I BENI PREMESTINI

La proprietà collettiva di Val Lunga di Tartano e i rapporti con il Comune di Talamona

                                                                                                                                                                                                            Guido Combi (GISM)

Qualche anno fa’, per caso, come avviene spesso, ho avuto occasione di prendere visione della tesi di laurea della dott. Simona Tachimiri che, nell’a.a. 1985/86, ha affrontato l’argomento in modo documentato e completo.
Il titolo della tesi è “Questioni storiche sugli usi civici e le proprietà collettive in Valtellina” e da essa ho tratto, con l ‘approvazione dell’autrice, cercando di sintetizzarlo in modo ragionevole, il testo che propongo all’attenzione dei lettori.
L’argomento delle proprietà collettive e degli usi civici, conosciuto di solito solo di nome, salvo che dagli storici locali, è, come si vedrà, parte integrante delle tradizioni della nostra gente e se ne trovano tracce in molti statuti delle “Magnifiche” Comunità Valtellinesi e Valchiavennasche.
Secondo alcuni studiosi, le proprietà collettive e gli usi civici sono nati con le norme primitive del diritto romano. L’istituto giuridico, presente un po’ in tutta l’Italia, si è poi perpetuato nel tempo, evolvendosi e diversificandosi lungo i secoli, fino ai giorni nostri, subendo l’influsso dei popoli che hanno invaso l’Italia, dopo la caduta dell’Impero Romano, e dei vari governi, nelle varie epoche.
Non è facile risalire alla loro origine in Valtellina, perchè molte di queste comunità sono nate per consuetudine e solo molto più tardi hanno elaborato norme statutarie che poi sono state regolamentate da leggi dello Stato.
Il Consorzio dei Beni Premestini di Val Lunga è tra quelli meglio studiabili per la documentazione esistente ed è per questo che su di esso è caduta la scelta, trattandosi anche della realtà meglio e più ampiamente trattata, anche dal punto di vista storico, tra quelle riportate nella tesi della dott. Tachimiri, che ringrazio per la disponibilità.

LE PROPRIETA’ COLLETTIVE IN VALTELLINA
In Valtellina esistono diversi organismi che sono titolari di proprietà collettive: le quadre di S. Giovanni e S. Maria a Montagna; il consorzio dei beni Premestini di Val Lunga a Tartano; la quadra di Acqua; il consorzio dei beni “Piessa”, “Margonzin” e di “Sasso Bisolo” in Val Masino; i frazionisti di Samolaco per il “Bosco della Vicinanza”.
Sono, questi, enti di origine molto varia che ritengo si possano accomunare per i seguenti caratteri:
– il patrimonio goduto collettivamente è costituito senza dubbio dagli antichi beni vicinali, cioè delle vicinìe, (i vicinalia), poichè, là dove esistono questi organismi, i beni comunali (i comunalia) risultano essere molto limitati;
– hanno tutti origine piuttosto recente;
– la loro nascita è legata all’esigenza di mantenere integro il patrimonio di un piccolo comune o di una frazione, in concomitanza con il verificarsi di eventi che avrebbero potuto metterne in pericolo la sussistenza. Può trattarsi di un’unione fra due comuni, come nel caso di Tartano, come si vedrà, oppure di assorbimento di frazioni nell’ambito dell’ente territoriale maggiore, come nel caso di Montagna, o ancora dell’unione di più frazioni che vanno a formare un nuovo comune. Altre volte gli organismi in parola si costituirono come enti privati per evitare l’efficacia delle leggi sfavorevoli alla proprietà collettiva. Fu pertanto la preoccupazione da parte di un nucleo di abitanti di riservarsi il godimento esclusivo dei territori comuni utilizzati a determinare la nascita di questi enti chiusi, i quali, col tempo, perdettero qualsiasi carattere pubblico.
I titoli richiesti per farvi parte erano, e sono, o la discendenza da famiglie di antichi originari, o l’incolato (la residenza, cioè “avere foco”), o il possesso di terreni nel comune.
Non essendo possibile ricostruire la nascita e l’evoluzione di tutti questi organismi, per mancanza di fonti documentali, prendiamo in esame il caso del consorzio dei beni Premestini di Val Lunga, per il quale è stato relativamente facile reperire più ampie fonti.

IL CONSORZIO DEI BENI PREMESTINI DI VAL LUNGA DI TARTANO.
FORMAZIONE (1)
L’attuale statuto che regola il godimento dei beni detti Premestini (2), i Premestii nel dialetto di Tartano, redatto nel 1924, qualifica l’ente titolare come un consorzio di famiglie originarie.
L’art. 1 recita infatti: I beni Premestini appartengono a titolo di condominio collettivo alle famiglie residenti in Vallunga di Tartano, discendenti dalle originarie famiglie che stipularono l’enfiteusi nel 1617 e che ne furono e sono in legittimo possesso. Queste famiglie formano il consorzio Premestini. La norma citata riconnette dunque l’origine del consorzio alla stipulazione dell’enfiteusi, avente ad oggetto i beni denominati appunto Premestini, concessa a favore di tutti gli abitanti di Val Lunga da parte di Talamona.
In realtà, per ricostruire l’origine e le vicende dell’organismo in esame, bisogna ritornare indietro nel tempo fino alla metà del ‘500. In quest’epoca la sola Val Lunga formava il comune di Tartano, mentre la Val Corta e Campo, che oggi fanno parte anch’essi del comune di Tartano, erano uniti al comune di Talamona. Quest’ultimo, già nei secoli antecedenti, aveva attratto nella sua area politica e religiosa le vicinìe, o contrade, circostanti; Campo vi faceva parte da lungo tempo, anche se continuava ad avere i propri sindaci, come si legge in un documento del 1555 dove sono infatti menzionati “homines de Campo seu eorum sindici et agentes”.
Con tutta probabilità, la Val Lunga riuscì a mantenersi autonoma da Talamona e a costituirsi in comune, poichè era più lontana da essa rispetto a Campo ed i suoi traffici erano rivolti verso la Bergamasca, da cui si accede attraverso il passo di Tartano e il Passo di Porcile, situati nella testata della Val Lunga.
Il processo di trasformazione, da semplice vicinanza a comune autonomo non avvenne per Tartano certamente fino al 1347. In un documento che reca tale data, infatti, si trova menzione delle discordie e controversie “inter comune et homines de Ardeno ex una parte et infrascripti habitatores Vallistartani ex alia”. Non si trova mai citato il comune di Tartano ma sempre “nominati de Tartano”, “suprascripti de Tartano”.
Tralasciando questo problema, è certo che successivamente Tartano si costituì come comune autonomo, dotato di propri organi. Infatti nei documenti del ‘500 accanto agli “homines” è menzionato anche il comune, con i sindaci ed il console.
E’ proprio in quest’epoca che, nella storia del comune di Tartano, si inserisce la vicina Talamona, ed è fin da ora che si delineano i presupposti per la costituzione del consorzio dei Premestini.

