I TEMPLI EGIZI – LE CERIMONIE RELIGIOSE

Il tempio era per una città egiziana un centro spirituale, l’unico edificio destinato a durare per secoli in mezzo alle casupole di mattoni crudi in cui gli Egiziani trascorrevano la loro vita, e che i secoli hanno cancellato.

Oggi, le gigantesche rovine si elevano silenziose, lontane dai centri abitati. Ma dobbiamo immaginarci che una volta erano circondate da grandi città, le cui esistenze trascorrevano in gran parte all’aperto. Tuttavia la folla della gente comune era tenuta lontana dal tempio: esso era protetto da un alto muro che doveva impedire che la purità della casa degli dei venisse contaminata da contatti profani, e che ne faceva un luogo di silenzio e di pace.

Per comprendere l’arte egizia bisogna innanzitutto premettere che essa è di tipo evocativo cioè vuole intendere che ogni disegno o scultura, una volta terminato, vive di vita propria. Questo tipo di concetto è diffuso ancora oggi in molte popolazioni che sono contrarie a farsi fotografare poichè temono di perdere la propria immagine.
L’arte, come tutte le altre cose, vide un certo sviluppo durante gli oltre 3000 anni di storia dell’Egitto. Ad esempio risale all’inizio della II dinastia, il concetto di dipingere le tombe con delle immagini “evocative” invece, prima, alla morte del re, anzichè dipingere venivano uccisi i servitori. Dal Nuovo Regno si iniziano a decorare i soffitti.
Alcune immagini erano puramente simboliche come la rappresentazione dell’inferno che, per gli Egizi, era un luogo dove gli uomini annegavano con le mani legate e la testa tagliata, o come i bambini che sono riconoscibili per la caratteristica “treccia dell’infanzia”. Per indicare il tempo gli artisti prendevano spunto dagli animali più importanti: i babbuini, ad esempio, venivano raffigurati per rappresentare il giorno e la notte. Quando erano seduti indicavano le ore notturne, mentre quelli in movimento il giorno.
Nei templi le immagini sono scolpite in due modi: rilievi emergenti oppure incavi. I rilievi incavi furono introdotti da Akhenaton che li faceva scolpire all’esterno, mentre con Ramses II essi furono realizzati anche all’interno dei templi.
                                                                                                                          

Il faraone Akhenaton, XVIII dinastia, Nuovo Regno.

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 Il faraone Ramses II,in carica dal 1279 a.C.-1212 a.C.

                                                                                                             

Gli Egiziani erano soliti raffigurare le persone in maniera un po’ particolare. Il volto era sempre disegnato di profilo, mentre gli occhi erano raffigurati di fronte. Le spalle sono anch’esse di fronte, mentre le gambe sono disegnate di lato. Delle mani e dei piedi è invece disegnato il dorso, ma entrambe le mani e entrambi i piedi sono destri o sinistri per evidenziare il pollice l’arco del piede. Insomma, sebbene questi disegni possano sembrare maldestri, essi erano fatti per evidenziare le parti del corpo che identificano meglio la persona.
Così anche il colore della pelle era rossastro per gli uomini e biancastro per le donne (forse perchè erano solite rimanere in casa), mentre i Nubiani erano colorati di nero.
I disegnatori egizi non conoscevano la prospettiva per cui la rappresentavano a loro modo mettendo su più strati la stessa scena.
Nel campo della statuaria alcuni preziosi ritrovamenti permettono di risalire alle tecniche usate dagli antichi scultori. Essi, per la maggior parte dei lavori, utilizzavano utensili di diorite, un materiale molto resistente che permetteva di lavorare la renaria (la pietra con cui furono edificati molti templi), il calcare ed il granito. Un esempio su tutti è la statua che 
Chefren si fece costruire interamente in diorite.

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La statua del faraone Chefren, Il Cairo, Museo Egizio.

IV dinastia egizia, incoronazione 2570 a.C.

Per realizzarla furono utilizzati strumenti di dulurite, un materiale ancora più duro della diorite. Questo fa capire di quale abilità e di quali raffinate tecniche erano dotati gli artisti egiziani.
Anche il materiale usato per scolpire un’immagine aveva una sua precisa importanza : la pietra era utilizzata per dare all’opera un simbolo di eternità e potenza, mentre il legno veniva scelto per dare un senso di movimento e dinamicità.
Gli antichi Egizi dicevano che la statua veniva fatta per vedere e non per essere vista. Lo scultore era chiamato “colui che tiene in vita”.
Per quanto riguarda lo stile, con Amenofi III si passa da un’arte fine e raffinata, ad una, cosiddetta imponente.

Il faraone Amenofi III, Berlino, Museo Egizio. Incoronazione 1387 a.C. Morte 1348 a.C.,

Il faraone Amenofi III, Berlino, Museo Egizio.
Incoronazione 1387 a.C.
Morte 1348 a.C.,

I piloni dei templi assumono dimensioni enormi, vengono inventati gli obelischi e i templi occupano grandi spazi (vedi il tempio di Karnak, il tempio funerario di Hatshepsut e quello dello stesso Amenofi III che oggi conserva solo due colossi del faraone, e il tempio di Abu Simbel). Di quest’arte grande costruttore è Ramses II le cui costruzioni sono sparse in tutto il regno d’Egitto.
Le statue erano tutte scolpite da un unico blocco da cui si ricavava l’immagine del soggetto. Le spalle e la schiena sono appoggiate ad una colonna che permetteva di apporre le iscrizioni in geroglifico. Le statue che rappresentavano il faraone raccontano del tipo di politica attuata dal faraone stesso. Se infatti il faraone viene rappresentato con le mani chiuse significa che era un faraone forte e potente, mentre se le mani sono aperte vuol dire che era buono con il popolo. Nel caso in cui possedeva una mano chiusa ed una aperta significa che era stato sia forte che buono.
Quasi tutte le statue sono state fatte con la gamba sinistra in avanti. Questa caratteristica, ancora oggetto di discussioni, viene giustificata da alcuni dicendo che rappresenta il riposo militare, altri vedono il significato del valore del cuore nella vita e quindi dell’amore, altri ancora affermano più semplicemente che fu una caratteristica tramandata dal primo artigiano che usava raffigurare i suoi soggetti con la gamba sinistra in avanti, mentre altri la identificano come un segno di azione e quindi di potere. Altra caratteristica delle statue reali è la barba posticcia, che nella realtà non esiste, e che indica se al momento della costruzione del monumento o del sarcofago il faraone era in vita o no. Se la barba posticcia è dritta significa che il faraone era vivo, mentre se è arricciata vuol dire che il faraone era già morto.
Ma non tutte le statue umane sono state fatte in questo modo. Infatti, unica nel suo genere e diffusa solo nell’antico Egitto, vi è uno speciale stile di scolpire l’uomo all’interno di un cubo sulla cui faccia superiore viene posta la testa. Questo tipo si scultura non ha ancora trovato una risposta valida per giustificarne la stranezza.

IL TEMPIO DI ABU SIMBEL

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Situato sulla riva occidentale del Nilo, il tempio di Abu Simbel è di enormi dimensioni: 30m di facciata, 63m di profondità, 20m di altezza per le statua esterne e 10m per quelle interne. Il resto dell’estensione del tempio, che ne caratterizza l’originalità, è stato ricavato dentro la montagna. Originariamente l’ingresso al tempio avveniva dal Nilo, mentre oggi, a causa della costruzione della diga di Assuan, esso è stato smontato e ricostruito fedelmente in una zona più interna e sicura. Abu Simbel fu realizzato da Ramses II tra il 1290 e il 1224 a.C. per mostrare ai Nubiani la sua potenza. Le quattro statue dominanti raffigurano Ramses II ai cui piedi vi sono la moglie Nefertari Meretenmut e altri membri della famiglia. Al di sotto, in una nicchia, vi sono delle statue al confronto minuscole, ma in realtà alte 2 metri, che raffigurano il dio Ra, le dea Maat e lo scettro User (User-Maat-Ra era il soprannome dello stesso Ramses II). All’interno del tempio nella cella, scolpiti nella roccia, sono raffigurati Ptah, Amon, lo stesso Ramses II e Ra. Il tempio fu costruito in modo tale che due volte l’anno,  più precisamente il 21 febbraio ed il 21 ottobre (forse la data della nascita e dell’incoronazione di Ramses II), il sole sorgendo illumini le quattro statue della cella. Questa operazione era permessa dai 24 babbuini scolpiti sopra l’ingresso del tempio che “aiutavano” il sole ad entrare. Davanti all’ingresso del tempio vi è la cosiddetta “stele del matrimonio” che narra delle nozze tra Ramses II e la figlia del re ittita Hattusil al termine della famosa battaglia di Kadesh. All’interno del tempio, sulla parete di destra, vi è una dettagliata raffigurazione (9m x 17m) della lotta tra Egizi ed Ittiti con la rappresentazione di 1100 soldati. Sulla parete opposta, invece, ci sono i due inganni fatti a Ramses II durante la sua marcia verso Kadesh e che gli furono fatali. Con queste rappresentazioni Ramses II intende consolidare la sua regalità facendo credere che, dopo la sconfitta del suo esercito caduto in un’imboscata, lui da solo con l’aiuto di Ra avrebbe sconfitto gli Ittiti.

IL TEMPIO DI KARNAK

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Karnak venne riscoperto all’inizio del XVIII secolo dal capitano Norden e dal reverendo Pococke. Essi ne fornirono i primi disegni e le prime mappe. Fu però la spedizione di Napoleone a dare il via alle esplorazioni e allo studio del sito.
Il tempio di Karnak si trova a Luxor, l’antica Tebe, e viene anche chiamato la fortezza di Amon-Ra. Fu eretto durante la XII dinastia e terminato nell’epoca Tolemaica.
La struttura del tempio è fatta di tre parti: il tempio di Montu (forse risalente addirittura alla III dinastia dell’Antico Regno), il tempio di Amon-Ra e il tempio di Mut (costruito da Amenofi III).
Le prime notizie certe del tempio di Amon-Ra risalgono al faraone Antef II. Il tempio in origine era costituito dal santuario a da altre due sale. Karnak rimase così sino al regno di Thutmosi I che iniziò ad ampliare il tempio grazie all’architetto Ineni. Ineni fece descrivere nella sua tomba di Sheikh Abd el-Gurna le opere realizzate per il suo sovrano tra cui le due cinte (IV e V pilone) che racchiudono il tempio, detto ipet-sut. Ipetsut, “colei che restituisce i luoghi”, era quindi il nome classico del tempio che identificava la zona compresa tra il IV pilone e la sala delle feste di Thutmosi III.
All’interno del tempio, nel “cortile maggiore”, si trovano il tempio di Seti II contenente tre cappelle dedicate ad Amon, Mut e Khonsu e le rispettive barche solari, il chiosco del faraone etiope Taharqo della XXV dinastia, sorretto in origine da 21 colonne, il tempio di Ramses III dedicato ad Amon-Ra , due statue di Ramses II e un pilone eretto da Horemheb ultimo faraone della XVIII dinastia.
Dopo il “cortile maggiore” c’è la “sala ipostila” iniziata da Amenofi III e terminata da Ramses II. Grande circa 5000 mq è composta da 134 colonne che reggono il soffitto.
Il “cortile centrale” contiene uno dei quattro obelischi voluti da Thutmosi I e precede quello che allora era l’ingresso del tempio.
La parte più antica è circondata dal cosiddetto “muro di cinta” di Ramses II decorato da scene che raffigurano il faraone insieme alle varie divinità. Il “piccolo vestibolo”, realizzato da Thutmosi I, contiene un obelisco alto 30m e fatto costruire da Hatshepsut per celebrare la propria incoronazione.
Il tempio termina con il santuario costruito nella XII dinastia e contenente le barche cerimoniali di Amon. Alle sue spalle Thumosi III fece erigere il “grande salone delle feste” suddiviso in tre navate.
All’altezza del “muro di cinta” di Ramses II, il tempio si estende verso oriente dove si trova il secondo tempio funerario di Thutmosi III e il tempio di Ptah iniziato dallo stesso Thutmosi III e terminato dai Tolomei.
Sul lato meridionale del tempio si trova il “lago sacro” e, accanto, lo scarabeo sacro dedicato da Amenofi III al dio Sole.
Inoltre, all’interno del tempio di Karnak, si trovano altre opere tra cui varie statue di faraoni del Medio Regno, il colosso di Amenofi I, due piloni di Horemheb, i resti di un tempio di Akhenaton costruito prima del trasferimento a Tell El-Amarna e altri templi dedicati a Khonsu (figlio di Amon), Opet (madre di Osiride) e Mut (moglie di Amon). Nell’avancorte vi sono statue di Sekhmet.
Oltre il “muro di cinta” sorge il tempio di Montu, dio guerriero con la testa di falco, fatto costruire da Amenofi III su una precedente costruzione voluta da Amenofi II, mentre la cinta che lo racchiude fu edificata nella XXX dinastia. All’interno troviamo il tempio di Harpra, che è di origine etiopica.
Dall’altra parte del tempio di Amon-Ra si trova il tempio di Maat datato alla XVIII dinastia.

