Rivalutazione della Madonna con Bambino di Dunedin Museum– Nuova Zelanda, Analisi Stilistica e Tecnica

Autori: Annalisa Di Maria, esperta d’arte rinascimentale e membro del Club UNESCO di Firenze; Andrea da Montefeltro, biologo molecolare e scultore, specializzato nell’analisi comparata scientifica e figurativa; Lucica Bianchi, storica dell’arte ed esperta in ricerca documentaria.

Introduzione

L’opera oggetto di studio (fig.1) è un dipinto raffigurante la Madonna con Bambino, appartenente alla tradizione iconografica cristiana e tra i soggetti più rappresentati nella pittura occidentale. La composizione si caratterizza per un’impostazione piramidale, una raffinata resa chiaroscurale e un’attenzione meticolosa al dettaglio decorativo, che suggeriscono una datazione tra il 1455 e il 1460, nel pieno della maturità stilistica di Filippo Lippi.

fig.1

La tavolozza ricca, l’uso illusionistico della luce e la profondità spaziale evocano soluzioni formali avanzate, lontane dagli schemi tardogotici ancora presenti in opere coeve di Zanobi Machiavelli, inizialmente considerato l’autore.

Lo scopo di questo studio è riesaminare l’attribuzione dell’opera attraverso un approccio interdisciplinare che integra analisi stilistica, comparativa e tecnica. Il confronto con dipinti documentati di Lippi e della sua cerchia, unito a dati emersi da indagini diagnostiche (riflettografia IR, radiografia, XRF e studio delle crettature), permette di delineare una nuova ipotesi attributiva. Il dipinto presenta infatti numerosi elementi riconducibili alla prassi operativa lippesca: dalla costruzione prospettica dell’architettura absidale alla modellazione dei volti, fino all’impiego del disegno inciso come tracciato preparatorio.

Attraverso un’analisi sistematica delle componenti formali e materiali, lo studio intende contribuire alla riflessione critica sulla ricezione e circolazione dell’arte italiana, evidenziando anche le dinamiche di attribuzione e riattribuzione nel contesto museale contemporaneo.

Descrizione dell’opera in studio

L’opera in studio è un dipinto rinascimentale raffigurante la Madonna con il bambino, un tema iconografico profondamente radicato nella tradizione iconografica cristiana e tra i più diffusi nell’arte occidentale. A livello stilistico sembra suggerire una datazione tra il tardo Quattrocento e i primi decenni del ‘500, in pieno Rinascimento italiano.

L’immagine mostra la vergine Maria seduta con in grembo il bambino Gesù, che tiene tra le mani, un piccolo uccellino (probabilmente un cardellino, simbolo della passione). Il fondo dell’opera è occupato da un’architettura semicircolare, simile a un’abside, che inquadra le due figure e conferisce profondità e maestosità alla scena. La disposizione delle figure segue una struttura piramidale molto comune nella pittura rinascimentale per conferire stabilità, armonia e ordine all’immagine sacra.

Il vertice è la testa della Madonna, mentre le sue spalle e il corpo del bambino costituiscono la base. L’opera in studio presenta un perfetto bilanciamento tra i pieni e i vuoti, e la posizione della Madonna leggermente inclinata ma centrata guida lo sguardo verso il bambino. La Vergine accarezza dolcemente il bambino con una mano, mentre l’altra lo sostiene. Il piccolo Gesù pur con un’espressione infantile, è rappresentato con uno sguardo consapevole e una posa che prelude alla sua futura sofferenza (richiamata dal simbolo dell’uccellino). La tavolozza dei colori è dominata da colori ricchi e profondi, il blu del manto della Vergine, il rosso porpora della sua veste e l’oro che impreziosisce i bordi. Questi non solo denotano la regalità di Maria, ma sono anche carichi di significati spirituali; infatti, il blu è simbolo del cielo e della purezza, il rosso dell’amore e del sacrificio.

La luce soffusa e uniforme, proveniente da sinistra, modella delicatamente i volti e i corpi conferendo effetti di tridimensionalità. La resa dei volumi è ottenuta anche grazie a un chiaroscuro calibrato e a passaggi tonali morbidi, specialmente sul viso della Vergine. L’aureola della Madonna è ornata da una fitta veste di punti dorati, che creano un effetto di luce sacra. Questa tecnica è probabilmente ispirata alla tradizione bizantina, ma filtrata attraverso il gusto decorativo del Rinascimento. Il volto della Madonna è sereno ma non completamente sorridente, appare assorta, quasi consapevole dal destino del figlio. Il suo sguardo è rivolto verso lo spettatore, creando un ponte diretto tra il sacro e il fedele. Il bambino, al contrario, guarda verso destra, con un’espressione curiosa e riflessiva. Il cardellino, tenuto dal bambino, è un simbolo cristologico; infatti, secondo la tradizione si nutriva tra le spine del cardo, da cui deriverebbe la corona di spine del Cristo. Simboleggiando dunque la futura passione di Gesù e collega la terrena scena alla missione redentrice.

L’opera è un perfetto esempio di come il Rinascimento riuscisse a fondere simbolismo religioso e naturalismo umano. La Madonna è al tempo stesso madre e regina, Gesù è invece Bambino e Redentore. La composizione, i colori, la luce e i simboli concorrono tutti a creare un’immagine di mistero, intimità e sacralità, perfettamente adatta per la contemplazione privata e la devozione liturgica.

L’opera posta sotto studio segue chiaramente i canoni della prospettiva centrale rinascimentale, una tecnica sviluppata per rappresentare lo spazio tridimensionale su una superficie bidimensionale conferendo realismo e profondità. Di seguito vengono descritte le linee che ritroviamo nell’immagine. Il punto di fuga sembra trovarsi al centro della testa della Madonna, leggermente sopra le linee degli occhi del bambino.

Tutte le linee architettoniche, visibili nell’abside che avvolge la scena, convergono idealmente verso questo punto. La linea dell’orizzonte corrisponde pressappoco con gli occhi della Vergine, questo posizionamento guida l’osservatore a stabilire un rapporto diretto con il volto della Madonna, creando empatia e spiritualità. (fig.2)

Per quanto concerne gli elementi architettonici ritroviamo l’abside a curvilinea sul fondo, questo è uno degli elementi chiave della costruzione prospettica. Le linee lignee si restringono leggermente ma mano che salgono verso l’alto. Le curvature e gli archi sono disegnati in scorcio, accentuando la sensazione di uno spazio tridimensionale curvo e profondo. L’effetto della profondità è dato anche dal gioco tonale; le pareti dietro sono più scure, facendo “avanzare” visivamente le figure. Il trono su cui è seduta la Madonna sebbene sia invisibile sembra seduta su un sedile ampio e stabile. La sua centralità e la postura frontale con leggere torsioni danno una sensazione di monumentalità e solidità. Le pieghe del mantello scendono secondo le direttrici convergenti, guidando lo sguardo verso il bambino e poi tornando verso il volto della Madre; un movimento circolare visivo molto tipico. La direttrice centrale parte dalla sommità della testa della Madonna, scende lungo il naso, passa al centro del petto e finisce sulle mani e sul bambino.

Questa direttrice guida lo sguardo in modo naturale dall’alto verso il basso, creando una verticalità sacra. Le direttrici diagonali partono dalle spalle della Madonna e si generano queste diagonali che vanno verso l’esterno ma rientrano sulla figura del bambino. Il manto blu, con le sue pieghe e curvature, forma due archi visivi che abbracciano la scena, creando un effetto “a conchiglia”. Le mani sono come dei punti di convergenza. La mano destra della Madonna (a sinistra per chi osserva) guida lo sguardo verso il cardellino. Le braccia e gambe del bambino creano un intreccio diagonale che rompe la simmetria ma mantiene il baricentro visivo sulla zona centrale. Nel dipinto come già detto in precedenza la luce proviene da sinistra, coerentemente con molte opere rinascimentali, e modella i volumi, in particolare le pareti curve dell’abside accentuano l’effetto di tridimensionalità.

Il chiaroscuro è utilizzato in modo prospettico; infatti, le zone più vicine (come il volto, le mani e il pettorale) risultano essere più illuminate, mentre lo sfondo si oscura gradualmente.

Possiamo concludere dicendo che l’artista ha impiegato la prospettiva non solo per creare uno spazio realistico, ma anche per rafforzare il significato teologico dell’immagine; infatti, abbiamo la convergenza delle linee verso la vergine che enfatizza il suo ruolo di centro cosmico e spirituale.

La rotondità dell’abside suggerisce protezione e sacralità, quasi fosse un’aureola architettonica. Inoltre, lo spazio intimo e raccolto e determina un’accentuazione della dimensione contemplativa e devozionale dell’opera.

L’arte di Zanobi Machiavelli e confronto con l’opera in studio

In passato l’opera posta sotto studio era stata accostata all’operato dell’artista Zanobi Macchiavelli. Questo era un buon artista e un bravo disegnatore, che iniziò la sua carriera sotto Fra Filippo, ma presto cadde sotto l’influenza di Francesco de Stefano, detto Pesellino. Sotto la guida di quest’ultimo dipinse un frammento di una predella che si trovava nella collezione di Lodovico Spiridor a Roma raffigurante San Nicola che salva un giovane dallo strangolamento dell’impiccagione. (fig.3)

In questa Pala la testa della Vergine è stata senza dubbio “migliorata” ma il bambino è tipico dello Zanobi, mentre le altre figure sono quasi sovradimensionate. Successivamente nel tempo fu stimolato da Benozzo Gozzoli, periodo in cui Zanobi dipinse la sua opera forse più importante che è la Pala d’Altare che un tempo si trovava nella Collezione Spiridon a Parigi. (fig.4)

Se andiamo ad effettuare un confronto diretto tra l’opera in studio e quella di Zanobi Macchiavelli della collezione C.Livijn osserveremo una serie di elementi interessanti. (fig.5 e fig.6)

Nell’opera in studio la Madonna presenta un volto ovale con la dolcezza idealizzata e un interessamento sfumato nei contorni. Gi occhi socchiusi, asimmetrici e lo sguardo malinconico rappresentano una tipica cifra stilistica di Filippo Lippi. La corporatura del bambino è naturale ed è modellato con il chiaroscuro. Espressione del volto è materno, introspettivo e sembra dare attenzione ai moti interiori dell’animo.

Confrontando i volti delle due opere ritroviamo che nell’opera della Pala Zanobi troviamo un volto più rigido, nella quale è messo in risalto il tratto più grafico, gli occhi grandi e diretti sono più semplificati. La fisicità del bambino più piatta con la testa più grande rispetto al corpo.

L’espressione è generica e sicuramente meno empatica. Da questo confronto emerge che l’opera in studio presenti una maggiore introspezione psicologica e morbidezza luminosa, tipici elementi che si ritrovano in Filippo Lippi e nella scuola lippesca.

Per quanto concerne un confronto delle vesti, nell’opera in studio abbiamo un drappeggio ricco, volumetrico con pieghe profonde e luminose. Gli ornati con queste bordature dorate e i ricchi ricami richiamano l’influsso fiammingo.

Assistiamo in questo dipinto ad una particolare cura e attenzione al panneggio, alla preziosità e ai chiaroscuri dell’ambiente simili al gusto mediceo post- Beato Angelico.

Nella Pala di Zanobi abbiamo invece un drappeggio molto più schematico e geometrico con meno volume, i decori molto più semplici con minor attenzione ai dettagli. Nell’impostazione scenica si vede una grande diversità nelle due impostazioni. Nel dipinto in studio abbiamo un’architettura curvilinea e profonda, con spazio reale con un uso corretto degli scorci e della profondità nella parete absidale. Notiamo inoltre un dinamismo nell’interazione scenica tra le mani e gli sguardi, complessi e articolati.  A differenza, la Pala presenta uno sfondo piatto, poco articolato, la prospettiva frontale e non presenta la cura della profondità, inoltre i gesti del linguaggio del corpo molto più convenzionali e poco originali. Mentre nell’opera in studio è molto più evoluta la conoscenza dello spazio e la psicologia della scena, infatti nella Pala, emerge la formula quattrocentesca di origine tardo-gotica, con poca invenzione. Da questo semplice e primo esercizio di confronto possiamo già evidenziare come l’opera in studio presenti una dolcezza dei volti e un elaborato dell’impianto spaziale con un chiaroscuro maturo. (fig.7)


Questo panello era parte di altri pannelli facenti parte per realizzazione di una grande Pala d’Altare, realizzata probabilmente per una fondazione agostiniana, forse per la chiesa fiorentina di Santo Spirito. La forma e lo sfondo dorato appaiono leggermente antiquati intorno al 1470, quando Zanobi dipinse questa pala d’altare.

Ricordiamoci che Zanobi Machiavelli era registrato come attivo alla Badia di Fiesole dal 1464. Successivamente nel 1475-76 lavorò a Pisa. (fig.8)In questa Pala di Zanobi Machiavelli abbiamo uno stile gotico fiorentino ben evidente, con uno sfondo dorato discretamente tratteggiato, vediamo come i volti risultino essere schematizzati, con linee semplificate, le vesti lineari, ma i drappeggi piatti con poco volume.

Notiamo la profonda differenza con lo stile dell’artista dell’opera in studio che si associa a Filippo Lippi, nella quale ritroviamo una pluri stratificazione psicologica, con un chiaro scambio emotivo con l’osservatore, i panneggi volumetrici con effetti di luce. La differenza tra l’opera di Machiavelli e quella in studio è data dall’impianto piatto dell’opera senza riferimenti spaziali veri, con una composizione iconica e centrata.

Nell’opera in studio abbiamo un’impostazione rinascimentale profonda, inoltre i toni caldi e realistici con la sfumatura tenuta sulla pelle e una luce morbida rendono un’atmosfera quasi domestica; in contrapposizione con le cromie limitate del Machiavelli, con il fondo oro e ombre ben definite.

L’opera di Machiavelli è fondata su forme convenzionali medievalizzanti con una sobrietà stilistica e un intento prevalentemente decorativo. Al contrario l’opera in studio riflette uno stile lippesco di piena maturità rinascimentale, attraverso un uso sapiente del chiaroscuro, della costruzione spaziale e di un naturalismo emotivo.

Non appena guardiamo i due dipinti a confronto emerge subito una netta divergenza nella funzione e nella resa del decoro. Zanobi Machiavelli si colloca ancora con quest’opera nella visione gotico- devozionale. Il suo ornato infatti presenta una funzione sacralizzante, spesso standardizzata. Le aureole sono punzonate, i fondi dorati lavorati con punzoni floreali ripetuti con i decori tendono a seguire un modello seriale. Nell’opera in studio di chiara individuazione lippesca il decoro acquisisce una sorta di funzione umanizzata con una netta raffinatezza narrativa. Pur mantenendo le aureole ed i rifermenti religiosi, egli li integra in ambienti realistici e domestici, con ricami, stoffe e architetture rinascimentali. Nella realizzazione dei panneggi, Machiavelli utilizza elementi tipici della tradizione gotica che cadevano in modo rigido, poco modulati con linee nette, quasi grafico-decorative.

I decori sulla Vergine sono applicati per fini simbolici e l’effetto decorativo appare bidimensionale, più vicino al tessuto liturgico che ad un abito da indossare. Invece nell’opera di Lippi si analizza un tessuto quasi reale, la trasparenza del velo sulla vergine è resa con raffinatezza, l’oro dei bordi è usato con precisione illusionistica. La veste della Madonna presenta un bordo decorato con motivi geometrici finemente lavorati.(fig.9)

Confronti tra aureole di Zanobi Machiavelli e opera in studio

Da questi confronti diretti si possono ottenere molte informazioni. Nelle aureole di Zanobi ritroviamo la punzonatura presente con grande regolarità, in linea tradizionale tardo- gotica fiorentina. Risultavano piatte, dorate e non modulano la luce. I motivi decorativi all’interno dell’aureola si ripetono con coerenza e hanno una funzione ieratica, servono infatti a distinguere il sacro e a isolare la Madonna con il Bambino in una sfera celeste. Rimangono rigidamente frontali, senza variazioni prospettiche.

Nell’aureola dell’opera a destra risulta essere molto sottile e sofisticata, non è punzonata ma disegnata a pennello, con punti di luce (probabilmente biacca o pigmenti chiari). Questo segue l’orientamento della testa della Vergine e del bambino, con leggere inclinazioni e modellazione luminosa. L’effetto è più naturalistico e meno simbolico, evoca santità attraverso la luce.

La crettatura del dipinto

La crettatura presente in quest’opera (fig.10)si estende in modo omogeneo su tutta la superficie del volto e dello sfondo. Presenta reticoli minuti e irregolari, spesso a forma di poligoni allungati e romboidali; questi elementi indicano un essiccamento progressivo e uniforme del film pittorico. Il reticolo della crettatura non risulta essere sistematico su tutta l’opera questo ad indicare il suo aspetto naturale derivando da una patina antica. La superficie è compatta, la crettatura dunque non produce sollevamenti del film pittorico. Si ritrovano delle microfratture trasversali all’opera, questo ad indicare l’invecchiamento del medium legante e non solo quindi del supporto. Questo elemento suggerisce che la pellicola pittorica è coeva e originale, e che il dipinto non è una copia moderna o una replica con crettature simulate. Sulla base della crettatura presente e per il tipo e la non regolarità osservata ci indica un dipinto della prima metà del ‘400. Il volto del bambino, nel quale è stata analizzata la crettatura conserva una modellazione morbida delle luci e delle ombre, con un tratto calligrafico nei riccioli, quasi inciso.

Analisi stilistica e associazione a Filippo Lippi

Fra Filippo Lippi (1406 -1469) entra nell’ordine dei Carmelitani a Firenze nel 1420 e viene profondamente influenzato da Masaccio, la cui lezione del chiaroscuro e del volume lo colpiranno profondamente. La tecnica da lui utilizzata è la tempera su tavola, spesso su pannelli di pioppo o noce, su strati preparatori di gesso, permettendo dettagli precisi e colori luminosi. Dal 1435-1440 sperimentò degli effetti di trasparenza incrementando la profondità e l’effetto del bagliore, arrivando ad un utilizzo morbido del chiaroscuro.

L’utilizzo della luce in Lippi è diretto e avvolgente, è come se la luce rimbalzasse sulle pareti accentuando la tridimensionalità. Le figure di Filippo Lippi mostrano una sensibilità introspettiva, con volti intensi, sguardi meditativi e posture eleganti presentando un ritmo lineare e raffinato che si evince soprattutto nelle mani velate, nei tocchi sui volti e sui riccioli. I decori da lui eseguiti erano realistici e sono caratterizzati dalla doratura dei tessuti a motivo geometrico, i riflessi metallici e ricami; le punteggiature nelle velature di luce, le decorazioni risultano essere importanti per la narrazione.

Nell’opera in studio possiamo dire in confronto con lo stile di Lippi che, per quanto riguarda i volti, la Madonna ha un volto dolce e intenso, con contorni morbidi e chiaroscurali sugli zigomi e sul collo; gli occhi sono meditativi e orientati verso lo spazio, con sensibilità psicologica tipica di Lippi. Il manto blu mostra sfumature morbide, riflessi oro sui bordi e una modellazione anatomica del corpo. I drappeggi suggeriscono un tessuto vivo, caratteristiche evidenti in molte opere di Lippi della metà del 1400.

Nel dipinto in studio abbiamo un forte risalto dei volumi e dei gesti realistici. La luce plasma, infatti il naso, mento, occhi, conferendo grande naturalezza. Le bordature e i puntini sono sottili e realistici, con riflessi di biacca come si ritrova tipicamente nei codici decorativi lippeschi.

Tutti questi elementi sono aspetti che identificano il tratto di Lippi nella produzione tra il 1435 e il 1460. Da questo studio si rigetta l’attribuzione inizialmente avanzata a Zanobi Machiavelli. Una prima diversità la possiamo riscontrare sotto un profilo tecnico. Zanobi Machiavelli lavorava a tempera e oro su tavola e mantenne uno stile retto verso le convenzioni tardogotiche, come ad esempio le aureole punzonate, sfondi decorativi e oro compatto, drappeggi piatti e bidimensionali, i volti privi di forte chiaroscuro. Lippi, invece, modella il volto e il corpo con sfumature atmosferiche e decoro realistico. Machiavelli vuole separare il sacro dal mondo terreno con simboli astratti e con oro, mentre Lippi con i decori racconta uno spazio vissuto reale psicologicamente coinvolgente.

