tra i popoli, una tradizione che altri comuni della provincia come Morbegno e la Val Tartano stanno provando a mettere in scena da alcuni anni e attorno alla quale si sono sviluppate tante altre iniziative come le vetrine decorate, i mercatini, le letterine a babbo Natale, le Befane, i concerti della filarmonica, i tornei di beneficienza, le lotterie eccetera. Una tradizione che riunisce più generazioni e che si trasmette attraverso le generazioni perché solo se i giovani raccoglieranno con lo stesso entusiasmo il testimone dei veterani (alcuni dei quali attualmente purtroppo non ci sono più) questa cosa potrà avere un futuro, solo se l’impegno e la volontà non verranno mai a mancare nonostante la crisi e le difficoltà che possono verificarsi e ovviamente se non verrà mai a mancare l’affetto e la partecipazione popolare.Per ragioni d’età io sono tra quelli che non possono dire di aver conosciuto Talamona senza la tradizione annuale dei presepi. Ho cominciato ad interessarmene quando ero molto piccola, perché ai presepi si dedicavano i temi natalizi alle scuole elementari e perché in quegli anni anche la mia contrada allestiva un presepe e io dovevo compiere solo pochi passi per andarlo a vedere. È stato quello il primo presepe che vidi. Era il 1996 e il presepe stava davanti casa di un mio coetaneo Bruno Tirinzoni credo che lo avesse realizzato suo padre. Ricordo che, come continuano ad essere tuttora molti presepi, era molto curato nei dettagli. Era costruito con paglia legno e granturco e oltre alla capanna della natività contava cinque case che parevano istantanee su un altro mondo come se da un momento all’altro come per magia dovessero prendere vita, una sensazione che tutti i presepi, nel corso del tempo hanno sempre saputo trasmettere più o meno efficacemente alcuni più di altri. Una di queste case mi aveva colpita particolarmente perché aveva la scala esterna e il terrazzo. Uno dei primi giri completi dei presepi che mi ricordo di aver fatto è stato nel 2001. Quell’anno presi pure la navetta per la prima volta. Fino al 2005 sono andata piuttosto regolarmente per poi diradare le visite fino a quest’anno. Per essere sicura di fare un bel giro e di vedere tutto per bene ho dedicato ben tre giornate ai presepi spostandomi sempre a piedi e camminando anche per viuzze che, nonostante sia nata e vissuta sempre qui, non avevo mai percorso. È incredibile. Si sogna di conoscere il mondo, ci si ritrova spesso a fantasticare di luoghi molto lontani e poi si scopre di non conoscere poi così bene neppure i luoghi in cui si è nati. Molte zone di Talamona danno la sensazione di tornare indietro di almeno due secoli perché l’urbanistica non è mai cambiata. Ci sono ancora gli acciottolati, i viottoli angusti, le panche di pietra dove ai vecchi piace sedere d’estate a prendere aria fresca e chiacchierare, ci sono ancora le vecchie case fatiscenti in muratura a secco, le vecchie stalle testimoni ormai muti di vite amene, un contatto diretto col passato che in molte grandi città non viene percepito nella vita di ogni giorno. Molte di queste vestigia vengono utilizzate per allestirvi i presepi ed è facile accorgersene perché nei pressi di un presepe l’aria è impregnata dell’odore del vin brulé. Ciascun presepe un’opera d’arte, una storia che parla al cuore di ognuno a seconda della sua personale sensibilità. Lascerò or dunque che siano loro a parlare anche con l’aiuto dei volontari che si impegnano ogni anno per realizzarli.

Presepe 1 al Tempietto degli alpini

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Presente nella rassegna dei presepi dal 2000 a fasi alterne il gruppo degli alpini sceglie di allestire presepi di volta in volta ispirati alle tematiche della natura e ai fatti di cronaca salienti di ogni anno. Personalmente ricordo un anno (ma non l’anno preciso) in cui vidi un presepe del gruppo che parlava proprio di loro, in cui gli alpini si erano rappresentati come i personaggi del racconto della natività. Realizzato sempre prevalentemente all’interno del tempietto vero e proprio, quest’anno si è deciso invece di utilizzare un piccolo rilievo esterno per creare un presepe ispirato alla natività classica ma fatto in modo che ci si potesse camminare dentro diventando parte della storia, una prerogativa che finora è sempre stata del presepe sul fiume di case Giovanni.

Presepe 2 località Sassella

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Presente nella rassegna per il secondo anno consecutivo questo presepe è nato da un’idea di un giovane mio coetaneo Gianpaolo Luzzi che negli anni precedenti lo allestiva all’oratorio ma da quest’anno ha pensato di  allestirlo in una baita per creare l’atmosfera del pellegrinaggio, il pellegrinaggio nei luoghi santi. Questo presepe infatti si può raggiungere solo attraverso sentieri montani che i volontari badano a tenere costantemente  puliti ed agibili fornendo anche lanterne per le ore più buie, sentieri che conducono in un luogo ameno con una splendida vista su tutta la vallata sottostante e punteggiato di vecchie stalle (oltre a quella che ospita il presepe) che si sta pensando di ristrutturare. Cio che cambia rispetto all’allestimento dello scorso anno è il fatto di aver utilizzato tutto lo spazio disponibile e di aver riprodotto una cascata che scorre nelle vicinanze. Le statuine che animano questa piccola stanza con il racconto della natività sono statuine storiche: sono infatti quelle del primo presepe di case Giovanni che non era ancora quello classico sul fiume, ma era stato allestito in un prato nelle vicinanze. L’idea dei presepi nacque proprio così quasi per caso. Qualcuno quell’anno decise di realizzare il suo presepe fuori casa e così si è deciso che ogni contrada avrebbe allestito il suo. Quest’anno il presepe della località Sassella si erge a pretesto per raccontare un evento molto importante: la giornata mondiale della gioventù organizzata da papa Francesco a Rio de Janeiro cui ha partecipato il giovane ideatore di questo presepe con sua sorella Sabrina (che si è prestata per raccontarmi tutto). Questa esperienza ha fatto scoprire loro il valore della testimonianza di fede, un valore che i presepi possono contribuire a veicolare.