IL TEMPIO DI LUXOR

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Il tempio di Luxor, dedicato al ka reale,( Ka era un’espressione per l’energia vitale creatrice e protettiva)  è di dimensioni più modeste rispetto a quello di Karnak, fu fondato da Amenofi III in onore del dio Amon-Ra, della moglie Mut e del figlio Khonsu e fu poi completato da vari faraoni successivi. La parte più antica è costituita dal santuario e dalla sala ipostila alle quali lo stesso Amenofi III aggiunse il cortile con i portici ed il colonnato. I muri del santuario sono coperte di dipinti che vedono Amenofi III intento a rendere omaggio alle divinità. A sinistra del santuario c’è “la camera della nascita di Amenofi III” con le pareti decorate da bassorilievi raffiguranti la madre di Amenofi III che, durante la gravidanza, riceve l’annuncio da parte degli dèi della prossima nascita di un dio.
Altre aggiunte furono fatte da Tutankhamon, Ramses II e Nectanebo. Ramses II, non a caso soprannominato “il costruttore”, fece costruire un grande cortile con un nuovo ingresso contraddistinto dalle tre enormi statue raffiguranti lo stesso Ramses II e da due obelischi. Il cartiglio di Ramses II appare un po’ ovunque anche se sembra molto probabile che sia stato posto su costruzioni realizzate da faraoni precedenti.
All’interno del tempio esiste un piccolo tempio detto “della triade tebana” fatto erigere da Thutmosi III, nonno di Amenofi III che pare abbia preso spunto da esso per costruire il tempio di Luxor.

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(clicca sulla foto per ingrandimento)

Come abbiamo notato, il “cammino di dio”, la via che portava al monumentale ingresso del tempio, era fiancheggiata da lunghe file di statue: leoni, arieti, sfingi e altri animali sacri, vere sentinelle di pietra che tenevano lontano ogni estraneo e ogni influenza malefica.

Un’altra legge singolare appare sempre rispettata nella struttura del tempio egizio: l’altezza delle varie parti che lo compongono e la luminosità delle sale,  vanno diminuendo dall’ingresso al sacrario: il cortile è inondato di sole, la sala a colonne riceve ancora luce dalla porta e da aperture nel soffitto, mentre nel santo dei santi regna una profonda oscurità, rotta da un ‘unica lampada posta dinnanzi alla cappella che conteneva l’immagine divina. Sulla statua della divinità che vi era custodita  veniva a posarsi l'”anima del dio“. E ciò spiega le gelose cure di cui venivano circondate le preziose immagini. Queste non erano del resto, come si potrebbe immaginare, pesanti statue di pietra (che sarebbe stato molto difficile trasportare nelle frequenti processioni), ma piccole figure in legno, alte forse un metro, rese comunque di valore da ornamenti e intarsi di metalli preziosi e di gemme.

I templi egiziani, vere fortezze di granito elevate contro gli assalti del tempo e degli uomini, hanno in molti casi superato quasi indenni i secoli, continuando ancor oggi a parlare della loro storia millenaria.

                                                                                                   Lucica

LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA

TALAMONA 28 settembre 2013 in scena l’Orlando Furioso alla casa Uboldi

L’ASSOCIAZIONE BRADAMANTE  IN OCCASIONE DELLE GIORNATE DEL PATRIMONIO EUROPEO PROPONE UN PERCORSO CHE PARTE DAGLI AFFRESCHI DI PALAZZO VALENTI FINO AD ARRIVARE ALL’OPERA TEATRALE E TELEVISIVA DI LUCA RONCONI

Anche quest’anno Talamona partecipa alle giornate europee del patrimonio (che lo scorso anno hanno coinciso con l’inaugurazione ufficiale della casa Uboldi con la sua sala conferenze da quel momento in poi prodiga di eventi) e anche quest’anno sceglie di farlo con l’Orlando Furioso, un personaggio ormai di casa, parte integrante della cultura valtellinese secondo dinamiche che, nell’incontro avvenuto lo scorso anno, sono state ben approfondite grazie agli esperti dell’associazione Bradamante che da anni, con pochi fondi e molta passione, si dedicano a questi studi portando la loro opera in giro un po’ per tutt’Italia con eventi e mostre dedicate. In occasione di queste giornate molto importanti, l’associazione ha organizzato un ricco calendario di eventi da Teglio sino a Talamona col racconto in presa diretta degli affreschi sulla facciata di Palazzo Valenti a partire dalle ore 17 e proseguito alla casa Uboldi con una conferenza intitolata LA SIMULTANEITA’ DELLA SCENA, un percorso che indaga la trasfigurazione dell’Orlando Furioso nell’iconografia partendo dalle figure stampate sulle prime edizioni del poema e quelle dipinte sino ad arrivare a quelle rese coi linguaggi teatrale e cinematografico.

Presentazione degli affreschi della facciata di palazzo Valenti

L’itinerario è cominciato di fronte a palazzo Valenti le cui origini sono molto più antiche di quelle della sua facciata. Il palazzo venne costruito nel XII secolo e in epoca rinascimentale subì degli interventi migliorativi che lo hanno trasformato nel palazzo che tuttora possiamo ammirare, tuttora abitato dalla famiglia Valenti.

A raccontare tutto questo (dopo l’immancabile introduzione dell’assessore alla cultura Simona Duca) Silvana Onetti, presidente dell’associazione Bradamante che ha collaborato di recente al restauro della facciata affrescata del palazzo. Un restauro che, nonostante l’impegno profuso, ha permesso di recuperare integralmente e di rendere visibili e comprensibili solo gli affreschi della prima fila in alto che si sono conservati tenacemente, mentre il resto della facciata è risultato essere non più recuperabile.

Osservando attentamente gli affreschi rimasti integri in alto sulla facciata si può notare come essi ricordino delle scene rappresentate a teatro tratte dalle edizioni a stampa del poema della seconda metà del Cinquecento (in particolar modo l’edizione del 1542). A determinare lo spazio della scena è la dimensione della facciata. Incastonate tra architetture dipinte rivivono, animate da pennellate vivaci e monocromatiche tendenti al giallo arancione (che, se illuminate dal Sole al tramonto paiono davvero prendere vita) le scene raccontate negli episodi dei canti primo secondo e ventunesimo essenzialmente duelli tra i vari personaggi in guerra per il re Carlo Magno e all’inseguimento di Angelica la donna di cui tutti o quasi sono innamorati o si innamorano durante il dipanarsi della vicenda. Ecco dunque combattere sotto gli occhi dello spettatore Ferraù e Argalia sulle rive di un ruscello, Bradamante con due personaggi diversi in due riquadri diversi, Gradasso e Rinaldo mentre sullo sfondo l’Ippogrifo si materializza uscendo dal castello di Atlante (un dettaglio scoperto durante i restauri), Rinaldo e Sacripante che si contendono il cavallo che il secondo ha rubato al primo mentre Angelica fugge sullo sfondo portando con sé l’elmo di Orlando (una scena che viene riprodotta in Sicilia sugli involucri dei prodotti tipici; da quelle parti l’Orlando Furioso è molto conosciuto e amato, soggetto preferito del teatro dei pupi). Scene che, circondate da finte colonne, sembrano sculture oppure personaggi reali congelati nel tempo come in certe storie maledette dove i morti non trovano requie e sono condannati a ripetere perpetuamente le azioni che stavano compiendo quando morte li colse. Tra queste compare anche un’immagine sacra. Una madonna aggiunta nella seconda metà del Seicento.

L’ Orlando Furioso: la simultaneità della scena dal testo all’immagine

Il discorso è proseguito alla casa Uboldi con una presentazione multimediale delle immagini via via analizzate, prese da varie fonti e comparate, intervallate dalla lettura di brani del testo corrispondenti all’immagine di volta in volta in discussione ad opera della bravissima Elena Riva che già lo scorso anno aveva saputo coinvolgere il pubblico con la sua lettura del lamento di Bradamante.

La prima immagine è stata un ritratto di Ludovico Ariosto, autore dell’Orlando Furioso, eseguita dal Tiziano e facente parte di una serie di ritratti tizianeschi a vari personaggi che in quell’epoca animavano la corte estense, personaggi di spicco della cultura e dell’arte all’epoca particolarmente vivace come mai più, purtroppo, sarebbe riuscita ad essere. Ludovico Ariosto scrisse il poema su commissione proprio della famiglia degli Estensi. Un poema che conobbe sin da subito un’immensa fortuna e conobbe tre versioni ed edizioni diverse. La prima è quella del 1516, la più semplice con un linguaggio padano. La terza del 1532 è quella con i quarantasei canti e il linguaggio più ufficiale ed aulico, giunta sostanzialmente inalterata fino a noi ed è stata l’ultima edizione uscita con Ariosto ancora in vita. Egli infatti morì nel 1533 a 56 anni.

La seconda immagine è stata un frontespizio dell’Orlando Furioso che oltre ad essere il capolavoro assoluto di Ludovico Ariosto è anche uno dei massimi capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi.

La terza immagine ritraeva i torrioni del castello di Ferrara che ai giorni i nostri appare diverso rispetto a com’era ai tempi di Ariosto per via di successivi interventi. Particolare attenzione all’ingresso caratterizzato da un arco a tutto sesto.

A seguire la casa di Ariosto che egli acquistò negli ultimissimi anni della sua vita con un bellissimo giardino e un boschetto sul retro ai quali Luca Ronconi si ispirerà ricreandoli molto simili per il suo sceneggiato televisivo tratto dall’Orlando, un’opera che, sebbene con un linguaggio diverso, applica la massima fedeltà al testo, dal quale nessuna iconografia e trasfigurazione può naturalmente prescindere. Simultaneità che si ritrova sorprendentemente anche tra lo sceneggiato televisivo e le scene dipinte sulla facciata di palazzo Valenti.

L’immagine successiva era proprio un particolare della facciata raffigurante la fuga di Angelica, comparata col brano del poema da cui è tratta, magistralmente letto e spiegato da Elena Riva. Angelica è un personaggio in continua fuga nel corso del poema mentre tutti intorno a lei sono intenti a guerreggiare contro il nemico cui il re Carlo Magno ha dichiarato guerra, Agramante, ma anche a duellare tra loro e ad inseguire la stessa Angelica offerta come dono da Carlo Magno al cavaliere che si dimostrerà più valoroso.

A questo punto ecco un’immagine della facciata totale del Palazzo Valenti in due versioni. La fotografia e il disegno architettonico.

