LA GRANDE BIBLIOTECA AMBROSIANA

 

 

FedericoBorromeo.Cardinal

 

 

La grande Biblioteca lombarda fondata dal cardinale Federico Borromeo fu una delle prime che per il gesto di un illustre mecenate venisse aperta alla pubblica lettura (1609).Fu concepita dal fondatore come un centro di studio e di cultura: volle infatti che vi fiorissero a lato altre istituzioni come il Collegio dei Dottori, l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca.Il cardinale raccolse per la sua Biblioteca, che dal santo protettore di Milano chiamò Ambrosiana, un largo numero di codici greci, latini, volgari e nelle diverse lingue orientali. In essi si comprendono i fondi preziosi derivanti da istituzioni religiose come il monastero benedettino di Bobbio, il convento agostiniano di Santa Maria Incoronata e la biblioteca del Capitolo Metropolitano di Milano; così pure quelli provenienti da importanti collezioni private come quella di Gian Vincenzo Pinelli, Francesco Ciceri e Cesare Rovida, illustri studiosi e bibliofili del ‘500. Fra gli innumerevoli donatori che arricchirono in seguito l’Ambrosiana, si segnalano Mellerio, che nel secolo XIX, legarono la Biblioteca delle loro straordinarie raccolte librarie.Per la vastità delle raccolte e per il numero e il pregio dei codici, l’Ambrosiana è indubbiamente una delle prime biblioteche italiane e del mondo. Ebbe illustri bibliotecari quali lo storico milanese Giuseppe Ripamonti, Ludovico Antonio Muratori, Giuseppe Antonio Sassi, il cardinale Angelo Mai, Antonio Maria Mercati e Achille Ratti divenuto pontefice con il nome di Pio XI.La Biblioteca ha carattere storico, letterario, religioso, particolarmente classico retrospettivo, ossia volto allo studio del passato; è retta da due Collegi, uno dei Dottori – presieduto dal Prefetto – che sovraintende alla sua attività culturale, e l’altro dei Conservatori, preposto alla sua amministrazione.Fra le ricchissime collezioni ambrosiane si ricordano il fondo arabo ed orientale, di eccezionale importanza; la biblioteca glottologica-dialettale di Carlo Salvioni e la raccolta araldica di Eugenio Casanova. Si contano numerosi palinsesti (con pezzi pregevolissimi come gli unici frammenti superstiti della Vidularia di Plauto, risalenti al V secolo, e parte della versione gotica del Vangelo compiuta dal vescovo ariano Ulfila) e molti manoscritti splendidamente miniati come il Libro d’ore Borromeo, di mano di Cristoforo De Predis, o il Gellio decorato e firmato da Guglielmo Giraldi.

Ma sopra tutti eccellono l’Ilias picta del V sec., il famoso Virgilio con annotazioni marginali di Francesco Petrarca, miniato da Simone Martini, il Giuseppe Flavio, nella versione latina, su papiro, il codice irlandese e quello provenzale. Vi sono poi diversi codici autografi come il De prospectiva pingendi di Piero della Francesca, l’Aristotele con il commento trascritto dal Boccaccio, la Vita di Guidobaldo di Montefeltro di mano di Pietro Bembo e gli autografi di S. Tomaso d’Aquino, dell’Ariosto, del Machiavelli, del Tasso, di Galileo per arrivare all’intero fondo pariniano e di Cesare Beccaria.

Pregevolissimi, poi, sono molti degli incunaboli (da non dimenticare la rara edizione del Decamerone di Cristoforo Valdarfer, Venezia 1471) e le non poche edizioni principi.

La Biblioteca inoltre possiede molte legature di pregio di manoscritti come di stampati, di cui una addirittura in pelle umana. Fra le collezioni speciali sono infine da segnalare quelle degli statuti, delle edizioni aldine, cominiane e bodoniane, nonché la ricchissima collezione delle incisioni e delle stampe di circa 12.000 unità.

 

In questa sezione si succedono in ebook singoli capitoli tratti
dalla
Storia dell’Ambrosiana edita da Cariplo Banca Intesa.
Non sono in ordine di indice.
Si ripropongono solo argomenti ricollegabili
ad elementi rilevanti temporaneamente sul Sito.
 

 

L’Ambrosiana: “Per un servizio universale”
Queste parole, secondo l’Atto di fondazione dell’Ambrosiana stilato nel 1607, riassumono lo spirito del suo fondatore, confermato nel Breve papale dell’anno 1608. Nel 1604 l’arcivescovo Federico Borromeo aveva presentato a papa Clemente VIII il suo primo progetto di fondare a Milano una grande biblioteca pubblica. L’amore per i libri gli era stato instillato quando, in giovane età, aveva sperimentato a Roma l’importanza fondamentale della scienza e dell’arte, per una nuova evangelizzazione mediante il dialogo e lo studio della cultura moderna. A Federico il cardinale Agostino Valier scriveva nel 1587: «I buoni libri non ci portano via il tempo come la gran parte delle persone che ci vengono a trovare: i libri sono amici che ci possono arricchire quanto ne abbiamo voglia. Tu, quindi, o cardinale Federico, dovrai raccogliere una grande quantità di libri, dovrai costruire una biblioteca degna del tuo nobile animo, spendendovi senza risparmio tutto il danaro che sarà necessario».
L’acquisizione dei manoscritti
Un programma che il giovane erudito non tardò a realizzare, raccogliendo in pochi anni migliaia di manoscritti con le opere principali di tutti i letterati e scienziati allora conosciuti.
Mentre procedeva agli acquisti, tra il 1603 e il 1609 aveva già scelto alcuni giovani ecclesiastici di ingegno, come candidati alla Schola o Collegio dei Dottori, che intendeva istituire quale colonna portante del disegno culturale ambrosiano.
Un inviato dell’arcivescovo, il nobile canonico Gian Giacomo Valeri, riuscì nel 1605 ad assicurare all’Ambrosiana i codici dell’antichissimo convento di san Colombano a Bobbio: tra questi, molti palinsesti dei secoli V-VI, con gli Atti del I Concilio di Calcedonia nel 451, e il Canone che poi sarebbe stato chiamato “muratoriano” con il più antico elenco dei libri biblici, risalente ai secoli II-III.
Il colpo più grosso gli riuscì grazie all’abilità di Fabio Leuco, che per suo incarico ad un’asta pubblica in Napoli il 14 giugno 1608 si aggiudicò per 3000 scudi i 700 codici preziosissimi che erano appartenuti aGian Vincenzo Pinelli: tra questi, la celeberrima Ilias picta, miniata probabilmente per la Biblioteca di Alessandria d’Egitto verso la fine del V secolo.
Avido di conoscenze, Federico coltivava personalmente studi in moltissimi campi, interessandosi alla Sacra Scrittura, all’ebraico, all’arabo, al siriaco.
Il fondo ebraico più antico comprendeva originariamente circa un centinaio di codici, alcuni splendidamente miniati, fatti acquistare o copiare in tempi e modi vari, in conformità al piano scientifico della erigenda biblioteca, nel quale si privilegiavano, accanto agli studi classici e storici, gli argomenti biblici e talmudici, qabbalistici e filosofici secondo la prospettiva di Mosè Maimonide, pioniere del dialogo fra mondo antico e moderno.
La passione di Federico per gli studi orientali
Federico, mosso da una «incredibile passione per gli studi orientali», fu sensibile anche alla cultura araba, della quale volle apprendere non solo alcune nozioni di lingua, ma anche elementi fondamentali di quel sistema religioso e civile. Tra i testi letterari persiani figurano celebri poemi quali il Bustan e il Gulistan diSa‘di da Širaz, ed un piccolo gruppo a parte, non meno significativo, comprende tre codici cristiani, tutti recanti il Vangelo secondo Matteo in persiano: due di questi vennero copiati nel 1598 e 1601 da Tuma Jan, armeno di Aleppo, già alunno del Collegio dei Neofiti in Roma.
La raccolta ambrosiana di codici e stampe arabe, persiane e turche riflette un orientamento in armonia con le contemporanee fitte relazioni diplomatiche che andavano intessendosi tra la Santa Sede e l’oriente sotto il pontificato di Clemente VIII (1592-1605), in particolare con lo scià di Persia, il safavideAbbas I (1581-1629). In un suo scritto, stampato in versione latina nel 1626, il cardinale sostiene la dipendenza della cultura occidentale dalle civiltà asiatiche ed orientali:
«Anche gli autori di scienze non ecclesiastiche dovrebbero convenire sul fatto, che le nazioni europee hanno accolto più tardi le leggi e le tradizioni civili, ricevendole dai popoli asiatici, perciò i popoli occidentali sono stati educati da quelli orientali».
L’autore esprimeva anche – insieme a dure critiche – un apprezzamento positivo circa le origini dell’Islam, sostenendo che «Dio ha tollerato la setta maomettana, per distogliere i pagani dal culto degli idoli, e perché il male peggiore venisse meno fino a scomparire del tutto, grazie al male minore, Dio volle recare al mondo un rimedio, così che il maggior male non fosse accolto».
Federico svolge poi una riflessione circa eventuali possibili cause di crollo dell’impero ottomano, mostrandosi attento osservatore della crisi dinastica degli Osmani, culminata nel 1622 con la rivolta dei giannizzeri che trucidarono il giovane sultano Osman II.
Quasi anticipando giudizi e considerazioni che torneranno di attualità dopo due secoli e mezzo, al tempo della spartizione dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale, il Borromeo esprime un punto di vista che all’inizio del Novecento sarà quello dell’arabista linceo, il principe Leone Caetani (1869-1935), poi vigoroso antifascista; il Borromeo è favorevole alla stabilità garantita da tale impero, al punto da augurarsi che uno dei possibili giovani eredi di stirpe osmana, da lui personalmente incontrato ancora fanciullo (forse il futuro Murat IV) in Italia, possa divenire «più favorevole verso la Chiesa».
I rapporti di Federico con gli umanisti del suo tempo
Amico personale di umanisti e scienziati come Galileo Galilei e Johann Schreck, il naturalista svizzero nominato a Roma accademico linceo, divenuto poi gesuita e missionario in Cina, Federico intratteneva rapporti con studiosi da tutto il mondo. Quando, nel 1615, tornò il Europa da Pechino il successore diMatteo Ricci, l’umanista belga Nicola Trigault, insistette per riceverlo più volte a Milano, e ne ricevette i primi rarissimi libri cinesi, tra i quali figura un esemplare del Da Ming guan zhi, opera forse oggi unica rimasta, nella quale si descrive il sistema della Prefetture del Celeste Impero. A Trigault e Schreck in partenza per la Cina, dopo aver loro fatto visitare la biblioteca, Federico fece dono di un cannocchiale, che fu poi offerto all’imperatore nel 1634. Dalla Cina Schreck nel 1624 gli inviò un dettagliato resoconto sui Libri principali de’ Cinesi con breve argomento della filosofia loro, manoscritto appena riscoperto in Ambrosiana, nel quale gli riferisce che «La divisione generale della scientia, nella quale studiano li Cinesi ordinandola al governo, et conservatione della loro Repubblica (per lasciare da parte le arti liberali, e meccaniche) conforme ad essi contiene due membri principali, quali dicono esser necessari alla Repubblica, come due rote al carro per andare, e le due ali all’uccello per volar, delle quali se una manca, non si può muovere. Questi due membri sono scientia per il governo del regno, e arte militare per la sua difesa, castigo de tristi, e rebelli. Si che per dir che un’homo nella loro repubblica è perfetto, l’addimandano homo consumato nelle due scienze, arme, e lettere».
Il programma culturale di Federico
Il programma culturale di Federico, che Alessandro Manzoni celebrò nei Promessi sposi, rappresentava quattrocento anni fa quanto di più avanzato si potesse immaginare a proposito di incontri di culture e civiltà; nelle sue Direttive ai Dottori così li esortava: «Non credo, che alcuno sin’hora habbia esposto il Catalogo compito de i libri, Siriaci, né Arabi, né pure Hebrei; de gli Armani, de gli Illirici, de i Persiani, de i Chinesi, de gli Indiani, non ve ne è quasi cognitione. Et pure utile sarà la fatica. Massimamente se non sarà puro, et semplice Indice, ma che si dia ragguaglio, et mezzana Cognitione della qualità del libro, et di che cosa egli parla. Vi sono parimente quelli che sono in uso presso al Prete Janni. Et quelli de’ Moscoviti, et de Tartari? Né questa sarà impossibile impresa. Et se alcun’ libro non si potesse havere, si habbi di esso una fedele relatione. Né Tolomeo il Grande, poté vedere tutti quanti i luoghi, che egli descrisse nelle sue Tavole».
Bellezza, scienza, pietas
Il grande cardinale, accanto alla Biblioteca, tracciò norme esemplari per l’attività artistica nel suo Museo, ed eresse uno straordinario polo di carattere universitario e politecnico, istituendo quell’Accademia di pittura, scultura ed architettura, dalla quale Maria Teresa d’Austria nel 1773 cavò la sua Imperial Accademia di Brera. I tre pilastri sui quali volle innalzare l’Ambrosiana – bellezza scienza pietas – sono emblematicamente espressi al mezzo dello scalone d’onore, dove tra due calchi del Laocoonte e della Pietà michelangiolesca troneggia l’epigrafe dedicata al Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci, munificamente donato con altri undici manoscritti leonardeschi, nel 1637, dal conte Galeazzo Arconati. Da quattro secoli l’Ambrosiana sorge, nel cuore di Milano, sulle fondamenta del Foro romano, quale simbolo più alto dell’incontro tra fede e ragione, tradizione e modernità, speranza di dialogo e di pace.