Presepe 3 a case Giovanni

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Se non altro perché è uno dei due presepi che in venticinque anni di manifestazione non è mai mancato questo presepe si può considerare il classico, il simbolo del paese dei presepi, quello che più attrae ed incuriosisce per il fatto di essere un presepe costruito quasi a grandezza naturale sul torrente Roncaiola, animato da congegni meccanici a rappresentazione della vita di una volta, degli antichi mestieri, un presepe dentro cui ci si può immergere attraverso cui si può passeggiare osservando da vicino le case particolareggiate e tutti gli edifici che ricreano perfettamente un piccolo villaggio montano. Una magia che per essere creata e per funzionare sempre bene ha bisogno di tempo e pazienza di fantasia per far si che dei semplici pezzi di legno possano essere trasformati in personaggi ognuno con una storia. Un’idea quella di far sentire i visitatori parte del presepe che fin da subito si è rivelata vincente. Il bello di questo presepe è che appena si giunge in visita c’è la possibilità di ammirarlo nel suo insieme, ma poi ci si avvicina e lo si visita come se fosse un centro abitato vivo. L’idea di animarlo è venuta col tempo, si sono trovati dei meccanici disponibili a creare e a far funzionare i congegni necessari. Lo spazio occupato sul fiume non è sempre della medesima estensione. Quest’anno è stato particolarmente studiato in modo da consentire ai visitatori di fotografarlo nel suo insieme dal ponte. Mi ricordo di un anno in cui lo vidi ricoperto dalla neve e mi fece particolarmente effetto. Nessun presepe è mai stato ne sarà mai decorato con neve vera su un fiume vero. Ogni anno questo presepe, pur rimanendo sostanzialmente fedele a se stesso, cerca di portare elementi di novità. Se quest’anno nella capanna della natività troviamo un giro di angeli in una edizione passata è capitato di trovare le foto di tutti i presepi. Nessuna statua è mai realizzata e disposta a caso. l’intento è quello di rappresentare un nucleo familiare per ogni casa, una vera e propria istantanea di vita di una volta.

Presepe 4 in via Sassella

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Presente nella rassegna dal 2003 in dieci anni si sono realizzati vari allestimenti. Di fronte rispetto a dove si trova ora, poco più lontano, ma sempre in esterna con la necessità di ricoprirlo con una tettoia. Quest’anno si è scelto di collocare il presepe all’interno di questa stalla per creare un ambiente caratteristico perché è proprio in una stalla che si svolge la storia originale della natività ed è ora sempre una mangiatoia che ne ospita una originale versione ambientata in un paese che somiglia più a quello delle nostre valli che ai luoghi originari, un paese riprodotto nei minimi dettagli mettendo insieme luoghi reali e immaginari a seconda di come ispira la fantasia.

Presepe 5 a ca’ Perlini

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Presenti nella rassegna da cinque anni sempre nello stesso luogo i volontari di Ca’ Perlini propongono ogni anno presepi completamente diversi dagli anni precedenti. Ogni anno smontano e rimontano il tutto ripartendo completamente da zero.Quest’anno chi è giunto in visita ha potuto osservare un presepe che stupisce per i suoi dettagli minuziosi nonostante la scala ridotta e per la presenza di una teleferica animata. Perfetto amalgama tra luoghi reali e dell’immaginario un altro elemento degno di nota è la presenza del Colosseo di Roma al posto della classica capanna della natività qui collocata per sfatare il mito secondo il quale il Colosseo sarebbe stato teatro dei supplizi dei primi cristiani.

Presepe 6 in via Spini

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Presenti nella rassegna da più di dieci anni, nel corso del tempo, i volontari della via Spini hanno utilizzato, per allestire il loro presepe, tutte le stalle disponibili nei dintorni, stabilendosi poi in questa che ha accolto quest’anno i visitatori da una decina d’anni. I volontari mettono un grande impegno nella realizzazione del loro presepe. Già nel mese di ottobre cominciano ad ideare il progetto e ad allestirlo. Nel corso degli anni si sono alternati presepi di varia fattura da quelli fatti col legno a presepi realizzati con la sabbia volti a ricreare i luoghi originali del racconto della natività eccetera. Una nota positiva è la totale partecipazione di tutti gli abitanti della via. Chi non partecipa direttamente all’allestimento del presepe fa a turno per accogliere i visitatori. Quest’anno, in occasione del venticinquesimo anniversario, si è pensato di allestire un presepe simile al presepe delle origini fatto col muschio, il primo presepe allestito da questa contrada.

Presepe 7 di Ca’ di Sarac

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Presente da circa cinque-sei anni questo presepe si caratterizza per il fatto di essere un’iniziativa portata avanti da giovani che hanno coinvolto le loro famiglie e non come di solito succede per altri presepi un passaggio di testimone tra la vecchia guardia e i giovani. Un presepe cui ogni anno, senza cambi radicali, si cerca di portare elementi di novità per non annoiare chi arriva in visita e che viene accolto con entusiasmo da questo gruppo di giovani con la stessa passione che dedicano nel creare un presepe ricco di dettagli e animato da effetti luminosi e meccanici dati da tutta una serie di ingranaggi nascosti sotto il presepe vero e proprio come nei capolavori dei maestri orologiai. Un entusiasmo che è un peccato lasciar scemare senza porre in controparte una migliore valorizzazione visto e considerato il fatto che tutti, amministratori e popolo, dichiarano di tenere molto a questa iniziativa. Dentro un edificio di pietre in muratura a secco si giunge a cospetto di un borgo incantato i cui dettagli, presi da alcuni luoghi reali, sono stati abilmente reinventati per creare un borgo realistico, ma al tempo stesso sospeso nel tempo, reso ancor più incantato dalla neve riprodotta col cotone e dagli effetti luminosi che rappresentano l’alternarsi del giorno e della notte. Elemento di novità nel panorama dei presepi è la presenza di una pista da sci e di una funivia.

Presepe 8 di case Barri

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Attivo da venticinque anni in modo non continuativo per molti anni è stato allestito vicino al ristorante che da sulla statale ogni anno in modo diverso senza uno specifico progetto, ma con un occhio di riguardo alla nostra terra e alle nostre tradizioni. Da due anni a questa parte i volontari di case Barri hanno trovato un allestimento più caratteristico in una stalla dove ancora fino a pochi anni fa venivano custodite le mucche, un allestimento ritenuto a ragione più caratteristico per la sacra rappresentazione col muschio i ciuffi d’abete e le classiche statue di ceramica.

Presepe 9 del Gruppo della Gioia

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Presenti nella rassegna dal 2001 i volontari del gruppo della gioia, attivo dal 1998 nel prestare assistenza alle categorie sociali più bisognosi, nel corso degli anni ha alternato varie sedi che hanno fatto da cornice all’allestimento del presepe. Dapprima la sede del gruppo anziani poi la casa arcobaleno in via Valenti e poi la nuova sede sopra la palestra comunale. Uno dei primi presepi realizzati da questo gruppo è stato particolarmente originale perché conteneva i soprannomi di tutti i volontari. Di anno in anno per realizzare il presepe ci si trova tutti insieme e si mettono a confronto varie idee.Il presepe di quest’anno qualcuno lo giudica il migliore di tutti quelli realizzati dal gruppo sinora ed è nato dall’idea della madre di un ragazzo diversamente abile che è anche catechista con l’idea di coinvolgere i bambini che frequentano il catechismo e ispirandosi alla natura. I materiali di realizzazione sono infatti naturali, offerti spontaneamente dalla natura, come ricci di castagne e legno. I bambini si sono divertiti a raccoglierli e a realizzare ciascuno la propria statua personale intenta nello svolgere un compito specifico e che ciascun bambino ha potuto personalizzare aggiungendo il proprio nome con una stellina. È proprio il massimo coinvolgimento dei bambini la nota di merito di questo presepe.