LA DELIBERAZIONE DI UNIONE TRA I COMUNI DI TALAMONA E TARTANO.
1556, 1 gennaio.

L’autonomia del comune di Tartano non dovette avere lunga vita, come del resto accadde a tutte le vicinìe che si erano costituite in piccoli comuni a seguito della disgregazione politica e religiosa dei maggiori centri. Le spese necessarie per la costruzione, la manutenzione o la riparazione delle opere di carattere pubblico come strade, ponticelli, muri per consolidamento di terreni franosi, frequentemente distrutte dalle intemperie, le spese per il mantenimento del curato e la manutenzione della cappella, le spese dovute a titolo di retribuzione per i pubblici ufficiali, erano troppo gravose per comunità formate spesso da una sola frazione, costituita da pochi nuclei familiari. A ciò si deve aggiungere che i beni più redditizi di questi piccoli comuni appartenevano ai centri più grandi che avevano da sempre esercitato la loro influenza sulle vicinìe. E’ questo anche il caso del comune di Talamona, che possedeva l’Alpe Porcile, situata nel comune di Tartano, concessa “ad acolam”(3).
Causa le scarse risorse di cui disponeva, Tartano dovette seguire la sorte del vicino paese di Campo, chiedendo l’unione con Talamona. Gli abitanti di Talamona, chiamati dal suono della campana, si riunirono il 1° gennaio del 1556, nel portico della Chiesa di S. Maria, per discutere della possibilità di tale unione, in occasione dell’emanazione di nuovi ordini riguardanti il comune e del rinnovo delle cariche municipali.
La richiesta di unione fu accettata ed i motivi sono esposti nel documento che riporta la deliberazione: il comune di Tartano aveva un estimo troppo esiguo, costituito da 6 lire, 3 soldi e 4 denari.
In effetti si trattava di una cifra veramente minima se si considera che l’estimo di Talamona era tredici volte superiore, mentre le famiglie, secondo quanto riferisce il vescovo Ninguarda, erano solo il triplo.

LE COMUNITA’ DI TARTANO E TALAMONA SI UNISCONO.
MODALITA’ E CONDIZIONI DELL’UNIONE

Le trattative per giungere all’unione dovettero presentarsi molto laboriose, poichè questa trovò attuazione, solo dopo quasi un anno dalla deliberazione. Le condizioni per la realizzazione furono minuziosamente stabilite, affinchè i due comuni sopportassero le spese pubbliche in proporzione diretta ai singoli estimi. Poichè le entrate del comune di Talamona erano notevolmente superiori a quelle del comune di Tartano, quest’ultimo dovette porre in comunione, “pro coequatione et equali valore, bona comunia ac ficta et acolas”. L’elenco dei beni passati in possesso del comune maggiore è un quadro interessante circa la distribuzione della proprietà. Il comune risulta infatti titolare di quasi tutti i boschi e pascoli della Val Lunga, che sono concessi agli abitanti attraverso quella forma contrattuale che è tipica della Valtellina: l’accola.
Fra i “communia” elencati si fa menzione di una terra prativa e zerbiva. Accanto ai beni entrati a far parte del patrimonio del comune, sono dunque rimasti quelli aperti al godimento della collettività, probabilmente di scarso valore, utilizzati senza alcun corrispettivo, dal momento che per essi non e previsto il pagamento dell’accola.
L’unione fra i due comuni non rappresentò una vera e propria fusione, fu piuttosto di carattere personale .
E’ singolare che Tartano possa dettare delle condizioni per l’unione, riservando numerose comunanze al godimento esclusivo dei propri abitanti (una spiegazione si può addurre osservando la situazione geografica dei territori interessati: Talamona, situata sul fondovalle e circondata da una zona quasi esclusivamente boschiva, aveva grande interesse ad usufruire degli estesi pascoli situati in Val Lunga; per questo si piega a sopportare delle condizioni imposte dagli abitanti di essa). Saranno proprio questi territori a formare l’insieme di beni successivamente denominati Premestini, oggetto del consorzio che da essi prende nome.
Essi sono: i pascoli della Caslana, della Foppa dell’Orto, i terreni comuni e i pascoli del Dosso Chignolo, della Corna della Valle della Quaresima, delle Foppe, di Gavedo di Fuori.
Dalla clausola di riserva dell’atto di unione si osserva la preoccupazione degli abitanti della Val Lunga di tutelarsi dalle eccessive pretese del comune più grande, preoccupazione manifestata anche attraverso la statuizione di un patto di reversibilità per cui, se le comunità si fossero divise, i beni sarebbero stati nuovamente separati.

IL MANCATO RISPETTO DEI PATTI D’UNIONE DA PARTE DI TALAMONA
L’interesse di Talamona per i pascoli della Val Lunga si rivelò in modo palese attraverso il tentativo di utilizzare tutti i “communia” di Tartano che ormai era diventato un colondello (frazione) del comune, a prescindere dai territori che questo si era riservato nel patto d’unione del 1556. Nel 1614, i beni Premestini furono affittati ad un certo ser Giambellus di Talamona, in seguito a pubblico incanto, cui aveva partecipato anche un abitante di Tartano. L’incanto si svolse secondo le norme degli ordini di Talamona del 1526, le quali, richiamando ordini più antichi, regolamentavano tutta la materia relativa all’affitto dei beni del comune.
Il mancato rispetto della clausola con la quale gli abitanti di Tartano si erano riservati alcuni territori, determinò un profondo contrasto tra il comune ed il colondello. Tartano minacciò di separarsi da Talamona e chiese la restituzione dei beni conferiti in comunione nel 1556. Dopo un susseguirsi di giudizi civili e di decisioni contrastanti, emesse di volta in volta dai giudici aditi, finalmente le due comunità raggiunsero un accordo e la lite venne transatta con rogito 13 giugno 1617.

