ANTONIO CANOVA. NOBILE SEMPLICITA’ E QUIETA GRANDEZZA

Antonio Canova nacque a Possagno, in Veneto, nel 1757.  Nel 1779 si trasferì a Roma dove risiedette per quasi tutta la vita.  Morì a Venezia nel 1822.

 

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Autoritratto, 1792

Fu grandissimo scultore, completando la grande tradizione italiana iniziata con Donatello e proseguita con Michelangelo e Bernini.  Egli mise in pratica i principi neoclassici di Winckelmann.  Per realizzare le sue opere partiva da una serie di bozzetti che realizzava in creta; da essi poi i suoi assistenti traevano un calco in gesso in base al quale essi sbozzavano il marmo: il loro lavoro si arrestava solo quando pochi strati di materia separavano l’abbozzo dallo stato definitivo.  Solo a questo punto interveniva Canova che terminava l’opera. La sua più grande abilità era nel trovare “la nobile semplicità” e la “quieta grandezza”, valori fondamentali dell’arte antica.

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Ballerina con le dita sul mento

E’ per questo motivo che tutte le sue sculture vengono lavorate fino all’estremo grado di finitura, levigate fino a che il marmo opaco diventa lucido, ed è in questa finitura che risiede la poetica del maestro, oltre che negli effetti di grande luminosità ed ombreggiatura. Egli si impegna nella creazione di una forma pura in cui si incarni l’ideale neoclassico del “bello”, forma da cui siano bandite le passionali torsioni barocche, gli elementi eccessivi ed estranei alla composizione, i panneggi superflui, mostrando i sentimenti senza affettazioni.

 

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Perseo trionfante brandisce la testa di Medusa

Il Neoclassicismo si rifaceva all’arte dell’antichità classica, specie a quella greca.  Il termine fu coniato nell’800 con senso dispregiativo, per indicare un’arte fredda e accademica. Questa corrente artistica ebbe come sede privilegiata Roma, dove c’erano inesauribili fonti d’ispirazione classica; il suo massimo teorico fu il tedesco Winckelmann che però non vide mai un originale greco, ma solo copie romane.Per la prima volte la storia dell’arte antica venne studiata sia dal punto di vista cronologico, smettendo di considerarla un tutto omogeneo, sia del punto di vista estetico. Winckelmann sosteneva che la grandezza e la bellezza erano nate in Grecia e che gli artisti dovevano imitare gli antichi (l’imitazione è ovviamente qualcosa di diverso dalla copia: imitare significa rifarsi, ispirarsi a un modello; copiare invece vuol dire realizzare un’opera identica all’originale). Winckelmann ritiene che le principali caratteristiche della scultura greca sono la semplicità e la quieta grandezza, e che mai uno scultore dovrà mostrare forti passioni o eventi tragici mentre accadono ma un attimo prima o dopo, quando il tumulto dei sentimenti non c’è più o si è ormai allentato.

 

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Canova, Paolina Borghese,1804-08

Paolina Bonaparte era la moglie del principe Borghese e la sorella di Napoleone.  Antonio Canova la rappresenta come Venere vincitrice con in mano il pomo della bellezza, donatole da Paride: una piccola mela dove c’era scritto “alla più bella”.Canova era il più famoso scultore dell’epoca ed è per questo che il principe Borghese lo sceglie come autore del ritratto della moglie, che era famosa per essere una donna molto bella e spregiudicata.La dea sembra fatta di carne: il busto sollevato è appoggiato su due cuscini che, sebbene di marmo, sembrano di seta; la donna è spogliata fino all’inguine mentre la parte inferiore è coperta da un drappo che dona al ritratto una notevole carica erotica, molto più forte di quanto sarebbe stata se Paolina fosse stata completamente nuda ed inoltre ne mette in risalto il seno, il busto, le braccia, il collo e la testa.  La mela è soprattutto un elemento geometrico, una sfera che è messa in rapporto con la rotondità dei seni. Nelle statue di Canova la figura si “chiude” su se stessa al contrario di quelle di Bernini le cui immagini comunicano con lo spazio circostante.L’opera non è un oggetto immobile, ma piuttosto “fermato”.  Canova usava un sistema di pulitura (lucidatura del marmo) particolare: passava sulla pietra “l’acqua di rota”, cioè l’acqua che si faceva colare sulla mola per non surriscaldare i ferri da arrotare.  Quest’acqua rossastra serviva a dare al marmo un colore più rosato.Canova aveva una profondissima conoscenza del marmo, ed in particolare di quello di Carrara.  Pensava che il colore candido di questo materiale andasse attenuato e che i pori del marmo andavano “chiusi”, dando alla luce una superficie su cui riflettersi.  Per attenuare il bianco Canova usava la cera, colorandola a volte, conferendo alle parti d’incarnato delle sue statue una lieve apparenza di vita. Chiunque veda questa statua solo in fotografia non può comprendere cosa siano le sculture di Canova: guardandola dobbiamo rifarci al momento in cui lo scultore la modellò sul cavalletto girevole, plasmandola in modo che questa non avesse un punto di vista privilegiato: la forma invitava l’osservatore a cambiare posizione, a mutare il suo punto di vista.Sotto questa scultura era nascosto un macchinario che la faceva ruotare su se stessa, suscitando grande meraviglia fra gli osservatori che, anziché girare intorno alla statua, potevano ammirarla “muoversi” da sola.

Lucica Bianchi

OPERA OMNIA DI LEONARDO DA VINCI. IL CODICE ATLANTICO – mostre e cataloghi

Il Codice Atlantico è la più vasta raccolta al mondo di disegni e scritti autografi di Leonardo da Vinci ed è conservato sin dal 1637 presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, una delle prime biblioteche al mondo aperte al pubblico.

 

 

Mario Taddei

Esso è composto da 1119 fogli che abbracciano la vita intellettuale di Leonardo per un periodo di oltre quarant’anni – dal 1478 al 1519 – spaziando tra i temi più disparati: da schizzi e disegni preparatori per opere pittoriche a ricerche di matematica, astronomia e ottica, da meditazioni filosofiche a favole e ricette gastronomiche, fino a curiosi e avveniristici progetti di marchingegni come pompe idrauliche, paracadute e macchine da guerra.

Le vicende di cui il Codice è stato protagonista nel corso dei secoli sono estremamente complesse e talvolta perfino avventurose.

Esso venne allestito alla fine del Cinquecento dallo scultore Pompeo Leoni, che era riuscito con molta difficoltà a recuperare una parte degli studi autografi di Leonardo dagli eredi di Francesco Melzi, il fedele allievo a cui il Maestro aveva affidato i propri scritti in punto di morte. Il curioso nome “Atlantico”, che sembra suggerire strani e misteriosi contenuti, gli venne attribuito in realtà per le sue dimensioni, infatti i fogli su cui Leoni montò gli scritti di Leonardo erano del formato utilizzato all’epoca per realizzare gli atlanti geografici.

Il Codice venne poi ceduto da un erede del Leoni al Marchese Galeazzo Arconati, che a sua volta lo donò nel 1637 alla Biblioteca Ambrosiana, garantendone in questo modo la conservazione e la trasmissione alle generazioni future.

Nel 1796 la preziosa raccolta venne requisita e trasferita a Parigi in seguito alla conquista di Milano da parte di Napoleone e rimase al Louvre per 17 anni, fino quando il Congresso di Vienna non sancì la restituzione di tutti i beni artistici trafugati dal Bonaparte ai legittimi paesi di appartenenza. Un curioso aneddoto racconta che l’emissario per la restituzione delle opere d’arte nominato dalla casa d’Austria avesse scambiato il prezioso volume per un manoscritto in cinese a causa della tipica grafia inversa del Maestro: fu solo grazie all’intervento del celebre scultore Antonio Canova, emissario dello Stato Pontificio, che il Codice Atlantico fu infine incluso tra i beni da restituire all’Ambrosiana, sua sede naturale dove è conservato ancora oggi.

Nel 1968 il Codice venne sottoposto a un’imponente opera di restauro presso il monastero di Grottaferrata nel Lazio, durante il quale venne rilegato in dodici massicci volumi. Questa scelta comportò diversi problemi conservativi e di studio in quanto, per poter effettuare analisi comparative dei fogli, era necessario consultare più volumi contemporaneamente oppure dover esaminare più disegni posti in punti diversi dello stesso tomo.

Per superare queste oggettive difficoltà, nel 2008 il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana presieduto dal Prefetto Monsignor Franco Buzzi e in sinergia con la Fondazione Cardinale Federico Borromeo, decide di avviare un’epocale operazione di sfascicolatura dei 12 volumi del Codice e il posizionamento dei singoli fogli all’interno di passepartout appositamente studiati per garantirne la migliore conservazione e allo stesso tempo per facilitarne l’esposizione.

Contestualmente, viene intrapreso un grandioso progetto di esposizione dell’intero corpus della raccolta a sostegno e promozione dei beni e delle attività della Veneranda Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana: a partire da settembre 2009 e per sei anni fino al 2015 in occasione dell’EXPO, i fogli saranno esposti a rotazione in mostre tematiche della durata di tre mesi. Per l’evento vengono scelte due sedi d’eccezione: la Sacrestia del Bramante vero e proprio gioiello di architettura rinascimentale nel Convento di Santa Maria delle Grazie, dove si trova anche il Cenacolo, e la suggestiva Sala Federiciana della Biblioteca Ambrosiana, aperta al pubblico per l’occasione.

http://www.ambrosiana.eu/cms/xxii_mostra_leonardo-2308.html

Qui tutti i Cataloghi relativi alla serie di ventiquattro mostre,

programmate tra il settembre 2009 e il giugno 2015,
dedicate alla presentazione integrale

del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci___________>>>●

 

Marco Navoni, Dottore dell’Ambrosiana, tratteggia il rapporto
tra il Codice Atlantico di Leonardo e l’Ambrosiana, ►●

 

 

_____________XXII    Mostra___________
___________“Studi  sull’acqua”__________
____________16.12.14 – 8.3.15___________

Comunicato Stampa___________________>>>●
Presentazione della Mostra ______________>>>●
Elenco Fogli ________________________>>>●
Schede di Catalogo____________________>>>●
Selezione Fogli  ______________________>>>●

 

____________XXI    Mostra_____________

Sul senso e l’importanza della XXI Mostra
dei Fogli del Codice Atlantico di Leonardo

di Elena Girolimetto e Sara Pozzi

“Il trattato della pittura, tracce e convergenze”

La mostra.
La Pinacoteca Ambrosiana, con la 21° mostra dedicata al Codice Atlantico, intercetta un’altra fondamentale direttrice di sviluppo del pensiero e dell’arte di Leonardo da Vinci. I fogli attualmente esposti nella Sala Federiciana e, come di consueto, presso la Sagrestia del Bramante nel convento di Santa Maria delle Grazie, conservano, come dichiara il titolo, tracce puntuali di una significativa convergenza con il Trattato della Pittura: uno scritto, se non incompiuto, certamente privo di una stesura definitiva da parte dell’autore e ora conservato nella Biblioteca Vaticana. L’opera, in realtà, è una raccolta postuma di materiale eterogeneo realizzata dal suo allievo Francesco Melzi, che pure ritenne di non dovervi includere gli appunti e i disegni del Codice. Eppure essi testimoniano, a volte, un’evoluzione dei concetti espressi nel Trattato. I palati più fini sapranno certamente apprezzare la scrupolosa ricostruzione filologica delle corrispondenze e delle distanze tra i due testi che resta l’obiettivo dichiarato dei curatori.

