LA GIOCONDA

 Leonardo da Vinci,  "Ritratto di Monna Lisa del Giocondo" (La Gioconda) 1503-1506 olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Louvre.

Leonardo da Vinci, “Ritratto di Monna Lisa del Giocondo” (La Gioconda) 1503-1506 olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Louvre.

“Nel ritratto della cosiddetta Gioconda, la nobildonna guarda allo spettatore col busto di tre quarti sfuggente verso il fondo. Lo stilobate, caro ai pittori fiorentini non forma parapetto, ma chiude la loggia in cui ella siede; e una colonna del loggiato si profila ai margini del quadro, che ha per sfondo uno scenario fantastico di Dolomiti e di acqua. Le increspature delle maniche con i serpenti meandri, le semidisciolte catenelle della chioma, i ritorti fili di luce correnti sulle pieghe, le fluide ondulazioni delle carni, stabiliscono una sottile rispondenza armonica tra la figura e lo sfondo fantastico. Quel paesaggio […] sembra creato per la figura che in esso vive.

(Adolfo Venturi 1924)

La Gioconda, uno dei più famosi quadri del mondo, fu dipinto da Leonardo da Vinci tra 1503-1514 circa, e presentato nel 1517 in Francia, al cardinale Luigi di Aragona. Il dipinto raffigura una semplice donna fiorentina. La particolarità che rende questo quadro prezioso e unico è che da qualsiasi punto di vista venga guardato, osservando lo sguardo della donna, essa sembra che “ci segua”.

L’autore, Leonardo da Vinci nacque il 15 aprile 1452, a Vinci e si trasferì a Firenze nel 1465. Inizialmente lavorò per tredici anni presso la bottega di Andrea Verrocchio, dirigente di una scuola d’arte. Qui Leonardo emerse anche come scultore, intraprese studi di anatomia, botanica, ingegneria.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Cloux, presso Amboise. Tutta la sua opera creativa è impressa dalla sua convinzione sull’esistenza di un equilibrio, di un’armonia universale, sicuramente presente anche nell’apparente caos della fine del mondo, caos magistralmente rappresentato nei dieci disegni con il tema del “Diluvio”.

Descrizione del quadro: il ritratto “La Gioconda” mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell’epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa ha un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo’ di sciarpa. 

Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è possibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, leonardo aggiunse un impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo. La straordinaria naturalezza de personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e “araldiche” dei predecessori, fa di questo quadro una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.

Curiosità:

Il ritratto La Gioconda è una delle opere più copiate della storia dell’arte. Nel 1911, il quadro fu rubato, e il poeta Appolinaire sospettato di complicità fu arrestato. Due anni dopo l’opera fu ritrovata a Firenze, in possesso di Vincenzo perugia, ex impiegato del museo del Louvre. Sicuramente il furto contribuì alla nascita e all’alimentazione del mito della Gioconda: dalla cultura più alta, per pochi eletti, la sua immagine entrò decisamente nell’immaginario collettivo.

Marta Francesca Spini (studentessa, scuola secondaria di primo grado)

(con la collaborazione di Lucica Bianchi)

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THOMAS BECKET

G.  A B R A M – C O R N E R

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Era il 1155 quando Enrico II Plantageneto re d’Inghilterra, discendente da Guglielmo il Conquistatore, nominò Thomas Becket suo cancelliere, la più alta carica dello stato dopo quella del re.

Thomas era nato nel 1118 a Londra, figlio di mercanti, e dopo aver studiato ad Oxford, Londra e Parigi, aveva raggiunto grande fama di giurista e magistrato e nell’assumere la nuova carica, manifestò un’assoluta devozione agli interessi della corona.

Sir Thomas Becket

Sir Thomas Becket

Ora accadde che nel 1161 morì l’Arcivescovo di Canterbury, ed Enrico pensò di elevare a questa importantissima carica il suo fidato cancelliere, allo scopo non troppo nascosto di esercitare un controllo sugli uomini della Chiesa, che già in passato gli avevano dato notevoli preoccupazioni, esercitando costoro una giurisprudenza canonica indipendente e parallela a quella laica, sottraendo al re potere e prestigio. 

Thomas Becket divenuto Arcivescovo di Canterbury e nuovo Primate d’Inghilterra, dopo aver consegnato al re il sigillo di stato, indispensabile per la convalida di un qualsiasi documento e simbolo della totale fiducia di cui godeva presso il sovrano, dichiarò che da quel momento egli avrebbe difeso unicamente gli interessi della Chiesa, in ogni caso e a qualsiasi prezzo.