Presepe 10 al bar La Terrazza.

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Presente a Talamona da quando la cooperativa CONAD si è trasferita nella sua sede attuale, il bar LA TERRAZZA nel corso degli anni ha spesso cambiato nome e gestione ma ha sempre proposto il suo presepe in uno stile classico, piccolo col muschio incorniciato da una sorta di tettoia di aghi di abete rosso. Quest’anno invece si è voluti puntare sull’originalità ed effettivamente il presepe proposto si candida ad essere uno dei più originali dell’ intera manifestazione

Presepe 11 della Sciaresola

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Un presepe a conduzione familiare da parte della stessa famiglia che manda avanti l’agriturismo Sciaresola e che ha partecipato ogni anno tranne uno, quando cioè e stato aperto l’agriturismo nella sede attualee anche il presepe si è spostato dalla sede di Via Valenti all’attuale. Ogni anno viene proposto un tema diverso, anche a seconda dei temi dell’annata, con uno stile originale ed estroso per un risultato che vuole essere semplice e significativo al tempo stesso. Un anno per esempio è stato proposto il presepe del contadino, mentre un altro anno il presepe dedicato alla famiglia con la foto della famiglia Sassella al posto di un presepe vero e proprio. Quest’anno abbiamo il presepe alla rovescia a simbolleggiare il mondo sempre più privato di valori e di punti di riferimento, dove tutto sembra andare appunto alla rovescia tranne la famiglia e la casa del Signore.

Presepe 12 di via Mazzoni

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Per tutti gli anni Novanta questo presepe è stato allestito sotto un portico nelle vicinanze della sede attuale presso un cortile esterno ed era un gruppo diverso da quello attuale ad occuparsene, un gruppo che non ha più potuto seguire la cosa a causa di varie problematiche personali e familiari. Dal 1995 al 2008 dunque questo presepe non è più stato fatto finchè poi, appunto nel 2008 il gruppo attuale se ne è interessato e il presepe ha cominciato ad essere allestito nella sede attuale ogni anno con tematiche diverse ma sempre inerenti alla montagna alle sue attività alla vita quotidiana. Una volta una vigna, un’altra volta gli alpeggi dove si produce il formaggio, un’altra volta ancora i campi coltivati, lo scorso anno la riproduzione della piazza di Talamona e quest’anno la riproduzione di un borgo di alta montagna. Elemento costante e di originalità di questo presepe è l’effetto luminoso che alterna il giorno e la notte riproducendo perfettamente il tramonto il cielo stellato e una nuova alba.

Presepe 13 della località Civasca

 

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Nella sede attuale, una piccola casetta di via Civasca, questo presepe si trova per il secondo anno consecutivo e rispetto all’ edizione dello scorso anno non ci sono differenze sostanziali. Due anni fa invece il presepe era stato realizzato in vetro presso l’attuale sede del bar PANCAFFE’.

Presepe 14 dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”

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Questo è uno dei pochi presepi presso cui non ci sono persone che accolgono i visitatori. Personalmente ricordo la partecipazione dell’istituto comprensivo dai primi anni Duemila, ma in una sede diversa vicino al fioraio Barlascini, dall’altro lato della strada. Ricordo ogni anno presepi molto colorati realizzati soprattutto con carta e stoffa non molto grandi. Da quando è stata ristrutturata la Casa Uboldi ed è stata scelta come sede della nuova biblioteca la collaborazione tra quest’ultima e l’istituto scolastico si è intensificata attraverso la promozione di varie attività e laboratori e spostando anche il presepe proposto dalle scuole nella sede della casa Uboldi, un presepe realizzato attraverso pannelli che nelle edizioni precedenti venivano applicati alle vetrate mentre quest’anno sono stati appesi alla parete e mescolati nell’allestimento della mostra sul volontariato e del mercatino dei libri a favore del GFB ONLUS.Un elemento di novità di quest’anno è stato anche il piccolo presepe di Santiago di Compostela proposto dal signor Walter Orioli che proprio col racconto del suo pellegrinaggio ha aperto la nuova stagione culturale alla Casa Uboldi.

I presepi al museo etnografico nei sotterranei della chiesa. Quella dei presepi è una tradizione talmente radicata che ad un certo punto si è sentito il bisogno di prendere quelli più belli e di riprodurli esattamente nel piccolo museo etnografico di Talamona che si trova nei sotterranei della chiesa parrocchiale e che è stato creato col contributo di tutti i talamonesi, una sorta di museo della nostra memoria, della nostra cultura, delle nostre usanze, della nostra identità, un contesto di cui, da molti anni a questa parte, fanno parte anche i presepi. Tutto è cominciato nel 2009 quando anche il gruppo anziani ha deciso di realizzare il suo presepe e ha deciso di realizzarlo proprio presso il museo integrando l’accoglienza ai visitatori con vere e proprie dimostrazioni di antichi mestieri. Quel presepe non è più stato tolto e anche le successive edizioni hanno pian piano preso il loro posto accanto a quella prima insieme con i presepi più significativi di tutte le altre contrade.

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Una delle edizioni del presepe dell’associazione Amici degli Anziani

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Riproduzione della via Mazzoni in un presepe dello scorso anno (2012)

Presepe 16 Scuola per l’infanzia statale

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Quest’anno anche la scuola per l’infanzia statale ha voluto allestire qui il suo presepe realizzato con la stoffa. Elemento di originalità è stato il fatto di aver creato ciascuna statuina con un bigliettino dove i bambini hanno scritto i loro pensieri, i loro desideri, i propositi per l’anno nuovo e quant’altro.

Presepe 17 della fondazione Scuola per l’infanzia

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Un altro presepe che si presenta da se e che vista l’agevole collocazione ho potuto visitare praticamente tutti gli anni senza riscontrare troppi cambiamenti di sorta. Un presepe essenziale che non è stato tutti gli anni sempre di uguali dimensioni e che per almeno un anno è stato fatto con pannelli colorati, ma che sa trasmettere lo spirito del Natale e la gioia che esso infonde sui bambini.

