LA MUSICA AL CINEMA

 

 

TALAMONA dal 6 al 27 marzo 2015 un’iniziativa inedita della biblioteca

 

 

Cineforum

 

PICCOLO CINEFORUM TEMATICO CURATO DAI VOLONTARI DELLA BIBLIOTECA

Più e più volte durante le introduzioni o gli interventi conclusivi delle serate in biblioteca è stata sottolineata l’importanza versatile che la Casa Uboldi ha assunto nel corso del tempo per la comunità talamonese (o almeno per una parte di essa, quella che partecipa). Qualcuno ha osservato come più volte vi si può ricreare la stessa atmosfera delle società contadine quando gli unici svaghi consistevano nel ritrovarsi tutti insieme nelle stalle a raccontarsi storie o nelle locande per sentire anche le testimonianze dei viandanti. Il racconto è sempre stato sin dagli albori dell’umanità un modo per veicolare informazioni, scambiare idee e conoscenze. In qualche modo alla Casa Uboldi ci si è presi il tacito impegno di portare avanti queste tradizioni s si può dire che è in questo spirito che hanno avuto luogo tutte le serate che sono state proposte (o comunque molte di esse). Tradizione si, ma senza rinunciare alla tecnologia moderna (anche se non sempre necessaria) come presentazioni interattive di foto e video, slide, spezzoni di film. Ed è così che tra modernità e tradizione la vita culturale va avanti da ormai tre anni molto spesso grazie a proposte che nascono per caso e che toccano vari argomenti con varie modalità. Ed è così che per caso, durante una riunione del gruppo volontari, durante le quali si mettono a confronto le idee e si discutono anche proposte di esterni che vorrebbero intervenire, qualcuno ha proposto di realizzare un piccolo cineforum: si è parlato di tutto in biblioteca perché non dedicare un piccolo spazio anche al cinema? Certo non si sarebbe trattato di un cineforum come quello realizzato a Morbegno (questo anche solo per non “pestarsi i piedi” come si suol dire), ma un qualcosa più casereccio più nel nostro stile, cicli più brevi e tematici. In realtà ci è voluto un po’ prima che questa proposta venisse vagliata. In realtà ci sono state già in passato delle serate che hanno preso avvio dalla proiezione di film, documentari soprattutto (come un paio di serate organizzate dal gruppo RIFIU-TAL-0)  o film per bambini (per i quali non è pensabile però proporre un cineforum continuativo, più logiche sarebbero delle serate dislocate), ma non un cineforum vero e proprio, mirato, organizzato con questo specifico scopo.Poi Stefano Ciaponi, membro onorevole non solo del gruppo volontari della biblioteca, ma anche della filarmonica, ha cominciato a lavorare ad un breve ciclo della durata di un mese sul suo argomento preferito, la musica, mettendo insieme film che sanno dare una fotografia efficace non solo dei compositori di cui parlano, ma anche dell’epoca in cui sono vissuti. Ah quei secoli! Personalità eccelse che si incontravano, stringevano profonde amicizie o intense rivalità, ma comunque interagivano tra loro, discutevano, esprimendo ognuno la propria idea sulla musica (come ben si è visto nei film proposti) ma in generale su tutte le arti, le scienze. Secoli di invenzioni, scoperte, nuove teorie, di viaggi esplorativi alla continua ricerca di nuove terre, popoli, culture. Secoli di grandi fermenti dei quali oggi nella nostra epoca, rimane a malapena lo scheletro. Ed ecco come questo cineforum l’ho vissuto personalmente soprattutto all’insegna della nostalgia. Ed ora ecco qui la rassegna dei film proposti subito dopo il ciclo di viaggi di quest’anno come stabilito durante le riunioni dei volontari.

Venerdì 6 marzo 2015 AMADEUS di Milos Forman

Un film di cui tutti hanno perlomeno sentito parlare se non lo hanno visto. Un film che non punta tanto sull’aderenza storica quanto sulla sfarzosa rappresentazione della vivacità culturale di quell’epoca tra Illuminismo e Post barocco nonché delle personalità dei personaggi coinvolti (l’esuberanza di Mozart e l’invidia lacerante di Salieri). AMADEUS è tutto questo. Il racconto della vita e del genio di quello che è considerato il più grande musicista di tutti i tempi, ma dal punto di vista di colui che fu il suo più acerrimo rivale (sebbene con una certa dose di ammirazione), Salieri, la cui invidia lo porterà gradualmente alla pazzia. Un film che è soprattutto una non indifferente esperienza di visione e grazie al quale si può entrare nel vivo di grandi opere che hanno positivamente e indelebilmente segnato la cultura universale.

Venerdì 13 marzo 2015 IO E BEETHOVEN di Agniezska Holland

Ludwig Van Beethoven nasce a Bonn nel 1770 (il mio stesso giorno il 15 dicembre che coincidenza!) ed è considerato il più grande musicista e compositore di tutti i tempi secondo solo a Mozart il quale però è considerato talmente grande da essere unico e dunque inarrivabile persino per le classifiche. Pare che i due potrebbero essersi incontrati una volta nel 1787, quando Mozart aveva 31 anni e Beethoven 17, ma quest’ultimo a quell’epoca ancora non lasciava intendere chiaramente cio che sarebbe diventato. Se Beethoven non è passato alla Storia come un bambino prodigio lo è però passato per essere stato un grande innovatore della musica l’ultimo grande della musica classica e allo stesso tempo il precursore della musica romantica con innovazioni che hanno permesso alle sue opere di travalicare i tempi molte delle quali composte dopo il sopraggiungere della sordità ed è stato forse questo, il fatto di aver composto opere da sordo, a consacrarlo davvero come un grande genio. Nove sinfonie, fughe, sonate per piano e per quartetti d’archi e una sola opera lirica il FIDELIO che esalta l’amore coniugale. E pensare che lui non si è mai sposato e quando morirà nel 1827 a Vienna suo unico erede sarà il nipote Karl. Il film racconta proprio gli ultimi atti della vita di Beethoven (in modo romanzato), il suo declino più umano che artistico (se non si considera che alcune opere di quel tempo, considerate oggi le più geniali, vennero accolte con disgusto dalla società dell’epoca, come ad esempio la sua grande fuga) la sua personalità difficile e il rapporto un po’ ambiguo con la copista Anna Holz (che personalmente mi ha ricordato il rapporto che si crea tra il pittore Vermeer e la sua modella ne LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA). Un film che fa notare una maggiore sobrietà rispetto all’epoca di Mozart soprattutto per quanto riguarda i costumi, ma anche per una generale sobrietà e che propone comunque rimandi all’epoca precedente nonché allo stesso film su Mozart visto la scorsa settimana. È un caso che le scene finali della morte dei due artisti sopraggiunta mentre dettavano l’ultima opera sia molto simile nei due film?

Venerdì 20 marzo 2015 TUTTE LE MATTINE DEL MONDO di Alain Corneau

Un film completamente intriso di musica dove il personaggio principale è uno strumento oggi praticamente sconosciuto, la viola da gamba. È intorno ad essa che si muovono i drammi dei personaggi umani di questo film: un musicista, Saint Colombe, storicamente esistito ma del quale non si hanno notizie certe (nel film si dice che abbia aggiunto la settima corda della viola da gamba che fu ufficialmente adottata poi solo a Parigi ma non a Londra, che abbia introdotto nuove posizioni per tenere lo strumento e l’archetto, nuove armonie) anche perché la pellicola lo ritrae cupo e ritirato, in continuo rifiuto dei rapporti col Mondo e delle pressioni di chi lo vorrebbe musicista di corte, pervaso solo dalla missione di trasmettere la musica alle due figlie (che alleverà con freddezza) e dalla ricerca di un rapporto esclusivo con la musica, del suo valore assoluto, una ricerca che lo porterà a vedere il fantasma della moglie della cui morte lui non si è mai rassegnato. Un valore assoluto della musica che, negli ultimi anni della sua vita egli riuscirà a trasmettere all’altro protagonista (fittizio non storico) del film che fu suo allievo e ospite per anni (ebbe persino una relazione con la maggiore delle due figlie la quale, dopo il suo abbandono deperì e si suicidò) e che dopo essere divenuto musicista alla corte di Luigi XIV sentirà il bisogno di assimilare a pieno la concezione musicale del suo maestro. Un film che si propone come un apologo sulla musica e sul rapporto maestro-allievo.

Venerdì 26 marzo 2015 FARINELLI VOCE REGINA di Gérard Corbiau

Quando il proprio talento risiede in una voce cristallina d’infante capace di ammaliare e di toccare le corde più profonde del cuore fino a che punto si è disposti a sacrificarsi in nome di un simile talento? Il film di questa sera fornisce una possibilità di risposta raccontando la vita di Farinelli (nome d’arte di Carlo Broschi) il più grande cantante castrato della storia. Perché era appunto la castrazione il terribile prezzo da pagare per certi bambini dotati di voce angelica e abilità canore di modo che queste caratteristiche non svanissero con la pubertà. Un dramma che ha segnato irrimediabilmente molte vite, soprattutto tra i figli dei ceti più poveri, sottoposti a queste pratiche con la speranza che il loro talento li riscattasse dalla miseria (speranza non sempre ben riposta) vite che si cercava di tutelare imponendo, come condizione per effettuare la castrazione, il consenso scritto dei diretti interessati, i quali però perlopiù erano analfabeti e per nulla nelle condizioni di poter determinare il proprio destino. Sulle origini dell’usanza dei cantanti castrati il mistero è fitto. Si pensa che il tutto sia da ricondurre all’invettiva di San Paolo “le donne tacciano in chiesa” e dunque dalla necessità di sopperire alla mancanza di toni più acuti nei cori ecclesiastici, sacrificando per tutta la vita a questo scopo le migliori tra le voci bianche. Se questo può essere vero in ambito ecclesiastico non lo è però nei teatri dove si rappresentavano opere nelle quali comparivano sia donne che cantanti castrati. Il dibattito è aperto, ma certo arrivare alla soluzione non lenisce il dramma di chi ha dovuto subire tutto cio. Dramma che questo film racconta discretamente bene, soprattutto nelle scene finali. Farinelli nacque ad Andria nel 1705 e morì a Bologna nel 1782, figlio di un maestro di cappella del Duomo, la sua carriera musicale si sviluppo gomito a gomito col fratello Riccardo, considerato un discreto compositore, il cui unico strumento fu per tutta la vita la voce del suo eccezionale fratello che può essere considerata la vera protagonista del film (non purtroppo l’originale, ma una ricostruzione tecnica al computer, la sovrapposizione della voce di un soprano e quella di un controtenore), un film sontuoso che ben sa tracciare una fotografia della cultura di quell’epoca e che scava in modo abbastanza esauriente nella vita (anche amorosa nonostante la castrazione) del protagonista e di tutti i personaggi.

Ed è con questo film che si è conclusa la rassegna salutata da un pubblico non folto ma di affezionati che contribuiscono a rendere ancora più intimistica e raccolta l’atmosfera delle nostre serate. In realtà era previsto anche un quinto film di stampo più moderno rispetto a questi, un film ambientato nell’Inghilterra di Margareth Tatcher che racconta la storia di un gruppo di lavoratori che ha fondato anche una banda (cosa non così strana nei Paesi anglosassoni, dove l’insegnamento della musica, l’insegnamento vero, tecnico è considerato parte integrante della formazione individuale e non è relegata solo nei conservatori come in Italia) ma che a un certo punto rischia di perdere entrambi, lavoro e banda. Un film che, come mi ha spiegato Stefano Ciaponi (dandomi anche tutte queste informazioni a riguardo) non è stato proiettato per varie problematiche di tempistica, permessi e quant’altro. Un vero peccato che però non ha impedito il successo di questo primo esperimento per il quale bisogna ringraziare anche Luigi Scarpa, altro volontario, per i suoi personali riassunti dei vari film (si veda scheda qui sotto) ma soprattutto per gli aneddoti storici.

 

 

 

Schede presentazioni

Venerdì 13 marzo – “Io e Beethoven” di Agniezska Holland (2006)

Il film narra una vicenda di fantasia, seppure gli elementi biografici relativi a Beethoven siano reali.

La trama, in sintesi massima, è questa: siamo a Vienna, nel 1824. L’esecuzione della Nona Sinfonia è alle porte, ma Beethoven ha bisogno di un copista per terminare il lavoro. Il Conservatorio gli invia dunque il migliore tra i suoi allievi, Anna Holtz, una giovane studentessa di composizione. Nonostante le prime resistenze del proverbialmente burbero Maestro, alla fine Beethoven accetta l’aiuto della ragazza, che con sua sorpresa diventerà imprescindibile per l’esecuzione della sinfonia, essendo il compositore impedito dalla sordità pressoché totale.

Tutta la pellicola è incentrata sull’ultimo periodo di Beethoven. Dal punto di vista biografico viene dunque messa in risalto la sua sordità, mentre da quello musicale si sottolineano gli elementi rivoluzionari delle sue ultime composizioni, che in qualche maniera preannunciano l’atonalità e gli sperimentalismi del Novecento (si sentirà e si parlerà della “Grande Fuga”). Interessante la scena dove il compositore, costretto a letto da una malattia, detta alla copista la meravigliosa “Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito” – in modo lidio, stando all’indicazione dello stesso compositore – contenuta nel quartetto per archi n. 15, op.132, dove si mostra in parole e in musica il tentativo di Beethoven di esplorare regioni musicali al di là del sistema tonale.
Un altro elemento di rilievo nella narrazione è il rapporto di Beethoven col divino, che si configura in un panteismo nel quale la natura è il segno visibile della presenza di dio nel mondo (numerosi i dialoghi e le scene a questo proposito).

 

–          Venerdì 20 marzo – “Tutte le mattine del mondo” di Alain Corneau (1991)

Il vero protagonista del film è uno strumento musicale oggi estinto, la viola da gamba.
Si narrano le vicende di Marin Marais che, ormai anziano e affermatissimo musicista alla corte di Lugi XIV, ancorché profondamente insoddisfatto, ripercorre la sua vicenda umana e artistica. Marais racconta come in gioventù abbia fatto di tutto per farsi accettare quale allievo da Monsiueur de Sainte-Colombe, virtuoso della viola da gamba – personaggio realmente esistito, benché le informazioni sul suo conto siano scarsissime (sopravvivono ad oggi un pugno di sue composizioni e si crede che a lui si debba l’introduzione della settima corda sul basso di viola, ma non si hanno notizie certe né sul nome di battessimo né sull’anno di nascita e morte del musicista).
Viene dunque ritratto da vicino Monsieur de Sainte-Colombe. Si mostra come per tutta la vita rifiutò sempre gli onori e i numerosi incarichi offertigli presso la corte di Luigi XIV, ai quali preferì la vita solitaria nella campagna francese, dove passava le giornate suonando, circondato dalle sue figlie. La pellicola suppone che all’origine del disprezzo per il mondo di Monsieur de Sainte-Colombe stesse il dolore per la perdita della moglie, che mai avrebbe superato. Ci sono delle scene molto suggestive dove si mostra come, attraverso la musica, Sainte-Colombe riuscisse a rievocare il ricordo della compianta consorte.
Marais, dunque, nel racconto del suo singolarissimo apprendistato musicale, rende partecipe l’uditorio di quello che è il senso ultimo della musica così come lo ha appreso dal suo maestro, al di là delle parole, dei luoghi comuni e della vanagloria.

La colonna sonora del film è curata da Jordi Savall, musicista catalano al quale si deve la riscoperta in tempi odierni della viola da gamba e del suo repertorio.

 

–          Venerdì 26 marzo – “Farinelli, voce regina” – di Gérard Corbiau (1994)

La vita del celebre castrato Farinelli, al secolo Carlo Broschi, è ripercorsa per intero, dalla fanciullezza e gli studi a Napoli fino ai successi europei di Londra e Madrid. Al centro della vicenda, oltre alla voce straordinaria del più famoso dei castrati, è il dramma per la subìta castrazione, il complesso rapporto col fratello Riccardo, compositore spesso considerato mediocre, e la rivalità con Haendel. Una parte di rilievo spetta anche a Nicola Porpora, compositore napoletano, maestro di canto di tutti i più grandi castrati dell’epoca (fra gli altri, Caffarelli e il Porporino, oltre allo stesso Farinelli).
Una curiosità interessante riguarda le parti cantate della colonna sonora. Per ricreare la voce del castrato sono state registrate separatamente e poi sovrapposte al computer due diverse voci, quella di una soprano e quella di un controtenore (Derek Lee Ragin, uno dei rari esempi di voce maschile che al giorno d’oggi siano in grado di eguagliare la tessitura di un castrato).

 

 

Antonella Alemanni

“COGITO ERGO SUM”

“Tutto ciò che pensa esiste” , “Io penso” “Dunque sono” . Il cogito non sarebbe dunque la conoscenza “prima e certissima” su cui tutto il resto si deve fondare , ma dipenderebbe da una premessa non sottoposta a dubbio, e quindi non dimostrata. Cartesio avrebbe così in qualche modo introdotto quella logica sillogistica di matrice aristotelica che tanto aborriva . Ma Cartesio stesso risponde all’obiezione , precisando che il cogito ergo sum non è un ragionamento discorsivo , ma un’ intuizione immediata , con la quale colui che dubita o che pensa – il che è lo stesso – percepisce la propria esistenza come un’ evidenza certissima e inconfutabile . Cogitare ed essere non sono i due momenti distinti di una successione logica – malgrado l’ergo che li connette – ma i due aspetti di un’ unica evidenza.

Descartes

René Descartes, conosciuto anche con il nome latinizzato di Renatus Cartesius e in italiano come Cartesio,nacque il 31 Marzo 1596 a La Haye nella Touraine. Fu educato nel collegio dei gesuiti a La Flèche dove entrò nel 1604 e rimase fino al 1612. Gli studi che egli fece in questo periodo furono da lui stesso sottoposti a profonde critiche nella prima parte del Discorso sul metodo: essi non bastarono a dargli un orientamento sicuro e alla ricerca di quest’orientamento Cartesio dedicò i suoi sforzi. Nel 1619 gli parve di aver trovato la sua vita in modo miracoloso: in una notte, come egli stesso narra, ebbe tre sogni successivi; obbedì all’ingiunzione dei sogni e fece il voto di andare in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto.
La prima intuizione del suo metodo Cartesio l’ebbe nel 1619; la prima opera nella quale essa trovò espressione furono le “Regole per dirigere l’ingegno” composte tra il 1619 e il 1630.In questo periodo fu nella milizia e partecipò alla guerra dei Trent’anni; ma il costume militare del tempo lasciava ai nobili ampia libertà e Cartesio poté viaggiare a suo talento per tutta l’Europa e dedicarsi agli studi di matematica e fisica, continuando a elaborare la sua dottrina del metodo. Nel 1628 si stabilì in Olanda: sia per godervi di quella libertà filosofica e religiosa che era propria di quel Paese, sia per poter lavorare a suo agio senza essere distratto dagli obblighi di società che a Parigi e in Provincia gli rubavano molto tempo.La condanna di Galilei del 22 giugno 1633 lo sconsigliò dal pubblicare l’opera Mondo, nella quale sosteneva la dottrina copernicana. In seguito pensò di divulgare almeno alcuni risultati che aveva raggiunto; e così nacquero i tre saggi la Diottrica, le Meteore e la Geometria ai quali premise una prefazione intitolata Discorso sul metodo, e che pubblicò nel 1637. Nel 1644 cedette ai ripetuti inviti della regina Cristina di Svezia di andare a stabilirsi presso la sua corte. Nell’ottobre egli giunse a Stoccolma; ma nel rigido inverno nordico si ammalò di polmonite e l’11 febbraio 1650 morì.

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nell’immagine: la regina Cristina (seduta al tavolo sulla sinistra) discute col filosofo francese Cartesio (particolare di un dipinto allegorico del XIX secolo).

Lucica Bianchi

Io sono il vento…poesie scelte di Vella Arena

E’ quella che ti guarda mentre dormi
E’quella stupida che piange quando le porti fiori
E’ colei che e’ triste se tu sei triste
e disinvolta ,all’improvviso, se le sorridi…
E’ quella che ti fa le smorfie alle spalle
quando sei insopportabile…
E’ la regina solo perché tu sei il re…
E’ quella che si rovista nella mente
per poter capire perché hai il broncio..
E’ una madre…
Una compagna..
Un’amica..
Non importa..
E’ una donna.

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Non e’ sale che si scioglie
Non e’ carta che brucia..
Non e’ rosa che appassisce..
Ninna nanna ,non e’
Non e’ un sole di passaggio
Ma tu lo sai
E’ sopore d’amore mentre ti accarezzo
E’ ballo d’aquilone alle nostre danze.
E’ sospiri di passione
E’ la carezza di un eco
E tu lo sai.
Tu lo sai.

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Non mi lascio cambiare
non mi lascio cullare
dalle illusioni che mi vuoi dare
reggerò il tuo l’alcool
non mi vedrai cadere
ne dire quello che tu vuoi che dica
penserò da me e non da te.
Mio Dio, Io sono mia!

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Amo quella casa nel bosco
con gli orologi che non hanno lancette…
perché la vita con percorsi affidati o non,
e’ degna di essere vissuta
senza tempo …
così non e’ mai tardi.

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Chiamami a voce alta
chiamami non con il cuore
non con la mente
Chiamami senza pudore
senza rispetto
Chiamami a voce alta..
perche’ se tu mi pensi
solo con la mente…
Io non ti sento!

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Ti direi che la mia favola non è finita
che sorseggio lacrime di dolore …
ma se ti penso, il dolore diventa miele…
Ti direi che sei il petalo di rosa
conservato nel cuore…
Ti direi che il tempo non ha cancellato nulla…
ricordo ancora il piacere mio nelle tue risate…
e se ti penso… sorrido ancora…
ti direi di questo tempo …
del tempo del finito non detto…
ma volato… come se fosse ancora nell’aria…
e dicesse che non è mai stato
Ti direi, fra un sorriso e un altro …
tra più emozioni, che sei rimasto uguale.
In me.

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E’ chistu viento ca me‘nganna,
stu viento ballerino…
‘Nu viento cacciatore ca piglie ‘o core .
Miez’a ‘sta folla.senza nomme
m’accarezza ‘a sera.
Nu’ turnà pecchè ‘o core nun cià fa!
‘Stu viento ‘ngannatore …
me parla ‘e te, me dice ‘e te …
Si sule se fermasse….
nun me pigliasse ‘a ‘nziria ‘e te vulè vedè!

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Compie gli anni ogni volta….
Un vecchio silenzio che di continuo si rinnova.
Tira fuori dal cassetto la luna blu…
il parco di mimose
il giardino baciato dalla neve…
e poi sta zitto. All’alba
Vella Arena

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Passano
arrivano
vanno…
si fermano
per molto
per poco
per sere.
Interminabili sere.
Passano i seri
quelli gioiosi
a volte cattivi..
Passano ,ma lei li aveva nascosti
dove non entra luce..
E aveva chiuso ,serrato con cuore fermo.
Passano …
Abbracciano le ossa..
Pensieri..
Vissuti
Arrabbiati
Confusi
Sognati.
Vella Arena

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E mi svuoto
E mi perdo…
nei tuoi occhi
negli abbracci
nei sorrisi
nelle labbra chiuse
nel cuore che mi parla
e che ascolta…
E mi perdo…
tra la realtà e il sogno
e mi scuoto…
non e’ un sogno..
L’aria ha il giusto sole
E mi perdo.
E mi colmo.
di sussurri di chi mi sa amare…
E mi amo.
Vella Arena

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Accarezzami come solo tu sai fare
che’ l’anima apra le ali più intense
Coprimi con la tua ombra ,che’ non resisto
quando non ci sei.
Distruggi il fuoco della paura.
Riscaldami come solo tu sai fare.
Tu sole,io terra….
il gelo possa sciogliersi
tra i binari della solitudine
Respirami ,io sarò sempre più vita
avvolta in un lembo di cielo
la morte non potrà mai ’sfiorarmi.
Vella Arena.

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Eri cielo
Ero stella
Eri mare
Ero onda
Eri terra
Ero rosa
Eri siero
Ero vita
Eri albero
Ero foglia
Eri.
Ero.

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Ci vuole un bacio per fare pace
ci vuole un attimo per cadere
ci vuole lo zucchero nel caffè
ci vuole un pianto liberatorio,
un passero nato per distrarti
Ci vuole un mattino di miele
una sera incantata
una notte di stelle…
Ci vuole la brezza del mare e ti guardo…
ci vuole un uscio che sbatte
al vento di aprile, alla mia primavera.
Ci vuole un rossetto slabbrato
un insetto che ronza…
Ci vuole il sale alla zucca….
che’ senza di quello
ci vuole niente a capire la vita.
Vella Arena

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Le ali dei pensieri volano in alto
il desiderio di averti sconfina…
non resta fermo a sognare
non resta muto…
Volano in alto carezze di parole
E mentre ascolto ,e mentre resisto…resisto
mi piego a ciò che e’…
Non farmi soffrire ,verità.
Vella Arena

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Non piove piu’…
il profumo dell’erba bagnata mi ristora.
Le nuvole stanno andando via
mettendo a nudo le stelle
L’aria ,fresca, accattivante ,mi sfiora il viso …
una magica carezza e penso a te.
Buona notte amore
Vella Arena.

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Bellissima…
Un soffio di eterno
il tuo respiro…
Bellissima..
Mi dicevi,bellissima.
L’anima ,del color della neve
baciava la tua…
labbra alle labbra
ripetevi,bellissima .
E anche bellissima
quando al chiarore del sole
stendevo le braccia
per venirti incontro.
Bellissima, un fruscio ai capelli
Una carezza alla vita
Una perla preziosa..
Una favola andata …
Ma pur sempre bellissima.

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Sei quella lacrima di gioia che scende senza far domande

Sei la magia del presente la vittoria del passato…

Sei quel “si” eterno che poche volte si incontra

Sei il faro che illumina l’anima mia

il ruscello che percorre le strade del vero .

Sei la tristezza svanita Sei il colore del sole..

Coprimi,amore…

Che non regni né giorno né notte senza di te.

Coprimi in te.

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La stanza silenziosa…

I giochi portavano la mente lontano

Briciole di pane narravano di un giardino fiorito…

Soldatini in riga dal vestito rosso e blu obbedivano al silenzio

Sparsi qua e là aquiloni impregnati di cielo e di azzurro…

Tacevano ormai i litigi infantili..

Matite colorate ferme lì disegnavano il tempo.

E lei, fuori dalla porta, sfogliava i petali a una margherita.

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E se ti dicessi che ho dimenticato il colore dei tuoi occhi…

se ,con un sorriso,di non ricordare il giorno che ti ho incontrato.

Se ti dicessi che domani vado via che sarà lontano il ritorno…

se ,con lo stesso sorriso, ti dicessi che non ricordo più quanto ti ho amato…

Non credermi.

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Complici le notti di quella estate

ho visto stelle cadenti e desideri

e desideri complici

le notti ho deciso sogni e sogni

si cantava la melodia d’amore senza musica stretta nella mente

e poi nel cuore che ripeteva e ripeteva .

L’ultimo viaggio io, da vagabonda, lo avrei fatto con te……

Avrei respirato il profumo del dolore andato

avrei scalato mille monti per quelle stelle,

per quelle notti promesse.

Non sarei mai riuscita a credere di doverti chiedere scusa, un giorno

Questo giorno.

Scusa se ti ho amato.

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Me ne sto in silenzio con la testa appoggiata a uno spazio di tempo

Si accalca il respiro…

Se tu verrai questa sera o domani…

anche più tardi…

anche l’altro domani…

tanto, io resto qui..

Starò in silenzio ad aspettare la porta che s’apre

e intanto raccolgo dei fiori per quando sarà..

Non farli appassire non farli morire.

E se non fosse domani e domani ancora e ancora domani…

potrei dirlo al mio Dio quanto mi manchi .

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Lei respirava il suo respiro

raccoglieva ansie e sorrideva
colmava i vuoti con pagine di libri …
leggeva di sogni e di raggi di sole…
Si addormentava
con la speranza nel domani…
Non cantava ninne nanne alla vita…
lei era lì, a un passo da lui…
a un passo da lui
A un passo …dai suoi mille passi.

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Ed era l’ora del risveglio..

Ma lei non si mosse..
Tirò su le lenzuola..
E continuò ad abbracciare il suo sogno.
Vella Arena.

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Non e’ sale che si scioglie
Non e’ carta che brucia..
Non e’ rosa che appassisce..
Ninna nanna ,non e’
Non e’ un sole di passaggio
Ma tu lo sai
E’ sopore d’amore mentre ti accarezzo
E’ ballo d’aquilone alle nostre danze.
E’ sospiri di passione
E’ la carezza di un eco
E tu lo sai.
Tu lo sai.
Vella Arena

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Se tu mi chiedessi chi sono…
ti direi che ho in un sacco tanti baci,
baci mandati e desiderati.
Ho tutte le foglie appassite con te.
Se tu mi chiedessi chi sono
ti direi che ti accarezzo pian piano…
tu mi desideri quando tu vuoi
quando ti piace.
Cascate di nuvole nere mi girano intorno
mi fanno paura …
ma io, ti penetro agli occhi
e ti faccio incantare
con l’azzurro del mare.
Se tu mi chiedessi ancora chi sono
io ti direi che vado qua e là in cerca di te.
Se mai ti trovassi
farei a pugni col mondo pur di baciarti
ancora una volta…
Se tu mi chiedessi, adesso, chi sono…
io potrei dirti con voce decisa e arrendevole…
che sono il vento…
Vella Arena.

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Prendimi per mano
senza la tua cado
scrivi sul mio dolore
il tuo ti amo
Prendimi per folle
e cura questa anima
che ha sete di te.
Prendi il sorriso
che ti cerca
il pensiero che ti sfiora
Prendimi per mano.
Prendimi.
Sono a un passo da te.
Vella Arena

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Ti scrivo per dirti
che è tardi…
Dovresti raccogliere i pensieri
e tornare…
E’ passato un altro giorno di giorni e giorni
Penso che sia tardi…
Le ore scandiscono colpi al cuore
e diventano mostri in questa attesa.
Un giorno è tanto
è come se fosse un anno
è come,mi sembra un secolo…
Ti scrivo per sentirti accanto
e non mi firmo…
Tu sai chi sono.
Vella Arena

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Ho il tuo nome nel cuore…
nell’anima il tuo profumo
Ho l’infinito nelle mani …
ti sfioro …
sono a un passo dalle tue labbra.
Ho un nome nei miei sogni…
che nessuno sa.
Vella Arena.

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Camminava al suo fianco ,senza rumore…
raccontava al suo cuore come dire ,cosa dire.
Raccontava un amore.
Raccontava di se.
Raccontava al silenzio del vento,
alla luce di un cero, un incontro.
Vella Arena.

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Pensami quando certe ombre ti feriscono l’anima
Fallo, quando, stanco nel tuo passo,
non guardi alla vita…
Pensami per le parole dette …
per i sogni sognati ad occhi aperti
Entra nel mio essere e vi troverai il tuo
libero di andare…
Pensa che tra il mio e il tuo cuore
non ci sono ostacoli
Pensami quando altre ombre ti invitano ad amare
Tra quelle ci sono io
Vella Arena.

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Ho da dirti una cosa.
Una cosa bella
Una, non nuova,
vecchia, ma nuova
Ho da dirti che…
che tu sai
che tu pensi
Una cosa vera
come il sole
come il tempo
come il cielo.
Vella Arena

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Divento arpa per te …
ma non tirare troppo le corde
Divento vento per te
ma non seminare tempesta
Divento siero per te
che non diventi veleno.
Divento piccola per te
per fingere di non capire.
Scendi dal trono, o mio re
che la regina è stanca di mentire.
Vella Arena.

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Io ti amo come si ama il primo vagito
Io ti amo con la grandine in faccia nelle sere ,ti penso…
.e si scioglie,si scioglie ai capezzoli ,al sorriso e poi al pianto……
Io ti amo con le mani tremanti allo sfioro di un flauto
Ti amo. Tocco il mistero del cielo
e cado ,rotolo ,m’alzo,ti amo.
Tanto ti amo .
Quanto un attimo eterno,come una nota nell’aria…
sol,sol.solo di te……
E ti amo . Ti amo così.
Tra il vero e il fasullo
come una roccia ,il mio amore.
Tu,il mio primo vagito
Tu,cristalli dorati,sciami di stelle..
E ti amo,ti amo così.
Così.
Vella Arena.

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Se tu volessi
imbiancheresti queste pareti gialle
Se tu volessi…
Cadono brividi
dalle cascate del silenzio
cade la neve sulla giostra del tempo..
Se tu volessi…
Se tu volessi un sorso di cielo
per dimenticare il sonno
ninna nanna,
e ninna e’…
Se tu cadessi in queste braccia
se tu volessi
se mi capissi
se non tradissi i sogni
I sogni.
Se tu volessi.
Se mi volessi
Vella Arena

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A chi non dimentica
a chi si rispetta
a chi lotta nella vita
a chi coltiva zizzania che’ solo quello sa fare
ai vinti perché senza non ci sarebbero vincitori
al mattino di ogni giorno che spera in un domani diverso
A chi non c’e’ ma c’e’ di più’se e’ nel cuore….
Alla voglia di rinascere sempre…
A te.
Vella Arena.

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L’Ammore è chella cosa ca te stregne ‘mpiette
Chelle che te fa canta’ a matina
Chelle che dice no,ma vo’ dicere sì….
L’ammore e’ chella spina che tiene dint”o core
te pogna e si’ cuntento.
L’ammore e’ na corda stunata
Ma quando sai canta’:è vita!
Vella Arena

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Cercami una strada per non pensare
Cercami la via del sorriso
Cercami la vita
Cercami la luce
ché io qui tra rovi e spine
ho perso il tempo
e il senso
e il dire
Cercami il sapore dell’oblio..
che io qui ,senza te,
con la malinconia che mi cavalca il cuore..
Muoio.
Vella Arena.

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Non chiamarmi Amore
sarebbe troppo facile
non chiamarmi dea
sarebbe ridicolo
non dirmi diadema…
troppo prezioso
non chiamarmi chiave
non riesco ad aprire il tuo cuore
e nemmeno rosa
sarei senza stelo
Non andare oltre
perche’ oltre non c’e’ senza te.

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Non lo ricordo…
non mi chiedere che volto abbia la vendetta
e non mi chiedere della malizia …
non lo so di che grigiore siano
gli occhi della cattiveria…
non li ho impressi i colori dei dispetti
Non provare a svegliare
i miei ricordi…
Dimmi piuttosto… tu, chi sei?
Non me lo ricordo.

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Passano
arrivano
vanno…
si fermano
per molto
per poco
per sere.
Interminabili sere.
Passano i seri
quelli gioiosi
a volte cattivi..
Passano ,ma lei li aveva nascosti
dove non entra luce..
E aveva chiuso ,serrato con cuore fermo.
Passano …
Abbracciano le ossa..
Pensieri..
Vissuti
Arrabbiati
Confusi
Sognati.

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Io conosco il dolore de mio cuore
conosco la disperazione dell’ addio
conosco le pene del mio amore
Io conosco il sapore del silenzio
saturo di sale quando arriva in gola…
conosco il diamante falso…
sa brillare più del vero
ti inebria ,ti ammalia…
Conosco te.

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Amami come si ama un canto d’amore
come un battito di ciglia colmo di emozioni
amami come quel sorriso prima del pianto
come la speranza che nella tristezza ti invita ad osare
Amami nei miei trionfi e nelle sconfitte…
tra le folle e nella solitudine…
Dimmi che mi ami cosi’…
Dimmi che mi ami cosi’…
Dimmi che mi ami.

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Lui la portò alla grande quercia..
all’ombra di un passato passato…
stretta alla sua mano andavano …
l’inverno era alle spalle..
musiche e colori avanzavano
Lei era bella ,splendeva di lui…

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Ci sono giorni in cui
non riesco a non pensarti…
cadono le barriere e tutto scivola via…
Incantata dal cuore i ricordi affiorano
Che meraviglioso sarebbe non ricordarti…
Ma viverti.

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E’ ascoltare in silenzio l’andare del tempo
aspettare senza fatica
E’ stringere tra le mani un lembo di cielo
e vivere come se fosse l’infinito…
in questo tempo e dopo il tempo ….
E’ condirsi di stelle,
della luce di esse, ogni giorno
è soffrire e decidere
è sognare e sorridere
è capire, sorprendersi, vacillare
cadere ,rialzarsi.
E’ ascoltare in silenzio ciò che il cuore dice
E’ capire, nel dubbio, parole di certezze
E’ sentirsi avvolti da questo amore
E’, semplicemente, vivere te.

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Ti ho chiamato, in silenzio,
in una notte senza fine
spazi di luce hanno illuminato la stanza …
ma, di fronte alla tempesta, si è fermato il tuono.
Gli e’ parso inutile il suo brontolare …
la mia mano nella mia rincorreva il pianto.
Curvata, assalita dal nulla, svuotata
ho sentito la tua carezza.
Ho sentito il tuo amore.
Parlami o Dio.

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Ti aspetto all’angolo del primo e l’ultimo sorriso
ti aspetto a mani nude per ricevere la tue..
aspetto la magia della speranza,
il tuono della certezza.
Ti aspetto e respiro aria di amore.

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Era cosi…
A ogni festa indossava l’abito rosso
A ogni festa curava le mani
e i capelli …
Metteva il rossetto intonato al vestito
anche lo smalto alle unghie.
Era cosi’
Addobbava la casa di blu
sedeva alla sedia di sempre
incrociava le gambe…
un sorso di vino.
Ripeteva al silenzio…
Buon giorno di festa, amore mio.

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Conto fino a dieci e ti prendo……
Cado ,mi rialzo ,sorrido
Ti prendo .si rotola
A testa alta sotto le nuvole nere:piovera’!
Braccia allungate per un unico abbraccio
Al mondo ,alla vita.
Conto fino a …tanto, tanto tempo ancora
Con te,per te .
E le smorfie ,bellissimo.
Conto…ma non conosco numero
se non quello dell’eternità’.
Con te.

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E le mani sulle gote rosse
E il silenzio tra i tuoi e i miei pensieri…
Un brivido rincorre l’altro
Occhi chiusi…
Sorrisi d’intesa…
Percorrimi l’anima..
che io possa sentire la tua…
e l’infinita essenza dell’amore piu’ puro..
E le mani nelle mani
strette come a una preghiera…
Tra i miei e tuoi pensieri
tutti i colori dell’emozioni..
Occhi chiusi
e questo sogno che respira
e mi fa sentire bella
tra le tue braccia forti…
stringimi di piu’
fa che non mi svegli..

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Sono le orme di chi cercava di incontrare la speranza
sono quelle di chi e’tornato deluso
Sono passi che vanno ma non sanno dove
orme che s’incrociano,senza incontrarsi mai
Sono quelle che non si cancellano
anche se un vento birichino le facesse sparire
Sono quelle della vita.
E tu mi manchi.

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Non so spiegarmi il perché …
e vorrei sentir le stelle ,una risposta…
M’incanta la bellezza del tuo viso…
Amore mio, mio amore grande, eri nei miei sogni …
Ti avrei amato più della mia vita,
avrei curato i tuoi pianti e i capricci…
Aggrappato al mio seno …con la manina
mi avresti sfiorato il viso…
Se tu fossi stato,figlio mio.

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Le ore danzavano
al suono di un’idea
Veli coprivano desideri
repressi.
Un filo di raso chiudeva la bocca
ai respiri.
Non fu solo notte.
Non fu solo idea.
Fu…
E fu di-vino

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Quando le ombre della sera serrano l’uscio al giorno
ho sempre una preghiera ….
Colgo il silenzio dell’anima mia
e lo coltivo di sogni.
Quando e’ sera
quando non penso
e il cuore diventa sciolto..
io canto questo canto
Che mi ricorda di te.

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Sei quella lacrima di gioia che scende
senza far domande
Sei la magia del presente
la vittoria del passato…
Sei quel “si” eterno
che poche volte si incontra
Sei il faro che illumina l’anima mia
il ruscello che percorre le strade del vero .
Sei la tristezza svanita
Sei il colore del sole..
Coprimi,amore…
Che non regni né giorno né notte senza di te.
Coprimi in te.

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Ti cerco..
nelle albe,
nel sorriso degli altri
nelle insonnie
sui manifesti
nel profumo dei fiori..
nelle stelle ….in quelle cadenti
in fondo a ogni giorno,
nei vicoli scuri,
nelle strade affollate……
Ti cerco.

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E’ arrivata al fiume
Si e’ seduta ..
L’alba ha detto
buongiorno al giorno…
Un ciclo continuo
di pensieri le rodeva il cuore.
Con calma
ha tirato su le ginocchia…
E ti aspettava.

Vella Arena

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Ho visto la tristezza nei tuoi occhi
Ho visto affanno nei gesti..
Ho visto una decisa ruga
a un sorriso spento
Ho visto i cieli chiusi
le tue stelle morenti..
Sarebbe stato meglio
vedere le tue spalle inchinate
e non la tua anima..
Non saprai mai quanto ti ho amato
o può restare un sospetto
in quel malinconico saluto..
Spero di non rivederti ,amore mio.
Vella Arena

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La stanza silenziosa…
I giochi portavano la mente lontano
Briciole di pane narravano di un giardino fiorito…
Soldatini in riga dal vestito rosso e blu
obbedivano al silenzio
Sparsi qua e là aquiloni impregnati di cielo e di azzurro…
Tacevano ormai i litigi infantili..
Matite colorate ferme lì disegnavano il tempo.
E lei, fuori dalla porta,
sfogliava i petali a una margherita.
Vella Arena

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Tutto ciò che mi circonda mi dice di te
e mi segue come il giorno la notte…
Il profumo che mi porto dentro e’ la tua anima.
per questo amore che non ha scienza
ma solo cuore.
Ti sentirò’nel mio essere sempre.
Vella Arena.

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Accarezzami come solo tu sai fare
ché l’anima apra le ali più intense
Coprimi con la tua ombra ,ché non resisto
quando non ci sei.
Distruggi il fuoco della paura.
Riscaldami come solo tu sai fare.
Tu sole,io terra….
il gelo possa sciogliersi
tra i binari della solitudine
Respirami ,io sarò sempre più vita
avvolta in un lembo di cielo
la morte non potrà mai ’sfiorarmi.
Vella Arena

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Pensami quando certe ombre ti feriscono l’anima
Fallo, quando, stanco nel tuo passo,
non guardi alla vita…
Pensami per le parole dette …
per i sogni sognati ad occhi aperti
Entra nel mio essere e vi troverai il tuo
libero di andare…
Pensa che tra il mio e il tuo cuore
non ci sono ostacoli
Pensami quando altre ombre ti invitano ad amare
Tra quelle ci sono io
Vella Arena.

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Ti incontrerò in un giorno di pioggia…
Sarai il sole che mi riscalderà
che curerà le ferite
Ti incontrerò in un giorno d’inverno ..
quando aprirò le braccia al vento…
e vedrò il sorriso della vita
E’ impossibile che non ti incontri più..
Il sorriso della vita lo sa…
Sa che non ti ho mai dimenticato.

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Se lo vuoi sapere…..

un giorno ti dirò come ho fatto
ad innamorarmi di te
Un giorno te lo dirò.
Quel giorno ti dirò come si fa
a far alloggiare l’ansia nel cuore
e poi tradirla a un tuo piccolo cenno…
ti dirò…
Non lo so.

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Mi ricordo di un tempo..
Alla fine di un tempo..
quando i silenzi erano zitti
quando a un sorriso
era inteso un ti amo
ma non lo era…
Alla fine del tempo…
Quando la pioggia non era fantastica
quando alla fine del temporale
ti metti a serrare la porta ..
Tanto ,sai ,che nessuno ,
bagnato di pioggia ,verrà.

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Vorrei darti un abbraccio
o due ,o mille..
Vorrei dirti le parole piu’ belle
anche senza avere risposte
Vorrei che tu sapessi di un cuore …
e di tristezze e di affanni …
Vorrei darti la mano ,
aprire finalmente i pugni chiusi…
poter correre
passeggiare ,inciampare ,rotolare…
e poi ridere ,ridere di noi.
Vorrei l’emozione che porta il tuo nome

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Ti direi che la mia favola non è finita
che sorseggio lacrime di dolore …
ma se ti penso, il dolore diventa miele…
Ti direi che sei il petalo di rosa
conservato nel cuore…
Ti direi che il tempo non ha cancellato nulla…
ricordo ancora il piacere mio nelle tue risate…
e se ti penso… sorrido ancora…
ti direi di questo tempo …
del tempo del finito non detto…
ma volato… come se fosse ancora nell’aria…
e dicesse che non è mai stato
Ti direi, fra un sorriso e un altro …
tra più emozioni, che sei rimasto uguale.
In me.

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Per la strada ho incontrato l’avarizia che mi rimproverava per il donare….
ma sono andata oltre,l’ho lasciata alle spalle.
Ho incontrato l’invidia ,non le andava niente bene di me….
e l’ho lasciata sulla porta ,non e’ entrata.
Ho incontrato l’amarezza ma Dio ha fatto in modo che si tramutasse in gioia.
Ho incontrato la cupidigia ,aggressiva,arrogante,le ho parlato
della mia povertà felice ….e ha pianto…..
Ma poi ho incontrato l’amicizia…e’ stato un temporale di scintille d’amore
un cielo stellato… che splendeva di verità e sincerità.
Grazie di cuore a tutti

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Portami con te…
nella profondità della terra
o al chiaror della luna
Nella caverna piu’ buia
oppure sotto le stelle di Parigi
Portami ai confini del cielo
senza luce…senza tempo
Portami nello spazio infinito della morte
o tra i verdi boschi della vita.
Ovunque mi porterai,con te,
sara’ sempre poesia.

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Non piove piu’…
il profumo dell’erba bagnata mi ristora.
Le nuvole stanno andando via
mettendo a nudo le stelle
L’aria ,fresca, accattivante ,mi sfiora il viso …
una magica carezza e penso a te.
Buona notte amore

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A chi non dimentica
a chi si rispetta
a chi lotta nella vita
a chi coltiva zizzania che’ solo quello sa fare
ai vinti perché senza non ci sarebbero vincitori
al mattino di ogni giorno che spera in un domani diverso
A chi non c’e’ ma c’e’ di piu’se e’ nel cuore….
Alla voglia di rinascere sempre…
a te.

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Lei respirava il suo respiro
raccoglieva ansie e sorrideva
colmava i vuoti con pagine di libri …
leggeva di sogni e di raggi di sole…
Si addormentava
con la speranza nel domani…
Non cantava ninne nanne alla vita…
lei era lì, a un passo da lui…
a un passo da lui
A un passo …
dai suoi mille passi.

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Non riesco a sentire le emozioni del cuore,a scriverle,a parlarmene
Non riesco a discutere con me ed essermi amica.
Questo senso di pudore che nasconde alla liberta’ la liberta’ di volare…
Io potrei essere la farfalla del fiore che tanto mi commuove..
E volare con l’inchiostro…
per dire che ti amo,per dire che non e’ vero ,ma poi e’ vero…
Per dire che reclamo alla mia assenza la mia presenza…
Non riesco o non voglio riuscire a dire ..
A elevare il mio spirito verso cieli che non conoscono falsita’…
Eppure ..e’ tutto qui,nel senso di vuoto
Nel senso unico…
Nel senso che …se tu ricordassi alla tua vita che io esisto…
Ecco,io potrei anche volare tra i binari della mia e la tua anima.

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Cercami ancora…
Che questo cielo sia pallido di stupore…
Il respiro di una sola volta non può’bastarmi

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Non ne parliamo più, alza la testa.
Non penserò a quella volta
che mi hai detto che
non mi avresti lasciato mai…
Alza la testa…
i tuoi occhi dicono…
e non d’amore.
Non ne parliamo più.
Non sto piangendo.
Vella Arena

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Io dipingo il tuo volto nelle vie del mio amore
dipingo l’infinito dei tuoi occhi
dipingo la mano che ti accarezza con la mente
faccio ghirigori sul cuore e scrivo:”Ti amo”
Io dipingo la nostra eternità.

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Non so spiegarmi il perché …
e vorrei sentir le stelle ,una risposta…
M’incanta la bellezza del tuo viso…
Amore mio, mio amore grande, eri nei miei sogni …
Ti avrei amato più della mia vita,
avrei curato i tuoi pianti e i capricci…
Aggrappato al mio seno ,con la manina
mi avresti sfiorato il viso…
Se tu fossi stato,figlio mio.

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Come se fosse cielo…
Azzurro e cantato dalle stelle
questo amore
Come se fosse acqua
scorre lieto come le ore
e in queste ore
momenti e momenti di grandi emozioni…
questo amore
Come se fosse tuono
violento e deciso
irrompe ai timpani…
questo amore
Come la voglia di raccontarsi
di spazi interminabili di luce agli occhi
questo amore.
Come il film senza fine…
questo amore
Come se fosse vero…
questo amore.

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Ti chiederai dove sono finiti
i canti nei boschi
e le ombre…
quelle che davano gioia…
Ti chiederai della vita che va
senza rispetto …
che munge dal tempo
meravigliosi momenti e poi li distrae…
Ti chiederai dell’eredita’dei figli del nulla
Abbatterai i castelli incantati…
Un sorso di amaro
un sorriso forzato…
rughe alla fronte
E chiederai al tuo io
cosa ha fatto per te.

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E’ andata via con quel po’ che le restava
Via…
dalla mania di poter ancora cercare
e trovare
e pensare
e capire
Via dai falsi sorrisi
dal canto di un lupo
Via…
da parole corrotte
da una stella stanca che cade
E’ andata
Via…
dal traffico al cuore
e alla testa
Da te

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Sarei potuta scendere negli abissi del mare
se fossi stata una sirena
nella terra nera di una quercia
se fossi stata radice
e forse ti avrei trovato
Ma sono solo un granello di sabbia
Che il vento ha portato via.

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Il mio “io” dice il tuo nome senza permesso …
lo dice al mattino senza il buongiorno,
e lo dice cantando…
Il mio” io” vive così, su ali dorate, tra spruzzi di neve
e raggi di sole accecanti…
Non ha più stagioni, questo “io”petulante
…va via …poi ritorna, e ritorna più forte …
Il mio “io”dice il tuo nome e dice che t’ama …
Per quanto mi sforzi di volerlo distrarre …
d’un tratto sorride …e non ce l’ho fatta…
Mi dice solo: “Sta zitta,
il mio nome è Speranza.”

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Aveva voglia di abbracciarlo forte,aveva voglia
di posare il capo sul suo petto
Sarebbe arrivato presto. Lei aspettava…
Aveva voglia di raccontarsi,
di sentire la sua voce..Era tanto che non si vedevano..
Aveva una voglia matta di guardarlo negli occhi
Sarebbero andati in giro,mano nella mano…
Oh,lei aveva voglia di gridare quanto l’amava…
Sarebbe arrivato da lì a poco…
Sarebbe arrivato…
Vella Arena

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Per le stanze nausea di tristezza
Odo una voce che non riconosco
mi copro ,ho freddo..
Per le stanze nausea di stanchezza
un silenzio che conosco….
Dove e’ la mia bambola
E dove sono i miei soldatini
Sono forse al fronte a vincere per me

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Appoggiata alla finestra guardo lontano e ti vedo
nuvole scure mi rincorrono per dar via alla tristezza
ma il mio cuore,come un raggio di sole, le mena via
Non e’ una notte di stelle,ma una mi brilla dentro
E quella sei tu.

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Stava la’, vicino o’ mare
a guarda’ o mare suoje..
Teneva stipato nu suonno
teneva stipato l’ammore..
E guardava o’ mare
comme guardava a te.
Assettata a’ na’ vecchia seggia
suspirava o’ mare..
Nun o’ sapeva quant’anne teneva
Nun o’ sapeva cchiu’..
Ma dint’a’ na’ capa bianca…
abbracciava o’ mare
s’abbracciava o’ core..
Abbracciava a te.

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Se tu mi darai ancora vita
io voglio avere una stanza…
dove nessuno vi possa entrare…
tutta mia, con un grande camino
Brucerò ogni momento di dolore
e nella cenere vedrò il perdono.
Fuori dai cassetti ogni tristezza, ogni passato…
laverò tutto alla fonte del tuo essere
Ti chiederò la via per amarti sempre
perché nelle tue pagine ci vorrò il mio nome…
Se mi darai ancora vita
io potrei, con te al mio fianco,
vestirmi di verità
sperando, un giorno,
in un tuo applauso mio Dio.

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E così…
Sono al mio scalino..
Chiedo un pezzetto di anima
a chi passa e va…
Vinto e perduto
col viso nella polvere più nera
chiedo una mollica di cuore.
Chiedo una mano di brivido
Chiedo…
Elemosino alla mia ansia
la sterilità della mente
E così…
Tra gente che si dice perduta
ma perduta non e’
mi perdo nei loro gesti
nelle labbra che si schiudono
nei nomi che non conosco…
Ma conosco il mio..
Il mio nome e’ Inutile

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La stanza silenziosa…
I giochi portavano la mente lontano
Briciole di pane narravano di un giardino fiorito…
Soldatini in riga dal vestito rosso e blu
obbedivano al silenzio
Sparsi qua e là aquiloni impregnati di cielo e di azzurro…
Tacevano ormai i litigi infantili..
Matite colorate ferme lì disegnavano il tempo.
E lei, fuori dalla porta,
sfogliava i petali a una margherita.

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Quello che resta e’ un ricordo
sciupato dal tempo…
resta il rimpianto
il soccorso ad un cuore malato
Resta la scala spezzata
resta un abbraccio negato.
Quello che resta e’ la voce alla mente
nelle notti di pianti.
Resta amaro alla bocca
una mano non tesa
Resta un sorriso..
perche’ quello che resta
e’ questa poesia.

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Sono occhi che non brillano da un po’
Sono mani che non sanno più stare giunte
Sono parole da dimenticare
Spazi di vita chiusi
Sono saluti di chi non si parlerà più
Sono emozioni da cancellare
Risate da rimuovere
Sono miriadi di silenzi…
Sono io.

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La musica va…
la musica mi ascolta…
elemosina gioia per il suo dire
Aggrappata a Dio sogno il paradiso perduto…
La musica suona, tristemente suona…
Raccontami la storia della nuvola sparita
raccontarmi del tuo sorso di vita d’inganno
Va, tra i vicoli che mi videro danzare e brillare
va questo suono… tra i fili d’erba, tra un sogno e un altro
in questa notte di stelle. Canta la luna una ninna nanna…
A me.

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Quando le ombre della sera serrano l’uscio al giorno
ho sempre una preghiera …
Colgo il silenzio dell’anima mia
e lo coltivo di sogni.
Quando e’ sera
quando non penso
e il cuore diventa sciolto…
io canto questo canto
Che mi ricorda di te.

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Pensami quando certe ombre ti feriscono l’anima.
Fallo, quando ,stanco nel tuo passo,
non guardi alla vita…
pensami per le parole dette …
per i sogni sognati …ad occhi aperti.
Entra nel mio essere e vi troverai il tuo …
libero di andare ….
Pensa che tra il mio e il tuo cuore non ci sono ostacoli…
pensami quando altre ombre ti invitano ad amare…
Tra quelle ci sono io.

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Non rinunciare al sole che ti ospita
Non cadere sulle foglie dell’inverno
Non attraversare un binario morto
Scegli quello che ti puo’ portare alle emozioni
Salta su un treno libero…
Non porti domande
dove non c’e’ risposta..
Non fermarti alle apparenze…
I salici piangenti
molto spesso ridono di te.

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Ci sono lettere che non vanno scritte.
Ci sono quelle scritte con il cuore.
Quelle scritte e strappate.
Quelle che ci sembrano ridicole o quelle sature di pianti…..
Io ne ho scritta una tempo fa..
era dal cuore mio al cuore mio:
“Caro amore,non ti dimentico”.
Vella Arena.

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Io conosco il dolore de mio cuore
conosco la disperazione dell’ addio
conosco le pene del mio amore.
Io conosco il sapore del silenzio
saturo di sale quando arriva in gola…
conosco il diamante falso…sa brillare più del vero.
Ti inebria ,ti ammalia…..
Conosco te.
Vella Arena.

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Non lo ricordo…
non mi chiedere che volto abbia la vendetta
e non mi chiedere della malizia …
non lo so di che grigiore siano
gli occhi della cattiveria…
non li ho impressi i colori dei dispetti
Non provare a svegliare
i miei ricordi…
Dimmi piuttosto… tu, chi sei?
Non me lo ricordo
Vella Arena

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Me ne sto in silenzio
con la testa appoggiata a uno spazio di tempo
Si accalca il respiro…
Se tu verrai questa sera o domani…
anche più tardi…
anche l’altro domani…
tanto, io resto qui..
Starò in silenzio ad aspettare la porta che s’apre
e intanto raccolgo dei fiori per quando sarà..
Non farli appassire non farli morire.
E se non fosse domani e domani ancora e ancora domani…
potrei dirlo al mio Dio quanto mi manchi .
Vella Arena.

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Stava la’, vicino o’ mare
a guarda’ o mare suoje..
Teneva stipato nu suonno
teneva stipato l’ammore..
E guardava o’ mare
comme guardava a te.
Assettata a’ na’ vecchia seggia
suspirava o’ mare..
Nun o’ sapeva quant’anne teneva
Nun o’ sapeva cchiu’..
Ma dint’a’ na’ capa bianca…
abbracciava o’ mare
s’abbracciava o’ core..
Abbracciava a te.
Vella Arena

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Passano
arrivano
vanno…
si fermano
per molto
per poco
per sere.
Interminabili sere.
Passano i seri
quelli gioiosi
a volte cattivi..
Passano ,ma lei li aveva nascosti
dove non entra luce..
E aveva chiuso ,serrato con cuore fermo.
Passano …
Abbracciano le ossa..
Pensieri..
Vissuti
Arrabbiati
Confusi
Sognati.
Vella Arena.

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Ed era l’ora del risveglio..
Ma lei non si mosse..
Tirò su le lenzuola..
E continuò ad abbracciare il suo sogno.
Vella Arena.

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Vorrei darti un abbraccio
o due o mille..
Vorrei dirti le parole piu’ belle
anche senza avere risposte
Vorrei che tu sapessi di un cuore …
e di tristezze e di affanni …
Vorrei darti la mano ,
aprire finalmente i pugni chiusi…
poter correre passeggiare,inciampar,rotolare…
e poi ridere,ridere di noi.
Vorrei l’emozione che porta il tuo nome
Vella Arena.

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Ci vuole un bacio per fare pace
ci vuole un attimo per cadere
ci vuole lo zucchero nel caffè
ci vuole un pianto liberatorio,
un passero nato per distrarti
Ci vuole un mattino di miele
una sera incantata
una notte di stelle…
Ci vuole la brezza del mare e ti guardo…
ci vuole un uscio che sbatte
al vento di aprile, alla mia primavera.
Ci vuole un rossetto slabbrato
un insetto che ronza…
Ci vuole il sale alla zucca….
che’ senza di quello
ci vuole niente a capire la vita.
Vella Arena

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Camminava al suo fianco ,senza rumore…
raccontava al suo cuore come dire ,cosa dire.
Raccontava un amore.
Raccontava di se.
Raccontava al silenzio del vento,
alla luce di un cero, un incontro.
Vella Arena.

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Amami come si ama un canto d’amore
come un battito di ciglia colmo di emozioni
amami come quel sorriso prima del pianto
come la speranza che nella tristezza ti invita ad osare
Amami nei miei trionfi e nelle sconfitte…
tra le folle e nella solitudine…
Dimmi che mi ami cosi’…
Dimmi che mi ami cosi’…
Dimmi che mi ami.
Vella Arena.

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E’ chistu viento ca me‘nganna,
stu viento ballerino…
‘Nu viento cacciatore ca piglie ‘o core .
Miez’a ‘sta folla.senza nomme
m’accarezza ‘a sera.
Nu’ turnà pecchè ‘o core nun cià fa!
‘Stu viento ‘ngannatore …
me parla ‘e te, me dice ‘e te …
Si sule se fermasse….
nun me pigliasse ‘a ‘nziria ‘e te vulè vedè!
Vella Arena.

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A chi non dimentica
a chi si rispetta
a chi lotta nella vita
a chi coltiva zizzania che’ solo quello sa fare
ai vinti perché senza non ci sarebbero vincitori
al mattino di ogni giorno che spera in un domani diverso
A chi non c’e’ ma c’e’ di più’se e’ nel cuore….
Alla voglia di rinascere sempre…
A te.
Vella Arena.

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E così…
Sono al mio scalino..
Chiedo un pezzetto di anima
a chi passa e va…
Vinto e perduto
col viso nella polvere piu’ nera
chiedo una mollica di cuore.
Chiedo una mano di brivido
Chiedo…
Elemosino alla mia ansia
la sterilità della mente
E così…
Tra gente che si dice perduta
ma perduta non e’
mi perdo nei loro gesti
nelle labbra che si schiudono
nei nomi che non conosco…
Ma conosco il mio..
Il mio nome e’ Inutile
Vella Arena

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Io brindo. alla luna,
testimone del mio amore…
E brindo alla pioggia,
sentinella del mio pianto…
Brindo a questo calice…
o non e’ calice…
Brindo…
brindo…
brindo….
Lasciatemi dormire.
Vella Arena
….buonanotte

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Provava a pensare al cuore di lui lontano da lei
Provava…
Guardando fuori dalla finestra
al di là di tutte le case e le strade e le persone..
provava a pensare che il suo lui avesse dimenticato i suoi occhi…
Provava uno fitto sgomento
E cercava un fuoco che potesse bruciare l’angoscia.
Vella Arena.

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Non riesco a sentire le emozioni del cuore,a scriverle,a parlarmene
Non riesco a discutere con me ed essermi amica.
Questo senso di pudore che nasconde alla liberta’ la liberta’ di volare…
Io potrei essere la farfalla del fiore che tanto mi commuove..
E volare con l’inchiostro…
per dire che ti amo,per dire che non e’ vero ,ma poi e’ vero…
Per dire che reclamo alla mia assenza la mia presenza…
Non riesco o non voglio riuscire a dire ..
A elevare il mio spirito verso cieli che non conoscono falsita’…
Eppure ..e’ tutto qui,nel senso di vuoto
Nel senso unico…
Nel senso che …se tu ricordassi alla tua vita che io esisto…
Ecco,io potrei anche volare tra i binari della mia e la tua anima.
Vella Arena

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L’Ammore è chella cosa ca te stregne ‘mpiette
Chelle che te fa canta’ a matina
Chelle che dice no,ma vo’ dicere sì….
L’ammore e’ chella spina che tiene dint”o core
te pogna e si’ cuntento.
L’ammore e’ na corda stunata
Ma quando sai canta’,è vita…
Vella Arena.

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Ci sono giorni in cui
non riesco a non pensarti…
cadono le barriere e tutto scivola via…
Incantata dal cuore i ricordi affiorano
Che meraviglioso sarebbe non ricordarti…
Ma viverti.
(c) Vella Arena.

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Ti aspetto all’angolo del primo e l’ultimo sorriso
ti aspetto a mani nude per ricevere la tue..
aspetto la magia della speranza,
il tuono della certezza.
Ti aspetto e respiro aria di amore.
Vella Arena.

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Chiudi gli occhi..
E la mente
Respirami
Brillami dentro
Sfiorami l’anima
E il cuore
Scorrimi
Come il fiume al monte.
E io risorgo come il giorno,
Ogni volta…
Vella Arena

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Sei quella lacrima di gioia che scende
senza far domande
Sei la magia del presente
la vittoria del passato…
Sei quel “si” eterno
che poche volte si incontra
Sei il faro che illumina l’anima mia
il ruscello che percorre le strade del vero .
Sei la tristezza svanita
Sei il colore del sole..
Coprimi,amore…
Che non regni né giorno né notte senza di te.
Coprimi in te.
Vella Arena

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Ho raccolto una favola…
Tra finestre fiorite
aiuole scolpite
Ritta a sfogliare la fiaba…
ho raccolto sorrisi
ali sospese
verso un cielo prezioso..
Pietanze assortite di silenzi amorosi
scaglie di stelle
baciavano il mare
E mentre il sole calava
e calava la notte
Ho raccolto il vento dei mari
E mi sono adagiata…
Vella Arena

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Come se fosse cielo…
Azzurro e cantato dalle stelle
questo amore
Come se fosse acqua
scorre lieto come le ore
e in queste ore
momenti e momenti di grandi emozioni…
questo amore
Come se fosse tuono
violento e deciso
irrompe ai timpani…
questo amore
Come la voglia di raccontarsi
di spazi interminabili di luce agli occhi
questo amore.
Come il film senza fine…
questo amore
Come se fosse vero…
questo amore.
Vella Arena.

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E ogni volta…
Una rosa rossa
Un lampo di bacio
Una candela spenta
Un debole sospiro
Un fuoco nero
E io sono cenere…
Vella Arena.