Forse Enrico non era un gran conoscitore di uomini, forse sopravvalutava il debito di riconoscenza che Becket avrebbe dovuto nutrire verso di lui, sta di fatto che gli attriti fra l’Arcivescovo e il sovrano iniziarono subito. Infatti accadde che Becket, invocando il privilegio che gli usi e la tradizione riconoscevano agli ecclesiastici, sottrasse al tribunale civile un prete colpevole di omicidio, giudicandolo secondo il diritto canonico. Il re reagì a quella che lui riteneva una provocazione, facendo approvare da nobili e prelati conniventi un documento: gli Statuti di Clarendon, in cui veniva sancita la supremazia del potere civile del re sul clero cattolico.

Ora avvenne che l’Arcivescovo di Canterbury sottoscrisse il documento, manifestando di accettare la nuova “Costituzione”, ma allorché il Papa Alessandro III la condannò apertamente, Becket, in obbedienza a Roma si sentì in dovere di ritrattare la propria approvazione, e questo fu percepito dal re come un tradimento.

Da tutto ciò derivò una lunga contesa, un braccio di ferro fra potere laico e religioso che costrinse Becket alla fuga dall’Inghilterra ed al suo successivo ritorno attraverso la mediazione del re di Francia.

Ma tutto questo era solo il primo atto della tragedia che si compì allorché l’Arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, rientrato nella pienezza dei suoi poteri, lanciò la scomunica contro i vescovi che si erano schierati a suo tempo col re, a danno della Chiesa, sicuramente su pressione della curia romana, la quale era ben lontana dall’aver compreso la reale situazione politica inglese e che pensava di imporre le proprie condizioni col solo peso della sua autorità.

Ormai fra il re e l’Arcivescovo si era scavato un solco profondo di disgusto, incomprensione ed odio, e la molla della congiura che sarebbe stata fatale a Becket, furono le parole di Enrico pronunciate in un momento di sconforto:”sono ben disgraziato, se fra tanta gente che io mantengo non ve n’è una che sappia vendicarmi degli affronti che ogni giorno ricevo da un miserabile prete”. Non era né un mandato, né un invito ad uccidere, bensì un amaro sfogo, ma ci fu chi lo raccolse e lo mise in atto.

Era il terzo giorno dopo Natale dell’anno 1170 quando quattro nobili: Reginaldo Fitzurse, Guglielmo Tracy, Ugo de Morville e Riccardo Brito uccisero a colpi di spada Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury durante gli uffici funebri, sui gradini dell’altare, senza che alcuno corresse in soccorso dell’Arcivescovo.

Il dramma di Becket destò orrore in tutta Europa, sia per la modalità sacrilega del delitto, sia per l’autorità di cui godeva il prelato, e l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio gravò a lungo su Enrico II, anche se nessuna prova concreta della sua connivenza coi congiurati venne mai alla luce.

Questo fatto di sangue, come tutti i delitti politici, fu inutile e dannoso per entrambe le parti, per la Chiesa che perse un uomo di grande valore, e per la monarchia che vide di molto scemare il suo prestigio ed autorità.

Enrico tentò di riparare al danno, non si sa se con sincero rimorso e pentimento, con comportamenti distensivi, digiuni e perfino infliggendosi castighi corporali, che però mai cancellarono il sospetto della colpa.

La tragedia ispirò poeti come Thomas Eliot, e musicisti come Ildebrando Pizzetti, che fecero di Becket il simbolo della resistenza cattolica all’assolutismo politico delle monarchie nascenti.

Molti si chiederanno come potesse un laico come Becket diventare Arcivescovo di Canterbury. Ebbene quando la necessità politica lo esigeva, la carriera ecclesiastica poteva diventare fulminea, e nessuno stava a cavillare sull’autenticità della vocazione, né sull’intensità della fede, né sulle qualità morali del soggetto.

AFORISMA. Solo i deboli di intelletto ricorrono alla forza per far valere le loro verità.

G. Abram, “Il trionfo di Kaino“, Ediz. El Tiburòn, Sondrio, luglio 2004

Pubblicato online dal giornale “I tesori alla fine dell’arcobaleno”, per gentile concessione dell’autore.