Ed ecco poi due versioni dell’immagine del duello tra Bradamante e Sacripante. La versione a stampa e quella degli affreschi dove compare anche un’immagine di Ferraù ripresa in corso di restauro e così inserita nella presentazione. Un’immagine dove Ferraù compare di spalle con l’elmo calcato in testa, dettagli che inizialmente hanno reso difficile l’interpretazione dell’immagine che poteva benissimo rifarsi ad altri poemi eroico – cavallereschi anche più antichi.

A seguire un’immagine del duello tra Rinaldo e Sacripante in tre versioni. La prima tratta dall’edizione Zoppino, la seconda tratta dall’edizione Valdrisi e la terza dall’affresco di palazzo Valenti. Tre versioni caratterizzate da un elemento comune. Le figure del trentacinquesimo canto sono state utilizzate per raccontare un episodio del primo canto. A riprova di cio la presenza sullo sfondo di Angelica in fuga.

Le scene delle edizioni a stampa sono delle xilografie dapprima semplici che ritraggono due personaggi per volta (quelle delle edizioni a stampa di Zoppino per esempio) poi via via sempre più elaborate con più personaggi, dettagli di paesaggio e più scene del poema in una stessa immagine tanto che gli incisori dovevano indicare i personaggi con le loro iniziali a scopo orientativo. È qui che si comincia a notare la simultaneità della scena espressa ancor meglio in un’immagine ove Bradamante compare due volte protagonista di due duelli contemporaneamente: quello con Ferraù e quello con Rodomonte.

Gran parte di queste immagini sono comparse anche nelle mostre allestite qualche anno fa a Teglio e a Talamona. Una ricca galleria di immagini tratte e comparate da varie fonti è parte di uno studio dedicato della scuola normale superiore di Pisa, in particolare dal settore della ricerca sulla elaborazione e comparazione delle immagini letterarie che all’iconografia dell’Orlando Furioso ha dedicato mostre ed eventi culturali.

L’ultima immagine presa in esame prima di passare all’intervento successivo ritraeva Orlando e Ferraù in una stampa acquerellata dell’edizione Messer e sull’affresco di Palazzo Valenti. Due immagini quasi identiche. Nella prima Angelica che fugge sullo sfondo è ritratta sulla sinistra, mentre nella seconda è ritratta sulla destra e questo oltre ai colori è l’unico dettaglio evidente che le differenzia.

A conclusione di questo excursus sull’Orlando Furioso nell’arte figurativa (un percorso sempre aperto a conferme, ma anche a smentite e a sempre nuovi riscontri ed interpretazioni)  Elena Riva ha letto il brano relativo al duello di Bradamante e Sacripante, scena che sarebbe stata proiettata nell’ultima parte della serata, tratta dallo sceneggiato di Luca Ronconi. In questa scena Sacripante incontra Angelica, ma deve vedersela con l’improvvisa irruzione di Bradamante, mentre Angelica ne approfitta per fuggire di nuovo.

 

 

L’Orlando Furioso e il teatro. L’avventura di Luca Ronconi

A questo punto la parola è passata a Mira Andriolo attrice, regista e pedagoga teatrale che ha lavorato con Luca Ronconi (il periodo più fecondo di questa collaborazione risale al 2000 al piccolo teatro di Milano) dopo essersi diplomata con lui all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico e fa parte di un associazione culturale chiamata Spartiacque. Il suo intervento, attraverso una carrellata tra le tappe fondamentali della storia del teatro e della biografia di Luca Ronconi, e stato chiarificatore su come il maestro Ronconi sia arrivato a concepire e a portare avanti le idee circa l’allestimento e la messa in scena del suo spettacolo teatrale prima e dello sceneggiato televisivo poi.

Parlare di Luca Ronconi richiederebbe un discorso lungo e complesso che riempirebbe ore ed ore tanto la sua vita è stata lunga e variegata e la sua attività estesa.

Luca Ronconi è il più grande regista italiano. Nato nel 1933 a Susa in Tunisia dove la madre Fernanda insegnava letteratura. I due torneranno in Italia qualche anno dopo quando per il piccolo Luca è tempo di iscriversi alla scuola elementare dimostrandosi dotato e precocissimo una dote che lo porterà, una volta divenuto adulto, ad apportare innovazioni mai viste prima in ambito teatrale, innovazioni che di molto avrebbero anticipato i tempi. Conseguì la maturità classica al liceo Tassi di Roma sempre sotto l’egida della madre che impronterà l’istruzione del figlio sulla memoria. Lo stesso Ronconi racconterà che sua madre gli faceva imparare a memoria persino la matematica, formule e spiegazioni, allenandogli la memoria in modo maniacale.

La vita di Ronconi è stata una vita particolare non soltanto per la presenza di questa madre dalla personalità così forte e singolare, ma anche per via di tutta una serie di episodi dolorosi come l’assenza della figura paterna. Il padre di Ronconi scomparve dalla sua vita un giorno mentre tutta la famiglia stava viaggiando in treno. Scoppiò un diverbio tra i genitori, il padre scese alla prima fermata e ne la moglie ne il figlio lo rividero più. Episodi come questo incisero profondamente anche nel suo modo di concepire e di fare teatro un po’ come accade nel caso di tutti gli artisti.

La madre di Ronconi desiderava che il figlio studiasse Giurisprudenza, ma egli dopo qualche mese lascerà l’università per iscriversi all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico dove si diplomerà come attore dopo aver frequentato i corsi di Orazio Costa che ha allevato generazioni intere di attori. A Ronconi però fare l’attore non piaceva. Essendo molto emotivo risentiva particolarmente del cosiddetto panico da palcoscenico. Lavorerà comunque per qualche tempo con Luigi Squarzina, un grande regista appartenente al filone cosiddetto neorealista o dei registi dissidenti filone di cui facevano parte anche Luchino Visconti e Aldo Trionfo che operarono nel campo teatrale importanti rivoluzioni. Dopo la guerra si ritrovarono in Svizzera (alcuni di loro come Aldo Trionfo vi erano fuggiti perché ebrei) per fare il punto sullo stato di salute del teatro.

A partire dall’Ottocento il teatro era in via di decadenza. Era divenuto un tipo di teatro capocomicale caratterizzato da compagnie girovaghe ove il primo attore, che era anche capocomico, svolgeva anche il ruolo che in seguito sarebbe diventato di competenza del regista teatrale (che in realtà somigliava più ad un semplice supervisore) e nel contesto del quale i testi rappresentati non avevano elaborati studi alle spalle ed erano rappresentati più o meno tutti allo stesso modo, con una recitazione roboante e declamata sempre nello stesso stile, partendo da testi con una drammaturgia precisa e sviluppati in un unico filone. Un momento di caduta di tono del teatro quindi, soprattutto se si considerano gli esordi di quest’arte che mosse i suoi primi passi nell’antica Grecia intorno al V secolo a.C. con funzione politica, civica e didattica di trasmissione della cultura e dell’universo della mitologia, resa con modalità ben precise. Un’arte la cui apoteosi coincise con la nascita della Grecia classica e tutti i suoi elementi caratteristici (il progresso nelle leggi, la poesia, lo sport) nonché gli eventi salienti della sua Storia. Un’arte che conobbe un periodo di declino col tramonto dell’antichità classica per poi rifiorire nel Medioevo attraverso le rappresentazioni sacre laddove ancora si mescolavano sacro e profano, liturgia e spettacolo (le messe ad esempio venivano cantate intervallandole con cori di angeli e rappresentazioni di scene tratte dai brani delle Scritture letti in quel momento e le prime vie crucis venivano officiate in forma di spettacolo: ogni stazione corrispondeva ad un palchetto e ad una scena ben precisa) finchè questi due aspetti assunsero connotazioni ben precise e differenti. Lo spettacolo occorre che sia preparato e messo in scena dinnanzi ad un pubblico ben preciso e dunque ad un certo punto il teatro assumerà un’identità indipendente dai rituali liturgici, nasceranno i luoghi deputati alla messa in scena degli spettacoli. Nel Cinquecento in Inghilterra nasce il cosiddetto teatro elisabettiano con il palco rialzato e il pubblico in piedi sotto ad osservare la rappresentazione degli attori. Dopo due secoli, nel Settecento nascerà il teatro all’italiana che conosciamo ancora oggi, completamente diverso dai teatri greco-romani delle origini. Anche in questo caso il palco è rialzato e il pubblico a seconda del ceto sociale trova posto nella platea (il popolo) o nelle tribune a palchetto (i nobili). Da qui sino al Novecento la struttura portante della drammaturgia rimarrà sostanzialmente invariata, ma caratterizzata da progressive cadute di tono e di stile. E qui torniamo al discorso iniziale delle compagnie girovaghe e le loro rappresentazioni eccessivamente arbitrarie e poco studiate. Il Novecento sarà il secolo in cui la situazione stagnante del teatro subirà una serie di rivoluzioni a 360° grazie principalmente ad un movimento chiamato strutturalismo che comprendeva studi filologici, filosofici e antropologici e che portava avanti l’idea di un teatro che doveva basarsi su una messa in scena di testi solo dopo averli attentamente studiati e contestualizzati con rigore interpretativo, un’idea che prendeva avvio dall’assurto secondo cui, così come ciascun individuo, anche ciascun testo possiede una propria identità peculiare dalla quale non si può prescindere, in primo luogo l’attore non può prescindervi nella costruzione del personaggio e dello stile recitativo, dell’intonazione. La rivoluzione del teatro nel Novecento consisteva proprio nel considerare il copione come uno spartito musicale che, sebbene lasciasse all’attore un certo margine di libertà interpretativa, richiedeva comunque di essere rispettato nei suoi tempi e nella sua struttura e mai tradito. Il compito che i cosiddetti registi dissidenti si sono posti è stato dunque questo. Il rinnovamento del teatro e il passaggio da una tipologia capocomicale ad un teatro di regia riscoprendo la figura del regista. Squarzina, Trionfo e tutti gli altri di questa corrente non si limitavano ad essere registi erano uomini di teatro a tutto tondo ed era così che volevano riscoprire il valore della regia teatrale. Il regista non è solo colui che fa da supervisore al lavoro degli attori, che li guarda dall’esterno, ma è anche colui che accompagna gli attori durante la creazione dei personaggi, durante lo studio filologico e strutturale del testo da recitare. Anche la figura dell’attore e il modo di concepire la recitazione e lo stare in scena si rivoluzionano. In un’epoca in cui la recitazione era ancora molto esteriore con gli attori truccati come maschere, visse e lavorò Eleonora Duse una delle più grandi attrici di tutti i tempi che però non si truccava mai prima di entrare in scena, dove si manteneva quasi sempre sullo sfondo e di spalle. Lo strutturalismo che si proponeva di rivoluzionare il teatro era fondamentalmente una riscoperta del valore delle parole del loro essere significato (cioè la forma che tutti comprendono che le identificano) e significante (un valore in più che ognuno si immagina). Su questo ad esempio si basano gli studi di Roland Bart che si propongono di rispondere ad una domanda fondamentale: quando si mette in scena uno spettacolo che cosa arriva alla gente, che cosa viene comunicato?