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Ho pensato a te molte volte.
Ho pensato a quelli che, come te,
si rifugiano in letami di scuse
per non sapere chi sono.
Ho pensato a te su foglie morte
di un albero di ironia…
ho pensato che l’ironia, quella dei deboli
e’ ancorata a spiagge di sale
che, se sciolto ,resta niente
Ho pensato a te…
alla magia che dà una candela mai usata…
all’utilità’ di un rubinetto dal quale non scorre acqua.
Ho pensato al niente …
ora che ci penso.

-Vella Arena.

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Riempimi la vita di sorrisi
scavarmi nell’anima
e fa che questo istante regni per sempre
Solcami il respiro…
ho sempre sete di te
La mia voce non e’..
se resti qui.
Dicevi…
Vella Arena

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Se tu volessi
imbiancheresti queste pareti gialle
Se tu volessi…
Cadono brividi
dalle cascate del silenzio
cade la neve sulla giostra del tempo..
Se tu volessi…
Se tu volessi un sorso di cielo
per dimenticare il sonno
ninna nanna,
e ninna e’…
Se tu cadessi in queste braccia
se tu volessi
se mi capissi
se non tradissi i sogni.
I sogni.
Se tu volessi.
Se mi volessi
Vella Arena.

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Cercami ancora…
Che questo cielo sia pallido di stupore…
Il respiro di una sola volta non può’bastarmi
Vella Arena.

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Se lo vuoi sapere…..
un giorno ti dirò come ho fatto
ad innamorarmi di te
Un giorno te lo dirò.
Quel giorno ti dirò come si fa
a far alloggiare l’ansia nel cuore
e poi tradirla a un tuo piccolo cenno…
ti dirò…
Non lo so.
Vella Arena.

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Se tu mi chiedessi chi sono…
ti direi che ho in un sacco tanti baci,
baci mandati e desiderati.
Ho tutte le foglie appassite con te.
Se tu mi chiedessi chi sono
ti direi che ti accarezzo pian piano…
tu mi desideri quando tu vuoi
quando ti piace.
Cascate di nuvole nere mi girano intorno
mi fanno paura …
ma io, ti penetro agli occhi
e ti faccio incantare
con l’azzurro del mare.
Se tu mi chiedessi ancora chi sono
io ti direi che vado qua e là in cerca di te.
Se mai ti trovassi
farei a pugni col mondo pur di baciarti
ancora una volta…
Se tu mi chiedessi, adesso, chi sono…
io potrei dirti con voce decisa e arrendevole…
che sono il vento…
Vella Arena.

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E ancor di più…
Se il pensiero tuo mi sfiora
E nelle sere…
Quando la tristezza si agita..
E le ombre superano l’altezza del cielo…
E di più…
Quando si spera che l’ansia si plachi
Che il sole possa scaldarmi…
Che una scaglia di stella
Possa darmi speranza..
E se ,quando ti chiamo
E poi richiamo
E poi ancora
Adesso e di più…
Perdonami
Vella Arena

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E mi vesti di carità,di stupori
Fiaccole agli occhi…
Mi copri di appago
Brezze di sospiri ti anelano..
E mi spoglio di me.
Vella Arena

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Non ho niente
niente da darti…
Se vuoi la luna
io non posso ,non si può
Se vuoi una stella
e anche,non si può…
Non ho …
Vuoi un cielo sempre azzurro…
ma domani forse pioverà
Vuoi la certezza
nessuno la possiede
Vuoi il segreto della morte
io non posso..
Ma se mi chiedi amore
io posso prendere la luna
e posso essere stella..
e ti dico che la morte non esiste…
che i cieli azzurri ci conoscono…
Se tu vuoi darmi amore
io sono qui..
alla finestra della vita.
E aspetto te.
Vella Arena.

Non distrarmi
E’ la prima sera
dopo tanto
che non ti penso.
Vella Arena

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27 ottobre alle ore 19:13 ·
E ancor di più…
Se il pensiero tuo mi sfiora
E nelle sere…
Quando la tristezza si agita..
E le ombre superano l’altezza del cielo…
E di più…
Quando si spera che l’ansia si plachi
Che il sole possa scaldarmi…
Che una scaglia di stella
Possa darmi speranza..
E se ,quando ti chiamo
E poi richiamo
E poi ancora
Adesso e di più…
Perdonami
Vella Arena

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Quando sono da sola
quando son qui da sola
cerco nella sera la mia alba.
Quando non sono qui
cerco la mia vita
in giro… tra i balconi fioriti
tra le azalee recise…
tra la zizzania del tempo.
Quando sono da sola,
il silenzio copre il mio essere.
E lo violenta.
Vella Arena

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E’ chistu viento ca me‘nganna,
stu viento ballerino…
‘Nu viento cacciatore ca piglie ‘o core .
Miez’a ‘sta folla.senza nomme
m’accarezza ‘a sera.
Nu’ turnà pecchè ‘o core nun cià fa!
‘Stu viento ‘ngannatore …
me parla ‘e te, me dice ‘e te …
Si sule se fermasse….
nun me pigliasse ‘a ‘nziria ‘e te vulè vedè!
Vella Arena.

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Stava la’, vicino o’ mare
a guarda’ o mare suoje..
Teneva stipato nu suonno
teneva stipato l’ammore..
E guardava o’ mare
comme guardava a te.
Assettata a’ na’ vecchia seggia
suspirava o’ mare..
Nun o’ sapeva quant’anne teneva
Nun o’ sapeva cchiu’..
Ma dint’a’ na’ capa bianca…
abbracciava o’ mare
s’abbracciava o’ core..
Abbracciava a te.
Vella Arena

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Pallida la sera
Entra nel giorno
Entra nel cuore
Entra…
E tu sei sera
Vella Arena.

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Eri cielo
Ero stella
Eri mare
Ero onda
Eri terra
Ero rosa
Eri siero
Ero vita
Eri albero
Ero foglia
Eri.
Ero.
Vella Arena

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Perché mi hai lasciato?
Io non ti ho lasciato
mi hai lasciato tu.
Mi hai lasciato
quando non mi hai detto più ti amo
Mi hai lasciato
quando non mi hai chiesto più di dirlo
mi hai lasciato,
quella notte, quando non hai sognato di noi
o quel giorno ,al risveglio,
il primo pensiero non sono stata io.
Mi hai lasciato quando ho pianto per te…
Io non ti ho lasciato
ho chiuso solo la porta
ma tu già eri andato.
Vella Arena

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Me ne sto in silenzio con la testa appoggiata
a uno spazio di tempo
Si accalca il respiro…
Se tu verrai questa sera o domani…
anche più tardi…anche l’altro domani…
tanto, io resto qui..
Starò in silenzio ad aspettare la porta che s’apre
e intanto raccolgo dei fiori per quando sarà..
Non farli appassire non farli morire.
E se non fosse domani e domani ancora e ancora domani…
potrei dirlo al mio Dio quanto mi manchi
Vella Arena.

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Questo Amore…poesie scelte di Iris Battistini

BIOGRAFIA DI IRIS BATTISTINI Affascinata sin da bambina dalla poesia, Iris Battistini, che vive e lavora a Cesena come impiegata presso l’Ausl Romagna, ha cominciato a scrivere e a pubblicare poesie nell’età adulta. Ha pubblicato quattro raccolte di liriche: Il dono di credere, Le parole che mi suggerisci, Fino alla luna e Come una prima neve con la Società Editrice “Il Ponte Vecchio”. Sue poesie sono pubblicate nell’Antologia Il dolce canto della poesia, Canto d’amore alla luna e Sogno d’un mattino di primavera della Casa Editrice SD Collezioni, nell’Antologia Nostalgia di Itaca della Casa Editrice Liminamentis. La partecipazione nel 2014 al suo primo concorso a Poeti Poesia con la poesia “Tra le mie braccia” dedicata al padre, le ha aperto la porta alla collaborazione con la Casa Editrice Pagine in pubblicazioni di poesie nella Collana Sentire, nell’Eclusiva Ancore 7 Autori e prossima è la pubblicazione di poesie nella nuova Collana di Poeti Contemporanei 4 Autori Vibrazioni Sue poesie sono pubblicate anche su numerose riviste letterarie.

QUESTO AMORE

Questo amore rischiara questa mia sera

Questo amore mi salva se,

al di là delle stelle,

un qualche Dio non ci sarà

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CON OCCHI DI BIMBA

Vorrei ogni volta

accarezzare il tuo giovane bel viso

Ma ogni volta sei sempre tu

soltanto le mie vecchie ossa

accarezzare con tutte le sfumature delle tue parole

ed io resto lì a contemplarti immobile

con occhi ancora di bimba

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VIENI QUI

Vieni nel mio silenzio

Vieni qui che ti abbraccio e vivo

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NON POSSO PIU’ DIRTI ·

Non posso più dirti

del colore dei miei giorni

o di notti senza sogni e senza stelle

Non deve posarsi un’ombra sui tuoi occhi

se talvolta t’accadrà di ricordarmi

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DOMANI

Domani non sarà notte

Già sento in cima aprirsi la porta

e l’onda calda de tuo sorriso

mentre salgo senza fatica le scale

Domani

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RESTERAI

Resterai

Resterai per sempre

Come un qualcosa di bello e di buono

Come un infinito lontano

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SOLO IL SOLE

Son di lucciole i tuoi occhi

e hai il grano tra i capelli

Sulle guance son papaveri

e hai il miele sulle labbra

Sul tuo sorriso,

solo il sole,

a illuminare,

il mio bimbo,

la sua mamma

Iris Battistini

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I COLORI DELLA TUA VITA

Appesi ai filari delle stanze

i colori della tua vita

la sera prima dell’alba decidi il colore del giorno

Ti vesti d’ambra e d’avorio

di bacche e mirtilli e,

dei boschi, indossi ogni sfumatura

Ed è soltanto tua quest’arte,

tessere armonie fra mille colori e se pizzo,

seta o organza,

e di di collane, orecchini e fermagli,

se di perle di luna o di mare

E sulla soglia dei giorni

lì dove degli altri l’incanto ti attende,

appari in un incedere fiero e sicuro

e l’ornamento tuo reale:

un cappello ogni giorno d’un sempre nuovo colore;

così bene così bene

t’adorna le guance vellutate di cipria d’ardesia,

i tuoi occhi di stelle,

i capelli di grano lucente intarsiati di sole

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Son di lucciole i tuoi occhi

e hai il grano tra i capelli,

sulle guance son papaveri

e hai il miele sulle labbra

Sul sorriso, solo il sole,

a illuminare,

il mio bimbo,

la sua mamma Iris Battistini

dal “Dono di credere”

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NESSUN ALTRO COLORE

Una colomba

Un cigno

Un giglio

Il latte

La neve

E nessun altro colore, Alda

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E’ nostra l’allegria di queste valli, di questi monti, Norma

Sappiamo tutti i colori dell’anno

Sappiamo dell’uva e delle ciliegie,

dei larici e delle ginestre,

dei pavoni e delle sorgenti,

delle bacche e del melo selvatico

Sappiamo della pioggia e della neve

e di tutte le cose buone lungo la strada di Collina di Pondo

E il tuo terrore delle frane

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Non scomparire nell’azzurro,

restami vicino come ora nel silenzio

se chiudo gli occhi ti guardo

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LASCIATEMI SOLA

Lasciatemi sola che ho molto da fare ora.

Ora devo sdraiarmi,

chiudere gli occhi,

andare da lui e vivere.

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…e scoprirsi a guardarlo

con occhi nuovi…

di sole ed acqua
il suo volto

tutto l’azzurro
nelle mani

dall’altra parte
dell’oceano

e così vicino
che potrei toccarlo

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Gli porterò ciliegie
e fragole di bosco

Limpida
nell’azzurro
suo sorriso

si specchierà
l’ultima solitudine
La più cara

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Sapevo che c’eri
e mi amavi
Ma non riuscivo,
nel sogno,
a vederti

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A MIO PADRE
Tra le mi braccia
ti ho portato lassù,
babbo,
nel punto più alto
della collina
e quel peso
troppo lieve
di te
ho sparso nel vento
Ed ora sono vuote
le mie mani
e tu sei
in nessun luogo
e sei ovunque
come a me
la viva luce
del tuo ultimo
dolcissimo sorriso

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COME IL CORALLO
Il tempo,
non ti porterà
via da me
perché anche tu
sei ormai
il mio tempo
ed un mio luogo
sei
come il corallo
nella profondità
del mare
E guarderò la neve
come fossero i tuoi occhi
Ai bimbi sorriderò
come fosse il tuo sorriso
E’ così
che io torno a te
che, seppur distante,
sei linfa chiara
che nutre la mia mente
E gli ultimi miei passi
il mio ultimo respiro
porteranno anche il tuo volto

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..e scoprirsi a guardarlo
con occhi nuovi…
di sole ed acqua
il suo volto
tutto l’azzurro
nelle mani
dall’altra parte
dell’oceano
e così vicino
che potrei toccarlo

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LA MENTE DI LEONARDO. DISEGNI DI LEONARDO DAL CODICE ATLANTICO

LA MENTE DI LEONARDO. DISEGNI DI LEONARDO DAL CODICE ATLANTICO

 

 

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nell’immagine: Leonardo da Vinci, Geometria f. 795 r Quadratura di porzioni di corone circolari e proporzionalità tra cerchi, penna e inchiostro su carta mm 210 x 295 antica numerazione 225 C.A. 795 r (ex 291 v b) Circa 1508-10.