L’ARTISTA AL LAVORO

ESPERIENZE PERSONALI E IMMAGINAZIONE

Molti letterati, molti pittori e anche molti musicisti elaborano avvenimenti, sentimenti e situazioni che hanno vissuto in qualche particolare momento. Per fare due esempi, il poeta inglese William Wordsworth (1770-1850) che sentiva appassionatamente la natura, cristallizzò in alcune intense poesie, fugaci ma fortissime sensazioni procurategli dal paesaggio.

Immagine” Il mio cuore esulta quando ammiro un arcobaleno nel cielo:

così è stato quando la mia vita è cominciata;

così è adesso che sono un uomo;
 
Che sia così quando invecchierò,
 
o lasciatemi morire!
 
Il Bambino è Padre dell’Uomo:
 
vorrei che i miei giorni fossero
 
legati l’uno all’altro dall’affetto naturale.”
 
                                                                                             William Wordsworth, POEMS
 

La preoccupazione, che per tutta la vita accompagnò Emile Zola (1840-1902), per le condizioni infelici dei poveri in Francia verso la metà del XIX secolo traspare da quasi ogni riga del suo romanzo “Germinal”: egli tratteggiò un quadro cupamente realistico della povertà sostenendo essere quella la causa ( e non l’effetto, come molti credevano) della pigrizia, dell’ubriachezza e del vizio.

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Emile Zola con i suoi figli Denise e Jacques

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Il romanzo “Germinal”, prima edizione originale, 1885

Come quella di molti grandi artisti, quella di Zola mostra un’intensità che non è solo di sentimento ma anche di pensiero.

L’intensità di pensiero e di sentimento non conduce però necessariamente all’arte realistica: molti artisti scelgono infatti ambienti di fantasia, ma comunque nelle loro opere si ritrovano continui riferimenti al mondo reale. Nel racconto “Nella colonia penale“, Franz Kafka (1883-1924) descrive diffusamente la “macchina di punizione” di un innominato campo di detenzione. Nel 1919, quando fu pubblicata, la storia deve essere parsa assolutamente e puramente fantastica, ma oggi, decenni dopo la liberazione dei campi di concentramento nazisti, suona quasi come un resoconto reale.

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Lo scrittore Franz Kafka

A volte l’artista non ha coscienza diretta di cosa ispira la sua opera. Un breve racconto dello scrittore inglese Joyce Cary (1888-1957) ha per protagonista una ragazza dal viso pieno di rughe; lo stesso Cary era colpito dal fatto che non poteva descrivere il volto della ragazza senza le rughe, anche se parecchio tempo dopo che il racconto era terminato, ricordò improvvisamente che una volta aveva visto una ragazza proprio così.

In conclusione, sia la sua esperienza ricordata consciamente o inconsciamente, che l’ambiente scelto, realistico o fantastico, portano l’artista a rispecchiare la propria esperienza personale, così come il tipo di comunità in cui vive e il modo di pensare, di agire, di guardare della gente che lo circonda.

PROGETTAZIONE E IMPROVVISAZIONE 

Il compositore belga Cesar Franck (1822-1890) iniziava spesso il lavoro preparando la forma “architettonica” della composizione, che solo in un secondo momento rivestiva dell’aspetto melodico.

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Il compositore Cesar Franck

Analogamente si comportava il poeta irlandese W.B.Yeats(1865-1939), annotando le sue idee in prosa prima d’iniziare la composizione in versi.

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Il poeta W.B.Yeats

Al contrario, Franz Schubert (1797-1828) scrisse sei dei motivi della “Winterreise”in una sola mattina, e il poeta russo Aleksandr Puskin (1799-1837) compose di getto e con grande sveltezza enormi quantità di versi che sottoponeva poi a un’accurata selezione.

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                                                                                                                       Il compositore Franz Schubert                                                                                                                                                                                                                                                        

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Lo scrittore Aleksandr Puskin

Di questi quattro esempi, i primi due illustrano un’inconsueta progettazione. Gli ultimi due un’attività creativa straordinariamente intensa cui si dà talvolta il nome di ispirazione”. Gli artisti che lavorano solo attraverso l’ispirazione, spesso credono di essere posseduti da una specie di forza soprannaturale che opera per loro tramite. Questa convinzione può giovare all’artista se gli dà il coraggio di lavorare nonostante i dubbi e le avversità, ma certamente può nuocergli se lo priva del senso critico nei riguardi della propria opera.