Presepe 18 dell’Oratorio

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Da alcuni anni l’oratorio partecipa alla manifestazione dei presepi. Quale iniziativa meglio di questa può essere in grado di far avvicinare i ragazzi a queste tematiche? Ogni anno almeno un presepe cerca di proporre l’ambientazione originale della natività. Quest’anno lo ha fatto questo presepe per l’allestimento del quale don Stefano ha messo a disposizione il suo garage e i suoi ragazzi come comitato d’accoglienza.

Presepe 19 nel cortile degli Spinetti.

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Questo è un altro dei pochi presepi caratterizzato dal fatto di non aver mai avuto un comitato d’accoglienza e dall’essenzialità delle idee. Addirittura nel 2005 questa contrada ideò il presepe che non c’è. In una nicchia incorniciata di aghi di abete rosso campeggiava una scritta in elegante corsivo che diceva IL VERO PRESEPE E’ NEL CUORE DEI CREDENTI. Un’idea minimalista che scatenò non poche polemiche, ma che personalmente credo andasse apprezzata per il suo messaggio. Anche quest’anno senza arrivare ad eccessi minimalisti si può comunque notare l’essenzialità estrema della rappresentazione.

Presepe 20 di via Erbosta

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Questo è l’altro presepe, insieme a quello di case Giovanni che in venticinque anni non ha mai saltato un’edizione. Fedele nella locazione, fedele nella rappresentazione, sempre di ambiente montano col muschio e le statuine di ceramica con qualche piccolissima variazione da un anno all’altro. Da 25 anni a questa parte sono sempre le stesse persone che si occupano del presepe perché non c’è stato un ricambio generazionale.Quest’anno i volontari della via Erbosta si sono impegnati a ricreare perfettamente Talamona e i suoi dintorni fino agli alpeggi così come apparivano circa 50-60 anni fa quando in cima al paese c’era una centralina alimentata con una turbina che a sua volta alimentava i mulini e le segherie che sorgevano ed esercitavano le loro attività lungo un torrentello che attraversava l’intero paese. Il tutto riprodotto perfettamente in scala.

Presepe 21 dell’asilo nido

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Un presepe che è una costante da diversi anni a questa parte più o meno da quando l’asilo nido è stato costituito e che ha sempre avuto come tematica principale la fantasia dei bambini di saper vedere di tutto in ogni cosa.Non si è in grado di comprendere questo presepe se non lo si guarda con gli occhi di un bambino. Un adulto non riuscirà mai a collegare questi oggetti a dei personaggi non solo di un presepe, ma di una qualunque rappresentazione mentre un bambino non guarda mai le cose per come sono ma le trasfigura nel suo immaginario.

Presepe fuori concorso

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Anche al punto informazioni della Pro Loco in piazza viene allestito un piccolo presepe alla finestra che però non fa parte della manifestazione vera e propria. E con quest’ultimo presepe considerando anche quello vivente della via Cerri che da luogo ogni anno ad una vera e propria processione siamo giunti alla fine di questo viaggio, un viaggio nella memoria e nelle emozioni, un viaggio dove molti dettagli sfumano lungo il cammino, ma ciò che non si perde mai ed anzi rimane intatta è la passione, quella passione che, si spera, possa consentire di continuare questo viaggio per moltissimo tempo ancora.

Antonella Alemanni

TRADIZIONI TALAMONESI

:

 LA LATTERIA  CENTRO DI VITA SOCIALE

                                                                               Guido Combi (GISM)

A Talamona di latterie sociali ce n’erano tre, ora ne è rimasta una sola: la latteria Coseggio. Le altre due, quella di via Cerri e la Valenti, la più antica, prima una, poi l’altra hanno cessato la loro attività.

I piccoli allevatori sono diminuiti di numero, fino quasi a sparire. Sono sorte, invece, poche grandi aziende di allevamento e questo fenomeno ha segnato la sorte delle latterie sociali.

Eppure queste latterie hanno svolto una funzione molto importante nella nostra società talamonese fino a non molto tempo fa.

Sono nate, appunto, come latterie sociali, mentre in altri paesi valtellinesi erano sorte latterie turnarie che avevano una struttura organizzativa diversa: Quando? Perché? Chi le ha fatte nascere? Qual era l’ambiente sociale in cui sono sorte? Come erano strutturate?  Che tipo di statuto hanno adottato ciascuna di esse? Quali erano i poteri dell’ assemblea dei soci e del consiglio? Quando si riunivano? Quanti erano i soci di ciascuna? Quanto latte lavoravano?…e si potrebbe continuare con i quesiti.

Mi sembrano domande interessanti che giro agli studenti dell’Istituto comprensivo, perché possano indagare, alla ricerca di documenti che le latterie conservano e di testimonianze dirette da parte di vecchi soci, di una parte  sicuramente importante di vita e di storia economico-sociale  del nostro paese.

Essendo stata la componente contadina di primaria importanza nella realtà talamonese e non solo, fino verso la fine del secolo scorso, anche l’allevamento delle mucche, di solito da una a  quattro/cinque, per ogni nucleo familiare, secondo la composizione e secondo l’estensione dei terreni a prato posseduti, salvo poche aziende con numeri maggiori, era importante.

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In moltissime famiglie di coltivatori diretti, la consistenza della stalla, ha influito sulla  strutturazione e sui rapporti all’interno della singola famiglia e sul suo tenore di vita, evitando a volte l’emigrazione della nostra gente. Ricordo che eravamo ancora nel periodo della famiglia patriarcale, nel mondo contadino.

Qui, come si sarà capito, non intendo affrontare il tema dal punto di vista storico-sociale, come ho già spiegato, ma, sulla base dei ricordi, ricostruire la vita che si svolgeva attorno  e dentro  una latteria, anche  per la  conoscenza diretta che ho avuto, ricoprendo l’incarico di segretario della Latteria Valenti  per due  anni sociali  dal 1959 al 1961.

Bacini di utenza

Come sappiamo, le latterie erano tre, ciascuna con un bacino di utenza territorialmente abbastanza vasto.

Sulla latteria Cerri gravitavano le contrade Barri, Cerri, Serterio, Cà di Feree. Alcuni contadini di Case Barri avevano le mucche alla Torraccia, sul confine col Comune di Forcola, e da lì portavano il latte ogni giorno.

La latteria Coseggio era il punto di conferimento delle contrade Ursìn, Cusécc suro e sut, Ca di Giuàn , Saràc, Batirìn, Culumbìn, Perlìn, Mariöi, Munt Mars. Alcuni avevano le mucche, in certi periodi,  in Ciif e in Sasélo. C’erano anche soci di Cà di Gado e Cà di Ferèe. Il latte veniva portato anche da Cà di Risc e da Cà dul Màrtul, nel periodo autunnale e primaverile, quando le mucche vi venivano portate per il pascolo e il consumo de fieno.