Il LEGGENDARIO SFORZA-SAVOIA

Il Leggendario Sforza-Savoia è uno dei codici più preziosi della miniatura italiana. Realizzato nel 1476 per volontà del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e di sua moglie, Bona di Savoia, il libro è una raccolta di storie – o leggende, da cui il nome Leggendario – tratte dal Nuovo Testamento e dai Vangeli Apocrifi: sono narrate le vicende di Gioacchino e Anna, di Maria, di Gesù e del Battista, con una parte conclusiva dedicata al Giudizio Universale. Il testo in volgare è accompagnato da un apparato illustrativo ricchissimo: ben 324 grandi scene miniate (spesso due per pagina) realizzate da Cristoforo de’ Predis. La vena narrativa delle illustrazioni e la spiccata potenza visiva dell’insieme fanno del Leggendario un vero e proprio racconto per immagini. Oggi il manoscritto è conservato nel caveau blindato della Biblioteca Reale di Torino – dove pervenne nel 1841 – accanto ad altri capolavori come il Codice sul volo degli uccelli di Leonardo e il suo celebre Autoritratto.
IL PRINCIPE MAGNIFICENTISSIMO

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Principe gaudente, esteta “magnificentissimo”, uomo incline all’ostentazione del lusso più sfrenato: con queste parole veniva descritto dai contemporanei Galeazzo Maria Sforza, durante il cui ducato (1466-1476) la corte milanese divenne “una de le più resplendente de l’universo”.
Il suo mecenatismo si manifestò soprattutto nelle grandi opere pubbliche, come la decorazione delle cappelle dei castelli di Milano e Pavia o la fondazione di Santa Maria degli Angeli a Vigevano.
Raffinato bibliofilo, Galeazzo Maria Sforza disponeva di una ricca biblioteca composta da oltre cento volumi, molti dei quali da lui stesso commissionati.
Nelle pagine del Leggendario Sforza-Savoia le insegne del duca si alternano alle armi di Casa Savoia, in onore alla consorte Bona: il codice può dunque considerarsi una sorta di suggello allegorico dell’unione tra le due famiglie, ma anche un segno del riavvicinamento tra Galeazzo Maria Sforza e il re di Francia (Bona era cognata di Luigi XI), cui rimandano i tre gigli dorati raffigurati nel libro.
UNA STORIA ROCAMBOLESCA
Ma com’è arrivato a Torino il Leggendario Sforza-Savoia? Secondo una fonte antica, quando Galeazzo Maria Sforza dovette allontanarsi dalla città per motivi guerreschi, affidò il libro a una monaca di un convento milanese: alla morte improvvisa del duca, nessuno reclamò il codice, che passò in seguito alla famiglia del conte Toesca. Nel 1841 il codice fu poi donato al re Carlo Alberto di Savoia, e da allora fa parte della Biblioteca Reale di Torino.

Lucica Bianchi

IL POEMA DI GILGAMESH

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la statua di Gilgamesh, Museo del Louvre, Parigi

Uno dei pochi racconti sumerici che è potuto giungere fino a noi è il celeberrimo poema di Gilgamesh, composto a Uruk intorno a 4500 anni fa. Chi è Gilgamesh? non si sa di preciso. Forse è un personaggio reale, un re di Uruk, vissuto circa 4600-4700 anni fa e diventato famoso per essersi posto, analogamente al suo collega faraone, l’ obiettivo dell’ immortalità. Già subito dopo la sua morte, su di lui circolano un certo numero di aneddoti, che vengono prima raccontati in forma orale
e in modo frammentario e successivamente raccolti, ordinati e messi in forma scritta in lingua sumerica. L’opera ha successo e si diffonde in tutto il Vicino Oriente. Intorno a 3000 anni fa, essa viene tradotta in lingua assira e viene conservata nella biblioteca del palazzo di Ninive, voluta da Assurbanipal, dove è stata ritrovata a seguito degli scavi archeologici compiuti nel XIX secolo. Ecco una sintesi del racconto.
Gilgamesh è il potente e arrogante re di Uruk. Stanchi del suo strapotere, i sudditi si rivolgono agli dèi perché gli oppongano qualcuno di pari valore. Gli dèi creano allora Enkidu, un uomo di mentalità primitiva e selvaggia, che cresce in compagnia degli animali selvatici. Saputo delle prepotenze del re, Enkidu si reca in città e lo affronta, ma Gilgamesh si mostra valoroso tanto che, alla fine, Enkidu riconosce la legittimità del suo potere e i due diventano amici. Insoddisfatti della loro vita tranquilla, i nostri eroi decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca di gloria. Strada facendo, la dea Istar si innamora di Gilgamesh, ma questo la respinge perché sa che la dea ha trasformato molti suoi amanti in animali. Irritata, Istar si rivolge ad Anu, il dio della volta celeste, chiedendogli di vendicarla. Anu manda contro i nostri eroi il gigantesco Toro del Cielo, ma essi lo uccidono. Invidiosi della loro fortuna, gli dèi decidono la morte di Enkidu, il quale, lamentando la sua fine ingloriosa, lontano dai campi di battaglia, esala l’ultimo respiro fra le braccia dell’amico, che ne piange la perdita. Sentendo incombere anche su di sé la minaccia della morte, Gilgamesh vuole scoprire il segreto dell’immortalità e si mette in viaggio alla volta di Utnapistim, l’unico uomo che sembra l’abbia ricevuta dagli dèi e che vive in un’isola agli estremi confini della terra.Lungo il cammino deve superare una serie di difficoltà, che si frappongono fra lui e Utnapistim: affronta due mostri spaventosi, che fanno la guardia al “Giardino delle Delizie”, resiste ad una locandiera, che cerca di dissuaderlo prospettandogli l’irrealizzabilità dell’impresa, e attraversa l’Oceano. Gilgamesh non si ferma davanti a nessun ostacolo, finché giunge al cospetto di Utnapistim, il quale, dichiaratosi disponibile a svelargli il segreto dell’immortalità, gli racconta come gli dèi abbiano mandato sulla terra il diluvio universale, come egli, aiutato dal dio Ea, abbia costruito un’arca e vi abbia caricato la propria famiglia e tutti gli animali salvandosi, e, infine, come, per grazia degli dèi, gli sia stato concesso di vivere per l’eternità in quella remota isola. Avendo compreso che non c’è alcun segreto da svelare e che l’immortalità è una prerogativa divina, deluso, Gilgamesh si prepara al ritorno, quando Utnapistim, tratto in compassione, vuole dargli un’estrema possibilità: se avesse raccolto una certa pianta, che si trova in fondo al mare, e l’avesse mangiata, avrebbe guadagnato l’immortalità. Ancora una volta, l’eroe affronta con successo l’impresa e, mentre fa ritorno alla sua città con l’intento di far mangiare la pianta a tutti gli uomini, essendosi fermato a bere da una sorgente e avendo deposto a terra la pianta, un serpente gliela rapisce. Così Gilgamesh ritorna a Uruk a mani vuote.Il mito di Gilgamesh ci permette di cogliere il livello di civiltà raggiunto dai sumeri, che appaiono in grado di riflettere sulla natura degli uomini. Dal momento che l’intelligenza, la forza, la volontà e il coraggio non bastano a fare di lui un essere immortale, all’uomo altro non resta che accettare i propri limiti e rassegnarsi al proprio destino. Tale è il senso tragico dell’opera, che presenta tratti di grande interesse, alcuni dei quali saranno poi ripresi dalla letteratura successiva, in particolare dalla Bibbia (Giardino delle Delizie, Diluvio) e dai poemi omerici (uomini-eroi, dèi antropomorfizzati, viaggio avventuroso, pianto per la morte dell’amico).

 

Lucica Bianchi

CODICI LEONARDESCHI – IL CODICE LEICESTER

Il volume si compone dei 36 fogli che riproducono il manoscritto, di una trascrizione fedele del testo di Leonardo e di una trasposizione in italiano. Il Codice Leicester (datazione probabile 1504-1506) è una raccolta di osservazioni e disegni di Leonardo da Vinci; argomento dominante del testo è l’acqua anche se non mancano osservazioni di astronomia, di meteorologia e di geografia fisica.Una ristampa anastatica di un’edizione facsimile del Codice Leicester è stata pubblicata dalla Casa editrice Cogliati di Milano nel 1909.
La cronologia del manoscritto è incerta: c’è chi ne fa iniziare la composizione già nel 1504, ma i più concordano per un periodo che va dal 1506 al 1508 con aggiunte successive fino al 1510. I vari scritti leonardeschi hanno subito una vicenda complessa ed intricata, che ha contribuito nel tempo a creare intorno ad essi un alone di mistero; dopo la morte di Leonardo da Vinci, nel 1519, quasi tutti i suoi documenti vennero ereditati da un suo fido discepolo, Francesco Melzi, che li portò dalla Francia in Italia, dove ebbero una sorte varia e ricca di vicissitudini, che nel tempo portò, purtroppo, alla perdita di molti di essi. Più lineare e facilmente ricostruibile sembra essere stata la storia del presente codice, che probabilmente non fece parte dell’eredità Melzi: nel 1537 lo sappiamo conservato dallo scultore milanese Guglielmo della Porta, nel 1690 circa fu acquistato dal pittore Giuseppe Ghezzi e dallo stesso fu rivenduto nel 1717 a Thomas Coke, Lord Leicester: da questo proprietario prese il nome con il quale è ricordato in presente.