Il nostro secolo, inoltre, ha visto nascere nuove forme d’arte, ad esempio il cinema, dove la realizzazione di un film richiede la massima collaborazione fra artisti e tecnici, collaborazione che risulterebbe impossibile senza una vasta progettazione preventiva.

                                                                                                                                                                                                             Lucica

PRIMA GUERRA MONDIALE. EVENTI MILITARI NEL 1914

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Europa nella Prima Guerra mondiale 1914. Le frecce indicano le strategie d’attacco della Germania e l’Austro-Ungheria

I piani. L’iniziativa strategica  che segnò nel 1914 l’inizio della guerra fu presa dal comando militare tedesco, che in pratica controllava quello di Vienna, mentre nell’altro schieramento non esistevano né direzione di guerra comune, né, tanto meno, un comando unico. Il piano che il generale von Moltke (capo di SM tedesco e nipote del vincitore delle guerre del 1866 e del 1870) aveva ereditato dal suo predecessore von Schlieffen affidava alle deboli forze del comando di von Prittwitz nella Prussia Orientale e agli Austro-Ungarici l’incarico di contenere i Russi, mentre lo sforzo principale sarebbe stato operato immediatamente verso la Francia.

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Generale Alfred Graf von Sclieffen

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Generale  Helmuth Johannes Ludwig von Moltke

Il generale Joffre, autore del piano di difesa francese, aveva il comando dell’esercito francese. Nei riguardi dei Russi alleati, vi era soltanto un accordo di massima per il quale essi avrebbero attaccato non appena possibile nella Prussia orientale con il massimo dei mezzi per alleggerire la pressione tedesca sul fronte francese: il piano russo (affidato al granduca Nicola) era quindi subordinato a quello francese. Il piano austro-ungarico invece, prevedeva l’eliminazione rapida della Serbia e un attacco alla Russia dalla Galizia.

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Generale Joseph Joffre

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Granduca Nicola di Russia

Appena dichiarata la guerra ed iniziata la mobilitazione, il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La mobilitazione delle forze russe avveniva invece molto lentamente per la scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie. Così la Germania poté riversare tutte le sue forze contro la Francia, per cercare di sconfiggerla rapidamente e poi dirigere contro la Russia sul fronte orientale. Per poter effettuare questo piano della guerra lampo, la Germania doveva evitare le potenti fortificazioni francesi costruite sul suo confine: perciò l’esercito tedesco invase il Belgio, che era neutrale, per assalire le truppe francesi alle spalle.

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L’entrata delle truppe tedesche in Bruxelles

I tedeschi dopo un mese di aspri combattimenti, giunsero a quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna furono bloccati e respinti alla fine di una battaglia durissima.

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Mappa della prima battaglia della Grande Guerra – Fiume Marna, 5 settembre-12 settembre 1914

La non prevista resistenza ostinata dei Francesi fa fallire ben presto l’illusione della guerra lampo.

Questo succede perché scavando delle trincee e attendendo l’assalto del nemico il difensore è fortemente avvantaggiato sull’attaccante. Gli assalti ,infatti, sono ancora effettuate dal fante armato di fucile, che attacca  le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea e protette da un riparo ben munito.

Dopo la battaglia della Marna le truppe tedesche e franco-britanniche si fronteggiarono lungo una linea che andava dalla Manica alla Svizzera. La guerra di movimento si trasformò in guerra di posizione. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, sotto le intemperie, su un fronte praticamente fermo.

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La Germania attacca sul fronte orientale. Nel frattempo a oriente, l’esercito tedesco riuscì ad occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei combattenti. L’offensiva austriaca in Galizia venne arrestata dai Russi, i quali iniziarono qui una vigorosa controffensiva, obbligando il nemico tedesco ad abbandonare la zona, ripiegando sulla catena montuosa dei Carpazi. Nonostante il contrattacco del generale tedesco Mackensen (novembre-dicembre), il fronte si stabilizò sulla linea Memel-Gorlice, a occidente di Varsavia.