La latteria Valenti, la più grossa, serviva i soci di via Mazzoni, Via Valenti, Via Torre, Ranciga fino a Cà la  Vulp, la zona della Piazza, i Tarabìn, cioè via Erbosta.

Se si pensa ai tanti soci che conferivano il latte, mattino e sera, da Ottobre a Maggio, è facile immaginare come le strade di Talamona, allora libere dalle auto, selciate col “grisc”, fossero percorse da moltissime persone dirette verso i tre punti di raccolta del latte. I recipienti usati era vari: i “brentéi”, “i baldi” (i secchi per i non talamonesi), “el segi”, a volte due, portate “cul bàgiul” quando il latte era tanto. Poi c’erano molte persone, in prevalenza  ragazzi, che, di solito alla sera, pochi al mattino, si recavano alla latteria a comperare il latte fresco appena munto, o il burro fresco.

Luogo di ritrovo

La sera, soprattutto, al mattina andavano tutti di fretta perché c’erano ancora i lavori della stalla da fare, la latteria era un punto  di aggregazione, di incontro di amici, di scambio di notizie, di esperienze, di battute, di complimenti alle ragazze e anche di “filarini”, lontano dal controllo dei genitori.

Io abitavo di fronte al mulino Manzoni e vedevo passare questa processione tutte le sere davanti a casa mia.

Da ragazzino, andavo a prendere il latte alla latteria Coseggio, che è a due passi e, fuori, nel cortile o sulla strada, appoggiati al muro di cinta, sostavano sempre  parecchi giovanotti, in  camicia, con le maniche rivoltate, col secchio vuoto infilato nell’ avambraccio o appoggiato sul muretto o col “brentél”  vuoto sulle spalle. Il gruppo variava sempre, perché c’erano quelli arrivati prima che tornavano a casa per gli ultimi lavori nella stalla  i quali erano sostituiti da nuovi arrivati appena appena usciti dalla latteria. Quelli che arrivavano col carico del latte entravano rapidi nel locale di conferimento, per fare in fretta e fermarsi dopo con gli amici per rilassarsi  un momento. Era un via vai continuo.

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Appena entrati ci si trovava in un locale piuttosto grande che fungeva da ricevitoria e vendita del latte e poi, al mattino presto,  serviva anche per la lavorazione del latte, essendo dotato di un grande focolare per la caldaia dove il bianco prodotto veniva scaldato, cagliato e trasformato in ottime forme di formaggio semigrasso. Al mattino, i soci   che arrivavano, siccome il casaro aveva già finito di cagliare, e aveva tolto la  “culdèro dal fugulaar”,  si fermavano volentieri vicino al fuoco a scaldarsi, anche perché, ai piedi, portavano i “sciapèi” e, con la neve, i “sciapèei feràa”,  o i “tumùn” (sorta di scarponi con la suola in legno e la tomaia in cuoio, fatti artigianalmente che qualcuno si faceva da sé), con le calze di lana fatte in casa, belle grosse, pochi i fortunati che avevano gli scarponi di cuoio.

La caldaia in rame, di dimensioni notevoli, conteneva  parecchi quintali di latte, fino a 12-15 quella più grande,  ed era  sostenuta dalla “masno”: un palo verticale girevole con un braccio che la sosteneva,  per cui  poteva essere messa sul fuoco, e tolta, senza sforzo da parte del casaro: semplicemente  facendola girare sui perni.

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Il casaro era il re della latteria.

Tutto il lavoro era svolto da lui e solo nella latteria Valenti aveva un aiutante. Veniva nominato ogni anno in base a una valutazione, da parte del consiglio della latteria, basata su vari elementi, non tanto di tipo economico (lo stipendio richiesto) quanto sull’abilità, l’affidabilità e la bravura nella produzione del formaggio. Erano perciò una garanzia determinante i risultati che aveva ottenuto nella sua carriera casearia precedente, anche in altre latterie, e la diretta conoscenza personale e soprattutto la fiducia che riscuoteva tra i consiglieri, che solito erano persone molto esperte che godevano la piena fiducia dei soci.

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Alla sera, nel locale descritto, il casaro riceveva il latte dei soci in grandi “baldi” di alluminio su uno dei quali veniva posto un grande  colo in rame, con un buco in mezzo, dove veniva inserito un riccio di castagno, o due, che trattenevano le impurità del latte facendo da filtro. I ricci furono in seguito sostituiti da una fitta retina.  Quando un secchio era pieno, il casaro lo portava in un locale adiacente e lo versava dentro una conca.

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Appena il socio aveva versato il proprio latte, il casaro lo pesava su una stadera appesa al muro e lo registrava. Il latte veniva versato in un altro secchio e su quello rimasto vuoto veniva posto il colo, pronto per il prossimo socio.

La quantità di ciascuno veniva segnata ogni giorno  su due libretti appositi che portavano il numero assegnato a ciascuno: uno rimaneva in latteria e il secondo al socio.

C’erano anche due scaffali  idonei a contenere i libretti, con stretti scomparti verticali pure numerati, uno dei quali era posto sopra il tavolo del casaro e l’altro all’entrata. Lì infatti era lasciato il proprio libretto dai soci che non volevano portalo a casa per non perderlo o rovinarlo. Era anche un dimostrazione di fiducia generale.

I soci rimanevano sempre all’esterno di una specie di recinto formato da secchi, oltre il quale il casaro serviva anche coloro che comperavano il latte con le misure in alluminio o in ferro da un quarto, da un mezzo e da un litro. Gli acquirenti portavano tutti il “sidelìn” più o meno grande, con o senza coperchio. Quest’ultimo dipendeva dalla distanza dalla casa alla latteria, per evitare di versare il latte con movimenti bruschi o inciampando o scivolando sulla neve, essendo di solito i ragazzi che erano incaricati dalle famiglie di questo servizio.

Ogni tanto, a sorpresa, c’erano i controlli sul latte. Alcuni funzionari dell’Ispettorato dell’agricoltura si sedevano ad un tavolino appartato, durante il conferimento e prelevavano dal latte di ciascun socio una piccola quantità, la  mettevano in una provetta  per controllare, con appositi strumenti, la densità e altre caratteristiche.

Ricordo che di solito era sempre tutto regolare, salvo una volta in cui il ragazzotto incaricato dalla famiglia del trasporto del latte, lungo la strada, si era fermato alla fontana e aveva aggiunto un po’ d’acqua per aumentarne la quantità. Ovviamente gli strumenti avevano rilevato l’irregolarità.

Dopo che era stata riferita la marachella al padre, lascio al lettore immaginare le conseguenze.

Le conche

Il secondo locale importante era quello delle conche. Ampio, aveva una struttura muraria della larghezza di circa un metro, alta poco meno, che girava attorno alle pareti, addossata su uno o due lati.

Il ripiano superiore era incavato per contenere le conche in fila una vicina all’altra. In questo spazio, una specie di largo canale, veniva fatta scorrere continuamente l’acqua   nella quale le conche erano immerse.

Il latte veniva versato in questi recipienti  del diametro da 80 a 100 cm, alti  attorno ai  20  cm, in modo che si allargasse, ottenendo una notevole superficie superiore.

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La spannatura

L’acqua fresca che lambiva le conche favoriva la risalita in superficie dei grassi che formano la panna e il casaro, il giorno, dopo con la “spanarölo”, un “ciapel” molto sottile, largo e pochissimo fondo, oppure una specie di “cazzarölo” sfiorando la superficie, prelevava la panna che metteva nella zangola (ul penacc) che si trovava nel locale attiguo dove veniva fatto girare per fare il burro.

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Il latte rimasto, dopo la spannatura, veniva versato nella caldaia (la culdéro), vi veniva versato caglio e poi scaldato per ricavarne il formaggio.  Rimaneva  quindi il siero (ul lazerùn), che i soci portavano a casa per nutrire i vitelli e i maiali, dopo che il casaro con la “pato” aveva tolto “ul cüc” e posto nella “fasèro”, con un peso sopra.

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“Ul dì de pago

I prodotti della latteria erano sostanzialmente tre: il formaggio, il burro e il siero. Il formaggio ogni mese, in proporzione alla quantità di latte portato, veniva assegnato a ciascun socio, assieme al burro e a una  somma in denaro.

Il denaro era il frutto della vendita ai clienti del latte e del burro. I soci tenevano molto alle loro forme di formaggio pregiato e di solito le ritiravano tutte. Quelle non ritirate venivano vendute dalla latteria e il socio riceveva il valore corrispondente in denaro.

Ogni mese  il segretario calcolava il valore del latte al litro con una semplice operazione. La somma mensile di denaro incassata veniva divisa per il totale dei litri di latte conferiti, che veniva desunto sommando i dati dei libretti di  di ciascun socio di quel mese.

Il Consiglio della latteria  si riuniva  una volta al mese e verificava e ratificava i calcoli del segretario. Quindi ogni mese, un pomeriggio, c’era “ul dì de pago” e i soci si recavano alla latteria per ritirare la loro parte di prodotti e di denaro.

 La tradizione di “casér” talamonesi

Il casaro, essendo l’unico dipendente, non aveva il tempo materiale per fare anche altri prodotto come la ricotta o altri tipi di formaggio.  C’era poi anche un problema di mentalità e di affezione ai prodotti genuini da parte dei soci. Infatti la tradizione dei casari talamonesi e la qualità del formaggio delle nostre latterie erano, e sono, meritatamente famose in tutta la Valtellina e la Valchiavenna.

I nostri casari venivano chiamati a lavorare in tutta la provincia.

Come si vede, era una lavorazione molto tradizionale, che si tramandava nel tempo, come lo erano i recipienti. L’unica macchina, se così si può chiamare, era la zangola che nella latteria Coseggio era fatta girare idraulicamente prima che fosse istallato un motore elettrico.

A fianco della latteria infatti passava “ul fiüm”, la cui acqua  faceva girare una ruota a pale che trasmetteva il movimento all’interno. Era praticamente una piccola ruota da mulino. L’acqua della  “roggia” (così è chiamata negli Statuti)  serviva anche, con una apposita deviazione, il locale delle conche per tenere fresco il latte.

La pulizia

Una caratteristica essenziale dei vari recipienti e attrezzi era la grande pulizia. Par evitare che i prodotti facilmente deperibili, come il latte, la panna e il burro andassero a male, tutti   “i vasèi” (recipienti) usati dovevano essere lavati con l’acqua bollente, subito dopo l’uso. Dovevano essere “sbruiàa”, trattati  con acqua “sbruiènto”, come si dice in talamun.

La “caséro”

Nella latteria c’era poi il locale casera dove, su apposite scaffalature, erano poste le forme di formaggio, che, stagionate, andavano dai 5/6 chili di peso ai 10.

Quelle fresche dentro  “el fasèri” venivano salate in presenza di umidità e, una volta raggiunta una certa maturazione, tolte e messe a stagionare. Per una giusta maturazione in modo uniforme, il formaggio doveva  essere pulito periodicamente, cioè “raspato” e le forme voltate ogni settimana. Queste cure davano prodotti di ottima qualità, apprezzati ovunque.

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Il casaro, per questa operazione, si recava in latteria al pomeriggio. Noi ragazzi che abitavamo vicino, quando vedevamo il portone aperto, andavamo a trovarlo mentre lavorava e lui ci dava “la raspo” da mangiare  con “el guarduli”, cioè quelle escrescenze esterne alla superficie della forma che venivano tagliate.  Così la “furmagio” risultava più regolare e poteva essere pulita meglio.

I cambiamenti nella società talamonese

Queste note, desunte da ricordi, in cui qualcuno forse può ritrovarsi, vogliono essere uno spaccato di vita talamonese: quella che ruotava intorno alle latterie  verso la metà del secolo scorso e negli anni precedenti. Il progredire della società ha provocato grandi cambiamenti anche, e forse soprattutto, nella vita contadina, facendo scomparire i piccoli allevatori. La mucca, che è sempre stata un supporto e un bene prezioso, che serviva a mantenere la famiglia, ha perso valore,  sostituita da altri tipi di lavoro più redditizi. In questo modo sono stati abbandonati anche molti lavori legati all’allevamento e all’agricoltura. E su questo tema il discorso potrebbe essere molto lungo, ma non è questo né il luogo né il momento per approfondirlo.

Oggi i piccoli allevatori sono pochissimi e questo ha provocato la chiusura della latterie sociali, sorte per sostenerli.

Quindi non ci resta che  richiamare alla memoria questi avvenimenti, per non dimenticarli,  perchè fanno parte del nostro vissuto comunitario  venendo noi da quel tipo di organizzazione sociale. Queste sono le nostre radici e per ricordarle dobbiamo scrivere  di loro, metterle nero su bianco, anche per tramandare ciò che i nostri vecchi hanno saputo costruire.

Nel nostro caso, le latterie sociali, che hanno dato fama al nostro paese  e hanno creato benessere per i soci e per “i talamun”, in tempi più duri di quelli odierni.