Tutti gli elementi dell’opera in studio portano chiaramente verso questa direzione. Dunque, lo stile, i materiali, la funzione narrativa e la resa realistica della luce escludono Machiavelli. L’opera coincide appieno con la fase matura e sperimentale di Lippi.

Lo studio analitico sull’opera conferma che il dipinto presenta chiari elementi tecnici e stilistici attribuibili a Filippo Lippi nella sua fase intermedia (1435-1450).

Dunque, tutti i segni estetici, la luce, la pittura, le delicatezze decorative e l’attenzione psicologica si allineano con opere coeve quali la Madonna in Trono e altri dipinti della sua maturità artistica. Al contrario, lo stile formalizzato e bidimensionale di Zanobi non risponde a questa struttura complessa. Per cui l’attribuzione a lui può essere rifiutata con buona certezza.

Linee di Incisione e il disegno preparatorio

Nel dipinto in studio è stato possibile evidenziare attraverso lo studio diagnostico del riflettogramma la presenza di un tratto di incisione. Il disegno ad incisione a secco è una tecnica attraverso la quale l’artista graffia direttamente la superficie preparata della tavola (solitamente preparata con gesso) per tracciare il contorno delle figure e delle strutture principali. Rappresenta una forma di disegno invisibile per quello che sarà la pittura finale.

Questa tecnica era ampiamente utilizzata da Filippo Lippi, soprattutto tra il 1435-1455, nelle sue opere su tavola sono infatti statu ritrovati questi elementi d’incisione.

Filippo Lippi utilizzava il disegno inciso per fissare la posizione delle figure, in particolare della Madonna e del bambino. L’incisione aiuta l’artista a mantenere la coerenza spaziale, soprattutto nei panneggi, nei bordi architettonici e nelle aureole. Le incisioni di Lippi sono delicate e accurate e si distinguono per una certa fluidità e continuità che denotano sicurezza manuale.

Esistono numerose analisi tecnico-scientifiche nella quale si è evidenziano la presenza di un disegno inciso in opere importanti, come nella Madonna con bambino e angeli degli Uffizi (1460) dove il tratto inciso compone nelle aureole (marcate e incise); nelle vesti della Madonna nella quale troviamo tracciati incisi che guidano anche la stesura del colore. La tecnica del disegno inciso presentava tutta una serie di vantaggi, questa tecnica era immediata e manuale, e non necessitava di un disegno intermedio su carta ma veniva eseguito direttamente sulla superficie preparata.

Questo tratto era quasi invisibile dopo la pittura a differenza del disegno a pennello e per poterle osservare è possibile solo con indagini diagnostiche. (fig.11)

Possiamo dunque affermare che il disegno e l’incisione presente rappresentano uno strumento fondamentale per comprendere la pittura di Filippo Lippi; non solo come mezzo tecnico, ma come fase ideativa e strutturale. Permettendo all’artista di costruire le forme con rigore e sensibilità, integrando progettazione e intuizione. L’utilizzo raffinato e consapevole di questa tecnica visibile in molte sue opere in studio rappresenta uno degli indizi distintivi di autografia di Lippi. (fig.12)

Le indagini riflettografiche risultano cruciali per l’osservazione delle modalità di realizzazione del disegno preparatorio. Si evidenziano chiaramente delle linee più scure che si ritrovano sotto gli strati dei colori per rappresentare il disegno preparatorio. Si ritrovano specialmente nei contorni delle figure delle linee scure ben delineate realizzate per definire la posizione degli elementi, queste linee erano fondamentali per l’impostazione anatomica e compositiva; queste linee realizzate con pennello fino ricalcavano in parte il tratto inciso che ritroviamo in molte parti.

In alcune aree ci sono anche sovrapposizioni o piccole modifiche nelle linee ad indicare anche un processo di aggiustamento e perfezionamento del disegno in corso d’opera. Possiamo quindi affermare la presenza di incisioni a punta metallica nell’underdrawing, tecnica impiegata nel ‘400 per il disegno preparatorio, specialmente su preparazioni di gesso, la quale offriva una superficie per trattenere il segno metallico.

In questa immagine riflettografica ritroviamo la presenza di un ripensamento nel decoro dell’abito, si ritrova infatti la presenza di un disegno probabilmente a punta metallica che non è stato poi eseguito. (fig.13)

Questo tipo di segno era utilizzato come primo abbozzo generale o per il trasferimento di un disegno da un cartone, fornendo linee precise e nette; non essendo facilmente cancellabile, implicava una certa sicurezza nel tratto. Le incisioni potevano servire per segnare i contorni principali, elementi architettonici o dettagli importanti, fornendo una guida duratura per il pittore.

Successivamente a questa tecnica avevamo il ripasso con pennello, questo si compiva con una integrazione delle linee incise, l’artista utilizzando un medium liquido (inchiostro o pigmento diluito) rifilava i contorni dell’opera, attraverso un pennello fine. Questo tipo di underdrawing permetteva maggior fluidità, i dettagli più morbidi, e possibilità di modulare lo spessore e l’intensità delle linee. Spesso serviva per affinare il disegno e lo stile aggiungendo dettagli fini, definire le ombre o per tracciare linee più libere e espressive.

La sovrapposizione delle due tecniche indica un processo a stadi; una fase iniziale più rigida e strutturale eseguita ad incisione seguita da una flessibile e pittorica, con pennello fino che permetteva all’artista di definire meglio i volumi e le transizioni cromatiche, prima dell’applicazione degli strati finali di colore.

Questa combinazione di tecniche preparatorie è pienamente compatibile con le conoscenze attuali sulle tecniche di Filippo Lippi, e più in generale con la pittura fiorentina del ‘400. Filippo Lippi era un maestro del disegno fiorentino ed era un pittore profondamente radicato nella tradizione fiorentina, e poneva una forte enfasi sul disegno, infatti, il disegno rappresentava l’ideazione progettuale. In quest’opera Lippi avrebbe usato la punta metallica per le linee principali e il contorno. Questo era seguito da un underdrawing a pennello, che permetteva di affinare i dettagli, stabilire i giochi di luce e ombre e preparare la superficie per la pittura a tempera. Le riflettografie nelle opere di Filippo Lippi rivelano un underdrawing estremamente raffinato e talvolta quasi pittorico, che anticipa la morbidezza e la grazia delle sue forme finali. Il ripasso con il pennello sarebbe stato essenziale per ottenere questa qualità. Dobbiamo ricordare che per Filippo Lippi il disegno preparatorio non rappresentava solamente una guida, ma una parte integrante del processo creativo, che gli permetteva di studiare le pose le espressioni e l’interazione tra e figure con grande cura, prima di tradurle nei ricchi colori e nelle delicate sfumature che caratterizzano il suo stile.

Possiamo concludere dunque che dalle immagini riflettografiche si conferma una sofisticata tecnica preparatoria di un maestro del ‘400 come Filippo Lippi, che combinava la precisione dell’incisione a punta metallica con la flessibilità del disegno a pennello gettando le fondamenta per la bellezza e la grazia delle sue composizioni pittoriche.

Confronto con opere di Filippo Lippi

Da un confronto diretto tra le due opere (fig.14) troviamo delle forti somiglianze. In entrambe le opere i capelli del bambino presentano dei riccioli a spirale e sono definiti da una fitta rete di ricci modellati, questa è una cifra stilistica tipica della bottega di Lippi. Anche la forma dei volti così tondeggiante, con guance prominenti, anche questo è un tratto distintivo delle opere di Lippi.

Per quanto concerne le labbra, in entrambi i casi troviamo delle labbra carnose e sottili con un accenno di sorriso enigmatico ma statico. (fig.15)

Inoltre, le aureole sono costituite tramite questo puntinato dorato, regolare e fitto, secondo una tecnica decorativa già in uso nella sua bottega dal 1435.

Tra queste due opere ritroviamo anche delle sottili differenze. Infatti, nei volti della Pala Barbadori abbiamo un incarnato più neutro, levigato a dei toni freddi, simile all’ocra grigia. Gli occhi sono realizzati più piccoli e infossati e la luce è più diffusa e uniforme.

Mentre nel dipinto in studio il colore delle gote è caldo e rosato, e abbiamo inoltre una maggiore demarcazione luce e ombra. Gi occhi sono più grandi e il tratto grafico presenta contorni più accentuati con un contrasto maggiore tra luce e ombra.

Tra i due volti si possono osservare diverse somiglianze, abbiamo una costruzione del volto allungato, elemento particolarmente evidente nell’opera in studio, con la presenza di fronti alte e lisce e un naso dritto e sottile. Presentano delle espressioni tipiche lippesche, quasi malinconiche, pensose e introspettive; la decorazione dell’aureola è puntinata con dorature regolari e molto fitte. (fig.16)

Il bambino e la Madonna dell’opera in studio mostrano dei tratti saldamente legati allo stile di Lippi degli anni fiorentini. È possibile si tratti di una produzione direttamente derivata dalla sua bottega realizzata tra il 1450-1460. L’opera in studio presenta una straordinaria analogia con le opere di Lippi, soprattutto per la sfumatura, l’incisione e il trattamento del volto. (fig.17)

Ad esempio, posta a confronto con il lavoro di Zanobi Machiavelli abbiamo in quest’ultimo autore un approccio più lineare e decorativo, con minor profondità espressiva e minor tecnica rispetto a Lippi.(fig.18)

Confronto tra Madonna con Bambino della Pala del Noviziato e l’opera in studio.

Sebbene questa Pala rappresenti uno dei suoi grandi dipinti su tavola; Vasari ritenne quest’opera come di rara eccellenza, che sempre stata tenuta in altissima stima dagli uomini dell’arte. Il colore di quest’opera ha probabilmente sofferto il passare del tempo visto questo incarnato, che ricorda in parte un tono verdastro caratteristico di altre opere. Con quest’opera Lippi si è avvicinato all’arte dignitosa del Masaccio, con quest’opera si nota infatti, un notevole progresso di Fra Filippo Lippi. Per quest’opera Lippi ricevette 40 fiorini d’oro nel 1438. La Pala del Noviziato presenta una composizione sobria, con l’architettura in prospettiva e incorniciava rigidamente la figura della Madonna.

Troviamo inoltre ancora una forte componente gotica anche nella schematicità. A confronto con l’opera in studio si ritrova una composizione molto più dinamica e articolata. Il trono ha un effetto avvolgente e scenografico, lo spazio risulta più credibile grazie all’uso calibrato delle architetture e dei panneggi. Nella

Madonna in trono dell’opera in studio troviamo una forte maturità artistica soprattutto nello sviluppo spaziale e narrativo. In questo confronto si ritrova proprio una evoluzione stilistica netta, con un volto reso molto più morbido e delle sfumature chiaroscurali che costruiscono i volumi con profonda eleganza. Il dipinto in studio mostra un controllo della psicologia e della morbidezza del volto decisamente più avanzato.

Questo suggerisce un’opera di Lippi più matura. Il bambino, infatti, presenta delle proporzioni migliori, lo sguardo vivo e il corpo presenta una resa anatomica credibile. I capelli sono morbidamente ondulati e trattati con attenzione. Si noti anche la decorazione delle aureole che presentano elementi più raffinati.

Questo confronto è stato riportato per porre un accento sulle evidenze temporali e qualitative dell’operato di Lippi e di come attraverso un’analisi comparativa si possa anche fornire una collocazione più tarda di Lippi probabilmente databile tra il 1455-1460.

Il Modello dell’opera custodita a Washington è fedele alla tradizione iconografica dell’epoca, molto vicina alla Madonna a mezzo busto di Luca della Robbia. (fig.19)

Cenni biografico sulla vita di Filippo Lippi

Filippo di Tommaso Lippi nacque a Firenze nel 1506 da una famiglia modesta, fra via Seragli e il Convento del Carmine. Rimasto orfano di madre verrà allevato dalla sorella del padre, all’età di due anni morirà anche il padre. All’età di otto anni venne accolto nel Convento del Carmine dai frati, visto le ristrettezze economiche della sorella che non poteva badare più a lui. Filippo segui la sua passione, la pittura visto la sua grande propensione. Nel 1456 fu nominato Cappellano del convento all’epoca aveva ’50 anni e restò folgorato da Lucrezia Buti, una suora che entrò in convento costretta dalla famiglia. Lippi convinse le monache a lasciare posare Lucrezia per la tavola che stava dipingendo per il loro altare. La Pala oggi collocata presso il Museo Civico di Prato “La Madonna che dà la cintola a San Tommaso”. Lucrezia Buti se ne andò dal convento da Fra Lippi dando alla luce due suoi figli, Filippino nato forse nel 1457 e Alessandra arrivata nel 1465. A salvare la situazione legata allo scandalo fu il legame che Lippi aveva con la famiglia dei Medici, ed ottenne da Pio II che il frate e la monaca fossero sciolti dai voti in modo da potersi unire in matrimonio, i due però non si sposarono mia. Lucrezia e Filippo sono stati degli esempi di vittime della monacazione forzata dovuta alla povertà della sua famiglia e dovette essere ben lieta di abbandonare.

Lo sfondo in pietra pregiata come cifra stilistica di Filippo Lippi

Le variazioni stilistiche nel trattamento della simulazione del marmo e pietre pregiate nelle opere di Filippo Lippi presenta un ruolo importante anche al fine di una collocazione temporale, infatti, l’evoluzione che ha avuto per l’aspetto di emulazione e del cambiamento tecnico rientrano appieno nel linguaggio simbolico e decorativo di Lippi e dei suoi mutamenti. (fig.20)

Dettagli sfondo opera in studio

Nelle immagini sopra sono riportate in confronto i dettagli relativi allo sfondo. Nello specifico ritroviamo un dettaglio della Madonna con Bambino di Lippi della Pala di Tarquinia realizzata probabilmente nel 1437. Il dipinto commissionato da Giovanni Vitelleschi colloca la vergine su un trono monumentale. (fig.21)

L’uso della pietra nel contesto del primo Rinascimento era importante per emulare materiali preziosi come il marmo, l’alabastro, il porfido e il diaspro. Queste pietre generavano una sorta di sacralità dell’ambiente e una dignità regale della vergine; inoltre metteva in luce il prestigio e la cultura del committente. Filippo Lippi era un artista versatile e particolarmente sensibile alle innovazioni prospettiche e luministiche, e impiegò questi effetti in molte sue pale, con una maestria pittorica che rifletteva l’influenza dei modelli fiamminghi come Jan Van Eyck, ma anche dei riferimenti al gotico internazionale di Gentile da Fabriano reinterpretati in senso umanistico.

Il tipo di pietra che è stato emulato in queste opere presentano determinate caratteristiche quali ad esempio striature rosse-brune su fondo ocra e arancio con l’uso di pennellate dense e compatte, e piccoli tocchi opachi. L’imitazione risulta essere fedele ma idealizzata. Questa pietra presenta un effetto altamente tridimensionale, sfruttando chiazze irregolari che si sovrappongono. Nello specifico la pietra presente emulata in queste opere è il diaspro, pietra non casuale, simbolo di fermezza e regalità, è spesso associata alla figura della vergine come “Sedes Sapientiae”. Nell’opera in studio l’analogia è forte, dominata da toni caldi e rossastri e presenta dei passaggi più delicati e meno netti rispetto alla Pala di Tarquinia, da notare stratificazioni leggere e sfumature brunastre che suggeriscono un trattamento più pittorico, questi accorgimenti fanno ricordare una fase di Lippi più tarda rispetto alla Pala di Tarquinia.

Il trattamento del marmo fittizio non è solo un elemento utilizzato al fine decorativo ma rappresenta un importante Marcatore stilistico. Nella Pala di Tarquinia Lippi mostra una precisione, una ricerca più sensuale e atmosferica, coerente con la fase matura del pittore.

Dunque, il dettaglio lapideo, insieme ad altri fattori come le aureole, i panneggi rafforzano l’attribuzione a

Lippi. L’imitazione del marmo in Filippo Lippi non è un semplice espediente decorativo, ma un motivo iconografico che evolve con il suo stile. Inizialmente presenta un valore sacrale e simbolico poi nel tempo acquisisce un valore più pittorico e atmosferico, fino a diventare una vera e propria firma di Lippi e della sua bottega.

L‘opera in studio possiamo collocarla in una fase intermedia-tarda di Lippi; mantiene infatti la memoria dell’effetto marmoreo ma la traduce in modo semplificato, con un intento più decorativo e realistico. Lippi inaugura la sua carriera con un uso del marmo ispirato alla scultura e all’architettura di Brunelleschi, riflettendo un’idea di monumentalità classica. Con il tempo questa ricerca si depotenzia tecnicamente, pur restando una cifra distintiva del suo stile. (fig.22)

In questo dipinto rispetto alla Pala di Tarquinia assistiamo a questa progressiva modificazione e calo del dettaglio marmoreo che da funzioni sacrali e monumentali diventa sempre più con funzione spaziale e simbolica. Assistiamo ad una progressiva modificazione durante la carriera di Lippi del trattamento stilistico delle pietre marmorizzate, rappresentando un indicatore anche temporale. (fig.23)

In quest’opera osserviamo questo calo grafico. Nella maturità di Lippi domina la narrazione e il dato materico passo con il tempo in secondo piano. Le venature sono applicate con funzione decorativa, talvolta senza coerenza strutturale.

Anche sulla base degli elementi marmorei di fondo che rappresentano un elemento indiretto dell’evoluzione pittorica di Filippo Lippi si può collocare il dipinto in studio tra il 1455 -1460.

Ripensamenti e variazioni presenti

Nel confronto tra l’immagine radiografica e l’immagine visibile si rivela un pentimento significativo nell’opera attribuita a Filippo Lippi, una variazione riguardante la posizione dell’uccellino tenuto dal bambino. Si tratta di un elemento ricco di implicazioni tecniche, compositive e simboliche.

La radiografia mostra chiaramente un primo posizionamento dell’uccello più in basso e orientato con la testa in modo laterale, probabilmente più disteso sul palmo del bambino. Le ali risultano essere meno distese e la forma più raccolta.

Si nota anche una diversa inclinazione della testa dell’uccello. Il ripensamento significa che Lippi ha modificato in corso d’opera la narrazione emotiva delle scene. L’intento non era solo decorativo o naturalistico, ma fortemente espressivo. Il primo cardellino era strutturato in modo passivo, forse evocando la sofferenza e il destino sacrificale del bambino. La versione finale, quella che vediamo oggi lo rende più vivo, suggerendo la vitalità infantile e una maggiore interazione con la figura materna.

Il pentimento presente in quest’opera non è un elemento strano per Filippo Lippi, che era infatti noto per modificare in corso d’opera gli elementi iconografici minori per rafforzare la composizione emotiva. Il livello di intervento mostrato in radiografia suggerisce l’azione di una mano esperta; infatti, questi pentimenti sono raffinati e mirano a perfezionare la comunicazione emotiva e non solo la forma. Questo elemento rafforza ulteriormente l’ipotesi attributiva che sia un’opera autografa poiché l’idea narrativa e la sua modulazione pittorica sono di alto livello. (fig.24)

Dunque, il ripensamento nella posizione dell’uccello svela un approccio sensibile e narrativo di Lippi, alla composizione, ma trasforma l’intera atmosfera emotiva dell’opera.

Questo pentimento diventa una finestra sul processo creativo dell’artista, confermando la sua capacità di lavorare per sottrazione e aggiustamento fino a ottenere l’equilibrio desiderato tra simbolismo, naturalezza e pathos.

Confronto tra immagine radiografica e visibile. Analisi dei pigmenti

Sull’opera in studio è stata condotta una campagna di analisi chimica attraverso xrf.

Punti di valutazione XRF

Di seguito verranno riportati dei dettagli non su tutti i punti di studio ma solamente su alcuni di essi. Saranno riportati quelli più significativi per il processo di studio analitico. (fig.25)

Il punto 10 fa riferimento al punto di prelievo del Mantello della vergine. Il cuore della composizione originale del manto blu è compatibile con i pigmenti noti e usati da Filippo Lippi nel Quattrocento. (fig.26 e fig.27)

 L’azzurrite è coerente con la prassi del tempo come alternativa economica all’oltremare.

 Il bianco di piombo (biacca) serviva a modulare i toni del blu e a creare le lumeggiature.

 Tracce di orpimento potrebbero indicare una mescolanza cromatica o una base tonale sottostante,

 Terre

Tuttavia, diversi elementi moderni (Ti, Cr, Co, Cd, Zn) suggeriscono la presenza di interventi successivi o restauri, da analizzare criticamente nel contesto della conservazione. (fig.28 e fig. 29)

Il punto 11 fa riferimento al punto di prelievo nelle ali dell’uccello.

Il colore giallo dell’uccello nel dipinto attribuito a Filippo Lippi è riconducibile con buona probabilità a:

 Orpimento, per la brillantezza e la presenza significativa di arsenico.

 Giallo di piombo-stagno (giallolino), per l’elevato piombo rilevato.

 Ocra gialla, come componente terrosa più discreta e per la presenza di ferro.

 Eventuale mescolanza con cinabro per creare toni caldi o dorati, suggerita dalla forte presenza di mercurio, questo può essere stato utilizzato al di sotto del giallo per conferire una tonalità arancio.

 Miscela Azzurrite/malachite

La presenza di pigmenti anacronistici come cadmio, cromo e zinco richiede ulteriori indagini: potrebbero derivare da restauri moderni, contaminazioni o ritocchi non documentati. (fig.30)

Il punto 14 fa riferimento al punto di prelievo del vestito rosso della vergine. (fig.31)

L’analisi chimica nel punto 14 suggerisce che il rosso del vestito della Madonna fu probabilmente ottenuto mediante:

 una base di ocra rossa,

 arricchita da piombo rosso (minium) per luminosità,

 e rifinita in alcuni punti con cinabro per accenti intensi,

 eventualmente orpimento usato in miscela per tonalità calde o in preparazione.

Tutti questi pigmenti sono perfettamente compatibili con la tavolozza usata da Filippo Lippi fino alla metà del Quattrocento. (fig.32)

Il punto 28 fa riferimento al punto di prelievo dello sfondo scuro nella lunetta. (fig.33 e fig.34)

Il colore scuro della lunetta i dati chimici indicano:

 Minium e/o cinabro

 Terre ferruginose (terra d’ombra bruciata)

 Pigmenti neri a base di calcio (es. nero d’osso)

Nel complesso, i pigmenti compatibili sono in linea con la tavolozza di Filippo Lippi nel Quattrocento.

Analisi radiografica

Le immagini radiografiche dell’opera mostrano chiaramente una zona centrale di maggior densità radiopaca (cioè, che si mostra più bianca in radiografia nella parte centrale). Questo può essere causato dalla biacca che risulta essere radiopaca. Nei bordi laterali e superiori si osserva invece una minor radiopacità e una incertezza formale con l’assenza di tracciati sottostanti, questo elemento è un indicatore che il bordo esterno sia stato totalmente ripreso in fase di restauro. La radiopacità intensa nella zona centrale suggerisce dunque a presenza di Biacca (Bianco di Piombo). (fig.35°)

Questo aspetto risulta essere compatibile con la tecnica quattrocentesca e quindi con l’ambito di Filippo Lippi e della sua bottega. La biacca era utilizzata per modellare i volumi, aumentare la luminosità degli incarnati e rinforzare la sotto-pittura e le imprimiture.

Le zone periferiche che sono radiopache mostrano una assenza o scarsissima presenza di biacca, presentando una trama radiografica alterata, con assenza di disegno preparatorio leggibile.

Questa parte potrebbe essere stata realizzata in epoca successiva come integrazioni pittoriche moderne, ampliamento del formato in fase di restauro per creare una squadratura estetica.

Sulla base del radiogramma e non avendo una conferma dei prelievi XRF in questi punti, visto che i punti analitici di prelievo ricadono tutti all’interno dell’area centrale dell’opera, possiamo ipotizzare che la parte centrale sia quella autografa e originale, realizzata con tecniche tradizionali con presenza di biacca, disegni preparatori; mentre le aree laterali appaiono visivamente coerenti nel visibile ma radiograficamente spurie.

Quindi le ipotesi di queste aggiunte o molteplici, possono essere aggiunte ottocentesche o novecentesche, oppure ridipinture su materiale aggiunto, per integrare un’opera danneggiata o ritagliata. (fig.36)

Proprio per tale motivo tutto lo studio affrontato dal punto di vista attribuzionistico, stilistico e tecnico è stato eseguito considerando solamente il nucleo centrale dell’opera, che è sicuramente la parte originale dell’opera, le aree esterne sono state escluse dall’analisi formale, in quanto potenzialmente moderne.

Concludendo questa parte si può dire che il nucleo centrale dell’opera è coerente con la tecnica di Filippo Lippi, per via della forte radiopacità (biacca). Le zone esterne appaiono “aggiunte moderne” o “ridipinture”, per assenza di biacca e tratti preparatori. Questo rafforza l’idea di un formato originale più ridotto, con bordature aggiunte in fase di restauro.

L’Arte Italiana nelle Collezioni Europee in Nuova Zelanda: Trasferimenti culturali, ricezione e prospettive di ricerca

La presenza di opere d’arte italiana nelle collezioni museali della Nuova Zelanda rappresenta un caso emblematico di trasmigrazione culturale, riflesso di dinamiche storiche, estetiche e politiche che si sono sviluppate tra l’Europa e il Pacifico meridionale a partire dal XIX secolo. Le opere italiane custodite in collezioni neozelandesi, sebbene numericamente contenute rispetto ai grandi centri museali europei, assumono un valore culturale e simbolico significativo.

Esse testimoniano il perdurare di una tradizione figurativa che, nonostante la distanza geografica e la differenza di contesto culturale, continua a suscitare interesse, studio e valorizzazione.

Origini del Collezionismo d’Arte Italiana in Nuova Zelanda

Il processo di acquisizione di opere italiane da parte delle istituzioni neozelandesi ha origine in un periodo storico preciso: quello della colonizzazione britannica dell’Oceania. Durante il XIX secolo, il collezionismo d’arte fu alimentato dalla pratica del Grand Tour, un’esperienza educativa e formativa per le élite britanniche e settentrionali europee che prevedeva il viaggio in Italia alla scoperta dell’antichità classica e del Rinascimento. Numerosi viaggiatori accumularono opere, dipinti, disegni e stampe che testimoniavano la magnificenza dell’arte italiana.

Alcune di queste collezioni giunsero in Nuova Zelanda attraverso lasciti familiari, donazioni, acquisti pubblici o privati, contribuendo alla formazione dei primi nuclei museali. La rete di commercianti d’arte e le case d’asta europee, in particolare londinesi, facilitarono il trasferimento di opere di scuola italiana verso i territori coloniali.

Le Principali Istituzioni Museali Neozelandesi sono rappresentate da:

Auckland Art Gallery Toi o Tāmaki. Fondata nel 1888, l’Auckland Art Gallery custodisce un’importante collezione di arte europea, nella quale le opere italiane trovano spazio con esemplari di notevole interesse. Particolarmente rappresentate sono le scuole pittoriche del Cinquecento e del Seicento, tra cui spiccano dipinti di ambito caravaggesco e veneziano. L’interesse della galleria per la valorizzazione dell’arte italiana si esprime attraverso mostre, attività didattiche e collaborazioni internazionali.

Christchurch Art Gallery Te Puna o Waiwhetū. Nonostante le difficoltà imposte dai terremoti che hanno colpito la città nel 2010 e nel 2011, la Christchurch Art Gallery ha saputo mantenere e rilanciare la sua collezione di arte europea. Le opere italiane presenti nella raccolta riflettono il gusto ottocentesco per l’arte storicista e religiosa, con particolare attenzione alle tematiche post rinascimentali. Il nuovo allestimento museale mira a promuovere un dialogo tra le opere italiane e la produzione artistica neozelandese contemporanea.

Dunedin Public Art Gallery. Tra le più antiche gallerie d’arte pubbliche dell’emisfero australe, fondata nel 1884, la Dunedin Public Art Gallery riveste un ruolo centrale nella conservazione dell’arte italiana in Nuova Zelanda. La sua collezione include opere di scuola toscana, emiliana e veneta. Di particolare rilievo è il dipinto “Madonna con il Bambino” attribuito inizialmente a Zanobi Machiavelli, frutto di questo studio di approfondimento a riattribuzione, il quale rappresenta un caso esemplare di ricezione di opere italiane nell’ambito museale oceanico.

Per quanto riguarda i generi e le tematiche predominanti delle opere custodite ritroviamo:

Pittura Religiosa. La maggior parte delle opere italiane giunte in Nuova Zelanda appartiene al genere religioso. Tali dipinti, prodotti tra il Trecento e il Settecento, erano spesso destinati a chiese, confraternite o collezioni private italiane. La loro presenza nei musei neozelandesi riflette la dimensione universale dell’iconografia cristiana, capace di attraversare epoche e culture. Le immagini mariane, i santi e le narrazioni evangeliche costituivano un repertorio iconografico familiare anche per il pubblico protestante e anglicano dell’età coloniale.

Ritrattistica. Il ritratto costituisce un altro genere ben rappresentato. Le opere ritrattistiche italiane presenti in Nuova Zelanda documentano la varietà dei registri espressivi e tecnici sperimentati dai maestri italiani. Dai ritratti di corte di ambito tardo-rinascimentale ai ritratti borghesi del Settecento, questi dipinti offrono una finestra privilegiata sulla società e la cultura materiale dell’Italia d’ancien régime.

Paesaggio e Vedutismo. Il vedutismo settecentesco italiano, in particolare quello veneziano, esercitò una forte attrazione sui collezionisti britannici, che consideravano tali opere simboli di buon gusto e di familiarità con il patrimonio europeo. Le vedute urbane e i paesaggi idealizzati giunsero in Nuova Zelanda come parte integrante di raccolte nobiliari o acquisite tramite canali commerciali dell’epoca vittoriana.

Per quanto concerne la questione delle attributive e metodologie scientifiche, l’attribuzione delle opere italiane presenti nelle collezioni neozelandesi rappresenta una sfida critica per gli studiosi. In assenza di documentazione diretta, la ricerca si basa su metodi comparativi, analisi stilistica e studi tecnico-scientifici.

Tecniche quali la riflettografia infrarossa, la spettrometria a fluorescenza X (XRF) e le analisi stratigrafiche contribuiscono a chiarire la paternità e la cronologia delle opere.

L’incontro tra l’arte italiana e il contesto museale neozelandese genera uno spazio di mediazione e di scambio interculturale. Le opere italiane, originariamente pensate per un pubblico e un contesto religioso e culturale molto diverso, acquisiscono nuove risonanze simboliche nel panorama museale del Pacifico.

Mostre tematiche, percorsi educativi e programmi di collaborazione. L’evoluzione tecnologica ha reso possibile una progressiva digitalizzazione delle collezioni, facilitando l’accesso agli studiosi e al pubblico internazionale. Le piattaforme digitali consentono il confronto tra opere analoghe conservate in Europa e in America, aprendo nuove prospettive per l’attribuzione, la conservazione e la valorizzazione. Le collaborazioni con musei italiani, università europee e progetti di ricerca transnazionali favoriscono la circolazione di conoscenze e la mobilità delle opere.

L’arte italiana custodita nei musei della Nuova Zelanda rappresenta un patrimonio culturale di eccezionale valore, frutto di dinamiche storiche complesse e spesso sottovalutate. Queste opere, oltre al loro valore estetico, offrono un’opportunità unica per esplorare le traiettorie globali dell’arte europea e i processi di ricezione e reinterpretazione in contesti post-coloniali. L’approfondimento scientifico, il dialogo interdisciplinare e la promozione di nuove ricerche sono strumenti indispensabili per valorizzare questo patrimonio e renderlo parte integrante del discorso culturale contemporaneo. In questo senso, l’arte italiana in Nuova Zelanda continua a svolgere una funzione vitale: non solo come testimonianza del passato, ma come motore di dialogo, conoscenza e comprensione reciproca tra culture e generazioni distanti.

L’Arte Italiana nelle Collezioni Neozelandesi: Il Ruolo dei Collezionisti Europei

La presenza dell’arte italiana nelle collezioni neozelandesi rappresenta un fenomeno culturale affascinante che testimonia i complessi flussi artistici e culturali tra Europa e Oceania. Questo elaborato esplora il ruolo dei collezionisti europei come mediatori culturali e protagonisti della diffusione dell’arte italiana in Nuova Zelanda, contribuendo alla formazione di un patrimonio artistico che riflette aspirazioni, influenze e valori transnazionali.

A partire dal XIX secolo, la Nuova Zelanda fu oggetto di una massiccia colonizzazione da parte di popolazioni europee, principalmente britanniche. Oltre a istituzioni politiche e modelli sociali, i coloni importarono con sé un insieme di valori estetici e culturali, incluso il desiderio di ricreare un ambiente artisticamente sofisticato. L’interesse per l’arte europea, e in particolare italiana, si radicava in un più ampio contesto di educazione, prestigio sociale e aspirazioni culturali. Il Grand Tour, viaggio formativo nelle principali città d’arte europee e italiane in particolare, rappresentava un momento cruciale nell’educazione dell’élite europea. Coloro che affrontarono il Grand Tour svilupparono non solo competenze artistiche e culturali, ma anche un gusto collezionistico sofisticato. Alcuni di questi individui, successivamente emigrati in Nuova Zelanda, trasferirono nel nuovo continente non solo opere, ma una visione estetica profondamente radicata nella tradizione artistica italiana.

I Pionieri del Collezionismo in Nuova Zelanda

Tra i primi e più significativi collezionisti figurano: William Fox, primo ministro neozelandese, che acquisì opere italiane di vari secoli durante i suoi soggiorni in Europa; Alfred de Bathe Brandon, immigrato inglese che portò con sé una raffinata collezione di stampe e disegni rinascimentali italiani.

Accanto ai britannici, anche collezionisti continentali come la famiglia von Tempsky (origine prussiana) contribuirono al patrimonio artistico neozelandese, specialmente con opere veneziane del XVII secolo. Inoltre, mercanti d’arte francesi attivarono canali commerciali tra Italia e Nuova Zelanda, incentivando il mercato dell’arte italiana.

Per quanto concerne le tipologie di opere collezionate interessarono principalmente

 Dipinti religiosi di scuole regionali italiane

 Ritratti aristocratici del XVI e XVII secolo

 Vedute veneziane e romane del XVIII secolo

 Sculture neoclassiche italiane in marmo

 Maioliche, ceramiche, mobili e oggetti decorativi italiani

 Stampe e disegni, tra cui incisioni di Piranesi e studi preparatori rinascimentali

Le opere furono acquisite:

 Direttamente in Italia, da mercanti, aste e commissioni a artisti contemporanei

 Attraverso il mercato artistico londinese, tramite Sotheby’s, Christie’s e gallerie specializzate

 Per eredità, donazioni e legati testamentari

Il ruolo dei collezionisti europei nella formazione delle collezioni d’arte italiana in Nuova Zelanda è stato determinante nel costruire ponti culturali tra due mondi apparentemente lontani. Le opere italiane non solo arricchiscono il patrimonio neozelandese, ma incarnano un dialogo culturale in continua evoluzione.

La sfida odierna è quella di preservare, studiare e valorizzare questo patrimonio, promuovendo una riflessione critica sul significato dell’arte italiana in un contesto globale e postcoloniale.

Ricostruzione Storico-Documentaria: Madonna col Bambino di Zanobi Machiavelli

L’opera Madonna col Bambino, attribuita al pittore Zanobi Machiavelli, è attualmente conservata presso la Dunedin Public Art Gallery, in Nuova Zelanda. Il dipinto è stato realizzato nel periodo del primo Rinascimento italiano, precisamente nel Quattrocento. Le fonti archivistiche e bibliografiche consultate collocano la datazione dell’opera tra il 1438 e il 1440, sebbene non esista un’indicazione certa sull’anno esatto di esecuzione. Il dipinto, di piccole dimensioni (57 cmx40cm), è realizzato con la tecnica della tempera su tavola.

L’opera raffigura la Madonna col Bambino, un soggetto sacro frequentemente trattato nel repertorio figurativo del primo Rinascimento. Dal punto di vista stilistico, l’opera è rappresentativa della fase giovanile di Zanobi Machiavelli, in cui risulta evidente l’influenza di Filippo Lippi. Gli elementi che richiamano l’insegnamento del maestro sono visibili nella resa delle forme: le rotondità del volto e delle orecchie del Bambino, le dita affusolate della Vergine e il suo volto assorto, sereno, di una malinconia contenuta ma espressiva. Il celebre storico dell’arte Bernard Berenson riconobbe l’opera come uno dei migliori esempi dell’attività di Machiavelli. Nel numero di dicembre 1950 della rivista The Burlington Magazine, scrisse: “La testa della Madonna ha bellezza, grazia, aspetto degno di un vero artista…”[1]

Berenson confrontò quest’opera con una Madonna col Bambino conservata al Musée des Beaux-Arts di Dijon, individuando significative affinità. In base a questo confronto, egli ipotizzò che il dipinto fosse stato realizzato da Machiavelli durante la sua fase formativa, ancora sotto l’influenza diretta di Filippo Lippi. Secondo Berenson, la figura della Madonna potrebbe rappresentare Lucrezia Buti, modella e compagna del maestro, il cui volto compare in numerose opere di Lippi tra il 1452 e il 1465. Un disegno conservato nella collezione degli Uffizi rafforzerebbe questa ipotesi.

Il dipinto entrò a far parte delle collezioni della Dunedin Public Art Gallery nel 1973, grazie a una donazione della famiglia de Beer: Esmond Samuel de Beer e le sorelle Dora e Maria. La donazione fu effettuata in occasione del centenario della Hallenstein Brothers Ltd., azienda fondata dal nonno della famiglia, Bendix Hallenstein. L’opera è oggi considerata uno dei capolavori delle collezioni pubbliche neozelandesi.

Nel 1975 la ditta Harrison and Sons Limited realizzò una serie limitata di francobolli natalizi utilizzando l’immagine della Madonna col Bambino di Machiavelli. L’iniziativa si ripeté fino al 1997, contribuendo alla diffusione internazionale dell’opera e consolidandone il valore simbolico oltre che artistico.

L’attribuzione dell’opera ha attraversato varie fasi critiche. Quando il dipinto oggi conservato a Dijon entrò nel museo francese, fu inizialmente attribuito genericamente alla scuola di Filippo Lippi. Roberto Longhi, nelle sue note manoscritte del 1922, parlò di un “imitatore povero” di Pesellino[2]. Successivamente, nel 1954, comunicò oralmente a Michel Laclotte l’accettazione dell’ipotesi di Berenson, che proponeva con cautela l’attribuzione a Zanobi Machiavelli.

Nel 1963 Berenson confermò pubblicamente la propria ipotesi. In seguito, anche Luciano Bellosi e Federico Zeri si espressero sul dipinto: Bellosi lo riferì alla cerchia di Pesellino (1970), mentre Zeri lo definì copia da Pesellino, riconoscendone comunque l’importanza documentaria[3]. Questo complesso iter critico, documentato anche nella scheda a cura di Margueritte Guillaume nel Catalogue raisonné du musée des beauxarts: peintures italiennes[4], dimostra la fluidità delle attribuzioni nell’ambito della pittura fiorentina del primo Rinascimento.

Il caso della Madonna col Bambino rappresenta un esempio emblematico di come le ricerche documentarie, l’analisi stilistica e la storia collezionistica contribuiscano congiuntamente alla definizione dell’identità di un’opera d’arte. Il ruolo svolto da studiosi come Berenson, Longhi e Zeri risulta fondamentale nella ricostruzione delle genealogie artistiche e nell’affinamento delle attribuzioni.

Accanto al tradizionale approccio critico, oggi l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e delle metodologie di indagine tecnico-materiale offre nuovi strumenti di interpretazione. Analisi non invasive come l’imaging multispettrale, la riflettografia IR, la radiografia e la spettroscopia XRF permettono di esplorare aspetti prima inaccessibili: dalla struttura del disegno sottostante alla composizione chimica dei pigmenti, fino all’individuazione di pentimenti e modifiche in corso d’opera. In questo contesto, la maggiore conoscenza delle tecniche pittoriche di Filippo Lippi – dal ductus del disegno preparatorio alla scelta di materiali – consente oggi di formulare ipotesi attributive con maggiore solidità.

Alla luce di questi approfondimenti, l’attribuzione dell’opera a Filippo Lippi assume oggi un peso più consistente rispetto al passato, superando la lettura che ne faceva una semplice derivazione dalla sua bottega o cerchia. L’aderenza a tratti stilistici peculiari, la presenza di elementi riconducibili alla prassi esecutiva del maestro, così come indizi emersi dalle analisi diagnostiche, rafforzano l’ipotesi di una sua diretta partecipazione. In tal modo, l’opera non solo conferma l’influenza dell’ambiente lippiano, ma si pone con forza rinnovata come potenziale testimonianza autografa del maestro.

Grazie al contributo dei collezionisti europei in Nuova Zelanda, testimonia infine anche il trasferimento e la valorizzazione del patrimonio artistico rinascimentale italiano in un contesto culturale globale.

Nel recente resoconto di Mary Kisler[5] sui dipinti europei nelle collezioni pubbliche neozelandesi, Angel and Artefacts (2010), l’autrice e curatore ha nominato l’opera come uno dei “due esempi molto pregiati” di dipinti fiorentini di Madonna col bambino della seconda metà del XV secolo, dimostrano l’influenza di un grande maestro fiorentino del tempo, Filippo Lippi (1406-1469).

Cenni biografici su Zanobi Machiavelli. Nacque a Firenze nel 1418 o 1419 e morì a Pisa il 7 marzo 1479. Apparteneva, quindi, alla stessa generazione di artisti di Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli, Andrea del Castagno e Piero della Francesca. Tuttavia, nonostante fosse nativo della città di Firenze, Machiavelli lavorò principalmente fuori città e non è menzionato nei registri dell’Arte dei Medici e Speziali, la corporazione dei pittori fiorentini. Esiste scarsa documentazione della sua attività artistica: ricevette il pagamento per tre dipinti a lunetta per la Badia di Fiesole nel 1451; produsse un dipinto firmato per la Pieve in Virgilio nel 1473 per la Chiesa di Santa Croce in Fossabanda appena fuori Pisa, e più tardi un altro dipinto, una Vergine col bambino con quattro santi, per la stessa chiesa; un dipinto commissionato per il Monastero di Pregaliano vicino a Lucca. Sappiamo che fu pagato quattro volte tra il 1476 e il 1477 dagli amministratori del Duomo di Pisa per il pigmento blu. Si crede che una Madonna col bambino sia stata commissionata nella chiesa di montagna di Sant’Angelo a Cetica nel Casentino. Per gran parte della sua vita Machiavelli sembra aver vissuto in modo nomade nelle piccole città provinciali toscane producendo opere commissionate per le loro chiese. Le Vite degli Artisti di Giorgio Vasari (1550-68) dedicano poco più di una nota a piè di pagina a lui, notando che era un allievo di Gozzoli.

Gli storici dell’arte della fine del XIX secolo Joseph Crowe e Giovanni Cavalcaselle registrarono che Machiavelli doveva affrontare la pura brillantezza della composizione, anche se riconoscevano a malincuore la sua Vergine col bambino con santi (oggi nella National Gallery of Ireland di Dublino) come esempio di “come un artista di nessun grande potere possa a volte avvicinarsi ai maestri”.

Machiavelli fu risvegliato di nuovo dal lungo sonno dell’oscurità critica, solo brevemente, nel 1950 dal critico e conoscitore dell’arte rinascimentale italiana Bernard Berenson, che,  scrive su The Burlington Magazine, credeva che Machiavelli “fosse al suo meglio quando lavorava con o per i suoi superiori”, anche se riconosceva a malincuore della Madonna col bambino di Dunedin che “la testa della Madonna ha una bellezza così gentile e graziosa di un’artista nato, che Machiavelli raramente era”.[6]

Questo è il punto in cui la traccia di Machiavelli sembrava diventare fredda. Il dipinto appare diviso in due – una divisione che è allo stesso tempo stranamente affascinante e inquietante. La luce da una fonte invisibile in alto a sinistra del dipinto è sfumata molto sottilmente sul viso della Madonna, giù per il collo e sopra il viso e il corpo del bambino. Cattura le pieghe esposte del mantello delle maniche della Madonna e rimbalza dal pannello interno curvo destro della nicchia. È suggestivo di luce e oscurità – luce chiara e scura – pelle manifesta; il soffitto a volta scuro e la nicchia – è ulteriormente esaltato dalle simmetrie nella composizione: le due metà della nicchia di sfondo, le due mani della Madonna, le due gambe del bambino, i due sguardi. È come se i quattro assi della croce di Madonna fossero attraversati dalla pittura al centro stesso. È emblematico di un tentativo di Machiavelli di tenere insieme tutte queste dualità, proprio come la sua cintura (cintola virginale) tiene non solo il suo costume ma i due lati della composizione insieme. C’è qualcosa riguardo alle direzioni speculari di questi sguardi che ci attrae. La Madonna è profondamente, squisitamente viva, la sua espressione dimessa eppure introspettiva, con suggestioni di una vita interiore ricca e complessa. I suoi occhi sono dipinti più enfaticamente di qualsiasi altra cosa e sembrano così presenti e vicini a noi che si potrebbe credere che lei sia reale se non fosse per tutto il resto che è dipinto.

Sembra che suo figlio, o il suo futuro, sia quello che sta guardando così intensamente e il bambino risolve il problema pittorico dell’intensità della sua attenzione materna non incontrando il nostro sguardo. Queste due figure si esibiscono; loro, come noi, sono osservatori e poco sfugge loro. Gli effetti misteriosi del dipinto iniziano con le rotture spaziali, ma il parapetto di primo piano segnala un’altra rottura. Il bambino è accuratamente posizionato su un cuscino in uno spazio che si apre al futuro, mentre dietro il parapetto, nel territorio della madre, lo spazio rimane quello di una chiesa. Avendo marcato questi due spazi, l’uccellino fluttua quindi e media tra loro per segnalare le diverse temporalità. La copertina di un libro si appoggia all’indietro (troppo piccola per una Bibbia quindi forse un libro delle ore), le pagine leggermente separate come se fossero fluttuate lì.

Questi sono un altro emblema di quello che ho chiamato il “cardine” del dipinto. Gli spazi incernierati permettono al dipinto di suggerire sia il tempo del dipingere che il tempo della profezia. Il cardellino maschio si aggrappa goffamente al bambino in associazione con la crocifissione – il segno rosso sulla sua testa è preso come una goccia di sangue che cadde su di esso mentre tirava una spina dalla Corona di Spine di Cristo. Qui il cardellino rappresenta la preconoscenza della futura morte violenta di Cristo. Così come simbolicamente, Machiavelli lavorò tecnicamente per creare un senso di continuità tra lo spazio dello spettatore e quello del dipinto e qui la superficie sembra essere stata portata molto vicino a noi. Da una parte, il parapetto esalta il senso della finestra aperta della prospettiva rinascimentale secondo la più famosa metafora prospettica di Leon Battista Alberti: “Disegno un rettangolo di qualsiasi dimensione voglia, che considero come una finestra aperta attraverso la quale il soggetto da dipingere è visto.” Questa dicotomia di distanza è quindi colmata da un focus sulla natura corporea del bambino – la sua carne è leggermente velata, la sua gamba sinistra esposta. I capelli del bambino, i suoi riccioli crespi e arruffati a cavatappi e la sua pancia prominente dalla gamba grassoccia e paffuta sono una sorta di scherzo che offre un altro tipo di vita al dipinto – una diversione simile al cardellino che svolazza, o al modo in cui le pagine del libro si aprono a ventaglio.

Il dipinto riceve questa leggera diversione a causa dell’inerzia della figura principale della Madonna. Lei non è un ritratto di qualcuno vivo nel tempo reale che è stato semplicemente catturato nella pittura.

Piuttosto, la Madonna di Machiavelli è stata spostata dalla pittura in un altro regno. Mentre guardiamo questo dipinto diventiamo consapevoli di un’altra assenza significativa: quella di colori vivaci e variegati. Il vestito della Madonna è del colore dei melograni, così come il cuscino su cui siede il bambino e che mostra un ricamo motivo di melagrano (un simbolo di fertilità e della resurrezione di Cristo); la stessa tonalità trova la sua strada di ritorno nei pannelli di pietra della nicchia, e nelle due fibbie rosse che tengono insieme l’elaborato copricapo della Madonna. Il mantello della Madonna, di un puro e ricco blu indaco, trova anch’esso echi nelle pareti e nei pannelli della volta.

Come per la Madonna, l’espressione dei suoi occhi mostra che lei è altrove. Quell’altrove giace anche sepolto nell’oscurità del mantello che avvolge la figura – dietro le ombreggiature si raccoglie l’oscurità. Il mantello inquadra la visibilità del bambino Cristo come se in qualche modo la sua presenza fosse emersa dall’oscurità come un messaggio – perché questo dipinto parla tutto del presagio di messaggi a venire.

Come osserva Kisler, il velo dipinto è una delle grandi delizie della pittura rinascimentale, e ancora oggi causa allo spettatore di fissare con fascino l’abilità dell’artista, poiché mentre la logica ci dice che il velo è fatto di delicati tratti di pittura bianca, noi accettiamo anche l’illusione di qualcosa di solido ma trasparente. Come tale, il velo serve come metafora per la pittura stessa.

Se la pittura è come un velo, allora questo è un dipinto di veli. I veli sono leggeri, femminili, trasparenti e delicatamente lavorati; coprono il viso e le spalle della Madonna; la complessità dei veli stratificati, ripiegati e agganciati che coprono i suoi capelli; la trasparenza del tessuto di fasciatura allentato attorno al bambino che rivela la forma nuda della metà inferiore del suo corpo; le pieghe scure e sfumate del mantello, anch’esse simili a veli. Questo può spiegare la sovrapposizione dei punti dell’aureola della Madonna sulle stelle dipinte della volta della nicchia: si plasmano e si condividono e quindi riuniscono la profondità della sua figura e la recessione della nicchia dietro di lei.

Il velo dipinto è l’intimazione pittorica di quello che Louis Marin, scrivendo dell’arte quattrocentesca, ha chiamato “l’opacità riflessiva della pittura”[7], quel processo per cui ogni pittura è come un vetro opaco che ci permette di vedere qualcos’altro che sé stesso, attraverso sé stesso, mentre viene osservato. Questa opacità della pittura non significa, tuttavia, che la pittura designi qualcosa che è sempre oltre, qualcosa di spirituale e immateriale, una sostanza sotto i suoi attributi, o che designi l’indefinita vacuità della credenza. Al contrario, per lo spettatore, vedere non è più l’accesso di una sostanza oltre l’ambientazione presente, ma di qualcosa che viene designato ora, qui al presente.

Il dipinto riempie l’ideale momento previsto del suo essere guardato; infatti, il dipinto è il processo di costruzione di un tale momento. Il senso di vibrante calma, sperimentazione spaziale, opacità e lo sfondo di una qualità affettiva e intensiva nella Madonna col bambino – qualità che sembravano non interessanti ai suoi contemporanei – appaiono corrispondere a qualcosa nella nostra sensibilità critica attuale.

Conclusioni finali

Riassumendo possiamo dire che la tavola raffigurante la Madonna col Bambino, attualmente attribuita a Zanobi Machiavelli e conservata alla Dunedin Public Art Gallery in Nuova Zelanda presenta tutta una serie di elementi di ricerca che riconducono l’opera alla figura centrale della pittura fiorentina del primo Rinascimento: Filippo Lippi e aiuti.

Alla luce dell’indagine stilistica e comparativa pittorica, dell’analisi tecnico/scientifica, e lo studio dei pentimenti visibili e delle radiografie che non erano disponibili nel passato per le attribuzioni, si può affermare che tutti questi elementi sono serviti ad andare nelle direzioni di attribuzione al maestro Filippo Lippi con aiuti.

Lo studio stilistico emerso ha messo in evidenza il modello iconografico del volto della Madonna con il bambino riconducibili a Lippi. I tratti raffinati, la delicatezza dell’espressione e l’uso di linee di disegno preparatorio e incisione sono compatibili con la tecnica del maestro.

La presenza di ripensamenti compositivi individuati rappresenta un ulteriore segno di autografia e non di copisti o artisti minori. Le analisi chimiche dei pigmenti hanno evidenziato una tavolozza compatibile con Lippi con la presenza di restauri che l’opera ha subito nel tempo per preservare la bellezza dell’opera. Anche la crettatura documentata in diverse parti va a sostegno di un’autenticità del dipinto. Si propone nella proposta attributiva a Filippo Lippi e aiuti una datazione tra il 1450 e il 1465 periodo coincidente con la sua attività matura ma ancora fortemente personale.


[1] Berenson, Bernard. Zanobi Machiavelli. The Burlington Magazine, vol.92; 1950

[2] Padoa Rizzo, Zanobi Machiavelli miniatore? In Scritti di storia dell’arte, Firenze, 1984

[3] Mario Salmi, Zanobi Machiavelli e il compagno del Pesellino, in Rivista d’arte, Firenze, L.S. Olschki, 1916

[4] Margueritte Guillaume, nel Catalogue raisonné du musée des beaux-arts : peintures italiennes, Dijon Museum of Fine Arts, 1980

[5] Kisler, Mary Angel&Aristocrats, 2010, Random House. In questo libro, la curatrice Mary Kisler si addentra nei depositi dei Musei neozelandesi e ci introduce ai tesori artistici storici e ai collezionisti che hanno donato le loro opere ai Musei. Come la curatrice fa notare, le gallerie d’arte pubbliche della Nuova Zelanda sono riccamente impreziosite da opere raccolte da benefattori negli ultimi 150 anni e generosamente donate alla nazione. Molte sono viste raramente e la ricchezza delle collezioni spesso passa inosservata. Riccamente Illustrato, scritto in modo accessibile e meticolosamente documentato, Angels and Aristocrats è sia una celebrazione di opere importanti, sia una guida indispensabile ed esperta alla storia dell’arte. Angels and Aristocrats merita anche un riconoscimento per il modo in cui questo libro offre una narrazione avvincente e di ampio respiro della storia dell’arte europea esposta in Nuova Zelanda. È il tipo di volume indispensabile per i visitatori dei musei in quel Paese, e anche in Australia.

[6] Berenson, Bernard. “Zanobi Macchiavelli.” The Burlington Magazine, vol. 92, no. 573, 1950, pp. 345–49. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/870650

[7] Louis, Martin, Opacità della pittura, in Saggi sulla rappresentazione nel Quattrocento, pp 23-24, La Casa Usher Editore

Anatomia, gesto e influenza michelangiolesca:uno studio a sanguigna di guerriero in relazione al disegno dell’Albertina

Autori:

Annalisa Di Maria{1} Andrea da Montefeltro{2} Cinzia Paraboschi{3} Lucica Bianchi{4}

1 Esperta d’arte rinascimentale , Membro del gruppo di esperti in Arte e Letteratura del Club per l’UNESCO di Firenze, Firenze, Italia.

2 Biologo molecolare e Studioso d’arte (competenza nell’analisi comparata scientifica e  figurativa).

3 Esperta di supporti cartacei antichi (specializzata nello studio e nell’identificazione dei materiali cartacei in ambito storico-artistico), Studio di Conservazione e Restauro, Monza, Italia.

4 Storica dell’arte, filosofa e project manager, titolare dello Studio ARTEC, Talamona (SO). Specializzata in ricerca archivistica, attribuzione opere d’arte e gestione progetti culturali.

Abstract

Il presente studio propone una valutazione stilistica, iconografica, archivistica e iconologica di un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, di dimensioni 18,67 x 9,93 cm. Attraverso analisi tecniche e comparazioni con opere rinascimentali, il disegno è stato associato con alta probabilità alla mano di Sebastiano del Piombo, o a un artista a lui vicino, probabilmente ispirato da un prototipo attribuito a Michelangelo Buonarroti conservato presso l’Albertina di Vienna. Le indagini hanno rivelato un uso controllato della sanguigna, talvolta diluita con acqua per effetti sfumati, e una tecnica grafica che richiama chiaramente lo stile michelangiolesco, in particolare nello studio della muscolatura e nella costruzione del corpo umano in movimento. L’opera si distingue per l’interruzione deliberata del tratto prima dei margini, tipico del “non finito”, e presenta chiari riferimenti formali all’anatomia michelangiolesca, ma con peculiarità riconducibili all’elaborazione autonoma di Sebastiano del Piombo, forse con il supporto di Michelangelo stesso. Il confronto con opere di Cesari, Procaccini, Raffaello e i suoi allievi, evidenzia la distanza stilistica dell’autore del disegno in esame rispetto alla scuola raffaellesca. L’ipotesi più accreditata è che il disegno sia una copia realizzata direttamente da un originale michelangiolesco, con finalità di studio e non di incisione. Questo lavoro si inserisce nel contesto delle rivalità e delle sinergie artistiche del primo Cinquecento romano, offrendo un nuovo contributo alla comprensione della diffusione del linguaggio visivo michelangiolesco nel disegno del tempo.

Introduzione

Il presente contributo si propone di analizzare un disegno a sanguigna raffigurante un guerriero, custodito in una collezione privata, che presenta rilevanti affinità con la produzione grafica dell’ambito michelangiolesco. L’opera, di notevole qualità esecutiva e complessità iconografica, si inserisce in un contesto artistico e stilistico profondamente legato alla cultura figurativa della prima metà del Cinquecento, ponendosi in dialogo diretto con alcuni celebri disegni conservati presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, in particolare con l’opera inventariata al n. 236, a lungo attribuita a Raffaello, Scuola di Michelangelo e infine al Semolei. L’obiettivo dello studio è duplice: da un lato, fornire un’analisi tecnico-materiale approfondita attraverso indagini diagnostiche non invasive, quali la riflettografia infrarossa e l’osservazione microscopica del supporto cartaceo e del medium; dall’altro, avviare un confronto sistematico di carattere stilistico, iconologico e attributivo con opere note della tradizione rinascimentale, con particolare riferimento alla produzione di Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Battista Franco, Giuseppe Cesari e Giovan Francesco Penni. Nel corso dell’analisi sono emerse peculiarità grafiche che richiamano fortemente il linguaggio visivo michelangiolesco, come l’attenzione alla struttura anatomica, la tensione plastica delle membra e l’uso sapiente della sanguigna in funzione chiaroscurale. Particolarmente significativo risulta il concetto di “non finito”, ravvisabile nella scelta consapevole dell’artista di interrompere il tratto prima del margine del foglio, attribuendo al disegno una propria autonomia espressiva anche in assenza di compiutezza formale. Lo studio si avvale della collaborazione di specialisti in differenti ambiti – dalla storia dell’arte alla diagnostica, dalla biologia molecolare all’analisi dei supporti cartacei – al fine di restituire una lettura integrata e multidisciplinare dell’opera, con l’obiettivo ultimo di avanzare una nuova ipotesi attributiva e collocare il disegno entro un più preciso orizzonte storico e culturale.

Materiali e Metodi

Supporto e analisi della carta

Il disegno oggetto di studio è stato realizzato su carta artigianale prodotta con fibre di canapa, lino e cotone, come rilevato dalle analisi microscopiche condotte. Lo spessore delle fibre risulta compreso tra 10 e 20 µm, mentre lo spessore complessivo del foglio è pari a 70 µm. L’analisi qualitativa ha inoltre evidenziato la presenza di additivi minerali quali calcio e talco, compatibili con le pratiche di fabbricazione cartaria rinascimentale.La carta presenta vergelle (linee di filigrana orizzontali) distanziate di 2 mm, e filoni (verticali) a 28 mm, caratteristiche che permettono una datazione tipologica. Lungo il bordo sinistro è visibile una traccia di filigrana, difficilmente leggibile a causa del deterioramento del foglio. I margini superiore e destro mostrano un taglio netto, eseguito con forbici, mentre i bordi inferiore e sinistro appaiono strappati manualmente o incisi con strumenti rudimentali, presumibilmente in un momento successivo all’esecuzione del disegno.

Tecnica esecutiva e materiali grafici

L’opera è stata eseguita interamente con sanguigna, senza l’aggiunta di grafite, inchiostro o altri pigmenti. In alcune aree è stata applicata sanguigna diluita con acqua, allo scopo di ottenere effetti sfumati e variazioni tonali. L’analisi mediante riflettografia infrarossa (IRR) ha confermato l’assenza di materiali coprenti visibili nell’infrarosso, coerente con l’uso esclusivo di sanguigna, la cui ematite risulta trasparente in questo spettro. Le linee tracciate presentano una modulazione accurata della pressione e del tratto, con utilizzo del tratteggio incrociato, in funzione della definizione volumetrica e anatomica della figura. La diluizione della sanguigna in zone selezionate ha prodotto effetti di chiaroscuro sfumato, coerenti con lo studio plastico del corpo umano in movimento.

Tecniche di imaging e indagini diagnostiche

L’impiego della riflettografia all’infrarosso ha permesso l’individuazione di tracce secondarie di numeri, lettere e disegni parziali, verosimilmente trasferiti per pressione da altri fogli, suggerendo l’ipotesi che il supporto cartaceo fosse parte di un quaderno da studio o di un album di appunti. La totale trasparenza del pigmento conferma l’assenza di underdrawing (disegni preparatori), indicando un’esecuzione diretta, istintiva ma controllata.

Analisi comparativa e confronto stilistico

Un approfondito confronto è stato condotto con disegni attribuiti a Michelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo, Giovan Francesco Penni, Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino) e Battista Franco detto il Semolei, con riferimento a opere conservate presso la Graphische Sammlung Albertina di Vienna, la Casa Buonarroti di Firenze, il British Museum e il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. In particolare, il disegno in studio risulta derivato direttamente dall’opera n. inv. 236 dell’Albertina, eseguita a carboncino e storicamente attribuita a Raffaello, Michelangelo e infine al Semolei. Il confronto formale e morfologico ha evidenziato una somiglianza strutturale diretta, sebbene con dimensioni ridotte e leggere semplificazioni nel tratto. La ricerca non ha rilevato finalità incisorie nel disegno, escludendo dunque che sia stato prodotto per una stampa. La mancanza di tratti sistematici per il ricalco conferma che l’opera è stata probabilmente concepita a scopo di studio o come copia autonoma da un originale, piuttosto che come modello destinato alla riproduzione seriale.

Stato di conservazione e interventi di restauro

Le indagini tecniche e visive hanno evidenziato tracce di restauro sul supporto, in particolare lungo i bordi. L’adesione del pigmento risulta stabile, senza segnali di abrasione o sovrapposizione. In alcuni punti si evidenzia la presenza di due differenti tipologie di sanguigna, elemento che potrebbe indicare un intervento successivo, o una variazione deliberata dell’autore, anche se non è stato possibile stabilire con certezza se entrambe le mani appartengano allo stesso artista.


Come da indagini scientifiche, il supporto impiegato per la realizzazione di questo disegno è una carta creata a partire da stracci, costituita da fibre di canapa, lino e qualche fibra di cotone. Lo spessore di queste fibre varia da 10 a 20 µm. Nella carta c’è la presenza di additivi quali Calcio e Talco. Lo spessore della carta risulta essere pari a 70 µm.

Fig.1

Il foglio risulta rifilato con tagli netti, realizzati con delle forbici sul lato superiore e sul lato destro. Mentre sul lato sinistro e in quello inferiore il taglio è stato effettuato senza forbici ma probabilmente a strappo, vista la sfibratura, oppure con strumenti di taglio più rudimentali.

Fig. 2

Il foglio ha una vergatura. Lo spazio tra le vergelle è di 2 mm, mentre lo spazio tra i filoni è di 28 mm. E’ identificabile sul bordo sinistro, una traccia di filigrana, non di facile lettura. Si conferma inoltre quanto espresso dallo studio tecnico di laboratorio, circa il fatto che il foglio debba aver subito un intervento di restauro.

Fig. 3

punti in cui il disegno a ematite è stato diluito.jpgIn alcuni punti la sanguigna è stata diluita con acqua per ottenere una tecnica sfumata. Come possiamo osservare in questa immagine con i punti interessati, segnati con frecce rosse.

Fig. 4

Nell’immagine a lato ottenuta attraverso la tecnica ad infrarosso, possiamo notare che il disegno non risulta essere più visibile, questo elemento ci da la conferma che l’intero disegno sia stato realizzato con tecnica a sanguigna senza l’impiego di altri materiali per il tratto. Infatti l’ematite che costituisce la sanguigna risulta essere trasparente alla visione infrarossa.

Grazie alla riflettografia che si è compiuta sull’opera, si è potuto evidenziare anche la presenza di tracce di numeri, scritte e disegni che sono rimaste impresse sulla carta, probabilmente perché questo foglio era parte di un taccuino o altro nella quale venivano presi appunti o annotati elementi, in questo modo si può spiegare il trasferimento per pressione  di questi.

Fig. 5

Quello che appare nell’immediatezza di fronte allo sguardo di questo disegno, è che ritroviamo un controllato utilizzo delle linee, con meticolosa realizzazione di segni incrociati in alcuni punti sovrapposti e ispessiti necessari per descrivere la muscolatura, creando una manipolazione sicura che infonde una qualità classica all’opera. Ritroviamo elementi di forte richiamo, nello specifico con lo stile classico michelangiolesco.

Fig. 6

Nelle immagini sopra, possiamo osservare come in questo disegno, e nello specifico nei bordi più esterni, prossimi al limite del foglio, il tratto si interrompa molto prima del bordo. Questo aspetto risulta essere molto interessante, in particolar modo legato ad un linguaggio del segno che potremmo definire del “non finito”. L’interruzione del tratto prima del margine del foglio, manifesta la volontà da parte dell’autore di far si che il disegno anche se come schizzo, possa avere una sua centralità. Inoltre, l’interruzione del tratto, ci fa presupporre che sia un disegno realizzato a schizzo di getto, altrimenti l’artista avrebbe impiegato un foglio più grande, oppure avrebbe ridotto le dimensioni dell’opera, visto che il disegno risulta in parte mancante non a causa di una rimozione della parte esterna, ma a causa di una interruzione del tratto grafico, come bene si può vedere nelle immagini sopra. Sul bordo inferiore il disegno del piede termina dunque prima del limite, questo ci fa comprendere che l’opera fosse terminata in quel punto e non che c’era dall’altra parte del foglio il proseguo del disegno. Possiamo inoltre ipotizzare che il taglio sinistro e inferiore compiuto a strappo, sia stato eseguito in successione alla realizzazione del disegno.

Fig. 7

Questo aspetto del non finito lo ritroviamo in diversi artisti, uno tra i più famosi che riportano questo concetto anche al di fuori del disegno, era Michelangelo Buonarroti che imprimeva questa caratteristica anche nella propria opera scultorea oltre che negli affreschi e nei disegni. Dietro questa idea del “non finito” si ritrova spesso una riflessione sulla tensione tra il potenziale creativo e l’impossibilità di realizzare completamente l’opera. Inoltre, nel caso di Michelangelo, lavorò spesso sotto pressione, con scadenze rigorose che potevano influenzare la sua capacità di completare tutte le sue opere con la perfezione che immaginava. Dunque, questo lasciare incompiuto, può essere visto come un modo per rappresentare l’incompiutezza della condizione umana e come una sorta di sfida alla perfezione assoluta.

Il disegno dell’opera analizzata presenta il soggetto di un guerriero con specifici elementi anatomici e studi della struttura muscolare e di fisicità. I muscoli disegnati presentano ombreggiature intricate per riflettere profondità e dimensione, indicando la forma dinamica come elemento caratteristico che si ritrova nelle opere di Michelangelo. Questo studio rappresenta un ottimo esempio di come  catturare il realismo e la vitalità del corpo umano, fungendo da lavoro preparatorio come per i capolavori più rinomati del Buonarroti.

Fig. 8

In questa immagine possiamo osservare come venga in realtà utilizzata non un’unica sanguigna ma la presenza di due diverse tipologie di sanguigne. Non è possibile in base alle analisi condotte capire se queste due sanguigne siano state utilizzate dallo stesso artista, oppure in due momenti diversi, magari in fase di un restauro. Le due frecce che troviamo sopra indicano le due tipologie di sanguigne utilizzate. In alcuni punti questa sanguigna è stata passata con acqua fornendo un effetto sfumato.

Fig.9 Studio per la Pietà del Giudizio Universale, Casa Buonarroti – Firenze, 39,8 cm x 28,2 cm, Inchiostro

Opere e stile di Michelangelo

Questo disegno di nudo maschile con la schiena inarcata come un arco, si basa sia su modelli classici che su modelli viventi.

                                                                                 

Fig.10 Studio di Nudo Maschile 1503-1504, Penna e inchiostro – 40,9 cm x 28,5 cm, Casa Buonarroti – Firenze

Presenta un collegamento con lo studio compositivo della Battaglia di Cascina. Michelangelo conservò il presente disegno nella sua bottega e lo riutilizzò circa dopo 25 anni.

Fig.11 Studio per la Pietà del Giudizio Universale,  Casa Buonarroti – Firenze -39,8 cm x 28,2 cm – Inchiostro

Questo disegno fu creato da Michelangelo a Roma. Realizzato con inchiostro su carta, questo pezzo appartiene al movimento artistico del tardo rinascimento e funge da schizzo e studio. Il soggetto fa parte della serie di disegni per gli affreschi della cappella Sistina attualmente ospitati presso Casa Buonarroti a Firenze. Il soggetto che ritroviamo in quest’opera in studio, ovviamente è un guerriero che stà combattendo. Se pensiamo a scene di combattimento, tra le immagini più emblematiche, ci viene in mente Michelangelo, e tra le opere da lui create con la presenza di battaglie ci viene subito alla mente la Battaglia di Cascina.

Fig 12 Michelangelo, Studio di Composizione per la Battaglia di Cascina, 1504-1505 – Firenze, Penna e Punta d’Argento su carta, 23,5 cm x 35,6 cm, Gallerie degli Uffizi (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

In questo schizzo per intero di Michelangelo vi si notano delle varianti rispetto alle stampe. Ad esempio nella porzione di destra è aggiunta qualche figura a quelle che si vedono nelle stampe.

Nel 1503-1504 Pier Soderini commissionò a Michelangelo e a Leonardo due cicli di affreschi, raffiguranti uno la battaglia di Cascina e l’altro la Battaglia di Anghiari, commissionati per il Salone dei cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. Purtroppo l’incarico non verrà portato a termine da Michelangelo perché l’anno successivo fu chiamato a Roma (1505) da Papa Giulio II per la realizzazione del proprio monumento funebre da collocare nella nuova Basilica di San Pietro. Michelangelo studiò il corpo umano in tutte le sue posizioni e tutte le possibilità di espressione. Nella Battaglia di Cascina, Michelangelo non voleva rappresentare uno studio  di paesaggio, o di atmosfera, o di effetti di luce, ma voleva rendere il senso dello spazio con i corpi, il loro movimento e la loro interazione. Molto interessante nel disegno posto sotto studio è l’approfondimento del movimento di torsione del busto, della testa e delle spalle. Scopo principale dunque di questo disegno, rimane lo studio della muscolatura e degli effetti d’ombra creati dalla torsione del busto.

Fig.13Michelangelo, Studio per la Battaglia di Cascina, Oxford Ashmolean Museum, Penna e inchiostro marrone, 17,8 cm x 25 cm

Fig.14 Michelangelo, Studio figure per la Battaglia di Cascina, Parigi – Louvre, Punta di metallo e inchiostro, 34 cm x 18 cm

Fig.15 Michelangelo, Foglio con altri studi e studio del movimento dei corpi nello spazio. Oxford Ashmolean Museum, Matita rossa -24,5 cm x 33,5 cm

Quando parliamo della Battaglia di Cascina dobbiamo considerare la voce degli artisti del tempo, e del loro pensiero circa quest’opera. Benvenuto Cellini scrisse in merito ai cartoni sia di Michelangelo che di Leonardo da Vinci definendoli la Scuola del Mondo. La Battaglia di Cascina venne descritta da Cellini nel seguente modo:

“questo cartone fu la prima bella opera di Michelangelo, il quale mostrò le sue meravigliose virtù, e lo fece a gara con un altro che lo faceva Leonardo da Vinci, che dovevano servire per la Sala del Consiglio del Palazzo della Signoria”.

Michelangelo sulle sue opere preparatorie riguardanti la Battaglia di Cascina, riporta nella scena, una quantità di soldati che a causa del calore estivo, si erano spogliati e denudati per rinfrescarsi nel fiume Arno e le raffigurazioni, ci fanno rivivere quegli istanti frenetici dell’allarme dell’attacco. Questi Fanti nudi in bellissime gesta, non si erano mai visti nell’antichità e nemmeno nell’epoca moderna da parte di nessun artista. Lo stile delle opere dei due cartoni messi a confronto furono studiati dai più grandi dell’epoca.

Fig.16 Marcantonio Raimondi, dal Cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina -Galleria degli Uffizi – Firenze

Un sentimento di ammirazione verso tali opere, la ritroviamo anche in Raffaello d’Urbino che nel 1506 visitò Firenze, il quale, nei suoi cartoni, seppe assimilare dall’uno e dall’altro maestro, elementi senza nulla perdere della sua propria grazia. Anzi, il viaggio a Firenze, fu per lui molto prolifero e costruttivo. La conoscenza relativa al cartone della Battaglia di Cascina, ci giunge a noi per via indiretta attraverso l’operato degli artisti che ne hanno copiato gli elementi e le incisioni che nel tempo sono state create. Le stampe dell’opera di Michelangelo non evocano la battaglia, ma l’appello improvviso al campo durante il bagno nell’Arno; fu un ottima scelta da parte di Michelangelo, che in questo modo riuscì a rappresentare la bellezza eroica del nudo in movimento. Osservando il disegno in studio si può affermare che non è un disegno di traduzione per futura incisione, ma forse per farne copia da un originale. Questo elemento va ad escludere la finalità del disegno studiato per essere utilizzato con scopo di stampa e per incisioni. Possiamo dunque escludere che l’artista che ha realizzato questo disegno sia un incisore, in quanto altrimenti avrebbe dovuto mantenere una aderenza ai caratteri intrinseci ed estrinseci dell’opera originale, mantenendo uno stile personale e con carattere distintivi, che in questo disegno non abbiamo. Deve essere dunque il disegno una traduzione da un originale. Dal primo sguardo si può identificare questa opera come non soggetta a definire una stampa che imita un disegno, in quanto per la stampa si richiede una tecnica complessa incisoria perfezionata nel corso del tempo, dunque c’erano artisti che si specializzarono proprio in tale tecnica, uno per tutti nel caso di Raffaello, era Marcantonio Raimondi.

Fig.17 Antonio Veneziano, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina , Galleria degli Uffizi

Fig.18 Luigi Schiavonetti, Dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina, Galleria degli Uffizi

In questa stampa dello Schiavonetti è rappresentato l’intero gruppo di guerrieri che si prepara a correre verso la battaglia.

Fig.19 Copia di Bastiano da Sangallo della “Battaglia di Cascina di Michelangelo”- 1542, 78,7 cm – 12,9 cm, Collezione Ear of Leicester, Holkham Hall

Tra i primi disegni di Michelangelo ritroviamo le sue riproduzioni dei personaggi del “ Tributo di Masaccio” nella Cappella Brancacci al Carmine, e delle storie di San Giovanni Evangelista di Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce, a Firenze. Negli studi giovanili effettuati a penna dal Buonarroti, si evince una tecnica grafica per la resa degli effetti chiaroscurali e di risalto volumetrico, mediante un fitto tratteggio incrociato a linee corte, molto simili a quelle di alcuni schizzi del contemporaneo Rodolfo del Ghirlandaio, figlio del suo maestro Domenico, dal quale  Michelangelo copiò probabilmente elementi. La Battaglia di Cascina nacque dall’episodio dei “bagnanti” che viene narrato dalla cronaca di Filippo Villani, dove il giorno prima della Battaglia a causa di un eccessivo caldo la maggior parte dei soldati fiorentini che erano accampati a Cascina, si era disarmata. Ma in quell’occasione di fronte al pericolo imminente, Michelangelo, sfruttò tale situazione come impareggiabile pretesto per rappresentare corpi nudi in movimento.

Nel reale, la battaglia di Cascina si verificò in due giornate, ma nella sua raffigurazione, Michelangelo unisce le due cose, in un unico drammatico evento.

Fig.20 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Vienna – Graphische Sammlung Albertina

Fig.21 Michelangelo, Studio di figura per la Battaglia di Cascina, Londra – British Museum

Il soggetto rappresentato nel disegno in studio non può essere associabile ad un personaggio della Battaglia di Cascina, per diverse motivazioni. La Battaglia di Cascina si svolse il 28 luglio 1362 tra le forze di Firenze e quelle di Pisa, due delle principali potenze del XIV sec.

Al comando di Firenze, all’epoca, c’era Galeotto Malatesta, mentre Pisa era comandata da Giovanni d’Acuto. La battaglia fu vinta da Firenze, che riuscì a respingere l’attacco pisano nei pressi di Cascina vicino a Pisa. Gli indumenti indossati dai combattenti in questa battaglia erano quelle tipiche della moda del tardo medioevo. Nella battaglia di Cascina disegnata da Michelangelo, però si mostravano i soldati colti nell’atto di spogliarsi per fare il bagno, perciò nei disegni preparatori troviamo tutti i soggetti nudi o seminudi, mettendo in risalto l’anatomia più che l’equipaggiamento, ma era una scelta simbolica non realistica dal punto di vista militare.  Oltre al fatto che i soldati fossero nudi, abbiamo come altri elementi negativi a questa ipotesi,  la tipologia degli indumenti indossati dal guerriero posto sotto studio, indumenti che sembrano richiamare più l’epoca romana.

Fig.22 La Conversione di Saulo (o di san Paolo), dettaglio, è un affresco (625×661 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 15421545 e situato nella Cappella Paolina in Vaticano.

Nel presente affresco ritroviamo come il soldato indossi i medesimi elementi del gonnellino che ritroviamo nell’opera in studio, con l’unica differenza che nel disegno abbiamo il torace nudo. Questo affresco, ci porta ulteriore conferma relativa all’identità del guerriero che, molto probabilmente, è associabile ad un guerriero romano piuttosto che a un soldato fiorentino. Nel disegno in studio, non è possibile identificare l’arma del guerriero perché probabilmente era sfoderata posizionata nella mano destra che purtroppo non è visibile nel disegno. Lo scudo che ritroviamo nel disegno sembra assomigliare ad uno scudo usato dai romani nel IV sec. chiamato clipeus , scudo ovale delle truppe ausiliarie. Gli scudi erano realizzati in legno, ricoperti di cuoio dipinto con i bordi legati con pelle non conciata.

Fig.23 Uomo Nudo in piedi di Schiena, Intorno al 1503, Michelangelo Buonarroti, Penna e inchiostro bruno su tracce di un disegno preparatorio a gessetto nero, 38,7 cm x 19,5 cm

Allievi e copisti dello stile e opere di Michelangelo

Michelangelo uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano, non aveva “copisti”nel senso moderno del termine.

Tuttavia, molti suoi disegni e opere sono stati copiati o riprodotti da altri artisti per diversi scopi, come studi per la trasmissione delle idee e diffusione del suo stile.

Alcuni dei suoi allievi e seguaci lo hanno fortemente imitato e copiato nelle loro opere principali. Tra questi possiamo annoverare i seguenti nomi:

  • Giorgio Vasari, il quale ammirava profondamente Michelangelo descrivendolo nei suoi scritti come una figura centrale, nel panorama artistico dell’epoca.
  • Daniele da Volterra, considerato spesso uno dei principali allievi di Michelangelo, fu influenzato in modo significativo dal maestro e ne riprese molti elementi stilistici che riportò nelle sue opere.
  • Marcello Venusti, altro allievo di Michelangelo che copiò le opere del maestro.
  • Sebastiano del Piombo, non fu tecnicamente un allievo di Michelangelo ma il loro rapporto fu molto stretto e ricco di collaborazioni artistiche e intellettuali con un rapporto tra maestro e discepolo.

Inoltre, ci furono molti artisti che operarono a Roma e in altre città italiane nel periodo post-rinascimentale che furono influenzati da Michelangelo.

Michelangelo, proprio per il suo genio, si è sempre rifiutato di prendere qualche artista per metterlo nella sua bottega come spettatore e osservatore, motivo per cui oggi non abbiamo un vero e proprio gruppo dei suoi discepoli che abbiano continuato la sua arte, come invece è accaduto per Raffaello.

Queste informazioni ci derivano dalle parole di uno storico, Paolo Giovio, che evidenziava quanto sostanziale fosse la diversità tra l’operato di Michelangelo e quello di altri artisti che operavano all’interno di botteghe ben organizzate.

Opere similari compiute da Raffaello

Fig.24 Studio di Nudo – Raffaello Sanzio, Fondo Corsini – Prima metà del XVI sec. , 26,2 cm x 20,3 cm

Un’ importante raccolta di disegni di Raffaello, ci deriva dalla collezione del museo dell’Albertina di Vienna. C’è comunque da dire che delle 144 opere presenti associate inizialmente all’artista, dopo un accurato esame nel tempo si è messo in evidenza che solo poche di queste sono ascrivibili alla mano dell’urbinate. La collezione dell’Albertina conserva una delle più importanti raccolte di disegni rinascimentali italiani, inclusi numerosi studi di Raffaello e Michelangelo. Nel corso dei secoli, molti artisti hanno copiato e reinterpretato queste opere contribuendo alla diffusione e alla comprensione del linguaggio visivo rinascimentale.

Queste opere furono passate in eredità dalle prime collezioni, quella del Crozat, del Mariette, di Giuliano da Parma e dal Principe di Ligne. Raffaello invogliò fin da subito i falsificatori e sembra che persino Andrea del Sarto abbia effettuato copie, come fecero i Carracci per guadagnare.

Per Raffaello il disegno fu soprattutto uno strumento indispensabile del processo creativo e produttivo. E’ infatti attraverso una elaborazione metodica e simmetrica puntuale che portò avanti nei disegni, con delle soluzioni efficaci, che prendevano forma in fase finale nelle tavole, negli affreschi e negli arazzi.

I suoi disegni possono andare dal primo schizzo al cartone vero e proprio, cioè al progetto finale che poi sarà realizzato nella stessa scala in altra tecnica, fino a bozzetti appena accennati. Ricordiamoci che isolare il segno autografo di Raffaello all’interno dei disegni non è cosa semplice ne sempre possibile. Dietro ai disegni di Raffaello ci furono tanti nomi che spaziarono a livello temporale, i quali se ne sono presi cura e ne hanno valorizzato l’opera e la loro custodia. Tra questi nomi potremmo citare personaggi di diversi periodi storici, come ad esempio Timoteo Viti, che nel tempo ne riconobbe il grande valore e che li utilizzò come modelli. Timoteo Viti era conterraneo di Raffaello e occasionalmente collaborò con lui. Ritroviamo anche l‘artista Peter Lely celebre artista del ‘600 inglese e Sir Thomas Lawrence, il ritrattista alla moda del primo ottocento. Abbiamo dunque luoghi e circostanze diverse, dove ognuno di loro raccolse i disegni di Raffaello per poi farli confluire in molte collezioni importanti. Se prendiamo ad esempio le collezioni londinesi di Raffaello possiamo osservare come molti di questi disegni derivassero dalla collezione di Timoteo Viti, e che rimasero sempre all’interno della sua famiglia e giunsero in Inghilterra nel 1823 quando il mercante d’arte Samuel Woodburn si assicurò la collezione a Pesaro dagli ultimi eredi.

Opere e Stile di Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino)

Viene riportato di seguito degli esempi da utilizzare come confronto con il disegno in studio, visto che l’opera era stata attribuita in passato a questo artista.

La carriera artistica del Cavalier d’Arpino, possiamo dire che  incomincia con il suo ingresso a Roma all’interno della bottega del Circignani. La sua mansione fu quella iniziale del garzone, in quel tempo fu impiegato presso le logge del terzo piano del palazzo vaticano.

La sua tecnica artistica e il suo operato divenne estremamente apprezzato a Roma e le figure da lui create, mostrano un forte accademismo formale e nel complesso manca di monumentalità.

Fig. 25 Queste due immagini fanno riferimento all’opera di Schizzo di Nudo virile – 26 cm x 14,2 cm Tecnica a Carboncino, Gabinetto Disegni e stampe del fondo nazionale

Sotto Clemente VIII Aldobrandini il Cesare, divenne il pittore ufficiale più importante a Roma soprattutto da commissioni e da grandi imprese decorative. In questi disegni assistiamo ad una tecnica a carboncino riguardanti schizzi veloci, questi schizzi veloci non permettono di fare un raffronto ottimale.

Fig.26 Giuseppe Cesari, Dettaglio Adamo ed Eva Cacciata dal Paradiso, 1602-1603, 17,3 cm X 12,8 cm Kunsthaus di Zurigo

Fig.27 Confronto opera in studio e Cacciata di Adamo ed Eva di Giuseppe Cesari.

Il disegno posto a confronto, risulta essere un disegno curato con più dettagli rispetto ad uno schizzo, e possiamo dunque comprendere meglio alcune tecniche di disegno specifiche. In entrambe le opere si ritrovano la rifilatura in alcuni punti dei bordi, questo conferisce un maggior effetto d’ombra e uno snellimento delle linee. Ritroviamo in entrambe le opere uno sfumato interessante della muscolatura, particolarmente curato e aree invece quelle in ombra, che hanno un tratto più pesante. Il tocco appare leggero con un aumento delle irregolarità nelle linee e aumento della sinuosità per quanto riguarda le parti degli svolazzi che sono mossi dal vento. In entrambe le opere ritroviamo un tratto netto nei riguardi delle linee di contorno, accurato e preciso. Ma rimane comunque la differenza evidente della mano che realizza i due disegni: siamo infatti di fronte chiaramente per stile, e modo di realizzazione a due artisti ben distinti.

Fig.28 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Mosè con le Tavole della legge, 1580 – Kunstpalast di Dusseldorf, 21 cm x 15,3 cm – Pietra nera e sanguigna – Francia – Lille

Fig.29 Confronto tra il Combattimento degli Orazi e Curiazi di Giuseppe Cesari e il disegno in studio.

Fig. 30 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi , 1612-1613 , Museo Capitolino di Roma

Questo confronto non serve per descrivere che si tratti di un disegno preparatorio per quest’opera, ma serve ad evidenziare le similarità dei soggetti rappresentati, aiutando a delineare il tipo di guerriero disegnato. Dalle frecce ritroviamo il gonnellino con i doppi ornamenti, la fascia passante sul petto, il pennacchio sopra l’elmo e la fascia al braccio dell’indumento. I disegni di Giuseppe Cesari della sua età tardiva, risultano essere caratterizzati da una economia e da una certa geometrizzazione delle forme e dei volumi. Dallo stile, è dunque evidente che si tratti di guerriero romano e che lo stile di realizzazione sia differente.

Fig.31 Disegno di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, Nudo maschile visto da dietro, Collezione privata

 Fig.32 A sinistra il disegno in studio, a destra disegno del Cavalier D’Arpino.

Nell’immagine sopra, mettiamo in confronto l’opera in studio, con un disegno del Cesari. Come si può chiaramente notare, il tratto, lo sfumato, le linee, i contorni e la modalità di esecuzione, sono totalmente differenti. Inoltre, e dettaglio fondamentale, è il gonnellino del guerriero, punto chiave nel disegno di destra, associabile con i dettagli esecutivi al Cavalier d’Arpino. Si ipotizza dunque che il Casari, abbia visto il disegno in studio e che si sia ispirato allo stile del disegno in studio. Un ductus grafico molto differente.

Fig.33 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino, Studio di Braccio e Piede, Stadel Museum

Il Cavalier d’Arpino fu uno dei disegnatori più vivaci e fecondi della sua epoca, e nel corso di oltre sessant’anni di carriera, il pittore si dedicò senza interruzione alla pratica e all’insegnamento del disegno. Molto spesso Giuseppe Cesari era consueto fare il tratteggio dello sfondo. Nel disegno in studio però non ritroviamo questa peculiarità. I disegni di Giuseppe Cesari presentano molte volte l’utilizzo di due Medium Grafici di colore diverso, ad esempio matita nera e sanguigna. L’impiego della matita nera non è solo una scelta coloristica, ma si rivela un indispensabile escamotage tecnico per camuffare la linea di ricalco. Quando ad esempio la tramatura risultava essere fitta, questo serviva per nascondere la traccia del ricalco rosso. Nell’opera in studio non si riscontrano la presenza di due medium.

Fig.34 Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino Ercole e Anteo Matita rossa e matita nera, 40,2 cm x 25,6 cm

Anticamente l’opera è stata attribuita a Daniele da Volterra, il disegno è uno degli studi preparatori per una delle lunette delle logge Orsini.I l foglio fu ricopiato dal Cesari in due diverse versioni, di cui una conservata presso il Cabinet des Dessins del Museo del Louvre.

Fig.35 Cavaliere romano in armatura con spada sguainata che carica ,Gesso rosso, carta marroncina 44,7 cm x 35,3 cm ,Albertina –Vienna (Provenienza da Alberto di Sassonia), Giuseppe Cesari il Cavalier d’Arpino

Fig.36 Ercole Procaccini – Il Vecchio (1520-1595), Conversione di San Paolo, Pittura a olio su tela, Pala d’Altare, Basilica di San Giacomo Maggiore (Bologna)

Altro artista che merita un confronto con lo stile del disegno in studio, Ercole Procaccini il Vecchio. La Pala nella foto sopra, fu realizzata da Procaccini seguendo un impianto compositivo tibaldesco(da Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi (Puria, 1527 – Milano, 1596), è stato un architetto e pittore italiano) e nel ricordo della cultura romana della metà del secolo. Ercole Procaccini Il Vecchio, nacque a Bologna e poi si trasferì a Milano dove lavorò gran parte della sua carriera.

Il suo stile risulta essere tardo rinascimentale con influenze manieriste, caratterizzato da eleganza compositiva e colori delicati.

La famiglia Procaccini fu una delle più importanti dinastie artistiche dell’Italia del nord tra XVI sec. e XVII sec.

Nelle opere di Procaccini si possono trovare delle influenze riconducibili a Michelangelo e in misura minore a Sebastiano del Piombo. Ercole risulta spesso accostato a Michelangelo per la resa scultorea dei corpi e l’uso del colore; questa affinità stilistica suggerisce una profonda conoscenza da parte del Procaccini delle opere di Michelangelo.

Fig.37 Confronto tra l’opera in studio a destra e l’opera di Ercole Procaccini a sinistra

Dobbiamo considerare che la famiglia Procaccini, trasferitasi da Bologna a Milano nel 1585, fu protagonista del rinnovamento artistico lombardo durante l’era borromea. La loro bottega era dunque un centro di produzione e diffusione artistica, dove le influenze dei grandi maestri rinascimentali erano studiate e reinterpretate. Anche il Procaccini dunque, potrebbe aver visto il disegno in studio.

Ci sono stati molti artisti, che nel tempo si sono ispirati a questi disegni copiandoli oppure apportando loro delle modifiche. Di seguito si riporteranno alcuni esempi in merito.

Fig.38 Studio di Nudo Virile, Orsi Lelio (1508-1511), Gabinetto dei Disegni del Fondo Corsini , soggetto ripreso da un disegno di Raffaello.

Lelio Orsi, è stato un disegnatore italiano molto noto, fu educato tra Mantova e l’Emilia, e il suo stile grafico e pittorico riprende fortemente elementi di Giulio Romano, Correggio e Parmigianino. Tra il 1545 e il 1546 Lelio fece un viaggio a Roma nel quale ebbe la possibilità di studiare le opere di Michelangelo, rimanendo particolarmente colpito dalla Cappella Paolina dei Palazzi Vaticani.  Un altro artista che realizzò opere ispirandosi a Raffaello e Michelangelo fu Alberti Cherubino.

Fig.39 Figura maschile con copricapo di un soldato- Alberti Cherubino  – Collocazione: Famiglia Alberti Opera copiata da un’opera di Raffaello -Tecnica Sanguigna – 36,2 cm x 25,6 cm. Presenza di una filigrana con albero inscritto in un cerchio.

Alberti Cherubino nato a Sansepolcro dal quale il suo soprannome di Borghegiano, figlio d’arte studio a Roma con Cornelius Cort e Agostino Carracci. Nel corso degli anni realizzò disegni e incisioni ispirati da opere di Raffaello, Michelangelo, Polidoro da Caravaggio, Andrea del Sarto e Rosso Fiorentino. Nel tempo divenne anche principe dell’Accademia di San Luca.

Fig.40 Studi di Busti Maschili – Alberti Cherubino, Gabinetto Disegni e stampe, Famiglia Alberti. Derivazione da Michelangelo -1591 a.c 28,2 cm x 42 cm, Penna inchiostro bruno,sanguigna,matita Presenza di una filigrana con ancora inscritta in un cerchio sormontato da una stella.

Fig.41 Alberti Giovanni, Il Crepuscolo della Cappella Medicea, Derivazione da Michelangelo Buonarroti, 20 cm x 28,6 cm, Matita nera e sanguigna. Giovanni Alberti lavorò a Sansepolcro e Mantova

Fig.42 Studio di Gambe, Alberti Cherubino, Autore originale Michelangelo Buonarroti, 43,8 cm x 28,8 cm Matita nera. Presenza di filigrana con giglio

Fig.43 Studio di figura maschile nuda visto di spalle, Allori Alessandro, Carta e matita nera. Il foglio è attribuito all’Allori da due antiche inscrizioni

Fig.44 Girolamo Romani detto il Romanino, Carta e matita, 32,4 cm x 22 cm – Galleria Nazionale della Puglia. Il foglio riporta un’antica attribuzione a Michelangelo Buonarroti. Da notare come la derivazione da disegni di Michelangelo sia assolutamente presente, ma lo stile dell’artista molto diverso dall’artista toscano.

Fig.45 Daniele da Volterra (Daniele Ricciarelli), 14 cm x 21,2 cm, Gesso Rosso

Daniele da Volterra (Il Braghettone) ricordato soprattutto per la sua associazione con le ultime opere di Michelangelo. Inizialmente allievo del Sodoma e di Baldassarre Peruzzi diventò in seguito apprendista di Perin del Vaga. Michelangelo gli fornì degli schizzi sui quali Daniele basò alcuni dei suoi dipinti.

Daniele da Volterra è famoso per aver coperto con le vesti e foglie di fico i genitali dell’affresco del Giudizio Universale nel 1565, appena un anno dopo la morte di Michelangelo. Grazie al suo intervento censorio, gli affreschi non vennero rimossi del tutto, come invece era previsto inizialmente, e potevano conservarsi fino ad oggi. Questi schizzi per tecnica risultano essere molto calibrati, non associabili direttamente allo stile Michelangiolesco se non nel soggetto.

Fig.46 Dettaglio dell’Incisione di Marcantonio Raimondi  su Opera originale Raffaello

Un soggetto che presenta alcune caratteristiche simile all’opera in studio anche se in posizione diversa, ci deriva da copie e incisioni eseguite su un’opera di Raffaello Sanzio. L’opera in questione è la Strage degli Innocenti. La Strage degli innocenti è una stampa a bulino dell’incisore Marcantonio Raimondi, su invenzione di Raffaello, pervenutaci in più copie e stati.

Il disegno relativo alla strage degli innocenti di Raffaello, risulta essere un’opera preparatoria per un dipinto che rappresenta una scena tragica tratta dal Vangelo, nel quale viene immortalato il momento in cui su ordine di Re Erode, tutti i bambini maschi di Betlemme sotto i due anni, dovevano essere uccisi, per cercare di eliminare il neonato Gesù.

Raffaello realizzò un disegno preparatorio utilizzato poi dai suoi seguaci destinato ad un grande altare. Nel disegno, Raffaello pone al centro della scena la figura di Erode circondato da soldati che compiono l’atroce strage.

La composizione è particolarmente complessa, con figure in movimento che trasmettono il dramma e la sofferenza. Il disegno giovanile evidenzia il talento precoce di Raffaello e il suo approccio innovativo alla rappresentazione del movimento e delle emozioni.

Il soldato che sfodera la spada, presenta uno studio di torsione molto importante che risulta essere accostabile al disegno posto sotto studio. Non va quindi eliminata l’ipotesi che in principio furono stati eseguiti dei bozzetti preparatori con situazione similare con attributi però diversi come ad esempio gli indumenti, copricapo e variazioni.

Fig.47 Guerriero che cammina a grandi passi, Anonimo, Albertina –Vienna

In questo disegno ritroviamo da un punto di vista dell’abito e delle impostazioni del soggetto, grandi elementi similari, non ritroviamo però una similarità nel ductus grafico.

Fig.48 Nudo maschile da dietro-Girolamo Romanino, 21 cm x 12,9 cm – Gesso Rosso, Albertina Museum

Fig.49 Baccio Bandinelli – Due nudi maschili in piedi, 42,2 cm x 27,9 cm – inchiostro,penna

Fig.50 Agostino Veneziano, un modello di Raffaello Sanzio, 1515-1530 – Incisione su lastra di rame, 15,4 cm x 10,4 cm. In questa lastra ritroviamo la presenza di un guerriero probabilmente romano.

Fig. 51 Agostino Veneziano, Copia da Marcantonio Raimondi, 1515-1530, Incisione su rame, 25,2 cm x 18,2 cm, Albertina Museum

Fig.52 Bellona, Andrea Meldolla detto Schiavone, 22,4 cm x 11,7 cm, Acquaforte

In quest’opera ritroviamo elementi interessanti molto simili all’opera in studio, in particolar modo negli svolazzi che attorniano la figura.

Fig.53 Andrea Schiavone – Il Ratto di Elena – 1547

Andrea Meldolla detto Schiavone è stato un pittore attivo e incisore italiano a Venezia e fu considerato uno dei protagonisti del manierismo veneto.

Fig.54 Battaglia di Scudo e Lance – Giovanni Jacopo Caraglio – Ispirato a Raffaello Sanzio

Caraglio fu un grande incisore, orafo e medagliere italiano, attivo a Verona, Roma e anche in Polonia. Fu importante per la sua capacità di tradurre in stampe i disegni di maestri come Raffaello, Rosso Fiorentino, Parmigianino e Tiziano.

In quest’opera di grande dinamicità conservata presso l’Art Institute di Chicago, si raffigura un violento scontro tra soldati armati di lance, spade e scudi, sia a cavallo che a piedi. L’incisione di quest’opera di Caraglio si ispira agli affreschi della stanza di Costantino in Vaticano, eseguiti su disegno di Raffaello dai suoi collaboratori, in particolare da Giulio Romano. Il soggetto riprende un dettaglio della Battaglia di Ponte Milvio, evento storico fondamentale per la cristianizzazione dell’Impero Romano.

Attraverso la sua maestria Caraglio è riuscito ad infondere grande movimento e forte tensione alla scena, ha contribuito fortemente alla diffusione dello stile manierista in Europa; influenzando anche la scuola francese di Fontainebleau, pur non avendo mai lavorato direttamente in Francia. Il soggetto rappresentato in quest’opera non è frutto di Caraglio ma a lui si deve la traduzione in forma stampata attraverso incisione, probabilmente è una copia a partire da un  modello di Raffaello oggi andato perduto, ma la sua invenzione è arrivata a noi proprio grazie al bulino di Jacopo Caraglio che la creata tra il 1525 e il 1527. Potrebbe rappresentare dunque un soggetto per l’idea per un particolare della composizione della Battaglia di Ponte Milvio, però scartata, l’anomalia è che il disegno non presenta i dettami di Raffaello ma di altra scuola improntata su Michelangelo. In questa battaglia l’Imperatore Costantino schiacciò con le sue truppe l’usurpatore Massenzio nel 313 d.c. Nel gabinetto delle stampe e dei disegni degli Uffizi è custodito un disegno con lo stesso soggetto che reca un’antica ma non possibile attribuzione a Perin del Vaga, tutto questo per portare verso un’opera originale di Raffaello. Il ruolo delle stampe e delle incisioni è stato fondamentale per la trasmissione, conoscenza e ricostruzione dell’opera di molti maestri del Rinascimento, in particolar modo di Raffaello Sanzio, la cui produzione è in parte andata perduta o rimasta incompiuta. Molte opere di Raffaello sono andate distrutte nel tempo soprattutto affreschi e cartoni preparatori tra cui molti disegni. Le incisioni e le stampe permettono di ricostruire solo in parte queste composizioni perdute, anche perché gli incisori dovevano tradurre l’opera a loro modo apportando modifiche.

Fig.55 Visione della Croce, Sala di Costantino – Vaticano-Affresco. Eseguito dagli allievi di Raffaello (Giulio Romano, Giovanni Francesco Penni, Raffaellino del Colle)

La sala di Costantino presente nella stanze di Raffaello in Vaticano, fu decorata da lui e dai suoi allievi, che dopo la sua morte utilizzarono per completare le decorazioni, i cartoni del maestro e completando i lavori nel 1524. La commissione venne affidata a Raffaello da Leone X nel 1517, questo era ricordato sia da Vasari che da Giovan Francesco Penni. Raffaello però negli ultimi anni di vita affidava il compito molto spesso ai suoi allievi. A Raffaello è attribuita l’ideazione del complesso decorativo, ma l’intera stesura è probabilmente, anche la composizione della scena nella parete, spetta agli allievi. Nel 1524 all’epoca di Clemente VII la decorazione doveva essere già terminata, quando Giulio Romano partì per Mantova. La Sala di Costantino è dedicata alla vittoria del cristianesimo sul paganesimo e all’affermazione del primato dalla chiesa romana, con evidenti richiami alla delicata situazione contemporanea. Vasari assegnò la visione della croce a Giulio Romano, posizione ripresa poi da tutta la critica successiva con interventi forse di Raffaellino del Colle.

Fig.56 Costantino sconfigge il tiranno Massenzio con angeli con portano le spade, Giulio Bonasone, 1544, 37,3 cm x 44,5 cm, Metropolitan Museum, Incisione

L’opera qui sopra è una incisione di Giulio Bonasone, in parte ispirato a Marcantonio Raimondi e dal sarcofago romano (oggi custodito a villa medici a Roma) che fu una delle fonti principali d’ispirazione di Raffaello per il progetto. Bonasone mostra molto meno interesse per le forme scultoree. La sua versione più lirica del soggetto è composta da figure morbide e modellate con dei motivi più fluidi. Giulio Bonasone era attivo principalmente a Bologna nel XVI sec. ed è stato uno degli incisori più importanti del manierismo italiano.

Nella scena dello scontro tra Costantino e Massenzio presso il ponte Milvio, viene ritratta una scena di battaglia di soldati armati di scudi e lance, con cavalli in corsa, in una composizione molto dinamica, tipica dello stile manierista.

Come detto in precedenza, la natura compositiva iniziale è quasi certamente ispirata a cartoni perduti e progetti per la Battaglia di Ponte Milvio. Oggi purtroppo abbiamo solo testimonianze indirette frutto degli allievi di Raffaello e degli incisori dell’epoca, con diversità nello stile. Dunque chi ha realizzato il disegno deve aver visto questi soggetti iniziali, ma sono stati reinterpretati seconda altra scuola. Pur avendo ricevuto la committenza di realizzare i progetti della “Sala di Costantino” Raffaello morì prima di completarli. Le scene della sala furono eseguite dalla sua scuola, in particolare da Giulio Romano, uno dei suoi più bravi allievi. Giuseppe Bonasone per la realizzazione di queste incisioni, avrebbe potuto trarre ispirazione da cartoni preparatori, bozzetti e composizioni conosciute nella bottega di Raffaello. Tra queste impostazioni che ritroviamo in queste incisioni e il disegno in studio, abbiamo molte analogie e punti in comune, anche se non è possibile rintracciare il guerriero con certezza di compatibilità e il suo stile è molto più michelangiolesco. Questa mancanza di un match di comparazione più elevato, ci deriva dal fatto che ciò che conosciamo oggi nelle stampe è frutto di copie e rivisitazioni eseguite su opere a sua volta copiate da allievi a partire da originali di Raffaello, mancano sempre alcuni elementi di contatto con questo disegno, che invece ritroviamo nella tecnica michelangiolesca.

Fig.57 Frammento del cartone preparatorio di Giulio Romano relativo alla Sala di Costantino

Dunque, è fortemente plausibile che il guerriero che vediamo nel disegno in studio, sia un soggetto dei prototipi iniziali per la Sala di Costantino, però non realizzati da Raffaello. L’influenza dell’urbinate sulle arti grafiche del tempo è evidente anche nelle composizioni, nella drammaticità dalla postura e nell’eroismo classico che traspare da queste scene.

Fig.58 Cartone di Giovan Francesco PenniLouvre  Sala di Costantino

Quando pensiamo all’opera della Battaglia di Ponte Milvio, dobbiamo sempre tenere presente che l’opera fu commissionata a Raffaello dal Papa. In quel periodo, Raffaello affidava il compito molto spesso ai suoi collaboratori di operare per lui, sia a livello di cartoni preparatori che a livello operativo in affresco.

Quindi non possiamo conoscere con precisione quanto ci sia di Raffaello in quell’opera. Risulta altamente probabile che Raffaello, abbia realizzato dei bozzetti iniziali e la stesura della organizzazione dei soggetti per poi essere ripreso e riproposto da Giulio Romano e da Penni.

Di questi bozzetti iniziali di Raffaello oggi non conosciamo nulla, quindi rimane una tesi ancora aperta e discussa. I suoi due principali collaboratori furono appunto Giulio Romano e Giovan Francesco Penni che collaboravano direttamente, ereditando anche i lavori non ultimati di Raffaello.

Giovan Grancesco Penni detto il Fattore, entrò in bottega da Raffaello molto giovane e la sua personalità artistica si è rivelata sfuggente, si sa però che prediligesse alla pittura il disegno e infatti realizzò molti disegni finiti. Dopo la fine del sodalizio con Giulio Romano nel 1524 Penni, fu chiaramente incapace di intraprendere una carriera autonomamente.

Successivamente seguì Giulio Romano a Mantova nella speranza di poter continuare la collaborazione, ma fu respinto, non sappiamo le motivazioni di questo rifiuto a continuare la collaborazione. Penni riprodusse molte composizioni di Raffaello.

Ci sono opere oggi attribuite a Giovan Francesco Penni, che riproducono per lo più composizioni di Raffaello, è plausibile pensare che alla morte di quest’ultimo, Penni abbia utilizzato il posto di privilegio dentro la bottega, per compiere molte copie di questi soggetti dai disegni originali, questo perché da tali disegni si nota la presenza di piccole variazioni e pentimenti con segni di difficoltà creativa. Dobbiamo quindi considerare Giovan Francesco Penni come un assistente addestrato a fungere da amanuense artistico, capace di interpretare le idee del maestro e di elaborarle in modelli ordinati su uno stile strettamente basato al suo.

Fig.59 Studio per la Battaglia di Ponte Milvio, Associato a Raffaello, Gesso rosso e penna su carta, 22 cm x 24 cm

L’opera a matita rossa su carta è stata di recente attribuita e identificata come un disegno tardo di Raffaello, inizialmente associato alla scuola. Questo disegno, servì per la decorazione degli appartamenti papali in Vaticano. I dettagli compositivi e stilistici confermano che si tratti di uno studio preparatorio di Raffaello per il celebre affresco.

Fig.60 Confronto con disegno sopra

Confronto con lo stile di Sebastiano del Piombo e aiuto di Michelangelo

Il disegno in studio, sembra presentare elementi di analogia con Michelangelo per quanto concerne l’aspetto stilistico. L’aspetto allungato del corpo ci porta infatti verso un effetto più manieristico discostante da Raffaello. Anche se come abbiamo visto come impostazione e tipologia di soggetto, ci sono dei punti di avvicinamento alla Battaglia di Ponte Milvio della scuola raffaellesca.

Fig. 61 Studio per il Cristo nella Flagellazione in San Pietro in Montorio, Roma -Sebastiano del Piombo

La profondità di Sebastiano del Piombo a livello di disegno, risulta essere particolarmente evidente, sebbene in alcuni casi aiutato da Michelangelo. Sebastiano rimane comunque un artista con un tratto inferiore a quello di Raffaello.

In questo disegno qui a lato ritroviamo un ottimo sfumato e molti punti d’incontro con la tecnica del disegno posta sotto studio.

Sebastiano del Piombo è stato un grande artista dotato di forte raffinatezza. Il disegno di S. del Piombo è stato nel tempo fortemente influenzato da Michelangelo, soprattutto nella resa anatomica e nel senso del volume. Molto spesso utilizzava il carboncino e gesso bianco per modulare la luce e ottenere così dei chiaroscuri drammatici. Nel disegno in studio, si nota un approccio molto scultoreo, con contorni netti e muscolatura esagerata per accentuare la forza delle figura.

Il legame tra Michelangelo e Sebastiano fu particolarmente stretto e strategico, infatti, Michelangelo vedeva in Sebastiano un alleato contro Raffaello, e gli fornì Cartoni e Disegni per alcune sue opere.

Infatti, Michelangelo non voleva competere direttamente con Raffaello e delegò a Sebastiano il compito di contrastarlo.

Anche se Sebastiano fu fomentato da Michelangelo contro Raffaello, la sua rivalità fu indiretta e per certi versi ci fu ammirazione da parte di Sebastiano, il quale fu anche lui influenzato dalla sua grazia compositiva.

Nel periodo in cui fu creata la Battaglia di Ponte Milvio, Sebastiano era li a Roma e conosceva bene il progetto; Michelangelo stesso potrebbe aver discusso con lui delle grandi battaglie come soggetti pittorici. Quando fu creata la Battaglia di Ponte Milvio Raffaello era morto, quindi anche se con riluttanza il Papa diede il compito agli allievi di Raffaello di portare a compimento l’opera.

Dopo la morte di Raffaello nel 1520, ci fu un momento delicato e di forte tensione artistica e politica riguardo le commissioni papali, in particolare la Sala di Costantino nei Palazzi Vaticani.

Raffaello alla sua morte aveva lasciato bozzetti e studi sulla sala; Giulio Romano che all’epoca era il capo bottega e allievo più dotato, e che rappresentava di fatto l’erede della gestione tecnica e creativa dei lavori, prese in mano le committenze in sospeso, ma la Sala di Costantino non fu una commissione così scontata perchè Papa Leone X e successivamente Adriano VI non si fidavano completamente dei giovani discepoli di Raffaello. La vittoria di Costantino sul paganesimo era un tema troppo importante per la chiesa, per essere lasciato a un allievo per quanto talentuoso. Giulio Romano ottenne comunque l’incarico, ma non lavorò da solo, fu affiancato da altri allievi come Giovan Francesco Penni. I lavori vennero eseguiti a condizione di una continua supervisione del papato.

Si può ipotizzare che Michelangelo potesse essere stato consultato e che Sebastiano del Piombo fosse stato preso in considerazione come alternativa. La Battaglia di Ponte Milvio, affrescata nella Sala di Costantino, mostra un linguaggio ancora legato a Raffaello, ma con una maggiore teatralità e dinamismo, tratta proprio dall’impronta giuliesca.

Sebastiano del Piombo, cercò attivamente di inserirsi nella decorazione della Sala di Costantino dopo la morte di Raffaello con il sostegno e la spinta di Michelangelo stesso. Michelangelo sosteneva infatti che Sebastiano avrebbe potuto portare a termine l’opera con maggiore qualità e spirito, seguendo un’ideologia più affine alla sua. Si può ipotizzare dunque che Michelangelo possa aver creato alcuni bozzetti e disegni che sarebbero stati poi usati da Sebastiano del Piombo come presentazione per le opere della Sala. Alla fine, i committenti del Vaticano, non accettarono perché rischiavano di avere con l’allievo di Michelangelo una eccessiva differenza di stile tra le tecniche utilizzate.

Esiste un disegno custodito all’Albertina di Vienna con lo stesso soggetto, che potrebbe essere l’opera autografa di Michelangelo, disegnata per Sebastiano come schizzo da presentare di uno dei personaggi della battaglia e, il disegno posto sotto studio, sarebbe la copia di Sebastiano del Piombo. Il disegno dell’Albertina, dopo una serie di attribuzioni, viene associato dalla Dottoressa Veronika Birke e da Janine Kentesz nel 1997 a Battista Franco detto il Semolei.

Fig.62 Attribuito a Giovanni Battista Franco gen. Semolei (Venezia c. 1510 – 1561 Venezia), sanguigna, 27,8 x 14,2 cm. Numero di inventario 236

Una lettera di Sebastiano a Michelangelo, datata 5 settembre 1520, conferma questo tentativo. In essa, Sebastiano esprime la sua frustrazione per non essere stato scelto e menziona che Michelangelo aveva scritto al Papa per raccomandarlo. E dunque, la commissione fu affidata agli allievi di Raffaello, come Giulio Romano e Giovanni Francesco Penni, per garantire la continuità stilistica con i progetti originali di Raffaello. Questo episodio evidenzia le tensioni artistiche dell’epoca e la rivalità presenti tra le scuole di Raffaello e Michelangelo. Nonostante il sostegno di Michelangelo, Sebastiano non riuscì a ottenere l’incarico desiderato, ma l’episodio testimonia la sua ambizione e il desiderio di affermarsi nel panorama artistico romano.

Fig. 63 Particolare per uno studio per la Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo Roma, Sebastiano del Piombo, Royal Collection, Disegno a gessetto nero. Per questo disegno Sebastiano richiese e probabilmente e ricevette l’aiuto grafico di Michelangelo, in una lettera del 25 marzo 1532 esiste una testimonianza scritta in merito.

Nel giorno di venerdì santo del 1520, avvenne la morte di Raffaello, questo fu annunciato a Michelangelo da Sebastiano del Piombo con una lettera datata 12 aprile 1520. In occasione di questa sciagura, tutta Roma era in lutto, il Papa lo piangeva e il popolo accorse a pregare sulla salma, dietro la quale era stata collocata la tavola della Trasfigurazione non ancora compiuta.

A causa della morte di Raffaello, la posizione di Michelangelo si avvantaggiava. Nel giorno della morte di Raffaello, Michelangelo era fuori da Roma.

Anche nelle lettere successive alla morte di Raffaello non si abbassavano i toni di livore contro la bottega degli allievi di Raffaello.

Sebastiano, cercò fin da subito di approfittarsi della scomparsa di Raffaello per ottenere una commissione importante. Infatti, come menzionato in precedenza nella medesima lettera scritta da Sebastiano a Michelangelo dove si annunciava la morte di Raffaello lo pregava di poter scrivere a monsignor reverendissimo perché gli venisse concessa la Sala di Costantino, lagnandosi che il Papa l’avesse già concessa ai garzoni di Raffaello, i quali bramavano molto e volevano dipingerlo a olio.

Michelangelo scrisse al Cardinal Dovizi di Bibbiena, il 3 luglio venne ricevuto dal Cardinale che però non potè assecondare i suoi desideri.

Nella lettera del 7 settembre 1520 Michelangelo scrive che ha parlato con il Papa circa i termini per l’opera, e scrisse così:

« et tuto quello che io ho parlato al Papa, ed i termini che io ho uxato circha questa hopera è statto per puro amore et riverenzia vi porto. Et con mezzo vostro far le vendette vostre et mie a un tratto et dare ad intendere a le persone maligne che ‘1 c’è altri semidei che Rafael da Urbino con i soi garzoni… Me scrivete ancora che non m’empromettete affirmative. Vi prego per l’amore vui me portate, vui vogliate risolvervi de questa cossa ; sì, over non è, a ciò possi tornar la resposta al Papa, perchè el manda a veder quello me havete scripto et io dico che non ho havuta resposta ancora : et se vui volete lì mostri la vostra Httera gela mostrare : dateme aviso di questo : che io no voria far cossa centra vostra volontà » .

Finisce con questo pistolotto : « quello desiderava io lo faceva per fare miracoli, et dare ad intendere a le persone che quelli homeni che non sono semidei sanno dipingere anche loro ». Sebastiano con tutti questi suoi sforzi non riuscì nell’intento e sotto il pontificato di Clemente VII la sala di Costantino fu condotta a termine dagh scolari di Raffaello. Durante le trattative fu offerto al Luciani di dipingere la sala di sotto a quella di Costantino ; ma egli la rifiutò, come si esprime nelle sue lettere, non volendo che i garzoni di Raffaello dipingessero le sale dorate, e a lui si riservassero le cantine.

Sebastiano non ebbe la fortuna di entrare nelle grazie di Leone X, il Sanzio e Michelangelo lo assorbivano non poteva restarvi posto per altri. Egli però aveva acquistato forti relazioni col cardinale Giulio de’ Medici e col Cardinale Rangoni, per i quali fece delle cospicue opere.

Tutte queste vicissitudini accaddero in seno a forti cambiamenti in Vaticano. Infatti, nel 1521 Papa Leone X morì e gli succedette Papa Adriano VI. Questo provocò un grande cambiamento nel campo delle arti e dei maestri. Il nuovo Papa aveva smesso con il fasto e la grandezza del suo predecessore, e non nutriva amore per i soggetti artistici. Inoltre era infastidito dal classico perchè aveva orrore dei nudi e fece cessare i lavori nella Sala di Costantino. Anche se questo Papa aveva di buon occhio Sebastiano del Piombo tanto da commissionargli il suo ritratto, non potè ottenere la commissione per la Sala di Costantino.

Fig.64 confronto tra opera in studio a sinistra e opera dell’Albertina

Confronto tra opera in studio e il disegno presente all’Albertina Museum di Vienna

Il disegno posto in studio è stato portato in confronto con una immagine fotografica eseguita dall’Alinari relativa al disegno collocato presso l’Albertina Museum di Vienna. Il colore scuro che troviamo nell’immagine fotografica è da imputare al tipo di scatto. La tecnica dell’opera risulta essere a carboncino.

L’immagine dell’Archivio fotografico Alinari presenta le seguenti caratteristiche: Opera associata a Raffaello Sanzio – Datata 1500-1512. Collocazione Vienna Graphische Sammlung Albertina. Foto scattata 2002, Dimensione 26 cm x 14 cm

Di seguito si riporteranno tutta una serie di confronti tra le due opere. Sul lato sinistro opera in studio e sull’opera di destra quella collocata nel Museo dell’Albertina.

La freccia Verde vede i due tratteggi a confronto: nell’opera di sinistra abbiamo la perdita del tratto in quel punto, inoltre le linee presenti risultano avere un tratteggio meno fitto e meno lineare rispetto l’opera del museo.

La freccia azzurra indica la mancanza di un tratto del disegno che invece ritroviamo nell’opera del museo. La presenza di un numero di dettagli minori e un numero di tratti più ridotto nell’opera in studio, ci porta a dare una ipotesi di copia del manufatto posto in studio.

Nelle parti evidenziate con cerchi rossi ritroviamo tutta una serie di macchie causate da invecchiamento e carbonio. Queste macchie sono presenti nell’intero disegno a tutti i livelli. Tutte queste macchie risultano essere completamente assenti dal disegno posto in stud

Fig. 65 Confronto con altri particolari

Da questo secondo confronto, vediamo che la freccia rossa indicante il tratto grafico dello svolazzo laterale, porta diversità notevoli in parte dovute alla tipologia di pigmento utilizzato che risulta essere diverso. Sul lato sinistro troviamo infatti un tratto con una granulometria molto più spessa. La stessa identica cosa la possiamo ritrovare nella freccia nera che indica anche qui un tratto meno incisivo con perdita della linearità relativa all’opera.

Fig. 66 Confronto

Anche in questo confronto nella foto sopra, ritroviamo degli elementi di diversificazione. Nella freccia verde sulla sinistra ritroviamo la mancanza di questo tratto, mentre sulla destra tale linea la ritroviamo. Le linee blu mostrano anche qui variazioni nel tratto. Anche nelle frecce rosse ritroviamo la mancanza di corrispondenza. Dal confronto, nel complesso, possiamo dire che il disegno posto sotto studio sembra essere stato creato a partire da questo disegno come copia, emerge anche che l’intensità del tratto e una profusa titubanza nel disegno, sia legata da parte del copista di rendere il più possibile simili le due opere, infatti, solo da un attento controllo si può evidenziare queste anomalie. Inoltre, l’opera non può essere una copia da parte del medesimo autore, in quanto sicuramente lo stesso autore avrebbe apportato molte più variazioni o pentimenti rispetto all’opera originale, ma soprattutto, le variazioni che avrebbe apportato sarebbero state naturali.

Confronto opera dell’Albertina e valutazione con tecnica del Semolei

Fig.67 Collezione Albertina –Vienna, 27,8 cm x14,2 cm, Numero inventario 236, Scritta in basso a destra “Rap. Urb.” . Credits: Alinari

Attribuzioni storiche dell’opera: Raffaello Sanzio (Tradizionale); Artista michelangiolesco(Wickhoff); Nessuna associazione con cerchia di Raffaello (Fischel); Successore di Michelangelo Buonarotti (Stix); Cerchia di Michelangelo (Ragazzo); Semolei (Birke Veronika / Janine Kertesz).

La seguente opera, è presente presso la collezione Albertina di Vienna e nel tempo, ha subito tutta una serie di attribuzioni. L’opera in studio risulta con certezza creata a partire da questo soggetto. La realizzazione della versione risulta essere creata con una dimensione più ridotta rispetto al disegno collocato presso l’Albertina Collection.

Gli elementi di legame risultano essere fortissimi il che determina con assoluta certezza che il realizzatore dell’opera in studio, abbia avuto accesso direttamente all’opera originale per poter realizzare la sua.

Si esaminerà di seguito l’opera custodita presso l’Albertina con il tratto dell’ultimo artista al quale è stato attribuito e cioè il Semolei.

Battista Franco, detto il Semolei era un pittore e incisore (Venezia 1498-1561). Questo artista, a Roma, si ispirò profondamente alle opere di Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano, e in seguito dalle proprie invenzioni, seguendo la tradizione di Marcantonio Raimondi. Si inscrisse all’Accademia di San Luca nel 1535. Ma dopo aver visto il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, non volle fare altra cosa che disegnare per un certo tempo. Fu notato da Raffaello da Monte Lupo e fu raccomandato da Antonio da Sangallo il giovane, il quale lo impiegò nell’allestimento in onore dell’ingresso di Carlo V d’Asburgo, sia a Roma che a Firenze.

Il giovane artista si distinse soprattutto per la grande abilità dei suoi disegni, che prevalevano sulla tecnica pittorica. Questo artista aveva l’ossessione di copiare non solo da Michelangelo ma anche da altri artisti perché non aveva un suo stile personale le sue invenzioni erano carenti e prive di freschezza e originalità. A Firenze Salomei, conobbe Vasari e strinse amicizia con Bartolomeo Ammanati presso cui andò ad abitare insieme al Genga di Urbino con cui ebbe un proficuo sodalizio artistico. Fu al servizio di Cosimo I de Medici e dipinse molte opere che furono apprezzate. A Roma, entra al servizio del Cardinale Francesco Corner e si mise in competizione con Francesco Salviati con un San Giovanni imprigionato da Erode, che risultò non all’altezza del confronto, questo a causa della sua estrema cura dei particolari disegnati che tolsero spontaneità e colore all’opera nel suo insieme.

Semolei aveva la capacità di creare composizioni complesse, spesso raffiguranti scene mitologiche, religiose e con numerose figure. Il disegno dell’Albertina, presenta una tensione muscolare creata con energia e una muscolatura dinamica con impiego dello sfumato e tratteggio incrociato, che modella le forme e crea profondità, questi elementi non li ritroviamo nelle opere del Semolei.

Fig.68 Dettaglio opera Allegoria con uomo barbuto seduto con libro, Metropolitan Museum, Battista Franco, 19 cm x 20,5 cm. Penna , inchiostro marrone, pennello e acquerello

Di seguito si riporterà un confronto tra l’opera qui sopra del Semolei, con il disegno del guerriero custodito presso l’Albertina Collection di Vienna. Sono stati valutati tutta una serie di parametri stilistici e del tratto. Il disegno dell’uomo barbuto, presenta un tratto del Semolei molto controllato, pulito e uniforme nella sua struttura. L’intensità del tratto risulta essere costante e molto descrittiva. Lo studio anatomico risulta essere dettagliato ma manca di movimento, risulta statico con una impostazione classica del corpo. Il tratteggio è lineare e omogeneo nell’intero disegno. La forza del tratto grafico offre un senso meditativo e con poca teatralità del soggetto. Il disegno presente presso l’Albertina Museum, ha un tratto grafico fluido, energico a volte tumultuoso, l’intensità del tratto è molto variegato, a tratti contrastanti e netti e in altre aree il tratto è più lieve conferendo una resa di dinamismo elevato con una muscolatura amplificata. Il tratteggio è misto con linee curve, semicircolari e drammatiche. La composizione con il corpo in torsione crea un movimento centrifugo e di grande emozionalità. Il disegno si presenta così con una forza molto alta ed una gestualità vibrante. Questo disegno presenta elementi di tratto molto elevati in forza espressiva, composizione dinamica e tratto grafico vigoroso, con marcata enfasi sulla torsione anatomica e tensione muscolare, contrariamente al disegno dell’uomo barbuto di Semolei che ha uno stile più stabile e misurato, con un’ottima padronanza anatomica, ma con una composizione meno teatrale e un tratto più sobrio. Questa analisi, suggerisce che i due artisti, abbiano approcci molto diversi, anche se condividono una certa raffinatezza tecnica. Tuttavia, il primo disegno mostra caratteristiche fortemente associate a Michelangelo e non al Semolei.

Grafico comparativo che offre una uno spaccato sulla compatibilità stilistica dei diversi elementi analizzati tra il disegno dell’Albertina associabile a Michelangelo, e quello del Metropolitan Museum associato al Semolei. La somma dei diversi elementi, da una compatibilità grafica dei due artisti al 47%

Fig.69 Grafico Comparativo

Studio Anatomico e la sua importanza

Lo studio dell’anatomia era importante per un artista, sia esso scultore o pittore. Lo studio approfondito della relazione tra la figura umana e il mondo in cui si muove, era necessario da parte degli artisti e i teorici del Rinascimento, soprattutto per poter organizzare e controllare lo spazio attraverso il sistema della prospettiva.

Fig.70 Nudo maschile con le proporzioni indicate, Sanguigna – Michelangelo, 28,9 cm x 18 cm, Royal Library

Il corpo era dunque studiato in termini di misure e proporzioni. Per questo motivo molto spesso, veniva incorniciato, racchiuso e suddiviso in diagrammi e schemi geometrici con cifre e numeri. Questo elemento era particolarmente evidente in Leonardo da Vinci. Tra i codici del tempo che maggiormente esplicitavano questi elementi, vi erano i codici di Leonardo, Piero della Francesca e Durer. Questo aspetto geometrico inserito nella figura umana, era importante per costruire degli schemi in relazione alla pratica architettonica.

Alcuni disegni di Piero della Francesca, mostravano che egli usò griglie lineari e geometriche per studiare le proporzioni del volto e del cranio. Fu uno dei suo allievi, il matematico Luca Pacioli, che nel 1509 pubblicò un trattato intitolato De Divina Proportione. Secondo Pacioli, la proporzione perfetta e ideale è quella della sezione aurea, e per lui, i numero hanno un significato mistico.

Fig. 71 Albrecht Durer, Simmetria dei Corpi Umani

Lo studio della proporzione, passò anche da un importantissimo personaggio: Leon Battista Alberti. Egli utilizzò le regole stabilite da Vitruvio esaminando le relazioni tra proporzioni e prospettiva. Anche Leonardo da Vinci cercò di stabilire una relazione tra proporzione e movimenti della figura umana e del sistema prospettico. Anche Durer basò i suoi studi su quello di Vitruvio, sottolineando la simmetria e la schematizzazione del corpo. Con Michelangelo, verso la fine del Rinascimento, assistiamo ad un certo allontanamento dal canone ideale, che si manifestava nella deliberata distorsione e allungamento della figura umana. Questa tendenza soggettiva in contrasto con l’oggettività matematica, si sviluppò ulteriormente con il manierismo e il barocco, quando gli effetti della muscolatura, dell’espressione facciale e del movimento, interessarono di più gli artisti rispetto alle regole dell’armonicità.

Fig.72 Adamo (disegno di costruzione), Albrecht Durer – 1504. Penna marrone,proporzione sulla gamba di supporto e linee di costruzione con penna marrone, pentimenti presenti sulle braccia superiori, 26,2 cm x 16,64 cm

Fig.73 Eva (disegno di costruzione), Albrecht Durer, 1506 – 26,2 cm x 16,5 cm. Tecnica: Penna marrone, linee di costruzione con penna

Gli studi anatomici nel Rinascimento rappresentarono un vero e proprio settore. Relativamente all’approccio di Michelangelo, è legittimo supporre che anche lui in modo simile ad altri artisti, come Leonardo da Vinci utilizzasse cadaveri o parti di cadavere a scopo di studio.

Fig.74 Da Michelangelo, Studio anatomico di gamba destra con marcatura dei muscoli, Tecnica : Sanguigna, 28,3 cm x20,7cm, Royal Library

Tale materiale, possiamo definirlo come materiale didattico e fu ripetutamente utilizzato come compendio di riferimento e servì a scopi propedeutici.

Di questa tipologia di studi anatomici, di quelli attribuibili direttamente a Michelangelo non c’è ne sono, e quelli oggi conosciuti probabilmente sono di suoi allievi e seguaci copiati dagli originali.

Visto le numerosissime copie superstiti, questo fa pensare che esistesse un vero e proprio corso di anatomia creato da Michelangelo, dove i muscoli erano siglati con delle lettere per facilitare il riconoscimento e l’individuazione.

A differenza di Leonardo da Vinci a Michelangelo, non interessava l’aspetto delle vene, arterie e capillari, ma solo l’articolazione strutturale dell’organismo, soprattutto per ciò che riguarda la posizione dei muscoli e le combinazioni volumetriche che determinano rilievi e le depressioni della pelle. Dunque i disegni anatomici di Michelangelo, vanno trattati più come studi anatomici d’artista che come trattato medico.

Fig.75 Confronto tra opera in studio a sinistra e studio anatomico della muscolatura ripreso da un disegno di allievi di Michelangelo.

Da questo confronto è possibile individuare elementi molto interessanti, infatti nella gamba posta sotto studio. abbiamo una muscolatura che riporta sia elementi muscolari visti da dietro che elementi muscolari visto da una zona latero-posteriore. Questo aspetto risulta essere molto interessante perché in questo disegno, non solo l’effetto del movimento viene garantito dalle doppie linee della gamba e dalle variazioni d’intensità del tratto, ma la presenza di una muscolatura ibrida come se fosse in due posizioni in contemporaneo è unica. Questo aspetto aiuta a rendere maggiore l’effetto della dinamicità.

Considerazioni Finali e Conclusioni

Il seguente studio è stato un percorso alla ricerca non solo del possibile realizzatore di questo disegno, ma anche per capire lo scopo e la destinazione finale di esso. Si è cercato dunque di collocare l’opera all’interno di un contesto specifico. Di seguito si riportano elementi importanti di conclusione. Il disegno presenta caratteristiche stilistiche e tecniche spiccatamente importanti che richiamano senza dubbio l’ambiente michelangiolesco, riprendendo anche elementi di prassi grafica di Sebastiano del Piombo. Si può ipotizzare dunque che il disegno possa essere stato creato sotto l’influenza di Michelangelo. L’uso della tecnica a sanguigna, con tratti morbidi e il chiaroscuro presente tramite sfumature ottenuto per pressione modulare, è una tecnica molto vicina a quella di Michelangelo, soprattutto nei disegni preparatori per affreschi. Le differenze che ritroviamo tra questo disegno a confronto con quello di medesimo soggetto dell’Abertina Museum, è dato da gradi di incertezza grafica presenti. Per quanto concerne la muscolatura, è volumetrica e plastica resa con attenzione come avrebbe fatto uno scultore; dunque visto che Sebastiano del Piombo non era uno scultore, tale elemento è un segno distintivo dell’influenza diretta di Michelangelo, che impostava il disegno come fosse una scultura su carta. Lo studio di figura è perfetta nella sua posa dinamica e torsionato alla maniera michelangiolesca. Lo studio anatomico risulta spinto e accentuato, con la muscolatura resa ipertrofica tipica del Buonarroti, con la presenza di un grande senso del movimento. Un altro elemento di rilevanza è la visione posteriore della spalla, che punta sull’enfasi della potenza fisica. Sebastiano del Piombo non era un disegnatore di questo tipo prima di conoscere Michelangelo, infatti, i suoi primi disegni veneziani erano molto meno plastici. Dopo l’incontro con Michelangelo e il suo aiuto soprattutto durante il lavoro della flagellazione e alla Pietà di Viterbo del 1512-1516, Sebastiano sviluppò un linguaggio più scultoreo influenzato da Michelangelo. Possiamo dunque affermare che l’opera in studio è frutto di un artista della cerchia michelangiolesca, probabilmente creata come copia da Michelangelo, sotto la sua diretta influenza e con l’ausilio di un disegno autografo di Michelangelo. Per quanto concerne lo studio anatomico, abbiamo da parte dell’artista una buona conoscenza dell’aspetto anatomico, specialmente dalla parte posteriore della coscia e del polpaccio. Si noti una chiara definizione del grande gluteo che sfuma verso il bicipite femorale presente nella parte esterna della coscia, che risulta essere  correttamente orientato e ben raccordato al ginocchio. Il muscolo gastrocnemio del polpaccio è ben evidente e si divide correttamente nelle due teste muscolari, con una lieve torsione che denota il movimento delle gambe. Quindi, il disegno, offre anche l’effetto della flessione posteriore. Per quanto riguarda l’inserzione finale del tendine del ginocchio, appare di un tratto troppo rigido mancando di morbidezza. Un’altra anomalia è derivata dal perone laterale lungo non rappresentato con chiarezza, motivo per cui questo disegno possa essere stato realizzato a partire da quello dell’Albertina Museum meglio strutturato. Possiamo dunque  affermare che da un punto di vista anatomico abbiamo un disegno plausibile anatomicamente, e i piccoli aggiustamenti espressivi puntano all’enfasi del dinamismo più che all’esattezza reale. Da un punto di vista stilistico l’elmo è chiaramente visibile sulla testa, con una cresta o cimiero, la decorazione è quella  usata da contesti artistici rinascimentali per evocare il mondo classico, piuttosto che autentici modelli storici.  L’indumento sulla zona pelvica è una sorta di “pteyges”, cioè un indumento fatto da strisce di cuoio e stoffa sovrapposte, tipiche delle armature romane, questo elemento è associabile fortemente alle raffigurazioni di guerrieri romani nelle arti figurative Rinascimentali. La posa è eroica, con un forte movimento rotatorio del busto e slancio del braccio, come se stesse per lanciare qualcosa o per difendersi, un gesto dunque molto comune nelle rappresentazioni dei combattenti antichi. Potremmo definire questo guerriero una rappresentazione di un guerriero romano ideale ispirato al mondo classico ma filtrato da un’estetica manierista. Il disegno è molto raffinato e presenta un’ottima padronanza del chiaroscuro pieno di energia. Il gesto artistico di questo disegno dimostra una conoscenza consapevole dell’anatomia, ma sceglie volontariamente di forzare alcune proporzioni per ottenere una maggiore tensione drammatica. L’uso della sanguigna, le curve morbide e le linee di contorno fluttuanti per i panneggi e a costruzione volumetrica, sono coerenti con gli studi michelangioleschi con l’ideale di una figura eroica romana. Nel disegno posto sotto studio la rappresentazione della muscolatura, in particolare delle gambe, mostra una notevole attenzione al volume e alla tensione muscolare, elementi caratteristici che possiamo ritrovare anche in alcune opere di Sebastiano del Piombo, come ad esempio nella Pietà di Viterbo(1512-1516), qui la figura del Cristo presenta, infatti, un campo modellato con cura, evidenziando la struttura muscolare e la tensione dei tendini, elementi che richiamano l’influenza di Michelangelo. Tuttavia, è importante ricordare che Sebastiano del Piombo, pur collaborando con Michelangelo, non raggiungerà la medesima precisione anatomica dei disegni. Sebbene Sebastiano non abbia lasciato opere con soggetti militari, la sua capacità di rappresentare figure eroiche e la sua attenzione ai dettagli dell’abbigliamento sono evidenti in opere come il Martirio di Santa’Agata del 1520, dove i carnefici indossano abiti dettagliati e realistici. L’uso della tecnica a sanguigna presente nel disegno in studio, presenta tratti morbidi e sfumature ottenute tramite variazioni di pressione, tecnica che Sebastiano del Piombo ha utilizzato intenzionalmente. Ad esempio, nella preparazione della Pietà di Ubeda, Sebastiano si avvale di disegni forniti da Michelangelo, che mostrano un uso raffinato del chiaroscuro e una modellazione accurata del corpo. Questo disegno basato su quello dell’Albertina Museum, potrebbe essere l’opera realizzata su spunto da Michelangelo, che pur non essendo mai direttamente coinvolto nella decorazione delle stanze vaticane, prestò a Sebastiano del Piombo disegni e appoggio nel tentativo di ostacolare l’egemonia raffaellesca, e per far si che la committenza venisse affidata a lui. Pensiamo dunque che, il soggetto sia stato ideato da Michelangelo(disegno Albertina) per Sebastiano del Piombo che a sua volta creò il suo(opera in studio). I pittori del tempo, infatti, dovevano convincere il committente con disegni preparatori, Sebastiano con questo disegno, e forte del suo rapporto con Michelangelo, avrebbe voluto proporre uno stile muscolare eroico perfettamente in linea con il soggetto della Battaglia di Ponte Milvio, evento simbolo della vittoria del Cristianesimo sul paganesimo. In conclusione, per questa nostra ipotesi attributiva, riassumiamo di seguito gli elementi di forte interesse. Per la tecnica l’uso della sanguigna con tratto energico e accenni di movimento spiraliforme, coerenti con gli studi influenzati da Michelangelo, compatibile con il Sebastiano del Piombo nella sua fase matura. La figura rappresentata un guerriero con elmo, muscolatura marcata e postura dinamica che sono elementi assolutamente coerenti con un soggetto per la Battaglia di Ponte Milvio. L’anatomia attenta, espressiva e plastica associata ad un potenziale stile di Sebastiano del Piombo compatibile con un lavoro preparato con l’aiuto di Michelangelo che gli forniva i modelli disegnati. Gli indumenti indossati dal guerriero, con il gonnellino piumato (pteryges), l’elmo con cimiero e la nudità parziale, tutti elementi di raffigurazioni di soldati romani idealizzati nel Rinascimento e tardo Rinascimento. Dunque è plausibile affermare che, questo disegno sia parte di un ciclo di studi eseguiti da Sebastiano del Piombo come proposta per la Sala di Costantino, un bozzetto dunque di presentazione destinato alla commissione vaticana di valutazione. Tale disegno fu realizzato con la consulenza anatomica di Michelangelo, e forse proprio con il suo diretto intervento in molti punti, e rappresenta un raro esempio di studio militare della produzione grafica di Sebastiano del Piombo eseguita partendo da un’opera di Michelangelo.

Conclusioni

Il presente studio ha condotto un’indagine multidisciplinare su “Studio di Guerriero”, combinando analisi tecniche del supporto cartaceo con un esame stilistico, iconografico e archivistico. Le indagini scientifiche hanno rivelato che il supporto è costituito da carta prodotta a partire da stracci di canapa, lino e cotone, con uno spessore omogeneo di 70 µm e l’impiego di additivi quali calcio e talco. La presenza di vergatura regolare (2 mm tra le vergelle, 28 mm tra i filoni) e una traccia di filigrana, seppur non pienamente leggibile, contribuiscono alla datazione e all’identificazione delle origini del supporto.

Le osservazioni relative alla tecnica esecutiva confermano l’uso della sanguigna, talvolta diluita, e un processo di rifilatura differenziato, con tagli precisi sui margini superiore e destro e strappi o interventi meno regolari sui margini sinistro e inferiore. Queste evidenze tecniche, unitamente all’indicazione di un pregresso intervento di restauro, forniscono un quadro dettagliato della materialità e della storia conservativa dell’opera.

Dal punto di vista attributivo, l’analisi iconografica e stilistica suggerisce una complessa relazione con il contesto artistico romano del XVI secolo, con richiami significativi alle opere di Sebastiano del Piombo e al dibattito attributivo che include figure come Michelangelo. L’assenza di dati archivistici diretti impone un approccio cautelativo all’attribuzione definitiva.

In sintesi, lo studio ha fornito dati materiali e osservazioni stilistiche fondamentali per una più approfondita comprensione dello “Studio di Guerriero”. Sebbene la questione attributiva richieda ulteriori indagini comparative e magari l’impiego di tecniche non invasive avanzate per l’analisi dei pigmenti, i dati raccolti rappresentano un contributo significativo alla conoscenza dell’opera e del contesto in cui è stata prodotta

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