È in questo contesto culturale che Luca Ronconi si forma arrivando al teatro come attore poco convinto e iniziando poi a fare il regista per caso strutturando il suo modo di concepire e fare teatro senza mai prescindere dal pubblico, domandandosi sempre: quando comunico a chi comunico, che cosa percepisce chi ascolta, che cosa rimane dentro ad uno spettatore di uno spettacolo? Per Ronconi il pubblico non è un elemento passivo che si limita a fruire della rappresentazione, ma anzi è parte integrante del sistema teatro che diventa teatro vero solo nel momento in cui si verifica l’incontro tra attori e pubblico. Nel corso della sua lunga vita, attraversata da tutti i più importanti avvenimenti del Novecento, Luca Ronconi ha sempre covato dentro di se questi principi, condizionati anche dal fatto che nel corso del tempo è sempre più difficile capire il tipo di pubblico cui ci si rivolge. Se una volta le comunità erano ben definite, ciascuna col suo background culturale e di vissuto comune che ne determina la sensibilità a un certo tipo di spettacoli e non ad altri, ora le comunità sono sempre più multietniche ed eterogenee. Ecco perché Ronconi ad un certo punto sviluppa una ricerca volta a creare un tipo di teatro aperto dove i testi da recitare vengono messi in scena in modo che a tutti, a seconda della personale sensibilità, del vissuto, del livello culturale, possa arrivare qualcosa dello spettacolo. Per Ronconi ogni individuo costituisce un pubblico a sé stante e ognuno deve avere la possibilità di creare dentro di sé il proprio spettacolo, uno spettacolo che può prendere avvio da qualunque spunto. Per Ronconi tutto il Mondo è un grande teatro che diventa così teatro dell’infinito dove la ricerca è a tutto tondo dallo studio sui testi, ai dialoghi agli spazi, compresi quelli mentali. Ronconi in un’intervista dichiara che il suo teatro non è fatto di progetti, ma di idee, di elementi, di materiali che si combinano strada facendo in modi anche sorprendenti a volte, naturalmente sempre partendo da un testo  che non deve essere per forza un testo appositamente pensato per una trasposizione teatrale, un testo che deve potersi esprimere liberamente senza forzature da cui ognuno può trarre le proprie conclusioni personali, un teatro dunque che non prevede delle vere e proprie metodologie per essere portato avanti, un teatro che gli spettatori devono leggere come un libro diventando essi stessi degli attori attraverso la capacità che ogni individuo ha di dare una propria lettura ed interpretazione della realtà che lo circonda attraverso la capacità che ognuno ha di modificare la propria coscienza in base a cio che guarda, che legge, di farsi coinvolgere.

Con queste premesse si arriva al 1969, anno in cui Ronconi mette in scena l’Orlando Furioso. È solo da pochi anni che si dedica alla regia, ha gia messo in scena due spettacoli che hanno avuto un discreto successo (tra cui uno intitolato INFINITIES tratto da un libro di teoremi matematici perché secondo Ronconi, come già prima si accennava, tutto può essere teatro, anche ad esempio un articolo di giornale) e a questo punto Luigi Squarzina gli offre la possibilità di partecipare al festival dei due mondi di Spoleto.

Di questi anni anche l’incontro con Edoardo Sanguineti, uno scrittore, intellettuale d’avanguardia, appartenente al gruppo 63, un movimento che si ispira ad un altro analogamente rivoluzionario chiamato gruppo 47 (i numeri si riferiscono ai rispettivi anni di fondazione 1963 e 1947). Sanguineti applica alla letteratura gli stessi principi che Ronconi ricerca nel teatro. Anche la letteratura è naturalmente influenzata dallo strutturalismo e dalle rivoluzioni culturali che il Novecento ha portato. Nel Novecento si ha la relatività di Einstein, la psicanalisi di Freud, i movimenti di rottura avanguardista (futurismo, dadaismo, beat generation). Accadono più cose nell’arco del Novecento che nell’arco di tutti i secoli precedenti, il mondo e le società umane si modificano con un ritmo mai visto prima, ma più di tutto si percepisce la perdita del senso dell’identità monolitica che fa posto ad un’identità multiforme, poliedrica, ad una molteplicità di punti di vista, ad una realtà frammentaria e non più così facilmente definibile. Ed è così che si modifica anche la cultura. Anche i concetti di identità culturale e cultura di appartenenza si trasformano. I gruppi d’avanguardia come quelli sopra citati prendono l’avvio da questi fermenti e credono che anche la letteratura debba essere in grado di raccontare fedelmente questa realtà così come si è evoluta e deve pertanto abbandonare i canoni precisi che l’hanno sempre caratterizzata sino a quel momento per spaziare ed aprirsi ad infinite possibilità di sperimentazione.

Quando Ronconi incontra Sanguineti e ne legge l’innovativo romanzo intitolato IL GIUOCO DELL’OCA, che ben esprime l’idea della vita come un percorso labirintico che ad ogni passo è soggetto a modifiche ed è un susseguirsi di casualità, coincidenze, simultaneità prive di schema e linearità (esattamente come un romanzo di Italo Calvino ad esso contemporaneo intitolato IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI), si può dire che la letteratura incontra il teatro ed è un incontro favorito dalla comune esigenza di rinnovamento. Ronconi vorrebbe inizialmente portare in scena al festival dei due mondi di Spoleto proprio il libro di Sanguineti perché ben si confà alle sue esigenze di provare un teatro destrutturato che rappresenti esattamente la vita com’è. Poi però ad un certo punto cambia idea. A un certo punto avviene l’incontro tra Ronconi e l’Orlando Furioso un testo che appartiene ad una tradizione classica di opere in versi, ma che è comunque nelle corde di questi autori alla ricerca di novità per via della storia che esso racconta e soprattutto per la modalità con cui si dipana. Calvino una volta commentò l’Orlando con questi termini “si tratta di un poema di movimento tortuoso, di scene che si intrecciano, il cui tema principale è la continua ricerca di un oggetto del desiderio che non viene mai totalmente raggiunto” questa del desiderio e dell’appagamento è, tra l’altro, proprio una delle grandi utopie dell’uomo che non è felice se non desiderando e una volta appagato un desiderio se ne crea un altro, un meccanismo interno all’uomo che è anche la struttura portante di quella macchina infernale che è il sistema consumismo-capitalismo che crea desideri in continuazione che ne ha fatto l’oggetto di contestazione dei movimenti studenteschi. Ronconi dunque si innamora di questo testo e lo sceglie anche perché è un testo presente nell’immaginario collettivo e dunque adatto a raggiungere un pubblico ampio. Ci lavora esattamente nel modo con cui avrebbe voluto lavorare sul testo di Sanguineti, modificando la struttura ma senza uccidere il testo anzi facendo in modo di tirar fuori dal testo tutte le potenzialità, il suo meccanismo intrinseco, basato sulla simultaneità delle storie. In questo è aiutato da Sanguineti stesso che collabora al lavoro rileggendo il poema come un romanzo inserendovi dei dialoghi e trasfigurandolo nella dimensione drammaturgica lasciandone intatta l’essenza individuando i quattro filoni essenziali: erotico, epico, avventuroso e fantastico. Nel preparare questo spettacolo la ricerca consiste nell’armonizzare questi filoni facendo in modo che ciascuno di essi possa esprimersi. Ed ecco dunque che inizialmente prende corpo l’idea di un palco rotante, abbandonata perché non rende bene la simultaneità. Si passa poi ad un teatro fatto di più palchi per rendere bene non solo la simultaneità, ma anche per ricreare il contesto culturale in cui il poema fu creato inizialmente, un contesto fatto di piazze di mercati, di cantori ad ogni angolo, una tradizione che a Spoleto e un po’ in tutte quelle zone di Umbria e Toscana si mantiene viva ancora oggi perché ancora oggi i vecchi nei paesini da quelle parti praticano la poesia estemporanea, le gare di ottave. Ecco che dunque, in uno spazio di 18 metri per 25, Ronconi allestisce quattro palchi barocchi sul lato corto e due americane sul lato lungo ove le attrezzature sono messe ben in evidenza spostate da tecnici in costume o dagli attori stessi che anche quando non sono in scena sono comunque attori e partecipanti attivi dello spettacolo che contribuiscono a creare semplicemente con la loro presenza fisica anche muta sulla scena. Uno spettacolo innovativo, volto a dare un senso di straniamento, di dispersione, una centrifuga di idee, di scene di simultaneità di storie, uno spettacolo che deve essere visto più volte per potersi creare lo spettacolo dentro di sé che mescola attori e pubblico nello stesso spazio e che ben esprime l’esigenza di Ronconi di fare del teatro come un gesto civico e politico, esattamente lo spirito con cui il teatro venne creato millenni or sono. Un lavoro che anticipa l’era della multimedia e degli ipertesti in contemporanea con una pietra miliare epocale della storia dell’umanità. Il 1969 è anche l’anno in cui l’uomo sbarca sulla Luna.

L’Orlando Furioso nello sceneggiato tv

Nel 1975 Ronconi decide di portare il suo lavoro sull’Orlando anche sul piccolo schermo, ma questo significa rinunciare a tutto il lavoro di ricerca portato avanti per lo spettacolo teatrale. Lo sceneggiato tv in cinque puntate, trasmesso di domenica dalla RAI da poco divenuta a colori, è caratterizzato da scene lineari ambientate in uno spazio interno, quello di Palazzo Caprarola in parte ricostruito a CINECITTA’. Per dare un tocco di innovazione e ritrovare l’idea di simultaneità che aveva caratterizzato lo spettacolo teatrale, Ronconi propose di trasmettere lo sceneggiato in contemporanea su due canali in modo che la gente per seguirlo fosse costretta a fare zapping da un canale all’altro. L’idea però venne giudicata troppo azzardata e non se ne fece nulla.

Gli ultimi minuti della conferenza sono stati dedicati alla proiezione di alcune parti dello sceneggiato corrispondenti alle scene prese in esame durante l’analisi dell’iconografia e ai brani letti. Vedendolo sono rimasta perplessa dall’idea di ambientare un poema che io mi immaginavo ambientato in spazi aperti e con colori vivaci in un’ambientazione interna e con luce cupa. L’ho trovato molto simile ad una versione del Rigoletto allestita a Palazzo Te a Mantova nel 2010 e trasmessa in diretta da RAIUNO in tre atti in orari diversi.

A conclusione della giornata ricca di contenuti è stato allestito un rinfresco a base di formaggio salumi, bisciola e frutta innaffiati con vino e aperol soda. Tanto di cappello ai solerti organizzatori che dopo aver pensato a nutrire le anime hanno provveduto a nutrire anche i corpi.

Antonella Alemanni

LA BIBLIOTECA INAUGURA

                                                                                               

Listener

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TALAMONA  5 ottobre 2013 biblioteca in allegria

UN POMERIGGIO DI FESTA PER SCOPRIRE NOVITA’ E SERVIZI DELLA BIBLIOTECA

 

Già a partire dallo scorso anno la Provincia di Sondrio ha aderito ad una campagna di raccolta fondi stanziata dalla fondazione Cariplo, fondi di cui hanno beneficiato, per la ristrutturazione ed il rinnovamento generale, le biblioteche di Morbegno, di Chiuro, di Montagna e naturalmente di Talamona. La Provincia di Sondrio ha seguito con molto interesse il percorso di miglioramento di queste biblioteche al termine del quale ha richiesto l’organizzazione di piccoli eventi per festeggiare questo nuovo inizio.

La biblioteca di Talamona ha raccolto questo invito organizzando, sabato 5 ottobre a partire dalle ore 15, una giornata dedicata ai bambini, a quelli che sono già utenti affezionatissimi e a quelli che si sono avvicinati a questa realtà per la prima volta. Un pomeriggio all’insegna del divertimento e della creatività in ambito del quale gli spazi della biblioteca sono stati, per un giorno, teatro di momenti ludici, ma comunque intelligenti ed istruttivi. Gli spazi esterni, con aree verdi particolarmente piacevoli per i pomeriggi di lettura durante la stagione calda, dove i bambini, sotto la sorveglianza dei volontari e dei genitori, hanno potuto giocare liberamente e consumare un piccolo rinfresco. La sala dedicata alle letture per l’infanzia coi tavoli messi a disposizione per coloro che portano compiti o ricerche da svolgere divenuta un laboratorio dove i bambini hanno realizzato piccoli lavoretti con le loro mani coadiuvati dalle educatrici Alicja Paluch ed Elisa Lecchini e alla presenza di un gruppo di signore che hanno svolto una dimostrazione sulla lavorazione della lana coi metodi di una volta. Infine una sala a pianterreno dove è gia in corso una mostra collettiva dedicata all’arte dell’intaglio e dove è stata allestita un’installazione musicale interattiva intitolata MATITA a cura del signor Fabio Bonelli e del suo team, un esempio d’arte come partecipazione democratica dei grandi come dei piccini, di chiunque avesse voglia di fare quest’esperienza singolare di disegnare la musica su fogli posti sopra tavole di legno collegati a microfoni con un accompagnamento alla pianola.