Lascio quindi ai nostri giovani, se lo vorranno, il  compito di approfondire il tema “latterie talamonesi”.

ndr (Tutte le fotografie inserite nell’articolo sono puramente a scopo figurativo, non si riferiscono a personaggi di Talamona)

CENERENTOLA , UNA FIABA IN TEATRO

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TALAMONA 25 gennaio 2014 spettacolo al teatro dell’oratorio

La storia la conosciamo tutti, avendoci fatto sognare da bambini. Una ragazza, orfana di madre, si ritrova presto orfana anche di padre e in balia della donna che nel frattempo quest’ultimo ha sposato e delle sue figlie viziate, egoiste e malvagie che la riducono ad uno stato di servitù fino al provvidenziale ballo e all’incontro con il principe. Una storia della quale esistono più versioni. In alcune il padre di Cenerentola non muore ma si fa complice più o meno consapevole delle cattiverie della matrigna e delle sorellastre. Una storia di cui si è appropriato il cinema (d’animazione e non) il teatro dell’opera, il balletto classico, il teatro classico. Una storia che ha dato luogo a diverse rivisitazioni (cinematografiche) in chiave moderna è che è stata presentata, con manzoniani stratagemmi, anche come vera (esemplare da questo punto di vista la pellicola del 1998 intitolata LEGGENDA DI UN AMORE CINDERELLA con Drew Barrymore nella parte della protagonista e Leonardo Da Vinci al posto della fata madrina, pellicola in cui la storia viene raccontata, con non poche licenze, ambientandola in Francia nel XVI secolo, durante il regno di Francesco I). Questa sera alle ore 21 al piccolo teatro dell’oratorio la compagnia Buglio in Monte ha voluto offrire un’ulteriore sfumatura a questa fiaba immortale raccontandola attraverso il teatro dialettale. Uno spettacolo a scopo benefico a favore del gruppo della gioia attivo da molti anni nel campo del volontariato sociale a favore di bambini diversamente abili ed anziani. Uno spettacolo che ha richiesto molto impegno e una lunga preparazione. Uno spettacolo che è un mix tra una commedia dialettale (recitata in parte in dialetto e in parte anche in italiano soprattutto per quanto riguarda le parti cantate) e un musical coloratissimo e vivacissimo che comprende anche un coro sotto il palco come nel teatro greco, ma nel contempo elementi assolutamente moderni come l’iterazione degli attori col pubblico che in questo modo diventano parte integrante della scena. Uno spettacolo all’interno del quale, oltre ai classici personaggi della fiaba ne troviamo altri singolari (la marchesa di Case Barri, il conte di Casa Giovanni, la nobile di Ursin eccetera tutti invitati al ballo del re). Uno spettacolo ricco delle più varie citazioni musicali (dalle canzoni dello zecchino d’oro alle arie della AIDA passando per NEL BLU DIPINTO DI BLU di Domenico Modugno, la colonna sonora di BALLA COI LUPI e LA MARCIA DI RADEZKY). Uno spettacolo che ha saputo divertire grandi e piccini stemperando l’atmosfera fiabesca con non poche sfumature comiche fino all’immancabile lieto fine.

Antonella Alemanni

QUANDO NON C’ERA LA LAVATRICE

Lavandaie al lavoro

Lavandaie al lavoro

SAPONE, DETERSIVI E LAVAGGI CON METODI ARTIGIANALI

Quando non c’era la lavatrice i panni venivano lavati nelle fontane o nei lavatoi comuni dove si recavano cioè più donne ognuna portando con se i propri panni e dove il tempo fra un lavaggio e l’altro passava chiacchierando. Dato che non si disponeva degli odierni detersivi per smacchiare il bucato (lenzuola, indumenti, biancheria) si usava la cenere che rimaneva come residuo dopo la combustione del legno nei focolari e che veniva macerata in bacinelle di acqua calda dopo averla separata, con l’ausilio di un setaccio, dal carbone di legna. Si sciacquava quindi il bucato nelle fontane e nei lavatoi poi li si immergeva nella cenere e poi si risciacquava di nuovo per togliere i residui e poi si metteva il tutto ad asciugare.

 

 

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Le coperte venivano sottoposte ad un trattamento diverso. Le si immergeva in acqua più volte strofinando ogni volta le macchie abbondantemente.

I panni più piccoli venivano lavati in casa con sapone artigianale. Li si insaponava e li si lasciava al sole.

 

 

M° Lorenzo Vigna, detto  "Il Maggiora", Lavandaie al Naviglio, acquerello

 Lorenzo Vigna, detto “Il Maggiora”, Lavandaie al Naviglio,
acquerello

 

Il sapone veniva fabbricato utilizzando le interiora e le ossa degli animali di casa (soprattutto del maiale) quando morivano oppure venivano uccisi per consumarne la carne. Le interiora e le ossa venivano messe in infusione nell’acqua fredda con la soda caustica fino ad ottenere una poltiglia che veniva fatta bollire per 2-3 minuti finchè assumeva una consistenza gelatinosa. Il tutto veniva poi messo in uno stampo e lasciato indurire al sole fino a che non assumeva una colorazione color caffelatte o marrone a seconda del tempo più o meno prolungato dell’esposizione. Le forme di sapone venivano tagliate con grossi coltelli. Il sapone così prodotto veniva usato sia per il bucato che per l’igiene personale. A volte veniva aromatizzato aggiungendo alla poltiglia erbe aromatiche olio e glicerina.

 

 