Sul fronte navale il primo scontro fra navi tedesche e inglesi si ebbe presso Helgoland il 28 agosto, e la battaglia si risolse a favore dell’ammiraglio inglese Beatty. Nel Pacifico occidentale la squadra tedesca di crociera di von Spee inflisse una dura sconfitta al largo di Coronel (1 novembre) alla squadra inglese di Cradock, ma fu poi annientata nelle battaglie nelle isole Falkland (8 dicembre)

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Vice-ammiraglio Maximilian Reichsgraf von Spee

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Contrammiraglio Cristopher George Cradock

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Mappa della battaglia di Coronel. In rosso sono indicate le navi inglese, in blu quelle tedesche.

Risultati. Alla fine del 1914, anche se il piano  di Moltke non era andato a buon fine, il territorio tedesco era stato tuttavia preservato dalla temuta invasione russa, anzi le truppe germaniche occupavano a occidente parte del Nord della Francia. Quanto all’Austria, il suo esercito non riusci a venire a capo della resistenza della Serbia, che anzi, dopo le vittorie del Cer in  Bosnia, e di Rudnik, liberò il suo territorio e riprese Belgrado (13 dicembre). I tedeschi persero a opera dei Giapponesi i possedimenti del Pacifico (caduta di Chiao-chou), il 17 novembre. La Francia era riuscita a fermare l’invasione tedesca, ma la perdita di una parte essenziale del suo territorio aveva diminuito il suo potenziale umano ed economico all’inizio di una guerra di cui non si intravedeva la fine, e che avrebbe richiesto sforzi senza precedenti.

                                                                                                                                                                 Lucica

LO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE. EVENTI POLITICI NEL 1914

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Foto: Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale

La guerra che scoppiò nel 1914 fu un avvenimento nuovo nella storia dell’umanità, perché fu la prima guerra “mondiale”, una guerra che  vide lo scontro di tutti i grandi Stati, che impegnarono le capacità produttive dell’industria moderna e le risorse della tecnica per preparare strumenti di offesa e difesa. Fu una guerra di massa, combattuta per terra, per mare e nell’aria, con impiego di armi mai usate prima(carri armati, aerei, sommergibili), e con il ricorso a nuovi mezzi di lotta: economica e psicologica. Venne combattuta dai belligeranti fino all’esaurimento delle forze, le vittime e i danni andarono ben oltre qualsiasi calcolo previsto, e finì con l’apportare radicali sconvolgimenti  all’economia internazionale, aprendo così la via a ripercussioni e conseguenze che durarono a lungo anche nel dopoguerra.

Causa occasionale della guerra fu l’assassinio dell’arciduca ereditario dell’Impero Austro-Ungarico Francesco Ferdinando e della consorte, avvenuto a Sarajevo il 28 Giugno 1914. L’Austria d’accordo con la Germania, attribuì al governo serbo la responsabilità dell’eccidio, e indirizzò a Belgrado il 23 Luglio un ultimatum con richieste inaccettabili.

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Foto: Corriere della Sera, Annuncio dell’eccidio di Francesco Ferdinando e della moglie Sofia.

Le dichiarazioni di guerra. La risposta serba all’ultimatum (25 Luglio), pur non essendo provocatoria, ma comunque accompagnata da una  mobilitazione generale dell’intero esercito, non accontentò l’Austria che dichiarò guerra alla Serbia(28 Luglio), prima che venisse formulata una qualsiasi proposta di mediazione voluta dall’Inghilterra. Nei giorni seguenti, il meccanismo degli accordi internazionali portò ad una rapida generalizzazione del conflitto.

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Foto: Corriere della Sera, Dichiarazione di guerra da parte d’Austria alla Serbia

La tesi tedesca, secondo la quale la guerra fosse un questione esclusivamente austro-serba, non poteva essere accettata dalle altre potenze, e i vari tentativi di mediazione per scongiurare il conflitto rimasero infruttuosi. Dopo che anche i Russi mobilitano il loro esercito (ostile all’Austro-Ungheria), la Germania dichiarò guerra alla Russia (1 Agosto alle ore 19.10) e alla Francia (3 Agosto alle ore 18.45). A sua volta la violazione della neutralità del Belgio e del Lussemburgo, avvenuta da parte delle truppe tedesche invadendo questi territori, vinse le ultime esitazioni inglesi, che dichiararono guerra alla Germania (4 Agosto).