La visita.
I visitatori che, nei prossimi tre mesi, varcheranno la soglia dell’Ambrosiana o della Sagrestia potranno comunque e, forse, più immediatamente godere di un incontro totalizzante con il genio leonardesco. Alle pareti  i capolavori che rappresentano universalmente l’identità stessa della sua pittura e, nella sala accanto, le pergamene in cui egli si applica a scomporre e ricomporre, gli oggetti, i fenomeni naturali, il corpo umano, così mirabilmente riprodotti sulla tela, per meglio indagarne i meccanismi e le dinamiche. Nell’accalcarsi frenetico, caotico delle annotazioni e dei disegni, i visitatori avvertiranno allora l’eco dell’artista che discute con lo scienziato, il travaglio della pratica che cerca di farsi teoria, l’ispirazione che trova vigore nel metodo. Passando da una teca all’altra, non si può non provare un’istintiva simpatia per questa curiosità inesausta di capire ma capace di stupore di fronte a una realtà che non si lascia mai definitivamente imbrigliare nel reticolo di leggi matematiche e di proporzioni geometriche con cui il pittore tenta di dominarla o nelle forme in cui l’occhio umano crede di percepirla.

Un’occasione didattica.
La natura inter- e multidisciplinare di questi studi sulla pittura si presta, infine, a favorire o accompagnare l’ approfondimento didattico di grandi temi, non solo artistici: numerosissime sono qui le osservazioni dedicate da Leonardo all’ottica e ai fenomeni percettivi, agli effetti di luce e ombra, all’articolazione del movimento nel corpo umano, alla topografia e alla prospettiva aerea. Il metodo sperimentale lo spinge, poi, sul versante letterario, a una prosa che cerca parole e strutture adatte ad esprimere una nuova visione del mondo e dell’uomo. Sullo sfondo il quadro storico – culturale dell’Umanesimo e del Rinascimento.  Un’occasione che docenti e studenti potrebbero splendidamente valorizzare.

La Mostra resta aperta dal 9 settembre al 14 dicembre 2014
nella Sala Federiciana della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Piazza Pio XI, 2
da Martedì a Domenica (chiuso lunedì) dalle 10,00 alle 18,00, ultimo ingresso 17,30.
E nella Sagrestia Monumentale del Bramante, ingresso da Via Caradosso, 1
il Lunedì dalle 9,30 alle 13,00 e dalle 14,00 alle 18,00
e con orario continuato da Martedì a Domenica dalle 8.30 alle 19.00,
ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura.
Per le prenotazioni, tel. 02-80692248 e mail prenotazione.visite@ambrosiana.it

La Mostra, curata da Juliana Barone, si era aperta con una

Conferenza Stampa in Ambrosiana

 

Martedì, 9 settembre 2014, h. 11:00 – 13:00

 

per la presentazione della XXI Mostra tematica

dei Fogli del Codice Atlantico di Leonardo

 

               “sulla Pittura”             

               di Leonardo da Vinci (1452-1519).

 

L’Ambrosiana conserva un prezioso manoscritto,

Copia del ms. Urbinate Lat. 1270,

attribuito a Leonardo da Vinci, sulla Pittura,

con postille di Francesco Melzi

e annotazioni autografe di Giuseppe Bossi 

Si tratta dei ff. 242-552; 36 cm.

Collocazione S.P.6/13 A; 7

 

La copia è suddivisa nelle seguenti parti:

 

  1. Se la pittura è scienza o no (ff. 243-306);
  2. Precetti a giovine pittore (ff. 307-363r);
  3. Vari accidenti e movimenti dell’uomo (ff. 36v-437r);
  4. De’ panni e modi di vestire le figure (ff. 437v-442);
  5. Dell’ombra e lume (ff. 443-515);
  6. Degli alberi e delle verdure (ff. 516-544);
  7. Delle nubi (ff. 545-547);
  8. Dell’orizzonte (ff. 548-552).

 

Alcuni ff. sono bianchi. Sono presenti anche disegni e figure.
Qui alcune schede dal Catalogo della XXI Mostra_______ >>>●

Qui tutti i Cataloghi relativi alla serie di ventiquattro mostre,

programmate tra il settembre 2009 e il giugno 2015,
dedicate alla presentazione integrale
del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci___________>>>●

 

IL SENSO DEI TALAMONESI PER IL NATALE

TALAMONA fine dicembre  2014 – 6 gennaio 2015 festività

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DOVE SI SCOPRE COME UNA COMUNITA’ GIA’ DI PER SE’ MOLTO VIVACE CON LE FESTE NATALIZIE SI ANIMA ULTERIORMENTE 

Da circa poco più di una ventina d’anni Natale, per i Talamonesi, significa elevamento a potenza del già molto spiccato senso della comunità. Le associazioni presenti sul territorio e sempre attive in tutti i periodi dell’anno, nel periodo delle feste fanno a gara nel proporre le iniziative più disparate: dai tornei sportivi a scopo benefico (come il torneo rosazzurro organizzato dal Gruppo della Gioia che però quest’anno è stato annullato quasi all’ultimo momento e l’HAPPYFANIA, confermata invece anche per questa edizione, svoltasi sempre un po’ a Talamona e un po’ a Morbegno) alle lotterie a premi organizzate dai vari esercizi commerciali… capofila dell’animazione natalizia è sempre stata la Pro Loco, seppur con una presenza sul territorio un po’ altalenante nel corso di questi anni, ma sempre comunque foriera di iniziative di grande successo che hanno letteralmente vestito a festa Talamona. Come non ricordare il grande impegno profuso nell’allestimento dei presepi delle contrade, che proprio lo scorso anno hanno festeggiato il venticinquesimo anniversario e, almeno fino a qualche anno fa, l’impegno nell’incentivare le vetrine più belle istituendo una gara tra i vari negozi, gara che ha fatto si che le vie di Talamona si vestissero letteralmente a festa, o ancora l’organizzazione dello ZUCCHINO D’ORO non più confermato quest’anno. Non si può non citare anche il grande impegno della filarmonica, coi suoi bellissimi concerti annuali d’inverno, ma anche quelli estemporanei seguendo il percorso dei presepi o quello dei gruppi coristici (di volta in volta il coro Valtellina o la corale Passamonti).

La cosa più bella del Natale talamonese è proprio questa, il fatto che ogni edizione non è mai esattamente uguale ad un’altra. Ogni anno non sono sempre le stesse contrade ad aderire per l’allestimento dei presepi (a parte la presenza fissa di Ca’ Giovanni e via Erbosta che lo scorso anno è valsa loro una menzione speciale) e ogni anno l’allestimento varia, i volontari sanno, di edizione in edizione, riempire di stupore i visitatori per la loro grande fantasia nell’interpretazione dell’evento della natività del Salvatore. Ogni anno non ci sono sempre le stesse iniziative. L’anno scorso ci sono stati i mercatini lungo il centro storico quest’anno invece no, l’evento della gara delle vetrine, come già detto, non viene più proposto da alcuni anni, la lotteria non ha sempre lo stesso regolamento, di edizione in edizione si verificano alcune variazioni.

Quest’anno ci sono state, nel calendario delle iniziative, quattro novità assolute.

La casa di Babbo Natale

Le letterine a Babbo Natale che i bambini potevano consegnare in piazza è sempre stato uno degli eventi cardine delle festività, così come le befane in piazza all’Epifania. In questa edizione però la Pro Loco, con la collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, ha voluto superare se stessa allestendo, nel piccolo piazzale di fronte alla biblioteca, una vera e propria casetta di Babbo Natale, molto ben curata nei dettagli. Lettere e disegnini dei bambini sono state consegnate li, ma, grazie a questo nuovo allestimento e sempre grazie alla collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, l’evento delle letterine non è stato l’unico rivolto ai bambini in questa edizione, ma hanno fatto seguito anche altri tre pomeriggi di giochi e animazioni per i bambini, ma anche per le loro famiglie.

 

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La casa di Babbo Natale in notturna

 

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La casa di Babbo Natale in diurna

 

Gonfiabilandia

Lo spirito del Natale è soprattutto spirito di generosità e solidarietà e chi meglio dei talamonesi può saperlo, avendo fatto, nel corso del tempo, di questo spirito un arte con tantissime tra associazioni e gruppi di volontariato e assistenza attivi sul territorio. Tra questi gruppi uno dei più recenti è il GFB ONLUS nato con l’intento di sconfiggere una rarissima malattia genetica prima di tutto accendendo i riflettori su di essa per incentivare la ricerca. A questo scopo è andato tutto l’impegno profuso per l’organizzazione di iniziative (mercatini, spettacoli teatrali, concerti, punti spesa dell’IPERAL). Non poteva dunque mancare la presenza di questa associazione anche nel corso del Natale talamonese, con l’organizzazione dell’evento GONFIABILANDIA previsto per domenica 4 gennaio dalle 10 alle 22.30 alla Palestra Comunale. Un evento che ha riscontrato un grandissimo successo, che ha coniugato il divertimento offerto ai bambini con l’impegno per una sempre più massiccia campagna di sensibilizzazione nella lotta contro questa rarissima forma di distrofia muscolare.