Antonella Alemanni

SUONATE PER LE FESTE

TALAMONA 7 dicembre 2013 concerto della filarmonica presso la palestra comunale

DUE BANDE UNITE IN UN UNICO CONCERTO PER SALUTARE INSIEME L’ARRIVO DEL NATALE

Quest’anno, per il tradizionale concerto d’inverno,alla palestra comunale alle ore 21, la filarmonica di Talamona ha voluto fare le cose in grande invitando ad allietare la serata degli affezionati talamonesi anche un’altra banda, il corpo musicale Giuseppe Verdi proveniente dalla provincia di Como precisamente da Anzano del Parco, e dividendo dunque il concerto letteralmente in due parti. Il corpo musicale Giuseppe Verdi è stato creato nel 1922 e inizialmente intitolato ad un’antica famiglia di Anzano: gli Ortelli.  Nel 1970, la denominazione venne mutata e la banda prese il nome di “Giuseppe Verdi”, con regolare statuto. I 90 anni di attività, di crescita e di soddisfazione sono segno non solo della passione per il suono, ma anche di impegno civile e sociale. Suonare nella Banda è un momento di forte aggregazione che favorisce lo scambio di opinioni, di idee e di conoscenze, perché ancora oggi la Banda sotto la passione per la musica riunisce diverse generazioni, uomini e donne, ragazze e ragazzi di diverse età. Dal 2009 i ragazzi provenienti dalle scuole primarie di Anzano e dintorni si sono costituiti in una banda giovanile che può contare anche su una scuola estiva di formazione musicale. Ma è soltanto nel corso della seconda parte della serata che il pubblico ha potuto conoscere bene gli ospiti. Come vogliono le regole della buona educazione, il compito di iniziare il concerto è spettato ai padroni di casa che, sotto l’egida del maestro Pietro Boiani, hanno proposto quattro brani magistralmente eseguiti ed efficacemente presentati. Il primo brano si intitola NOBLES OF MYSTIC SHIRE ed è una marcia del compositore americano John Philip Sousa il quale, dopo essere stato violinista nell’orchestra di Offembach, in turneè negli USA dal 1876 al 1877 divenne direttore d’orchestra della marina americana. Questo suo nuovo incarico lo portò a dedicare gran parte delle sue composizioni al genere della marcia (tra le sue più famose THE STARS AND STRIPES FOREVER, THE WASHINGTON POST e HAND ACROSS THE SEA) fino a diventare il re indiscusso di questo genere che ben si presta all’esecuzione anche da parte degli organi bandistici grazie ai raffinati arrangiamenti di Frederick Fennel. Il brano eseguito questa sera è stato composto da Sousa nel 1923 ed è caratterizzato da un forte stile orientale e dal fatto che è l’unico tra i 120 brani composti in tutto da Sousa ad avvalersi anche dell’arpa. Il secondo brano è stato PRIMA SUITE IN MIb di Gustav Holt, compositore inglese vissuto tra il 1874 e il 1934 e che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica per fiati. Con questo brano, composto nel 1909, ha sancito la strumentazione che le bande avrebbero usato da allora sino ai giorni nostri. Stranamente mai eseguito fino al 1920 è un brano che si caratterizza per eleganza e fascino pur mantenendo una grande semplicità e trasparenza. I temi utilizzati, sempre identificabili, vengono proposti in diverse forme utilizzando tutti i colori che l’organico di una banda può offrire. In particolare questa sera la banda ha proposto il primo movimento di questo brano, la Ciaccona. Il terzo brano è stato BROOKSHIRE SUITE  di James Barnes, un altro compositore che molto sta lasciando alla musica per banda. Questo suo brano in particolare si caratterizza per lo stile complessivo perfettamente adatto agli strumenti a fiato, scandito da tre movimenti in tre diversi stili. Il primo è quello denominato fanfara e marcia e introduce il brano con carattere marziale, facilmente accostabile allo stile delle formazioni bandistiche. Il secondo denominato piccola canzone jazz avvicina in maniera elegante la banda allo stile swing. Il terzo tempo, denominato fuga propone appunto la forma tipica della fuga, con un tema introdotto dalla sezione delle trombe e ripreso in seguito come imitazione dalle altre sezioni. L’ultimo brano proposto dalla filarmonica di Talamona è stato HOLLYWOOD MILESTONES un coktail di colonne sonore famose di altrettanti famosi film (per citare solo alcuni titoli LO SQUALO, RITORNO AL FUTURO, LA BELLA E LA BESTIA, MOMENTI DI GLORIA, FORREST GUMP, ET, INDIANA JONES, STAR TREK, APOLLO 13, LOVE STORY). A questo punto il testimone è passato al corpo musicale Giuseppe Verdi diretto, dal 2008, da Chiara Tagliabue, impegnatissima anche nel tenere corsi di formazione per insegnare ai bambini di classe terza e quarta elementare di Anzano a suonare il flauto (un corso che si concluderà con un’esibizione dei bambini il prossimo sabato il 14 dicembre) che questa sera ha proposto altri quattro  brani suonati altrettanto magnificamente, ma con una certa carenza per quanto riguarda le presentazioni, un modo invece utile secondo me per entrare in modo più approfondito nel vasto mondo della musica. Il primo si intitola HIGHLAND CATHEDRAL di Michael Korb arrangiata da Siegfried Rundel.  Il secondo brano si intitola CHORAL AND ROCK OUT un brano melodico composto da due tempi del compositore olandese Henk Van Lijnshooten meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ted Huggens che si ispira, nel comporre questa armonia, ai motivi della musica classica. Il terzo brano si intitola CONTEST MUSIC di Lorenzo Pusceddu, originario, come si può intuire, della Sardegna, direttore della banda della sua città che ha al suo attivo più di trecento brani e tiene corsi formativi per giovani musicisti. Il brano eseguito questa sera è articolato in tre variegati momenti che lo rendono adatto come brano da concorso. Il quarto e ultimo brano previsto in programma si intitola JESUS CHRIST SUPERSTAR composto da Andy Lloyd Webber ed è ispirato alle vicende dell’ultima settimana di Gesù alla passione alla morte, alla resurrezione. Abbinata ai testi di Tim Rice quest’opera ha come punto di forza l’originalità di essere narrata dal punto di vista di Giuda Iscariota e di proporre una sorta di confronto ideologico tra i due personaggi principali. Al termine dell’esecuzione di questo brano la banda di Anzano ha voluto ringraziare la nostra filarmonica e il nostro comune per averla ospitata il sindaco di Anzano Rinaldo Meroni e la presidentessa Giovanna Marchetti. Un momento di scambio di piccoli regali, ma anche di impressioni e di emozioni relative a questa serata con interventi anche del presidente della nostra filarmonica Stefano Cerri e del maestro Pietro Boiani, interventi volti a sottolineare la positività di questa serata e il ruolo molto importante che la musica può avere nella formazione dei giovani. Prima di concludere la serata c’è stato il tempo per l’esecuzione, da parte del corpo musicale Giuseppe Verdi di altri due brani. Il primo THE STAR WARS SAGA altro non è che la famosa colonna sonora dei film altrettanto famosi di George Lucas. Le musiche sono state composte da John Williams e sono state presentate questa sera con l’arrangiamento di Mike ? . Si tratta di un miscuglio dei vari brani delle varie puntate della saga. Il secondo brano invece si intitola WHITE CHRISMAS uno dei brani natalizi più famosi che non poteva certo mancare in occasione di un concerto organizzato in prossimità delle feste natalizie. Il brano è stato scritto da Irving Berling e ne sono circolate nel corso del tempo diverse versioni e traduzioni tra cui l’italiana BIANCO NATALE. Il suo autore quando la compose si convinse da subito di aver scritto la sua migliore canzone. L’incisione più famosa del brano è quella di Bing Crosby del 1942 che nel 1943 si classificò come migliore canzone di un disco che risulta ancora oggi il più venduto nella storia della musica e che dal 1942 ad oggi non è mai uscito di produzione. E con questo ultimo brano si è concluso questo ricchissimo e variegato doppio concerto che ha sicuramente regalato al pubblico accorso una serata indimenticabile.

Antonella Alemanni