Un pomeriggio per vivere in allegria gli spazi della biblioteca resi ancora più festosi dalle opere colorate e divertenti di Guido “Bau” Scarabottolo, grafico ed illustratore, nato nel 1947 a Sesto San Giovanni che ha lavorato per tutti gli editori italiani, per la RAI e per le maggiori aziende pubblicitarie nonché per Giappone e Stati Uniti e che ha tenuto mostre in tutto il mondo.

Un pomeriggio che ha contribuito una volta di più a sottolineare come gli spazi della biblioteca siano spazi di tutti e per tutti, da avvicinare con gioia e viva curiosità, ma anche col massimo rispetto.

Antonella Alemanni

LE RELIGIONI ANTICHE

Tutte le teorie circa le origini della religione si basano necessariamente sulle congetture: poiché gli uomini primitivi non hanno lasciato tante testimonianze in merito, a noi non resta infatti che ricercare analogie tra le loro credenze e quelle dei popoli primitivi odierni.

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Un momento della danza rituale degli “uomini di bambù“, in uso tra i Papua della Nuova Guinea.

Alcuni ricercatori hanno tentato di spiegare il sorgere delle religioni storiche con teorie evoluzionistiche, altri sono ricorsi a spiegazioni sociologiche e psicologiche. Qualunque forma abbia assunto agli inizi, la religione resta comunque l’espressione del senso umano del santo o del sacro, sentimento che l’uomo ha manifestato attraverso miti, riti, simboli e filosofie. Più ancora, questo senso del sacro si è sempre ricollegato strettamente ai valori morali e alla struttura della società.

Le prime notizie storiche risalgono al IV millennio a.C., quando gli stanziamenti agricoli portarono alla fondazione di città in Egitto e in Mesopotamia e poi alle sviluppo di gerarchie sacerdotali, e di elaborati cerimoniali religiosi.

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Stelle raffigurante l’offerta d’incenso di un sacerdote al dio Ra-Harakhty-Atum

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Enkil, dio della saggezza dell’area mesopotamica 

Le varie fedi erano in genere politeistiche, ma alcuni fra gli dèi e le dee assursero a posizioni di preminenza: in Egitto dominavano le divinità solari, mentre la religione greca attribuiva grande importanza agli dèi celesti, come Zeus. In diverse parti del Mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale era vivissimo il culto della dea-madre, patrona, fra l’altro, della fecondità e fertilità.

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Venere di Willendorf, Paleolitico, 23.000-19.000 a.C. , roccia calcarea, Vienna, Museo di Storia Naturale.

Credenze indoeuropee sopravvissero nella religione degli Ari della Persia e dell’India come in quella greco-romana, e più tardi le influenze reciproche fra la religione greco-romana e quelle dell’Asia occidentale ebbero ripercussioni nei misteri di Iside e Mitra che si diffusero in tutto l’Impero Romano.

                                                                                                                                                                  Lucica

L’ANELLO DEL VESCOVO

        G.  A B R A M – C O R N E R

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Tutti sanno che gli artisti appartengono alla scheletrica e famigerata categoria dei creativi. I creativi sono quelli che producono pensiero autonomo, idee innovative, inventano cose strane e compiono gesti dissacranti, altri invece riciclano con abilità e destrezza cose vecchie e stantie realizzando opere grottesche di sapore schizofrenico fino ad ottenere un grande successo di pubblico e di critica. Quasi tutti gli artisti hanno di sé un concetto sterminato nel senso che nutrono un’ autostima esagerata, a volte fino al delirio. De Chirico aveva di sé una considerazione così imponente da firmare le sue opere con l’appellativo stentoreo di “Pictor Maximus”, il maggiore fra tutti i pittori e quindi si ritraeva abbellendosi in maniera inquietante…in verità De Chirico era un buon pittore, senza essere il massimo, ma allo stesso tempo era tirchio come uno scozzese e vanaglorioso oltre ogni limite.

Molti artisti hanno ricevuto da Dio o dalla Natura oltre al dono della creatività un tarlo velenoso che li scaglia nella paranoia più inquietante consistente in quel malanno pernicioso che è l’ansia da riconoscimento, il desiderio sfrenato di essere riconosciuti come tali, che avvelena la vita a gran parte della folta tribù degli artisti. Ma non è finita perché la Natura regala a molti, soprattutto ai migliori, il dono velenoso dell’autocritica più spietata, crudele ed autodistruttiva e una nodosa frusta per auto-flagellarsi.

Dopo questo preambolo, passiamo alla narrazione miracolosa. Quasi tutti gli artisti hanno avuto dei cambiamenti nella loro produzione artistica, delle evoluzioni spettacolari o delle involuzioni terrificanti, dei mutamenti stilistici, tecnici, concettuali… Picasso ha attraversato il periodo blu per entrare in quello rosa o viceversa, altri sono passati dal naturalismo al surrealismo per entrare nell’espressionismo e sfociare infine nell’astrattismo più bieco e inquietante. Anch’io come scultore ho attraversato uno strano periodo, il periodo “vescovile”, durante il quale ebbi occasione di produrre con continuità sculture di soggetto “prelatizio” in bronzo, in bassorilievo e a tutto tondo. Fu un periodo teologicamente sterile ma produttivamente fecondo. vado ora a narrarvi l’evento prodigioso accadutomi anni fa quando produssi un piccolo bassorilievo in bronzo raffigurante un vescovo in atteggiamento docente. Tutti sanno che i vescovi in “pompa magna” tengono il pastorale nella mano sinistra mentre all’anulare destro portano un corposo anello in quanto sposi alla Chiesa di Cristo, che tutti i fedeli baciano con reverenza. Orbene preparando la cera per la fusione, dimenticai colpevolmente l’anello che “miracolosamente” apparve nella versione bronzea al suo posto, sull’anulare destro del prelato…! Qualcuno gridò al miracolo, mentre i più scettici ipotizzarono l’inganno. In realtà era successo che durante la copertura in refrattario della cera si era casualmente formata una bolla d’aria che successivamente era stata occupata dal bronzo fuso. La ” querelle” ebbe seguito poiché i più accaniti dell’evento miracoloso affermavano che il prodigio non consisteva nella formazione casuale di una fantomatica bolla insignificante, bensì nel fatto che la bolla si fosse formata proprio all’altezza dell’anulare destro del prelato. Sta di fatto che dopo più di un quarto di secolo la questione è ancora teologicamente irrisolta…

In Italia gli artisti che hanno ricevuto il dono della creatività rappresentano forse l’uno per mille della popolazione, la maggior parte dei quali sono misconosciuti, emarginati, depressi, infelici ed affamati. L’Italia ha il record europeo negativo della perdita della memoria storica, dell’ignoranza delle cose dell’arte, accompagnato da un analfabetismo scientifico di massa, pur possedendo un patrimonio artistico sconfinato.Secoli fa quando si inaugurava l’opera di un’artista, sia di carattere religioso che civile, il popolo accorreva in massa per ammirare, giudicare, criticare, discutere, confrontare…Anche noi una volta abbiamo inaugurato un’opera religiosa al cospetto di una folta schiera del popolo di Dio…eravamo il prete, il sagrestano, suor Clementina, due chierichetti, quattro fedeli ed io…bisogna tener conto però che quella sera c’era la partita di coppa…

                                                                                                                  G.Abram

LA CAPPELLA SISTINA – MICHELANGELO BUONARROTI

 

 

“Senza aver visto la Cappella Sistina, non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo sia in grado di ottenere”.

   Goethe

 

 

Roma! Città eterna e capitale della storia e dell’arte. Al centro della città, la Basilica di San Pietro simbolo stesso del cristianesimo in ogni parte del mondo. Dai corridoi dei Musei Vaticani, alla basilica del primo papa cristiano, questa è la meta ogni anno di oltre 4 milioni di visitatori venuti da tutte le parti del globo. Un percorso meraviglioso che trova il suo culmine in uno dei più grandi tesori di tutti i tempi: la Cappella Sistina.

CAPPELLA SISTINA - RICOSTRUZIONE DELL'INTERNO, PRIMA DEGLI INTERVENTI DI MICHELANGELO. STAMPA DEL XIX SECOLO.

CAPPELLA SISTINA – RICOSTRUZIONE DELL’INTERNO, PRIMA DEGLI INTERVENTI DI MICHELANGELO. STAMPA DEL XIX SECOLO. (clicca sulla foto per ingrandimento)

Il papa Sisto IV la inaugura nel 1483 e voleva che rappresentasse tutta la maestosità della Chiesa romana. I più famosi pittori dell’epoca vennero chiamati ad affrescare le pareti, ma la Cappella custodisce la presenza di uno dei giganti dell’arte di tutti i tempi: Michelangelo Buonarroti. Aveva 33 anni nel 1508, quando papa Giulio II gli chiese di decorare la volta della Sistina, un’ impresa quasi impossibile per un artista che aveva sempre fatto della grandezza la sua ossessione.

LA CAPPELLA SISTINA DALL'ALTO. VI FU CELEBRATO IL PRIMO CONCLAVE NEL 1492, DAL 1878 è SEDE STABILE DI OGNI CONCLAVE.

LA CAPPELLA SISTINA DALL’ALTO. VI FU CELEBRATO IL PRIMO CONCLAVE NEL 1492, DAL 1878 è SEDE STABILE DI OGNI CONCLAVE. (clicca sulla foto per ingrandimento)

Michelangelo dormiva e mangiava sotto la volta. Dipingere con la schiena piegata all’indietro era massacrante e l’umidità divorava gli affreschi, tant’ è vero che Michelangelo dovete distruggere il suo Diluvio Universale più volte per ricominciare tutto da capo.

Michelangelo si è ispirato alle vicende del Vecchio Testamento con un gusto quasi mitologico. La grande volta viene partita verticalmente in 3 grandi fasce.

LA VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA

LA VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA (clicca sulla foto per ingrandimento)

Nella più alta, in riquadri più o meno grandi sono nove scene tratte dalla Genesi, ai lati delle più piccole agitati giovani ignudi reggono medaglioni di finto bronzo con altre storie bibliche. Nella seconda, poco più in basso, Profeti e Sibille (i veggenti che hanno previsto la venuta del Signore) siedono sui troni. Nella terza fascia, la più bassa, composta dai triangoli e dalle lunette gli antenati di Cristo, e ai lati  quattro eroi di Israele che hanno salvato il popolo ebraico, simboli della promessa messianica. Il corpo umano fu sempre il vero protagonista dell’opera dell’artista, che disprezzava sfondi e paesaggi. Il risultato è una pittura monumentale e drammatica che tende più possibile verso l’arte che Michelangelo preferiva: la scultura. Nella creazione di Eva, la donna non nasce da una costola, ma direttamente dal fianco di Adamo, la somiglianza dei corpi sta a testimoniare l’origine comune. Nel peccato originale, la colpa di Eva viene trasmessa dalla crudezza del suo volto, e il serpente, anch’esso a forma di donna, anticipa la colpa. Ma è la creazione di Adamo l’affresco più significativo dell’intera volta della Sistina. Semplicemente straordinari sono i due indici che stanno per entrare in contatto.

LA CREAZIONE DI ADAMO

LA CREAZIONE DI ADAMO (clicca sulla foto per ingrandimento)

Vediamo il Dio di Michelangelo che trasmette la scintilla della vita. La volta della Sistina è di un impatto visivo senza precedenti nella storia, una fusione tra pittura, scultura e architettura che Michelangelo ha trasformato in un trionfo assoluto!