I belligeranti del 1914 compresero dunque: da una parte, la Germania e l’Austro-Ungheria; dall’altra, la Serbia, il Montenegro, la Russia, la Francia, il Belgio e l’Inghilterra, a cui si aggiunse il Giappone (23 Agosto), alleato dell’Inghilterra, e che sperava di impadronirsi delle posizioni tedesche in Estremo Oriente. Dichiararono invece la loro neutralità, deludendo gli Imperi centrali, l’Italia (3 Agosto) e la Romania. In particolare l’Italia, legata alla Germania e all’Austro-Ungheria dalla Triplice Alleanza, giustificò il suo atteggiamento con la sua mancata consultazione da parte della Triplice e con il carattere aggressivo della guerra. La Germania riuscì però a ottenere l’alleanza della Turchia: già il 10 Agosto due incrociatori tedeschi, il Goeben e il Breslau , che si trovavano nel Mediterraneo, furono accolti nelle acque territoriali ottomane, anche se  la guerra alla Turchia venne dichiarata dagli Alleati soltanto il 5 Novembre.

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Foto: La nave da guerra “Breslau”

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Foto: La nave da guerra “Goeben”

La situazione internazionale

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Foto: L’assetto delle alleanze in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale 

Negli ultimi mesi del 1914, i belligeranti si preoccuparono soprattutto dello sviluppo della macchina bellica tralasciando qualsiasi azione di tipo diplomatico o teso alla ricerca di nuove alleanze . Alcuni paesi, d’altra parte, si trovavano alle prese con difficili problemi interni, resi ancora più complicati dalla guerra: l’Inghilterra con l’applicazione dell’Home Rule (1) in Irlanda, e l’Impero turco con l’agitazione delle sue province arabe. Così pure l’inizio della guerra non permise all’opinione pubblica di misurare l’importanza di fatti rilevanti come l’apertura del Canale di Panama(2) in agosto e l’elezione di papa Benedetto XV, successore di Pio X a settembre.

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Foto: La mappa con il canale di Panama

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(1) Nel Regno Unito, l’Home Rule fa riferimento all’autogoverno, alla devoluzione o indipendenza dei suoi Stati costituenti, inizialmente l’Irlanda, poi Scozia e Galles.

(2) Canale artificiale lungo 81,1 km che unisce l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico.

                                                                          Lucica Bianchi

LO SPIRITO CREATIVO – I PRIMI ARTISTI

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Non sapremo probabilmente mai quando gli uomini cominciarono per la prima volta a cantare e a danzare o a raccontare e a rappresentare avvenimenti che li avevano commossi; i primi uomini che lo fecero, infatti, morirono molto prima che iniziasse la storia scritta. Sappiamo tuttavia per certo che gli uomini cantavano e danzavano già almeno 15.000 anni fa: lo sappiamo perché pitture rupestri all’incirca di quel periodo raffigurano uomini che danzano e cantano.

Quando gli uomini cominciarono a dipingere e a incidere la pietra per rappresentare animali e uomini, lo scopo principale fu quasi certamente quello di fare della magia: essi credevano infatti, o almeno così riteniamo, che gli oggetti che creavano contenessero poteri occulti in grado di dominare gli eventi naturali. Secondo questa credenza, perciò, un cacciatore che disegnava, per esempio, un cervo otteneva una specie di potere su un cervo vero.

Attorno a questi primi dipinti, disegni e graffiti si svilupparono probabilmente serie fisse di parole e di gesti che venivano ripetute in determinate occasioni, dando inizio così al rituale. Insieme, magia e rituale diedero all’uomo il primo impulso a quell’estremo perfezionamento dell’uso della voce, del corpo e della mano che chiamiamo “arte”. Gli uomini preistorici non avevano probabilmente una parola equivalente ad “arte”, ma graffiti e disegni erano semplicemente gli elementi principali della loro magia, sebbene qualcuno fra questi uomini dovesse già ricavare un piacere artistico da ciò che stava facendo. Verosimilmente, nelle primissime forme di questa arte-magia (forse addirittura 90.000 anni fa) c’era il tentativo di imprigionare per sempre delle ombre disegnando i loro profili sulla roccia.

Alcuni esperti ritengono che questi primi tentativi meccanici di disegno possano essere stati garanzie magiche che qualcosa della personalità del loro autore sarebbe sopravvissuta, un impulso che ancora si manifesta nel desiderio dell’uomo moderno di farsi immortalare nel ritratto fotografico o pittorico. In ogni modo, anche se non comprendiamo appieno i motivi che ispirarono quanto l’uomo primitivo ci ha lasciato, possiamo ricavarne piacere e interesse, e anche trarre qualche congettura sul perché della loro creazione.