LA CONCESSIONE DEI BENI PREMESTINI AL COLONDELLO DI TARTANO A LIVELLO PERPETUO
Talamona, per evitare la separazione di Tartano, che le avrebbe sottratto estese zone pascolive e boschive, investì gli uomini di Tartano a livello perpetuo dei Premestini della Val Lunga, per un corrispettivo di 150 lire imperiali annue. Tuttavia, dei sette appezzamenti costituenti i Premestini, solo quelli denominati Foppa del Urso, alle Calsane, alle Brusade e Dosso Chignolo poterono essere utilizzati esclusivamente dagli abitanti della Val Lunga, mentre degli altri dovevano poter usufruire anche quelli di Talamona in caso di discesa forzata dai propri alpeggi.
La stipulazione dell’enfiteusi attesta l’esistenza di quello che il Cencelli Perti chiama “patto di accomendazione” tra due comuni, evento cui molto spesso bisogna risalire per chiarire la nascita di vicinanze, regole, società di antichi originari. Il patto è caratterizzato dalla ricerca di protezione di una piccola comunità che, per mettere al sicuro le persone ed i beni dalle invasioni e dalle guerre (nel nostro caso più che altro per realizzare le opere pubbliche necessarie ad impedire inondazioni e frane), si unisce ad un centro più grande, accomendando se stessa ed i propri beni. Questo, dopo l’atto di accomendazione, riconcede i “bona communia” alla collettività che già li possedeva, dietro corrispettivo del pagamento di un piccolo canone.
E’ evidente in tale pratica la tendenza dei centri minori a tenere per sè i beni collettivi, nel timore che, una volta posti in comunione con quelli di un’altra comunità, diventassero d’uso generale degli abitanti anche di quest’ultima o fossero venduti o locati come beni puramente patrimoniali, vista la tendenza dei comuni a cedere parte del loro patrimonio pascolivo e boschivo a privati o a largheggiare con concessioni a titolo oneroso su di esso, per sanare finanze disastrate. Alle volte, poi, tale patrimonio veniva sfruttato dall’ente pubblico in maniera indiscriminata, perchè fornisse un reddito immediato, atto a soddisfare esigenze contingenti.
Il documento di stipulazione dell’enfiteusi in questione ribadisce più volte che intervennero a costituire tale contratto quattro deputati, agenti e procuratori a nome di tutto il colondello. Non vi è menzionata alcuna condizione di originarietà richiesta per godere dei Premestini, segno evidente che questo elemento di discriminazione fra gli abitanti della Val Lunga interverrà solo più tardi. (continua)

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La Val Tartano con Tartano e, sullo sfondo, Campo, visti dal Dos Tachèr, Alpe Gavedo.

Foto Giuseppe Miotti.

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LA SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO NEGLI ANTICHI STATUTI TALAMONESI

(terza e ultima parte)

 

L’art. 72 regola il taglio di piante da opera per farne assi. E’ consentito il taglio di sole due piante per ogni masseria e non dieci, come previsto da un’ordinanza precedente.

Bisogna prima giurare davanti al console di averne necessità per ottenere la licenza di tagliare quelle due piante, assicurare che si faccia per uso proprio, nei boschi non tensati, e di non cederle a terze persone e specialmente a quelle forestiere. Chi non si attiene a queste condizioni, pagherà tre ducati aurei per ogni pianta, oltre al numero consentito. “ E tutto ciò perchè i detti boschi siano conservati dal disfacimento che grandemente minaccia i campi e i beni del suddetto comune e delle persone private.”

Per prevenire l’astuzia dei furbi, l’art 73 obbliga i segantini (resegatori) che possiedono segherie a notificare il  numero delle  borre e borratelle, e il nome di chi le porta in segheria per farne assi: pena la multa di 20 soldi per ogni volta e per ogni tronco non denunciato.

Inoltre tutte le persone che possiedono assi devono notificarle per numero al console o ai sindaci, ogni anno. E non si può cedere e neppure regalare a persone foreste  assi o tavole segate nel comune di Talamona: e questo vale per tutto il comune compresi Campo e Tartano.

Vita dura per i carrettieri che osassero trasportare assi fuori dal comune!

Non solo dovranno pagare due ducati d’oro per ogni carro e uno per “cavallata”, ma ogni persona di Talamona potrà sequestrare, con la forza, tali assi e portarle in comune, denunciando tutti quelli che osano trafugare assi.

Qui la tutela del bene pubblico diventa feroce. Per “l’utilità della cosa pubblica” è ancora proibito tagliare qualsiasi tipo di pianta o arbusto per darli  a persone forestiere. Multa di due scudi aurei per ogni pianta e arbusto, tolti dalle selve o boschi del comune.

E’ tuttavia consentito, ma solo nei boschi non tensati e solo per uso proprio e della famiglia, quindi da non cedere ad altri, tagliare e portar via rami e legni secchi, come anche fare pertiche per gli edifici, le stalle e le siepi, ma non da bruciare.

E’ lecito anche fare dieci carri di “borrelli” per ogni masseria e non di più, e sempre nei luoghi non tensati, ma non “priale” di legni o pali per nasserie e peschiere.

L’art. 79 proibisce di vendere o regalare o in qualsiasi modo alienare alle persone forestiere, legname, legna verde o secca da ardere, varca, brughi o foglia secca sia dei boschi privati che pubblici.

Multa di scudi tre aurei per ogni carro e di una scudo per ogni gerlo, fascina, mazzo e per ogni legno che si alienasse. In uno statuto precedente si specificava che le suddette cose non si vendessero specialmente a quelli della congregazione di Traoni chiamati volgarmente “Li Ciechi”.

Una pena di 5 scudi più i danni si applica a chi causa incendi nei boschi.

E’ severamente proibito asportare letame e zolle di terra dai pascoli della comunanza: è però lecito farlo nell’Isola, se di adoperano quelle zolle per otturare e chiudere qualche canaletto.

Il letame che si trova sulle vie pubbliche in prossimità dei propri beni  si può asportare. E’ proibito smuovere muri e terra nei beni privati  e nelle strade pubbliche per cercarvi lumache.

…E’ lecito, ma solo a coloro che sono registrati sui conti degli oneri dell’estimo portar via  legname e legni trasportati dall’alluvione di fiumi, eccetto i tronchi segnati dai proprietari a monte.

E’ severamente vietato passare, con persone e armenti, attraverso i poderi e i beni altrui senza il consenso dei proprietari: si devono usare gli anditi e gli accessi prestabiliti dal diritto. Tuttavia i mugnai e i fornai possono, ma con discrezione, accedere ai fiumi per la servitù dei mulini.

Chi non avesse disponibilità monetaria per pagare pene o condanne, a richiesta del console,  degli ufficiali comunali deve dare in pegno a quelli tanti beni mobili per l’ammontare delle pene. Gli stessi ufficiali, di propria autorità, possono procedere al sequestro di beni mobili pari alla somma dovuta, qualora quelle persone non volessero cederli in pegno, con la possibilità per i pignorati di riscattarli entro dieci giorni, passati i quali, i beni sequestrati saranno a disposizione del console e dei sindaci, i quali possono devolverli a beneficio e per l’utilità del comune.

Così pure si farà per i dazi, i fitti e gli incanti non onorati, fino al punto di procedere all’arresto di quelle persone debitrici.

Due persone oneste e idonee sono deputate dal comune per la cura dell’Isola: per una giusta mercede dovranno roncarla e pulirla dai sassi, scavare canali per l’irrigazione, perchè quel luogo diventi un buon pascolo.

Una multa di 4 scudi aurei verrà infesta a chi costruisse peschiere non autorizzate lungo l’Adda, recando nocumento ai pascoli della comunanza. Quelle peschiere devono essere sradicate.

…l’art. 90 ritorna ancora sulla questione dei forestieri per ribadire che essi non osino pascolare il loro bestiame nella comunanza di Talamona e sempre per lo stesso principio: “non rechino danno e impoverimento al comune e agli abitanti di Talamona”. Le multe previste hanno lo scopo di scoraggiare ogni sconfinamento.

“Poichè la memoria è labile”, si ordina di scrivere sul quaderno l’ammontare delle multe e i nomi dei trasgressori e il motivo della condanna, perchè nessuno vada impunito.

…Si raccomanda altresì di non lasciare cadere e di osservare le antiche e consolidate tradizioni nel comune.

Dalla lettura dello statuto Statuto, possiamo trarre alcune considerazioni.

Innanzitutto l’aspetto, in qualche modo stupefacente, dell’organizzazione sociale dei talamonesi, il senso comunitario della popolazione, una forma di società pianificata in cui i contadini lavorano secondo le singole possibilità, traendo dal lavoro, certamente faticoso, ciascuno secondo il personale bisogno, i mezzi di sussistenza, in questo aiutati e sorretti da leggi, a nostro parere, sagge e oggettive.

Salta agli occhi anche la severità delle leggi e delle ordinanze, ma chi ha a cuore il bene comune deve anche salvaguardarlo dalle interferenze di una natura non sempre benigna, dalla cupidigia dei prepotenti e dei profittatori.

Le malattie epidemiche, le piene dei fiumi, le carestie, le pesanti interferenze sociali, religiose ed economiche dei dominatori  Grigioni hanno reso i legislatori talamonesi del ‘500 guardinghi, oculati e determinati a salvaguardare, con tutti i mezzi consentiti, il benessere della comunità.

Se questo era il fine ultimo di quelle leggi, possiamo dire che esse hanno raggiunto lo scopo.  ( Dal commento agli Statuti di Padre Abramo Bulanti).

 

Concludo qui l’esame degli Statuti, per quanto riguarda la salvaguardia del nostro territorio talamonese.

Mi riprometto, tra  un po’ di tempo, di riprendere qualche argomento interessante, spero senza annoiare nessuno, come quello del “fiüm”, negli Statuti, chiamato  “roggia”,  perchè richiama l’operosità e la grande capacità d’inventiva dei nostri padri, con un utilizzo del territorio e delle risorse naturali molto intelligente.

Spero anche che queste note possano invogliare qualche lettore a rileggere gli Statuti nelle parti più attuali. E ce ne sono, che possono farci riflettere, come dice Padre Abramo, al quale va il nostro grazie.

                                                                                         Guido Combi

 

LA SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO NEGLI ANTICHI STATUTI TALAMONESI (seconda parte)

Immagine

Dati storici sulla popolazione ai tempi degli statuti:

Il Vescovo di Como Feliciano Ninguarda nella sua visita pastorale in Valtellina del 1589, subito dopo la stesura degli Statuti del 1562, annota i seguenti dati: ...il centro di Talamona conta circa 200 famiglie tutte cattoliche  eccetto il medico… A mezzo miglio oltre Talamona c’è Serterio con circa  50 famiglie tutte cattoliche…un miglio a monte c’è la chiesa di S. Giorgio con il paese dello stesso nome, che conta  40 famiglie…a un miglio abbondante da Serterio, ai piedi del Monte c’è Nimabia con circa 15 famiglie sparse. Su un altro monte..c’è Campo con  90 famiglie tutte cattoliche. A due miglia..c’è Tartano con  65 famiglie, tutte cattoliche…a un miglio e mezzo oltre…c’è Sparavera con poche famiglie.  …Questa comunità (di Talamona) annovera…oltre  4.000 anime, tutte cattoliche.

 

Mi sembrano opportune tre annotazioni e un piccolo glossario di alcuni termini non più in uso:

1) La Valtellina nel 1589 era sotto il dominio dei Grigioni che cercavano di diffondere il protestantesimo e la visita del  vescovo Ninguarda doveva servire a contrastare la deviazione religiosa con un censimento preciso delle famiglie cattoliche, e soprattutto con una pastorale che sostenesse la fede dei valtellinesi. Dalle cronache, non risulta che la visita del vescovo ci sia stata anche in Valchiavenna.

2)  Le frazioni permanentemente abitate, chiamate  vicinìe o anche vicinanze, erano sicuramente molte di più di quelle elencate, che  sono state raggruppate, per necessità di cronaca. Non sono elencate ed esempio: Premiana Alta, Premiana Bassa, Dondone, Faedo alto e basso, Civo, Sassella e altre minori che pure erano abitate.

3)  Come si può vedere, la popolazione, escludendo Tartano e Campo, era  abbastanza numerosa, anche se inferiore a quella attuale, che  ora non sta più sulla montagna.

Piccolo glossario:

Isola: località in riva sinistra dell’Adda, alla base del conoide.

Tenso: proprietà generalmente boschiva o forestale bandita: territorio vincolato, regolato da leggi comunali,normalmente assai severe.

Premestino: Terreni a pascolo comunali, aperti a tutti e regolati dagli ordinamenti comunali.

Masseria : famiglia  e abitazione di agricoltori in proprio.

Vicinìa o vicinanza: contrada o frazione del comune.

—————————-

Sono certo che tutti i “talamun” hanno letto gli Statuti.

Ci sono però delle parti, come quella che parla del territorio e della sua salvaguardia e conservazione che sono importanti ancora adesso, per tutti noi che amiamo il nostro paese. In più, sono molto attuali in periodi come il nostro di continuo assalto al territorio e  di spreco indiscriminato  del terreno, soprattutto di fondovalle con speculazioni che sono sotto gli occhi di tutti, anche a non voler fare gli ambientalisti a tutti i costi.

Basta  percorrere la Valtellina per rendersene conto.

Vale la pena allora di tornare, con la memoria, alla saggezza dei nostri padri “legislatori” che, nella stesura degli statuti, si sono occupati in modo particolare della salvaguardia del loro territorio, sia montano, sia di fondovalle.

Appare evidente la loro convinzione di considerarsi custodi e non unici proprietari di un patrimonio ricevuto in affidamento, con il dovere di tramandarlo ai discendenti nelle condizioni migliori possibili, almeno così come lo hanno trovato, se non migliore.

E’ da tener presente che tutti i boschi e i pascoli erano comunali.

Ecco allora che gli Statuti  provvedono, oltre che a regolamentare la vita civile e religiosa della comunità, anche alla “…difesa del territorio,  e regolano l’uso dei pascoli, dei boschi e delle acque…” su tutta la giurisdizione comunale che, tra l’altro, è molto diversificata con valli, pendii più o meno ripidi e zone pianeggianti, anche molto distanti tra loro.

Su questi argomenti, che sono condensati nel quarto dei sei temi, o capitoli, in cui è suddiviso il testo, è illuminante, esaustivo e chiaro il  commento  di padre Abramo Bulanti, che ha avuto il grande merito di tradurre  il testo latino, come sappiamo,  tanto che vale la pena di  leggerlo, per chi non lo avesse ancora fatto, e di rileggerlo, per coloro che l’ avessero già scorso.

Lo ripropongo all’attenzione di tutti coloro che vorranno leggerlo nella sua integralità, certo che Padre Abramo mi vorrà perdonare questa piccola invasione nel suo testo.

Gli articoli 68-86 trattano esplicitamente i problemi della conservazione  del patrimonio forestale e dei provvedimenti che i saggi (prudentes) uomini di Talamona prendono affinché i boschi, le selve e le piantagioni siano rispettati e aumentati e perché il disboscamento indiscriminato non sia causa di frane e di impoverimento.

Ecologisti ante litteram, gli amministratori comunali dimostrano di conoscere perfettamente il territorio e il suo valore ambientale.

Curano il bosco perché è fonte di prodotti indispensabili: legname da opera, legna da ardere, foglie da strame, ma sanno anche  che “la grande cupidigia” di pochi può diventare povertà di molti. E perciò leggi severissime ne regolano la conservazione.

E’ facile immaginare le selve, i boschi, le foresta della Talamona del ‘500 come immensi giardini fitti di piante, puliti della legna secca e delle foglie morte, attraversati da sentieri comodi e perfettamente agibili.

Questa parte dello Statuto potrebbe essere presa ad esempio per una politica ecologica e costituire una lettura assai proficua per tutti coloro che hanno a cuore la conservazione del territorio e dell’ambiente naturale.

Il primo provvedimento riguarda il “tenso” di S. Giorgio. Il bosco di Premiana e San Giorgio è tensato già da molto tempo: “non si trova nella memoria degli uomini”. La nuova ordinanza lo dichiara ancora tensato, e per sempre, unitamente ai luoghi di Gromo, Ronco e Bonanotte, perchè i suddetti luoghi “ non rovinino e vadano alla malora”. I bosci delle predette località devono rimanere intatti: è proibito bruciare, tagliare, scortecciare, sbroccare alberi di qualsiasi specie, sotto pena di lire 6 imperiali per ogni pianta tagliata e di soldi 10 per ogni ramo asportato. E questa ordinanza sia osservata “con destrezza e precisione”.

Constatato che la cupidigia di certe persone metteva a repentaglio boschi e selve, creando le premesse per frane e scoscendimenti che minacciavano campi e beni del Comune e dei privati, i “prudenti uomini” di Talamona avevano già mandato degli esperti a vedere, a rendersi conto e a tensare, a loro discrezione, selve e boschi e a mettere “termini” ai pascoli o premestino, per evitare risse e liti, specialmente nelle zone di confine sugli alpeggi. Una commissione di uomini, nel 1559, aveva provvisto di termini, ponendo le croci, dividendo chiaramente il premestino dagli alpeggi, e tensato alcuni  boschi. Ora in quei boschi tensati dalla commissione e ben segnalati, è proibito qualsiasi taglio di piante o di rami e asportarli, per nessun motivo. La multa è salatissima, tre scudi aurei per ogni pianta, uno scudo per ogni ramo tagliato e portato via, da ripartirsi così: un terzo al comune, un terzo al console o ai sindaci, e un terzo ai denuncianti dei contravventori, e senza alcuna remissione.

In questo boschi tensati tuttavia, gli abitanti del comune, per proprio uso, possono raccogliere e portar via, senza pena, rami e legni caduti e secchi.

Gli alpeggiatori non devono sconfinare con le mandrie oltre i termini fissati: se sorpresi oltre i confini segnati, pagheranno tre scusi aurei ogni volta e per persona, oltre il danno causato a terzi stimato dagli ufficiali comunali. Non si può asportare dagli alpeggi il letame, che deve servire per concimare i pascoli. E in  particolare si ordina di non deteriorale gli stabili dell’alpe, ma anzi di averne cura e di migliorarli senza per questo, richiedere ricompensa. I danneggiamenti agli stessi sono severamente multati. E’ consentito bruciare i cespugli verdi (s’ciosseri), le immondizie e i brughi, ma solo per fare pascolo e avendo cura di non causare franamenti.

Ritorna spesso questo richiamo alle “ruine” che dovevano preoccupare assai le amministrazioni comunali, perchè, insieme alle pietre dei fiumi, erano causa di deterioramento del territorio e di sconvolgimento dell’ambiente naturale.

L’art. 71 richiama un’ordinanza del 1539 e ribadisce il tenso privato dei pascoli e dei prati nel piano e suo monti, ma solo quelli a catasto ed estimo. In un periodo congruo dell’anno, non specificato, queste proprietà private devono essere tenute chiuse e nessuno vi potrà far pascolare mandrie di nessuna specie: in caso contrario si pagherà 40 soldi imperiali pe ogni bestia grossa e 7 per ogni piccola. E’ chiara l’allusione al fatto che i prati e i pascoli, anche quelli privati, devono “riposare” e rifarsi. (continua)

 

                                                                               Guido Combi

 

UNA NUOVA CAPPELLA PER LA CHIESA DI SAN GIORGIO A TALAMONA

DON VINCENZO E MARIO ALBERTELLA 

La trecentesca chiesa di San Giorgio in Premiana presentava originariamente un solo altare. Nel sedicesimo secolo il ricco talamonese Lorenzo Del Sertore residente a Milano fece costruire, a sinistra rispetto all’entrata, una cappella laterale con un altare dedicato a San Lorenzo Martire. Questi la dotò anche di una casa per il cappellano e di proventi per il suo mantenimento. La chiesa di San Giorgio aveva raggiunto in quegli anni il suo massimo splendore: dalla sua costruzione fino a poi tutto il diciottesimo secolo il servizio religioso era stato continuo e regolare, costatando storicamente che Premiana formava un paese di circa trecento anime, oltre i numerosi fedeli delle frazioni di Dondone, Campo e Tartano che affluivano per le funzioni religiose, specialmente nei giorni festivi, grazie alle comode mulattiere oggi ormai scomparse. Ma verso la fine del settecento iniziò la spopolamento di San Giorgio in quanto gli abitanti, per le migliorate condizioni di Talamona (sia per il brigantaggio di fondo valle che stava scomparendo e per il terreno dell’Adda bonificato) cominciarono a discendere ed accasarsi in paese. I fedeli di Campo e Tartano, che avevano costruito sul posto le loro chiese, non necessitavano più della chiesa di San Giorgio ed anche il prete, non essendoci più famiglie stabili per l’intero anno, lasciò l’antica Chiesa per fissare la sua dimora a Talamona. La chiesa non venne completamente abbandonata: si continuò a celebrare la messa per la festa del Titolare il 23 aprile ed il terzo giorno delle rogazioni, più alcune funzioni estive. Inevitabilmente cominciò così il declino strutturale di questa che era la chiesa più lontana dal centro del paese: dopo un secolo e mezzo la chiesa stava ormai per sfasciarsi per la precarietà del tetto che faceva acqua da ogni parte e per due travi maestre, corrose dal tempo e incrinate in vari punti, che segnavano delle gravi curvature. Il muro a destra entrando era percorso da una crepa spaventosa sia in lunghezza che in profondità ed a giudizio dei periti l’edificio sarebbe presto crollato su sé stesso. Fu allora che don Vincenzo Passamonti, da 15 anni canonico di Talamona, previa la concessione del Vescovo di Como Alessandro Macchi, procedette quasi completamente a sue spese al rifacimento della chiesa: la fabbriceria di Talamona in quegli anni aveva infatti dovuto sostenere la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e don Vincenzo decise di mettere a disposizione della causa la sua pensione di guerra (era stato combattente in Albania durante la prima guerra mondiale). Don Vincenzo affidò i lavori alla ditta Tarabini Giovanni di Talamona che, a partire dagli anni   1939/40 rifece completamente il muro pericolante ed eseguì uno sterro di oltre trenta metri cubi di materiale nel terreno retrostante la chiesa per salvaguardarla il più possibile dal logorio delle acque di scolo della montagna e del torrente Moia che, mediante due condotti trasversali tracciati sotto il pavimento, vennero convogliate e sboccarono sotto il muraglione di cinta del sagrato. All’altezza della cappella di San Lorenzo fece costruire una cappella nuova, dotando la chiesa di un terzo altare e rendendola nuovamente simmetrica. Ricostruì completamente il tetto aggiungendo 80 metri quadri di ardesie e da ultimo fece ornare il muro e la cappella nuova dal decoratore Talamonese Augusto Maggi che riprese i disegni geometrici già presenti sulle pareti antiche dell’edificio.

Nel 1949 commissionò una grande tela al professor Mario Albertella, artista milanese molto attivo nella prima metà del ventesimo secolo.

Mario Albertella, pittore e restauratore, nasce a Milano il 7 maggio 1883. Frequenta l’Accademia di Belle Arti e la scuola Superiore di arte applicata, avendo a maestri Cesare Talloni e Luigi Cavenaghi. Si dedica completamente all’affresco, eseguendo importanti decorazioni nelle cattedrali di Siracusa, Ventimiglia, Caltagirone, Como, nel Belgio e in Svizzera.

Fondatore della Scuola Professionale di Arte Cristiana e del Restauro a Milano, a lui si deve anche la Libera Università per l’Artigianato Artistico. Ha pure fondato e diretto la rivista illustrata “Arte e Restauro” ed è stato pure consulente tecnico presso il Tribunale di Milano. Ha vissuto sino alla morte, sopraggiunta nel 1955, in via del Caravaggio 18 in Milano. Riccardo Albertella (nipote). “

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Il bisnonno Mario Albertella

 

Il professor Albertella era molto stimato dal vescovo della diocesi di Como, monsignor Macchi, che nel 1927 personalmente gli aveva commissionato di affrescare il catino absidale della chiesa della Santissima Annunciata in Como con “Il trionfo della Croce”. Nel 1931 fu a Regoledo dove affrescò la chiesa parrocchiale e probabilmente fu in quell’occasione che conobbe don Cusini ed il clero di Talamona, tant’è che due anni dopo, nel 1933 ci fu uno scambio di lettere fra l’arciprete ed il professore riguardante la decorazione della nostra chiesa parrocchiale.

                                                                                       Roma,8 ottobre 1933

  Rev.mo Sig.Arciprete di Talamona Mi pregio d’informarLa che ieri ho ricevuto in Vaticano un colloquio col Rev.mo Monsignore Chiappetta, Presidente della Commissione Pontificia d’Arte Sacra, al quale mostrai le fotografie delle mie pitture eseguite lo scorso mese a Regoledo, e che ebbi da lui informale invito di eseguire un bel progetto per la decorazione della Chiesa di Talamona, disegnata dal Monsignore stesso. Mons.Chiappetta vuole che la sua architettura sia integrata dalla decorazione ma non soverchiata o alterata di carattere e mi ha esposto i suoi concetti in merito. Ho accettato l’invito e studierò il progetto, giacchè qualcosa stavo già studiando in merito. Vuole dire che per la sua realizzazione sarà questione di circostanze e di mezzi. Non appena sarò da quelle parti mi farò dovere di venirLa a visitare e a darLe schiarimenti. Intanto mi valgo dell’occasione per riverirLa distintamente. Dev.mo

Albertella M.

 

Don Cusini però, ormai anziano ed infermo, non portò avanti nessun progetto di decorazione della chiesa. Don Vincenzo, che aveva conosciuto e molto apprezzato l’artista milanese, decise di commissionargli l’opera destinata a completare la cappella nuova. Fu scelto di realizzare una tela perché, nonostante i lavori di bonifica, l’affresco era sconsigliabile a causa della marcata umidità del muro sud della chiesa di San Giorgio. La grande tela raffigura, da sinistra, i santi Bartolomeo Apostolo, Bernardo e Vincenzo de Paoli. San Bartolomeo fu un martire del primo secolo; a causa della sua fede fu scorticato vivo e poi crocifisso. Don Vincenzo lo volle raffigurato per ricordare l’amato padre, Bartolomeo Passamonti, morto pochi anni prima. Immagine San Bernardo abate fu un santo e dottore della chiesa dell’undicesimo secolo; a lui era dedicata la chiesetta di Talamona distrutta dall’alluvione del 1911 e da questa don Vincenzo riceveva il beneficio ecclesiastico. San Vincenzo de Paoli fu un prete francese che visse a cavallo fra il 1500 ed il 1600 ed è considerato il più importante riformatore della carità della Chiesa cattolica. E’ ritratto con due fanciulli e don Vincenzo lo considerava il suo santo protettore. Immagine.jpg 2

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Don Vincenzo con il padre Bartolomeo (1859-1942) sull’aia di “Castelgandolfo”

Opere censite del Professor Mario Albertella

1923-CARAVAGGIO (Bg) affreschi nella chiesa di San Fermo e Rustico

1924-NOVARA, frazione di Pernate, chiesa parrocchiale di Sant’Andrea apostolo, presbiterio.

       -TORRE PALLAVICINA (Bg) chiesa parrocchiale di Santa Maria in Campagna

1926-BOGNANCO (Vb) chiesa parrocchiale di San Lorenzo

1927-SESTO SAN GIOVANNI (Mi) chiesa di Santo Stefano, affresco di presbiterio e cappelle.

       -COMO chiesa della Santissima Annunciata

1930-COMO chiesa di Sant’Eusebio

1931-REGOLEDO DI COSIO (So), chiesa parrocchiale

1933-CANNOBIO, chiese di Santa Marta e San Gottardo

1936-ROVELLASCA, CHIESA DI Santa Marta e chiesa parrocchiale

1937-BELLINZAGO NOVARESE (No) chiesa parrocchiale di San Clemente

1944-TURBIGO chiesa Beata Vergine Assunta

1945-GAGGIANO

1946-BARZIO (Lc) chiesa parrocchiale di Sant’Alessandro, pareti e cupola.

1949-TALAMONA (So) chiesa di San Giorgio.

Opera inoltre a ROTTOFRENO (chiesa di San Nicola), LISSONE (chiesa di santi Pietro e Paolo), TRECATE (chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta), ROSATE, TAINATE, GUDO VISCONTI, CORNO GIOVINE (Lodi, nella chiesa parrocchiale di san Biagio), SIRACUSA, VENTIMIGLIA, CATALGIRONE, in Svizzera e Belgio. Ci sono sue vetrate nelle chiese di Milano, Novara, Gatteo, Cremona, Montevideo, Genova.

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Studio di Albertella a Milano, distrutto durante la seconda guerra mondiale

Il 3 novembre 2011 Poste Italiane emette un francobollo celebrativo dell’ordine equestre del Santo Sepolcro del valore di 60 centesimi. La vignetta riproduce l’arazzo dipinto dall’artista Mario Albertella, agli inizi del Novecento, dal titolo “SAN PIO X E L’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME” andato distrutto durante il bombardamento dello studio dell’artista durante la seconda guerra mondiale; fortunatamente era già stato riprodotto nel 1935 sulla rivista  ”Crociata”. In alto a destra è rappresentato l’emblema dell’Ordine. E’ il primo francobollo italiano che raffigura Papa San Pio X: vi appare come Gran Maestro dell’ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme mentre consegna una distinzione al cavaliere Mario Albertella e questi ha perpetuato il momento in un dipinto che è anche il suo autoritratto.

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Mariarosa Rizzi

Galleria foto Chiesa di San Giorgio, Talamona

UNO SGUARDO AL PASSATO – I TALAMONESI (quarta puntata)

Il nostro viaggio ci porta in mezzo alla gente di Talamona: come si tirava a campare nei secoli passati?

Per centinaia d’anni si è continuato a vivere perpetrando gli stessi ritmi e gli stessi lavori legati alla terra, l’allevamento bovino e la vita d’alpeggio in particolare.

A quei tempi, però, bisognava arrangiarsi e saper fare di tutto; così si diffuse la gelsibachicoltura, una parola per dire “allevamento dei cavaler e diffusione della pianta di murun“(1), attività tradizionale avviata grazie alla precedente usanza di coltivare, filare e tessere la canapa (XVIII).

Ogni angolo libero di territorio si riempì di gelsi perché i nostri avi dicevano che l’ombra del gelso era ombra d’oro: era sicura fonte di guadagno, per contadini e imprenditori.

Le foglie di questa pianta erano l’unico cibo per il baco da seta, animaletto allevato in ogni casa che, quando diventava bosul(2) veniva portato nelle filande dove iniziava la lavorazione del suo prezioso filo.

A partire da metà Ottocento qui da noi, a Morbegno e Sondrio vennero costruite le prime filande moderne, precisamente: nel 1861 la filanda Valenti; a inizio ‘900 le filande in Coseggio e presso le Orsoline. Vi lavoravano soprattutto le bambine e funzionarono fino agli anni ’30 del secolo scorso. Da ultimo, la vendita della seta grezza sul mercato comasco aiutò la raccolta fondi per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale.

Altre piante, nei secoli, fecero la differenza…tra lo stomaco vuoto e qualcosa nel piatto.  Il castagno prima di tutto, basta vedere lo stemma comunale.

Non è mancato l’olivo piantato presso le gere del Tartano, Nibabia, Fossato Grande, Serterio, Malasca, Prato dell’Acqua e Ranciga; l’olio non finiva sulle tavole di chi lo produceva, ma serviva per alimentare la lampada del Santissimo. Col tempo le piantagioni scomparirono gradatamente a causa delle alluvioni.

E qui veniamo ad un tasto dolente: i disastri che modificarono il mio territorio; a turno o contemporaneamente, esondavano i fiumi e i torrenti – gli stessi che avevano fornito la mia formazione. Le alluvioni furono frequenti, spesso accompagnate da pestilenze e carestie, danni alle coltivazioni e all’allevamento. Le notizie più antiche in proposito risalgono al 1450 e proseguono fino ad oggi.(3)

Una chicca: pare che a metà del secolo scorso, il reverendo don Vincenzo abbia benedetto la Tremenda – una delle campane della chiesa di San Giorgio – conferendole il potere di allontanare le tempeste. Quindi quando vedete avvicinarsi i nuvoloni, correte a suonarla: cielo limpido garantito!

Altro momento di crisi: nel 1815 fanno le valige i Grigioni e la Valtellina entra a far parte dell’Impero austriaco con la parola d’ordine “modernizzazione”. E in effetti la Valle viene spinta verso una nuova gestione del territorio, ma a pagare sono i Comuni costretti a vendere i beni demaniali e a ricorrere alla vendita del legname per pagare le tasse e i progetti delle strade Stelvio – Spluga. Per quanto mi riguarda, sono andati persi ettari dei miei boschi, quindi niente combustibile per i talamonesi e rischio altissimo di alluvioni.

Inoltre, dal 1816 è un continuo susseguirsi di cattive annate; risultato: raccolti scarsi e cinghia tirata per la maggior parte della gente alla quale, come al solito, non restava che voltarsi a qualche santo del Paradiso. Ecco perché ancora oggi potete ammirare un numero elevato di dipinti sacri per le vie.

Oppure, in alternativa, bisognava emigrare… e gente di Talamona in giro per il mondo ce n’è stata e ce n’è parecchia, tutti però partivano con il pallino di ritornare e di comprarsi almeno “una crosta al sole”.(4)

Con l’unificazione d’Italia la musica cambia, soprattutto perché c’è gente che si rimbocca le maniche e sa che per migliorare le cose bisogna partecipare. Così, posso vantarmi di avere tra le fila dei miei abitanti altre due figure di spicco. Due giovanotti, che negli anni ’40 dell’Ottocento sono vicini di casa e diventano amici per la pelle: Giovanni e Clemente, il Gavazzeni e il Valenti. Il pittore e l’ingegnere.

Tutti e due – da bravi studentelli scappati da scuola all’insaputa dei genitori – parteciparono alle Guerre d’Indipendenza, Gavazzeni nel 1859 e Valenti nel 1866.

Il pittore Giovanni Gavazzeni

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Tutti e due si diedero da fare; il primo si distinse come ritrattista, pittore sacro e difensore della  buona arte, e non disdegnò di affrescare baite e gisoi anche a persone che per compenso potevano offrirgli solo un piatto di polenta.

Al secondo si deve la mia ripresa economica e sociale: l’istituzione di asilo e scuole serali, biblioteca ambulante, banda, casa di risparmio e latteria…tutto ha preso vita grazie al suo intervento. E per quanto riguarda la latteria Valenti – ai tempi si chiamava Latteria Sociale Talamona – merita di essere ricordato che è stata la prima in Valtellina, è stata la sede della seconda scuola superiore di caseificio a livello nazionale. I suoi prodotti sono finiti sulle tavole di tutta l’Italia, in Francia, in Egitto e ai concorsi caseari a cui ha partecipato si è sempre piazzata ai primi posti.

Correndo, correndo, siamo arrivati alla fine del XIX secolo. Sul mio territorio risultano presenti importanti istituzioni come: cassa rurale, cooperativa agricola e società operaia, Monte di Pietà e forme varie di assistenza sociale. Non manca nemmeno una sezione sportiva: Aquila. Il merito? Ovviamente è dello spirito talamonese. Magari un po’ rustico e pratico ma d’effetto. Un esempio: l’inaugurazione del palazzo scolastico nel 1908, giornata memorabile per la scazzottata con quelli di Morbegno (acerrimi nemici) che avevano la pretesa di decidere i brani che la banda doveva eseguire durante i festeggiamenti pomeridiani.

E poi? Poi ci sarebbe la mia storia recente, quella del XX sec., quella delle guerre e del boom dell’area industriale, quella che per l’ennesima volta mi ha fatto cambiare volto. Ma io mi fermo qui. Raccontatemela voi! Frugate nei cassetti e nella vostra memoria, così ritroveremo le pagine di quegli avvenimenti che non hanno ancora trovato posto sui libri…soltanto perché non sono stati ancora scritti!

A presto, Talamona

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(1) Bacchi da seta e gelsi

(2) Bozzolo

(3) Nel XVII sec. La popolazione si era addirittura dimezzata e i superstiti dovettero supplicare il vescovo di Como affinché aiutasse a far fronte ai debiti. Un’altra alluvione particolarmente disastrosa fu quella del 1911 che spazzò la chiesa di San Bernardo nei pressi del Tartano.

(4) Dalle nostre interviste il motivo principale che spingeva i Talamonesi ad emigrare era la ricerca di un lavoro per mantenere la famiglia. I periodi in cui si emigrava di più sono gli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale e quelli che seguono la Seconda. Le mete raggiunte erano soprattutto le Americhe ( Argentina in testa e Stati Uniti). Seguivano la Svizzera, Francia e Africa. All’inizio partivano solo gli uomini, poi le donne. Alcuni ritornavano dopo 5 o 6 anni senza essere riusciti a guadagnare molto. Le occupazioni principali svolte dai Talamonesi erano: boscaiolo, muratore, falegname, capo mandria, coltivatore, costruttore di pali della luce.

Puntata realizzata e curata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo “G.Gavazzeni”, Secondaria, primo grado

IL VIAGGIO CON TALAMONA CONTINUA (terza puntata)

Eccomi di nuovo cari amici! Siete pronti per ripartire?

Vi stavo raccontando di quanto ero bella e prospera…Ma la mia prosperità termina con l’arrivo della dominazione grigiona: un periodaccio se pensiamo che è stato segnato dal Sacro Macello-1620- e, in generale dai dissidi tra cattolici e protestanti. Tanto per cambiare, ho fatto la differenza: prima di tutto entro i miei confini tutti erano cattolici… va bene, c’era il medico protestante, Ettore Guarinoni, ma era di origini morbegnesi, quindi non contava. E poi, nessun talamonese ha partecipato ai fatti-fattacci del Sacro Macello.

Non mancano i momenti curiosi: e chi se lo dimentica il processo alle Gatte Pelose? (1)

Da quei momenti, si fa più stretto il legame tra i talamonesi e la religione, tanto che anche le idee della Rivoluzione francese stentano a diffondersi. Questo è il commento del Turazza a proposito di quanti parteciparono a quell’importante evento: “…avidi ciarloni che con il vessillo dei Diritti dell’uomo passano sul sangue fraterno e sulle distruzioni.” Morale della favola, da noi scoppiò una sommossa antigiacobina sedata con la violenza, una fucilazione e condanne ai lavori forzati (1798).

Di quei momenti ci rimane , comunque, una traccia. Era inverno e faceva freddo; dei soldati di Napoleone si trovavano nei pressi della chiesa dell’Assunta a Morbegno e, per scaldarsi, stavano per bruciare una statua della Madonna. Caso volle che passasse da quelle parti un talamonese che barattò un carro di legna con la preziosa scultura che ora possiamo ammirare nella chiesa parrocchiale: la Madonna di legno!

Ed è stato anche il momento di Francesca Scanagatta. Una furesta, direte voi. Certo, era milanese, ma sposò Celestino Spini. Che centra? Di curioso c’è che il loro matrimonio finì sui giornali col titolo: “Il matrimonio di due tenenti” Sveliamo il gossip: Francesca, al posto del fratello, frequentò una scuola militare austriaca e divenne tenente. Combatte nell’esercito asburgico contro Napoleone fino a quando venne scoperto-una spifferata di suo papà- che era una donna. Il marito, invece, fu l’ultimo della famiglia nobiliare Spini a risiedere qui, era ufficiale dell’esercito napoleonico…che dire, un intreccio degno di un romanzo.

Ci salutiamo amici miei, e ci sentiamo alla prossima puntata!

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(1) Le gattane dei brucchi avevano infestato campi e prati distruggendo i raccolti. Per debellarle venne istituito un processo e una volta condannati, gli animaletti vennero “invitati” a lasciare Talamona passando su comode passerelle appositamente costruite per far loro raggiungere la zona del Tartano.

                                                                                                                            

                                                                              rubrica curata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo                                                          “G.Gavazzeni”, secondaria, primo grado