Successivamente fu acquistato all’asta da parte del petroliere americano Armand Hammer che lo portò a Los Angeles e rinominò a proprio favore: per molti infatti è noto come Codice Hammer. L’attuale proprietario è Bill Gates, il re dell’informatica, che lo ha acquistato, sempre ad un’asta, nel 1994.
Il manoscritto è costituito da 18 carte doppie, cioè 36 fogli (dimensioni: cm 25 x 19) con recto e verso. Sono stati compilati riempiendo un foglio doppio dietro l’altro ed inserendolo ogni volta nei precedenti. E’ esemplare per conoscere il metodo di compilazione usato da Leonardo: è infatti una raccolta di appunti non organizzati in modo sistematico e definitivo e reintegrati via via con osservazioni, nuove considerazioni ed esperimenti. Ci sono sottolineature, aggiunte, cancellature improvvise che evidenziano l’immediatezza della composizione ed un procedere per enunciati ed interrogativi. Il tema principale è l’acqua con appunti e disegni di vortici e correnti, osservazioni di idrostatica, idrodinamica ed ingegneria idraulica, ma non mancano studi e riflessioni sull’illuminazione del sole, della terra e della luna. Insieme alle intuizioni più originali, come quella sul lumen cinereum della luna, dal codice emergono anche gli errori che Leonardo ereditò dalla tradizione: per esempio riteneva che le maree siano dovute al fatto che l’acqua viene “bevuta” dal fondo del mare (11A-26 verso). Il tutto è composto con scrittura speculare a quella comune, scrive infatti da destra verso sinistra; questo sembra sia dovuto ad una questione ottica istintiva, assai frequente nei bambini, che in Leonardo non viene corretta in giovane età, anche se molti hanno voluto intravedervi più affascinanti intenti di segretezza.

 

Lucica Bianchi

ME, IL MATU E POI ALTRO ANCORA

Racconti e pensieri di un Talamonese– Giuanin Fant de Pic

Il Matu era uno affettato col coltello grosso. Gli importava mica di scureggiare davanti alle femmine, tanto, diceva, doveva piacergli così com’era o niente. Al bar metteva sempre i diti dentro al naso e poi lanciava le taccole addosso a quelli vicini. Gli piaceva vedere se si accorgevano o no, poi dopo se si giravano per mollargli una sberla alzava il bicchiere e gli faceva “Prosit”. Beveva tutto quello che c’aveva giù nel calice in un fiato, si puliva la bocca giù nel braccio e correva via prima di prenderle. Il Matu era un mio socio poi anche per quello. Una volta gli ho detto che se mangiava un maggiolino io gli pagavo una pizza e lui il giorno dietro è venuto a casa mia con un sacchetto pieno di maggiolini, saranno stati una ventina. Ha aperto un panino e ce li ha infilati dentro tutti. Quando l’ha messo in bocca c’erano le antenne che cercavano di scappare dalle fette di pane. Io son stato lì a guardarlo perché se no ci credevo mica che lo faceva. Alla fine l’ha mangiato tutto, si è ciucciato i diti, si è pulito la bocca col braccio e ha pestato un rutto da stending ovescion. Poi, mi ha detto: “Adesso mi paghi venti pizze”.

Dopo, mi ricordo di quella volta d’estate che io, il Matu e l’Erminio Stagnola siamo andati al cimitero a fumare l’erba tutto il dopo mezzogiorno anche se faceva un caldo della madonna. Ora della fine si era talmente stonati che era difficile tornare a casa, ma lo Stagnola mi ha dato uno strappo col motorino lo stesso, così ce l’abbiamo fatta. Il Matu sapeva mica come fare e c’aveva sonno, così si è imbucato in un loculo per dormire perché diceva che era più fresco e ha messo una scala a pioli davanti al buco per nascondersi. Passa un po’ di tempo e arriva una vecchia che ha da bagnare i fiori del suo uomo sciopato e fa per prendere la scala davanti al loculo del Matu. La tira, la tira ma viene mica e allora guarda cos’è che succede e così vede una mano magra spuntare fuori dalla tomba che la blocca e sente una voce che le dice: “lascia stare la scala, vecchia!”. Il Matu dice che è volata per terra come un sacco di cemento e si è sentito stom! così forte che c’aveva paura che i morti si svegliavano e uscivano per mangiargli il cervello. Sta signora non si è più ripresa, neanche dopo che i dottori l’hanno guardata dietro per bene: tutti pensano che è l’Alzehimer ma io lo so che è stato il mio socio a farla andare fuori di matto.

Se lo scopriva il mio papà me le dava anche a me solo perché vado in giro con uno così. Quando ero piccolo mi diceva che essere amico di uno che pensa solo a fare asinate m’avrebbe mica aiutato a imparare a far su i muri. Il mio papà è un valtellinese doc e ha la sensibilità di un sasso. Quando sono nato mi ha visto prima della mia mamma e lei gli ha chiesto com’è che ero perché lei era ancora dentro nel letto, e lui le fa “è così un robo”. La mia mamma si è messa a piangere. Il mio papà si chiama Franco ma tutti lo conoscono come il “Francu che fa su le case”. Mi ricordo che da piccolo mi portava con lui al cantiere per farmi fare la molta, che doveva essere bella fresca altrimenti poi dopo era un casino tirar su i muri dritti. Si faceva una fatica della madonna e quando ero stanco mi fermavo a guardare i suoi dipendenti che erano uno più brutto dell’altro. Avevano delle facce cattive e sporche di lavoro. Secondo me se c’era gente che doveva finire in galera erano proprio quelli lì. Quando il mio papà mi vedeva lì imbambolato a studiare i suoi muratori veniva tutto rosso e gridava “cosa fai lì coi denti in bocca? Muoviti!” e io sapevo che dovevo ricominciare subito a lavorare, se no a casa mi prendeva per l’orecchio e mi trascinava su per le scale fino al terzo piano. Era un tipo così, era un po’ come il suo, di papà. E’ colpa sua se io e il Matu non siamo più soci adesso.

 

 

TALAMONA E IL SUO DIALETTO

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Foto panoramica di Talamona

CONSIDERAZIONI SEMISERIE SUL NOSTRO DIALETTO: “UL TALAMUN”
Guido Combi (GISM)

Questo titolo non vuol significare che il dialetto nostro non sia serio. Tutt’altro. Del dialetto bisogna parlare seriamente e soprattutto scrivere, per il solito detto latino verba volant, scripta manent, che tradotto in parole povere significa che noi possiamo parlarne finchè vogliamo, ma se vogliamo che rimanga traccia del nostro dire dobbiamo scrivere, perchè altri possano leggere, commentare, criticare, discutere anche a distanza di tempo e dopo di noi.
Allora voglio iniziare con alcune considerazioni che sentiamo spesso.
Prima considerazione, fondamentale: ul nos dialèt n’è numò lüu, da per lüu, ghè n’è mingo n’otru cumpàgn, l’è ünèc.
Seconda considerazione: apèno nün en se bun da parlàl asèn. Impusibèl per tücc i otri.
Terza considerazione: a scrìvel l’è ‘n prublémo.
Quarta considerazione: la giängio en gu l’àa apeno (numò) nun.
Quinta considerazione: ‘n de la noso “linguo” ghè del parol nosi, e apeno nosi, che i otri i capìss mingo.
Sesta considerazione: l’è da tegnì present ch’el parol ch’el se riferìs a tüt quel che l’è femno, el fenìss per o e mingo per a, cume ‘n di otri dialèt.
Ci sono altre considerazioni, ma le farò poi, qui di seguito, dentro il discorso.
E’ appena uscito “Ul Talamùn”, 2a edizione, vocabolario del dialetto talamonese, scritto da Padre Abramo M. Bulanti. Anche lui, emerito studioso e traduttore degli Statuti della Magnifica Comunità di Talamona, iniziati nel 1525, la cui ultima stesura è del 1560, con altre parole, sostiene l’unicità del nostro dialetto a causa di parole e modi di dire originali; della nostra pronuncia di alcune lettere che è una caratteristica solo nostra e della tipica e unica inflessione che noi talamonesi diamo alla nostra parlata, la giängio, che trasportiamo anche nel nostro parlare in italiano, tanto da farci distinguere come talamùn in mezzo a tutti, non appena apriamo bocca, pure parlando la lingua di Dante.
Tutto questo fa sì che solo chi è nato e cresciuto a Talamona, sia in grado di parlare ul talamùn correttamente, con tutte le caratteristiche tipiche, soprattutto per chi ha conservato modi di dire e parole come quelli della parlata originale. Pensiamo, ad esempio, ai nostri emigranti in varie parti del mondo, che hanno conservato inalterata la parlata, perchè in famiglia hanno sempre parlato in dialetto e non hanno subito influssi esterni che lo hanno modificato, come invece è avvenuto qui da noi. Ma se si può parlare di dialetto originale per gli emigranti, cioè di quando hanno lasciato, spesso definitivamente la patria, si può usare l’appellativo “parlata originale” qui da noi? Di quale originalità si può parlare? A che periodo della nostra storia si può attribuire? Tutto questi quesiti, probabilmente, sono destinati a non avere una risposta precisa. Se qualcuno la sa dare, è caldamente invitato a farcela conoscere.
Visto che il dialetto, nel tempo, si è evoluto, sotto l’influsso della lingua italiana e degli altri dialetti valtellinesi e di fuori provincia, è difficile sostenere l’affermazione che in un certo periodo ci sia stata una fase originale che ha generato le successive. Se poi siamo attenti alle parlate delle varie contrade, dobbiamo constatare che a Cà di Giuàn si parla con inflessioni e accenti diversi rispetto a la Pciazzo, u a Cà di Bar, tanto per citare tre poli diversi. Alcune parole sono pronunciate con accenti o anche con vocali diverse come garlöos a Cà di Giuàn e garlüus in Ränscigo, e altre.
Tra l’altro, c’è da tenere presente che il dialetto, nelle scuole soprattutto nelle elementari e anche dopo, fino agli anni attorno al 1970, è stato combattuto come negativo in quanto rendeva difficile l’apprendimento della lingua italiana, la lingua di tutti, e quindi anche l’acquisizione delle nozioni scolastiche.
Infatti per noi non era facile scrivere in un italiano corretto, in quanto avevamo difficoltà ad esprimerci con proprietà di linguaggio. Inoltre il nostro scrivere, sempre molto stringato, era infarcito di quei termini chiamati in italiano barbarismi, che sono poi parole e modi di dire dialettali, che noi trasportavamo alla lettera nel nostro parlare e nel nostro scrivere, assieme a modi di dire. E questo con la lingua italiana non andava d’accordo. Evidentemente il dialetto era considerato come un linguaggio a sè, semplicemente come un’espressione fonetica che ostacolava l’apprendimento della grammatica e della sintassi italiane, creando una reale inferiorità a scuola rispetto ai compagni che avevano sempre parlato in italiano fin dalla più tenera età. Personalmente, a scuola ho sperimentato direttamente queste difficoltà, infatti ho sempre avuto problemi, sia con l’italiano scritto, sia con l’orale, che poi, con l’età e lo studio ho superato.
Dopo il 1960/70, i linguisti, pian piano, hanno capito che il dialetto, i vari dialetti, erano qualcosa di più di un modo di parlare, erano una ricchezza che aveva dei contenuti importanti.
Rappresentavano, come ogni linguaggio umano, dietro e sotto l’espressione vocale , una realtà molto complessa, cioè la cultura di una popolazione, le sue radici, le sue tradizioni di vita, di lavoro, di usanze, di concezioni morali, di progonda religiosità ecc. cioè una grande ricchezza.
Per capire tutto questo basta scorrere i vari Statuti delle Magnifiche Comunità: il nostro, quello di Fusine, di Grosotto, di Bormio, solo per citarne alcuni. Ma anche pensare a quello che ci hanno insegnato i nostri regiùur, alla realtà contadina profondamente religiosa, in cui sono cresciuti, realtà di lavoro e di sacrificio, ma anche di grande saggezza e serenità, che ha formato uomini e donne delle generazioni che ci hanno preceduto.
Ecco il grande patrimonio che abbiamo alle spalle e che non possiamo dimenticare.
Ho parlato di espressione vocale, perchè, con la mentalità imperante cui ho accennato prima, in un atteggiamento generale e una considerazione negativi nei confronti del dialetto, nessuno provava a scriverlo. Non ci pensava proprio, magari ricercando grafie adatte a mettere per iscritto certi suoni unici nel loro genere. Solo la lingua italiana era degna di essere scritta. E ci si riferiva ai grandi della nostra letteratura: Manzoni, Leopardi, Carducci ecc. Nessuno, o pochissimi studiosi, mettevano per iscritto lemmi, cioè vocaboli, modi di dire, preghiere, tradizioni, usi, racconti, credenze, storie di uomini e donne, avvenimenti, magari semplici composizioni poetiche, descrizioni di persone e di luoghi, in termini brevi, la storia di una popolazione cioè la sua cultura. Ecco quindi cosa dobbiamo intendere per “cultura” degli abitanti di un paese e quindi anche del nostro. Riprendendo il concetto di dialetto originale dobbiamo quindi riferirci solo a quello che noi abbiamo ricevuto dai nostri padri? Il nostro ricordo non può portarci più lontano nel tempo. Dobbiamo parlare solo di tradizione orale, come è avvenuto per molti popoli, che noi chiamiamo selvaggi, i quali di padre in figlio, con un grande esercizio della memoria, si trasmettono storia, miti, leggende, principi e comportamenti religiosi dei loro antenati. Quasi come eccezioni, ricordiamo i grandi poeti e gli scrittori dialettali come Carlo Porta che ha scritto nel dialetto milanese, Trilussa in quello romanesco romanesco, i poeti napoletani e pochi altri.
Dobbiamo ricordare che abbiamo anche noi un poeta che ha scritto poesie in dialetto chiavennasco: il Cantore delle Alpi Giovanni Bertacchi: Un violìn de carne sèca, oppure, Un momént de nustalgìa, dedicata a Chiavenna, sono due della quindicina di altre poesie che ha scritto.
Se ricordo bene, anche Don Vincenzo scriveva componimenti scherzosi in poesia in dialetto, che recitava dopo le rappresentazioni teatrali che presentavamo nel teatro dell’oratorio, negli anni 50 del 900. Chissà dove sono finiti i suoi scritti dialettali.
Non è che non esistano documenti della storia della nostra comunità di Talamona. Gli statuti ne sono il massimo esempio, gli archivi comunali e quelli parrocchiali rappresentano un altro grande patrimonio di documenti. Non esistono invece documenti scritti in dialetto che ci possano dire come era il parlare in talamùn in una certa epoca della nostra storia.
Negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato anche a scuola, a rivalutare il dialetto come un’altra lingua rispetto alla lingua nazionale, che rappresenta, come dicevamo, una diversa cultura, quindi una ricchezza.
Non è che allora è scoppiata la mania del dialetto, semplicemente si è iniziato a studiare il dialetto nelle sue diverse realtà, con scritti e iniziative di varia natura, perchè si è capita la sua importanza nella formazione dei giovani. A partire da quel periodo, in Valtellina e in Valchiavenna, molti studiosi si sono messi all’opera e hanno scritto libri sui toponimi di molti paesi come Livigno, Grosio, Chiuro, la Val Masino e altri; vocabolari ponderosi come quello della Val Tartano di Giovanni Bianchini, dove sono riportate tradizioni civili e religiose, usanze, testimonianze di vita e di lavoro. E’ sorto, a coordinare tante iniziative, l’Istituto di Diallettologia con sede a Bormio formato da emeriti studiosi come Remo Bracchi, Gabriele Antonioli, che stanno svolgendo una gran mole di lavoro che già costituisce una importante patrimonio della cultura delle varie realtà comunali e vallive della nostra provincia. Se ricordo bene, anche da noi, negli anni 50 del 900, la maestra Palmira Gusmeroli, aveva scritto un volumetto sui toponimi, le filastrocche e le preghiere in dialetto. Ma anche questo, non l’ho più visto in circolazione. Spero che ci sia nella biblioteca comunale.
A questo punto possiamo quindi affermare che il dialetto costituisce una grande ricchezza per conoscere l’identità originale di una comunità. E anche della nostra.
Padre Abramo, in relazione alla scoperta, o riscoperta, della nostra identità e delle nostre tradizioni, ha accumulato grandi meriti con i suoi studi e le sue ricerche sul dialetto e la storia talamonesi. Ci ha indicato la strada. Sta a noi e, in primis, alla Casa della cultura, incentivare e portare avanti approfondimenti e nuove iniziative sul nostro dialetto e su tutto quello che rappresenta per la nostra comunità.
Credo che anche la Pro Loco potrebbe trovare un suo spazio specifico nella valorizzazione del nostro dialetto.
E il Gustavo Petrelli, il menestrello, dove lo mettiamo? E’ stato il primo a creare le canzoni in dialetto talamonese e soprattutto a registrarle, che poi è un altro modo di scriverle e tramandarle. Sono poi seguiti altri cantautori che, in modo altrettanto originale, hanno composto e musicato testi in talamùn e anche loro si esibiscono in pubblico e diffondono le nostre tradizioni.
In questi ultimi mesi c’è poi stato un altro fenomeno, diciamo, on line: facebook.
Prima Emanuelel Milivinti in “Sei di Talamona se…” ha lanciato il censimento dei soprannomi e sulla sua scia è iniziata la raccolta di detti, piccole sentenze, modi di dire, proverbi ecc., che hanno avuto moltissime adesioni. Ma, ancora una volta, tutto questo, se lo lasciamo così episodico e in modo frammentario, solo sparso nella varie schermate del computer, finirà per passar via e scomparire anche dalla memoria. Perciò con un paio di appassionati, meglio, appassionate, stiamo accogliendo il tutto e poi lo pubblicheremo prossimamente su questo nostro giornale on line, della biblioteca, che spero leggano in tanti. Cercheremo cioè di dare un ordine agli interventi appassionati dei talamonesi e una stesura che tutti possano leggere.