I destini della Sistina e quello di Michelangelo erano ormai uniti. E’ il 1533, papa Clemente VII (Giulio de Medici 1523-1534) ordina a Michelangelo, settantenne, di tornare nella Sistina per affrescare l’enorme parete retrostante l’altare. Il soggetto: Il Giudizio Universale.

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

IL GIUDIZIO UNIVERSALE (clicca sulla foto per ingrandimento)

La sua collocazione estremamente anomala (normalmente questo tema compare sulla controfacciata o sulla facciata degli edifici sacri) è frutto della specifica  volontà del committente, che però giunse a vederne solo il modello compositivo preparatorio. L’esecuzione in affresco del dipinto ebbe luogo sotto il papa Paolo III (Alessandro Farnese 1534-1549) ed inizia nel 1536 dopo una lunga e tormentata fase preparatoria. La composizione presenta in alto, nelle due lunette i simboli della Passione portati in volo da angeli apteri (cioè senza ali); segue la fascia dei santi e degli eletti, in mezzo ai quali si trova il Cristo giudice e la Vergine Maria. Al centro un gruppo di angeli tubicini, annunciatori del giorno del giudizio,  a sinistra i risorgenti chiamati da Cristo con un gesto delicato della mano, e a destra i dannati che precipitano in basso verso l’inferno. Alla base dell’affresco, a sinistra c’è la Resurrezione della carne, e a destra la rappresentazione dell’inferno con Caronte in piedi sulla barca alata con la quale ha raccolto i dannati e Minosse in atto di svolgere la sua funzione di giudice infernale.

Nel momento in cui Michelangelo era alle prese con Il Giudizio, il mondo stava per cambiare. La tempesta luterana sta mettendo in discussione i fondamenti stessi del cattolicesimo. Michelangelo venne sedotto dall’idea di un gruppo di riformisti religiosi “i spirituali”, che sostenevano l’integrazione tra pensiero luterano e cattolico. Michelangelo fece di questa idea la sua filosofia di vita e l’ispirazione per affrontare da solo tutto l’enorme sforzo creativo del Giudizio Universale, il più grande affresco mai eseguito da un artista. Un’opera radicalmente diversa da tutto ciò che era stato compiuto fino ad allora, sconvolgente in ogni particolare. Nemmeno gli angeli non sembrano risparmiati davanti al possente Cristo Redentore, che giudica e condanna tutte le 400 figure, rese pari dalla loro nudità. Non resta che chiederci se c’è forse un’altra opera più travolta o più sconvolta da una disperata speranza, come quella che si può vedere nell’arte di Michelangelo Buonarroti?

L’inaugurazione nel 31 ottobre 1541 del Giudizio Universale, giorno in cui papa Paolo III celebrò i Vespri davanti all’affresco appena scoperto, provocò tanto entusiasmo quanto scalpore. I nemici di Michelangelo chiesero la distruzione dell’opera, vedendo in essa un segno di eresia luterana. Per fortuna del mondo intero, il Giudizio Universale non è stato distrutto, ma è resistito per 5 secoli, e oggi insieme alla volta della Cappella rappresentano due capolavori assoluti,  un vero e proprio inno alla perfezione e alla bellezza che l’uomo può raggiungere attraverso l’arte.

APPROFONDIMENTI: (Fonte: Wikipedia)

Le pareti

Parete ovest
Parete sud

La parete sud mostra le Storie di Mosè, databili al 14811482. Dall’altare si incontrano:

Parete nord

La parete nord mostra le Storie di Cristo, databili al 14811482. Dall’altare si incontrano:

Parete est (d’ingresso)

                                                                                                                      Lucica

LA FILOSOFIA GRECA

I Greci affrontarono il problema della conoscenza del mondo in modo diverso da tutti gli altri popoli dell’antichità: essi riconobbero che il ragionamento, per essere davvero tale, deve procedere sulla base di principi generali, ed è per questo che vengono unanimemente considerati i fondatori della filosofia. Diversamente dalla speculazione egizia e mesopotamica, la filosofia greca si accompagnò infatti ai primi passi della scienza.

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In una miniatura araba, Dioscoride mentre insegna ad un allievo. Epigono della scuola alessandrina, nel primo secolo d.C. la sua opera” De materia medica” (Sulla materia medica) fu tra le ultime di carattere veramente scientifico della civiltà greco-romana.

E’ vero che alcune nozioni sulle stelle, sulle piante, sui metalli, et cetera i Greci le avevano ereditate dalle precedenti culture orientali, ma si trattava di nozioni essenzialmente empiriche e frammentarie, capaci di mettere l’uomo in grado di affrontare situazioni particolari senza però offrirgli una visione generale del mondo. I costruttori egizi sapevano, ad esempio, che facendo nodi in una corda in modo da dividerla in 12 lunghezze uguali e formando poi con la medesima un triangolo rispettivamente di 3, 4 e 5 lunghezze, si aveva un triangolo rettangolo. Ma doveva essere un greco, Pitagora, a dimostrare il teorema sui triangoli rettangoli.

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Il filosofo greco Pitagora

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Il teorema di Pitagora sui triangoli rettangoli

Il concetto di prova, di dimostrazione universalmente valida, è un’invenzione peculiarmente greca, ed è ciò che segna l’inizio della scienza e della filosofia in contrapposizione ai brancolamenti delle civiltà precedenti.

Non solo, ma i pensatori greci furono gli unici che intrapresero ricerche senza proporsi come fine primo l’utilità pratica, giacché cercavano di comprendere il mondo per il puro amore della conoscenza. La nostra tradizione filosofica risale direttamente al pensiero greco, pensiero che è tuttora importantissimo per noi, tanto che ad esso bisogna rifarsi per comprendere come sono sorti i grandi problemi della filosofia e della scienza.

                                                                                                                                                                                         Lucica

L’UOMO E LA RELIGIONE

E’ ragionevole supporre che i primi pensieri dell’uomo fossero strettamente pratici. E poiché il mondo non si adatta sempre ai bisogni dell’uomo (i terreni di caccia possono impoverirsi di selvaggina, il maltempo può distruggere i raccolti, persone care o necessarie possono ammalarsi o morire), fu naturale per l’uomo pensare e sperare che, in tali circostanze, qualcun altro potesse fare per lui quello che egli stesso non poteva fare, che qualcuno potesse essere per l’adulto, quello che il padre è per il figlioletto debole e indifeso. Ai suoi inizi, quindi , la religione dove essere tanto necessaria e pratica quanto il resto dell’attività mentale dell’uomo. Questo aiuto è spesso simboleggiato dalla mano di Dio che si protende verso la terra per dare aiuto e assistenza all’uomo.

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Anche quando prevalse il lato più spirituale, del resto, la religione non perse completamente questo rapporto con i bisogni istintivi: gli uomini temono la morte, si sdegnano delle ingiustizie della sorte terrena, esigono un compenso ai sacrifici. Considerare la religione a questo livello, non significa affatto disprezzarla o respingerla come un’illusione appartenente all’infanzia dell’umanità: ciò che deve essere cominciato come perseguimento attraverso la magia di mete inaccessibili ai mezzi ordinari, si sviluppò col tempo fino a dar vita a un sistema di pensiero completo ed esauriente- inteso a dare all’uomo un concetto della natura e degli scopi del mondo, e uno schema di principi cui uniformare i propri rapporti con i suoi simili-, sistema di pensiero dal quale nacquero la filosofia e la scienza.

                                                                                                                              Lucica

LAVORAZIONE ARTIGIANALE DEL LATTE

DAL RACCONTO DI MIA NONNA LA RIEVOCAZIONE DI UN MONDO ARCANO (ANCHE SE NON COSI’ LONTANO NEL TEMPO) OVE L’INDUSTRIA CASEARIA ERA UNA FACCENDA CASALINGA

 

Un tempo, quando i nostri nonni erano ancora bambini, non esistevano grandi negozi dove trovare ogni ben di Dio. Tutto cio che era necessario ognuno se lo produceva a casa sua con le sue mani. Prendiamo ad esempio il latte. Ognuno aveva la sua stalla con le sue mucche munte ogni mattina e portate regolarmente a fare la transumanza su per i più alti pascoli d’estate e nelle stalle d’inverno.

Adiacenti alle stalle ognuno possedeva anche i locali adibiti alla lavorazione del latte con metodi dove il lavoro dell’uomo aveva ancora una netta prevalenza sull’azione delle macchine. Si trattava di locali con ampie vasche nelle quali c’era sempre dell’acqua affinchè il latte si mantenesse fresco

Il latte appena munto veniva versato in un recipiente ampio e basso di rame le cui dimensioni potevano variare a seconda della quantità di latte che ciascuna mucca offriva. Il recipiente veniva adagiato nelle vasche e lasciato a riposare per un giorno e una notte, un procedimento necessario a far affiorare la componente grassa o panna che poteva essere consumata pronta oppure essere trasformata in burro non prima però di averla separata dal latte. A tal scopo si adoperava una paletta di metallo facendo attenzione a non immergerla troppo in profondità cosa che avrebbe potuto causare il rimescolamento di latte e panna. Questo processo veniva denominato spanatura ed era l’equivalente artigianale dell’odierna scrematura industriale. Una volta separata la panna veniva riposta in un recipiente cilindrico di legno chiuso da un coperchio con un foro al centro attraverso il quale veniva fatto passare un bastone munito di cerchio che fungeva da rudimentale frullatore che funzionava a olio di gomito. Tale strumento si chiamava zangola (penagia in dialetto talamonese). Con il bastone della zangola si mescolava e si rimescolava la panna fino a quando essa non assumeva una consistenza burrosa. Per facilitare il processo, denominato zangolatura, esistevano anche strumenti a manovella. Una volta ottenuto il burro esso veniva prelevato dal recipiente lavorato a mano e versato in uno stampo. Il latte che rimaneva impregnato andava rimosso altrimenti avrebbe reso amaro il burro. Questo latte rimosso era denominato latte del burro, in sé molto dolce, ma privo di nutrimento.

Col latte rimasto nel recipiente di rame una volta rimossa la panna era possibile fare il formaggio travasandolo in un recipiente di rame più grande e facendolo scaldare ad una temperatura di circa 30° poi, una volta tolto dal fuoco, arricchito col caglio, una sorta di polvere che ne causa la progressiva coagulazione e successiva solidificazione. Il formaggio veniva fatto riposare poi per circa 30 minuti prima di tagliare la cagliata (della quale veniva favorita la formazione con uno strumento denominato in gergo lira) fino a ridurla in poltiglia che veniva lasciata riposare ancora per 30 minuti in modo tale che la pasta del formaggio si separasse e decantasse sul fondo per poi essere recuperata con l’ausilio di una pezza di canapa poggiata su uno strumento particolare chiamato in gergo carot. La pezza di canapa era necessaria affinchè il siero scolasse completamente dalla pasta di formaggio.

Col siero avanzato dalla lavorazione del formaggio che rimaneva impregnato nella canapa si realizzava la ricotta. Il siero veniva rimosso dalla canapa strizzandola per poi essere posto all’interno di un utensile particolare chiamato fasera uno stampo rotondo che avrebbe dato forma alla ricotta ottenuta riscaldando il siero a 30° e aggiungendo, dopo averlo tolto dal fuoco, una particolare sostanza chiamata lum de roc per conferire il sapore e la consistenza.

Ovviamente il latte poteva essere consumato così com’era appena munto senza passare attraverso il locale della lavorazione.

Il latte cagliato senza prima procedere alla spanatura permetteva di ottenere formaggi grassi.

