Sulla palude dei miei desideri…

POESIE SCELTE DI NOELLE MANCINI

Sulla palude dei miei desideri
onirici fiori di loto. ..
barchette di carta stropicciate
dal tempo. .
Verrai a trovarmi, questa sera, amore mio?
Abbiamo lenzuola di petali. ..

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L’ antro della sibilla cumana

Non rivelai i nostri segreti ad alcuno. .
nell’antro, scrivevo su foglie d’oro. ..
ricordi come ridavamo degli invidiosi
in cerca di responsi?
Solo tu conoscevi la vera sequenza
delle foglie. Tutta la storia.

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Nell’attesa ho capovolto la clessidra del tempo,
non ti attenderò più amore mio. .
non correrò più dalla finestra della speranza alla porta del cuore…
hai appeso il cartello “VENDESI sulle mura
della nostra casa..
capovolgo ancora la clessidra del tempo. ..

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Le parole d’amore sono farfalle,
bisogna inseguirle col retino. ..
fuggono via, con il polline, con il vento. . .

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Ghibli,
hai inaridito le mie labbra, le mie narici..
Io, sposa nel deserto senza velo. .
oasi senza palme. .
issero’ la mia tenda
proprio qui nel centro
nell’attesa dei prossimi carovanieri. .
Tu, amore mio, Ghibli,
dammi un sorso d’acqua. .
hai ancora quella brocca ferita?

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In una bottiglia di vetro trasparente
racchiudo il mare intero
per vederne il blu.

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Distendo le mie ali verso l’alto
per poi tornare da te. .
Io, acqua di mare,
parabola fra cielo e terra. .
Tu, nocchiero di quest’altalena.
Raccogliamo conchiglie. Stelle.

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I moti del cuore semplicemente sono. .
semplicemente vanno. .
inutile richiuderli in un barattolo,
fuggirebbero via. ..
Oh, Paolo e Francesca…
volteggiate ancora,
lievi soffioni nell’aere quieta.
Iddio vi amò.
“E caddi come corpo morto cade”.

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Correvo dalla porta alla finestra. ..
Tu eri ancora là. ..
I miei occhi amuleti. ..
E poi il rombo del motore sul cuore. .
la solita scia di stelle. .
Oh Dio, proteggilo lungo il viaggio. .
la finestra rimpicciolisce. ..
fessura, ferita, lama.
Qualche stella qua e là. …

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Io maggio. Pergolato di rose mature.
Tu inverno e le tue cesoie di ghiaccio.
Strappasti un fiore
che volteggiando morì.
Chi potrà ascoltare il dolore
di una rosa recisa?
Oh maggio sfiorito!

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Sol invictus
immenso ti stagli
fra rami di filo spinato.
Qua e là, riccioli di buio
ancora annodati.

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Nebbia sul lungosenna,
luna,
onda,
bianca camelia.
Solleva la tua veletta, Selene,
mostrami l’occhio scuro
della tua medaglia. …
scia tra fiochi lampioni.
Ti giri. ..
mi sorridi. ..
denti di ghiaccio, mia regina!
Lentamente ti dissipi fra i merletti. ..
s’ ode, ancora,
il ticchettio dei tuoi stivaletti neri. ..
allacciati. …

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Avverto i tuoi passi.
Sul cuore.
Quanti gradini ci separano?
Troppi.
La porta è già aperta.
Richiudila.
Mantice il mio petto,
così assordante!
Ci stringiamo con mani tremanti.
Fiotto d’amore.
Ora solo due spighe di grano.
Da mietere.

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Eco dell’anima lo sferragliare di rotaie,
sbuffi di ricordi.
Gelidi inverni.
Guglie le mie dita,
ringhiere arrugginite
che stringono il cuore.

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Non tornerai più.
Grata sul cuore.
Usignolo trafitto.
Non distinguo più
l’est dall’ovest,
il nord dal sud.
E fu da allora
che la ruota della mia vita
cominciò a girare all’incontrario.

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Sul mare di grano maturo
dondola la luna,
placida,
morbida di burro.
Fila sogni seduta all’arcolaio.

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Mi dicevo:
il mio amore sarà sufficiente per entrambi.
Mi sbagliavo.
Non è prevista,
per questo caso,
l’applicazione della legge
dei vasi comunicanti.
Oh Archimede, Archimede,
il tuo principio fisico
non bado’ alle lacrime d’amore.

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Quando la stagione
degli sfacciati gerani
sarà ormai trascorsa,
tu,
forse,
cercherai ancora,
nel sottobosco,
quella violetta
che sognava l’amore
a cui tempo addietro
rubasti il profumo.

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La mia vita,
il mio amore,
pallottoliere fra le tue mani.
Ora aggiungi,
ora sottrai.
Ed io guardo il roteare
dei colori dell’amore
con occhi di bimba,
iris trapunti di stelle.

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Mi dicesti che non saresti tornato.
Invece sei qui.
Deo gratias!
Oh, povero cuore
non troverai mai pace!
Il mio corpo,
la mia anima,
morbida cera fra le tue mani.
Mi plasmavi a tua immagine.
Tesi un filo di luce
fra due stelle
per noi acrobati su monociclo.
Oh, ponte dei sospiri!

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L’eco della tua assenza
urla in questa grotta.
“Dove sei amore mio? ”
E guardo dalla finestra
volteggiare la mia anima. ..

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Hai spento tutte le stelle
a poco a poco
ed alla luna
hai tirato la cordicella
ora lampada fioca.

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Parole dette per ferire.
Buran,
sul verde tenero
del campo d’avena.
E la primavera si ritira.
Invano la cercherai
tra le feritoie della roccia,
tra gli archi ogivali del tempo.
I miei pensieri nel vento,
pallide corolle dirette chissà dove.
E tu,
uccellino sul ramo di pesco che non c’è
perché non voli via?

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Sei qui amore mio,
le spire della notte
non ti hanno dissolto,
ascolto il tuo respiro,
ora lieve,
ora affanno,
segui i binari dei sogni.
Ti sfioro,
non puoi saperlo,
rubo seta all’aurora,
iridescente
fra le mie mani.
Distendo il mio collo di cigno
sul lago dei desideri.
Oh, giglio fiorentino!
Apro le ali.

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Perché,
all’improvviso,
il cuore,
ha modificato il suo battito?
Un dolore acuto,
un sasso lanciato.
Cerchi concentrici nell’etere.

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Potessi rendere fioca
la luce di questo abat-jour,
di questo cuore!
E tu, galeone,
se non prendessi il largo!
Se non rovesciassi il tuo carico
di monete d’oro!
Quale sarebbe il tuo potere Oriente?
Non nascerebbero più fiori!

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Nello stupore della notte
qualcuno ha bussato.
Era solo la luna.

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Raggomitolata
nel pugno della notte
ti attendevo.
Perché non mi hai raggiunta?
Plenilunio mancato!

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Navigo al buio,
in mare aperto.
Regata in solitario.
In cielo neppure una stella.
Dritto di prua verso il polo.

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Il mio diario
ha una copertina azzurra. ..
cardellino del pensiero
sulla mia scrivania…

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La luna
e le stelle
e l’intero firmamento
al di qua della mia finestra.
Col naso all’insù
miro il soffitto. ..
e proprio lì
a destra del lampadario,
la costellazione del grande carro
e l’orsa maggiore. ..
Bene,
disegnero’ la mia nuova
mappa del cielo a punta di matita!

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A che ora sei rincasato questa notte?
Non lo so…
Non me lo dirai. ..
Aurora gioca a biglie con le stelle
e poi le racchiude
in un sacchetto fragrante di pane. ..
Ed è già mattina.

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Lungo le venature di una foglia,
laggiù nella valle,
si scorge una chiesa,
dalle pareti bianche bianche
di calce fresca.
Ecco il mio canto di primavera per te.

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Ho ancora fra i capelli
profumo di nocciole. .
olio di argan
luminoso e fragrante.
È ancora tutto come se accadesse
per la prima volta. .
Ti ho atteso a lungo,
predone,
nelle cavità carsiche del mio cuore. .
ora puoi mostrarmi il tuo volto blu. .

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Scelgo sempre le vie del cuore. ..
mi ci smarrisco
sempre. ..

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Oltre la ferrovia
una città assediata.
Avevamo solo due biciclette arrugginite
per poter volare.
La paura ci fermò.
Gridammmo nel vento.
Fu inutile.
Tu chiudesti il libro
e da quel giorno
“più non vi leggemmo avante”.

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Luna…
cameo intagliato
nella conchiglia del cielo.
Chiara madreperla
pendula nella notte.

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Nel prato
dodici rintocchi di campanula. ..
oh, quante api accorrono…
sono tutte d’oro!

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Mi dicesti:
non ti ho mai vista così bella,
diafana nella notte…
Le tue braccia,
nodose,
contorte,
rami d’olivo,
non riuscivano a stringermi. .
ero solo una lacrima
di vetro soffiato…

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Ponte di canapa intrecciato,
sospeso fra noi,
sull’abisso.
Hai reciso i tiranti del cielo…
silenzio primordiale
tra i quattro cantoni dell’universo.

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Boccetta trasparente..
Iris…
ambrosia…
cibo per gli dei…
vedo il tuo specchio
e le collane sparse
tante perle…
dov’è la talchiera d’argento Iris?
Con la polvere di luna?

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Presa dalla notte
il tuo respiro è affanno.
Talvolta indossi scarpe,
stiletti per trafiggere la luna…
luna femmina e bugiarda…

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Il tuo piumaggio è cielo,
canto d’angelo.
Un tempo,
volteggiavi su infinite altezze.
C’era una cattedrale gotica.
Ora canti “La vie en rose”…
più di una primavera!

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Pomeriggio in campagna

Ti seguivo.
Le tue orme sulla terra soffice.
Avevamo il sole difronte,
fra i rami.
E i tuoi capelli!
Bellissimi fili di rame!
Poi ti voltasti per cercarmi
e i tuoi occhi
senza iridi né pupille
erano bracieri d’oro liquido.
La ruota del sole!
“Sara, ci siamo smarrite lungo questo sentiero”?
Ma tu non mi ascoltavi più.
Continuavi con le tue danze irlandesi.
Bimba dai capelli rossi.

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Ricordo il tuo volto stanco,
di foglia bianca,
adagiata sul gradino,
sotto la finestra.
Ti schiaffeggiai,
più volte,
per la disperazione,
per la rabbia,
per la paura.
Mai per mancanza d’amore.
Signore, perdonami,
non ho saputo capirlo.
Questo il mio peccato.
I suoi silenzi erano pietre.
Ora, la mia foglia bianca
è volata via,
oltre quella finestra.
Ormai chiusa.
Sigillata.
Chiesa sconsacrata.
Eppure, potevi ancora
essere attaccato al mio ramo.
Scuro.
Senza gemme.

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Anche questa notte
sei venuto a cercarmi
con il tuo carico di conchiglie e di stelle…
e poi sei andato via,
depositando sedimenti
sulla mia anima eterna
che s’ innalza,
a mani giunte verso il cielo.

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Sei riuscito a piegare
le gemme di questa primavera,
vita danzante in crinolina.
Anche il fiore è nel suo stelo,
nel buio della terra!
E le tue parole. ..
sassi.
Hanno deviato il corso del ruscello,
che risale la sorgente,
verso il grembo della terra.
S’ ode il singhiozzo di un bimbo:
“Mamma, dove sei”?
“Non temere, sono qui, fra il muschio”!
E lui, sorrise,
azzurro.

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Lieve il mio viso sul tuo petto. ..
Io stelo di fiore, fresia d’amore. ..
Stringo te, mondo intero,
titano, pilastro del cielo. ..
Le tue mani fra i miei capelli. ..
ci giochi come con la sabbia. ..
rovente d’amore!

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Eccoti. Percepivo i tuoi passi. ..
Eccoti. ..sei qui. ..
Le mie mani tremanti. ..
e profumo di nocciole fra i capelli. ..
Ancora una notte. .
“Spegni la luna per favore amore! “.

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“Dove sei amore mio?”
“Sotto casa tua. .
non trovo parcheggio!”
“Oh, lord Nelson,
potresti attraccare a quella stella,
accanto al comignolo!
C’è un gatto!”
E poi la ragnatela del portone fra noi…
e il pianoforte della scalinata
che suona.
Ripida.
Eccoti.
“Amore, ho preparato un tè!”
Teiera in petto…
Sorseggiamo amore…
mentre il veliero,
là fuori,
dondola,
attraccato alla solita stella.
C’è un gatto.
Gli occhi gialli della luna!

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Sciolgo gli ormeggi
che trattengono questo guscio di noce.
È ora di doppiare Capo Horn!
Mi attendono insormontabili
canne d’organo,
dita d’acqua da oltrepassare nel buio.
Nella cambusa,
una teiera tiepida,
ricordo di un cuore che fu…
ora, infusi di erbe amare.
Forse torno a casa.
Dall’altra parte!

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Sono più di una speranza…
sono un campo di grano maturo…
volo come un papavero…
da un covone all’altro
aeroplano di carta velina!

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Il galeone punta verso il disco d’oro del sole. .
s’ incontreranno lungo la linea dell’orizzonte…
e poi…
mano nella mano
verso l’iride buia della notte.
Due anime dondolanti
nel mistero della vita.

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Non mi distingueresti più. ..
sono alga di mare verde-azzurra..
cullata dalle onde.
E tu cercatore di perle
non tuffarti nella mia essenza liquida!
La palpebra del cielo,
infatti,
già si abbassa. .
incede il tramonto
con il suo drappo rosso!

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Ti stagli maestosa
come cedro del Libano,
bianca signora in trono.
Sei così bella da togliere il fiato
e quando mi vieni incontro
nel labirinto del cuore,
sento di poter posare
la mia guancia affaticata
sulla primavera della tua pietra.
Vi è il riverbero del sole!

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Febbraio va via. ..
con la mia collana di perle sparse. ..
si volta ancora pagina!
Oh marzo. .
non incedere così spavaldo!
Non togliermi quel paio d’ali!

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Ho il timore dello scalpello del tempo…
della sabbia che si posa
sui lineamenti tuoi…
Chissà se un giorno,
incontrandoti per caso
sentirò ancora
sobbalzarmi la rondine in petto…
Sarà quella la strada giusta da percorrere?
Tu nomade del futuro…
Io Penelope del passato?
Oh seta d’amore torna!
Non lasciarmi andare!

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Sferragliare di tram
sulla rotaia del tempo.
Dagli oblò, quanti acquerelli!
-La luna in pelliccia
con la borsetta da sera;
– un uomo e la sua stella tremula
in bisaccia;
– due innamorati col cuore di cristallo;
– tanti studenti con il sorriso
di un mandorlo.
Scendo dal tram.
Chiude il Musee d’Orsay!
M’imbratto di colori!

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Brezza leggera…
un mare di grano.
Decido di issare le vele…
prendo la barca!
Che belle le onde di spighe…
atolli di papaveri
o forse di corallo?
Dio…che pace!
Respiro gabbiani!