Comunicato stampa

Dal 10 marzo al 31 ottobre 2015, la mostra “LA MENTE DI LEONARDO.DISEGNI DI LEONARDO DAL CODICE ATLANTICO” presenta alla PINACOTECA AMBROSIANA e alla SAGRESTIA DEL BRAMANTE, 88 fogli che coprono gli interessi artistici, tecnologici e scientifici del Genio del Rinascimento, lungo tutta la sua carriera.
Saranno Leonardo da Vinci e il suo Codice Atlantico gli ambasciatori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano ad EXPO 2015.
Per tutto il periodo dell’Esposizione Universale, dal 10 marzo al 31 ottobre 2015, la mostra La mente di Leonardo. Disegni di Leonardo dal Codice Atlantico, allestita nei due spazi della Pinacoteca Ambrosiana e della Sagrestia del Bramante nel convento di Santa Maria delle Grazie, consentirà di far conoscere la personalità di Leonardo e la ricchezza delle tematiche da lui toccate, la varietà dei suoi campi di interesse e di studio, la particolarità della sua opera e del suo genio nel contesto del Rinascimento italiano. Attraverso gli studi presenti nello stesso Codice Atlantico o, per alcuni fogli sciolti, come quelli artistici, conservati in Ambrosiana.
L’iniziativa chiude il ciclo di esposizioni iniziate nel 2009, in occasione del IV centenario dell’apertura al pubblico dell’Ambrosiana, col fine di offrire ai visitatori l’opportunità di potere ammirare nella quasi sua interezza il Codice Atlantico.
La mente di Leonardo, curata da Pietro C. Marani, propone un nucleo di 88 fogli – esposti in due tempi, di tre mesi ciascuno – che illustrano alcune delle principali tematiche artistiche, tecnologiche e scientifiche, cui Leonardo si è interessato lungo tutta la sua carriera, e che si articolano in sezioni che danno conto di Studi di idraulica, Esercitazioni letterarie, Architettura e scenografia, Meccanica e macchine, Ottica e prospettiva, Volo meccanico, Geometria e matematica, Studi sulla Terra e il Cosmo e Pittura e Scultura. Quasi seguendo l’ordine delle proprie competenze elencato dallo stesso Leonardo nella celebre missiva con cui offre il suo lavoro a Ludovico il Moro.
“Sfogliando le pagine del Codice Atlantico – afferma Pietro C. Marani – in questo cuore segreto di Milano, ed esaminando i disegni e le carte in esso contenute, si rivive l’emozione di un contatto diretto con la mente di Leonardo, mentre si è catapultati nell’atmosfera e nel clima degli anni gloriosi del collezionismo milanese. Quando Galeazzo Arconati, nel 1637, poteva donare i preziosi manoscritti di Leonardo da lui fino ad allora posseduti, e custoditi nel Castellazzo di Bollate, alla Biblioteca Ambrosiana appunto”.
Particolarmente interessante sarà l’analisi della tematica architettonica; in mostra si può ammirare una veduta di chiesa a pianta cruciforme che ricorda l’abside di Santa Maria delle Grazie a Milano, disegni per edifici ottagonali, lo studio per il Tiburio del Duomo di Milano che testimonia la presenza effettiva di Leonardo in quel cantiere o ancora i disegni per una galleria sotterranea, per una fortezza a pianta semi-stellare, per un ponte mobile. Questi ultimi tre studi d’arte militare danno l’idea delle applicazioni pratiche con cui Leonardo dovette cimentarsi al servizio dei potenti del suo tempo, come Ludovico il Moro, preoccupati per la loro sicurezza.
La sezione ‘Congegni e invenzioni’ analizza uno dei campi di indagine più spettacolare esplorato da Leonardo: quello sul volo umano, qui rappresentato da quattro studi in cui la macchina volante è associata allo studio delle ali battenti.
Catalogo De Agostini.
Breve storia del Codice Atlantico
Il Codice Atlantico (il nome deriva dal suo grande formato, tipo atlante) è la più ampia e stupefacente collezione di fogli leonardeschi che si conosca.
Questo enorme volume (401 carte di mm 650×440) fu allestito nel tardo Cinquecento dallo scultore Pompeo Leoni (1533 ca.-1608) che raccolse, quasi alla maniera di zibaldone, una raccolta miscellanea di scritti e disegni vinciani costituita di circa 1750 unità.
Il materiale raccolto nel Codice Atlantico abbraccia l’intera vita intellettuale di Leonardo per un periodo di oltre quarant’anni, cioè dal 1478 al 1519. In esso si trova la più ricca documentazione dei suoi contributi alla scienza meccanica e matematica, all’astronomia, alla botanica, alla geografia fisica, alla chimica e all’architettura. Disegni di ordigni da guerra, macchine per scendere nel fondo del mare o per volare, dispositivi meccanici, utensili specifici di vario genere frammisti a progetti architettonici e urbanistici. Ma c’è pure la registrazione dei suoi pensieri attraverso apologhi, favole e meditazioni filosofiche. I singoli fogli sono gremiti di annotazioni sugli aspetti teorici e pratici della pittura e della scultura, dell’ottica, della teoria della luce e dell’ombra, la prospettiva sino alla descrizione della composizione dei materiali usati dall’artista.
Cinque anni dopo la morte di Pompeo Leoni, il figlio Giovan Battista offrì a Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana, l’acquisto del Codice Atlantico. Al suo rifiuto, nel 1622 Galeazzo Arconati, di nobile casata milanese, ottenne per 300 scudi una parte del tesoro vinciano dal genero di Pompeo Leoni Polidoro Calchi, marito della figlia Vittoria. Nel 1637, l’Arconati faceva munifico dono alla Biblioteca Ambrosiana del Codice Atlantico assieme ad altri 11 manoscritti leonardeschi e al De divina proportione di Luca Pacioli.
I codici vinciani rimasero custoditi con ogni cura nella Biblioteca Ambrosiana sino all’ultimo decennio del sec. XVIII. Il 15 maggio 1796 (26 fiorile Anno VI) l’esercito francese guidato da Napoleone entrava in Milano e quattro giorni dopo, veniva pubblicata un’ordinanza che, con il pretesto di conservare i patrimoni dell’arte, determinava i procedimenti da tenere nello spogliare le città di quegli oggetti artistici o scientifici che potevano arricchire i musei o le biblioteche di Parigi. Nella capitale francese il Codice Atlantico rimase sino al 1815 quando, in seguito alla capitolazione francese, fece ritorno alla originaria sede milanese per non muoversi più.
È del 2008 la decisione di sfascicolare i 1118 fogli che, legati insieme e montati su grandi fogli di carta, costituivano i dodici volumi che formavano il Codice Atlantico. Dopo una serie di analisi sullo stato di conservazione dei fogli, e di incontri e discussioni scientifiche, mantenendo i passe-partout moderni sui quali erano fissati i fogli originali di Leonardo, si è resa possibile la visione, a rotazione, grazie al montaggio di ogni singolo foglio in un nuovo passe-partout rigido, di gran parte del Codice Atlantico.

Pinacoteca Ambrosiana: da martedì a domenica (chiuso lunedì) dalle 10,00 alle 18,00, ultimo ingresso ore 17,30.
Sagrestia del Bramante: lunedì 09,30 – 13,00 e 14,00 – 18,00; da martedì a domenica: 8.30 – 19.00, ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura

 

LA VILLA DEI MISTERI

 

Negli ultimi decenni del II secolo a.C. prese il via la moda, da parte dell’aristocrazia romana, di costruirsi lussuose ville in Campania. Lungo tutta la costa, dai Campi Flegrei a Punta della Campanella, i più importanti personaggi storici di Roma vennero a costruire le loro ville: da Scipione l’Africano che possedeva una villa a Liternum, alla figlia Cornelia, che nella villa di Miseno educò i suoi figli, i celebri Gracchi, a Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Bruto, Cicerone.

Una accanto all’altra, prima sulle colline, poi sempre più vicine al mare, e infine nel mare stesso, grazie alla scoperta di una malta idraulica che permetteva di costruire nell’acqua, sorsero ville lussuosissime, ove i ricchi romani potevano godere del meritato riposo dopo le fatiche della città. Queste ville erano tutte dotate di giardini e fontane con scenografici giochi d’acqua, piscine “olimpioniche”, ricchi settori termali, statue ornamentali e fastose decorazioni parietali e pavimentali. Per quanto numerosi siano i resti archeologici, essi non sono in grado di dare l’idea della ricchezza architettonica e decorativa di queste ville.

 

Ma accanto a queste ville di villeggiatura, chiamate dai Romani, “ville di ozio” (otium) esisteva un altro tipo di villa, definita rustica, che era destinata alla produzione agricola. L’eccezionale fertilità del territorio campano, il clima mite che permetteva diversi raccolti durante l’anno, determinarono il proliferare anche di questo tipo di villa. Nell’area circostante Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Scafati, Angri, Terzigno), sono state scoperte un centinaio di antiche fattorie, molte delle quali sono state nuovamente sepolte dopo essere state private degli oggetti e delle pitture che contenevano. Le ville rustiche erano generalmente di medie proporzioni, distinte in un quartiere residenziale per il proprietario (pars urbana), e un quartiere servile (pars rustica) con le stalle, gli impianti produttivi, le abitazioni dei servi. Le ville rustiche potevano essere abitate direttamente dal proprietario, ma più spesso la conduzione della tenuta era affidata a un colono (vilicus).

 

MISTERI

La manodopera era costituita prevalentemente da schiavi, ma non mancava anche personale di condizione libera. Il vino era il prodotto principale delle numerose aziende agricole sparse nel territorio dell’antica Pompei. Estesi vigneti esistevano sulle pendici del Vesuvio, sulle colline adiacenti e nella stessa città. Gli autori antichi ci tramandano i nomi dei maggiori vitigni dell’area vesuviana: l’Aminea, caratterizzata da grossi grappoli, la Pompeiana, la Holconia, la Vennuncula. Abbondante era anche la produzione di olio, frutta e cereali, e l’allevamento del bestiame. In alcuni casi una proprietà agricola poteva comprendere anche ambienti residenziali di lusso, mentre una villa al mare poteva essere circondata da terre produttive, e attrezzata con tutto il necessario per sfruttarne le risorse agricole. La Villa dei Misteri a Pompei costituisce uno dei migliori esempi di queste ville suburbane, signorili e rustiche insieme, che sorsero numerose nel territorio vesuviano, unendo la parte residenziale lussuosa, ad una zona produttiva.

MISTERI2

Lo scavo della Villa, condotto fra il 1909 e il 1910 dallo stesso proprietario del terreno ove fu scoperto l’importante edificio, fu ripreso in modo scientifico negli anni 1929 e 1930, dopo l’esproprio dell’area da parte dello Stato Italiano. Nel 1931 l’archeologo Amedeo Maiuri fornì la prima edizione del complesso, corredata da splendide tavole a colori. Fin dal primo momento la scoperta suscitò il più vivo interesse, grazie soprattutto al ritrovamento di un ciclo pittorico importantissimo, da cui la villa prende il nome, e sulla cui interpretazione oggi ancora si discute. Nel corso dello scavo non fu recuperata molta suppellettile, né oggetti di lusso, come ci si sarebbe aspettati da una dimora tanto signorile. Ciò ha indotto gli studiosi a supporre che il settore padronale della Villa non fosse abitato al momento dell’eruzione, forse a causa dei lavori di ristrutturazione che vi si stavano eseguendo. Al contrario la presenza di numerosi attrezzi agricoli e di altro materiale, ha dimostrato che la parte rustica era abitata, così come gli alloggi per gli schiavi. Questo dato è stato confermato anche dal ritrovamento di scheletri umani – molto probabilmente si trattava di personale di servizio – tornati alla luce proprio nella parte servile della casa. Una prima vittima si rinvenne nel vestibolo d’ingresso della Villa. Vi si riconobbe il corpo di una giovinetta che forse aveva cercato di uscire di casa per tentare una via di scampo attraverso i campi, ma era stata soffocata dalla nube di cenere e gas sprigionatasi dal vulcano nelle ultime fasi dell’eruzione. Il corpo di un uomo fu invece ritrovato nello stanzino n. 35, ove si era rifugiato sperando di ripararsi dalla tempesta di ceneri e lapilli che imperversava fuori. Durante lo scavo fu effettuato il calco dell’uomo: attraverso il vuoto lasciato dalla decomposizione del corpo nella cenere solidificata, venne colato del gesso liquido che una volta rappreso ha restituito l’immagine della vittima. Altre tre donne si erano rifugiate nelle stanze del piano superiore del vestibolo. Sotto il peso dei lapilli le scale erano crollate, lasciando le sventurate tagliate fuori da ogni possibilità di fuga. In seguito l’intero pavimento della stanza crollò ed i corpi precipitarono nell’ambiente sottostante, ove furono ritrovati dagli scavatori. Infine altri quattro corpi furono trovati nel criptoportico della Villa.

 

 

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La Villa dei Misteri è forse l’edificio più noto ed ammirato di Pompei, e non senza motivo, sia perché è il più bello e completo esempio di una grande villa suburbana, sia perché i suoi vari ambienti sono decorati con pitture di alto livello artistico, in particolare la sala tricliniare ove è il grandioso fregio figurato che ha dato il nome alla villa. Lo scavo, iniziato nel 1909-10 e poi proseguito nei decenni successivi non è ancora completato, ma ne resta sotterra soltanto una piccola parte che si presume poco possa aggiungere a quanto già conosciamo.  Il primo impianto della villa risale al II secolo avanti Cristo, e successivamente essa subì vari ampliamenti e rifacimenti: sorta come dimora signorile sullo schema dell’abitazione urbana ebbe il suo momento di splendore in età augustea ed in questo stesso periodo entrò a far parte del dominio imperiale. Dopo il terremoto dell’anno 62 decadde a villa rustica; gli ultimi suoi proprietari appartenevano alla famiglia degli Istacidi. E’ un grande edificio quadrilatero costruito sopra un terreno scosceso sicché in parte poggia sopra un terrapieno ed un criptoportico L’ingresso, non completamente messo in luce, si trova su di una strada di cui si conosce solo un breve tratto, e che forse era collegata con la Via delle Tombe.  Ai lati dell’ingresso si sviluppa il quartiere rustico ed il quartiere servile con varie attrezzature come il pastificio, il forno, le cucine, la dispensa dei vini ed il torchio per la pigiatura dell’uva. Dall’ingresso, attraverso un piccolo atrio si giunge nel peristilio, e qui inizia il vero e proprio nucleo dell’abitazione signorile, con stanze e sale adibite a vario uso ed un gruppo di ambienti a destinazione termale.  In questo quartiere signorile, in asse col peristilio è l’atrio maggiore, il tablino ed una veranda absidata con veduta sul mare. Ai lati sono ancora vari ambienti cubicoli, il triclinio del grande fregio, con portici di disimpegno tra i diversi gruppi di stanze. Attualmente è per l’appunto dalla veranda che si accede per visitare la villa, e questa parte dell’edificio possiede anche giardini pensili ed è sorretta dal criptoportico cui si è già accennato.  La decorazione parietale dipinta è di disuguale interesse e rispecchia le diverse fasi della vita dell’edificio e le diverse destinazioni che esso ebbe. Meno interessanti sono le decorazioni di terzo e di quarto stile, ma degno di nota è il tablino, con pareti a fondo nero e motivi di tipo egittizzante, mentre di molto maggiore pregio sono i dipinti di secondo stile che furono risparmiati dai rimaneggiamenti che la villa ebbe nel suo ultimo periodo. Di tale stile è un cubicolo con figure connesse con il mito ed il culto di Dioniso, e questo cubicolo fa quasi da anticamera alla sala tricliniare.  Il grande fregio della sala appartiene anch’esso al secondo stile e costituisce l’esempio più completo di un particolare tipo di decorazione che raramente s’incontra nella pittura di quell’epoca; abbiamo infatti qui una rappresentazione continua che occupa tutte le pareti della stanza, con figure a grandezza naturale o quasi. Secondo la più accettabile ipotesi il fregio deve essere stato eseguito verso la metà del 1 secolo avanti Cristo da un artista locale, che si è ispirato ad opere della pittura greca o che comunque di quella pittura e dei suoi canoni classici ha subito l’influenza. L’interpretazione del dipinto non trova concordi tutti gli studiosi, poiché esso non svolge un soggetto noto o facilmente identificabile, come ad esempio un mito, ma è formato di varie scene che si susseguono senza distinguersi l’una dall’altra e che sono certamente allusive a vari momenti di un rito del quale non possediamo altre testimonianze sicure. Di qui l’ipotesi che si tratti di uno dei culti misterici che convivevano nel mondo greco-romano accanto alla religione ufficiale e che erano noti soltanto a pochi eletti. E’ tuttavia opinione accettata dai più che il fregio rappresenti le varie fasi della iniziazione di una sposa ai misteri dionisiaci, misteri che ebbero diffusione anche nella Campania in età romana. Perciò vediamo che nelle varie scene si trovano figure umane alternate con figure della sfera divina. Il fatto che qui si sia voluto realizzare un tale ciclo pittorico può spiegarsi con la circostanza che in quel momento la signora della villa era una iniziata e ministra per l’appunto di quel culto.  Considerando che il ciclo abbia inizio dalla parete nord, accanto alla porticina, nella prima scena è la lettura del rituale sacro, eseguita da un fanciullo sotto la guida di una matrona seduta, mentre una donna ammantata ascolta. Quindi il rito si svolge in una scena di sacrificio e di offerta e con un gruppo pastorale ove un Sileno suona la lira. La parete di fondo della sala è dominata dalle due divinità cui erano legati questi riti, Dioniso ed Arianna, con altre due scene: da un lato Sileni e satiri intenti ad una azione di oscuro significato, dall’altro una donna che scopre il simbolo della fecondità ed una figura alata in atto di percuotere col flagellum levato. Lungo l’altra parete una donna flagellata si rifugia nel grembo d’una sua compagna, ed appresso una baccante ignuda danza in preda all’esaltazione orgiastica. Infine la sposa si abbiglia portando a compimento il rito ed a chiusura del ciclo essa è rappresentata seduta e nobilmente ammantata, ormai iniziata e mistica sposa del dio.

 

 

La parola villa in latino non è l’equivalente del corrispettivo termine italiano. Indica piuttosto le fattorie o le case di campagna utilizzate per la produzione agricola di cereali, olio, vino o per altri tipi di colture e allevamenti. La Villa dei misteri, però, non era una vera e propria villa, ma una residenza signorile, una domus, fuori dalle mura della città. Solo nel I secolo d. C., prima del terremoto del 62, alla residenza fu aggiunto un quartiere rustico con due torchi per la spremitura dell’uva. Fu costruita nel II secolo a. C. in posizione panoramica con sale dipinte e giardini pensili. Non conosciamo il proprietario di questa residenza. Sappiamo soltanto che, in età augustea, la villa era custodita da un guardiano (procurator) di nome Lucio Istacidio Zosimo. Come gran parte delle residenze di campagna, anche la Villa dei misteri presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell’atrio. Dopo il peristilio, sui tre lati dell’atrio si trovano le stanze padronali, riccamente decorate e affacciate sulla costa. La villa deve il suo nome al famoso fregio dipinto nel triclinio a sinistra dell’atrio. Qui sono rappresentate dieci scene in cui si è voluta riconoscere la rappresentazione di riti misterici. L’interpretazione di queste scene è in realtà piuttosto problematica. Si è pensato anche alla rappresentazione di uno spettacolo di mimi o al ricordo dei preparativi per il matrimonio di una donna, da identificare con la giovane seduta raffigurata sulla parete di destra. Non si è raggiunta una soluzione definitiva, ma sono comunque sicuramente raffigurati nell’affresco Dioniso ubriaco con Arianna o Venere sulla parete di fondo, Pan e Aura (il vento) sulla parete sinistra con le quattro Stagioni.