Antonella Alemanni

GALLERIA IMMAGINI LAVORAZIONE DEL LATTE E BURRO

Il casaro versa la panna nella zangola

Il casaro versa la panna nella zangola

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

In alpeggio e nei maggenghi il latte viene conservato nelle conche

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Un tempo il burro veniva lavato manualmente

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira

Dopo un primo riscaldamento, viene aggiunto il caglio. Successivamente il casaro frantuma la cagliata con la lira

«ULTREYA!»… SULLA STRADA DELL’APOSTOLO GIACOMO

Brevi cenni storici e stralci del diario di un pellegrino ardennese

sul Cammino di Santiago de Compostela

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Simbolo dei pellegrini, la conchiglia di San Giacomo Apostolo (Santiago de Compostela)

 

C’è un grido che da secoli risuona nelle vallate dei Pirenei francesi, scavalca il confine spagnolo, confluisce a Roncesvalles, prosegue la sua eco passando per la Navarra attraverso Pamplona e Logrono, incontra la Meseta tra Burgos e Leòn, e arresta la sua corsa nella regione delle Asturie e della Galizia, sprofondando negli abissi di Finisterrae. è il grido di «Ultreya!»: l’antico saluto dei pellegrini di Santiago de Compostela, che da oltre mille anni percorrono lo storico cammino spirituale che da San Jean Pied-du-Port in Francia conduce alla tomba dell’apostolo Giacomo nella Spagna più occidentale, molto vicino a dove nell’antichità finivano le terre conosciute. L’origine della parola «Ultreya!» deriva dal latino ultra (=più) ed eia (=avanti), e sta ad indicare dunque di andare sempre avanti con coraggio fino alla meta. Come a dire: «Forza compagni, non arrendiamoci che più avanti c’è Santiago che ci aspetta!» oppure: «Non fermiamoci qui, andiamo oltre, andiamo incontro a Qualcosa di molto importante!».

Giacomo (Tiago), da cui Santiago (San Giacomo), è figlio di Zebedeo e fratello di San Giovanni l’Evangelista, pescatore e uno dei dodici apostoli di Gesù. Dopo la risurrezione di Cristo fu colui che evangelizzò la penisola iberica e, una volta tornato in Palestina, fu decapitato su ordine di re Erode. Correva l’anno 44 d.C. Dopo la morte i discepoli raccolsero il corpo e, caricatolo su una barca, lo trasportarono segretamente via mare fino alle coste della Galizia dove trovò sepoltura nei luoghi di predicazione a lui cari. Nei secoli successivi si perse traccia del sepolcro finchè nell’anno 813 San Giacomo apparve in sogno all’eremita Pelagio e gli svelò il luogo della sua tomba: proprio dove una pioggia di stelle rischiarava il cielo da alcuni giorni. Su indicazione del Santo l’abate scavò nella terra e scoprì il sepolcro. La notizia si propagò a macchia d’olio, e furono il Vescovo locale ed il Papa a decretare la veridicità dell’accaduto. Da qui iniziò il culto di Santiago e presto fu edificata una piccola chiesa, intorno alla quale sorse un borgo di fedeli che assunse il nome di Compostela (da campus stellae). In quel periodo la Spagna stava vivendo anche uno dei periodi più tristi della storia di dominazione araba e San Giacomo divenne il simbolo e il protettore della lotta contro i Mori. Venne presto raffigurato come Santo-guerriero e gli fu attribuito l’appellativo di «matamoro» ossia uccisore dei Mori fino al 1492 quando la Spagna conquistò la libertà che perdura ancora ai giorni nostri. Da quell’epoca la devozione per Santiago non è mai venuta meno, ed è tuttora amato e venerato patrono di Spagna. è così che Santiago de Compostela è divenuta meta di continui pellegrinaggi. Nel 1987 il Consiglio d’Europa ha dichiarato il Cammino di Santiago “Itinerario Culturale Europeo” e nel 1993 l’Unesco l’ha proclamato “Patrimonio dell’Umanità”.

Rispetto ai pellegrini del passato, che alla partenza si spogliavano degli averi, facevano testamento o davano disposizioni circa il governo del patrimonio durante il periodo di assenza, oggi le cose sono ovviamente molto cambiate. Ad accomunare i pellegrini attuali ai pellegrini di un tempo sono però rimaste le motivazioni che inducono a lasciare le proprie case e a mettersi in cammino verso Santiago. Quali sono? Impossibile spiegarle o catalogarle in un ordine predefinito. è un bisogno che ognuno sente dentro, lo attrae, e per cui vale la pena camminare per giorni e giorni prima di raggiungere la meta. Il pellegrino d’oggi non deve più scrutare il cielo e farsi guidare dalla Via Lattea per non uscire dal tracciato, non deve più evitare di camminare da solo per il pericolo di incorrere nell’assalto dei briganti, non deve più implorare la protezione dei Templari, e nemmeno indossare tunica e mantello di stoffa, e portare bastone e bisaccia. Nell’antichità il cammino poteva essere intrapreso anche come imposizione del giudice o come penitenza del confessore per colpe o peccati di particolare gravità. Ai nostri giorni ci sono ovunque le frecce gialle di Santiago a indicare la strada da seguire. Di tutta la tradizione rimane solo l’usanza di appendere ben visibile sullo zaino una conchiglia bianca, emblema indiscusso del pellegrino compostellano. Non esiste l’identikit del pellegrino tipo; come indicato su molti giochi in scatola anche l’età per fare questo tipo di esperienza può oscillare all’interno di un ampio margine: basta voler camminare, e non solo con le gambe si intende!

Venendo a me, è più o meno con questo spirito di ricerca interiore e voglia di condivisione che a maggio (consueto mese dedito alla programmazione delle vacanze estive) trovo il coraggio di esternare a un piccolo gruppo di veri amici il mio desiderio di intraprendere il Cammino di Santiago de Compostela. Quest’anno niente spiagge assolate dunque, niente tuffi in mare, niente serate all’insegna di qualsiasi, seppur sano, divertimento. Uno mi risponde subito di sì, che conosce qualcuno che c’è stato che gliene ha parlato bene, gli altri due hanno bisogno di un po’ più di tempo per pensarci. Tempo una settimana e il gruppo dei quattro pellegrini si è già formato: data di partenza dall’Italia il giorno di Ferragosto, inizio del cammino il giorno 16 agosto da Leòn, 310 Km totali suddivisi in 13 tappe, arrivo a Santiago previsto per il 29!

Mancano ancora tre mesi alla partenza e la voglia di partire continua a crescere, così come la lista delle preghiere che parenti, amici, colleghi e conoscenti mi commissionano di recitare una volta arrivato davanti all’altare di Compostela. Finalmente domani è il 15 di agosto, si mette lo zaino in spalla e si parte! Arrivati a Leòn, visitiamo il centro storico con la maestosa cattedrale in stile barocco, e ci facciamo guidare dalle prime frecce gialle al convento delle suore benedettine, che sarà il nostro primo albergue del Cammino. Che emozione avere il primo sello (timbro) sulla credenziale del pellegrino, quando saremo a Santiago ne avremo collezionati molti, e questo ci permetterà di ricevere la «Compostela» ossia un documento nominativo, scritto in latino su carta pergamena, che certifica l’avvenuto pellegrinaggio! Nel convento vige il più rigido codice di buon costume ed è così che uomini e donne dormono rigorosamente in ambienti separati. Il magnifico quartetto si deve per forza di cose spaccare: due da una parte e due dall’altra! è proprio qui nel convento che abbiamo i primi contatti con gli altri pellegrini e iniziamo a prendere confidenza con la vita che ci attende l’indomani mattina all’inizio del nostro cammino. La sera, prima del coprifuoco fissato per le ore 22.00, partecipiamo alla cerimonia di ringraziamento delle suore per il giorno trascorso, ed assistiamo al discorso della madre superiora, che intrattiene gli ospiti a proposito della sostanziale differenza tra essere pellegrini, turisti o camminanti e invita poi ognuno dei presenti a fare un esame di coscienza per capire meglio in quale di questi collocarsi. Il rito prosegue con preghiere intervallate a canti, e si conclude con la lettura della preghiera del pellegrino, il cui testo è stato distribuito nelle varie lingue. Sì perché sul cammino ci sono pellegrini provenienti da tutti i Paesi d’Europa, americani, portoricani, canadesi, brasiliani ed argentini, solo per citare quelli che hanno “camminato” con noi. Alla sera è fantastico non sapere mai in che lingua augurare buona notte al tuo vicino di letto!

Da Leòn partiamo alla volta di Villadangos del Pàramo (22 Km ca.), passando da La Virgen del Camino e da Hospital de Orbigo che ci accoglie all’ingresso con l’imponente ponte romano dall’aspetto austero, teatro di numerose battaglie che hanno sparso parecchio sangue sul selciato che calpestiamo. Prima vera tappa conclusa positivamente. Per scelta personale ho voluto camminare per un bel tratto in compagnia solo della mia ombra, e questo mi ha permesso di proseguire nella riflessione iniziata la sera precedente e di riconciliarmi meglio con me stesso. Domani saremo ad Astorga (27 Km ca.), gradevole cittadina fortificata da mura in parte ancora visibili, con cattedrale ed estroso palazzo ad opera di Gaudì, celeberrimo architetto spagnolo autore anche della Sagrada Familia di Barcellona. Nell’albergue (ostello dei pellegrini) che ci ospita incontriamo i primi pellegrini che condivideranno con noi tutto il Cammino, e l’atmosfera che si inizia a respirare è proprio quella di una grande famiglia, che guarda avanti con entusiasmo alla meta. è semplicissimo socializzare, ci sono pellegrini di tutte le età e tutti sembrano interessarsi a tutti. Avverto l’impressione di sentirmi davvero a mio agio. Rivangando reminiscenze scolastiche provo a parlare con un’allegra famiglia francese che sta percorrendo il Cammino con i cinque figli di cui i più piccoli di otto e nove anni, ricevendo pure elogi per il mio francese “pressappochista”. La tappa del giorno seguente ci porta a Rabanal del Camino (20 Km ca.) ed è quasi tutta in salita! Rimango sorpreso e affascinato dai campanili delle tante chiese che incontriamo: quasi tutti ospitano degli enormi nidi di cicogna! Domani arriveremo a Molinaseca (26 Km ca.) di cui la prima parte ancora in salita e la seconda in discesa con una bella pendenza. Passeremo ai piedi della suggestiva Cruz de Hierro (Croce di Ferro), eretta su un altipiano a 1504 metri di altitudine. C’è una cappella, una fonte e una montagnetta di sassi; è infatti abitudine consolidata che ogni pellegrino aggiunga una pietra al cumulo esistente con su scritto il nome e la provenienza. Passata la croce, le frecce gialle di Santiago ci guidano in un infinito susseguirsi di saliscendi finchè poi perdiamo decisamente quota. A Manjarin, paese semi abbandonato e diroccato, ci imbattiamo in un’unica costruzione ancora con il tetto, abitata da un curioso personaggio templare che ha anche predisposto dei cartelli per informare i pellegrini che mancano 222 Km a Santiago e ci troviamo a 2475 Km da Roma e a 5000 Km da Gerusalemme. In questa faticosa giornata di cammino mi accorgo di come il Cammino stesso rappresenti una sorta di metafora della vita, fatta di salite e di discese, di momenti felici e di momenti difficili, e di come la condivisione delle fatiche con gli altri sia fondamentale per non inciampare e andare lontano. Alla sera posso anche scrivere sul mio diario che un passo indietro per aiutare chi ha bisogno vale più di mille passi avanti nella più totale indifferenza.