Come si scrive
Su questo argomento il discorso si fa più difficile, perchè si tratta di stabilire delle regole relative alla grafia che possano essere condivise e capite nelle loro motivazioni, da tutti.
Anche in questo settore ritengo che Padre Abramo abbia indicato la strada.
All’inizio del vocabolario, ha indicato delle regole che condivido e possono costituire il punto di riferimento per chi intende scrivere in dialetto. Ciò serve a capirci meglio e a uniformale il modo di scrivere ul Talamùn. Personalmente avevo qualche dubbio sul come scrivere quella che lui chiama la “sesta vocale” che abbiamo solo noi, cioè la a nasale di mämo (mamma) o di päa (pane), che ha un suono, appunto, nasale tra la a e la o.
Io, finora preferivo scriverla sottolineata a per distinguerla da quella normale.
A pensarci bene però, sono arrivato alla conclusione che l’autorevolezza di Padre Abramo in materia di dialetto non si può mettere in dubbio e quindi la nostra sesta vocale si scrive così: ä, come lui ha indicato. Anche per la consonante n che io scrivevo sottolineata n, quando è nasale, visto che ciò avviene sempre quando è finale di parola, concordo con lui che è inutile mettere segni particolari. Per il resto delle regole grafiche, vale quanto è scritto nella prefazione del vocabolario “ul Talamùn” , 2a edizione, che, mi risulta, è stato distribuito a tutte le famiglie talamonesi, come a suo tempo gli Statuti.
Ci sono poi le elisioni di vocali all’inizio di articoli e sostantivi che secondo me, per sentirle, prima di scriverle, bisogna pronunciarle come nel parlare normale. Es.: el in el m’äa ciamäa , diventa ‘l in lüu ‘l mäa ciamäa. Cioè si da precedere un apostrofo all’articolo o al nome.
Come si vede anche nelle due frasi scritte, nel nostro parlare, spesso le vocali finali si allungano, strascicando leggermente la voce e allora, a mio giudizio, vanno scritte doppie. Quando hanno una grafia speciale come la ä, la seconda a si può scrivere normalmente.
Comunque, penso che, quando si scrive, bisogna sempre, prima, pensare in talamùn la frase che si vuole riportare scritta.
Ci sono poi gli accenti tonici, cioè quegli accenti che ci fanno capire dove cade la voce nella pronuncia di una parola. In certi casi, è opportuno metterli, perchè la nostra pronuncia è diversa da altri dialetti. Un esempio è la e di curtél, ciapél, fradél…, che noi pronunciamo stretta, quindi con l’accento acuto, mentre negli altri dialetti, di solito, è aperta e si scrive con l’accento grave: curtèl, ciapèl, fradèl…
Abbiamo poi gli articoli che sono diversi da altre parlate: ul (il), el (le), ii (i e gli).
Ora non voglio dilungarmi in una esposizione che, capisco, può sembrare e diventare noiosa e quindi chiudo ritenendo di aver detto abbastanza nella speranza di suscitare un interesse sempre maggiore per la nostra parlata unica e, per noi, così bella.
Ovviamente si accettano altri interventi sul tema, che possano arricchire il discorso.

 

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La chiesa parrocchiale di Talamona

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SOLIDARIETA’, DIVERTIMENTO E …GIOIA!

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                                                   TALAMONA 21 giugno 2014 grande successo per la festa del “Gnocco fritto”
UNA GIORNATA ALL’INSEGNA DELLA SOLIDARIETA’ E DEL DIVERTIMENTO
SI CONCLUDE CON QUESTA GIORNATA UN’ALTRA FECONDA STAGIONE DI ATTIVITA’ PER IL GRUPPO DELLA GIOIA
Un successo senza precedenti quello che ha salutato quest’oggi la sesta edizione della festa dello gnocco fritto che, come ogni anno presso il tendone della palestra comunale, chiude in bellezza la sempre intensa stagione di attività del Gruppo della Gioia, attivo nel campo della lotta contro il disagio sociale. Una festa caratterizzata da una nutrita partecipazione popolare, allietata da giochi gonfiabili per i bambini, musica dal vivo ma soprattutto dall’attrazione culinaria principale, “il gnocco fritto” appunto, un piatto che una componente del Gruppo della Gioia ha importato dall’Emilia Romagna e che ogni anno si conferma apprezzatissimo dai talamonesi che hanno avuto la possibilità di comprarlo anche da asporto. Una festa alla quale il Gruppo della Gioia tiene particolarmente in quanto le offerte raccolte nell’ambito della giornata costituiscono un introito essenziale in base al quale stabilire nello specifico le attività da portare avanti, fondamentali per allietare le giornate di tanti talamonesi bisognosi di conforto, compagnia e distrazioni, disabili e anziani, ma anche volte a migliorare il rendimento scolastico degli alunni delle elementari e delle medie con difficoltà attraverso il progetto di assistenza compiti del doposcuola. Una festa che dunque, si spera, possa continuare con successo anche nel corso di molti, moltissimi anni a venire.
Antonella Alemanni e il Gruppo della Gioia

MARIA GAETANA AGNESI

“Par che il Tempo arrossisca e si lamenti che in lei l’ingegno i voli suoi preceda”

                                                                                                                                               (anonimo)

 

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Il busto di Maria Gaetana Agnesi,  Accademia di Brera, Milano.

Nel principiare del secolo passato cresceva in una patrizia famiglia milanese una vispa fanciulla, cara delizia de’ parenti e degli amici per prontezza d’ingegno e amabilità di carattere, talché nel 1723 stampavasi un sonetto a lodarla, perché parlasse a cinque anni francamente il francese, e questo era il meno, poiché tosto apprese il tedesco, lo spagnuolo, l’ebraico, e a nove anni sapea sì di greco e di latino che tradusse in greco una mitologia… L’ingegno che appalesava la giovinetta indusse il padre di lei ad iniziarla nello studio della filosofia e delle scienze…”. Così esordisce alla voce “Agnesi” un’ottocentesca Enciclopedia milanese.

Maria Gaetana Agnesi nacque a Milano, il 16 maggio 1718, figlia primogenita di Pietro Agnesi.  Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.