 

Bibliografia:

Amedeo Maiuri, Pompei ed Ercolano: fra case e abitanti, Milano, Giunti Editore, 1998

Caterina Cicirelli, Maria Paola Guidobaldi, Pavimenti e mosaici nella Villa dei Misteri di Pompei, Napoli, Electa, 2000.

Fabrizio Pesando, Maria Paola Guidobaldi, Gli ozi di Ercole: residenze di lusso a Pompei ed Ercolano, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2006

 

a cura di Lucica Bianchi e Nino Cellamaro

SAN TRIFONE. VITA E CULTO

 

La vita di San Trifone

Sono tanti gli storici che si sono cimentati nella narrazione della Sua vita che, benché atrocemente martirizzata, è stata sempre in odore di santità. Fra i molti che hanno scritto su San TRIFONE (Cardinale, Baronio, Ottavio, Gaetano, Teodorico, Ruinari, Mazzocchi), ho scelto di trarre informazioni da un libro edito nel 1995 ed intitolato: “La storia di San TRIFONE“, scritta da Mons. Luigi Stangarone di Adelfia (Ba), valente ed attendibile storico dello stesso paese che presentò la sua opera in occasione della Festa Patronale dello stesso anno (1995). Altre informazioni sono state tratte dal libretto “San Trifone e la Sua Cattedrale” di Don Anton Belan da Cattaro.

SAN TRIFONE nacque nel 232 circa in Pirgia nella città di Kampsada (oggi Iznir) nei pressi di Nicea (Lampsakos), provincia romana di Apamea. La regione si trovava sotto dominio romano dal 116 AD., in quel periodo Roma possedeva gran parte dell’Asia Minore. Kampsada era già un vescovado nel quarto secolo e l’attività svolta dagli abitanti era prevalentemente dedita all’agricoltura. 

Oggi sono pochi i resti di Kampsada.
La vita di San Trifone si svolse sotto il papato di San Ponziano (230-235), Sant’Antero (235-236) e San Fabiano (236-250). Uno dei primi vescovi di Kampsada fu Partenio (quarto secolo), proclamato santo.
Un manoscritto Armeno riferisce che i genitori di Trifone erano Cristiani e diedero al loro bambino il nome diTriph, che nella radice etimologica significa “animo nobile”. In latino e in greco divenne successivamenteTryphon e nel diciassettesimo secolo l’arcivescovo Croato Andrija Zmajevic diede il nome slavo Tripun. Il padre di Trifone morì quando era bambino e l’intera attenzione per la sua educazione Cristiana fu curata dalla madre Eukaria. Nel Dicembre del 249 sino alla fine del 250 l’Imperatore Romano Decio emanò un decreto autorizzando la persecuzione dei Cattolici. Fu il settimo dai tempi di Nerone ed il primo che investì l’intero Impero Romano. Fu allora che Trifone, ancora giovane, fu martirizzato. Si racconta che per fuggire alla persecuzione i Cristiani, sia ragazzi che adulti, furono costretti a fare un’offerta di fronte alla statua dell’imperatore, spesso granelli di incenso.
Alcuni culti pagani furono vietati, ma il rifiuto di eseguirli portava al sequestro di tutti i possessi, all’arresto, ai lavori forzati, alle torture sino alla morte. Durante la gestione di Aquilino, prefetto di tutta l’Asia Minore, San Trifone fu preso dal suo luogo di nascita. Alla domanda “che cosa sei?”, Trifone rispose di essere “un Cristiano”. Dopo tre giorni di tortura che dovevano costringerlo a fare la sua offerta agli dei, Trifone fu decapitato. Il suo corpo fu inviato al suo luogo della nascita Kampsada, quindi portato a Costantinopoli e da lì a Cattaro.
Probabilmente il 2 febbraio è la data indicata del suo martirio, anche se pare che nei Calendari Napoletani marmorei, nei sinaxari di Costantinopoli, nei calendari russi e in qualcuno greco pre-datano il giorno del martirio di San Trifone al 1 Febbraio. Nel IX secolo il famoso martirologio benedettino dei martiri (Usuardi Martyrologium) e nel calendario di Cattaro, postdatano il martirio al 3 febbraio. Nel 1582 il Calendario Giuliano fu sostituito da quello Gregoriano, Papa Clemente VIII in un decreto del 17 settembre 1594 fissa il 3 febbraio giorno per la commemorazione di San Trifone nel vescovado di Cattaro. Oggi in Cattaro la commemorazione liturgica di San Trifone avviene anche il 10 novembre, mentre il 13 gennaio viene celebrato il trasferimento delle sue reliquie.
Il 10 novembre sarebbe invece il giorno della traslazione del suo corpo a Roma, ove fu deposto in una chiesetta a lui dedicata in Campo Marzio, nel sec. IX. Quella chiesetta, sede di parrocchia, fu designata come «stazione» del primo sabato di quaresima, indicazione tuttora riportata nei calendari liturgici della Chiesa romana. La chiesa di San TRIFONE in Campo Marzio fu distrutta nel sec. XVIII per allargare il convento degli Agostiniani annesso alla grandiosa chiesa di Sant’ Agostino, ove furono trasportati tutte le reliquie ed oggetti sacri prima esistenti nella chiesa di San TRIFONE. A Cerignola vi sono alcune reliquie di San TRIFONE, trasportate nel 1917. Le reliquie del nostro Patrono sono quelle conservate e venerate a Cattaro, in Dalmazia. Stavano per essere portate a Venezia, ma per una tempesta furono bloccate nell’809 a Cattaro e, in onore del Santo proclamato Patrono, venne in seguito eretta la Cattedrale. San Trifone, protettore di Cattaro, secondo alcune tradizioni è un santo giovinetto che compiva miracoli.

San Trifone in arte

Le vicende da cui Carpaccio trae ispirazione avvengono in Frigia, dove il giovane Trifone: guarisce un fanciullo morso da un serpente, un mercante caduto e calpestato da un cavallo che si rialza indenne, rende mansueto un cinghiale inferocito, viene soprattutto ricordato per la liberazione di una fanciulla indemoniata. L’imperatore Giordano chiama Trifone per far liberare dal diavolo la bella e intelligente figlia Giordana. Appena il giovane si avvicina alla principessa, il demonio la lascia e scappa tra grida rabbiose. L’imperatore chiede di poter vedere la bestia e Trifone lo accontenta.

La tela mostra un episodio dedicato a San Trifone, ovvero al suo miracolo più famoso, legato alla guarigione di Gordiana, figlia dell’imperatore Gordiano III, quando il santo aveva dodici anni. Essa era ossessionata da un demonio, che compare in forma di basilisco, un mostro fantastico con corpo leonino, ali di uccello, coda di rettile e testa asinina. La rappresentazione del demonio come basilisco, che non ha altri riferimenti iconografici nelle storie di Trifone, è legata all’identificazione del basilisco come “re dei serpenti” e quindi simbolo di Satana, ma anche alla simbologia dei peccati capitali: il drago (che compare nelle storie di san Giorgio), il leone (che compare in quelle di san Girolamo) e il basilisco, appunto. L’azione si svolge in una sorta di padiglione reale, retto da colonne e sollevato di alcuni gradini, dove il sovrano assiste impassibile al miracolo, a fianco della figlia, la cui fisionomia ricorda le Madonne dalla boccuccia stretta di Perugino. Sono citazioni all’antica i profili sulle specchiature marmoree della decorazione del fianco dell’edificio in primo piano. Assiste alla scena una variegata folla, ma ancor più brulicante, come tipico nelle opere di Carpaccio, è l’umanità in secondo piano, affacciata alle finestre e ai balconi delle architetture della città di sfondo, che ricorda da vicino Venezia, soprattutto nei ponti arcuati che passano i canali. In lontananza si vedono un edificio a pianta circolare e un alto campanile.

 

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Vittore Carpaccio, San Trifone ammansisce il basilisco,1507,Scuola di San Giorgio dei Schiavoni, Venezia

In nome di Dio, Trifone comanda alla bestia di mostrarsi e questa appare sotto forma di “un cane nero con occhi del fuoco” sostenendo che il suo compito è quello di impossessarsi di coloro che non conoscono la religione Cristiana, perché si sottomettono più facilmente al volere del demonio. Sentendo questo, l’imperatore decide di convertirsi.

 

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San Trifone in un mosaico di Monreale

 

Erano anni di relativa pace per i cristiani finché sul trono di Roma salì nel 249 il crudelissimo Traiano Decio che riprese la lotta sanguinosa contro i cristiani emanando severissimi decreti: lo zelo apostolico di S. Trifone, la sua illuminata predicazione incontrarono l’opposizione dei persecutori così, quando al Prefetto di Oriente, Aquilino, giunse notizia che S. Trifone disprezzava gli editti imperiali esortando i cristiani alla fedeltà in Cristo sino alla morte, fu arrestato e portato in Nicea: “Caricato di catene, come un malfattore, dopo inauditi maltrattamenti inflitti durante il viaggio” affrontò il Prefetto con indicibile serenità, rifiutando di rinnegare Cristo ben sapendo i tormenti a cui andava incontro: lo legarono ad un palo e gli strapparono la carne con pettini di ferro; Trifone non parlava nonostante Aquilino quasi lo supplicasse l’abiura: “quasi ignudo, legato come un assassino, spinto per le vie sassose e ghiacciate… fu legato alla coda di due cavalli e così, sbattuto, tutto lacero e pesto, lasciando tra le spine e i sassi brandelli della sua virginia carne… il Prefetto ordinò che gli si perforassero i piedi con due acutissimi chiodi e così, ignudo lo menassero per le vie di Nicea battendolo senza alcuna misura”; gli bruciarono i fianchi, fu battuto aspramente e, dopo aver visto morire fra i tormenti il giovane Respicio che gli si era avvicinato, dopo un’ultima giornata di sofferenze incredibili, fu affidato al carnefice che tagliò con la spada il suo corpo “biondo e ricciuto”.

 

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Per volere dello stesso Santo le sue spoglie, prima sepolte in Nicea, furono trasferite a Kampsade il 5 maggio del 254, dopo la morte di Decio; quando la fede delle colonie orientali cominciò ad incrinarsi, fu disposta la traslazione del corpo a Roma: “le reliquie furono deposte con quelle della vergine e martire Ninfa e di Respicio in un’urna sotto l’altare maggiore della chiesa dell’Ospedale di S. Spirito“.

 

 

 

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processione con il quadro di San Trifone, Adelfia 

 

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Il Culto di San Trifone a Cerignola (Fg)

(tratto da http://www.parrocchiasantrifone.it/index.php/san-trifone-martire/culto)

Nell’anno 1595, e seguenti, tutta la Puglia sentiva il flagello dei bruchi: in tale circostanza capitò nel nostro territorio(di Cerignola) un venerando prete greco “religioso dell’Ordine di S. Basilio”, che incitò il Clero e il Popolo a ricorrere devotamente a S. Trifone: egli stesso, percorrendo le campagne, invocando il Santo allontanava e distruggeva le locuste cosicchè tutti riconobbero la validissima protezione del giovane martire e unanimamente lo acclamarono e benedissero quale speciale Patrono e Protettore di Cerignola. L’Arciprete del tempo, D. Giovanni Giacomo De Martinis, dedicò al Santo la cappella, che si trova dietro l’attuale sacrestia del Reverendissimo Capitolo Cattedrale (La Cappella successivamente dedicata a S. Rita da Cascia, si trova nella ex Chiesa Madre ed è la prima sulla parete di destra della navata maggiore), collocandovi un quadro con l’immagine dello stesso che in mezzo ai campi, con l’aspersorio in mano benedice i terreni scacciandone l’infausto flagello: per accrescere la devozione del popolo, finchè visse, celebrò sull’altare, ivi eretto, la Santa Messa.

 

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Ma il tempo e l’amara ingratitudine cercano di oscurare questo insigne favore del Cielo, quando un vescovo pio, Mons. Giovanni Sodo, si accorge che questa popolazione comincia a perdere il ricordo delle sante memorie e per richiamare i fedeli alle tradizioni religiose degli avi pensa di rimettere in onore il culto del Martire glorioso, di ridare a Cerignola il Patrono dei suoi campi.

 

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Da Roma, per eccezionale e benigna concessione del Santo Padre Benedetto XV, ed in seguito a non facili pratiche dal Nostro amato Pastore felicemente esperite, le preziose Reliquie del corpo di S. Trifone furono trasferite nella nostra Cattedrale il 16 maggio 1917. Fu proprio Mons. Sodo che commissionò la statua del giovane martire: la stessa, in cartone romano, veniva portata solennemente in processione almeno fino agli anni trenta. Nella Cattedrale Tonti durante il Triduo e la festa la statua era collocata alla destra dell’Altare maggiore: per l’occasione venivano distribuiti il “pane di S. Trifone” e una candelina. Due anni dopo, sotto il ministero pastorale dello stesso Mons. Sodo, la nobildonna Clementina De Nittis Gatti donò una artistica e pregevole urna di bronzo e cristallo, nella quale furono esposte le sacre reliquie del Martire: sulla fascia basale corre la seguente iscrizione “CORPUS S. TRJPHONIS M(ARTYRIS) PATR(ONI) CERIN(IOLENSIS) ET SOC(II) CAPSULAM HANC AERE SUO FECIT D(OMI)NA CLEMENTINA GATTI DE NITTIS ANNO MCMXIX – AUSPICE IOANNE SODO EPISCOPO”  (Per il corpo di San Trifone Martire, Patrono consociato di Cerignola, donna Clementina Gatti – De Nittis fece preparare a proprie spese questa urna nell’anno 1919 con l’approvazione del Vescovo Giovanni Sodo). La predetta urna è stata trasferita, nel 1934, sotto l’Altare della Confessione del medesimo Duomo Tonti, dove tutt’ora è collocata.

A spese dell’Università, nel primo giorno di febbraio, si solennizzava ne’ tempi andati un festeggiamento assai devoto e solenne, che ora è andato in disuso, in onore del glorioso Martire S. Trifon, Protettore minore della Città, ma patrono principale delle campagne, sotto il cui patrocinio stanno i nostri campi. Nel giorno festivo enunciato, i Decurioni con il Sindaco intervenivano nella Cattedrale, ed accoppiavano agli effetti religiosi del cuore una oblazione di moltissimi ceri al Reverendissimo Capitolo.

Ed il 1° febbraio è rimasto per tradizione, da quel lontano 1595 a tutt’oggi, il giorno dedicato alla celebrazione della Festa del nostro Protettore S. Trifone. Attesta la devozione al Santo anche la presenza di una Sua effige impressa insieme a quelle dei Compatroni S. Pietro Ap. e Maria SS.ma di Ripalta, e a quella del SS. Crocifisso sulla campana grande del Duomo Tonti.

Con decreto vescovile del 23 novembre 1980, Mons. Mario Di Lieto istituiva la Parrocchia, nel nuovo quartiere residenziale “Fornaci”, intitolata a S. Trifone Martire. La stessa, affidata alle cure dei PP. Salesiani e senza una sede stabile, dal settembre del 1987 fu retta da Don Tommaso Dente che provvide a dotarla di una Cappella, inaugurata la prima domenica di Avvento di quell’anno anche se le celebrazioni sacramentali continuavano nella Chiesa di Cristo Re. Dal 21 febbraio 1988 Don Domenico Carbone ne fu l’animatore pastorale divenendone Parroco nel maggio del 1989. Nel gennaio del 1991 lo stesso chiese ed ottenne dal Parroco dell’antica Chiesa di Cristo Re la statua del Santo: l’8 dicembre 1991 è stata ufficialmente inaugurata da Mons. Giovanni Battista Pichierri, nostro vescovo, la nuova sede, in un prefabbricato dello stesso rione.