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cammini europei per Santiago di Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Cartina Cammino di Santiago de Compostela

Il giorno seguente proseguiamo per Villafranca del Bierzo (28 Km ca.), passando per Ponferrada e Cacabelos attraverso vigneti e campi coltivati a bietole. Il Cammino è proprio come succede nella vita di ogni giorno: si incontrano tante persone, con alcune si passa molto tempo e con altre pochi attimi, alcune si incontrano, si perdono, e si rincontrano, altre si perdono e non si incontrano più. Ciò che rimane vivo è il ricordo. è così che oggi dobbiamo salutare Mariano e Dora, una simpatica coppia spagnola di Valencia. Hanno iniziato alcuni anni fa a percorrere il Cammino partendo da San Jean Pied-du-Port e ogni anno ricominciano a percorrerlo dove l’hanno abbandonato l’anno prima. A Santiago devono ancora arrivare, l’anno prossimo dovrebbe essere quello buono! In compenso pur di non separarci dai nostri carissimi compagni di Cammino andalusi, decidiamo di apportare delle modifiche alle nostre tappe iniziali, accorciando di un giorno l’arrivo a Santiago previsto per il 29, ed allungando di conseguenza di qualche Km al giorno la marcia. Le gambe e i piedi stanno reggendo bene il ritmo, e tutti siamo d’accordo a proseguire con i due cugini spagnoli di Almeria che ci hanno conquistato il cuore appena ci siamo conosciuti ad Astorga. 22 anni lui, ex seminarista ora studente di architettura all’università di Granada, 28 anni lei, impiegata. Juan e Loli i lori nomi. Meta di domani La Faba (27 Km ca.). Si comincia subito a salire. Qui l’attività predominante è l’allevamento di vacche da latte che pascolano libere nei prati. L’albergue dove dormiamo questa notte è gestito da una famiglia di volontari Tedeschi e nel cortile c’è una chiesetta recentemente riportata agli antichi splendori grazie alle offerte dei pellegrini raccolte nel corso degli anni. Alle ore 20 arriva un frate dell’ordine dei Francescani che ci invita a prender parte a un momento di preghiera comunitaria. La chiesa è gremita di pellegrini, e quando il frate invita cinque volontari a salire sull’altare, decido di metter da parte la vergogna e di essere uno di quelli. Come memoriale della cena di Pasqua di Gesù con gli Apostoli, riviviamo il rito della lavanda dei piedi e preghiamo invocando Santiago per la pace nel mondo. Al termine della funzione il frate ci esorta a scambiarci il segno di pace abbracciandoci l’un l’altro. Quando rientriamo nell’albergue ormai siamo tutti fratelli, e scopriamo che si può comunicare perfettamente rimanendo in silenzio; ce lo insegna in modo ancor più evidente un ragazzo muto che si trova sul Cammino con il fratello minore e un amico. Scopriamo che ci possono essere silenzi eloquenti da cui possono nascere grandi e profonde conversazioni fatte di sorrisi e di sguardi che non conoscono frontiere e che sanno comprendere tutti. Da La Faba ci trasferiamo a Triacastela (30 Km ca.) passando per O’ Cebreiro. Qui un cartello informa che stiamo entrando in Galizia e nell’aria sembra già di respirare il profumo di Santiago! O’ Cebreiro si trova in cima a una montagna ed è uno dei luoghi più intrisi di storia di tutto il Cammino. Ci emoziona arrivare appena sotto quando spunta l’alba e noi siamo fermi a recitare l’ormai inseparabile preghiera del pellegrino. La tappa di domani ci condurrà a Barbadelo (28 Km ca.) attraverso boschi fitti che si alternano a pascoli rigogliosi. La cittadina di Sarrìa è l’unica che incontriamo nel raggio di parecchi Km, tutti gli altri sono minuscoli paesini che mi viene da pensare che esistano ancora ai giorni nostri solo grazie al fatto che ci sono i pellegrini di Santiago che passano di lì e sostano a rifocillarsi. In questo tratto di Cammino è ancora possibile bere il latte appena munto o mangiare la tortilla fatta in casa con le uova delle galline che razzolano sull’uscio delle case. Gli abitanti, per la gran parte anziani, augurano a tutti i pellegrini “Buen Camino”, e in cambio di un ricordo una volta giunti a Santiago, elargiscono pacche sulla spalla e sorrisi di incoraggiamento. Oggi è domenica e arriviamo al termine della tappa puntuali per la messa, peccato che in realtà sia la celebrazione di un funerale! Domani ci sposteremo a Ventas de Naron (25 Km ca.). L’odore del letame ci fa compagnia per tutto il giorno e vediamo molte più mucche che persone. Anche qui passiamo un’unica cittadina, Portomarin che incontriamo dall’altra parte di un lungo ponte che sovrasta una diga artificiale sul fiume Mino. Come sempre, per nostra scelta, le tappe non finiscono mai in grossi centri abitati. La preferenza assoluta è per posti lontani dai ritmi frenetici con cui dobbiamo convivere ogni giorno dell’anno. è così che tiriamo dritto per qualche Km e raggiungiamo la meta pianificata: un albergue con annesso piccolo ristorante, chiesa, cimitero, un paio di stalle e una decina di case sparse qua e là tra il verde dei pascoli. Rimangono due tappe e la terza è quella con la T maiuscola, quella di Santiago. Questo vuol dire che ci mancano solo 77 Km! Melide (23 Km ca.) è la tappa del giorno successivo. Le frecce gialle del Cammino ci fanno addentrare nei campi di mais e siamo circondati da innumerevoli horreos, i tipici granai galiziani costruiti in muratura e legno, sollevati un metro circa da terra, con due croci sulle estremità del tetto. Oltrepassiamo Palas del Rei e giungiamo a destinazione. A Melide non possiamo non fare quello che tradizionalmente tutti i pellegrini, dalla notte dei tempi ad oggi, fanno quando arrivano qui: sedersi in una delle storiche pulperie e gustare il tipico polpo cucinato alla galega. La tappa di domani è la più lunga che dobbiamo percorrere (34 Km ca.). Dobbiamo assolutamente arrivare entro sera a Arca-O Pino, per lasciare la tappa finale di soli 20 Km e arrivare a Santiago in orario per l’imperdibile messa di mezzogiorno del pellegrino, dopo aver ritirato la Compostela. Continuano a scandire il Cammino i cippi iniziati a O’ Cebreiro che ogni 500 metri ci avvertono di quanti Km mancano a Santiago. Raggiungiamo il Km 20: questo vuol dire che stanotte ci fermiamo a dormire qui. Domani sarà una giornata molto impegnativa e importante. La sveglia è fissata per le ore 4, cammineremo per un bel po’ con la pila che illuminerà il buio della notte, ma non possiamo assolutamente permetterci di far tardi e in ogni caso dobbiamo considerare anche qualsiasi imprevisto che ci potrebbe far perdere tempo. Raggiungiamo il Monte do Gozo, che osserva Santiago dall’alto, quando le tenebre della notte lasciano il posto alla luce del giorno. Da questa sommità tutto è luce, si vede in lontananza la città di Santiago e all’osservatore più attento non possono di certo sfuggire le guglie della cattedrale che svettano tra i palazzi. Una sosta obbligata è anche il monumento edificato nel 1989 in onore di Papa Giovanni Paolo II, in visita a Santiago in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Mancano gli ultimi 7 Km e la sensazione di essere così vicini alla meta un po’ ci spaventa! Si sta concludendo un cammino durato 12 giorni (non più 13!) nel quale c’è stato un tempo per pregare, un tempo per scherzare, un tempo per parlare e uno per stare ad ascoltare, ma adesso che tempo ci aspetta? Tirare delle conclusioni ci mette addosso un po’ di paura. Tutti sembriamo un po’ distaccati dal mondo reale, e pur camminando insieme come tutti gli altri giorni, oggi ognuno sembra camminare da solo e interrogarsi su quello che è stato e su quello che sarà. Una volta raggiunta la periferia di Santiago, a piedi ci vuole circa mezz’ora per raggiungere la zona pedonale e arrivare nel centro storico. La vista delle torri della cattedrale mi impressiona ed accentua lo stato di tempesta interiore che da qualche Km si è impadronito di me. Sentiamo di essere molto prossimi alla meta, è una sensazione che si avverte con l’olfatto ancor prima che con la vista, infatti vediamo la cattedrale nel suo immenso splendore solo quando una lunga scalinata ci immette direttamente nella piazza dell’Obradoiro. Ci siamo, siamo arrivati e non è un sogno ad occhi aperti! La meta del nostro pellegrinaggio è qui davanti a noi! Andiamo in fondo alla piazza e ammiriamo a testa alta la maestosità della cattedrale, altissima, con le due torri a fare da guardia e le immagini sacre dei bassorilievi a vegliare sui pellegrini. Ancora dobbiamo riprenderci del tutto dallo stordimento di così tanta emozione, tutta insieme, che ci ha colpito. Finora nessuno di noi ha proferito parola, non sappiamo cosa dire e cosa dirci. Alla fine sono le lacrime di commozione ad avere il sopravvento e ci ritroviamo tutti contemporaneamente a stropicciarci gli occhi. Istintivamente poi ci abbracciamo forte l’un l’altro e poi tutti insieme! Il sentimento che prevale è indubbiamente la gioia ma questa è mescolata ad una vaga sensazione di vuoto per il Cammino che ci ha uniti, al quale abbiamo dedicato tante energie, ma che ora è terminato. Non c’è nessuno a dirci «Bravi, ce l’avete fatta!», ce lo diciamo tra di noi, ma senza euforia, quasi sottovoce. Ci accorgiamo che siamo attorniati da sciami di turisti che quasi ci appaiono superflui e petulanti. Ci mettiamo in coda all’Oficina de Acogida del Peregrino per mettere il timbro di arrivo sulla credenziale (28 agosto!) e ritirare la Compostela. Poi entriamo nella cattedrale da un ingresso laterale, mancano pochi minuti a mezzogiorno e siamo puntuali per la messa del pellegrino, la nostra messa. All’inizio della celebrazione una suora elenca quanti pellegrini sono arrivati quel giorno, la nazionalità e il luogo di partenza del Cammino. Nomina anche noi: «Quatro Italianos de Leòn», ci guardiamo e ci commuoviamo per la seconda volta! Inizia la messa, concelebrata in forma solenne da molti sacerdoti. Al termine della funzione religiosa, la cerimonia del botafumeiro! Un enorme turibolo legato a una grossa corda che passa in una carrucola ancorata alla volta della cupola maggiore della cattedrale viene azionato manualmente da cinque o sei uomini e fatto ondeggiare energicamente lungo la navata laterale della chiesa, spargendo nell’aria il profumo dell’incenso che presto si propaga in ogni anfratto. Due altre cose importanti ci rimangono da fare: l’abbraccio al Santo in segno di ringraziamento e la visita alla cripta dove sono conservate le reliquie. Fatto questo che fare? La risposta ci pare un po’ fuori luogo, eppure è l’unica che troviamo: continuare a camminare. Camminare sulle strade del mondo portando a tutti il messaggio che Santiago ci ha suggerito come premio al pellegrinaggio. Dopo tutto, senza mezzi termini, il sacerdote nell’omelia del pellegrino ha più volte ripetuto che chi pensa di essere arrivato a Santiago e di aver concluso il Cammino non ha ben colto l’essenza della nostra natura umana. «Tutti noi siamo pellegrini fino al giorno del Giudizio, il vero Cammino inizia da qui, da Santiago. Santiago è il punto di partenza non il traguardo». Queste parole ci riempiono di forza e dentro di noi nasce la capacità di salutare tutti i nostri compagni di Cammino senza percepire la sensazione dell’abbandono o del triste addio. è così che diciamo arrivederci a Miren, Josè, Astrid, Theofilo, Montse, al gruppo dei quattro catalani casinisti, e agli indimenticabili Juan e Loli senza versare nessuna lacrima. Domani faremo anche noi i turisti in questa magnifica città, poi andremo a salutare l’oceano a Finisterrae, là dove il sole ad ogni tramonto veniva inghiottito dalle onde e nessun uomo aveva mai osato andare oltre, o avuto il coraggio di urlare ad un altro uomo «Ultreya!».

Antico esempio di "credenziale"

Antico esempio di “credenziale”

                                                                                                                      Michele Libera