Per quanto concerne la sua formazione, Agnesi ebbe occasione di studiare sotto la guida di insegnanti eccellenti che frequentavano la casa del padre, fra i quali figurano il teatino G. M. Reina, L. Voigt, insegnante di greco presso le Scuole Palatine di Milano, l’abate G. Tagliazucchi o ancora, l’abate N. Gemelli. Di un discorso di quest’ultimo intorno agli studi delle donne, Maria Gaetana recitò, il 18 agosto 1727 e all’età di appena nove anni, nel salotto paterno, una traduzione da lei stessa condotta. In un’occasione analoga, nel 1738 si cimentò nel sostenere centonovantuno tesi di argomento filosofico e scientifico, che furono edite a Milano nello stesso anno, con il titolo “Propositiones philosophicae quas crebris disputationibus domi habitis coram clariss. viris explicabat extempore et ab obiectis vindicabat M.G. de A. mediolanensis.” In quest’opera emergono già gli interessi scientifici accanto all’acume intellettuale di Agnesi, che spazia su una varietà di argomenti: logica, ontologia, pneumatologia, meccanica dei gravi, dei fluidi, dei corpi elastici, dei corpi celesti, meteore, terre e mari, fossili, metalli, piante e animali (zoologia, botanica, geologia), con un approccio di carattere enciclopedico. Che gli interessi di Agnesi fossero più genuinamente rivolti allo studio della matematica, d’altro canto, è confermato dal fatto che già nel 1737, un anno prima cioè della pubblicazione delle “Propositiones”, ella avesse intrapreso lo studio del Traité analitique des sections coniques del Marchese de l’Hôpital (1661-1704), opera intorno alla quale scrisse un ampio commento, mai pubblicato, conservato in uno dei venticinque volumi di inediti conservati presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. E’, tuttavia, solo nel 1740, grazie all’incontro con il padre olivetano Ramiro Rampinelli, che Agnesi comincia ad allargare gli orizzonti dei propri studi in matematica, applicandosi all’approfondimento dell’algebra.

“…ella non si deve stupire che mi vengan dei dubbi, perché il dubbio è compagno dell’ignoranza, sebben molte volte conduca al sapere, e io sono ignorante e ho tanta voglia di sapere” (M.G.Agnesi)

I testi più significativi, sotto questo profilo, con cui Agnesi viene a contatto, attraverso la mediazione del padre Rampinelli, sono l‘Analyse demontrée (pubblicata in due volumi a Parigi nel 1708 e quindi a Venezia, trent’anni più tardi, nel 1738) di C. Reyneau, i lavori di G. Grandi nonché una serie di studi di analisi prodotti negli anni più recenti. Nell’arco di poco più di sette anni, le cui tappe sono testimoniate da un carteggio (sono significativi soprattutto gli scambi con Vincenzo Riccati) che contribuì a divulgare i risultati ottenuti lungo il percorso, Agnesi giunge al punto di ricevere l’offerta, nel 1748, di aggregarsi all’Accademia delle Scienze di Bologna, ancor prima della pubblicazione del suo lavoro. Nello stesso anno infatti, escono, per i tipi del Richini, le” Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana“, con dedica all’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Fra quanti pensieri o io ravvolto nell’anima per sollevarmi a sperare, che Voi poteste, Sacra Cesarea Real Maestà, con estrema degnazione accogliere quest’opera mia, che va superba del Vostro Augustissimo Nome, e dei Vostri Fortunatissimi Auspici, un solo mi conforta, ed è questa la considerazione del Vostro sesso, che da Voi illustrato per bella sorte è pur mio. Questo pensiero mi ha sostenuta nella fatica, e non mi ha lasciato sentire il rischio dell’impresa.”(la dedicatoria delle Istituzioni)

 

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Il testo viene stampato nella casa milanese, sotto la personale supervisione di Agnesi. Come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro.L’introduzione si apre con una interessante dichiarazione sull’opportunità di aver usato l’idioma natio anziché il latino: “Finalmente siccome non è stata mia mente da principio il pubblicar colle stampe la presente Opera da me cominciata e proseguita in lingua italiana per mio particolare divertimento, o al più per istruzione d’alcuno de’ miei minori fratelli, che inclinato fosse alle matematiche facoltà, ne essendomi determinata di darlo al pubblico che dopo esser già molto avanzata l’opera, e pervenuta a considerabile volume; mi sono perciò dispensata dal tradurla in Latio idioma, sì per l’autorevole esempio di tanti celebri matematici oltramontani, e Italiani ancora, le di cui opere nella loro natia favella vanno a comune vantaggio stampate…”

Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.

Il XVIII secolo è caratterizzato oltre che dalle mirabili scoperte scientifiche, dall’aspirazione delle donne, ovviamente nobili, ad addentrarsi nello studio delle scienze e della matematica in particolare e, più in generale, si potrebbe dire da un primo fenomeno di femminismo. Basti ricordare Sofia di Hannovere che Leibnitz ammirò, la principessa di d’Anhalt – Dessau che ispirò a Leonardo Eulero le sue famose “Lettere ad una principessa d’Alemagna”, Carolina di Brandeburgo che attirò la stima di Newton, Emilie du Chalet che affascinò, oltre a Voltaire, il finissimo Alexis Clairaut, e ancora Lady Marsham e Lady Wortley Montagu. Non meno alla moda fu nello stesso periodo di tempo in Italia, Maria Gaetana Agnesi. L’Agnesi, come la du Chalet, amò le scienze, come la du Chalet rivendicò la parità intellettuale delle donne. Agnesi è rimasta famosa per la sua opera, il cui titolo è molto significativo per quell’epoca: “Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana”; inoltre, il suo nome è legato ad una curva, la cubica di Agnesi, molto nota tra i professori perché oggetto di studio nella preparazione ai concorsi a cattedre di insegnamento delle discipline matematiche.  La ragione di tutto ciò risiede nel diverso modo di guardare alla scienza, nell’alta concezione a cui l’avevano portata Galileo e poi Newton e Leibnitz, ma ancora di più ad una caratteristica del secolo dei lumi e cioè l’esodo della cultura dalla corte del principe al salotto di città. E’ del salotto di città l’Agnesi era una componente essenziale,  il che la rendeva partecipe, in modo rilevante, del nuovo modo di fare cultura. Per aiutarla in questo nuovo ruolo, facilitandole altresi l’apprendimento, la stampa assunse un ruolo essenziale: il libro si costituì come luogo dell’accumulo del sapere alla portata di tutti. Mirabile fu, soprattutto, la produzione di manuali scientifici ed in particolare matematici. Lo storico della matematica C. Boyer così commenta: “Il XVIII secolo fu, per eccellenza, il secolo dei manuali di matematica mai prima di allora erano usciti così tanti libri in edizioni così numerose”, e il Riccardi nella sua” Bibliografia matematica” parla di 3815 pubblicazioni a carattere fisico – matematico solo in Italia e 38 opere stampate in un solo anno, il 1748, l’anno delle Istituzioni della Agnesi. Ma per svolgere il suo ruolo sociale il libro doveva risultare intelligibile a tutti e presentare i concetti e le procedure matematiche in forma intuitiva e concreta. Così Leonardo Eulero nelle sue più volte citate Lettere inventa quei “diagrammi” ancor oggi utilissimi e noti ai bambini in età scolare, ma in definitiva non solo a loro, detti appunto diagrammi di Eulero. Lo scopo di una tale invenzione, vera e propria strategia didattica, era per Eulero quello di spiegare la logica e la matematica alla principessa tedesca con uno strumento che traducesse i concetti e le idee in immagini visivamente e chiaramente percepibili con facili disegni. Le stesse Istituzioni della Agnesi si pongono e sono un’opera didattica di grande valore e successo,scritta in lingua italiana( per una più facile comprensione da parte degli studenti italiani), testimoniato peraltro dalle numerose edizioni e dalle traduzioni in lingua francese e inglese che di essa furono fatte. M. G. Agnesi fu anche la prima donna cui fosse affidato, dal papa Benedetto XIV, un insegnamento universitario della matematica con una cattedra  all’Università di Bologna. Il 16 settembre 1750 il senato accademico dell’Università decretò la nomina, ma Agnesi non assunse mai l’incarico, preferendo continuare a condurre un’esistenza improntata a religiosità e devozione. Le opere di beneficenza furono in effetti l’altro elemento caratterizzante, accanto agli studi matematici, della vita di Agnesi, che alla morte del padre, sopravvenuta il 19 marzo del 1752, trasformò la sua dimora di via Pantano a Milano in ospizio. Una serie di contestazioni e di cause ereditarie intentatele dai fratelli la obbligarono ad abbandonare la casa, e fu costretta a vendere uno scrigno incastonato di gemme e un anello ricevuti in dono da Maria Teresa d’Austria quale ringraziamento per l’omaggio delle Istituzioni. Con i proventi della vendita dei due preziosi, Agnesi riuscì ad aprire un nuovo ospizio dedicato alla cura dei minorati psichici. Ancora, nel 1771, in seguito all’apertura del Luogo Pio Trivulzio, a Milano, l’arcivescovo G. Pozzobonelli la invitò a ricoprire l’incarico di visitatrice e direttrice delle donne dell’istituto, dove Agnesi spese gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi, tra l’altro, alla composizione di un’opera di edificazione religiosa dal titolo “Il Cielo mistico”, cioè contemplazione delle virtù, dei misteri e delle eccellenze del Nostro Signore Gesù Cristo.

Lì continuo a lavorare fino al 9 gennaio 1799, quando morì all’età di 80 anni.

La fama e la fortuna di cui godette Maria Gaetana Agnesi tra i suoi contemporanei dovettero essere ragguardevoli se si tiene conto delle testimonianze, anche di natura letteraria che la riguardano. De Brosses la considerava un fenomeno vivente e la accostava, non senza ironia, a Pico della Mirandola per la sua straordinaria conoscenza delle lingue e la sua versatilità in certa misura enciclopedica (cf. Lettres familières écrites d’Italie en 1739 et 1740 par Ch. de Brosses, a cura di R. Colomb, Paris, I, 1904, p. 94). Una lettera di Goldoni ad ignoto, del 25 giugno 1753, testimonia che i due dovevano aver avuto occasione di conoscersi prima di quella data, dal momento che Agnesi gli aveva donato una copia delle Istituzioni (cf. Lettere di Carlo Goldoni, a cura di E. Masi, Bologna, 1880, p. 108). Oltre a ciò, un significativo riconoscimento letterario da parte di Goldoni le viene tributato anche nella II scena del I atto della commedia intitolata Il Medico olandese:

«Stupitevi piuttosto, che con saper profondo

Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.

È italiana l’autrice, signor, non è olandese,

Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;

Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,

Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi»

(C.Goldoni, Il Medico Olandese, 1827, pp. 230-231)

 

Una delle finalità dei due volumi realizzati da Maria Gaetana era quella di servire da manuale per l’istruzione dei fratellini più promettenti, per i quali la sorella maggiore aveva sovente fatto le veci della madre. Tale testo, a cui attinsero anche le generazioni più mature, rappresentò per l’Italia il punto di svolta diffusionale dell’Analisi. La giovane matematica milanese contribuì, quindi, a diffondere in Italia una materia destinata ad avere grande applicazione e nel contempo divulgò le scoperte dei due autori ancora poco conosciuti, Leibniz e Newton, che si stavano contendendo, a torto, polemizzando aspramente, il primato dell’invenzione del nuovo calcolo infinitesimale. L’Agnesi suddivise gli ambiti di competenza di ciascun metodo, quello geometrico di Leibniz e quello cinematico di Newton e riconobbe le scoperte di ciascuno, la semplificazione della notazione leibniziana e la connessione tra calcolo differenziale e integrale nell’opera newtoniana.

L’opera “Istituzioni” ricalca il lavoro di Charles René  Reyneau (matematico francese 1656-1728), nell’intento di sviluppare uno studio sistematico in cui potessero essere coerentemente inquadrati gli innumerevoli risultati che, per lo più in modo indipendente,erano stati conseguiti nel campo del calcolo infinitesimale, nel corso dei decenni precedenti. Tali scoperte, ottenute mediante approcci e ispirazioni differenti, erano, per dirla con le parole della stessa Agnesi “scollegate, senz’ordine e sparse qua e là nelle opere di molti autori”, sicché sarebbe stato difficile, se non impossibile per “un principiante ridurre a metodo le materie, quando anche egli fosse di tutti i libri fornito”.

Per quanto concerne la struttura dell’opera dell’Agnesi, il primo tomo contiene l’esposizione dell’algebra elementare, cui segue la teoria delle equazioni algebriche e della geometria analitica piana e, infine, l’esposizione dei metodi di ricerca dei massimi e minimi.

 

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Il secondo tomo procede con l’esposizione del calcolo differenziale e del calcolo integrale, gli sviluppi in serie, le equazioni differenziali del primo e del secondo ordine. Oggetto di studio della Agnesi, in questa parte dell’opera, sono numerose curve piane, in particolare laddove si presentano casi di singolarità complicate, tema questo che verrà sviluppato dallo studio di maggior respiro e originalità, pubblicato solo due anni più tardi, nel 1750, da G. Cramer (1704-1752) con il titolo Introduction à l’analyse des lignes courbes algébriques (Genève, 1750). Tra gli studi di curve condotti dall’Agnesi, sopra agli altri vanno ricordati, quelli che comunemente cadono sotto il nome di ‘curva’ o ‘versiera’ di Agnesi: un insieme variegato di curve sostanzialmente riconducibili alla equazione della cubica piana razionale x^2y = a^2(a-y), già conosciuta da Fermat (v. Oeuvres de F., Paris 1891, pp. 279-280; III, ibid. 1896, pp. 233-234) e studiata, più tardi, da G. Grandi nella Nota al trattato del Galileo sul moro naturalmente accelerato, in G. Galilei, Opere, III, Firenze 1718, p. 393). All’Agnesi se ne deve la divulgazione (v. Instituzioni analitiche, I, pp. 380-381, 391-393).

Le “Istituzioni Analitiche ad uso della Gioventù” di Maria Gaetana Agnesi

Le “Istituzioni Analitiche ad uso della Gioventù” di Maria Gaetana Agnesi

E’opportuno a questo punto indicare brevemente il contenuto dell’opera, compito reso agevole dalla premessa di un indice assai minuziosamente dettagliato. Il primo libro occupa l’intero Tomo I e s’intitola “Dell’Analisi delle Quantità Finite”. Esso contiene la trattazione dell’Algebra e le sue applicazioni a problemi geometrici, distribuite in sei capitoli:

1.”Delle primarie Notizie, ed Operazioni dell’Analisi delle Quantità finite”, dedicato al calcolo letterale;

2.”Delle Equazioni, e de Problemi piani determinati”, analisi della geometria di Euclide;

3.””Della Costruzione de Luoghi e de Problemi indeterminati che non eccedono il secondo grado”, dedicato alla retta e alle conchiglie;

4.”Delle Equazioni e de Problemi solidi”, e per problemi solidi occorre intendere quelli di grado superiore al secondo;

5.”Della Costruzione de Luoghi, che superano il secondo grado”, capitolo sulla “versiera della Agnesi”

6.”Del Metodo de Massimi, e de Minimi, delle Tangenti delle curve, de Flessi contrari, e Regressi, facendo uso della sola Algebra Cartesiana”.

I libri II, III, IV, contenuti nel Tomo II, comprendono l’analisi infinitesimale. Il libro II ha titolo “Del calcolo Differenziale”, ed è diviso in cinque capitoli:

1.”Dell’Idea de Differenziati di diversi ordini, e del Calcolo de medesimi”;

2.”Del metodo delle Tangenti”, dove sono calcolate la lunghezza di tangente e la sottotangente, la lunghezza di normale e la sottonormale;

3.”Del Metodo de Massimi e Minimi;

4.”De Flessi Contrari e de Regressi;

5.”Delle Evolute e de Raggi Osculatori;

Il libro III ha titolo “Del calcolo Integrale” ed è diviso in quatro capitoli:

1.”Delle Regole dell’Integrazioni espresse da formule finite algebriche, o ridotte a quadrature supposte”, ove le “quadrature supposte”sono quelle che non si possono esprimere algebricamente.

2.”Delle Regole dell’Integrazioni facendo uso di Serie;

3.”Dell’uso delle accennate Regole nelle Rettificazioni delle Curve, Quadrature de Spazio, Appianazioni della Superficie, e Curbature de Solidi”;

4.”Del Calcolo delle Quantità Logaritmiche ed Esponenziali”;

Il libro IV ha titolo “Del Metodo Inverso delle Tangenti”, ossia delle equazioni differenziali, ed è diviso in quatro capitoli.

1.”Della Costruzione delle Equazioni del primo grado, senza alcuna precedente separazione delle indeterminate;

2.”Della Costruzione delle Equazioni differenziali del primo grado per mezzo della precedente separazione delle indeterminate;

3.”Della Costruzione d’altre Equazioni più limitate per mezzo di varie sostituzioni;

4.”Della Riduzione delle Equazioni differenziali del secondo grado”.

Si è sostenuto dell’Agnesi che la vera, grande scoperta fu quella di aver intravisto il carattere rivoluzionario della divulgazione e della sistemazione delle scoperte scientifiche altrui, fino a quel momento sparpagliati nei fogli delle gazzette o poste le une contro le altre da infuocate polemiche, alla ricerca soltanto di una pietosa mano unificante e pacificatrice.

Motivo di apprezzamento del lavoro dell’Agnesi dovettero essere in particolare la chiarezza con cui è condotta l’esposizione dei temi e la notevole accuratezza del linguaggio impiegato dalla studiosa milanese, come testimoniano alcune recensioni apparse, a poca distanza dalla pubblicazione dell’opera, su periodici scientifici (come ad esempio, quella di Jean-Jacques Dortous de Marain ed Etienne de Montigny pubblicata nel 1749 sui registri dell’Accademia reale delle scienze di Parigi) nonché due traduzioni che il testo ricevette negli anni a seguire: una inglese, per mano del matematico J. Colson (1680-1760), traduttore e commentatore del De Methodis Serierum et Fluxionum di Isaac Newton, che fu pubblicata postuma, nel 1801, a cura di J. Hellins col titolo Analytical Institutions (London, 1801) e una francese, relativa al secondo tomo, a cura di P. Th. Anthelmy con annotazioni di Ch. Bossut, apparsa nel 1775 a Parigi, con il titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral traduits de l’italien de Mademoiselle A., avec des additions. Circa la traduzione di Colson, va segnalato un aneddoto curioso: il traduttore è all’origine di un equivoco sul nome attribuito in inglese alla curva, che è nota come “Witch (=strega) of Agnesi”. L’errore deriva dalla confusione del termine impiegato dall’Agnesi con il vocabolo”avversiera” che significa appunto “strega”.

La parola versiera viene dal Latino vertere, verbo che significa ruotare, ma è anche una abbreviazione per avversiera, che significa diavolo di sesso femminile. Qualcuno in Inghilterra tradusse il termine in strega, e lo sciocco gioco di parole è ancora amorevolmente ricordato nella maggior parte dei nostri libri di testo in lingua inglese.La curva era apparsa già negli scritti di Fermat (Oeuvres, I, 279-280; III, 233-234) e di altri; il nome Versiera fu coniato da Guido Grandi(Quadratura circuli et hyperbolae, Pisa, 1703). la curva è il tipo 63 nella classificazione di Newton.Il primo a usare il termine ‘strega’ in questa accezione potrebbe essere stato B. Williamson, Integral calculus, 1875. (dal Oxford English Dictionary).

 

 

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Medaglione neoclassico col ritratto dell’Agnesi, a Milano.

Il manuale di introduzione all’algebra, alla geometria cartesiana e al calcolo infinitesimale di Maria Gaetana Agnesi è stato il primo testo di matematica pubblicato da una donna.  Le Istituzioni analitiche per uso della gioventù italiana sono state un testo di riferimento per lo studio di tali materie per tutta la seconda metà del Settecento in Europa, in quanto ne fornivano un’introduzione dettagliata e completa e, nel contempo, semplice e adatta allo studio dei principianti. Il secondo volume delle Istituzioni fu tradotto in francese nel 1775 col titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral; l’intera opera fu tradotta in inglese da John Colson (1680-1760),  professore all’Università di Cambridge, e pubblicata postuma nel 1801 col titolo Analytical Institutions.

Maria Gaetana Agnesi ha spesso rappresentato un “enigma psicologico” (Anzoletti, 1901,) per chi ha scritto di lei; Charles de Brosses (1709-1777), che ne scrisse nelle sue Lettere, era rimasto colpito dal suo “meraviglioso conversare in argomenti tanto astratti” e la sua “affezione alla filosofia di Newton” (Mazzotti, 2007, p. 156]. Secondo Pietro Verri (1728-1797) “ritrovava spesso volte nei sogni la soluzione dei problemi più ardui e l’invenzione de’ metodi più semplici ed eleganti” (Vettori Sandor, 1988, p. 105).

Maria Gaetana Agnesi

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Maria Gaetana Agnesi

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nelle foto: alcune pagine delle “Istituzioni”

Il fisico astronomo Jean-Jacques Dortous De Mairan e l’ingegnere matematico Étienne De Montigny firmano nel 1749 la recensione alle Istituzioni nei Registri dell’Accademia reale delle scienze di Parigi, sostenendo che “l’ordine, la chiarezza, la precisione regnano in tutte le parti di quest’Opera”. E aggiungono, raccomandandone la traduzione in francese: “Non c’è alcun altro testo, in qualsiasi lingua, che permetta di penetrare così in fretta e così in profondità nei concetti fondamentali dell’Analisi: lo consideriamo il trattato più completo e ben fatto che ci sia in questo genere” (Vettori Sandor, 1988, p. 108).

Il grande merito di Maria Gaetana Agnesi non fu quello di scoprire qualcosa in particolare, ma nel raggruppare tutti i dati su un argomento ed esporli nella maniera più completa e coerente possibile.

 

Lucica Bianchi

 

 

Bibliografia consultata:

Biblioteca Ambrosiana, Manoscritti di Maria Gaetana Agnesi con collocazione O184 SUP-O204 SUP

A.F.Frisi, “Elogio storico di Maria Gaetana Agnesi”, Milano 1965, SLY IV31 Biblioteca Ambrosiana

Luisa Anzoletti, “Maria Gaetana Agnesi”, Tipografia Editrice Milano, 1900, SPF VI Biblioteca Ambrosiana

Cornelia Benazzoli, “Maria Gaetana Agnesi”, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1939, SPS III 68 Biblioteca Ambrosiana

“Le Istituzioni Analitiche: un esame complessivo”, in Bicentenario della Morte di M.G.Agnesi, 1799-1999, Parrocchia di Montevecchia, 1999

E. A. Kramer, “Biography”, in Dictionary of Scientific Biography, New York, 1970-1990

“Agnesi, Maria Gaetana”, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, 1960, vol. 1

C. de Brosses, Lettres historique et critiques sur l’Italie, Paris, 1799

L. Pepe, “Sulla trattatistica del Calcolo infinitesimale in Italia nel secolo XVIII”, in Atti del Convegno “La storia delle matematiche in Italia”, Cagliari, 1982, Tip. Monograf., Bologna, 1984

Maria Gaetana Agnesi, Propositiones Philosophicae, Milano,1738

A.F. Frisi, Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, ristampa della edizione milanese del 1799 curata e commentata da Arnaldo Masotti e Giuseppina Biggiogero, Scuola Tipografica del Pio Istituto dei Figli della Provvidenza Milano (1965).

C.B. Boyer, Storia della Matematica, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,1990

G. Tilche, Maria Gaetana Agnesi, la scienziata santa del settecento, Rizzoli, Milano,1984

C. Truesdell,  Gli archivi di Storia di Scienze,1989

Luisa Anzoletti, Maria Gaetana Agnesi in Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie,1900

M. Mazzotti, The World of Maria Gaetana Agnesi, Mathematician of God, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 2007

 

Il mio ringraziamento per la realizzazione di questo studio va a Nino Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana,per la sua disponibilità, supporto costante e preziosi suggerimenti nelle mie ricerche in questa Istituzione. (L.B.)

 

Maria Gaetana Agnesi, Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana. Tomo 1, Milano, Regia-ducal corte, 1748

Maria Gaetana Agnesi, Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana. Tomo 2, Milano, Regia-ducal corte, 1748

 

LA STRAGE DI VERGAROLLA

Una giornata piena di sole; una folla di adulti e di bambini che trascorrevano gioiosamente il tempo a tuffarsi nell’azzurro del mare e a riposarsi nel verde della pineta; una gioventù sportiva di atleti e di atlete, riuniti per partecipare alla gare di nuoto della “Coppa Scarioni”; una giornata di festa.

E invece, alle 14.10 del 18 agosto del 1946, un boato, una colonna di fumo, decine di corpi straziati, il sangue che arrossa il mare.

La strage di Vergarolla, a Pola, che il 18 agosto del 1946 causò la morte di oltre settanta persone e un centinaio di feriti, tutti civili, smembrando intere famiglie che quel giorno avevano affollato la spiaggia per assistere alla gara natatoria organizzata dalla «Pietas Julia», non fu un incidente ma un attentato organizzato dall’Ozna, la polizia segreta di Tito.

 

Inquadramento storico.

Negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale i territori a cavallo dell’allora confine orientale italiano  furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politica, ultimo atto di un secolare conflitto fra italiani e slavi.

Il 13 settembre 1943 il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell’Istria – formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato completamente dai primi – proclamò a Pisino l’annessione della regione alla Croazia; il 25 settembre il proclama venne ribadito a Otocak dallo Zavnoh (Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske – Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia). Il 30 novembre entrambi i proclami vennero fatti propri a Jajce dall’Avnoj (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije – Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia). Parallelamente, ad Aidussina un’assemblea popolare slovena proclamò l’annessione del Litorale sloveno(intendendo con questo termine in linea generale una parte dell’antico Litorale austriaco,comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l’Istria nord-occidentale).

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Mappa di Pola. La spiaggia di Vergarolla è indicata dalla freccia

Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l’oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra. Inizialmente occupati quasi per interno dall’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone – A e B – separate da un confine chiamato Linea Morgan. All’interno della zona A l’amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona B.

 

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I confini orientali italiani dal 1937 ad oggi. Si nota in rosso la Linea Morgan, che divise la regione in Zona A Zona B in attesa delle decisioni delle trattative di pace

La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenendo una sorta di enclave circondata dal territorio della zona B. Al tempo era la maggiore città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all’annessione alla Jugoslavia.

Questo stato delle cose – secondo gli accordi fra gli angloamericani e gli jugoslavi – sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.

Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola – a differenza del resto dell’Istria – la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.

Il Fatto. Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia“. La manifestazione aveva l’intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola” reclamizzò l’evento come una sorta di manifestazione di italianità.

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La sede della “Pietas Julia”

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate – secondo la versione più accreditata – ventotto mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori.  Alle 14,15 l’esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.

Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un’enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “polverizzate”. Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

Sulla sabbia giacevano da mesi residuati bellici che però erano stati disinnescati e più volte controllati dagli artificieri inviati dalle autorità anglo-americane: «Ormai facevano parte del paesaggio, ci stendevamo sopra i vestiti o mettevamo la merenda al fresco sotto la loro ombra», testimoniano oggi i sopravvissuti.

Eppure qualcuno aveva riattivato quegli ordigni per farli esplodere esattamente quel giorno.

Oggi possiamo scriverlo senza paura di essere smentiti dai negazionisti, che per decenni hanno parlato di “incidente”, perfino di autocombustione: a 70 anni dalla strage, due studi in contemporanea sono stati commissionati a storici super partes dal Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE, l’associazione che raccoglie tutti gli esuli da Pola) e dal Circolo Istria di Trieste, e le conclusioni cui i storici sono addivenuti, pur divergendo su alcuni aspetti, concordano su un punto inconfutabile: fu strage volontaria.

Se già qualche anno fa dagli archivi di Londra erano trapelati i primi indizi di un attentato volontario, tali elementi non erano ancora sufficienti. Così, William Klinger, massimo studioso italiano di Tito, si è recato negli archivi di Belgrado, mentre un’altro giovane storico, Gaetano Dato, ha consultato quelli di Zagabria, Londra, Washington e Roma. Ciò che emerge chiaramente da entrambi gli studi è che per capire cosa avvenne su quella spiaggia bisogna guardare agli scenari mondiali: Vergarolla è il crocevia della storia moderna post bellica, la palestra in cui nasce la guerra fredda. Klinger ha il merito di inserire la strage nella più generale politica aggressiva jugoslava contro l’Italia sconfitta ma anche contro i suoi stessi alleati anglo-americani. Già all’indomani della strage partirono due inchieste, una della corte militare e l’altra della polizia civile alleate, non a caso intitolate “Sabotage in Pola”, cioè nettamente orientate a negare l’incidente fortuito. Klinger non prova la responsabilità diretta della Ozna (negli archivi di Belgrado non ci sono i dispacci dell’epoca, l’ordine tassativo era di distruggere all’istante qualsiasi istruzione ricevuta), ma racconta il contesto, la spietatezza della polizia di Tito, che controllava buona parte del PCI italiano e soprattutto in quel 1946 stava alzando il tasso di violenza in un crescendo di azioni, tant’è che sia gli americani che gli inglesi in documenti scritti lamentano col governo jugoslavo “le attività terroristiche e criminali”. Inoltre sempre Klinger nota come all’epoca la stampa jugoslava desse conto di ogni minimo avvenimento, eppure non dedicò una sola riga a una strage terrificante: un silenzio quantomeno sospetto.

Gaetano Dato spiega nei dettagli le dinamiche dell’esplosione: “Scoppiarono una quindicina di bombe antisommergibile tedesche e testate di siluro che erano state disinnescate, ma che con l’ausilio di detonatori a tempo furono riattivate”. Dato avverte però che nella sua ricerca sceglie di “mettere da parte le memorie” dei testimoni, perché teme che “involontariamente selezionino una parte di verità, cancellando o modificandone altre”, ma questo rischia a volte di essere il punto debole del suo lavoro di storico, che lascia aperte tutte le ipotesi: “Se devo dire la mia personale opinione – ci dice – fu una strage jugoslava, ma non posso tralasciare altre piste: quella italiana, con gruppi monarchici o fascisti che stavano organizzando la resistenza contro Tito, e quella di anticomunisti jugoslavi”. Ma di entrambe, ammette, non ci sono prove.

“È vero che all’epoca c’erano ancora italiani che intendevano combattere in difesa dell’italianità, ma Vergarolla certo non aizzò i polesi a sollevarsi, anzi, ne fiaccò per sempre ogni istanza”. Dunque, per comprendere i mandanti occorre vedere i risultati, e questi furono la rinuncia a combattere per Pola italiana, con la fine di ogni manifestazione da quel giorno in poi, e mesi dopo la partenza in massa con l’esodo, ormai visto come unica salvezza. Ed entrambi i “cui prodest?” portano alla Jugoslavia.

D’altra parte un’escalation di azioni precedenti hanno sbocco naturale proprio nei fatti di Vergarolla: nel maggio del ‘45, già in tempo di pace, la nave “Campanella” carica di 350 prigionieri italiani da internare nei campi di concentramento titini cola a picco contro una mina e le guardie jugoslave mitragliano in acqua i sopravvissuti; pochi mesi dopo a Pola esplodono altri depositi di munizioni in centro città; nel giugno del ‘46 militanti filojugoslavi fermano il Giro d’Italia e sparano sulla polizia civile; 9 giorni prima di Vergarolla soldati jugoslavi assaltano con bombe a mano una manifestazione italiana a Gorizia; la domenica prima della strage una bomba fa cilecca sulla spiaggia di Trieste durante una gara di canottaggio: sarebbe stata un’altra carneficina… per la quale bisognerà attendere il 18 agosto. Negli archivi di Londra un documento attesta la “volontà espressa degli jugoslavi di boicottare qualsiasi manifestazione italiana, anche sportiva”.

Non scordiamo che il 17 agosto del ‘46, il giorno prima, a Parigi si era chiusa la sessione plenaria della Conferenza di pace e stavano iniziando le commissioni per decidere sui confini orientali d’Italia: era una data topica e i giochi non erano ancora chiusi. “I polesi potevano ancora sperare che la città venisse attribuita al Territorio Libero di Trieste, sogno sfumato solo un mese dopo, il 19 settembre”: le istanze di italianità erano ancora vive e i titoisti dovevano annientarle. Milovan Gilas, il braccio destro di Tito, così scriveva nelle sue memorie:  “Fummo mandati in Istria nel ‘46 da Tito perché bisognava cacciare gli italiani con qualsiasi mezzo. E così fu fatto”.

Sopravvissuti. “Il mare era rosso di sangue e i gabbiani impazziti”.

Si parla solo dei morti di quel giorno, ma quanti sopravvissuti all’esplosione  morirono nei mesi successivi? L’ospedale cittadino “Santorio Santorio” divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro.

Geppino_Michetti

Il dottor Geppino Micheletti. Il consiglio comunale di Pola conferì al dottor Micheletti una medaglia di benemerenza il 28 agosto 1946, dieci giorni dopo i fatti, mentre lo stato italiano il 2 ottobre 1947 lo onorò con la medaglia d’argento al valore civile. Il 18 agosto 2008, nella ricorrenza del 62º anniversario della strage di Vergarolla, nel Piazzale Rosmini di Trieste venne inaugurato un monumento in onore di Geppino Micheletti

Le reazioni e i funerali.Il consiglio comunale di Pola si radunò d’urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell’AMGVG (Allied Military Government Venezia Giulia-Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) di Trieste e dell’Area Commissioner di Pola. Le autorità furono fermamente invitate a “stabilire le responsabilità” della strage.

L'”Arena di Pola” titolò a tutta pagina “Pola è in lutto”, e scrisse: “non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!”

L’intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di lutto. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola Raffaele Mario Radossi, che durante l’omelia disse: “Non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (…) al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia”.

I feriti furono molte decine, fra cui anche due militari britannici, mentre il numero esatto dei morti non venne mai accertato: alla manifestazione sportiva erano accorse anche centinaia di persone dai villaggi limitrofi, e se circa cinquanta furono i cadaveri riconosciuti ufficialmente, ai funerali ventun bare contenevano corpi non identificati, oltre a quattro bare di resti non ricomponibili. Il totale più accreditato di morti stimati è di circa ottanta, ma alcune stime arrivano ad ipotizzarne cento.

La notizia nella stampa italiana.Il modo di riportare la notizia della strage di Vergarolla nella stampa italiana in qualche modo può essere considerato un indicatore della rovente temperie politica dell’epoca, nonché della difficoltà di recepire notizie da una zona ancora formalmente parte del territorio italiano, ma di fatto separata da esso.

La prima segnalazione del quotidiano del PCI l’Unità fu del 21 agosto 1946, a esequie avvenute. Il titolo è “Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola”, ed in esso si dà spazio alla notizia secondo cui il vescovo di Pola avrebbe “stigmatizzato con roventi parole le autorità angloamericane, che presidiano la zona, chiamandole “responsabili” della tragedia per non aver rimosso le mine dalla spiaggia, dove erano state gettate dalla marea, per non averle disinnescate dopo averle lasciate sulla spiaggia”. La tesi del quotidiano – nonostante i vari sospetti sull’ipotesi dell’attentato doloso – è che si sia trattato di una disgrazia, dovuta all’incuria degli angloamericani. Il numero delle vittime stabilito- 62.

Il giorno successivo, l’Unità riportò un “rapporto telegrafico della Camera del Lavoro di Pola” secondo il quale il numero delle vittime sarebbe salito a “oltre 100”, ma la tesi è sempre quella della “sciagura dovuta ad incuria dei colpevoli”. L’articolo segnala la “giusta indignazione della popolazione di Pola e di tutta l’Italia”, affermando che il consiglio municipale della cittadina istriana avrebbe votato un ordine del giorno “di protesta”.

È da notare che il quotidiano comunista italiano in quegli stessi giorni conduceva una continua campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro – dall’altra parte – “i servi del fascismo e dell’Italia fascista” che contrapponendosi alla Jugoslavia assieme agli Stati Uniti avevano portato l’Europa sull’orlo di una nuova guerra.

La Nuova Stampa di Torino diede la notizia il 20 agosto, intitolando “Sventura a Pola” e inserendo nel sommario l’interrogativo: “Si tratta di un attentato?

L’inchiesta inglese.Il comando inglese istituì una commissione militare d’inchiesta, che però non riuscì a determinare le responsabilità della strage, aumentando i dubbi su alcune circostanze. La relazione finale raggiunse le seguenti conclusioni:

  • Gli ordigni erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine – l’ultima il 27 luglio – concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente.
  • Testimoni diretti – fra i quali uno dei militari inglesi feriti – avevano affermato che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine.
  • Il comandante della 24ma Brigata di fanteria inglese – M.D.Erskine – segnalò che le mine non erano né recintate né sorvegliate, proprio perché ritenute inerti e non pericolose.
  • Erskine espresse nella relazione finale il parere secondo cui “Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute” (“The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown”).

“L’Arena di Pola” ribadì varie volte l’argomento: “Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole senza l’intervento di alcuno”. La cittadinanza ebbe la netta impressione che i militari alleati agissero con poca determinazione nella ricerca dei colpevoli, ed essendosi maturata la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra, tutto ciò esacerbò ulteriormente gli animi.

A differenza del resto dei territori in seguito ceduti dall’Italia alla Jugoslavia col trattato di pace, ove l’amministrazione militare era affidata all’esercito jugoslavo,l’esodo da Pola fu effettuato sotto la sovrintendenza delle forze alleate. La maggior parte della popolazione andò via dalla città.

L’idea dell’abbandono di Pola da parte della “larghissima maggioranza” dei cittadini era maturata mesi prima della strage di Vergarolla. Le feroci contrapposizioni fra i filoitaliani e i filojugoslavi erano condite da accuse e minacce, e la radicalizzazione della frattura non lasciò ai perdenti “alcun margine di accettazione della soluzione avversa”. Complessivamente, la popolazione di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un’alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva nessuna garanzia sul piano della sicurezza personale, né su quello della libera espressione del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere la via dell’esilio.

La prima pagina de “L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946, col titolo “O l’Italia o l’esilio”

Le notizie trapelate a maggio del 1946 in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese – che assegnava Pola alla Jugoslavia – rappresentarono un fulmine a ciel sereno: in città si era infatti convinti che il compromesso sarebbe stato raggiunto sulla linea americana o sulla linea inglese, che avrebbero lasciato la città all’Italia.

Il 25 giugno, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale di protesta che raccolse un’adesione altissima. Il 3 luglio si costituì il “Comitato Esodo di Pola”. Il giorno successivo “L’Arena di Pola” titolò a piena pagina: “O l’Italia o l’esilio”. Nell’articolo principale a firma di Guido Miglia, si legge: “Il nostro fiero popolo lavoratore, quello che pure aveva creduto nella democrazia e s’era ribellato ad ogni forma di schiavitù, abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi che preferiscono l’esilio alla schiavitù ed alla snazionalizzazione. A Pola rimarranno forse alcune migliaia di fanatici che, dopo alcune settimane di occupazione jugoslava, si pentiranno atrocemente di tutto il male fatto da loro e cercheranno allora di sfuggire alla persecuzione violenta ed all’oppressione. E proprio perché sanno che a loro toccherà questa sorte, e per continuare ad essere dei gerarchi della “minoranza” italiana, fanno ogni sforzo per convincere la gente a rimanere in città; dopo averla terrorizzata con un anno di propaganda bestiale, con deportazioni in massa di innocenti e con lancio di uomini vivi nelle foibe, fra lo sghignazzare di alcuni ubriachi di sangue”.

Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: “L’esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti”.

Nell’estate del 1946 l’esodo era già un’opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città alla partenza degli Alleati sarebbe stata impossibile.

Lo scoppio fece abbassare il volume alla città. A quel punto si operò lo scollamento decisivo, inesorabile. L’impalpabile nevrosi della catastrofe vicina era già diffusa nell’aria e fra la gente. Lì, a quel funerale, dilagò il senso dell’ineluttabile e della sua accettazione, lì ci furono scene drammatiche, scene di fuga da un luogo di morte. L’esodo a quel punto si fece visibile, massiccio, collettivo. Vergarolla aveva modificato radicalmente le sorti della città.

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Trieste: Monumento di 2011 alle vittime di Vergarolla

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Il cippo di Vergarolla, inaugurato nel 1997

                                                                                                                                                                                                                              Lucica Bianchi

fonti:

William Klinger, La strage di Vergarolla, Supplemento a L’Arena di Pola n.5 del 26 maggio 2014

Gaetano Dato, “Vergarolla 18 agosto 1946 .Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda, LEG, Gorizia 2014

In Memorial

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Pola

LEGGERE… CHE PASSIONE!

Biblioteca scolastica

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Le biblioteche hanno bisogno dei lettori, e non solo perché i libri senza chi li sfoglia e li ama non hanno senso di esistere, ma anche perché l’anima di una biblioteca è formata da tutti coloro che gli varcano l’ingresso, che si soffermano un’attimo a prendere un libro, che si scambiano opinioni, riflessioni, contribuendo così a diffondere il messaggio della biblioteca, a volte “nascosto”dentro i libri: un luogo per eccellenza di cultura, di incontro, di crescita insieme.

L’anno scolastico appena concluso ha visto impegnati nel progetto culturale “LEGGERE…CHE PASSIONE!”, volto alla “scoperta” della biblioteca, la classe quarta elementare dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni” di Talamona. Ecco alcuni dei titoli di questi laboratori: La carta fatta in casa, Il mio libro nascondiglio, Anima di carta, Sono bibliotecario. In conclusione del progetto, abbiamo raccolto le testimonianze dei bambini della classe quarta in merito a quello che ha significato per ogni uno di loro questa esperienza.

                                                                                                                La biblioteca è…
La nostra biblioteca è situata a Talamona, in provincia di Sondrio. In questa biblioteca si possono trovare libri interessanti e divertenti, anche per i più anziani.
A noi piace stare in questa biblioteca perché è molto divertente imparare a leggere certi libri molto istruttivi anche per prepararsi per le verifiche. Vi consigliamo di leggere molto libri perché possono trascinarvi in un’avventura magnifica che ricorderete per tutta la vita. 
                                                                                                                                                                                     Giulia Motta, Giulia Piazza, Angelica Valsecchi

Quest’anno scolastico abbiamo avuto la fortuna di andare in Biblioteca con il volontario per la cultura Lucica. I primi giorni ci siamo conosciuti e abbiamo preso in prestito i libri; dopo alcune settimane invece abbiamo iniziato vari progetti molto divertenti e utili. Il progetto che preferiamo è “IL LIBRO DA COSTRUIRE”, ma ci è piaciuto anche fare il laboratorio “LA CARTA FATTA IN CASA”.
Consigliamo ai nostri coetanei di venire in Biblioteca e leggere i molti libri che contiene. 
                                                                                                                                               Alessia Colombini, Melissa Mariani, Sarah Acquistapace Bertolini

 

                                                                                                                        L’anno dei libri
E’ stato molto bello in quest’ anno scolastico andare in biblioteca una o due volte al mese. E’ stato molto interessante fare i laboratori come “La carta fatta in casa”,” Il libro nascondiglio” e “Il nostro libro”. Poi qualche volta i bibliotecari siamo stati noi: abbiamo messo i libri nel giusto ordine sugli scaffali seguendo i simboli che sono diversi a seconda della tipologia di libri. 
                                                                                                                                                                         Giosuè Sassella, Michele Gusmeroli, Tommaso Maffia

 

                                                                                                                   I libri fanno storia
Ci è piaciuto venire in Biblioteca, perché i libri contengono storie e argomenti molto interessanti e anche perché servono per studiare. Noi vi consigliamo di venire qui, ci sono libri per tutti, grandi e piccoli, di paura e di cose inventate e molti altri libri.
Qui, c’è il gusto della scelta fra tantissimi libri. Abbiamo fatto anche alcuni laboratori: “La carta-come si fa?” , “Il libro nascondiglio”, e con la carta abbiamo costruito dei libri…e tanti altri ancora! 
                                                                                                                                                                                                                     Sara Falcetti, Leonardo Bulanti

 

                                                                                                                                   I libri
In quest’anno scolastico la maestra Flavia ci ha fatto conoscere la Biblioteca portandoci una volta ogni tre settimane. In questi giorni ci ha aiutato Lucica, che ci ha fornito delle tessere per poter ordinare i libri e scoprire novità interessanti.
Abbiamo scoperto perché la Biblioteca è utile e che dobbiamo farla conoscere agli altri in modo che possano vivere nuove avventure fantastiche e imparare nuove informazioni.
I nostri libri preferiti sono stati: “Lupo chi sei”, “La gatta magica” e “Un cucciolo da salvare”. Abbiamo vissuto un’esperienza fantastica! 
                                                                                                                                                                                                   Elisa Bonetti, Alice Papoli, Anita Ciaponi

Quest’anno abbiamo cambiato il sistema del prestito dei libri, non lo abbiamo più fatto a scuola ma siamo venuti in biblioteca, abbiamo conosciuto Lucica, la nostra guida. Ci ha insegnato tutti i simboli dei libri; con lei abbiamo fatto molti laboratori: “La carta fatta in casa”, “Il libro nascondiglio”, “Sono bibliotecario”, e poi abbiamo anche scritto noi un libro: il nostro si intitola “La nonnina con il porto d’armi”.
Ci è piaciuto venire in biblioteca, vi consigliamo di venire qui, poi c’è anche l’Internet! 
                                                                                                                                                                                                                           Fabio Bulanti, Dennis Callina

 

Che bello venire in biblioteca e poter leggere molti libri! Abbiamo gradito i vari laboratori, tra cui quello della “Carta fatta in casa”. C’è piaciuto stare in Biblioteca a riordinare gli scaffali durante il progetto “Leggere che passione”. I nostri libri preferiti sono stati: “Il grande libro dei dinosauri”, “Sandokan”, “Parlo subito inglese”, “Il quarto viaggio nel regno della fantasia”.
                                                                                                                                                                          Luca Lombardi, Giorgio Bertolini, Giovanni Popescu

 

Quest’anno in biblioteca abbiamo imparato che i libri sono molto belli da leggere, fanno imparare cose nuove. Ci sono tanti tipi di libri: di avventure, di cose paurose, di astronomia, di fiabe ecc…In biblioteca abbiamo imparato a fare la carta riciclata, abbiamo visto una mostra del legno, abbiamo riordinato gli scafali, abbiamo fatto un libro nuovo e preso in prestito altri per leggerli a casa. In biblioteca si può anche studiare. E’ stato bellissimo, vorremmo farlo anche l’anno prossimo, perché leggere è bellissimo! 
                                                                                                                                                                       Simone Petrelli, Alan Colombini, Francesco Simonetta

primi piani classe quarta 071

foto di gruppo: Classe Quarta Elementare, Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Talamona

galleria immagini laboratori in biblioteca