Alcuni fra gli esempi più suggestivi ed emozionanti dell’arte dell’Età della Pietra si trovano nelle grotte della Francia meridionale e della Spagna settentrionale, nelle cui profondità mai raggiunte dalla luce del giorno, considerate luoghi magici o sacri, gli uomini dipinsero e scolpirono, alla luce vacillante delle torce e penetrati da sacro timore, le raffigurazioni fedeli di bisonti, di cervi e di altri animali. Le bestie devono essere state dipinte per garantire il successo alla caccia, ma accanto a tali raffigurazioni appaiono segni e simboli misteriosi con significato, forse almeno in parte, di mezzi magici intesi ad assicurare alla tribù la nascita di bambini in numero sufficiente a permetterle di sopravvivere. Le pitture scoperte nella grotta dei Trois-Frères nel sud della Francia sembrano dimostrare che i rituali venivano eseguiti contemporaneamente alle pitture: ci sono raffigurazioni di uomini vestiti di pelli e con maschere di animali sul volto che sembrano danzare, cantare, e suonare una specie di strumento musicale; ciò suggerisce l’idea che i nostri antenati possedessero una cultura complessa e molte delle capacità che si svilupparono più tardi in arti distinte.

Il cosiddetto “stregone” dei Trois-Frères, che indossa pelli di animali e porta corna di cervo maschio, presiede a tutte queste pitture di animali e di ballerini. Probabilmente, qualcuno come lui dirigeva le cerimonie con cui si iniziavano i ragazzi della tribù alla caccia o con cui si cercava di garantire che il cibo e la continuità della razza sarebbero stati salvaguardati. Riti simili ottennero sicuramente un certo successo rendendo gli uomini più fiduciosi, più arditi e più audaci di quanto sarebbero stati altrimenti.

Lucica Bianchi

LA REGGENZA E LO STILE LUIGI XV

Luigi XIV morì la mattina del 1 settembre 1715. Il giorno seguente il duca Filippo d’Orleans reclamò la reggenza per diritto di nascita, e i magistrati gliela accordarono per la durata del periodo di minore età del piccolo Luigi XV. Il duca non aveva in simpatia Versailles, ove aveva subito tanti soprusi, e quindi il 9 settembre partì, assieme al futuro re, alla volta della capitale. Versailles subì un grave contraccolpo, poiché la corte, in assenza del re, presto l’abbandonò. La tradizione instaurata da Luigi XIV si interrompeva, un’epoca finiva, e subentrò un clima di rinnovata spensieratezza, verificabile anche nei cambiamenti di gusti e costumi. Dai frequenti contatti con l’Oriente nasce la preferenza per i colori caldi, più chiari e per le sete dell’Estremo Oriente. Era finito ormai anche il tempo del rigido abito della corte francese!
L’epoca di Luigi XV, fu, per la moda, un momento particolarmente felice, l’attenzione e la cura per l’aspetto dei propri vestiti si estese anche ad altri strati sociali della popolazione.
Artisti come Watteau e Chardin ebbero un’influenza considerevole sui gusti: la grazia, la distinzione e la nobiltà furono le qualità che caratterizzarono l’estetica del periodo della reggenza. Il nome di Wateau è praticamente inscindibile dall’abbigliamento, in questi anni di passaggio da un Luigi ad un’altro. Lui influenzò la moda, aprendo la via al stile che diventerà la firma di Luigi XV; egli seppe rinnovare il costume riunendo e interpretando l’eleganza dei due grandi centri del gusto europeo d’allora, l’Italia e Francia. A lui si devono due delle fogge di questo periodo: la robe volante, e la robe a plis Watteau.
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la robe volante

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la robe a plis Watteau

Quest’ultima tipologia assunse nel tempo significati diversi. All’inizio questo tipo di veste era una foggia ampia, lenta, talvolta così lunga da dover essere alzata con una mano o ripresa con delle spille. L’effetto di ampiezza era dato da varie pieghe che, partendo dalle spalle e ricadendo verso il basso, andavano quindi a formare con essa un sol corpo. Anche le maniche avevano una foggia particolare: si ornavano infatti di una ricca plissettatura verticale e, talvolta, nella loro forma più ampia, potevano essere dotate di paramani. Veniva indossato anche un corsetto balenato, realizzato in tela robusta, doppiato e fermato sul mezzo davanti.

puntata curata dalle volontarie dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni