LA TRADIZIONE ICONOLOGICA NELLA VISIONE DI CESARE RIPA

 

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La cultura cinquecentesca è segnata da un vivo interesse per il mondo dei simboli e da una profonda consapevolezza del potere delle immagini. Il sapiente intreccio tra immagini e parole promuove la nascita e la diffusione di nuovi generi, come gli emblemi o le imprese in cui artisti, letterati, editori fondono diverse competenze e professionalità in forme creative sempre nuove. Allegorie e simboli ricoprono le pareti di palazzi, chiese, ville e castelli. Di tutte queste, il pennello dei pittori offre colori e forme a programmi iconografici coltissimi e misteriosi, spesso ideati dai più eruditi letterati del tempo. I simboli offrono un percorso trasversale e interdisciplinare che illumina e chiarisce molti aspetti vitali e innovativi della cultura cinquecentesca.

L’immagine, come del resto il documento scritto, è un messaggio complesso, e sta alla finezza, all’esperienza e all’abilità dello storico interpretarla, stabilendo con il tempo che l’ha prodotta la necessaria rete di rapporti. Spesso carica di simboli, con un proprio codice di convenzioni interpretative perfettamente comprensibili per i destinatari del tempo, l’immagine non è oggi alla portata di chiunque, proprio nello stesso modo in cui una pagina di un manoscritto latino, ovviamente comprensibile al fruitore medievale alfabetizzato, richiede attualmente, per essere letta e capita, almeno la conoscenza della paleografia e della lingua latina. Per una corretta analisi dell’immagine medievale si devono inoltre conoscere il linguaggio dei gesti, il significato dei simboli, dei colori, della posizione reciproca delle figure e della tradizione iconografica.

L’analisi iconologica, occupandosi di immagini, storie ed allegorie anziché di motivi, presuppone, molto di più che quella familiarità con gli oggetti e gli eventi che acquisiamo per esperienza pratica. Presuppone una familiarità con temi o concetti specifici quali sono trasmessi dalle fonti letterarie, siano esse acquisite medianti pertinenti letture, o per tradizione orale.

L’Iconologia nasce dunque all’interno di quella eruditissima “commenticia”, che aveva prodotto durante il Cinquecento una cultura dalla citazione erudita. Le supreme immagini inventate dai massimi poeti Virgilio, Ovidio, Petrarca, si affiancano alle produzioni elementari di una macchina visiva sferzata a produrre integrazioni e raccordi. Fondamentale per questo ramo della Storia dell’Arte è il volume di Cesare Ripa (1555?-1622), Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi, pubblicata nel 1593 a Roma dagli eredi di Giovanni Gigliotti.

 

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Nell’Iconologia Ripa offre ai suoi lettori un utile repertorio di immagini simboliche. Il suo interesse si mantiene tutto sul piano dell’ideazione allegorica e il suo punto di vista unisce in un’unica prospettiva oggetti antichi e ideazioni moderne sul terreno comune dell’invenzione letteraria.

“Le Immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l’occhio, non hanno altra più certa ne più universale regola, che l’imitazione delle memorie, che si trovano ne’ Libri, nelle medaglie e ne’ Marmi intagliate per industria de’ Latini, e de’ Greci, o di quei più antichi, che furono inventori di questo artifitio”.(Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”, edizione pratica a cura di Piero Buscaroli,2 volumi, Torino, Fogola Editore,1986; Segnature in Ambrosiana: S.O.O.XX 1523/1524

Nel testo della nota al lettore, E.H.Gombrich mette in grande rilievo le parole di Ripa:(Ernst H. Gombrich, Icones Symbolicae: The Visual Image in Neo-Platonic Thought, “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 11, 1948), esponendo i  principi che guidano la costruzione di allegorie: un metodo di definizione visiva collocato nell’orbita della logica e della retorica aristoteliche. Secondo un processo razionale, è possibile costruire le immagini allegoriche attraverso la combinazione di attributi con gli stessi processi con cui si costruiscono le metafore. È interessante notare come per Ripa questa codifica per immagini sia non solo razionale e priva di un fascino esoterico ma anche in ogni modo arbitraria:

“Et mi par cosa da osservarsi il sottoscrivere i nomi, ……, perché senza la cognitione del nome non si può penetrare alla cognitione della cosa significata”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

L’origine del nome Iconologia deriva da 2 parole Greche: Icon che significa “immagine”, e logia con significato di “parlamento”.

“(…) finché altro non vuol dire Iconologia che ragionamento d’Immagini perché in quella si descrivono infinite figure esplicate con saggi e dotti discorsi, da quali si rappresentano le bellezze delle Virtù e le bruttezze dei Vizi (…)”. (Iconologia di Cesare Ripa, ”La torre d’avorio”)

La novità è che Ripa apre la compilazione al terreno inesplorato delle immagini allegoriche, ponendo in termini di estrema chiarezza la tendenza cinquecentesca a considerare l’immagine un linguaggio a tutti gli effetti. La moderna inclinazione ad eliminare le parti erudite colpisce dunque al cuore l’intima essenza dell’opera nel suo progetto originario, ma dà anche espressione alla radicale e continua trasformazione di un testo che ha saputo per secoli rispondere alle esigenze sempre nuove dei suoi diversi lettori.

Non conosciamo molto della vita di Cesare Ripa. Già nella prefazione all’edizione perugina dell’Iconologia del 1764, Cesare Orlandi sottolineava la scarsità di informazioni biografiche sul letterato anche nelle fonti del XVII secolo a lui contemporanee. Nonostante la grandissima fama dell’opera che lo rese famoso, l’Iconologia, Ripa rimase infatti un personaggio dai contorni biografici sfumati, al punto che fu messa in dubbio perfino l’autenticità del suo nome. In un documento del XVII secolo dedicato agli accademici intronati di Siena redatto da Uberto Benvoglienti, si suggeriva infatti di considerare il nome Cesare Ripa come pseudonimo di Giovanni Campani. La questione è stata definitivamente risolta solo dopo il ritrovamento dei cosiddetti “Stati d’anime della parrocchia di Santa Maria del Popolo” che attestano la presenza del letterato a Roma tra il 1611 e il 1620, confermando la veridicità del suo nome.(Chiara Stefani, Cesare Ripa: New Biographical Evidence, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», Vol. 53, 1990, appendix III).

Sappiamo che Cesare Ripa nacque a Perugia intorno al 1555 e che morì a Roma in condizioni di estrema povertà nel 1622. Non conosciamo particolari sulla sua formazione e istruzione, mentre è possibile documentare il suo rapporto con alcune accademie letterarie come quella dei Filomati e Intronati e con quella di Siena, dedite allo studio dell’antiquaria e dei classici greci e latini, e quella degli Insensati di Perugia, con cui continuò ad avere rapporti anche dopo la sua partenza dalla città natale. Ancora molto giovane si recò infatti a Roma per lavorare alla corte del cardinale Antonio Maria Salviati, dove venne assunto come trinciante, cioè come addetto a tagliare le vivande durante i banchetti, un ruolo che implicava anche il compito di intrattenere la raffinata cerchia degli ospiti del cardinale con doti di colta eloquenza. Nel 1592 il cardinale Salviati divenne consigliere personale del papa Clemente VIII. La sua corte era frequentata da letterati ed eruditi. Tramite il suo autorevolissimo patrono, Ripa ebbe dunque rapporti con intellettuali e antiquari come Zaratino Castellini, Fulvio Mariottelli, Pier Leone Casella, Marzio Milesi, Porfirio Feliciani e con esponenti dell’Accademia degli Insensati a sua volta intrecciata con quella di S. Luca.

Durante gli anni vissuti presso il Salviati, usufruendo delle colte amicizie e della ricca biblioteca del cardinale, Ripa compose l’Iconologia, che fu pubblicata per la prima volta a Roma nel 1593. Il grande successo dell’opera convinse Ripa ad ampliare e ripubblicare una seconda edizione dell’Iconologia nel 1603 con l’importante novità di un ricco apparato illustrativo. Nel frontespizio dell’edizione lo scrittore poté fregiarsi del titolo di “Cavaliere de’ Santi Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII, il 30 marzo 1598.