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Ti raccontai di quella rondine
che mi sobbalzava in petto?
Ora non vola più.
Se ne sta sola e nera
sul comignolo del mio cuore!

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Io rosa di jericho
mi nutrivo di stille
dalla grondaia delle tue mani.
Avrei accettato anche una lacrima
ma mi fu negata.
Poi, un giorno,
chiudesti il cardellino in un pugno.
Era ancora tiepido…
tiepido d’amore!

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Piango
come pioggia
sulla finestra
del mio cuore
sul far della sera.

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Mi sorridi.

Ed io felice.
Fanfara di farfalle in volo.
Prismi di luce della Sainte Chapelle!

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Invito galante a cena.
Cosa potrei indossare?
Apro l’armadio…
Ecco l’abito nero…
elegante…
farà pendant con la notte!
E la luna?
Me l’appunto in seno!

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È una farfalla.
È un giugno assolato.
Di primo pomeriggio frinii di ciliegi…
e fra gli occhi di smeraldo…
tanti baci
rossi rossi…
l’uno tira l’altro!

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Lo vedo questo meraviglioso albero
di cui mi parlasti!
Ha radici profonde,
eterne…
e migliaia di braccia…
foglie verdoline
intessute di primavera,
come canarini.
È l’albero della vita!

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Un aquilone in volo…
è un canto leggero
che si libra come aiuola nel blu…
fresie che migrano
a bordo di un violino!
È solo una nuvola…
bianca…
ora già non c’è più…

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Le tue dita…
lapis…
disegnano ancora
le mie labbra di corallo
come frontiere di un cuore.

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Il pianoforte suona
rimembranze lontane…
ali di vento
fra spighe di donna…
vola in un canto
il campo di grano.
È il giorno della mietitura!

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Due lune.
Una nel calice del cielo,
l’altra,
fiore di laguna.
Ecco…
arriva la gondola col suo gondoliere
per trafiggerla come ape nel cuore.

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Tu cantavi.
Io fremevo.
Dimmi se devo attenderti ancora,
aviere,
nei tuoi sogni di gloria!

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Quante ali di farfalla
si sono posate su te,
regale dalia,
nel guizzo rossoarancio del tramonto?

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Bisognerebbe imparare dal mare…
dalla pazienza del suo eterno moto…
dal ritrarsi e poi dal colpire dell’onda…
dalle alghe strappate
come cuori stracciati.

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Questo tronco,
cavo,
annientato,
è divenuto dimora di un alveare…
ora stilla miele.
Ben nascosta è l’ape regina!

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È dietro quel sogno
di carta di riso
che si cela
il tuo pallido ideogramma
geisha del cielo?

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Si scorge appena
nella bruma del tramonto
quell’albero dalle foglie caduche
con la sua croce d’autunno.

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Nelle secche
dei miei ricordi
i tuoi lineamenti
sono contrafforti del tempo.
Non fermare,
oh sfinge,
il mio ingresso alla città sacra!
Io stessa,
sono l’enigma del tuo cuore!
Te ne offro la chiave!
Distendi, dunque, le tue ali
e lasciami entrare!

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Fu il biancospino
che m’indico’
il sentiero del tenero aprile!
Oh, quel vestitino,
vestitino,
di mussolina bianca
che lieve danzava nel sole,
celava già,
fra le sue corolle,
un acuminato dolore!

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Oh, giovane Salome’,
raccogli già
i tuoi capelli
in crocchie
fra l’opulenza dell’oro
e il profumo dell’assenzio?

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Sì,
sono io,
quella goccia salmastra
che leviga piano la tua gota,
Ulisse…
raccoglila,
conducila con te,
per lande lontane,
lungo le rive dell’oceano silenzio!

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Dallo scrigno d’oriente sorgesti
e tra le braccia dell’occidente tramontasti,
crisalide d’amore!

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Un giorno,
mi dicesti,
che non avrei dovuto illudermi.
Fosti fin troppo onesto con me,
mercante di lune!

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Mi guardasti e la mia mano tremo’.
Dagli occhi,
un fiore liquido mi tradi’.
Pistilli e antere come ciglia…
Oh, povero cuore,
s’ accorse del mio segreto!

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Bussasti ancora
alla mia porta, gabelliere!
Ti rimandai indietro
a mani vuote.
Non c’è più dazio
né obolo
che io debba ancora pagare!
Ti guardai andar via,
a capo chino.
La scala non suonava più.
Rapsodia d’una sconfitta!

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I miei pensieri,
legati ad un filo
di tela di ragno,
si trastullano leggeri
fra l’azzurro del cielo
e il rosso dei papaveri.

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L’ho disegnato quel sole
giallo giallo
e quel pettirosso
rosso rosso
sull’ardesia scura del mio cuore.
E quando la gemma del mattino,
apre i suoi occhi,
entrambi cantano nuovi stornelli!

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Per lungo tempo,
non ho più parlato,
né cantato…
ed ora eccovi!
Tutte insieme vi posate su me…
Fermati, tu!
Con l’abitino azzurro!
Non volare via!
Dimmi prima come ti chiami!

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Non ti ho mai amato tanto
come quando dopo l’amore riposavi…
Le mie mani indugiavano
sul tuo mondo
e ne riconoscevano i confini…
finalmente tu bambino,
io dea.

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Non sei più approdato
alle bianche scogliere
della mia anima sparsa,
arcipelago smarrito
chissà dove nel blu.
Forse solo una notte.
Solo un’alga.

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Il sapore del grano
Tornerà l’estate?
E noi torneremo?
Non lasciarmi scalare
da sola
il versante scuro della montagna!
Temo settembre
e la sua luce che si ritrae.
Ieri l’altro, mi chiedesti
se ti avrei aspettato.
Sì…solo se mi ricorderai
il sapore del grano!

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Amami ancora in un bacio…
in un grappolo di uva zuccherina…
da premere fra le dita…
fino a morirne.
Vino novello…
inebriante in un calice.
Ubriacami,
ancora,
e poi ancora,
tra i filari del cielo.

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Sentore di mare,
fra le mani,
nelle narici,
fra i capelli.
È il tuo nome…
onnipresente…
che ondeggia.

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Avevi un esercito.
E una faretra.
E infinite frecce.
Ne scoccasti solo una,
dritta nel mio cuore.
Ora la fortuna ti volta le spalle.
Le idi di marzo!
Mi hai cercata.
Non ti ho aperto.
Sei comunque entrato.
In me.
Qui gladio ferit, gladio perit!

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Sono libellula,
di vetro
nel vento.
Dimenticami.
Il mio re è ricordo.
Nell’abbraccio ogni notte.
Fino ad impazzire.
Come alianti.

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Cosa ti hanno fatto Albatros?
Cosa hanno fatto a me!
Un cardellino!
Entrambe in gabbia…
Tra una grata e l’altra c’è il sole!
Dimmi se sogni ancora ampi spazi…
Hai solo occhi…

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Ci sono amori sospesi..
legati ad una cordicella…
come anime,
come barche,
lungo la linea dell’orizzonte.
Eternità nell’effimero,
tra il blu del cielo
e il blu del mare.
Vanno e vengono…
come le maree,
seguendo l’estro della luna.
Luna calante!

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Non fu la tua mano
ma il ramo del biancospino
che posandosi sul mio cuore
lo graffio’.

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Il cielo impaziente
attende il pallido opale.
Primavera in boccio.
Incede la divina
fra garofani che applaudono.
Standing ovation alla luna!
E il mandorlo?
Danza anche lui,
dietro il muretto a secco,
periferia del mio cuore.

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Un mattino,
i miei occhi,
divennero foglie,
verdi,
fragili
e le iridi fiori.
In uno sguardo
la primavera intera!
Il mio incedere fu deciso
nella taiga vuota
della tua solitudine.
Ti sfiorai una mano,
tu uscivi ed io entravo.
Spunto’ un fiore vermiglio.
Lo conservo ancora tra le pagine
di un libro.
Di storia.

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Non è trascorso troppo tempo.
Pochi mesi,
eppure abitiamo
in nuovi castelli.
Di sabbia.
Io ho una foglia,
forse un nuovo amore.
E tu?
Sei felice tu?
Se appoggio la mia guancia
sul tuo petto,
sento pulsare,
ancora,
il golfo di Surriento.
Hai già dimenticato
le terrazze bianche
e le lenzuola che veleggiavano
al sole?
E le fontanelle d’acqua chiara
ai crocicchi delle vie?
Quale anfora,
ora ti contiene?
Quale grotta?
Non riesco a distinguerti
fra le crepe,
del vaso tuo d’argilla.
Forse perché ho gli occhi
pieni di lacrime.

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È la chiglia rovesciata
della tua barca
che sovrasta
il mio cuore
già in affanno.

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Cerco ampi spazi,
nuovi anfiteatri,
per poter distendere le ali,
oltre le trincee,
di questo giorno.
Liturgia senza canne d’organo.

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Ricordo una casa bianca,
sbilenca,
noi due all’interno,
come soli di rame.
Fuori,
conifere innevate,
immense,
che puntellavano il cielo.
Ci amavamo
con infinite mani,
mai sazi
dell’inverno e dell’estate.
Oh, il ciclo delle stagioni!
E quando andavo via,
con il mio cestino di frutta,
sentivo bisbigliare le conifere.
Sorridevano.
Perché mi guardavano?

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La luna frugo’ nella sua gerla.
Eccola la ritrosa
che non vuole brillare!
Sussurrò qualcosa alla stella.
Cosa le avrà detto?

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Una rondine
fra me
e il sole.
Icona di un’eclissi.

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Anche questa notte
sei venuto a cercarmi
con il tuo carico di conchiglie e di stelle. .
e poi sei andato via,
depositando sedimenti
sulla mia anima eterna
che s’ innalza,
a mani giunte verso il cielo.

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Talvolta mi sento un’anfora.
Con un vuoto cosmico dentro.
Riponetemi sul fondo del mare.
L’acqua mi riempirà.
Desidero millenni di anfratti,
di silenzi.
Poi,
chissà,
cercherò millenni di coralli.

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Fra me e te un sentiero.
Attraversalo!
Sento scorrere nei rami
ruscelli d’acqua sorgiva.
Rivive questo sud
desertico e sabbioso.
Fotosintesi d’amore.
Luce!

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Se chiedessi ad un pesco di fiorire,
lo farebbe?
No, di certo!
E se lo domandassi ad un cuore?
Neppure lui mi ascolterebbe!
Dunque, chiuditi nel tuo gelo,
guarderò altrove.
Laggiù, vedo un rovo.
Dovrebbe bastare!

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Il secondo capitolo della mia vita,
potrei definirlo
un intarsio di geometrie,
di arabeschi,
nelle tonalità del giallo ocra,
come il deserto,
per la quiete delle onde,
per il silenzio primordiale,
per il lievito madre.
Ogni tanto una carovana.
Lontana.

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Nel guado della notte
il tuo ricordo è affanno.
Non volteggio più,
come ape,
fra i tuoi respiri…
Mi sveglio di soprassalto…
vuota l’altra metà del cielo!
Solo tu!
Lilith, luna nera!

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L’acqua assume la forma
del vaso che la contiene…
così, il mio cuore,
assume la forma
dell’ incavo della tua mano.

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Giunco.
Messaggero fra cielo e terra.
Preghiera appena pensata,
sul far della sera.

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Fu l’estate la mia stagione.
Proclamata,
urlata,
dai terrazzi,
dai cortili,
tra i capelli,
fra i profumi. Nostri.
Con la luna,
monile,
che mi dondolava
al collo,
fra i rami,
sfiorava il mio petto
come promessa d’amore.

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Ti attendo come tuberosa
dalle labbra vermiglie.
Passasti sotto il mio balcone
e fischiando mi facesti un cenno.
Chi sei tu,
soldatino di stagno,
dal cuore di stagno,
che mi porgi trenta denari?
D’argento!

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Eravamo fuochi,
che bruciavano tutta la notte,
che consumavano aromi,
nel sacro braciere del mio grembo.
Ora,
fumo,
d’incenso.
Ascoltami il polso,
c’è ancora battito?
C’è ancora quel fuoco?
È il languore che mi spossa.

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Miele d’acacia,
in una coppa innocente,
vergine,
mai toccata da alcuno,
questo ti offro,
oh mio re!
Valica la cordigliera,
hai già gustato il mio nettare!
Sono cariatide,
che regge il tetto del tempo.

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I miei occhi,
come foglie,
stillano rugiada.
Gocce che scavano la pietra.

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È la forza di gravità
che mi trattiene.
Sono solo un soffione,
appena abbozzato,
nel disegno di un campo.
Poi, lo stupore di un bimbo,
m’innalzo’,
nel cielo,
nel tocco vermiglio,
che precede il tramonto.

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Noi,
gherigli della medesima noce,
eravamo divisi solo da un solco.
Poi, la pressa del tempo,
ci spezzò.
Sulla mensa…
firmamento sparso.

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“Come ti chiami? ”
Mi domandò il ramo del biancospino.
“Mi chiamo Aprile! ” gli risposi.
“Abito laggiù…
dove verdeggia la gentile camelia!
Vi è anche un angolo acuto,
con dietro un mandorlo! “

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Sei venuto a cercarmi,
questa notte,
nonostante la pioggia.
Non rimanere,
dunque, sull’uscio,
come un equilibrista.
Entra oppure esci.
Alla luce fioca,
mi apparisti immenso,
come un abete,
e il mio cuore,
inizio’ la sua danza gitana.
Nel vortice dei respiri,
inarco la schiena.
Ho nacchere fra le dita.

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Era un carrubo?
Oppure una casa?
Non lo so…
forse era solo una palafitta
intessuta di sogni.
Sotto i suoi rami banchettavamo,
nel pieno dell’estate.
Un’afa, un’ala, un bacio.
Il fiume d’erba,
scorreva fra noi e il mondo.
Laggiù,
un calabrone-battello navigava quieto.

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Oh, se l’orologio…
nella foresteria del tempo,
ritrovasse il suo chiavistello!
Spunterebbe un’alba!
Veleggerebbe ancora,
questo mio cuore!

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Perché piangi libellula?
Conosci forse,
anche tu,
il dolore di una foce?
Sempre al varco?
Fra due correnti?
Oppure,
udisti il silenzio di una zolla,
che non produsse germoglio?
No, libellula!
Il tuo vetro,
conobbe solo corolle!
Vivi, dunque, nella coppa d’Aprile!

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La mia ala,
riconobbe i tuoi respiri…
così regolari,
così miei.
così foglie.
Oh, amore,
non terminai di parlarti
della mia infanzia,
ti sollevasti prima dell’alba,
come la stella.
Nel silenzio,
la luna appariva più bianca…
Sì, la vidi…
arrotolava il filo d’una spoletta!

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C’è un senso di attesa,
quasi di smarrimento,
per il vasaio che lavora al tornio.
Per lui è una vigilia.
È una ruota.
È una grata,
dinanzi all’occhio semichiuso di Dio.
Ti desidero crisalide…
alba appena abbozzata.