Nei pressi del prefabbricato sorse il cantiere per la costruzione della nuova chiesa, realizzata tra il 1993 ed il 1996. Nella stessa chiesa, fin dal febbraio 1995, è stata ripristinata, dopo circa sessant’anni, la processione in onore del titolare parrocchiale, che registra un’ampia partecipazione di fedeli.  Terminata la costruzione della nuova struttura, il 7 giugno 1997 il vescovo Picherri, durante una solenne concelebrazione eucaristica, con i sacerdoti della diocesi, presenti le autorità civili e moltissimi fedeli, celebrò il rito della dedicazione della nuova chiesa parrocchiale intitolandola a San Trifone Martire. La nuova struttura, il 29 maggio 1999, con autorizzazione del Capitolo Cattedrale, ha accolto festosa alcune delle reliquie del santo, martire della Frigia.

 

Trifone Cellamaro

bibliotecario presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana

LA SALA DELLO ZODIACO, Mantova

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La sala dello Zodiaco o del Falconetto (il pittore e architetto Giovanni Maria Falconetto, Verona 1468 – Padova 1535), è il vertice artistico del Museo. Non si conosce né il nome dell’artista né del committente, né il tempo dei lavori né l’uso della sala. Il primo ad occuparsi di questi affreschi fu Corrado Ricci, che datò le pitture tra il 1525/30, eseguite da artisti influenzati da Lorenzo Costa il Vecchio e da Giulio Romano. Il primo studio organico sull’intero ciclo zodiacale è di Paola Moretta e risale al 1918 ed apparve sulla “Rivista d’Arte”. La Moretta attribuiva anch’ella l’opera alla scuola di Lorenzo Costa il Vecchio. L’impresa di individuare il committente degli affreschi fu già affrontata anche da Ercolano Marani. Lo studioso mantovano, partendo dalle parole del Vasari, secondo il quale il Falconetto lavorava a Mantova per il signor Luigi Gonzaga concentrando la propria attenzione sul misterioso personaggio in abito nero e copricapo nero, con tre chiavi strette nella mano sinistra, appoggiato al pluteo del segno del Cancro, ipoteticamente propose dapprima il nome di Benedetto Tosabezzi, proprietario della casa. Quindi lo stesso Marani, scartato ragionevolmente il nome di Luigi Gonzaga della linea di Corrado, si dichiarò incline a ravvisare il Luigi Gonzaga citato dal Vasari in Luigi (o Luigi Alessandro) di Rodolfo Gonzaga, la cui dimora sorgeva tuttavia nella contrada del Grifone ed era costituita dal fabbricato che oggi ospita l’Archivio di Stato e dalla torre dei Gambulini. Luigi aveva ricevuto l’edificio in eredità dal padre Rodolfo e nel primo periodo della sua esistenza lo aveva eletto a sua residenza abituale, chiamando ad abbellirlo il pittore e architetto veronese Giovan Maria Falconetto. Oggi è invece universalmente condivisa almeno l’attribuzione dei dipinti al Falconetto proposta nel 1931 dal Fiocco, che datò l’opera attorno al 1520. Circa la datazione dei dipinti riteniamo di aver stabilito il “terminus post quem”, avendo osservato nel 1984 che due personaggi (uno nel Gemelli e l’altro nell’Acquario) sono stati tratti dall’incisione di Luca di Leida, “La conversione di san Paolo” del 1509. La sala misura misura m 9.70 x 15.40 x 6.30 e presenta le quattro pareti adorne dei segni zodiacali, uno su ciascuno dei lati brevi, cinque su entrambi quelli lunghi, così che i segni opposti si affrontano fra loro: ad Ariete si oppone Libra, a Toro Scorpione, a Gemelli Sagittario, a Cancro Capricorno, a Leone Acquario, a Vergine Pesci. Purtroppo la Libra è stata nascosta da un camino addossato alla parete forse nel XVII sec., ma la raffigurazione che decora la fronte della cappa, ripete probabilmente quella originaria perduta. Al soffitto a cassettoni lignei è ancora infisso il robusto anello di ferro che reggeva il perduto lampadario. Intorno, lungo le pareti, sono cassapanche di epoche diverse, e a destra del tavolo posto di fronte al camino assieme ad alcune sedie è un esempio seicentesco di cassaforte dal complicato meccanismo di chiusura. Aggiungiamo che al centro delle arcate la chiave di volta è costituita da una protome (gorgòneion, ossia una testa di Gorgone, con due serpentelli sporgenti sotto il collo, complicato di due ali, nell’Ariete, o affiancata da due uccelli; testa taurina; maschera teatrale virile comica; testa di Giove Ammone; aquila) che si ripete specularmente nel segno opposto. Inoltre alcuni motivi decorativi dei finti pilastri si ritrovano simili, ad esempio, a Verona, nel portale di via Carlo Cattaneo, 6. Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Le diverse immagini zodiacali, che trovano il modello diretto nell’affresco attribuito al Pinturicchio del palazzo di Domenico della Rovere a Roma (di cui rimangono pochi lacerti), sono state formulate secondo un criterio che si ripete in modo simile nei vari segni. Perlopiù in primo piano la rappresentazione delle diverse attività dei mesi e sullo sfondo un mito classico o una pagina di storia antica, e un’architettura di epoca romana o bizantina. A sinistra o a destra del segno, che campeggia sulle nubi del cielo sotto la chiave di volta delle arcate, un personaggio([Giove in Ariete, Toro, Gemelli, Leone, Vergine, Sagittario, Capricorno; Giunone in Cancro e Scorpione; Giove (?) in Pesci) sporge da sopra l’uno o l’altro dei capitelli per collocare l’animale o altra figura in cielo e farne segno astrale: particolare scomparso nella Libra e assente nell’Acquario, sostituito dal volo di Ganimede verso il cielo sull’aquila di Giove. Le raffigurazioni dei mesi dovettero essere desunte da quelle dei citati affreschi romani, la cui fonte letteraria, da noi individuata e ormai accettata, fu il romanzo bizantino del XII sec. di Eustathios (o Eumathios) Makrembolites, “Ismine e Isminia”.

 

 

(nelle immagini: alcuni segni zodiacali)

Affiancate da fantastiche figure teratomorfiche di grande interesse iconografico adornano la fascia superiore sedici rappresentazioni desunte (tranne il primo, il dodicesimo e il quindicesimo) da miti ovidiani, seminate, come i sottostanti medaglioni dei Cesari corredati di epigrafi, di globuli di cera dorata. Procedendo dalla parete dell’ Ariete (parete settentrionale) verso destra si riconoscono i seguenti miti:
(click sulle foto per ingrandimento)

01 – Pan ebbro e sonnolento portato dai putti e da un satiro.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della prima finestra.

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02 – Giove, mutatosi in toro, rapisce Europa.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra dell’Ariete.

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03 – Il mito di Meleagro (le Parche: Cloto, Lachesi e Atropo, l’una soprintendente alla nascita, l’altra alla vita, la terza alla morte degli uomini) e il piccolo Meleagro con la madre Altea che esibisce il tizzone spento dal quale dipendeva la vita del figlio.
Fregio della parete settentrionale.
Al di sopra della seconda finestra.

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04 – Èneo liba agli dèi dell’Olimpo (ma dimenticandosi di Diana) assieme al figlio Meleagro e alla moglie Altea.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Toro.

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05 – Meleagro uccide il cinghiale calidonio (a quella caccia parteciparono anche i Dioscuri, che cavalcano sullo sfondo), la cui pelle egli avrebbe donato ad Atalanta; sul lato sinistro è raffigurata Diana.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Cancro.

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06 – Altea brucia il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro, reo di averle ucciso i fratelli Ideo, Plesippo e Linceo, che volevano sottrarre ad Atalanta la pelle del cinghiale.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra dei Gemelli.

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07 – Meleagro morente.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra della Vergine.

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08 – Altea getta nel fuoco il tizzone da cui dipendeva la vita del figlio Meleagro.
Fregio della parete orientale.
Al di sopra del Leone.

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09 – Latona tra i figli Diana e Apollo.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della prima finestra.

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10 – Apollo saetta sul monte Sipilo i figli di Niobe, madre di dodici (sei femmine e sei maschi) o di quattordici figli (sette maschi e sette femmine), ma il numero varia, che s’era vantata d’essere più prolifica di Latona, madre di soli due figli.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della Libra.

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11 – Atteone, cacciatore mutato in cervo per aver visto Diana e le compagne al bagno, e sbranato dai suoi stessi cani.
Fregio della parete meridionale.
Al di sopra della seconda finestra.

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12 – Una figura muliebre (derivata dalla statua della Ninfa “alla spina” conservata agli Uffizi), offre un cinghialetto a Venere assisa sul delfino (fraintendimento, secondo lo Schweikhart, del mito di Polifemo che offre un orsetto a Galatea).
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dello Scorpione.

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13 – Cerere o Demetra in cerca della figlia Prosepina rapita da Plutone mentre coglieva fiori sull’Etna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Sagittario.

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14 – Plutone rapisce Proserpina, figlia di Cerere.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra del Capricorno.

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15 – Il trionfo di Bacco e Arianna.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dell’Acquario.

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16 – Apollo con la lira, Marsia legato all’albero, condannato ad essere spellato perché sconfitto dal nume di Parnaso nella gara musicale, e Olimpo, discepolo di Apollo, ma anche ritenuto ora padre ora, ma più spesso, figlio di Marsia, che pianse e seppellì il padre morto.
Fregio della parete occidentale.
Al di sopra dei Pesci.

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studio e ricerca a cura di Lucica Bianchi

fonte: sito ufficiale del Museo D’Arco, Mantova

Quanti pezzi o frammenti della Vera Croce esistono al mondo?

Nicoletta De Matthaeis

articolo pubblicato su “Reliquiosamente

https://nicolettadematthaeis.wordpress.com/about/

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Quanti pezzi o frammenti della Vera Croce esistono al mondo? Molti. Moltissimi. E’ difficile trovare un convento, una basilica o altro luogo sacro che non abbia il suo frammento del lignum crucis, a volte quasi microscopico. Tanto è così che battute tipo: ‘se si mettessero insieme tutti i pezzettini della croce di Cristo sparsi nel mondo, ne verrebbero fuori tantissime croci!’ o altre simili, sono abbastanza diffuse, alla pari che molti altri luoghi comuni. Giovanni Calvino diceva nella sua opera “Traité des reliques” che tutti questi pezzi della croce messi insieme formerebbero da soli l’intero carico di una nave, anche se i Vangeli dicono che questo carico veniva trasportato da un solo uomo!

Però verso la metà del XIX secolo un architetto francese, Charles Rohault de Fleury, che dedicò gli ultimi anni della sua vita all’archeologia cristiana, si prese la briga di prendere in esame uno per uno tutti i frammenti della croce catalogati del mondo, ne calcolò il volume comparando il tipo di legno a cui appartengono. Poi calcolò le misure e il volume che probabilmente poteva aver avuto l’intera croce, a partire da documenti sulla pratica della crocifissione e altri dati come il tipo e la densità del legno per calcolarne il peso, e poi da una reliquia importantissima presente nella cappella delle reliquie della basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma: la pars crucis bonis latronis, ossia il legno trasversale completo che si ritiene appartenuto alla croce di Disma, il Buon Ladrone, crocifisso insieme a Gesù Cristo.

Le misure della Vera Croce quindi sarebbero state di 3 metri per 1,80. Considerando la larghezza e lo spessore  (12 e 5 cm circa) delle due parti della croce, Fleury arrivò alla cosclusione che il volume totale del lignum crucissarebbe stato di 36.000 cm3 circa. Questi calcoli sono stai quasi totalitmente corroborati, molto recentemente, da Michael Hesemann, giornalista e scrittore che ha studiato molto in profondità le reliquie della passione di Cristo.

Sommando il volume di tutti i pezzettini conosciuti superiori a 1 cm3, si arriva a malapena a 4.000 cm3, ossia un po’ più del 10% del volume totale della croce. Sì certo, ne esistono moltissimi altri che sono più piccoli di un centimetro cubo, molti dei quali non sono neanche catalogati perché custoditi in piccoli monasteri o abitazioni private. Però è difficile supporre che tutti questi pezzettini di pochi millimetri messi insieme possano formare più del 90% mancante del volume totale della croce. Fleury ipotizza che al massimo potrebbero triplicare quelli catalogati. Atra cosa è invece la loro autenticità. Ovviamente di falsi in giro ce ne sono, ed è estremamamente complicato verificare la loro provenienza, soprattutto quando si tratta di frammenti molto piccoli e non documentati.

Dei frammenti più importanti esistenti, e considerati autentici, la parte più grande si trova a Roma, ben 571 cm3, poi a Venezia, 476 cm3. Il totale di tutti i pezzi che si trovano in Italia raggiunge quasi un terzo del totale di tutti i frammenti conosciuti. Fra quelli di Roma, possiamo citare i tre grossi pezzi custoditi a Santa Croce in Gerusalemme e la croce di Giustino, che ne contiene due, una magnifica opera di oreficeria del VI secolo recentemente restaurata ed esposta nel tesoro della basilica di San Pietro in Vaticano. Il volume totale di questi 5 frammenti contenuti nelle due stauroteche citate è di circa 185 cm3.

 

 

vedi articolo originale:  

https://nicolettadematthaeis.wordpress.com/2013/01/16/quanti-pezzi-o-frammenti-della-vera-croce-esistono-al-mondo/

Compagnie di pittori a Milano nella seconda metà del Quattrocento e il caso della decorazione della cappella ducale nel Castello di Porta Giovia

Il giornale culturale “I tesori alla fine dell’arcobaleno” è lieto di presentarvi un nuovo collaboratore: Dott.ssa ROBERTA DELMORO.
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico (orientamento storia delle tecniche artistiche con una tesi su Stefano da Verona e Jean d’Arbois) presso l’Università degli Studi di Milano, ha compiuto il master di D.E.A. in Storia dell’Arte Medievale all’Ecole Doctorale d’Histoire de l’Art dell’Università della Sorbona (Paris IV) e la Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il suo ambito di specializzazione di studi verte sull’arte lombarda in età visconteo-sforzesca e sugli scambi artistici con la Francia. Ha esperienza pluriennale di perizie su dipinti e sculture dal Trecento al Novecento, per antiquari e collezionisti privati e un dottorato in storia dell’arte moderna conseguito alla Sapienza, Roma( novembre 2014). Ha frequentato per due anni la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Milano, specializzandosi nella lettura, trascrizione e interpretazione dei documenti antichi (particolarmente nell’ambito notarile tra Trecento e Quattrocento) e nell’indagine paleografica delle iscrizioni.
I Tesori alla fine dell’arcobaleno presenta alcuni articoli e ricerche della dott.ssa Roberta Delmoro, con la gentile concessione dell’autrice.
Abstract 
Alcuni documenti inediti, inerenti i rapporti tra il pittore milanese Ambrogio Zavattari e artisti del suo entorurage, permettono di focalizzare le diverse tipologie contrattuali di società  o compagnie di pittori che si organizzavano a Milano nella seconda metà del Quattrocento: in bottega con società a lungo termine, in occasione di committenze di rilievo con compagnie a breve termine. È il caso, nello specifico, dei patti di società stesi con Luchino Candi da Vercelli, pittore del filone tardogotico, collaboratore in bottega dello Zavattari per diversi anni, e di collaborazione con Leonardo Ponzoni, pittore probabilmente già rinascimentale col quale Ambrogio iniziò a stipulare accordi per le decorazioni della salla nel Palazzo di Luigi Sanseverino, palazzo che si affacciava sulla piazza del Castello di Milano, passato in eredità al nipote Ugone Sanseverino (1466-1468 ca.).

I patti stipulati tra Ambrogio Zavattari e Leonardo Ponzoni per le decorazioni nella sala di Palazzo Sanseverino, che venivano compiute nel corso del trasferimento della corte ducale dall’Arengo Vecchio di Milano al ricostruito Castello, costituiscono un esempio di come, successivamente, possono essersi associati i pittori per l’impresa decorativa della cappella ducale nel Castello di Porta Giovia (1473). Si approfondiscono, nella seconda tranche dell’articolo, sulla base di un’attenta rilettura delle carte d’archivio, e riprendendo in esame alcune foto della cappella prima e dopo i restauri del 1921, 1922-24 (Milano, Civico Archivio Fotografico), le diverse personalità artistiche attive nel ʻgiroʼ della committenza ducale, offrendo in particolare una nuova proposta di lettura per la fisionomia artistica di Zanetto Bugatto, ritrattista ufficiale del quinto duca di Milano, e individuando le tracce per una collaborazione degli Zavattari a tale impresa
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