 

Alcuni momenti dell’evento GONFIABILANDIA

 

 

Mostra fotografica al museo dei sotterranei della chiesa parrocchiale

Solidarietà, gioia, divertimento. Il Natale è tutto questo, ma c’è spazio anche per la cultura e per l’arte. Arte sacra naturalmente, arte che va a riscoprire i nostri antichi patrimoni. Ed è a questo scopo che la sottoscritta ha fatto un’indagine a tutto campo per le vie di Talamona per andare a scovare e fotografare gli affreschi e le cappellette a tema sacro presenti su tutto il territorio con l’intento di realizzare una mostra permanente da donare al museo etnografico di Talamona gestito dall’Associazione Amici degli Anziani, una mostra che è stata inaugurata nel corso di queste feste, in concomitanza con l’evento dei presepi, ma che rimarrà per alcuni anni finchè non verrà proposto qualcosa di nuovo, così come per molti anni in quegli stessi spazi, prima di questa mostra si è potuta ammirare una mostra fotografica che aveva per tema i vecchi cortili.

Tombolata

L’unica novità, per quanto riguarda questo evento che va avanti da qualche anno, è il cambio di location, dall’oratorio alla palestra dalle ore 20.30. I fondi raccolti durante la serata sono comunque destinati  al mantenimento dell’oratorio “un luogo di ritrovo per i giovani talamonesi, un luogo di comunità” ha detto il parroco prima di cominciare l’estrazione “un punto di riferimento per loro e le loro famiglie”. Serata di divertimento, condivisione e ricchi premi.

Due parole sui presepi

Il mezzo secolo sembra non farsi sentire per i presepi delle contrade che anche quest’anno ripropongono il tema della natività con rinnovata fantasia. Vorrei ora proporre una piccola carrellata personale di cio che più mi ha colpito nel corso del giro dei presepi.

 

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Il presepe di Ca’ Saracch’ colpisce per la ricchezza di dettagli

 

 

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Un presepe di pasta e riso all’agriturismo Sciaresola. Che sia un richiamo all’Expo dedicato all’alimentazione?

 

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Il Gruppo Alpini ha puntato sul recupero dei valori scrivendoli a chiare lettere sulle magliette dei personaggi. Chissà se simili gesti potranno davvero salvare il Mondo.

http://www.teleunica.tv/frontend.…/content/…/ContentId/15504

 

Ecco come quest’anno ha ancora avuto modo di manifestarsi il senso dei talamonesi per il Natale.

Antonella Alemanni

 

 

Analisi del 2014

La piattaforma di WordPress.com ha preparato un rapporto annuale 2014 per il giornale culturale I TESORI ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato dalla nascita ad oggi circa 50.500 volte. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 18 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo!

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

PRESEPI DELLE CONTRADE A TALAMONA

Raffigurazioni della Natività allestite negli angoli più suggestivi delle sue contrade fanno di Talamona il “Paese dei Presepi” da visitare immersi in profumi e suoni capaci di ricreare la magica atmosfera del Natale di una volta. Dal 21 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015

 

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Come ogni anno a Talamona, paese della bassa Valtellina, nei pressi di Morbegno si rinnova la tradizione dei Presepi grazie all’impegno e alla dedizione degli abitanti che, per settimane, si attivano, ciascuno secondo il proprio estro, nell’allestimento di splendide raffigurazioni della Natività che posizionano ad arte negli angoli caratteristici delle numerose contrade.  Cortili, fienili, vecchie stalle e persino il greto del torrente si affollano di grandi e piccini per il tradizionale allestimento dei presepi. E’ questo un appuntamento particolarmente sentito nel quale brillano la fantasia, l’ingegno e l’abilità creativa dei contradaioli. I presepi sono realizzati utilizzando i più disparati materiali e propongono il tema della Natività con prospettive a volte inconsuete ma sempre coinvolgenti.
Talamona è orgogliosa dei suoi presepi e, a ragione, si può definire “il paese dei presepi”.

 

LA TRADIZIONE ICONOLOGICA NELLA VISIONE DI CESARE RIPA

 

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La cultura cinquecentesca è segnata da un vivo interesse per il mondo dei simboli e da una profonda consapevolezza del potere delle immagini. Il sapiente intreccio tra immagini e parole promuove la nascita e la diffusione di nuovi generi, come gli emblemi o le imprese in cui artisti, letterati, editori fondono diverse competenze e professionalità in forme creative sempre nuove. Allegorie e simboli ricoprono le pareti di palazzi, chiese, ville e castelli. Di tutte queste, il pennello dei pittori offre colori e forme a programmi iconografici coltissimi e misteriosi, spesso ideati dai più eruditi letterati del tempo. I simboli offrono un percorso trasversale e interdisciplinare che illumina e chiarisce molti aspetti vitali e innovativi della cultura cinquecentesca.

L’immagine, come del resto il documento scritto, è un messaggio complesso, e sta alla finezza, all’esperienza e all’abilità dello storico interpretarla, stabilendo con il tempo che l’ha prodotta la necessaria rete di rapporti. Spesso carica di simboli, con un proprio codice di convenzioni interpretative perfettamente comprensibili per i destinatari del tempo, l’immagine non è oggi alla portata di chiunque, proprio nello stesso modo in cui una pagina di un manoscritto latino, ovviamente comprensibile al fruitore medievale alfabetizzato, richiede attualmente, per essere letta e capita, almeno la conoscenza della paleografia e della lingua latina. Per una corretta analisi dell’immagine medievale si devono inoltre conoscere il linguaggio dei gesti, il significato dei simboli, dei colori, della posizione reciproca delle figure e della tradizione iconografica.

L’analisi iconologica, occupandosi di immagini, storie ed allegorie anziché di motivi, presuppone, molto di più che quella familiarità con gli oggetti e gli eventi che acquisiamo per esperienza pratica. Presuppone una familiarità con temi o concetti specifici quali sono trasmessi dalle fonti letterarie, siano esse acquisite medianti pertinenti letture, o per tradizione orale.

L’Iconologia nasce dunque all’interno di quella eruditissima “commenticia”, che aveva prodotto durante il Cinquecento una cultura dalla citazione erudita. Le supreme immagini inventate dai massimi poeti Virgilio, Ovidio, Petrarca, si affiancano alle produzioni elementari di una macchina visiva sferzata a produrre integrazioni e raccordi. Fondamentale per questo ramo della Storia dell’Arte è il volume di Cesare Ripa (1555?-1622), Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi, pubblicata nel 1593 a Roma dagli eredi di Giovanni Gigliotti.

 

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Nell’Iconologia Ripa offre ai suoi lettori un utile repertorio di immagini simboliche. Il suo interesse si mantiene tutto sul piano dell’ideazione allegorica e il suo punto di vista unisce in un’unica prospettiva oggetti antichi e ideazioni moderne sul terreno comune dell’invenzione letteraria.

“Le Immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l’occhio, non hanno altra più certa ne più universale regola, che l’imitazione delle memorie, che si trovano ne’ Libri, nelle medaglie e ne’ Marmi intagliate per industria de’ Latini, e de’ Greci, o di quei più antichi, che furono inventori di questo artifitio”.(Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”, edizione pratica a cura di Piero Buscaroli,2 volumi, Torino, Fogola Editore,1986; Segnature in Ambrosiana: S.O.O.XX 1523/1524

Nel testo della nota al lettore, E.H.Gombrich mette in grande rilievo le parole di Ripa:(Ernst H. Gombrich, Icones Symbolicae: The Visual Image in Neo-Platonic Thought, “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 11, 1948), esponendo i  principi che guidano la costruzione di allegorie: un metodo di definizione visiva collocato nell’orbita della logica e della retorica aristoteliche. Secondo un processo razionale, è possibile costruire le immagini allegoriche attraverso la combinazione di attributi con gli stessi processi con cui si costruiscono le metafore. È interessante notare come per Ripa questa codifica per immagini sia non solo razionale e priva di un fascino esoterico ma anche in ogni modo arbitraria:

“Et mi par cosa da osservarsi il sottoscrivere i nomi, ……, perché senza la cognitione del nome non si può penetrare alla cognitione della cosa significata”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

L’origine del nome Iconologia deriva da 2 parole Greche: Icon che significa “immagine”, e logia con significato di “parlamento”.

“(…) finché altro non vuol dire Iconologia che ragionamento d’Immagini perché in quella si descrivono infinite figure esplicate con saggi e dotti discorsi, da quali si rappresentano le bellezze delle Virtù e le bruttezze dei Vizi (…)”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

La novità è che Ripa apre la compilazione al terreno inesplorato delle immagini allegoriche, ponendo in termini di estrema chiarezza la tendenza cinquecentesca a considerare l’immagine un linguaggio a tutti gli effetti. La moderna inclinazione ad eliminare le parti erudite colpisce dunque al cuore l’intima essenza dell’opera nel suo progetto originario, ma dà anche espressione alla radicale e continua trasformazione di un testo che ha saputo per secoli rispondere alle esigenze sempre nuove dei suoi diversi lettori.

Non conosciamo molto della vita di Cesare Ripa. Già nella prefazione all’edizione perugina dell’Iconologia del 1764, Cesare Orlandi sottolineava la scarsità di informazioni biografiche sul letterato anche nelle fonti del XVII secolo a lui contemporanee. Nonostante la grandissima fama dell’opera che lo rese famoso, l’Iconologia, Ripa rimase infatti un personaggio dai contorni biografici sfumati, al punto che fu messa in dubbio perfino l’autenticità del suo nome. In un documento del XVII secolo dedicato agli accademici intronati di Siena redatto da Uberto Benvoglienti, si suggeriva infatti di considerare il nome Cesare Ripa come pseudonimo di Giovanni Campani. La questione è stata definitivamente risolta solo dopo il ritrovamento dei cosiddetti “Stati d’anime della parrocchia di Santa Maria del Popolo” che attestano la presenza del letterato a Roma tra il 1611 e il 1620, confermando la veridicità del suo nome.(Chiara Stefani, Cesare Ripa: New Biographical Evidence, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», Vol. 53, 1990, appendix III).

Sappiamo che Cesare Ripa nacque a Perugia intorno al 1555 e che morì a Roma in condizioni di estrema povertà nel 1622. Non conosciamo particolari sulla sua formazione e istruzione, mentre è possibile documentare il suo rapporto con alcune accademie letterarie come quella dei Filomati e Intronati e con quella di Siena, dedite allo studio dell’antiquaria e dei classici greci e latini, e quella degli Insensati di Perugia, con cui continuò ad avere rapporti anche dopo la sua partenza dalla città natale. Ancora molto giovane si recò infatti a Roma per lavorare alla corte del cardinale Antonio Maria Salviati, dove venne assunto come trinciante, cioè come addetto a tagliare le vivande durante i banchetti, un ruolo che implicava anche il compito di intrattenere la raffinata cerchia degli ospiti del cardinale con doti di colta eloquenza. Nel 1592 il cardinale Salviati divenne consigliere personale del papa Clemente VIII. La sua corte era frequentata da letterati ed eruditi. Tramite il suo autorevolissimo patrono, Ripa ebbe dunque rapporti con intellettuali e antiquari come Zaratino Castellini, Fulvio Mariottelli, Pier Leone Casella, Marzio Milesi, Porfirio Feliciani e con esponenti dell’Accademia degli Insensati a sua volta intrecciata con quella di S. Luca.

Durante gli anni vissuti presso il Salviati, usufruendo delle colte amicizie e della ricca biblioteca del cardinale, Ripa compose l’Iconologia, che fu pubblicata per la prima volta a Roma nel 1593. Il grande successo dell’opera convinse Ripa ad ampliare e ripubblicare una seconda edizione dell’Iconologia nel 1603 con l’importante novità di un ricco apparato illustrativo. Nel frontespizio dell’edizione lo scrittore poté fregiarsi del titolo di “Cavaliere de’ Santi Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII, il 30 marzo 1598.

“Con Ripa alla mano”- scrive Emile Male, ”si può spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano i palazzi e le chiese di Roma. E non di Roma soltanto”.(Emile Male,l’Art religieux après le Concile de Trente, Parigi, Colin, 1932)

Nelle arti plastiche si ebbero cosi due tematiche parallele, soggetti biblici e soggetti mitologici, soggetti sacri cristiani e leggende pagane. Gli autori classici Ovidio e Virgilio fecero testo per i pittori e i scultori. Questo ramo della tematica ricevette il massiccio impulso che ne fece Cesare Ripa con la sua Iconologia, opera non tanto utile quanto necessaria a Poeti, Pittori e Scultori.

 

 

 

 

Biblioteca Ambrosiana, Salone Pio XI, sala di lettura.

(fonte: G. Galbiati,” Itinerario dell’Ambrosiana”)

“Si entra nel SALONE PIO XI, grande sala di consultazione, con la statua in bronzo di Pio XI (1927), di Enrico Quattrini, a cui fa sfondo la Patrologia greca e latina del Migne nella sua intera collezione, e con il busto in marmo di Pio XII (1941) di Michele de Benedetti. Inoltre, la sala di consultazione è corredata da 8 statue in terracotta, rappresentanti: la Grammatica, la Retorica, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l’Astronomia e la Medicina, opere dello scultore lombardo Dionigi Bussola. Datate 1670, le 8 statue, alcune con atteggiamenti accademici, altre convenzionali o perfino “statiche”, denotano comunque un livello artistico assai dignitoso.”

Poste 2 a 2 su ogni lato dei 4 muri della sala di lettura, le statue esprimono un andamento sicuro ed elegante. L’interpretazione iconologica che diamo alle statue riprende in gran parte i significati allegorici che troviamo nell’Iconologia del Cesare Ripa. In seguito, partendo dall’entrata nella sala e procedendo in senso orario, diamo brevemente le trascrizioni delle simbologie delle statue con riferimento al testo del Ripa.(Cesare Ripa, Iconologia, “La Torre d’Avorio”)

Filosofia. Donna giovane e bella, in atto d’aver gran pensieri, ricoperta con un vestimento stracciato in diversi parti, talché n’apparisca la carne ignuda in molti luoghi, conforme al verso di Petrarca, usurpato dalla plebe che dice: “Povera e nuda vai Filosofia”.

Giurisprudenza (Legge). La Legge si assomiglia ad una Matrona venerabile. Siccome la Matrona governo e conserva la famiglia, la Legge conserva e conserva la Repubblica.

Matematica. Donna di mezz’età, vestita di velo bianco e trasparente, con ali alla testa, le treccie siano distese giù per le spalle, con un compasso nella destra mano, mostri di misurare una tavola segnata d’alcune figure e numeri,(…) con l’altra mano terrà una palla grande figurata per la terra.

Astronomia. Donna vestita di color pavonazzo tutto stellato, con il viso rivolto al cielo, che con la mano destra tenga un Astrolabio e con la sinistra una tavola ove siano diverse figure astronomiche.

Medicina. Donna attempata, in capo avrà una ghirlanda d’alloro, nella mano destra terrà un gallo e con la sinistra un bastone nodoso con attorno un serpente. Il bastone tutto nodoso significa la difficoltà della Medicina e il serpente fu insegna di Esculapio, Dio della Medicina.

Grammatica. Donna che nella destra mano tiene un breve scritto in lettere latine le quali dicono: “Vox litterata ed articolata debito modo pronunciata”, e nella mano sinistra una sferza.

Retorica. Donna bella, vestita riccamente, con nobile acconciatura di testa, mostrandosi allegra e piacevole, terrà la destra mano alta e aperta, e nella sinistra uno scettro e un libro portando nel lembo della veste scritte queste parole. “Ornatus persuasio”

Teologia. Donna con la faccia rivolta al cielo, sta a sedere sopra un globo pieno di stelle, tenendo la mano destra al petto e la sinistra stesa verso la terra(…).

 

Il mio sentito ringraziamento va a Trifone Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana per il suo sostenuto appoggio e gentile disponibilità nella ricerca e raccolta delle fonti necessarie per la stesura dell’articolo.

Lucica Bianchi

RIFIU-TAL-O-SETTIMANA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI

 

TALAMONA, un’importante iniziativa alla casa Uboldi, raccontata da Antonella Alemanni

 

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100 CHILI IN MENO: RICETTE PER LA DIETA DELLA NOSTRA PATTUMIERA

IN OCCASIONE DELLA SECONDA EDIZIONE DELLA SETTIMANA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI UN FILM DOCUMENTARIO PER FARE IL PUNTO SULLE BUONE PRATICHE CHE FANNO BENE ALL’AMBIENTE, ALLA SALUTE E AL PORTAFOGLIO di Antonella Alemanni

Dopo il successo agli esordi lo scorso anno, riparte questa sera una nuova edizione della settimana per la riduzione dei rifiuti. Certo nell’arco di un anno molte cose sono cambiate. L’anno scorso l’iniziativa talamonese si inseriva all’interno di una più ampia campagna di sensibilizzazione su queste tematiche a livello europeo mentre l’edizione quest’anno è il risultato dell’impegno di un gruppo di cittadini attivi che non ha voluto disperdere i possibili frutti di quella prima settimana e ha continuato a lavorarci e a riflettere costituendo un vero e proprio gruppo di volontariato che ha dato come risultato, tra le altre cose, questa nuova settimana che riparte questa sera alla casa Uboldi alle ore 20.30 e che continuerà fino al 30 novembre con tutta una serie di iniziative volte a sensibilizzare e a coinvolgere il più possibile la cittadinanza sulle tematiche ambientali e sulle buone pratiche che ognuno può mettere in campo nel proprio stile di vita per renderlo più ecocompatibile.

 

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Così come lo scorso anno, anche questa sera si è voluto cominciare da un film, un film documentario fuori commercio che sarà proiettato anche nelle scuole (nell’ambito dell’iniziativa RIFIU-TAL-0 A SCUOLA)  e che il GAS (cioè un’associazione che si occupa di acquisti intelligenti, di prodotti bio a chilometro zero che privilegiano dunque le piccole realtà locali che si è presentata nel corso della serata dopo la proiezione per bocca della sua presidentessa la signora Maria Luisa) lascerà in dono anche alla biblioteca per chi fosse interessato a rivederselo o a vederlo per la prima volta per proprie riflessioni personali e quant’altro. Un film ben introdotto da Patrizia Bavo, anima di questo progetto sin dai suoi albori e da Eugenio che ha preso parte in seguito al gruppo di riflessione che si è costituito all’inizio di quest’anno. Un film patrocinato dall’AICA (associazione italiana per la comunicazione ambientale) con il contributo della Piemontese docufilm, fondo europeo per il documentario. Un film che propone in qualche modo una sintesi di quanto è stato finora trattato e nell’arco della prima settimana per la riduzione dei rifiuti e successivamente quando è appunto venuto il momento di tirare le somme di quella prima iniziativa. Un film che tra citazioni letterarie (brani de LE CITTA’ INVISIBILI di Italo Calvino letti da personaggi importanti nell’ambito della cultura italiana come Mario Tozzi, geologo e ricercatore del CNR, Luca Mercalli, meteorologo, ma anche Oliviero Corbetta, attore e regista e Cristina Gabetti, giornalista e scrittrice), istantanee di vita quotidiana fatta di noncurante inciviltà di un padre (interpretato da Giuseppe Cederna) e di una figlia che cerca di sensibilizzarlo con la complicità della nonna  e un viaggio in giro per l’Italia attraverso i comuni virtuosi e le loro buone pratiche di Roberto Cavallo e Andrea Fluttero offre spunti di riflessione interessanti ed esempi che tutti potrebbero applicare e che se venissero applicati costituirebbero davvero un gran beneficio sotto molti punti di vista. È soprattutto il giro d’Italia attraverso i comuni virtuosi a risultare particolarmente illuminante per chi crede che il problema dei rifiuti non possa essere risolto, per chi non si impegna a migliorare il proprio stile di vita in relazione ad una maggiore attenzione all’ambiente perché crede che tanto non serve a nulla. Il viaggio è partito da Chivasso, comune d’origine del senatore Fluttero (di cui è stato sindaco) dove ci si è accorti che il problema è semplicemente la pigrizia dei cittadini che tendono a buttare tutto quanto distrattamente nell’indifferenziato. A Capannori abbiamo ritrovato una vecchia conoscenza, l’assessore Alessio Ciacci ospite la scorsa edizione di questa iniziativa che porta avanti la sua campagna RIFIUTI ZERO illustrata all’auditorium di Talamona lo scorso anno. Restando in Toscana un giro alla Revet un’industria che ricicla acciaio, vetro, plastica e tetrapak per dare ai rifiuti una seconda vita. Questa tappa del viaggio è stata l’occasione per riflettere su come non convenga consumare l’acqua minerale per via dei costi elevati della produzione del trasporto e del riciclo della plastica, una trafila che si potrebbe evitare bevendo dal rubinetto o tuttalpiù riutilizzando le bottiglie per quando si va in giro.  A Nocera inferiore l’incontro con Legambiente per parlare della raccolta differenziata in Campania. In questo comune opera una ditta chiamata Ubox che recupera il macero e ricicla la carta. Da circa 120 kg di cartacce che vanno a formare il cosiddetto macero si possono ricavare circa 100kg di carta riciclata. Ogni giorno la ditta ne produce circa 3000 quintali che diventa perlopiù semilavorato da imballaggio. A Cuccaro Vetere i rifiuti vengono raccolti già differenziati con mezzi ecologici: gli asini che vengono “usati” anche durante la tradizionale corsa dei ciuchi. Lo slogan di questa campagna è eloquente SE NON DIFFERENZI CHE ASINO SEI.  Ovviamente questi sono solo alcuni esempi di virtuosismi italiani che si incontrano nel film che già fanno capire come sia oltreché doveroso anche possibile maturare una maggiore coscienza ambientale.

Questo film ha dato adito a delle riflessioni che sono emerse quasi automaticamente dopo la proiezione. Il pubblico in sala (discretamente numeroso, ma molto partecipe) ha infatti dato vita a una piccola e spontanea tavola rotonda che, partendo dagli spunti offerti dal film, ha portato a riflettere in modo più specifico sulla nostra realtà locale. La prima cosa che è chiaramente emersa sia dal film che dalla realtà in generale è lo scarso interesse e le conoscenze distorte che i politici dimostrano di avere su queste tematiche. Tutto questo si traduce in mancanze di veri e propri piani regolamentari a livello nazionale per una corretta gestione dei rifiuti, la quale poi si sa in quale losche mani va a finire. Colpisce il fatto che il parlamentare Fluttero nel film si ostina a ripetere che è il consumismo e non la coscienza ambientalista che crea posti di lavoro. Una delle riflessioni che è invece emersa in sala mette in luce come invece una rigorosa gestione dei rifiuti che, partendo da una corretta e illuminata raccolta differenziata che richiede l’impegno di ogni cittadino, passando per il riutilizzo e il recupero dei materiali contribuisca al contrario a creare nuovi posti di lavoro, la necessità di nuove competenze e di figure professionali che sappiano adempiervi. Alla luce di cio diventa chiaro come una maggiore e più consapevole cultura ambientale non sia soltanto un discorso etico, ma ha dei ritorni economici non indifferenti. Ci guadagna la terra, che non può più sostenere i ritmi di sfruttamento delle risorse e le tonnellate di scarti che le stiamo imponendo, ci guadagna la salute (poiché i rifiuti è ovvio, creano un ambiente poco salubre anche per noi che facciamo parte di un ecosistema) e ci guadagna il portafoglio, poiché come sappiamo, lo smaltimento dei rifiuti ha un costo che è tanto più basso quanto più la gestione dei rifiuti è intelligente. La maggior parte dei rifiuti e quelli che danno poi anche i problemi maggiori è costituita dagli imballaggi (seguiti a ruota dai rifiuti umidi che, se male smaltiti e gettati senza criterio nell’indifferenziato o comunque messi incautamente a contatto con altri rifiuti rischiano di rovinare e di rendere irrecuperabili altri tipi di materiali che, in caso contrario, avrebbero tutte le carte in regola per rientrare a pieno titolo nel ciclo produttivo). Ed ecco come in tal senso può essere utile riscoprire una modalità di acquisto dei prodotti sfusi, molto simile a quella dei nostri nonni i quali non conoscevano i problemi che si hanno oggi coi rifiuti poiché allora non si contemplava il concetto di usa e getta, tutto veniva recuperato e riutilizzato (non dimentichiamo che antichi mestieri come l’arrotino, l’aggiusta ombrelli e i riciclatori di vecchi stracci, che andavano di casa in casa a recuperarli dalle massaie per poi destinarli a vari riutilizzi, si sono persi proprio a causa della cultura consumistica). Sarebbe bene non dimenticare lo stile di vita dei nostri nonni che rammendavano gli abiti, preparavano le conserve alimentari, riparavano gli ombrelli, andavano nei negozi e compravano esattamente la quantità di cibo che poi avrebbero effettivamente riutilizzato. A questo proposito molto illuminante è stata la testimonianza di una ragazza che ha recentemente aperto a Morbegno un negozio di prodotti sfusi, simile proprio agli empori di una volta di cui sopra. La sua testimonianza ha messo in luce iniziali diffidenze dovute ad una certa impostazione mentale che pian piano vanno stemperandosi. Se all’inizio la mancanza di involucri con riportate marche etichette e certificazioni (garantite comunque da controlli molto accurati cui vengono sottoposti questi esercizi commerciali e da schede tecniche di cui ogni prodotto è fornito e che possono essere visionate dalla clientela) creava non pochi problemi nei consumatori, ora invece il fatto di avere un contatto diretto col prodotto e poterlo dunque valutare senza mediazioni fa si che molte persone scelgano spontaneamente e con spirito positivo di rivolgersi a tali realtà per i loro acquisti di fiducia. Sono soprattutto le persone anziane e nostalgiche e i bambini ad apprezzare questo servizio. Qualcuno dimostra di avere dei problemi con le borse della spesa. Sarebbe molto ecologico averne sempre una di stoffa con sé, ma, chissà perché, ci si dimentica sempre, le si lascia a casa, le si lascia in giro. Per restare nella serie una volta era meglio qualcuno ha sottolineato il ruolo non indifferente che avevano gli erogatori di latte crudo (almeno finchè, non si capisce bene perché, ma pare per questioni non ben precisate di sicurezza e di salute pubblica, sono stati tolti) e quello delle fontane pubbliche di Talamona, una per ogni contrada, alcune anche molto antiche. Il fatto che ognuno possa attingere a queste fonti (e comunque ci sono sempre i rubinetti domestici) aiuta a diminuire il consumo di plastica delle bottiglie. Peccato che nessuno a Talamona riesca a mettersi d’accordo sulla reale qualità dell’acqua e sulla reale efficienza dell’acquedotto. Ci sono zone dove dai rubinetti e dalle fontane scorre acqua rossa e nessuno si fida a berla. Anche questo è un punto su cui lavorare comune a diverse realtà italiane che è emerso anche nel film. Aver installato un erogatore d’acqua presso il cimitero si è già rivelato un utile passo avanti. Ma qualcuno si è chiesto chi dovrebbe gestire l’importante risorsa delle fontane pubbliche. È pensabile che possa essere la SECAM  a prendersi l’onere di questo servizio? Il dibattito su questo punto è rimasto aperto così come è rimasta aperta la provocazione iniziale, quella con cui il dibattito si è aperto. Le amministrazioni dovrebbero mettere su un piano di maggiore importanza la gestione dei rifiuti, ad un livello locale prima che nazionale. Come si è visto nel film ci sono comuni attivi e che funzionano bene in tal senso, ma non basta mai l’impegno di pochi a migliorare le cose. Bisognerebbe che la gente pagasse davvero per quello che butta e imparasse ad associare il buttare ad uno spreco in primo luogo economico perché è inutile nascondersi che la sensibilizzazione delle persone passa più facilmente attraverso il portafoglio che attraverso la coscienza. Ha chiuso infine il dibattito Patrizia Bavo con una riflessione sull’autoproduzione “una realtà comune ai tempi dei nonni dove si faceva tutto in casa: pane, sughi, marmellate ma anche sapone e prodotti per l’igiene. Riscoprire queste modalità e farle proprie come stile di vita (auto produrre, ma anche autoriparare le cose) permetterebbe anche di riscoprire una dimensione di potenzialità, competenze, creatività e intelligenza pratica che a partire dagli albori della nostra storia ci ha resi quello che siamo”. Anche nel caso di temi ambientali dunque, come in ogni cosa, il futuro sembra proprio non poter prescindere dal passato.

Antonella Alemanni

 

 

Talamona-Stemma

Talamona-Stemma

 

 

RIFIU-TAL-0 A SCUOLA

VIENE RIPROPOSTO IL DOCUMENTARIO 100 CHILI IN MENO RICETTE PER LA DIETA DELLA PATTUMIERA PER APRIRE UNA DISCUSSIONE E UNA CAMPAGNA INFORMATIVA CON I BAMBINI DELLE SCUOLE MEDIE DI TALAMONA di Antonella Alemanni

Un elemento fondamentale emerso dalle riflessioni del gruppo per la riduzione dei rifiuti riguardava proprio l’importanza di sensibilizzare le fasce più giovani della popolazione attraverso campagne di educazione ambientale nelle scuole. Già nel corso della prima edizione della settimana per la riduzione dei rifiuti i bambini avevano avuto una parte attiva fondamentale anche attraverso la realizzazione di laboratori. Quest’anno invece dopo averlo proposto alle fasce più adulte si ripropone nelle scuole il documentario 100 CHILI IN MENO RICETTE PER LA DIETA DELLA NOSTRA PATTUMIERA. Per motivi di servizio civile mi trovo ad assistere un bambino nella classe 1°A delle scuole medie e così ho potuto assistere personalmente allo svolgersi dell’attività. I bambini sono sembrati sin da subito molto coinvolti dall’attività proposta dalla signora Patrizia e dalla signora Carmen del gruppo per la riduzione dei rifiuti. Ogni bambino ha espresso un pensiero o raccontato un’esperienza personale. C’è chi ha osservato che la quantità di cibo in eccesso prodotta dai Paesi ricchi (la cui popolazione è afflitta da obesità, soprattutto negli Stati Uniti, anche per la grande diffusione di fast food) e molto spesso buttato via senza essere stato consumato, basterebbe per sfamare i Paesi poveri e che dunque la questione della fame nel Mondo si potrebbe ridurre ad un problema di disparità. C’è chi ha osservato il degrado che i rifiuti causano nelle città. Qualcuno potendosi confrontare con realtà estere ha potuto notare come il senso civico degli italiani spesso risulta più limitato rispetto a quello di altri popoli. “è una questione di responsabilità personale” ha detto la signora Patrizia “quando storciamo il naso di fronte alla spazzatura ci dobbiamo ricordare che si tratta della nostra spazzatura e che tutti possiamo contribuire a produrre meno rifiuti. Questo infatti è l’obiettivo da porsi per risolvere il problema alla radice. Diventa rifiuto tutto cio che viene semplicemente buttato senza essere utilizzato di nuovo oppure reinserito nuovamente nel ciclo produttivo, cosa che è possibile fare con la maggior parte delle cose che, spesso per pigrizia, ci si limita a buttare via. Un dato positivo da cui partire sono i 430 kg annui a persona di rifiuti che vengono prodotti a Talamona più di 100 kg in meno rispetto alla media nazionale che è 530 kg pro capite. Il filmato aiuta a capire come ridurre di 100 kg in generale la quantità di rifiuti prodotti, in primo luogo imparando a differenziare. Attualmente si differenzia circa il 50-60% dell’immondizia. Gli obiettivi europei sono di giungere al 65% che dovrà salire al 70% entro la fine del prossimo quinquennio. Il film dedica molto spazio alla differenziazione ad illustrare le varie tipologie dei rifiuti e le loro quantità percentuali” ecco come i bambini hanno scoperto che il 32% della pattumiera si compone di resti di cibo e del giardino (che potrebbero essere compostati, immessi direttamente nell’orto per chi ce l’ha o dati alle bestie) il 20% da carta e cartone, il 16% da plastica, l’8% da vetro e il restante 13% da tessuti, legno e lattine, tutti materiali che, se correttamente trattati e se correttamente gestiti in primo luogo dai cittadini che devono per primi smaltirli (con una corretta e oculata raccolta differenziata appunto), sarebbero totalmente o quasi recuperabili e che gli imballaggi costituiscono il grosso dei rifiuti: il primo passo sarebbe farne a meno il più possibile, il secondo differenziarli correttamente. Ed ecco come, partendo dagli adulti di domani, si forma la cosiddetta coscienza collettiva.

Antonella Alemanni

 

 

METTIAMO INSIEME LA CENA

COME EVENTO CONCLUSIVO DELLA SETTIMANA DELLA RIDUZIONE DEI RIFIUTI UNA CENA CHE VUOL ESSERE UN EVENTO EDUCATIVO PER SENSIBILIZZARE SULLA QUESTIONE DEGLI SPRECHI ALIMENTARI

Alla presenza di Patrizia Bavo e altri membri del gruppo rifiuti zero, di alcuni ex amministratori comunali e vari cittadini si è svolta, questa sera alle ore 19.30 nella sala bar dell’oratorio, una nuova cena ecologica preparata mettendo insieme le pietanze che ogni commensale portava da casa. in realtà non doveva essere questo l’evento conclusivo di questa settimana intensa. Erano previsti infatti dei mercatini dell’usato per l’indomani 30 novembre che le previsioni di maltempo hanno annullato. Esattamente come per l’edizione dello scorso anno, questa cena oltre ad essere un evento conviviale in sé per sé, vuole porre l’attenzione su quanto cibo viene sprecato nei Paesi ricchi e su come si possono compiere scelte diverse per il bene di tutti. Un sasso che si spera che qualcuno raccoglierà prima o poi.

Antonella Alemanni

 

A SPASSO PER IL MONDO

TALAMONA 6 dicembre 2014 concerto d’inverno alla palestra comunale

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LA FILARMONICA DI TALAMONA COADIUVATA DALL’UNIONE MUSICALE INVERSO PINASCA PROPONE UN VIAGGIO TRA SONORITA’ INEDITE CHE TOCCANO DIVERSI PAESI NEL MONDO

 

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Per il secondo anno consecutivo la filarmonica di Talamona non è sola nel proporre il tradizionale concerto d’inverno (alla palestra comunale alle ore 21), ma ha invitato una banda ospite. Cio che è inedito sono le sonorità che sono state proposte, “generi musicali molto diversi tra loro” come ha spiegato Eleonora da sempre clarinettista, ma anche presentatrice ufficiale della banda “attraverso cui effettuare un viaggio virtuale intorno al mondo”.Un viaggio che prende il via dalla Nuova Zelanda (il cui nome significa terra di mare), composta da due isole principali (separate dallo stretto di Cook ndr) e da numerose isole minori, fa parte dell’Oceania, ha come lingua ufficiale e la sua minoranza etnica più conosciuta è il popolo dei Maori. Il brano che ci porta virtualmente in questa terra è intitolato INVERCARGILL MARCH ed è stato composto dallo scozzese Alexander Frame Lithgow dedicata proprio alla città di Ivercargill che lo ospitò per molti anni. Questa marcia nel tempo è diventata discretamente famosa al pari di START STRY FOR EVER di Johnson Lissosa e LA MARCIA DI RADEZKY di Johann Start ed è una delle marce ufficiali dei marines. Il nostro viaggio è proseguito negli Stati Uniti con DAKOTA di Jacob de Haan, compositore olandese, attraverso cui si racconta in musica alcuni aspetti della cultura e della travagliata storia degli indiani Sioux, soprattutto per quanto riguarda il conflitto con la civiltà dei bianchi. Si tratta di una suite in cinque tempi: il primo rappresenta il grande spirito, simbolo delle credenze indiane legate alla creazione del Mondo; il secondo raffigura la caccia al bisonte, momento molto atteso dai giovani guerrieri per dare sfoggio del loro coraggio; il terzo rappresenta in musica la descrizione del calumet e del rituale del fumo, simbolo della pace, utilizzato dagli stregoni per comunicare con gli spiriti; il quarto rappresenta la danza degli spiriti cioè una danza eseguita per evocare gli spiriti degli antenati defunti, un rituale che veniva eseguito accompagnandosi con incantesimi e canti; nel 1890 l’esercito federale a Wounded Knee aprì il fuoco sugli indiani mentre si stava svolgendo questo rituale, dando così avvio ad un infinito massacro; ed è proprio questo luogo simbolo per gli indiani ad essere protagonista del quinto e ultimo tempo del brano che racconta il pellegrinaggio che ogni Sioux effettuava qui, momento tangibile delle tradizioni degli indiani del Dakota. La tappa successiva del viaggio è stata l’Africa. Il brano AFRICAN DREAMS è collegato ad una storia vera (che è stata raccontata dallo stesso protagonista su canale 5 a IL SENSO DELLA VITA nel 2010 ndr): in Malawi, un Paese dell’Africa sudorientale che basa la propria economia quasi esclusivamente sull’agricoltura e sull’esportazione dei prodotti (tabacco the e zucchero principalmente) questa storia avvincente vede come protagonista il giovane William Kauamba cresciuto li in quel Paese tra le tradizioni e i riti magici legati alla stregoneria dove la tecnologia moderna rappresenta invece un grande mistero; prendendo spunto da alcuni libri di testo, il giovane William iniziò a progettare la costruzione di un mulino a vento al fine di poter portare l’energia, l’elettricità e l’acqua al suo villaggio, cambiando così drasticamente la vita dei propri familiari ed amici; nonostante la difficoltà di crescere lontano dai centri urbani, William tenne viva nel tempo la propria passione e utilizzando rottami metallici, parti di trattori e biciclette costruì un rozzo mulino a vento col quale riuscì, tra lo stupore generale della sua comunità, ad alimentare ben quattro lampadine. La notizia dell’impresa di William presto si diffuse ben oltre i confini del suo Paese e il giovane ragazzo visionario divenne un eroe per molti ragazzini africani. Con UP FROM EARTH’S CENTER siamo approdati alle Hawaii. Questo brano nasce dalla penna di Rob Romeyn compositore americano contemporaneo. Il viaggio comincia la mattina del grande terremoto che nel 1868 portò la devastazione in questo arcipelago. La scena iniziale descrive la spiaggia di sabbia nera di Puna Lulu, attuale meta turistica di molti visitatori da tutto il mondo, proprio mentre sta sorgendo il sole: le onde si infrangono sulla spiaggia e la tranquillità sembra regnare incontrastata; il ritmo comincia a farsi più incalzante ed il tema iniziale viene sostituito dalla melodia tradizionale LA TERRA E’ NOSTRA MADRE che ci ricorda di rispettare sempre la Terra ed essere sempre consapevole dei suoi incredibili poteri; il ritmo accelera nuovamente e ci catapulta al momento del fatidico giorno, quello del terremoto che coinvolge gli abissi dell’Oceano Pacifico ed un enorme tsunami travolge le isole Hawaii; torniamo infine sulla spiaggia di Puna Lulu dove madre terra ricomincia il suo lavoro di rinnovamento. L’ultima tappa del viaggio prima di cedere il passo alla banda ospite ci ha condotti in Sudamerica con BUENAVENTURA brano composto dall’americano Steve Hodges che propone una melodia introduttiva affidata al sassofono solista per poi esplodere in melodie tipiche della tradizione latinoamericana, basate su veloci ritmi sincopati e sulla presenza costante delle molte percussioni coinvolte. Questo brano è stato particolarmente simpatico perché ad un certo punto la banda ha suonato battendo le mani. Il pubblico si è talmente divertito che ha richiesto un bis. Prima però alcuni ringraziamenti. Le due bande si sono omaggiate a vicenda con dei regali (tra cui uno speciale per il maestro della filarmonica talamonese Pietro Boiani, visibilmente commosso) e hanno onorato Lorenza, ex suonatrice della filarmonica di Talamona e ora suonatrice dell’Unione Musicale Inverso dunque il vero collante di questa serata tra due bande. Ed ecco che dunque è giunto il momento di conoscerla meglio questa banda ospite. Si è formata nel 1947 in un piccolo comune della Val Chisone in Piemonte per volontà di alcuni suonatori in previsione dei festeggiamenti per il centenario del 17 febbraio 1848, data in cui Carlo Alberto concesse i diritti civili a Valdesi ed Ebrei. Nel corso degli anni inizia poi ad esibirsi per eventi e manifestazioni cui dare maggior solennità, in occasioni di festa per i cittadini. Negli anni cresce sia per quanto riguarda il numero dei componenti che da un punto di vista qualitativo attraverso un’attività concertistica sempre più ampia e intensa e un repertorio in continuo rinnovamento portato in giro per tutto il Piemonte, ma anche a Siena, Venezia, Ravenna, Vallecrosia, Isola d’Elba e Valle del Chianti. Nel 2007 la prima trasferta internazionale in Polonia. Diversi i progetti realizzati dall’Unione: dalle prove con la collaborazione del maestro Cavalletto allo stage formativo con Lorenzo Pusceddu, ai festeggiamenti per il sessantesimo anniversario tesi a rimarcare l’importanza della musica per il gruppo e il territorio. Nel 2008 arriva l’attuale maestro Riccardo Chirotto e nel 2010 si concretizza una “fotografia musicale” con un cd voluto dai componenti che ripercorre un po’ la storia e l’evoluzione musicale della banda. Nel 2013 la partecipazione in terza categoria al Concorso Bandistico Nazionale di Saint Vincent (AO). Attualmente suonano in questa banda circa 45 persone (non tutte presenti questa sera a causa di impedimenti lavorativi di salute e vari) unite da un sodalizio frutto della passione della tenacità e dell’impegno nel conservare il patrimonio musicale al servizio della loro comunità. Dopo questa premessa viene proprio voglia di ascoltarli. Anche loro hanno proposto un viaggio in musica, ma concentrato prevalentemente nel nord Europa. Il primo brano proposto è stato VALDRESS MARCH di Johannes Hannsen, direttore della banda militare di Oslo durante la seconda guerra mondiale. Valdress è il nome di una regione norvegese di cui l’autore voleva celebrare la bellezza e in questa marcia si condensano le tradizioni musicali di questo Paese, tra cui la fanfara distintiva del battaglione Valdress, in realtà una melodia medievale, una canzone melodica, una danza ad appannaggio dei violinisti, sovrapponendoli ad un basso tipicamente scandinavo. Risultato, una delle grandi marce del repertorio bandistico, con cui l’unione musicale vuole dare il benvenuto. La bussola si è poi orientata in Russia con WALZ N°2 di Dimitri Shostakovic estratta dalla  JAZZ SUITE N°2 arrangiata da Johann de Meij. Shostakovic è stato uno dei musicisti russi più importanti del ventesimo secolo sempre fedele all’idea di rendere migliore il popolo attraverso le arti scrisse sei suite, un concerto per solisti e orchestra, tre opere, balletti e musica da camera, senza contare più di trenta partiture a commento di film propaganda del regime sovietico. Fu dunque un compositore molto eclettico realizzatore di sinfonie che si caratterizzano per l’uso di strumenti molto vari e uso di sonorità massicce. Questo brano tratto dalla suite n°2 scrive in maniera diversa. In particolare l’estratto che è stato eseguito dalla banda offre temi d’intenso lirismo sia con interventi solistici, sia con interventi collettivi, che offrono uno slancio degno della più antica tradizione viennese. Nel 1956 lo stesso autore usò questo brano nel film IL PRIMO CONTINGENTE mentre quarantatre anni dopo Kubrick lo usò per EYES WIDE SHUT. Con il prossimo brano ENGLISH FOLK SONG SUITE di Ralph Vaughan Williams si è tornati al genere marcia suddiviso in tre tempi dall’espressività molto esplicita: nel movimento iniziale ciascuna delle tre sezioni in cui è normalmente divisa una marcia è tema di tre diverse canzoni, mentre nel secondo movimento la melodia riflessiva viene interrotta da un classicissimo valzer inglese; nel movimento conclusivo si riprende il tema iniziale, per un totale di otto canti popolari usati come base della composizione. La suite fa parte di quell’esiguo numero di composizioni oggetto di trascrizioni al contrario cioè per banda e solo successivamente strumentali anche per orchestra sinfonica. In realtà Williams scrisse quattro movimenti. In quello inizialmente pensato come secondo egli raccolse canti di pescatori, ma dopo la prima esecuzione del 1923 diede loro vita propria pubblicando la parte col titolo di SEA AND SONGS. Il successivo brano THE WAR OF THE CELTS è un pezzo tipico per orchestra di fiati contenente i numeri di un musical basato sulle danze tradizionali irlandesi la cui caratteristica principale è quella di presentare dei movimenti delle gambe veloci mentre braccia e parte superiore del corpo restano fermi. In quest’opera si racconta la lotta tra il signore della danza e il malvagio Dedorica e parallelamente i conflitti tra due donne, la tentazione e lo spirito d’Irlanda per ottenere l’amore del protagonista. Dopo il debutto del 1996 lo spettacolo arrivò ad avere quattro troup che lo eseguivano in contemporanea nel nord America ed ancora adesso si trovano due compagnie che lo stanno eseguendo a Londra e negli Stati Uniti. Ed ecco come con questo brano il viaggio musicale è approdato in Irlanda. L’ultimo brano THE BLUE BROTHERS REVEUE è stato presentato dal maestro Chiriotto che ne ha approfittato per dire due parole conclusive ricollegandosi ai discorsi fatti prima dalla nostra banda. Un discorso che ribadisce l’amicizia tra le due bande, un legame impersonato da Lorenza suonatrice di entrambe le formazioni in tempi diversi. Un discorso di ringraziamento per tutti i componenti della banda uno ciascuno. L’ultimo brano eseguito ha portato in America. Questo fatto di non eseguire solo brani europei come inizialmente previsto lo si deve al fatto che secondo il maestro Chiriotto la Talamona di quest’estate somigliava molto a Chicago: grigia umida e piovosa. Questa scelta ha avuto successo in quanto per questo brano è stato richiesto un bis. Per concludere in grande le due bande si sono infine unite per suonare insieme, dirette dal maestro Chiriotto, brani tipicamente natalizi. Si è concluso così questo piccolo grande evento che ha dimostrato una volta di più come la musica può farsi veicolo di storie e portatrice di cultura generale.

Antonella Alemanni

IL TESORO DI PIETROASA

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The Pietroasele Treasure (or the Petrossa Treasure) found in Pietroasele, Buzău, Romania, in 1837, is a late fourth-century Gothic treasure that included some twenty-two objects of gold, among the most famous examples of the polychrome style of Migration Period art. Of the twenty-two pieces, only twelve have survived, conserved at the National Museum of Romanian History, in Bucharest: a large eagle-headed fibula and three smaller ones encrusted with semi-precious stones; a patera, or round sacrificial dish, modelled with Orphic figures surrounding a seated three-dimensional goddess in the center; a twelve-sided cup, a ring with a Gothic runic inscription, a large tray, two other necklaces and a pitcher. Their multiple styles, in which Han Chinese styles have been noted in the belt buckles, Hellenistic styles in the golden bowls, Sasanian motifs in the baskets, and Germanic fashions in the fibulae, are characteristic of the cosmopolitan outlook of the Cernjachov culture in a region without defined topographic confines.


More about the treasure and the bowl at http://www.videoguide.ro/tezaurul-ist… und http://romanianhistoryandculture.webs.

Il Tesoro di Pietroasele (o Tesoro di Petrossa), ritrovato nel 1837 a Pietroasele,Romania, risale al IV secolo ed è composto di ventidue oggetti gotici comprendenti alcuni manufatti in oro. È considerato uno dei migliori esempi di stile policromo di arte barbarica.

Il tesoro originale, scoperto all’interno di un tumulo noto come Istriţa, nei pressi di Pietroasele, Romania, consisteva di 22 pezzi, compreso un grande assortimento di oggetti in oro, piatti e coppe oltre alla gioielleria, e due anelli completi di iscrizioni runiche. Quando fu scoperto, gli oggetti erano tenuti insieme da una non identificata massa scura, il che porta a credere che il tesoro sia stato ricoperto da qualche genere di materiale organico (ad esempio tessuti o pelle) prima di essere interrato. Il peso totale del tesoro era di circa 20 kg.

Dieci oggetti, tra cui uno dei due anelli, furono rubati poco dopo il ritrovamento. Quando i restanti oggetti furono ritrovati, si scoprì che l’altro anello era stato tagliato in almeno quattro parti da un orafo di Bucarest, ed uno dei caratteri runici era irrimediabilmente rovinato. Fortunatamente sono sopravvissuti dei disegni dettagliati, un calco in gesso ed una fotografia fatta dall’Arundel Society di Londra, il che ha permesso di stabilire l’identità del carattere perduto con relativa sicurezza.

Gli oggetti rimasti nella collezione mostrano un’altra qualità dell’artigianato, tanto che gli studiosi dubitano che gli oggetti abbiano origini locali. Isaac Taylor (1879), in uno dei suoi primi lavori parla della scoperta, ipotizzando che gli oggetti potrebbero rappresentare parte di un bottino recuperato dai Goti durante le scorribande in Mesia e Tracia (238-251). Un’altra delle prime teorie, probabilmente la prima proposta da Odobescu (1889) e ripresa da Giurascu (1976), identifica Atanarico, re pagano dei Tervingi, come probabile originario proprietario del tesoro, presumibilmente acquisito grazie al conflitto con l’imperatore romano Valente nel 369. Il catalogo Goldhelm (1994) suggerisce l’ipotesi che gli oggetti possano essere visti come un regalo fatto dai capi romani ai principi germanici alleati.

Recenti studi mineralogici svolti sugli oggetti indicano almeno tre differenti origini geografiche per l’oro utilizzato: Urali meridionali, Nubia(Sudan) e Persia. L’ipotesi dell’origine Dacia per l’oro è stata esclusa. Nonostante Cojocaru (1999) rifiuti la possibilità che monete romane siano state fuse e forgiate per dare vita a questi oggetti, Constantinescu (2003) giunge alla conclusione opposta.

Una comparazione della composizione mineralogica, delle tecniche di fusione e forgia, ed analisi tipologiche indicano che l’oro venne usato per creare le iscrizioni runiche all’interno dell’anello, classificate come celto-germaniche, non è puro come quello usato solitamente dai greco-romani, né quello in lega usato per gli oggetti germanici. Questi risultati sembrano indicare che almeno parte del tesoro (tra cui l’anello) venne creato con oro estratto nel nord della Dacia, e potrebbe quindi rappresentare oggetti in possesso dei Goti prima della migrazione verso sud (appartenenti alla Cultura di Cernjachov). Dato che queste ipotesi possono sembrare dubbie per la tradizionale teoria dell’origine romano-mediterranea dell’anello, ulteriori ricerche sono necessarie prima di dichiarare con certezza da dove proviene il materiale usato per la costruzione.

Come per molti altri ritrovamenti dello stesso tipo, resta incerto il motivo per cui gli oggetti siano stati posti nel tumulo nonostante siano state avanzate ipotesi plausibili. Taylor afferma che il tumulo in cui sono stati ritrovati gli oggetti era probabilmente la sede di un tempio pagano, e che secondo l’analisi delle iscrizioni rimaste faceva parte di un’offerta votiva che farebbe pensare ad un paganesimo ancora attivo. Nonostante questa teoria sia stata ignorata per molto tempo, le recenti ricerche,  hanno dimostrato che tutti gli oggetti rimasti hanno un “carattere decisamente cerimoniale”. Particolarmente importante è la patera decorata con disegni di divinità probabilmente germaniche.

L’ipotesi secondo cui gli oggetti sarebbero di proprietà di Atanarico suggerisce l’idea che l’oro fosse stato sepolto nel tentativo di nasconderlo agli Unni, che avevano sconfitto i Grutungi a nord del Mar Nero, iniziando a spostarsi nel 375 verso la Dacia abitata dai Tervingi. Resta comunque incerto il motivo per cui l’oro sia rimasto sepolto, dato che il trattato di Atanarico con Teodosio I (380), gli permise di assicurare al suo popolo la protezione dei Romani prima della sua morte, avvenuta nel 381. Altri ricercatori hanno suggerito che il tesoro fosse appartenuto ad un re ostrogoto che Rusu (1984) identifica con Gainas, generale gotico dell’esercito romano ucciso dagli Unni attorno al 400. Nonostante questo possa spiegare il motivo per cui il tesoro non sarebbe stato dissotterrato, non spiega perché un vistoso tumulo sia stato scelto per contenere un così ricco tesoro.

Sono state ipotizzate numerose datazioni per la sepoltura del tesoro, spesso derivate da considerazioni riguardo l’origine degli oggetti stessi ed il tipo di sepoltura, nonostante l’iscrizione sia stato uno dei fattori più importanti. Taylor considera un intervallo tra il 210 ed il 250. Studi più recenti hanno portato gli studiosi a spostare leggermente in avanti la datazione. Coloro che sostengono l’ipotesi di Atanarico parlano della fine del IV secolo, data proposta anche da Constantinescu, mentre Tomescu data il tesoro all’inizio del V secolo.

Dei ventidue pezzi, solo dodici sono sopravvissuti, conservati oggi presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest: Una grande fibula con testa d’aquila e tre più piccole, tutte tempestate di pietre semi-preziose; una patera o piatto sacrificale, modellato con figure orfiche, che circondano una dea tridimensionale seduta; una coppa a dodici lati, un anello con un’iscrizione runica gotica, un grande vassoio, due collane ed una brocca.

I loro molteplici stili comprendono caratteristiche tipiche della dinastia Han cinese (fibbie per cinture), dell’Ellenismo (bocce in oro), motivi Sasanidi (cesti) e aspetti germanici(fibule). Questa varietà è tipica dell’aspetto cosmopolita della cultura di Cernjachov, in una regione senza confini topografici definiti.(approssimativamente odierna Ucraina e Bielorussia).

Quando Alexandro Odobescu pubblicò il suo libro sul tesoro, affermò che questo magnifico lavoro sarebbe potuto appartenere solo ad Atanarico (morto nel 381), capo dei Tervingi, uno dei popoli Goti. I moderni archeologi non sono in grado di collegare il tesoro a questo nome altisonante.

Il tesoro venne mandato in Russia nel dicembre 1916, quando l’esercito tedesco avanzò attraverso la Romania durante la prima guerra mondiale, e venne restituito solo nel 1956.

Lucica Bianchi

Note, fonti e bibliografia

La fotografia della Arundel Society, rimasta sconosciuta agli studiosi per circa un secolo, venne ripulita da Bernard Mees nel 2004.Cfr. Mees (2004:55-79). Per altre informazioni sulle prime vicende del ritrovamento, vedere Steiner-Welz (2005:170-175)

Taylor (1879,80) scrisse: “Il grande valore intrinseco dell’oro sembra indicare una provenienza di bottino di una grande vittoria e potrebbe trattarsi del saccheggio del campo dell’imperatore Decio, o del riscatto della ricca città di Marcianopoli”. Per altri studi sull’iscrizione vedere Massmann (1857)

Op.cit. Odobescu (1889), Giurascu (1976), Constantinescu (2003), Tomescu (1994)

Constantinescu (2003) descrive l’oggetto come “una patera con rappresentazioni di dei pagani (germanici)”. Analizzando l’immagine della patera Todd (1992) scrive: “al centro si trova una figura femminile su un trono circolare, con un calice nelle mani a coppa. Il fregio circolare rappresenta un gruppo di divinità, alcune in vesti classiche, altre con attributi più tipici dei pantheon germanici. Un potente dio maschio brandisce mazza e cornucopia, e siede su un trono dalla forma di testa di cavallo, ed è probabilmente più accostabile a Donar che ad Ercole. Un guerriero eroico in armatura completa, e con tre nodi nei capelli, è chiaramente un importante dio barbaro, mentre un trio di divinità femminili rappresenta probabilmente le Disir. Anche la dea seduta che presiede l’intero insieme non è facilmente classificabile come classica. Piuttosto sarebbe da vedere come una madre barbara degli dei”. (Fotografie della patera sono osservabili qui e qui.)

Michael Schmauder, Richard Corradini, The Construction of Communities in the Early Middle Ages: Texts, Resources and Artifacts, dicembre 2002

Alexandru Odobescu, Le trésor de Petrossa: Étude sur l’orfèvrerie antique, Parigi-Lipsia, J. Rotschild, 1889

Joseph Campbell, The Masks of God: Creative Mythology, 1968

M. Rusu, Cercetãri Arheologice, 1984

Herbert Kühn, Asiatic Influences on the Art of the Migrations, Parnassus

Avram Alexandru, Goldhelm, Schwert und Silberschätze: Reichtümer aus 6000 Jahren rumänischer Vergangenheit, Francoforte sul Meno, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 1994

Malcolm Todd, The Early Germans, Blackwell Publishing, 1992

Dorina Tomescu, Der Schatzfund von Pietroasa, 1994, Goldhelm, Schwert und Silberschätze, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 230–235, Francoforte

LIBERA CUGETARE IN ROMANIA PANA LA IZBUCNIREA PRIMULUI RAZBOI MONDIAL

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LIBERA CUGETARE ÎN ROMÂNIA PÂNĂ LA IZBUCNIREA PRIMULUI RĂZBOI MONDIAL, se intitulează prezentarea Dlui Cercetător Principal II. Marius ROTAR de la Univeristatea “1 Decembrie 1918” Alba Iulia,pe marginea căreia se vor desfăşura discuţiile la ÎNTÂLNIREA din miercuri 10 DECEMBRIE 2014, la ora17,oo !!!, a Atelierului MULTIDISCIPLINAR ŞI INTERUNIVERSITAR de Filosofie şi Antropologie Medicală, la orele 18, în clădirea Clinicii „Medicala II”, str. Clinicilor nr. 2-4, la Etajul II, Sala Bibliotecii.

 

Cum se ştie, Atelierul se desfăşoară sub egida Universităţii de  Medicină şi Farmacie „Iuliu Haţieganu” din Cluj-Napoca – în colaborare cu Centrul de Filosofie Aplicată de la Facultatea de Filosofie a UBB şi revista PHILOBIBLON – Transylvanian Journal of Muldisiciplinary Research in Humanities – editată deBiblioteca Centrală Universitară „Lucian Blaga” din Cluj, fiind un cadru informal de discuţii multi- şitransdiciplinare, focalizate pe chestiuni considerate ca aparţinând medicinii, dar care se află de fapt la confluenţa diferitelor specialităţi ce studiază omul (filosofia, psihologia, sociologia, antropologia, istoria, dreptul, teologia, literatura etc.). Şi care sunt rareori – sau cu prea multă precauţie – abordate în acest fel. Toate informaţiile aferente se găsesc la adresa: www.afsam.eu

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Reproducem şi aici Schiţa conferinţei:

„Dezbaterile din societatea românească a ultimilor ani privind relația Stat-Biserica Ortodoxă Română sau, mai recent, asupra locului și rolul/predării religiei în școală solicită o sondare, din punct de vedere istoric, a realităților trecute în această privință. Având la baza, în special, achiziții teoretice provenind din filosofia britanică și franceză a secolului a XVIII-lea, Libera Cugetare a reprezentat un curent cultural, filosofic și politic dezvoltat, în sensul real al cuvântului, odată cu secolul al XIX-lea. Extinderea ei geografică, cât și instituționalizarea sa, prin constituirea diverselor asociații naționale (de pildă, fondarea în 1866 a The National Secular Society în Marea Britanie), organizarea unor federații/uniuni și congrese internaționale (începând din 1880, la Bruxelles), precum și prin publicarea unei vaste literaturi în direcția enunțată, au determinat transformarea curentului într-o miscare de ample proporții (vezi, de pildă, the Golden Age of Freethought (1875-1914) în SUA). Aceasta contesta, în mod vehement, rolul și influența Bisericii/religiei și încerca, deopotriva, să producă efecte imediate asupra societății. Totodată, mișcarea a capatat un impuls esențial înspre creştere, în epoca, prin dezvoltarea deosebită și popularizarea știintelor naturale, pe de o parte, și implementarea ideilor socialiste, pe de altă parte. Prezentarea de față urmăreşte conturarea și dezvoltarea ideii de liberă cugetare în România până la izbucnirea Primului Război Mondial, precum și polemicile născute în jurul acesteia, trasând o serie de repere:  Rolul apariţiei și extinderii ideilor darwiniste/filosofiei materialiste în epocă; Reacția mediului religios la noile paradigme; Socialismul și ideea de libertate de conștiință/libertate de cugetare/liber cugetator (înmormântările civile); Fondarea Asociației Știintifice de Educație Pozitivă; Asociația Natională a Liber Cugetătorilor (1909); Polemici la Universitatea din Iași (1909) – Constantin Thiron versus A.C. Cuza/Iuliu Scriban; Apariția Revistei Rațiunea (1911-1914) – program, ideologie, acțiuni; Adepții ai liberei cugetări (Constantin Thiron, Panait Zosin, C.I. Dicescu, N. Leon etc.); Relația Libera Cugetare/Ateism în epocă.”