“Con Ripa alla mano”- scrive Emile Male, ”si può spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano i palazzi e le chiese di Roma. E non di Roma soltanto”.(Emile Male,l’Art religieux après le Concile de Trente, Parigi, Colin, 1932)

Nelle arti plastiche si ebbero cosi due tematiche parallele, soggetti biblici e soggetti mitologici, soggetti sacri cristiani e leggende pagane. Gli autori classici Ovidio e Virgilio fecero testo per i pittori e i scultori. Questo ramo della tematica ricevette il massiccio impulso che ne fece Cesare Ripa con la sua Iconologia, opera non tanto utile quanto necessaria a Poeti, Pittori e Scultori.

 

 

 

 

Biblioteca Ambrosiana, Salone Pio XI, sala di lettura.

(fonte: G. Galbiati,” Itinerario dell’Ambrosiana”)

“Si entra nel SALONE PIO XI, grande sala di consultazione, con la statua in bronzo di Pio XI (1927), di Enrico Quattrini, a cui fa sfondo la Patrologia greca e latina del Migne nella sua intera collezione, e con il busto in marmo di Pio XII (1941) di Michele de Benedetti. Inoltre, la sala di consultazione è corredata da 8 statue in terracotta, rappresentanti: la Grammatica, la Retorica, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la Matematica, l’Astronomia e la Medicina, opere dello scultore lombardo Dionigi Bussola. Datate 1670, le 8 statue, alcune con atteggiamenti accademici, altre convenzionali o perfino “statiche”, denotano comunque un livello artistico assai dignitoso.”

Poste 2 a 2 su ogni lato dei 4 muri della sala di lettura, le statue esprimono un andamento sicuro ed elegante. L’interpretazione iconologica che diamo alle statue riprende in gran parte i significati allegorici che troviamo nell’Iconologia del Cesare Ripa. In seguito, partendo dall’entrata nella sala e procedendo in senso orario, diamo brevemente le trascrizioni delle simbologie delle statue con riferimento al testo del Ripa.(Cesare Ripa, Iconologia, “La Torre d’Avorio”)

Filosofia. Donna giovane e bella, in atto d’aver gran pensieri, ricoperta con un vestimento stracciato in diversi parti, talché n’apparisca la carne ignuda in molti luoghi, conforme al verso di Petrarca, usurpato dalla plebe che dice: “Povera e nuda vai Filosofia”.

Giurisprudenza (Legge). La Legge si assomiglia ad una Matrona venerabile. Siccome la Matrona governo e conserva la famiglia, la Legge conserva e conserva la Repubblica.

Matematica. Donna di mezz’età, vestita di velo bianco e trasparente, con ali alla testa, le treccie siano distese giù per le spalle, con un compasso nella destra mano, mostri di misurare una tavola segnata d’alcune figure e numeri,(…) con l’altra mano terrà una palla grande figurata per la terra.

Astronomia. Donna vestita di color pavonazzo tutto stellato, con il viso rivolto al cielo, che con la mano destra tenga un Astrolabio e con la sinistra una tavola ove siano diverse figure astronomiche.

Medicina. Donna attempata, in capo avrà una ghirlanda d’alloro, nella mano destra terrà un gallo e con la sinistra un bastone nodoso con attorno un serpente. Il bastone tutto nodoso significa la difficoltà della Medicina e il serpente fu insegna di Esculapio, Dio della Medicina.

Grammatica. Donna che nella destra mano tiene un breve scritto in lettere latine le quali dicono: “Vox litterata ed articolata debito modo pronunciata”, e nella mano sinistra una sferza.

Retorica. Donna bella, vestita riccamente, con nobile acconciatura di testa, mostrandosi allegra e piacevole, terrà la destra mano alta e aperta, e nella sinistra uno scettro e un libro portando nel lembo della veste scritte queste parole. “Ornatus persuasio”

Teologia. Donna con la faccia rivolta al cielo, sta a sedere sopra un globo pieno di stelle, tenendo la mano destra al petto e la sinistra stesa verso la terra(…).

 

Il mio sentito ringraziamento va a Trifone Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana per il suo sostenuto appoggio e gentile disponibilità nella ricerca e raccolta delle fonti necessarie per la stesura dell’articolo.

Lucica Bianchi

IL TESORO DI PIETROASA

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The Pietroasele Treasure (or the Petrossa Treasure) found in Pietroasele, Buzău, Romania, in 1837, is a late fourth-century Gothic treasure that included some twenty-two objects of gold, among the most famous examples of the polychrome style of Migration Period art. Of the twenty-two pieces, only twelve have survived, conserved at the National Museum of Romanian History, in Bucharest: a large eagle-headed fibula and three smaller ones encrusted with semi-precious stones; a patera, or round sacrificial dish, modelled with Orphic figures surrounding a seated three-dimensional goddess in the center; a twelve-sided cup, a ring with a Gothic runic inscription, a large tray, two other necklaces and a pitcher. Their multiple styles, in which Han Chinese styles have been noted in the belt buckles, Hellenistic styles in the golden bowls, Sasanian motifs in the baskets, and Germanic fashions in the fibulae, are characteristic of the cosmopolitan outlook of the Cernjachov culture in a region without defined topographic confines.


More about the treasure and the bowl at http://www.videoguide.ro/tezaurul-ist… und http://romanianhistoryandculture.webs.

Il Tesoro di Pietroasele (o Tesoro di Petrossa), ritrovato nel 1837 a Pietroasele,Romania, risale al IV secolo ed è composto di ventidue oggetti gotici comprendenti alcuni manufatti in oro. È considerato uno dei migliori esempi di stile policromo di arte barbarica.

Il tesoro originale, scoperto all’interno di un tumulo noto come Istriţa, nei pressi di Pietroasele, Romania, consisteva di 22 pezzi, compreso un grande assortimento di oggetti in oro, piatti e coppe oltre alla gioielleria, e due anelli completi di iscrizioni runiche. Quando fu scoperto, gli oggetti erano tenuti insieme da una non identificata massa scura, il che porta a credere che il tesoro sia stato ricoperto da qualche genere di materiale organico (ad esempio tessuti o pelle) prima di essere interrato. Il peso totale del tesoro era di circa 20 kg.

Dieci oggetti, tra cui uno dei due anelli, furono rubati poco dopo il ritrovamento. Quando i restanti oggetti furono ritrovati, si scoprì che l’altro anello era stato tagliato in almeno quattro parti da un orafo di Bucarest, ed uno dei caratteri runici era irrimediabilmente rovinato. Fortunatamente sono sopravvissuti dei disegni dettagliati, un calco in gesso ed una fotografia fatta dall’Arundel Society di Londra, il che ha permesso di stabilire l’identità del carattere perduto con relativa sicurezza.

Gli oggetti rimasti nella collezione mostrano un’altra qualità dell’artigianato, tanto che gli studiosi dubitano che gli oggetti abbiano origini locali. Isaac Taylor (1879), in uno dei suoi primi lavori parla della scoperta, ipotizzando che gli oggetti potrebbero rappresentare parte di un bottino recuperato dai Goti durante le scorribande in Mesia e Tracia (238-251). Un’altra delle prime teorie, probabilmente la prima proposta da Odobescu (1889) e ripresa da Giurascu (1976), identifica Atanarico, re pagano dei Tervingi, come probabile originario proprietario del tesoro, presumibilmente acquisito grazie al conflitto con l’imperatore romano Valente nel 369. Il catalogo Goldhelm (1994) suggerisce l’ipotesi che gli oggetti possano essere visti come un regalo fatto dai capi romani ai principi germanici alleati.

Recenti studi mineralogici svolti sugli oggetti indicano almeno tre differenti origini geografiche per l’oro utilizzato: Urali meridionali, Nubia(Sudan) e Persia. L’ipotesi dell’origine Dacia per l’oro è stata esclusa. Nonostante Cojocaru (1999) rifiuti la possibilità che monete romane siano state fuse e forgiate per dare vita a questi oggetti, Constantinescu (2003) giunge alla conclusione opposta.

Una comparazione della composizione mineralogica, delle tecniche di fusione e forgia, ed analisi tipologiche indicano che l’oro venne usato per creare le iscrizioni runiche all’interno dell’anello, classificate come celto-germaniche, non è puro come quello usato solitamente dai greco-romani, né quello in lega usato per gli oggetti germanici. Questi risultati sembrano indicare che almeno parte del tesoro (tra cui l’anello) venne creato con oro estratto nel nord della Dacia, e potrebbe quindi rappresentare oggetti in possesso dei Goti prima della migrazione verso sud (appartenenti alla Cultura di Cernjachov). Dato che queste ipotesi possono sembrare dubbie per la tradizionale teoria dell’origine romano-mediterranea dell’anello, ulteriori ricerche sono necessarie prima di dichiarare con certezza da dove proviene il materiale usato per la costruzione.

Come per molti altri ritrovamenti dello stesso tipo, resta incerto il motivo per cui gli oggetti siano stati posti nel tumulo nonostante siano state avanzate ipotesi plausibili. Taylor afferma che il tumulo in cui sono stati ritrovati gli oggetti era probabilmente la sede di un tempio pagano, e che secondo l’analisi delle iscrizioni rimaste faceva parte di un’offerta votiva che farebbe pensare ad un paganesimo ancora attivo. Nonostante questa teoria sia stata ignorata per molto tempo, le recenti ricerche,  hanno dimostrato che tutti gli oggetti rimasti hanno un “carattere decisamente cerimoniale”. Particolarmente importante è la patera decorata con disegni di divinità probabilmente germaniche.

L’ipotesi secondo cui gli oggetti sarebbero di proprietà di Atanarico suggerisce l’idea che l’oro fosse stato sepolto nel tentativo di nasconderlo agli Unni, che avevano sconfitto i Grutungi a nord del Mar Nero, iniziando a spostarsi nel 375 verso la Dacia abitata dai Tervingi. Resta comunque incerto il motivo per cui l’oro sia rimasto sepolto, dato che il trattato di Atanarico con Teodosio I (380), gli permise di assicurare al suo popolo la protezione dei Romani prima della sua morte, avvenuta nel 381. Altri ricercatori hanno suggerito che il tesoro fosse appartenuto ad un re ostrogoto che Rusu (1984) identifica con Gainas, generale gotico dell’esercito romano ucciso dagli Unni attorno al 400. Nonostante questo possa spiegare il motivo per cui il tesoro non sarebbe stato dissotterrato, non spiega perché un vistoso tumulo sia stato scelto per contenere un così ricco tesoro.

Sono state ipotizzate numerose datazioni per la sepoltura del tesoro, spesso derivate da considerazioni riguardo l’origine degli oggetti stessi ed il tipo di sepoltura, nonostante l’iscrizione sia stato uno dei fattori più importanti. Taylor considera un intervallo tra il 210 ed il 250. Studi più recenti hanno portato gli studiosi a spostare leggermente in avanti la datazione. Coloro che sostengono l’ipotesi di Atanarico parlano della fine del IV secolo, data proposta anche da Constantinescu, mentre Tomescu data il tesoro all’inizio del V secolo.

Dei ventidue pezzi, solo dodici sono sopravvissuti, conservati oggi presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest: Una grande fibula con testa d’aquila e tre più piccole, tutte tempestate di pietre semi-preziose; una patera o piatto sacrificale, modellato con figure orfiche, che circondano una dea tridimensionale seduta; una coppa a dodici lati, un anello con un’iscrizione runica gotica, un grande vassoio, due collane ed una brocca.

I loro molteplici stili comprendono caratteristiche tipiche della dinastia Han cinese (fibbie per cinture), dell’Ellenismo (bocce in oro), motivi Sasanidi (cesti) e aspetti germanici(fibule). Questa varietà è tipica dell’aspetto cosmopolita della cultura di Cernjachov, in una regione senza confini topografici definiti.(approssimativamente odierna Ucraina e Bielorussia).

Quando Alexandro Odobescu pubblicò il suo libro sul tesoro, affermò che questo magnifico lavoro sarebbe potuto appartenere solo ad Atanarico (morto nel 381), capo dei Tervingi, uno dei popoli Goti. I moderni archeologi non sono in grado di collegare il tesoro a questo nome altisonante.

Il tesoro venne mandato in Russia nel dicembre 1916, quando l’esercito tedesco avanzò attraverso la Romania durante la prima guerra mondiale, e venne restituito solo nel 1956.

Lucica Bianchi

Note, fonti e bibliografia

La fotografia della Arundel Society, rimasta sconosciuta agli studiosi per circa un secolo, venne ripulita da Bernard Mees nel 2004.Cfr. Mees (2004:55-79). Per altre informazioni sulle prime vicende del ritrovamento, vedere Steiner-Welz (2005:170-175)

Taylor (1879,80) scrisse: “Il grande valore intrinseco dell’oro sembra indicare una provenienza di bottino di una grande vittoria e potrebbe trattarsi del saccheggio del campo dell’imperatore Decio, o del riscatto della ricca città di Marcianopoli”. Per altri studi sull’iscrizione vedere Massmann (1857)

Op.cit. Odobescu (1889), Giurascu (1976), Constantinescu (2003), Tomescu (1994)

Constantinescu (2003) descrive l’oggetto come “una patera con rappresentazioni di dei pagani (germanici)”. Analizzando l’immagine della patera Todd (1992) scrive: “al centro si trova una figura femminile su un trono circolare, con un calice nelle mani a coppa. Il fregio circolare rappresenta un gruppo di divinità, alcune in vesti classiche, altre con attributi più tipici dei pantheon germanici. Un potente dio maschio brandisce mazza e cornucopia, e siede su un trono dalla forma di testa di cavallo, ed è probabilmente più accostabile a Donar che ad Ercole. Un guerriero eroico in armatura completa, e con tre nodi nei capelli, è chiaramente un importante dio barbaro, mentre un trio di divinità femminili rappresenta probabilmente le Disir. Anche la dea seduta che presiede l’intero insieme non è facilmente classificabile come classica. Piuttosto sarebbe da vedere come una madre barbara degli dei”. (Fotografie della patera sono osservabili qui e qui.)

Michael Schmauder, Richard Corradini, The Construction of Communities in the Early Middle Ages: Texts, Resources and Artifacts, dicembre 2002

Alexandru Odobescu, Le trésor de Petrossa: Étude sur l’orfèvrerie antique, Parigi-Lipsia, J. Rotschild, 1889

Joseph Campbell, The Masks of God: Creative Mythology, 1968

M. Rusu, Cercetãri Arheologice, 1984

Herbert Kühn, Asiatic Influences on the Art of the Migrations, Parnassus

Avram Alexandru, Goldhelm, Schwert und Silberschätze: Reichtümer aus 6000 Jahren rumänischer Vergangenheit, Francoforte sul Meno, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 1994

Malcolm Todd, The Early Germans, Blackwell Publishing, 1992

Dorina Tomescu, Der Schatzfund von Pietroasa, 1994, Goldhelm, Schwert und Silberschätze, Sonderausstellung Schirn Kunsthalle, 230–235, Francoforte

CASTELLO DI SAMMEZZANO

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Il CASTELLO DI SAMMEZZANO, Leccio,comune di Reggello, a circa trenta chilometri da Firenze. Un capolavoro che nei secoli ha visto il passaggio, al suo interno, di Carlo Magno, della famiglia fiorentina dei Gualtierotti, dei Medici, degli Ximenes d’Aragona e dei Panciatichi. Sembra che il Castello di Sammezzano abbia ospitato al suo interno, nel 780, Carlo Magno accompagnato dalla moglie e dal figlio ma anche il Re Umberto I. Molti secoli più tardi l’edificio passò in mano alla famiglia fiorentina dei Gualtierotti fino al 1488. Successivamente passò tra le proprietà di Bindo Altoviti e tra quelle di Giovanni de’ Medici. Nel 1564 il Granduca Cosimo I creò la cosidetta bandita di Sammezzano, un vasto territorio corrispondente a gran parte dell’attuale territorio del comune di Reggello, all’interno del quale era proibito pescare o cacciare senza permessi. Cosimo I lo donò poi al figlio Ferdinando, futuro Granduca. Nel 1605 il castello di Sammezzano fu acquistato dagli Ximenes d’Aragona e passò poi in eredità nel 1816 ai Panciatichi. L’aspetto attuale del Castello, lo si deve a Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, nella duplice veste di committente ed architetto che, dal 1853 donò all’edificio lo stile moresco. Infatti la facciata ricorda molto il Taj Mahal e all’interno, le sale decorate da stucchi, sono ispirate all’Alhambra di Granada. Anche la Casa Guardia situata nel parco di Sammezzano, è stata progettata sempre dal Panciatichi mantenendo lo stile del castello.All’interno del castello sono presenti 365 sale, una per ogni giorno dell’anno. Tra le sale troviamo la Sala Bianca, la Galleria fra la Sala degli Specchi e l’ottagono del Fumoir, la Sala dei Pavoni, dei Gigli, delle Stalattiti, dei Bacili spagnoli, degli Amanti e anche una piccola cappella. In questi spazi, concatenati e ampi, si nascondono nicchie, angoli e aperture. E ancora finestre, colonne e percorsi labirintici. Ma anche capitelli, archi, volte a ventaglio e cupole. Ogni stanza è diversa dall’altra, nessuna si ripete e mostra la propria originalità.

 

 

 

Lucica Bianchi

LA DONNA DI SCARLOTTA

 

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John Atkinson Grimshaw, Elaine,1877,collezione privata

“The lady of Shalott” è un poema romantico scritto dal poeta inglese Alfred Tennyson. Come altri poemi iniziali dell’autore – Sir Lancelot and Queen Guinevere e Galahad – questo rielabora il soggetto arturiano basato su fonti medievali e introduce alcuni temi che si realizzeranno con maggiore compiutezza in Idilli del re dove viene raccontata la leggenda di Elaine.Il poema, del quale Tennyson scrisse due versioni, una nel 1833, composta di venti strofe, e una nel 1842 di diciannove strofe, è basato probabilmente su una storia di Thomas Malory: La Morte d’Arthur, riguardante Elaine di Astolat, una donna che si innamora di Lancillotto, ma muore di dolore non potendo essere corrisposta. In ogni caso lo stesso Tennyson affermò che il poema era basato su una novella italiana del tredicesimo secolo intitolata Donna di Scalotta, incentrata sulla morte della ragazza e sulla sua accettazione a Camelot piuttosto che sul suo isolamento nella torre e sulla sua decisione di partecipare al mondo esterno, due elementi non menzionati nella Donna di Scalotta.
La donna del poema di Tennyson vive in una torre sull’isola di Shalott, in un fiume vicino a Camelot. È vittima di una maledizione: è destinata a morire non appena avrà guardato verso Camelot. Così guarda all’esterno attraverso uno specchio, e tesse ciò che vede in una tela magica. Sebbene sia tentata dall’osservare la vita reale che c’è fuori dalla sua finestra, sa che se lo facesse andrebbe incontro alla fine della propria vita. Un giorno, tuttavia, vedendo Lancillotto attraverso il suo specchio, capisce come non era mai successo prima quanto è stanca della sua esistenza, destinata com’è a guardare il mondo solamente attraverso ombre e riflessi.La Dama di Shalott soccombe così alla tentazione e guarda direttamente fuori mentre Lancillotto cavalca sotto la torre cantando, e i suoi occhi si appoggiano su Camelot.A questo punto lascia la torre, trova una barca sopra la quale scrive il suo nome, e si lascia trasportare verso Camelot, lungo il fiume, cantando una canzone triste e spegnendosi cantando.

 

Lucica Bianchi

 

Graffiti , arte e disperazione.

Avatar di alicenopenguinsincalifornia

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Qual è il primo cartello stradale dove mettereste per rabbia il vostro nome pasticciando il cartello se in un paese non vi volessero ? Forse un divieto di accesso ?

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Keith Haring , grande writer e pittore poi, morto giovanissimo

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Contemporary Art Auction
Jean Michel Basquiat , grande writer e pittore, morto giovanissimo

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suburban leftovers

Abito in provincia di Milano in uno di quei paesotti della cintura suburbana che hanno visto negli anni 60 esplodere industria ed edilizia selvaggia e aumentare con l’immigrazione prima veneta e bergamasca e poi meridionale la popolazione di  più dieci volte in una cinquantina d’anni.

I segni del degrado e della speculazione edilizia sono evidentissimi, molto più che in comuni relativamente più lontani dalla città .

Adesso si è aggiunta anche l’immigrazione straniera , ancora più disperata di quella interna e la crisi economica picchia duro su tutti i ceti meno abbienti , soprattutto sui giovani.

Nei primi anni 70 ebbi…

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L’UMANITA’ DI CRISTO NELL’ESTETICA RINASCIMENTALE

http://www.ambrosiana.eu/…/Ar…/20141119_III-Lettura_Arte.pdf

 

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Mercoledì 26 novembre giunge il terzo appuntamento con le Letture d’arte presso la Pinacoteca Ambrosiana.
Il tema dell’incontro vede il Rinascimento vestirsi di raffinati contenuti cristologici, indagati dalla storica dell’arte Federica Spadotto nella prospettiva del confronto.
I codici estetici di questo fondamentale periodo verranno messi in relazione con gli omologhi medioevali ed i futuri esiti controriformisti, in una prospettiva d’indagine iconologica densa di fascino e significati « non sospetti ».
L’ampio excursus attraverso i capolavori di Bramantino, Bernardino Luini e Tiziano conservati nella Pinacoteca, si accompagnerà al confronto con esemplari nordici contemporanei, nello spirito di un redivivo classicismo pervaso di cristianità.
Presiede Mons. Franco Buzzi, Prefetto dell’Ambrosiana.
http://www.ambrosiana.eu/cms/letture_d_arte-2317.html
Segreteria di progetto « Letture d’arte »
(dr. Fabrizio Dassie)
Informazioni:
letturearteambrosiana@gmail.com

 

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BRAMANTINO, Madonna col Bambino, Santi Ambrogio e Michele, Pinacoteca Ambrosiana

 

 

LA SALIERA DI FRANCESCO I

 

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Benvenuto Cellini,Saliera di Francesco I,1540-1543,ebano, oro e smalto,Kunsthistorisches Museum, Vienna

LA SALIERA DI FRANCESCO I è un’opera scultorea in ebano, oro e smalto, realizzata da Benvenuto Cellini al tempo del suo soggiorno in Francia, tra il 1540 e il 1543. Di piccolo formato (è alta 26 cm), è considerato universalmente il capolavoro d’oreficeria dell’artista.In Francia, Cellini trascorse uno dei momenti più prolifici e sereni della sua esistenza. Rassicurato da una presenza così colta e disponibile come quella di re Francesco I,sempre pronto a fornire materiali preziosi come il bronzo o l’argento per accontentare i bisogni artistici del nuovo arrivato, Cellini era consapevole di vivere un momento che mai avrebbe potuto ripetersi.Il progetto iniziale della saliera era tuttavia di parecchi anni antecedente al soggiorno francese dell’artista. Cellini ricevette infatti una commissione simile dal cardinale Ippolito d’Este che aveva richiesto allo scultore una saliera “che avrebbe voluto uscir dall’ordinario di quei che avean fatto saliere”. Per indirizzarlo sul tema, il cardinale avrebbe interpellato due colti letterati come Luigi Alamanni e Gabriele Cesano affinché potessero consigliargli l’iconografia più opportuna.Benvenuto, sebbene leggermente influenzato da alcuni suggerimenti del Cesano, finì col progettare l’opera interamente da solo, ribadendo il concetto di “fare”, tipico degli artisti, contrapposto all’astratto “dire” dei letterati. L’artista eseguì quindi un modello in cera della saliera, purtroppo a noi non pervenuto, che avrebbe suscitato la meraviglia del cardinale e dei suoi consiglieri. Ippolito, stupito dalla complessità dell’invenzione, rifiutò di mettere in pratica un simile progetto, giudicandolo troppo costoso e meritevole solo di un committente come Francesco I.

 

 

 

(notizie tratte da articoli di giornali dell’epoca)

“Il 2 maggio 2003 il Kunsthistorisches Museum di Vienna subì un furto clamoroso: durante la notte i ladri riuscirono a raggiungere dal tetto, attraverso un’impalcatura, il primo piano dell’edificio, a entrare nelle sale eludendo il sistema di allarme e a trafugare indisturbati una fra le opere più importanti lì custodite: la Saliera d’oro di Benvenuto Cellini.
Il prezioso oggetto, progettato nel 1540 per il cardinale Ippolito d’ Este ma realizzato solo tre anni dopo alla corte del re Francesco I di Francia, è considerato uno dei capolavori della scultura rinascimentale e l’unica oreficeria del maestro italiano giunta fino ai nostri giorni.
A causa della notorietà della scultura e del fatto che altre importanti opere d’arte collocate nella stessa sala erano state ignorate dagli intrusi si pensò immediatamente a un furto su commissione, ideato da un collezionista senza scrupoli, oppure organizzato da una banda di malviventi per estorcere denaro; in effetti qualche mese dopo i mezzi d’informazione diffusero la notizia dell’arrivo di una lettera contenente una richiesta di riscatto unita a polvere d’oro grattata dal capolavoro.
E’ però passato molto tempo dal misterioso furto e nel museo la teca che dovrebbe accogliere la Saliera è ancora vuota.”

20 gennaio 2006 “E’ stato ritrovato un pezzo della famosa saliera.Si tratta di un tridente mobile che decora l’opera che quindi, secondo gli esperti, potrebbe non esser stata danneggiata.In una conferenza stampa il responsabile delle indagini Michael Braunsperger ha spiegato che esiste da ottobre un contatto con gli autori del furto, contatto tenuto finora segreto.I ladri hanno chiesto un grosso riscatto : 10 milioni di euro.Proprio in occasione del “contatto” era stato fatto ritrovare il pezzo dell’opera : era abbandonato in un sacchetto per surgelati dietro un pannello elettrico in un parco di Vienna.Ci sarebbe un identikit di un uomo coinvolto nella vicenda.”

22 gennaio 2006“Ritrovata la saliera.E’ stata recuperata ieri dalla polizia viennese la saliera d’oro di Benvenuto Cellini. La Polizia ha rinvenuto la saliera in una scatola sepolta in un bosco vicino a Zwettl, nei dintorni di Vienna.E’ stata fermata una persona sospettata del furto.Il valore stimato della saliera è di 50 milioni di euro, il riscatto richiesto era stato di 10 milioni di euro.”

 

Lucica Bianchi

IN BICI DALLA VALTELLINA AL MAR CASPIO

 

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TALAMONA 13 novembre 2014 riapre la serie dei viaggi in biblioteca

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RESOCONTO DI DUE VIAGGI AVVENTUROSI, INNO ALLA LIBERTA’ E AL PIACERE DELLA SCOPERTA

Dopo il grande successo della prima edizione e dopo molte traversie e disguidi nella passata stagione, rieccoci finalmente qui questa sera alla casa Uboldi a partire dalle ore 20.45 con la seconda edizione dei viaggi in biblioteca, uno degli eventi che ha contribuito maggiormente a far avvicinare il pubblico alla biblioteca e a renderla viva. Ad aprire i battenti presentando il primo viaggio della nuova edizione sono stati Fabio Fanoni e Andrea Caocinati che hanno voluto dare un assaggio delle loro traversie al pubblico attraverso uno sketch. Hanno finto di essere in un bar e di non riuscire a farsi capire dalla cameriera. È a questo punto che è entrata in scena Simona Duca ex assessore alla cultura e da sempre presentatrice degli eventi della biblioteca, che anche questa sera ha introdotto brevemente gli ospiti lasciandogli poi immediatamente tutto lo spazio necessario. In realtà questa sera Fabio e Andrea hanno presentato due viaggi o meglio uno stesso viaggio in due tempi. La prima parte di questo viaggio risale al 2010 ed è stata compiuta da Fabio in compagnia di Emanuele Rusconi, da Sondrio ad Istanbul, mentre la parte effettuata con Andrea ha avuto luogo lo scorso anno e da Istanbul si è arrivati sino in Azerbaijan. Andrea e Fabio hanno definito il loro viaggio cicloturistico sottolineando la parte importante che ha avuto la componente avventurosa e l’utilizzo della bicicletta, un tipo di viaggio che richiede una certa preparazione atletica, ma anche geografica dei luoghi e dei percorsi da svolgere nonché naturalmente un grande spirito di adattamento. Un viaggio che ricalca in parte quello effettuato da Rumiz Rigatti e Altan nel 2000. Un viaggio effettuato seguendo strade poco trafficate e percorsi fuori mano. Del resto anche la meta è di gran lunga molto al di fuori del solito circuito turistico. L’Azerbaijan è una repubblica caucasica affacciata sul Mar Caspio (che poi sarebbe un lago, il più grande del Mondo ed è chiamato mare appunto solo in virtù della sua estensione). Un viaggio che parte da Piazza Garibaldi a Sondrio e arriva all’Aprica seguendo la direzione di Carona  per prendere poi la decauville che da Caprinale porta all’imbocco della val Belviso. Un viaggio dove le avventure gli imprevisti e la componente rocambolesca si fanno sentire fin da subito. I nostri eroi si sono infatti persi nei boschi di quella zona, ma hanno anche avuto l’opportunità di fare qualche incontro interessante. A Edolo hanno incontrato Jan, un altro ciclista avventuroso in giro per l’Europa da un paio di mesi. Giunti in Veneto hanno costeggiato Bassano del Grappa, un borgo sulle rive del Brenta che conserva parecchie memorie della Grande Guerra e giacché c’erano hanno pensato di fare una piccola deviazione a Venezia dopo aver costeggiato il Brenta fino a Piovego, nei pressi di Padova. Peccato che Venezia non è una città per ciclisti: canali e scalini senza nemmeno una rampa apposita, turisti incuriositi e divertiti, ma almeno la cena rimediata a base di patate. “ho capito a quel punto perché un ragazzo che avevamo incontrato pochi chilometri più indietro quando gli abbiamo raccontato il nostro viaggio e gli abbiamo detto che volevamo andare in direzione di Venezia si è messo a ridere” ha detto Fabio che poi ha continuato il racconto “L’indomani proseguiamo di nuovo verso Est, cercando il più possibile di evitare le strade secondarie, anche se non sempre ci siamo riusciti”. Verso est i nostri giungono ad Aquileia città romana che ebbe un pessimo incontro ravvicinato con Attila, re degli Unni e flagello di Dio e qui in questa città ricca di storia, incontrano Tonio “cicloturista solitario, partito dalla Spagna e diretto a Istanbul. Lui aveva in programma di seguire la costa fino a Dubrovnik e allora ci siamo dati appuntamento a Istanbul. Siamo arrivati un giorno prima di lui. Era così contento del suo carrellino che lo chiamava “el puta de carro”. Gli ultimi chilometri in territorio italiano ci portano a Trieste, dove salutiamo definitivamente il mar Mediterraneo” ed anche l’Italia perché a questo punto i nostri fanno il loro ingresso in Slovenia. “Per chi non la conosce, la Slovenia può essere considerata la Svizzera della penisola Balcanica: ordine,  pulizia, splendido paesaggio naturale, rispetto per l’ambiente, rispetto per i ciclisti, traffico praticamente inesistente. In altre parole: il paradiso della bicicletta. Da visitare”. Peccato che a questo punto i due ciclisti si trovano a dover affrontare un altro intoppo “Guasto al portapacchi e riparazione di fortuna con fil di ferro e fascette, in attesa di trovare un negozio per comprarne uno nuovo”. Ma questo comunque non ha precluso una visita in questi luoghi tanto splendidi. Tra le altre cose “Le tipiche caserme dei vigili del fuoco, riconoscibili, tra l’altro , per l’affresco di San Floriano, il loro santo protettore. La Slovenia è piccola e in meno di 3 giorni è già finita. Entriamo nella più caotica Croazia e in pochi chilometri siamo a Zagabria, la capitale. Abbandoniamo la città seguendo la Sava, che poi attraversiamo con un rudimentale ma efficiente traghetto di Leonardo. Strade deserte per via della festa nazionale. Poche pendenze e vento a favore ci permettono di fare 180 chilometri senza fatica”.  La Croazia appare come una terra poco urbanizzata. In particolar modo una regione, la Slavonia è fatta esclusivamente di villaggi da strada con le case disposte sui due lati senza un centro. “Nella parte più orientale” ha raccontato ancora Fabio “dove la Croazia si incunea tra Serbia e Bosnia, troviamo le segnalazioni dei campi minati. La guida turistica sconsiglia non solo il campeggio libero ma anche di uscire dalla strada. Noi però abbiamo pensato che questo luogo poteva essere ragionevolmente sicuro. Vukovar porta ancora i segni della guerra. La torre dell’acquedotto è rimasta li a testimoniare gli 87 giorni di assedio, tra agosto e novembre ’91. La città è tornata a far parte della Croazia soltanto nel ’98”. Dopo la Croazia, il viaggio è proseguito in Serbia “Ecco il Danubio, uno dei fiumi che più facilmente capita di incontrare girovagando per l’Europa.  Partendo dalla Valtellina, qualunque direzione si prenda compresa fra Nord e Sud-Est, prima o poi si incontra il Danubio. A Novi Sad ci concediamo un giorno di pausa. Abbandoniamo le bici in ostello e col treno raggiungiamo Belgrado. La città ci appare squallida, sporca e decadente. Non c’è nulla di interessante da visitare, a parte i musei che però quel giorno, essendo lunedì, erano tutti chiusi. Qui il Danubio incontra una nostra vecchia conoscenza: la Sava”. Ed ecco come a questo punto il racconto avventuroso dei due giovani si è arricchito anche di informazioni pratiche a beneficio di eventuali emuli “Un modo alternativo per avvicinarsi alla Turchia è quello di seguire la ciclabile del Danubio, che non esiste soltanto nel tratto Passau – Vienna, il più famoso, ma sembra essere ben segnalata in tutto il suo tragitto. Questo presenta almeno tre vantaggi: disponibilità di una cartografia dettagliata, facilità di orientamento e presenza di campeggi. E uno svantaggio: le zanzare. Le fontane non sono molto diffuse e, quando le si trovano, può capitare di dover aspettare il proprio turno”. Non tutte le città della Serbia sono deludenti come la sua capitale “A Niš, città molto attiva della Serbia meridionale, si sta svolgendo il Nišville Jazz Festival, un’importante manifestazione jazzistica che attira artisti da tutto il mondo. Non passa inosservata l’assonanza con la città americana di Nashville, uno dei centri più importanti per la musica. Sono andati avanti a suonare tutta la notte”. Gli ultimi chilometri in Serbia sono caratterizzati da lunghi tratti in salita “ma le pendenze non sono quelle indicate dal cartello. Saliamo al passo Ploca, scendiamo a Bela Palanka, risaliamo al passo Kruška e torniamo di nuovo in pianura, a Pirot. Caldo pazzesco, si inizia a sentire il Sud. Si sta bene in quota, se così si può dire perché non si raggiungono i 700 metri, e davanti a una fontana non si rinuncia a una sosta”. A questo punto si tratta davvero di compiere gli ultimi chilometri in Serbia e già si cominciano a vedere le prime indicazioni della meta. Intanto dalla Serbia i nostri eroi giungono in Bulgaria. Prosegue il racconto di Fabio “Dopo la frontiera abbandoniamo la strada principale e proseguiamo verso la capitale su una strada di pavé. Mentre in Serbia il cirillico sta scomparendo, qui è ancora molto diffuso tanto che anche le insegne commerciali si sono piegate a questa calligrafia. C’è anche una piazza dedicata a Garibaldi. E’ stata inaugurata  il 13 giugno 2010 in occasione dell’allora primo ministro (che non voglio citare altrimenti mi viene la dermatite…) Le pianure della Slavonia sono ormai un lontano ricordo. Qui dominano le salite, che superano i 1300 metri, e il caldo. Bisogna alzarsi sempre più presto alla mattina. Di notte in città si fa fatica a dormire. Meglio accamparsi con la tenda in mezzo alla campagna, qui non dice niente nessuno. I carretti a cavallo sono molto più diffusi rispetto al resto della penisola balcanica e la ferrovia ha vinto il diritto di passaggio sulla strada. Ci fermiamo per uno spuntino davanti a una casa e veniamo accolti dai sui abitanti, che ci riempiono le borse di verdura”. A questo punto l’arrivo a Plovdiv, una delle città più antiche della Bulgaria. “Non mancano però gli esempi di pessimo abbinamento tra il nuovo e il moderno. Qui abbiamo uno stadio del II secolo dopo cristo con al centro un edificio indefinibile. Finalmente mi decido a cambiare il portapacchi. Il fil di ferro non teneva più”. Da qui cominciano gli ultimi chilometri in Bulgaria “Poco prima del confine, abbandoniamo la strada principale per Edirne, che entra direttamente in Turchia, e facciamo una piccola deviazione in Grecia. 40 chilometri su una strada a 4 corsie completamente deserta. In pratica un’enorme pista ciclabile. L’ingresso in Turchia segna l’ingresso in  un’altra religione. Seppur diffuse anche in Bulgaria, le moschee qui diventano l’architettura dominante.  Per chi viaggia in bicicletta, sono la garanzia di trovare acqua in abbondanza. L’interno è piuttosto spoglio: non ci sono panche, non ci sono altari, non ci sono nemmeno quadri o affreschi che raffigurano persone. Solo tappeti e scritte decorative. Su una cosa sono precisissimi i turchi: l’orario delle preghiere. Variano di giorno in giorno e vengono stabiliti in base alla posizione geografica (latitudine e longitudine) della moschea. Questo perché fanno riferimento alla posizione del sole. Come vedete, si inizia anche molto presto al mattino, giusto per rovinare il sonno ai cicloturisti che alloggiano nei paraggi. Per essere sicuri che nessuno dorma, fanno scoppiare un grosso petardo e passano per le strade con dei tamburi. Poi arriva il canto del muezzin. Qui iniziano i problemi. Io capisco che il corano vieti ai propri fedeli il consumo di alcol, ma se io non sono mussulmano non posso bermi una birra?  Qui ho dovuto litigare per averne una. Il ristoratore è andato a comprarla in un altro negozio perché non era nel menu. Però mi ha imposto di tenerla nascosta nel sacchetto di carta, come se non si vedesse che si tratta di una birra. Emanuele si è subito adeguato bevendo Ayran. Vicino a Edirne c’è un antico complesso ospedaliero costruito dal sultano Bayezit II nel 1400. Comprendeva una moschea, l’università di medicina e la zona per i malati psichiatrici, che venivano curati con la musica. Ogni patologia aveva la sua. Oggi ospita il museo della salute. Poiché siamo in anticipo sulla tabella di marcia decidiamo di fare una deviazione verso Est per raggiungere il mar Nero e costeggiarlo fino al Bosforo. Eccoci arrivati al mare. Qui siamo a Kiköy, piccolo villaggio di pescatori e meta di turisti locali. Mentre due gatti fanno la guardia alle biciclette… ci concediamo  un pranzo tipico turco sulla terrazza panoramica di un ristorantino affacciato sul mare. Poi cerchiamo di imparare le regole della Tavla (da noi chiamato backgammon), il gioco più diffuso in Turchia. Il barista ci affianca due clienti, che ci suggeriscono le mosse. In realtà sono loro a giocare, noi ci limitiamo a muovere le pedine e lanciare i dadi. Riprendiamo il viaggio ma ci accorgiamo che non è possibile seguire la costa. Le strade finiscono all’improvviso. La nostra mappa al 700 mila di venti anni fa non è attendibile. Ripieghiamo verso sud e arriviamo a Catalca, meta ciclistica di questo viaggio. Da qui a Istanbul proseguiamo in treno, risparmiandoci una trentina di chilometri di traffico selvaggio. Molte persone sconsigliano di entrare a Istanbul in bicicletta. Si perde un po’ il fascino dell’arrivo in bici ma se ne guadagna in salute. La foto davanti al ponte di Galata la facciamo lo stesso”Ed è a questo punto che comincia la seconda parte del viaggio, quella compiuta lo scorso anno con Andrea da Istanbul all’Azerbaijan.Durante il viaggio vediamo numerose piantagioni di nocciole. Mi sono informato: L’80% della produzione mondiale di nocciole proviene dalla Turchia. Il 30% della produzione turca viene acquistata dalla Ferrero. Fatti due conti: almeno una nocciola su quattro, nel mondo, finisce nella Nutella (il secondo fenomeno di consumo di massa dopo la Coca Cola). La strada comincia a essere eccessivamente trafficata. Non ha senso proseguire in questo modo, è soltanto pericoloso. A Giresund riesco a convincere Andrea a prendere un autobus per Trebisonda. Ci godiamo quindi un giorno di riposo in questa città. Dopo un po’ di relax all’Amman, dove c’è un omone peloso che ti massaggia su un letto di marmo, assaggiamo il Kuymach, piatto tipico di Trebisonda. Stessi ingredienti della polenta taragna, ma con un rapporto burro/farina 11 volte superiore… Anziché proseguire lungo la costa, ancora troppo trafficata, decidiamo di fare gli ultimi chilometri di Turchia passando dall’entroterra. Per scavalcare la catena montuosa bisogna risalire una valle, chiamata valle del te. Questa pianta è infatti coltivata in tutta la parte bassa della valle. La strada sale inizialmente tranquilla, poi diventa man mano sempre più impervia. Il paesaggio ricorda un po’ le nostre Orobie.  Se cancellassimo le moschee e le piantagioni di te potremmo dire di essere in val Gerola o in val di Tartano. Più si sale e più le sponde diventano ripide. Siamo preoccupati perché non riusciamo a trovare 2 metri quadri di piano per piantare la tenda. Arriviamo a un posto di blocco. Spieghiamo che stiamo cercando uno spazio per piantare la tenda. Ci dicono che più avanti è peggio e ci invitano a restare con loro. Possiamo stendere i sacchi a pelo in uno sgabuzzino di servizio. Al cambio della guardia ci portano la cena mentre alla mattina ci preparano la colazione e ci riempiono le borse di marmellatine e pane che puzza di gasolio. Passiamo buona parte della serata a bere te e tentare di giocare a carte.  Da qui in avanti, per quasi 300 km, il paesaggio è dominato dalla un susseguirsi di dighe, alcune già costruite, altre in fase di costruzione. 13 in totale. La più grande sta per essere realizzata a valle di Yusufeli (paese di 6000 abitanti che verrà sommerso). Questa diga ha un’altezza di 270 metri e una capienza di 2.3 miliardi di m3 (19 volte la diga di Cancano II) e sarà la più grande di tutta la Turchia. Questo avrà un impatto devastante dal punto sociale (18 villaggi e 15 mila case distrutte), biologico (35 specie endemiche animali e vegetali) ambientale e archeologico. Però consentirà la produzione di 2 mila GWH all’anno”. Finalmente dopo mille traversie l’arrivo in Georgia “Torniamo su strade più tranquille e raggiungiamo la capitale: Tbilisi. Ponte della Pace, costruito da Michele De Lucchi ma chiamato dai georgiani ponte Always, dal nome di una nota marca di assorbenti. A Tblisi non c’è nulla di dritto. Tutto pende: pareti, balconi, soffitti. A camminare in ostello sembrava di essere ubriachi”. Da qui le ultime falcate verso l’Azerbaijan dove grazie al racconto di Fabio e Andrea abbiamo avuto questa sera la possibilità di conoscere meglio un Paese di cui molti nel Mondo forse ignorano persino l’esistenza. Curiosità sul presidente della Repubblica Heydar Aliyev che “Ha dominato la politica azera per 30 anni, è stato presidente dell’Azerbaijan per gli ultimi 10 anni della sua vita (1993 – 2003). E’ succeduto il figlio, con criticate elezioni presidenziali in cui era l’unico candidato. Ha fatto guadagnare all’Azerbaijan il primato di nazione più corrotta del mondo” e su una bandiera da record “Il 2 settembre 2010 questo pennone di bandiera è entrato nel Guinness per essere il più alto del mondo (162 metri). Meno di un anno più tardi (31 agosto 2011) in Tagikistan, ne hanno costruita più alta di 3 metri. Quella bandiera sembra piccola ma ha una superficie di 1800 m2 (60 x 30)”

E con queste curiosità siamo giunti alla fine di questo appassionante racconto di un viaggio fatto di sogni, di avventure, di incontri memorabili, un viaggio che promuove l’incontro con culture diverse e che spesso appaiono come lontane e che insegna che dopotutto lo spirito degli antichi esploratori non si è spento del tutto alla faccia della crisi e del logorio della vita moderna. Un racconto che è stato ascoltato con grande gioia da un pubblico numeroso e partecipe. Davvero un buon inizio. Non si può che restare ad attendere la prossima meta.

Antonella Alemanni

 

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La Lena: Ariosto’s Reflection on the Commodification of Human Experience

 

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Il giornale presenta l’articolo (in lingua inglese) della Dott.ssa Alessandra Brivio,col titolo “La Lena.Le riflessioni di Ariosto sulla mercificazione dell’esperienza umana”

Alessandra Brivio si e’ laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano nel 2001, e ha poi conseguito il Master in Storia Europea presso la University of California, San Diego. Attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna materie umanistiche presso la University of California, San Diego ed e’ nella fase conclusiva del corso di dottorato in Storia moderna. Alessandra e’ particolarmente interessata alla storia culturale e religiosa di Milano durante il dominio Spagnolo, ed in particolare alla credenza negli untori durante la peste del 1630.

 

La Lena: Ariosto’s Reflection on the Commodification of Human Experience

(per leggere l’articolo click sul link)

 

La Len-Ariosto’s reflections on the commodification of human experience

 

La Lena è la più felice commedia di Ludovico Ariosto,composta subito dopo il Sacco di Roma(1527). E’ritenuta la migliore commedia ariostesca, di ambientazione ferrarese e scritta in versi, caratterizzata da elementi comici e realistici che si inseriscono tra la ‘scena’ e la ‘città’. Rappresentata a Ferrara una prima volta nel 1528 (insieme al Negromante e alla Moscheta del Ruzante) e una seconda volta nel 1529, viene ripresa poi nel 1532 in un ciclo di spettacoli al quale partecipa anche Ruzante, con modifiche in alcune scene e l’inserimento di un nuovo prologo. Viene stampata in questa stesura definitiva nel 1535 in due edizioni legate alla prima stampa del Negromante (Venezia 1535) e poi in una nuova ristampa, presso Gabriele Giolito de’ Ferrari, nel 1551. La protagonista, Lena, esprime un’immagine comica che non attiva un meccanismo teatrale vero e proprio ma funge piuttosto da catalizzatore di difetti, sommando in sé le leggi aride dell’utile e dell’egoismo, dell’immobilismo e della mera ‘economicità’ della vita umana. In lei si sommano caratteri realistici inediti rispetto a quelli della ruffiana della commedia latina. La scena ferrarese è ricca di richiami concreti e di spunti interessanti per il pubblico che però, a differenza dei Suppositi, viene messo a contatto con una città che promana, nelle sue pieghe più sottili, un senso di malessere e di larvato pessimismo. Al centro della commedia vi è la vicenda del giovane Flavio, figlio di Ilario, innamorato di Licinia, figlia di Fazio. Per avere la fanciulla Flavio fa affidamento su Lena, ruffiana e vicina di casa, da tempo amante di Fazio. Complice della donna è il sordido marito Pacifico, mentre il regista delle operazioni è il servo Corbolo. Dopo alterne vicende segnate dai perversi disegni di Lena, la mezzana è condannata ad una frustrante sconfitta mentre Flavio e Licinia coronano il loro sogno d’amore. La struttura della fabula riduce al minimo il gioco degli incastri e degli scambi, concentrandosi sulla vicenda lineare dell’amore di Flavio per Licinia, senza superfetazioni narrative.

LA LENA.PLOLOGO

Ecco La Lena che vuol far spettacolo
Un’altra volta di sé, né considera,
Che se l’altr’anno piacque, contentarsene
Dovrebbe, né si por ora a pericolo
Di non piacervi; che ‘l parer de gli uomini
Molte volte si muta, et il medesimo
Che la matina fu, non è da vespero.
E s’anco ella non piacque, che più giovane
Era alora e più fresca, men dovrebbevi
Ora piacer. Ma la sciocca s’imagina
D’esser più bella, or che s’ha fatto mettere
La coda drieto; e parle che, venendovi
Con quella inanzi, abbia d’aver più grazia
Che non ebbe l’altr’anno, che lasciòvisi
Veder senz’essa, in veste tonda e in abito
Da questo, ch’oggi s’usa, assai dissimile.
E che volete voi? La Lena è simile
All’altre donne, che tutte vorrebbono
Sentirsi drieto la coda, e disprezzano
(Come sian terrazzane, vili e ignobili)
Quelle ch’averla di drieto non vogliono,
O per dir meglio, ch’aver non la possono:
Perché nessuna, o sia ricca o sia povera,
Che se la possa por, niega di porsela.
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Frontespizio (1588) per la commedia La Lena

IL CULTO DI SAN NAPOLEONE

Al culmine della vittoria di Austerlitz il 2 Dicembre 1805, si volle avere la celebrazione del genetliaco dell’imperatore. Le ricerche in tal senso portarono alla scoperta di un santo martire di nome Neapolis, compagno di San Saturnino. Da qui venne intessuta la leggenda di un martire, dapprima torturato, poi agonizzante in prigione fino alla morte. Si ricorda il 15 Agosto.

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San Napoleone, Duomo di Milano(tetto)

Come “San Carlomagno”, il “San Napoleone” appartiene alla storia politica piuttosto che all’agiografia che è valsa solo a nascondere discutibili ambizioni in nessun modo riconducibili ad un autentico culto dei santi. Si sa che Napoleone Bonaparte, futuro impera­tore dei Francesi, nacque ad Aiaccio il 15 agosto 1769. Soltanto dopo il 1801 si manifestò, forse non tanto da parte di Napoleone quanto del suo ambiente, la preoccupazione di utilizzare questa data per consolidare il prestigio popolare dell’uomo la cui ambizione cresceva in proporzione ai suoi successi. Man mano che si allontanava la bufera rivoluzio­naria, infatti, l’anniversario del 14 luglio appariva sempre meno opportuno e per contro, il 15 agosto, festa dell’Assunta, era celebrato con una processione detta del “voto di Luigi XIII” e perciò stret­tamente collegata al decaduto Ancien Regime. Sembrava quindi di estremo interesse profittare di queste tradizioni popolari per sostituire all’antica festa una nuova, tutta orientata alla glorificazione del fondatore del Nouveau Regime; e molti piccoli fatti dovevano permettere di raggiungere progressi­vamente tale scopo.

 

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Il testo definitivo del Concordato era stato au­tentificato il 15 luglio 1801 e, cedendo ai suggerimenti di Portalis, suo ministro dei culti, Bonaparte avrebbe desiderato che venisse pubblicato il 15 agosto. A quella data il Concordato sarà firmato soltanto da Pio VII, ma si vedrà come questa felice conclu­sione fu poi utilizzata qualche anno dopo nel testo del decreto che istituiva il “San Napoleone”.
Il 3 agosto 1802 Bonaparte era nominato console a vita e la nomina fu resa pubblica il 15, nel giorno genetliaco del “Primo Console “.

 

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A partire dal 1803 nell’Almanac National la festa di San Rocco (16 agosto) viene sostituita con quella di San Napoleone, ma si tratta solo di un calendario laico che, d’altra parte, riproduce contemporaneamente il calendario rivoluzionario e quello gregoriano. L’agio­grafia non vi entra ancora per nulla. È solo nel 1805 che l’introduzione della festa di San Napoleone comincia a porre alcuni problemi: il 18 ottobre,su richiesta dei canonici di Nizza, che desideravano dedicare uno degli altari della chiesa di S. Croce a San Napoleone, il ministro Portalis faceva rispondere che l’imperatore non aveva il potere di autorizzare questa dedica, ma che, naturalmente, nulla gli sarebbe riuscito più gradito che vedere così onorato il suo patrono.
La vittoria di Austerlitz, il 2 dicembre 1805, portò l’esaltazione al suo culmine e fra i voti espressi dal tribunato figura quello di una celebrazione del genetliaco dell’imperatore. Non si parla ancora, quindi, di una festa di San Napoleone, ma il 4 gennaio 1806, Portalis fa notare che, se la monarchia celebrava S.Luigi, l’impero poteva ben celebrare San Napoleone. Con un decreto del 19 febbraio 1806 si stabilì dunque che ” la festa di San Napoleone e quella del ristabilimento della religione cattolica in Francia saranno celebrate in tutto il territorio dell’impero al 15 agosto di ogni anno, giorno dell’Assunzione e data della conclusione del Concordato”.Un così ampio e diffuso interesse delle gerarchie ecclesiastiche francesi verso San Napoleone e il suo culto doveva essere determinato dal profondo rilievo politico attribuito dal regime a tale iniziativa, finalizzata certamente ad alimentare il crescente culto personale di Bonaparte, culto che andava ad attingere anche la tradizione cattolica. Questa decisione veniva ratificata il 3 marzo sul piano ecclesiastico dal cardinale legato Giovanni Battista Caprara, occupato allora a nego­ziare a Parigi la messa a punto del famoso Catéchisme imperial.
Restava ora da vedere chi doveva essere questo S. Napoleone il cui culto era cosi brutalmente imposto ai fedeli dell’impero. Il 14 marzo il vescovo di Tournai, Francesco Hirn, ordinava al clero e ai fedeli di commemorare, il giorno dell’Assunzione, un San Napoleone vescovo, promettendone l’Ufficio per un tempo successivo. Di fatto, il 21 maggio, il cardinale legato mandava a tutti i vescovi una “Istruzione” a proposito di San Napoleone con una leggenda “redatta dopo esatte ricerche e notizie acquisite sul santo”. Le ricerche intraprese sotto la sua direzione ave­vano, in realtà, scoperto nel Martirologio di Bene­detto XIV, al 2 maggio, in Roma, un santo martire Neopolis, compagno di S.Saturnino; i manoscritti del Martirologio Geronimiano, invece, ponevano il mar­tirio in Alessandria. Mescolando abilmente le due notizie, senza insistere sui particolari, era possibile intessere la “leggenda” di un martire, dapprima torturato poi agonizzante in prigione fino alla morte.
Occorreva ancora spiegare il passaggio da questo Neopolis a Napoleone e vi provvidero le risorse della filologia che prescrissero di inserire nella leggenda un dotto paragrafo secondo cui ” ex his quibus carcer pro stadio fuit, Martyrologia et veteres scrip-tores commendant Neopolim seu Neopolum qui ex more proferendi nomina medio aevo in Italia invalescente et ex recepto loquendi usu Napoleo dictus fuit atque italice Napoleone communiter nuncupatur “.
Cosi dunque, per la prima volta, si potè cele­brare ufficialmente e liturgicamente S. Napoleone, il 15 agosto 1806, più a gloria dell’imperatore che ad onore del santo martire, fino a quel momento ignorato. Nel corso dell’Ufficio era prevista, infatti, oltre al Te Deum, un’omelia in lode del sovrano, pronunciata dinanzi alle personalità ufficiali “civili, militari e giudiziarie”. Si giunse persino a diffidare alcuni vescovi, specialmente nel Belgio, per non aver messo sufficiente calore nell’esaltazione.
A Roma, tuttavia, queste innovazioni in materia di culto dei santi, non incontrarono soverchia approvazione. Il cardinale Di Pietro redasse, all’inten­zione di Pio VII, un’opera in cui protestava per la sostituzione di una festa mariana tanto impor­tante per le sue implicazioni dogmatiche, con la festa di un santo introvabile: era un nuovo abuso del potere temporale contro cui il papa doveva protestare. Ma Pio VII non poteva farlo senza sconfessare il suo legato e vi erano interessi più importanti da salvaguardare, sia pure chiudendo gli occhi su di una sopraffazione agiografica.
Gli avvenimenti politici si incaricarono ben presto di porre nell’oblio la festa di S. Napoleone. Il 16 luglio 1814 il re Luigi XVIII annullò i decreti relativi alla celebrazione del 15 agosto; nel 1852, poi, l’imperatore Napoleone III emise un decreto che riconosceva nuovamente quella data come festa nazionale, ma semplicemente in quanto anniversario della nascita di suo zio e non come giorno di S. Napoleone. Tale è la breve storia del culto di un martire che nacque più dall’immaginazione degli adulatori che dalla realtà storica con cui ha ben pochi rap­porti. Il culto di S. Napoleone, tuttavia, doveva servire a mantenere in Francia la celebrazione tradizionale del 15 agosto come festa d’obbligo, che altrimenti sarebbe certamente stata soppressa, come molte altre, negli articoli organici aggiunti al Concordato del 1801.

Lucica Bianchi

fonte: Bibliotheca Sanctorum, (collana), Città Nuova Ed.

Un sentito ringraziamento va a Trifone Cellamaro, bibliotecario nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana, per il costante appoggio e sostegno nelle proposte, ricerche, studi ed approfondimenti di vari articoli. (L.B.)