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Ho gradito molto,
cara April,
la tua visita di cortesia,
ieri pomeriggio.
Quante confidenze ci siamo fatte!
T’ho raccontato,
della migrazione della gru,
dal tetto del mio pagliaio,
al cerchio di fuoco dell’equatore?
Così come dell’edera che non c’è,
ora clematide velenosa?
Torna ancora, a trovarmi, mia cara!
Ma dimmi,
prima di andar via,
dove acquisti il tuo sciroppo d’acero?
Quale dispensa lo contiene?

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h, neroli, neroli!
Ho dormito fra le tue braccia,
questa notte!
Eppure,
l’arancio amaro,
era,
come sempre,
al di là del cancello chiuso
di ponente!

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Anche tu,
come me,
sorellina mia cara,
hai un’anima bifronte!
Ieri l’altro mi porgesti
il ramo tuo gentile,
ed oggi?
Il tuo specchio incrinato!
Dove hai celato la primula?
Dove corre l’azzurro dei tuoi campi?
Non importa, mia cara!
A me, ieri notte,
donasti neroli,
con i suoi effluvi,
le sue infiorescenze,
i suoi confini!
Trattieniti pure il mandorlo!
Io ho il ruscello!

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Dormi già…
amore mio…
nell’eclissi…
nella filanda d’argento della luna!
Vedendoti…
t’ho raggiunto…
riavvolgendo il filo
della piuma.
Ho sostato con te…
nel giusto mezzo dei tuoi respiri…
volteggiando,
di quando in quando,
in silenzio.
Poi, sopraggiunse lei…
la triste…
l’aurora…
e ci trovo’ legati.
Dovetti staccarmi…
a malincuore…
come foglia rossa,
dall’afflato del tuo ramo.
Cado già,
amore mio,
dalla vetta,
alle radici eterne
della terra.
Anche la filanda
della luna,
chiude,
bianca bianca.

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In principio,
l’impero del nulla.
Caos senza fiotto.
Solo una pietra che roteava.
E poi la luce.
E poi tu.
Da quale costola fui tratta,
se non dalla tua?
Il Soffio Beato,
scelse bene,
quando guardò ad oriente!
Scocco’ dall’arco primordiale,
la freccia della vita!
Oh, amore mio,
primavera dell’inizio,
inverno della fine,
stella dalle otto punte,
che guardi in ogni dove,
riempimi di rugiada!
Vedi…mi verdeggiano le dita,
cantano e ballano
sotto il cielo del primo giorno!
Pioggia che feconda la terra.
Seme che germoglia.

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Quella dama di fumo,
dondolante col suo ombrellino,
non è altro che la mia barca
accartocciata
che tenta di navigare!
Chissà quante volte
avrà salpato!
Ma, il vento,
puntualmente,
con i suoi capelli in poppa,
le scompigliava le vele.
Forse era ancora attraccata
alla mandorla dei suoi pensieri!
Riconosceva la valle del mare?
O il suo varco?
Non saprei…
Talvolta procedeva per tentativi,
per soliti rituali.

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Se l’onda s’ infrange contro lo scoglio,
chi salverà la pietra?
Credete, forse,
che ciò che s’acquieta,
che ciò che dorme in una bottiglia,
non possa incidere
o non possa cesellare?
Vi sbagliate!
Conosco il buio,
e conosco la guerra,
contenute nell’anfora delle Marianne!
Capite, dunque,
perché la roccia si ritrae?
Perché viene levigata come un frutto?
Oh, melagrana,
melagrana marina,
spaccata dal frastuono dell’estate!

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Anche il cielo,
così come il mare,
ha immense radure
sulle quali stormire!
Laggiù,
fra una nube e l’altra,
vi è un albero,
dove germoglia un nido,
o è forse una casa?
Permesso?
Posso entrare?
Nella cesta del cardellino,
le stelle attendono impazienti
la tiepida ala del ritorno.
Eccola,
infine, la luna!
Ha la vita nel becco!
Esco in punta di piedi,
per non far rumore…

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Non volgesti,
amore mio,
il tuo sguardo
verso una di quelle magnifiche
navi di vapore,
che vanno e vengono.
No!
Guardasti verso la spiaggia,
dove, la carena abbandonata
di una barca stingeva al sole.

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Una lampara dondola nella notte…
pare una stella
che ansima nella bruma…
su lievi seni spumeggianti scivola…
e poi si allontana…

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Due cattedrali,
di tufo calcareo,
dalle cave della città.
Unica alba
che trafiggeva cielo e terra.
Poi, all’improvviso,
la feritoia di quel braccio di mare,
come un invalicabile
suono discordante.
E dalle piccole finestre
inizio’ il flusso.
Dapprima ampi spazi,
poi euforia
ed infine senso di libertà.
Ebbero memoria dello scalpello?
Forse no!
Sappi, però, narratore,
che di quelle due cattedrali,
ad oggi,
non ne rimane che pietra su pietra.
Solo un ricordo a capo chino,
due vele ammainate
che non si incontreranno
mai più.

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Mi aggrappai a te,
come ci si può aggrappare ad un’alga,
fluttuante,
in un’anima liquida.
Quando ti conobbi,
ero solo un’armatura
senza fiammella,
con una stalattite puntata in cuore.
Il verde-azzurro subito mi prese
e con esso,
ogni goccia del tuo mare.
Poi, anche tu, alga,
amore mio,
mi trafiggesti con del granito.
Oh, povero mio cuore,
divenuto un sole dai tanti raggi!
Una ruota che oramai gira a vuoto!

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Potrebbero mille radure,
eguagliare una montagna?
Oppure,
il canto di mille uccellini in gabbia,
una sorgente?
No! Davvero!
Se tu avessi conosciuto,
amore mio,
la solitudine di quest’anfora,
senza collo e senza fondo,
non mi avresti parlato così duramente!
A me,
ad un’anima,
ad un estuario,
Aprile negò anche la sua brezza.
Eppure, tre giorni fa,
cantavo il tuo profilo!
Sono rimasta un giunco.
Senza sbocco.
Tu un arcangelo.
Di pietra.

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Accarezza l’amato,
soprattutto mentre riposa…
dopo lo sforzo dell’amore…
quando i lineamenti del suo viso
sono soavi.
Io sono una rosa,
lui un tiglio,
nella madia traboccante di caldo pane.

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Aprile…
nella filigrana delle tue brezze…
nella foglia umida dei tuoi orizzonti…
io provai un sobbalzo.
Parlo ancora di lei…
della mia rondine nera…
che migra ma poi torna.
La mia corolla è un accordo
che si distingue tra la folla,
sarà forse per questo,
rondine,
che puntualmente
torni ad intrecciare il mio nido-cuore?
La mia corona?
Sappi che la prescelta sei tu…
non ne verranno altre…
la mia torre svetta…
questa è la promessa.
Guarda l’aurora…
e capirai perché ti dissi:
“Lucerna del corpo è l’occhio”.

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Avete mai riflettuto su di un seme,
nascosto nel suo epitaffio?
Velo dopo velo si scopre
e poi gioisce come filo d’erba.
Corre incontro al giorno,
fino a superarlo in velocità!
Anche io sono nascosta in un seme,
come in uno stormire,
sono il sabato dell’attesa,
come la zolla scura che mi contiene.
Descrivetemi il sole!
Da quaggiù ne ho sentito parlare.
Una radice-amica, anche lei,
lo ha sognato,
nel chiacchiericcio del frutteto.
Io non oso…
l’elegia sarà per me una sorpresa..
giorni addietro, però,
sorrisi alla mimosa di Marzo,
mentre volava con tutti i suoi zecchini,
dunque, ditemi, voi che potete,
assomiglia ad una mimosa il sole?

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Ci perdemmo…
non saprei dirti come accadde…
non tutti i semi trovano il sentiero
del compimento.
Tu, rimanesti, col tuo tamburo,
nella cambusa della terra,
io, invece,
papavero viandante,
lieve, m’incamminai verso occidente.

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Hai conosciuto tutto di me…
le mie assenze e le mie presenze,
le vie della seta,
così come,
il turibolo ricolmo di grani d’incenso.
Ora, la mia palma da datteri
ha frutti maturi,
stilla miele
per la gioia dei carovanieri,
dei millantatori
e dei passanti.
Raccolgono e vanno.
Mi pressano come acino d’uva.
Per te, però, amore mio,
ho serbato il favo prezioso!
Hai forse dimenticato il miele
della scorsa estate,
che come balsamo
ti stendevo sulle labbra
prima di fare l’amore?
Ti proteggevo dai miei cocci di bottiglia!
Oh amore, amore mio,
in quella piccola stanza di campagna,
nell’urlo dell’estate,
ho celato il chiavistello dell’enigma!
Non indugiare ancora.
Aprile è il preludio!
Verrà poi il vento…
quello del sud…
che soffiera’ con tutte le sue mani.
Oh, come vorrei che fosse già qui!
In questo frutto.

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Vi sono giorni in cui…
il tuo ricordo
è solo un leggero pigolio.
S’ innalza appena…
dalle grate del mio cuore!

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Gioia insperata è scorgere
una violetta nel sottobosco.
Sì, neppure tu puoi dimenticare.
Questa notte ne ho avuto certezza.
È solo un’istmo
che separa l’oriente dall’occidente.
Una landa o una brughiera
non possono dividere due albe.
Poiché cielo e terra
sono un’unico globo
salpero’ da ovest per raggiungerti.
È nella natura delle cose,
la ricerca e il congiungimento,
l’ala del sospiro
in tutto ciò che rifulge,
lembo estremo di mare,
in questa carta da zucchero.

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È fatta di carne,
la carne delle tue labbra,
sulle quali migrare e poi tornare?
Anche le ore,
ci diranno “basta! ”
dopo che avremo sfilato le perle,
una ad una…
dal binario del tempo.

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Cosa potrei trovare
più ad oriente dell’oriente?
Un porto?
Un molo?
No! Un papavero!
Con un cappello
dalle larghe falde rosse.
Chi è costui?
Forse un paggetto.
Ha un gran da fare!
Sentinelle a destra e a sinistra,
già sull’attenti.
Eccolo, infine, il sole!
Mi affaccio dal balcone
della mia bottiglia
per guardare meglio.
Buongiorno!

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In un giorno o due di primavera…
laddove migliaia di semi,
tamburellano con le dita,
il soffitto della terra…
la docile foglia attende.
Il pettirosso, invece,
già frutto maturo,
s’ accomoda sul ramo.

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Quanti semi dormono
nell’oceano addormentato della terra?
Quanti di essi germoglieranno
fino a raggiungere
le vette innevate dei monti?
Il Maestro Vetraio non li ha forse
soffiati a bocca uno ad uno
con eguale maestria?
Generandoli tutti?
E dunque, perché solo alcuni
vengono consacrati,
mentre altri attendono
al buio il giorno del giudizio?

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Se l’intera corte celeste,
passandomi accanto, per caso,
mi attraversasse da parte a parte,
ti fermeresti ancora
presso il mio mattino?
Riconosceresti ancora il battello
dalle labbra e dagli occhi turchini?
Le finestre e le porte?
Isso reti a vapore
per diletti nuovi mesi
e dilette nuove ore…
Ventiquattro rintocchi
e Aprile è già volato via
nel misterioso glicine…
ecco…
ora, incede lei …
la rosa!

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La mia dolce April
si è addormentata in una ruota…
tornerà col prossimo giro di prua…
dopo che le bacche rosse dell’inverno,
avranno salpato da ogni rovo.
Mi mancherà l’azzurro dolore
del biancospino…
cosi come quella speranza mai sopita,
di fiume che scorre al centro,
solco eterno che divide.
Ora ci sono nuove pianure
da attraversare,
si vede già un nuovo mulino,
che macina acqua a vuoto.
Maggio è il preludio di un vertice
che già racchiude i semi
di un declino.

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Attraccare il proprio vascello,
ad un’alga,
in alto mare,
vi pare possibile?
Sì, se le onde
oltrepassano il cielo
fino a vagliare i segreti
della stella polare!
In tal caso,
anche una sirena di carta velina,
ha sembianze di albero maestro.
Poi, t’accorgi,
che quel mare era solo uno stagno,
dagli occhi appena azzurri,
e lo stesso vascello,
nonostante i sobbalzi,
cercava approdo sicuro
solo nel tuo cuore.
Verso dove, dunque,si dirigerà
quella ninfea?
Non saprei davvero.
Sarà una sfida di vele.

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Non chiedetemi perché
il monte si adombra
dopo il rosseggiare del tramonto.
E’ una spina sottile che l’ha trafitto.
È il silenzio di un’arpa che ha suonato.
Sul far della sera…
ogni anfratto stringe un nido,
quante radure si aprono!
Quanti cieli per un’ala sottile!
E quel rovo, perché continua
a chiamarmi?
Incede con strane melodie.
Non si è accorto che il giorno
è già nascosto dietro lo steccato?

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Le ore si susseguono
l’una dopo l’altra
formando il giorno di ieri.
Chi mai, potrebbe indossare,
un simile trionfo
che sorge da ponente?
Dove condurra’ questa radura
che non c’è?
E il sole?
Lo avete visto mentre oliava
la sua lampada?
Oggi ha deciso
di mostrarsi a tutta la sua corte
dalla colonna del cielo…
Invano! Se c’è ormai un cuore in avaria!
Invano! Per un’anima addormentata!

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Qual’è il peso specifico
di un cuore di un uccellino?
Poco più di una speranza…
eppure riesce a contenere
immensi cieli
ed immense radure!
Perché, dunque,
l’infiorescenza di un mattino
non attecchisce nella mia anima?
Ho idea di un roseto…
fra le cui braccia
il diadema delle ore si è impigliato!

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Se un giorno non avrò più nulla da dire
o da raccontare,
al mio posto parlerà la rosa di Maggio.
Ne è rimasta qualcuna, ancora in vita,
fra i tratturi
eterni della terra.
Se un giorno, non percorrero’ più
queste valli profonde
o questi cieli rossi o azzurri,
m’inerpichero’ come edera
lungo i quattro pilastri della vita
e confondero’ i vostri semi numerati
uno ad uno nella bisaccia
di juta del viandante.
Quante volte il mio cuore
è stato soppesato
dal bilancino dell’orefice!
Solo polvere di miniera!
Senza alcun valore o idea!
Tutto ciò l’ho confidato
ai rami degli alberi,
e loro si sono chinati verso me
regalandomi ambra e smeraldi.
Ora rido di quel bilancino d’orefice!

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Ogni chiavistello
aprirà ciascun anfratto…
Ogni feritoia purpurea
genererà un fiore…
L’ape non temera’ più
e neppure la farfalla…
ed anche a me,
più che piccola creatura…
spetterà il mio centesimo di terra.
Mi piacerebbe guardare dall’alto
questa terra fatta di carne
e cercare uno ad uno
tutti i semi che non germogliarono.
Ritroverei anche il mio…
solo per rendergli giustizia
e spiegargli che il giorno
non è altro che un drappo
che il Tessitore
distende al mattino
e ripiega la sera.
Oh, Maggio soave…

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Mi chiedo
se esiste un’età giusta
per la tenerezza…
Conoscete il seme
appena abbozzato
nel grembo della terra?
Oppure il vento grecale
che soffia nel cuore degli innamorati?
O ancora i cerchi concentrici
che si susseguono come albe
da millenni?
In nessuno di essi vi è tenerezza!
La tenerezza è lieve,
la tenerezza è soave,
si posa come farfalla
sulla fronte del gelsomino…
lo bacia in viso,
e poi in un battito di cuore
vola via…

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Cieli immensi nel fluire dei prati…
che strano senso di smarrimento
quando ormai si è liberi
al di la’
delle feritoie
di un rosso ricordo.
Volare via…
chi potrebbe impedirmelo?
Ma dove andare
se i cirri del cielo hanno ali annodate? seguire l’orma
di quel torrente meraviglioso…
ma io piccola creatura
ho conosciuto solo il tepore
del suo miglio…
solo il tepore della sua erba secca…
Mio malgrado decido di restare…
ma perche’ gli amici alberi,
scuotono le loro chiome?

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Tra due pioli
la cordicella tesa dell’orizzonte…
il mattino impavido
come un pettirosso
prova il suo primo volo.
Ecco il Giardiniere…
predispone l’aiuola…
la rosa gli sorride dolcemente
e gli fa un devoto inchino.

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Ogni spiga di grano maturo
teme il canto del mietitore…
ogni uccellino ha il sentore della neve.
Oh, se non avessi mai conosciuto
le tue vette!
La tua coppa d’alabastro!
Non avrei percorso
senza freni la discesa
dell’altro versante!
Le mie labbra ancora rosse
e calde d’amore
hanno sempre temuto
le feritoie dell’alba…
mi stringevo più forte a te…
invano!
L’ impietosa ruota
aveva già decretato

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Quando il cielo
reclina dolcemente il capo
verso occidente
tinteggiandolo di rosa,
ogni granaio si riempie.
La nostra soffitta era
colma fuori ogni misura…
le nostre mani
setacci per finissima granella.
Dov’erano i millenni?
Non saprei..
forse intenti a rotolare chissà dove…
io sentivo di essere lì al sicuro…
fra le sue braccia…
nella casa del pane..

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Quando i secoli e i millenni
saranno rintocchi di bronzo
sulla vetta della montagna del tempo
chi ricorderà le mie parole?
Anche della voce del biancospino
non vi sarà più traccia.
Che strana sensazione
riflettere sul coperchio
di una scatola di latta che si chiude.
Con le nostre fotografie all’interno!
Quanto tempo è stato sprecato!
E il trifoglio là fuori era già un diadema!
E il drappo del cielo si sollevava
ogni mattina… quale meraviglia!
I quattro punti cardinali,
come giocolieri,
si alternavano senza fine
non badando alle nostre scaramucce.
Oh Dio, donami un altro secondo…
solo il tempo per un bacio
o una carezza.

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Quando l’anfora del cielo,
all’alba,
riversa il suo diaspro primordiale,
fortificando il giorno
come un fiore sul suo stelo…
le ali lentamente si distendono
e il cocchio incede sempre più ardito
verso l’asse centrale
ovvero il meridiano di fuoco.
L’oriente e l’occidente,
come due alberi secolari,
mostrano eguale forza,
come due colonne,
o due stalattiti.
Poi, da ovest,
la fanfara lucida i suoi ottoni
e così divampa il tramonto
fra i rovi del cielo e della terra
fino a quando l’ultimo fante
non suona la ritirata
ed ogni creatura si adombra.
Gli uccellini reclinano
il capo sotto la tenera ala
avvertendo già il sibilo della notte
che come dardo
è pronto per colpire
il cuore di ogni nuvola,
il cuore di ogni innamorato.

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Tutto ciò che ha radici
e poi s’ innalza come un’alba,
presenta un doppio versante
ovvero quello chiaro e luminoso
della Creazione
e quello nascosto e solitario
della regione autunnale
dove tutti,
prima o poi,
ci avviamo
quando riconosciamo
il bianco cipresso…
sentinella dell’ultimo cancello.
Anche un gabbiano
nella più luminosa
giornata estiva
apre le sue ali alla ricerca di altri moli.
Così i fiori
belli all’alba
sui loro steli azzurri,
al tramonto,
sognano campi più vasti,
nuovi moli
per incantare millenni.
Avete già incontrato il mio fiore?
All’alba discorreva
amabilmente con un gelsomino.
Poi si chiuse.

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Un tuo bacio…
lieve come la luna,
isso’ vele
sul mio guscio di noce.
Da diversi giorni
non riconoscevo
il molo del ritorno
né più m’interessava
il sentiero del mare..
Io al sicuro…
già riposavo in un tiepido nido.
Poi la tua ala…
insperata…
fece oscillare il mio tramonto
e i miei occhi rividero
l’immensa corolla del cielo
ancora in equilibrio
sullo stelo del giorno.

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Potreste numerare i cerchi concentrici
di un’anima come fosse il tronco
di una quercia millenaria?
Aprite il mio scrigno e contate!
Quanti solchi d’aratro mai colmati!
Quanti semi a cui non fu mai
rivelata la via!
Si smarrirono nel labirinto di ghiaia
prima ancora che la città
venisse edificata…
prima ancora che il bosco fosse.
Ora non trepido più..
c’è un inverno ovattato…
una bianca coltre di neve
che tutto copre.

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Il cielo,
ellisse perfetto,
insegue il sogno di un airone.
La terra,
talvolta nitida,
talvolta scura,
ascolta i palpiti
di milioni di fiori.
Dite che si sarà accorta
di quel filo d’erba
che per caso spunto’ ?

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Il nostro amore poteva sbocciare
da ogni versante…
spingendosi oltre ogni grata…
gemma d’acqua,
azzurrina su ciascun ramo.
Giugno è già arrivato,
maestoso come una torre
e il suo fiore
già degrada
lentamente verso il mare.
Odo, lungo il crinale del tempo,
lo sciabordio
della mia anima
contro l’asse eterno della sera.

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Fiammella tremula
sopra il lucerniere
quel tuo “ti amo”
improvviso…
insperato.
Dai miei occhi limpidi
una stella sfuggì…
già scia di cometa
sulla mia guancia.
Quella lieve speranza
raggiunse
le feritoie del cuore
e di lì un uccellino intono’ il suo canto.
Oh amore,
tesoro mio,
disponi già della mia anima.

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Un bacio è una speranza alata…
si posa dapprima sulle labbra,
come farfalla sull’anelito di un fiore
e poi come un tramonto
si ferma sul cuore
per socchiudere le ali.
Oh, povero cuore!
Non s’ accorse
che la finestra di giugno
era stata lasciata aperta!
Al mattino la mia anima
non c’era più…
era volata via…

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Anche questa notte
la luna ha lavorato all’arcolaio…
dalla matassa informe del cielo
ha dipanato fili d’oro e d’argento
per nuovi fiori
che pone nella sua gerla.
Poi, in equilibrio, sul mattino,
li consegna al Giardiniere,
affinché possano riceverne il Soffio
e poter vivere sui rami.
E i fiori di ieri?
Oh, essi si sono gia avviati lieti
verso la collina.
Non torneranno più.

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Disegnami un’alba…
potrebbe bastare!
Acquistai proprio ier l’altro
dal merciaiolo dei miei sospiri…
pochi centesimi di porporina…
Ecco te li rendo.
“E se non fossero sufficienti? ”
“Non preoccuparti…chiamerei
l’ape di giugno!”.

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È stato sufficiente per me.
Una farfalla ha solo vaghi
ricordi di quando era crisalide.
Saprebbe forse distinguere la linea
del tempo?
No, di certo!
Le è bastato riconoscere
il suo fiore e lì si è posata.
Rotolate pure secoli
alla mia destra e alla mia sinistra!
Io resto qui…
in bilico… a volteggiare…
sull’arco dei suoi respiri.

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Preghiera semplice
Signore,
solo Tu conosci
il sentiero che dovrò
percorrere o attraversare.
Avrei solo una richiesta:
non darmi cieli troppo vasti
né una terra troppo vasta,
poiché ho sempre migrato piano.
Vedi… in quest’ora di giugno…
anche i campi di grano
sono stati già tutti mietuti…
e dove sono ora quelle spighe?
“Formano un unico pane”.
Guardo là fuori…
sento le ore rotolare come ruscelli, ombre alle mie spalle,
mentre l’alba
di porpora e d’azzurro,
già s’ innalza su un nuovo stelo.

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Date ad un cuore un grande dolore
ed esso si dilatera’.
È strano lo spirare di tali venti
in quest’anfora d’estate
quando i cieli dovrebbero
essere più tersi.
Ho conosciuto inverni
con corolle e senza neve
con rami teneri d’Aprile…
Ed ora?
Non respiro più questo solstizio
troppo ardito
per la mia anima di giunco.
Sentii una voce che mi sussurrava:
“Non temere, c’è un Amore più grande”!
Perciò attendo questo spiraglio di cielo dal quale affacciarmi
come fosse una finestra
od una farfalla.

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Le ore ci venivano incontro…
esibendosi con nastri
e cerchi di fuoco.
Volteggiavano leggere
fra i nostri respiri…
mentre io…
tenue come un fiore,
ti accoglievo.

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Lapislazzuli…
cielo immoto così silente.
Ti interrogo ma non fornisci responsi…
corri vago con le tue nubi.
Nella conchiglia del cuore…
cembali d’estate
riecheggiano l’eco delle mie parole.
Gerani al balcone.

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Ho imparato a riconoscere
da lontano il sibilo del dolore.
Intravedo già
oltre le feritoie del tempo
un disco marmoreo…
levigato…
plenilunio destinato al declino.
Sollevo il ponte levatoio…
i merletti del mio castello
sono oscurati,
oscillano come fiori.
Ed ora che la finestra d’Aprile
è chiusa
che ne sarà di te cecchino?
E della tua anima?

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Volteggio nella tua anima…
rivoli di cielo
ci legano…
annientandoci come
sacra essenza dei sogni.
Pura acqua di mare
ci attraversa.
Tu ci sei.

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Ed ogni volta
sopraggiungeva l’alba…
bianca vela entro ogni fessura…
e noi…
ancora stretti,
mano nella mano,
come tiepide pagode,
ci inoltravamo nel giorno liquido
senza una bussola.

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Vorrei che la mia anima…
libera da ogni legame o carena…
divenisse goccia dell’immenso cielo…
porterei con me solo un fiore,
a ricordo della scura terra
che non mi accolse.
Anche il tenue gelsomino di Luglio
s’ innalzerebbe oltre la grata.
Pieno fulgore di ali
fra bianche corolle.

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Sera…quanto dolce a me giungi…
ogni rumore in te s’ acquieta. ..
ovattata coltre di docile neve…
l’occhio sacro della cattedrale
s’ adombra
come canestro per miriadi di ali..
io ho per tetto il cielo…
incessante richiamo…
busso al sacro portale…
con l’unico remo…
sopravvissuto al naufragio…
ditemi soltanto…
oh anime sacre…
se mi accogliereste
laddove i venti
sono solo melodia d’ape.

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È strano considerare
come un grande dolore
anziché annientarci,
ponga un’assoluta pace
nel nostro cuore.
Oramai non attendo
più nulla, più nessuno.
Il cuore, resta lì, immobile…
abbagliato…dalla traiettoria del dardo..
impossibilitato ad andare avanti
o indietro…
poi tutto,
all’improvviso s’ innalza…
come soffione nel vento…
ed ogni sospiro
trova da se’ il giusto sentiero
ovvero la sacra dimora
nella raggiera della luna.

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Com’è strano questo Luglio…
senza frinii di cicale…
senza odore di miele selvatico. ..
senza viottoli e sentieri,
senza la medesima luna….
senza le tue mani.
Sei stato attratto come ape
dalle luci e dai saltimbanchi
del vicino paese.
Il mio cuore era solo un flauto d’acqua!
Proponeva solite melodie…
delicato papavero di carta velina.

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Poco fa…
ad occhi chiusi
avrei saputo riprodurre
un giglio dalle ali purpuree…
adesso…
ad occhi aperti
e col cuore trafitto
la tua fotografia
è solo foglia d’autunno
priva di confini.

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Pensavo che il tuo ricordo
fosse un’azzurra ala di farfalla…
mi sbagliavo…
aveva maggiore consistenza…
infatti, roteava
come un sassolino già levigato
lungo le pareti trasparenti
della mia anima..
poi, all’improvviso, non udii più nulla.
Dove sei sassolino?
M’affacciai…eri laggiù…nascosto tra i petali…
ho smosso la boccia di vetro
della mia anima
per vederti volteggiare ancora
insieme alla giostra dei miei ricordi.

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L’importante è aver vissuto.
Aver incrinato un tassello
del suo mosaico.
Ciò che resta è cielo e vento.
Talvolta, la biga dei ricordi
va e viene…
si sofferma, poi riparte.
Sorseggiai dal tuo calice
l’essenza della tua anima,
quando ancora era pura…
priva d’ogni malizia.
Anche le nostre mani,
ricordi?
Erano mani di bambini…
fragili come vetro…
E le labbra?
Fiori dalle corolle perfette…
estasi…
la carne dei coralli.

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Un’anima…cos’è un’anima?
Talvolta me l’immagino
come una bianca corolla
o come un’ombrellino.
Ha sembianze di un’ala?
O di una vela?
Mi cammina accanto, la sento…
mi precede…poi s’ innalza…
Avverte tutto il dolore del mondo…
ma è foglia tremula,
cosa potrebbe fare?
allora si nasconde…
cerca la barca rossa del tramonto…
E’ sabbia al vento…
si disperde in un luogo
che ancora ignoro.

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Il paniere dell’estate era colmo
e il giorno già maturo
s’ innalzava sul suo gracile
stelo di grano.
Un giorno come tanti…
uno dei troppi millenni che roteava…
e poi…all’improvviso tu…
colibrì dall’azzurra livrea…
le nostre prue, ormai separate
puntavano ciascuna
verso nuovi orizzonti.
Ti accorgesti forse
del mio remoto cielo?
O della mia fontana sigillata?
Morivo spesso,
e tu lo sai,
oltre gli stipiti
della tua porta socchiusa.

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Una vela…
forse due…
gusci di noce
smarriti in un’oriente
che vive ormai
di canti non più miei.
Un’alba appena abbozzata
s’innalza
oltre il consueto
cancello del tempo.

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ensate che un’anfora già incrinata
possa temere di cadere in pezzi?
Io vi dico di no!
È la luce che penetra attraverso le fessure
che ferisce il vino!
Quando ormai i cocci sono sparsi
e il vino già un liquido tramonto…
ci si siede sereni a guardare il mare…
il filo di ferro che cingeva
quell’argilla per tenerla salda
avrà mollato la sua presa.
Tutto sarà passato come
in un volo.

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A mia madre
C’è uno sprazzo di cielo
nella vita di ciascuno
in cui si desidera
tornare alle origini
ovvero al germoglio.
Ripenso a mia madre…
alle candide lenzuola di lino,
alla luce ancora innocente,
ai miei remi non ancora spezzati.
Sentirmi ape
fra le antere e i pistilli
che un tempo mi nutrirono.

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Nell’ineffabile grandezza del giorno,
corolla perfetta è il crepuscolo.
Lieve, poi…
s’adagia la sera…
nebbiolina fra le calli dei miei pensieri…
reclino il capo sotto l’ala,
un tiepido fienile m’attende…

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Vidi un platano chinarsi
come un tramonto.
Le sue fronde sfioravano
lande inesplorate di silenzio.

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Non fu la tua mancanza
ad opprimermi…
ogni occhio, prima o poi,
si fortifica nelle tenebre più fitte.
Ciò che mi mancò
furono le piccole, fragili consuetudini
ovvero luoghi chiamati respiri.
Mi sentii come un’ape
a cui il Creatore toglie
all’improvviso
il senso dell’orientamento.
Volteggiai, volteggiai
a mezz’aria, sull’arco del cielo…
non riconoscendo più
l’abituale giardino,
l’abituale steccato,
il profumo di gelsomino.
Fu allora che mi domandai
se avrei rivisto il mio alveare.

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Quante volte mi sono sentita
una bacchetta di vetro trasparente
sottoposta ad una continua
ed energica fonte di calore…
Come foglia in autunno,
dapprima iniziai
ad incurvarmi,
poi finii per piegarmi del tutto
fino a toccare l’altra mia estremità
ovvero l’opposto oceano.
Fu un cerchio perfetto
quel mio dolore,
astro di solitudine
la mia inconsapevole voce
anche Dio se ne stupì
nel collocarmi poi fra le stelle.

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Ciò che io chiamavo “speranza”
abbandonò definitivamente
la mia anima.
Non furono necessarie
parole di commiato…
lei semplicemente andò via
in un fruscio di vesti…
imboccando l’arco principale
della città
oltrepassando poi le mura.
Prima che la palpebra si richiudesse,
lei si voltò,
per salutare ancora la mia corolla.
La mia mano era liquida
dietro la sua scia di stelle…
un oceano di perdita
il mio cuore.
April ancora una volta
mi abbandonava,
la mia ruota era un vento.
Leggero.

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Sì e ancora Sì.
Fra te e me
solo il solco del cielo…
anfora per colmare
le nostre esistenze
inquiete e confuse.
Amami.
Il mio viso e le mie ali
rifulgono di luce.
Inaspettato sei come un fiore di marzo.

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Vasto quanto il cielo
è il Sacramento
che io stringo in petto.
Timido e ritroso,
s’ affaccia dal cornicione del tempo
per poi addormentarsi
come un bimbo
dalle guance di mela.
Ci sono giorni,
tuttavia,
in cui irrompe
con la maestà di una torre.
Allora soffia il vento
che tutto piega.
Come possa,
io,
esile creatura,
cullare un così grande mistero
non saprei dirvi.
Forse provai
a guardarlo negli occhi
e l’azzurro crebbe in me.

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Veleggiano ancora incorporei fiori.
Settembre, tuttavia, è già qui
con la sua palpebra socchiusa…
con il suo uscio in penombra.
Ben presto gli alberi si mostreranno
in tutta la loro nuda carne…
braccia senza cerchi…
silenziosi in attesa.
Tornerà l’ape zuccherina?
Non saprei…
tale sapienza è privilegio
solo dei bimbi.

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Mi dissero: “Osserva il cielo! “.
Ma io non li ascoltai.
Un molo o un firmamento
non mi condurrebbero da lui.
Così cercai il vento
e fra i suoi rami
riascoltai il mormorio
delle sue mani.
La carena della mia anima
incomincio’ ad innalzarsi
e senza alcuna fatica
giunse a destinazione.
I suoi respiri erano l’Oriente.

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Talvolta bussa.
Lo faccio accomodare.
C’è ancora spazio
fra la luna e il sole…
intervallo vasto
quanto una marea.
“Gradisci una tazza di te’?”
“Sì, grazie! “.
Ci sediamo….
Dalla finestra lievi riverberi di luce.
Siamo due vascelli
che prendono il largo
non più intimoriti dai ricordi…
Ci raccontiamo i nostri silenzi.
Poi i nostri sguardi s’ incrociarono.

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Talvolta sentivo
la mia anima danzare
come una casetta
dai rossi mattoni
ultimo avamposto
prima dell’aurora.

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Inaccessibile il cielo.
Poche spanne d’anima
non furono sufficienti
per sfiorare l’albero della vita.
Invano tentai di innalzarmi
sulla punta dei piedi…
invano allungai le braccia…
il frutto era lì…
alla distanza di un mattino
legato al ramo dorato
di Settembre.

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“Ascolta…” mi disse.
Gli sorrisi…
“di che si tratta? ”
“The sheltering sky. ..”
Chiusi gli occhi…
una musica celestiale
mi avvolse. ..
A quel punto
il fiume andò via…
mentre io
seduta lì
in prima fila
mi stupivo
per aver vissuto
così tante vite.
“Piangi pure, ora, se lo vuoi…”
mi urlò forse l’anima.

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In un momento indefinito
della tua esistenza
pensasti: “l’ho perduta!”
Si saluta
un tramonto
quando ci si imbatte
nel veliero della notte.
Mi fermai a guardare il mare.
Quanto era vasto!
Neppure il Creatore,
ne sono certa,
ne conosceva
esattamente i confini.

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Avessi conosciuto il cielo!
Mi sarei lasciata
rotolare giù…
dalla sua vetta…
lungo le pendici del giorno…
fino a raggiungere
le fondamenta
dell’eternità
ovvero l’oriente
e il suo fiore rosso
dove nasce
il sole
astro dopo astro.

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Tutto ciò che non può essere detto
né raccontato
è racchiuso in uno scrigno.
Talvolta…
sfioro la porta della notte
per sbirciare il cielo
come potrebbe fare
una domestica curiosa
nei confronti della sua signora
ovvero l’aurora
mentre s’ innalza
bianca sul suo stelo.

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Ogni apice conosce
l’anfora del declino
nel soffione del divenire.
Così come il mezzogiorno piega
le sue spighe d’oro
nella conca dell’occidente
così anche la mezzanotte
predispone lo stoppino
per la lucerna del nuovo giorno.
Dove sono adesso
quelle spighe e il lago della notte?
C’erano. Ora non ci sono più.

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Non lasciarmi sola
quando la notte
mostrerà il suo unico
occhio-oceano.
Sono un piccolo veliero
che si domanda
se mai vedrà le Americhe.
Circumnavighero’ il tuo cuore?
O mi limiterò
a volteggiare
sui miei pattini d’argento
lungo l’anello gelido
della luna?

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Tutto confluisce verso te:
lo spazio…
il tempo…
la mia anima-estuario.

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Ho voglia di ridere
sul sagrato di un mattino
come un fiore
appena intessuto
dalla suprema estate.

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Se un giorno…
passeggiando fra navigli
e case in attesa
tu t’accorgessi di me
e della mia fiaccola!
Sappi che il mio cuore
non ha mai conosciuto
altra stagione
che non sia stata la tua.
Oh, primavera del principio…
oh, mio respiro…
voltati a guardarmi
poiché le nostre labbra
hanno sfiorato l’Eterno.

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Dopo il solstizio d’estate
udimmo i rintocchi
di bronzo del firmamento…
remo che flette lieve il cielo.
Poi volteggio’ l’autunno.

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Il segnavento in metallo
situato nel frutteto
oramai gira a vuoto.
Giostra di ricordi
per uccellini spaiati.

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Quando la prima neve
si stacca dai rami del cielo
e volteggiando si posa
sulle radici della terra
possiamo ben affermare
che è giunta la stagione
dei tetti e delle case.

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Se con le mie ali di farfalla
raggiungessi il campanile
della tua anima
potrei dire di non essere
vissuta invano.
Amore mio…
guarda…
guarda…
come continua
a ruotare la terra laggiù…
mentre noi
come arabeschi
dalla felicità inenarrabile
sfioriamo le guglie
del cielo!

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Quando con le dita del pensiero
sfiorerai
la mia guancia
come lacrima d’autunno
ricorderai le corse
e l’azzurro
dei miei occhi
mentre t’attendevo
come faro
alla finestra.
Poi, quasi un dolore
erano le tue labbra.

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Il deserto stringe in sé
una melodia
canto di un cardellino
trafitto in volo.
Ora il mio nome
è Rosa di sabbia
vento che spira
fra le mie dune.

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La nostra casa
come un piccolo
guscio di noce…
lampada accesa
nella scura
melagrana d’autunno.

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Semplicemente c’incamminammo.
Stringevi ancora
nella mano
il cappello a larghe falde della notte.
Poi nella corolla
del gelsomino
intravvedemmo
la casa.
Ne apristi la porta
e mi baciasti sull’uscio.
“Ubi tu Caius, ego Caia “.

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Ogni parola appena pronunciata
è come un vascello
che s’ allontana
dal porto amico
per intraprendere
la via dell’oceano.
Non può conoscere
in anticipo
quali venti incontrerà
né l’onda che la farà sobbalzare.
Perdonami amore mio,
se le mie parole
come vele d’autunno
hanno sfiorato
la tua alba
senza neppure riconoscerla.

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Lungo l’arco del tempo
addomesticai
una tua parola
per condurla
sempre con me
come soffio
d’Eterno.

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Al primo squillo di tromba
l’altro angelo accende
la lampada del sole
ponendola lieve nel cielo.
Nel frutteto,
s’ illuminano
gli occhi stupiti
del melo bambino.

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Potrebbe essere celata
la luce del sole?
No, di certo!
E perché dunque
il nostro amore
che grida dalle radici
della terra
fino alle vette eterne
del cielo
viene nascosto
come una lucerna
sotto un moggio?

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Melodia senza fine
è la danza dell’ape
tra i filari d’uva zuccherina!
Vi è altra gioia
oltre questa
nella corte d’Ottobre?
Sì! Le mie gote rosse…
rosse d’amore…
foglie d’acero
sul ramo
d’autunno.

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Mi dicono
che l’universo
non ha confini.
E perché io
puntualmente
mi ferisco
dita e polpastrelli
sfiorando
il vetro smussato
del suo collo
di bottiglia?

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Quando il Signore
aprì la dispensa
azzurra del cielo
scelse per noi
le stelle più belle.
Quale meravigliosa
congiunzione astrale!
Al buio, poi,
poco prima dell’alba,
vedo brillare,
queste due stelline,
impigliate
ad un comignolo
senza cappello
ancora tiepide…
tiepide d’amore!

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Ieri sera,
all’imbrunire,
quando mi prendesti per mano
e volammo via
potei finalmente
descriverti dall’alto
ogni piazza e ogni tetto
che amabilmente
ci salutavano.

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Velo dopo velo
il fiore si riveste
della sua camiciola
inchinandosi
al rosso autunno
come l’oriente
alla curvatura del cielo.

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LA BELLE EPOQUE

 

Rilevanza Storica

Successivamente alla fine della guerra franco-prussiana e della grande depressione del 1873-1895 e prima della tragedia della prima guerra mondiale, la Belle Époque si colloca come un periodo di pace e relativa prosperità. Le continue scoperte e le innovazioni tecnologiche lasciavano sperare che in poco tempo si sarebbe trovata una soluzione a tutti i problemi dell’umanità. Debellata la maggior parte delle epidemie e ridotta notevolmente la mortalità infantile gli abitanti del pianeta toccavano ormai il miliardo e mezzo. Alla crescita demografica fece riscontro anche un impressionante aumento della produzione industriale e del commercio mondiale, che tra il 1896 e il 1913 raddoppiarono. La sterlina era il solidissimo riferimento economico.

Nel 1913 l’estensione della rete ferroviaria mondiale aveva raggiunto il milione di chilometri e le automobili cominciavano ad affollare le strade delle città americane ed europee. Il trasporto marittimo fu caratterizzato dalla corsa alla costruzione di transatlantici sempre più grossi e sfarzosi (non a caso, l’affondamento del Titanic, avvenuto nel 1912, fu poi considerato come il sogno infranto della Belle Époque).

Durante questo periodo nacquero il cabaret il can-can e il cinema che allietavano le serate di molte persone. Nuove invenzioni resero la vita più facile a tutti i ceti e livelli sociali, la scena culturale prosperava e l’arte prendeva nuove forme con l’impressionismo e l’Art-Nouveau.

La borghesia celebrava i risultati raggiunti in pochi decenni di egemonia con esposizioni universali, in cui si esibivano le ultime strabilianti meraviglie della tecnica, con conferenze di esploratori, missionari e ufficiali, che raccontavano le grandezze e le miserie di mondi lontani, il cui contrasto con l’Occidente inorgogliva gli ascoltatori e confermava la loro certezza di appartenere a un mondo superiore, che nulla mai avrebbe potuto incrinare. I politici confermavano. Le guerre, se c’erano, erano lontane: in Cina in Africa, sulle pendici dell’Himalaya. Tra le potenze europee ogni accordo sembrava possibile, pur di conservare un benessere tanto evidente.

Affrontare la vita con questo spirito significava caratterizzarlo in modo spensierato e positivo. Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire, anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè e ad assistere a spettacoli teatrali. Le vie e le strade cittadine erano piene di colori: manifesti pubblicitari, vetrine con merci di ogni tipo, eleganti magazzini. Questa mentalità e questo modo di affrontare la vita aveva condizionato anche i settori produttivi. In tutta Europa si erano sviluppate una serie di correnti artistiche giunte a teorizzare che ogni produzione umana poteva divenire un’espressione artistica. Ogni oggetto e ogni luogo diveniva un’elegante decorazione, un motivo floreale, una linea curva e arabesca.

Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un’incredibile mostra nella quale venivano esposte tutte le innovazioni più recenti: l’esposizione universale (o Esposition Universelle). Nel 1900, persone da tutto il mondo sbarcarono in Francia per assistere a questa gigantesca fiera. La gente ne visitava ogni parte e ne ammirava tutti gli aspetti, dalle scale mobili (dette “tapis roulant”) ai tram elettrici, assaggiando le cento varietà di tè importato dall’India.

L’Europa era in pace da trent’anni (circa dal 1870), cioè da quando la Germania aveva inaugurato un’industrializzazione e sviluppo che venivano garantite da una nuova politica di equilibrio. Nessuno pensava più, quindi, che la guerra potesse devastare ancora il mondo; nel 1896 ebbe perciò luogo anche il primo congresso sui giochi olimpici, che stabilì che le Olimpiadi si sarebbero svolte ogni 4 anni.

Fu così che il periodo che va dal 1890 al 1914 fu caratterizzato da un periodo di euforia e frivolezza, denominato “Belle Époque”.

 

Una società di consumatori

Il progresso aveva un prezzo: il benessere di alcuni si basava sulle fatiche e sul disagio di molti altri, segnatamente del proletariato operaio e contadino. Tuttavia il proletariato, soprattutto quello operaio, durante la Belle Époque cominciò a godere di qualche vantaggio, non solo grazie alle proprie durissime lotte, ma grazie anche alla logica stessa dell’economia di mercato in base alla quale se si vuole guadagnare di più bisogna produrre e vendere di più. Per aumentare le vendite era necessario che masse sempre più estese avessero il denaro sufficiente a comprare. Gli imprenditori, quindi, man mano che la produzione scendeva, accettarono di concedere aumenti salariali, facendo salire il reddito pro capite nei paesi sviluppati.

Dopo aver creato nuovi mercati nelle colonie, costringendole ad acquistare dall’Occidente i prodotti lavorati, i paesi sviluppati misero in moto una crescita esponenziale dei loro mercati interni, ponendo le basi per una vera e propria società di consumatori.Per realizzare compiutamente questo allargamento del mercato si provvide rapidamente alla crescita della distribuzione; beni di consumo come abiti, calzature, mobili, utensili domestici, che prima erano prodotti artigianalmente e venduti da piccoli commercianti al dettaglio, cominciarono a essere offerti da una rete commerciale sempre più ampia. Si moltiplicarono i grandi magazzini, furono incrementate la vendita al domicilio e la vendita per corrispondenza, furono trovate nuove forme per il pagamento rateale, che indebitava le famiglie, ma nel contempo rendeva accessibili ai meno abbienti una quantità prima impensabile di prodotti costosi. In appoggio a questa massiccia strategia di vendita nasceva la pubblicità, che cominciava ormai a riempire i muri delle città e le pagine dei giornali.

 

Descrizione

Con questo termine venne contrassegnato lo stile di vita, il mondo di alcune classi sociali alla fine del XIX e inizio XX secolo. L’entrata in scena, in Europa, di grandi stati nazionali come la Germania e l’Italia, la fine dei bellicosi Bonaparte, aveva concorso a creare in Europa un clima ideale in cui le nuove scoperte scientifiche potevano essere applicate alla vita quotidiana (con innegabili benefici) nelle più svariate forme ed utilizzi. Il lungo regno della Regina Vittoria (Inghilterra) accompagnato da una incessante politica coloniale, aveva portato la borghesia produttiva, commerciale, bancaria anglosassone ai massimi livelli sociali. Lo scontro coi tedeschi non era ancora giunto ai livelli pericolosi di una guerra e gli Americani si erano estraniati al di là dell’Oceano e in Asia e Oceania, dove gli interessi europei e quelli giapponesi erano minori di fatto cacciando le vecchie potenze coloniali. All’alta borghesia europea faceva da contorno una piccola borghesia di provincia e la nuova classe dei colletti bianchi che si identificava negli impiegati, artigiani e professionisti necessari per mandare avanti l’apparato industriale. Le città crescevano a dismisura con l’inurbamento degli operai e di pari passo andava la frequenza scolastica che riduceva, partendo dalle classi giovani, le altissime percentuali di analfabetismo. Le uniche che non mantenevano il passo erano le classi contadine e operaie (generiche), sia all’interno dei singoli stati che come categoria generale (proletariato). Il progresso in agricoltura passava anche dalle macchine che riducevano la presenza umana o facevano un lavoro più grande (vedi scavo canali o tunnel). In Russia, il problema dei contadini servi (o della gleba)era innescato e pronto ad esplodere. In un paese come l’Italia, carente di capitali e di materie prime, il surplus demografico e la necessità di terre si sfogarono con una gigantesca emigrazione che vide partire circa 5.000.000 di persone nei primi 50 anni dell’Unità del paese. In Europa si calcola che, con le migliorate condizioni di vita, la popolazione giovanile in alcuni casi triplicò. Ciò fu anche alla base della costituzione di grandi eserciti di leva (impossibili nell’800) e preludio allo scatenamento di conflitti generalizzati. Gli unici stati rimasti ancora multinazionali (o multilinguistici) erano l’Austria, dove l’aristocrazia contava ancora, e il marginale asfittico Impero ottomano dove a contare non era più nessuno nonostante l’unione religiosa e la Russia dove il problema più urgente era altro. L’Austria per stare al passo coi tempi, non aveva flotta, fagocitava tutto l’est europeo come un’ancora di salvezza per compensare la mancanza di colonie, di materie prime e di mercati. I nuovi stili di vita, i problemi sociali delle industrie e dell’inurbamento vedranno affermarsi anche nuovi partiti politici che si ispireranno alle teorie marxiste di metà 800. In Russia saranno l’effetto scatenante di disordini e del crollo sociale quando la guerra volgerà al peggio. La fine di questa epoca avrebbe favorito un solo soggetto, gli Stati Uniti che, usciti da una guerra civile economica, si apprestavano a dare una grossa lezione di “democrazia” al resto del mondo.Nel frattempo, dalla fine degli anni settanta all’affondamento del Titanic (1912) ci fu posto per la più grande rivoluzione consumistica, intellettuale, sociale che fosse mai avvenuta. Per avere un paragone molto parziale potremmo identificarla con quella informatica iniziata alla fine del secolo scorso. Questa bella epoca venne chiamata “belle epoque” dalla lingua della città in cui tutti i sogni sembravano realizzarsi, Parigi.  I caffè letterari erano sempre pieni di giovani autori dalla vita sociale molto brillante (D’Annunzio), i teatri colmi per le grandi dive (Duse e Bernhardt). Le rotative dei giornali ora sfornavano decine di riviste a colori e quotidiani, sui quali a puntate comparivano gli ultimi romanzi dei francesi (Feuilleton), di Conan Doyle (Sherlock Holmes)

 

 

 

 

 

 

Lucica Bianchi

I SACRI VASI DI MANTOVA

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La tradizione attribuisce al soldato romano Longino, che trafisse con la propria lancia il costato di Cristo, la raccolta ed il trasporto di terra imbevuta del sangue del Salvatore nel luogo ove ora sorge la città di Mantova. Dalla ferita uscirono sangue ed acqua che, cadendogli sul volto, gli fecero guarire gli occhi ammalati e lo fecero convertire alla fede cristiana. Longino, raccolto il sangue di cui era intrisa la terra ai piedi della croce, lo custodì assieme alla spugna che era servita per dare da bere a Cristo sul Golgota e con essi arrivò a Mantova, dove nascose le preziose reliquie nell`ospedale per i pellegrini in cui aveva trovato albergo. Il 2 dicembre del 37 Longino subì il martirio in contrada Cappadocia, nel luogo dove ora sorge la chiesa del Gradaro. La cassetta con le reliquie venne ritrovata nell`anno 804, nell`orto dell`ospedale di Santa Maddalena, dove era stata sepolta accanto alle ossa di Longino; il pontefice Leone III inviato a Mantova dall`imperatore Carlo Magno ne dichiarò l`autenticità, avendone avuto in dono una porzione per l`imperatore.

Nuovamente occultate, temendo la loro profanazione da parte degli Ungari che minacciavano di invadere Mantova, le reliquie furono riscoperte nel 1048, al tempo di Beatrice e Bonifacio di Canossa che fecero costruire nel luogo del ritrovamento un monastero benedettino e una chiesa, poi distrutta per far posto all`edificio dell`attuale basilica di Sant`Andrea, voluta di Ludovico II Gonzaga. Nei secoli passati in occasione dell`esposizione della reliquia si svolgeva il burchiello della Sensa (la barca dell`Ascensione) organizzato dall`arte dei pescatori. Era una sorta di spettacolo allegorico durante il quale alcuni pescatori interpretando gli apostoli Pietro, Giovanni ed Andrea lanciavano pesci e anguille sulla folla prendendoli da una barca che veniva portata a braccia dalla cattedrale a Sant`Andrea. Per tradizione, ogni anno nel pomeriggio del Venerdì Santo si svolga la cerimonia per l`apertura dei forzieri che custodiscono i due preziosi reliquari, e che vengono posti ai piedi del Cristo crocefisso nell’abside della Cattedrale. Le sequenze della cerimonia vedono scendere S.E. il Vescovo nella cripta sotterranea della basilica di Sant`Andrea, seguito dal Prefetto Autorità e da molti fedeli. L’apertura è un’operazione laboriosa che comporta l`impiego di ben 12 chiavi.In rispettoso silenzio vengono aperte una dopo l`altra le serrature dei forzieri le cui chiavi sono conservate da autorità ecclesiastiche e statali. Quando finalmente i due Vasi sono all`esterno, il Vescovo incensandole pronuncia una preghiera. I Sacri Vasi sostenuti, uno dal Vescovo e l`altro da un`altro prelato, percorrono la cripta e le strette scale che portano nella Basilica, poi i due reliquari sono posti ai piedi del Cristo crocefisso nel lato sinistro dell`abside della Cattedrale. Per tutto il pomeriggio e la serata la Cattedrale diventa meta dei mantovani che renderanno omaggio alla Reliquia, che, dopo una breve processione cittadina, viene riposta nuovamente nei forzieri della cripta sotterranea.

 

Lucica Bianchi

VIAGGIO TRA LE MERAVIGLIE DELL’AMBROSIANA

VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA DI MILANO

Breve percorso tra le sale e le opere.
Per un’idea delle meraviglie qui custodite.

È la prima collezione privata aperta al pubblico all’inizio del XVII secolo.
Sono opere uniche tra le più importanti dell’umanità: e fra esse:
Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci
La canestra di frutta di Caravaggio
Il grande cartone della Scuola di Atene di Raffaello Dove si trova?
In Italia, a Milano, nel centro esatto della città, già stabilito dagli antichi romani sorge la Veneranda Biblioteca Ambrosiana. L’edifico, nei vari strati, va dall’epoca preromana alla ricostruzione del dopoguerra. Chi l’ha fondata?
Federico Borromeo (1564-1632), cardinale di Milano, cugino di san Carlo.
Il Cardinal Federigo, reso celeberrimo da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, invia i suoi collaboratori in tutte le terre di antica tradizione (il medio e l’estremo Oriente), allora tanto importanti quanto sconosciute, a cercare le opere (codici, pergamene, pitture, oggetti) artistiche più rare e preziose da portare a Milano e da mettere a disposizione dell’Occidente.
Nel 1609, la sua collezione è tra le maggiori e più ricche d’Europa e la apre al pubblico, mostrando i suoi tesori.

https://www.youtube.com/watch?v=YxE2QpNx0fA

 

LA PALA D’ORO, BASILICA SAN MARCO VENEZIA

La Pala d’oro, conservata nel presbiterio della basilica di San Marco a Venezia, è un grande paliotto in oro, argento, smalti e pietro preziose (140x348cm). Il corredo dei suoi smalti è tra i più rilevanti nel suo genere. Alcuni risalgono alla metà del XII secolo (il Pantocratore, gli arcangeli, le feste) e sono pezzi pregiatissimi, tra i vertici dell’arte bizantina del tempo.Grande è l’eleganza del disegno delle figure e la loro realizzazione richiese un notevole virtuosismo tecnico, con l’uso della tecnica cloisònné.

 

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Gioiello prezioso e raffinato, espressione del genio di Bisanzio e del culto della luce, intesa come elevazione dell’uomo verso Dio,posto dietro l’altare maggiore, la Pala d’Oro è rimasta fino ad oggi nella sua originale posizione. E’ una pala d’altare che riunisce circa 250 smalti cloisonnés su lamina d’argento fortemente dorata di dimensioni ed epoche diverse (X-XII secolo), realizzato a Bisanzio su committenza veneziana.
Nel riquadro inferiore, attorno al grande Pantocratore, al centro, sono riuniti: evangelisti, profeti, apostoli e angeli. Le piccole formelle del contorno raffigurano episodi della vita di Cristo e di San Marco.
La cornice gotica in argento dorato viene realizzata a Venezia a metà del XIV secolo.
Tra gli smalti sono incastonate numerose perle e pietre preziose. La Pala d’Oro è l’unico esempio al mondo di oreficeria gotica di notevoli dimensioni rimasto integro.

 

Pala discende dal latino palla, cioè stoffa, ornata a volte con immagini di santi, per l’uso liturgico di coprire l’altare o abbellirne lo sfondo. Dalla stoffa si passa all’oro o all’argento, da cui il nome di Pala d’Oro o d’argento, frequente almeno nelle chiese delle lagune venete. Di queste la più famosa è proprio la Pala d’Oro di San Marco, ordinata dal doge Ordelaffo Falier nel 1102 e finita nel 1105 a Costantinopoli.
E’ composta di 2 parti: la Pala d’Oro vera e propria e il contenitore ligneo, che la riveste posteriormente.
Fin dalle origini viene aperta solo nelle feste liturgiche della Basilica, così come avviene anche oggi. Negli altri giorni resta chiusa e ricoperta da una Pala detta “feriale”, una tavola lignea dipinta. La più antica viene eseguita da Paolo Veneziano e figli nel 1343-1345 con storie di San Marco e santi, ora conservata nel Museo della Basilica. L’attuale, lavorata nella prima metà del Quattrocento da un maestro tardogotico, si può contemplare sul lato posteriore della Pala.

 

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Al centro della preziosa Pala domina la maestosa figura del Cristo benedicente, circondato dagli Evangelisti, che tiene il libro aperto, dove le parole del libro sacro vengono sostituite da gemme a sottolineare la preziosità del suo verbo. Al di sotto del Cristo, si trova la Vergine Maria orante, e ai suoi lati il doge Ordelaffo Falier e l’imperatrice Irene.
Sopra il Cristo è raffigurata l’etimasia, la preparazione del trono del Giudizio Finale, per la seconda venuta di Dio in terra, tra due cherubini e due arcangeli. Più sopra la Crocifissione.
Ai lati sono disposti, in tre registri sovrapposti, i dodici profeti, dodici apostoli, dodici arcangeli.
Allineate superiormente si trovano quasi tutte le feste della Chiesa bizantina, da sinistra: l’annunciazione, la natività, la presentazione al tempio, il battesimo di Gesù, l’ultima cena, la crocifissione, la discesa al Limbo, la resurrezione, l’incredulità di Tommaso, l’ascensione, la pentecoste.
Ai lati, in posizione verticale, in dieci piccoli riquadri, a sinistra i fatti salienti della vita di San Marco, e, a destra, gli episodi relativi al suo martirio ad Alessandria d’Egitto e al trasferimento del suo corpo a Venezia.
Il grande fregio superiore, proveniente da una della tre chiese del monastero del Pantocrator a Costantinopoli, raffigura l’arcangelo Michele al centro e sei formelle con l’Ingresso di Cristo in Gerusalemme, la Discesa al Limbo, la Crocifissione, l’Ascensione, la Pentecoste e la Morte della Vergine (o Dormitio Virginis). Numerosi tondi smaltati di varie dimensioni, raffiguranti i santi venerati dai Veneziani, completano il quadro d’altare.

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Per la storia di questo prezioso oggetto vanno individuate tre fasi:
– La parte inferiore risale al periodo del doge Ordelaffo Falier (1102-1118). Dello stesso periodo è la disposizione degli smalti, sia sulle cornici laterali, con le storie di San Marco, sia sulla cornice superiore con i sei diaconi e le feste cristologiche del calendario liturgico, nonché del gruppo centrale del Pantocrator.
– Alla seconda fase va assegnata la parte superiore della Pala, con la serie delle sei feste bizantine e l’arcangelo Michele al centro, forse recate a Venezia da Costantinopoli dopo il 1204.
– Il terzo intervento si è verificato tra il 1343-1345 affidando, su volere del doge Dandolo, a due orefici veneziani il compito di inquadrare il complesso entro cornici ad arco romanico (parte superiore) o arco gotico (parte inferiore), distribuendo dovunque le 1927 pietre preziose e gemme.

 

Lucica Bianchi

 

Biografia consultata:

Veludo, Giovanni, La pala d’oro della basilica di San Marco in Venezia / illustrata da Giovanni Veludo, Venezia, Ferdinando Ongania, 1888

La pala d’oro / a cura di H. R. Hahnloser e R. Polacco, Venezia, Canal & Stamperia editrice, 1994

Da Villa Urbani, Maria, La Basilica di San Marco e la Pala d’Oro, Venezia, Storti edizioni, 2009

L’INVENZIONE DEGLI OCCHIALI

 

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Dettaglio del ritratto di Ugone di Provenza, dipinto da Tommaso da Modena nel 1352.

Non si può dare con certezza la data esatta dell’invenzione degli occhiali, ma possiamo collocarla in Italia tra il 1280 e il 1300.Il primo a descrivere l’uso di una lente per migliorare la vista fu il filosofo inglese Ruggero Bacone nel 1262. Egli fece alcuni esperimenti con le lenti e gli specchi e descrisse i principi del riflesso e della rifrazione. Iniziò così a scrivere gli effetti dei suoi esperimenti. Era ben visto e protetto dal Papa Clemente IV, ma quando il Papa morì egli dovette continuare i suoi studi in segreto. Venne scoperto, accusato di eresia e imprigionato. Quando uscì di prigione, nel suo Opus Majus descrisse l’azione di ingrandimento della lente convessa e ne suggerì l’uso a chi avesse problemi di vista: “con questo strumento tutti coloro che hanno occhi malati possono vedere ingrandita anche la lettera più piccola.”, ma fu verso il 1280 che la lente cominciò ad essere utilizzata più vicino all’occhio anziché all’oggetto.

 

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Ritratto di Francisco De Quevedo y Villegas

Nel 1284 gli abili artigiani veneziani erano riuniti nelle Congregazioni di Arti e mestieri e ogni arte possedeva il proprio statuto: a questi artigiani era fatto obbligo di giurare sul Vangelo il rispetto dello statuto, che prevedeva la proibizione di vendere il “vetro” dichiarandolo “cristallo”.Nei primi tempi era proibito svelare il segreto della fabbricazione degli occhiali, per la cui violazione era prevista la pena di morte. Tale proibizione frenava la commercializzazione e la diffusione delle lenti, che avvenne ufficialmente solo quando le Arti permisero agli artigiani di esercitarne la libera vendita. Con l’arrivo del XIII secolo vi fu una vera e propria pratica applicazione del vetro come lente correttiva della vista perduta.Gli occhiali inizialmente servirono solo a correggere la presbiopia mentre, il problema della miopia, si risolse dopo la prima metà del XV secolo. Gli occhiali si diffusero pur essendo un oggetto costoso e furono adottati perfino dai francescani, che pur avevano ricevuto l’ordine dal loro fondatore di non dedicarsi alla scienza,erano dei grandi studiosi. In seguito anche Evangelisti, Padri della Chiesa, scrivani, mercanti insomma tutti gli uomini dotti, furono raffigurati con questo importante accessorio. Gli occhiali erano tenuti e protetti in una custodia, generalmente in legno e pelle, appesa alla cintura. Questi oggetti erano usati anche nelle corti signorili, ad esempio nel 1462 da Francesco Sforza, duca di Milano, il quale ne ordinò a Firenze tre dozzine.

 

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L’apostolo degli occhiali di Conrad von Soest, 1403

 

Il 23 febbraio del 1305 si registra una predica presso la chiesa di Santa Maria Novella in Firenze (consultabile nei codici Riccardiani, Ashburnhamiano e Palatino), in cui il dominicano beato Giordano da Pisa o Rivalto comunica al popolo che “non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e delle più necessarie che ‘l mondo abbia, ed è così poco che si trovò: arte novella che mai non fu… io vidi colui, che prima le trovò, e fece e favellaigli.” Di qualche anno dopo è il documento della Cronaca del convento domenicano di Santa Caterina (Pisa), ove risiedeva il beato Giordano, in cui si ricorda frate Alessandro della Spina, morto nel 1313 “modesto e buono, il quale quello che fatto vedeva sapeva egli rifare. Gli occhiali (ocularia) che altri per primo aveva fatto e non voleva comunicarne il segreto, fece egli ed a tutti comunicò lieto (ylari) e volonteroso.”

 

Lucica Bianchi

BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA

“La Biblioteca Apostolica Vaticana è dotata di un abbondante e prezioso, anzi inestimabile patrimonio librario, per metterlo a disposizione degli studiosi, nelle diverse fasi della consultazione, della lettura, del riscontro e della sintesi conclusiva”.
Papa Paolo VI nel Discorso nel V centenario della Biblioteca Apostolica Vaticana

La documentazione storica attesta l’esistenza nel IV secolo di uno Scrinium, che doveva essere sia la biblioteca sia l’archivio della Chiesa latina, mentre un documento del 784 (sotto il pontificato di Adriano I) parla del bibliothecarius Teofilatto. Lo Scrinium papale andò comunque disperso nel XIII secolo e le successive raccolte librarie, di cui esiste un inventario realizzato durante il papato di Bonifacio VIII (1294-1303), subirono gravi perdite dopo la sua morte in seguito ai continui spostamenti,a Perugia prima, poi ad Assisi e infine ad Avignone. In Francia, Giovanni XXII (1316-1334) avviò una nuova biblioteca, in parte confluita nel Seicento in quella della famiglia Borghese e ritornata con questa nel 1891 alla Santa Sede.Fu l’umanista e bibliofilo Tomaso Parentucelli (papa dal 1447 al 1455 con il nome di Niccolò V) il primo a concepire l’idea di una biblioteca moderna, realizzando una consistente raccolta di antichi codici e liberalizzandone nel 1451 la consultazione a studiosi ed eruditi in una sala al pianterreno del Vaticano annessa al cosiddetto Cortile dei pappagalli. Passata dai 350 codici della biblioteca avignonese ai 1200 registrati alla morte di Niccolò V, quella collezione costituì il primo nucleo della futura biblioteca.L’istituzione ufficiale della Biblioteca apostolica vaticana risale a papa Sisto IV e alla bolla Ad decorem militantis Ecclesiae del 15 giugno 1475. Subito dopo, il 18 giugno, ebbe inizio l’attività del suo primo gubernator et custos: il precettore umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina dal suo paese natale Piadena, da cui dipendevano tre collaboratori e un legatore. La nuova biblioteca raccolse i manoscritti, i codici, i fondi, le raccolte di Sisto IV e dei suoi predecessori: 2500 opere (divenute 3500 sei anni dopo), distribuite in quattro sale (la Bibliotheca Latina e la Bibliotheca Graeca per i testi nelle rispettive lingue, la Bibliotheca Secreta per quelli esclusi dalla consultazione e dal prestito esterno, la Bibliotheca Pontificia che fungeva da archivio) decorate con un ciclo di pitture realizzate da Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e dai fratelli Domenico e David Ghirlandaio.

 

Lucica Bianchi

 

 

 

Oltre 4.000 antichi manoscritti appartenenti alla biblioteca Apostolica Vaticana a portata di click.

NTT DATA Corporation, fornitore di soluzioni IT a livello mondiale, ha annunciato la realizzazione di un nuovo applicativo per la navigazione e la consultazione dell’archivio digitale online della Biblioteca Apostolica Vaticana, raggiungibile a questo indirizzo. Le immagini, in alta definizione, saranno visualizzabili attraverso uno speciale visore sviluppato da NTT DATA grazie alla tecnologia proprietaria per l’archiviazione digitale AMLAD™. Questo visore, dotato di interfacce per diverse tipologie di dispositivi tra cui i tablet, renderà accessibili a livello globale le immagini nitide di questi manoscritti unici al mondo.

 

CONSERVAZIONE DIGITALE – NTT DATA è stata scelta dalla Biblioteca Apostolica Vaticana per partecipare ai suoi progetti di conservazione digitale. Il progetto è stato lanciato il 20 marzo 2014, quando i due partner hanno firmato un contratto iniziale di quattro anni per la digitalizzazione di circa 3.000 documenti entro il 2018. Inoltre, utilizzando la tecnologia AMLAD™, NTT DATA ha creato l’infrastruttura necessaria per l’archiviazione a lungo termine, la preservazione e la visualizzazione degli esemplari in formato digitale. Attualmente, NTT DATA sta ottimizzando la propria tecnologia di gestione dei metadati con l’obiettivo di sviluppare – entro la fine dell’anno – una funzione di ricerca efficace per l’archivio digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana. “Siamo entusiasti di ammirare questi antichi manoscritti in formato digitale ad alta risoluzione, oggi resi prontamente e ampliamente accessibili agli utenti di tutto il mondo”, ha commentato Toshio Iwamoto, Presidente e CEO di NTT DATA. “Continueremo a mettere a disposizione le nostre soluzioni IT per il progresso della ricerca in diverse discipline accademiche e soddisfare la curiosità delle persone per questi manoscritti unici”.

 

FAR CONOSCERE I TESORI DELL’UMANITA’ – “Abbiamo accolto volentieri la collaborazione di NTT DATA per favorire l’ulteriore sviluppo del progetto di digitalizzazione dei nostri manoscritti utilizzando le tecnologie innovative sviluppate da NTT DATA”, ha spiegato Monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. “In questo modo sviluppiamo ulteriormente la nostra missione di rendere sempre meglio conosciuti e approfonditi i tesori dell’umanità qui conservati, in uno vivo spirito di universalità: l’universalità del sapere e l’universalità delle collaborazioni e intese con istituzioni e società di ogni angolo del mondo”. Il nuovo sistema di archiviazione digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana potrà essere consultato anche attraverso il portale allestito da Digita Vaticana, fondazione affiliata alla Biblioteca che si propone di raccogliere fondi per sostenere i progetti di conservazione della Biblioteca.

LA BIBLIOTECA ”DEI PAPI” – La Biblioteca Apostolica Vaticana, la “biblioteca dei Papi”, è situata nella Città del Vaticano. Fondata da Papa Niccolò V Parentucelli (1447-1455) nell’antico palazzo quattrocentesco dei Papi, verso la fine del Cinquecento è stata trasferita nel Salone Sistino, voluto da papa Sisto V Peretti (1585-1590) al piano superiore di un nuovo edificio costruito a delimitare a nord il Cortile del Belvedere. La sede attuale, dal pontificato di Leone XIII Pecci (1878-1903) sino a oggi, comprende anche altri edifici contigui nei quali la Biblioteca ha dovuto espandersi per poter ospitare le ulteriori acquisizioni e donazioni dei suoi cinquecento sessant’anni di storia. Ricca di 82.000 manoscritti, di 100.000 unità archivistiche, di un milione e 600.000 libri a stampa (di cui 8.700 incunaboli), 400.000 tra monete e medaglie, 100.000 tra stampe, disegni e matrici e 150.000 fotografie, la Biblioteca conserva una documentazione immensa della storia e del pensiero dell’umanità, della letteratura e dell’arte, della matematica e della scienza, del diritto e della medicina, dai primi secoli dell’era cristiana sino ai nostri giorni, nelle più svariate lingue e culture dall’estremo oriente all’occidente dell’America precolombiana e un fondo umanistico di straordinaria ricchezza.

 

 

 

 

 

 

OPERA OMNIA DI LEONARDO DA VINCI. IL CODICE ATLANTICO – mostre e cataloghi

Il Codice Atlantico è la più vasta raccolta al mondo di disegni e scritti autografi di Leonardo da Vinci ed è conservato sin dal 1637 presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, una delle prime biblioteche al mondo aperte al pubblico.

 

 

Mario Taddei

Esso è composto da 1119 fogli che abbracciano la vita intellettuale di Leonardo per un periodo di oltre quarant’anni – dal 1478 al 1519 – spaziando tra i temi più disparati: da schizzi e disegni preparatori per opere pittoriche a ricerche di matematica, astronomia e ottica, da meditazioni filosofiche a favole e ricette gastronomiche, fino a curiosi e avveniristici progetti di marchingegni come pompe idrauliche, paracadute e macchine da guerra.

Le vicende di cui il Codice è stato protagonista nel corso dei secoli sono estremamente complesse e talvolta perfino avventurose.

Esso venne allestito alla fine del Cinquecento dallo scultore Pompeo Leoni, che era riuscito con molta difficoltà a recuperare una parte degli studi autografi di Leonardo dagli eredi di Francesco Melzi, il fedele allievo a cui il Maestro aveva affidato i propri scritti in punto di morte. Il curioso nome “Atlantico”, che sembra suggerire strani e misteriosi contenuti, gli venne attribuito in realtà per le sue dimensioni, infatti i fogli su cui Leoni montò gli scritti di Leonardo erano del formato utilizzato all’epoca per realizzare gli atlanti geografici.

Il Codice venne poi ceduto da un erede del Leoni al Marchese Galeazzo Arconati, che a sua volta lo donò nel 1637 alla Biblioteca Ambrosiana, garantendone in questo modo la conservazione e la trasmissione alle generazioni future.

Nel 1796 la preziosa raccolta venne requisita e trasferita a Parigi in seguito alla conquista di Milano da parte di Napoleone e rimase al Louvre per 17 anni, fino quando il Congresso di Vienna non sancì la restituzione di tutti i beni artistici trafugati dal Bonaparte ai legittimi paesi di appartenenza. Un curioso aneddoto racconta che l’emissario per la restituzione delle opere d’arte nominato dalla casa d’Austria avesse scambiato il prezioso volume per un manoscritto in cinese a causa della tipica grafia inversa del Maestro: fu solo grazie all’intervento del celebre scultore Antonio Canova, emissario dello Stato Pontificio, che il Codice Atlantico fu infine incluso tra i beni da restituire all’Ambrosiana, sua sede naturale dove è conservato ancora oggi.

Nel 1968 il Codice venne sottoposto a un’imponente opera di restauro presso il monastero di Grottaferrata nel Lazio, durante il quale venne rilegato in dodici massicci volumi. Questa scelta comportò diversi problemi conservativi e di studio in quanto, per poter effettuare analisi comparative dei fogli, era necessario consultare più volumi contemporaneamente oppure dover esaminare più disegni posti in punti diversi dello stesso tomo.

Per superare queste oggettive difficoltà, nel 2008 il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana presieduto dal Prefetto Monsignor Franco Buzzi e in sinergia con la Fondazione Cardinale Federico Borromeo, decide di avviare un’epocale operazione di sfascicolatura dei 12 volumi del Codice e il posizionamento dei singoli fogli all’interno di passepartout appositamente studiati per garantirne la migliore conservazione e allo stesso tempo per facilitarne l’esposizione.

Contestualmente, viene intrapreso un grandioso progetto di esposizione dell’intero corpus della raccolta a sostegno e promozione dei beni e delle attività della Veneranda Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana: a partire da settembre 2009 e per sei anni fino al 2015 in occasione dell’EXPO, i fogli saranno esposti a rotazione in mostre tematiche della durata di tre mesi. Per l’evento vengono scelte due sedi d’eccezione: la Sacrestia del Bramante vero e proprio gioiello di architettura rinascimentale nel Convento di Santa Maria delle Grazie, dove si trova anche il Cenacolo, e la suggestiva Sala Federiciana della Biblioteca Ambrosiana, aperta al pubblico per l’occasione.

http://www.ambrosiana.eu/cms/xxii_mostra_leonardo-2308.html

Qui tutti i Cataloghi relativi alla serie di ventiquattro mostre,

programmate tra il settembre 2009 e il giugno 2015,
dedicate alla presentazione integrale

del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci___________>>>●

 

Marco Navoni, Dottore dell’Ambrosiana, tratteggia il rapporto
tra il Codice Atlantico di Leonardo e l’Ambrosiana, ►●

 

 

_____________XXII    Mostra___________
___________“Studi  sull’acqua”__________
____________16.12.14 – 8.3.15___________

Comunicato Stampa___________________>>>●
Presentazione della Mostra ______________>>>●
Elenco Fogli ________________________>>>●
Schede di Catalogo____________________>>>●
Selezione Fogli  ______________________>>>●

 

____________XXI    Mostra_____________

Sul senso e l’importanza della XXI Mostra
dei Fogli del Codice Atlantico di Leonardo

di Elena Girolimetto e Sara Pozzi

“Il trattato della pittura, tracce e convergenze”

La mostra.
La Pinacoteca Ambrosiana, con la 21° mostra dedicata al Codice Atlantico, intercetta un’altra fondamentale direttrice di sviluppo del pensiero e dell’arte di Leonardo da Vinci. I fogli attualmente esposti nella Sala Federiciana e, come di consueto, presso la Sagrestia del Bramante nel convento di Santa Maria delle Grazie, conservano, come dichiara il titolo, tracce puntuali di una significativa convergenza con il Trattato della Pittura: uno scritto, se non incompiuto, certamente privo di una stesura definitiva da parte dell’autore e ora conservato nella Biblioteca Vaticana. L’opera, in realtà, è una raccolta postuma di materiale eterogeneo realizzata dal suo allievo Francesco Melzi, che pure ritenne di non dovervi includere gli appunti e i disegni del Codice. Eppure essi testimoniano, a volte, un’evoluzione dei concetti espressi nel Trattato. I palati più fini sapranno certamente apprezzare la scrupolosa ricostruzione filologica delle corrispondenze e delle distanze tra i due testi che resta l’obiettivo dichiarato dei curatori.

La visita.
I visitatori che, nei prossimi tre mesi, varcheranno la soglia dell’Ambrosiana o della Sagrestia potranno comunque e, forse, più immediatamente godere di un incontro totalizzante con il genio leonardesco. Alle pareti  i capolavori che rappresentano universalmente l’identità stessa della sua pittura e, nella sala accanto, le pergamene in cui egli si applica a scomporre e ricomporre, gli oggetti, i fenomeni naturali, il corpo umano, così mirabilmente riprodotti sulla tela, per meglio indagarne i meccanismi e le dinamiche. Nell’accalcarsi frenetico, caotico delle annotazioni e dei disegni, i visitatori avvertiranno allora l’eco dell’artista che discute con lo scienziato, il travaglio della pratica che cerca di farsi teoria, l’ispirazione che trova vigore nel metodo. Passando da una teca all’altra, non si può non provare un’istintiva simpatia per questa curiosità inesausta di capire ma capace di stupore di fronte a una realtà che non si lascia mai definitivamente imbrigliare nel reticolo di leggi matematiche e di proporzioni geometriche con cui il pittore tenta di dominarla o nelle forme in cui l’occhio umano crede di percepirla.

Un’occasione didattica.
La natura inter- e multidisciplinare di questi studi sulla pittura si presta, infine, a favorire o accompagnare l’ approfondimento didattico di grandi temi, non solo artistici: numerosissime sono qui le osservazioni dedicate da Leonardo all’ottica e ai fenomeni percettivi, agli effetti di luce e ombra, all’articolazione del movimento nel corpo umano, alla topografia e alla prospettiva aerea. Il metodo sperimentale lo spinge, poi, sul versante letterario, a una prosa che cerca parole e strutture adatte ad esprimere una nuova visione del mondo e dell’uomo. Sullo sfondo il quadro storico – culturale dell’Umanesimo e del Rinascimento.  Un’occasione che docenti e studenti potrebbero splendidamente valorizzare.

La Mostra resta aperta dal 9 settembre al 14 dicembre 2014
nella Sala Federiciana della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Piazza Pio XI, 2
da Martedì a Domenica (chiuso lunedì) dalle 10,00 alle 18,00, ultimo ingresso 17,30.
E nella Sagrestia Monumentale del Bramante, ingresso da Via Caradosso, 1
il Lunedì dalle 9,30 alle 13,00 e dalle 14,00 alle 18,00
e con orario continuato da Martedì a Domenica dalle 8.30 alle 19.00,
ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura.
Per le prenotazioni, tel. 02-80692248 e mail prenotazione.visite@ambrosiana.it

La Mostra, curata da Juliana Barone, si era aperta con una

Conferenza Stampa in Ambrosiana

 

Martedì, 9 settembre 2014, h. 11:00 – 13:00

 

per la presentazione della XXI Mostra tematica

dei Fogli del Codice Atlantico di Leonardo

 

               “sulla Pittura”             

               di Leonardo da Vinci (1452-1519).

 

L’Ambrosiana conserva un prezioso manoscritto,

Copia del ms. Urbinate Lat. 1270,

attribuito a Leonardo da Vinci, sulla Pittura,

con postille di Francesco Melzi

e annotazioni autografe di Giuseppe Bossi 

Si tratta dei ff. 242-552; 36 cm.

Collocazione S.P.6/13 A; 7

 

La copia è suddivisa nelle seguenti parti:

 

  1. Se la pittura è scienza o no (ff. 243-306);
  2. Precetti a giovine pittore (ff. 307-363r);
  3. Vari accidenti e movimenti dell’uomo (ff. 36v-437r);
  4. De’ panni e modi di vestire le figure (ff. 437v-442);
  5. Dell’ombra e lume (ff. 443-515);
  6. Degli alberi e delle verdure (ff. 516-544);
  7. Delle nubi (ff. 545-547);
  8. Dell’orizzonte (ff. 548-552).

 

Alcuni ff. sono bianchi. Sono presenti anche disegni e figure.
Qui alcune schede dal Catalogo della XXI Mostra_______ >>>●

Qui tutti i Cataloghi relativi alla serie di ventiquattro mostre,

programmate tra il settembre 2009 e il giugno 2015,
dedicate alla presentazione integrale
del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci___________>>>●

 

IL SENSO DEI TALAMONESI PER IL NATALE

TALAMONA fine dicembre  2014 – 6 gennaio 2015 festività

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DOVE SI SCOPRE COME UNA COMUNITA’ GIA’ DI PER SE’ MOLTO VIVACE CON LE FESTE NATALIZIE SI ANIMA ULTERIORMENTE 

Da circa poco più di una ventina d’anni Natale, per i Talamonesi, significa elevamento a potenza del già molto spiccato senso della comunità. Le associazioni presenti sul territorio e sempre attive in tutti i periodi dell’anno, nel periodo delle feste fanno a gara nel proporre le iniziative più disparate: dai tornei sportivi a scopo benefico (come il torneo rosazzurro organizzato dal Gruppo della Gioia che però quest’anno è stato annullato quasi all’ultimo momento e l’HAPPYFANIA, confermata invece anche per questa edizione, svoltasi sempre un po’ a Talamona e un po’ a Morbegno) alle lotterie a premi organizzate dai vari esercizi commerciali… capofila dell’animazione natalizia è sempre stata la Pro Loco, seppur con una presenza sul territorio un po’ altalenante nel corso di questi anni, ma sempre comunque foriera di iniziative di grande successo che hanno letteralmente vestito a festa Talamona. Come non ricordare il grande impegno profuso nell’allestimento dei presepi delle contrade, che proprio lo scorso anno hanno festeggiato il venticinquesimo anniversario e, almeno fino a qualche anno fa, l’impegno nell’incentivare le vetrine più belle istituendo una gara tra i vari negozi, gara che ha fatto si che le vie di Talamona si vestissero letteralmente a festa, o ancora l’organizzazione dello ZUCCHINO D’ORO non più confermato quest’anno. Non si può non citare anche il grande impegno della filarmonica, coi suoi bellissimi concerti annuali d’inverno, ma anche quelli estemporanei seguendo il percorso dei presepi o quello dei gruppi coristici (di volta in volta il coro Valtellina o la corale Passamonti).

La cosa più bella del Natale talamonese è proprio questa, il fatto che ogni edizione non è mai esattamente uguale ad un’altra. Ogni anno non sono sempre le stesse contrade ad aderire per l’allestimento dei presepi (a parte la presenza fissa di Ca’ Giovanni e via Erbosta che lo scorso anno è valsa loro una menzione speciale) e ogni anno l’allestimento varia, i volontari sanno, di edizione in edizione, riempire di stupore i visitatori per la loro grande fantasia nell’interpretazione dell’evento della natività del Salvatore. Ogni anno non ci sono sempre le stesse iniziative. L’anno scorso ci sono stati i mercatini lungo il centro storico quest’anno invece no, l’evento della gara delle vetrine, come già detto, non viene più proposto da alcuni anni, la lotteria non ha sempre lo stesso regolamento, di edizione in edizione si verificano alcune variazioni.

Quest’anno ci sono state, nel calendario delle iniziative, quattro novità assolute.

La casa di Babbo Natale

Le letterine a Babbo Natale che i bambini potevano consegnare in piazza è sempre stato uno degli eventi cardine delle festività, così come le befane in piazza all’Epifania. In questa edizione però la Pro Loco, con la collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, ha voluto superare se stessa allestendo, nel piccolo piazzale di fronte alla biblioteca, una vera e propria casetta di Babbo Natale, molto ben curata nei dettagli. Lettere e disegnini dei bambini sono state consegnate li, ma, grazie a questo nuovo allestimento e sempre grazie alla collaborazione degli esercenti di via Don Cusini, l’evento delle letterine non è stato l’unico rivolto ai bambini in questa edizione, ma hanno fatto seguito anche altri tre pomeriggi di giochi e animazioni per i bambini, ma anche per le loro famiglie.

 

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La casa di Babbo Natale in notturna

 

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La casa di Babbo Natale in diurna

 

Gonfiabilandia

Lo spirito del Natale è soprattutto spirito di generosità e solidarietà e chi meglio dei talamonesi può saperlo, avendo fatto, nel corso del tempo, di questo spirito un arte con tantissime tra associazioni e gruppi di volontariato e assistenza attivi sul territorio. Tra questi gruppi uno dei più recenti è il GFB ONLUS nato con l’intento di sconfiggere una rarissima malattia genetica prima di tutto accendendo i riflettori su di essa per incentivare la ricerca. A questo scopo è andato tutto l’impegno profuso per l’organizzazione di iniziative (mercatini, spettacoli teatrali, concerti, punti spesa dell’IPERAL). Non poteva dunque mancare la presenza di questa associazione anche nel corso del Natale talamonese, con l’organizzazione dell’evento GONFIABILANDIA previsto per domenica 4 gennaio dalle 10 alle 22.30 alla Palestra Comunale. Un evento che ha riscontrato un grandissimo successo, che ha coniugato il divertimento offerto ai bambini con l’impegno per una sempre più massiccia campagna di sensibilizzazione nella lotta contro questa rarissima forma di distrofia muscolare.

 

Alcuni momenti dell’evento GONFIABILANDIA

 

 

Mostra fotografica al museo dei sotterranei della chiesa parrocchiale

Solidarietà, gioia, divertimento. Il Natale è tutto questo, ma c’è spazio anche per la cultura e per l’arte. Arte sacra naturalmente, arte che va a riscoprire i nostri antichi patrimoni. Ed è a questo scopo che la sottoscritta ha fatto un’indagine a tutto campo per le vie di Talamona per andare a scovare e fotografare gli affreschi e le cappellette a tema sacro presenti su tutto il territorio con l’intento di realizzare una mostra permanente da donare al museo etnografico di Talamona gestito dall’Associazione Amici degli Anziani, una mostra che è stata inaugurata nel corso di queste feste, in concomitanza con l’evento dei presepi, ma che rimarrà per alcuni anni finchè non verrà proposto qualcosa di nuovo, così come per molti anni in quegli stessi spazi, prima di questa mostra si è potuta ammirare una mostra fotografica che aveva per tema i vecchi cortili.

Tombolata

L’unica novità, per quanto riguarda questo evento che va avanti da qualche anno, è il cambio di location, dall’oratorio alla palestra dalle ore 20.30. I fondi raccolti durante la serata sono comunque destinati  al mantenimento dell’oratorio “un luogo di ritrovo per i giovani talamonesi, un luogo di comunità” ha detto il parroco prima di cominciare l’estrazione “un punto di riferimento per loro e le loro famiglie”. Serata di divertimento, condivisione e ricchi premi.

Due parole sui presepi

Il mezzo secolo sembra non farsi sentire per i presepi delle contrade che anche quest’anno ripropongono il tema della natività con rinnovata fantasia. Vorrei ora proporre una piccola carrellata personale di cio che più mi ha colpito nel corso del giro dei presepi.

 

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Il presepe di Ca’ Saracch’ colpisce per la ricchezza di dettagli

 

 

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Un presepe di pasta e riso all’agriturismo Sciaresola. Che sia un richiamo all’Expo dedicato all’alimentazione?

 

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Il Gruppo Alpini ha puntato sul recupero dei valori scrivendoli a chiare lettere sulle magliette dei personaggi. Chissà se simili gesti potranno davvero salvare il Mondo.

http://www.teleunica.tv/frontend.…/content/…/ContentId/15504

 

Ecco come quest’anno ha ancora avuto modo di manifestarsi il senso dei talamonesi per il Natale.

Antonella Alemanni